La campagna di disinvestimento che potrebbe scuotere le fondamenta economiche di Israele

Aharon Porath

30 giugno 2026 – +972 MAGAZINE

Per finanziare una guerra perenne Israele è diventato sempre più dipendente dall’emissione di obbligazioni. Rinunciare a questi titoli, spesso investiti passivamente, sconvolge questo equilibrio.

A fine maggio, l’Unione Europea ha annunciato una serie di nuove sanzioni contro le organizzazioni dei coloni israeliani e contro individui noti per aver attaccato violentemente i palestinesi nella Cisgiordania occupata. A ciò hanno fatto seguito rapidamente sei governi europei, tra cui Gran Bretagna e Francia, che hanno imposto ulteriori sanzioni contro le “reti di finanziamento e sostegno agli attacchi dei coloni”. La Francia ha inoltre annunciato il divieto di ingresso nel Paese al ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, a causa del suo sostegno agli insediamenti e all’annessione.

In un’intervista al quotidiano israeliano Globes, l’ambasciatore dell’UE in Israele, Michael Mann, ha sottolineato che queste non erano sanzioni contro lo Stato di Israele, bensì “contro specifici individui e organizzazioni che riteniamo abbiano violato i diritti umani”. Anche se si prevede che i governi europei discuteranno di ulteriori sanzioni nelle prossime settimane, le dichiarazioni di Mann suggeriscono che l’UE intende comunque tracciare una netta distinzione tra gli insediamenti e Israele.

Mentre queste sanzioni hanno fatto notizia su quasi tutti i canali televisivi israeliani, un’altra forma di pressione economica si sta intensificando in sordina: la vendita di titoli di Stato israeliani. Nella migliore delle ipotesi, i casi di disinvestimento vengono menzionati brevemente nelle pagine interne della stampa finanziaria. Tuttavia, sebbene la sua portata rimanga limitata, l’intensificarsi di questa campagna potrebbe danneggiare significativamente l’economia israeliana.

Non essendo vincolato ai lunghi processi politici che caratterizzano le decisioni governative, il disinvestimento dalle obbligazioni può essere intrapreso da una serie di soggetti autonomi diversi, tra cui fondi pensione, investitori privati, enti governativi locali e regionali e fondi di investimento pubblici e privati, spesso in risposta diretta alle pressioni della popolazione. E, cosa fondamentale, a differenza delle sanzioni dell’UE, non fa distinzione tra lo Stato di Israele e gli insediamenti.

A maggio, il più grande fondo pensionistico pubblico [degli impiegati pubblici, ndt.] del Regno Unito ha ceduto alle pressioni degli attivisti e ha venduto obbligazioni governative israeliane per un valore di circa 29,2 milioni di dollari. “Siamo rimasti inorriditi nello scoprire che i nostri fondi pensione stanno finanziando genocidio, apartheid, occupazione, incarcerazione e tortura”, ha dichiarato uno dei leader della protesta a Middle East Eye.

Pochi giorni dopo una campagna simile nel Maryland ha annunciato di essere riuscita a convincere il fondo pensionistico dello Stato [degli impiegati dello Stato, ndt.] a disinvestire 73,7 milioni di dollari in obbligazioni israeliane. La direzione del fondo ha negato che la decisione fosse stata presa in risposta alla protesta, ma, anche se si trattasse di una decisione di investimento piuttosto che di un risultato diretto degli attivisti pro-Palestina, casi come questo minacciano di scuotere le fondamenta economiche di Israele.

Pressioni simili vengono esercitate sul fondo pensionistico statale e locale [degli impiegati statali e comunali, ndt.] di New York, che detiene circa 368 milioni di dollari in obbligazioni israeliane, e sul fondo pensionistico nazionale del Galles (sebbene in quest’ultimo caso gli investimenti siano in società israeliane anziché in titoli di Stato). Il più grande fondo pensionistico privato britannico, l’Universities Superannuation Scheme, ha anticipato la tendenza, disinvestendo oltre 100 milioni di dollari in attività israeliane già nell’agosto del 2024.

Anche i meccanismi attraverso i quali gli europei investono in obbligazioni israeliane sono stati scossi dalle campagne di pressione. Negli anni successivi alla Brexit l’Irlanda si è assunta la responsabilità, precedentemente detenuta dal Regno Unito, di approvare i documenti normativi (noti come prospetti informativi) che consentivano l’offerta di obbligazioni governative israeliane a enti di investimento istituzionali e pubblici degli Stati membri dell’UE. Tuttavia nel settembre 2025 la Banca Centrale d’Irlanda ha cessato di svolgere questo ruolo fondamentale in seguito a una prolungata campagna di pressione da parte di parlamentari irlandesi, attivisti e organizzazioni per i diritti umani.

Sebbene ciò non abbia ostacolato il meccanismo di investimento in obbligazioni – che è stato successivamente trasferito in Lussemburgo, dove funziona in modo molto simile – la mossa riflette una crescente consapevolezza del fatto che molte persone hanno investito in obbligazioni israeliane senza nemmeno saperlo. E se questa tendenza dovesse continuare potrebbe creare seri problemi all’economia israeliana.

“Elevata fiducia degli investitori”

L’emissione di obbligazioni è uno strumento essenziale per i governi per finanziare la spesa pubblica e ripagare i debiti. Per Israele, pertanto, questa fonte di reddito finanzia ogni aspetto, dalla spesa per il welfare pubblico all’equipaggiamento militare necessario per perpetrare il genocidio a Gaza. Con la guerra prolungata che grava pesantemente sulla spesa pubblica il ricorso del Ministero delle Finanze all’emissione di debito è diventato sempre più cruciale.

Nonostante i recenti disinvestimenti per centinaia di milioni di dollari, queste operazioni sono trascurabili rispetto all’entità dell’emissione di debito di Israele. La domanda estera rimane elevata: nel 2024, Israele ha raccolto circa 278 miliardi di NIS (circa 93 miliardi di dollari) attraverso la vendita di vari tipi di obbligazioni, pari a circa il 45% della spesa pubblica totale di quell’anno e oltre quattro volte la cifra raccolta nel 2022. L’ultima emissione obbligazionaria del Ministero delle Finanze, avvenuta a gennaio di quest’anno, ha fruttato circa 6 miliardi di dollari con la domanda che ha superato l’offerta in rapporto di sei a uno.

Smotrich ha sostenuto che ciò “riflette la resilienza dell’economia israeliana e la gestione economica responsabile che abbiamo attuato negli ultimi anni, che ci ha fatto guadagnare la fiducia dei mercati”. Il ragioniere generale del Ministero delle Finanze, Yali Rothenberg, ha affermato che i risultati “dimostrano un’elevata fiducia degli investitori nell’economia israeliana”.

Le principali fonti di questi fondi sono entità locali – fondi pensione e di previdenza, compagnie assicurative e banche – che gestiscono investimenti e risparmi a lungo termine per conto dei loro clienti. La maggior parte dei cittadini israeliani detiene inoltre titoli di Stato tramite i propri fondi di previdenza, mentre un’altra importante fonte di capitale estero proviene dalle comunità cristiane evangeliche negli Stati Uniti. Il sito web della Development Corporation for Israel (DCI), braccio commerciale di Israel Bonds [nome con cui è comunemente nota la DCI, ente che si occupa della sottoscrizione negli Stati Uniti dei titoli di debito emessi dallo Stato di Israele ndt.] presenta una pagina apposita dedicata alla campagna di vendita a queste comunità.

Nel luglio 2025, l’amministratore delegato dell’azienda Danny Naveh ha pubblicato una lettera aperta su un organo di stampa evangelico ringraziando le comunità cristiane americane per “l’ondata di sostegno [a Israele] non solo a parole e con le preghiere, ma anche con azioni concrete dopo l’attacco del 7 ottobre”. Ha poi specificato a quali azioni si riferiva: “Individui e istituzioni hanno investito più di 5 miliardi di dollari in Israele attraverso Israel Bonds, e una parte significativa e crescente di questi investimenti proviene da sostenitori cristiani che comprendono che il sostegno finanziario a Israele è uno dei modi per proteggere il popolo ebraico”.

Anche molti investitori del Golfo sono estremamente interessati ai titoli di Stato israeliani. Secondo il quotidiano finanziario israeliano Calcalist, durante una presentazione tenuta da Rothenberg, il ragioniere generale, agli investitori del Golfo in occasione della vendita di gennaio, un dirigente di uno dei maggiori fondi lo ha interrotto dicendo: “Sappiamo tutto; abbiamo fatto le nostre verifiche. Riservateci questa somma nell’offerta” e ha proceduto a sottoscrivere una cifra totale di centinaia di milioni di dollari.

Neutrali o complici?

Sebbene il disinvestimento dai titoli di Stato abbia il potenziale per esercitare una forte pressione sull’economia israeliana, questa strategia è ostacolata principalmente dal fatto che la stragrande maggioranza dei capitali proviene da investitori passivi. Dal 2020 i titoli di Stato israeliani in valuta locale sono inclusi nei principali indici obbligazionari globali, in particolare nel FTSE World Government Bond Index, il benchmark globale per i titoli di Stato. Di conseguenza, sono inclusi negli ETF (Exchange Traded Fund) passivi che replicano questi indici e raggruppano obbligazioni di diversi Paesi.

Pertanto gli investitori con risparmi in fondi pensione, fondi di previdenza, fondi comuni di investimento e altri strumenti di investimento gestiti da istituzioni non scelgono attivamente di investire in attività israeliane e, nella stragrande maggioranza dei casi, non ne sono affatto consapevoli. Finché Israele rimane incluso in questi indici, parte della domanda di obbligazioni è di fatto garantita dal sistema finanziario stesso, pur rimanendo pressoché invisibile al pubblico.

Questa realtà rappresenta al contempo una fonte di limitazioni e di opportunità nella lotta relativa al debito israeliano. Attualmente non vi è alcuna indicazione che un fondo pensione nel Regno Unito, uno Stato americano o un’autorità di regolamentazione in Irlanda siano in grado, da soli, di minare la capacità di Israele di raccogliere capitali tramite obbligazioni. Anche considerando le recenti ondate di disinvestimenti di cui si è parlato in precedenza, la crisi in Irlanda e la crescente pressione dell’opinione pubblica sugli investitori istituzionali, Israele continua a raccogliere miliardi sui mercati internazionali, a beneficiare di un’elevata domanda e ad essere protetto da un mercato interno che investe quasi automaticamente in titoli di Stato.

Finché i titoli di Stato saranno considerati un normale prodotto di investimento, inclusi negli indici internazionali, acquistati tramite ETF diversificati e i risparmiatori rimarranno inconsapevoli che il loro denaro è investito nel debito pubblico israeliano, il meccanismo di finanziamento continuerà a funzionare quasi autonomamente. Per questo motivo gruppi di protesta in tutto il mondo stanno cercando di trasformare questo sistema da una questione tecnica a una questione politica e morale.

Quando i risparmiatori del nord dell’Inghilterra scoprono che i loro fondi pensione sono investiti in titoli di Stato israeliani, quando i membri del parlamento irlandese chiedono perché la banca centrale del loro paese fornisca un quadro normativo per l’emissione di obbligazioni israeliane e quando gli investitori di New York o del Galles chiedono che si smetta di utilizzare i loro soldi per finanziare uno Stato che commette crimini di guerra a Gaza e rafforza il suo controllo sulla Cisgiordania, il semplice sollevare queste domande mina la comoda separazione tra il mercato dei capitali e la politica governativa.

Queste mosse negano la distinzione che figure come l’ambasciatore di Israele presso l’UE insistono a tracciare tra lo Stato israeliano e le colonie.

In questo senso disinvestire dal debito israeliano toglie a uno dei principali meccanismi di finanziamento dello Stato la patina di apparente professionalità. Costringe le entità che preferiscono parlare il linguaggio dei rendimenti, del rischio, del rating creditizio e della liquidità a confrontarsi con questioni di moralità e diritti umani: l’acquisto di debito pubblico israeliano è ancora un investimento neutrale, o costituisce complicità nel finanziamento di uno Stato che sta gradualmente perdendo la sua legittimità internazionale?

Questa è una questione che l’UE sta ancora cercando di eludere distinguendo tra Israele e le colonie, ma tale distinzione è impossibile da mantenere a lungo termine. Il debito appartiene allo Stato e il denaro che vi affluisce finanzia le sue azioni. Mentre le sanzioni dirette contro i coloni e le organizzazioni in Cisgiordania continueranno a fare notizia, la lotta in corso all’interno dei fondi pensione, dei comitati di investimento, dei prospetti informativi, degli indici e degli ETF ha il potenziale per avere un impatto ben maggiore.

Questa lotta può essere più lenta, meno eclatante e a tratti quasi invisibile, ma tocca una questione ben più ampia di quali ministri saranno autorizzati a entrare a Parigi o a Londra. Riguarda chi è disposto a continuare a prestare denaro allo Stato di Israele, a quali condizioni e a che punto anche l’investimento più passivo diventa una questione morale e politica.

Aharon Porath è un giornalista e ricercatore specializzato in economia e tecnologia in relazione ai diritti umani. Scrive per Local Call, è membro del team di ricerca di B’Tselem e offre consulenza ad attivisti e organizzazioni per i diritti umani in relazione alle valute digitali.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)