La nuova era dell’espansionismo israeliano e l’economia di guerra che la alimenta

Ahmed Alqarout  

2 febbraio 2026 – Mondoweiss

Come l’economia trainata dalla guerra, la ridefinizione regionale e la spinta di Netanyahu per l’indipendenza negli armamenti stanno dando inizio a un nuovo periodo di espansionismo israeliano nella sua ricerca di supremazia a livello regionale.

Israele ha avviato una nuova era di espansionismo territoriale e aggressione militare al di là dei confini della Palestina storica. Le sue bellicose azioni hanno subito un’accelerazione in Giordania, Libano, Siria, Yemen, Iran, Qatar e, più di recente, Somaliland [territorio del Corno d’Africa che ha dichiarato unilateralmente la propria indipendenza dalla Somalia, ndt.]. Questi sviluppi non sono dovuti a un cambiamento nelle ambizioni strategiche israeliane ma piuttosto alla perdita delle costrizioni che le avevano limitate prima dell’ottobre 2023.

Questa svolta espansionistica riflette una ridefinizione strutturale dei rischi, dei vantaggi e della tolleranza internazionale piuttosto che un improvviso cambiamento ideologico. Ma è anche dovuta al modo in cui attualmente è strutturato il sistema economico israeliano: l’industria militare l’ha trainato da quando Israele ha sperimentato un certo livello di isolamento internazionale che negli ultimi due anni ha colpito la maggioranza degli altri settori. Il risultato? Ora Israele ha un ulteriore incentivo strutturale a vivere in un costante stato di guerra.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dato voce a questa situazione quando ha annunciato che Israele dovrebbe diventare una “Super Sparta”, uno Stato bellicoso altamente militarizzato con un’industria degli armamenti autosufficiente in grado di sfidare le pressioni internazionali e l’embargo sulla fornitura di armi perché non più costretto a dipendere dalla generosità militare statunitense.

Una fondamentale dichiarazione strategica acutizza questa traiettoria. Nel gennaio 2026 il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato l’intenzione di porre fine all’aiuto militare USA a Israele entro approssimativamente un decennio, inquadrando tutto ciò come un percorso verso l’autosufficienza militare-industriale e l’autarchia strategica. Questo annuncio segnala che Israele non si accontenta più di rimanere subordinato agli USA e cerca invece di agire come loro partner strategico regionale in un momento in cui la strategia della sicurezza nazionale statunitense sta spostando la sua attenzione dal Medio Oriente all’emisfero ovest.

La dichiarazione di Netanyahu amplifica l’urgenza di un modello di sviluppo trainato dalle esportazioni significativamente basato sulle industrie belliche e legate alla sicurezza. Il problema è che se Israele intende sostituire 3,8 miliardi all’anno di aiuti militari USA deve incrementare notevolmente la sua produzione interna e la sua capacità di esportazione.

Lo Stato israeliano sta cercando di istituzionalizzare questo incremento di esportazioni attraverso le politiche con commesse di circa 350 miliardi di shekel (equivalenti a 100-108 miliardi di dollari) nel prossimo decennio per espandere una propria industria bellica interna. Economicamente ciò significa che la produzione di armi diventerà centrale per la strategia industriale israeliana a lungo termine spostando capitali, lavoro e sostegno dello Stato verso l’industria militare invece che verso il rilancio [dell’economia] civile, una strategia che è insostenibile in un periodo di guerra. Ciò inserisce anche le imprese israeliane ancora più a fondo nella catena di forniture per la sicurezza a livello globale, persino nel momento in cui lo Stato si trova isolato a livello diplomatico.

La dimensione strutturale: un incentivo per la guerra permanente

Dal 2023 le esportazioni militari israeliane sono diventate uno dei pochi settori che compensano il rallentamento generale della sua economia. Nel 2023 le esportazioni per la difesa hanno raggiunto approssimativamente i 13 miliardi e nel 2024 sono salite ulteriormente a circa 14,7-15 miliardi, segnando successivi record. Questa espansione è avvenuta mentre la crescita dell’economia civile si è indebolita, a causa della prolungata mobilitazione dell’esercito la carenza di lavoro e la disoccupazione si sono accentuate e vasti settori delle piccole e medie imprese hanno segnato sostanziali perdite e fallimenti. Durante le tensioni del periodo bellico l’esportazione di armamenti ha funzionato come stabilizzatore anticiclico, ma ora è diventata una parte permanente del modo in cui l’economia israeliana intende riprodursi.

Nel 2025 questa traiettoria ha accelerato ulteriormente. Israele ha firmato alcuni dei suoi maggiori accordi fino ad ora per la difesa con USA, EAU [Emirati Arabi Uniti], Germania, Grecia e Azerbaigian che riguardano sistemi di difesa, missili, droni e tecnologie avanzate per la sorveglianza. Mentre non sempre gli importi degli accordi sono stati resi pubblici, si prevede che essi porteranno il totale delle esportazioni per la difesa oltre il record del 2024, rafforzando il settore bellico come l’industria più dinamica delle esportazioni israeliane proprio quando altri settori, come l’agricoltura, secondo quanto dicono i coltivatori, devono affrontare un imminente “collasso”. L’economia bellica è diventata il principio organizzatore della sopravvivenza politica e l’assicurazione sulla vita del regime.

Mentre i settori civili sono in stagnazione, l’economia di guerra fornisce crescita, entrate di valuta estera e isolamento politico. Ciò crea un incentivo strutturale per una mobilitazione permanente: la guerra sostiene la domanda, protegge il governo dal rendere conto delle sue azioni e rafforza una visione del mondo in cui la forza è considerata la principale moneta nelle relazioni internazionali.

In questo contesto le aggressioni militari e l’espansionismo territoriale sono i meccanismi attraverso i quali l’economia israeliana tenta ora di riprodursi. Come conseguenza la coalizione di governo di Israele si basa sulla sicurezza. L’economia bellica è diventata il principio cardine della sopravvivenza politica e l’assicurazione sulla vita del regime.

La dimensione globale: la fine delle leggi internazionali

La dimensione internazionale è altrettanto decisiva. L’espansionismo territoriale e le aggressioni militari di Israele sono stati possibili grazie allo svuotamento di meccanismi internazionali vincolanti, come il diritto internazionale.

Gli Stati occidentali hanno dimostrato che non c’è una ragionevole linea rossa quando la violenza è inquadrata come controterrorismo o difesa della civiltà. Le norme giuridiche rimangono intatte a parole ma operativamente sospese. Ciò ha modificato i calcoli strategici di Israele, perché se Gaza determina scalpore diplomatico ma nessuna sanzione concreta, allora Libano, Siria o Iraq implicano costi previsti ancora minori.

Il collasso della normalizzazione: nessuna ragione per comportarsi correttamente

Anche le politiche di normalizzazione giocano un ruolo. Il collasso dei colloqui di normalizzazione tra Israele e l’Arabia Saudita, che durante il 2023 sotto la mediazione USA avevano accelerato ma sono stati sospesi dopo che Israele ha scatenato il genocidio a Gaza, non ha sanzionato il comportamento di Israele ma l’ha affrancato.

Senza il riconoscimento saudita come merce di scambio o incentivo a moderarsi, Israele ha abbandonato ogni pretesa di usare compromessi territoriali come strumento negoziale. Ciò ha promosso l’obiettivo di stabilire fatti sul terreno cercando nel contempo rapporti bilaterali con attori più piccoli o più vulnerabili. Ora l’espansione sostituisce il morente potere di persuasione di Israele e il riconoscimento è ottenuto sempre più attraverso il potere piuttosto che con i negoziati.

Ciò che rende diverso il periodo successivo al 2023 è il fatto che Israele ha combattuto simultaneamente e apertamente su vari scenari e con la certezza che l’escalation non avrebbe scatenato contraccolpi sistemici. Oltretutto la strategia israeliana è stata strutturalmente possibile grazie a un sempre crescente ricorso a nuove tecnologie sviluppate durante la guerra. Non è più una risposta a minacce ma un metodo di governo interno e di influenze all’estero.

Dal 2023 Israele non ha più perseguito la pace attraverso il contenimento, come fece nel periodo delle Primavere Arabe. Al contrario si è spostato verso l’occupazione permanente, l’esproprio delle terre e la ridefinizione delle mappe politiche per sostenere ed espandere la sua macchina da guerra.

Come Israele sta perseguendo il dominio regionale

In patria l’espansionismo israeliano intende risolvere in modo definitivo la questione palestinese attraverso una combinazione di espulsione, cantonizzazione, cooptazione e in definitiva trasferimento. La logica sottesa è eliminare una volta per tutte quello che viene percepito come il principale problema di sicurezza israeliano, la presenza stessa del popolo palestinese sulla sua terra, ripristinando così la fiducia dell’élite e della società nella sopravvivenza a lungo termine dello Stato.

A livello regionale, nei Paesi in cui interviene Israele persegue diversi obiettivi, alcuni che riguardano l’acquisizione territoriale o l’occupazione semi-permanente, altri focalizzati sulla subordinazione, frammentazione e neutralizzazione delle minacce percepite.

In Iran l’aggressione prende la forma della ricerca di una destabilizzazione e indebolimento militare del regime attraverso pesanti attacchi aerei sulle strutture nucleari e militari insieme a tentativi di esacerbare la rivolta sociale e politica. Nel giungo 2025 la guerra tra Israele e Iran ha segnato lo scontro militare finora più diretto tra i due Stati, eppure è finito in una tregua informale invece che in un’escalation di guerra totale e nessuna delle due parti ha superato il limite riconosciuto di deterrenza nonostante l’intensità degli scontri.

Da allora le proteste su vasta scala in Iran hanno introdotto un nuovo punto di pressione interna che gli attori esterni inquadrano sempre più come una vulnerabilità strategica. Ciò ha coinciso con esplicite minacce di guerra da parte di Donald Trump e rinnovati segnali militari USA, che insieme rafforzano la tradizionale idea israeliana dell’Iran come una minaccia esistenziale che deve essere affrontata attraverso un cambiamento di regime. Eppure la persistenza della mancata escalation riflette come l’aggressione contro l’Iran operi all’interno di limiti impliciti che l’espansionismo territoriale in Palestina o in Siria non affronta, anche se l’insieme di rivolta interna e retorica coercitiva all’estero rende questo equilibrio più fragile.

In Libano Israele intende smantellare Hezbollah non solo come attore militare ma anche come la colonna portante dell’ordine politico guidato dagli sciiti che ostacola il dominio regionale israeliano. L’obiettivo più complesso è dividere il Libano in un sistema basato sulle minoranze in cui drusi, cristiani e altri gruppi siano incentivati a cercare la protezione dall’estero e rapporti economici con Israele. Un Libano debole e frammentato garantisce profondità strategica senza i costi e le responsabilità di un’occupazione diretta. Per ora in Libano l’escalation attraverso il confine funge meno come un percorso verso una vittoria militare totale e più come uno strumento per ridefinire gradualmente l’equilibrio politico interno del Libano.

A gennaio 2026, nonostante il cessate il fuoco formalmente in vigore, Israele ha conservato posizioni “temporanee” in cinque luoghi “strategici” nel sud del Libano, rifiutando di completare il ritiro. Il risultato è una situazione di stallo tesa, in cui Israele conserva il potere militare sul Libano e nel contempo non rispetta il suo impegno a un totale ripiegamento e lascia aperta la possibilità di una nuova pesante escalation.

Gli attacchi israeliani in Siria sono in un certo senso più complessi, ed è diventato un teatro fondamentale dell’intervento militare di Israele e della realizzazione di una frammentazione politica in seguito alla caduta del regime di Assad nel dicembre 2024. La strategia israeliana in Siria riguarda sia l’azione militare diretta che tentativi di impedire il consolidamento di uno Stato siriano unificato fornendo aiuto militare e coordinamento alle Forze Curde Siriane (le SDF) con l’inteto di frammentare l’autorità del nuovo governo siriano.

Nel marzo 2025 il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato pubblicamente che Israele permetterà ai lavoratori drusi siriani di entrare nelle Alture del Golan [occupate da Israele nel 1967, ndt.] da occupare nell’agricoltura e nelle costruzioni, presentandolo come un gesto umanitario e promuovendo simultaneamente dipendenza occupazionale e rapporti economici che leghino le comunità di confine a Israele. Nel luglio 2025 Netanyahu ha adottato una politica formale di “demilitarizzazione del sud della Siria”, dichiarando che le forze israeliane vi rimarranno a tempo indeterminato e che a nessuna forza militare siriana verrà permesso di restare a sud di Damasco, separando di fatto il territorio siriano. Netanyahu ha definito questa politica come “protezione dei drusi”.

Difficoltà israeliane in Siria

Alla fine del 2025 e all’inizio del 2026 la posizione delle SDF [Sirian Democratic Forces, milizia curda siriana, ndt.] è crollata. Le defezioni delle tribù arabe a Raqqa e a Deir Ez-Zour, la crescente pressione delle forze turche nel nord e la mancanza di un sostanziale appoggio esterno hanno portato nel gennaio 2026 a una rapida ritirata delle SDF da buona parte del nord e dell’est della Siria. Questo crollo del principale alleato curdo di Israele, insieme al fallimento della resistenza della milizia drusa sostenuta da Israele per evitare il consolidamento dell’autorità di Damasco nel sud della Siria, ha minato la strategia israeliana di impedire la ricostruzione di uno Stato siriano unificato attraverso un conflitto per mezzo di alleati.

Le popolazioni drusa e alawita rappresentano potenziali risorse economiche e demografiche in un momento in cui Israele deve affrontare una carenza strutturale sia di soldati che di lavoratori. Dal 2023 questa carenza è diventata grave. Le aree periferiche siriane offrono un bacino di forza lavoro che può essere incorporata in modo selettivo sotto accordi di autonomia o annessione informale che Israele ha già fatto consentendo a un certo numero di drusi siriani di lavorare nelle Alture del Golan. Quella che sta emergendo è una strategia di annessione economica senza confini formali, integrando in posizione subordinata le zone periferiche della Siria meridionale nell’economia israeliana.

Riguardo allo Yemen, il suo posizionamento a favore di Gaza e la sua dimostrata capacità di intralciare la navigazione nel Mar Rosso lo hanno elevato da un conflitto periferico a una minaccia strategica per Israele, soprattutto da quando il blocco di Ansar Allah [il movimento degli Houti, ndt.] danneggia l’organizzazione del commercio internazionale di Israele e i suoi rapporti di sicurezza con le compagnie assicurative marittime occidentali, le imprese della logistica e gli operatori portuali. I crescenti rapporti dello Yemen con Russia e Cina hanno solo aggravato questa minaccia. È per questo che attaccare lo Yemen non riguarda solo lo Yemen, ma anche la salvaguardia di un ordine marittimo occidentale per la cui sicurezza Israele è uno snodo fondamentale.

È qui che interviene il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele, che gli consente di evitare Stati riconosciuti a livello internazionale e lavorare direttamente con entità para-statali. In cambio del suo riconoscimento il Somaliland avrebbe accettato di avere una base militare israeliana sul proprio territorio e di accogliere palestinesi espulsi da Gaza.

Riguardo più in generale al coinvolgimento israeliano diretto in Nord Africa, Israele non ha effettuato operazioni militari dirette in Egitto né ha sostenuto interventi militari in Sudan o in Libia, ma ha perseguito strategie indirette di influenza e raccolta di informazioni, dal mantenimento di contatti con entrambe le parti della guerra civile sudanese a incontri segreti con politici libici prima dell’ottobre 2023.

I costi dell’espansionismo e il potenziale della resistenza

Mentre l’attuale traiettoria israeliana è stata descritta all’interno come un trionfo, la sua prospettiva a lungo termine rimane oscura e costosa. La guerra permanente blocca Israele in una mobilitazione militare permanente, accelera lo sfinimento demografico e morale e accentua l’esposizione a lungo termine a rappresaglie asimmetriche da parte della resistenza palestinese, della Siria, del Libano e di altri.

Ogni mancanza di conseguenze ridefinisce le aspettative da entrambe le parti. All’interno di Israele ciò rafforza la convinzione che la forza non comporti costi significativi. Ciò incentiva in quelli che vengono presi di mira lo sviluppo di strategie a lungo termine di attrito e rappresaglie. Spingersi troppo oltre dal punto di vista territoriale aggrava ulteriormente queste vulnerabilità. I tentativi israeliani di inserirsi in infrastrutture militari all’estero in posti come il Somaliland e lo Yemen del Sud (e di creare basi attraverso alleati regionali come gli EAU) espone il raggio di azione di Israele a linee logistiche estese che sono lontane, insicure e soggette a possibili interruzioni.

Invece di strutture operative israeliane queste modalità si basano su basi di terze parti (principalmente gli Emirati), la cui stabilità dipende da mutevoli dinamiche di potere regionali e da priorità statali al di là del controllo diretto di Israele. Mantenere una presenza effettiva a tale distanza aumenta la probabilità di ulteriori intralci dal punto di vista militare, condizionamenti economici e complicazioni impreviste che potrebbero dimostrarsi difficili da sostenere nel tempo, soprattutto in quanto lo yemenita Ansar Allah minaccia di prendere di mira ogni futura base militare nel Somaliland.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)