Donald Trump sta realizzando il mio sogno: che Israele risponda delle sue azioni

Gideon Levy

21 giugno 2026 – Haaretz

A volte i sogni si avverano. Per anni io ed altri dinosauri abbiamo sognato la pressione internazionale e le sanzioni come ultima via d’uscita dal caos. Sapevo che gli israeliani non si sarebbero mai svegliati una mattina dicendo “facciamola finita con tutto questo – l’occupazione, l’apartheid, il controllo di un altro popolo – perché è orribile.”

Sapevo che semplicemente non sarebbe accaduto. Pensavo che ciò che ha funzionato a meraviglia contro il primo regime di apartheid, quello del Sudafrica – le sanzioni, l’ostracismo e il boicottaggio internazionale che hanno portato alla sua caduta – avrebbe funzionato bene anche contro il secondo regime di apartheid, quello praticato in Israele.

Sapevo anche che la chiave di ogni cambiamento nell’atteggiamento della comunità internazionale verso Israele sta a Washington. Senza di essa non ci può essere nessuna efficace pressione internazionale su Israele. Confidavo in un illuminato e coraggioso presidente americano come Barack Obama, che avrebbe messo fine alle corrotte e distorte relazioni tra il suo Paese e Israele.

Ho sognato il momento in cui gli israeliani sarebbero stati costretti a riconoscere che è impossibile continuare in questo modo, con incredibile arroganza verso gli Stati Uniti e con evidente disprezzo per il mondo intero, senza pagarne il prezzo.

Quel momento adesso sta arrivando. Non un presidente liberale, ma piuttosto il più ottuso di tutti presidenti americani sta predicando moralità a Israele come fosse René Cassin, il giurista ebreo francese coautore della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Il vicepresidente, che è più conservatore del comandante in capo, lancia ammonimenti senza precedenti. I loro contenuti parlano da soli, la loro logica suona così: non c’è bisogno di distruggere un intero edificio perché dentro potrebbe esserci un militante di Hezbollah; non è carino attaccare il presidente USA, l’ultimo amico al mondo di Israele; la Siria potrebbe fare un lavoro migliore di Israele in Libano; due terzi delle armi e munizioni che proteggono Israele sono fabbricate e pagate dagli USA: la voce della ragione proviene da Washington.

È ragionevole ritenere che queste dure parole non rimarranno nel regno della retorica, ma verranno seguite da azioni. Un’amministrazione così concentrata su sè stessa e sul proprio onore non si pulirà la faccia dallo sputo dicendo che piove.

Insieme alla sensazione di amarezza, giustificata o no, per il fatto che Israele ha spinto la superpotenza in una guerra fallimentare, sorgerà una nuova alba sulle relazioni tra i due Paesi, una fredda e nuvolosa mattina. Le elezioni in USA non cambieranno le cose. Non ci sarà più un “amico di Israele” alla Casa Bianca, qualcuno che pensa che a Israele si debba permettere tutto, incondizionatamente.

È impossibile compiacersi per questo. Da un lato è l’ultima possibilità di una correzione. Dall’altro lato è un grave colpo a Israele e agli israeliani. Il più grande pericolo per lo Stato, più grande di qualunque minaccia iraniana, sta prendendo forma davanti ai nostri occhi attoniti.

Quando Washington batterà un colpo, l’Europa si unirà volentieri anch’essa. Stanno solo aspettando il segnale. È difficile immaginare come Israele possa cavarsela senza il mondo. Il mondo lo odierà come ha fatto con altri Stati paria. È spaventoso e sarà doloroso. Ma è la nostra ultima speranza.

Perciò bisogna essere grati al presidente Donald Trump per cambiare le vuote e inutili parole pronunciate da tutti i suoi predecessori liberali e svoltare verso un rivoluzionario cambio di politica.

Basta con dissennati aiuti senza condizioni, ma una condizione legata ad ogni dollaro e ogni missile: comportati bene o pagane il prezzo. Non puoi più fare come ti pare: assassinare, violentare, violare la sovranità nazionale e il diritto internazionale impunemente. In un simile contesto Israele non sarà più in grado di continuare a farsi beffe della comunità internazionale, la quale è completamente unita nell’opposizione all’occupazione.

Che lo voglia o no, Israele dovrà prendere atto di tutto ciò. Si sono già viste le prime crepe: un accordo fatto con l’Iran senza tenere in minimo conto Israele, che per anni ha ignorato gli Stati Uniti e il mondo intero.

Questo è solo l’inizio: un mondo che è stato atterrito da ciò che Israele ha fatto nella Striscia di Gaza pretenderà una resa dei conti. Uno Stato genocida non può più essere il cocco del mondo occidentale. Uno Stato i cui cittadini compiono tutti i giorni dei pogrom con l’appoggio dei suoi soldati non farà parte della famiglia delle nazioni. Il sogno sta iniziando ad avverarsi. Sarà un incubo.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)