Israele ha utilizzato la violenza sessualizzata come arma di colonialismo di insediamento dal 1948 a oggi

Nada Elia, Noura Erakat

21 Luglio 2026 – Mondoweiss

Un ampio nuovo rapporto del Palestinian Feminist Collective ricostruisce la violenza sessuale israeliana contro i palestinesi dalla Nakba del 1948 fino alla Gaza di oggi, dimostrando che non si tratta di abusi incidentali, ma di uno strumento deliberato di pulizia etnica e controllo.

Nel dicembre 2023 l’ex funzionario del Dipartimento di Stato Josh Paul ha dichiarato alla conduttrice della CNN Christiane Amanpour che, durante il suo servizio nel corpo diplomatico, era venuto a conoscenza dello stupro da parte di ufficiali israeliani di un ragazzo tredicenne mentre si trovava in stato di detenzione. In risposta alle richieste di chiarimento avanzate dagli Stati Uniti il governo israeliano ha designato Defense for Children International – l’organizzazione palestinese che aveva documentato l’abuso – come organizzazione terroristica.

Da allora sono emerse numerose testimonianze palestinesi, sufficienti a riempire le pagine dei rapporti dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR), della Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta sul Territorio Palestinese Occupato, nonché di B’Tselem, organizzazione israeliana per i diritti umani. Tra gli episodi più raccapriccianti figura un video trapelato che mostra cinque ufficiali israeliani stuprare in gruppo un detenuto palestinese nella prigione di Sde Teiman. Un tribunale israeliano non solo ha assolto gli ufficiali, ma la società israeliana li ha celebrati come eroi, protestando contro il loro processo in famigerati raduni “a favore dello stupro”. Eppure, quando il giornalista americano Nicholas Kristof ha pubblicato sul New York Times il suo editoriale che deplorava l’impunità per gli abusi sessuali sistematici contro i palestinesi in stato di detenzione israeliana, ha comunque affermato che non c’era “alcuna prova che i leader israeliani ordinino stupri”. (Il governo israeliano ha comunque minacciato di citare in giudizio il giornale per accusa del sangue [storico stereotipo antisemita secondo cui gli ebrei rapirebbero e ucciderebbero bambini cristiani a scopo rituale; il termine viene qui invocato dal governo israeliano per accusare l’autore dell’articolo di antisemitismo, ndt.]).

Sebbene Kristof, le Nazioni Unite e le organizzazioni per i diritti umani abbiano ragione a denunciare la mancanza di attenzione e di responsabilità per gli abusi sessuali contro i palestinesi, raramente si sono chiesti come la violenza sessualizzata abbia funzionato all’interno del più ampio sistema israeliano di conquista, occupazione e dominio.

Il 30 giugno 2026 il Palestinian Feminist Collective [rete di studiose, attiviste e professioniste palestinesi e della diaspora che promuove un’analisi femminista e decoloniale della causa palestinese, ndt.] ha pubblicato un rapporto che contribuisce a colmare questa lacuna con una ricerca meticolosa e una documentazione scrupolosa. A Predatory State: Israeli Systemic Sexualized and Gendered Violence against Palestinians [Uno Stato predatore: la violenza sistemica israeliana, sessualizzata e di genere, contro i palestinesi, ndt.] delinea uno schema pluridecennale di aggressione sessuale israeliana contro bambini, donne e uomini palestinesi. Per quanto strazianti siano le 200 pagine del rapporto, si tratta di una lettura necessaria per chiunque abbia a cuore i diritti umani e la giustizia di genere. L’ampiezza storica del rapporto, dai primi attacchi delle milizie sioniste contro una popolazione palestinese terrorizzata fino alla tortura sessuale che oggi si consuma nelle carceri israeliane ai danni dei prigionieri palestinesi, dovrebbe mettere definitivamente a tacere ogni tentativo di razionalizzare gli orrori attuali come una risposta ai presunti stupri commessi da militanti di Hamas ai danni di cittadini israeliani, o peggio ancora come la questione di pochi soldati fuori controllo. Il rapporto del PFC chiarisce che, al contrario, questa violenza è funzionale alla perpetrazione del genocidio del popolo palestinese.

Il rapporto ripercorre un caso del 1949, rivelato nel diario personale del primo Primo Ministro israeliano David Ben-Gurion, in cui questi descrive come un plotone di soldati israeliani avesse rapito una giovane beduina “sui quindici anni”. Quando l’ufficiale al comando diede loro la scelta tra impiegarla come personale di cucina o come schiava sessuale, gli ufficiali israeliani scelsero la seconda opzione. Le tagliarono i capelli e le lavarono la testa con cherosene, per poi stuprarla in gruppo con una violenza tale che, la mattina seguente, l’ufficiale responsabile, il Sottotenente Moshe, “ritenne opportuno toglierla dal mondo”.

La violenza di genere è uno strumento intrinseco al colonialismo di insediamento, non solo israeliano. Anche qui negli Stati Uniti, altro Stato coloniale di insediamento, il movimento Missing and Murdered Indigenous Women (MMIW) ha messo in luce l’impunità che circonda le aggressioni sessuali contro le donne indigene nelle riserve, dove la sovrapposizione delle giurisdizioni penali statunitense e tribale ha reso le donne indigene particolarmente vulnerabili a tali aggressioni. Non è un caso. Che si tratti di una crisi tuttora affrontata con risorse gravemente insufficienti e ancora irrisolta non è un caso.

Analogamente, in quanto progetto di costruzione nazionale, l’ideologia sionista richiede l’espropriazione della terra palestinese e in ultima analisi l’eliminazione dei palestinesi attraverso la negazione giuridica – la negazione del loro diritto all’autodeterminazione, la deportazione forzata, il contenimento e/o la distruzione. La violenza sessuale è centrale in questo sforzo, poiché al tempo stesso fa avanzare le ambizioni di pulizia etnica e distrugge la coesione sociale dei palestinesi che rimangono.

Lo storico israeliano Benny Morris, che lamenta il fatto che la Nakba del 1948 non si sia spinta abbastanza in là nella pulizia etnica della Palestina, ha registrato numerosi casi denunciati di stupro risalenti alla fondazione dello Stato sionista. Ha osservato che “poiché né le vittime né gli stupratori erano propensi a denunciare questi episodi, dobbiamo presumere che la dozzina di casi di stupro denunciati che ho rintracciato non rappresenti l’intera storia. Sono solo la punta dell’iceberg.” La violenza sessuale, come altre forme di violenza perpetrate durante la Nakba e da allora in poi, mirava a terrorizzare i palestinesi e a costringerli ad abbandonare le proprie città e i propri villaggi in cerca di salvezza.

I documenti ufficiali dimostrano che i più alti funzionari israeliani erano pienamente consapevoli di questi abusi. Il rapporto del PFC ripercorre questa storia da prima della fondazione di Israele fino all’attuale e intensificato genocidio a Gaza per illustrare come Israele abbia sempre fatto affidamento sulla violenza sessuale per portare avanti i propri piani coloniali. Vi si apprende dello stupro di civili durante la Nakba del 1948, della tortura sessuale di prigionieri innocenti in detenzione amministrativa durante e dopo la guerra del 1967 e dello stupro di attivisti di base durante l’Intifada, fino ad arrivare al 2023 – cioè prima del 7 ottobre 2023. Il rapporto offre inoltre un’analisi delle infondate accuse di stupro di massa rivolte ai militanti di Hamas per dimostrare come simili narrazioni contribuiscano a rafforzare una rappresentazione razializzata della società palestinese come incivile e indegna di vivere.

Dal suo utilizzo come metodo per espellere i palestinesi dalla propria terra nel 1948 fino all’impiego della violenza sessualizzata e di genere per torturare detenuti e prigionieri palestinesi all’indomani della guerra del 1967 e oltre, il rapporto dimostra che, pur mutando frequenza e forma, la violenza sessualizzata è rimasta una costante dello sfollamento e dell’oppressione coloniale di insediamento.

Gli Stati Uniti non possono trattare questo crimine come se fosse un problema altrui. I funzionari statunitensi sono stati informati di questi abusi. Le armi e il sostegno diplomatico degli Stati Uniti continuano a proteggere il sistema all’interno del quale essi si verificano. La responsabilità deve essere estesa oltre una manciata di soldati per raggiungere e smantellare le strutture legali, militari e politiche che ordinano e poi proteggono questi crimini.

Nada Elia

Nada Elia è Professore Associato di Studi Etnici, specializzata in lotte transnazionali, decoloniali e di genere, con un focus sull’America araba e la Palestina. Studiosa e attivista, Elia fa parte del Palestinian Feminist Collective. È autrice di Greater Than the Sum of Our Parts: Feminism, Inter/Nationalism, and Palestine (Pluto, 2023), e ha contribuito con capitoli a numerose antologie, tra cui The Case for Sanctions Against Israel (Haymarket, 2020).

Noura Erakat è avvocato per i diritti umani e Professore Associato di Africana Studies e del Programma di Giustizia Penale presso la Rutgers University, sede di New Brunswick. È co-autrice, insieme a John Reynolds, del libro di prossima pubblicazione Confronting Zionism: Decolonizing Palestine and Building the World Anew, edito da Haymarket Books.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)