I palestinesi riferiscono che coloni e IDF hanno fatto irruzione in una moschea in Cisgiordania e appeso bandiere israeliane

Jack Khoury e Matan Golan

27 giugno 2026 Haaretz

Fonti ufficiali palestinesi hanno affermato che nel cortile si suonava musica ebraica. I funzionari del Waqf [trust che gestisce beni immobili musulmani inalienabili di scopo religioso o caritatevole, ndt.] hanno dichiarato che la chiamata del muezzin dalla Grotta dei Patriarchi [Grotta di Machpelah per gli ebrei e Moschea di Ibrahim per i musulmani, nel cuore della Città Vecchia di Hebron, ndt.] è stata bloccata per cinque giorni per “manutenzione” e che il direttore della moschea, Mu’taz Abu Sanina, è stato rimosso per 12 giorni, la terza di tali sospensioni

Secondo l’agenzia di stampa palestinese WAFA venerdì truppe e coloni israeliani sono entrati nella moschea di al-Ras a Hebron, espellendo i fedeli e impedendo le preghiere del mattino. L’agenzia ha inoltre riferito che bandiere israeliane sono state appese alle pareti e che nel cortile è stata diffusa musica ad alto volume.

Il Ministero palestinese del Waqf e degli Affari Religiosi ha condannato l’incidente, definendolo una “grave escalation” degli attacchi contro i luoghi di culto a Hebron.

In secondo luogo fonti palestinesi hanno riportato che per cinque giorni le autorità israeliane hanno vietato al Waqf musulmano di Hebron di intonare la chiamata alla preghiera nella Moschea di Ibrahimi adducendo lavori di manutenzione, e hanno limitato l’accesso al personale e al direttore della moschea.

Secondo le segnalazioni entrambi sono stati allontanati dal sito per 12 giorni, il terzo allontanamento di questo tipo nelle ultime settimane. Il direttore della moschea, Muataz Abu Sanina, ha affermato che l’accesso del personale del Waqf è stato limitato e le preghiere ritardate, aggiungendo che i lavori in corso nel sito vanno ben oltre la semplice manutenzione ordinaria.

Abu Sanina ha inoltre dichiarato che l’accesso del personale del Waqf è stato ripetutamente limitato e che, di fatto, gli orari di preghiera vengono alterati a prescindere da quelli ufficiali.

L’inasprimento giunge dopo che il Ministro delle Finanze [israeliano] Bezalel Smotrich ha annunciato all’inizio di questo mese che l’autorità in materia di pianificazione e costruzione in alcune zone di Hebron è stata trasferita dal Comune di Hebron all’Amministrazione Civile [organismo militare israeliano che gestisce i territori palestinesi occupati, ndt.], a seguito di una decisione del governo dello scorso febbraio. [Secondo il Protocollo di Hebron del 1997 la città è suddivisa in: Zona H1 (circa l’80% della città) gestita amministrativamente e per la sicurezza dall’Autorità Palestinese, e la Zona H2 (circa il 20% della città, che comprende il centro storico e i luoghi santi) in cui il controllo civile e della sicurezza è sotto la diretta autorità di Israele, ndt.]

Secondo quanto riportato da fonti in lingua ebraica, il Consiglio Supremo di Pianificazione dell’Amministrazione Civile ha approvato il trasferimento dell’autorità di pianificazione su otto siti, tra cui la Grotta dei Patriarchi, i siti di sepoltura ebraici nella zona H2 della città e la tomba di Othniel ben Kenaz nella zona H1, la parte di Hebron amministrata dai palestinesi in base all’Accordo di Hebron del 1997.

Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) non hanno risposto alle nostre domande in merito.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’ONU sostiene che Israele perpetra il genocidio mirando ai bambini palestinesi

Redazione di Middle East Monitor

23 giugno 2026 Middle East monitor

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato martedì Israele continua a commettere genocidio e altri crimini atroci prendendo deliberatamente di mira i bambini palestinesi.

“Le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno deliberatamente preso di mira i bambini palestinesi macchiandosi di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra nella Striscia di Gaza e di crimini di guerra in Cisgiordania”, si legge nel rapporto pubblicato dalla Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati, inclusa Gerusalemme Est, e Israele.

La Commissione ha affermato di aver concluso lo scorso anno che Israele ha operato un genocidio contro i palestinesi a Gaza, e ha constatato che l’intensità e la sistematicità delle operazioni militari israeliane sono continuate causando morti, feriti e traumi senza precedenti tra i bambini palestinesi.

“Il deliberato attacco ai bambini è uno degli elementi chiave che dimostrano l’intento genocida delle autorità e delle forze di sicurezza israeliane nel distruggere, in tutto o in parte, il popolo palestinese a Gaza”, ha affermato la Commissione.

“Le prove dimostrano che i bambini palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira e uccisi dalle forze di sicurezza israeliane”, ha dichiarato Srinivasan Muralidhar, presidente della Commissione.

“Anche dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 i bambini continuano a essere uccisi e gravemente feriti, con il continuo disprezzo da parte di Israele per il cessate il fuoco e per la protezione dovuta ai bambini palestinesi secondo il diritto internazionale”, ha aggiunto.

“Bambini palestinesi sono stati arrestati e sottoposti a torture e altre gravi forme di maltrattamento nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani, senza che fossero rilasciate informazioni sulla loro ubicazione”, ha concluso la Commissione.

“Le forze di sicurezza israeliane hanno usato anche violenza sessuale contro i bambini come parte di un processo collettivo di umiliazione e oppressione, radicato in un esteso modello etnico, di genere e intergenerazionale di occupazione e aggressione israeliane”, aggiunge il rapporto.

Il documento afferma che gli attacchi israeliani contro i centri di assistenza neonatale e materna a Gaza hanno danneggiato direttamente la sopravvivenza dei neonati e il futuro riproduttivo dei palestinesi, causando un aumento degli aborti spontanei, delle malformazioni congenite e di vulnerabilità permanenti tra i neonati.

“La fame imposta da Israele attraverso il blocco e l’assedio ha ulteriormente causato la morte di bambini palestinesi e ha gravemente compromesso la salute di molti altri, privandoli di un’alimentazione essenziale e aumentando il rischio di malattie in un contesto di ridotta copertura vaccinale, insicurezza alimentare e servizi sanitari distrutti”, prosegue il rapporto.

“Anche se le bombe e le armi tacessero a Gaza e in Cisgiordania, i bambini palestinesi non si riprenderebbero semplicemente da un giorno all’altro”, ha affermato Muralidhar. “La distruzione della loro salute, istruzione e sviluppo è irreversibile”.

“La protezione, la cura e la sopravvivenza dei bambini palestinesi sono inseparabili dal diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese”, ha affermato Muralidhar. “Prendendo di mira i bambini, Israele attacca la capacità stessa del popolo palestinese di esistere e di determinare il proprio futuro”.

La Commissione ha dichiarato di aver identificato unità militari israeliane responsabili dell’uccisione e del ferimento di bambini palestinesi e ha formulato raccomandazioni a Israele e agli Stati membri delle Nazioni Unite per garantire che i responsabili vengano incriminati.

Secondo il Ministero della Salute di Gaza dalla fine del 2025 gli attacchi israeliani hanno ucciso 1.021 palestinesi e ne hanno feriti altri 3.249, in violazioni quotidiane del cessate il fuoco in vigore.

La guerra genocida di Israele contro Gaza, iniziata nell’ottobre 2023, ha causato la morte di 73.032 persone, il ferimento di oltre 173.300 e la distruzione di circa il 90% delle infrastrutture dell’enclave; le Nazioni Unite stimano che i costi di ricostruzione ammontino a circa 70 miliardi di dollari.

Dall’ottobre 2023 le città e i paesi della Cisgiordania sono stati teatro di raid israeliani quasi quotidiani, con arresti e perquisizioni domiciliari. Secondo i dati ufficiali palestinesi l’intensificarsi degli attacchi da parte dell’esercito israeliano e degli occupanti ha causato la morte di 1.173 palestinesi, il ferimento di 12.666, l’arresto di circa 23.000 persone e lo sfollamento di 33.000.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Un piano finanziario del governo israeliano intende trasformare un sito archeologico palestinese in una struttura per coloni

Redazione di MEMO

23 giugno 2026 – Middle East Monitor

Il parlamentare di estrema destra della Knesset israeliana Zvi Sukkot ha annunciato un nuovo progetto di insediamento che ha per obiettivo il sito archeologico delle Piscine di Fasayel [villaggio palestinese nel governatorato di Gerico, ndt.], nella valle del Giordano occupata, attraverso un piano per ripristinare il sito e trasformarlo nei prossimi mesi in un resort turistico e un’area balneare organizzata.

Il progetto riceverà un finanziamento diretto del governo [israeliano] di tre milioni di shekels [circa 900.000 €] allocati dal ministro delle finanze Bezalel Smotrich.

In dichiarazioni pubblicate sui profili dei suoi social media e su media israeliani, Sukkot ha affermato che il progetto ha l’obiettivo di riqualificare un sito noto in Israele come le Piscine di Erode. Ha dichiarato che l’area ha sofferto per abbandono e vandalismo accusando i palestinesi della regione di “rubare l’acqua” provocando il disseccamento delle antiche piscine.

Sukkot ha anche pubblicato fotografie della sua visita al sito insieme al ministro del patrimonio israeliano Amichai Eliyahu, di estrema destra, annunciando l’avvio di azioni concrete per implementare il progetto.

Osservatori affermano che l’azione fa parte della continua politica israeliana avente per obiettivo prendere il controllo dei siti archeologici palestinesi e cambiarne l’immagine come luoghi di rilevanza ebraica o biblica.

Il progetto accompagna una serie di misure dell’attuale governo israeliano per incrementare il controllo sulla valle del Giordano, usando l’archeologia e il turismo come strumenti per espandere la presenza delle colonie e imporre nuovi fatti sul terreno.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La Corte Penale internazionale deve indagare sull’uso genocidario della violenza sessuale da parte di Israele.

Triestino Mariniello e Mariagiulia Giuffré

22 giugno 2026 – Al Jazeera

Esistono sempre più prove della natura sistematica delle aggressioni sessuali contro i detenuti palestinesi.

Prima degli eventi dell’ottobre 2023 le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato per decenni accuse di violenza e abuso sessuale contro i detenuti palestinesi reclusi nelle carceri israeliane. Dall’ottobre 2023 queste organizzazioni hanno segnalato un netto aumento della frequenza e della gravità di tali violazioni, documentando violente aggressioni perpetrate da guardie carcerarie e soldati israeliani.

Il documentario di Al Jazeera recentemente pubblicato, “Bodies of Evidence” [Corpi di Reato, ndt.], offre scioccanti testimonianze personali di sopravvissuti palestinesi e ulteriori dettagli sul funzionamento interno del sistema che ha portato alla costituzione della commissione sulle torture sessuali contro donne, uomini e bambini palestinesi.

Con l’accumularsi di queste prove sta emergendo un quadro inquietante di un più ampio schema di violenza sessuale nel sistema carcerario israeliano, finalizzato all’umiliazione, al dominio, alla disumanizzazione e alla distruzione. Sembra sempre più evidente che Israele abbia utilizzato la violenza sessuale come arma nel quadro della sua campagna genocidaria contro il popolo palestinese.

Israele utilizza un vasto apparato penitenziario per controllare la popolazione palestinese occupata dal 1967. Secondo le stime, da allora oltre 750.000 palestinesi sono stati reclusi nel sistema carcerario israeliano. Attualmente nelle prigioni israeliane ci sono almeno 9.500 detenuti palestinesi, tra cui oltre 360 ​​minori. Circa 3.500 palestinesi sono imprigionati in regime di “detenzione amministrativa”, ovvero senza accusa né processo. Inoltre più di 1.300 palestinesi provenienti da Gaza sono detenuti in carceri militari.

Le testimonianze dei sopravvissuti dimostrano che gli abusi non si limitano alle prigioni ma si verificano in ogni fase della detenzione: dall’arresto durante perquisizioni domiciliari, alle irruzioni in ospedale, ai controlli ai posti di blocco o durante le operazioni militari, fino al trasferimento, all’interrogatorio, alla reclusione e alla comparizione davanti ai tribunali militari.

Di conseguenza la responsabilità è condivisa tra diversi attori all’interno dell’apparato di sicurezza israeliano: l’esercito, la polizia, il Servizio Penitenziario Israeliano (IPS), che dipende dal Ministero della Sicurezza Nazionale, e il servizio di intelligence Shin Bet, che opera sotto l’autorità del Primo Ministro.

Il quotidiano israeliano Haaretz ha recentemente indicato diversi funzionari israeliani come “collaboratori” negli abusi sui prigionieri palestinesi, tra cui il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, il commissario capo, il consulente legale e il responsabile medico dell’IPS, rispettivamente: Kobi Yaakobi, Eiran Nahon, il dottor Liav Goldstein.

I detenuti palestinesi hanno denunciato di essere stati sottoposti a vari abusi: spogliazione forzata, bendaggio, ammanettamento, percosse, fame, privazione del sonno, aggressioni ai genitali, violenza sessuale, stupro con oggetti o cani, umiliazioni di fronte a soldati e altri detenuti, negazione di cure mediche e intralcio al procedimento giudiziario.

Dopo il 7 ottobre 2023 l’esercito israeliano ha iniziato ad arrestare in massa i palestinesi di Gaza e a inviarli in campi di detenzione gestiti da militari. Sde Teiman, una base militare israeliana convertita in centro di detenzione è diventata tristemente nota per gli abusi generalizzati, grazie anche ad un video trapelato che mostrava dei soldati aggredire un detenuto palestinese, video che ha suscitato una condanna internazionale ma non ha portato ad alcuna azione di accertamento delle responsabilità.

L’importanza di documentare questi ripetuti abusi risiede anche nel modello che essi rivelano. Rapporti, testimonianze di sopravvissuti e informazioni raccolte da organizzazioni per i diritti umani smentiscono l’affermazione che tali episodi siano atti isolati commessi da poche “mele marce”. Al contrario, indicano un modello più ampio di violenza sistematica perpetrata da autorità dello stato.

Dal punto di vista legale la distinzione è cruciale: un singolo atto di violenza sessuale viene trattato in modo molto diverso da aggressioni ripetute e generalizzate. Un singolo atto di violenza sessuale commesso nel contesto di un’occupazione bellica può configurarsi come crimine di guerra. Tuttavia quando tali atti sono sistematici possono costituire crimini contro l’umanità. Quando la tortura sessuale viene inflitta a membri di un gruppo protetto con l’intento di distruggere tale gruppo in tutto o in parte può anche configurarsi come genocidio.

Nei contesti genocidari la violenza sessuale ha lo scopo di attaccare l’individuo attraverso il gruppo e il gruppo attraverso l’individuo. Utilizza lo stigma come arma. Trasforma il corpo nel campo di battaglia per la distruzione del gruppo.

Le testimonianze dei sopravvissuti palestinesi mostrano chiaramente la disumanizzazione – il fondamento ideologico del genocidio – in atto. L’azione genocida inizia con un cambiamento della percezione del gruppo preso di mira. La vittima viene prima privata della sua individualità, poi della sua dignità, infine della sua umanità. Fin dall’inizio del genocidio a Gaza i palestinesi sono stati identificati come “animali umani” da alti funzionari israeliani. Di conseguenza la violenza non solo è diventata ammissibile ma addirittura incoraggiata.

Le testimonianze di soldati che ridono, filmano, applaudono, deridono e si vantano di violenze sessuali e di altro genere hanno una rilevanza giuridica. Suggeriscono non solo che gli abusi si siano verificati ma anche che siano stati normalizzati.

La Convenzione sul genocidio non definisce il genocidio solo come uccisione. Include anche il causare gravi danni fisici o mentali ai membri di un gruppo protetto, l’infliggere deliberatamente condizioni di vita calcolate per provocare la distruzione del gruppo e l’imporre misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo.

La violenza sessuale può rientrare in queste categorie. Non è necessario che comporti la sterilizzazione per essere rilevante ai fini del divieto, sancito dalla Convenzione, di misure volte a impedire le nascite. La tortura sessuale può causare danni fisici permanenti agli organi riproduttivi, aumentando il rischio di infertilità, complicazioni in gravidanza e problemi cronici di salute riproduttiva.

Può inoltre portare a gravi traumi psicologici e difficoltà nelle relazioni intime, nelle relazioni interpersonali e nella futura genitorialità. La violenza mirata ai genitali, lo stupro con oggetti, l’elettrocuzione, la nudità forzata, le minacce di esposizione sessuale e la distruzione psicologica della vita sessuale e familiare possono quindi essere tutte pratiche perpetrate con l’intento di annientare la capacità di un gruppo di riprodursi biologicamente e socialmente.

Il Tribunale penale internazionale per il Ruanda lo ha riconosciuto nella storica sentenza Akayesu. In quel caso il Tribunale ha stabilito che lo stupro e la violenza sessuale possono costituire genocidio se commessi con intento genocida. In altre parole, ha ammesso che la violenza sessuale può essere un metodo di distruzione di un gruppo. In Ruanda è stata effettivamente utilizzata con l’intento di distruggere la popolazione dei Tutsi.

In Bosnia la violenza sessuale è stata usata come arma di persecuzione etnica, con l’intento di contribuire alla distruzione o all’allontanamento di gruppi specifici da determinate aree. In Myanmar, i crimini di genere contro i Rohingya sono parte integrante della campagna genocidaria.

Come ampiamente riportato il sistema giudiziario israeliano è restio, e probabilmente persino incapace, di perseguire qualsiasi crimine grave, compresa la violenza sessuale, commesso da cittadini israeliani contro palestinesi. Commissioni d’inchiesta indipendenti delle Nazioni Unite hanno ripetutamente documentato che il sistema di giustizia militare israeliano presenta carenze strutturali, procedurali e istituzionali che compromettono l’effettiva individuazione dei responsabili delle presunte violazioni del diritto internazionale. Quando un sistema giudiziario è strutturato in modo tale da proteggere di fatto i presunti autori dei reati anziché garantire che questi rendano conto delle proprie azioni davanti alle vittime, esso non riesce a scoraggiare le violazioni gravi e, di conseguenza, favorisce il protrarsi di comportamenti illeciti, comprese le forme più gravi di abuso.

Laddove si riscontri uno schema coerente di gravi accuse è necessario avviare con urgenza un’indagine al livello giuridico competente. La Corte penale internazionale (CPI) deve indagare sulla violenza sessuale contro i palestinesi non solo come crimine di guerra. Alla luce della natura diffusa e sistematica di tale violenza l’Ufficio del Procuratore della CPI deve considerare questi atti come potenziali crimini contro l’umanità. Nel contesto della devastazione di Gaza, delle detenzioni di massa, degli sfollamenti forzati, della fame, della disumanizzazione e delle torture sistematiche la Corte deve anche indagare sulla violenza sessuale come potenziale atto genocida.

La natura sistematica della presunta violenza sessuale contro i palestinesi richiede che le indagini non si limitino ai diretti o materiali autori di tali crimini. Laddove tali atti siano stati denunciati in carceri o strutture di detenzione militari l’ambito investigativo deve estendersi all’intera catena di responsabilità, includendo singole guardie o soldati accusati di aver commesso gli abusi, supervisori diretti responsabili della loro condotta e comandanti delle strutture che sovrintendono alle operazioni di detenzione.

Nel caso di detenzione militare la responsabilità può estendersi ai comandanti di unità, alle autorità di polizia militare e al Procuratore Generale Militare israeliano, responsabile della supervisione delle indagini e dei procedimenti giudiziari nell’ambito del sistema di giustizia militare.

Laddove la detenzione sia amministrata da strutture carcerarie civili, come l’IPS (Servizio Penitenziario Israeliano), la responsabilità può estendersi anche ai direttori delle carceri, ai comandanti regionali e agli alti funzionari amministrativi responsabili delle politiche e delle condizioni di detenzione.

A livello di politica e supervisione il controllo può inoltre includere le autorità del Ministero della Difesa e, ove pertinente, i funzionari di livello ministeriale responsabili dell’amministrazione penitenziaria, delle politiche di detenzione e dell’approvazione delle prassi sistemiche che riguardano i detenuti.

Se la Corte Penale Internazionale non persegue questi atti criminali la conseguenza non sarà solo l’impunità, ma anche l’erosione della funzione deterrente del diritto penale internazionale stesso. In contesti in cui gravi violazioni sono ampiamente e ripetutamente documentate la persistente mancata persecuzione rischia di normalizzare modelli di abuso e di radicarli nella prassi istituzionale.

L’assenza di un effettivo accertamento di responsabilità crea quindi le condizioni in cui l’impunità si autoalimenta: un ambiente permissivo in cui le violazioni possono ripetersi con un ridotto timore di indagini o sanzioni. In questo senso, l’impunità non è semplicemente la conseguenza dell’abuso, ma il terreno fertile in cui esso può persistere ed espandersi, includendo le forme più gravi di maltrattamento come la tortura sessuale.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle degli autori e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Triestino Mariniello è professore di diritto presso la Liverpool John Moores University nel Regno Unito. È inoltre membro del team legale che rappresenta le vittime di Gaza dinanzi alla Corte penale internazionale (CPI).

La dottoressa Mariagiulia Giuffré è una giurista di fama internazionale specializzata in diritto internazionale ed europeo, diritti umani e diritto dell’immigrazione.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




In Israele un palestinese detenuto muore e mostra segni di tortura

Redazione di Middle East Eye

22 giugno 2026 MiddleEastEye

Famiglia e avvocati affermano di aver visto gravi ematomi sul corpo del ventunenne dopo la sua morte all’ospedale di Barzilai, avvenuta dopo settimane nelle prigioni dello Shin Bet

Un palestinese cittadino di Israele, detenuto dall’agenzia di sicurezza interna Shin Bet, è morto in ospedale dopo essere stato trovato privo di sensi nella sua cella. La famiglia e i suoi avvocati hanno riferito di aver riscontrato gravi ematomi sul suo corpo. Secondo un articolo di Haaretz Saber Amitel, 21 anni, era stato arrestato all’inizio di questo mese e trasferito nel carcere di Shikma ad Ashkelon, dove gli era stato negato ogni contatto con un avvocato. Era sospettato di traffico d’armi.

La polizia ha comunicato ai suoi avvocati e alla famiglia che avrebbe tentato il suicidio.

Alla famiglia e al suo team legale è stato permesso di fargli visita solo dopo che Haaretz ha chiesto informazioni sul caso.

Quando l’8 giugno i suoi avvocati lo hanno visitato all’ospedale Barzilai hanno riscontrato gravi ematomi sul suo corpo, secondo quanto riportato da Haaretz.

È deceduto il 20 giugno. Il suo corpo è stato trasferito al Centro Nazionale di Medicina Legale in attesa di ulteriori accertamenti.

La famiglia si è rifiutata di autorizzare l’autopsia per motivi religiosi, e dunque si prevede che verrà effettuato solo un esame esterno.

Amitel, residente nel Negev, non aveva precedenti penali e lavorava come fabbro e saldatore in una fonderia.

Suo padre Odeh ha dichiarato ad Haaretz che il figlio si era recato a Beersheba il giorno dell’arresto e poi era scomparso.

La famiglia lo aveva cercato per due giorni prima di denunciarne la scomparsa alla polizia, e a quel punto le è stato comunicato che era stato arrestato.

“Siamo arrivati ​​al Centro Medico di Barzilai e lo abbiamo trovato attaccato a tutte le macchine. Era come un vegetale; il suo cervello non funzionava”, ha detto Odeh ad Haaretz.

“Il personale medico ci ha detto che era arrivato in quelle condizioni”, ha aggiunto. “Era sotto sorveglianza e ammanettato. Da ragazzo sano, arrestato che camminava sulle sue gambe, è finito in questo stato”.

Odeh ha respinto l’ipotesi che suo figlio si sia tolto la vita. “Saber non è mai stato fermato. Ho cresciuto un bravo ragazzo, gentile e tranquillo. Non ha mai fatto del male a nessuno”, ha affermato.

“Mi hanno portato via un ragazzo sano solo per restituirmelo morto. In questo Paese non c’è più legge; le persone vengono uccise sotto tortura”.

“Nessun precedente penale”

Gli avvocati di Amitel hanno presentato un ricorso d’urgenza al Tribunale Distrettuale di Beersheba chiedendo un’inchiesta giudiziaria sulle circostanze della sua morte, contro il Servizio Penitenziario Israeliano, lo Shin Bet, alla polizia e il Centro medico Barzilai.

Stanno inoltre cercando i filmati delle telecamere di sorveglianza del carcere di Shikma, i registri di servizio e i documenti medici.

“È inconcepibile che la polizia e lo Shin Bet abbiano arrestato un giovane, sano di corpo e di mente, incensurato, che lavorava da tempo in una fabbrica per mantenere la famiglia, e lo abbiano restituito alla famiglia da morto”, hanno dichiarato ad Haaretz i suoi avvocati Esther Bar Zion e Victor Ozen.

Il Servizio Penitenziario Israeliano ha affermato che non avrebbe commentato dettagli medici o personali riguardanti un detenuto e che “le circostanze sono al vaglio delle autorità competenti”.

Lo Shin Bet ha dichiarato che Amitel “è stato interrogato in conformità con la legge” e che il 7 giugno “è emerso che il detenuto avesse tentato il suicidio nella sua cella”, dopo di che è stato trasferito in ospedale.

Dall’inizio del genocidio a Gaza nell’ottobre 2023 almeno 100 prigionieri palestinesi sarebbero morti sotto la custodia israeliana.

Tuttavia si ritiene generalmente che questa sia una sottostima e che la cifra reale potrebbe essere molto più alta.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Donald Trump sta realizzando il mio sogno: che Israele risponda delle sue azioni

Gideon Levy

21 giugno 2026 – Haaretz

A volte i sogni si avverano. Per anni io ed altri dinosauri abbiamo sognato la pressione internazionale e le sanzioni come ultima via d’uscita dal caos. Sapevo che gli israeliani non si sarebbero mai svegliati una mattina dicendo “facciamola finita con tutto questo – l’occupazione, l’apartheid, il controllo di un altro popolo – perché è orribile.”

Sapevo che semplicemente non sarebbe accaduto. Pensavo che ciò che ha funzionato a meraviglia contro il primo regime di apartheid, quello del Sudafrica – le sanzioni, l’ostracismo e il boicottaggio internazionale che hanno portato alla sua caduta – avrebbe funzionato bene anche contro il secondo regime di apartheid, quello praticato in Israele.

Sapevo anche che la chiave di ogni cambiamento nell’atteggiamento della comunità internazionale verso Israele sta a Washington. Senza di essa non ci può essere nessuna efficace pressione internazionale su Israele. Confidavo in un illuminato e coraggioso presidente americano come Barack Obama, che avrebbe messo fine alle corrotte e distorte relazioni tra il suo Paese e Israele.

Ho sognato il momento in cui gli israeliani sarebbero stati costretti a riconoscere che è impossibile continuare in questo modo, con incredibile arroganza verso gli Stati Uniti e con evidente disprezzo per il mondo intero, senza pagarne il prezzo.

Quel momento adesso sta arrivando. Non un presidente liberale, ma piuttosto il più ottuso di tutti presidenti americani sta predicando moralità a Israele come fosse René Cassin, il giurista ebreo francese coautore della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Il vicepresidente, che è più conservatore del comandante in capo, lancia ammonimenti senza precedenti. I loro contenuti parlano da soli, la loro logica suona così: non c’è bisogno di distruggere un intero edificio perché dentro potrebbe esserci un militante di Hezbollah; non è carino attaccare il presidente USA, l’ultimo amico al mondo di Israele; la Siria potrebbe fare un lavoro migliore di Israele in Libano; due terzi delle armi e munizioni che proteggono Israele sono fabbricate e pagate dagli USA: la voce della ragione proviene da Washington.

È ragionevole ritenere che queste dure parole non rimarranno nel regno della retorica, ma verranno seguite da azioni. Un’amministrazione così concentrata su sè stessa e sul proprio onore non si pulirà la faccia dallo sputo dicendo che piove.

Insieme alla sensazione di amarezza, giustificata o no, per il fatto che Israele ha spinto la superpotenza in una guerra fallimentare, sorgerà una nuova alba sulle relazioni tra i due Paesi, una fredda e nuvolosa mattina. Le elezioni in USA non cambieranno le cose. Non ci sarà più un “amico di Israele” alla Casa Bianca, qualcuno che pensa che a Israele si debba permettere tutto, incondizionatamente.

È impossibile compiacersi per questo. Da un lato è l’ultima possibilità di una correzione. Dall’altro lato è un grave colpo a Israele e agli israeliani. Il più grande pericolo per lo Stato, più grande di qualunque minaccia iraniana, sta prendendo forma davanti ai nostri occhi attoniti.

Quando Washington batterà un colpo, l’Europa si unirà volentieri anch’essa. Stanno solo aspettando il segnale. È difficile immaginare come Israele possa cavarsela senza il mondo. Il mondo lo odierà come ha fatto con altri Stati paria. È spaventoso e sarà doloroso. Ma è la nostra ultima speranza.

Perciò bisogna essere grati al presidente Donald Trump per cambiare le vuote e inutili parole pronunciate da tutti i suoi predecessori liberali e svoltare verso un rivoluzionario cambio di politica.

Basta con dissennati aiuti senza condizioni, ma una condizione legata ad ogni dollaro e ogni missile: comportati bene o pagane il prezzo. Non puoi più fare come ti pare: assassinare, violentare, violare la sovranità nazionale e il diritto internazionale impunemente. In un simile contesto Israele non sarà più in grado di continuare a farsi beffe della comunità internazionale, la quale è completamente unita nell’opposizione all’occupazione.

Che lo voglia o no, Israele dovrà prendere atto di tutto ciò. Si sono già viste le prime crepe: un accordo fatto con l’Iran senza tenere in minimo conto Israele, che per anni ha ignorato gli Stati Uniti e il mondo intero.

Questo è solo l’inizio: un mondo che è stato atterrito da ciò che Israele ha fatto nella Striscia di Gaza pretenderà una resa dei conti. Uno Stato genocida non può più essere il cocco del mondo occidentale. Uno Stato i cui cittadini compiono tutti i giorni dei pogrom con l’appoggio dei suoi soldati non farà parte della famiglia delle nazioni. Il sogno sta iniziando ad avverarsi. Sarà un incubo.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Quindici articoli al giorno: la portata dell’ingerenza dell’esercito israeliano sui media

Haggai Matar

17 giugno 2026 – +972 Magazine

Nel 2015 la censura militare ha vietato o modificato oltre 5.000 articoli di informazione, con un incremento delle cancellazioni durante la guerra di Israele con l’Iran

Lo scorso anno la censura militare israeliana ha bloccato la pubblicazione di una media di 2 articoli al giorno sui mezzi di informazione in Israele, interferendo nel contempo sui contenuti di altri 13. Ciò rende il 2025 il secondo anno, superato solo dal 2024, con il maggior numero di interventi censori in Israele da quando +972 Magazine ha iniziato a monitorarli 15 anni fa.

Secondo i dati limitati forniti in risposta a una richiesta sulla libertà di informazione da parte di +972 e del Movimento per la Libertà di Informazione, lo scorso anno il censore, un’unità all’interno della Direzione Generale dell’Intelligence Militare israeliana, ha richiesto cambiamenti su 4.974 articoli di informazione. Questo dato è inferiore ai 6.265 casi dell’anno precedente, ma è significativamente più alto della media dei circa 2.300 annui tra il 2011 e il 2023.

Inoltre la censura ha totalmente vietato la pubblicazione di 753 articoli, meno del record di 1.635 del 2024, al di sopra tuttavia della precedente media annuale di circa 320. In totale durante il 2025 l’esercito israeliano ha impedito di rendere pubbliche informazioni in media più di 15 volte al giorno.

In base alle “norme regolatorie d’emergenza” messe in atto in seguito alla creazione di Israele e rimaste tuttora in vigore, la legge israeliana prevede che i mezzi di informazione sottopongano alla censura articoli che riguardano questioni relative alla “sicurezza” per un controllo prima della pubblicazione. Il numero totale di notizie che i mezzi di informazione hanno sottoposto alla censura nel 2025 è stato di 17.176, rispetto alla media annuale precedente di oltre 12.000 e al livello senza precedenti di 20.770 nel 2024. 

Alla censura viene concesso di intervenire solo quando ci sia la “quasi certezza che verranno provocati reali danni alla sicurezza dello Stato” dalla pubblicazione di un articolo. Ma la lista del censore degli argomenti che ricadono sotto la definizione di sicurezza è ampia e include informazioni relative al traffico segreto di armi, alla detenzione amministrativa [senza accuse né processo, applicata quasi solo ai palestinesi, ndt.], alle attività di intelligence, alla dislocazione delle truppe e agli obiettivi di attacchi missilistici.

La legge concede al censore l’autorità di incriminare giornalisti e multare, sospendere, chiudere o persino presentare denunce penali contro organi di informazione che non rispettino le sue decisioni. È responsabilità di ogni editore di mezzi di informazione decidere cosa sottoporre al controllo prima della pubblzione, benché la censura possa intervenire anche retroattivamente e richiedere la rimozione di articoli pubblicati senza la sua approvazione (come ha fatto per esempio l’anno scorso con un articolo di Haaretz che descriveva gli obbiettivi degli attacchi missilistici iraniani a Tel Aviv).

Ai mezzi di informazione è vietato anche rivelare al proprio pubblico se e quanto il censore abbia interferito in un articolo. Nel caso di notizie televisive un rappresentante dell’autorità censoria spesso è presente negli studi per controllarne dal vivo i contenuti.

La scatola nera della censura

Come parte dell’apparato dell’intelligence militare israeliana la censura è esente dalla Legge sulla Libertà di Informazione. Di conseguenza non è obbligata a divulgare dati su richiesta e rifiuta invariabilmente di rispondere alla maggior parte delle nostre domande per avere informazioni specifiche.

Quest’anno persino richieste relativamente generiche, il cui rischio potenziale per la sicurezza nazionale è decisamente discutibile, sono rimaste senza risposta, comprese petizioni da parte di mezzi di informazione di una drastica riduzione degli interventi, una definizione generale dei motivi di censura parziale o totale e informazioni o misure di intervento prese contro violazioni delle regole censorie. Tuttavia, per la prima volta da quando abbiamo iniziato a raccogliere dati un decennio fa, quest’anno la risposta del censore ha indicato due nuove categorie della sua interferenza sui media: ha reso noto che la pubblicazione di un articolo è stata “rinviata”, mentre 92 articoli sono stati “rimandati senza interventi”. Non ha fornito alcuna ulteriore informazione sul senso di queste nuove categorie.

Abbiamo ricevuto anche poche informazioni riguardo all’archivio nazionale di Israele (noto come l’Israel State Archive, o ISA). Da quando l’ISA ha iniziato nel 2016 un processo di digitalizzazione ed è passato a una visualizzazione degli articoli per lo più in rete, la censura militare è intervenuta per definire quali documenti scannerizzati vengono caricati. In seguito a ciò sono spariti documenti che l’ISA ha da molto tempo deciso di rendere pubblici. Rispondendo alle nostre richieste riguardo alla portata di questa operazione il censore ha rivelato che nel 2025 l’ISA ha sottoposto a revisione 3.422 file e che “la grande maggioranza di questi è stata approvata senza correzioni o censure.” Alla nostra richiesta di informazioni più precise non c’è stata risposta.

Mentre i dati indicano un generale incremento della censura dal 7 ottobre, l’interferenza più pesante è stata in certi momenti della guerra contro l’Iran. La polizia, ispettori municipali e a volte privati cittadini hanno messo in atto gravi restrizioni sui resoconti dei luoghi degli attacchi missilistici iraniani, impedendo a volte la presenza sul campo di giornalisti e fotografi, soprattutto arabi e stranieri.

I due uomini responsabili dell’incremento della censura negli ultimi due anni, Kobi Mandelblit, che fino all’aprile 2025 ha ricoperto l’incarico di capo censore, e Netanel Kula, che lo ha sostituito, sono entrambi parenti di importanti giuristi nominati dal movimento sionista religioso [di estrema destra, ndt.]: Mandelblit è cugino dell’ex-procuratore generale Avichai Mandelblit, mentre Kula è figlio del difensore civico della magistratura israeliana, Asher Kula. Tre mesi dopo che Kula ha sostituito Mandelblit come capo censore, sono trapelate notizie secondo cui avrebbe bloccato articoli riguardanti il figlio del primo ministro Benjamin Netanyahu che avrebbe segretamente acquistato una casa all’estero. La vicenda è comunque emersa.

Ci sono stati tuttavia vari casi noti di mezzi di informazione che hanno trasgredito alla censura, in particolare nell’estrema destra. L’ultranazionalista Canale 14 varie volte ha reso pubblici piani di combattimento riservati e strumenti di intelligence militare nonostante funzionari della sicurezza abbiano stabilito che ciò ha provocato “concreti danni” alla sicurezza nazionale, eppure non è stato sanzionato neppure una volta. Ironicamente sono stati i progressisti israeliani che hanno invocato la censura della libertà di espressione del Canale invece di amplificare le crescenti voci contro questa pratica nel suo complesso.

Nell’attuale epoca di giornalismo digitale che supera le frontiere, in cui i giornalisti israeliani stessi spesso pubblicano articoli su mezzi di informazione stranieri per aggirare la censura, l’antica istituzione è sia illiberale che obsoleta.

Le vicende non raccontate

In periodi di emergenza è particolarmente importante ricevere informazioni attendibili su modifiche relative alle attività censorie,” afferma Or Sadan, un avvocato del Movimento per la Libertà di Informazione e direttore della Freedom of Information Clinic [Centro per la Libertà di Informazione] presso il College of Management Academic Studies [Facoltà di Management – Studi Accademici]. “Benché ci sia stato un lieve calo rispetto all’anno scorso, è difficile non notare l’allarmante incremento nel numero di notizie che sono state nascoste all’opinione pubblica.”

E aggiunge “La democrazia si basa sul trasferimento di informazioni dal governo all’opinione pubblica e ogni violazione a questo riguardo è una violazione diretta della democrazia.”

Tuttavia, mentre la censura militare costituisce un attacco estremo ed eccezionale alla libertà di stampa in Israele, la violazione più grave di tale libertà non viene dall’esercito israeliano. In primo luogo lo è l’uccisione dal 7 ottobre di oltre 250 giornalisti, alcuni dei quali direttamente presi di mira, in attacchi aerei che hanno colpito anche i soccorritori, a Gaza, in Libano, nello Yemen e in Iran.

Contemporaneamente l’esercito continua a colpire, picchiare ed arrestare giornalisti in Cisgiordania e tortura quelli imprigionati, spesso senza accuse. All’interno dei confini di Israele nuove ondate di disegni di legge tendono a minare l’indipendenza dei media israeliani e il governo continua a cercare di prendere il controllo di mezzi di informazione, attribuire potere ai giornalisti compiacenti e danneggiare i loro avversari. Non è quindi un caso che Israele continui a scendere bruscamente nell’indice internazionale della libertà di stampa, e di recente ha raggiunto un misero centosedicesimo posto su 180 Paesi.

Eppure in Israele i giornalisti sono ancora largamente liberi di raccontare le vicende che considerano più importanti e la maggior parte non lo fa, rendendo l’autocensura la più grave forma di censura che avviene in Israele.

Come ha recentemente dimostrato il mio collega Sebastian Ben Daniel (John Brown), durante gli ultimi due anni e mezzo i più importanti e rispettati programmi investigativi sui canali commerciali, prodotti dai cosiddetti giornalisti progressisti, non hanno affrontato neppure una volta le politiche dell’esercito a Gaza o in Cisgiordania. Né hanno dato informazioni sulla morte di decine di migliaia di minori e altri palestinesi innocenti a Gaza, sulla carestia e la distruzione deliberata di intere città di Gaza o su molti altri crimini di guerra che Israele sta commettendo.

Niente di tutto questo si deve alla censura militare. È una scelta.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Smotrich annuncia il trasferimento dei poteri di pianificazione urbanistica nel contesto di una offensiva verso l’annessione

Redazione di Palestine Chronicle

17 giugno 2026 Palestine Chronicle

Il ministro israeliano delle Finanze Bezalel Smotrich ha annunciato il trasferimento di competenze fondamentali in materia di pianificazione e costruzione a Hebron (Al-Khalil [nome della città in arabo, ndt.]) dalle autorità municipali palestinesi al controllo israeliano, uniniziativa che potrebbe modificare in modo significativo le disposizioni di carattere amministrativo stabilite in base allaccordo del 1997 su Hebron.

Sviluppi principali

  • Martedì il ministro israeliano delle Finanze Bezalel Smotrich ha annunciato il trasferimento delle competenze in materia di pianificazione urbanistica ed edificazione dal Comune di Hebron alle autorità israeliane.

  • L’Autorità Palestinese ha definito la decisione come una violazione degli accordi firmati e delle leggi internazionali.

  • In seguito il ministero degli Esteri israeliano ha contestato le affermazioni secondo cui l’intero accordo su Hebron del 1997 sia stato abrogato.

Smotrich ha annunciato il trasferimento delle competenze

Martedì il ministro israeliano delle Finanze Bezalel Smotrich ha annunciato che le competenze in materia di pianificazione e costruzione in precedenza esercitate dal Comune di Hebron in parti della città saranno trasferite alle autorità israeliane.

Parlando durante l’inaugurazione della colonia di Doron, sulle colline di Hebron, Smotrich ha descritto l’iniziativa come una “correzione storica” e parte dei tentativi di rafforzare quella che ha definito la sovranità israeliana nella Cisgiordania occupata.

Secondo la rete televisiva israeliana Channel 12 Smotrich ha affermato che sono state completate le procedure per eliminare le competenze in materia di pianificazione civile ed edificazione concesse al Comune di Hebron in base alle misure stabilite in seguito all’accordo per Hebron del 1997.

L’iniziativa modificherebbe l’autorità relativa alla pianificazione in zone che includono luoghi molto importati di Hebron, tra cui la moschea di Ibrahim [Tomba dei Patriarchi per gli ebrei, luogo in cui pregano in momenti diversi sia musulmani che ebrei, ndt.].

Funzionari palestinesi condannano la decisione

L’Autorità Palestinese ha denunciato la misura come un attacco diretto allo status politico e giuridico di Hebron.

Secondo la WAFA [agenzia di stampa dell’Autorità Palestinese, ndt.] funzionari palestinesi hanno affermato che la decisione viola gli accordi firmati, la legittimità e le leggi internazionali, che vietano a una potenza occupante di modificare unilateralmente lo status di un territorio occupato.

Da parte sua Hamas ha avvertito che le misure rappresentano un’escalation politica e sul campo intesa a consolidare il controllo israeliano su Hebron e sulla Cisgiordania occupata.

In una dichiarazione il movimento della resistenza palestinese ha affermato che il trasferimento dei poteri di pianificazione dall’amministrazione comunale di Hebron fa parte di un progetto più complessivo di colonizzazione e annessione inteso ad imporre la sovranità israeliana, espandere le colonie e accelerare le politiche di espulsione.

Hamas ha segnalato anche le azioni di Israele a sud di Hebron, tra cui la creazione di avamposti coloniali e l’esproprio di terra palestinese come prova dei tentativi di alterare la situazione sul terreno.

Il movimento ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire e fermare quelle che ha descritto come politiche che minacciano di destabilizzare ulteriormente la Cisgiordania occupata.

Il sindaco di Hebron mette in guardia da una “grave violazione”

Il sindaco di Hebron Yusuf al-Jabari ha affermato che l’iniziativa fa parte di un più complessivo tentativo israeliano di minare gli accordi esistenti che governano la città.

Parlando con l’agenzia di stampa [turca] Anadolu al-Jabari ha sottolineato che il Protocollo di Hebron e i relativi accordi vennero raggiunti in base al sostegno internazionale e rimangono il quadro che regola le misure amministrative, di sicurezza e relative ai servizi in città.

Ha avvertito che ogni modifica unilaterale di questi accordi costituisce una “grave violazione” con conseguenze potenzialmente di ampia portata.

Al-Jabari ha anche sottolineato che l’amministrazione comunale di Hebron non può essere ignorata e ha insistito che le competenze comunali non devono essere modificate in nessuna parte della città, comprese l’area H2” [sotto controllo civile palestinese e militare israeliano, ndt.], la Città Vecchia e la zona della moschea di Ibrahim.

Il governo israeliano smentisce le affermazioni riguardo alla cancellazione degli accordi

Facendo seguito all’annuncio di Smotrich il ministero degli Esteri israeliano ha affermato che l’accordo su Hebron del 1997 in sé non è stato cancellato.

Secondo il Jerusalem Post [giornale israeliano in lingua inglese, ndt.] il ministero ha affermato che l’unica modifica riguarda la competenza riguardante la pianificazione e la costruzione relativa ai luoghi storici ebraici e alla comunità di coloni israeliani a Hebron.

Il ministero evidenzia che i poteri di pianificazione che riguardano il complesso della moschea di Ibrahim erano già stati trasferiti mesi fa dopo polemiche che hanno coinvolto l’amministrazione comunale di Hebron e il Waqf [ente benefico incaricato della gestione dei luoghi santi, ndt.] islamico.

Funzionari israeliani hanno sostenuto che le modifiche riguardano un ambito ridotto, mentre Smotrich le ha definite come parte di un tentativo più complessivo di estendere l’autorità israeliana nella Cisgiordania occupata.

Aumentano le preoccupazioni di un’annessione

L’ultima mossa giunge nel contesto di una serie di misure israeliane intese a ridefinire il contesto giuridico e amministrativo nella Cisgiordania occupata.

Funzionari palestinesi e sostenitori dei diritti umani affermano che tali passi fanno progredire l’annessione di fatto trasferendo progressivamente poteri dalle istituzioni palestinesi alle autorità israeliane.

La questione ha attirato ulteriore attenzione nei confronti dello status unico di Hebron in base al contesto degli accordi di Oslo, che hanno diviso la città tra settori amministrati dai palestinesi e altri controllati da Israele conservando certi poteri dell’amministrazione comunale in entrambe le zone.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Coloni israeliani distruggono l’unica conduttura d’acqua che alimenta il villaggio di Umm Safa nella Cisgiordania occupata.

Redazione di MEMO

16 giugno 2026 – Middle East Monitor

Lunedì coloni israeliani hanno danneggiato l’unica conduttura d’acqua che rifornisce il villaggio di Umm Safa nella Cisgiordania centrale occupata.

Fonti locali hanno detto all’agenzia [turca] Anadolu che i coloni hanno distrutto la principale e unica conduttura, mentre passavano con un bulldozer sulla terra posseduta da palestinesi e costruivano una strada per la colonia vicino al villaggio, a nord-ovest di Ramallah.

Le fonti hanno affermato che il danno alla conduttura ha provocato l’interruzione totale della fornitura d’acqua al villaggio.

Il villaggio di Umm Safa sta assistendo a un inasprimento degli attacchi dei coloni lanciati dalle colonie circostanti e dagli avamposti in tutte le direzioni, impedendo ai palestinesi l’accesso alle loro terre.

La Cisgiordania occupata ha visto un incremento degli attacchi da parte dei coloni e dell’esercito israeliani contro i terreni agricoli palestinesi, inclusi incendi, deforestazione e azioni per impedire agli agricoltori l’accesso ai loro campi, in particolar modo nelle aree vicine alle colonie e agli avamposti.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Con una mossa inconsueta Israele confisca case nella parte della Cisgiordania controllata dall’Autorità Palestinese, suscitando allarme riguardo all’annessione

 Asmaa Al-Masalmeh

16 giugno 2026 – Mondoweiss

Un ordine militare firmato a maggio 2026 autorizza la prima base israeliana permanente vicino a Jenin nell’Area A, la parte della Cisgiordania sotto il controllo dell’Autorità Palestinese. Israele ha già iniziato a sfollare le famiglie che ci vivono.

La casa di Muhammad Hussein Rahal a Jenin, nella Cisgiordania occupata, è stata sequestrata e destinata alla demolizione da parte dell’esercito israeliano, insieme a due case vicine.

Ma il sequestro della casa di Rahal non è come le altre demolizioni di case palestinesi, che sono un evento comune in tutta la Cisgiordania. La casa di Rahal sta per essere distrutta per costruire una base militare israeliana – probabilmente la prima mai costruita sulla terra sotto il controllo dell’Autorità Palestinese (AP).

La casa di Rahal si trova nell’Area A, la piccola porzione della Cisgiordania che tecnicamente ricade sotto il completo controllo dell’AP, un’area che per decenni è stata considerata il posto “più sicuro” in Cisgiordania per i palestinesi dove costruire una casa. Il sequestro della casa di Rahal da parte dell’esercito israeliano costituisce ciò che sembra essere la prima volta, dopo la firma degli accordi di Oslo nel 1993, in cui Israele si impadronisce di terra nell’Area A a scopi militari. I palestinesi affermano che la mossa non prova soltanto che gli Accordi di Oslo sono definitivamente morti, ma dimostra anche che i piani di Israele per annettere la Cisgiordania stanno avanzando a tutto spiano.

Durante la scorsa settimana Rahal, meglio conosciuto come Abu Faris, è rimasto seduto su una sedia di fronte alla sua porta ad al-Jabriyat, un sobborgo della città di Jenin, nella Cisgiordania settentrionale, aspettando.

Ogni volta che un veicolo militare israeliano passava io pensavo che venissero ad eseguire l’ordine”, dice. “Non c’è niente di più difficile che essere costretto a lasciare la tua casa.” Aveva ragione di aspettare.

Lunedì 15 giugno i soldati sono arrivati e lui è stato costretto ad andarsene. Quando ha chiesto se il sequestro sarebbe durato solo fino al 23 agosto, come gli era stato detto precedentemente, la risposta è stata brutale: “Nessun ritorno”. Allora si è diretto a Jenin, dove vive sua sorella.

Fino a poco tempo fa Abu Faris pensava che la sua casa fosse al sicuro dato che si trovava entro il territorio controllato dall’AP, che dal 1993 è stata relativamente al sicuro dall’intervento israeliano.

Quel presupposto adesso è svanito.

Documenti legali ottenuti da Haaretz rivelano che il 7 maggio 2026 il Comando Generale di Israele ha firmato un ordine di sequestro del terreno accanto al campo profughi di Jenin e di costruzione di una base militare permanente all’interno dell’Area A. L’Associazione per i Diritti Civili in Israele (ACRI), che ha inviato una petizione contro l’iniziativa, l’ha definita la più significativa violazione dell’impianto di Oslo da sempre.

Gli Accordi di Oslo sono l’insieme di accordi firmati tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che hanno portato alla creazione dell’AP, che costituiva un ente amministrativo destinato a segnare l’inizio dell’autogoverno palestinese in luogo di un vero Stato. L’impianto di Oslo in teoria avrebbe concesso all’AP il pieno controllo amministrativo e di sicurezza su circa il 18% della Cisgiordania (Area A). Su un altro 22% del territorio (noto come Area B) avrebbero avuto il controllo congiunto sia Israele che l’AP. Il restante 60% è classificato come Area C, su cui Israele detiene il totale controllo amministrativo e di sicurezza.

La scorsa settimana è stata a quanto pare la prima volta che il tipo di espansionismo israeliano normalmente riservato all’Area C si è esteso al territorio controllato dall’AP nell’Area A, indicando che i piani di annessione di Israele in Cisgiordania stanno procedendo.

Fino ad ora l’espansione delle colonie israeliane e i sequestri di terre si erano concentrati nell’Area C, effettuati attraverso una varietà di misure amministrative e legali intese a stabilire l’annessione di fatto di Israele del territorio. Tuttavia lo spostamento nell’Area A segna un passaggio dall’accerchiamento alla penetrazione: non più solamente circondare i centri popolati palestinesi, ma entrarvi. Se questo costituisse un precedente, favorirebbe l’obbiettivo più volte ribadito dall’estremista Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich di “seppellire” uno Stato palestinese rendendo la terra palestinese geograficamente non contigua e amministrativamente disorganica. Ciò significherebbe che la Cisgiordania è stata praticamente annessa a Israele e che gli Accordi di Oslo sono di fatto superati.

La Relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese ha segnalato che simili misure rappresentano “deliberati passi progressivi verso l’annessione permanente, portata avanti un pezzo per volta, alla luce del giorno e nella totale impunità.” Fino a poco tempo fa ogni investimento nello sviluppo di proprietà nell’Area A era considerato una certezza. È per questo che Abu Faris ha speso tutto il suo denaro nella costruzione della sua attuale casa, pensando che la sua proprietà sarebbe stata fuori dalla portata di Israele.

La sua precedente casa era stata demolita nel campo profughi di Jenin, nell’ambito dell’ondata di distruzioni che ha raso al suolo decine di case durante l’operazione di Israele “Muro di Ferro” lanciata nel gennaio 2025. Aveva bisogno di un luogo sicuro.

Allora ho deciso di investire i soldi della mia pensione delle Nazioni Unite nell’acquisto di terra e costruendo una casa modesta”, dice. “Negli ultimi tre mesi abbiamo lavorato giorno e notte. Durante il Ramadan cominciavamo dopo il suhoor [il pasto che precede l’alba, ndt.] e continuavamo dopo l’iftar [il pasto che rompe il digiuno dopo il tramonto, ndt.] finché non finivamo i mattoni e la vernice”. Non era la prima volta che i soldati arrivavano alla porta. Una settimana prima i soldati israeliani erano arrivati alla casa.

Mi hanno chiesto se la casa fosse mia. Ho risposto di sì e loro hanno detto che l’avrebbero sequestrata in base ad un ordine militare”, dice Abu Faris. “Hanno detto che mi avevano visto lavorare alla casa tutti i giorni.”

L’ufficiale mi ha chiesto se fossi arrabbiato e io gli ho risposto: ‘Come posso non essere arrabbiato se voi mi cacciate dalla mia nuova casa e mi ordinate di andarmene in 10 minuti?’”

Secondo Abu Faris l’ufficiale ha fatto una telefonata ed ha ottenuto il rinvio dell’evacuazione. I soldati hanno detto che sarebbero tornati a sequestrare la casa e che glie la avrebbero restituita il 23 agosto, ma non hanno dato garanzie. “Per ora non so dove andrò”, ha detto allora con la voce stanca. “I miei fratelli mi hanno suggerito di andare da loro ed altri dicono di tornare nei locali di sfollamento”, con riferimento all’abitazione provvisoria che ha preso presso l’università arabo-americana dopo che la sua precedente casa è stata demolita, insieme a centinaia di altre famiglie espulse dal campo di Jenin. Recentemente i soldati israeliani hanno pattugliato la sua zona, mettendo in allarme il quartiere. “La paura era tanta che i miei fratelli non hanno osato venire a trovarmi durante l’Eid [Eid al-Fitr, la festa che segna la fine del Ramadan, ndt.]”, dice Abu Faris.

Secondo i dati ONU lo sconfinamento israeliano nell’Area A avviene nel contesto della più vasta ondata di sfollamenti forzati in Cisgiordania a partire dal 1967. Oltre 40.000 palestinesi sono stati espulsi dai campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams, secondo l’UNWRA e il Ministro della Difesa Israel Katz. Issa Zboun, direttore del Dipartimento dei Sistemi di Informazione Geografica presso l’Istituto di Ricerca Applicata di Gerusalemme (ARIJ), ha detto a Mondoweiss che questo ordine militare è “il culmine della politica di insediamenti perseguita dall’occupazione israeliana in Cisgiordania contro i cittadini e la terra palestinesi.” Ha aggiunto: “Sono stati emessi parecchi ordini di confisca della terra e demolizione delle case nelle aree che appartengono amministrativamente all’Autorità Palestinese, compresa l’Area B.”

L’obbiettivo è “cambiare la configurazione della terra, imporre i fatti sul terreno e consolidare l’idea di non stabilire uno Stato palestinese geograficamente contiguo in Cisgiordania”, ha affermato Zboun.

Ha detto che l’AP “non ha strumenti sufficienti per contrastare questo feroce attacco perché la situazione regionale mette in ombra la questione palestinese e l’occupazione israeliana sfrutta questa opportunità.”

Zboun ha detto che gli Accordi di Oslo sono stati “praticamente annullati sul terreno da tanto tempo”, sottolineando “le continue incursioni nell’Area A e nelle città del centro come Ramallah, anche vicino alla residenza del presidente palestinese.”

Dichiarazioni ufficiali israeliane, comprese quelle di Itamar Ben Gvir, che ha dichiarato che Oslo è morta, rispecchiano le esplicite richieste di porre fine all’Autorità Palestinese e cancellare Oslo e le classificazioni A, B e C. Queste sono patenti violazioni degli Accordi di Oslo, che sembrano essere decaduti”, ha detto.

L’Area A non è più sicura

Anche Mansour Kabha ha ricevuto un ordine di lasciare la sua casa, situata nella zona di Jabriyat, adiacente al campo profughi di Jenin.

L’esercito israeliano è arrivato e mi ha notificato la decisione di confiscare la terra fino al 31 agosto 2028 per scopi militari, in base agli ordini che ho ricevuto”, dice Kabha.

Ho costruito la casa al costo di circa 700.000 shekel (circa 240.000 dollari) e se la base viene costruita lì vicino tutta la vita della mia famiglia ne verrà influenzata, specialmente per le mie figlie, che fanno il tragitto ogni giorno per studio e lavoro”.

Kabha e i suoi vicini sono preoccupati che le nuove procedure di sicurezza possano rendere i movimenti e il trasporto più difficili se la zona venisse circondata da un campo militare.

La comunicazione che ha ricevuto richiede la confisca di circa 7 dunam (7.000 mq.) di proprietà di 10 persone.

Tra i proprietari vi sono sua sorella e suo fratello. I lotti sono ufficialmente registrati con atti legali di proprietà (noti come kushans), dice, e si trovano nell’Area A sotto l’Autorità Palestinese. Sono stati proprietari della terra per circa 20 anni. “Ci siamo recati dall’Autorità Palestinese e ci è stato detto che la questione è politica e che l’Autorità se ne occuperà e ci è stato chiesto di non intraprendere alcuna azione individuale. Da allora è passato circa un mese e mezzo.”

Recentemente l’esercito è arrivato in altre due case dell’area e ha detto agli abitanti che dovevano andarsene per due mesi. Ai padroni di casa è stato chiesto di portare via i propri beni personali e che i soldati sarebbero arrivati per impadronirsi delle case. Gli è stato anche detto che dovevano restare in casa fino all’arrivo dell’esercito per fotografarla e ricevere le chiavi.

Attualmente nell’area ci sono circa 5.000 persone e circa 30 case ed è previsto che venga costruito un campo militare in mezzo a questa comunità residenziale”, dice. “Si prevede che la costruzione del campo inizi la prossima settimana.”

Questo è un terreno residenziale che le persone hanno comprato proprio perché si trova nelle aree dell’Autorità Palestinese ed ha uno status legale. Tutti i lotti sono autorizzati e ufficialmente registrati. Le nostre case sono il risultato di molti anni di lavoro e risparmi e paghiamo le tasse all’Autorità”, dice Kabha.

L’Autorità ci ha chiesto di aspettare’

Hassan Brijiyeh, ricercatore presso la Commissione di Resistenza al Muro e alle Colonie, un’organizzazione che lavora sotto l’Autorità Palestinese, ha detto: “L’impianto di Oslo è un accordo internazionale e nessuno può cancellarlo, anche se in pratica la parte israeliana sta cercando di smantellarlo”.

L’occupazione israeliana non si preoccupa di Area A o B o C”, ha detto. “Considera tutta la terra palestinese come parte della Giudea e Samaria”, riferendosi al nome che Israele attribuisce all’intera Cisgiordania occupata dal 1967, ma esclude Gerusalemme est.

Brijieh ha sottolineato che il diritto internazionale sancisce la proprietà palestinese della terra, richiamando due sentenze della Corte Internazionale di Giustizia: una sentenza del 2004 che ha definito illegale la costruzione da parte di Israele di un muro di separazione nei territori occupati, e una sentenza del 2024 che ha dichiarato illegittima l’intera occupazione di Israele e illegale la costruzione dei suoi insediamenti, inclusa Gerusalemme est. Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 1973 definisce l’intera Cisgiordania terra palestinese, ha aggiunto.

Sul terreno la realtà è differente. “Passo dopo passo Israele sta frammentando la terra e stabilendo il controllo con un forte sostegno degli Stati Uniti”, ha detto Brijiyeh.

Tutto è avvenuto molto velocemente.

A maggio soldati israeliani hanno cominciato a radunarsi dietro la sua casa, dice Abu Faris. Sono arrivati con dei geometri, passando ore a fotografare e ad elaborare piani. Quando ne ha parlato con i vicini loro hanno detto che non sarebbe successo niente, perché si tratta dell’Area A. Le visite sono continuate, tre volte alla settimana. La sua casa è stata sequestrata solo una settimana dopo.

Durante le visite dei soldati si sono sparse voci che accusavano i proprietari della terra di vendere i loro terreni, ma li conosciamo bene e sono persone rispettabili che hanno tutti i documenti legali che comprovano la loro proprietà”, dice Abu Faris.

I proprietari hanno pensato di assumere un avvocato, ma l’AP ha chiesto loro di non farlo. Secondo Abu Faris l’AP ha detto che si trattava di una questione politica e che se ne sarebbe occupata, dato che sovrintende agli affari nell’Area A.

Kabha, il cui investimento di 700.000 shekel adesso si trova all’ombra di un futuro campo militare, è di fronte ad una scelta impossibile: rimanere e vivere sotto sorveglianza militare oppure andar via e perdere tutto.

Abbiamo comprato questa terra perché era in Area A”, dice. “Abbiamo pagato le tasse, abbiamo rispettato le norme. E adesso l’Autorità ci dice che è una questione politica e dobbiamo aspettare.”

Asmaa al-Masalmeh

Asmaa al-Masalmeh è una giornalista informatica palestinese della Cisgiordania con un passato di stampa, radio e televisione ed esperienza nella gestione di piattaforme di social media. I suoi articoli sono su The New Arab e Arab Reporters for Investigative Journalism.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)