In Israele, “animali in forma umana“ possono essere uccisi

Tamir Sorek

31 Agosto 2025 – MONDOWEISS

Ricerche dimostrano con coerenza che gli ebrei israeliani considerano i palestinesi meno che umani. Questo razzismo radicato affonda le sue radici nel progetto coloniale sionista e contribuisce a spiegare l’ampio sostegno al genocidio di Gaza.

Nel mezzo dei combattimenti nella Striscia di Gaza, due psicologi della politica di prestigiose università americane hanno condotto un sondaggio tra 521 israeliani. Agli intervistati è stato presentato uno scenario ipotetico: un soldato israeliano ferito giace in un’area controllata dalle forze palestinesi. Agli intervistati è stato detto che per salvarlo sarebbe necessario bombardare un quartiere civile palestinese. Quanti civili palestinesi sarebbe giustificato uccidere per questo scopo? Gli ingenui ricercatori hanno proposto una scala tra 0 e 1.000, sperando di osservare un’ampia gamma di risposte. In pratica circa la metà degli intervistati ha selezionato il numero massimo: 1.000. Sebbene il campione non fosse stato concepito per essere rappresentativo, le inclinazioni politiche degli intervistati erano solo leggermente più a destra rispetto a quelle riportate in un sondaggio condotto tre mesi dopo dall’Israel Democracy Institute. Inoltre anche tra coloro che si identificavano come di sinistra o tendenzialmente di sinistra circa un quarto ha scelto il numero massimo.

Alcuni potrebbero credere a qualcosa del tipo “dopo lo shock della crudeltà di Hamas del 7 ottobre, gli israeliani hanno perso la capacità di provare empatia verso i palestinesi”. Se non fosse stato per quel massacro, potrebbero dire, i numeri sarebbero stati diversi. Ma Emile Bruneau e Nour Kteily, due psicologi della politica, hanno condotto questo sondaggio all’inizio di agosto 2014. Casualmente, è stato condotto la stessa settimana in cui Israele ha massacrato centinaia di civili palestinesi a Rafah (un incidente noto come “Venerdì Nero”), un episodio che ha dato concretezza allo scenario del sondaggio. L’esercito israeliano è l’esercito del popolo e si è comportato in linea con l’opinione pubblica. Il Procuratore Capo Militare si è astenuto dall’avviare un’indagine penale. In ogni caso la sequenza degli eventi mostra chiaramente che il 7 ottobre non è la ragione della svalutazione della vita palestinese agli occhi degli israeliani.

Altri potrebbero dire che in una situazione di conflitto violento e prolungato è naturale che si sviluppi odio tra le parti in conflitto e che la vita del nemico perda valore. Dopotutto, il principio secondo cui “la carità inizia a casa propria” è un sentimento umano comune. Questa affermazione è valida, ma insufficiente. Solo poche settimane dopo quell’indagine i ricercatori ne hanno condotta un’altra, questa volta tra 354 palestinesi della Cisgiordania rappresentanti una gamma di opinioni politiche. Ai partecipanti palestinesi è stato presentato uno scenario in cui assistevano a due auto che precipitavano in un burrone: una con a bordo quattro bambini coloni israeliani e l’altra un uomo palestinese. Avevano solo il tempo di fermare una delle auto. I ricercatori hanno chiesto: in che misura (su una scala da 0 a 100) è moralmente giusto salvare i bambini israeliani al posto del Palestinese? Circa la metà degli intervistati ha affermato, con oltre il 50% di certezza, che salvare i bambini israeliani sarebbe stata la cosa giusta da fare. Un intervistato su sei era sicuro al 100% che questa fosse la scelta moralmente corretta. È importante notare che questo sondaggio è stato condotto poco dopo quello che all’epoca era stato l’attacco più mortale a Gaza, che aveva ucciso più di 550 bambini palestinesi: 15 volte di più del numero di bambini israeliani uccisi il 7 ottobre. In altre parole, almeno nel 2014, il sanguinoso conflitto e l’elevato numero di vittime non hanno spinto l’intera opinione pubblica palestinese a una mentalità vendicativa e spietata

Inoltre a entrambi i gruppi è stata mostrata la cosiddetta scala “Ascesa dell’Uomo”. Sul lato destro appare un essere umano moderno mentre sul lato sinistro una figura simile a un Neanderthal che cammina a quattro zampe. Agli intervistati è stato chiesto di valutare sé stessi e i membri della nazionalità rivale su una scala da 0 (umano simile a una scimmia) a 100 (umano completamente evoluto). Il divario tra l’autovalutazione e la valutazione dell’altro è considerato dagli psicologi della politica una misura della disumanizzazione. I risultati hanno mostrato che la disumanizzazione israeliana dei palestinesi era di sei punti superiore rispetto quella dei palestinesi nei confronti degli israeliani. In effetti la misura della disumanizzazione dei palestinesi da parte degli israeliani era la più alta ottenuta mediante questo strumento fino a quel momento (studi simili erano stati precedentemente condotti in Ungheria, Stati Uniti e Inghilterra).

L’immagine dei palestinesi come creature scimmiesche ha echeggiato in modo agghiacciante negli ultimi due anni. “Animali in forma umana [hayot adam in ebraico]!! Cancellate Gaza dalla faccia della terra!!” “Animali in forma umana, dal bambino all’anziano, distruggete tutta Gaza”. Frasi come queste sono apparse con innumerevoli varianti sui social media nei giorni successivi al 7 ottobre, pubblicate da israeliani comuni. Molti hanno fatto eco alla dichiarazione dell’allora Ministro della Difesa che esprimeva un’idea simile. Richiedere l’annientamento di milioni di persone presuppone l’allontanamento delle vittime dalla famiglia umana, annullando così le relative norme sociali che considerano immorale l’uccisione di civili e in particolare di bambini.

Gli ebrei non sono intrinsecamente più o meno crudeli dei membri di altri gruppi. Ma in Israele gli ebrei vivono in un contesto politico coloniale che richiede una disumanizzazione sempre crescente e una continua svalutazione della vita palestinese. La necessità di giustificare l’espropriazione in corso dal 1948, il regime di supremazia ebraica e la mortale repressione della resistenza che ne è seguita impongono agli israeliani di sminuire l’umanità dei palestinesi. A tal fine, nell’ebraico contemporaneo è stato sviluppato un vocabolo specifico: il “mehabel” (tradotto liberamente come “terrorista”, ma usato quasi esclusivamente per i palestinesi) – una persona senza storia e senza personalità, la cui “hisul” (eliminazione) è permessa e persino auspicabile, e chiunque entri nelle “shithei hashmada” (“zone di sterminio”) verrà “neutralizzato”.

Pertanto sin dalla fondazione dello Stato di Israele è stato raro che un ebreo israeliano venisse punito adeguatamente per aver ucciso un arabo. La disumanizzazione ha permesso l’uccisione di migliaia di palestinesi che hanno cercato di tornare nelle loro terre nei primi anni dello Stato, senza procedure legali né processo. Tutti i condannati per il massacro di Kafr Qasim del 1956 [49 contadini palestinesi vennero uccisi al ritorno dai campi benché non fossero stati avvertiti che il coprifuoco era stato anticipato, ndt.]  sono tornati a casa in meno di tre anni e alcuni di loro sono stati ricompensati con impieghi pubblici. I responsabili dei massacri di Khan Younis e Rafah [almeno 386 fucilati durante la guerra del 1956 con l’Egitto, ndt.], avvenuti nelle settimane successive non sono stati mai processati, così come coloro che qualche anno prima hanno perpetrato il massacro di Qibya [69 civili uccisi in un’azione di rappresaglia nel 1953, ndt.]. Un filo diretto collega questi massacri alla grazia concessa ai membri del movimento ebraico clandestino negli anni ’80, alla condanna assurdamente lieve del soldato Elor Azaria che nel 2016 ha ferito e ucciso un palestinese davanti alle telecamere e alla recente licenza di fatto di uccidere concessa ai coloni in Cisgiordania. La clemenza legale ha creato un mondo normativo in cui le vite dei palestinesi non vengono considerate.

Gli attuali giorni di orrore con le immagini di bambini affamati nel ghetto di Gaza e il tardivo risveglio persino di quel poco che resta del sionismo di sinistra a dare un nome al crimine – genocidio – affondano le radici in decenni di disumanizzazione e di permessi di versare sangue che ci hanno portato a questo punto.

Come sarebbero state distribuite le risposte se lo studio del 2014 avesse proposto un tetto massimo più alto di 1.000 vittime palestinesi? Un altro zero? Altri due? O forse un noto numero di sette cifre [si riferisce ovviamente ai 6.000.000 di vittime della Shoah, n.d.t.]? La diffusa indifferenza verso il genocidio che Israele sta commettendo ci offre un indizio.

Una precedente versione di questo articolo è stata pubblicata in ebraico da Siha Mekomit.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)