La narrazione israeliana non può superare la prova della verità, quindi sta mettendo a tacere il mondo

Somdeep Sen

18 luglio 2025 – Al Jazeera

Mentre Israele uccide decine di migliaia di persone i suoi difensori perseguitano chiunque osi denunciarlo, da Francesca Albanese a Omer Bartov.

Stiamo veramente vivendo in un’epoca insolita.

Recentemente abbiamo visto la relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi, Francesca Albanese, sanzionata dagli Stati Uniti per aver fatto il suo lavoro, cioè documentare le violazioni israeliane contro i palestinesi durante l’attacco militare in corso a Gaza.

Ma con più di 58.000 palestinesi uccisi finora a Gaza la causa di Israele è più che mai debole. Quindi, per il bene di Israele, si deve silenziare e proibire tutto.

Ovviamente mettere a tacere e censurare è stato il modus operandi del fronte filo-israeliano fin dall’ottobre 2023.

Subito dopo l’attacco di Hamas contro Israele [i filoisraeliani] hanno perseguitato chi ha insistito a dire che la storia della Palestina e Israele non è iniziata il 7 ottobre 2023 e ha evidenziato la lunga storia di occupazione, colonialismo di insediamento o l’assedio di Gaza dal 2007. Chi lo ha fatto è stato messo a tacere, censurato e punito.

Sono stati i giorni degli ormai screditati racconti di “neonati decapitati”.

Negli Usa e in Europa alcuni hanno subito minacce di morte e attacchi sulle reti sociali, mentre altri sono stati sanzionati da datori di lavoro e superiori per aver criticato le politiche israeliane o aver espresso pubblicamente opinioni filo-palestinesi.

In scuole di Maryland, Minnesota, Florida e Arizona dei docenti sono stati sospesi e delle associazioni studentesche chiuse per il loro attivismo filo-palestinese. Docenti universitari negli USA e nel Regno Unito sono stati denunciati alla polizia per aver manifestato gradimento o condiviso post a favore dei palestinesi.

Nel maggio 2024 Maura Finkelstein è stata la prima docente universitaria di ruolo ad essere licenziata per aver fatto un discorso anti-sionista. È stata cacciata dal Muhlenberg College dopo aver postato il lavoro di un poeta palestinese.

Dall’ottobre 2023 a oggi ci sono stati molti casi simili in tutto il mondo. Solo pochi giorni fa quattro docenti a contratto della City University di New York sono stati licenziati per il loro attivismo in solidarietà con la Palestina.

Poi se la sono presa con la stampa.

Mentre alla stampa straniera è stato vietato l’ingresso a Gaza, lì i giornalisti palestinesi sono stati trattati da Israele come bersagli militari legittimi. Mediamente sono stati uccisi 13 giornalisti al mese, un numero più alto di quello di “due guerre mondiali, di quella del Vietnam, in Jugoslavia e degli Stati Uniti in Afghanistan messi insieme.” Per i lavoratori dell’informazione questo è il conflitto più letale da quando se ne ha memoria.

Ovunque le voci dei giornalisti, soprattutto di quelli di origine mediorientale o nordafricana, sono state sistematicamente messe a tacere per aver appoggiato la causa palestinese o criticato il governo israeliano.

Ciò include la conduttrice radiofonica australiana Antoinette Lattouf, licenziata nel dicembre 2023 dopo aver postato un rapporto di Human Rights Watch [una delle principali ong del mondo, ndt.] che sosteneva che “Israele stava usando la fame come arma di guerra a Gaza.” Le giornaliste palestinesi-canadesi Yara Jamal (CTV) e Zahraa al-Akhrass (Global News, durante il congedo per maternità) sono state entrambe cacciate nell’ottobre 2023 in seguito a pressioni di Honest Reporting Canada [organizzazione internazionale che monitora i media a sostegno di Israele, ndt.].

Anche Briahna Joy Gray e Katie Halper sono state licenziate da Hill News [giornale politico statunitense pubblicato a Washington, ndt.] per commenti critici nei confronti di Israele. Gray ha annunciato su X: “The Hill mi ha licenziata… non dovrebbero esserci dubbi che… reprime il diritto di parola, soprattutto quando si critica lo Stato di Israele.”

Oltre ai licenziamenti, i dirigenti dei media occidentali hanno plasmato la narrazione ripetendo la propaganda israeliana, descrivendo falsamente l’attivismo palestinese come filo-Hamas o antisemita, dipingendo gli israeliani come vittime molto più dei palestinesi e ignorando i crimini di guerra israeliani a Gaza.

In particolare la BBC ha dovuto affrontare ripetute critiche per la sua tendenziosità filo-israeliana. Dal linguaggio usato nei titoli allo spropositato spazio televisivo concesso ai politici israeliani, i suoi reportage sono stati ripetutamente accusati di minimizzare le sofferenze dei palestinesi e di ripetere gli argomenti del governo israeliano. Dimissioni del personale, lettere aperte e proteste pubbliche hanno contestato la politica editoriale della rete su Gaza.

A Upday [rete di notizie diffuse sui cellulari, ndt.], il principale aggregatore di notizie d’Europa il cui proprietario è Axel Springer, ai dipendenti è stato detto di “colorare le informazioni del servizio sulla guerra a Gaza con opinioni filo-israeliane.” Documenti interni ottenuti da The Intercept [sito statunitense di controinformazione, ndt.] hanno rivelato che alla redazione è stato detto di non “evidenziare nulla che riguardi il numero di morti palestinesi” a meno che “l’informazione su Israele” venga data “nell’articolo con maggiore rilievo.”

Dopo il 7 ottobre ad Harvard gli studenti sono stati sottoposti a terrificanti campagne di schedatura etichettandoli come antisemiti o simpatizzanti del terrorismo, con le loro foto e dati personali resi pubblici.

Mentre a Gaza la distruzione di istituzioni educative da parte di Israele prosegue, nei campus statunitensi ed europei si diffonde il silenzio. Gli accampamenti in solidarietà con la Palestina hanno visto gli studenti chiedere che le loro istituzioni accademiche interrompessero i rapporti con le università israeliane e il complesso militare-industriale. Hanno affrontato la brutale repressione della polizia, sospensioni, e ad alcuni è stata negata la consegna della laurea. Le università hanno prontamente imposto nuove restrizioni su riunioni e proteste per contrastare la solidarietà studentesca con la Palestina.

Ora sotto l’amministrazione Trump tale repressione è una politica pubblica, che si estende alle minacce di arresto, al ritiro della cittadinanza e alla deportazione delle voci a favore dei palestinesi, compresi politici come il candidato a sindaco della città di New York Zohar Mamdani. Trump lo ha falsamente etichettato come “illegale”, definito un “comunista” e minacciato di arresto se ostacola “operazioni” dell’Immigration and Customs Enforcement [polizia federale anti-immigrati, ndt.] (ICE), ripetendo la richiesta del rappresentante del GOP [Partito Repubblicano, ndt.] Andy Ogles di revoca della cittadinanza e deportazione, citando senza alcuna prova presunte false dichiarazioni di Mamdani nella procedura per la richiesta della cittadinanza statunitense. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha confermato che il Dipartimento di Giustizia ha ricevuto richieste a questo proposito.

Abbiamo anche visto il divieto di esporre bandiere palestinesi durante eventi sportivi e musicali. Ad alcune persone è stato negato l’ingresso in spazi pubblici e attività commerciali perché indossavano una kefiah. Il procuratore capo della Corte Penale Internazionale (CPI), Karim Khan, è stato avvertito che lui e la CPI sarebbero stati “distrutti” se non avessero lasciato cadere la causa contro il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’ex-ministro della Difesa Yoav Gallant. Quattro giudici della CPI sono stati sanzionati dal governo USA.

La vincitrice di un premio Oscar Susan Sarandon è stata abbandonata dall’agenzia che la rappresentava, UTA, per le sue dichiarazioni in una manifestazione di solidarietà con la Palestina.

Melissa Barrera è stata licenziata dal cast di “Scream VII” [ultimo di una fortunata serie di film dell’orrore, ndt.] per post sulle reti sociali in cui descriveva le azioni di Israele come genocidio e pulizia etnica. Spyglass Media Group [società di produzione del film] ha affermato di praticare “tolleranza zero contro l’antisemitismo… inclusi falsi riferimenti a genocidio, pulizia etnica, distorsioni dell’Olocausto.”

Recentemente artisti come Bob Vylan [cantante dell’omonimo gruppo musicale inglese, ndt.] e il complesso irlandese Kneecap hanno usato il palco in festival musicali per manifestare solidarietà con la Palestina. Ora il gruppo affronta accuse di terrorismo. Gli spettacoli di Vylan in Europa sono stati cancellati e il suo visto per gli USA è stato revocato, mettendo in dubbio un imminente tour nel Paese.

Il fronte filo-israeliano ha anche lanciato una campagna contro il festival di Glastonbury [in Gran Bretagna, ndt.] dopo che entrambi gli artisti si sono esibiti a giugno. Ha preso di mira la BBC per aver mandato in onda le loro esibizioni dal vivo e ha fatto pressione sugli organizzatori perché prendessero le distanze dai musicisti. La reazione ha messo in chiaro che neppure le principali istituzioni culturali sono al riparo da tentativi di censura.

In aggiunta a questa inquietante tendenza, l’universalmente stimato storico israelo- americano e studioso del genocidio Omer Bartov è stato oggetto di una feroce reazione. In un editoriale per il New York Times, intitolato “Sono uno studioso del genocidio. Quando lo vedo lo riconosco”, Bartov ha dichiarato che a Gaza Israele sta commettendo un genocidio, evidenziando la sistematica distruzione di infrastrutture, lo spostamento forzato di popolazione e i discorsi dei leader israeliani, ed ha affermato che ciò corrisponde alla definizione di genocidio sia dell’ONU che delle leggi internazionali.

Da allora è stato aspramente criticato da gruppi filo-israeliani, accusato di applicare in modo errato il termine con inviti perché venga “cancellato”, una campagna che egli ha confutato evidenziando che molti esperti di studi sul genocidio condividono le sue conclusioni. L’aggressione alla sua reputazione che attualmente Bartov deve affrontare dimostra come persino i principali esperti al mondo di genocidio siano ora presi di mira per aver definito genocidio le azioni di Israele a Gaza.

Questa sembra già essere una estesa campagna di eliminazione. Ma pensate: cosa ci dice tutto ciò riguardo alla posizione di Israele se si basa così pesantemente sulla censura? Ciononostante non basta. Per il bene di Israele ogni studente, accademico, attivista, musicista, artista o parlamentare che critichi le sue politiche ora deve essere etichettato come sostenitore del terrorismo. Ogni organizzazione della società civile, associazione per i diritti umani o organismo internazionale che documenti le violazioni da parte di Israele deve essere definito antisemita.

Solo allora possiamo sostenere di non aver visto niente. Solo allora potremmo dire di non aver sentito niente. E solo allora possiamo giustificare perché non abbiamo fatto niente durante il genocidio in corso a Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

Somdeep Sen

Studi asiatici in Africa all’Università di Pretoria.

Somdeep Sen è autore di Decolonizing Palestine: Hamas between the Anticolonial and the Postcolonial [ed. it: Decolonizzare la Palestina: Hamas tra anticolonialismo e postcolonialismo, Meltemi, Milano, 2023]. È ricercatore associato del Centro per gli Studi Asiatici in Africa all’Università di Pretoria.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)