Conquistare la pace in Libano è più difficile che vincere una guerra.

Lorenzo Kamel

4 maggio 2026 – Aljazeera

Per risolvere il conflitto in Libano è necessario tenere conto della sua lunga e complessa storia e delle nuove realtà geopolitiche.

Nel contesto di una fragile tregua in Libano il presidente Joseph Aoun si sta preparando per quello che alcuni definiscono un «viaggio storico» a Washington. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbe esercitare pressioni su di lui affinché incontri il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Se questo incontro dovesse aver luogo, sarebbe il primo nella storia.

Tuttavia un incontro simbolico non sarebbe sufficiente a risolvere il conflitto in Libano, che ha profonde radici storiche e un’ampia portata geopolitica.

Nonostante il cessate il fuoco Israele continua a occupare parti del Libano meridionale. L’obiettivo dell’operazione in corso, come dichiarato dal Ministro della Difesa Israel Katz, è quello di stabilire una “zona di sicurezza” nell’intera area a sud del fiume Litani, che rappresenta il 10% del territorio nazionale libanese.

Alla popolazione civile è stato impedito di tornare alle proprie case, mentre le forze israeliane hanno continuato i bombardamenti e le demolizioni su larga scala. Netanyahu sembra utilizzare la narrativa della «distruzione di Hezbollah» per nascondere quella che in realtà è una campagna di distruzione di massa e di trasferimento forzato della popolazione.

È importante sottolineare che per Israele l’occupazione dei territori a sud del fiume Litani non è solo un obiettivo militare. È un’aspirazione storica.

Nel 1918 Yitzhak Ben-Zvi, futuro secondo presidente israeliano e il più longevo, e David Ben-Gurion, futuro primo ministro israeliano, pubblicarono un libro intitolato La terra d’Israele in cui i due autori descrivevano “il nostro paese” come esteso dal fiume Litani al Golfo di Aqaba.

Nel 1919, durante la Conferenza di Parigi, l’incontro formale delle forze alleate vincitrici per stabilire i termini di pace dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, una delegazione dell’Organizzazione Sionista Mondiale guidata da Chaim Weizmann presentò un memorandum per uno Stato ebraico che si estendesse fino al fiume Litani, nonché sul Sinai e altri territori al di là dei confini dell’odierno Israele.

Durante la guerra del 1948 il neonato Stato israeliano rivolse la sua attenzione al Libano meridionale, il Paese con l’esercito più piccolo della regione. Nell’ottobre di quell’anno l’esercito israeliano conquistò il villaggio di Hula senza incontrare alcuna resistenza. Più di 80 abitanti indifesi furono uccisi. Il principale responsabile di quel massacro, Shmuel Lahis, fu condannato a un solo anno di prigione e, dopo aver ricevuto la grazia presidenziale nel 1955, divenne direttore generale dell’Agenzia Ebraica [istituzione preposta all’accoglienza e inserimento sociale degli immigrati ebrei da tutto il mondo, ndt.]

Molti villaggi, come Qadas e Saliha, adiacenti al confine tra Libano e Israele, furono teatro di analoghi massacri e deportazioni. Nel frattempo, a seguito di quella che i palestinesi chiamano la Nakba (catastrofe), 100.000 rifugiati palestinesi vennero costretti a trasferirsi in Libano. L’attuale composizione demografica del Libano meridionale va interpretata alla luce di queste dinamiche e delle ferite che ha lasciato.

Anche i decenni di conflitto successivi hanno plasmato il sud del Libano. Basti pensare che negli anni ’60 molte aree sciite del sud del Paese erano prive di acqua corrente, elettricità e accesso a scuole non religiose poiché lo Stato libanese investiva nella regione solo lo 0,7% della spesa pubblica. Questa incuria sarebbe diventata la base della politicizzazione e della mobilitazione della popolazione sciita nei decenni successivi.

Lo scoppio della guerra civile libanese nel 1975 fu fondamentalmente determinato dalla convergenza di profonde divisioni interne e dalla presenza destabilizzante dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che agiva come uno “Stato nello Stato” e intraprendeva attacchi transfrontalieri contro Israele.

Nel marzo del 1978 Israele lanciò l’Operazione Litani, una grande invasione del Libano meridionale con l’obiettivo di paralizzare le basi dell’OLP e stabilire una zona cuscinetto, provocando un significativo esodo di civili e il dispiegamento delle forze di pace dell’ONU.

Alcuni membri della comunità sciita accolsero con favore l’espulsione dell’OLP dal sud da parte di Israele. Ma quando l’esercito israeliano invase nuovamente il Libano nel 1982 divenne presto chiaro che non aveva alcuna intenzione di andarsene. Ciò accelerò la mobilitazione politica degli sciiti libanesi e Hezbollah ne fu una delle principali conseguenze.

Nei decenni successivi Hezbollah divenne una delle principali minacce alla sicurezza di Israele. Il gruppo utilizzò il Libano meridionale per lanciare razzi e missili contro il nord di Israele e compì attacchi contro israeliani in altre zone.

Inoltre dopo il 1979 Hezbollah sviluppò una stretta relazione con il principale nemico di Israele: la Repubblica Islamica dell’Iran, relazione che in seguito si è evoluta da una dipendenza ideologica a una vitale partnership strategica.

Se inizialmente il regime iraniano considerava Hezbollah un elemento chiave per esportare la propria rivoluzione, ora lo ritiene la sua risorsa regionale più efficace e la prima linea di difesa contro gli obiettivi e le politiche espansionistiche di Israele nella regione. Teheran ha trasferito tecnologia militare al suo alleato libanese, fornendogli missili avanzati, droni e capacità informatiche.

Sebbene sia vero che Hezbollah abbia rappresentato una minaccia per Israele non si può ignorare la disparità di potenza di fuoco. Tra il 2007 e il 2022, Air Pressure ha documentato 22.355 violazioni illegali dello spazio aereo libanese da parte delle forze israeliane. Per quanto riguarda il periodo dal 7 ottobre 2023 in poi, Canale 4 ha riferito che gli attacchi israeliani in Libano hanno superato quelli di Hezbollah con un rapporto di 5 a 1. Nell’anno successivo al cessate il fuoco del 27 novembre 2024 la Forza di Interposizione delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL) ha documentato quasi 7.800 violazioni dello spazio aereo da parte delle forze israeliane.

Per l’Iran, Hezbollah e Israele la guerra in corso si è trasformata in un conflitto esistenziale. In questo contesto per il governo libanese Hezbollah rappresenta sia una minaccia alla stabilità sia l’unica carta vincente a sua disposizione nei confronti di Israele. Per gli Stati Uniti, nonostante la presenza militare e il coinvolgimento politico, la guerra è solo l’ennesima avventura militare.

Cosa significa tutto ciò per le dinamiche attuali e la ricerca di soluzioni? Si possono trarre almeno quattro conclusioni.

Innanzitutto non esiste una soluzione militare a quello che è in realtà un problema politico; l’uso della forza non può che peggiorare la situazione. Hezbollah non esisteva prima dell’invasione del Libano del 1982. Hamas non esisteva prima dell’occupazione del 1967. E l’elenco potrebbe continuare. Ogni tentativo di sottomettere, opprimere o annientare altri popoli o paesi si traduce nello schema incarnato da questi movimenti.

In secondo luogo, sulla scena sono presenti attori influenti che spingono per inasprire il conflitto. In Libano alcuni esponenti politici hanno deciso di allearsi con Israele, il che provocherà sicuramente una reazione da parte di Hezbollah. Nel frattempo Netanyahu, che ha un forte interesse a mantenere una guerra permanente” fino alle elezioni israeliane per distrarre lopinione pubblica interna e rimandare i procedimenti giudiziari contro di lui, continuerà ad alimentare le tensioni.

In terzo luogo, lIran non è stato attaccato perché possedeva armi nucleari, bensì perché non le possedeva, il che lha reso un bersaglio apparentemente vulnerabile. Lo stesso vale per il Libano: non ci sarà alcuna possibilità di pace e stabilità finché il Paese sarà considerato un bersaglio facilmente vulnerabile.

Infine, ma non meno importante, abbiamo assistito ai limiti della potenza militare di Israele e allerosione dellinfluenza di diversi Paesi del Golfo che dipendevano completamente dagli Stati Uniti per la loro sicurezza. Lesternalizzazione della sicurezza non porterà mai a una pace formale e duratura in Libano e nella regione in generale ma, nella migliore delle ipotesi, a una stabilità armata” o a una stabilizzazione militarizzata” imposta con la forza.

Conquistare la pace, che è spesso più difficile che vincere una guerra, richiede un nuovo ordine regionale negoziato e accettato, prima di tutto, dalle potenze e dagli attori locali.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




A Gerusalemme Est “sta per essere espulsa un’intera comunità palestinese”

Shatha Yaish 

1 maggio 2026 +972 Magazine

Israele sta sfrattando i 1.500 abitanti di Al-Bustan per costruire un parco a tema biblico. Per evitare di pagare multe salatissime, le famiglie stanno demolendo da sé le proprie case.

Omar Abu Rajab ha messo i suoi effetti personali nei sacchi neri della spazzatura. Pochi giorni fa, mentre il sessantenne era in lutto per la recente perdita della madre, i rappresentanti del Comune di Gerusalemme hanno bussato alla sua porta notificandogli un ordine di demolizione per il piccolo appartamento che condivide con la moglie ad Al-Bustan, un quartiere di Silwan nella Gerusalemme Est occupata, attualmente al centro di una campagna israeliana di espulsioni in rapida intensificazione.

Di fronte all’ordine di demolizione e alla prospettiva di una multa di migliaia di dollari per il problema causato al Comune dalla demolizione della sua casa, ha scelto di non aspettare le ruspe. Ha optato invece per la soluzione più economica: demolirsi da solo la casa.

Il Comune di Gerusalemme sostiene che case come quella di Abu Rajab siano state costruite illegalmente, senza i permessi necessari. “Non ci sono permessi”, ha dichiarato Abu Rajab a +972 Magazine, spiegando che Israele rende quasi impossibile per i palestinesi di Gerusalemme Est ottenere l’autorizzazione necessaria per costruire legalmente.

Negli ultimi dieci anni Abu Rajab è già stato sfrattato da altre due case a Silwan; una è stata demolita dal Comune, mentre l’altra l’ha demolita lui stesso.

“Sto ancora pagando le penali per una casa precedente che hanno demolito anni fa”, ha spiegato. “Sono malato, lavoro quattro ore al giorno e non riesco a sostenere tutte queste spese. Non c’è altro che io possa fare. È più economico farlo da solo.”

Pochi giorni fa tre dei nipoti di Abu Rajab hanno marinato la scuola per aiutare nella demolizione, portandosi i martelli per abbattere i muri. Da allora Abu Rajab e sua moglie si sono trasferiti dalla famiglia del fratello che abita nella casa accanto, tutti stipati in un piccolo appartamento.

Nei piani del Comune le case di Al-Bustan sono da tempo destinate alla demolizione per sostituire l’area residenziale con un parco a tema biblico. Ma nel contesto della guerra di Gaza, dopo una battaglia legale durata vent’anni, le autorità israeliane hanno intensificato i loro sforzi per “ripulire” la zona dai palestinesi.

Questa pressione si è ulteriormente intensificata nelle ultime settimane, con la polizia che ha effettuato incursioni nell’area insieme a rappresentanti del Comune per consegnare una serie di ordini che intimano agli abitanti di demolire le proprie case o di accollarsi le spese relative alla demolizione. L’intero quartiere di Al-Bustan, composto da 115 case e circa 1.500 abitanti, è ora a rischio di demolizione.

“È un’intera area di Silwan destinata alla demolizione”, ha dichiarato a +972 Aviv Tatarsky, ricercatore dell’organizzazione non profit israeliana Ir Amim [Città di persone, fondata nel 2004 si propone di garantire pari dignità a tutti gli abitanti di Gerusalemme, ndt.]. “Un’intera comunità sta per essere espulsa”.

«Non abbiamo altro»

Secondo Ir Amim il progetto di un parco a tema ad Al-Bustan fa parte di un più ampio tentativo di rafforzare il controllo israeliano sulla Città Vecchia di Gerusalemme e sui quartieri circostanti (noti collettivamente come “Bacino della Città Vecchia”) attraverso l’espansione di attrazioni turistiche e parchi nazionali anche su terreni di proprietà della Chiesa come il Monte degli Ulivi.

Situato immediatamente a sud della Città Vecchia, Al-Bustan è vicino a un’altra zona di Silwan nota come Batan Al-Hawa, che sta subendo una simile campagna di espulsioni guidata da organizzazioni di coloni israeliani.

Secondo il Governatorato di Gerusalemme dell’Autorità Palestinese, nei primi quattro mesi del 2026 le autorità israeliane hanno demolito 185 edifici nella città. Delle 40 case distrutte ad aprile, 17 sono state demolite dai loro stessi abitanti.

In tutto Al-Bustan si percepisce un senso di sconfitta. Molti residenti, come Hatem Baydoun, considerano l’autodistruzione il male minore. “Se lasciassimo che sia il Comune a demolire la nostra casa dovremmo pagare decine di migliaia di shekel”, ha dichiarato a +972. “Quindi abbiamo deciso di farlo da soli.”

A due porte di distanza il sessantenne Mohammad Qwaider si trova di fronte alla stessa impossibile scelta. Vive in un condominio con la madre novantasettenne, Yusra, costretta a letto.

L’edificio di sei unità abitative è stato costruito nel 1970, con l’aggiunta di altri piani man mano che la famiglia cresceva; Qwaider ha detto che nei primi anni dell’occupazione israeliana di Gerusalemme Est, dopo la guerra del 1967, c’erano meno restrizioni edilizie.

All’inizio del mese scorso, racconta, “il Comune mi ha ordinato di demolire l’appartamento al terzo piano, altrimenti sarebbero venuti loro a demolirlo, e così abbiamo fatto”. Ma dopo aver demolito quell’appartamento, che ospitava uno dei suoi figli e i suoi nipoti, il Comune gli ha ora ordinato di demolire l’intero edificio, adducendo la mancanza di permessi.

Questa volta si rifiuta di obbedire. “Possono demolirlo, e rimuoverò le macerie e ci metterò una tenda per viverci. Il terreno è più importante della struttura che ci sorge sopra”.

Sua moglie, Manal, è d’accordo. «Non dormiamo la notte», ha detto. «Non abbiamo alternative a questa casa o a questa terra. Non abbiamo altro che questo posto.»

“Doppia sofferenza”

Secondo Tatarsky di Ir Amim, il forte aumento delle demolizioni ad Al-Bustan è stato innescato dalla decisione improvvisa del Comune di Gerusalemme di sospendere ogni trattativa con gli abitanti volta a giungere a una soluzione abitativa.

“Le autorità israeliane vogliono trasformare Silwan in un insediamento israeliano e stanno usando ogni mezzo per farlo”, ha spiegato. “Usano la scusa della costruzione senza permesso, ma per i residenti è impossibile ottenere i permessi. Quindi Israele può dichiarare illegali tutte le case in questa parte di Silwan.”

“Le autorità hanno una forte motivazione politica”, ha continuato Tatarsky. “Non si tratta di leggi edilizie; è una questione di politica, [tesa a] trasformare Silwan da quartiere palestinese a colonia ebraica. Ufficialmente il piano è [portato avanti] dal Comune di Gerusalemme, ma proviene in gran parte dal governo, e gli ordini sono stati originariamente emessi circa 20 anni fa.”

Finora, spiega, la campagna per proteggere queste case ha avuto successo “principalmente perché sono riusciti a sensibilizzare l’opinione pubblica e a esercitare una forte pressione su Israele attraverso la comunità internazionale”. Ma dopo il 7 ottobre “la comunità internazionale o non se ne cura più o si concentra su Gaza. Il punto è che la comunità internazionale non sta fermando il governo israeliano”.

Secondo Fakhri Abu Diab, un attivista locale, dal 7 ottobre 2023 più di 50 case ad Al-Bustan – circa la metà della comunità – sono state demolite. Le autorità israeliane “sono diventate più aggressive”, dice. “Arrivano nel cuore della notte e ti notificano [l’ordine di demolizione]”.

La sua stessa casa è stata demolita dal Comune nel febbraio 2024, costringendolo a pagare “enormi somme di denaro. Sto ancora pagando a rate”.

Abu Diab si oppone alle autodemolizioni, che a suo dire causano “una doppia sofferenza” per i palestinesi. “È una sorta di guerra psicologica contro le famiglie. Diventiamo lo strumento con cui il Comune mette in atto i suoi piani. Non vogliono che il mondo veda la distruzione delle nostre case. Facendolo da soli, li aiutiamo”.

Ma Abu Diab riconosce anche la paura che le famiglie provano non sapendo quando le squadre di demolizione israeliane arriveranno a casa loro, e la difficoltà di essere costretti a pagare multe esorbitanti. “Le persone cercano di minimizzare il danno”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’ONU avverte che, nel contesto di una carenza di cure protesiche, 1 amputato su 5 a Gaza è un minore

Redazione di MEMO

4 maggio 2026 – Middle East Monitor

[L’agenzia di notizie turca] Anadolu riferisce che lunedì le Nazioni Unite hanno avvisato che un amputato su cinque nella Striscia di Gaza è un minore, mentre una mancanza critica di specialisti protesici e l’ingresso ristretto di ausili lasciano migliaia di malati senza adeguate cure.

Durante una conferenza stampa il portavoce ONU Stephane Dujarric ha affermato che “riguardo alla salute, rimangono preoccupazioni relative alle malattie della pelle e ad altre questioni mediche legate a parassiti e roditori,” aggiungendo che più di 6.600 persone hanno bisogno di protesi e cure di riabilitazione.

Ciò include migliaia di persone che da ottobre 2023 hanno ricevuto amputazioni, e tuttavia solo otto tecnici protesisti sono in grado di intervenire,” ha detto.

Avvisando che “con una grave mancanza di specialisti e un ingresso ristretto di materiali protesici, potrebbero volerci cinque anni o più per soddisfare gli attuali bisogni,” Dujarric ha sottolineato che “uno su cinque amputati è un minore.”

Dujarric ha evidenziato che “internazionali sono necessari urgentemente tecnici protesici, così come l’ingresso senza impedimenti di materiale protesico che rimane molto limitato dalle autorità israeliane.”

Dal 2007 Israele ha imposto un devastante blocco sulla Striscia di Gaza, lasciando 2,4 milioni di abitanti del territorio sull’orlo della carestia.

Nell’ottobre 2023 ha lanciato una brutale offensiva di due anni contro Gaza, uccidendo più di 72.000 persone, ferendone oltre 172.000 e causando una distruzione massiccia in tutto il territorio assediato.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Israele a Gaza sta utilizzando le malattie infettive come armi

Salman Khan  

3 maggio 2026 Mondoweiss

Il dottor Salman Khan, specialista in malattie infettive, si è recato a Gaza per una missione medica di tre settimane nel febbraio 2026. Ha riscontrato una dilagante diffusione di malattie infettive, tutte causate direttamente dall’assedio e dal genocidio perpetrati da Israele.

Ho incontrato un giovane di circa vent’anni nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Nasser di Khan Younis a Gaza. Era stato vittima di un attacco missilistico israeliano tre settimane prima, vicino alla Linea Gialla [che divide in due la Striscia tra la parte occupata da Israele e quella in cui sono concentrati i palestinesi, ndt.]. La sua gamba sinistra era stata amputata sopra il ginocchio e la parte rimanente dell’arto era stata fissata con diversi dispositivi di sostegno esterno; presentava inoltre numerose altre lacerazioni e un grave trauma addominale che aveva richiesto una laparotomia, una resezione intestinale e l’inserimento di una stomia. Era intubato e aveva sviluppato una polmonite associata alla ventilazione meccanica, causata da un batterio multiresistente chiamato Acinetobacter. Gli era stata somministrata una combinazione di antibiotici che probabilmente sarebbe risultata inefficace.

A Gaza si verifica spesso quello che noi specialisti in malattie infettive definiamo “farmaco e batterio spaiati”: a causa della limitata disponibilità di antibiotici e della crescente crisi di resistenza agli antibiotici ai pazienti vengono spesso somministrati antibiotici inefficaci contro il patogeno responsabile.

In parte a causa delle continue restrizioni all’ingresso di farmaci salvavita imposte dall’occupazione israeliana, la fornitura di antibiotici a Gaza è gravemente limitata e spesso varia di settimana in settimana in base alla disponibilità delle donazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. I ​​pazienti muoiono inutilmente per infezioni spesso curabili a causa dei ritardi nella somministrazione di terapie antibiotiche efficaci.

A Gaza il collasso del sistema sanitario, il sovraffollamento eccessivo all’interno e intorno agli ospedali e il degrado delle infrastrutture igienico-sanitarie hanno contribuito a facilitare la diffusione di batteri multiresistenti e ad aggravare il problema della resistenza antimicrobica. Già prima del genocidio Gaza soffriva di alti livelli di resistenza agli antibiotici, che da allora si sono ulteriormente aggravati. Anche la contaminazione da metalli pesanti derivante dai residui esplosivi dei raid aerei israeliani contribuisce alla selezione nell’ambiente di batteri resistenti.

Prima dell’attacco israeliano alle strutture sanitarie, Gaza contava 38 ospedali, molti dei quali offrivano cure specialistiche avanzate; ora ne rimangono solo una manciata che funzionano a una frazione della loro capacità precedente per una popolazione di oltre due milioni di persone in grave difficoltà.

La capacità dei laboratori ospedalieri e di sanità pubblica a Gaza è gravemente limitata a causa della distruzione mirata delle infrastrutture di laboratorio e del blocco delle forniture da parte dell’Occupazione. I laboratori di microbiologia faticano a eseguire test diagnostici essenziali e urgenti, come le colture per identificare i batteri da vari campioni biologici e ambientali e i test di sensibilità agli antibiotici per prevedere le migliori opzioni di trattamento per il singolo paziente e per la popolazione ospedaliera nel suo complesso. Queste limitazioni compromettono anche il controllo delle malattie infettive e le misure di risposta alle epidemie.

Nello sforzo per la prevenzione e il controllo delle infezioni si sono dovute affrontare circostanze eccezionali in seguito agli attacchi israeliani contro gli ospedali di Gaza e le comunità circostanti. Gli ospedali sono stati oberati da vittime civili, rendendo quasi impossibile il rispetto dei principi igienici di base come il lavarsi le mani, la sterilizzazione delle attrezzature mediche e la corretta cura delle ferite.

Il grave sovraffollamento ha facilitato la diffusione di malattie infettive. Dopo il “cessate il fuoco” gli ospedali hanno continuato a soffrire di gravi carenze di disinfettante per le mani a base di alcol, di soluzioni per sterilizzare le apparecchiature mediche e di dispositivi di protezione individuale.

Il rischio di infezione tuttavia si estende oltre le mura dell’ospedale. Durante il nostro soggiorno a Gaza, il nostro gruppo di volontari è stato invitato da un rappresentante del Ministero della Salute a testimoniare la vita nei campi di tende che circondano l’ospedale. Mi ha colpito il fatto che ognuna di queste tende fosse sovraffollata da intere famiglie che avevano subito molteplici sfollamenti. La prima cosa che ho notato è stato il fetore di liquami e immondizia nell’aria. I detriti ricoprivano il terreno. Le latrine erano scavate nella sabbia e traboccavano quando pioveva. Queste condizioni aumentavano la diffusione di malattie respiratorie, cutanee e diarroiche trasmissibili.

Hanno anche creato un terreno fertile ideale per i roditori. Uno dei medici specializzandi dell’ospedale Nasser, con cui ho parlato, ha descritto un focolaio di casi di leptospirosi nei reparti all’inizio di febbraio.

La leptospirosi è una grave infezione batterica che si trasmette dai roditori alle persone; l’infezione può manifestarsi con polmonite, insufficienza renale ed epatica e, in assenza di un trattamento adeguato, può portare alla morte. Le forti piogge e le inondazioni nelle tende che circondavano l’ospedale hanno probabilmente esposto le persone all’urina e alle feci dei roditori, favorendo la trasmissione della malattia.

Camminando per le strade polverose di Khan Younis mi è parso evidente come Israele stesse cercando di rendere la vita invivibile agli abitanti di Gaza distruggendo il loro contesto abitativo. L’aria era densa di particolato e fumo, rendendo la respirazione difficoltosa. I pazienti con patologie respiratorie preesistenti sono particolarmente vulnerabili alle infezioni virali respiratorie come l’influenza e il COVID e alla polmonite batterica; ho visto diversi pazienti ricoverati per polmonite all’ospedale Nasser.

Ho visitato il negozio di alimentari locale e gli scaffali erano pieni di cibo spazzatura a prezzi esorbitanti e di alimenti altamente processati. I prodotti freschi erano rari. Anche prima del genocidio e della carestia Gaza era tenuta dall’Occupazione in uno stato di cronica insicurezza alimentare, sull’orlo della fame.

La malnutrizione indebolisce il sistema immunitario e predispone i pazienti, soprattutto i bambini piccoli, alle infezioni. Durante la mia visita ho assistito a una scena straziante: bambini piccoli in fila con grandi pentole vuote fuori da una mensa improvvisata vicino all’ospedale, che urlavano e piangevano per la fame. Tra malnutrizione causata artificialmente, traumi e il peso di malattie croniche e infettive, non sorprende che Gaza abbia una delle aspettative di vita più basse al mondo.

Tornando al caso del paziente ventenne nel reparto di terapia intensiva, l’aggressione nei suoi confronti non si è conclusa con l’attacco missilistico israeliano che gli ha dilaniato il corpo. È stato successivamente sottoposto a forme di violenza ancora più insidiose da parte dell’Occupazione: la sua capacità di combattere le infezioni è stata compromessa dalla malnutrizione dovuta alle continue limitazioni all’ingresso di cibo nutriente; ha sviluppato una polmonite a causa della diffusione di batteri nel reparto dovuta alle restrizioni all’ingresso di prodotti per la pulizia e di dispositivi di protezione individuale, e una volta contratta la polmonite, le sue opzioni terapeutiche sono state gravemente limitate a causa dell’insufficiente disponibilità di antibiotici efficaci.

A Gaza ho incontrato molti pazienti in queste condizioni. Un’anziana donna che a causa della prolungata permanenza seduta sul duro pavimento della sua tenda ha sviluppato un’ulcera infetta da pressione all’anca con conseguente sepsi e necessità di rimozione chirurgica e terapia antibiotica endovenosa; una giovane donna che ha contratto una grave infestazione parassitaria da scabbia a causa del sovraffollamento e delle scarse condizioni igieniche nella tenda della sua famiglia; un’altra donna che ha sviluppato una grave gastroenterite e diarrea dovuta probabilmente all’ingestione di acqua contaminata con conseguente disidratazione e insufficienza renale.

Una discussione sulla minaccia rappresentata dalle malattie infettive a Gaza sarebbe tuttavia incompleta senza menzionare gli operatori sanitari in prima linea, che svolgono un ruolo essenziale nella prevenzione e nel rallentamento della diffusione delle infezioni in ambito sanitario. Medici, infermieri e specialisti nella prevenzione delle infezioni a Gaza hanno affrontato enormi difficoltà durante il genocidio, tra molteplici spostamenti e problemi nell’approvvigionamento di cibo e acqua potabile. Uno dei medici con cui ho parlato, il cui migliore amico era stato ucciso, mi ha detto che a Gaza tutti avevano perso qualcuno o qualcosa di prezioso.

Altri membri del personale ospedaliero, in particolare quelli con ruoli dirigenziali come il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, sono stati rapiti, torturati e detenuti illegalmente dalle forze di occupazione mentre altri, come il dottor Hammam Alloh, nefrologo dell’ospedale Al-Shifa, sono stati assassinati, creando gravi carenze nel personale sanitario che hanno facilitato un aumento del rischio di infezioni nosocomiali.

Nei due anni e mezzo di occupazione anche agli studenti di medicina e ai tirocinanti di Gaza è stato negato il diritto all’istruzione medica, compresa la formazione sulla prevenzione delle infezioni e sulla gestione antimicrobica. Ciò pone serie sfide al contenimento e al rallentamento della diffusione di resistenza antimicrobica negli ospedali universitari di Gaza.

Affrontare la crescente minaccia delle malattie infettive a Gaza richiede azioni coraggiose e urgenti. In primo luogo è necessario un vero cessate il fuoco. Ciò include la revoca delle restrizioni all’ingresso di forniture mediche e farmaci salvavita, in particolare antibiotici. Agli operatori umanitari deve essere consentito l’accesso senza ostacoli a Gaza e gli operatori sanitari attualmente incarcerati devono essere liberati. Ai pazienti che necessitano di cure specialistiche deve essere garantito l’espatrio sanitario: molti di quei pazienti soccombono a complicazioni infettive in attesa di un salvacondotto. Devono essere stanziate risorse per la ricostruzione delle infrastrutture igienico-sanitarie, del sistema sanitario e delle capacità di laboratorio di Gaza. Solo con questi prerequisiti i programmi di prevenzione e controllo delle infezioni ospedaliere e di gestione antimicrobica potranno esprimere appieno il loro potenziale. Infine, i sistemi di apartheid e di occupazione che hanno creato le condizioni per il “medicidio” devono essere smantellati; Israele deve essere ritenuto responsabile delle sue azioni genocidarie a Gaza.

Salman Khan, medico e specialista in sanità pubblica, è un esperto di malattie infettive e professore assistente di medicina presso il Columbia University Irving Medical Center di New York. Ha partecipato a una missione medica di tre settimane a Gaza tra febbraio e marzo 2026. In precedenza, aveva già preso parte a missioni mediche in Siria (dicembre 2025) e nella Cisgiordania occupata (agosto 2025).

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Le guardie della notte”: uno sguardo alla rete popolare che si oppone agli attacchi dei coloni israeliani

Majd Jawad  

27 aprile 2026 Mondoweiss

Parliamo della rete di volontari palestinesi che, organizzandosi dal basso, trascorrono le notti a difendere i loro villaggi in Cisgiordania dalla crescente violenza dei coloni israeliani

Sotto la luna di mezzanotte, in cima alla montagna nel villaggio di Sinjil, gli abitanti puntano le torce segnalando la loro presenza alle colline dall’altra parte della valle. I fasci di luce, insieme alle luci attorno a una piccola tenda di guardia solitamente usata come arredo durante il Ramadan, fungono da tempestivo sistema di allarme. Il segnale che il villaggio è sveglio e in allerta.

“Vedi quella luce?” chiede a bassa voce uno dei giovani, indicando un bagliore sulla collina di fronte. Annuisco. Per un attimo, nessuno parla. Il vento è pungente a quest’altitudine e sotto di noi il villaggio è completamente buio.

“Significa che sono lì”, dice. “In allerta, come noi.”

Mentre il ritmo degli attacchi dei coloni contro le comunità palestinesi raggiunge livelli senza precedenti in un contesto di debole risposta ufficiale ai crescenti rischi in tutta la Cisgiordania occupata, i gruppi di volontari locali, noti come comitati di protezione o “guardie della notte” sono emersi come prima linea di difesa contro la violenza quasi quotidiana. Il gruppo di giovani che organizza pattuglie notturne a Sinjil è uno di questi.

La tenda stessa è un semplice telo sottile teso su pali di metallo, i cui bordi sono appesantiti da pietre per resistere al vento. Eppure è diventata la prima linea del villaggio.

Sedie di plastica ne fiancheggiano i lati e un caricabatterie per cellulari condiviso pende da un collegamento elettrico improvvisato, alimentando i dispositivi che mantengono il villaggio connesso durante la notte. Come tutti quelli che si riuniscono qui, gli uomini oscillano tra stanchezza e vigilanza, barcamenandosi fra il lavoro diurno e l’obbligo di rimanere svegli fino all’alba.

«Dall’inizio dello scorso anno e a seguito dell’intensificarsi degli attacchi a Sinjil abbiamo ritenuto necessario formare un comitato composto principalmente da volontari», afferma R.M., un partecipante abituale del villaggio. «Avevamo bisogno di organizzare il servizio di guardia in modo più efficace e di passare da un modello di faz’a a un sistema più organizzato».

Quello che R.M. chiama faz’a con un’espressione colloquiale palestinese è quando un gruppo di persone accorre in aiuto di altri membri della comunità, incarnando l’espressione organica e spontanea di mutuo soccorso tra palestinesi. Nel contesto dell’escalation dei pogrom dei coloni, i membri della comunità rappresentano praticamente l’unica protezione che i palestinesi hanno contro i violenti coloni ebrei israeliani che continuano a uccidere palestinesi nelle città della Cisgiordania.

Dall’inizio dell’anno oltre 260 palestinesi sono rimasti feriti in attacchi da parte di coloni israeliani secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), un aumento di tre volte rispetto alla media mensile di 30-105 feriti al mese registrata nel 2023.

R.M. afferma che a Sinjil questi attacchi sono diventati quasi quotidiani. “Non era più logico continuare con il vecchio approccio per difendere la nostra gente e le nostre terre”, spiega.

Nel luglio 2025 un attacco su larga scala dei coloni vicino alla città ha causato la morte di due palestinesi e il ferimento di almeno altri 58. Da allora i resoconti locali indicano un drastico incremento nella frequenza degli attacchi, da circa un episodio al mese prima del 7 ottobre ad assalti quasi quotidiani al villaggio.

“Quanto spesso accade adesso?”, chiedo.

R.M. accenna a una breve risata. “Non si contano più in quel modo”, dice. “Si contano le notti tranquille”. Fa una pausa. “E non ce ne sono molte”.

In precedenza i volontari si affidavano a un faz’a individuale ogni volta che si verificava un attacco, interpellando vicini e conoscenti. Ma con l’intensificarsi degli attacchi, sempre più violenti e frequenti, è diventato essenziale istituire comitati centrati sull’allerta precoce, il monitoraggio e l’osservazione, consentendo al villaggio di riunirsi e difendere gli abitanti disarmati.

«Appena avvistiamo i coloni che attaccano avvisiamo gli abitanti tramite WhatsApp o makhshir (walkie-talkie)», spiega R.M. precisando che il meccanismo di protezione si basa semplicemente sulla sicurezza data dal numero di persone. «La missione principale della tenda non è di attaccare; non possediamo strumenti o armi paragonabili a quelli dei coloni. Piuttosto ci assicuriamo che delle persone siano sempre presenti nelle zone potenzialmente a rischio, per scoraggiare un attacco prima ancora che inizi».

L’improvviso suono di una notifica rompe il silenzio. Uno degli uomini prende il telefono, legge velocemente, poi alza lo sguardo.

«Movimento», dice.

Nessuno si fa prendere dal panico, ma l’atmosfera cambia. Due di loro prendono delle torce e escono nell’oscurità.

Tornano e parlano a lungo delle difficoltà e dei pericoli che li circondano. “Gli attacchi arrivano sempre all’improvviso”, aggiunge R.M. “I palestinesi spesso dormono, di solito dopo mezzanotte, oppure sono al lavoro, fuori dal villaggio o impegnati nei campi. Gli aggressori sono generalmente pesantemente armati e la nostra reazione è del tutto improvvisata”.

La prima notte di Ramadan il comitato di Sinjil è stato colto di sorpresa da un attacco di circa 20 coloni, che ha provocato il ferimento di un membro e l’arresto di altri per una settimana, durante la quale sono stati picchiati brutalmente. E nel contempo l’esercito ha smantellato e confiscato la tenda del comitato, secondo il racconto di R.M.

In seguito i volontari hanno continuato il loro lavoro con turni notturni all’aperto per diversi mesi, esposti al freddo e all’oscurità, finché gli abitanti del villaggio non hanno fatto una colletta e contribuito a ricostruire un’altra tenda per riprendere l’attività di guardia. Il loro lavoro è ancora in corso, così come gli attacchi dei coloni.

Una tradizione rinnovata

La nascita di comitati di protezione popolare nei villaggi palestinesi non presenta semplicemente delle somiglianze con forme passate di azione collettiva, ma è la continuazione di una tradizione profondamente radicata di auto-organizzazione comunitaria che risale alla Prima Intifada, seppur in condizioni politiche profondamente diverse.

“Nonostante il diverso contesto politico, la nostra storica esperienza della Prima Intifada è simile all’esperienza dei comitati di oggi”, ha dichiarato a Mondoweiss R.S., donna membro di un comitato popolare del campo profughi di Jenin. Ora vive nel quartiere di al-Jabriyat a Jenin, dopo che gli abitanti del campo profughi sono stati espulsi con la forza e non è stato loro permesso farvi ritorno.

Tra il 1987 e il 1993 la Prima Intifada fu combattuta nella vita quotidiana. Sotto coprifuoco, blocchi e la costante minaccia di arresto, i palestinesi costruirono i propri sistemi di sopravvivenza. Nei quartieri, nei villaggi e nei campi profughi nacquero comitati locali che organizzavano la distribuzione di cibo, tenevano corsi clandestini quando le scuole erano chiuse e fornivano assistenza medica di base quando l’accesso alle cure era bloccato.

R.S. approfondisce quel ricordo: “Ha offerto molti esempi di lavoro comunitario e resilienza. Nessuno soffriva la fame allora; chiunque avesse bisogno di aiuto trovava qualcuno disposto a dare una mano. Molti abitanti offrivano le loro case, le moschee e i circoli a coloro che erano stati sfollati dai campi. Nessuno dormiva all’aperto”.

“Ora è diverso”, aggiunge a bassa voce. “Ma anche uguale”.

Secondo la Commissione per la Resistenza alla Colonizzazione e al Muro, un organismo ufficiale allineato all’Autorità Palestinese che documenta l’attività degli insediamenti israeliani, l’origine della più recente costituzione dei comitati di protezione risale al 2015, in gran parte a seguito del devastante incendio doloso di Duma. Nell’attentato persero la vita alcuni membri della famiglia Dawabsheh, tra cui il piccolo Ali di 18 mesi e i suoi genitori.

“La necessità di guardie notturne è emersa chiaramente come mezzo per prevenire gli attacchi dei coloni”, ha dichiarato a Mondoweiss Amir Daoud, direttore della documentazione presso la Commissione. “In quella fase era stato avviato un coordinamento con le forze locali e studentesche, e un numero limitato di comitati si era formato nei villaggi più vulnerabili agli attacchi con un semplice supporto logistico come degli strumenti di comunicazione”.

Un esempio noto è rappresentato dalle unità di “vigilanza notturna” in luoghi come il villaggio di Beita o nella battaglia di Jabal Sabih. Il modello tuttavia è rimasto circoscritto fino al 7 ottobre quando, secondo Daoud, la violenza dei coloni è aumentata drammaticamente in tutta la Cisgiordania, ridefinendo il ruolo di questi comitati. Quelle che erano iniziative locali di vigilanza notturna si sono trasformate in un sistema più ampio di protezione comunitaria, in particolare contro i ripetuti tentativi di incendio doloso notturno ai danni delle abitazioni. “Questo ha contribuito alla diffusione del modello dei comitati in molte comunità”, ha aggiunto.

Ma il loro ruolo, sottolinea Daoud, va oltre la protezione immediata. In un contesto in cui la violenza è spesso sottovalutata o contestata, questi comitati sono diventati una forma di documentazione sul campo e di responsabilità pubblica. “Questi comitati ci raccontano la situazione così com’è, momento per momento, direttamente dai villaggi e dalle zone minacciate, il che ci permette di agire con rapidità ed efficacia sia a livello legale che mediatico. Senza questa presenza popolare molte violazioni rimarrebbero invisibili o difficili da dimostrare. Per noi sono parte integrante del sistema di resilienza, non un semplice strumento organizzativo.”

La loro struttura, osserva, è volutamente disomogenea e adeguata al contesto locale piuttosto che centralizzata. Ogni villaggio si organizza in base alla geografia e alle specifiche minacce che deve affrontare, che si tratti di strade costruite dai coloni, della vicinanza agli avamposti o delle modalità delle incursioni. Alcune comunità operano con supporto esterno e strumenti di coordinamento più avanzati, mentre altre si affidano a risorse minime, a testimonianza di un sistema di protezione frammentato ma adattabile.

Eppure, sebbene l’etica della cura collettiva e del sumud rimanga intatta, gli strumenti si sono evoluti radicalmente. Ciò che un tempo veniva organizzato tramite volantini, scioperi e mobilitazioni di persona si è ora spostato su infrastrutture digitali che consentono il coordinamento in tempo reale e la documentazione immediata. Questa trasformazione ha introdotto una nuova essenziale dimensione: la capacità di tradurre le esperienze locali di violenza in narrazioni visibili a livello globale.

“I social media hanno rimodellato la natura del lavoro collettivo all’interno dei comitati di protezione”, afferma R.S. del comitato di Jenin. “Si basano in gran parte su app come WhatsApp e Telegram per il coordinamento immediato, sia per segnalare i movimenti dei coloni che per organizzare le ronde notturne”. Questo tipo di comunicazione istantanea conferisce ai comitati un’elevata capacità di risposta rapida e riduce la necessità di strutture organizzative complesse. “Chiunque può far parte della rete”, aggiunge.

Operare con meno risorse e condividere il peso

Nonostante usino abilmente le tecnologie digitali, i comitati di protezione locali rimangono ostacolati da risorse limitate e da un territorio imprevedibile.

Uno studio condotto da una ONG locale, la Palestinian Initiative for the Promotion of Global Dialogue and Democracy Foundation, evidenzia le difficoltà che affrontano i club giovanili, le organizzazioni di base e i comitati di quartiere e di volontariato, tra cui la mancanza di risorse logistiche, dispositivi di protezione individuale e attrezzature avanzate, ciò che pone i volontari in una posizione di notevole svantaggio.

I gruppi hanno anche subito molestie e attacchi da parte dei coloni e dell’esercito, inclusi episodi di sparatorie dirette contro i volontari delle pattuglie notturne. Nel villaggio di Beit Lid, a est di Tulkarem, che ha subito ripetuti attacchi da parte dei coloni, i comitati si sono trovati ad affrontare una forma inaspettata di disturbo. Alcuni giovani del villaggio hanno riferito di aver ricevuto improvvisamente messaggi nei loro gruppi WhatsApp che sembravano provenire dal telefono di un altro volontario, arrestato quella stessa notte dalle forze israeliane. I messaggi mettevano in guardia dal riunirsi o tentare di mobilitarsi in risposta all’attacco.

«I messaggi hanno creato un momento di confusione ed esitazione tra i gruppi, poiché i membri cercavano di capire se fossero autentici o inviati sotto costrizione», afferma A.S., membro dei comitati. «In seguito è risultato evidente a tutti i coinvolti che il telefono era stato usato mentre il proprietario era detenuto, trasformando uno strumento di coordinamento in un canale di intimidazione».

Nonostante questa interruzione i comitati hanno gradualmente ripreso il coordinamento, adattando le proprie pratiche di comunicazione a maggiore cautela e verifica. L’episodio ha messo in luce non solo i rischi fisici che i volontari affrontano, ma anche i metodi in continua evoluzione utilizzati per interferire con la risposta collettiva, intralciandola.

Aiuto reciproco

Un altro modo in cui i comitati operano è quello di impegnarsi in attività di mutuo soccorso per affrontare le conseguenze di un attacco dei coloni. Invece di lasciare che le famiglie colpite sopportino individualmente l’intero peso dei danni, il comitato distribuisce il carico all’intera comunità, considerando la perdita un onere sociale ed economico condiviso.

Un esempio è la città di Qaryut, che ha istituito un fondo di risarcimento comunitario per coloro che sono stati colpiti dagli attacchi dei coloni. “Abbiamo creato un comitato di otto persone e diviso i compiti tra loro”, afferma S.A., un membro del comitato. “Alcuni membri sono responsabili del monitoraggio e dell’organizzazione, altri della valutazione dei danni causati dagli attacchi per facilitare il risarcimento, e altri ancora del sistema di allerta precoce per gli abitanti del villaggio.”

Il meccanismo di risarcimento, spiega, è stato creato per garantire che le perdite non ricadano esclusivamente sulle vittime. “L’idea era che nessuno dovesse pensare che ciò che è accaduto riguardi solo lui”, afferma, spiegando che l’iniziativa, interamente autofinanziata, è pensata per fornire sostegno economico per i danni alle proprietà, ai terreni agricoli bruciati e ai familiari colpiti.

Questo sistema è stato attivato a Qaryut in risposta ai ripetuti attacchi dei coloni, tra cui un raid del settembre 2024 in cui due palestinesi sono rimasti feriti e un attacco del marzo 2026 in villaggi vicini che ha causato il ferimento di tre persone e l’incendio di diversi veicoli e proprietà comunali. Gli abitanti affermano che la violenza dei coloni coniuga ripetutamente aggressioni fisiche a danni ingenti all’agricoltura e alle proprietà. Oltre al risarcimento finanziario, il fondo fornisce anche materiale medico e sanitario di base ai feriti nei continui attacchi, rafforzando un sistema più ampio di resilienza comunitaria di fronte alla continua violenza dei coloni.

In tutta la Cisgiordania ogni comunità ha improvvisato la propria versione di questo sistema, utilizzando strumenti diversi, in terreni diversi e assumendosi rischi diversi. Ma la logica è la stessa ovunque: in assenza di protezione dall’alto, l’unica cosa che si frappone tra un villaggio palestinese e il prossimo attacco è il villaggio stesso. Il fondo di compensazione a Qaryut, le reti WhatsApp a Beit Lid, le pattuglie notturne a Sinjil: ogni villaggio ha trovato la propria risposta alla stessa domanda: come proteggere ciò che è tuo quando nessun altro lo fa?

Mentre lascio il sito di Sinjil, un turno sta per terminare e ne inizia un altro. Un piccolo gruppo si riunisce all’interno della tenda per un breve passaggio di consegne, durante il quale un giovane consegna il registro di servizio e aggiorna la squadra entrante su quanto osservato nelle ore precedenti. Il gruppo uscente si fa da parte mentre il nuovo turno si insedia; alcuni arrivano con bottiglie di energy drink e sigarette, che posano sul tavolo. La notte, come ogni notte, non è ancora finita.

Majd Jawad è giornalista e ricercatore originario di Jenin, in Palestina, in possesso di un master in Democrazia e Diritti Umani conseguito presso l’Università di Birzeit e di una laurea in Giornalismo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Secondo un rapporto le tattiche di Hezbollah nell’uso dei droni evidenziano le lacune israeliane nonostante i sistemi tecnologicamente avanzati

Redazione di MEMO

29 aprile 2026 – Middle East Monitor

Il quotidiano israeliano Maariv ha riferito che le capacità militari avanzate di Israele, inclusi il sistema di difesa missilistico Arrow e i velivoli F35 Lightning II, non sono riuscite a evitare i problemi operativi posti dalle innovative tattiche di Hezbollah nell’uso dei droni nel sud del Libano.

Secondo il rapporto, i corpi militari israeliani – in particolare la direzione dell’intelligence militare (AMAN) e quella della ricerca e sviluppo nella difesa (MAFAT) – erano impreparati per ciò che viene descritta come minaccia “micro-tattica” posta da droni piccoli ed economici.

Nel quotidiano si afferma che questi droni sono stati efficaci nel provocare vittime tra le forze israeliane e nell’ostacolare le operazioni sul terreno. Si è osservato che tali minacce non sono nuove e che sono due le principali tipologie identificate nell’uso militare: droni controllati attraverso comunicazioni senza fili e quelli via collegamenti in fibra ottica.

Mentre i droni senza fili possono essere contrastati con sistemi elettronici da guerra che disturbano i segnali, nel rapporto si dice che i droni a fibra ottica presentano una sfida più complessa perché non sono vulnerabili agli stessi metodi di interferenza.

Nel rapporto si aggiunge che queste tecnologie sono state disponibili per anni e si sostiene che l’esercito israeliano dovrebbe aver sviluppato contromisure ben in anticipo, in particolare data l’accessibilità di piattaforme per droni commerciali che possono essere adattate per scopi di combattimento.

Esso sottolinea i vantaggi tattici di tali droni, inclusi volo a bassa quota, scarsa rumorosità e ridotta rilevabilità da sistemi radar convenzionali, che insieme complicano gli sforzi per intercettarli.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)