Israele è riuscito a sfuggire alla condanna per aver colpito le strutture sanitarie di Gaza. Non sorprende che lo stia facendo anche in Libano.

Seema Jilani

8 aprile 2026 – The Guardian

Come medico che ha lavorato in una zona di conflitto ho visto luoghi un tempo considerati sacri diventare bersagli legittimi in guerra. Tutto questo deve finire.

Il fine settimana di Pasqua ha segnato uno dei momenti più intensi della guerra di Israele contro il Libano. Domenica intorno alle 14 l’aviazione israeliana ha bombardato una zona residenziale densamente popolata vicino all’ospedale universitario Rafik Hariri, il più grande ospedale pubblico del Libano, uccidendo almeno cinque persone e ferendone altre 50.

Quando lavoravo in quell’ospedale nel 2020 curavo le persone più vulnerabili della società libanese: lavoratori migranti, palestinesi apolidi, rifugiati siriani. Quanto accaduto domenica è coerente con quella che sembra essere la più ampia strategia di Israele in Libano: organizzazioni per i diritti umani e operatori sanitari affermano che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) stanno paralizzando le infrastrutture sanitarie, prendendo di mira ospedali e personale medico, a volte anche mentre si trovano nelle ambulanze o nei centri di primo soccorso. Israele sta inoltre praticando su larga scala lo sfollamento forzato di civili, rendendo invivibili alcune zone del Paese, mentre l’affermazione di Benjamin Netanyahu secondo cui il cessate il fuoco di due settimane con l’Iran non si applica al Libano ci fa capire che la situazione è tutt’altro che risolta.

Israele sta applicando al Libano le stesse tattiche utilizzate a Gaza. Il modello si è dimostrato efficace. Normalizza la distruzione di ospedali e attrezzature mediche e allo stesso tempo scoraggia chi cerca assistenza sanitaria. Secondo Save the Children in Medio Oriente e nella regione circostante si verifica un attacco contro le strutture sanitarie ogni sei ore, il che indica che gli ospedali stessi sono stati di fatto trasformati in zone di guerra.

Mentre lavoravo a fianco degli operatori sanitari palestinesi a Gaza nel 2023 e nel 2024 ho assistito a straordinari atti di eroismo professionale. Trascorrevano ore interminabili di guardia, dichiarando morti i propri colleghi al pronto soccorso, per lasciare il lavoro e cercare cibo e riparo solo durante le evacuazioni forzate. L’Israeli Coordination of Government Activities in the Territories [Coordinamento delle Attività Governative nei Territori israeliano, ente israeliano che gestisce i territori palestinesi occupati, ndt.] aveva promesso che l’ospedale di al-Aqsa, dove lavoravamo, e la nostra foresteria sarebbero rimasti intatti, o “immuni dal conflitto”. Ma lentamente la guerra si avvicinava. Nel gennaio 2024 un proiettile colpì le pareti del reparto di terapia intensiva. Poco dopo la mia partenza la nostra foresteria fu bombardata e la maggior parte dei pazienti e del personale medico furono costretti a lasciare l’ospedale seguendo gli ordini di evacuare le strutture della zona. Ancora oggi non so che fine abbiano fatto i miei piccoli pazienti.

Nulla di tutto ciò è paragonabile alle atrocità subite dagli operatori sanitari palestinesi. La CNN ha riportato come nel novembre 2023 il personale medico dell’ospedale al-Nasr per ordine dei militari israeliana fu costretto ad abbandonare l’ospedale con tale fretta che in seguito furono ritrovati neonati in decomposizione nei letti. Dal dicembre 2024 il direttore dell’ospedale Kamal Adwan, il dottor Hussam Abu Safiya, è detenuto, il suo avvocato afferma che è stato torturato, picchiato e gli è stato negato l’accesso alle cure mediche. Nel marzo 2025 i corpi di 15 paramedici e soccorritori sono stati ritrovati in una fossa comune, secondo le Nazioni Unite uccisi a colpi d’arma da fuoco dalle forze israeliane.

Israele è sfuggito alle conseguenze di questi atti a Gaza e ora agisce impunemente in Libano. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità dal 2 marzo sono stati segnalati in Libano oltre 90 “attacchi contro le strutture sanitarie” che hanno provocato 137 feriti e 53 morti. Forse altrettanto devastante è la convinzione dei pazienti che i sistemi sanitari non siano più sicuri. Gli ospedali un tempo erano sacri. Il nuovo contesto cambia le carte in tavola per le famiglie: vale la pena andare in ospedale per far curare il proprio bambino per un attacco d’asma e, sapendo che Israele attacca gli ospedali, correre il rischio?

L’esercito israeliano sostiene che Hezbollah sfrutti sistematicamente le strutture mediche in Libano per “attività terroristiche”. Non sono state fornite prove a sostegno di queste affermazioni. Al mio ritorno da Gaza la mia ONG mi ha spiegato come rispondere a questa accusa infondata: semplicemente riportando ciò che avevo visto, ovvero dire che non ci sono prove che suggeriscano che gli ospedali vengano utilizzati come basi militari. Ma la risposta più completa e onorevole è questa: non importa minimamente se gli ospedali abbiano un duplice utilizzo per attività militari. Attaccare un ospedale è un crimine, punto e basta. I medici devono curare i pazienti senza timore né favoritismi. Se un bambino è in arresto cardiaco non interromperò il massaggio cardiaco per accertarmi delle affiliazioni politiche dei suoi genitori.

Ho lavorato nei campi profughi palestinesi per oltre 20 anni. Nel 2010, ho curato pazienti a Shatila, luogo del famigerato massacro di Sabra e Shatila del 1982. Lì ho incontrato Fatima, una madre di tre figli, che ricordava di aver camminato su innumerevoli corpi dopo i massacri e di aver trovato suo marito tra le vittime. Non so dove si trovi oggi, ma so che, in quanto palestinese apolide, non avrebbe diritto all’assistenza medica negli ospedali privati ​​in Libano. Se fosse in un’ambulanza, rischierebbe di essere presa di mira. La sua morte sarebbe solo un’altra statistica nei rapporti ufficiali che non si traducono mai in conseguenze per coloro che perpetrano crimini di guerra.

Il precedente creato a Gaza e ora in Libano è pericoloso per ogni conflitto futuro. Quando persino le ambulanze diventano un bersaglio, le regole di ingaggio vengono distorte per sempre.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Francia: la legge “Yadan” e la strumentalizzazione dei dati sull’antisemitismo

Sarra Grira 

7 aprile 2026 – Orient XXI

Per legittimare una proposta di legge intesa soprattutto a impedire critiche contro Israele e la denuncia del genocidio a Gaza la deputata Caroline Yadan si appoggia, tra gli altri, ai dati sull’antisemitismo. Ma l’identità e la metodologia delle organizzazioni che ne sono all’origine mostrano una strumentalizzazione di questa situazione a favore di una posizione filoisraeliana. Una petizione contro questo progetto di legge sul sito dell’Assemblea Nazionale ha già raccolto circa 700.000 firme.

L’esame del [progetto di] legge all’Assemblea Nazionale nel momento in cui il parlamento israeliano ha appena adottato una norma che istituisce la pena di morte riservata solo ai palestinesi non fa che rendere questa iniziativa ancora più grave in un contesto di persistente impunità per Israele. Questo progetto, presentato fin dal novembre 2024, è sostenuto da Caroline Yadan, deputata dell’ottava circoscrizione [elettorale] dei francesi residenti all’estero (che comprende in particolare Israele, la Palestina e Gerusalemme), che ha lasciato il partito Renaissance, pur restandogli “collegata”, per protestare contro la decisione del presidente Emmanuel Macron di riconoscere lo Stato di Palestina.

Per dare alla legge la legittimità che rivendica nel titolo, nell’esposizione delle sue motivazioni la proposta si appoggia sui dati riguardanti gli atti di antisemitismo e sul posto che occupano rispetto all’insieme delle azioni antireligiose in Francia.

Se il notevole aumento dell’antisemitismo nel Paese è indubbio, il modo in cui queste cifre sono presentate denota una doppia volontà: da una parte confondere antisemitismo e critiche contro lo Stato di Israele, dall’altra stabilire una gerarchia tra l’antisemitismo e le altre forme di razzismo, contraddicendo le indicazioni della Commission nationale consultative des droits de l’homme [Commissione Nazionale Consultiva dei Diritti dell’Uomo](CNCDH).

La fonte dei dati

Se ci si vuole attenere ai dati più precisi, in Francia non si trovano delle statistiche sull’antisemitismo ricavate da quelli derivanti dalle condanne giudiziarie. La ragione è semplice: il codice penale non fa distinzioni tra le varie forme di razzismo. Separare le condanne per antisemitismo richiederebbe uno studio degli atti giudiziari caso per caso, cosa che non è mai stata fatta.

Le cifre rilasciate dal ministero dell’Interno e riprese dalla CNCDH nel suo rapporto annuale sono un insieme di rilevazioni sul campo attraverso la Direction nationale du renseignement territorial [Direzione Nazionale delle Informazioni Territoriali] (DNRT) che, secondo la sua presentazione ufficiale sul sito del ministero, “assicura un monitoraggio quotidiano dei fatti che le vengono relazionati dai suoi contatti e collaboratori locali.” La CNCDH non li considera dati scientifici ma li cita e li tiene in considerazione, perché essi indicano una tendenza.

Riguardo all’antisemitismo la DNRT si appoggia principalmente sulla rete territoriale di un’associazione, il Service de protection de la communauté juive [Servizio di Protezione della Comunità Ebraica] (SPCJ). Presentandosi come un’ “organizzazione apolitica”, essa lavora in stretta collaborazione con il CRIF, il Conseil représentatif des institutions juives de France [Consiglio Rappresentativo delle Istituzioni Ebraiche di Francia], di cui è un’emanazione1.

Nella sezione “Contributi” del rapporto annuale della CHCDH è di fatto il CRIF, e con lui il Service de protection de la communauté juive, che viene citato tra i collaboratori della società civile.

Nei dati del 2025 disponibili sul suo sito ufficiale il SPCJ registra 1.320 atti antisemiti. Esso presenta la sua metodologia in questi termini:

Sono rilevati esclusivamente i fatti che hanno dato luogo a delle denunce, a segnalazioni alla polizia o all’autorità giudiziaria, così come quelli constatati ufficialmente (flagranza/costatazione da parte di un funzionario di polizia giudiziaria o di una persona autorizzata).”

Qui è importante sottolineare che le denunce e le segnalazioni non danno necessariamente luogo a condanne o neppure ad azioni penali.

La Palestina presa di mira

Quali sono le azioni che vengono etichettate come antisemite dall’SPCJ o che incitano ad aggredire verbalmente o fisicamente gli ebrei?

Una parte del rapporto è dedicato a quella che i suoi autori chiamano la “retorica anti-israeliana” presentata come “un catalizzatore sempre fondamentale degli atti di antisemitismo.”

Circa un terzo degli intenti antisemiti rilevati (388 su 1.320) “implicano dei riferimenti espliciti alla Palestina: Gaza, ‘liberazione della Palestina’, ‘Intifada’, accuse di ‘genocidio’, slogan presi dalle manifestazioni e dalla retorica anti-israeliana radicalizzata”. Se si escludono le “45 (che) comportano anche un’apologia dello jihadismo e 74 un’apologia del nazismo, evidenziando un’accentuazione e una radicalizzazione dei toni utilizzati”, non viene fornita nessuna spiegazione riguardo al rapporto tra questi slogan propalestinesi e le manifestazioni di antisemitismo. A meno di voler considerare che l’espressione della solidarietà con la Palestina e i palestinesi riveli di fatto antisemitismo.

La stessa tendenziosità era già presente nel rapporto dello SPCJ relativo all’anno 2024, in cui si legge che “almeno 43 azioni antisemite al mese fanno riferimento alla Palestina”. Anche lì, cosa vuol dire “evocare la Palestina”? E in cosa ciò è antisemita? Queste formulazioni interrogano tanto più in quanto lo stesso rapporto evoca in questi termini il contesto che favorisce l’aumento degli atti antisemiti:

Questa atmosfera deriva in gran parte dall’iperattivismo di qualche centinaio di militanti radicali anti-israeliani (blocco di scuole e università, azioni di boicottaggio, atti e manifestazioni contro gli eventi organizzati dalle organizzazioni ebraiche, scritte e graffiti anti-israeliani, apologia del terrorismo palestinese e legittimazione delle azioni di Hamas).

Sono così messi sullo stesso piano l’apologia delle azioni di Hamas, “graffiti anti-israeliani” (affermazioni ostili all’Arabia Saudita verrebbero forse associate all’islamofobia?) e le azioni di boicottaggio, criminalizzate dalla circolare dall’ex- ministra della Giustizia Michèle Alliot-Marie nel febbraio 2010, ma di cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha riconosciuto la legittimità nel giugno 2020.

Una definizione tendenziosa dell’antisemitismo

Nel luglio 2025 abbiamo chiesto un parere a Magali Lafourcade, segretaria generale della CNCDH, riguardo all’interpretazione che lo SPCJ poteva fare di slogan come “Free Palestine” (Palestina libera) o “From the river to the sea, Palestine will be free” (Dal fiume al mare la Palestina sarà libera). All’epoca ci aveva raccomandato di consultare la parte “Contributi” del rapporto della commissione. Tuttavia questa non forniva ulteriori elementi di spiegazione.

Invece dalla pagina “Definizione dell’antisemitismo” sul sito dell’SPCJ risulta che l’associazione adotta per esteso quella dell’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IHRA), criticata ad esempio da Irène Khan, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la promozione e la protezione del diritto alla libertà di opinione e d’espressione. Come la proposta di legge detta “Yadan” che la cita nel suo preambolo esplicativo, questa definizione permette, attraverso gli esempi che vi sono presentati, di associare la critica allo Stato di Israele a una forma di antisemitismo. Kenneth Stern, giurista statunitense e principale estensore del testo, ha lui stesso lamentato l’uso di certi esempi per attaccare le critiche a Israele2.

Stesso discorso da parte del CRIF, i cui dirigenti ritengono che parlare di genocidio a Gaza sia antisemita. Così per esempio in data 26 marzo 2025 si legge sul sito dell’organizzazione:

Il presidente del CRIF ha denunciato una evoluzione del discorso antisemita, in particolare attraverso l’accusa di ‘genocidio’ contro Israele. Ha paragonato questa retorica a ‘un’attualizzazione dell’accusa di popolo deicida’ evocata un tempo contro gli ebrei. ‘In entrambi i casi c’è un fondamento mitologico, cioè mendace. Gli ebrei non hanno ucciso Gesù, lo Stato di Israele non ha commesso un genocidio, qualunque sia indubbiamente la tragica situazione della popolazione civile a Gaza,’ ha dichiarato.”

La stessa logica viene applicata nei dati dell’SPCJ per il 2025, in cui la parola “genocidio” viene sistematicamente citata tra virgolette: “Riprendendo le accuse false ed estreme (‘genocidio’, ‘criminali’, ‘nazisti’), questa retorica costruisce un’immagine disumanizzata degli ebrei ed apre la strada al passaggio alle vie di fatto, che siano verbali o fisiche.

Tuttavia molteplici organizzazioni del diritto internazionale, tra cui Human Rights Watch ed Amnesty International, hanno concluso che a Gaza c’è stato effettivamente un genocidio. Il 26 gennaio 2024 è stata la Corte Internazionale di Giustizia ad affermare, in un’ordinanza, l’esistenza di un rischio plausibile di genocidio a Gaza. E la Corte Penale Internazionale, riconosciuta dalla Francia, ha imputato due dirigenti ebrei israeliani, il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’ex-ministro della Difesa Yoav Gallant, di crimini di guerra e contro l’umanità. Tutte queste organizzazioni ricadono dunque sotto l’accusa di antisemitismo?

Peraltro, quando sono avvenuti incidenti che hanno costellato la marcia femminista dell’8 marzo 2024, è stato il servizio d’ordine dell’ SPCJ che ha garantito la protezione del collettivo pro-israeliano Nous Vivrons [Continueremo a vivere, che si dichiara sionista. Ci furono tafferugli perché SPCJ e NV cercarono di infiltrarsi nel corteo e vennero respinti, ndt.]. Questa associazione, che beneficia dell’appoggio pubblico di Caroline Yadan3, ne sostiene il progetto di legge4.

Una logica di concorrenza tra vittime

Le posizioni eminentemente politiche che rivelano le intenzioni dell’SPCJ e del CRIF e la definizione come minimo ampia di quello che entrambi considerano come antisemita pongono interrogativi sulla collocazione attribuita a questa “retorica anti-israeliana” in detti rapporti e nei loro dati .

Un altro punto ripreso nell’esposizione delle ragioni della proposta di legge detta “Yadan”: l’antisemitismo sarebbe il fatto antireligioso più importante in Francia. Il resoconto dei dati dell’SPCJ lo conferma:

La lettura degli eventi antireligiosi mette in evidenza una situazione strutturale: l’antisemitismo occupa un posto centrale. Nel 2025 gli atti antisemiti rappresentano il 53% dell’insieme degli eventi antireligiosi, mentre la popolazione ebraica in Francia costituisce una minoranza numericamente molto debole (meno dell’1%).

Problema: per stabilire una classifica ci vogliono degli elementi di confronto. Questi mancano, perché secondo l’ultimo rapporto della CNCDH per quanto riguarda gli episodi antimusulmani “nessun organismo nazionale ha presentato dei dati dopo il 2021,” cioè dopo la dissoluzione, nel 2020, del Collectif contre l’islamophobie en France [Collettivo contro l’Islamofobia in Francia] (CCIF). A parte la logica della competizione tra vittime stabilita dall’affermazione dell’SPCJ, ripresa da Caroline Yadan, è piuttosto l’esplosione dell’islamofobia che allarma la difensora dei diritti Claire Hédon. Nel suo rapporto intitolato “Le discriminazioni fondate sulla religione: osservazioni ed analisi del Difensore dei diritti” pubblicato il 4 dicembre 2024, quest’ultima nota:

L’aumento delle discriminazioni per motivi religiosi sembra osservabile indipendentemente dal tipo di religione. Esse restano tuttavia riportate decisamente più di frequente da persone che dichiarano di essere di religione musulmana o in quanto considerate come tali (il 34%) che dalle persone che si dichiarano di un’altra religione (19%), includendo la religione ebraica o anche il buddismo, o quelle di religione cristiana (di queste solo il 4% dichiara di essere stata discriminata a causa della propria religione).

Infine, nella lettura del rapporto dell’SPCJ ci si stupisce dell’assenza di un qualunque riferimento all’ascesa dell’estrema destra quando si tratta dell’aumento dei dati sull’antisemitismo. Tuttavia nel 2024 il Rassemblement national (RN) [il partito di estrema destra di Marine Le Pen, ndt.] ha eletto un numero record di deputati all’Assemblea nazionale (119), in seguito a elezioni legislative che hanno rivelato l’antisemitismo di molti dei suoi candidati che il partito ha dovuto sostituire in tutta fretta. Per la CNCDH è proprio nel suo elettorato che l’antisemitismo resta notevolmente presente. Come ha sottolineato Magali Lafourcade nell’intervista che ci ha concesso: “I livelli di ostilità verso gli ebrei sono molto alti tra le persone che votano RN e Reconquête [partito di estrema destra i cui due principali dirigenti, Éric Zemmour e Sarah Knafo, sono di origine ebraica nordafricana, ndt.]. L’antisemitismo si colloca all’estrema destra e in modo molto persistente.

Nella società francese l’antisemitismo non è solo una realtà innegabile, è anche un argomento troppo grave da essere strumentalizzato in questo modo a seconda dei progetti politici. Questi rivelano una volontà di associare la critica legittima allo Stato di Israele a una forma di antisemitismo, dopo la pulizia etnica che ha accompagnato la sua creazione fino alla guerra genocida che continua a condurre contro i palestinesi di Gaza.

Questi progetti dimostrano anche il desiderio non solo di separazione, ma di gerarchizzazione tra le diverse forme di razzismo, facendo dell’antisemitismo una sorta di matrice per pensare i razzismi, in linea con ciò che sostiene la ministra Aurore Bergé, in particolare attraverso le Assises de lutte contre l’antisémitisme [Assise della lotta contro l’antisemitismo] e con la Délégation interministérielle à la lutte contre le racisme, l’antisémitisme et la haine anti-LGBT [Delegazione interministeriale per la lotta contro il razzismo, l’antisemitismo e l’odio anti-LGBT] (Dilcrah). Peraltro la CNCDH non cessa di ricordarlo: il razzismo non è “settario”: quelli che lo accolgono provano odio nei confronti di tutte le minoranze, che siano razziali, politiche o sessuali.

1. Il 3 ottobre 1980 una bomba scoppiò davanti alla sinagoga del 24° [distretto] in via Copernic, a Parigi, facendo 4 morti e 46 feriti. Come reazione il CRIF e il Fondo Sociale Ebraico fondarono insieme il Servizio di Protezione della Comunità Ebraica per organizzare la protezione degli ebrei in Francia, in particolare attraverso strategie di autodifesa nei quartieri in cui si trovano luoghi di culto.

2. Valentine Faure, “Kenneth Stern, giurista americano: ‘La nostra definizione di antisemitismo non è stata concepita come uno strumento di controllo del diritto di espressione’”, Le Monde, 21 maggio 2024.

3. “Manifestazione con il collettivo Nous Vivrons”, sito ufficiale di Caroline Yadan, 27 marzo 2025.

4. “Intellettuali e politici si mobilitano per la legge contro l’antisemitismo”, Le Point, 31 marzo 2026.

Sarra Grira

Giornalista e caporedattrice di Orient XXI.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




L’Associazione dei Giornalisti Palestinesi documenta a marzo 53 violazioni israeliane contro i giornalisti

Redazione di MEMO

8 aprile 2026 – Middle East Monitor

Martedì l’Associazione dei Giornalisti Palestinesi ha affermato in una dichiarazione che durante il mese di marzo Israele ha commesso 53 violazioni contro i suoi membri, inclusi due assassinii.

Il Comitato Libertà dell’Associazione ha detto in una dichiarazione che “ha documentato un totale di 53 crimini e violazioni” contro giornalisti palestinesi da parte dell’esercito israeliano. Questi includono due morti, 12 casi di detenzione o impedimento a coprire gli eventi, otto incidenti con obiettivi diretti di gas lacrimogeni e granate stordenti e otto casi di assalti fisici.

Il Comitato ha anche riportato sette casi di confisca o distruzione di equipaggiamenti giornalistici, sei arresti, quattro irruzioni nelle case di giornalisti, due casi di minacce verbali e due casi di interrogatori.

Ha affermato che mirare a giornalisti palestinesi, inclusi uccisioni, arresti e assalti fisici, riflette “un crescente modello di serie violazioni che diventano crimini gravi.”

Il comitato ha chiesto alla comunità internazionale, alle Nazioni Unite, alla Federazione Internazionale dei Giornalisti, a tutte le organizzazioni per i diritti umani e dei mezzi di comunicazione di prendere “immediate e concrete iniziative” per assicurare la protezione dei giornalisti palestinesi, avviare inchieste indipendenti internazionali e ritenere i colpevoli responsabili, al fine di terminare ciò che viene descritta come una politica di impunità.

Secondo dati pubblicati sul sito web dell’Associazione, dall’inizio della guerra contro Gaza nell’ ottobre 2023 sono stati uccisi 260 giornalisti e altri 550 sono stati feriti. Aggiunge che 39 giornalisti rimangono in carcere e 150 organizzazioni mediatiche sono state distrutte.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Alcuni coloni erigono il primo avamposto di sempre all’interno del territorio municipale della città di Gerusalemme e aggrediscono i palestinesi del posto.

Comments:

Nir Hasson

7 aprile 2026 – Haaretz

Due settimane fa alcuni israeliani della Cisgiordania e di Gerusalemme hanno piazzato una tenda nei pressi del villaggio palestinese di Nu’man. “La politica del governo è fare pressione su di noi” dice il mukhtar del vicino villaggio di Umm Tuba

Per la prima volta un avamposto di una colonia illegale è stato fondato all’interno del territorio municipale della città di Gerusalemme. Gli abitanti di due villaggi palestinesi nelle vicinanze hanno detto che i coloni li hanno aggrediti con pietre e lacrimogeni, impedendo loro di pascolare le pecore.

In seguito a scontri scoppiati domenica quattro palestinesi sono stati arrestati. Altri quattro sono rimasti feriti.

Il villaggio palestinese di Nu’man è unico all’interno di Gerusalemme est. Benché sulle mappe si trovi all’interno del territorio municipale della città, alla grande maggioranza dei suoi abitanti non è stata concessa la residenza permanente israeliana che hanno altri palestinesi di Gerusalemme est. Al contrario Israele li considera abitanti della Cisgiordania. Di conseguenza dal punto di vista israeliano sono presenti illegalmente in Israele, mentre si trovano a casa loro.

La situazione degli abitanti è ulteriormente peggiorata da quando è stata costruita la barriera di separazione ed è stata asfaltata una nuova strada che unisce alla capitale le colonie a est di Gerusalemme. La strada e la barriera hanno rinchiuso il villaggio, obbligando gli scolari a lasciare le scuole israeliane in cui si recavano a Gerusalemme est e ad andare in quelle della città cisgiordana di Beit Sahur.

Due settimane fa è comparso un gruppo di adolescenti ebrei. Alcuni di loro hanno detto di essere di Har Homa, un quartiere di Gerusalemme est nei pressi della collina che separa Nu’man dal quartiere di Umm Tuba. Altri a quanto pare sono arrivati da avamposti coloniali in Cisgiordania.

Gli adolescenti hanno piazzato una grossa tenda a qualche decina di metri dalle case di Nu’man e hanno tracciato nuovi sentieri. Hanno scritto con lo spray sulla tenda la parola “vendetta” e il nome del loro avamposto: Homat Yehuda [Muraglia ebraica, ndt.].

Hanno anche disegnato una stella di Davide blu sulle pietre, su un pozzo e su alcune case di Nu’man.

Gli adolescenti sono rimasti tutto il giorno nel loro avamposto sulla collina e hanno ricevuto molte visite. I palestinesi dicono che hanno anche cercato di entrare in alcune case di Nu’man ed hanno aggredito i palestinesi che si sono avvicinati alla collina.

Domenica, raccontano i palestinesi, gli adolescenti hanno aggredito un gruppo di abitanti del villaggio che si erano avvicinati all’avamposto. Usando mazze, pietre e lacrimogeni hanno ferito quattro palestinesi, che hanno dovuto essere medicati. I palestinesi hanno risposto lanciando anche loro pietre.

Gli attivisti israeliani che erano presenti a Nu’man hanno chiamato ripetutamente la polizia, ma gli agenti si sono presentati solo dopo che la violenza era terminata. Quando lo hanno fatto, i poliziotti hanno arrestato tre abitanti. Poi sono tornati nel pomeriggio e ne hanno arrestato un quarto. Sono anche saliti fino all’avamposto e un attivista israeliano che era presente sul posto ha detto che hanno promesso che si sarebbero occupati di evacuarlo.

La polizia ha rilasciato uno dei quattro palestinesi arrestati, ma lunedì ha chiesto alla pretura di Gerusalemme di estendere di altri sei giorni la custodia cautelare degli altri tre, uno dei quali è minorenne. La polizia ha affermato che uno dei reati che sospetta sia stato commesso dai tre è la presenza illegale in Israele, benché ufficialmente, come già notato, Israele abbia reso illegale la loro presenza nelle loro stesse case quando li ha inclusi all’interno di Gerusalemme est senza concedere loro il diritto di residenza.

Anche gli abitanti di Umm Tuba si sono lamentati del fatto che i coloni dell’avamposto li hanno aggrediti quando si sono avvicinati alla collina. Gli abitanti di Umm Tuba, che hanno tutti la residenza permanente in Israele, per anni hanno pascolato le loro greggi nel wadi [letto del torrente, ndt.] sotto la collina. Ma da quando è stato fondato l’avamposto, affermano, i pastori hanno subito minacce e violenze da parte degli abitanti ebrei. Lunedì, quando i pastori sono arrivati al wadi con le loro pecore è comparso un gran numero di poliziotti e hanno detto loro di andarsene. Secondo gli abitanti uno ha persino minacciato il mukhtar [capo villaggio] di Umm Tuba, Aziz Abu Tir, insultandolo con parolacce.

“Siamo stati i vicini di Har Homa ormai da 30 anni e non ci sono mai stati problemi,” dice Sameh Abu Tir, un abitante di Umm Tuba. “Al contrario, i nostri figli scendevano a pascolare le pecore. Ma ora ogni volta che ci avviciniamo loro ci minacciano.”

Reut Maimon, dell’organizzazione [israeliana] di sinistra Ir Amim afferma che il violento attacco contro gli abitanti di Nu’man è stato il risultato diretto della continua indifferenza della polizia nei confronti delle loro ripetute richieste di intervento.

“Il Comune di Gerusalemme e il suo sindaco devono prendere immediatamente l’iniziativa di smantellare l’avamposto per impedire le gravissime conseguenze del fatto che un avamposto violento venga fondato all’interno del territorio delle città di Gerusalemme,” afferma. “Il Comune dovrebbe garantire la sicurezza e il benessere degli abitanti di Nu’man e Umm Tuba e mobilitare immediatamente tutte le istituzioni assistenziali della città per prendersi cura degli adolescenti coinvolti nelle violenze.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Vittorie del movimento BDS: lo Stato di Washington disinveste da Caterpillar e la capitale Olympia blocca gli investimenti con l’apartheid

Lois Pearlman

6 aprile 2026 – Mondoweiss

L’Ufficio della Tesoreria dello Stato di Washington ha annunciato di aver disinvestito 62 milioni di dollari in obbligazioni Caterpillar, e il consiglio comunale di Olympia, nello Stato di Washington, ha votato all’unanimità per bloccare gli investimenti in società coinvolte nell’apartheid o nell’occupazione illegale

Ventitré anni da che Rachel Corrie è stata schiacciata a morte da un bulldozer Caterpillar a Gaza, due successi in materia di disinvestimento nel suo Stato natale di Washington le hanno fatto un po’ di giustizia.

Il mese scorso l’Ufficio della Tesoreria dello Stato di Washington ha disinvestito 62 milioni di dollari in obbligazioni Caterpillar e il 24 marzo il Consiglio comunale di Olympia, nello Stato di Washington, ha votato all’unanimità per includere nella sua politica di investimento etico una dichiarazione dal tono risoluto che esclude qualsiasi investimento in società che siano collegate all’apartheid o all’occupazione illegale.

Rachel stava difendendo la casa della famiglia Nasrallah a Rafah, Gaza, dove trascorreva le notti come volontaria dell’International Solidarity Movement. Olympia è la città in cui Corrie è cresciuta e dove ancora risiede la sua famiglia.

Con la vendita delle obbligazioni della Caterpillar da parte del tesoriere statale Mike Pellicciotti, lo Stato di Washington diventa il primo degli Stati Uniti a disinvestire da tutte le società presenti nella lista del programma di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS), come dice Noam Perry, coordinatore della ricerca presso il Centro per la Responsabilità Sociale d’Impresa dell’American Friends Service Committee [fondata nel 1917, l’AFSC è un’organizzazione quacchera che promuove la giustizia col ridurre la complicità delle aziende nella violenza di Stato, ndt.]

La lista si concentra sulle società quotate in borsa profondamente coinvolte nell’apartheid israeliano. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, Israele utilizza da decenni i bulldozer Caterpillar per demolire le case dei palestinesi.

Nella dichiarazione rilasciata dall’ufficio del Tesoriere in merito al disinvestimento da Caterpillar si legge: “Questa decisione è stata presa per generare liquidità atta a riallocare gli investimenti in conformità con il portafoglio obbligazionario approvato per il 2026 dal team di investimento del Tesoro, che include società recentemente aggiunte all’elenco degli investimenti”.

In altre parole, il suo team di investimento ha ritenuto le obbligazioni Caterpillar un investimento rischioso, dato che altre entità statali come la Norvegia, i Paesi Bassi e la contea di Alameda in California stanno disinvestendo dalla società.

Ma Perry ha sottolineato che questo non è tutto.

“Sappiamo per certo che è stato a causa della pressione degli attivisti”, ha dichiarato a Mondoweiss.

Rae Levine di Seattle Jewish Voice for Peace (JVP) ha confermato. Insieme a Washington for Peace and Justice, un’organizzazione guidata da palestinesi, le organizzazioni hanno fatto pressione per oltre un anno sul Comitato per gli Investimenti dello Stato di Washington affinché disinvestisse dall’apartheid israeliano.

Levine ha spiegato che lo Stato ha due fonti di finanziamento: il Comitato per gli Investimenti dello Stato di Washington, che gestisce i fondi pensione, e l’Ufficio della Tesoreria che gestisce i fondi operativi dello Stato. Secondo Diana Fakhoury di Washington for Peace and Justice, il Comitato per gli Investimenti dello Stato di Washington detiene ancora investimenti in 53 società presenti nella lista BDS per un valore di circa 1 miliardo di dollari.

Secondo Dov Baum, direttore del Centro per la Responsabilità Sociale d’Impresa dell’AFSC, quando gli attivisti chiedono il disinvestimento prendono di mira i fondi operativi di un’entità, perché “è facile farlo, dato che quei fondi sono solitamente gestiti da un tesoriere”.

“Di solito ci concentriamo sui fondi operativi, non sui fondi pensione”, ha spiegato Baum. “Sono pochissimi i fondi pensione che tengono conto delle questioni etiche, perché questi fondi devono essere stabili e a lungo termine. Ed è molto difficile toccarli. E noi lo consideriamo un disinvestimento completo”.

In qualità di tesoriere dello Stato, Pellicciotti aveva già istituito nel suo dipartimento una politica di investimento responsabile dal punto di vista ambientale e sociale e agli attivisti è bastato fargli notare che Caterpillar non soddisfa quegli standard. Il suo ufficio ha esaminato l’investimento in Caterpillar e ha scoperto che altri enti avevano disinvestito dalla società, il che rendeva l’investimento rischioso e discutibile.

“È molto significativo che un tesoriere affermi che un investimento è rischioso”, ha detto Levine.

Il prossimo passo della coalizione è convincere il consiglio statale per gli investimenti ad adottare una politica di investimenti responsabili. Sosterranno una proposta di legge chiamata Responsible Investment Act, che non è stata approvata dal parlamento in questa sessione ma che probabilmente verrà ripresentata quando il parlamento si riunirà di nuovo nel gennaio 2027.

In una dichiarazione pubblica della società di macchinari pesanti con sede in Illinois, Caterpillar ha continuato a negare ogni responsabilità per l’uso che Israele fa dei bulldozer che acquista da loro. Dopo aver affermato “Non tolleriamo l’uso illegale o immorale di alcuna attrezzatura Caterpillar”, Caterpillar ha inoltre dichiarato di essere “soggetta a rigidi requisiti anti-boicottaggio ai sensi di due leggi statunitensi”.

La situazione a Olympia nello Stato di Washington è diversa perché la politica di investimento recentemente modificata è stata approvata all’unanimità dal consiglio comunale.

Il testo aggiornato recita tra l’altro: “La città si asterrà dall’investire in società le cui attività principali risiedono in settori dannosi come il tabacco, i combustibili fossili, la detenzione di massa o la reclusione degli immigrati e gli armamenti di qualsiasi tipo, o in società con una comprovata storia di coinvolgimento diretto in gravi violazioni dei diritti umani come la schiavitù e il lavoro carcerario, i crimini di guerra, l’occupazione militare illegale, la segregazione razziale o l’apartheid”.

Il consigliere comunale Clark Gilman, uno dei primi sostenitori dell’iniziativa per includere la clausola, ha dichiarato: “Spero che questo ispiri altri enti locali a unirsi a noi nell’affermare che i nostri investimenti non dovrebbero sostenere chi viola i diritti umani, i combustibili fossili o le armi da guerra”.

Per Cindy e Craig Corrie, i genitori di Rachel Corrie, queste due azioni di disinvestimento rappresentano il culmine di un lungo percorso che ha incluso cause legali contro Israele e Caterpillar, la ricerca di aiuto da parte di funzionari del governo statunitense e la fondazione della Rachel Corrie Foundation for Peace and Justice nei difficili mesi successivi alla morte di Rachel.

Sebbene diversi funzionari statunitensi, tra cui l’ex Segretario di Stato Antony Blinken, concordassero sul fatto che l’indagine israeliana sulla morte di Rachel fosse poco convincente, gli Stati Uniti non hanno mai esercitato pressioni su Israele affinché conducesse un’indagine più completa. E i tribunali israeliani, pronunciandosi sulle cause intentate dai Corrie contro Israele, hanno stabilito che la morte di Rachel è stata accidentale. 

Quando la famiglia Corrie intentò una causa contro la Caterpillar a nome di Rachel e di quattro famiglie palestinesi vittime delle demolizioni israeliane effettuate con i bulldozer Caterpillar, i tribunali distrettuali federali statunitensi respinsero il caso. La Corte stabilì che, poiché gli Stati Uniti avevano finanziato l’acquisto dei bulldozer Caterpillar, sarebbe stato inammissibile per la Corte interferire nelle decisioni di politica estera del potere esecutivo.

Nel 2003 il parlamentare per lo Stato di Washington Brian Baird presentò persino un disegno di legge che chiedeva un’indagine approfondita. Sebbene 78 membri della Camera dei Rappresentanti avessero co-sponsorizzato la proposta, questa non arrivò mai al voto.

Ma la famiglia Corrie, compresa la sorella di Rachel, Sarah, non si è mai arresa, continuando a lavorare a livello locale per la giustizia in Palestina attraverso la Rachel Corrie Foundation e con altre organizzazioni.

“Non abbiamo mai pensato che le azioni che abbiamo intrapreso fossero una perdita di tempo”, ha dichiarato Cindy Corrie durante un’intervista telefonica. “Erano tutti passi avanti nel processo”.

In seguito all’inizio dell’offensiva israeliana contro Gaza nell’ottobre 2023, questo processo li ha portati a formare un’alleanza con altri attivisti di Olympia chiamata Palestine Action of the South Sound (PASS), che ha guidato la campagna per una politica di investimenti etici. Olympia si trova al confine con la parte meridionale di Puget Sound [lunga insenatura che si trova sulla costa pacifica, ndt.]

Secondo Perry il disinvestimento basato su politiche di investimento responsabile è la strada da percorrere. Il sito web “Divesting for Palestinian rights” dell’AFSC elenca decine di città, contee, stati, università e organizzazioni che hanno disinvestito da obbligazioni israeliane o da aziende che sostengono l’apartheid israeliano.

Il Centro per la Responsabilità Sociale d’Impresa dell’organizzazione offre guida e supporto ai gruppi che lavorano sul disinvestimento. Cindy Corrie ha affermato che Perry e Baum hanno contribuito a guidare le iniziative sia nello Stato di Washington che a Olympia, recandosi persino a Seattle per lavorare con loro di persona.

“Questo è un ottimo esempio di ciò che può accadere e che sta accadendo”, ha detto. 

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Come banchieri, burocrati e osservatori sostengono il genocidio israeliano a Gaza

Hossam Shaker

4 aprile 2026 – Middle East Eye

Dalla guerra con i droni e la tecnologia alla finanza e al silenzio politico, il genocidio moderno opera attraverso sistemi che devono assumersi le proprie responsabilità alla pari di chi preme il grilletto

In termini relativi l’essere umano appare assente sulla scena del genocidio nella sua forma moderna, e sono visibili solo le vittime. Questa forma evoluta di genocidio nasconde i suoi autori e i suoi complici.

Agisce attraverso politiche, procedure e strumenti di guerra meccanizzata, tecnologica e digitale, compresa l’intelligenza artificiale, a differenza delle atrocità del passato, quando chi brandiva strumenti di morte e terrore appariva di persona, urlando mentre decapitava le vittime o bruciava le case.

I soldati dell’occupazione israeliana, ad esempio, hanno bombardato quartieri civili nella Striscia di Gaza a bordo di aerei da guerra e carri armati, mentre gli operatori di droni rimangono in ambienti climatizzati all’interno di basi militari distanti o si appostano nelle case palestinesi che hanno occupato.

Dietro questi ufficiali e soldati, perlopiù invisibili, si celano leader, funzionari, responsabili politici ed esecutori di procedure, nonché costruttori di armi, munizioni e software, insieme a sostenitori e propagandisti militari, politici ed economici del genocidio moderno, che spesso appaiono sotto mentite spoglie e rispettabili, indossando a volte cravatte di seta.

Uno dei compiti più complessi è identificare i complici del genocidio moderno, come quello perpetrato nella Striscia di Gaza tra il 2023 e il 2025. I ruoli appaiono stratificati e complessi, molti dei quali indiretti o non chiaramente visibili.

Tuttavia questa difficoltà non giustifica il mancato esame delle responsabilità, sia palesi che occulte.

Agire in tal senso rimane un imperativo etico per assicurare alla giustizia i responsabili di un genocidio moderno e in continua evoluzione, o per cercare di prevenirlo e scongiurarne i segnali premonitori, ove possibile.

Responsabili occulti

Un genocidio moderno funziona come un sistema che comprende una vasta gamma di responsabilità, alcune delle quali invisibili o per lo più inaspettate. Queste possono includere, ad esempio, il coinvolgimento di un centro di ricerca universitario nello sviluppo di tecnologie e software utilizzati in pratiche di genocidio e pulizia etnica.

Possono anche includere l’assegnazione di sovvenzioni provenienti da fondi sovrani o istituzioni di previdenza sociale a industrie militari che supportano l’occupazione israeliana e i crimini di guerra che essa commette.

Tali realtà possono costituire un tormento per le persone di coscienza che scoprano la propria inaspettata complicità in un sistema che perpetra atrocità, anche se non hanno personalmente premuto il pulsante che lancia un proiettile esplosivo di grandi dimensioni in grado di radere al suolo un quartiere residenziale in un campo profughi palestinese.

Claude Eatherly offre uno dei primi esempi del rimorso di coscienza che ha afflitto alcuni individui.

Il pilota dell’aeronautica statunitense giunse a riconoscere il proprio coinvolgimento in una delle più grandi atrocità dell’era moderna, avendo contribuito ai preparativi per il lancio della bomba atomica su Hiroshima.

Eatherly non sganciò la bomba personalmente. Il suo ruolo si era limitato a condurre una ricognizione aerea su Hiroshima prima del devastante attacco.

Eppure giunse a considerarsi complice della distruzione della città giapponese, e il suo senso di colpa lo perseguitò al punto da indurlo a tentare il suicidio due volte e a essere ricoverato in ospedale.

Livelli di complicità

Altri, nei Paesi occidentali che hanno sostenuto lo Stato israeliano durante il genocidio nella Striscia di Gaza, si sono dimessi pubblicamente da posizioni di prestigio in governi, ministeri, amministrazioni pubbliche e aziende informatiche, rifiutandosi di partecipare a ciò che alimentava le atrocità in corso.

Alcuni si sono spinti oltre, scegliendo percorsi ben più pesanti, decidendo di sacrificare la propria vita per fuggire ad una propria complicità. Tra questi, il giovane ufficiale dell’aeronautica statunitense Aaron Bushnell, che il 25 febbraio 2024 si presentò all’ingresso dell’ambasciata israeliana a Washington, DC, e si diede fuoco, dichiarando in diretta streaming: “Non sarò più complice del genocidio”, e gridando “Palestina libera” mentre il suo corpo bruciava.

L’ufficiale venticinquenne aveva affermato che il sostegno militare diretto degli Stati Uniti a un esercito che stava commettendo un genocidio lo rendeva complice di un crimine a cui il mondo intero poteva assistere in tempo reale. Il suo gesto volle rappresentare un segno di protesta contro tale complicità.

È necessario cercare i complici del genocidio anche in luoghi impensabili, compresi quelli in cui vivono coloro che lo sostengono in modo palese o occulto: persone che sono complici nel fornire supporto militare, logistico, politico, diplomatico, economico o propagandistico; persone che non riescono a perseguire i propri cittadini che si arruolano in un esercito responsabile di genocidio, oppure persone che traggono profitto dal sistema del genocidio in seno a grandi aziende, fabbriche e gruppi di interesse.

In un rapporto dettagliato pubblicato nel luglio 2025 Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, ha identificato oltre 60 aziende, tra cui importanti imprese statunitensi ed europee, presumibilmente coinvolte in quella che lei ha definito un'”economia del genocidio”.

L’elenco dei potenziali complici si estende ulteriormente, includendo commentatori e influencer a pagamento che tentano di minimizzare le atrocità e persuadere il pubblico con argomentazioni semplicistiche in cui forse nemmeno loro stessi credono.

Silenzio e potere

Bisogna inoltre ricordare che coloro che non intraprendono azioni adeguate in risposta ad un genocidio sono a loro volta complici nel perpetrarlo, attraverso la scelta di distogliere lo sguardo, rimanere in silenzio di fronte alle sue atrocità ed evitare di manifestare reazioni credibili.

Il loro silenzio è diventato complice nell’aprire la strada agli orrori inflitti dalla leadership israeliana al popolo palestinese nella Striscia di Gaza.

In questo contesto lo slogan “Il silenzio uccide” suona reale. Coloro che non intraprendono nemmeno una minima azione di fronte a un genocidio visibile a tutti sono come individui che ignorano un incendio che sta divorando una casa abitata nelle vicinanze, senza fare alcuno sforzo per intervenire o persino per chiamare i soccorsi, ma continuando invece a dedicarsi ai propri hobby.

È risaputo che l’Unione Europea non ha adottato alcuna misura punitiva contro Israele nel corso dei due anni di un genocidio che si è consumato incessantemente sotto gli occhi di tutti. La burocrazia del processo decisionale europeo ha vanificato i successivi tentativi di imporre anche sanzioni moderate e ha fatto deragliare le proposte di revocare i privilegi di cui Israele gode in virtù dell’accordo di associazione UE-Israele.

Nel frattempo, l’Europa ha continuato a imporre pacchetti di sanzioni di vasta portata alla Russia per la guerra in Ucraina, comprendenti migliaia di misure.

Con il prevalere dell’inazione la negazione e l’elusione si sono resi necessari per proteggere i governi europei e occidentali dall’obbligo di rispondere in modo proporzionato. In questo contesto la leadership israeliana ha maturato l’impressione di poter persistere nel commettere atrocità senza doverne rispondere.

Il genocidio contro il popolo palestinese nella Striscia di Gaza non avrebbe potuto continuare per due anni senza la complicità, diretta o indiretta, di individui ed entità.

Tra questi figurano coloro che lo hanno sostenuto, reso possibile e incoraggiato, esplicitamente o implicitamente. Vi sono coloro che hanno partecipato ad alcuni aspetti delle sue operazioni, coloro che hanno investito nelle sue industrie o tratto profitto da contratti correlati, e coloro che non hanno tentato di fermarlo o contrastarlo. Vi sono anche coloro che lo hanno semplicemente ignorato e sono rimasti in silenzio, o che hanno continuato a negarlo, evitando persino di riconoscerlo fin dal suo inizio come un genocidio.

Nessuno di loro può essere assolto dal sospetto di complicità nel terribile genocidio perpetrato in due anni in una piccola enclave costiera sul Mediterraneo, densamente popolata da rifugiati palestinesi, nel corso del XXI secolo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

Hossam Shaker è un giornalista e scrittore che si è occupato a lungo del tema della migrazione in Europa.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Non so come ne usciremo”: quanto ancora potrà resistere Israele?

Simon Speakman Cordall

3 aprile 2026 – Al Jazeera

Anni di guerra hanno profondamente cambiato la politica, l’economia e la società israeliane, affermano gli analisti

Due anni e mezzo a lanciare brutali attacchi contro i propri vicini e sull’enclave assediata di Gaza hanno trasformato la politica, l’economia e la società di Israele, affermano gli analisti.

Adesso, mentre Israele è impegnato in ciò che molti nel Paese hanno ripetutamente definito una “battaglia esistenziale” contro il nemico regionale Iran, resta da vedere che cosa può riservare il futuro per Israele. La fine definitiva del conflitto probabilmente verrà decisa dai parlamentari di Washington piuttosto che dagli strateghi di Israele.

Anche prima della guerra all’Iran, la guerra genocida di Israele contro Gaza ha avuto ripercussioni sulla condizione e sulle finanze del Paese. Secondo gli stessi dati della Banca di Israele le guerre della nazione contro Gaza, gli Houti, il Libano e l’Iran a partire da ottobre 2023 sono già costate 352 miliardi di shekel (112 miliardi di dollari), che corrispondono a un costo medio di circa 300 milioni di shekel (96milioni di dollari) al giorno.

Presso la Corte Internazionale di Giustizia Israele affronta ciò che i giuristi hanno già definito plausibili accuse di genocidio, mentre sia il suo primo ministro che l’ex ministro della difesa sono colpiti da mandati di arresto per crimini di guerra, spiccati dalla Corte Penale Internazionale nel novembre 2024. Ora, dal punto di vista economico, il Paese si prepara a quelle che potrebbero essere conseguenze finanziarie catastrofiche della sua guerra all’Iran.

E sembra che non si veda una fine certa.

Una lunga strada da percorrere

Gli obbiettivi della guerra dichiarati da Israele, di deteriorare le capacità militari dell’Iran e di creare le condizioni per cui la sua popolazione possa insorgere contro il governo, sembrano alquanto lontani.

Dopo quattro settimane di continui bombardamenti non ci sono segnali evidenti di agitazioni popolari in Iran o di minacce al governo.

Nonostante le dichiarazioni pubbliche di dirigenti degli Stati Uniti di aver di fatto distrutto militarmente l’Iran, il 27 marzo la Reuters, citando cinque fonti interne all’intelligence USA, ha riferito che solo un terzo delle scorte missilistiche di Teheran è stato distrutto.

Intanto la popolazione di Israele riceve irregolari ma frequenti allarmi di attacchi aerei, che avvertono nuovamente di ritirarsi nei rifugi e infrangono in continuazione ogni apparenza di normalità.

Si è di fronte a un paradosso. Le misure di emergenza, che hanno fatto chiudere molte scuole mentre i genitori devono continuare a lavorare, hanno accresciuto la tensione nelle famiglie. Ma gli analisti in Israele affermano che queste stesse famiglie considerano la guerra che stanno vivendo come da sempre inevitabile.

C’è un peso tombale che è caduto sulla gente, una specie di sudario”, ha detto a Al Jazeera la consulente politica e sondaggista Dahlia Scheindlin da una località vicino a Tel Aviv. Ha descritto qualcosa di simile a una lugubre determinazione tra gli ebrei israeliani ad andare avanti con la guerra per il momento, comunque.

La gente è esausta, ma per ora il 78% degli ebrei israeliani alla fine di marzo ha dichiarato all’Istituto per la Democrazia di Israele di appoggiare la continuazione della guerra.

Significativamente tuttavia una maggioranza riteneva anche che gli strateghi negli USA e in Israele avessero sottovalutato le capacità di Teheran.

Perciò, per quanto tempo continueranno a sostenere il conflitto Scheindlin non può dirlo. “Non è come la guerra dei 12 giorni (tra Israele e l’Iran nel giugno 2025), perché questa è durata molto più a lungo. E non è come il lancio di razzi di Hamas nel passato.

L’Iran lancia missili balistici, il che significa che tutti devono andare ogni volta nei rifugi. Sta anche durando molto di più e non sappiamo quanto a lungo continuerà”, ha detto.

Sinceramente non so come usciremo da tutto questo. Nessuno lo sa. Siamo ancora in mezzo al guado.”

Politica in bilico

Lo sfondo di tutto questo è una politica che pochi riconoscerebbero come quella che ha firmato gli Accordi di Oslo negli anni ’90 del ‘900. O quella che negli anni ’80 espulse l’ultranazionalista Meir Kahane, il promotore delle convinzioni estremiste che l’intransigente Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir e molti degli attuali membri del suo partito Potere Ebraico implicitamente sostengono.

Certamente personaggi come Ben Gvir e l’ultra ortodosso Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich – un colono il cui movimento ritiene di essere titolato dalla Bibbia a possedere la Cisgiordania – ricoprono ora ruoli centrali nel governo sia con il sostegno della coalizione trasversale che della popolazione.

Poi ci sono stati i festeggiamenti che hanno salutato l’approvazione della legge di Ben Gvir sulla pena di morte, destinata specificamente ai palestinesi.

Per completare l’opera, questa settimana vi è stata l’approvazione di un bilancio record di 271 miliardi di dollari – votato dai parlamentari in un bunker fortificato – che ha stornato milioni di shekel verso organizzazioni ortodosse e organizzazioni di coloni estremisti in ciò che analisti e gruppi di opposizione affermano essere un tentativo di rafforzare l’appoggio al governo di Netanyahu di fronte al perdurante intervento militare.

Chiunque voti contro il bilancio sta votando contro la sicurezza di Israele, contro le agevolazioni fiscali per i lavoratori in Israele e contro la tassazione delle banche”, ha affermato lunedì prima del voto Smotrich, i cui sostenitori nell’estrema destra e nei gruppi di coloni sono i primi beneficiari.

Certamente è tutto sempre peggio”, ha detto Aida Touma-Sliman del partito di sinistra Hadash. “Il mondo intero è stato a guardare ed ha trovato scuse per loro mentre commettevano un genocidio (a Gaza). Ovviamente pensano che anche quello che stanno facendo adesso sia accettabile. Il mondo intero lo ha detto.”

Tempeste in arrivo

Tuttavia resta da vedere per quanto tempo la sempre più estremista politica di destra di Israele rimarrà accettabile per una popolazione che fra non molto sosterrà il grave impatto delle sue eterne guerre regionali.

Nonostante il loro generale sostegno (o almeno la mancanza di una significativa opposizione) a gran parte della sua campagna genocidaria a Gaza, le Nazioni Unite, l’Unione Europea e diversi altri Paesi occidentali hanno condannato l’approvazione questa settimana della legge sulla pena di morte, prevista specificamente per i palestinesi.

Benchè finora sia stato ampiamente al riparo da tali ripercussioni, Israele non è assolutamente immune dagli effetti sul lungo termine della guerra, come segnalano gli analisti. Un’analisi pubblicata dal quotidiano francese Le Monde alla fine di marzo suggerisce che il conflitto con l’Iran abbia già imposto costi significativi per via delle maggiori spese per la difesa, della perdita di produttività dovuta alla mobilitazione dei riservisti e della ridotta attività dei consumatori.

Se gli sgravi fiscali per ora hanno ampiamente protetto i consumatori israeliani dal previsto aumento dei prezzi del carburante provocato dalla chiusura da parte dell’Iran dello Stretto di Hormuz, analisti come l’economista politico Shir Hever avvertono che, essendo Israele un importatore di carburante, si tratta di un sollievo solo temporaneo.

Tutti i precedenti conflitti in cui Israele si è impegnato hanno avuto alle spalle un bilancio concordato, con obbiettivi chiari e solide basi finanziarie su cui misurare tali obbiettivi”, afferma Hever. “Tuttavia ciò a cui stiamo assistendo è il tipo di economia che si potrebbe osservare in uno Stato totalitario, in cui le spese militari vengono adottate arbitrariamente senza considerare come la cosa sia compatibile con l’economia generale.”

In conclusione, come e quando finirà la guerra probabilmente sta meno nelle decisioni di Israele che in quelle di un presidente USA sempre più imprevedibile.

E quando questa settimana l’emittente statunitense Newsmax gli ha chiesto fino a che punto secondo lui Israele ha conseguito i suoi obbiettivi, il massimo che Netanyahu è stato capace di dire è stato “a metà”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il Progetto Paraguay: il piano segreto di Israele per deportare i gazawi negli anni ‘70

Ben Reiff

26 marzo 2026 – +972 Magazine

Un nuovo podcast svela il fallito tentativo del Mossad di espellere 60.000 palestinesi dopo aver occupato la Striscia di Gaza. Quasi sessant’anni dopo i metodi e gli obiettivi di Israele rimangono in modo inquietante simili.

Il 9 settembre 1969 circa 20 palestinesi della Striscia di Gaza salirono su un aereo in un aeroporto della zona centrale di Israele credendo di essere diretti in Brasile. Tramite un’agenzia di viaggi israeliana avevano firmato un programma di lavoro all’estero con la promessa di stipendi più alti di quelli che avrebbero potuto avere a Gaza, che Israele aveva occupato due anni prima. A chi aveva una famiglia venne assicurato che le mogli e i figli avrebbero potuto raggiungerli in Brasile poco tempo dopo. Ma non fu quello che avvenne.

Quando l’aereo atterrò a Sao Paulo delle guardie armate scortarono gli uomini su un altro velivolo più piccolo che li portò ad Asunción, la capitale del Paraguay, un Paese di cui molti di loro non avevano mai sentito parlare e che all’epoca era soggetto alla dittatura di Alfredo Stroessner. Lì vennero accolti da poliziotti armati e portati in un hotel per passarvi la notte.

Disorientati e insospettiti, venne detto loro di non preoccuparsi: la mattina seguente funzionari governativi gli avrebbero rilasciato dei documenti d’identità e avrebbero provveduto al loro inserimento lavorativo. Tuttavia quando questi funzionari arrivarono attribuirono a ognuno di loro sulle carte d’identità nuove professioni in modo arbitrario, poi li fecero salire su un autobus verso remote zone rurali.

Questo fu l’ultimo contatto che i palestinesi avrebbero avuto con una qualunque autorità riguardante il programma di lavoro, perché esso non esisteva. Erano stati indotti con l’inganno dal Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana, a salire su un volo che li avrebbe deportati come parte di un progetto segreto per esiliare in massa i palestinesi dalla Striscia di Gaza.

Abbandonati in un Paese di cui non parlavano la lingua, i nuovi arrivati si ritrovarono senza denaro, senza casa, senza lavoro, isolati e senza alcun modo per tornare a casa. E presto si resero conto che non erano gli unici, né gli ultimi, ad essere stati adescati e abbandonati in quel modo.

Per decenni la conoscenza di questa operazione segreta è rimasta confinata alle famiglie degli uomini che ne furono vittime. Ma un nuovo podcast [serie di episodi audio, interviste o narrazioni, ndt.], basato sulle testimonianze di due deportati e su prove negli archivi israeliani e paraguaiani, si prefigge di svelare una vicenda che Israele ha cercato a lungo di cancellare e spiega perché sia fallita pochi mesi dopo essere iniziata.

Dopo due anni e mezzo in cui Israele ha tentato, attraverso vari metodi, di sradicare totalmente la presenza palestinese a Gaza, gli echi di questa storia difficilmente potrebbero essere più forti.

Il racconto dei due deportati

Creata dal managing producer Maxim Saakyan e dai coproduttori Nadeen Shaker e Nada El-Kouny, la serie in quattro parti “Palestinians in Paraguay” [Palestinesi in Paraguay] di Uncovering Roots [Radici scoperte, nome del sito che ospita il podcast, ndt.] è costruita sulla ricerca di Hadeel Assali, una studiosa con un post-dottorato alla Columbia University, e John Tofik Karam, storico dell’università dell’Illinois, entrambi ospitati nei vari episodi.

Al centro ci sono le testimonianze di due uomini deportati in base a quello che è diventato noto come il Progetto Paraguay: Mahmoud Yousef, prozio di Assali (morto ad Amman nel 2021, ma i cui ricordi Assali ha registrato prima della morte) e Talal Al-Dimassi, che è ancora vivo e, sorprendentemente vive tuttora in Paraguay.

I due condividono le stesse origini. Entrambi erano nati in campi profughi in Egitto dopo che le loro famiglie furono cacciate durante la Nakba del 1948. Entrambi in seguito si sposarono a Gaza, allora sotto amministrazione egiziana, dove erano cresciuti nel campo di Al-Maghazi.

Stavano per diventare adulti quando Israele occupò la Striscia di Gaza nel 1967 e non molto tempo dopo entrambi si imbatterono nel progetto di deportazione segreto mascherato da programma di lavoro all’estero, apparentemente organizzato da un’agenzia di viaggi chiamata Patra. Yousef era attratto dalla promessa di salari elevati ricorda che gli erano stati offerti 3.000 $ al mese per un anno o due, dopodiché sarebbe tornato a Gaza. Ad Al-Dimassi, che era già stato arrestato e torturato dall’esercito israeliano a causa del suo passato coinvolgimento con gruppi della resistenza armata, venne dato un ultimatum: avrebbe potuto firmare per il programma oppure tutta la sua famiglia sarebbe stata espulsa.

Finora non si conosce il numero di palestinesi deportati in base al Programma Paraguay e le stime variano da qualche decina a varie migliaia. La domanda è dove siano andati a finire in giro per il mondo. Ma un documento scoperto da un amico di Assali nell’Archivio di Stato di Israele, il verbale della riunione di una Commissione governativa nel maggio 1969, ci racconta esattamente quanti gazawi i dirigenti israeliani intendevano espellere.

Si è ufficialmente deciso di approvare la proposta del Mossad riguardo all’emigrazione di 60.000 [persone] dai territori amministrati al Paraguay,” afferma il documento, aggiungendo che Israele avrebbe pagato al governo paraguaiano una tariffa di 33 $ a deportato, compreso un anticipo di 350.000 $ per i primi 10.000.

Oggi Gaza ospita oltre 2 milioni di persone, ma all’epoca la popolazione ne contava meno di 400.000. Il Progetto Paraguay, destinato in particolare ad attirare giovani di Gaza, intendeva dunque far sparire una grandissima percentuale di giovani maschi della Striscia eppure solo pochi voli decollarono. Allora perché il programma venne abbandonato?

Costretti a una condizione di sopravvivenza, nel giro di qualche settimana dall’arrivo molti deportati lasciarono il Paraguay attraversando a piedi i confini con i Paesi vicini: Brasile, Bolivia o Argentina. Yousef imparò rapidamente lo spagnolo e trovò lavoro vendendo prodotti tessili tra i vari Paesi, e alla fine si mise in contatto con la diaspora palestinese in Cile. Al-Dimassi si mise a vendere abiti porta a porta nelle zone rurali del Paraguay finché un giorno venne derubato sotto minaccia di un coltello. Per lui fu la goccia che fece traboccare il vaso.

Assolutamente disperati e sentendo di non avere più niente da perdere, Al-Dimassi e un altro deportato, Khaled Kassab, comprarono vecchi fucili e tornarono ad Asunción per affrontare direttamente l’ambasciatore israeliano in Paraguay, Benjamin Weiser Varon. 

Il 4 maggio 1970 arrivarono all’ambasciata e chiesero di parlare con Varon. Le guardie dell’ambasciata dissero loro che non c’era. Sospettando che non fosse vero fecero irruzione all’interno. Le guardie estrassero le armi e scoppiò uno scontro a fuoco.

Nella confusione i palestinesi videro Varon e spararono vari colpi. Uno di questi colpì l’ambasciatore alla schiena, ferendolo. Un altro uccise la sua segretaria, Edna Peer. (Sia Al-Dimassi che Kassab in seguito negarono di aver sparato i colpi; Al-Dimassi affermò che era stato Kassab, secondo cui era stato un terzo uomo che li aveva accompagnati.)

La sparatoria arrivò sulle prime pagine dei giornali in tutto il Sud America e nel resto del mondo. I primi articoli non menzionarono la deportazione degli uomini da Gaza, dipingendo invece l’incidente come un tentativo di assassinio orchestrato dall’ Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Ma quel racconto venne presto smentito.

Nel corso di un processo pubblico che durò due anni Kassab e Al-Dimassi utilizzarono l’aula di tribunale per dire al mondo quello che gli era successo, strappando il velo di segretezza da cui dipendeva il Progetto Paraguay. Di fatto con i loro proiettili posero fine dal progetto.

Il giudice paraguaiano alla fine considerò i due uomini colpevoli di omicidio e condannò entrambi a 13 anni di prigione, di cui ne scontarono otto. Secondo Al-Dimassi Israele cercò di ucciderlo varie volte in prigione (anche, afferma, con una torta avvelenata), obbligandolo ad entrare in una sorta di programma di protezione dei testimoni per circa un decennio dopo la sua liberazione. Ma non è pentito di quello che ha fatto.

Ho salvato 60.000 palestinesi che stavano per essere espulsi in Paraguay,” dice nel podcast. “Sono rimasti là, nella nostra patria.”

Emigrazione involontaria

Fin dai primi giorni del sionismo i leader del movimento hanno cercato di massimizzare la quantità di terra sotto il loro controllo riducendo nel contempo al minimo il numero di palestinesi che vi vivevano. Questo filo conduttore può essere tracciato in decenni di politica israeliana, in particolare con l’espulsione di circa 750.000 palestinesi da quello che diventò lo Stato di Israele durante la Nakba del 1948 e altri 300.000 dalla Cisgiordania e da Gaza con la Naksa del 1967.

Tuttavia la guerra del 1967 diede come risultato il fatto che Israele assorbì 1 milione di palestinesi all’interno dei suoi confini appena ampliati. Quasi subito i principali dirigenti politici del governo laburista al potere iniziarono a discutere di come liberarsi di quanti più palestinesi possibile. (“Voglio che se ne vadano tutti, anche se dovessero andare sulla luna,” avrebbe detto il primo ministro Levi Eshkol in uno di questi incontri). Ecco che entra in scena il Progetto Paraguay.

Israele non ha mai riconosciuto ufficialmente l’esistenza del progetto. Ma nel 2004 vari ex-politici con conoscenza diretta di esso vennero allo scoperto, confermando che era stata una politica del governo. “Facemmo un tentativo di incoraggiare l’emigrazione volontaria,” disse al giornale israeliano Makor Rishon Meir Amit, che aveva diretto il Mossad all’inizio dell’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza. “Il punto era di sfoltire la zona il più possibile dagli arabi.”

Per decenni le persone coinvolte sono state tenute a mantenere il segreto. Secondo Moshe Peer, il vedovo di Edna, uccisa nella sparatoria del 1970, un agente del Mossad andò a trovarlo dopo la morte di lei e gli chiese di non parlarne per 30 anni. Ma ancora oggi, dopo che sono stati resi pubblici dettagli del progetto, vige ancora una politica ufficiale di silenzio.

Un breve ricordo di Peer comparso sul sito del governo lo scorso anno per il Giorno della Memoria non menziona le circostanze della sua uccisione, attribuendola semplicemente a “terroristi palestinesi” di Gaza. E quando i produttori del podcast hanno contattato Patra, l’agenzia di viaggio che aveva agito come copertura del programma e che opera ancora a Tel Aviv, il suo amministratore delegato Reem Greiver (il cui padre, Gad, all’epoca dirigeva l’impresa) ha negato che l’agenzia abbia giocato un ruolo nell’organizzazione del trasferimento di palestinesi.

Ci sono varie possibili ragioni per mantenere questa politica del silenzio, ma uno dei più importanti è probabilmente il fatto che i tentativi israeliani di espellere i palestinesi da Gaza, sia con mezzi occulti che palesi, non sono mai cessati, come gli ultimi due anni e mezzo hanno reso palesemente evidente.

C’è voluta meno di una settimana dopo l’attacco di Hamas il 7 ottobre 2023 perché un ministro israeliano raccomandasse formalmente il trasferimento forzato e permanente dell’intera popolazione di Gaza al di là del confine, nella penisola egiziana del Sinai. Tre mesi dopo circa una decina di ministri del governo ha partecipato a una conferenza organizzata da gruppi di coloni che ospitava una enorme mappa con potenziali luoghi per nuove colonie ebraiche a Gaza.

Dirigenti di estrema destra, primi fra tutti il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e quello della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, hanno riproposto un eufemismo familiare per descrivere quello che dovrebbe succedere agli abitanti palestinesi della Striscia: “emigrazione volontaria”.

Questa retorica si è tradotta in strategia militare. Lungi dall’attenersi alle intenzioni ufficiali della guerra di liberare gli ostaggi e distruggere Hamas, il massacro di Israele contro Gaza si è rapidamente rivelato essere una campagna di eliminazione totale. Oltre ad uccidere circa uno ogni 30 gazawi e ferirne uno ogni 14, Israele ha danneggiato o distrutto oltre il 90% delle unità abitative della Striscia e circa il 90% delle sue infrastrutture idriche e sanitarie.

Lo scopo era la devastazione, intesa ad impedire ogni possibilità di una vita degna per i palestinesi nell’enclave. Il maggio scorso, in un incontro a porte chiuse della Knesset, Netanyahu ha detto che l’esercito stava “distruggendo sempre più case (in modo che i gazawi) non avessero dove tornare,” ottenendo come “unico ovvio risultato” l’emigrazione all’estero.

E in larga misura questa strategia ha raggiunto gli effetti sperati: a marzo 2025 più di metà dei gazawi intervistati ha affermato che se ne avesse avuta l’opportunità se ne sarebbe andata, ma Israele ha chiuso tutti i valichi.

Quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca all’inizio del 2025 e ha proclamato la sua intenzione di “prendere” Gaza e spostare definitivamente la sua popolazione, il governo israeliano ha lanciato (o piuttosto rilanciato) un “Ufficio per l’Emigrazione Volontaria” incaricato di pianificare deportazioni di massa. “Se spostiamo 5.000 (palestinesi) al giorno, ci vorrà un anno (per espellerli tutti),” ha osservato Smotrich in un’altra riunione della Knesset.

Il problema, come sempre, è stato trovare un posto che li accogliesse. Il rifiuto dell’Egitto di aprire la sua frontiera ai rifugiati palestinesi è stato irremovibile, nel timore di diventare complice di un atto di pulizia etnica di massa. Politici israeliani e statunitensi hanno passato mesi a cercare in giro per il mondo un Paese che volesse, al giusto prezzo, assorbire centinaia di migliaia di deportati da Gaza, ma nessuno si è detto disponibile.

Di conseguenza Israele è stato obbligato a ripartire da zero. Beh, non proprio.

Chiusura del cerchio

Lo scorso novembre un aereo con a bordo 153 palestinesi di Gaza è partito dall’aeroporto di Ramon, nel sud di Israele, ed è atterrato a Johannesburg, in Sudafrica, via Nairobi, Kenya. Non si è trattato di un volo ordinario: i passeggeri non sapevano quale fosse la loro destinazione e, secondo l’ambasciata palestinese in Sudafrica, l’aereo è arrivato senza preavviso né coordinamento.

A causa dell’assenza di timbri di partenza sui passaporti dei passeggeri, così come del fatto che non avevano prenotato biglietti di ritorno né una sistemazione, le autorità di frontiera sudafricane gli hanno impedito di sbarcare dall’aereo per circa 12 ore dopo l’atterraggio. Infine hanno consentito loro di scendere dall’aereo “per ragioni umanitarie” e un’associazione benefica locale è intervenuta per fornire una sistemazione temporanea.

I passeggeri hanno detto ai media che il loro viaggio era stato organizzato da un’associazione chiamata Al-Majd Europe, che gli ha chiesto da 1.000 a 3.000 $ a testa con la promessa, attraverso una pubblicità in rete, di sicurezza e cure mediche all’estero. Qualche giorno dopo un’inchiesta di Haaretz ha ricondotto Al-Majd a un uomo d’affari israelo-estone e ha rivelato che le sue operazioni erano state autorizzate dall’Ufficio per l’Emigrazione Volontaria del governo israeliano.

La stessa inchiesta ha scoperto che il volo del 13 novembre a Johannesburg era il terzo del genere organizzato da Al-Majd: il primo, lo scorso maggio, ha portato 57 gazawi in Indonesia e Malaysia via Budapest, e il secondo, alla fine di ottobre, ne ha portati 150 a Johannesburg via Nairobi, lo stesso viaggio di quello contrastato di novembre, ma che non ha suscitato gli stessi sospetti o pubblicità.

Non è tutto. Secondo un’altra inchiesta pubblicata all’inizio di questo mese da AP [Associated Press, agenzia di notizie statunitense, ndt.] Al-Majd di fatto funge da copertura per la nota organizzazione israeliana di estrema destra Ad Kan, che lo scorso anno ha pagato una pubblicità sugli autobus israeliani su cui si leggeva “Vittoria = Emigrazione volontaria”, e “Questo autobus potrebbe essere pieno di gazawi. Ascoltate Trump, fateli uscire!”

Nonostante queste rivelazioni Al-Majd sta ancora attivamente reclutando gazawi per voli di deportazione, sfruttando la disperazione di quanti hanno perso tutto in conseguenza del massacro genocida di Israele. In un post su X del 5 marzo l’organizzazione ha affermato di aver “evacuato” un totale di 1.021 palestinesi verso altri Paesi, tra cui Canada e Australia, anche se i dettagli di queste operazioni rimangono avvolti nel mistero.

Ovviamente con circa 2 milioni di palestinesi che rimangono a Gaza il tentativo israeliano di “assottigliare” la popolazione, almeno per gli standard di quanti se ne occupano, è stato un sonoro fallimento. Eppure la permanenza di tali comportamenti, con l’utilizzo di metodi così simili al Progetto Paraguay di quasi sessant’anni fa, rivela la straordinaria persistenza della pretesa israeliana di espellere il popolo palestinese dalla sua terra, che sia sotto la direzione della sinistra sionista o della destra kahanista [ i seguaci del rabbino razzista e suprematista Meir Kahane, ndt.].

Nel contempo il fatto che dopo tutti questi anni Israele stia ancora tentando e non riesca ad espellere in massa i gazawi dovrebbe semmai evidenziare l’inutilità di questo progetto. Anche dopo una campagna militare di due anni intesa a rendere totalmente inabitabile la Striscia, i palestinesi rimangono determinati a ricostruire le proprie vite dalle macerie e dalla polvere.

Israele non ha mai consentito ad Al-Dimassi di tornare a Gaza, ma Gaza torna ancora nei suoi sogni. Nell’episodio finale del podcast racconta che in uno di questi “mi sono ritrovato su una montagna a Gaza. A sinistra vedo animali che pascolano. A destra sventola la bandiera palestinese. Vedo contemporaneamente la luna e il sole. Ho cercato di capire cosa significhi il mio sogno e vuol dire che Gaza tornerà. Un giorno ci sarà la pace.”

Ben Reiff è vice direttore di +972 Magazine e vive a Londra. Ha scritto per The Guardian, The Nation, New Statesman, Prospect e Haaretz ed è intervenuto su Punto d’Ascolto di Al Jazeera e sulla radio britannica LBC. È anche membro fondatore del collettivo editoriale Vashti Media [rivista britannica in rete che offre punti di vista ebraici e si rivolge alla sinistra britannica, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Sono fuggiti da Gaza: ora sono intrappolati altrove

Oroub El-Abed

31 marzo 2026 – Middle East Monitor

Mentre i titoli dei giornali di tutto il mondo si concentrano sull’escalation del conflitto tra Israele e Iran un’altra storia viene silenziosamente messa da parte. Non è solo la devastazione all’interno di Gaza a essere ignorata, ma anche il destino di coloro che sono riusciti a fuggire. Sono scampati alle bombe, ma non allo sradicamento.

In Egitto, Giordania, nel Golfo e oltre migliaia di gazawi vivono ora in una condizione che non è quella del rifugiato o di chi sia in procinto di ritornare. Non sono annoverati tra i morti, né pienamente riconosciuti tra i vivi. La loro presenza è temporanea, la loro legalità incerta, il loro futuro sospeso. Vivono in uno spazio che le politiche umanitarie raramente riconoscono: la sopravvivenza senza insediamento.

Si è parlato molto della distruzione di Gaza. Le immagini di edifici crollati, tende sovraffollate e famiglie affamate circolano ampiamente sui media internazionali. Si è parlato anche, seppur in misura limitata, delle evacuazioni mediche: bambini feriti trasportati allestero, pazienti che ricevono cure urgenti. Ma al di là di questi frammenti, regna un silenzio impressionante. Cosa sappiamo di coloro che se ne sono andati?

Dalla fine del 2023 migliaia di palestinesi hanno lasciato Gaza in circostanze eccezionali; alcuni per ricevere cure mediche, altri grazie a soluzioni disperate rese possibili da intermediari, conoscenze o per puro caso. Andarsene è stata raramente una scelta. Si è trattato di un atto dettato dallurgenza, spesso compiuto sotto il fuoco nemico, nella speranza di salvarsi la vita. Ma la partenza, che non ha coinvolto tutti i membri della famiglia, ha avuto un costo: economico, sociale, familiare ed esistenziale.

Per molti attraversare il confine con l’Egitto ha richiesto pagamenti che raggiungevano diverse migliaia di dollari a persona. Le famiglie hanno venduto oro, contratto ingenti debiti ed esaurito i risparmi accumulati nel corso di generazioni. Di fatto, la sopravvivenza è diventata una merce. La mobilità si è trasformata in un privilegio acquistato sull’orlo della catastrofe. Chi poteva pagare se n’è andato; chi non poteva è rimasto. Eppure, anche per coloro che sono riusciti a fuggire, l’arrivo non si è tradotto in sicurezza, bensì in incertezza.

La maggior parte è entrata nei Paesi ospitanti con permessi eccezionali o temporanei, a volte visti medici, permessi a breve termine o accordi informali che non erano mai stati pensati per garantire una stabilità a lungo termine. Con il passare dei mesi e degli anni molti si sono ritrovati in una situazione di irregolarità. I ​​loro documenti sono scaduti. La loro presenza è diventata amministrativamente invisibile. Non sono né residenti né ospiti!

Questo limbo giuridico ha conseguenze profonde. Senza un permesso di soggiorno riconosciuto l’accesso ai servizi di base è gravemente limitato. I bambini faticano a iscriversi a scuola. Le famiglie non possono accedere in modo affidabile all’assistenza sanitaria. Un impiego formale è in gran parte irraggiungibile, il che spinge molti verso lavori precari nel settore informale. Viaggiare diventa impossibile. Anche l’atto di affittare una casa o aprire un conto in banca può diventare un ostacolo burocratico.

Il sistema umanitario, strutturato attorno alla risposta alle emergenze, non è riuscito, in larga misura, ad adattarsi a questa condizione prolungata. Gli sfollati per motivi medici possono ricevere cure, ma i loro familiari accompagnatori spesso rimangono esclusi dall’assistenza. Un bambino può essere operato; un genitore può restare escluso da qualsiasi forma di sostegno formale. Il singolo caso viene affrontato, ma il nucleo familiare si frammenta. In termini politici l’evacuazione è stata considerata un punto di arrivo. In realtà, è solo l’inizio di un’altra forma di espulsione.

Per gli abitanti di Gaza questa rottura è particolarmente grave perché ciò che è andato perduto non è solo il territorio, ma un mondo sociale profondamente radicato, fatto di relazioni strette. Gaza, nonostante anni di assedio e privazioni, ha mantenuto fitte reti di parentela, mutuo soccorso e sostegno comunitario. Le distanze erano brevi; le relazioni immediate; la sopravvivenza era collettiva.

In tali contesti il capitale sociale, fondato sulla fiducia, sulla reciprocità e sulle norme condivise a livello locale, funge da sistema assistenziale informale. Ha contribuito a ridurre la vulnerabilità in modi che il solo reddito non può garantire. Quando le persone lasciano Gaza non perdono semplicemente una casa. Hanno perso linfrastruttura sociale che rendeva la vita, per quanto difficile, sopportabile.

Ciò che trovano invece “fuori dall’acquario di Gaza”, come descritto da un giornalista di Gaza recentemente scomparso a causa di un cancro, sono grandi ambienti urbani capitalisti e frammentati, governati da regole sconosciute. Città in cui l’anonimato sostituisce la familiarità e dove la sopravvivenza dipende dalla capacità di destreggiarsi tra sistemi burocratici, mercati del lavoro e pressioni finanziarie per le quali non erano mai stati preparati. Questa transizione viene spesso descritta come “adattamento”. Ma è tutt’altro.

I gazawi all’estero devono imparare rapidamente a sopravvivere in un contesto economico che può sembrare spietato: devono fare i conti con affitti, costi di trasporto, regimi di visti, permessi di soggiorno non validi, sistemi scolastici e valute fluttuanti. Devono far quadrare i conti con risparmi che si esauriscono rapidamente, cercando al contempo un reddito in mercati del lavoro ristretti. Devono dimostrare resilienza pur portando con sé traumi, dolore e incertezza. Ci si aspetta che ricostruiscano le loro vite mentre sono ancora in crisi.

È qui che le narrazioni dominanti diventano fuorvianti. Il linguaggio della resilienza, spesso invocato nel discorso umanitario, rischia di scaricare la responsabilità sui singoli individui, oscurando al contempo i vincoli strutturali. Suggerisce che l’adattamento sia una questione di sforzo, piuttosto che di accesso ai diritti. Ma non c’è resilienza senza riconoscimento legale. Non c’è ricostruzione senza stabilità.

Il pericolo più profondo è che questa condizione di prolungata precarietà diventi la norma. I gazawi vengono tenuti in vita, ma non viene loro permesso di integrarsi. Vengono ospitati, ma non regolarizzati. Sono visibili come casi umanitari, ma non riconosciuti come individui titolari di diritti. E devono aspettare di tornare a casa, ma quale casa li accoglierà?

Questa non è una novità nell’esperienza palestinese. Riprende una lunga storia di sfollamento caratterizzata da un’inclusione parziale e da una perenne insicurezza: mobilità senza cittadinanza, rifugio senza protezione, presenza senza diritti. La novità risiede nella portata e nell’immediatezza con cui questa condizione si sta riproducendo oggi.

La comunità internazionale si è concentrata sul facilitare l’uscita da Gaza per chi ne ha bisogno, negoziando corridoi sanitari, coordinando le evacuazioni e mettendo in luce storie di successo individuali. Ma molta meno attenzione è stata dedicata a ciò che accade dopo che le persone attraversano il confine. O dopo la fine del loro ricovero ospedaliero.

C’è poca attenzione al monitoraggio sistematico del loro status giuridico. Poca coordinazione per garantire l’accesso all’istruzione o all’assistenza sanitaria al di là delle cure di emergenza. Poca consapevolezza del depauperamento finanziario che ha accompagnato la loro partenza. E pochi sforzi per creare percorsi verso la regolarizzazione, il ricongiungimento familiare o la mobilità futura. Al contrario, i gazawi residenti all’estero sono lasciati soli ad affrontare sistemi complessi, spesso senza informazioni, sostegno o protezione. Ciò si traduce in una popolazione dispersa, famiglie frammentate, difficoltà economiche, precarietà giuridica e isolamento sociale.

Nel frattempo il discorso pubblico spesso inquadra la partenza come una fuga, come se lasciare Gaza rappresentasse un’opportunità. Si tratta di un’interpretazione profondamente errata. Per la maggior parte andarsene non è stata una decisione strategica ma una risposta forzata a un pericolo imminente. Non ha aperto la strada a una nuova vita: “Mi sento menomato; anche se mi trovo in questo vasto spazio che ho sempre sognato di visitare preferisco stare a Gaza”, ha detto un fotografo di Gaza ferito, che ha trascorso tre mesi in un ospedale di uno dei Paesi ospitanti e oggi fatica a trovare un appartamento in affitto e a guadagnarsi da vivere. Il suo percorso clinico ha dato inizio a una nuova forma di espulsione. Quindi la domanda non è semplicemente quanti gazawi siano riusciti a partire. È in quali condizioni vivono ora e per quanto tempo.

I loro figli possono andare a scuola? Le famiglie possono accedere all’assistenza sanitaria oltre le cure di emergenza? Possono lavorare legalmente? Possono rinnovare il loro permesso di soggiorno, viaggiare o ricongiungersi con i parenti? O sono destinati a rimanere indefinitamente in un limbo amministrativo? Queste domande richiedono un’attenzione urgente, non solo da parte degli Stati ospitanti, ma anche degli attori internazionali che hanno presentato l’evacuazione come un successo umanitario. Perché senza percorsi legali e un sostegno costante l’evacuazione rischia di trasformarsi in qualcosa di completamente diverso: l’esternalizzazione della crisi di Gaza. La sofferenza non si risolve, ma viene ridistribuita oltre i confini. E forse è per questo che si parla così poco di questi abitanti di Gaza. Non si adattano alla narrazione dominante. Non sono né dentro Gaza né completamente al di fuori delle sue conseguenze. Occupano uno spazio intermedio, politicamente scomodo e analiticamente problematico.

Per i palestinesi lo sfollamento non finisce al confine. Continua. Si adatta. Riappare in nuove forme giuridiche, nuove pressioni economiche, nuove fratture sociali. Chi ha lasciato Gaza non si è lasciato alle spalle la condizione di sfollato. L’ha portata con sé.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Monitor.

L’autrice è professore associato nell’ambito del programma internazionale sulle migrazioni e i rifugiati presso l’Università di Birzeit, in Palestina.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La chiusura del Santo Sepolcro da parte di Israele dimostra che nessuna fede è al sicuro dall’occupazione.

Ismail Patel

31 marzo 2026 – Middle East Eye

Concedere al Patriarca latino l’accesso alla chiesa non risolve il problema fondamentale di un sistema coloniale concepito per cancellare la presenza cristiana palestinese.

A Gerusalemme la Chiesa del Santo Sepolcro è al centro del culto cristiano. È il luogo in cui si commemora la crocifissione e la resurrezione.

Negare l’accesso a questo luogo non è un semplice atto amministrativo. È una violenta interruzione di legami religiosi ancestrali, un’imposizione coloniale che separa i cristiani palestinesi dal cuore della loro vita spirituale e comunitaria.

La perdita non è solo loro. Ogni atto di esclusione da uno spazio sacro è una lezione sull’occupazione israeliana in corso, un monito che la logica del dominio governa ancora Gerusalemme.

Israele ha chiuso la Chiesa del Santo Sepolcro il 28 febbraio, impedendo al cardinale Pierbattista Pizzaballa e a padre Francesco Ielpo, Custode di Terra Santa, di entrarvi la Domenica delle Palme.

Questo ha avuto un impatto notevole. Si ritiene che sia la prima volta in secoli che a figure di spicco della Chiesa sia stato impedito di partecipare alla Messa della Domenica delle Palme nel Santo Sepolcro. Il Patriarcato Latino ha definito la decisione “un grave precedente e una mancanza di rispetto per la sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, guardano a Gerusalemme”.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha revocato la decisione solo dopo aver ricevuto critiche da tutto il mondo, tra cui quelle di uno dei suoi più stretti alleati, Mike Huckabee, ambasciatore statunitense in Israele, il quale ha affermato che negare l’accesso alla chiesa al cardinale era “difficile da comprendere o giustificare”.

Lunedì, la polizia israeliana ha dichiarato di aver raggiunto un accordo con i leader cristiani per consentire “una preghiera limitata” all’interno della chiesa.

Architettura di controllo

Questa inversione di rotta non è una soluzione, ma una messinscena, una manovra per placare l’opinione pubblica internazionale mentre l’architettura coloniale di controllo rimane intatta.

La vera libertà di culto non può esistere sotto occupazione. La libertà esige lo smantellamento delle strutture che consentono a Israele di dettare l’accesso ai luoghi sacri di Gerusalemme. Le sole parole, senza la fine dell’occupazione, non fanno altro che perpetuare il danno, alimentando la violenza dell’esclusione e della cancellazione.

Il pretesto della “sicurezza” non giustifica la chiusura.

Il 12 marzo il Ministero degli Esteri israeliano ha affermato che un missile è caduto a poche centinaia di metri dalla Città Vecchia, vicino alla Moschea di al-Aqsa e alla Chiesa del Santo Sepolcro.

I funzionari israeliani hanno indicato la guerra contro l’Iran come motivo della chiusura dei luoghi sacri della Città Vecchia.

Tuttavia, la sicurezza non dovrebbe significare che il culto possa essere interrotto a capriccio delle autorità di occupazione. Le norme già limitavano gli assembramenti a 50 o 100 persone con accesso ai rifugi antiaerei, dimostrando che erano possibili precauzioni più mirate.

La chiusura totale della chiesa con il pretesto della “sicurezza” e l’ostruzionismo nei confronti del Patriarca latino sono state quindi una scelta politica, mascherata da gestione dell’emergenza.

Non si tratta di episodi isolati. Sono manifestazioni di un sistema coloniale concepito per cancellare la presenza palestinese autoctona nascondendosi dietro al linguaggio della neutralità amministrativa.

Questa non è sicurezza. È l’esercizio del potere che mira a normalizzare l’esclusione.

Il Santo Sepolcro è da tempo governato dallo Status Quo, un assetto di epoca ottomana. Era concepito per mantenere l’equilibrio tra le comunità cristiane attraverso la custodia condivisa.

La sua sospensione sotto il dominio israeliano non rafforza la sicurezza; al contrario, afferma il potere statale sugli spazi sacri e trasforma i luoghi di culto in campi di battaglia per il dominio e l’espropriazione.

Un gesto temporaneo.

Per i cristiani palestinesi, e per tutti gli altri palestinesi, questo non è un affronto isolato, ma il sintomo di un più ampio regime coloniale che controlla la libertà di movimento, il culto, l’istruzione e il diritto stesso di esistere a Gerusalemme.

A gennaio i leader delle chiese palestinesi hanno avvertito che la violenza dei coloni israeliani minaccia la presenza cristiana in Terra Santa.

L’anno scorso Israele ha imposto ripetute restrizioni all’accesso dei cristiani alle celebrazioni della Settimana Santa, mentre un rapporto del Consiglio Ecumenico delle Chiese ha rilevato che l’aumento della violenza, le difficoltà economiche e le restrizioni al culto minacciano le comunità cristiane in tutta la Terra Santa.

Questa realtà quotidiana non comporta solo la perdita di terra, ma anche la regolamentazione del tempo, dei rituali e della dignità. Si tratta di un attacco al tessuto stesso della vita palestinese.

L’inversione di rotta di Netanyahu è un gesto temporaneo e non risolve il problema fondamentale dell’occupazione illegale.

Concedere al patriarca il diritto di accesso alla Chiesa del Santo Sepolcro solo sotto pressione internazionale non è responsabilità. È gestione dell’immagine.

I cristiani palestinesi della Cisgiordania e di Gaza occupate rimangono esclusi da Gerusalemme e i loro spostamenti limitati da checkpoint ed espulsioni.

Il Santo Sepolcro rimane sotto occupazione. Senza smantellare l’ordine coloniale, tali tregue servono solo a deviare le critiche e a consolidare il controllo.

Libero accesso a tutte le fedi

Questa logica di esclusione non si limita ai luoghi cristiani. I fedeli musulmani, a cui è ancora vietato l’accesso alla moschea di Al-Aqsa, sono stati costretti a trascorrere gran parte del Ramadan e dell’Eid separati da uno dei loro luoghi più sacri.

Coloro che hanno osato pregare fuori dalle mura di Al-Aqsa sono stati dispersi violentemente dalle forze israeliane.

Gerusalemme è governata da un regime di eccezione, dove l’accesso ai luoghi sacri dipende dai capricci della potenza occupante.

Questa non è neutralità. È la gestione coloniale della fede, dove la sicurezza diventa il linguaggio del controllo.

La comunità internazionale deve andare oltre le suppliche ai leader israeliani di aprire i luoghi sacri. Ciò che serve è la garanzia di un accesso libero ed equo ai luoghi sacri per tutte le fedi.

L’apertura del Santo Sepolcro e la richiesta di riapertura della Moschea di Al-Aqsa non sono un favore, ma un imperativo legale, un passo verso il ripristino della dignità e l’affermazione della sovranità palestinese sul proprio patrimonio spirituale e materiale.

Se Gerusalemme vuole rimanere una città di fedi i suoi luoghi sacri devono essere liberati dalla morsa amministrativa dell’occupazione israeliana. Solo allora la città potrà incarnare la promessa di appartenenza condivisa e di giustizia.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

(Traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)