Gli ospedali chiudono e si esauriscono i medicinali. Dopo Gaza adesso Israele sta provocando il collasso del sistema sanitario in Cisgiordania
31 maggio 2026 – Haaretz
Nelle farmacie pubbliche manca la maggior parte dei farmaci e molti pazienti non possono permettersi di acquistarli sul mercato privato. La confisca da parte di Israele delle entrate doganali ha peggiorato in modo significativo il debito del Ministero della Sanità palestinese, che avverte: presto non saremo più in grado di fornire i servizi sanitari essenziali.
Il sistema sanitario palestinese teme un peggioramento della condizione dei pazienti con malattie croniche in Cisgiordania ed un aumento del tasso di mortalità, a causa delle gravi difficoltà di bilancio dell’Autorità Palestinese e dell’impoverimento della sua popolazione. Il debito accumulato dal Ministero della Sanità palestinese nei confronti dei fornitori esterni, 2,6 miliardi di shekel [780 milioni di euro ca.], equivale quasi al suo bilancio attuale, 2,89 miliardi di shekel [870 milioni € ca.]
Come tutti i dipendenti del settore pubblico, anche i medici e gli infermieri ricevono metà del salario, o anche meno. La maggior parte dei farmaci non è disponibile nelle farmacie pubbliche e le scorte di farmaci salva-vita, come quelli per il cancro e le malattie renali, si stanno riducendo. Molti pazienti coperti dall’ assicurazione sanitaria pubblica non possono permettersi di acquistare le medicine nel mercato privato.
Gli operatori sanitari all’interno e fuori dal sistema pubblico definiscono la situazione “sull’orlo del collasso”. La settimana scorsa, prima della festività di Eid al-Adha [Festa del Sacrificio, seconda festività più importante del calendario islamico, ndt.], il Ministero della Sanità palestinese ha segnalato che la capacità di fornire servizi medici essenziali è a rischio, sottolineando che la crisi nel settore pubblico ha creato una reazione a catena, danneggiando anche istituzioni sanitarie di organizzazioni non governative e il settore privato.
Le due cause dirette e principali di questa situazione sono il sequestro da parte del Ministero delle Finanze israeliano delle entrate doganali sulle importazioni dell’Autorità Palestinese (detratti automaticamente dal Ministero i pagamenti dell’AP per la fornitura di prodotti come acqua e elettricità), e il divieto per circa 170.000 palestinesi di ritornare al loro lavoro in Israele.
Dall’inizio di maggio i medici e gli infermieri del settore pubblico palestinese in Cisgiordania sono scesi in sciopero per non aver ricevuto il salario pieno da diversi anni. Anche prima dello sciopero il personale lavorava solo part-time, come altri dipendenti del settore pubblico.
Gli ospedali pubblici forniscono solo cure salva-vita e la loro qualità è compromessa a causa della carenza di personale, dell’insufficienza di medicine e di attrezzature mediche disponibili e della difficoltà nel reperire risorse per la normale manutenzione e le riparazioni delle attrezzature esistenti. Lo sciopero coinvolge anche 447 cliniche del Ministero della Sanità, su un totale di 590 operative in Cisgiordania. Perciò sono anche compromessi i servizi di cura e monitoraggio per le donne incinte, le madri e i neonati, i bambini disabili e gli scolari.
Il debito di circa 2.6 miliardi di shekel (780 milioni di euro) accumulato dal Ministero della Sanità è suddiviso equamente tra gli ospedali non governativi – dove i pazienti sono indirizzati per le cure – e circa 30 aziende farmaceutiche di produzione e importazione.
Questa è l’opinione del Ministro della Sanità palestinese dr. Majed Abu Ramadan, che ha presentato queste osservazioni la settimana scorsa ad un incontro con rappresentanti delle aziende farmaceutiche. I rappresentanti hanno appreso da lui che su 1.260 tipi di farmaci che il Ministero della Sanità acquista regolarmente attualmente ce ne sono 260 nei magazzini e sugli scaffali.
Uno dei partecipanti a questo incontro era l’ex Ministro della Sanità dr. Fathi Abu Moghli, oggi membro dell’Associazione Produttori Farmaceutici. “Il dr. Abu Ramadan ha chiesto alle case farmaceutiche di resistere e continuare a fornire farmaci al Ministero, nonostante il debito a loro dovuto, che ha raggiunto 1.3 miliardi di shekel (390 milioni di euro)”, ha detto a Haaretz Abu Moghli, aggiungendo che molte aziende non sarebbero in grado di soddisfare questa richiesta poichè non dispongono più del capitale necessario ad acquistare i medicinali all’estero.
Il direttore dell’Associazione Produttori Farmaceutici, Muhannad Habash, ha detto che nel 2025 le aziende hanno fatto quanto loro possibile per continuare a fornire medicinali a credito, ma stanno faticando a farlo ancora quest’anno. In un’intervista a Radio Al-Raya Habash ha detto che dall’inizio dell’anno il Ministero della Sanità ha pagato solo 16 milioni di shekel (4 milioni e 800mila euro) ai fornitori farmaceutici.
Uno dei sei impianti produttivi farmaceutici in Cisgiordania è Dar al-Shifa (Pharmacare) il cui direttore, Bassem Khoury, afferma che il Ministero della Sanità gli deve circa 20 milioni di shekel. “Ma continueremo a fornire al Ministero i farmaci che produciamo, come antibiotici per bambini e farmaci per la cura del diabete e la pressione alta, poichè è un nostro dovere verso la comunità”, ha dichiarato a Haaretz Khoury, aggiungendo che il debito del Ministero della Sanità verso altre aziende è molto più alto.
L’altra metà dell’ingente debito è verso gli ospedali privati. “Gli ospedali pubblici hanno bravi medici, ma la lista d’attesa per gli interventi è molto lunga”, ha detto a Haaretz S., un chirurgo palestinese che lavora in ospedali non profit a Gerusalemme e in Cisgiordania. Abu Moghli afferma che a causa delle croniche difficoltà di bilancio il Ministero della Sanità non è stato in grado di aumentare il numero del personale medico nel corso degli anni, nonostante molti laureati in medicina e infermieristica siano disoccupati.
Lo scarso numero di medici nel sistema pubblico è uno dei motivi per cui il Ministero della Sanità indirizza i pazienti agli ospedali privati, come An-Najah a Nablus (un ospedale universitario), Istishari Arab Hospital a Ramallah e due ospedali a Gerusalemme est, Makassed Hospital e Augusta Victoria Hospital, l’accesso ai quali necessita di un permesso israeliano di spostamento. I pazienti sono anche indirizzati per le cure in Giordania e, meno frequentemente che in passato, in Israele.
Nel 2024 vi sono stati 96.000 deferimenti per cure esterne, che costano al Ministero della Sanità palestinese circa 960 milioni di shekel (290 milioni di euro). Fino a ottobre 2023 il Ministero ha anche coperto il trasferimento di pazienti dalla Striscia di Gaza alla Cisgiordania e a Gerusalemme.
A causa del debito dell’Autorità Palestinese verso gli ospedali privati, ha detto il chirurgo S. a Haaretz, questi ospedali sono anche costretti a ridurre i salari dei propri dipendenti e alcuni loro conti bancari sono scoperti. Ai pazienti viene addirittura richiesto di pagare parte dei dispositivi essenziali per la chirurgia disponibili, ha detto. Alcuni pazienti contraggono prestiti o contano sull’aiuto di amici per acquistare i loro farmaci regolari.
Medici e pazienti testimoniano che per via della chiusura delle cliniche la pressione nei pronto soccorso negli ospedali pubblici e negli istituti medici non governativi non ha fatto che crescere. Lo stress e le lunghe attese per gli esami medici creano tensione tra i pazienti e i loro familiari, gli altri pazienti e il personale medico. Sono anche stati riportati casi di violenza verso i medici.
La crisi del sistema sanitario è dovuta a due fattori addizionali, segnala il dr. Mustafa Barghouti, direttore della Palestinian Medical Relief Society, che fornisce servizi medici non profit. Secondo lui il numero di persone che richiedono cure presso le cliniche dell’organizzazione è anch’esso aumentato. Un fattore è dato dallo sforzo diretto e dichiarato da parte di Israele di cacciare dall’area l’UNRWA – UN Relief and Works Agency for Palestine Refugees in Medio Oriente – e organizzazioni di aiuti internazionali come Doctors Without Borders, nonchè l’ordine di chiusura di parecchie organizzazioni della società civile palestinese. Tutte queste organizzazioni sono state costrette a ridurre le prestazioni mediche che fornivano o agevolavano.
Un altro fattore, ha spiegato, sono gli oltre 1.000 checkpoint e posti di blocco permanenti sulle strade della Cisgiordania, che impediscono l’accesso veloce alle cure e costringono il personale medico e le ambulanze a percorrere strade complicate e tortuose o a trasferire i pazienti e i feriti da spari israeliani utilizzando la modalità “back-to back” in base alla quale un paziente viene portato con un veicolo o una barella ad un cancello chiuso o un posto di blocco all’uscita da una località e poi trasferito su un’ambulanza all’altro lato. Questo è un aggravio di bilancio e inoltre compromette la disponibilità del personale. L’allungamento del tempo di viaggio, che include lunghe attese ai checkpoint gestiti dai soldati, accresce anche i costi del viaggio e a volte il personale medico è costretto a pagare personalmente le spese e a lottare per avere i rimborsi.
S. ricorda un medico specialista che non è riuscito a eseguire un’operazione urgente all’ospedale di Hebron a causa di un’incursione dell’esercito nel suo villaggio e della chiusura dell’accesso.
B., madre di un figlio affetto da paralisi cerebrale, non lo manda più in una scuola speciale a Ramallah perché la strada diretta per uscire dal loro villaggio dal 7 ottobre è stata chiusa da una grata di ferro sbarrata. “La corsa con un taxi speciale è diventata più costosa e mio marito ha smesso di lavorare in Israele. Per un po’ ho potuto ancora pagare i farmaci per mio figlio, ma non li compro da due settimane.”, ha detto. Secondo il dr. Barghouti: “Se si mettono insieme tutti i fattori che determinano la crisi del sistema sanitario la conclusione è che questo è il risultato di un piano accurato e calcolato
Il Ministero della Sanità ha creato una squadra di emergenza guidata dal direttore generale del ministero, Wael al-Sheikh (fratello di Hussein al-Sheick, vicepresidente dell’Autorità Palestinese). Ogni tanto una donazione risolve un’emergenza o l’altra. L’Unione Europea assiste l’ospedale Augusta Victoria e, secondo Abu Moghli, ha anche promesso di trasferire 23 milioni di euro agli ospedali della Cisgiordania e una analoga cifra ai fornitori farmaceutici. Ma queste somme sono trascurabili a confronto del debito totale del ministero.
L’economia palestinese era vacillante anche prima che la confisca delle entrate doganali diventasse una prassi. Già nel 2013 un rapporto della Banca Mondiale affermò che il controllo israeliano sulla maggior parte della Cisgiordania impedisce la realizzazione delle potenzialità economiche della società palestinese e le provoca perdite che ammontano a diversi miliardi di dollari all’anno (3,4 miliardi di dollari nel 2011). Queste costanti perdite hanno creato una dipendenza dalle donazioni estere, che sono diminuite nel corso degli anni, e hanno avuto un impatto diretto sui limitati bilanci per lo sviluppo e sui magri bilanci dei ministeri sociali, come quelli dell’educazione e della sanità.
(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)