La campagna di disinvestimento che potrebbe scuotere le fondamenta economiche di Israele

Aharon Porath

30 giugno 2026 – +972 MAGAZINE

Per finanziare una guerra perenne Israele è diventato sempre più dipendente dall’emissione di obbligazioni. Rinunciare a questi titoli, spesso investiti passivamente, sconvolge questo equilibrio.

A fine maggio, l’Unione Europea ha annunciato una serie di nuove sanzioni contro le organizzazioni dei coloni israeliani e contro individui noti per aver attaccato violentemente i palestinesi nella Cisgiordania occupata. A ciò hanno fatto seguito rapidamente sei governi europei, tra cui Gran Bretagna e Francia, che hanno imposto ulteriori sanzioni contro le “reti di finanziamento e sostegno agli attacchi dei coloni”. La Francia ha inoltre annunciato il divieto di ingresso nel Paese al ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, a causa del suo sostegno agli insediamenti e all’annessione.

In un’intervista al quotidiano israeliano Globes, l’ambasciatore dell’UE in Israele, Michael Mann, ha sottolineato che queste non erano sanzioni contro lo Stato di Israele, bensì “contro specifici individui e organizzazioni che riteniamo abbiano violato i diritti umani”. Anche se si prevede che i governi europei discuteranno di ulteriori sanzioni nelle prossime settimane, le dichiarazioni di Mann suggeriscono che l’UE intende comunque tracciare una netta distinzione tra gli insediamenti e Israele.

Mentre queste sanzioni hanno fatto notizia su quasi tutti i canali televisivi israeliani, un’altra forma di pressione economica si sta intensificando in sordina: la vendita di titoli di Stato israeliani. Nella migliore delle ipotesi, i casi di disinvestimento vengono menzionati brevemente nelle pagine interne della stampa finanziaria. Tuttavia, sebbene la sua portata rimanga limitata, l’intensificarsi di questa campagna potrebbe danneggiare significativamente l’economia israeliana.

Non essendo vincolato ai lunghi processi politici che caratterizzano le decisioni governative, il disinvestimento dalle obbligazioni può essere intrapreso da una serie di soggetti autonomi diversi, tra cui fondi pensione, investitori privati, enti governativi locali e regionali e fondi di investimento pubblici e privati, spesso in risposta diretta alle pressioni della popolazione. E, cosa fondamentale, a differenza delle sanzioni dell’UE, non fa distinzione tra lo Stato di Israele e gli insediamenti.

A maggio, il più grande fondo pensionistico pubblico [degli impiegati pubblici, ndt.] del Regno Unito ha ceduto alle pressioni degli attivisti e ha venduto obbligazioni governative israeliane per un valore di circa 29,2 milioni di dollari. “Siamo rimasti inorriditi nello scoprire che i nostri fondi pensione stanno finanziando genocidio, apartheid, occupazione, incarcerazione e tortura”, ha dichiarato uno dei leader della protesta a Middle East Eye.

Pochi giorni dopo una campagna simile nel Maryland ha annunciato di essere riuscita a convincere il fondo pensionistico dello Stato [degli impiegati dello Stato, ndt.] a disinvestire 73,7 milioni di dollari in obbligazioni israeliane. La direzione del fondo ha negato che la decisione fosse stata presa in risposta alla protesta, ma, anche se si trattasse di una decisione di investimento piuttosto che di un risultato diretto degli attivisti pro-Palestina, casi come questo minacciano di scuotere le fondamenta economiche di Israele.

Pressioni simili vengono esercitate sul fondo pensionistico statale e locale [degli impiegati statali e comunali, ndt.] di New York, che detiene circa 368 milioni di dollari in obbligazioni israeliane, e sul fondo pensionistico nazionale del Galles (sebbene in quest’ultimo caso gli investimenti siano in società israeliane anziché in titoli di Stato). Il più grande fondo pensionistico privato britannico, l’Universities Superannuation Scheme, ha anticipato la tendenza, disinvestendo oltre 100 milioni di dollari in attività israeliane già nell’agosto del 2024.

Anche i meccanismi attraverso i quali gli europei investono in obbligazioni israeliane sono stati scossi dalle campagne di pressione. Negli anni successivi alla Brexit l’Irlanda si è assunta la responsabilità, precedentemente detenuta dal Regno Unito, di approvare i documenti normativi (noti come prospetti informativi) che consentivano l’offerta di obbligazioni governative israeliane a enti di investimento istituzionali e pubblici degli Stati membri dell’UE. Tuttavia nel settembre 2025 la Banca Centrale d’Irlanda ha cessato di svolgere questo ruolo fondamentale in seguito a una prolungata campagna di pressione da parte di parlamentari irlandesi, attivisti e organizzazioni per i diritti umani.

Sebbene ciò non abbia ostacolato il meccanismo di investimento in obbligazioni – che è stato successivamente trasferito in Lussemburgo, dove funziona in modo molto simile – la mossa riflette una crescente consapevolezza del fatto che molte persone hanno investito in obbligazioni israeliane senza nemmeno saperlo. E se questa tendenza dovesse continuare potrebbe creare seri problemi all’economia israeliana.

“Elevata fiducia degli investitori”

L’emissione di obbligazioni è uno strumento essenziale per i governi per finanziare la spesa pubblica e ripagare i debiti. Per Israele, pertanto, questa fonte di reddito finanzia ogni aspetto, dalla spesa per il welfare pubblico all’equipaggiamento militare necessario per perpetrare il genocidio a Gaza. Con la guerra prolungata che grava pesantemente sulla spesa pubblica il ricorso del Ministero delle Finanze all’emissione di debito è diventato sempre più cruciale.

Nonostante i recenti disinvestimenti per centinaia di milioni di dollari, queste operazioni sono trascurabili rispetto all’entità dell’emissione di debito di Israele. La domanda estera rimane elevata: nel 2024, Israele ha raccolto circa 278 miliardi di NIS (circa 93 miliardi di dollari) attraverso la vendita di vari tipi di obbligazioni, pari a circa il 45% della spesa pubblica totale di quell’anno e oltre quattro volte la cifra raccolta nel 2022. L’ultima emissione obbligazionaria del Ministero delle Finanze, avvenuta a gennaio di quest’anno, ha fruttato circa 6 miliardi di dollari con la domanda che ha superato l’offerta in rapporto di sei a uno.

Smotrich ha sostenuto che ciò “riflette la resilienza dell’economia israeliana e la gestione economica responsabile che abbiamo attuato negli ultimi anni, che ci ha fatto guadagnare la fiducia dei mercati”. Il ragioniere generale del Ministero delle Finanze, Yali Rothenberg, ha affermato che i risultati “dimostrano un’elevata fiducia degli investitori nell’economia israeliana”.

Le principali fonti di questi fondi sono entità locali – fondi pensione e di previdenza, compagnie assicurative e banche – che gestiscono investimenti e risparmi a lungo termine per conto dei loro clienti. La maggior parte dei cittadini israeliani detiene inoltre titoli di Stato tramite i propri fondi di previdenza, mentre un’altra importante fonte di capitale estero proviene dalle comunità cristiane evangeliche negli Stati Uniti. Il sito web della Development Corporation for Israel (DCI), braccio commerciale di Israel Bonds [nome con cui è comunemente nota la DCI, ente che si occupa della sottoscrizione negli Stati Uniti dei titoli di debito emessi dallo Stato di Israele ndt.] presenta una pagina apposita dedicata alla campagna di vendita a queste comunità.

Nel luglio 2025, l’amministratore delegato dell’azienda Danny Naveh ha pubblicato una lettera aperta su un organo di stampa evangelico ringraziando le comunità cristiane americane per “l’ondata di sostegno [a Israele] non solo a parole e con le preghiere, ma anche con azioni concrete dopo l’attacco del 7 ottobre”. Ha poi specificato a quali azioni si riferiva: “Individui e istituzioni hanno investito più di 5 miliardi di dollari in Israele attraverso Israel Bonds, e una parte significativa e crescente di questi investimenti proviene da sostenitori cristiani che comprendono che il sostegno finanziario a Israele è uno dei modi per proteggere il popolo ebraico”.

Anche molti investitori del Golfo sono estremamente interessati ai titoli di Stato israeliani. Secondo il quotidiano finanziario israeliano Calcalist, durante una presentazione tenuta da Rothenberg, il ragioniere generale, agli investitori del Golfo in occasione della vendita di gennaio, un dirigente di uno dei maggiori fondi lo ha interrotto dicendo: “Sappiamo tutto; abbiamo fatto le nostre verifiche. Riservateci questa somma nell’offerta” e ha proceduto a sottoscrivere una cifra totale di centinaia di milioni di dollari.

Neutrali o complici?

Sebbene il disinvestimento dai titoli di Stato abbia il potenziale per esercitare una forte pressione sull’economia israeliana, questa strategia è ostacolata principalmente dal fatto che la stragrande maggioranza dei capitali proviene da investitori passivi. Dal 2020 i titoli di Stato israeliani in valuta locale sono inclusi nei principali indici obbligazionari globali, in particolare nel FTSE World Government Bond Index, il benchmark globale per i titoli di Stato. Di conseguenza, sono inclusi negli ETF (Exchange Traded Fund) passivi che replicano questi indici e raggruppano obbligazioni di diversi Paesi.

Pertanto gli investitori con risparmi in fondi pensione, fondi di previdenza, fondi comuni di investimento e altri strumenti di investimento gestiti da istituzioni non scelgono attivamente di investire in attività israeliane e, nella stragrande maggioranza dei casi, non ne sono affatto consapevoli. Finché Israele rimane incluso in questi indici, parte della domanda di obbligazioni è di fatto garantita dal sistema finanziario stesso, pur rimanendo pressoché invisibile al pubblico.

Questa realtà rappresenta al contempo una fonte di limitazioni e di opportunità nella lotta relativa al debito israeliano. Attualmente non vi è alcuna indicazione che un fondo pensione nel Regno Unito, uno Stato americano o un’autorità di regolamentazione in Irlanda siano in grado, da soli, di minare la capacità di Israele di raccogliere capitali tramite obbligazioni. Anche considerando le recenti ondate di disinvestimenti di cui si è parlato in precedenza, la crisi in Irlanda e la crescente pressione dell’opinione pubblica sugli investitori istituzionali, Israele continua a raccogliere miliardi sui mercati internazionali, a beneficiare di un’elevata domanda e ad essere protetto da un mercato interno che investe quasi automaticamente in titoli di Stato.

Finché i titoli di Stato saranno considerati un normale prodotto di investimento, inclusi negli indici internazionali, acquistati tramite ETF diversificati e i risparmiatori rimarranno inconsapevoli che il loro denaro è investito nel debito pubblico israeliano, il meccanismo di finanziamento continuerà a funzionare quasi autonomamente. Per questo motivo gruppi di protesta in tutto il mondo stanno cercando di trasformare questo sistema da una questione tecnica a una questione politica e morale.

Quando i risparmiatori del nord dell’Inghilterra scoprono che i loro fondi pensione sono investiti in titoli di Stato israeliani, quando i membri del parlamento irlandese chiedono perché la banca centrale del loro paese fornisca un quadro normativo per l’emissione di obbligazioni israeliane e quando gli investitori di New York o del Galles chiedono che si smetta di utilizzare i loro soldi per finanziare uno Stato che commette crimini di guerra a Gaza e rafforza il suo controllo sulla Cisgiordania, il semplice sollevare queste domande mina la comoda separazione tra il mercato dei capitali e la politica governativa.

Queste mosse negano la distinzione che figure come l’ambasciatore di Israele presso l’UE insistono a tracciare tra lo Stato israeliano e le colonie.

In questo senso disinvestire dal debito israeliano toglie a uno dei principali meccanismi di finanziamento dello Stato la patina di apparente professionalità. Costringe le entità che preferiscono parlare il linguaggio dei rendimenti, del rischio, del rating creditizio e della liquidità a confrontarsi con questioni di moralità e diritti umani: l’acquisto di debito pubblico israeliano è ancora un investimento neutrale, o costituisce complicità nel finanziamento di uno Stato che sta gradualmente perdendo la sua legittimità internazionale?

Questa è una questione che l’UE sta ancora cercando di eludere distinguendo tra Israele e le colonie, ma tale distinzione è impossibile da mantenere a lungo termine. Il debito appartiene allo Stato e il denaro che vi affluisce finanzia le sue azioni. Mentre le sanzioni dirette contro i coloni e le organizzazioni in Cisgiordania continueranno a fare notizia, la lotta in corso all’interno dei fondi pensione, dei comitati di investimento, dei prospetti informativi, degli indici e degli ETF ha il potenziale per avere un impatto ben maggiore.

Questa lotta può essere più lenta, meno eclatante e a tratti quasi invisibile, ma tocca una questione ben più ampia di quali ministri saranno autorizzati a entrare a Parigi o a Londra. Riguarda chi è disposto a continuare a prestare denaro allo Stato di Israele, a quali condizioni e a che punto anche l’investimento più passivo diventa una questione morale e politica.

Aharon Porath è un giornalista e ricercatore specializzato in economia e tecnologia in relazione ai diritti umani. Scrive per Local Call, è membro del team di ricerca di B’Tselem e offre consulenza ad attivisti e organizzazioni per i diritti umani in relazione alle valute digitali.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Prima non c’erano innocenti a Gaza. Adesso l’IDF sta applicando la stessa politica in Cisgiordania

Gideon Levy

28 giugno 2026 – Haaretz

Il 7 ottobre, che ha giustificato un genocidio a Gaza, ha eliminato ogni ritegno anche in Cisgiordania. Adesso la sentenza che non ci sono civili innocenti è stata applicata anche ai palestinesi della Cisgiordania

Il 7 ottobre ha sconvolto la Cisgiordania.

Come in Israele, niente è come era prima del 7 ottobre tra Jenin e Hebron. E’ un’occupazione con nuove regole, più crudele di sempre. Il 7 ottobre non è stato sparato un solo colpo dai palestinesi in Cisgiordania, e neppure nella maggior parte dei tanti giorni seguenti, eppure vengono puniti da Israele come non lo sono mai stati dalla Nakba.

La sentenza secondo cui non ci sono civili innocenti nella Striscia di Gaza è stata applicata anche agli abitanti della Cisgiordania, cosa per cui è consentito e necessario fare loro violenza più che mai. La Cisgiordania da parte sua sta rispondendo con una totale impotenza, come accadde ai suoi abitanti nel 1967.

Dal 7 ottobre Israele ha adottato una politica di vessazioni continue e

crescenti, nonostante il lungo periodo trascorso da allora. La punizione della Cisgiordania si sta configurando come un ergastolo. I suoi abitanti si sono comportati perfettamente per quanto riguarda Israele, sottomessi, sanguinanti e senza leadership. Non hanno espresso alcuna significativa opposizione a ciò che si sta facendo ai loro fratelli a Gaza, ma questo non li ha aiutati. La loro colpa era e resta il fatto che sono palestinesi. Terrorismo o no, sono sempre colpevoli.

Il 7 ottobre, che ha reso possibile un genocidio a Gaza, ha anche spento ogni ritegno in Cisgiordania. Mentre Israele piangeva i suoi morti e i suoi ostaggi i coloni sono stati veloci a cogliere un’opportunità d’oro. Con la loro astuzia hanno capito che era arrivato il momento per cui avevano pregato per tutti quegli anni: una grande guerra motivata da un desiderio di vendetta, con la cui copertura si può fare qualunque cosa.

La rivoluzione in Cisgiordania è avvenuta lungo diversi binari, ben pianificati e coordinati, soffocando i suoi abitanti in tutti i modi. Ciò ha comportato mosse draconiane che non sono cambiate da allora e sono probabilmente destinate a restare per sempre. Da tutte le parti è un inferno e gli israeliani hanno distolto lo sguardo da ciò che accade a ovest della linea verde

La Cisgiordania è stata accerchiata quasi ermeticamente. Centinaia di cancelli gialli che erano stati installati all’entrata di ogni città e villaggio palestinese sono stati chiusi e sbarrati. Ad oggi non esiste una comunità in Cisgiordania che non sia sotto assedio almeno parziale. Le principali entrate in città come Nablus, Hebron e Ramallah sono state chiuse come le entrate ai villaggi e gli abitanti sono costretti a percorrere strade sterrate. Non ci sono più strade normali per i palestinesi.

Il folle assedio continua fino ad oggi. Non ha niente a che fare con la sicurezza. La settimana scorsa il consulente legale dell’esercito israeliano responsabile della Cisgiordania si è ricordato di rimarcare che l’esercito stava limitando illegalmente la libertà di movimento dei palestinesi (come ha riferito giovedì il giornalista di Haaretz Yaniv Kubovich). E’ gentile che se ne sia ricordato, ma la sua dichiarazione non cambierà nulla. I coloni vogliono strade su cui i palestinesi non possono circolare, ed è quello che otterranno.

La seconda disgrazia capitata ai palestinesi è stato il totale divieto di lavorare in Israele, che significa un totale divieto di guadagnarsi da vivere per quasi tre anni.

Anche le incursioni dell’esercito sono diventate più frequenti e arbitrarie di prima. Poi sono arrivati i pogrom. E poi le “squadre di sicurezza” dei coloni locali, un mistificante nome per le milizie dei coloni. Ogni coordinatore locale per la sicurezza è diventato un generale e ogni colono un re. Sono stati installati con la violenza circa 150 avamposti, che si sono impossessati di centinaia di migliaia di acri, più di qualunque altro programma “ufficiale” di insediamento.

E poi è arrivato il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, che ha trasformato le prigioni dove sono detenuti migliaia di prigionieri – alcuni dei quali innocenti, per la maggioranza prigionieri politici, molti altri detenuti senza processo – in terribili centri di tortura. Le persone vi muoiono di fame.

Inoltre l’esercito ha allentato le sue regole d’ingaggio. Dal 7 ottobre più di un migliaio di palestinesi sono stati uccisi nella tranquilla Cisgiordania, compresi oltre 200 minori. Ben pochi di loro costituivano un pericolo, se poi lo costituivano, per qualcuno. I soldati che hanno combattuto nella Striscia di Gaza, i loro invidiosi amici e gli squilibrati coloni assetati di sangue hanno tutti abbracciato le uccisioni indiscriminate come un modus operandi anche in Cisgiordania.

Tutto questo è accaduto senza che vi fosse quasi nessuna attività terroristica in Cisgiordania. Tutto questo è accaduto per oltre tre anni, senza che se ne veda la fine. Forse è ora di dire basta?

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Membro del consiglio di amministrazione della CPJ rimosso mentre l’organizzazione avvia una revisione dell’elenco dei giornalisti uccisi a Gaza

Redazione MEE

29 giugno 2026 – Middle East Eye

Nika Soon-Shiong ha chiesto perché alcuni giornalisti palestinesi siano stati esclusi dal bilancio delle vittime del Comitato per la Protezione dei Giornalisti

L’editrice di Drop Site News non fa più parte del consiglio direttivo del Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ) [ONG internazionale impegnata nella difesa della libertà di stampa e dei diritti dei giornalisti, ndt.], il che implica che sia stata rimossa dopo aver messo in discussione l’esclusione di alcuni giornalisti palestinesi dal bilancio delle vittime a Gaza, come rivelato lunedì dalla stessa Nika Soon-Shiong.

“Sono stata informata di non essere più membro del consiglio direttivo del Comitato per la Protezione dei Giornalisti”, ha scritto su X, allegando l’e-mail originale in cui esprimeva le sue preoccupazioni agli altri membri del consiglio.

Interpellato in merito alla possibile relazione tra la rimozione di Soon-Shiong dal consiglio e la revisione in corso da parte dell’organizzazione, il CPJ ha dichiarato a Middle East Eye in una nota via e-mail che il suo “mandato quinquennale nel consiglio si è concluso nel giugno 2026”.

“Chiedo al consiglio di votare se procedere con questa iniziativa, data l’assenza di un obiettivo chiaro, di un piano di lavoro definito o di una valutazione dei potenziali rischi istituzionali”, ha scritto Soon-Shiong nell’e-mail, riferendosi a quella che a suo avviso sarebbe, da parte del CPJ, la mancanza di un criterio per rimuovere dal proprio bilancio delle vittime a Gaza i nomi di alcuni giornalisti palestinesi uccisi.

La proposta di escludere i giornalisti che manifestano determinati comportamenti e attività’ o che lavorano per organi di propaganda sostenuti dallo Stato, organizzazioni militanti e affiliate a gruppi terroristici designati’ è emersa dalla nostra discussione sull’articolo di Adam Kredo pubblicato su Free Beacon, in cui si sostiene che io sia troppo critica nei confronti del genocidio e dell’apartheid, ha affermato Soon-Shiong.

L’articolo è stato pubblicato il 27 maggio dal Washington Free Beacon, testata di destra, che ha definito il consiglio direttivo del CPJ “pieno di sentimento anti-israeliano e praticamente privo di voci dissenzienti”.

L’articolo cita espressamente Soon-Shiong, insieme alla giornalista filippina e premio Nobel Maria Ressa, come una “voce ferocemente anti-israeliana” che ha paragonato le azioni di Israele a Gaza a quelle della Germania nazista e ha definito la guerra nell’enclave un genocidio commesso da Israele.

Il giornalista Adam Kredo ha al suo attivo una lunga serie di articoli diffamatori contro voci filo-musulmane e filo-palestinesi.

“Le accuse di terrorismo sono diffuse e motivate politicamente per screditare giornalisti e oppositori politici”, ha scritto Soon-Shiong nella sua email al consiglio direttivo del CPJ.

“Ho apprezzato che il consiglio direttivo abbia respinto l’articolo… [ma] poiché le accuse infondate diventeranno sempre più comuni non di meno il CPJ deve sforzarsi di stare al di sopra delle polemiche”, ha affermato.

“Riaprire la questione di ‘chi è un giornalista’ ha profonde implicazioni per le persone che il CPJ protegge e per le organizzazioni a cui sono affiliate. È un tradimento nei confronti dei nostri colleghi di Gaza, che hanno affrontato il conflitto più letale per i giornalisti mai registrato.”

L’eccezione palestinese

Mohammed el-Kurd, corrispondente dalla Palestina per la rivista The Nation [la più antica rivista statunitense, di impostazione progressista, ndt.], ha dichiarato domenica a X che fonti interne al CPJ gli hanno riferito che l’organizzazione intende procedere ad una modifica formale della definizione di giornalista nel tentativo di escludere i giornalisti palestinesi e libanesi che lavorano per organi di informazione finanziati dallo Stato.

“I giornalisti israeliani, americani e ucraini che lavorano per organi di informazione finanziati dallo Stato o che sono integrati nell’esercito continueranno a essere riconosciuti come giornalisti”, ha scritto.

I principali media statunitensi e canadesi si sono in gran parte affidati al CPJ per ottenere un conteggio affidabile dei giornalisti palestinesi e libanesi uccisi da Israele, soprattutto perché la maggior parte sceglie di non citare come fonti le organizzazioni locali o i ministeri della salute competenti.

Tuttavia la scorsa settimana il CPJ ha annunciato di aver avviato una “revisione completa del suo database di giornalisti uccisi durante la guerra tra Israele e Gaza, dopo che i gruppi militanti Hamas e Jihad islamica palestinese hanno pubblicato necrologi che identificavano come combattenti individui precedentemente elencati dal CPJ come giornalisti”.

Di conseguenza 20 giornalisti palestinesi sono stati rimossi dal conteggio del CPJ, che ora si attesta a 209 morti. La revisione completa sarà ultimata entro il mese prossimo.

Per fare un confronto, la cifra indicata dal Sindacato dei giornalisti palestinesi (Palestinian Journalists’ Syndicate) supera di gran lunga i 270.

Nella sua email al CPJ Soon-Shiong ha affermato di avere “seri interrogativi” sulla portata della revisione.

Ha chiesto perché Hamas e Jihad islamica siano state le uniche organizzazioni identificate, soprattutto considerando che le forze israeliane sono state accusate di crimini di guerra e che diversi giornalisti statunitensi che lavorano per importanti testate giornalistiche hanno impiegato reporter arruolati nell’esercito israeliano.

Cosa dovrebbe succedere a testate come The Atlantic, LA Times o la BBC, che hanno redattori che hanno prestato servizio attivo nellesercito israeliano? Il CPJ non può presentarsi in modo credibile come giudice obiettivo per stabilire chi sia un giornalista legittimo e chi meriti protezione, ha affermato Soon-Shiong riferendosi allesercito israeliano.

Nella sua dichiarazione inviata via e-mail a MEE lunedì il CPJ ha affermato di «non aver modificato la sua abituale metodologia, applicata a tutte le zone di conflitto nel mondo», né di aver «modificato il modo in cui classifica i giornalisti».

«La nostra politica di lunga data prevede l’inclusione di giornalisti che lavorano per media sostenuti dallo Stato e di quelli che lavorano per organizzazioni mediatiche affiliate a gruppi militanti, a condizione che non siano coinvolti in combattimenti o incitamenti alla violenza che possano determinare conseguenze imminenti. Ciò è coerente con il diritto internazionale umanitario», ha dichiarato l’organizzazione in risposta alle domande di MEE.

«Se dovessimo stabilire che un individuo è stato un combattente attivo o ha fomentato una azione violenta imminente verrebbe rimosso dalla nostra lista indipendentemente dall’affiliazione della sua testata».

Nika Soon-Shiong è la figlia del miliardario proprietario del Los Angeles Times. È entrata a far parte del consiglio di amministrazione del CPJ nel 2021 e ha assunto la direzione del sito di informazione indipendente Drop Site lo scorso anno.

Drop Site, fondato dai noti giornalisti Jeremy Scahill e Ryan Grim, ha prodotto alcuni dei reportage più trascurati sul genocidio israeliano a Gaza e sui meccanismi della politica palestinese, grazie alle sue numerose interviste con diversi funzionari di Hamas e della Jihad islamica.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)