“Non so come ne usciremo”: quanto ancora potrà resistere Israele?

Simon Speakman Cordall

3 aprile 2026 – Al Jazeera

Anni di guerra hanno profondamente cambiato la politica, l’economia e la società israeliane, affermano gli analisti

Due anni e mezzo a lanciare brutali attacchi contro i propri vicini e sull’enclave assediata di Gaza hanno trasformato la politica, l’economia e la società di Israele, affermano gli analisti.

Adesso, mentre Israele è impegnato in ciò che molti nel Paese hanno ripetutamente definito una “battaglia esistenziale” contro il nemico regionale Iran, resta da vedere che cosa può riservare il futuro per Israele. La fine definitiva del conflitto probabilmente verrà decisa dai parlamentari di Washington piuttosto che dagli strateghi di Israele.

Anche prima della guerra all’Iran, la guerra genocida di Israele contro Gaza ha avuto ripercussioni sulla condizione e sulle finanze del Paese. Secondo gli stessi dati della Banca di Israele le guerre della nazione contro Gaza, gli Houti, il Libano e l’Iran a partire da ottobre 2023 sono già costate 352 miliardi di shekel (112 miliardi di dollari), che corrispondono a un costo medio di circa 300 milioni di shekel (96milioni di dollari) al giorno.

Presso la Corte Internazionale di Giustizia Israele affronta ciò che i giuristi hanno già definito plausibili accuse di genocidio, mentre sia il suo primo ministro che l’ex ministro della difesa sono colpiti da mandati di arresto per crimini di guerra, spiccati dalla Corte Penale Internazionale nel novembre 2024. Ora, dal punto di vista economico, il Paese si prepara a quelle che potrebbero essere conseguenze finanziarie catastrofiche della sua guerra all’Iran.

E sembra che non si veda una fine certa.

Una lunga strada da percorrere

Gli obbiettivi della guerra dichiarati da Israele, di deteriorare le capacità militari dell’Iran e di creare le condizioni per cui la sua popolazione possa insorgere contro il governo, sembrano alquanto lontani.

Dopo quattro settimane di continui bombardamenti non ci sono segnali evidenti di agitazioni popolari in Iran o di minacce al governo.

Nonostante le dichiarazioni pubbliche di dirigenti degli Stati Uniti di aver di fatto distrutto militarmente l’Iran, il 27 marzo la Reuters, citando cinque fonti interne all’intelligence USA, ha riferito che solo un terzo delle scorte missilistiche di Teheran è stato distrutto.

Intanto la popolazione di Israele riceve irregolari ma frequenti allarmi di attacchi aerei, che avvertono nuovamente di ritirarsi nei rifugi e infrangono in continuazione ogni apparenza di normalità.

Si è di fronte a un paradosso. Le misure di emergenza, che hanno fatto chiudere molte scuole mentre i genitori devono continuare a lavorare, hanno accresciuto la tensione nelle famiglie. Ma gli analisti in Israele affermano che queste stesse famiglie considerano la guerra che stanno vivendo come da sempre inevitabile.

C’è un peso tombale che è caduto sulla gente, una specie di sudario”, ha detto a Al Jazeera la consulente politica e sondaggista Dahlia Scheindlin da una località vicino a Tel Aviv. Ha descritto qualcosa di simile a una lugubre determinazione tra gli ebrei israeliani ad andare avanti con la guerra per il momento, comunque.

La gente è esausta, ma per ora il 78% degli ebrei israeliani alla fine di marzo ha dichiarato all’Istituto per la Democrazia di Israele di appoggiare la continuazione della guerra.

Significativamente tuttavia una maggioranza riteneva anche che gli strateghi negli USA e in Israele avessero sottovalutato le capacità di Teheran.

Perciò, per quanto tempo continueranno a sostenere il conflitto Scheindlin non può dirlo. “Non è come la guerra dei 12 giorni (tra Israele e l’Iran nel giugno 2025), perché questa è durata molto più a lungo. E non è come il lancio di razzi di Hamas nel passato.

L’Iran lancia missili balistici, il che significa che tutti devono andare ogni volta nei rifugi. Sta anche durando molto di più e non sappiamo quanto a lungo continuerà”, ha detto.

Sinceramente non so come usciremo da tutto questo. Nessuno lo sa. Siamo ancora in mezzo al guado.”

Politica in bilico

Lo sfondo di tutto questo è una politica che pochi riconoscerebbero come quella che ha firmato gli Accordi di Oslo negli anni ’90 del ‘900. O quella che negli anni ’80 espulse l’ultranazionalista Meir Kahane, il promotore delle convinzioni estremiste che l’intransigente Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir e molti degli attuali membri del suo partito Potere Ebraico implicitamente sostengono.

Certamente personaggi come Ben Gvir e l’ultra ortodosso Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich – un colono il cui movimento ritiene di essere titolato dalla Bibbia a possedere la Cisgiordania – ricoprono ora ruoli centrali nel governo sia con il sostegno della coalizione trasversale che della popolazione.

Poi ci sono stati i festeggiamenti che hanno salutato l’approvazione della legge di Ben Gvir sulla pena di morte, destinata specificamente ai palestinesi.

Per completare l’opera, questa settimana vi è stata l’approvazione di un bilancio record di 271 miliardi di dollari – votato dai parlamentari in un bunker fortificato – che ha stornato milioni di shekel verso organizzazioni ortodosse e organizzazioni di coloni estremisti in ciò che analisti e gruppi di opposizione affermano essere un tentativo di rafforzare l’appoggio al governo di Netanyahu di fronte al perdurante intervento militare.

Chiunque voti contro il bilancio sta votando contro la sicurezza di Israele, contro le agevolazioni fiscali per i lavoratori in Israele e contro la tassazione delle banche”, ha affermato lunedì prima del voto Smotrich, i cui sostenitori nell’estrema destra e nei gruppi di coloni sono i primi beneficiari.

Certamente è tutto sempre peggio”, ha detto Aida Touma-Sliman del partito di sinistra Hadash. “Il mondo intero è stato a guardare ed ha trovato scuse per loro mentre commettevano un genocidio (a Gaza). Ovviamente pensano che anche quello che stanno facendo adesso sia accettabile. Il mondo intero lo ha detto.”

Tempeste in arrivo

Tuttavia resta da vedere per quanto tempo la sempre più estremista politica di destra di Israele rimarrà accettabile per una popolazione che fra non molto sosterrà il grave impatto delle sue eterne guerre regionali.

Nonostante il loro generale sostegno (o almeno la mancanza di una significativa opposizione) a gran parte della sua campagna genocidaria a Gaza, le Nazioni Unite, l’Unione Europea e diversi altri Paesi occidentali hanno condannato l’approvazione questa settimana della legge sulla pena di morte, prevista specificamente per i palestinesi.

Benchè finora sia stato ampiamente al riparo da tali ripercussioni, Israele non è assolutamente immune dagli effetti sul lungo termine della guerra, come segnalano gli analisti. Un’analisi pubblicata dal quotidiano francese Le Monde alla fine di marzo suggerisce che il conflitto con l’Iran abbia già imposto costi significativi per via delle maggiori spese per la difesa, della perdita di produttività dovuta alla mobilitazione dei riservisti e della ridotta attività dei consumatori.

Se gli sgravi fiscali per ora hanno ampiamente protetto i consumatori israeliani dal previsto aumento dei prezzi del carburante provocato dalla chiusura da parte dell’Iran dello Stretto di Hormuz, analisti come l’economista politico Shir Hever avvertono che, essendo Israele un importatore di carburante, si tratta di un sollievo solo temporaneo.

Tutti i precedenti conflitti in cui Israele si è impegnato hanno avuto alle spalle un bilancio concordato, con obbiettivi chiari e solide basi finanziarie su cui misurare tali obbiettivi”, afferma Hever. “Tuttavia ciò a cui stiamo assistendo è il tipo di economia che si potrebbe osservare in uno Stato totalitario, in cui le spese militari vengono adottate arbitrariamente senza considerare come la cosa sia compatibile con l’economia generale.”

In conclusione, come e quando finirà la guerra probabilmente sta meno nelle decisioni di Israele che in quelle di un presidente USA sempre più imprevedibile.

E quando questa settimana l’emittente statunitense Newsmax gli ha chiesto fino a che punto secondo lui Israele ha conseguito i suoi obbiettivi, il massimo che Netanyahu è stato capace di dire è stato “a metà”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il Progetto Paraguay: il piano segreto di Israele per deportare i gazawi negli anni ‘70

Ben Reiff

26 marzo 2026 – +972 Magazine

Un nuovo podcast svela il fallito tentativo del Mossad di espellere 60.000 palestinesi dopo aver occupato la Striscia di Gaza. Quasi sessant’anni dopo i metodi e gli obiettivi di Israele rimangono in modo inquietante simili.

Il 9 settembre 1969 circa 20 palestinesi della Striscia di Gaza salirono su un aereo in un aeroporto della zona centrale di Israele credendo di essere diretti in Brasile. Tramite un’agenzia di viaggi israeliana avevano firmato un programma di lavoro all’estero con la promessa di stipendi più alti di quelli che avrebbero potuto avere a Gaza, che Israele aveva occupato due anni prima. A chi aveva una famiglia venne assicurato che le mogli e i figli avrebbero potuto raggiungerli in Brasile poco tempo dopo. Ma non fu quello che avvenne.

Quando l’aereo atterrò a Sao Paulo delle guardie armate scortarono gli uomini su un altro velivolo più piccolo che li portò ad Asunción, la capitale del Paraguay, un Paese di cui molti di loro non avevano mai sentito parlare e che all’epoca era soggetto alla dittatura di Alfredo Stroessner. Lì vennero accolti da poliziotti armati e portati in un hotel per passarvi la notte.

Disorientati e insospettiti, venne detto loro di non preoccuparsi: la mattina seguente funzionari governativi gli avrebbero rilasciato dei documenti d’identità e avrebbero provveduto al loro inserimento lavorativo. Tuttavia quando questi funzionari arrivarono attribuirono a ognuno di loro sulle carte d’identità nuove professioni in modo arbitrario, poi li fecero salire su un autobus verso remote zone rurali.

Questo fu l’ultimo contatto che i palestinesi avrebbero avuto con una qualunque autorità riguardante il programma di lavoro, perché esso non esisteva. Erano stati indotti con l’inganno dal Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana, a salire su un volo che li avrebbe deportati come parte di un progetto segreto per esiliare in massa i palestinesi dalla Striscia di Gaza.

Abbandonati in un Paese di cui non parlavano la lingua, i nuovi arrivati si ritrovarono senza denaro, senza casa, senza lavoro, isolati e senza alcun modo per tornare a casa. E presto si resero conto che non erano gli unici, né gli ultimi, ad essere stati adescati e abbandonati in quel modo.

Per decenni la conoscenza di questa operazione segreta è rimasta confinata alle famiglie degli uomini che ne furono vittime. Ma un nuovo podcast [serie di episodi audio, interviste o narrazioni, ndt.], basato sulle testimonianze di due deportati e su prove negli archivi israeliani e paraguaiani, si prefigge di svelare una vicenda che Israele ha cercato a lungo di cancellare e spiega perché sia fallita pochi mesi dopo essere iniziata.

Dopo due anni e mezzo in cui Israele ha tentato, attraverso vari metodi, di sradicare totalmente la presenza palestinese a Gaza, gli echi di questa storia difficilmente potrebbero essere più forti.

Il racconto dei due deportati

Creata dal managing producer Maxim Saakyan e dai coproduttori Nadeen Shaker e Nada El-Kouny, la serie in quattro parti “Palestinians in Paraguay” [Palestinesi in Paraguay] di Uncovering Roots [Radici scoperte, nome del sito che ospita il podcast, ndt.] è costruita sulla ricerca di Hadeel Assali, una studiosa con un post-dottorato alla Columbia University, e John Tofik Karam, storico dell’università dell’Illinois, entrambi ospitati nei vari episodi.

Al centro ci sono le testimonianze di due uomini deportati in base a quello che è diventato noto come il Progetto Paraguay: Mahmoud Yousef, prozio di Assali (morto ad Amman nel 2021, ma i cui ricordi Assali ha registrato prima della morte) e Talal Al-Dimassi, che è ancora vivo e, sorprendentemente vive tuttora in Paraguay.

I due condividono le stesse origini. Entrambi erano nati in campi profughi in Egitto dopo che le loro famiglie furono cacciate durante la Nakba del 1948. Entrambi in seguito si sposarono a Gaza, allora sotto amministrazione egiziana, dove erano cresciuti nel campo di Al-Maghazi.

Stavano per diventare adulti quando Israele occupò la Striscia di Gaza nel 1967 e non molto tempo dopo entrambi si imbatterono nel progetto di deportazione segreto mascherato da programma di lavoro all’estero, apparentemente organizzato da un’agenzia di viaggi chiamata Patra. Yousef era attratto dalla promessa di salari elevati ricorda che gli erano stati offerti 3.000 $ al mese per un anno o due, dopodiché sarebbe tornato a Gaza. Ad Al-Dimassi, che era già stato arrestato e torturato dall’esercito israeliano a causa del suo passato coinvolgimento con gruppi della resistenza armata, venne dato un ultimatum: avrebbe potuto firmare per il programma oppure tutta la sua famiglia sarebbe stata espulsa.

Finora non si conosce il numero di palestinesi deportati in base al Programma Paraguay e le stime variano da qualche decina a varie migliaia. La domanda è dove siano andati a finire in giro per il mondo. Ma un documento scoperto da un amico di Assali nell’Archivio di Stato di Israele, il verbale della riunione di una Commissione governativa nel maggio 1969, ci racconta esattamente quanti gazawi i dirigenti israeliani intendevano espellere.

Si è ufficialmente deciso di approvare la proposta del Mossad riguardo all’emigrazione di 60.000 [persone] dai territori amministrati al Paraguay,” afferma il documento, aggiungendo che Israele avrebbe pagato al governo paraguaiano una tariffa di 33 $ a deportato, compreso un anticipo di 350.000 $ per i primi 10.000.

Oggi Gaza ospita oltre 2 milioni di persone, ma all’epoca la popolazione ne contava meno di 400.000. Il Progetto Paraguay, destinato in particolare ad attirare giovani di Gaza, intendeva dunque far sparire una grandissima percentuale di giovani maschi della Striscia eppure solo pochi voli decollarono. Allora perché il programma venne abbandonato?

Costretti a una condizione di sopravvivenza, nel giro di qualche settimana dall’arrivo molti deportati lasciarono il Paraguay attraversando a piedi i confini con i Paesi vicini: Brasile, Bolivia o Argentina. Yousef imparò rapidamente lo spagnolo e trovò lavoro vendendo prodotti tessili tra i vari Paesi, e alla fine si mise in contatto con la diaspora palestinese in Cile. Al-Dimassi si mise a vendere abiti porta a porta nelle zone rurali del Paraguay finché un giorno venne derubato sotto minaccia di un coltello. Per lui fu la goccia che fece traboccare il vaso.

Assolutamente disperati e sentendo di non avere più niente da perdere, Al-Dimassi e un altro deportato, Khaled Kassab, comprarono vecchi fucili e tornarono ad Asunción per affrontare direttamente l’ambasciatore israeliano in Paraguay, Benjamin Weiser Varon. 

Il 4 maggio 1970 arrivarono all’ambasciata e chiesero di parlare con Varon. Le guardie dell’ambasciata dissero loro che non c’era. Sospettando che non fosse vero fecero irruzione all’interno. Le guardie estrassero le armi e scoppiò uno scontro a fuoco.

Nella confusione i palestinesi videro Varon e spararono vari colpi. Uno di questi colpì l’ambasciatore alla schiena, ferendolo. Un altro uccise la sua segretaria, Edna Peer. (Sia Al-Dimassi che Kassab in seguito negarono di aver sparato i colpi; Al-Dimassi affermò che era stato Kassab, secondo cui era stato un terzo uomo che li aveva accompagnati.)

La sparatoria arrivò sulle prime pagine dei giornali in tutto il Sud America e nel resto del mondo. I primi articoli non menzionarono la deportazione degli uomini da Gaza, dipingendo invece l’incidente come un tentativo di assassinio orchestrato dall’ Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Ma quel racconto venne presto smentito.

Nel corso di un processo pubblico che durò due anni Kassab e Al-Dimassi utilizzarono l’aula di tribunale per dire al mondo quello che gli era successo, strappando il velo di segretezza da cui dipendeva il Progetto Paraguay. Di fatto con i loro proiettili posero fine dal progetto.

Il giudice paraguaiano alla fine considerò i due uomini colpevoli di omicidio e condannò entrambi a 13 anni di prigione, di cui ne scontarono otto. Secondo Al-Dimassi Israele cercò di ucciderlo varie volte in prigione (anche, afferma, con una torta avvelenata), obbligandolo ad entrare in una sorta di programma di protezione dei testimoni per circa un decennio dopo la sua liberazione. Ma non è pentito di quello che ha fatto.

Ho salvato 60.000 palestinesi che stavano per essere espulsi in Paraguay,” dice nel podcast. “Sono rimasti là, nella nostra patria.”

Emigrazione involontaria

Fin dai primi giorni del sionismo i leader del movimento hanno cercato di massimizzare la quantità di terra sotto il loro controllo riducendo nel contempo al minimo il numero di palestinesi che vi vivevano. Questo filo conduttore può essere tracciato in decenni di politica israeliana, in particolare con l’espulsione di circa 750.000 palestinesi da quello che diventò lo Stato di Israele durante la Nakba del 1948 e altri 300.000 dalla Cisgiordania e da Gaza con la Naksa del 1967.

Tuttavia la guerra del 1967 diede come risultato il fatto che Israele assorbì 1 milione di palestinesi all’interno dei suoi confini appena ampliati. Quasi subito i principali dirigenti politici del governo laburista al potere iniziarono a discutere di come liberarsi di quanti più palestinesi possibile. (“Voglio che se ne vadano tutti, anche se dovessero andare sulla luna,” avrebbe detto il primo ministro Levi Eshkol in uno di questi incontri). Ecco che entra in scena il Progetto Paraguay.

Israele non ha mai riconosciuto ufficialmente l’esistenza del progetto. Ma nel 2004 vari ex-politici con conoscenza diretta di esso vennero allo scoperto, confermando che era stata una politica del governo. “Facemmo un tentativo di incoraggiare l’emigrazione volontaria,” disse al giornale israeliano Makor Rishon Meir Amit, che aveva diretto il Mossad all’inizio dell’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza. “Il punto era di sfoltire la zona il più possibile dagli arabi.”

Per decenni le persone coinvolte sono state tenute a mantenere il segreto. Secondo Moshe Peer, il vedovo di Edna, uccisa nella sparatoria del 1970, un agente del Mossad andò a trovarlo dopo la morte di lei e gli chiese di non parlarne per 30 anni. Ma ancora oggi, dopo che sono stati resi pubblici dettagli del progetto, vige ancora una politica ufficiale di silenzio.

Un breve ricordo di Peer comparso sul sito del governo lo scorso anno per il Giorno della Memoria non menziona le circostanze della sua uccisione, attribuendola semplicemente a “terroristi palestinesi” di Gaza. E quando i produttori del podcast hanno contattato Patra, l’agenzia di viaggio che aveva agito come copertura del programma e che opera ancora a Tel Aviv, il suo amministratore delegato Reem Greiver (il cui padre, Gad, all’epoca dirigeva l’impresa) ha negato che l’agenzia abbia giocato un ruolo nell’organizzazione del trasferimento di palestinesi.

Ci sono varie possibili ragioni per mantenere questa politica del silenzio, ma uno dei più importanti è probabilmente il fatto che i tentativi israeliani di espellere i palestinesi da Gaza, sia con mezzi occulti che palesi, non sono mai cessati, come gli ultimi due anni e mezzo hanno reso palesemente evidente.

C’è voluta meno di una settimana dopo l’attacco di Hamas il 7 ottobre 2023 perché un ministro israeliano raccomandasse formalmente il trasferimento forzato e permanente dell’intera popolazione di Gaza al di là del confine, nella penisola egiziana del Sinai. Tre mesi dopo circa una decina di ministri del governo ha partecipato a una conferenza organizzata da gruppi di coloni che ospitava una enorme mappa con potenziali luoghi per nuove colonie ebraiche a Gaza.

Dirigenti di estrema destra, primi fra tutti il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e quello della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, hanno riproposto un eufemismo familiare per descrivere quello che dovrebbe succedere agli abitanti palestinesi della Striscia: “emigrazione volontaria”.

Questa retorica si è tradotta in strategia militare. Lungi dall’attenersi alle intenzioni ufficiali della guerra di liberare gli ostaggi e distruggere Hamas, il massacro di Israele contro Gaza si è rapidamente rivelato essere una campagna di eliminazione totale. Oltre ad uccidere circa uno ogni 30 gazawi e ferirne uno ogni 14, Israele ha danneggiato o distrutto oltre il 90% delle unità abitative della Striscia e circa il 90% delle sue infrastrutture idriche e sanitarie.

Lo scopo era la devastazione, intesa ad impedire ogni possibilità di una vita degna per i palestinesi nell’enclave. Il maggio scorso, in un incontro a porte chiuse della Knesset, Netanyahu ha detto che l’esercito stava “distruggendo sempre più case (in modo che i gazawi) non avessero dove tornare,” ottenendo come “unico ovvio risultato” l’emigrazione all’estero.

E in larga misura questa strategia ha raggiunto gli effetti sperati: a marzo 2025 più di metà dei gazawi intervistati ha affermato che se ne avesse avuta l’opportunità se ne sarebbe andata, ma Israele ha chiuso tutti i valichi.

Quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca all’inizio del 2025 e ha proclamato la sua intenzione di “prendere” Gaza e spostare definitivamente la sua popolazione, il governo israeliano ha lanciato (o piuttosto rilanciato) un “Ufficio per l’Emigrazione Volontaria” incaricato di pianificare deportazioni di massa. “Se spostiamo 5.000 (palestinesi) al giorno, ci vorrà un anno (per espellerli tutti),” ha osservato Smotrich in un’altra riunione della Knesset.

Il problema, come sempre, è stato trovare un posto che li accogliesse. Il rifiuto dell’Egitto di aprire la sua frontiera ai rifugiati palestinesi è stato irremovibile, nel timore di diventare complice di un atto di pulizia etnica di massa. Politici israeliani e statunitensi hanno passato mesi a cercare in giro per il mondo un Paese che volesse, al giusto prezzo, assorbire centinaia di migliaia di deportati da Gaza, ma nessuno si è detto disponibile.

Di conseguenza Israele è stato obbligato a ripartire da zero. Beh, non proprio.

Chiusura del cerchio

Lo scorso novembre un aereo con a bordo 153 palestinesi di Gaza è partito dall’aeroporto di Ramon, nel sud di Israele, ed è atterrato a Johannesburg, in Sudafrica, via Nairobi, Kenya. Non si è trattato di un volo ordinario: i passeggeri non sapevano quale fosse la loro destinazione e, secondo l’ambasciata palestinese in Sudafrica, l’aereo è arrivato senza preavviso né coordinamento.

A causa dell’assenza di timbri di partenza sui passaporti dei passeggeri, così come del fatto che non avevano prenotato biglietti di ritorno né una sistemazione, le autorità di frontiera sudafricane gli hanno impedito di sbarcare dall’aereo per circa 12 ore dopo l’atterraggio. Infine hanno consentito loro di scendere dall’aereo “per ragioni umanitarie” e un’associazione benefica locale è intervenuta per fornire una sistemazione temporanea.

I passeggeri hanno detto ai media che il loro viaggio era stato organizzato da un’associazione chiamata Al-Majd Europe, che gli ha chiesto da 1.000 a 3.000 $ a testa con la promessa, attraverso una pubblicità in rete, di sicurezza e cure mediche all’estero. Qualche giorno dopo un’inchiesta di Haaretz ha ricondotto Al-Majd a un uomo d’affari israelo-estone e ha rivelato che le sue operazioni erano state autorizzate dall’Ufficio per l’Emigrazione Volontaria del governo israeliano.

La stessa inchiesta ha scoperto che il volo del 13 novembre a Johannesburg era il terzo del genere organizzato da Al-Majd: il primo, lo scorso maggio, ha portato 57 gazawi in Indonesia e Malaysia via Budapest, e il secondo, alla fine di ottobre, ne ha portati 150 a Johannesburg via Nairobi, lo stesso viaggio di quello contrastato di novembre, ma che non ha suscitato gli stessi sospetti o pubblicità.

Non è tutto. Secondo un’altra inchiesta pubblicata all’inizio di questo mese da AP [Associated Press, agenzia di notizie statunitense, ndt.] Al-Majd di fatto funge da copertura per la nota organizzazione israeliana di estrema destra Ad Kan, che lo scorso anno ha pagato una pubblicità sugli autobus israeliani su cui si leggeva “Vittoria = Emigrazione volontaria”, e “Questo autobus potrebbe essere pieno di gazawi. Ascoltate Trump, fateli uscire!”

Nonostante queste rivelazioni Al-Majd sta ancora attivamente reclutando gazawi per voli di deportazione, sfruttando la disperazione di quanti hanno perso tutto in conseguenza del massacro genocida di Israele. In un post su X del 5 marzo l’organizzazione ha affermato di aver “evacuato” un totale di 1.021 palestinesi verso altri Paesi, tra cui Canada e Australia, anche se i dettagli di queste operazioni rimangono avvolti nel mistero.

Ovviamente con circa 2 milioni di palestinesi che rimangono a Gaza il tentativo israeliano di “assottigliare” la popolazione, almeno per gli standard di quanti se ne occupano, è stato un sonoro fallimento. Eppure la permanenza di tali comportamenti, con l’utilizzo di metodi così simili al Progetto Paraguay di quasi sessant’anni fa, rivela la straordinaria persistenza della pretesa israeliana di espellere il popolo palestinese dalla sua terra, che sia sotto la direzione della sinistra sionista o della destra kahanista [ i seguaci del rabbino razzista e suprematista Meir Kahane, ndt.].

Nel contempo il fatto che dopo tutti questi anni Israele stia ancora tentando e non riesca ad espellere in massa i gazawi dovrebbe semmai evidenziare l’inutilità di questo progetto. Anche dopo una campagna militare di due anni intesa a rendere totalmente inabitabile la Striscia, i palestinesi rimangono determinati a ricostruire le proprie vite dalle macerie e dalla polvere.

Israele non ha mai consentito ad Al-Dimassi di tornare a Gaza, ma Gaza torna ancora nei suoi sogni. Nell’episodio finale del podcast racconta che in uno di questi “mi sono ritrovato su una montagna a Gaza. A sinistra vedo animali che pascolano. A destra sventola la bandiera palestinese. Vedo contemporaneamente la luna e il sole. Ho cercato di capire cosa significhi il mio sogno e vuol dire che Gaza tornerà. Un giorno ci sarà la pace.”

Ben Reiff è vice direttore di +972 Magazine e vive a Londra. Ha scritto per The Guardian, The Nation, New Statesman, Prospect e Haaretz ed è intervenuto su Punto d’Ascolto di Al Jazeera e sulla radio britannica LBC. È anche membro fondatore del collettivo editoriale Vashti Media [rivista britannica in rete che offre punti di vista ebraici e si rivolge alla sinistra britannica, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Sono fuggiti da Gaza: ora sono intrappolati altrove

Oroub El-Abed

31 marzo 2026 – Middle East Monitor

Mentre i titoli dei giornali di tutto il mondo si concentrano sull’escalation del conflitto tra Israele e Iran un’altra storia viene silenziosamente messa da parte. Non è solo la devastazione all’interno di Gaza a essere ignorata, ma anche il destino di coloro che sono riusciti a fuggire. Sono scampati alle bombe, ma non allo sradicamento.

In Egitto, Giordania, nel Golfo e oltre migliaia di gazawi vivono ora in una condizione che non è quella del rifugiato o di chi sia in procinto di ritornare. Non sono annoverati tra i morti, né pienamente riconosciuti tra i vivi. La loro presenza è temporanea, la loro legalità incerta, il loro futuro sospeso. Vivono in uno spazio che le politiche umanitarie raramente riconoscono: la sopravvivenza senza insediamento.

Si è parlato molto della distruzione di Gaza. Le immagini di edifici crollati, tende sovraffollate e famiglie affamate circolano ampiamente sui media internazionali. Si è parlato anche, seppur in misura limitata, delle evacuazioni mediche: bambini feriti trasportati allestero, pazienti che ricevono cure urgenti. Ma al di là di questi frammenti, regna un silenzio impressionante. Cosa sappiamo di coloro che se ne sono andati?

Dalla fine del 2023 migliaia di palestinesi hanno lasciato Gaza in circostanze eccezionali; alcuni per ricevere cure mediche, altri grazie a soluzioni disperate rese possibili da intermediari, conoscenze o per puro caso. Andarsene è stata raramente una scelta. Si è trattato di un atto dettato dallurgenza, spesso compiuto sotto il fuoco nemico, nella speranza di salvarsi la vita. Ma la partenza, che non ha coinvolto tutti i membri della famiglia, ha avuto un costo: economico, sociale, familiare ed esistenziale.

Per molti attraversare il confine con l’Egitto ha richiesto pagamenti che raggiungevano diverse migliaia di dollari a persona. Le famiglie hanno venduto oro, contratto ingenti debiti ed esaurito i risparmi accumulati nel corso di generazioni. Di fatto, la sopravvivenza è diventata una merce. La mobilità si è trasformata in un privilegio acquistato sull’orlo della catastrofe. Chi poteva pagare se n’è andato; chi non poteva è rimasto. Eppure, anche per coloro che sono riusciti a fuggire, l’arrivo non si è tradotto in sicurezza, bensì in incertezza.

La maggior parte è entrata nei Paesi ospitanti con permessi eccezionali o temporanei, a volte visti medici, permessi a breve termine o accordi informali che non erano mai stati pensati per garantire una stabilità a lungo termine. Con il passare dei mesi e degli anni molti si sono ritrovati in una situazione di irregolarità. I ​​loro documenti sono scaduti. La loro presenza è diventata amministrativamente invisibile. Non sono né residenti né ospiti!

Questo limbo giuridico ha conseguenze profonde. Senza un permesso di soggiorno riconosciuto l’accesso ai servizi di base è gravemente limitato. I bambini faticano a iscriversi a scuola. Le famiglie non possono accedere in modo affidabile all’assistenza sanitaria. Un impiego formale è in gran parte irraggiungibile, il che spinge molti verso lavori precari nel settore informale. Viaggiare diventa impossibile. Anche l’atto di affittare una casa o aprire un conto in banca può diventare un ostacolo burocratico.

Il sistema umanitario, strutturato attorno alla risposta alle emergenze, non è riuscito, in larga misura, ad adattarsi a questa condizione prolungata. Gli sfollati per motivi medici possono ricevere cure, ma i loro familiari accompagnatori spesso rimangono esclusi dall’assistenza. Un bambino può essere operato; un genitore può restare escluso da qualsiasi forma di sostegno formale. Il singolo caso viene affrontato, ma il nucleo familiare si frammenta. In termini politici l’evacuazione è stata considerata un punto di arrivo. In realtà, è solo l’inizio di un’altra forma di espulsione.

Per gli abitanti di Gaza questa rottura è particolarmente grave perché ciò che è andato perduto non è solo il territorio, ma un mondo sociale profondamente radicato, fatto di relazioni strette. Gaza, nonostante anni di assedio e privazioni, ha mantenuto fitte reti di parentela, mutuo soccorso e sostegno comunitario. Le distanze erano brevi; le relazioni immediate; la sopravvivenza era collettiva.

In tali contesti il capitale sociale, fondato sulla fiducia, sulla reciprocità e sulle norme condivise a livello locale, funge da sistema assistenziale informale. Ha contribuito a ridurre la vulnerabilità in modi che il solo reddito non può garantire. Quando le persone lasciano Gaza non perdono semplicemente una casa. Hanno perso linfrastruttura sociale che rendeva la vita, per quanto difficile, sopportabile.

Ciò che trovano invece “fuori dall’acquario di Gaza”, come descritto da un giornalista di Gaza recentemente scomparso a causa di un cancro, sono grandi ambienti urbani capitalisti e frammentati, governati da regole sconosciute. Città in cui l’anonimato sostituisce la familiarità e dove la sopravvivenza dipende dalla capacità di destreggiarsi tra sistemi burocratici, mercati del lavoro e pressioni finanziarie per le quali non erano mai stati preparati. Questa transizione viene spesso descritta come “adattamento”. Ma è tutt’altro.

I gazawi all’estero devono imparare rapidamente a sopravvivere in un contesto economico che può sembrare spietato: devono fare i conti con affitti, costi di trasporto, regimi di visti, permessi di soggiorno non validi, sistemi scolastici e valute fluttuanti. Devono far quadrare i conti con risparmi che si esauriscono rapidamente, cercando al contempo un reddito in mercati del lavoro ristretti. Devono dimostrare resilienza pur portando con sé traumi, dolore e incertezza. Ci si aspetta che ricostruiscano le loro vite mentre sono ancora in crisi.

È qui che le narrazioni dominanti diventano fuorvianti. Il linguaggio della resilienza, spesso invocato nel discorso umanitario, rischia di scaricare la responsabilità sui singoli individui, oscurando al contempo i vincoli strutturali. Suggerisce che l’adattamento sia una questione di sforzo, piuttosto che di accesso ai diritti. Ma non c’è resilienza senza riconoscimento legale. Non c’è ricostruzione senza stabilità.

Il pericolo più profondo è che questa condizione di prolungata precarietà diventi la norma. I gazawi vengono tenuti in vita, ma non viene loro permesso di integrarsi. Vengono ospitati, ma non regolarizzati. Sono visibili come casi umanitari, ma non riconosciuti come individui titolari di diritti. E devono aspettare di tornare a casa, ma quale casa li accoglierà?

Questa non è una novità nell’esperienza palestinese. Riprende una lunga storia di sfollamento caratterizzata da un’inclusione parziale e da una perenne insicurezza: mobilità senza cittadinanza, rifugio senza protezione, presenza senza diritti. La novità risiede nella portata e nell’immediatezza con cui questa condizione si sta riproducendo oggi.

La comunità internazionale si è concentrata sul facilitare l’uscita da Gaza per chi ne ha bisogno, negoziando corridoi sanitari, coordinando le evacuazioni e mettendo in luce storie di successo individuali. Ma molta meno attenzione è stata dedicata a ciò che accade dopo che le persone attraversano il confine. O dopo la fine del loro ricovero ospedaliero.

C’è poca attenzione al monitoraggio sistematico del loro status giuridico. Poca coordinazione per garantire l’accesso all’istruzione o all’assistenza sanitaria al di là delle cure di emergenza. Poca consapevolezza del depauperamento finanziario che ha accompagnato la loro partenza. E pochi sforzi per creare percorsi verso la regolarizzazione, il ricongiungimento familiare o la mobilità futura. Al contrario, i gazawi residenti all’estero sono lasciati soli ad affrontare sistemi complessi, spesso senza informazioni, sostegno o protezione. Ciò si traduce in una popolazione dispersa, famiglie frammentate, difficoltà economiche, precarietà giuridica e isolamento sociale.

Nel frattempo il discorso pubblico spesso inquadra la partenza come una fuga, come se lasciare Gaza rappresentasse un’opportunità. Si tratta di un’interpretazione profondamente errata. Per la maggior parte andarsene non è stata una decisione strategica ma una risposta forzata a un pericolo imminente. Non ha aperto la strada a una nuova vita: “Mi sento menomato; anche se mi trovo in questo vasto spazio che ho sempre sognato di visitare preferisco stare a Gaza”, ha detto un fotografo di Gaza ferito, che ha trascorso tre mesi in un ospedale di uno dei Paesi ospitanti e oggi fatica a trovare un appartamento in affitto e a guadagnarsi da vivere. Il suo percorso clinico ha dato inizio a una nuova forma di espulsione. Quindi la domanda non è semplicemente quanti gazawi siano riusciti a partire. È in quali condizioni vivono ora e per quanto tempo.

I loro figli possono andare a scuola? Le famiglie possono accedere all’assistenza sanitaria oltre le cure di emergenza? Possono lavorare legalmente? Possono rinnovare il loro permesso di soggiorno, viaggiare o ricongiungersi con i parenti? O sono destinati a rimanere indefinitamente in un limbo amministrativo? Queste domande richiedono un’attenzione urgente, non solo da parte degli Stati ospitanti, ma anche degli attori internazionali che hanno presentato l’evacuazione come un successo umanitario. Perché senza percorsi legali e un sostegno costante l’evacuazione rischia di trasformarsi in qualcosa di completamente diverso: l’esternalizzazione della crisi di Gaza. La sofferenza non si risolve, ma viene ridistribuita oltre i confini. E forse è per questo che si parla così poco di questi abitanti di Gaza. Non si adattano alla narrazione dominante. Non sono né dentro Gaza né completamente al di fuori delle sue conseguenze. Occupano uno spazio intermedio, politicamente scomodo e analiticamente problematico.

Per i palestinesi lo sfollamento non finisce al confine. Continua. Si adatta. Riappare in nuove forme giuridiche, nuove pressioni economiche, nuove fratture sociali. Chi ha lasciato Gaza non si è lasciato alle spalle la condizione di sfollato. L’ha portata con sé.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Monitor.

L’autrice è professore associato nell’ambito del programma internazionale sulle migrazioni e i rifugiati presso l’Università di Birzeit, in Palestina.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La chiusura del Santo Sepolcro da parte di Israele dimostra che nessuna fede è al sicuro dall’occupazione.

Ismail Patel

31 marzo 2026 – Middle East Eye

Concedere al Patriarca latino l’accesso alla chiesa non risolve il problema fondamentale di un sistema coloniale concepito per cancellare la presenza cristiana palestinese.

A Gerusalemme la Chiesa del Santo Sepolcro è al centro del culto cristiano. È il luogo in cui si commemora la crocifissione e la resurrezione.

Negare l’accesso a questo luogo non è un semplice atto amministrativo. È una violenta interruzione di legami religiosi ancestrali, un’imposizione coloniale che separa i cristiani palestinesi dal cuore della loro vita spirituale e comunitaria.

La perdita non è solo loro. Ogni atto di esclusione da uno spazio sacro è una lezione sull’occupazione israeliana in corso, un monito che la logica del dominio governa ancora Gerusalemme.

Israele ha chiuso la Chiesa del Santo Sepolcro il 28 febbraio, impedendo al cardinale Pierbattista Pizzaballa e a padre Francesco Ielpo, Custode di Terra Santa, di entrarvi la Domenica delle Palme.

Questo ha avuto un impatto notevole. Si ritiene che sia la prima volta in secoli che a figure di spicco della Chiesa sia stato impedito di partecipare alla Messa della Domenica delle Palme nel Santo Sepolcro. Il Patriarcato Latino ha definito la decisione “un grave precedente e una mancanza di rispetto per la sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, guardano a Gerusalemme”.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha revocato la decisione solo dopo aver ricevuto critiche da tutto il mondo, tra cui quelle di uno dei suoi più stretti alleati, Mike Huckabee, ambasciatore statunitense in Israele, il quale ha affermato che negare l’accesso alla chiesa al cardinale era “difficile da comprendere o giustificare”.

Lunedì, la polizia israeliana ha dichiarato di aver raggiunto un accordo con i leader cristiani per consentire “una preghiera limitata” all’interno della chiesa.

Architettura di controllo

Questa inversione di rotta non è una soluzione, ma una messinscena, una manovra per placare l’opinione pubblica internazionale mentre l’architettura coloniale di controllo rimane intatta.

La vera libertà di culto non può esistere sotto occupazione. La libertà esige lo smantellamento delle strutture che consentono a Israele di dettare l’accesso ai luoghi sacri di Gerusalemme. Le sole parole, senza la fine dell’occupazione, non fanno altro che perpetuare il danno, alimentando la violenza dell’esclusione e della cancellazione.

Il pretesto della “sicurezza” non giustifica la chiusura.

Il 12 marzo il Ministero degli Esteri israeliano ha affermato che un missile è caduto a poche centinaia di metri dalla Città Vecchia, vicino alla Moschea di al-Aqsa e alla Chiesa del Santo Sepolcro.

I funzionari israeliani hanno indicato la guerra contro l’Iran come motivo della chiusura dei luoghi sacri della Città Vecchia.

Tuttavia, la sicurezza non dovrebbe significare che il culto possa essere interrotto a capriccio delle autorità di occupazione. Le norme già limitavano gli assembramenti a 50 o 100 persone con accesso ai rifugi antiaerei, dimostrando che erano possibili precauzioni più mirate.

La chiusura totale della chiesa con il pretesto della “sicurezza” e l’ostruzionismo nei confronti del Patriarca latino sono state quindi una scelta politica, mascherata da gestione dell’emergenza.

Non si tratta di episodi isolati. Sono manifestazioni di un sistema coloniale concepito per cancellare la presenza palestinese autoctona nascondendosi dietro al linguaggio della neutralità amministrativa.

Questa non è sicurezza. È l’esercizio del potere che mira a normalizzare l’esclusione.

Il Santo Sepolcro è da tempo governato dallo Status Quo, un assetto di epoca ottomana. Era concepito per mantenere l’equilibrio tra le comunità cristiane attraverso la custodia condivisa.

La sua sospensione sotto il dominio israeliano non rafforza la sicurezza; al contrario, afferma il potere statale sugli spazi sacri e trasforma i luoghi di culto in campi di battaglia per il dominio e l’espropriazione.

Un gesto temporaneo.

Per i cristiani palestinesi, e per tutti gli altri palestinesi, questo non è un affronto isolato, ma il sintomo di un più ampio regime coloniale che controlla la libertà di movimento, il culto, l’istruzione e il diritto stesso di esistere a Gerusalemme.

A gennaio i leader delle chiese palestinesi hanno avvertito che la violenza dei coloni israeliani minaccia la presenza cristiana in Terra Santa.

L’anno scorso Israele ha imposto ripetute restrizioni all’accesso dei cristiani alle celebrazioni della Settimana Santa, mentre un rapporto del Consiglio Ecumenico delle Chiese ha rilevato che l’aumento della violenza, le difficoltà economiche e le restrizioni al culto minacciano le comunità cristiane in tutta la Terra Santa.

Questa realtà quotidiana non comporta solo la perdita di terra, ma anche la regolamentazione del tempo, dei rituali e della dignità. Si tratta di un attacco al tessuto stesso della vita palestinese.

L’inversione di rotta di Netanyahu è un gesto temporaneo e non risolve il problema fondamentale dell’occupazione illegale.

Concedere al patriarca il diritto di accesso alla Chiesa del Santo Sepolcro solo sotto pressione internazionale non è responsabilità. È gestione dell’immagine.

I cristiani palestinesi della Cisgiordania e di Gaza occupate rimangono esclusi da Gerusalemme e i loro spostamenti limitati da checkpoint ed espulsioni.

Il Santo Sepolcro rimane sotto occupazione. Senza smantellare l’ordine coloniale, tali tregue servono solo a deviare le critiche e a consolidare il controllo.

Libero accesso a tutte le fedi

Questa logica di esclusione non si limita ai luoghi cristiani. I fedeli musulmani, a cui è ancora vietato l’accesso alla moschea di Al-Aqsa, sono stati costretti a trascorrere gran parte del Ramadan e dell’Eid separati da uno dei loro luoghi più sacri.

Coloro che hanno osato pregare fuori dalle mura di Al-Aqsa sono stati dispersi violentemente dalle forze israeliane.

Gerusalemme è governata da un regime di eccezione, dove l’accesso ai luoghi sacri dipende dai capricci della potenza occupante.

Questa non è neutralità. È la gestione coloniale della fede, dove la sicurezza diventa il linguaggio del controllo.

La comunità internazionale deve andare oltre le suppliche ai leader israeliani di aprire i luoghi sacri. Ciò che serve è la garanzia di un accesso libero ed equo ai luoghi sacri per tutte le fedi.

L’apertura del Santo Sepolcro e la richiesta di riapertura della Moschea di Al-Aqsa non sono un favore, ma un imperativo legale, un passo verso il ripristino della dignità e l’affermazione della sovranità palestinese sul proprio patrimonio spirituale e materiale.

Se Gerusalemme vuole rimanere una città di fedi i suoi luoghi sacri devono essere liberati dalla morsa amministrativa dell’occupazione israeliana. Solo allora la città potrà incarnare la promessa di appartenenza condivisa e di giustizia.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

(Traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




La pena di morte è una legge vile e razzista che non resisterà ad un ricorso giurisdizionale**

Mordechai Kremnitzer

31 marzo 2026 – Haaretz

L’approvazione della legge, che svilisce la vita umana, è una vittoria per le organizzazioni terroristiche e sottolinea l’abbandono da parte di Israele dei valori umanistici e liberali, mettendo a nudo la natura reazionaria del regime. Qualunque tribunale che approverà questa legge è inadatto a giudicare.

Negli ultimi anni la Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] ha lavorato per portare avanti la revisione del sistema giudiziario, con maggiore intensità nelle scorse settimane, sfruttando lo stato di guerra con l’Iran.

Ciò include il ripristino della pena di morte, che ricopre un posto d’onore, o più precisamente di disonore, nel recidere del tutto i restanti valori umanistici e liberali di Israele.

Nel mondo liberal-democratico l’abolizione della pena di morte è considerata uno dei più alti traguardi dell’epoca successiva alla seconda guerra mondiale. Israele si è adeguato a questa tendenza in due modi: abolendo la pena di morte per omicidio, che ha ereditato dalla Palestina sotto il mandato britannico, e sostituendola con l’ergastolo obbligatorio nel 1954; inoltre, attraverso una coerente prassi delle procure e dei tribunali per evitare l’uso della pena di morte, eccetto per i crimini nazisti.

I nostri codici prevedono assai pochi reati punibili con la pena di morte – per crimini contro l’umanità e contro il popolo ebraico, per i più gravi reati contro la sicurezza dello Stato, per i reati di terrorismo, per i reati più gravi commessi da soldati in base alla legge marziale e per omicidi commessi in Cisgiordania da chi non è cittadino o residente israeliano.

Ma, come già detto, tranne che per i crimini nazisti il sistema giudiziario si caratterizzava nel rendere lettera morta la pena di morte prevista dai codici. In Israele la distanza tra la pena di morte sancita nei codici e la sua mancata applicazione nella realtà non era dovuta solo a vincoli giudiziari, ma anche ad inequivocabili valutazioni di sicurezza che evidenziavano la mancanza di prove in merito a un effetto deterrente della pena di morte di fronte al terrorismo.

Di fatto le valutazioni indicavano la possibilità che la pena di morte potrebbe in realtà incoraggiare gli atti di terrorismo che conferiscono lo status di shahid (martirio) e la glorificazione sociale di coloro che sono stati giustiziati, nonchè gravi incidenti durante l’arresto dei sospettati e il rischio di morte di ostaggi israeliani.

Certo ci sono stati periodi in cui funzionari della sicurezza hanno fornito al governo e alla Knesset pareri professionali e non si sono limitati ad una debole e inconsistente dichiarazione di non opposizione alla legge. Vi era un tempo un parlamento che non legiferava finchè non gli fosse sottoposta dati affidabili dal punto di vista professionale, ricerche e pareri di esperti. C’era, e ora non c’è più.

Una governance illuminata è stata sostituita da una governance incompetente. Come prevede il principio di legalità nel diritto penale, la legge riguarda il futuro e non si applica agli atti commessi prima della sua entrata in vigore. Tuttavia contiene anche un’indicazione per il futuro. Ciò riguarda i gazawi detenuti in quanto coinvolti nel massacro del 7 ottobre. Se fossero accusati di reati capitali è ragionevole ritenere che il nuovo approccio alla pena di morte verrebbe applicato nei loro confronti – non più lettera morta, ma un cappio intorno al collo degli incriminati.

Il vecchio Israele era orgoglioso della propria moderazione. Il nuovo Israele, quello in cui Ben Gvir e Smotrich dettano la linea, fa l’esatto opposto. Cerca di sostituire la moderazione con una sete di sangue, purché non sia sangue ebreo. Il vecchio approccio scaturiva da una moralità universale ed ebraica. La deliberata uccisione di una persona quando può essere punita in altri modi è un atto estremamente crudele. Da questo punto di vista la nuova legge è un grande traguardo per le organizzazioni terroristiche ebraiche. Uno dei loro obbiettivi è restringere la distanza morale tra loro e i mezzi illeciti che utilizzano e lo Stato contro cui lottano. Arriva il parlamento di Israele e fa loro un regalo.

E’ anche interessante notare che tra i pochi casi in cui è stata applicata la pena di morte in Israele due si sono rivelati errori giudiziari. E’ il caso di Meir Tobianski, che è stato condannato a morte da una corte marziale e giustiziato e il cui nome in seguito è stato riabilitato dalle accuse attribuitegli.

E’ anche il caso di John Demjanjuk, incriminato dalla Corte Distrettuale e condannato a morte, ma assolto in appello a causa di un ragionevole dubbio circa la sua identità, cioè se fosse veramente l’“Ivan il terribile” di Treblinka. Se non fossero stati aperti gli archivi dei servizi segreti sovietici è altamente improbabile che Demjanjuk sarebbe stato assolto.

Il rischio di errori giudiziari aumenta in un clima pubblico intriso di sete di vendetta e di disumanizzazione dei palestinesi. La nuova legge fa di tutto per assicurare che il margine di errore cresca: abolisce il requisito di unanimità nei tribunali militari della Cisgiordania nelle decisioni sull’incriminazione e la condanna, stabilendo un voto a maggioranza.

I promotori della legge hanno anche trovato un modo per garantire che essa non possa, dio non voglia, applicarsi agli ebrei: nella definizione di reato di omicidio è stato stabilito che lo scopo dell’omicidio sia la negazione dell’esistenza dello Stato di Israele. Quanto al reato di omicidio in Cisgiordania, che deve essere giudicato da un tribunale militare, vi sono processati solo gli abitanti palestinesi.

Gli estensori di questa legge sanno che la nauseante macchinazione che hanno prodotto non resisterà ad un ricorso, ma questo non li spaventa. Per prima cosa, non è dato sapere quanto tempo ci vorrà perché venga emanata una sentenza. In secondo luogo, se l’Alta Corte di Giustizia intervenisse, sarà possibile sostenere che è responsabile degli attacchi terroristici. Terzo, sarà possibile accusare la corte di contrastare la volontà del popolo e quindi che ci voglia una corte diversa, che rispetti la volontà del popolo, qualunque possa essere la natura morale di tale volontà.

La pena di morte è diventata una cartina di tornasole per classificare un regime come progressista o regressivo. Israele sta marciando dritto verso la seconda ipotesi, fingendo di appartenere alla prima. Questo inganno ha smesso di essere convincente. Il danno all’immagine di Israele e alle sue relazioni con l’Occidente liberale è evidente e destinato ad aggravarsi.

Si può presumere che il primo ministro non ne fosse a conoscenza anticipatamente, in quanto nessuno lo avrebbe informato. La pena di morte simbolizza il disprezzo per la vita umana, prima e anzitutto per la vita degli arabi. Questo disprezzo si manifesta di continuo, nel trattamento di coloro che non sono coinvolti nel terrorismo a Gaza, negli sfollamenti condotti con autorità e beneplacito in Cisgiordania e nella discriminazione contro cittadini arabi relativamente alla loro sicurezza. Finchè il governo di Israele persiste nella supremazia ebraica e nella netta distinzione tra sangue ebreo e palestinese, il disprezzo per la vita umana non può restare limitato ad un unico gruppo.

Esso si estende anche al gruppo di appartenenza: nel trattamento da parte del governo degli ostaggi, delle vittime che non sono sostenitrici del governo, delle avanguardie che difendono i confini del Paese e dei soldati. Al governo non deve essere consentito di sfruttare la sofferenza.

Si dice che quando l’ex deputato Avraham Melamed del Partito Nazionale Religioso (che rappresentava la fazione del sionismo religioso) era membro del sottocomitato per la scelta dei giudici egli chiedesse ad ogni candidato la sua opinione sulla pena di morte. Una posizione a favore della pena di morte avrebbe squalificato il candidato. Ma ora noi israeliani diciamo: “Come siamo fortunati noi ebrei ad avere un nostro Stato. Finalmente possiamo erigere patiboli nel nostro Stato e impiccarvi i gentili [i non ebrei, ndtr.].”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

**

Nota redazionale: pur non condividendo una parte significativa del contenuto di questo editoriale abbiamo deciso di tradurlo ugualmente in quanto rappresenta un punto di vista interno a Israele di un giornale critico con il governo Netanyahu ma che accoglie la logica del sionismo “progressista”. Si indigna per la legge sulla pena di morte per i “terroristi” palestinesi ma non tiene conto del fatto che essa viene già applicata di fatto ai palestinesi fin dalla nascita di Israele: nei confronti degli “infiltrati”, i rifugiati che tentavano di tornare alle proprie case dopo la Nakba; dei cittadini palestinesi di Israele se protestavano o semplicemente ignoravano le norme sul coprifuoco in vigore nelle zone da loro abitate (come nel caso di Kafr Qasim nel 1956); di quelli nei territori occupati e anche al di fuori di essi, con attentati o operazioni militari per eliminare gli oppositori al regime sionista. Negli ultimi decenni non si fanno quasi neanche più i processi, e nei rarissimi casi in cui soldati o coloni che hanno ucciso palestinesi finiscono davanti a un giudice e vengono condannati, le pene sono risibili. Ciò rappresenta un’applicazione della pena capitale che la nuova legge non fa che estendere e dandole una patina di legalità.




Il ministro della Difesa afferma che la Spagna chiude lo spazio aereo agli aerei USA coinvolti nella guerra contro l’Iran

Redazione di MEMO

31 marzo 2026 – Middle East Monitor

[L’agenzia di notizie britannica] Reuters riferisce che lunedì il ministro della Difesa [spagnola] Margarita Robles ha affermato che la Spagna ha chiuso il suo spazio aereo agli aerei USA coinvolti in attacchi contro l’Iran, un passo aggiuntivo rispetto al precedente divieto di uso delle basi militari gestite congiuntamente.

Non autorizziamo né l’uso delle basi militari né l’uso dello spazio aereo per azioni relative alla guerra contro l’Iran,” ha detto Robles ai giornalisti.

Il quotidiano spagnolo El Pais è stato il primo a riportare la notizia lunedì, citando fonti militari.

La chiusura dello spazio aereo obbliga gli aerei militari ad aggirare la Spagna, membro della NATO, lungo la rotta verso i loro obiettivi nel Medio Oriente, ma ciò non include situazioni di emergenza, ha aggiunto El Pais..

Questa decisione è parte della risoluzione già presa dal governo spagnolo di non partecipare o contribuire ad una guerra che è stata iniziata unilateralmente e contro il diritto internazionale,” ha affermato il ministro dell’Economia Carlos Cuerpo durante un intervista all emittente radio Cadena Ser quando gli è stato chiesto se la decisione di chiudere lo spazio aereo spagnolo non possa peggiorare le relazioni con gli Stati Uniti.

Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez è stato uno dei più espliciti oppositori agli attacchi di USA e Israele contro l’Iran, che ha definito irresponsabili e illegali.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il capo di stato maggiore israeliano mette in guardia da un possibile collasso dell’esercito suscitando una tempesta politica riguardo alla carenza di truppe

Redazione di MEM

30 marzo 2026 – Middle East Monitor

Secondo quanto riportato da Anadolu [agenzia di stampa turca, ndt.] un avvertimento del capo di stato maggiore israeliano Eyal Zamir riguardo a un possibile “collasso” dell’esercito a causa della mancanza di soldati ha scatenato un’ondata di reazioni politiche in Israele, con figure dell’opposizione che hanno sostenuto la sua analisi mentre gli alleati del primo ministro Benjamin Netanyahu ne hanno messo in discussione le motivazioni. Attualmente l’esercito israeliano è impegnato in conflitti in Iran e Libano, mentre continua ad attaccare a Gaza. L’esercito ha anche schierato altre truppe nella Cisgiordania occupata nel mezzo di una crescente violenza da parte degli occupanti israeliani, che richiede l’invio di altri soldati, mentre gli ebrei ultra-ortodossi (haredi) rifiutano di prestare il servizio militare.

Mentre dal 28 febbraio l’esercito sta usando i suoi aerei per attaccare l’Iran, ha annunciato il dispiegamento di quattro divisioni nel sud del Libano e sta utilizzando un gran numero di forze in Cisgiordania, oltre a quelle presenti a Gaza.

Più di 100.000 riservisti sono schierati su tutti i fronti, ma l’esercito ha ancora bisogno di circa altri 15.000 militari, di cui da 7.000 a 8.000 combattenti,” ha detto giovedì durante un incontro con la stampa il portavoce militare Affie Defrin. Il giorno precedente in una riunione riservata del Gabinetto di Sicurezza Zamir aveva avvertito che l’esercito potrebbe dover affrontare un “collasso” se non verrà affrontato il problema della carenza di uomini, citando l’allargamento delle missioni nel sud del Libano e la prosecuzione del controllo su circa metà di Gaza.

Egli ha spiegato che l’ampiezza dei compiti è “in costante aumento”, con l’estensione delle operazioni militari nel sud del Libano e la prosecuzione del controllo di circa metà di Gaza.

Ma il numero di soldati è in diminuzione, soprattutto dopo la cancellazione del prolungamento del servizio militare dei soldati regolari, che ha accentuato la crisi,” ha aggiunto.

L’allarme di un professionista

Amir Yissacharoff, un analista del quotidiano Yedioth Ahronoth [il giornale israeliano più venduto, di centro, ndt.], ha detto ad Anadolu che l’avvertimento di Zamir è stato “di carattere professionale, anche se le fazioni filogovernative hanno cercato di attribuirgli un movente politico.”

Yissacharoff ha affermato che Zamir ha parlato dopo che il governo ha legalizzato decine di avamposti di colonie in Cisgiordania e mentre la violenza degli occupanti israeliani è in aumento, insieme a molteplici minacce per la sicurezza da Iran, Libano e Gaza. “Zamir ha suonato l’allarme riguardo a una criticità e il suo messaggio era diretto principalmente all’opinione pubblica interna israeliana, ha parlato prima di Netanyahu, del ministro della Difesa Israel Katz e di altri politici e militari,” ha detto, aggiungendo che il messaggio era chiaro: “Abbiamo di fronte a noi un problema e, dato l’allargamento delle missioni dell’esercito, tutti devono essere arruolati, compresi gli ultra-ortodossi.”

Attaccare Zamir ed etichettare le sue affermazioni come politiche “elude la questione,” ha sostenuto Yissacharoff . “Egli sta affrontando un problema professionale. Il problema non è Zamir, il problema è Netanyahu.”

Arruolamento degli haredi

Le considerazioni di Zamir sono arrivate mentre Netanyahu continua a temporeggiare riguardo a una legge sul servizio militare.

L’opposizione, insieme ad alcune fazioni all’interno della destra nazionalista, sostiene che chiunque, compresi gli ultra-ortodossi, devono farlo, mentre i partiti religiosi Shas e United Torah Judaism stanno promuovendo una legge che esenti formalmente gli studenti dei seminari dal servizio militare.

I partiti di opposizione accusano Netanyahu di proteggere i partiti religiosi per salvare la sua coalizione di governo, definendo “legge per evitare l’arruolamento” la misura proposta.

Nel giugno 2024 la Corte Suprema israeliana ha sentenziato che gli haredi devono essere arruolati e ha ordinato l’interruzione dei finanziamenti statali alle istituzioni religiose i cui studenti si rifiutano di fare il servizio militare.

Gli ebrei ultra-ortodossi rappresentano circa il 13% della popolazione israeliana di circa 9,7 milioni. Non fanno il servizio militare, invocando la devozione religiosa per lo studio della Torah.

Mentre la legge israeliana prevede che tutti i cittadini al di sopra dei 18 anni facciano il servizio militare, per decenni l’esenzione degli haredi ha provocato polemiche, un dibattito che si è notevolmente acuito durante le molteplici guerre di Israele e l’aumento dei militari caduti, con i partiti secolari che chiedono che gli ultra-ortodossi condividano quello che chiamano il “fardello della guerra”.

Il mandato dell’attuale Knesset [parlamento israeliano, ndt.] scade a ottobre, quando sono previste elezioni generali, a meno che vengano chieste elezioni anticipate. Domenica la Knesset ha approvato il bilancio statale 2026, consentendo al governo di scongiurare elezioni anticipate, un risultato attribuito in buona misura al fatto che Netanyahu ha garantito al partito degli haredi il suo appoggio, anche senza approvare la legge che garantisce loro l’esenzione rispetto al servizio militare.

Yissacharoff ha sottolineato che Netanyahu ha bisogno dei partiti religiosi ed è nel loro interesse che il governo rimanga al potere.

Il leader dell’opposizione Yair Lapid ha cercato di trarre vantaggio dalle osservazioni di Zamir prima delle elezioni previste.

Voglio avvertire i cittadini israeliani che stiamo affrontando una catastrofe della sicurezza,” ha scritto Lapid giovedì sulla piattaforma statunitense X.

Per 13 anni ho ricoperto ruoli nei più importanti comitati e commissioni per la sicurezza di Israele, come primo ministro, ministro degli Esteri, delle Finanze e membro della Commissione Affari Esteri e Difesa,” ha affermato. “In tutti questi anni non riesco a ricordare un avvertimento così severo come quello espresso dal capo di stato maggiore.”

Secondo Lapid il capo dell’esercito ha detto al Gabinetto di Sicurezza di non avere più i mezzi per continuare a mobilitare riservisti e che ora alcuni soldati sono al sesto e settimo turno dall’ottobre 2023. “Sono completamente esausti,” ha detto Lapid, aggiungendo che Zamir ha anche informato il Gabinetto che le forze regolari sono in condizioni di totale collasso e che l’esercito non ha abbastanza soldati per svolgere le proprie missioni.

Il continuo incoraggiamento del governo perché gli ultra-ortodossi evitino l’arruolamento costituisce una minaccia per la sicurezza,” ha detto, aggiungendo che Zamir ha presentato una serie di minacce “la maggioranza delle quali non possono essere citate davanti alle telecamere, ma la conclusione è che il governo sta mandando l’esercito in una guerra su vari fronti senza una strategia, senza risorse e con troppo pochi soldati.

Questa volta il governo non potrà dire che non sapeva. É il capo di stato maggiore che hanno nominato loro e non potranno politicizzarlo o accusarlo. D’ora in poi Netanyahu non può sfuggire alle sue responsabilità,” ha detto Lapid, chiedendo al governo di smettere immediatamente di finanziare chi evita l’arruolamento e di schierare la polizia militare contro quanti evitano il servizio militare.

Ha chiesto anche al governo di “combattere il terrorismo ebraico con ogni mezzo” e di destituire il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir “che appoggia pubblicamente il terrorismo ebraico.”

Un grido di allarme

Yair Golan, ex-vice capo di stato maggiore dell’esercito e leader del partito Democratico [ex partito Laburista, ndt.], di opposizione, ha affermato che le affermazioni di Zamir non sono “semplicemente un avvertimento, sono una enorme bandiera nera sventolata sulla politica del governo.”

Quando la più alta carica dell’esercito dice al Gabinetto durante una guerra che l’esercito sta faticando a compiere le proprie missioni a causa della politica del governo non si tratta di una valutazione della situazione, è un grido di allarme,” ha scritto su X.

Un governo che continua questa politica ha abbandonato la sicurezza. È un governo pericoloso che promuove il terrorismo ebraico, la renitenza alla leva e associa anti-sionismo e antisemitismo,” ha affermato.

Nonostante tutti gli avvertimenti il governo continua a creare più avamposti, appoggia e arma i rivoltosi (gli occupanti) e il risultato è un danno diretto alla capacità dell’esercito di portare avanti le sue vere missioni. Chiunque continui questa politica durante un periodo di guerra si assume la responsabilità diretta di aver danneggiato la sicurezza dello Stato,” ha aggiunto Golan.

L’ex-ministro della Difesa e leader di Yisrael Beiteinu [partito della destra nazionalista laica che rappresenta soprattutto gli immigrati dall’ex-URSS, ndt.] Avigor Lieberman ha affermato su X che Zamir ha avvertito che la renitenza alla leva “sta danneggiando la sicurezza di Israele.” “Il governo, come sempre, sta ignorando gli avvertimenti prima che si verifichi il disastro. L’esercito sta affrontando la peggior carenza di uomini della sua storia e tutti devono essere arruolati,” ha aggiunto Lieberman.

Israele ha occupato i territori palestinesi e aree in Libano e in Siria per decenni e continua ad opporsi al ritiro o alla creazione di uno Stato palestinese indipendente.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)