Il Brasile rifiuta la nomina di un nuovo ambasciatore israeliano

Redazione di MEMO

26 agosto 2025 – Middle East Monitor

Il Brasile, con un’iniziativa che riflette le tensioni in corso tra le due parti, ha rifiutato la nomina di Gali Dagan come nuovo ambasciatore d’Israele, lasciando la posizione vacante dalla partenza del suo predecessore.

La decisione segue una serie di di nette prese di posizione di Brasilia contro Tel Aviv, tra cui il ritiro a luglio dalla International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) e la decisione di unirsi al Sudafrica nella causa presso la Corte Internazionale di Giustizia in cui accusa Israele di commettere un genocidio a Gaza.

Il quotidiano ebraico Maariv ha riferito che il Brasile ha ignorato la richiesta israeliana di accreditare Dagan, che ha precedentemente svolto il ruolo di ambasciatore in Colombia. Ciò ha determinato il fatto che il ministro degli Esteri israeliano ritirasse formalmente la sua candidatura. Come risultato, le relazioni bilaterali saranno condotte ad un livello diplomatico più basso.

Un portavoce del ministero degli Esteri israeliano ha affermato: “L’approccio ostile mostrato dal Brasile verso Israele dal 7 ottobre si è aggravato dopo che il presidente Lula ha paragonato le azioni di Israele ai crimini nazisti.”

Nel frattempo il Brasile ha rimandato il suo ambasciatore a Tel Aviv dopo averlo richiamato per consultazioni a febbraio 2024 riguardo una dura controversia diplomatica. Maariv ha osservato che “la crisi nelle relazioni israelo-brasiliane è entrata in una nuova fase.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




L’esercito israeliano ferisce 24 palestinesi durante il più grave attacco a Ramallah degli ultimi anni

Qassam Muaddi

26 agosto 2025 Mondoweiss

L’esercito israeliano ha effettuato una delle più massicce incursioni degli ultimi anni nel centro della città di Ramallah, sparando ai civili con gas lacrimogeni, granate stordenti e vere munizioni

Martedì le forze israeliane hanno ferito 24 palestinesi, tra cui un bambino di 12 anni e un anziano di 71, nel più grande raid degli ultimi anni sulla città di Ramallah. Intorno alle 12:00 ora locale, veicoli blindati israeliani sono entrati nel centro della città in Cisgiordania e hanno sparato proiettili veri, granate stordenti e gas lacrimogeni nell’affollato centro cittadino delle ore di punta. Le forze israeliane hanno fatto irruzione in un’importante società di cambio valuta e nella sede centrale della Arab Bank nella centrale piazza Manara.

Il raid è durato tre ore e mezza, durante le quali i soldati israeliani hanno appostato cecchini sui tetti della zona mentre veicoli blindati israeliani bloccavano il centro città e continuavano a sparare gas lacrimogeni e proiettili veri contro i giovani che lanciavano pietre contro le forze israeliane.

Secondo fonti locali i gas lacrimogeni e le granate stordenti sono stati lanciati contro diverse attività commerciali locali tra cui un barbiere, una popolare caffetteria, il mercato ortofrutticolo e diversi altri negozi.

Testimoni oculari nel centro città hanno riferito a Mondoweiss che l’esercito israeliano ha confiscato ingenti somme di denaro contante all’ufficio di cambio valuta di Ajjouli.

La Mezzaluna Rossa Palestinese ha dichiarato in un comunicato che le forze israeliane hanno impedito alle sue ambulanze di raggiungere almeno un palestinese ferito vicino al mercato ortofrutticolo.

“Abbiamo tutti pensato a Gaza”

“Ero seduto in un bar che guarda la Piazza dei Leoni [nome popolare della piazza Manara per via della sua fontana con cinque statue di leoni, ndt.] quando all’improvviso ho sentito una forte esplosione”, ha raccontato a Mondoweiss un testimone oculare che ha chiesto di rimanere anonimo. “La gente nel bar si è precipitata alle finestre per vedere cosa stesse succedendo, poi ha iniziato ad allontanarsi perché il proprietario diceva che l’esercito di occupazione stava facendo irruzione a Ramallah. Poi ho visto un veicolo blindato parcheggiato proprio accanto all’ingresso dell’Arab Bank, con diversi soldati in piedi vicino alla porta e un altro soldato appollaiato sul balcone proprio sopra la banca. Stava puntando il fucile verso la piazza.”

“I giovani si radunavano dietro gli angoli, lanciando a turno pietre contro le forze di occupazione che sparavano gas lacrimogeni in tutte le direzioni, e poi ho iniziato a sentire odore di gas lacrimogeni all’interno del bar e la gente all’interno ha iniziato a tossire nonostante i dipendenti avessero chiuso tutte le finestre”, ha aggiunto il testimone oculare.

Un’altra testimone oculare ha raccontato a Mondoweiss che stava andando in università quando è iniziato il raid. “Mi sono fermata in un negozio di cosmetici in piazza Yasser Arafat, proprio accanto al centro città, quando improvvisamente ho visto gente correre via e ho sentito esplosioni di quelle che in seguito ho capito essere granate assordanti”, ha detto. “La gente ha iniziato a correre nei negozi per ripararsi, e ci siamo ritrovati in 13 persone – uomini, donne e due bambini – dentro il negozio di cosmetici”.

“Una soldatessa è arrivata e si è fermata per un po’ davanti al negozio, poi se n’è andata e poco dopo dei giovani si sono radunati nello stesso punto e hanno iniziato a lanciare pietre contro i soldati di occupazione”, ha ricordato la testimone, raccontando di aver visto un giovane colpito a una gamba. “Si teneva la gamba che sanguinava, finché degli altri non lo hanno portato via su un’ambulanza”.

La testimone ha riferito che, dopo tre ore, i palestinesi rifugiati nel negozio avevano fame. “Una bambina ha tirato fuori dei datteri e li ha fatti passare, ma non erano sufficienti per tutti, così li abbiamo divisi, e poi una donna anziana ha detto: ‘Che Dio aiuti la gente di Gaza’. Stavamo tutti pensando alla carestia nella Striscia”, ha aggiunto.

Le adiacenti città gemelle di Ramallah e al-Bireh ospitano la sede centrale dell’Autorità Nazionale Palestinese e i ministeri e le agenzie del governo palestinese. Entrambe le città sono state oggetto di raid israeliani più volte dall’ottobre 2023, e le forze israeliane hanno sistematicamente effettuato incursioni negli uffici di cambio valuta durante ogni raid. Nel dicembre 2023 le forze israeliane hanno lanciato un raid su larga scala uccidendo un palestinese di 23 anni e confiscando 2,8 milioni di dollari da diversi uffici di cambio valuta.

Nel maggio 2024 durante un raid mattutino le forze israeliane hanno lanciato grandi quantità di gas lacrimogeni nel mercato ortofrutticolo di Ramallah, provocando un vasto incendio tra le bancarelle del mercato che si è esteso a un edificio commerciale adiacente e ha distrutto almeno 80 piccole attività commerciali.

Sebbene Ramallah e al-Bireh siano classificate come Area A secondo gli accordi di Oslo – che dovrebbero essere sotto il totale controllo di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese – le forze israeliane effettuano regolarmente incursioni in diversi quartieri di entrambe le città nell’ambito delle loro campagne di arresti notturni in Cisgiordania. Tuttavia le incursioni diurne in queste città erano diventate meno comuni dopo la fine della Seconda Intifada nel 2006. Le forze israeliane effettuano regolarmente incursioni anche in altre città designate come Area A quali Nablus, Jenin, Hebron e Betlemme.

La governatrice dell’Autorità Nazionale Palestinese per l’area di Ramallah e al-Bireh, Leila Ghannam, ha descritto l’incursione come “terrorismo di Stato organizzato”. La Mezzaluna Rossa Palestinese ha affermato che sette dei feriti sono stati colpiti da proiettili veri e quattro da proiettili rivestiti di gomma, mentre tre sono stati feriti da schegge e dieci hanno sofferto di asfissia a causa dei gas lacrimogeni. Secondo il ministero della Salute palestinese, dall’ottobre 2023 le forze armate e i coloni israeliani hanno ucciso 1.016 palestinesi in Cisgiordania, mentre nello stesso periodo vi sono stati arrestati oltre 10.000 palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele uccide i giornalisti di Middle East Eye in un doppio attacco all’ospedale Nasser di Gaza

Redazione

25 agosto 2025- Middle East Eye

Mohamed Salama e Ahmed Abu Aziz tra le 20 persone uccise dopo che le forze israeliane hanno bombardato l’ospedale a Khan Younis che forniva cure salvavita a centinaia di migliaia di palestinesi

Lunedì le forze armate israeliane hanno ucciso i giornalisti di Middle East Eye Mohamed Salama e Ahmed Abu Aziz in un doppio attacco all’ospedale Nasser nella Striscia di Gaza meridionale.

Le forze israeliane hanno bombardato il quarto piano della struttura intorno alle 11:00 ora locale (09:00 BST) poi, pochi istanti dopo, come mostrano i video visionati da MEE, hanno sparato deliberatamente un secondo missile contro i giornalisti, gli astanti e i primi soccorritori che si erano radunati per aiutare a recuperare i morti e i feriti.

Al momento dell’attacco, i video mostrano del fumo che si alzava da un piano alto dell’ospedale mentre i soccorritori, in piedi su quella che sembravano una scala, chiedevano aiuto a quelli a livello del suolo.

Poi il secondo missile ha colpito esattamente la zona in cui si erano ammassati e un corrispondente del canale televisivo giordano Al-Ghad ha gridato durante una trasmissione in diretta che erano state uccise persone innocenti.

Tra i 20 palestinesi uccisi nell’attacco ci sono almeno altri tre giornalisti, tra cui Mariam Dagga, una reporter freelance che ha collaborato con diversi organi di stampa compresa l’Associated Press; Hussam al-Masri, un fotoreporter dell’agenzia di stampa Reuters e il reporter freelance Moaz Abu Taha.

Salama, che aveva iniziato a collaborare con MEE poco dopo l’inizio della campagna genocida di Israele nell’enclave assediata, aveva collaborato come freelance anche con diversi altri organi di informazione, in particolare Al Jazeera Arabic e Al Jazeera Mubasher.

Inviava regolarmente servizi a MEE, ha seguito l’assedio israeliano dell’Ospedale Europeo, il clamore suscitato dal documentario della BBC Gaza: How to Survive a War Zone, ora ritirato e, a maggio, l’uccisione di un gracile bambino di 10 anni, Abdulrahim ‘Amir’ al-Jarabe’a presso un sito del Gaza Humanitarian Fund (GHF).

Verso la fine della scorsa settimana Salama ha parlato con il responsabile della produzione video di MEE, Khaled Shalaby, della politica israeliana di affamare la Striscia e ha discusso di ciò che lui e la sua collega giornalista Hala Asfour intendevano trattare nella settimana successiva.

Nella telefonata ha affermato di temere di essere preso di mira dalle forze israeliane in seguito al recente assassinio del corrispondente di Al Jazeera Arabic Anas al-Sharif e di alcuni membri della sua squadra.

L’esercito israeliano ha affermato, senza fornire alcuna prova, di aver ucciso Sharif perché “era a capo di una cellula terroristica nell’organizzazione terroristica Hamas”.

Da quando ha lanciato la sua guerra contro l’enclave nell’ottobre 2023 Israele ha ripetutamente accusato i giornalisti palestinesi di Gaza di essere membri di Hamas, nell’ambito di quello che i gruppi per i diritti umani definiscono un tentativo di screditare i loro resoconti sugli abusi israeliani.

Nello stesso periodo Abu Aziz, un giornalista freelance di Khan Younis, ha contribuito a decine di reportage per MEE da quando è iniziato il genocidio israeliano a Gaza, nell’ottobre 2023.

Aggiornava costantemente la redazione di MEE con resoconti provenienti dall’enclave, nonostante avesse riportato una grave lesione alla schiena che non era stata curata a causa della guerra.

David Hearst, caporedattore di Middle East Eye, ha definito Salama e Abu Aziz “giornalisti eccezionali” e ha affermato che lavoravano in “condizioni quasi impossibili” prima di essere “assassinati” da Israele.

“Israele non può nascondere la verità sul genocidio che sta perpetrando a Gaza, quindi sta uccidendo quanti più possibile tra coloro che riferiscono di ogni attacco”, ha affermato.

Ciò che Israele sta facendo a Gaza è terrorismo praticato da uno Stato. Uccidendo quanti più civili e non combattenti possibile, prendendo di mira ospedali, soccorritori e giornalisti sta cercando di terrorizzare i palestinesi e spingerli a fuggire all’estero. Non si può e non si deve permettere che abbia successo. Spetta a ogni nazione che si definisce civile fermarlo.”

Lubna Masarwa, responsabile dell’ufficio di Gerusalemme di MEE, ha dichiarato di essere profondamente scioccata per l’uccisione dei giornalisti e ha aggiunto che Abu Aziz, con cui era in costante contatto, nutriva un profondo “amore per la vita”.

“Le sue storie erano eccezionali, oltre che molto personali”, ha detto. “Aveva la capacità di vedere cose che altri non vedevano e di descriverle in modo dettagliato.

“Aveva ambizione, era testardo e ha continuato ad andare avanti. Mi ha insegnato che non potevo permettermi di smettere di lavorare su Gaza.”

Poco dopo l’attacco di lunedì la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha invitato la comunità internazionale a imporre sanzioni a Israele.

“Soccorritori uccisi in servizio. Scene come questa si verificano ogni momento a Gaza, spesso invisibili e in gran parte non documentate”, ha scritto.

“Imploro gli Stati: cosa ancora dovrà accadere prima di agire per fermare questa carneficina? Rompete il blocco. Imponete un embargo sulle armi. Imponete sanzioni.”

Da quando Israele è entrata in guerra a Gaza nell’ottobre 2023, sono stati uccisi o feriti più di 200.000 palestinesi; recenti inchieste, basate su dati dell’intelligence militare israeliana, indicano che oltre l’80 percento delle persone uccise nell’enclave fino a maggio di quest’anno erano civili.

La guerra genocida di Israele è stata descritta come il “peggior conflitto di sempre” per i giornalisti secondo un rapporto pubblicato ad aprile dal Watson Institute for International and Public Affairs.

Il rapporto, intitolato “News Graveyards: How Dangers to War Reporters Endanger the World” [Nuovi cimiteri: come i pericoli per i corrispondenti di guerra mettono in pericolo il mondo], afferma che l’attacco israeliano alla Striscia di Gaza dall’ottobre 2023 ha “ucciso più giornalisti della Guerra Civile Americana, della Prima e della Seconda Guerra Mondiale, della Guerra di Corea, della Guerra del Vietnam (inclusi i conflitti in Cambogia e Laos), delle guerre in Jugoslavia degli anni ’90 e 2000 e della guerra in Afghanistan del dopo 11 settembre messe insieme”.

In una dichiarazione la Foreign Press Association ha chiesto una “spiegazione immediata” da parte dell’esercito israeliano e ha definito il doppio attacco “uno degli attacchi israeliani più letali contro i giornalisti che lavorano per i media internazionali dall’inizio della guerra di Gaza”.

Si afferma che “è arrivato senza preavviso” e ha colpito una scalinata esterna dell’ospedale “dove i giornalisti solitamente si collocavano con le loro telecamere”.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Regno Unito, la polizia arresta lo sceneggiatore di Ken Loach, Paul Laverty, per una maglietta contro il genocidio

Redazione di MEE

25 agosto 2025- Middle East Eye

Lo sceneggiatore di Io, Daniel Blake è stato arrestato perché indossava una maglietta con la scritta ‘Genocidio in Palestina, è ora di agire’

La polizia ha arrestato lo sceneggiatore di ‘Io, Daniel Blake’ Paul Laverty perché indossava una maglietta con la scritta “Genocidio in Palestina, è ora di agire”.
L’’arresto è avvenuto nella capitale della Scozia Edimburgo durante una protesta contro l’’appoggio del governo del Regno Unito ad Israele nel corso del genocidio a Gaza.
Lunedì scorso un annuncio su X a nome del regista di ‘Io, Daniel Blake’ Ken Loach e della sua società di produzione Sixteen Films, ha confermato l’’arresto di Laverty.
“Paul Laverty si trova attualmente trattenuto in custodia nella stazione di polizia di St. Leonard di Edimburgo…, presumibilmente a causa del sostegno a Palestine Action”, scrive la nota sulla piattaforma social.
Un portavoce della polizia scozzese ha dichiarato: “”In seguito ad una protesta di fronte alla stazione di polizia di St Leonard lunedì 25 agosto 2025 un uomo di 68 anni è stato arrestato in base al ‘Terrorism Act 2000’ per aver espresso sostegno ad un’’ organizzazione messa al bando. Le indagini proseguono”.”

A luglio il Regno Unito ha messo al bando l’’organizzazione Palestine Action, un gruppo di protesta che avrebbe presuntamente preso di mira fabbriche di armi e attrezzature militari in una serie di episodi di azione diretta.
Esprimere o sollecitare il sostegno a Palestine Action nel Regno Unito è un crimine punibile con la detenzione fino a 14 anni, in base al ‘Terrorism Act 2000’.
L’’11 agosto sono state arrestate più di 500 persone, in maggioranza sopra i 50 anni, per presunto sostegno all’’organizzazione mentre partecipavano ad una protesta che chiedeva al governo di togliere il bando. Decine di altre sono state arrestate in altre proteste nel Paese.
Volker Turk, alto commissario ONU per i diritti umani, a luglio ha detto che la decisione del Regno Unito di mettere al bando l’’associazione di attivisti in quanto organizzazione terrorista era “sproporzionata e non necessaria” ed ha chiesto che la definizione venisse revocata.
Ha affermato: ““La legislazione antiterrorismo interna al Regno Unito definisce gli atti terroristici così ampiamente da includere ‘”gravi danni alla proprietà’”.
““Ma, in base agli standard internazionali, gli atti di terrorismo dovrebbero essere circoscritti ad atti criminali finalizzati a provocare morte o gravi ferite o la presa di ostaggi, con lo scopo di intimidire una popolazione o costringere un governo ad intraprendere o meno una certa azione”.
“”Ȓ un travisamento della gravità e dell’’impatto del terrorismo ampliarne la definizione al di là di quei precisi limiti, per includere ulteriori condotte che costituiscono già un reato in base alla legge”.”

(Traduzione dall’’inglese di Cristiana Cavagna)




Nel persistente silenzio internazionale Israele ha già iniziato a cancellare Gaza City

Redazione di Euromed Monitor

24 agosto 2025 – Euromed Monitor

Territori palestinesi – Israele ha iniziato a mettere in atto il suo piano illegale per distruggere e occupare Gaza City. L’esercito sta attuando contemporaneamente bombardamenti e demolizioni nel sud, nell’est e nel nord, avanzando da tre direttrici verso il centro della città con una campagna di completa distruzione e sistematica cancellazione. Questa escalation segna una nuova fase del genocidio in corso da 23 mesi contro i palestinesi della Striscia di Gaza.

Questo attacco fa seguito all’annuncio ufficiale dell’esercito israeliano, il 20 agosto, della seconda parte dell’operazione Carri di Gedeone, e le sue fasi preliminari e iniziali sono già in corso. Oltre un milione di persone ora è intrappolato in meno del 30% di Gaza City e deve affrontare la minaccia di sfollamento forzato verso il sud in base a un piano inteso a cancellare la città, infliggere sistematiche distruzioni e creare il totale controllo militare.

All’alba del 24 agosto la squadra sul campo di Euro-Med Monitor ha documentato che le forze israeliane hanno fatto esplodere un robot carico di esplosivo nel quartiere di Al-Sharkh, nel nord di Gaza City. Ciò è avvenuto in seguito all’infiltrazione di veicoli militari e bulldozer nella vicina zona di Abu Sharkh, dopo di che il robot è stato utilizzato e fatto esplodere a distanza provocando vaste distruzioni.

Forze israeliane hanno fatto esplodere robot anche nell’area di Al-Wahidi di Jabalia al-Balad e nell’area di Zarqa a sud, distruggendo altre case e quartieri residenziali.

Questa mattina aerei israeliani hanno lanciato violenti attacchi aerei contro Jabalia al-Balad, prendendo di mira la rotonda di Abu Sharkh e il cimitero di Jabalia al-Nazla.

Oltre a schierare robot esplosivi, le forze israeliane hanno intensificato l’uso di droni quadrirotori carichi di casse di esplosivi. Questi droni sganciano il loro carico all’interno di edifici o sui tetti, provocando devastazioni altrettanto gravi di quelle inflitte dai robot o dai bombardamenti aerei.

Negli ultimi giorni la nostra squadra sul campo ha documentato la distruzione di numerosi edifici multipiano e zone residenziali ad Al-Saftawi e Jabalia al-Nazla. Queste aree e i loro sobborghi ospitano ancora un gran numero di abitanti e persone sfollate dal nord di Gaza, che sono state obbligate ancora una volta a scappare sotto incessanti cannoneggiamenti e bombardamenti.

Operazioni di distruzione ad Al-Saftawi, nel nord, sono parte del più complessivo piano dell’esercito israeliano che comprende tutte le zone di Gaza City. Operazioni simili sono in corso nell’est, soprattutto a Tuffah e Shuja’iyya, e nel sud a Zeitoun, dove più di 500 case sono già state distrutte. Anche ad Al-Sabra, utilizzando robot esplosivi e attacchi aerei, sono stati rasi al suolo vari isolati residenziali, comprese case abitate come quella della famiglia Abu Sharia, bombardata giovedì 21 agosto uccidendo otto membri della famiglia, di cui quattro erano bambini.

La continua massiccia distruzione è accompagnata da un modello ricorrente di uccisioni deliberate, le forze israeliane prendono direttamente di mira chiunque si sposti in queste zone, anche chi sta sfuggendo alla morte. É stato il caso di due fratelli, Awad Ihsan Saadallah e Nadine Ihsan Saadallah, uccisi sabato da un attacco aereo che ha colpito un gruppo di civili nei pressi della moschea Hamza a Jabalia al-Nazla.

La continua E spropositata intensità degli attacchi israeliani, insieme alla ridotta capacità e accessibilità dei pochi ospedali funzionanti e la mancanza della difesa civile basilare e di servizi sul campo, rende impossibile un’accurata documentazione delle vittime. L’attuale numero dei morti è quasi sicuramente molto più elevato di quello che è stato annunciato o registrato finora.

Queste pratiche stanno infliggendo conseguenze catastrofiche e irreversibili a centinaia di migliaia di civili che già devono affrontare fame e sfollamento. Sono sottoposti a uccisioni e bombardamenti quotidiani mano a mano che la loro città viene rasa al suolo isolato dopo isolato davanti ai loro occhi, mentre la comunità internazionale rimane inerte e silenziosa di fronte a uno dei crimini di genocidio più efferato della storia contemporanea.

La continua aggressione e l’estensione delle operazioni israeliane per occupare totalmente Gaza City rischiano di scatenare un massacro senza precedenti contro i civili, cancellando ciò che rimane della risposta umanitaria già inadeguata e al collasso.

L’escalation in corso costituisce un nuovo capitolo del genocidio da parte di Israele portato avanti apertamente sotto gli occhi della comunità internazionale, che continua a fornire ai suoi responsabili una copertura politica, finanziaria e militare. Questi massacri non sono episodi fugaci o isolati, ma il risultato calcolato di una politica israeliana ufficiale e dichiarata pubblicamente. La comunità internazionale ha la responsabilità di consentire che avvengano e di avallare le loro conseguenze attraverso il silenzio e l’inazione, il che in molti casi rappresenta una complicità diretta.

Tutti gli Stati, individualmente e collettivamente, devono rispettare i propri obblighi giuridici e agire urgentemente per porre fine a questo genocidio a Gaza, prendendo ogni possibile misura per proteggere i civili palestinesi. Devono imporre il rispetto del diritto internazionale da parte di Israele e delle sentenze della Corte Internazionale di Giustizia chiamando Israele a rispondere dei suoi crimini contro i palestinesi.

Ciò include il fatto di mettere in pratica appena possibile senza alcuna deroga i mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale contro il primo ministro e l’ex-ministro della Difesa israeliani e di consegnarli alla giustizia internazionale, rispettando il principio in base al quale nessuno è immune dall’azione penale per crimini internazionali.

La comunità internazionale deve anche imporre sanzioni economiche, diplomatiche e militari contro Israele in risposta alle sue sistematiche e gravi violazioni del diritto internazionale. Ciò implica il divieto di esportare armi in Israele e la fine dell’acquisto di quelle che produce; la sospensione di ogni forma di appoggio e cooperazione politica, finanziaria e militare; il congelamento dei beni di personalità pubbliche coinvolte nei crimini contro i palestinesi o che incitano a compiere queste azioni; l’imposizione contro costoro del divieto di viaggiare. Oltretutto devono essere sospesi gli accordi commerciali preferenziali e bilaterali che concedono vantaggi economici a favore di Israele, consentendogli di commettere crimini.

La comunità internazionale deve adempiere urgentemente ai propri obblighi legali e morali affrontando le cause profonde delle sofferenze e dell’oppressione del popolo palestinese, che continuano da 77 anni. Deve garantire il suo diritto a vivere in libertà, dignità e autodeterminazione in accordo con le leggi internazionali, porre fine al regime di apartheid imposto dal colonialismo di insediamento israeliano, assicurare il totale ritiro delle forze israeliane sui confini del 1967, eliminare l’assedio illegale contro la Striscia di Gaza, chiamare a rispondere i responsabili israeliani e garantire alle vittime palestinesi il diritto a un risarcimento e una riparazione.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Da un database dell’esercito israeliano emerge che almeno l’83% delle vittime di Gaza sarebbero civili.

Yuval Abraham

21 agosto 2025 – +972 Magazine

Un’indagine congiunta rivela che dati di intelligence classificati di maggio rivelano che Israele ritiene di aver ucciso nei suoi attacchi a Gaza circa 8.900 militanti, indicando una percentuale di massacri di civili con pochi riscontri nelle guerre moderne.

Un’indagine di +972 Magazine, Local Call e The Guardian rileva che sulla base di dati provenienti da un database interno dell’intelligence israeliana almeno l’83% dei palestinesi uccisi nell’aggressione israeliana a Gaza sarebbe costituito da civili.

I dati ottenuti dal database classificato che registra le morti di militanti di Hamas e della Jihad Islamica Palestinese (PIJ) contraddicono ampiamente le dichiarazioni pubbliche dell’esercito e dei funzionari governativi israeliani durante la guerra, che hanno generalmente sostenuto un rapporto di 1:1 o 2:1 tra vittime civili e combattenti. Al contrario, i dati classificati corroborano i risultati di diversi studi che suggeriscono che i bombardamenti israeliani su Gaza abbiano ucciso civili a un ritmo con poche analogie nelle guerre moderne.

L’esercito israeliano ha confermato l’esistenza del database, gestito dalla Direzione dell’Intelligence Militare (nota con l’acronimo ebraico “Aman”). Diverse fonti di intelligence a conoscenza del database hanno affermato che l’esercito lo considera l’unico conteggio affidabile dei militanti uccisi. Come ha detto uno di loro: “Non c’è altro posto dove controllare”.

Il database include un elenco di 47.653 nomi di palestinesi di Gaza che Aman ritiene attivi nei ranghi militari di Hamas e PIJ; secondo le fonti, l’elenco si basa su documenti interni delle organizzazioni acquisiti dall’esercito (che +972, Local Call e The Guardian non sono stati in grado di verificare). Il database indica 34.973 di questi nomi come membri di Hamas e 12.702 come membri della Jihad Islamica (pochi militanti sono catalogati come facenti parte di entrambe le organizzazioni, ma questi vengono conteggiati solo una volta nel totale complessivo).

Secondo i dati, ottenuti a maggio di quest’anno, l’esercito israeliano riteneva di aver ucciso dal 7 ottobre circa 8.900 militanti, di cui 7.330 morti considerati certi e 1.570 registrati come “probabilmente morti”. La grande maggioranza di loro erano di basso rango, mentre lesercito sospettava di aver ucciso tra 100 e 300 alti esponenti di Hamas su un totale di 750 nominativi presenti nel database.”

Una fonte a conoscenza del database ha spiegato che nell’elenco al nome di ogni combattente che l’esercito è sicuro di aver ucciso è allegato uno specifico documento dell’intelligence che giustifica tale designazione. +972, Local Call e The Guardian hanno ottenuto i dati numerici dal database senza i nomi o ulteriori rapporti dell’intelligence.

Il bilancio complessivo delle vittime pubblicato quotidianamente dal Ministero della Salute di Gaza (che, come rivelato da Local Call l’anno scorso, è considerato affidabile persino dall’esercito israeliano) non distingue tra civili e militanti. Tuttavia, confrontando i dati sulle vittime tra i militanti ottenuti dal database interno dell’esercito israeliano a maggio con il bilancio totale delle vittime del Ministero della Salute, è possibile calcolare un rapporto approssimativo delle vittime civili causate dalla guerra fino a tre mesi fa, quando il bilancio delle vittime era di 53.000.

Supponendo che tutte le morti, certe e probabili, tra i militanti fossero conteggiate nel bilancio delle vittime, ciò significherebbe che oltre l’83% dei morti a Gaza erano civili. Se si escludessero le morti probabili e si considerassero solo quelle certe, la percentuale di morti civili salirebbe a oltre l’86%.

Fonti di intelligence hanno spiegato che il numero totale di militanti uccisi è probabilmente superiore a quello registrato nel database interno, poiché non include i combattenti di Hamas o della Jihad islamica (PIJ) uccisi ma non identificabili per nome, i cittadini di Gaza che hanno preso parte ai combattimenti ma non erano ufficialmente membri di Hamas o della Jihad islamica (PIJ), né figure politiche di Hamas come sindaci e ministri del governo, che Israele considera anch’essi obiettivi legittimi (in violazione del diritto internazionale).

Tuttavia, ciò non significa necessariamente che il tasso di vittime civili sia inferiore a quello calcolato sopra; anzi, potrebbe essere persino più alto. Studi recenti hanno suggerito che il bilancio delle vittime del Ministero della Salute che attualmente si aggira intorno alle 62.000 sia probabilmente una significativa sottostima del numero totale di vittime dell’attacco israeliano, forse di diverse decine di migliaia.

Falsificare le cifre

Fin dall’inizio della guerra, i funzionari israeliani hanno cercato di respingere le accuse di uccisioni indiscriminate a Gaza, mentre il bilancio delle vittime palestinesi aumentava rapidamente. Nel dicembre 2023, con il totale delle vittime già a quota 16.000, il portavoce internazionale dell’esercito israeliano, Jonathan Conricus, dichiarò alla CNN che Israele aveva ucciso due civili per ogni militante, un rapporto che descrisse come “estremamente positivo”. Nel maggio 2024, quando il bilancio delle vittime aveva raggiunto 35.000, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu affermò che il rapporto era in realtà più vicino a 1:1, un’affermazione che ripeté nel settembre dello stesso anno.

Il numero specifico di militanti che Israele afferma di aver ucciso dal 7 ottobre ha oscillato apparentemente senza alcuna logica. Nel novembre 2023, un alto funzionario della sicurezza suggerì sul sito di notizie israeliano Ynet che Israele avesse già ucciso oltre 10.000 militanti. In una valutazione militare ufficiale presentata al governo il mese successivo questo numero scese a 7.860.

Le misteriose oscillazioni nel numero delle vittime tra i militanti continuarono fino al 2024. Nel febbraio di quell’anno, il portavoce delle IDF affermò che Israele aveva ucciso 13.000 combattenti di Hamas, ma una settimana dopo l’esercito riportò una cifra inferiore, pari a 12.000. Nell’agosto 2024 l’esercito dichiarò di aver ucciso 17.000 militanti di Hamas e PIJ, un numero che si ridusse nuovamente due mesi dopo a 14.000 uccisi “con alta probabilità“. Nel novembre 2024 Netanyahu affermò che il numero era “vicino a 20.000”.

Nel suo discorso di congedo, a gennaio di quest’anno, il Capo di Stato Maggiore uscente Herzi Halevi ha ribadito che dal 7 ottobre a Gaza Israele avrebbe ucciso 20.000 militanti. E a giugno il Centro di studi strategici Begin-Sadat dell’Università di Bar-Ilan, un istituto di destra, ha citato fonti militari che affermavano che il numero di vittime tra i militanti a Gaza ammontasse a 23.000.

Fonti di intelligence hanno riferito a +972, Local Call e The Guardian che alcune di queste affermazioni probabilmente derivavano da un database obsoleto e impreciso gestito dal Comando Sud dell’esercito, che alla fine dell’anno scorso stimava, senza un elenco di nomi, che fossero stati uccisi circa 17.000 militanti. “Questi numeri sono fandonie del Comando Sud”, ha affermato una fonte di intelligence.

I resoconti esagerati del Comando Sud si basavano probabilmente su dichiarazioni di comandanti sul campo i cui subordinati solevano segnalare erroneamente le vittime civili come militanti.

Ad esempio, +972 e Local Call hanno recentemente rivelato un caso in cui un battaglione di stanza a Rafah ha ucciso circa 100 palestinesi, registrandoli tutti come “terroristi”; eppure un ufficiale del battaglione ha testimoniato che in tutti i casi, tranne due, le vittime erano disarmate. Un’inchiesta di Haaretz dell’anno scorso ha rilevato in modo analogo che solo 10 dei 200 “terroristi” uccisi dalla 252ª Divisione nel Corridoio di Netzarim, secondo quanto dichiarato dal portavoce dell’IDF, potevano essere considerati agenti di Hamas.

Nell’aprile 2024 il quotidiano di destra Israel Hayom ha riferito che diversi membri della Commissione Affari Esteri e Difesa della Knesset avevano messo in dubbio l’affidabilità delle cifre relative alle vittime tra i militanti presentate loro dall’esercito. Dopo aver esaminato i dati forniti dall’esercito, i membri della commissione hanno scoperto che la cifra reale era molto inferiore e che l’esercito aveva gonfiato il numero di vittime tra i militanti “per creare un rapporto di 2:1” tra uccisioni di civili e di militanti.

“Stiamo segnalando l’uccisione di molti militanti di Hamas, ma credo che la maggior parte delle persone che segnaliamo come morte non siano realmente militanti di Hamas”, ha dichiarato a +972, Local Call e The Guardian una fonte dell’intelligence che ha accompagnato le forze sul campo. “Le persone vengono promosse al rango di terrorista dopo la loro morte. Se avessi dato retta alla brigata sarei giunto alla conclusione che avevamo ucciso il 200% dei militanti di Hamas nella zona”.

Una fonte ufficiale della sicurezza ha confermato che prima che il database dell’intelligence fosse in uso le cifre fornite dall’esercito riguardo alle vittime tra i militanti, come il numero di 17.000, erano solo una “stima” basata in gran parte sulle testimonianze degli ufficiali. “Il metodo di conteggio è cambiato”, ha detto la fonte. “All’inizio della guerra, [ci basavamo] sui comandanti che dicevano ‘Ho ucciso cinque terroristi'”.

Il database dell’intelligence, al contrario, si basa su un’analisi persona per persona e fornisce le uniche cifre sulle quali l’esercito può “fare affidamento” con un alto grado di certezza, ha spiegato la fonte, anche supponendo che i dati possano essere sottostimati. La fonte ha aggiunto che i numeri dichiarati pubblicamente dai leader politici non sono coordinati con i dati di intelligence disponibili.

L’analista palestinese Muhammad Shehada ha dichiarato a +972, Local Call e The Guardian che i numeri nel database dell’intelligence corrispondono strettamente a quelli a lui trasmessi da funzionari di Hamas e della Jihad islamica palestinese: questi nel dicembre 2024 stimavano che Israele avesse ucciso circa 6.500 dei loro membri, compresi quelli dell’ala politica.

“Mentono continuamente”

Poco dopo il 7 ottobre Yossi Sariel, allora comandante della squadra d’élite di intelligence dell’esercito, l’Unità 8200, iniziò a condividere un aggiornamento quotidiano con i suoi subordinati che mostrava il numero di combattenti di Hamas e della Jihad islamica (PIJ) uccisi a Gaza. Il grafico, secondo tre fonti che lo conoscevano, era chiamato “war dashboard” [pannello di controllo di guerra, ndt.] e veniva presentato da Sariel come misura del successo dell’esercito.

“Insisteva molto su ‘dati, dati, dati'”, ha spiegato uno dei subordinati di Sariel. “[C’era] la necessità di misurare tutto in termini quantitativi. Per dimostrare l’efficienza. Per cercare di rendere tutto più intelligente e tecnologico”. Un’altra fonte ha affermato che era come “una partita di calcio, con gli ufficiali seduti a guardare i numeri salire sul pannello di controllo”. (Yossi Sariel ha rifiutato la nostra richiesta di commento, rimandandoci al portavoce delle IDF).

Il Maggior Generale (in congedo) Itzhak Brik, che ha prestato servizio per molti anni come comandante dell’esercito israeliano e in seguito come Difensore Civico per i Reclami dei Soldati, ha spiegato come questa prospettiva abbia alimentato una cultura della menzogna. “Hanno creato un sistema [in base al quale] più si uccideva, più si otteneva successo, e di conseguenza hanno mentito sul numero di persone uccise”, ha affermato, descrivendo i numeri presentati dal portavoce delle IDF come “uno dei bluff più gravi” nella storia di Israele.

“Mentono continuamente, sia a livello militare che politico”, ha aggiunto Brik. “Per ogni raid il portavoce dell’IDF annunciava: ‘Centinaia di terroristi sono stati uccisi'”, ha continuato. “È vero che centinaia di persone sono state uccise, ma non erano terroristi. Non c’è assolutamente alcuna connessione tra i numeri che annunciano e ciò che sta realmente accadendo”.

Ha aggiunto che nel parlare con i soldati il ​​cui compito era esaminare e identificare i corpi delle persone uccise dall’esercito a Gaza, gli è stato riferito: “Tutti quelli che l’esercito afferma di aver ucciso, per la maggior parte sono [civili]. Punto”.

Sia Hamas che la Jihad islamica palestinese sono state gravemente indebolite dall’offensiva israeliana degli ultimi due anni, che ha ucciso la maggior parte dei vertici delle organizzazioni e danneggiato significativamente le loro infrastrutture militari. Tuttavia, i dati ottenuti dal database dell’intelligence mostrano che Israele ha ucciso solo un quinto di coloro che considera militanti. Stime dell’intelligence americana suggeriscono che Hamas abbia reclutato 15.000 militanti durante la guerra, il doppio di quelli uccisi da Israele.

Ma la diffusa retorica genocida della leadership e degli alti comandi militari israeliani fin dall’inizio della guerra suggerisce l’intenzione di colpire tutti i palestinesi di Gaza, non solo i militanti. La mattina del 7 ottobre, l’allora capo di stato maggiore Herzi Halevi disse alla moglie: “Gaza sarà distrutta”, ha rivelato lei in un recente podcast. E in una registrazione trapelata negli ultimi mesi, trasmessa la scorsa settimana sul Canale 12 israeliano, l’allora direttore di Aman, Aharon Haliva, affermò che “50 palestinesi devono morire” per ogni israeliano ucciso il 7 ottobre, aggiungendo: “e non importa se sono bambini”.

Il diritto internazionale non stabilisce cosa costituisca un rapporto “accettabile” tra le vittime civili, ma piuttosto esamina ogni attacco secondo il principio di “proporzionalità“. A questo proposito, già nel novembre 2023 +972 e Local Call avevano rivelato che dopo il 7 ottobre l’esercito israeliano aveva allentato significativamente le restrizioni sulle vittime civili, autorizzando l’uccisione di oltre 100 civili palestinesi nel caso si tentasse di assassinare un alto comandante di Hamas, e fino a 20 per i suoi subalterni.

Il risultato di questa politica dell’eliminazione fisica e del rafforzamento della cultura della vendetta seguite al 7 ottobre è un tasso di vittime civili a Gaza estremamente elevato per una guerra moderna, affermano gli esperti, anche rispetto a conflitti noti per le uccisioni indiscriminate come le guerre civili siriane e sudanesi.

“Questa percentuale di civili tra le vittime sarebbe insolitamente alta, soprattutto perché si protrae da così tanto tempo”, ha affermato Therese Pettersson dell’Uppsala Conflict Data Programme [Programma statistico sui conflitti di Uppsala, ndt.] (UCDP), che raccoglie dati sulle vittime civili in tutto il mondo. Ha aggiunto che è possibile riscontrare tassi simili tra vittime civili quando si individua una particolare città o battaglia all’interno di un conflitto più ampio, ma “molto raramente” quando si considera una guerra nel suo complesso.

Nei conflitti internazionali monitorati dall’UCDP dal 1989 i civili hanno rappresentato una percentuale maggiore di vittime solo nei genocidi di Srebrenica (1992-95) e Ruanda (1994) e durante l’assedio di tre mesi di Mariupol da parte della Russia (2022), ha affermato Pettersson.

Solo quando ci sarà un cessate il fuoco sarà possibile calcolare con precisione il numero di vittime civili e militanti a Gaza. Ma i dati dell’intelligence indicano che il tasso di vittime civili è di gran lunga superiore alle cifre che Israele ha presentato al mondo negli ultimi due anni.

+972 e Local Call hanno inizialmente contattato il portavoce delle IDF per un commento alla fine di luglio, ricevendo una dichiarazione che non contestava le nostre conclusioni: “Durante tutta la guerra sono state condotte valutazioni di intelligence complete sul numero di terroristi eliminati nella Striscia di Gaza. Il conteggio è un processo di intelligence complesso che si basa sulla situazione delle forze sul campo e sulle informazioni dell’intelligence, incrociando un’ampia gamma di fonti di intelligence”.

Tre settimane dopo, in seguito alla richiesta di commento del Guardian sugli stessi dati, l’esercito ha dichiarato di voler “riformulare” la sua risposta e ha respinto le nostre conclusioni senza ulteriori spiegazioni: “Le cifre presentate nell’articolo sono errate e non riflettono i dati disponibili nei sistemi delle IDF. Durante tutta la guerra vengono condotte continue valutazioni di intelligence sul numero di terroristi eliminati nella Striscia di Gaza, basate su metodologie BDA [valutazioni dei danni da bombardamento] e su verifiche incrociate di varie fonti… [inclusi] documenti provenienti da organizzazioni terroristiche nella Striscia”.

Al momento nessun portavoce ha risposto alla domanda sul perché l’esercito abbia fornito risposte diverse a domande su un singolo set di dati.

Ha contribuito all’articolo Emma Graham-Harrison di The Guardian.

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Come gli israeliani hanno fatto del negazionismo un’arte

Ron Dudai*

22 Agosto 2025, +972 Magazine

Mentre gli abitanti di Gaza documentano le uccisioni di massa e la carestia in tempo reale, gran parte della società civile israeliana reagisce dicendo “È tutto falso. E se lo meritano”

Dieci anni fa, durante gli ultimi giorni delle manifestazioni settimanali di protesta congiunte di palestinesi ed ebrei contro la costruzione da parte di Israele del muro di separazione nel villaggio di Al Ma’asara in Cisgiordania, uno dei rituali con cui aprivamo la manifestazione era un discorso di Mahmoud, un leader della comunità locale. Con il telefono in mano diceva: “Non ci sarà un’altra Nakba, perché adesso abbiamo questo. Abbiamo gli smartphone. Abbiamo Facebook. Proveranno a cacciarci via di nuovo, ma tutti potranno vederlo e fermarlo. Nel 1948 non avevamo gli smartphone, non c’era Facebook. Ora non succederà”.

Ripeteva questo mantra ogni venerdì, agli attivisti vicino a lui, ai soldati di fronte a noi, e a sé stesso. In quel momento suonava rassicurante. Ma si sbagliava.

Il genocidio in corso a Gaza da parte di Israele è forse l’atrocità documentata in maggior dettaglio nella storia recente, sia in termini della semplice quantità di prove documentali sia per la velocità con cui viene diffusa. Gli smartphone e i social media, che ancora erano di là da venire al momento dei genocidi in Bosnia e Rwanda, permettono di catturare gli eventi nel momento in cui accadono, da innumerevoli angolazioni, e di condividerli globalmente in tempo reale, mentre i media tradizionali ancora giocano un ruolo di supporto non indifferente.

E tuttavia, di fronte al flusso infinito di immagini e video di civili morti, di bambini scheletrici, di interi quartieri ridotti in macerie, gran parte del pubblico israeliano, e una parte significativa dei sostenitori di Israele all’estero, reagiscono in uno dei due modi: o è tutto falso oppure i gazawi se lo meritano. Spesso, paradossalmente, entrambe le cose: “Non ci sono bambini morti a Gaza, e abbiamo fatto bene a ucciderli”.

Una nuova era di negazione

La negazione delle atrocità è un fenomeno globale, ma la società israeliana l’ha trasformato in una specie di arte. Non è affatto una coincidenza che una delle opere più importanti sull’argomento Stati di negazione. La rimozione del dolore nella società contemporanea (Carocci 2002) del sociologo Stanley Cohen fosse ispirato alla sua esperienza personale di attivista per i diritti umani in Israele durante la Prima Intifada alla fine degli anni 1980.

Sulla base della sua esperienza Cohen descrive un repertorio di negazione utilizzato sia dagli Stati che dalle società: “non è successo” (non abbiamo mai torturato nessuno); “quello che è successo è qualcos’altro” (non si trattava di tortura ma di “moderata sollecitazione fisica”); “non c’erano alternative” (il pericolo imminente ha reso la tortura un male necessario).

In Israele questa logica ha le sue radici nel mito della “purezza delle armi” (la convinzione che Israele agisca solo per autodifesa) e la vecchia mentalità “spara e piangi” (il concetto che gli israeliani possono commettere violenze ma che, nonostante ciò, mantengono un primato morale perché poi se ne dolgono). Ma per quanto aberrante possa essere questa disposizione mentale purtuttavia essa poggia su due importanti presupposti: che le atrocità come la tortura, l’uccisione di civili, e il trasferimento forzato siano essenzialmente sbagliati e che quindi richiedano una giustificazione o debbano essere nascosti; e che la documentazione o lo svelamento della verità abbiano valore, anche solo come ostacoli da aggirare.

Per quanto ripugnante, l’ipocrisia insita nel mito della “purezza delle armi” ha una sua utilità: lascia spazio, per quanto poco, ad una sua correzione. Quando la distanza tra retorica e realtà viene svelata può provocare imbarazzo e perfino spingere al cambiamento. In un mondo come questo le immagini catturate da uno smartphone e condivise immediatamente possono davvero avere un peso.

Ma non è questo il mondo in cui oggi viviamo. In Israele l’istinto a liquidare qualsiasi documentazione da Gaza come “fake news” è stato assorbito nel discorso dominante, a partire dai principali esponenti politici e fino ai commentatori anonimi nei siti di notizie. Questo riflesso è radicato nella mentalità complottista importata dagli ambienti della destra statunitense, proprio come la retorica dello “Stato profondo” del presidente Donald Trump è diventata una delle preferite del primo ministro Benjamin Netanyahu e dei suoi sostenitori.

Uno dei principali apostoli di questo stile di negazione è il personaggio mediatico di estrema destra Alex Jones. Nel 2012, quest’alleato di lungo corso di Trump sosteneva che la sparatoria nella scuola elementare Sandy Hook, nella quale 20 studenti e sei adulti erano stati assassinati, era una messa in scena. Nonostante le prove schiaccianti, Jones insisteva che tutti i video del massacro, i genitori in lutto, perfino i corpi delle vittime, erano falsi, tutto parte di una cospirazione del partito Democratico per sabotare il diritto degli americani a portare armi.

Questo tipo di discorso ha iniziato a insinuarsi nella società israeliana anche prima del 7 ottobre, prima online e poi in luoghi di dibattito ufficiali. E più la guerra si è trascinata più si è diffuso, spesso diventando un riflesso condizionato: il video di un genitore palestinese che culla il corpo di un neonato? “Attori con una bambola”. Foto di civili uccisi da soldati israeliani? “Generate dall’intelligenza artificiale, manipolate, o prese altrove”. E così via, all’infinito.

Questa retorica è stata spesso affiancata al termine “Pallywood”, una parola composta a significare “Hollywood palestinese”. Importata dagli ambienti della destra statunitense all’inizio degli anni 2000, suggerisce che le immagini di palestinesi sofferenti non sono reali, ma parte di un’elaborata industria cinematografica: una vasta cospirazione a cui collaborano i palestinesi, le organizzazioni per i diritti umani e i media internazionali per inventarsi atrocità.

In una precedente era di negazione di atrocità perlomeno l’affermazione che si trattava di messe in scena erano per lo meno elaborate. Molti ancora ricordano il caso di Muhammad Al Durrah, il dodicenne ucciso a Gaza nel settembre del 2000, la cui morte diventò il simbolo della Seconda Intifada. Gli israeliani e i loro sostenitori investirono immense risorse per tentare di screditare il filmato: centinaia di ore di analisi, inchieste, perfino documentari, che passavano al setaccio angolazioni di ripresa, balistica e dettagli forensi per sostenere che l’intero episodio fosse una messa in scena.

Oggi, non c’è più bisogno di simili sforzi per negare. Le complicate teorie complottiste del passato sono state sostituite da una forma più grezza di negazionismo che gli studiosi chiamano “cospirazionismo”, il rifiuto istintivo di qualsiasi prova che contraddica i propri interessi, considerandola falsa. La documentazione è liquidata con una singola parola: “Falsa”.

Post-verità, post-vergogna

Prendete, ad esempio, l’evidenza incontrovertibile della carestia a Gaza. La logica è dolorosamente semplice: una popolazione sotto assedio, i cui mezzi di autosufficienza sono stati completamente distrutti sarà inevitabilmente ridotta alla fame. Tuttavia in Israele, dai commentatori online ai più alti esponenti governativi, la reazione istintiva è sempre la stessa: “è tutto falso”.

Netanyahu ha parlato di “percezione di una crisi umanitaria” presumibilmente creata da “foto messe in scena o manipolate abilmente” distribuite da Hamas. Il ministro degli esteri Gideon Sa’ar ha liquidato le immagini di bambini scheletrici come “realtà virtuale” citando la presenza di adulti “ben nutriti” vicino a loro. L’esercito ha sostenuto che Hamas stava riciclando immagini di bambini yemeniti o creando dei falsi generati dall’intelligenza artificiale. Il giornalista di Ynet Itamar Eichner, altrimenti fortemente critico nei confronti del governo, ha espresso lo stesso sentimento: “Loro [i palestinesi] sanno che le foto dei bambini affamati sono un punto debole. È probabile che le foto siano una messinscena, e i bambini potrebbero essere ammalati di qualcos’altro”.

Il bambino Yazan Abu Foul di due anni in braccio ala madre il 19 luglio 2025 Foto Yousef Zaanoun/Activestills

Questo schema negazionista compare anche nel discorso accademico. Una recente relazione del Centro di studi strategici Begin-Sadat dell’università Bar-Ilan, “Smentire le accuse di genocidio: una nuova analisi della guerra tra Israele e Hamas (2023-2025)”, contiene una sezione intitolata “Fonti false e altre generate dall’IA”.

Nonostante Ie prove documentate di atrocità siano sempre state contrastate con rifiuti e dinieghi, la situazione oggi è completamente diversa. Nell’era della “post-verità”, una combinazione di massimo sospetto e manipolazione dell’IA, l’erosione della fiducia nei media istituzionali e il crollo delle difese democratiche ha reso l’istinto di gridare al “falso” riguardo a qualsiasi cosa non sia di proprio gradimento più diffuso e potente di quanto non lo sia mai stato.

Nel frattempo, il comprensibile rifiuto da parte della grande maggioranza dei media israeliani di mostrare cosa davvero sta succedendo a Gaza significa che anche quando alcune immagini riescono alla fine a raggiungere il pubblico la reazione è spesso poco più che una scrollata di spalle o un rifiuto collettivo. Tuttavia, quasi ogni volta quella scrollata di spalle è accompagnata da “se lo meritano”, e la negazione e la giustificazione si intrecciano in quello che può sembrare un paradosso ma che in realtà riflette le due facce della stessa medaglia.

Il ministro del patrimonio culturale Amichai Eliyahu ha recentemente dichiarato: “Non c’è carestia a Gaza, e quando vi mostrano fotografie di bambini che muoiono di fame guardate con attenzione, ne vedrete sempre uno grasso lì vicino, che mangia bene. È tutta una messinscena”. Nella stessa intervista ha dichiarato: “Non c’è nessuna nazione che dà da mangiare ai suoi nemici. Avete perso la testa? Il giorno in cui restituiranno gli ostaggi là nessuno più soffrirà la fame. Il giorno in cui uccideranno i terroristi di Hamas nessuno soffrirà più la fame”.

Dopo vent’anni di assedio, durante i quali noi israeliani abbiamo tentato di toglierci dalla vista e dal pensiero Gaza e i suoi due milioni di residenti palestinesi, il massacro del 7 ottobre ha riportato brutalmente in piena vista quello che avevamo tentato di dimenticare. Forse è stato allora che queste due reazioni, “falso” e “se lo meritano” hanno trovato piena convergenza. La prima al servizio dell’immagine che vogliamo avere della nostra nazione (“i nostri figli non stanno commettendo atrocità”) e delle richieste della hasbara, la propaganda israeliana, per guadagnare tempo sulla scena internazionale. La seconda è una reazione cruda, viscerale, al dolore e all’umiliazione dell’essere stati colpiti da coloro che a lungo abbiamo considerato come esseri inferiori. Insieme, si sono fuse in una reazione che prevale su qualsiasi appello alla moralità, non richiede sospensioni e non esige scuse.

E qui sta la seconda sfida alla convinzione che gli smartphone e i social network possano fermare le atrocità. La lotta per i diritti umani si era sempre basata sul presupposto che documentare gli abusi avrebbe esposto i perpetratori alla “vergogna,” inducendoli a cambiare il loro comportamento. Ma cosa succede quando i perpetratori non provano più vergogna, e apertamente non prendono in alcuna considerazione la censura morale e perfino la stessa idea di verità? In questo caso la documentazione e la distribuzione, per quanto rapida o diffusa, perdono il loro potere.

In effetti, come hanno dimostrato i rapporti sui diritti umani e le istanze presentate davanti ai tribunali internazionali negli ultimi due anni, i leader militari, politici e culturali di Israele ora ammettono apertamente, di volontà propria, quello che in altre circostanze i gruppi per i diritti umani avrebbero cercato disperatamente di provare.

Dopo decenni di negazione della Nakba, in cui la parola stessa era stata bandita, i legislatori israeliani ora dichiarano orgogliosamente che Israele sta conducendo una seconda Nakba a Gaza. Mentre una volta i volontari dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem dovevano filmare dettagliatamente le atrocità commesse in Cisgiordania, solo per ricevere in risposta una scusa dopo l’altra, come ad esempio che gli incidenti erano stati “presi fuori contesto”, oggi gli stessi soldati israeliani registrano le violazioni dei diritti umani e li caricano sui loro social media senza esitazione.

Siamo assistendo al collasso del ciclo tradizionale di svelamento, negazione e conferma. In una tale realtà a cosa servono gli smartphone e i social media?

Crepe nel muro

Mentre i benefici della documentazione delle atrocità sono molto minori di quello che avevamo sperato in passato, sono ancora significativi. Mentre scrivo, sembra che le reazioni istintive “falso” e “se lo meritano” stiano finalmente incontrando degli ostacoli consistenti.

Di fronte alle abbondanti e implacabili prove della carestia a Gaza, le grida di “falso” stanno diventanto sempre più frenetiche e disperate. Sembra che le feroci calunnie, ripetute continuamente nei discorsi degli israeliani, che un bambino di Gaza che soffre di una malattia preesistente in qualche modo assolve Israele dalla responsabilità di farli morire di fame non riescano più a fermare la consapevolezza crescente in Israele della sofferenza palestinese, e della sua fondamentale ingiustizia.

Le arrampicate sugli specchi ora consuete nelle argomentazioni israeliane, che sì è vero che c’è una carestia ma che è colpa di Hamas; che si tratta di una conseguenza non voluta della guerra; che il mondo è ipocrita perché non tratta nello stesso modo la carestia in Yemen; ci riportano tutte alle negazioni descritte da Stanley Cohen. Ma suggeriscono anche qualcos’altro: la titubante riapparizione dell’imbarazzo, e forse perfino della vergogna, almeno in alcuni segmenti della popolazione israeliana.

Ciò che sembra aver contribuito a questo cambiamento sono, da una parte, le reazioni della comunità internazionale alla carestia, e dall’altra, la possibilità di ammettere la carestia senza implicare direttamente i soldati e i piloti (“i nostri figli migliori”). Tuttavia, un ruolo l’ha giocato anche il semplice accumulo di fotografie e documentazione incontrovertibile da Gaza. La persistenza di individui e organizzazioni nel documentare e riferire, da dentro e fuori Gaza, e nel validare e far circolare questo materiale in Israele e in tutto il mondo ha avuto infine un impatto.

Ma il piano israeliano di occupare la Striscia di Gaza e trasferire forzatamente i suoi residenti in quello che potrebbe essere considerato un campo di concentramento prima della loro espulsione permanente dalla Striscia rischia di trasformare qualcosa di già disastroso in qualcosa di ancora peggiore. La domanda è se il pubblico israeliano si ritirerà ulteriormente nella negazione o se sarà costretto a fare finalmente i conti con la realtà.

* Ron Dudai è Professore associato al Dipartimento di sociologia e antropologia dell’Università Ben-Gurion del Negev.

[traduzione dall’inglese di Federico Zanettin]




Israele approva la colonizzazione del progetto E1 per “eliminare” lo Stato palestinese con “azioni e non con slogan”

Rayhan Uddin e Lubna Masarwa

20 agosto 2025 – Middle East Eye

La commissione per la colonizzazione autorizza 3.400 unità abitative che secondo il ministro delle Finanze lascerà “gli ipocriti dirigenti europei senza niente da riconoscere”

Con un’iniziativa che un ministro ha descritto come la “cancellazione” di uno Stato palestinese “non con slogan ma con azioni concrete”, Israele ha autorizzato la costruzione del progetto di colonizzazione E1 nella Cisgiordania occupata.

Mercoledì la sottocommissione per la colonizzazione dell’Amministrazione Civile [l’organismo militare che governa i territori palestinesi occupati, ndt.] ha approvato la costruzione di 3.400 nuove unità abitative sul territorio palestinese occupato.

La maggior parte di esse verrà costruita nei pressi della colonia già esistente di Maale Adumim, in una zona che intende collegare alcune colonie in Cisgiordania con Gerusalemme est occupata.

Il progetto include 342 unità in una nuova colonia ad Asael, nel sud della Cisgiordania. Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha affermato: “Oggi abbiamo definito una storica situazione di fatto. Con l’E1 abbiamo finalmente realizzato quello che è stato promesso da anni. È un momento fondamentale per la colonizzazione, per la sicurezza e per tutto lo Stato di Israele.”

Per la seconda volta negli scorsi giorni il ministro ha collegato direttamente il progetto con la fine della soluzione a due Stati.

“Lo Stato palestinese sta per essere tolto di mezzo non con degli slogan ma con i fatti. Ogni colonia, ogni quartiere, ogni unità abitativa è un altro chiodo nella bara di questa idea pericolosa,” ha detto Smotrich.

Il ministro, che guida il partito Sionismo Religioso [dell’estrema destra nazionalista religiosa, ndt.], ha chiesto al primo ministro Benjamin Netanyahu di “completare l’operazione mettendo in pratica la piena sovranità su Giudea e Samaria, qui e ora,” facendo riferimento all’annessione formale della Cisgiordania, che Israele ha occupato dal 1967 in violazione delle leggi internazionali.

Il progetto edilizio E1 risale alla fine degli anni ’90, ma la sua messa in pratica è stata rimandata a causa dell’opposizione internazionale.

Sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea hanno messo in guardia i successivi governi israeliani dal portare avanti il progetto facendo riferimento al suo impatto sulla soluzione a due Stati.

I governanti europei non avranno niente da riconoscere”

L’accelerazione dei progetti sembra essere una risposta all’annuncio da parte di Francia, Gran Bretagna, Canada e Australia di aver intenzione di riconoscere lo Stato palestinese durante un incontro alle Nazioni Unite del mese prossimo.

La scorsa settimana Smotrich ha dichiarato che ogni Stato che “cerchi di riconoscere uno Stato palestinese riceverà da noi una risposta sul campo,” non nella forma di documenti o dichiarazioni, ma attraverso la costruzione di “case, quartieri (e) strade”.

Mercoledì ha ripetuto lo stesso concetto affermando: “É venuto il momento di lasciare per sempre nel dimenticatoio l’idea di dividere la terra e di garantire che entro settembre gli ipocriti politici europei non avranno niente da riconoscere.”

Il progetto E1 intende tagliare fuori le comunità palestinesi tra Gerusalemme e la Valle del Giordano, che include una zona storica nota come al-Bariyah o “Deserto di Giudea”, che la Palestina ha presentato alla lista provvisoria dell’Unesco per l’inclusione tra i siti patrimonio dell’umanità.

“Ciò significa anche che la principale strada storica da Gerico a Gerusalemme, esistita per più di 3.000 anni e percorsa da Gesù, verrà totalmente chiusa ai palestinesi,” ha detto la settimana scorsa a Middle East Eye Jamal Juma, coordinatore della campagna “Stop the Wall” [Fermare il Muro, movimento contro la costruzione del muro di separazione costruito da Israele in Cisgiordania, ndt.]

L’isolamento di Gerusalemme est da alcune parti della Cisgiordania obbligherà i palestinesi a fare lunghe deviazioni per viaggiare da varie città e centri urbani.

Il progetto è stato messo in relazione con la frammentazione della Palestina occupata in “bantustan”, un riferimento ai ghetti per soli neri creati nel Sudafrica dell’apartheid.

“Hebron e Betlemme diventeranno altre Gaza, una striscia isolata dalla Cisgiordania. Lo stesso succederà a Ramallah,” ha affermato Juma.

Strada dell’apartheid

A marzo il gabinetto israeliano per la sicurezza politica ha approvato una strada separata per i palestinesi a sud dell’Area E1 che colleghi il nord e il sud della Cisgiordania.

La strada è vista come un passo previo per l’estensione della costruzione di colonie nella zona. In base al progetto il transito dei palestinesi verrebbe deviato lontano dalla Route 1, la principale autostrada che collega Gerusalemme a Maale Adumim, riservandola principalmente per l’uso da parte di israeliani.

“Il governo israeliano sta annunciando apertamente l’apartheid,” sostiene Aviv Tatarsky, ricercatore dell’associazione israeliana per i diritti umani Ir Amim. “Afferma esplicitamente che i progetti dell’E1 sono stati approvati per “seppellire” la soluzione a due Stati e rafforzare la sovranità di fatto. Una conseguenza immediata potrebbe essere l’espulsione di oltre una decina di comunità palestinesi che vivono nell’Area E1.”

Circa 700.000 coloni israeliani vivono in approssimativamente 300 colonie illegali in Cisgiordania e a Gerusalemme est, tutte costruite da quando Israele si è impossessato dei territori nella guerra del 1967.

In base alle leggi internazionali la costruzione di colonie su un territorio occupato è illegale.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Come von der Leyen ha sposato il movimento dei coloni israeliani

David Cronin  

19 agosto 2025 – The Electronic Intifada

La Palestina viene fatta a pezzi e l’Unione Europea risponde con frasi vuote.

Bezalel Smotrich, il ministro delle Finanze di Israele dichiaratamente fascista, sta ripristinando il progetto E-1 che rilancerà la colonizzazione nell’area che connette Gerusalemme est con il resto della Cisgiordania. Smotrich non fa segreto del fatto che il suo piano è seppellire la prospettiva di uno Stato palestinese.

Lo sta facendo nel momento in cui diversi paesi occidentali vanno verso il riconoscimento di una cosa chiamata Stato di Palestina.

Lo strangolamento delle comunità palestinesi che Smotrich sta promuovendo in Cisgiordania non va considerato prescindendo da come si è vantato di aver annientato ogni speranza per la popolazione di Gaza.

Lui ed altri ministri del governo hanno massacrato l’intero corpo delle leggi internazionali entrate in vigore in seguito all’Olocausto. Le convenzioni dell’ONU che mettono fuori legge il furto delle terre e sanciscono la necessità di impedire e punire il genocidio sono state formulate nella seconda parte degli anni ’40 del novecento.

Invece di richiamare Israele alle sue responsabilità, Kaja Kallas, la responsabile della politica estera dell’UE, ha emesso un blando richiamo a Israele a “desistere” dal portare avanti la decisione sul progetto E-1. Il richiamo si basa sulla “necessità di agire per tutelate la fattibilità della soluzione dei due Stati.”

Se Kallas crede davvero in queste fesserie, allora dovrebbe consultare qualche mappa geografica. La semplice realtà è che l’incessante inglobamento da parte di Israele della terra palestinese significa che la soluzione dei due Stati è da tempo insostenibile.

La devozione dell’UE alla soluzione dei due Stati ha le caratteristiche della fantasia. Ma la politica realmente perseguita è un inganno.

Ripetendo l’espressione “soluzione dei due Stati” come fosse un mantra del buon senso, i politici di Bruxelles vorrebbero ingannare l’opinione pubblica facendole credere contro ogni plausibilità che stanno lavorando per la pace.

Inoltre la soluzione dei due Stati è sempre stata pensata per perpetuare l’apartheid. È una ricetta presuntamente progressista per preservare Israele come Stato legato alla supremazia ebraica, confinando i palestinesi in un frammento della loro patria storica.

Adeguamento

In tutti i loro discorsi su una soluzione a due Stati i rappresentanti dell’UE si adeguano totalmente al movimento dei coloni israeliani.

Nel gennaio 2024 Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, ha accolto a Bruxelles Dani Dayan, un dirigente di spicco del movimento dei coloni.

Avvalendomi delle norme sulla libertà di informazione, ho finalmente ottenuto la richiesta che l’ambasciata di Israele a Bruxelles ha inviato a von der Leyen quando la visita di Dayan era in corso di preparazione.

La richiesta – vedi sotto– sottolinea che Dayan è stato capo dello Yesha Council. Mentre l’ambasciata israeliana non ha esplicitato quel che fa tale organizzazione, una veloce ricerca su internet da parte dello staff di von der Leyen sarebbe stato sufficiente a chiarire che lo Yesha Council è un’organizzazione che riunisce le principali colonie israeliane in Cisgiordania.

In quel ruolo Dayan ha affermato che è “grande interesse di Israele sviluppare il progetto E-1”

La “filosofia” di Dayan è stata sintetizzata in un suo articolo del 2012 per il New York Times. “La nostra presenza in tutta la Giudea e Samaria (la Cisgiordania) – non solamente nei cosiddetti blocchi di insediamenti – è un fatto irreversibile,” ha affermato, bollando come “vani” i tentativi di fermare l’espansione delle colonie

Dato che Dayan sostiene l’esatto contrario di ciò che predicano i rappresentanti dell’UE, perché l’anno scorso Ursula von der Leyen lo ha accolto a Bruxelles?

La risposta sta nel suo attuale incarico. Oggi Dayan è a capo dello Yad Vashem, il museo dell’Olocausto di Israele a Gerusalemme.

Come non pochi politici tedeschi, von der Leyen insiste molto sull’Olocausto, mentre permette un olocausto attuale a Gaza.

A ottobre 2023 è andata in visita dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e gli ha garantito che avrebbe potuto “contare sul” sostegno dell’UE nella guerra contro Gaza. Se aveva intenzione di appoggiare tanto calorosamente un genocidio, è logico che non debba avere scrupoli ad abbracciare Dayan.

Adesso che lui ha raggiunto una posizione di rilievo gestendo un museo dell’Olocausto con cui l’UE collabora abitualmente, la dirigenza di Bruxelles è pronta a chiudere un occhio sul sostegno di Dayan all’espansione delle colonie, una posizione che non ha mai rinnegato.

Il tappeto rosso offerto a Dayan non è stato un incidente isolato. Lo staff alle dipendenze della citata Kaja Kallas ha di recente accolto a Bruxelles Elie Pieprz, un altro veterano dello Yesha Council.

Intanto nei giorni scorsi la Francia ha affermato di “condannare fermamente” la distruzione da parte di Israele di una scuola nel nord della Cisgiordania. La scuola era stata finanziata dalla Francia, congiuntamente all’Unione Europea.

Come ha sottolineato Gerard Araud, un ex diplomatico francese, una simile distruzione è “un classico” dell’occupazione israeliana. La risposta dell’UE agli attacchi ad una infrastruttura da essa finanziata non ha mai comportato azioni concrete contro Israele.

L’ultima protesta francese è in linea con un modello ben consolidato da cui gli Stati e le istituzioni dell’UE raramente si allontanano.

Mostrare orrore per gli effetti della violenza israeliana – violenza che l’Occidente permette – è obbligatorio. Punire Israele non è mai contemplato.

David Cronin è un redattore di The Electronic Intifada. Tra i suoi libri: Balfour’s Shadow: A Century of British Support for Zionism and Israel  [L’ombra di Balfour: un secolo di sostegno britannico al sionismo e a Israele] e Europe’s Alliance with Israel: Aiding the Occupation [L’alleanza dell’Europa con Israele: aiuto all’occupazione].

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




“Troppo affamato per pensare, troppo debole per stare seduto dritto. La concentrazione scivola via”: la vita di un docente universitario a Gaza

Ahmed Kamal Junina,

19 agosto 2025, The Guardian

È difficile tenere la mente lucida quando il corpo è gracile e disidratato, ma la solidarietà è insegnare agli studenti affamati che i loro pensieri continuano a essere importanti.

Devo ammetterlo: scrivo questo testo mentre sto morendo di fame, troppo affamato per pensare con lucidità, troppo debole per stare seduto a lungo senza afflosciarmi. Non me ne vergogno perché l’inedia mi è inflitta deliberatamente. Rifiuto la fame che provo anche mentre mi sta consumando. Non posso sopravvivere in altro modo.

Dal 2 marzo 2025 Israele ha imposto il blocco totale a Gaza. Gli aiuti che riescono a entrare o a essere distribuiti, cibo, medicine, carburante, sono pochissimi. I mercati sono vuoti e i panifici, le mense comunitarie e le stazioni di rifornimento sono chiuse.

Il 27 luglio l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato 74 decessi per “malnutrizione” a Gaza quest’anno, 63 dei quali a luglio. Tra i morti ci sono 25 bambini, di cui 24 sotto i cinque anni. La fame sta dilagando in modo incontrollabile, quasi impossibile da fermare.

Un rigagnolo di aiuti è stato lanciato dal cielo. L’organizzazione umanitaria Medici senza frontiere ha chiamato questi lanci “notoriamente inefficaci e pericolosi”. I punti di distribuzione della Gaza Humanitarian Foundation, sostenuta dagli Stati Uniti e da Israele, sono stati denunciati come “trappole mortali”, e l’ONU ha avvertito che si tratta di un sistema che viola i principi umanitari ed è costato più vite di quante ne abbia salvato.

La carestia non è più una minaccia, è già qui. Alcuni giorni ho i crampi per la fame mentre provo a rivedere anche un solo paragrafo. Le mie dita sono secche e doloranti, inaridite dalla mancanza di liquidi. La fame è assordante. Leggo, ma la fame mi urla nelle orecchie. Scrivo, ma la fame mi azzanna lo stomaco ad ogni tasto che batto.

E quando cerco di calmarmi, di pensare ai modesti piaceri della quiete ronzante dei droni, la mia mente vaga: in quale tana di coniglio sarei precipitato se fossi in una biblioteca? Cosa non farei per un caffè tra un articolo e l’altro. Per un panino tra una frase e l’altra. Per uno spuntino mentre sfoglio pigramente l’ultimo numero di TESOL Quarterly [rivista di didattica della lingua inglese, N.d.T.].

Mi chiedo: come posso tenere la mente lucida quando il mio corpo è diventato così magro e disidratato?

La fame inizia con un brontolio e si diffonde rapidamente. Le gambe mi sorreggono a malapena mentre cerco di raggiungere l’Internet cafè più vicino. Una volta lì, cerco di stare al passo con il lavoro e gli impegni, ricaricare i miei dispositivi elettronici e collegarmi brevemente con il mondo esterno. Ma con una pesante borsa per il computer in spalla non mi sembra di fare una breve camminata ma un viaggio attraverso il deserto.

Alcuni giorni la sopravvivenza dipende da una singola bustina di Plumpy’Nut, una pasta nutritiva a base di arachidi che di solito viene distribuita gratuitamente nelle zone colpite dalla carestia, ma che qui è venduto a circa 3 dollari e mezzo, un prezzo che molti non possono più permettersi. Chi è più fortunato può riuscire a comprare alcuni biscotti arricchiti di vitamine a prezzi esorbitanti.

Ma il problema non è solo pagare per mangiare. È prima di tutto avere accesso ai soldi. Dato che tutte le banche di Gaza sono danneggiate e non esiste più nessun bancomat funzionante, i contanti sono diventati sia scarsi che necessari. I pagamenti elettronici non sono comuni qui, tutti gli acquisti si fanno in contanti.

Dopo quasi due anni di guerra le banconote sono strappate e logore, e spesso i negozi non le accettano. Prelevare denaro dal proprio conto può significare essere taglieggiati, perché il cambio di valuta informale al di fuori dei consueti canali bancari può costare fino al 50% di commissioni.

Tutto ciò è in netto contrasto con lo spirito di Gaza, nota per la sua generosità, in cui i vicini si si sono sempre presi cura l’uno dell’altro e dove, come molti di noi ricordano, non è mai successo che qualcuno andasse a letto affamato se qualcun altro aveva cibo da condividere.

Questo spirito non è scomparso. Le persone condividono ancora qual poco che hanno. Ma la carenza di mezzi di sostentamento ha raggiunto livelli così elevati che anche le mani più generose sono spesso vuote. Le famiglie vanno a letto affamate e si svegliano affamate.

Un giorno in particolare avevo lavorato senza fermarmi, resistendo all’annebbiamento mentale e alla spossatezza. Quando sono riuscito a raggiungere le scale del mio appartamento mi reggevo a malapena in piedi. Il livello di zuccheri nel sangue era precipitato. Sono crollato nel momento in cui sono arrivato in camera da letto. Mi hanno portato d’urgenza dal medico più vicino che mi ha somministrato una flebo per stabilizzarmi.

La mattina seguente ero di nuovo al lavoro. Non perché stessi meglio, ma perché sentivo che non potevo permettermi di fermarmi. Dovevo condurre e trascrivere delle interviste, assistere degli studenti, inviare dei messaggi. La necessità di portare testimonianza era più forte del bisogno di riposarmi.

Non è questione di ego, ma di rifiutarsi di scomparire. Di resistere alla lenta cancellazione portata dalla guerra e dalla carestia. Di continuare a credere che i nostri pensieri e il nostro lavoro continuano, anche quando devono avvenire tra le macerie. A Gaza, essere un accademico oggi significa rifiutare di essere ridotto a una statistica.

Ci sono giorni in cui andare avanti sembra impossibile. Il corpo semplicemente si rifiuta. Leggere mi dà le vertigini. La concentrazione scivola via. Insegnare diventa una battaglia per dire cose che abbiano un qualche senso.

E oltre al logorio fisico c’è un’altra erosione: quella dell’identità. Come studiosi e persone di cultura ci è richiesto di stimolare il pensiero libero e non dogmatico nei nostri studenti, ma quando la realtà di tutti i giorni è la fame, il dolore e il trasferimento forzato, iniziamo a chiederci se ancora siamo in grado di adempiere a questo compito.

Cosa significa essere uno studioso quando vengono meno le condizioni richieste per pensare, insegnare e creare? Cosa significa libertà accademica quando la libertà intellettuale, politica e pedagogica è limitata dall’assedio? Cosa significa aiutare i giovani a sviluppare il pensiero critico quando noi stessi dobbiamo lottare per reggerci in piedi? Sono questioni che si pongono non come preoccupazioni astratte ma come tensioni vissute. Ma dobbiamo andare avanti, perché fermarci vorrebbe dire rinunciare al poco che ancora siamo in grado di fare.

Mi trovo spesso a dover fare una scelta difficile in classe: evitare di discutere della crisi, per timore di traumatizzare nuovamente i miei studenti, o prenderla di petto, per aprire uno spazio di riflessione collettiva. Sono entrambi percorsi erti di insidie, ma animati dalla stessa speranza: che l’istruzione serva non solo a informare ma anche a liberare, aiutando gli studenti a credere che le loro voci hanno ancora valore.

Il lavoro continua. Progetti di ricerca, verifiche dello stato di avanzamento, seminari online, lezioni registrate, corsi di aggiornamento, anche se spesso si devono sospendere. Questa è la nostra realtà. Eppure, continuiamo a esserci, ad andare a lezione, a scrivere progetti, a fare conferenze, a partecipare a convegni, a pubblicare. Non perché siamo forti o coraggiosi, ma perché crediamo al potere trasformativo dell’istruzione. E perché fermarsi vorrebbe dire arrendersi al silenzio.

Tuttavia, la verità più elementare rimane difficile da dire a voce alta: abbiamo fame. Non per un caso fortuito, ma premeditatamente. Da quand’è che non si può più chiamare una cosa con il proprio nome? Da giorni le lenticchie spezzate sono il mio unico pasto. Trovare farina è una caccia al tesoro.

E se riusciamo a trovare gli ingredienti, cuocere il pane in un forno all’aperto è estenuante, sia fisicamente che emotivamente. Bruciamo il legno dei mobili rotti per fare il pane. Usiamo i quaderni degli appunti e la carta da riciclo come combustibile, oppure dobbiamo comprare la legna solo per terminare la cottura. Non si tratta solo di fame, ma di essere costretti a lottare per sopravvivere in silenzio.

Accendere un fuoco è una sfida formidabile. Non ci sono più fiammiferi. È quasi impossibile sostituire gli accendini, e quando se ne trova uno può avere un prezzo proibitivo.

Chi ancora ha un accendino funzionante lo ricarica con cura con piccoli quantitativi di gas. In molti casi i vicini condividono un’unica fiamma, che passa di famiglia in famiglia, un atto tranquillo di solidarietà e di spirito di resistenza.

E quindi continuiamo a documentare. Non per eroismo, ma per rimanere presenti. Perché dietro ogni relazione, ogni nota a piè di pagina, ogni lezione c’è una verità più profonda: a Gaza si produce ancora conoscenza. Persino ora. Soprattutto ora.

Cosa significa la solidarietà quando alcuni di noi devono pensare, insegnare e lavorare mentre muoiono di fame? Cosa significa inclusione quando l’accesso al cibo, all’acqua e alla sicurezza determina chi può partecipare?

Questo non è un appello alla carità. È un invito di affrontare una verità scomoda: la solidarietà non significa nulla se non nomina e chiama in causa i sistemi che escludono le persone mentre lottano per sopravvivere sotto assedio, occupazione e privazioni intenzionali.

La vera solidarietà significa porre delle domande difficili: chi può parlare? Chi può essere ascoltato? Chi può continuare a imparare e a immaginare un futuro quando cadono le bombe e la fame morde?

La solidarietà significa cambiare il modo in cui il mondo lavora con chi sta affrontando una crisi: adattare le scadenze, esentare dai pagamenti, aprire l’accesso a libri e riviste, e dare spazio alle voci provenienti da Gaza e oltre, non come vittime ma come partner alla pari. Significa comprendere che il dolore, la fame e le infrastrutture distrutte non sono “disagi” sul lavoro, sono le nostre attuali condizioni di vita.

Produrre conoscenza in un contesto di carestia significa riflettere attraverso il dolore. Insegnare a studenti che non hanno mangiato e dire loro che la loro voce conta. Continuare a dire che, contro ogni previsione, Gaza pensa ancora, si interroga ancora, crea ancora.

Questo, di per sé, è un atto di resistenza.

  • Ahmed Kamal Junina è professore associato di linguistica applicata e direttore del dipartimento di lingua inglese all’università Al-Aqsa di Gaza, e membro del Centro per la ricerca comparativa e internazionale nell’istruzione dell’Università di Bristol.

[traduzione di Federico Zanettin]