Zochrot, l’ong israeliana che sensibilizza riguardo alla Nakba

Elias Feroz

20 febbraio 2025 – The New Arab

Approfondimento: Zochrot intende educare gli israeliani in merito all’espulsione di massa dei palestinesi durante la Nakba del 1948 e sfida i miti fondativi dello Stato di Israele

Sfidando la narrazione dominante e promuovendo il dialogo sulla storia della regione, Zochrot, che significa “ricordare” in ebraico, intende affrontare le radici del conflitto israelo-palestinese e prospetta un futuro condiviso e ugualitario. Lo slogan dell’associazione è “Dalla Nakba al Ritorno”.

Nel 2009 il ministero della Pubblica Istruzione israeliano ha vietato l’uso della parola “Nakba” nei libri di testo adottati per i cittadini palestinesi di Israele, mentre la “legge sulla Nakba” del 2011 autorizza il ministero delle Finanze israeliano a ritirare i finanziamenti pubblici alle istituzioni che commemorano la pulizia etnica del 1948.

All’inizio di quest’anno l’ufficio del ministero degli Esteri tedesco ha deciso di togliere i finanziamenti a Zochrot e a un’altra ong israeliana, New Profile, un movimento di volontari che offre aiuto agli obiettori di coscienza che rischiano la prigione in Israele.

The New Arab ha incontrato Rachel Beitarie, l’attuale direttrice, per parlare del lavoro di Zochrot.

The New Arab: Zochrot gioca un ruolo fondamentale nel conservare e promuovere la memoria della Nakba nella società israeliana, dove spesso questo argomento è evitato. Cosa motiva il vostro lavoro e quali sfide dovete affrontare?

Rachel Beitarie: Direi che ciò che motiva il nostro lavoro sono l’onestà e affrontare i capitoli più oscuri della nostra storia. La Nakba è una vicenda palestinese, ma anche israeliana, una cosa da cui non si può sfuggire e non dovrebbe essere ignorata. Siamo un’associazione attiva ormai da 23 anni. I fondatori dell’organizzazione erano per lo più israeliani impegnati per i diritti umani e la pace. Erano cosiddetti pacifisti, molto attivi e coinvolti negli ambienti pacifisti e per il dialogo, molto popolari durante gli anni ‘90 e all’inizio degli anni 2000, in seguito agli accordi di Oslo. Ma loro videro fallire questi accordi.

Gradualmente, e soprattutto imparando dai nostri amici e colleghi palestinesi, compresero che gli sforzi, sia a livello statale e persino personale e di gruppo, per promuovere il dialogo e la pace si scontravano praticamente sempre contro un ostacolo insormontabile. Ciò accade perché le due parti non hanno mai parlato delle stesse cose e non erano sincere, soprattutto la parte israeliana, che non lo era riguardo alla volontà di prendere in considerazione le radici del problema, che sono nella Nakba: l’espulsione della grande maggioranza del popolo palestinese nel 1948 da quello che è diventato lo Stato di Israele.

Nei circoli pacifisti spesso si parlava dell’occupazione del 1967 e del regime militare imposto ai territori palestinesi, che sono, ovviamente, problemi molto importanti. Tuttavia sono la continuazione della grande espulsione del 1948 e della spoliazione dei palestinesi, che è continuata da allora.

Finché non affrontiamo la radice del problema non possiamo realmente andare avanti o cercare soluzioni. E finché non riconosciamo l’esistenza di milioni di rifugiati palestinesi, molti dei quali rimangono tuttora senza uno Stato, non possiamo risolvere l’attuale situazione. Non solo non la risolviamo, ma l’oppressione e la spoliazione dei palestinesi continuano.

Che è quello che noi e i palestinesi chiamiamo la continua Nakba. Abbiamo tristemente assistito al suo culmine negli ultimi 15 mesi. L’incapacità o la mancanza di volontà di esaminare in modo critico i miti fondanti del passato e del presente di questo Paese e la continuazione di questa violenza hanno portato, molto tragicamente, prima all’attacco di Hamas il 7 ottobre e poi a tutto quanto ne è seguito. Ciò include gli attacchi contro Gaza, l’uccisione di decine di migliaia di palestinesi, la fame, la tortura, la spoliazione e la creazione di milioni di nuovi rifugiati.

Cosa intende quando lei dice che israeliani e palestinesi non stanno parlando della stessa cosa? Quali sono le radici del problema dalla prospettiva israeliana dominante?

Fino a non molto tempo fa per la maggioranza di quello che potremmo chiamare il campo pacifista israeliano la radice del problema era vista come l’occupazione del 1967, quando Israele occupò la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, Gerusalemme est e le Alture del Golan. Quella delle Alture del Golan è una storia leggermente diversa, ma è comunque collegata.

Da allora la logica prevalente è stata la soluzione dei due Stati, basata sulla separazione. Molti nella sinistra israeliana si sono opposti, e a ragione, alle colonie in Cisgiordania, ma spesso non hanno visto il collegamento, anche se penso sia evidente. Le pratiche di colonizzazione in Cisgiordania – confisca delle terre, arresti e incarcerazioni, espropriazione delle terre dei palestinesi, impedimenti dell’accesso alle loro terre e separazione delle famiglie – tutto ciò c’era già prima del 1967.

Infatti le pratiche di furto delle terre iniziarono anche prima del 1948, fin dai primi giorni del movimento sionista. E’ la continuazione delle stesse pratiche e della stessa logica: occupare gradualmente quanto più possibile della Palestina, espellere i palestinesi quando è fattibile, e quando non è politicamente possibile confinarli in zone sempre più ridotte.

Quale approccio utilizza Zochrot per familiarizzare gli israeliani con la storia della Nakba? Come risponde l’opinione pubblica israeliana ai vostri programmi ed eventi educativi?

E’ difficile perché è un argomento assolutamente tabù. Penso che gli israeliani spesso vogliano credere che vivere qui sia giusto, che i nostri predecessori – i nostri nonni e persino i genitori, per molti di noi – abbiano costruito questa terra come persone oneste e buone. E forse lo erano, da un certo punto di vista.

Affrontare la Nakba è duro perché sfida proprio il mito fondativo dello Stato di Israele. Siamo stati educati a pensare che la gente torna alla sua terra ancestrale. Persino tra gli israeliani laici che non credono a una promessa divina è profondamente radicata l’idea di tornare alla terra dei nostri antenati. E’ legata alla convinzione che questa fosse una terra senza popolo per un popolo senza terra.

Quell’idea è essenzialmente il mito fondante di questo Paese. E’ la storia che ci viene raccontata dal giorno in cui nasciamo come israeliani. E’ una narrazione molto forte e convincente e non è facile accettare il fatto che alla fine si tratta solo di una favola. Penso sia un viaggio molto difficile perché ti obbliga a riesaminare le fondamenta stesse della tua educazione, dei tuoi rapporti familiari e del modo in cui sei cresciuto, e a fare i conti con tutto questo.

Ovviamente a volte le risposte sono ostili. In qualche caso lo rimangono, ma in altri vedi che le persone iniziano a pensare. Nel corso degli anni Zochrot ha coinvolto molte migliaia di israeliani e si può vedere come molti di loro sono cambiati politicamente, hanno aperto gli occhi di fronte agli avvenimenti della Nakba e dell’espropriazione dei palestinesi e hanno veramente cambiato opinione. Tra questi includo anche me stessa. Sono cresciuta come sionista e Zochrot, molto prima che ne diventassi una dipendente, ha giocato un ruolo fondamentale nell’aprirmi gli occhi sulla realtà di questo luogo che chiamo patria, su dove e come sono stata cresciuta.

Ha menzionato il fatto che le risposte a volte possono essere ostili. Che tipo di ostilità avete incontrato?

A volte si tratta di ostilità verbale. Molte delle nostre attività avvengono in luoghi pubblici, dove organizziamo dei tour. Nel passato molti di questi si svolgevano in aree aperte e a volte la gente si univa e iniziava a discutere appassionatamente, accusandoci di mentire o di non dire la verità.Talvolta queste reazioni erano solo casuali e le persone erano molto sconvolte da quello che stavano sentendo.

La cosa a volte degenerava verbalmente, e ogni tanto anche oltre, con tentativi di buttare giù i cartelli o interrompere le nostre attività. Ci sono anche molte reazioni denigratorie sui media e sulle reti sociali. Ma onestamente non è niente rispetto a quello che i palestinesi subiscono qui. Ovviamente dobbiamo continuare a dire la verità, anche se ciò infastidisce certe persone.

Recentemente la Germania ha deciso di interrompere i finanziamenti a Zochrot. Come ha risposto l’associazione a questa decisione, e quale impatto ha sulla continuazione delle vostre attività, soprattutto riguardo ai vostri programmi educativi, al lavoro di divulgazione pubblica e ai tentativi di promuovere la memoria della Nakba in Israele?

L’impatto è significativo e stiamo ancora cercando di capire come alleviarlo, perché si tratta di un grave taglio dei fondi. Rappresentavano circa un quarto del nostro bilancio annuale. Dovremo cercare altre fonti di entrate. Questo impatto richiederà alcuni aggiustamenti, ma non è una cosa che ci impedirà di fare quello che stiamo facendo. Continueremo ad educare e ad aprire gli occhi alla gente, perché questi sono la nostra missione e il nostro impegno.

Abbiamo risposto con un comunicato in cui abbiamo affrontato la decisione del governo tedesco di tagliare l’appoggio finanziario e operativo a Zochrot e abbiamo criticato questa decisione. Il comunicato evidenzia il diritto al ritorno come una questione di leggi internazionali e e critica la censura del governo tedesco nei confronti delle voci palestinesi.

Ci sono state discussioni o spiegazioni dirette da parte delle autorità tedesche riguardo a questa interruzione dei finanziamenti?

No, non ci sono state spiegazioni dirette né è stata accuratamente spiegata la decisione sui finanziamenti. Siamo stati informati da KURVE Wustrow, la nostra organizzazione partner tedesca, che il finanziamento e il sostegno al personale sarebbero finiti a causa di una decisione del governo, nonostante il massimo impegno [da parte dell’associazione] per garantirli .

Nel 2024 ci sono state discussioni in cui ci è stato chiesto di fornire più dettagli sulle nostre attività, cosa che abbiamo fatto, e sulle nostra posizione nell’appoggiare uno Stato ebraico e democratico. Tuttavia non c’è mai stata fornita un’argomentazione chiara della decisione di togliere il finanziamento. Non ci è stata data una ragione, per cui possiamo fare solo delle ipotesi.

Quale rapporto vedete tra la fine dei finanziamenti e la posizione politica della Germania su Israele e Palestina?

Penso che qui ci sia un forte allineamento. Ovviamente il governo tedesco ha il diritto di finanziare o meno ogni organizzazione a sua discrezione. Ma io vedo questa decisione come molto più in linea con l’appoggio incondizionato della Germania allo Stato di Israele, in particolare mentre continua con i suoi crimini a Gaza e più in generale con le sue azioni contro i palestinesi. Mentre il governo israeliano diventa più estremista e il discorso israeliano si sposta ulteriormente a destra, la Germania continua a fornire assistenza militare e protezione diplomatica a tutto ciò.

Togliere appoggio a organizzazioni che spingono per un dialogo democratico all’interno della società israeliana è in linea con la mancanza di interesse del governo israeliano per un cambiamento di questo genere. Di nuovo, mentre non abbiamo un diritto intrinseco al finanziamento tedesco, è significativo che il governo tedesco affermi di promuovere la pace, la comprensione e persino una politica estera femminista. Eppure quando si tratta di Palestina e Israele taglia i fondi proprio alle organizzazioni che sostengono la giustizia, promuovono un dibattito onesto e sfidano i discorsi e le azioni militariste e pressoché fasciste di Israele.

Tagliare i fondi a noi e a New Profile, che promuove la smilitarizzazione della società israeliana, così come tagliare i fondi a varie organizzazioni palestinesi per i diritti umani la dice lunga. Possono sostenere di promuovere la pace, ma in realtà stanno soffocando il lavoro dei costruttori di pace in Israele e Palestina. Penso che queste azioni parlino da sole.

Zochrot chiede il diritto al ritorno per i palestinesi, il che significa che i rifugiati palestinesi e i loro discendenti dovrebbero avere il diritto di tornare alle case e terre da cui sono stati obbligati ad andarsene nel 1948. Questa sembra essere una delle ragioni della fine dei finanziamenti dalla Germania. Come vede Zochrot questo rapporto e quale ruolo gioca il diritto al ritorno nei vostri tentativi di promuovere la memoria della Nakba e incoraggiare la riconciliazione?

Tanto per essere chiari, non è solo che promuoviamo il diritto al ritorno: i rifugiati palestinesi hanno il diritto di tornare. Ogni giorno in cui gli viene impedito di mettere in pratica questo diritto è una violazione dei diritti umani fondamentali. Quello che noi promuoviamo, soprattutto all’interno della società israeliana, e a volte al di là di essa, è la comprensione di quello che significa il diritto al ritorno, insieme a un immaginario politico che ci consenta di pensare a cosa possa essere questo posto e come possa accogliere sia i rifugiati che tornano che quanti vivono già qui.

Ovviamente non crediamo che rimediare ai mali del 1948 richieda commetterne altri oggi. Un’altra espulsione di massa, che sia di palestinesi o di ebrei israeliani, è per noi inaccettabile. La soluzione risiede nel trovare modi perché si viva tutti insieme. E questo, per noi, è il senso del diritto al ritorno: ricostruire e reimmaginare un’esistenza condivisa qui, che non sia separata ma connessa. La gente ha immaginato e praticato questa coesistenza da prima del sionismo. Prima del sionismo c’erano ebrei che vivevano con arabi, con palestinesi, gli ebrei erano palestinesi prima del sionismo. Come c’erano musulmani e cristiani palestinesi, c’erano ebrei palestinesi. Quindi stiamo parlando di una logica di connessione piuttosto che di separazione. Stiamo parlando del ritorno come mezzo per trasformare questo posto in uno che sia libero ed egalitario per tutto il suo popolo. Ciò è tutto quello che noi sosteniamo. Per qualche ragione è considerato radicale, anche se per me riguarda semplicemente i diritti umani basilari. Il diritto dei rifugiati a ritornare a casa dovrebbe essere un concetto davvero basilare.

Mia madre è nata in Austria ed arrivò in Palestina come rifugiata quando aveva due anni. Come direttrice di Zochrot, attivista politica e figlia di una rifugiata, credo che la voce che chiede il diritto al ritorno debba essere ovunque, in particolare all’interno della società israeliana. Perché se non parliamo di questo non affrontiamo le cause alla radice dei problemi che affrontiamo oggi. E non c’è bisogno di guardare lontano, basta guardare Gaza. La Striscia di Gaza è stata creata come risultato della Nakba, formata di fianco allo Stato di Israele come zona chiusa piena di rifugiati da altre zone. Tutta la violenza e lo spargimento di sangue derivano da questi fatti basilari.

Finché non ci sarà una soluzione giusta per i rifugiati di Gaza e di altri luoghi non credo sia possibile una reale soluzione. Non tutti devono essere d’accordo con me, ma dovremmo almeno parlarne. Il fatto che il governo tedesco consideri un tabù persino menzionare il diritto al ritorno, che educare e parlare di questo diritto fondamentale sia visto come una minaccia per lo Stato di Israele la dice lunga.

Se uno Stato non può esistere senza opprimere un intero popolo, allora forse non merita l’appoggio che sta ricevendo. Forse la Germania dovrebbe riconsiderare il suo sostegno e riflettere su quello che ciò significa. Quando dicono che appoggiano Israele, stanno sostenendo il popolo che ci vive – ebrei come me, il popolo palestinese – o stanno appoggiando un governo israeliano, non importa quanto estremista sia diventato?

Dati la vastità della distruzione a Gaza e il livello di risentimento verso i palestinesi nella società israeliana, in particolare dopo il 7 ottobre, che tipo di obiettivi ha Zochrot a lungo termine?

I nostri obiettivi rimangono gli stessi, ma alla luce dell’attuale catastrofe sono diventati ancor più urgenti. Dobbiamo parlare della questione centrale.

Dobbiamo affrontare la radice del problema. Non possiamo tornare allo status quo prima del 7 ottobre 2023, quando ogni due anni c’era un attacco contro Gaza, alcuni attacchi da Gaza verso i civili in Israele e un attacco in rivalsa con centinaia o migliaia di persone uccise a Gaza e addirittura tornare a una specie di ‘normalità’ in cui l’assedio a Gaza continua, facendo finta che non ci sia.

E’ così che sono andate avanti le cose qui per circa 20 anni. Il rifiuto di impegnarsi per una vera soluzione ci ha portati a questo punto.

Per noi è molto importante promuovere in modo ancora più deciso un discorso che guardi alla radice del problema dal 1948, dalla Nakba, e il diritto al ritorno come un risarcimento per la Nakba e un modo per costruire o far crescere qui una società che sia uguale, libera e condivisa da tutte le persone che ci vivono.

Le è mai capitato di perdere la speranza?

Sì, molte volte ogni giorno. Ma vedo la speranza meno come una cosa che ho o non ho e più come qualcosa che cerco di praticare ogni giorno. Dire la verità e ascoltare la verità dai palestinesi mi dà molta speranza. La capacità all’interno di Zochrot, dove siamo un gruppo di israeliani e palestinesi, di forgiare questi rapporti, essere sinceri gli uni con gli altri e costruire legami molto forti che hanno resistito e continuano a resistere a tempi molto duri mi dà speranza. Se possiamo farlo su piccola scala può essere fatto anche su una scala più ampia.

Parlo tutti i giorni con persone, anche israeliane. Abbiamo visto persone che hanno cambiato opinione, hanno aperto gli occhi alla verità della loro esistenza qui e alle proprie storie. Poi prendono la decisione di agire in modo diverso e forse insegnano ad altri, dicendo la verità nei loro ambienti e impegnandosi in questa materia. Quindi non solo penso che sia possibile, so che lo è. Questa è la pratica della speranza: dire la verità e mantenere i contatti.

Elias Feroz ha studiato religione e storia islamiche come parte della sua formazione come docente presso l’Università di Innsbruck in Austria. Ha anche lavorato come scrittore indipendente concentrandosi su vari argomenti, tra cui razzismo, antisemitismo, islamofobia, politica della storia e cultura della memoria.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)