103 chiodi sulla mappa: come il governo di Israele sta seppellendo la soluzione a due Stati( Seconda Parte)
30 giugno 2026 – Haaretz
Ricompense per le espulsioni
Un’analisi sui dati delle colonie rivela alcuni sviluppi già visti in precedenza ma che Israele ha evitato per decenni, come la legalizzazione di sette insediamenti su terreni utilizzati come basi militari e la creazione di 44 colonie su terre non riconosciute come statali, compresi appezzamenti di proprietari privati palestinesi. Oltre a questi sono stati identificati altri sviluppi senza precedenti: l’approvazione di colonie in zone di tiro, la legalizzazione di avamposti coinvolti nell’espulsione di comunità [palestinesi] e la creazione di insediamenti coloniali su terreni che sono stati soggetti a pulizia etnica.
Questo ultimo dato emerge dall’esame della posizione delle colonie confrontata con la mappa delle comunità espulse stilata da B’Tselem [ong israeliana, ndt.]. In 19 casi su 103 il gabinetto di sicurezza ha approvato la legalizzazione di avamposti nei pressi dei quali dal 2022 le comunità [palestinesi, ndt.] sono state espulse, in molti casi con il notorio coinvolgimento diretto dei coloni nelle espulsioni. In altri due casi è stato approvata la creazione di un nuovo insediamento coloniale nei pressi di comunità espulse. Decine di colonie sono già state definite zone con autonomia amministrativa, benché ciò non sia stato attribuito alle strutture abbandonate delle comunità espulse, molte delle quali si trovavano su terre il cui status era stato riconosciuto come proprietà privata palestinese.
In coordinamento con i vertici politici e militari sono stati creati avamposti agricoli e a questi sono state concesse a pascolo terre pubbliche in modo non trasparente. Un rapporto del 2024 di Peace Now e Kerem Navot [ong israeliana che monitora la colonizzazione della Cisgiordania, ndt.] rivela che la maggior parte della terra occupata dagli avamposti agricoli, che rappresentano centinaia di migliaia di dunam, non è affatto terra dello Stato e non è stata assegnata in modo legale agli allevamenti. Dall’inizio della guerra [contro Gaza, ndt.] decine di comunità sono scappate a causa del terrorismo inflitto loro da questi abitanti.
La colonia di Mitzpeh Eretz, ad esempio, è la legalizzazione dell’avamposto di Netzah Harel, fondato nel 2023 tra le aree della comunità beduina di Mu’arrajat al-Markaz. Le strutture di questa comunità si trovavano su terre palestinesi riconosciute come di proprietà privata, mentre l’avamposto agricolo era su un vicino appezzamento di terra statale e terrorizzava i suoi vicini. Nel dicembre di quell’anno la comunità beduina è stata obbligata a scappare. Una foto satellitare del 2023 mostra la fattoria incastonata nel complesso della comunità, mentre una foto del 2025 la mostra nei pressi delle strutture abbandonate.
La stessa cosa è successa nell’insediamento coloniale di Kanfei Hashahar. E’ nato come avamposto agricolo di Ga’on Yarden, fondato nel 2020 su una piccola porzione di terra statale a nord della comunità di Ein Samiya e a ovest di quella di Ras al-Tin, entrambe su terreni palestinesi riconosciuti come proprietà privata. Nel luglio 2022 gli abitanti di Ras al-Tin sono stati espulsi e nel maggio 2023 anche quelli di Ein Samiya. Non lontano da lì nel 2023 è stata creata anche la fattoria HaTe’ena, a nord dell’avamposto agricolo di Malchei Hashalom, che è stato riconosciuto come colonia lo stesso anno. Tra le due fattorie c’era la comunità di al-Qabun, espulsa nell’agosto 2023.
Malachei Hashalom, creata nel 2015, è considerata la “fattoria madre” della zona. La sua prima emanazione, l’avamposto agricolo Harashash, è stata fondata nel 2020 e ha occupato vaste aree di pascolo. Nell’ottobre 2023 è stata espulsa la vicina comunità di Ein al-Rashash, e due mesi dopo anche quella di Khirbet Jaba’it. Altre comunità nei dintorni di Duma e di al-Mughayyir sono state espulse dopo continue vessazioni da parte di altri avamposti agricoli legati a Malachei Hashalom, tra cui quello di Giborei David, la cui legalizzazione è stata approvata lo scorso marzo, lo stesso mese in cui ha espulso la comunità di Ka’abneh.
Mentre gli abitanti di al-Ka’abneh discutevano se cercare di tornare alle proprie case, che si trovano su terreni riconosciuti come di proprietà privata palestinese e che ora sono state denominate “terre in fase di indagine” [letteralmente “survey lands” definizione previa alla denominazione come terre dello Stato, ndt.], il gabinetto di sicurezza aveva già approvato la creazione lì di una nuova colonia.
La legalizzazione di Malachei Hashalom incarna ogni ramificazione del meccanismo di erosione delle terre palestinesi. Si trova su terreni privati palestinesi di proprietà del villaggio di al-Mughayyir, per i quali alla fine degli anni ‘70 l’esercito emise un ordine di esproprio. Le leggi internazionali in effetti stabiliscono che tali ordini potrebbero essere imposti solo per scopi militari e in forma provvisoria, ma in quegli anni fungevano da principale mezzo per fondare colonie, che lo Stato allora sosteneva servissero per uno scopo temporaneo di sicurezza.
Nel 1979, in seguito a un ricorso della colonia di Elon Moreh all’Alta Corte, in cui i coloni chiarirono che per loro si trattava di un insediamento permanente, l’approccio cambiò. Il governo approvò la Risoluzione 145, che stabiliva che da allora in poi la creazione di colonie sarebbe avvenuta su “terre dello Stato”.
Molti degli ordini militari imposti rimasero in vigore e sulle terre di al-Mughayyir venne creato un avamposto della brigata Nahal dell’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] e trasformato in una base dell’artiglieria. Nel corso degli anni essa si ridusse di dimensioni e nel 2015 alcuni coloni occuparono la parte abbandonata. Dopo otto anni, nel febbraio 2023, il gabinetto di sicurezza ha approvato la legalizzazione dell’avamposto [dei coloni, ndt.]. Tuttavia su tali terreni, di proprietà privata palestinese in un’area teoricamente espropriata per scopi militari, non possono essere approvati progetti edilizi.
Per risolvere il problema è stata tirata fuori una vecchia soluzione: lo scorso giugno 750 dunam sono stati dichiarati terra dello Stato per legalizzare retroattivamente la colonia. Da allora la zona è stata dichiarata territorio amministrativamente autonomo e la sua piena legalizzazione è imminente.
Si prevede che questo trucco verrà utilizzato a favore di altri 43 insediamenti su terre che non sono state approvate come terreni delle Stato per la costruzione. Come Malachei Hashalom, 15 di essi si trovano su terreni che l’Amministrazione Civile ha definito terre private palestinesi.
Malachei Hashalom è anche una delle 7 colonie approvate in basi militari dismesse. A tale proposito si tratta di un caso particolarmente estremo: un insediamento fondato su terra privata sottoposta a un ordine di esproprio militare e attorno al quale sono state operate massicce espulsioni della comunità viene legalizzato attraverso la dichiarazione che si tratta di terreni statali.
E’ un caso estremo, ma non eccezionale. Nel corso dei decenni successivi alla Risoluzione 145 in Cisgiordania centinaia di migliaia di dunam sono stati dichiarati terre dello Stato, cioè terre pubbliche. Secondo le Convenzioni dell’Aia è previsto che il potere occupante (Israele) preservi le risorse del territorio della popolazione occupata a titolo provvisorio e le gestisca a favore di quest’ultima. Ma nel 2018, in seguito a un ricorso da parte dell’ong [israeliana] Bimkom e dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele, è risultato chiaro che più del 99% dei terreni dello Stato destinati allo sviluppo civile è stato ceduto per la colonizzazione.
Oltre a queste, sette insediamenti sono stati approvati in zone di tiro, dove è vietato l’ingresso ai civili, un divieto applicato ai palestinesi ma non ai coloni che lo violano. Questo è un fenomeno nuovo, ma chiunque abbia anche solo una vaga conoscenza della storia non dovrebbe essere sorpreso. Negli anni successivi al 1967 circa il 20% del territorio della Cisgiordania, compresi terreni riconosciuti come proprietà privata palestinese, è stato dichiarato zona di tiro.
Nel verbale di una discussione della Commissione Ministeriale Congiunta sulle Questioni delle Colonie del 1979 l’allora ministro dell’Agricoltura Ariel Sharon, che aveva dato il via a questa pratica nel 1967, spiegò che le zone di tiro “erano state tutte ideate per uno scopo: fornire un’opportunità per la colonizzazione ebraica nella zona.”
Da allora nel corso degli anni lo Stato ha continuato a legare il preteso scopo securitario con l’intenzione meno dibattuta di impedire lo sviluppo palestinese nella zona. Tra le varie questioni, nel 2014 un importante ufficiale del Comando Centrale [dell’esercito israeliano, ndt.] affermò che l’addestramento nelle zone di tiro intendeva ridurre il numero di palestinesi che vi vivevano e nel 2022 l’Alta Corte ha consentito l’espulsione di otto villaggi dalla Zona di Tiro 918 a Masafer Yatta dopo che l’esercito aveva sostenuto che ciò era fondamentale per mantenere l’efficienza operativa [delle truppe].
Da allora vi sono stati creati circa 10 avamposti, compresi tre aziende agricole nate in coordinamento con i vertici politici e militari; ciò non ha impedito all’esercito di sostenere ancora una volta, nel giungo 2025, che le costruzioni palestinesi interferiscono con le sue attività di addestramento. Recentemente il capo del Comando Centrale ha firmato ordini per escludere terreni da varie zone di tiro in Cisgiordania dopo che degli avamposti [di coloni, ndt.] avevano invaso il loro territorio, un passo che si prevede accelererà la loro legalizzazione.
Smuovere le acque
Vasti settori dell’opinione pubblica israeliana si augurano che ci siano cambiamenti se il governo di Netanyahu verrà sostituito in seguito alle imminenti elezioni. Ma sarà possibile rovesciare la rivoluzione che lo Stato ha messo in atto in Cisgiordania negli ultimi anni? “Alcune delle iniziative sono revocabili. Poteri che sono stati trasferiti possono essere restituiti, allocazioni finanziarie possono essere cancellate. Molte cose possono essere radicalmente cambiate, ma ciò richiede passi concreti con un altissimo costo politico, soprattutto riguardo all’evacuazione (di colonie),” afferma Ofran.
“Il prossimo governo sarà in grado di annullare la costituzione di nuove colonie, ma mentre stiamo parlando sono già state fondate illegalmente sul terreno a un ritmo accelerato e con uno stanziamento di denaro destinato a questo scopo. Ogni passo che viene fatto (la pubblicazione di un bando di gara, un contratto firmato, una struttura occupata) richiederà uno sforzo politico molto maggiore se lo si vuole annullare. Più ci allontaniamo da un accordo politico più alto sarà il suo prezzo.”
Secondo Ofran “la questione cruciale non è solo quanto potere avranno quelli che si oppongono alle colonie, ma anche cosa faranno a questo riguardo. Se, con il fine di garantire la coesione della coalizione, non decidono di smuovere le acque, come negli ultimi 20 anni, non cambierà niente. E altrettanto succederà se agiranno come il ‘governo del cambiamento’ (il breve governo Bennett-Lapid) che disse di non aver intenzione di ‘modificare lo status quo’. Riguardo a tutte le colonie che sono state approvate diranno: ‘Non è una cosa nuova, è già stato deciso.”
Il dottor Shaul Arieli, che guida il gruppo di ricerca Tamrur-Politography che si concentra sul conflitto israelo-palestinese, propone un’opinione diversa: “A breve termine le 103 nuove colonie sono in buona misura un bluff burocratico, un tentativo di creare infrastrutture nel futuro. Molte di queste sono derivazioni di quartieri e avamposti che sono stati legalizzati, non nuove costruzioni o un incremento di popolazione,” afferma.
“In pratica nel corso degli ultimi 20 anni c’è stato un graduale declino nel bilancio migratorio complessivo delle colonie e durante il mandato dell’attuale governo è diventato negativo: se ne sono andate più persone di quante siano arrivate. Quindi a medio termine, anche se il prossimo governo non cambiasse la politica e questi insediamenti venissero popolati, si prevede che vi andranno a vivere solo alcune centinaia di abitanti, mentre esse creano un pesante fardello per la sicurezza. Militarmente più una comunità è piccola più è facile evacuarla. La questione è prendere una decisione e agire in modo complessivo e sistematico, e per fare ciò è necessario un contesto politico diverso rispetto all’attuale.”
Arieli insiste sul fatto che una soluzione a due Stati è ancora fattibile: “Il territorio consente ancora una separazione a un prezzo politico ragionevole per entrambe le parti. Con uno scambio di terre del 4% del territorio l’80% della popolazione israeliana al di là della Linea Verde può rimanere sotto sovranità israeliana,” sostiene, “ma ci risulta difficile trasmettere questo dato all’opinione pubblica. La sensazione che una soluzione politica non sia realistica è una vittoria cognitiva dei coloni sull’opinione pubblica israeliana.”
E a lungo termine? Secondo Arieli “se le 103 colonie vengono realizzate e Israele si muove verso un accordo politico il prezzo nazionale che dovrà pagare sarà maggiore, in parte a causa della necessità di evacuarle. Al contrario, se sceglie di non perseguire un accordo politico ma di annettere i territori, questi 103 insediamenti non cambieranno la perdita della maggioranza ebraica o, alternativamente, la perdita del regime democratico in Israele.”
Dror Etkes, di Kerem Navot, non è ottimista. “E’ chiaro che quello che è stato fatto in Cisgiordania nel corso degli ultimi tre anni e mezzo è irreversibile,” afferma. “Uno Stato che non riesce e si rifiuta di evacuare avamposti nelle zone dell’Autorità Nazionale Palestinese che sono stati creati per provocare il collasso degli Accordi di Oslo e non riesce e si rifiuta di sanzionare i propri soldati sicuramente non evacuerà oltre 200 avamposti fondati durante il mandato dell’attuale governo, che ha stretto un’alleanza con nazionalisti criminali.
L’evacuazione di questi avamposti e colonie, la cui dislocazione è stata accuratamente scelta, o anche solo di una piccola parte di essi richiederà che lo Stato eserciti la propria autorità e violenza che non sono mai state utilizzate contro i coloni in Cisgiordania, neppure durante il disimpegno. È difficile immaginare che l’ex-direttore del Yesha Council delle colonie [organizzazione dei consigli municipali dei coloni, ndt.] Naftali Bennett entri in conflitto con i suoi amici e collaboratori, e altrettanto Gadi Eisenkot, che è stato fotografato qualche mese fa in uno degli avamposti più violenti della Cisgiordania. Nei prossimi anni Israele continuerà a intensificare il proprio coinvolgimento nel pantano dell’apartheid che ha creato e alimentato con le proprie mani.”
(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)