Come Israele sta “gestendo” la carestia a Gaza attraverso i commercianti locali

Tareq S. Hajjaj  

2 settembre 2025 – Mondoweiss

Israele sta “gestendo” la carestia a Gaza prendendo di mira l’invio di aiuti mentre consente ad alcuni beni di arrivare sui mercati locali solo se i commercianti pagano all’esercito una tassa esorbitante. Il sistema raggiunge due obiettivi: progettare la carestia e creare caos

Dal 27 maggio l’esercito israeliano ha consentito l’ingresso a Gaza di un numero limitato di camion con aiuti. Alcuni di essi sono del World Food Program [Programma alimentare mondiale] (WFP) dell’Onu ed entrano attraverso i valichi di Zikim a nord e di Karam Abu Salem a sud. La maggioranza di essi è stata saccheggiata, mentre altri sono stati attaccati da palestinesi affamati. In molti casi l’esercito israeliano ha aperto il fuoco contro la folla e anche i camion. Ma ci sono stati alcuni convogli che sono entrati senza incidenti, godendo di una scorta armata fino all’arrivo a destinazione. Questi camion sono proprietà di commercianti privati della Striscia.

Secondo l’ufficio stampa del governo di Gaza dal 27 maggio dal valico di Zikim sono entrati solo 941 camion di aiuti, mentre sono stati lasciati entrare 287 camion privati di commercianti palestinesi.

In entrambi i casi viene consentito l’ingresso a una goccia nell’oceano delle attuali necessità giornaliere di Gaza e della sua popolazione di 2.4 milioni, tra cui 1.2 milioni di minorenni,” dice a Mondoweiss Ismail Thawabta, direttore dell’ufficio stampa del governo di Gaza.

Ma mentre la maggioranza dei 941 camion è stata saccheggiata attraverso il sistema della cosiddetta “auto-distribuzione”, i camion privati non vengono attaccati perché, secondo un commerciante che parla a Mondoweiss in forma anonima, i negozianti pagano consistenti “tasse di ingresso” all’esercito israeliano per un valore di centinaia di migliaia di shekel [1 shekel = 0,26 €]. La fonte ha aggiunto che i commercianti destinano anche fondi considerevoli per assoldare scorte armate private.

Secondo Ismail Thawabta i rivenditori fanno entrare i camion attraverso mediatori che si accordano con le autorità israeliane.

Questi mediatori operano come collegamento logistico, afferma Thawabta, con permessi limitati forniti a poche decine di camion al giorno. Tuttavia questi non rappresentano un vero flusso di prodotti sui mercati della Striscia di Gaza in quanto sono sottoposti a regole strettamente controllate riguardo al tipo e alla quantità di beni. “Invece di porvi fine, questo è lo schema di gestione della carestia da parte dell’occupazione,” spiega Thawabta.

All’inizio della guerra la polizia di Gaza hanno tentato di proteggere i convogli con gli aiuti, ma Israele l’ha sistematicamente presa di mira come parte della sua politica di smantellamento del sistema di governo civile locale di Hamas, comprese le forze di polizia e gli impiegati del ministero dell’Interno di Gaza.

L’esercito israeliano ha ucciso finora più di 780 persone del sistema di sicurezza del governo,” dice Thawabta a Mondoweiss.

Progettazione della carestia”

Un commerciante di Gaza che preferisce rimanere anonimo dice a Mondoweiss che le somme che i rivenditori privati pagano per far arrivare i camion dipendono dall’esercito israeliano, che decide anche quali prodotti lasciare entrare, spesso bloccandone alcuni.

Il commerciante spiega che ogni spedizione dei camion costa 100.000 shekel (circa 25.000 €) che lui paga all’esercito israeliano come “tassa di ingresso”.

Appena i camion arrivano a Gaza i mercanti pagano altri 100.000 shekel a società di vigilanza per garantire che i camion raggiungano i negozi dei rivenditori,” afferma il commerciante.

Aggiunge che il coordinamento per la sicurezza di questo traffico avviene direttamente tra i rivenditori e le compagnie di sicurezza private senza alcun coinvolgimento del governo civile. Nota che i camion che l’esercito israeliano sospetta siano protetti da personale del governo civile di Hamas sono presi di mira prima che raggiungano i negozi, e questo porta i commercianti a far ricorso in primo luogo a queste imprese di sicurezza. Pertanto per la protezione dei loro camion i mercanti preferiscono basarsi su compagnie private invece che sulla polizia.

Chi deve sopportare il peso di tutti questi pagamenti è il consumatore attraverso gli altissimi prezzi dei beni,” ammette il commerciante. “A causa della scarsità di cibo la quantità disponibile si vende a prezzi alti.”

Sono stati fatti entrare persino alcuni prodotti elettronici, afferma il mercante, e il loro prezzo è astronomico. “Un telefonino può raggiungere i 20.000 shekel (circa 5.000 €),” spiega.

Muhammad Abdul Salam, un impiegato della sicurezza di al-Ikhlas Security [con sede a Dubai, ndt.], una compagnia da poco attiva a Gaza, dice a Mondoweiss che la sua impresa non scorta alcun camion di aiuti gratuiti che entrano e si incarica solo di proteggere i convogli dei commercianti.

Abdul Salam afferma che i negozianti informano la società di vigilanza dei tempi di ingresso dei loro camion, spesso nel nord della Striscia attraverso il valico di Zikim, dopodiché vengono inviati da 10 a 15 uomini per scortare il convoglio.

La forza di sicurezza conta oltre 600 dipendenti armati,” afferma, chiarendo che il personale della sicurezza spesso è dotato di pistole o kalashnikov.

Abdul Salam sostiene che loro non hanno ordine di attaccare o uccidere nessuno, ma che la loro unica missione è proteggere i camion, anche se ciò significa rischiare la propria vita. “Siamo consapevoli che l’esercito israeliano potrebbe prenderci di mira, ma finora nessuno dei nostri membri o di quelli delle altre compagnie di sicurezza private è stato colpito,” dice.

Ismail Thawabta descrive questa politica selettiva di consentire il passaggio di prodotti dei commercianti venduti a prezzi esorbitanti, impedendo nel contempo l’ingresso di aiuti gratuiti, come una politica sistematica di “progettazione della carestia”.

L’occupazione sta ottenendo un duplice risultato,” spiega Thawabta. “Privare la popolazione degli aiuti gratuiti di cui ha bisogno e creare caos nella distribuzione di alimenti.”

Ciò rende difficile che il cibo arrivi alle persone che ne hanno bisogno e quello che riesce ad arrivare sul mercato rimane inaccessibile a causa del prezzo. “Questo accentua la crisi e trasforma la fame in uno strumento di punizione collettiva,” aggiunge Thawabta.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Trump: Israele sta perdendo influenza sul Congresso e la battaglia per l’opinione pubblica

Redazione di MEMO

2 settembre 2025 – Middle East Monitor

Lunedì il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che una volta, 15 anni fa, Israele aveva la più forte lobby nel Congresso, ma adesso ha perso tale influenza nonostante conservi la sua superiorità militare.

Israele aveva la più forte lobby che io abbia mai visto. Avevano il controllo totale del Congresso, adesso non più.”

Israele sta vincendo la guerra militarmente ma sta perdendo la battaglia per l’opinione pubblica,” ha aggiunto.

Ha sottolineato che nessuno ha dato ad Israele tanto quanto ha fatto lui durante la sua presidenza, descrivendo il suo supporto, incluso quello agli attacchi contro l’Iran, come “totale e senza precedenti.”

Trump ha osservato che i politici americani “non temono più di criticare Israele” come una volta, indicando i cambiamenti sulla scena politica statunitense riguardo alla guerra in Medio Oriente.

Ha anche affermato che Israele dovrebbe terminare la sua guerra contro Gaza perché “sta facendo male agli israeliani.”

Dal 7 ottobre 2023 le forze israeliane, sostenute direttamente dagli Stati Uniti e dagli Stati occidentali, hanno continuato una guerra di distruzione a Gaza che secondo il ministero della Sanità del territorio finora ha ucciso e ferito più di 224.000 palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




In Israele, “animali in forma umana“ possono essere uccisi

Tamir Sorek

31 Agosto 2025 – MONDOWEISS

Ricerche dimostrano con coerenza che gli ebrei israeliani considerano i palestinesi meno che umani. Questo razzismo radicato affonda le sue radici nel progetto coloniale sionista e contribuisce a spiegare l’ampio sostegno al genocidio di Gaza.

Nel mezzo dei combattimenti nella Striscia di Gaza, due psicologi della politica di prestigiose università americane hanno condotto un sondaggio tra 521 israeliani. Agli intervistati è stato presentato uno scenario ipotetico: un soldato israeliano ferito giace in un’area controllata dalle forze palestinesi. Agli intervistati è stato detto che per salvarlo sarebbe necessario bombardare un quartiere civile palestinese. Quanti civili palestinesi sarebbe giustificato uccidere per questo scopo? Gli ingenui ricercatori hanno proposto una scala tra 0 e 1.000, sperando di osservare un’ampia gamma di risposte. In pratica circa la metà degli intervistati ha selezionato il numero massimo: 1.000. Sebbene il campione non fosse stato concepito per essere rappresentativo, le inclinazioni politiche degli intervistati erano solo leggermente più a destra rispetto a quelle riportate in un sondaggio condotto tre mesi dopo dall’Israel Democracy Institute. Inoltre anche tra coloro che si identificavano come di sinistra o tendenzialmente di sinistra circa un quarto ha scelto il numero massimo.

Alcuni potrebbero credere a qualcosa del tipo “dopo lo shock della crudeltà di Hamas del 7 ottobre, gli israeliani hanno perso la capacità di provare empatia verso i palestinesi”. Se non fosse stato per quel massacro, potrebbero dire, i numeri sarebbero stati diversi. Ma Emile Bruneau e Nour Kteily, due psicologi della politica, hanno condotto questo sondaggio all’inizio di agosto 2014. Casualmente, è stato condotto la stessa settimana in cui Israele ha massacrato centinaia di civili palestinesi a Rafah (un incidente noto come “Venerdì Nero”), un episodio che ha dato concretezza allo scenario del sondaggio. L’esercito israeliano è l’esercito del popolo e si è comportato in linea con l’opinione pubblica. Il Procuratore Capo Militare si è astenuto dall’avviare un’indagine penale. In ogni caso la sequenza degli eventi mostra chiaramente che il 7 ottobre non è la ragione della svalutazione della vita palestinese agli occhi degli israeliani.

Altri potrebbero dire che in una situazione di conflitto violento e prolungato è naturale che si sviluppi odio tra le parti in conflitto e che la vita del nemico perda valore. Dopotutto, il principio secondo cui “la carità inizia a casa propria” è un sentimento umano comune. Questa affermazione è valida, ma insufficiente. Solo poche settimane dopo quell’indagine i ricercatori ne hanno condotta un’altra, questa volta tra 354 palestinesi della Cisgiordania rappresentanti una gamma di opinioni politiche. Ai partecipanti palestinesi è stato presentato uno scenario in cui assistevano a due auto che precipitavano in un burrone: una con a bordo quattro bambini coloni israeliani e l’altra un uomo palestinese. Avevano solo il tempo di fermare una delle auto. I ricercatori hanno chiesto: in che misura (su una scala da 0 a 100) è moralmente giusto salvare i bambini israeliani al posto del Palestinese? Circa la metà degli intervistati ha affermato, con oltre il 50% di certezza, che salvare i bambini israeliani sarebbe stata la cosa giusta da fare. Un intervistato su sei era sicuro al 100% che questa fosse la scelta moralmente corretta. È importante notare che questo sondaggio è stato condotto poco dopo quello che all’epoca era stato l’attacco più mortale a Gaza, che aveva ucciso più di 550 bambini palestinesi: 15 volte di più del numero di bambini israeliani uccisi il 7 ottobre. In altre parole, almeno nel 2014, il sanguinoso conflitto e l’elevato numero di vittime non hanno spinto l’intera opinione pubblica palestinese a una mentalità vendicativa e spietata

Inoltre a entrambi i gruppi è stata mostrata la cosiddetta scala “Ascesa dell’Uomo”. Sul lato destro appare un essere umano moderno mentre sul lato sinistro una figura simile a un Neanderthal che cammina a quattro zampe. Agli intervistati è stato chiesto di valutare sé stessi e i membri della nazionalità rivale su una scala da 0 (umano simile a una scimmia) a 100 (umano completamente evoluto). Il divario tra l’autovalutazione e la valutazione dell’altro è considerato dagli psicologi della politica una misura della disumanizzazione. I risultati hanno mostrato che la disumanizzazione israeliana dei palestinesi era di sei punti superiore rispetto quella dei palestinesi nei confronti degli israeliani. In effetti la misura della disumanizzazione dei palestinesi da parte degli israeliani era la più alta ottenuta mediante questo strumento fino a quel momento (studi simili erano stati precedentemente condotti in Ungheria, Stati Uniti e Inghilterra).

L’immagine dei palestinesi come creature scimmiesche ha echeggiato in modo agghiacciante negli ultimi due anni. “Animali in forma umana [hayot adam in ebraico]!! Cancellate Gaza dalla faccia della terra!!” “Animali in forma umana, dal bambino all’anziano, distruggete tutta Gaza”. Frasi come queste sono apparse con innumerevoli varianti sui social media nei giorni successivi al 7 ottobre, pubblicate da israeliani comuni. Molti hanno fatto eco alla dichiarazione dell’allora Ministro della Difesa che esprimeva un’idea simile. Richiedere l’annientamento di milioni di persone presuppone l’allontanamento delle vittime dalla famiglia umana, annullando così le relative norme sociali che considerano immorale l’uccisione di civili e in particolare di bambini.

Gli ebrei non sono intrinsecamente più o meno crudeli dei membri di altri gruppi. Ma in Israele gli ebrei vivono in un contesto politico coloniale che richiede una disumanizzazione sempre crescente e una continua svalutazione della vita palestinese. La necessità di giustificare l’espropriazione in corso dal 1948, il regime di supremazia ebraica e la mortale repressione della resistenza che ne è seguita impongono agli israeliani di sminuire l’umanità dei palestinesi. A tal fine, nell’ebraico contemporaneo è stato sviluppato un vocabolo specifico: il “mehabel” (tradotto liberamente come “terrorista”, ma usato quasi esclusivamente per i palestinesi) – una persona senza storia e senza personalità, la cui “hisul” (eliminazione) è permessa e persino auspicabile, e chiunque entri nelle “shithei hashmada” (“zone di sterminio”) verrà “neutralizzato”.

Pertanto sin dalla fondazione dello Stato di Israele è stato raro che un ebreo israeliano venisse punito adeguatamente per aver ucciso un arabo. La disumanizzazione ha permesso l’uccisione di migliaia di palestinesi che hanno cercato di tornare nelle loro terre nei primi anni dello Stato, senza procedure legali né processo. Tutti i condannati per il massacro di Kafr Qasim del 1956 [49 contadini palestinesi vennero uccisi al ritorno dai campi benché non fossero stati avvertiti che il coprifuoco era stato anticipato, ndt.]  sono tornati a casa in meno di tre anni e alcuni di loro sono stati ricompensati con impieghi pubblici. I responsabili dei massacri di Khan Younis e Rafah [almeno 386 fucilati durante la guerra del 1956 con l’Egitto, ndt.], avvenuti nelle settimane successive non sono stati mai processati, così come coloro che qualche anno prima hanno perpetrato il massacro di Qibya [69 civili uccisi in un’azione di rappresaglia nel 1953, ndt.]. Un filo diretto collega questi massacri alla grazia concessa ai membri del movimento ebraico clandestino negli anni ’80, alla condanna assurdamente lieve del soldato Elor Azaria che nel 2016 ha ferito e ucciso un palestinese davanti alle telecamere e alla recente licenza di fatto di uccidere concessa ai coloni in Cisgiordania. La clemenza legale ha creato un mondo normativo in cui le vite dei palestinesi non vengono considerate.

Gli attuali giorni di orrore con le immagini di bambini affamati nel ghetto di Gaza e il tardivo risveglio persino di quel poco che resta del sionismo di sinistra a dare un nome al crimine – genocidio – affondano le radici in decenni di disumanizzazione e di permessi di versare sangue che ci hanno portato a questo punto.

Come sarebbero state distribuite le risposte se lo studio del 2014 avesse proposto un tetto massimo più alto di 1.000 vittime palestinesi? Un altro zero? Altri due? O forse un noto numero di sette cifre [si riferisce ovviamente ai 6.000.000 di vittime della Shoah, n.d.t.]? La diffusa indifferenza verso il genocidio che Israele sta commettendo ci offre un indizio.

Una precedente versione di questo articolo è stata pubblicata in ebraico da Siha Mekomit.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Dimenticate il riconoscimento simbolico di uno Stato palestinese: il mondo deve riconoscere l'apartheid israeliano.

Alaa Salama

29 agosto 2025 – +972 Magazine

L’accento sul riconoscimento di uno Stato palestinese crea l’illusione di un’azione concreta, ma ritarda la vera soluzione: sanzionare e isolare il regime israeliano di apartheid.

Mia nonna ha 90 anni. Esiliata due volte, prima da Israele durante la Nakba [la pulizia enica operata dai sionisti nel 1947-49, ndt.], poi dal regime di Assad in Siria, la sua memoria non è più integra. Della sua vita attuale in Svezia conserva solo gli ultimi minuti. Dei decenni passati solo frammenti.

Eppure la sua infanzia a Kfar Sabt, un villaggio palestinese in Galilea spopolato nel 1948, arde di luce propria. Sorride, quasi maliziosamente, mentre ricorda i momenti in cui giocava nei campi, correva con gli altri bambini e spiava un contadino ebreo il cui arrivo improvviso nel villaggio, insieme al rumoroso trattore che lo accompagnava, suscitò curiosità e sospetto.

Sono nato profugo, la famiglia di mia nonna proveniva da Kfar Sabt, quella di mio nonno dal vicino villaggio di Lubya. Oggi a casa mia a Ramallah mi sveglio ogni mattina con la vista di una bandiera israeliana nella vicina colonia di Beit El, un chiaro promemoria sul regime di apartheid che condiziona ogni aspetto della mia vita.

Gli ebrei israeliani che vivono lì votano per un governo che decide dove posso vivere, lavorare e viaggiare, quanta acqua posso ricevere e che tipo di regole e leggi devo o meno osservare. Come milioni di palestinesi, dalla Cisgiordania a Gaza, sono governato da un sistema che mi vede solo come un ostacolo al suo Stato etnico espansionista.

Questa è una realtà che per milioni di persone in tutto il mondo è diventata impossibile da ignorare, soprattutto negli ultimi due anni. Eppure, negli ultimi mesi, invece di riconoscere l’apartheid israeliano o di intraprendere azioni significative per fermare le atrocità a Gaza, un coro crescente di Stati ha deciso di riconoscere qualcos’altro: uno Stato palestinese.

La prima svolta è avvenuta nel maggio 2024, quando Norvegia, Spagna e Irlanda hanno riconosciuto lo Stato di Palestina, questi ultimi due tra i più accesi critici, a parole, della guerra di Israele a Gaza. Ora sta emergendo una seconda ondata, guidata da un’iniziativa di Francia e Regno Unito in risposta ai piani di Israele di prolungare la guerra, a cui si aggiungeranno presto Australia, Canada, Portogallo e Malta.

Sebbene indicativo del crescente isolamento internazionale di Israele, il teatrino politico mondiale del “riconoscimento di uno Stato palestinese” è impossibile da prendere sul serio. Con Israele che procede all’annessione di vaste aree della Cisgiordania, e nel mezzo di un genocidio a Gaza che ha ucciso più di 60.000 palestinesi, è assurdo continuare a sostenere la soluzione dei due Stati come un compromesso ragionevole o pratico.

Ancora più assurda è l’insistenza sul fatto che sia l’unica risposta possibile a ciò che, 77 anni dopo la Nakba, non risolve in alcun modo il problema fondamentale: un regime violento e militarista che pretende l’attuazione di una supremazia nazionale, giuridica ed economica di un popolo sull’altro.

Non sprechiamo altri 30 anni di vite palestinesi dietro il paradigma della partizione – una “soluzione” coloniale a un problema coloniale. Israele ha da tempo chiarito che non accetterà mai uno Stato palestinese; aggrapparsi alla soluzione dei due Stati è una immensa illusione, e ci ha portato solo disperazione.

Ora più che mai i gesti simbolici sono peggio che inutili, poiché offrono al regime più tempo per commettere crimini e tolgono urgenza alle uniche soluzioni che contano: porre fine al genocidio, sanzionare il colpevole, isolare il sistema di apartheid e insistere senza remore sulla parità di diritti e sul diritto al ritorno. Questo non è estremismo. È il minimo indispensabile di giustizia.

C’è già uno Stato, ed è uno Stato di apartheid

Una “soluzione” che non è né giusta né possibile non è un piano di pace, ma un alibi per l’inazione che permetterà a Israele di continuare i suoi massacri, accelerare la sua espansione e consolidare il regime di apartheid. È davvero così che puniamo un regime che ha commesso un genocidio? Offrendogli il dominio completo sulle sue vittime, mentre diamo loro la falsa speranza di poter ottenere uno Stato su meno del 23% della loro patria ancestrale?

E dove sono i palestinesi in tutto questo? Quando è stata l’ultima volta che siamo stati rappresentati democraticamente, o che ci è stato anche solo chiesto quale soluzione avremmo accettato? Come nel 1947, quando il Piano di spartizione delle Nazioni Unite fu elaborato senza il nostro consenso, l’ultima spinta per una soluzione a due Stati è guidata dalle potenze europee, con poco riguardo verso le persone che ne subiranno le conseguenze, con la vita o con la morte.

La Francia rende esplicita la sua arroganza: minaccia Israele di riconoscere uno Stato palestinese, ma insiste perché venga smilitarizzato, continuando a rifornire Israele di armi. Posso sognare un mondo libero da armi letali, ma un trafficante d’armi non può dire alle vittime di un genocidio di deporre le armi.

Nel frattempo Israele urla e sbraita, condannando i riconoscimenti come un “premio al per il terrorismo” e usandoli come pretesto per attuare misure ancora più estreme. A luglio la Knesset ha approvato una risoluzione a sostegno dell’annessione della Cisgiordania, e l’espansione delle colonie continua a ritmo serrato, inclusa la recente approvazione del blocco E1 che, avvertono gli esperti, renderebbe impossibile uno Stato palestinese con una continuità territoriale.

Anche se per miracolo Israele alla fine si ritirasse dalla Cisgiordania e da Gaza, cosa garantirebbe la sicurezza dei palestinesi nel loro nuovo Stato? Quando mai la sovranità ha protetto qualcuno dall’aggressione e dall’espansionismo israeliano? Libano e Siria sono entrambi Stati sovrani con confini riconosciuti a livello internazionale, eppure hanno visto il loro territorio occupato e le loro città bombardate. Una bandiera palestinese alle Nazioni Unite non fermerà la crescita delle colonie, non smantellerà il regime militare né porrà fine alla guerra regionale.

Se i Paesi desiderano riconoscere uno Stato palestinese, che lo facciano, ma non devono fingere che ciò cambi la realtà. Il vero cambiamento inizia con il riconoscimento della verità: qui esiste già uno Stato unico, ed è uno Stato di apartheid. Quindi i Paesi devono agire legalmente, diplomaticamente ed economicamente finché per Israele il costo del mantenimento dell’apartheid non superi i suoi benefici. Finché la mia famiglia non avrà di nuovo un posto da chiamare casa e finché centinaia di comunità palestinesi sfollate non potranno tornare a casa.

Il sionismo ha fallito, non solo perché creare una patria ebraica in Palestina a spese dei palestinesi è sempre stato ingiusto, ma perché la pulizia etnica e ora il genocidio sono sempre stati i suoi logici esiti, atrocità che lasceranno lo Stato ebraico isolato e odiato. E nonostante gli sforzi di Israele, il sionismo ha fallito anche perché i palestinesi continuano a insistere a voler rimanere nella loro patria.

Ciò che permane oggi è un grottesco sistema di apartheid, in cui un popolo gode di pieni diritti e sovranità mentre gli indigeni vengono massacrati, divisi e sottomessi. Potrebbe crollare sotto il peso della sua stessa brutalità, ma non se ne andrà in silenzio, aggrappandosi alla vita con il tipo di violenza che già vediamo scatenarsi a Gaza oggi.

Con il riconoscimento arrivano le responsabilità

Riconoscere Israele come Stato di apartheid è il primo passo necessario verso un futuro che vada oltre l’etnonazionalismo, radicato nell’uguaglianza, nella giustizia e nella libertà per tutti. E non è un fatto simbolico: in base al diritto internazionale l’apartheid è un crimine contro l’umanità.

Lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale lo definisce come tale, e la Convenzione Internazionale delle Nazioni Unite del 1973 per la repressione e la punizione del crimine di apartheid obbliga gli Stati ad adottare misure legislative, giudiziarie e amministrative per prevenirlo e punirlo. Proprio l’estate scorsa, la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso un parere consultivo storico sull’apartheid israeliano, concludendo che l’occupazione e l’annessione dei territori palestinesi da parte di Israele violano il diritto internazionale e chiedendo riparazioni.

Il riconoscimento ufficiale del sistema israeliano come apartheid, anche da parte di una manciata di Stati, porrebbe tali obblighi in primo piano e renderebbe legalmente e politicamente indifendibile il continuo sostegno militare ed economico a Israele. Aprirebbe inoltre la porta a sanzioni, al ritiro delle rappresentanze diplomatiche e al divieto di viaggio per i funzionari che sostengono il sistema.

Cambierebbe anche il discorso pubblico, rendendo la parola stessa “apartheid” inevitabile nel dibattito su Israele, e facendo pressione sulle aziende, sotto la minaccia di boicottaggio, discredito pubblico o rivolta degli azionisti, affinché riconsiderino le loro operazioni in o con Israele. Il precedente esiste: nel caso del Sudafrica dell’apartheid l’attivismo di base, unito alla condanna a livello statale, ha gradualmente costretto le aziende a disinvestire, anche se molte hanno resistito per anni.

Cambierebbe anche il modo in cui i palestinesi sono visti a livello internazionale. Oggi siamo etichettati come “apolidi” o cittadini di uno “Stato di Palestina” virtuale, senza alcun potere reale per proteggerci, privati ​​degli strumenti diplomatici ed economici che la maggior parte delle nazioni dà per scontati. Riconoscere Israele come un regime di apartheid ci riconfigura come vittime di un crimine contro l’umanità, aventi diritto a protezione, e obbliga a fare i conti con l’assurdità di un mondo in cui gli israeliani viaggiano liberamente mentre noi affrontiamo infinite barriere per studiare, lavorare o visitare i familiari all’estero.

Questa non sarà una soluzione magica. Israele combatterà più duramente del Sudafrica per mantenere l’apartheid, poiché è diventato più radicato, alimentato da miti religiosi e appoggiato dal sostegno internazionale. Ma il riconoscimento ci metterebbe almeno sulla strada giusta, sostituendo decenni di finzione con un confronto con la realtà. Anni che potrebbero essere spesi per smantellare il sistema invece che per rafforzare le illusioni.

Kfar Sabt non esiste più. Secondo Palestine Remembered [sito informatico interattivo dedicato ai profughi palestinesi, ndt.] rimangono solo “mucchi e terrazze di pietra” a testimonianza che un tempo lì sorgeva un villaggio. La gente si è dispersa; la terra è inutilizzata, disabitata. Ma Kfar Sabt vive nella mente di mia nonna, nelle storie che racconta e in quelle che io continuerò a raccontare. Vive nella ferita aperta di un popolo a cui è stato negato il ritorno. La mia patria si estende da Ramallah a Kfar Sabt, dal Naqab a Lubya [altro villaggio spopolato e raso al suolo nel 1948, ndt.].

Questo non è un appello all’espulsione o alla guerra; ne abbiamo avuto abbastanza di entrambe. È un appello alla giustizia, perché solo la giustizia può portare la pace e garantire un futuro diverso a tutti i popoli di questa terra, un futuro in cui le storie di mia nonna non siano solo reliquie di un mondo distrutto, ma semi di un mondo ricostruito.

Alaa Salama è il responsabile delle strategie di coinvolgimento dei lettori per +972 Magazine.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’esercito israeliano e i coloni uniti nella punizione collettiva di Al-Mughayyir

Oren Ziv e Shatha Yaish 

27 agosto 2025 – +972 Magazine

L’assedio del villaggio della Cisgiordania e la distruzione dei suoi uliveti sono stati un esercizio congiunto di intimidazione e modificazione dello spazio palestinese

Venerdì 22 agosto una colonna di bulldozer è entrata negli uliveti di Al-Mughayyir, un villaggio a est di Ramallah nella Cisgiordania occupata. Molti erano macchinari civili guidati da coloni, supportati da vari bulldozer blindati dell’esercito. Domenica migliaia di ulivi, molti vecchi di decenni e di proprietà di famiglie locali, sono stati sradicati.

L’ordine è venuto dal generale Avi Bluth, capo del comando centrale dell’esercito israeliano. Ufficialmente la distruzione è parte di una caccia all’uomo per trovare un palestinese armato che avrebbe aperto il fuoco contro coloni israeliani che pascolavano le pecore sulla terra del villaggio, ferendone uno prima di scappare. L’esercito ha sostenuto che la distruzione degli alberi intendeva evitare che il ricercato vi si potesse nascondere. Eppure lo stesso Bluth ha subito rivelato che la vera intenzione era un’altra.

“Ogni villaggio e ogni nemico devono sapere che se attaccano gli abitanti (i coloni), pagheranno un prezzo pesante,” ha dichiarato Bluth durante una conferenza informativa sul posto. “Faranno l’esperienza del coprifuoco, di un assedio e di operazioni di modificazione del territorio.”

“Operazioni di modificazione del territorio” è un eufemismo dell’esercito per indicare una politica di riprogettazione fisica di aree in cui è presente la resistenza palestinese. All’inizio di quest’anno la tattica è stata applicata a campi profughi in tutto il nord della Cisgiordania, dove i soldati hanno demolito centinaia di case, espulso decine di migliaia di abitanti e raso al suolo edifici per agevolare l’accesso all’esercito, lasciando tre campi, uno a Jenin e due a Tulkarem, praticamente deserti.

Ad Al-Mughayyir le parole di Bluth sono state rapidamente messe in pratica. I bulldozer hanno raso al suolo gli uliveti mentre i soldati hanno imposto un assedio e fatto irruzione nelle case. “Ora abbiamo il controllo assoluto del villaggio,” ha detto Bluth. “La prima missione è dare la caccia (all’aggressore)… Il secondo è effettuare qui un’operazione preliminare e garantire che chiunque sia scoraggiato, non solo questo villaggio, ma ogni villaggio che cerchi di alzare una mano contro gli abitanti (i coloni).”

In seguito alle affermazioni di Bluth, due importanti associazioni israeliane per i diritti umani, Yesh Din e l’Association for Civil Rights in Israel [Associazione per i Diritti Civili in Israele, ACRI, ndt.], hanno chiesto che la procura generale militare apra un’indagine penale contro il generale per sospetti crimini di guerra. Nel suo ricorso al tribunale Yesh Din ha sostenuto che l’ordine di Bluth era palesemente illegale “perché contraddice direttamente le disposizioni delle leggi internazionali che proibiscono di danneggiare la proprietà privata e le punizioni collettive,” e perché agli abitanti “non è stata data l’opportunità di presentare appello (contro l’azione).”

Nel contempo ACRI ha affermato che “i crimini di guerra e contro l’umanità (sono diventati) un problema giornaliero in Cisgiordania,” ed ha avvertito che “la dottrina dell’esercito secondo cui ‘non ci sono (persone) non coinvolte’ messa in atto prima a Gaza è arrivata in Cisgiordania ed è stata denominata ‘operazioni di modificazione del territorio’”

Poiché le critiche si sono moltiplicate, il portavoce dell’esercito ha cercato di ridurre il danno. In una dichiarazione rilasciata domenica ha difeso Bluth, insistendo che “l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] condanna i commenti inappropriati contro il capo del comando centrale che sta agendo in base a considerazioni operative e in accordo con la legge.”

Eppure le parole dello stesso Bluth, insieme alla decisione dell’esercito di sradicare intere coltivazioni invece di limitarsi a potare gli alberi, hanno rafforzato la sensazione che ciò riguardi meno considerazioni immediate in merito alla sicurezza e più una punizione collettiva. Questa impressione si è ulteriormente rafforzata dopo che ha circolato sulle reti sociali un video che mostra l’autista di un bulldozer dell’esercito che ha preso parte all’operazione e che si vanta: “Voi figli di puttana, non scocciatemi. Nel prossimo attacco raderò al suolo una casa.”

Il loro obiettivo è espellerci”

Da giovedì a domenica mattina Al-Mughayyir è stato sottoposto a un blocco completo: agli abitanti è stato impedito di uscire dalle proprie case e i soldati hanno chiuso entrambi gli ingressi del villaggio. La porta orientale verso Alon Road [strada che attraversa la Cisgiordania da nord a sud, ndt.] è rimasta chiusa fin dall’inizio della guerra, e durante l’assedio anche quella orientale è stata chiusa, obbligando gli abitanti a cercare di rientrare a casa con deviazioni di molte ore [su strade] che erano anch’esse bloccate. Secondo i racconti di persone del posto giovedì numerosi lavoratori che cercavano di tornare attraverso le colline circostanti sono stati fermati e picchiati da coloni e soldati.

Nel corso dei tre giorni di assedio l’esercito ha arrestato dieci abitanti, tra cui cinque fratelli e il capo del consiglio di villaggio, Amin Abu Alia. L’esercito ha sostenuto che uno degli arrestati è l’uomo armato sospettato di aver sparato al colono. Nel contempo stelle di David e le iniziali “MTA” e “MH”, in riferimento alle squadre di calcio Maccabi Tel Aviv e Maccabi Haifa, sono state scritte con lo spray sui muri di parecchie case.

In un video postato nella pagina Facebook del consiglio Abu Alia ha spiegato perché ha deciso di consegnarsi. “Durante l’incursione in casa hanno arrestato mio figlio e mi hanno detto che dovevo costituirmi,” ha detto. “Hanno collegato l’assedio al villaggio al fatto che mi consegnassi.”

La mattina del 24 agosto finalmente le forze israeliane si sono ritirate, lasciando dietro di sé vaste distruzioni. Solo allora gli abitanti hanno potuto lasciare le loro case e verificare i danni. “Non è stato il primo attacco, ma il più violento,” ha affermato il membro del consiglio Marzouk Abu Naim. “La loro giustificazione è che è stato attaccato un colono. La gente ha perso i suoi alberi, alberi antichi, sradicati lontano da Alon Road (dove è avvenuta la sparatoria). Alcune case sono state invase e perquisite. Le persone sono rimaste scioccate dal numero di soldati e dal livello di odio. Hanno saccheggiato decine di case, lanciato granate stordenti. Lo hanno fatto a casa mia mentre mia moglie ed io eravamo dentro. (In altre case) hanno persino rubato denaro e oggetti in oro.”

In piedi sulla sua terra accanto a Alon Road il cinquantacinquenne Abd al-Latif Abu Alya guarda i resti di 350 ulivi abbattuti. “Il loro obiettivo è mandarci via, sradicarci dalla nostra terra e distruggerla,” dice a +972. “Ma noi siamo radicati qui, saldi sulla nostra terra e vi rimarremo per tutta la vita. Se Dio vuole ripianterò sulla mia terra con rinnovata determinazione. Nessuna distruzione mi spezzerà.”

L’attivista locale Rabeah Abu Naim ripete la stessa opinione, descrivendo come i soldati hanno fatto irruzione nelle case, distrutto beni e si sono impossessati di oggetti di valore: “Hanno assediato il villaggio perché è l’ultimo a est di Ramallah prima della Valle del Giordano. Controllano già la valle e le aree circostanti, ora è il turno dei villaggi più vicini.” Aggiunge che i soldati hanno picchiato il suo fratello minore perché ha filmato i bulldozer e poi hanno arrestato il capo del consiglio “su richiesta dei coloni, per placarli.”

Abd al-Latif Abu Alya, in piedi accanto a uno delle migliaia di ulivi sradicati dall’esercito israeliano a Al-Mughayyir, il 24 agosto 2025. Foto Oren Ziv

Alle domande di +972 su questi avvenimenti il portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che i militari hanno avviato “un’intensa attività operativa nella zona” in risposta a “un grave attacco armato nei pressi del villaggio di Al-Mughayyir e alla fuga del terrorista dal luogo del delitto nel villaggio,” così come “una serie di attacchi terroristici che hanno avuto origine nello stesso villaggio.”

Il portavoce ha aggiunto che le forze israeliane hanno posto in atto nei pressi di Alon Road “operazioni di pulizia del terreno”, che lo sparatore potrebbe aver usato per nascondersi, definendo l’intervento “immediatamente necessario per impedire una minaccia mortale.” Ha confermato che i soldati hanno condotto detenzioni e perquisizioni, durante le quali il sospetto aggressore è stato arrestato. Rispondendo alle denunce degli abitanti secondo cui i soldati hanno confiscato denaro, oro e un’auto, il portavoce ha detto che i militari hanno agito per sequestrare “macchine e armi rubate”.

Gli ulivi sradicati, continua la dichiarazione, “sono stati lasciati ai bordi della zona ripulita; non verranno venduti e l’IDF non intende usarli.” Accuse di furto, ha aggiunto, “sono state esaminate e non confermate.”

Finalmente l’IDF sta agendo a dovere”

Negli ultimi anni, e soprattutto dall’inizio della guerra a Gaza, alcuni coloni si sono impossessati di tutti i pascoli a est della Alon Road, molti dei quali di proprietà di abitanti di Al-Mughayyir. Ora sembrano intenzionati a occupare anche le radure a ovest della strada e a quanto pare l’esercito fa tutto quello che può per assecondarli.

Secondo Dror Atkes, dell’ong israeliana Kerem Navot, dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023 attorno ad Al-Mughayyir sono stati creati quattro nuovi avamposti dei coloni e uno è stato fondato in precedenza quello stesso anno. In totale ora accerchiano il villaggio otto avamposti, tra cui uno all’interno della zona B (territorio sottoposto [in base agli accordi di Oslo, ndt.] all’autorità civile palestinese ma sotto il controllo militare israeliano). Il più importante, Adei Ad, legalizzato nel 2022 e riconosciuto formalmente come colonia lo scorso maggio, funziona come centro per gli altri.

Venerdì Zvi Sukkot, presidente della sottocommissione della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] per gli Affari di Giudea e Samaria [la Cisgiordania, ndt.] ha visitato il luogo in cui sono stati sradicati gli alberi. “Finalmente l’IDF sta agendo a dovere,” ha dichiarato. “Ogni villaggio da cui è uscito un terrorista per colpire i nostri abitanti deve sapere che pagherà un prezzo salato.”

Elisha Yered, che si autodefinisce “giovane delle colline” [gruppo di coloni particolarmente violenti, ndt.] ed ex-portavoce del parlamentare di Sionismo Religioso [partito di estrema destra dei coloni, ndt.] Limor Son Har-Melech, ha descritto nel dettaglio le azioni dell’esercito e le loro motivazioni in un video filmato sul posto: “Per circa 24 ore i bulldozer hanno lavorato per spianare tutti gli alberi ai lati della strada. Al villaggio è stato imposto un blocco, i soldati stanno andando casa per casa e l’esercito ha promesso che è solo l’inizio. Il comandante Bluth parla pubblicamente per la prima volta di punizione collettiva, in modo che (questo villaggio) e i suoi amici capiscano che colpire gli ebrei non paga.”

Yered ha chiesto che la campagna non si fermi ad Al-Mughayyir: “Le case degli assassini nel villaggio devono continuare ad essere demolite, la casa del terrorista deve essere distrutta oggi (indipendentemente dalla posizione della) Corte Suprema e (dell’associazione per i diritti umani) B’Tselem, e il modello deve essere replicato in ogni villaggio che osi metterlo alla prova.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’attacco all’ospedale Nasser: non c’erano “telecamere di Hamas”, solo complicità con il genocidio di Israele.

David Hearst

20 agosto 2025 – Middle East Eye

Ripetendo la propaganda dell’epoca nazista, Israele intende garantirsi l’appoggio dell’opinione pubblica al massacro di Gaza cancellando l’informazione palestinese

Il novembre scorso durante una riunione della commissione Affari Esteri della Camera dei Comuni il ministro degli Esteri britannico David Lammy ha detto di non poter confermare la sua affermazione riguardo a saccheggi generalizzati a Gaza in quanto non c’erano “giornalisti” sul campo.

Lammy intendeva dire che non c’erano giornalisti stranieri, perché ad essi è negato l’ingresso da parte di Israele, ma la sua gaffe è stata eloquente. Oltretutto potrebbe rivelarsi vera. Al ritmo con cui le forze israeliane stanno uccidendo i giornalisti palestinesi a Gaza, 245 secondo un conteggio e più di 373 secondo un altro, presto potrebbe non rimanere alcun giornalista a raccontare in tempo reale il genocidio in corso davanti ai nostri occhi.

Questo è il risultato auspicato da alcuni giornalisti israeliani.

È apparso decisamente evidente dalla loro reazione all’uccisione mirata lunedì dei giornalisti di Middle East Eye Mohamed Salama e Ahmed Abu Aziz, insieme al fotogiornalista della Reuters Hussam al-Masri, al reporter freelance Moaz Abu Taha e a Mariam Dagga, una freelance che ha lavorato con vari mezzi d’informazione tra cui l’Associated Press (AP).

Se la sono presa con il loro primo ministro, Benjamin Netanyahu, che ha definito il bombardamento dell’ospedale Nasser in due fasi “un tragico incidente”. Secondo loro non è stato né tragico né un errore. Channel 14, che appoggia il governo di Netanyahu e la guerra, ha riportato fonti militari secondo cui l’attacco ha ucciso “terroristi travestiti da giornalisti”. Le fonti hanno affermato che i soldati hanno preso di mira un “quartier generale terrorista” di Hamas nell’ospedale Nasser.

In base all’attuale criterio di sicurezza qualunque luogo in cui operino i terroristi, che sia usato come scuola o come ospedale, diventa un obiettivo legittimo,” ha notato il reportage.

Alcuni soldati coinvolti nell’attacco hanno detto a Channel 14 che esso è stato “approvato e coordinato dall’alto comando, che ne era al corrente prima che venisse messo in atto”. Allo stesso modo Maariv [giornale israeliano di centro, ndt.] ha informato che è stato effettuato “dopo aver ricevuto l’approvazione dei comandanti.” Zvi Yehezkeli, corrispondente per le questioni arabe di i24News [canale televisivo israeliano di notizie che trasmette in inglese, francese e arabo, ndt.], ha lodato gli omicidi a Khan Younis: “Ci sono uomini di Nukhba ovunque,” ha affermato, riferendosi ai giornalisti uccisi come a membri di un’unità militare d’élite di Hamas. “Se Israele decide di eliminare i giornalisti, è meglio tardi che mai.”

Innumerevoli menzogne”

Almeno Yehezkeli, un colono che vive nella Cisgiordania occupata, è stato onesto.

È più di quanto si possa dire delle due agenzie internazionali di notizie, Reuters e AP, che utilizzavano il lavoro dei giornalisti uccisi con i quali, si poteva ingenuamente supporre, avrebbero dovuto essersi sentite in obbligo. A quanto pare non è così. Entrambe hanno prontamente riportato senza riserve la sempre mutevole scusa dell’esercito israeliano per aver colpito l’ospedale: che la Brigata Golani aveva preso di mira una telecamera utilizzata da Hamas. Ciò non spiega affatto il secondo attacco 15 minuti dopo il primo, che ha sterminato i giornalisti.

Riportando direttamente questa affermazione, come se Israele avesse il diritto di confermare con le sue montature l’affermazione in base alla quale i giornalisti erano stati presi di mira, Reuters e AP non hanno dato conto del fatto che questa “telecamera di Hamas” avrebbe potuto invece essere quella posizionata dalla Reuters per le trasmissioni in diretta.

Questo è quantomeno il quadro che emerge dalle riprese video dopo la strage e del balcone dove sono stati uccisi i giornalisti.

Siamo indignati che giornalisti indipendenti siano tra le vittime di questo attacco contro l’ospedale, un luogo che è protetto dalle leggi internazionali,” hanno scritto in un comunicato congiunto la capo redattrice di Reuters Alessandra Galloni e la direttrice esecutiva di AP Julie Pace.

Dovrebbero chiedersi perché le loro agenzie hanno riportato le affermazioni di Israele secondo cui quei giornalisti erano obiettivi legittimi senza mettere in dubbio queste asserzioni, anche se nei successivi aggiornamenti è stata aggiunta una certa ambiguità.

Sicuramente alcuni fotografi che lavorano per la Reuters pensano che quando è troppo è troppo. Valerie Zink ha stracciato il suo tesserino di giornalista dell’agenzia di strampa e lunedì ha postato un addio pubblico che fa riferimento alla copertura informativa sia dell’uccisione all’inizio di questo mese del giornalista di Al Jazeera Anas al-Sharif che al doppio attacco contro l’ospedale Nasser.

Quando Israele ha ucciso Anas al-Sharif insieme a tutta l’equipe di Al-Jazeera a Gaza City il 10 agosto la Reuters ha scelto di pubblicare il comunicato israeliano totalmente infondato secondo cui al-Sharif era un operativo di Hamas, una delle innumerevoli menzogne che mezzi di informazione come Reuters hanno diligentemente ripetuto e avallato,” ha scritto Zink. “La volontà della Reuters di diffondere la propaganda israeliana non ha risparmiato i suoi stessi giornalisti dal genocidio attuato da Israele.”

Svelare la verità

Tutto ciò induce a chiedersi cosa sia veramente una “telecamera di Hamas” o un “giornalista Nukhba”. Si sarebbe tentati di pensare che sia una telecamera che individua le posizioni dell’esercito israeliano per colpirle. Ma non è così. La definizione è molto più vaga. È una [telecamera] immaginata da Yehezkeli e molti altri, come Andrew Fox, l’ex-para britannico che ora si fregia del titolo di “ricercatore” della neoconservatrice Henry Jackson Society.

Yehezkeli ha affermato: “Pensate solo a quanto danno questi giornalisti… chiamateli giornalisti Nukhba, quanto danno hanno fatto a Israele.”

Dopo l’assassinio di Sharif, Fox ha scritto: “Nei conflitti contemporanei c’è un mito pericoloso, che “combattenti” significhi un uomo con un fucile o una donna in uniforme.”

Egli suggerisce che se anche Sharif fosse stato solo un giornalista di Al Jazeera – Fox ripete a pappagallo la calunnia che Sharif fosse un miliziano di Hamas, senza fornire alcuna prova – ciò sarebbe comunque una giustificazione sufficiente per ucciderlo: “Quando un giornalista diventa un bersaglio militare legittimo? Forse non abbastanza spesso,” ha ragionato Fox.

Probabilmente non ne sono beatamente consapevoli, ma Fox e Yehezkeli stanno lavorando contro gli interessi di Israele cercando di impedire al presidente Donald Trump e al partito Repubblicano di lasciare una nave che sta affondando.

In quanto fanatici, non possono fare a meno loro stessi di svelare la verità: quei giornalisti sono pericolosi per Israele perché stanno facendo il loro mestiere.

Israele non può stare lì a guardarsi nello specchio a grandezza naturale che questi giornalisti di Gaza gli reggono davanti, giorno dopo giorno.

Israele non può tollerare le immagini di bambini emaciati, la cui fame è stata metodicamente pianificata dai suoi ideatori e strateghi. Non può sopportare l’effetto che queste immagini stanno avendo sull’opinione pubblica internazionale.

Fox dovrebbe pensare, la prossima volta che si recherà su X per illustrare le sue opinioni sull’uccisione di giornalisti, a quanti secondi durerebbe davanti a commentatori come Tucker Carlson o Piers Morgan [giornalisti di estrema destra, il primo statunitense e il secondo britannico, ndt.]. Ne uscirebbe a pezzi.

Uccidere in silenzio

Perché i numeri parlano chiaro. Un recente sondaggio della Quinnipiac University [università statunitense del Connecticut, ndt.] ha scoperto che il 60% degli elettori disapprova il fatto che gli USA inviino aiuti militari a Israele, mentre il 32% appoggia ulteriori aiuti. Secondo Politico [quotidiano statunitense di analisi politica, ndt.] sono il livello più alto di opposizione e il più basso di approvazione all’alleanza militare degli USA con Israele dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.

Metà degli elettori intervistati, tra cui il 77% dei democratici, ha affermato di credere che Israele stia commettendo un genocidio. Il 64% dei repubblicani ha sostenuto di non credere che Israele stia commettendo un genocidio.

Tra quanti si oppongono all’aiuto militare a Israele ora c’è anche l’ex-consigliere per la sicurezza nazionale USA Jake Sullivan.

Israele non sta perdendo solo la guerra a Gaza, ma, cosa più importante, la sta perdendo negli USA, dove conta davvero.

È stato sullo stesso terreno, a migliaia di chilometri di distanza dai campi di battaglia di Vietnam e Cambogia, che 50 anni fa venne persa la guerra contro i vietcong.

Come altri regimi genocidi, Israele vorrebbe uccidere e affamare i palestinesi in silenzio, censurando le informazioni, mentre i media compiacenti diffondono un flusso costante di menzogne e odio.

Nel 1994 durante il genocidio in Ruanda gli strumenti principali per incitare gli hutu ad attaccare la minoranza tutsi furono “la radio e il machete”. È diventato famoso come il genocidio della radio, o la morte attraverso la radio.

Ora questo sta avvenendo in ebraico in Israele. Al seguito dei media locali una chiara e netta maggioranza di israeliani crede che a Gaza non ci siano “innocenti”.

I media furono fondamentali anche per il genocidio di sei milioni di ebrei durante l’Olocausto. Il ministro della Propaganda Joseph Goebbels disumanizzò sistematicamente gli ebrei, giustificò la loro persecuzione e garantì il sostegno pubblico all’omicidio di massa.

I campi di concentramento obbligavano i prigionieri a mandare a casa cartoline in cui dicevano di essere trattati bene. A Terezín vennero filmati concerti, dopodiché l’intera troupe venne mandata ad Auschwitz.

La propaganda secondo cui gli ebrei sarebbero stati “ricollocati a est” fu fondamentale nei tentativi del regime nazista di nascondere la “soluzione finale” delle camere a gas. Oggi i media israeliani riportano di negoziati con il Sud Sudan come destinazione per un’“evacuazione” di palestinesi da Gaza, come se fosse la cosa più normale e umana al mondo.

Esempi professionali da seguire

Il linguaggio normalizza il genocidio.

Israele può agire a Gaza solo con giornalisti sotto il suo controllo, come le greggi addomesticate di giornalisti esteri che accettano di andarci sui carrarmati dell’esercito israeliano.

Ma i cinque giornalisti morti questa settimana erano fatti di una tempra più forte.

Dirò qualche parola su due di loro, nessuno dei quali lavorava per Middle East Eye.

Mariam Dagga, giornalista freelance che collaborava con vari mezzi di informazione, compresa AP, è salita alla ribalta per una tragedia personale. Durante la Grande Marcia del Ritorno del 2018 filmò la morte di un manifestante colpito nei pressi della barriera tra Gaza e Israele per poi scoprire che l’uomo, morto dissanguato, era suo fratello.

Suo marito vive negli Emirati Arabi Uniti e lei aveva avuto la possibilità di lasciare Gaza con lui e suo figlio Ghaith, ma aveva scelto di rimanere e continuare a lavorare come fotogiornalista.

Voglio che tu mi renda orgogliosa avendo successo ed eccellendo, che dimostri quanto vali e diventi un grande uomo d’affari, mio caro,” ha scritto in una lettera a suo figlio. “Quando crescerai, ti sposerai e avrai una figlia, chiamala Mariam come me. Sei il mio amore, il mio cuore, il mio sostegno, la mia anima e il figlio di cui sono fiera.”

Moaz Abu Taha era il giornalista che aveva aiutato Haaretz [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndt.] a fare “visite virtuali” nel reparto infantile all’ospedale Nasser. All’epoca Haaretz ha scritto: “La telecamera si sposta nella stanza successiva. Stesa a letto sotto un grande manifesto dell’Ape Maya c’è Sham Qadeeh, una bambinetta in uno stato orribile. Ha due anni e pesa solo 4,4 chili. Sham è nata poco prima che scoppiasse la guerra e il suo peso era normale.

Ora il suo addome è gonfio, le sue gambe stecchite sono storte, le sue ossa sono sporgenti, sotto la pelle si vede il cranio, i suoi occhi sono vitrei e i suoi denti caduti. Ha il volto di un’anziana.”

I giornalisti morti lunedì, e ogni giornalista palestinese ucciso mentre raccontava questo conflitto, sono esempi professionali da seguire.

Noialtri, che abbiamo il lusso di lavorare come giornalisti e rimanere vivi, dovremmo chinare il capo in loro memoria.

Le opinioni esposte in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore, esperto della regione e analista sull’Arabia Saudita. È stato l’editorialista per l’estero del Guardian e corrispondente in Russia, Europa e a Belfast. È arrivato al Guardian da The Scotsman [quotidiano britannico edito a Edimburgo, ndt.], dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




ONU: da gennaio registrati oltre 1000 attacchi israeliani contro i palestinesi in Cisgiordania

Amira Haas

28 agosto 2025 Haaretz

Secondo i rapporti delle Nazioni Unite, che includono solo gli attacchi che hanno provocato morti, feriti o danni alle proprietà, nel 2025 sono stati finora uccisi 11 palestinesi e 696 sono rimasti feriti. I dati indicano una continua tendenza al rialzo nel numero di incidenti violenti da parte di israeliani in Cisgiordania

Nei primi otto mesi di quest’anno le Nazioni Unite hanno registrato oltre 1.000 aggressioni perpetrate da civili israeliani contro palestinesi e le loro proprietà in decine di località in Cisgiordania. Undici palestinesi sono stati uccisi durante questi attacchi mentre cercavano di proteggere le loro case, i greggi di pecore o campi e boschi contro gli aggressori militari e civili. Altri 696 sono rimasti feriti.

Queste cifre attestano la crescente tendenza alla violenza esercitata dai civili israeliani contro i palestinesi dal 2021, anno in cui sono stati documentati 532 casi di questo tipo. Nel 2024 si sono verificati 1.449 simili episodi di violenza, in cui soldati e civili israeliani hanno ucciso 11 palestinesi e ne hanno feriti altri 486.

Tutti questi attacchi sono stati e sono perpetrati in aree sotto la piena responsabilità delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), ovvero nelle aree B e C (una definizione che ha diviso arbitrariamente il controllo in Cisgiordania tra le Forze di Difesa Israeliane e l’Autorità Nazionale Palestinese, una divisione che avrebbe dovuto terminare nel 1999). Secondo il diritto internazionale questo significa che l’esercito deve proteggere le popolazioni locali, le loro vite, i loro mezzi di sussistenza e le proprietà.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (UNHCR), che documenta questi attacchi, non include nei suoi rapporti bisettimanali gli attacchi che non si concludono con morti, feriti o danni alle proprietà.

Il dipartimento per gli affari negoziali dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che documenta tutti gli incidenti legati al controllo israeliano in Cisgiordania (da uccisioni e ferimenti a incursioni, detenzioni, espropriazioni di terreni ed erezione di posti di blocco permanenti o mobili), include nei suoi rapporti anche gli attacchi dei coloni che non si concludano con feriti, e tali attacchi si verificano quotidianamente.

Tra questi rientrano le incursioni [nelle proprietà palestinesi, n.d.t.], le minacce con armi e cani, il blocco delle strade, l’intimidazione dei pastori e il disturbo delle loro greggi, l’impedimento dell’accesso agli uliveti, il bagno – spesso con l’accompagnamento dell’esercito – nelle sorgenti dei villaggi e le molestie agli abitanti.

I dati pubblicati da questo dipartimento indicano anche un netto aumento: a luglio 2021 erano stati registrati 51 attacchi e episodi di molestie di varia intensità da parte di cittadini israeliani mentre a luglio di quest’anno ne sono stati registrati 369. A titolo di confronto, nel luglio di quest’anno l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari ha segnalato 163 attacchi.

Il più grave di questi ultimi attacchi si è concluso con l’uccisione di Awdah Hathaleen del villaggio di Umm al-Kheir. Il presunto assassino è Yinon Levi, un colono di uno degli avamposti della zona. Secondo quanto riportato da palestinesi e organizzazioni israeliane per i diritti umani due giorni fa i coloni hanno allestito roulotte proprio accanto alle case del villaggio, a pochi metri dal luogo in cui si trovava Levi quando ha iniziato a sparare con la sua pistola.

Anche ad agosto si sono verificati decine di attacchi. Solo tra il 12 e il 18 agosto le Nazioni Unite hanno documentato 29 attacchi in 23 comunità della Cisgiordania da parte di civili israeliani contro palestinesi conclusasi con lesioni personali o danni alle proprietà. Undici persone sono rimaste ferite in questi attacchi, nove delle quali da parte dei coloni e due da parte di soldati. Tra i feriti ci sono un uomo anziano, un bambino e tre donne. La documentazione mostra che sono stati danneggiati anche 700 alberi.

I danni agli ulivi e alle aree agricole sono uno degli aspetti più odiosi di tali attacchi. Secondo le prove accumulate nel corso degli anni e documentate da Haaretz in numerose occasioni, i metodi sono vari: includono incendi, tagli, sradicamenti, segatura di rami e, durante la stagione della raccolta delle olive, furto del raccolto. Il danno arrecato pregiudica i ricavi previsti da queste colture. Ogni albero abbattuto o sradicato vanifica anni di lavoro, insieme agli investimenti nelle risorse utilizzate per la loro cura, tra cui acqua e insetticidi.

Gli agricoltori palestinesi sentono una vicinanza emotiva e personale in particolare con i loro ulivi, poiché questi rappresentano la continuità delle generazioni e del loro modo di vivere. Gli alberi sono sia un bene familiare che si trasmette per eredità, sia un simbolo nazionale che attesta l’esistenza di un popolo e il suo legame con la terra. Danneggiare questi alberi non è percepito come vandalismo fine a se stesso, ma come un deliberato intento di cancellare i legami familiari e nazionali delle persone che li possiedono e li coltivano.

Così, quando la scorsa settimana, su ordine del comandante del Comando Centrale delle IDF maggior generale Avi Bluth l’esercito ha sradicato migliaia di ulivi con frutti quasi maturi nel villaggio di al-Mughayyir, lo shock e l’orrore sono stati immensi. Lo sradicamento di massa in pieno giorno è riuscito a fare in due o tre giorni ciò che i civili israeliani “riescono” a fare di nascosto in molti attacchi. Bluth ha presentato questo massiccio sradicamento come la risposta a una sparatoria in cui era rimasto ferito un civile israeliano nei pressi dell’avamposto di Adei Ad; il presunto attentatore proveniva da quel villaggio.

Solo ad al-Mughayyir ci sono stati da gennaio 2023 83 attacchi da parte di civili israeliani. Tra questi l’incendio di auto e case e danni agli alberi. Due abitanti del villaggio che stavano proteggendo le loro case e i loro alberi sono stati uccisi dai soldati nell’aprile 2024 e a metà agosto di quest’anno. Quasi la metà degli attacchi, 39, è stata perpetrata da gennaio di quest’anno. Il numero più alto, 11, si è registrato a maggio.

Secondo B’Tselem almeno 40 comunità di pastori palestinesi hanno dovuto abbandonare le loro residenze negli ultimi tre anni a causa dell’aumento degli attacchi. In molti villaggi si segnala la presenza di israeliani armati che impediscono agli abitanti di raggiungere i loro appezzamenti di terra. I palestinesi affermano che gli aggressori provengono solitamente da avamposti di pastori, che si sono moltiplicati notevolmente negli ultimi anni sia che vi risiedano, che siano in visita o vi lavorino per curare le greggi.

Gli abitanti di questi avamposti si vantano di controllare vaste aree di terreni agricoli e pascoli. Così, ad esempio, in un video pubblicato sui social media questa settimana allo scopo di raccogliere donazioni per questi avamposti, la persona che ha fondato un avamposto a est di al-Mughayyir, Eliav Libi, racconta al rabbino Shmuel Eliyahu che 12 avamposti agricoli ora controllano 90.000 dunam (22.240 acri) tra la catena montuosa centrale e la valle del Giordano.

In un gruppo WhatsApp di sostenitori degli avamposti si possono trovare messaggi come: “Gli arabi riferiscono che degli ebrei festanti hanno incendiato due veicoli nel villaggio di Abu Falah, vicino all’insediamento di Shilo”, oppure “Arabi piagnoni riferiscono che ebrei felici hanno incendiato diversi veicoli nel villaggio di Silwad, vicino all’insediamento di Ofra”. Entrambi sono apparsi il 31 luglio.

Anche i palestinesi hanno gruppi WhatsApp pensati per segnalare in tempo reale attacchi e molestie da parte dei coloni. Lo scorso lunedì mattina uno di questi gruppi ha riferito che un anziano contadino di Halhul è stato picchiato duramente dagli israeliani, che da un mese impediscono alle famiglie di accedere ai loro vigneti. Più tardi nello stesso giorno è stata segnalata la presenza di pastori israeliani con le loro pecore nei vigneti e negli uliveti nei villaggi di Asira al-Qibliya (a sud-ovest di Nablus) e di Atara, a nord di Ramallah.

Quella sera sono stati pubblicati video di due fuoristrada e di un gregge di pecore che invadevano il territorio della comunità di pastori palestinesi di al-Tiran, a sud di Dahariya. Nel 2024 i residenti della vicina Khirbet Zanuta sono stati costretti ad abbandonare le loro case con i loro greggi a causa di molestie simili, sempre più frequenti.

Al portavoce delle IDF è stato chiesto se queste statistiche indichino il fallimento dell’esercito e di commentare la conclusione che gli attacchi sono coerenti con la politica israeliana di accaparrarsi quanta più terra palestinese possibile.

In risposta, il portavoce ha dichiarato: “Le forze delle IDF, l’Amministrazione Civile e la Polizia Israeliana stanno lavorando per prevenire la violenza e mantenere l’ordine pubblico nel settore di Giudea e Samaria. Le IDF prendono molto seriamente, rifiutano e condannano qualsiasi comportamento illegale e agiscono con risolutezza in conformità con gli ordini e i valori delle IDF.

“Le IDF stanno adottando le misure a loro disposizione, inclusi arresti e ordini di espulsione. La missione delle IDF è quella di mantenere la sicurezza di tutti i residenti della regione e di lavorare per prevenire il terrorismo e le attività che mettono in pericolo i cittadini dello Stato di Israele, e questa violenza distoglie l’attenzione delle forze di sicurezza dalla loro missione.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Genocidio di Gaza: ‘Non c’è niente da occupare. La città non esiste più’

Majd Asadi

29 agosto 2025 – Middle East Eye

La politica di Israele di totale annientamento sta distruggendo la vita per come la conosciamo, ma ciò che sopravvive disegnerà il nostro futuro globale

Gaza non è “occupata”, è cancellata. I carri armati non entrano per controllare, ma per distruggere. Ciò che è accaduto a Rafah e Beit Hanoun si sta ripetendo nel centro di Gaza: nei giorni scorsi i quartieri di Tuffah, Sabra e Zeitoun sono diventati resti e rovine.

Quando si parla di “occupazione di Gaza City” si usa un termine che ha lo scopo di ingannare il mondo. Per circa due anni l’esercito israeliano è rimasto sul territorio di Gaza, ma non esiste nessuna forma di governo militare.

Al contrario vi è una politica di distruzione totale, che intende cancellare ciò che resta della città e dei suoi abitanti. Praticamente una delle più antiche città del mondo viene spazzata via dalla mappa.

Il processo di eliminazione avviene attraverso attacchi aerei e spari indiscriminati, oltre che con bulldozer che scavano e distruggono interi edifici. Non esistono più infrastrutture, elettricità, acqua, ospedali e scuole.

La distruzione è totale, al punto che gli abitanti dicono: “Non c’è niente da occupare. La città non esiste più.”

E’ l’annientamento delle vite umane e della terra; il soffocamento di ogni soffio di vita. La retorica dell’ “occupazione” serve ad oscurare la realtà del genocidio. L’obbiettivo non è gestire la città, ma renderla inabitabile.

In questo modo Gaza è diventata un esempio mondiale di come il linguaggio politico del controllo maschera una politica di distruzione.

Violenza allo stato puro

Anche se Israele cerca di far passare la distruzione di Gaza come una vittoria, il vero risultato sarà l’opposto, con pesanti costi politici ed esistenziali. Di fronte ad un annientamento su così larga scala neppure i “successi” diplomatici sopravviveranno.

Tutte le maschere sono cadute. Il progetto sionista, che per decenni si è ammantato di slogan di “democrazia” e “progressismo”, è stato messo a nudo. Ciò che resta è violenza pura: supremazia militare e razziale, attuata attraverso espulsione, sradicamento ed appropriazione della terra. Sono questi i suoi cardini.

Ciò che sta avvenendo a Gaza non è solo un momento storico nelle nostre vite. E’ una pietra miliare globale, che ci mette di fronte all’essenza di un progetto coloniale che ha lo scopo di cancellare un’intera città insieme ai suoi abitanti e ai sopravvissuti. Questo avviene mentre i diritti dei rifugiati sono bloccati da generazioni attraverso la negazione e l’eliminazione.

Gaza è diventata uno specchio che mostra il sionismo senza filtri: totale distruzione, cancellazione di vite umane, annientamento della società. Questa campagna di violenza e sterminio contro i palestinesi mette in luce la responsabilità morale di ogni cittadino israeliano nei confronti del movimento dei coloni, del potere che detiene e della patria il cui reale contesto storico rifiutano di riconoscere.

In tal modo Gaza è un test storico, che costringe Israele ad affrontare le questioni morali riguardo alle vite che sono state cancellate e alla storia che è stata soppressa.

Chi parla ancora di “pace” quando non resta nulla non coglie il fulcro della questione. L’esistenza di Israele si è sempre basata su sistemi di potere e di controllo che garantiscono il costante predominio dello Stato. Questi sistemi sono spesso scollegati dalle responsabilità storiche.

Ogni cittadino israeliano ha il dovere di affrontare questa dipendenza e di liberarsi dalla posizione che permette la negazione e la marginalizzazione. Ogni organizzazione, agenzia o singolo individuo che non abbia protestato per Gaza ha fallito.

La vita acquista un significato diverso a Gaza: la famiglia affamata che porta un pugno di farina ad una vedova vicina; la persona che raccoglie ossa e poi le avvolge e le seppellisce; quelli che sopravvivono agli spari vicino ai centri di “aiuto” e poi condividono con i vicini la farina che sono riusciti a prendere: questi sono scatti di vita.

Persino condividere un barattolo di piselli con un gatto randagio, è vita.

Ciò che sopravvive della città, ciò che riesce a sfuggire alle ceneri della distruzione non svanirà con il fumo. Ciò che sopravvive di Gaza continuerà a crescere in tutto il mondo, in nuovi movimenti di liberazione e lotte per la giustizia. Parlerà con voce forte e chiara: non c’è luogo in cui nascondersi quando la realtà è diventata un continuo crimine contro l’umanità.

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Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Majd Asadi è un tenore che ha collaborato con direttori d’orchestra in tutto il mondo. E’ anche scrittore e attivista politico.

(traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)