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Omicidi efferati da ambo le parti del conflitto israelo-palestinese

Si sono versate lacrime a Kiryat Arba, Sa’ir e altrove. Le ragioni sono diverse, ma i risultati sono identici ed orrendi

Haaretz

di Gideon Levy – 3 luglio 2016

“Hubb”, lo chiamavano, “Amore”, e lo portavano con loro ovunque. Era il loro figlio e fratello e lo mostravano con affetto. Era indifeso. Era nato con la sindrome di Down.

Il soldato gli ha sparato da breve distanza allo stomaco, poi se n’è andato con i suoi compagni senza controllare le condizioni di Hubb o chiamare aiuto. Lo hanno lasciato sanguinante sul terreno pietroso. Poche settimane dopo è morto in seguito alle ferite.  Arif Jaradat, del villaggio di Sa’ir, è morto a 23 anni.

Il portavoce dell’IDF [l’esercito israeliano. Ndtr.] ha detto che “i soldati hanno avvistato un palestinese che stava lanciando una bottiglia molotov” e hanno sparato “per eliminare la minaccia”. Questa affermazione è vergognosamente falsa.

Innanzitutto, i testimoni oculari hanno affermato che Arif ha solo gridato ai soldati per paura, come faceva sempre quando incontrava dei militari. E, indipendentemente dal fatto che i soldati potessero vedere o meno che si trovavano davanti un giovane affetto da sindrome di Down, era chiaro che se si fosse trattato di una bomba incendiaria, i soldati avrebbero arrestato Arif dopo averlo ferito. Ma gli hanno sparato e se ne sono andati.

A pochi kilometri da Sa’ir, a Kiryat Arba, durante il fine settimana è stato commesso lo sconvolgente omicidio di Hallel Yaffa Ariel mentre stava dormendo. Anche lei era indifesa, anche lei era giovane ed innocente. “Come puoi uccidere una tredicenne?” ha gridato sua madre. Ha ragione. E come puoi uccidere un giovane con la sindrome di Down? I cuori sono scossi, le lacrime scorrono e le gole si chiudono, sia a Kiryat Arba che a Sa’ir.

Pochi giorni fa Mahmoud Rafat Badran, un ragazzo di 15 anni, se ne stava tornando a casa con alcuni amici dopo essere stato in un parco acquatico. I soldati israeliani hanno crivellato la sua auto con 15 proiettili, pensando che i passeggeri avessero lanciato delle pietre sulla Strada 443. Rafat è rimasto ucciso e quattro suoi amici sono stati gravemente feriti dal fuoco indiscriminato. L’esercito ha affermato che si è sparato per “errore”.

Venerdì la famiglia Mark stava viaggiando a sud del monte Hebron, in Cisgiordania. Alcuni palestinesi hanno crivellato la loro auto con 19 proiettili, uccidendo il padre, Michael, e ferendo gravemente sua moglie e due figli. I primi a correre in loro aiuto sono stati dei passanti palestinesi, uno dei quali era un medico, che ha rianimato la madre, e un’ambulanza della Mezzaluna Rossa. Di nuovo una vita stroncata, di nuovo lacrime che scorrono.

Tutte queste uccisioni sono diverse, eppure simili. Per la maggior parte degli israeliani questi episodi non si possono confrontare. Il solo fatto di parlare di somiglianza  li fa infuriare. Ma la verità è che una persona indifesa è una persona indifesa, che si tratti di una ragazzina che dorme nel suo letto o di un giovane con la sindrome di Down. Ucciderli è un atto efferato.

Anche crivellare di proiettili un’auto è efferato. E’ vero, i palestinesi che hanno sparato alla macchina di Otniel volevano uccidere i passeggeri, mentre i soldati che hanno sparato contro l’auto di Beit Ur al-Tahta hanno detto di aver ucciso per sbaglio, ma il loro errore risulta inaccettabile.

Quindici proiettili per sbaglio? Hanno sparato indiscriminatamente ad un’auto senza l’intenzione di ucciderne i passeggeri? I palestinesi sparano come parte della loro resistenza all’occupazione. Gli israeliani sparano come parte della loro resistenza contro la resistenza. I motivi sono diversi, i risultati sono identici e orrendi, anche se vengono uccisi molti più palestinesi.

La maggior parte degli israeliani vive negando la realtà  in conseguenza del lavaggio del cervello a cui sono sottoposti. Il terrorismo esiste solo dalla parte dei palestinesi, solo loro agiscono con brutalità e disumanità. La realtà parallela rimane nascosta ai loro occhi – chi mai ha sentito parlare dell’uccisione di un giovane indifeso di Sa’ir? Ciò che è peggio, non c’è la volontà di prendere in considerazione l’episodio dal punto di vista palestinese.

Dietro a tutto ciò si nasconde il concetto più profondamente radicato in Israele – che i palestinesi non sono esseri umani come noi. Il loro sangue non è il nostro, versarlo non è malvagio come spargere il nostro.

Il giorno in cui più israeliani vorranno paragonare l’uccisione di Arif Jaradat a quella di Hallel Yaffa Ariel, il giorno in cui più israeliani riconosceranno l’ingiustizia ed i crimini commessi dal loro Paese, si farà il primo passo per ridurre lo spargimento di sangue. Fino ad allora continuerà. Niente lo fermerà.

(traduzione di Amedeo Rossi)




La Corte Penale Internazionale e la Palestina

La CPI e la Palestina: un esempio di dubbia giustizia

Al-Shabaka

di Sarah Kanbar – 1 luglio 2016

 

E’ passato più di un anno da quando la Palestina è diventata membro della Corte Penale Internazionale (CPI) e l’Ufficio della Procura Generale della CPI (UPG) ha iniziato l’indagine preliminare della “situazione in Palestina”. Anche se il rifiuto pressoché assoluto di Israele di collaborare con la CPI in questioni relative alla Palestina l’ha ostacolata, Israele non è l’unico intralcio al fatto che la giustizia faccia il suo corso: anche lo stesso UPG ha giocato un ruolo fondamentale nel bloccare di fatto il procedimento. 1

Nel novembre 2015 il rapporto annuale della procuratrice generale Fatou Bensouda sulle attività di indagine preliminare ha fornito un aggiornamento sulla situazione dell’indagine preliminare. In base alle informazioni del rapporto non risulta chiaro come l’UPG procederà in funzione del suo scopo generale di mettere in pratica “i due principali obiettivi dello Statuto di Roma: porre fine all’impunità, incoraggiando corretti procedimenti nazionali, e prevenire i reati” riguardo alla Palestina. Inoltre due elementi del rapporto – l’affermazione dell’UPG riguardante la condizione di Stato sovrano della Palestina ed i possibili crimini che sono stati identificati in via preliminare – inducono ulteriori critiche all’UPG, in particolare le preoccupazioni riguardo alla sua imparzialità e il suo fallimento nel rispondere alle speranze di giustizia delle vittime.

Queste lacune dell’UPG potrebbero far fallire  l’obiettivo della CPI in quanto sede per  valutare e giudicare le atrocità che avvengono in Palestina. La società civile deve esaminare attentamente il lavoro della CPI per garantire che continui ad essere un’istituzione imparziale ed apolitica. Una simile vigilanza aiuterà a ottenere l’attribuzione di responsabilità e a fare un passo avanti nel caso della Palestina.

Palestina: un banco di prova per la CPI

La CPI, che ha iniziato ad operare nel 2002, è un’istituzione giudiziaria giovane ed in evoluzione. Finora quasi tutti i casi aperti davanti alla Corte sono situazioni che riguardano Stati africani. La CPI sta solo iniziando a impegnarsi in altre regioni attraverso indagini preliminari e inchieste. Ciò si riflette nell’incremento del numero di situazioni deferite all’UPG e nell’inizio di inchieste dopo il completamento delle indagini preliminari che durano anni.

La CPI affronta la sfida dovuta a finanziamenti limitati, che la mette nella condizione di aver bisogno del sostegno finanziario degli Stati membri. La CPI non può contare sempre su questi finanziamenti e, anche quando li riceve, lo stesso fatto di averne bisogno la rende soggetta ai progetti politici di alcuni Stati. La CPI è quindi in un momento critico in cui deve dimostrare di essere un’istituzione imparziale.

Durante un recente riunione dell’assemblea degli Stati membri della CPI, il responsabile della gestione e della supervisione della CPI, membri della delegazione palestinese e rappresentanti della società civile hanno espresso l’opinione che il fatto che la CPI si occupi del caso palestinese sarà un banco di prova particolarmente significativo per la Corte. Hanno citato molte ragioni della necessità che la CPI giudichi i crimini in Palestina, compresa la vicenda dei  conflitti regionali che dura da oltre 60 anni, i negoziati falliti e la documentazione della violazione dei diritti umani – dai continui rapporti sul campo delle ONG (organizzazioni non governative) all’opinione consultiva sul Muro israeliano espressa dalla Corte Internazionale di Giustizia nel 2004.

Delegati e rappresentanti della società civile hanno anche affermato che l’UPG ha una grande quantità di informazioni che potrebbero portare a concludere efficacemente la sua indagine, benché abbiano  riconosciuto che Israele ha reso difficile l’accesso a informazioni relative all’attacco del 2014 contro la Striscia di Gaza. Inoltre hanno espresso il proprio timore che l’UPG possa cedere alla sua abitudine di perdere il sostegno delle vittime – in questo caso, palestinesi –  prolungando l’indagine.

La CPI è stata frequentemente criticata per il fatto che le vittime, che sono spesso vulnerabili e si aspettano molto dalla Corte, sono state deluse dall’incapacità della CPI di prendere provvedimenti.  Dopo aver aspettato lungo tutto il procedimento estremamente lento e non aver ricevuto una risposta, le vittime di atrocità si sentono abbandonate, e ciò provoca in loro un’ulteriore disillusione in merito al sistema giudiziario che opera sotto l’egida dei suoi Stati membri.

Durante un’indagine preliminare, l’UPG studia le comunicazioni e le informazioni per decidere se un’inchiesta e un processo possono avere luogo. Il rapporto del procuratore generale include materiale come la fase dell’indagine e i dati che sono stati analizzati. 2 L’UPG non conduce inchieste quando effettua un’indagine preliminare. Procede a un  esame e decide semplicemente se una situazione rientra nei parametri dell’articolo 53 dello Statuto di Roma, che dà luogo a un’inchiesta, salvo che il procuratore generale decida che non ci sono “basi ragionevoli” per procedere. 3 Lo Statuto di Roma non stabilisce un periodo di tempo entro il quale l’UPG debba completare un’indagine preliminare, e può essere presa in considerazione un’ ulteriore informazione dopo che un’indagine è iniziata. Quindi ci possono volere degli anni prima che un’inchiesta sia raccomandata o che l’UPG rinunci a procedere.

Ci sono due critiche che si possono fare alla CPI in base al rapporto. La prima è che la preoccupazione dell’UPG di apparire imparziale ha solo ritardato l’indagine preliminare e ha provocato il fatto che l’UPG sia andato oltre l’ambito delle proprie competenze riguardo alla questione della condizione di Stato sovrano della Palestina, un problema su cui si era concentrato il precedente procuratore generale. Secondo, prendendo in esame i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra israeliani, la CPI potrebbe rivelarsi solo un’ennesima organizzazione internazionale che deluderà i palestinesi perché non agirebbe contro Israele e non lo obbligherebbe a rendere conto [dei propri crimini].

Il rapporto dell’UPG e la questione della condizione di Stato sovrano

Vale la pena ricordare che, dopo il 2009, quando l’Autorità Nazionale Palestinese per la prima volta ha sottoposto alla CPI una denuncia relativa all’articolo 12 (3), in cui si dichiara l’accettazione della giurisdizione della Corte, l’UPG ha eluso un’indagine preliminare sulla Palestina perché non la considerava uno “Stato”. Nel primissimo rapporto sulle attività di indagine preliminare del 2011 l’UPG ha scritto che era necessaria una definizione sulla condizione di Stato sovrano della Palestina perché potesse presentare una denuncia. Nel rapporto dell’anno successivo l’UPG ha concluso che solo un’organizzazione internazionale come le Nazioni Unite potrebbe stabilire se la Palestina è uno Stato. Pertanto si è di nuovo rifiutata di procedere con un’indagine preliminare finché questa determinazione non fosse stata fatta.

Questo rinvio è stato duramente criticato, soprattutto perché tra i compiti affidati all’UPG non è compreso il fatto di porre questioni legali in merito alla statualità ai fini della denuncia. Inoltre c’erano altre opzioni a disposizione per decidere se la Palestina potesse presentare una denuncia o persino aderire allo Statuto di Roma, come un rinvio alla Camera Preliminare d’Indagine [che valuta le richieste a procedere dell’Ufficio del procuratore. Ndtr.], che ha l’autorità di emettere una decisione. 4

Una posizione diversa riguardante la condizione di Stato sovrano della Palestina è allora comparsa nel rapporto del 2015. Il procuratore generale Bensouda ha affermato che fosse necessaria una decisione da parte delle Nazioni Unite riguardo allo status della Palestina all’ONU per decidere se potesse aderire allo Statuto di Roma. Ma poi ha scritto che l’UPG aveva deciso che la Palestina poteva presentare una denuncia in base all’articolo 12(3), utilizzando la risoluzione 67/19 dell’assemblea generale dell’ONU come base della decisione. (La risoluzione del 2012 ha elevato lo status della Palestina a livello di osservatore non membro). Tuttavia Bensouda ha anche indicato che la CPI potrebbe ancora discutere della condizione di Stato sovrano sulla base della giurisdizione territoriale o personale.

Tuttavia, come hanno sostenuto molti studiosi ed esperti, l’UPG non ha la potestà di prendere una decisione tale come definire la condizione di Stato sovrano. Invece di proclamare che la Palestina è uno Stato e di conseguenza può presentare una denuncia in base all’articolo 12(3) o aderire allo Statuto di Roma, l’UPG avrebbe potuto arrivare alle conclusione che la Palestina può presentare una denuncia perché riunisce i prerequisiti stabiliti dall’articolo 12 dello Statuto di Roma. Quest’articolo consente a un membro non statale di autorizzare la CPI ad esercitare la propria giurisdizione per un crimine che ricade sotto la materia di competenza della CPI. In sostanza, sostenere che la Palestina possa agire come se fosse uno Stato ai fini di una denuncia ex art. 12(3) va oltre la limitata competenza dell’UPG.

E’ possibile che il pronunciamento dell’UPG sulla condizione di Stato sovrano della Palestina sia stato un tentativo in buona fede di Bensouda per rimediare all’inutile operazione iniziata dal precedente procuratore generale. Tuttavia tale pronunciamento indica anche una debolezza dell’UPG, soprattutto una preoccupazione di apparire imparziale. Facendo questa dichiarazione, l’UPG ha operato una compensazione eccessiva ed è andato oltre le sue competenze, piuttosto che accettare che la Palestina potesse presentare una denuncia in base all’articolo 12(3) perché risponde ai criteri richiesti dall’articolo 12. Questa preoccupazione probabilmente continuerà a impedire che l’UPG possa completare efficacemente un’indagine.

I crimini israeliani e la giurisdizione dell’UPG

Il rapporto del 2015 è comunque un passo positivo in quanto i materiali che documentano vari crimini in Palestina sono finalmente oggetto di considerazione. L’UPG si trova attualmente nella seconda fase dell’esame, durante la quale deve stabilire se ci sono crimini che ricadono sotto la competenza giurisdizionale della CPI – specificamente crimini di guerra e contro l’umanità.

I crimini contro l’umanità sono definiti dall’articolo 7 dello Statuto di Roma. Molte tipologie di fatti sono incluse in questa definizione, però la descrizione delle intenzioni in base alle quali vengono commessi è specifica. Mentre la definizione può includere molte violazioni da parte di Israele, la loro definizione è lasciata all’UPG. I crimini di guerra, in base all’articolo 8, sono delineati in modo più ampio e riguardano un conflitto armato, gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra o violazioni delle leggi e delle consuetudini di guerra.

L’UPG ha indicato nel rapporto che sta rivedendo informazioni concernenti eventuali crimini commessi a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme est sia dai gruppi armati palestinesi che dalle Forze di Difesa Israeliane [IDF, l’esercito israeliano. Ndtr.]. Sta prendendo in considerazione l’indiscriminato lancio di razzi e proiettili di mortaio verso Israele da parte di gruppi armati palestinesi, attacchi lanciati da aree civili, l’uso di luoghi civili per fini militari e l’esecuzione di palestinesi che avrebbero collaborato con Israele. L’UPG sta anche esaminando materiale riguardante crimini commessi dalle Forze di Difesa Israeliane a Gaza durante l’attacco del 2014 contro la Striscia, come attacchi diretti contro edifici residenziali civili e infrastrutture, così come contro edifici dell’ONU, ospedali e scuole. Queste accuse includono bombardamenti contro aree civili assai densamente abitate come Ash-Shuja‘iyeh e Khaza’a.

Non si sa se l’UPG arriverà alla conclusione che questi crimini – in particolare crimini contro l’umanità –  ricadono sotto la sua competenza giurisdizionale. Per esempio, alcuni dei crimini contro l’umanità in questione, come l’apartheid, sono problemi inediti, cioè questioni legali senza precedenti per la CPI. Ciò significa che la CPI non ha precedenti a cui attingere, rendendo l’esito imprevedibile.

Il procuratore capo Bensouda ha anche indicato che l’UPG ha informazioni riguardanti la violenza dei coloni, il trattamento dei palestinesi nelle prigioni israeliane e i tribunali militari. Questi non necessariamente potrebbero costituire crimini contro l’umanità e quindi non ricadrebbero sotto la giurisdizione della CPI. Peraltro le informazioni riguardo al sistema giudiziario israeliano potrebbero sia dare un impulso a un intervento della CPI, sia portare a un giudizio secondo cui il sistema giudiziario israeliano è in grado di condurre correttamente dei processi. Poiché la CPI è un tribunale di ultima istanza, uno dei suoi obiettivi è incoraggiare i procedimenti giudiziari nazionali. Se l’UPG decidesse che Israele può giudicare in modo corretto questi crimini, allora  potrebbe anche concludere che l’UPG non  ha bisogno di procedere con un’inchiesta – e Israele non sarà di nuovo chiamato a risponderne. 5

La stessa CPI a giudizio

Il vantaggio di avere un’istituzione giudiziaria come la CPI è che garantisce alle vittime di crimini atroci di lunga durata la possibilità di presentare una denuncia. La condanna dell’ex dirigente politico serbo bosniaco Radovan Karadžić nel marzo 2016 per crimini di guerra commessi contro i musulmani bosniaci è un monito circa le potenzialità dei tribunali penali internazionali. La Palestina sembra essere la prova definitiva per stabilire se la CPI deve continuare ad essere una sede per evitare l’impunità e rendere responsabili i colpevoli ai più alti livelli, o se è destinata a fallire perché si piega alle ingerenze politiche.

Benché meno della metà dei rifugiati palestinesi creda che la CPI rappresenterà una soluzione durevole, l’UPG è tenuto a continuare la sua indagine preliminare sulla Palestina. Se identificherà crimini potenziali come l’apartheid o persino il trattamento dei minori nei tribunali militari, ma non gli darà seguito, i palestinesi rimarranno senza risorse e gli verrà ricordato quanto le organizzazioni internazionali siano inefficaci nel trovare una giusta soluzione al conflitto. Ciò che è peggio, Israele continuerà ad agire impunemente. Ma se la CPI utilizzerà la legge come strumento per cambiare e metterà in pratica il principio della responsabilità nazionale, non sarà solo un importante successo per i palestinesi. Sarà anche un successo per la CPI in quanto sarà la prova delle sue prerogative e capacità di non essere influenzata da pressioni esterne.

Le organizzazioni palestinesi e della giustizia internazionale dovrebbero continuare a controllare il lavoro della CPI e dell’UPG, tendendo sotto osservazione come vengono prese le decisioni. I funzionari palestinesi devono anche continuare a considerare la CPI come un’istituzione non politicizzata ed evitare la tentazione di utilizzarla come un mezzo per riaffermare la propria condizione di Stato sovrano. 6  Nonostante la sua attitudine a farsi condizionare dalla politica, c’è ancora la speranza che la Corte possa chiedere conto ai dirigenti israeliani dei loro crimini – benché un simile risultato potrebbe richiedere molti anni. Essendo  la Palestina impegnata in un lungo viaggio con la CPI, si spera che sia verso una giusta meta.

Notes:

  1. L’autrice intende ringraziare Valentina Azarova per la sua competenza e assistenza in questo lavoro, così come Linda Carter e Osamah Khalil per il loro tutoraggio e appoggio.
  2. Ci sono quattro fasi in un’indagine preliminare: esame delle informazioni ricevute; decisione se i crimini identificati ricadano o meno sotto la competenza giurisdizionale della CPI; decisione se un caso è ammissibile; conclusione se debba essere avviata un’inchiesta “nell’interesse della giustizia”.
  3. L’articolo 53 (1) (dalla a alla c) dello Statuto di Roma dispone il contesto giuridico delle indagini preliminari. Per maggiori informazioni sul quadro legale e sulle limitazioni riguardo alle indagini preliminari, vedere l’articolo di politica di Valentina Azarova “Giorno della Palestina alla Corte? Gli effetti imprevisti dell’azione della CPI,” su Al-Shabaka, 1 aprile 2015.
  4. La denuncia ex articolo 12(3) è una concessione di giurisdizione che si applica al crimine in questione e non richiede la condizione di Stato sovrano per aderito allo Statuto di Roma.
  5. Un esempio recente della decisione di un tribunale israeliano è la mancata incriminazione di un colonnello che aveva dato istruzioni alla sua unità di bombardare una clinica  a Ash-Shuja‘iyeh [nella Striscia di Gaza, durante “Margine protettivo”. Ndtr.] come rappresaglia per la morte di un membro del suo reparto.
  6. Come ha scritto Valentina Azarova, “gli interessi della Palestina sono meglio tutelati se non si fraintende la CPI come se fogge uno strumento politico, ma piuttosto tentando di depoliticizzare l’esame della situazione della Palestina da parte della CPI. Si dovrebbe definire una posizione comune, informata e pubblica sul significato della CPI in quanto meccanismo imparziale il cui scopo è assicurare il servizio fondamentale della giustizia.”

Sarah Kanbar

Sarah Kanbar ha conseguito la laurea in Giurisprudenza nel 2016 presso l’università del Pacifico,  alla Scuola di Diritto McGeorge, con una specializzazione in studi di diritto internazionale. Nella facoltà di legge Sarah ha fatto il praticantato presso l’ufficio del Consiglio Legislativo della California e nell’ufficio del Difensore d’Ufficio federale. Ha ottenuto la laurea in Storia presso l’università della California, Berkeley, concentrandosi sul rapporto tra gli Stati Uniti e il Medio Oriente. Sarah aveva pubblicato in precedenza “Rooted in Our Homeland: The Construction of Syrian American Identity” [Radicati nella nostra patria: la costruzione dell’identità siro-americana. Ndtr.] nella rivista American Multicultural Studies (Sage, 2012) [“Studi multiculturali americani”. Ndtr.] e articoli su Muftah e Kalimat Magazine.

 




Perché le donne palestinesi attaccano i checkpoint israeliani ?

 

Che cosa spinge le donne palestinesi ad attaccare i checkpoint israeliani rischiando la morte?

I palestinesi temono che parlare delle motivazioni personali possa sollevare Israele dalla responsabilità di uccidere le donne che si avvicinano ai checkpoints armate di coltelli.

Di Amira Hass – Haaretz, 12 giugno 2016

 

La figura di una donna avvolta in una veste nera con il viso coperto da un velo ha attirato l’attenzione degli automobilisti. Il suo vestito sembrava ancora più nero sullo sfondo grigio degli alberi di ulivo impolverati dalle vicine pietraie.

Giovedì 2 giugno camminava verso ovest, in direzione del checkpoint di Einav, in un tratto di strada dove raramente si vedono passanti (eccetto i residenti dei villaggi vicini diretti ai loro uliveti) – certo non nelle ore più torride della giornata.

Questo checkpoint, che separa l’enclave di Tul Karm verso est dalle colonie della zona, non consente il passaggio di pedoni, ma solo di veicoli.

Almeno un automobilista, che trasportava bombole del gas, si è fermato per chiedere alla donna se avesse bisogno di aiuto. Lei ha detto che stava aspettando qualcuno che la venisse a prendere. Questo accadeva a circa 200 metri di distanza dal checkpoint.

Un’altra persona si trovava sul lato ovest ed ha visto con spavento quando la donna ha raggiunto le lastre di cemento intorno al posto di blocco. Ha raccontato ad Haaretz di aver diretto velocemente la vettura verso di lei. Si è fermato e l’ ha avvertita che le sarebbe accaduto qualcosa, che i soldati l’ avrebbero uccisa se fosse rimasta là.

“Non mi ha risposto,” ha raccontato. Non si potevano vedere i soldati tra i blocchi di cemento o lungo la corsia delle auto. Ha sentito uno di loro gridare dalla cima della torretta intimandogli di proseguire, e che se non lo avesse fatto gli avrebbero sparato.

“Sono andato avanti, non volevo morire”, ha detto. E’ convinto che gli automobilisti che la oltrepassavano erano giunti alla conclusione, come lui, che lei avesse deciso di morire. L’opinione diffusa è che i soldati israeliani oggi sparano per uccidere.

Una terza persona l’ha vista e gli ha fatto ricordare Maram Hassouna, che il primo dicembre si presentò allo stesso checkpoint con un coltello e fu uccisa dai soldati. Questa volta i soldati gli hanno permesso di avvicinarsi a piedi e di parlare con la donna.

“I soldati ti spareranno, vieni con me,” le ha detto la terza persona. “Allahu Akhbar,” ha risposto lei, ed ha estratto dalla borsa un lungo coltello, puntando la lama contro di lui in modo minaccioso. Si è spaventato ed è corso via.

Il primo automobilista, quello con le bombole del gas, è tornato indietro. Ha detto che, quando si è fermato davanti al checkpoint, ha notato la donna che usciva dai blocchi di cemento e stava in piedi di fronte a due soldati.

Stavano a due o tre metri da lei, forse un po’ di più. Lei ha alzato le braccia, ha riferito al ricercatore di B’Tselem Abed al-Karim Saadi, che ha rintracciato anche gli altri testimoni ed ha parlato con loro. E allora sono stati esplosi i colpi.

Le parole “voleva morire” non sono state dette chiaramente a Qaffin, il villaggio da dove proveniva la venticinquenne Ansar Hirsha, la donna che i soldati hanno ucciso. La sua famiglia e l’amministrazione locale erano preoccupati in merito a quando le autorità israeliane avrebbero restituito il corpo per poterlo seppellire. Poiché fino a sabato [11 giugno, ndt.] il suo cadavere non era ancora stato consegnato, non si sa ancora quante pallottole l’hanno colpita e dove.

Un figlio e una figlia  

L’Ufficio del portavoce dell’esercito israeliano non ha risposto alla domanda di Haaretz, che è anche la domanda posta dalla famiglia: perché non era possibile arrestare Hirsha o al limite soltanto ferirla? Dopotutto, era già rimasta alcuni minuti al checkpoint e la sua presenza là non aveva preso di sorpresa i soldati, che l’hanno vista dalla torretta da cui sono poi scesi.

Il portavoce dell’esercito non ha neanche risposto su come tre o quattro soldati non siano stati in grado di aver ragione di una donna senza doverla ammazzare. Il giorno dopo l’uccisione, il sito web Sikha Mekomit (della rivista +972) ha pubblicato quattro fotografie tratte dal filmato della telecamera di sicurezza, che mostrano che i soldati si tenevano ad una distanza da Hirsha tale da non poter essere feriti.

Un’altra domanda rimasta senza risposta è se l’esercito intenda pubblicare il filmato come prova della sua versione dei fatti, secondo cui i soldati erano in pericolo.

Il portavoce dell’esercito ha solamente detto che “in base all’esame preliminare eseguito giovedì scorso, 2 giugno 2016, le forze dell’esercito israeliano al checkpoint di Einav hanno identificato una persona sospetta che si avvicinava al checkpoint ed hanno iniziato la procedura prevista per l’arresto di un sospetto. La terrorista era armata di un coltello ed ha cercato di accoltellare i soldati. Per impedire la minaccia questi hanno risposto con colpi di arma da fuoco, dai quali la terrorista è stata uccisa.”

Ansar Hirsha lascia il marito Shadi e due bambini. Nei primi due giorni dopo la sua morte, Yaman, di quattro anni, ha continuato a chiedere dove fosse sua mamma e non voleva credere che lei fosse a Tul Karm, come gli hanno detto gli adulti.

Quando la casa ed il cortile del nonno si sono riempiti di visitatori, lui ha chiesto con rabbia chi fossero e che cosa ci facessero lì. Poi ha detto: “La mamma è morta, vero?”

“Capisce quello che è successo meglio di un ragazzo di vent’anni”, dice il nonno, Mohammed Hirsha. Mohammed e suo figlio Shadi hanno cercato invano di calmare il bambino, con gelato, pizza, una macchina giocattolo.

La sua sorellina Talia di due anni ancora non capisce. Quando hanno appeso dei poster in memoria di sua mamma nella casa e sui muri del villaggio, Talia è corsa verso il ritratto sul poster chiamando “Mamma, mamma” ed ha cercato di abbracciare il suo viso con le mani.

Ansar Hirsha non ha lasciato alcuna lettera o post su Facebook, ha detto Shadi Hirsha, di 28 anni, che lavora nel settore edilizio in Israele. Sia a lui che a suo padre è stato ora vietato di lasciare la Cisgiordania per andare a lavorare. Suo padre ha lavorato in Israele per decenni ed ora il suo permesso è stato revocato, come i permessi di una dozzina di altri parenti.

Shadi ha detto che Ansar ha cominciato a coprirsi il volto circa sette mesi fa. Gli ha detto che era la sua volontà; lui non sa perché. Nel poster, il suo volto è scoperto. La fotografia risale ad un anno e mezzo fa, alla cerimonia di laurea dell’Università Aperta di Al-Quds (Gerusalemme, ndt.), dove studiava amministrazione aziendale.

Nel poster, che il movimento giovanile di Qaffin si è affrettato a stampare, lei viene definita una shahida, una martire. Dei versetti del Corano ed una poesia proclamano che la morte di un martire è fonte di orgoglio. Ma nei discorsi del villaggio nessuno ipotizza che lei sia andata verso il checkpoint in quanto membro della lotta contro l’occupazione. E’ l’unica persona del villaggio ad essere stata uccisa durante l’ultima ondata di violenza.

Secondo l’associazione per i diritti B’Tselem il numero dei palestinesi della Cisgiordania e di Gerusalemme che sono stati uccisi dalle forze di sicurezza israeliane (e dai civili) da settembre è di 171. Alcuni hanno compiuto attacchi terroristici letali, alcuni hanno provocato feriti, altri hanno minacciato persone o erano sospettati di prepararsi ad attaccare un israeliano.

Parole d’ordine

Hirsha è una delle 16 donne uccise, la maggior parte ai checkpoint. La prima è stata Hadeel al-Hashlamoun, che come Hirsha aveva il volto coperto ed era vestita di nero. E’ arrivata ad un checkpoint di Hebron con un coltello, e l’inchiesta dell’esercito israeliano ha rivelato che i soldati avrebbero semplicemente potuto arrestarla.

Una giovane donna, Samah Abdallah, è stata uccisa a fucilate dai soldati dell’esercito mentre si trovava nell’auto di suo padre. Neppure l’esercito sostiene che abbia cercato di attaccare i soldati. Riguardo ad un’altra madre, Mahdia Hammad, è stato sostenuto che aveva cercato di investire dei soldati. Un’inchiesta di B’Tselem solleva dubbi su questa tesi.

Riguardo alle donne che hanno cercato di accoltellare israeliani o che brandivano coltelli, c’è un forte divario tra ciò che la gente pensa e dice in privato ed il modo in cui i media e le autorità palestinesi presentano il fenomeno. Fino alla morte di Hadeel al-Hashlamoun l’opinione comune era che le donne che si recavano ai checkpoint e minacciavano i soldati con un coltello volessero essere arrestate – ed in tal modo fuggire dai problemi che avevano in casa: diverse forme di violenza, una lite con il padre o il fratello, una depressione non curata.

Le parole d’ordine erano “motivazioni sociali”, contrapposte a “ragioni nazionaliste”. A livello ufficiale e pubblico, attraverso l’arresto, il processo e il rilascio, le donne erano dipinte come persone che lottavano contro l’occupazione.

Negli scorsi anni, a causa del numero crescente di incidenti in cui i soldati israeliani hanno ucciso i palestinesi ai checkpoint, il “ desiderio di essere arrestate per motivi sociali” è stato sostituito dalla “volontà di suicidarsi”.

In una società tradizionale e religiosa che non vede di buon occhio il suicidio, è possibile che la morte per mano di un soldato appaia come una valida via d’uscita. Se la morte è una via d’uscita, significa che le donne non sanno come e a chi chiedere aiuto. La discussione sul pericolo di questo fenomeno in crescita esiste – soprattutto tra le attiviste femministe ed in diversi gruppi della società civile – ma non pubblicamente.

Alla domanda sul perché, le attiviste femministe hanno dato ad Haaretz diverse risposte. Soprattutto all’inizio dell’attuale rivolta individuale, le donne erano arrabbiate per il fatto che la gente sospettava che una giovane donna che si univa alla sollevazione e cercava di aggredire un soldato fosse spinta da motivi non “nazionalisti”. Vedevano questo come un ulteriore elemento di denigrazione delle donne.

Inoltre, come ha detto una militante di una storica organizzazione femminista, “come tutta la popolazione, noi rifiutiamo le pretese israeliane che ogni palestinese, uomo o donna, ucciso ad un checkpoint intendesse veramente aggredire un soldato o un civile israeliano. In ogni caso, siamo convinte che non ci fosse bisogno di uccidere. I soldati adesso ci terrorizzano più di prima, sono più violenti che mai.”

I palestinesi temono che la discussione sulle motivazioni personali possa contribuire ad esonerare Israele dalla responsabilità delle uccisioni. Ma le donne attiviste di varie organizzazioni ora vogliono fare distinzione tra le due cose e concentrare l’attenzione sul loro ruolo sociale, ma lontano dai riflettori dei media.

“Non sono solo donne ad andare ai checkpoint in modo sospetto e per disperazione, ma anche giovani uomini.”, ha detto un’attivista.

“E indipendentemente dal fatto che la disperazione dipenda da motivi personali, come è possibile distinguerla dalla generale disperazione della giovane generazione, che proviene direttamente dalla dominazione israeliana, che non consente di guadagnarsi da vivere e di produrre un cambiamento, dall’umiliazione quotidiana, dalla paura costante?”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




In Israele, ci muoviamo in mezzo agli assassini e ai torturatori

L’atto di censura nei confronti del Teatro Al-Midan [cfr. A.Hass su Internazionale ]scaturisce dall’invidia della capacità dei nostri assoggettati di vincere l’oppressione, di pensare e creare, sfidando la nostra immagine di loro come inferiori.

di Amira Hass | 22 giugno 2015 |

Haaretz

 

 

Nelle nostre case, nelle nostre strade e nei nostri luoghi di lavoro e divertimento ci sono migliaia di persone che hanno ucciso e torturato migliaia di altre persone o hanno diretto la loro uccisione e la loro tortura. Scrivo “migliaia” invece del più vago “innumerevoli” – un’espressione relativa a qualcosa che non si può misurare.

La grande maggioranza di coloro che uccidono e torturano (anche adesso) vanno fieri delle proprie gesta e la loro società e le loro famiglie sono orgogliose delle loro gesta – benché normalmente sia impossibile trovare un collegamento diretto tra i nomi dei morti e torturati ed i nomi di coloro che uccidono e torturano, e anche quando è possibile,[ciò] è proibito. E’ proibito anche dire “assassini”. Ed è proibito scrivere “malviventi” o “persone crudeli”.

Io, crudele? Dopo tutto, le nostre mani non sono coperte di sangue quando schiacciamo il bottone che sgancia una bomba su un edificio che ospita 30 membri di una famiglia. Malvivente? Come potremmo usare questo termine per designare un soldato di 19 anni che uccide un ragazzo di 14 anni che è uscito per raccogliere piante commestibili?

I killer e i torturatori ebrei e i loro diretti superiori agiscono come se avessero un’autorizzazione ufficiale. I palestinesi morti e torturati che si sono lasciati alle spalle negli scorsi 67 anni hanno anche dei nipoti e delle famiglie in lutto per i quali la perdita è una costante presenza. Nei corridoi universitari, nei centri commerciali, negli autobus, nei distributori di carburante e nei ministeri governativi, i palestinesi non sanno chi, tra la gente che incrociano, ha ucciso, o quali e quanti membri delle loro famiglie e del loro popolo ha ucciso.

Ma ciò che è certo è che i loro assassini e torturatori vanno in giro liberamente. Come eroi.

In questa malsana situazione in cui i palestinesi soffrono lutto e angoscia, noi, gli ebrei israeliani, non possiamo vincere. Con la nostra aviazione e le nostre forze armate e la nostra Brigata Givati e le nostre celebri unità di commando d’elite, siamo dei perdenti in questo contesto. Ma poiché siamo i dominatori indiscussi, falsifichiamo il contesto e ci appropriamo del lutto.

Non ci accontentiamo dei terreni, delle case e delle vie di comunicazione dirette che abbiamo rubato loro e di cui ci siamo impadroniti ed abbiamo distrutto, e che continuiamo a distruggere e a rubare. No. Noi in più neghiamo ogni ragione, ogni contesto storico e sociale delle espulsioni, spossessamenti e discriminazioni che hanno costretto un piccolissimo manipolo di quei palestinesi che sono cittadini di Israele a cercare di imitarci prendendo le armi. Si sono ingannati pensando che le armi fossero lo strumento giusto di resistenza, o hanno raggiunto il colmo della rabbia e dell’impotenza e deciso di uccidere.

Che se ne pentano o no, la loro delusione non cancella il fatto che avevano ed hanno tutte le ragioni di resistere all’oppressione e alla discriminazione e malvagità che sono parte del dominio di Israele su di loro. Condannarli come assassini non ci trasforma in vittima collettiva in questa equazione. Invece di indebolire le ragioni della resistenza, noi stiamo soltanto intensificando e migliorando gli strumenti di oppressione. E un mezzo di oppressione è l’insaziabile desiderio di vendetta.

L’attacco al Teatro Al-Midan e lo spettacolo “Un tempo parallelo” sono parte di questa sete di vendetta. E comprende anche tantissima invidia. Invidia per la capacità di coloro che opprimiamo di vincere l’oppressione e il dolore, di pensare, di creare e di agire, sfidando la nostra immagine che li dipinge inferiori. Loro non ballano la nostra musica come poveri smidollati.

Come in una caricatura antisemita, per noi tutto si concentra nelle finanze, nel denaro. Noi non stiamo zitti, noi ci vantiamo. Siamo felici se solo togliamo loro i finanziamenti. Li abbiamo trasformati in una minoranza nella nostra terra quando li abbiamo espulsi e non abbiamo concesso loro il ritorno, ed ora il 20% che è rimasto qui dovrebbe dirci grazie e pagare con le tasse degli spettacoli che esaltano lo Stato e la sua politica. Questa è democrazia.

Non è una guerra culturale, o una guerra sulla cultura. E’ un’altra battaglia – probabilmente una causa persa, come quelle precedenti – per un futuro sano per questo paese. I cittadini palestinesi di Israele erano una forma di assicurazione per la possibilità di un futuro sano: si può dire un ponte, bilingue, pragmatico, anche se contrario alla loro volontà. Ma dobbiamo attuare dei cambiamenti, dobbiamo imparare come ascoltarli, perché questa assicurazione sia valida. Ma noi, gli indiscussi dominatori, non prevediamo di ascoltarli e non conosciamo il significato di cambiamento.

Una nota finale: I rapporti sull’omicidio di un residente di Lod, Danny Gonen, alla sorgente di Ein Bubin vicino al villaggio di Dir Ibzi’a erano accompagnati da collegamenti a recenti precedenti attacchi: la persona ferita in un attacco terroristico vicino alla colonia di Alon Shvut, il poliziotto di frontiera accoltellato vicino alla Tomba dei Patriarchi a Hebron. E che cosa si ometteva di menzionare? Ovviamente, due giovani palestinesi recentemente uccisi dai soldati israeliani: Izz al-Din Gharra, di 21 anni, colpito a morte il 10 giugno nel campo profughi di Jenin e Abdullah Ghneimat, 22 anni, schiacciato il 14 giugno a Kafr Malik da una jeep dell’esercito israeliano.

In media ogni notte l’esercito israeliano compie 12 raid di routine. Per i palestinesi, ogni raid notturno, che spesso comporta l’uso di granate stordenti e di gas e sparatorie, è un mini attacco terroristico.

( Traduzione di Cristiana Cavagna)




Bruciate chiese e moschee in Israele

Fino a quando Israele permetterà che vengano bruciate le sue chiese e le sue moschee?

Israele deve trattare i mandanti dei crimini motivati d’odio, come quello commesso vicino a Tiberiade, con la stessa severità riservata a coloro che mandano le auto bomba nel centro delle città.

Editoriale di Haaretz 21 giugno 2015

L’incendio doloso di giovedì [18 giugno] della chiesa “Della Moltiplicazione dei Pani e dei Pesci” a Tabgha, vicino a Tiberiade, è il diciottesimo attacco incendiario a una chiesa o a una moschea negli ultimi quattro anni. Nessuno di questi casi è stato risolto, nessun responsabile è stato individuato e, naturalmente, nessun colpevole è stato accusato per gli attacchi, che sono parte di un’ampia serie di azioni, comprendenti scritte con lo spray sulle chiese e sulle moschee incitanti all’odio, sputi ai sacerdoti cristiani a Gerusalemme e la pubblicazione di editti di vari rabbini contro i “gentili”.

Danneggiare luoghi sacri non è solo un atto criminale o un o un crimine qualunque motivato dall’odio. Proteggere la libertà di culto è uno dei principi fondamentali universali previsti da tutti i trattati e dalle costituzioni di tutti i Paesi, in quanto costituisce l’aspetto principale dell’identità culturale. Persino nazioni che si costituiscono in base alla religione prevalente, come alcuni Stati islamici, considerano le istituzioni religiose di altre fedi come luoghi sacri, perseguendo e punendo coloro che le profanano.

Le leggi israeliane contro il danneggiamento dei luoghi sacri sono di una chiarezza cristallina, così come il discorso ufficiale apparentemente portato avanti dal governo. Se si considera la fedeltà nei confronti della definizione di Israele come Stato ebraico, il governo condanna vigorosamente tutti i casi in cui un luogo di culto non ebraico viene deturpato. Tuttavia è difficile prendere in seria considerazione le condanne espresse dal primo ministro, dai ministri e dagli esponenti della Knesset quando, nello stesso momento, fanno l’occhiolino a quelli che infrangono la sovranità dello Stato e intraprendono personali campagne religiose e culturali contro i cristiani e i musulmani.

Quale messaggio ha realmente trasmesso al pubblico il primo ministro Benjamin Netanyahu dopo l’ultimo attacco incendiario? Ha dato istruzioni al capo dei servizi di sicurezza Shin Bet [il servizio segreto interno n.d.t.] di accelerare l’inchiesta per trovare i colpevoli. Significa che deturpare le istituzioni religiose fino ad ora non era tra i compiti dello Shin Bet? Possiamo trarre la conclusione che individuare i colpevoli dei crimini motivati dall’odio contro gli arabi non è un fatto degno della loro attenzione?

È giusto dire che profanare luoghi di culto non è percepito come un atto “classico” di terrorismo che mette in pericolo la sicurezza nazionale. Tale interpretazione vale anche ovviamente per i colpevoli di delitti motivati dall’odio e per i fanatici religiosi. La loro continua libertà gli da un senso di impunità che gli permette di continuare nei loro crimini.

Il governo di Israele, giustamente, non avrebbe ignorato l’incendio di sinagoghe, la distruzione di tombe nei cimiteri ebraici o l’aggressione contro ebrei in altri Paesi se i governi [di questi Paesi] si fossero scarsamente impegnati nell’indagare simili crimini. Ora deve dimostrare determinazione nello sradicare analoghi crimini di incitamento all’odio dall’area sotto la sua giurisdizione, definendo i colpevoli come terroristi che minano la sicurezza d’Israele, né più né meno di quelli che mandano le auto bomba nel centro delle città.

 

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Attacchi di Israele contro bambini palestinesi

Mondoweiss


Un rapporto delle Nazioni Unite elenca gli attacchi di Israele contro i bambini palestinesi, ma lascia Israele fuori dalla “lista della vergogna” di chi abusa dei diritti dei bambini

 

Allison Deger 12 giugno, 2015

 

Mesi fa dei giornalisti hanno fatto trapelare che Israele verrebbe tenuto fuori dalla lista delle Nazioni Unite dei peggiori violatori dei diritti umani dei bambini nel 2014, grazie all’accanita attività di lobby di Israele e degli Stati Uniti. The Guardian ha riferito che delle autorità hanno fatto telefonate alle Nazioni Unite, il Jerusalem Post ha ammesso che Netanyahu ha parlato personalmente con Ban Ki-moon e Foreign Policy ha scoperto che l’amministrazione Obama ha inviato in missione l’ambasciatrice Samantha Power – tutto per far pressione sulle Nazioni Unite per modificare la bozza.

“Le alte autorità si sono piegate alle pressioni politiche”, ha detto al Guardian un funzionario in marzo, “Come risultato, è stato dato un chiaro messaggio che Israele non sarà nella lista”.

Eppure Israele figura distintamente nel rapporto pubblicato ieri e viene additato come uno dei peggiori autori di abusi dei diritti dei bambini nel mondo con “conseguenze devastanti” sui minori. Il rapporto ha segnalato che lo scorso anno l’esercito israeliano ha ucciso 200 bambini in più a Gaza rispetto al numero totale dei bambini uccisi in Siria. Comunque Israele – secondo quanto riferito dai media ad inizio settimana, quando sono circolate le anticipazioni della bozza finale – è stato escluso dalla lista nell’allegato, una lista nera dei principali soggetti che compiono abusi sui bambini.

 

                                                                                                                                     Israele e lo Stato di Palestina

  1. Nel 2014 la situazione di sicurezza nello Stato di Palestina si era molto deteriorata, con un’altra escalation di ostilità a Gaza e un notevole aumento della tensione in tutta la Cisgiordania, con conseguenze devastanti per i bambini. I bambini palestinesi ed israeliani continuavano ad essere danneggiati dall’occupazione militare, dalla guerra e dall’assedio.
  2. Il periodo considerato ha visto un drammatico aumento del numero dei bambini uccisi e feriti, specialmente a Gaza. Almeno 561 bambini (557 palestinesi e 4 israeliani) sono stati uccisi e 4.271 feriti (4.249 palestinesi e 22 israeliani).
  3. In Cisgiordania sono stati uccisi 13 ragazzi palestinesi, tra gli 11 e i 17 anni. Dodici sono stati uccisi dai proiettili delle forze di sicurezza israeliane (11) e da pallottole di gomma (1) durante dimostrazioni, indagini militari e operazioni di arresto, ed un ragazzo è stato ucciso dai coloni. Il 15 maggio due ragazzi palestinesi di 16 e 17 anni sono stati colpiti ed uccisi con proiettili nel corso di scontri con soldati israeliani vicino al check point di Beituniya. Secondo alcune dichiarazioni, non sembra che i bambini uccisi dalle forze di sicurezza israeliane costituissero una minaccia letale. Il 19 marzo un ragazzo è stato colpito a morte dalle forze di sicurezza israeliane mentre attraversava il confine della Cisgiordania. In un altro caso, un bambino palestinese di dieci anni è stato colpito a morte alla schiena da proiettili delle forze di sicurezza israeliane nel campo di Al- Fawwar. Il governo israeliano riferisce che sono state o sono tuttora in corso indagini su questi casi.

Nonostante l’inserimento nel rapporto, i gruppi per i diritti umani criticano la rimozione di Israele dalla ‘lista della vergogna’. “Rimuovendo l’esercito israeliano dalla ‘lista della vergogna’, il Segretario Generale Ban Ki-moon ha dato un tacito assenso alle forze armate israeliane per portare avanti impunemente gravi violazioni nei confronti dei bambini”, ha detto Khaled Quzmar, direttore generale di Defense of Children International Palestine

Ciò che è incluso nel rapporto sono cinque pagine nel documento principale che riportano 35 distinti incidenti, sotto il titolo di “Israele e lo Stato di Palestina”. E’ la sezione più lunga su 22 regioni geografiche esaminate, più lunga delle schede su Iraq e Yemen messe insieme, due paesi coinvolti in combattimenti contro l’organizzazione del terrorismo islamico e in bombardamenti delle forze di coalizione.

Nella sola Gaza, le Nazioni Unite hanno documentato l’uccisione di 557 bambini, il terzo maggior numero di minori uccisi in una singola regione, dopo Afghanistan e Iraq, ma davanti alla Siria. Dei 4.249 bambini feriti, il 70% aveva meno di dodici anni. Inoltre l’esercito israeliano ha distrutto o colpito 543 scuole, compresi 274 asili infantili. Le Nazioni Unite hanno evidenziato che sono state danneggiate più scuole a Gaza durante la guerra estiva di 51 giorni che in tutti i paesi del mondo nell’intero 2014.

“Il numero delle vittime tra i bambini supera il numero complessivo dei bambini palestinesi uccisi durante i due precedenti attacchi”, ha rilevato l’indagine, aggiungendo “notizie di civili palestinesi e beni civili direttamente colpiti in circostanze in cui non vi era lancio di razzi né attività di gruppi armati nelle vicinanze” – ivi compresa una quantità di droni che hanno ucciso bambini.

In Cisgiordania, “I bambini uccisi dalle forze di sicurezza israeliane non sembravano costituire una minaccia letale”, ha scritto l’ONU sulla vicenda dei 13 minori uccisi dai colpi dell’esercito israeliano.

A Gerusalemme erano detenuti 700 minori e 151 nella Cisgiordania al momento della conclusione dell’indagine nel dicembre 2014. L’ONU ha inoltre ottenuto la testimonianza giurata di 122 minori precedentemente incarcerati, che furono “soggetti a maltrattamenti, come pestaggi, bastonate, bendature, calci e abusi e minacce verbali di violenza sessuale.”

Le Nazioni Unite hanno anche accertato che militanti di Gaza erano responsabili dell’uccisione di quattro bambini israeliani e 13 bambini palestinesi nel 2014 a causa dei razzi. Tre scuole israeliane sono state danneggiate. C’erano anche cinque casi confermati di reclutamento da parte di gruppi militanti di bambini palestinesi in combattimento, in seguito uccisi dall’esercito israeliano.

Il rapporto non ha rilevato che l’Autorità Palestinese, al governo in Cisgiordania, abbia provocato alcuna uccisione di bambini nel 2014.

Ogni anno l’ONU redige un rapporto sui paesi con il più alto numero di uccisioni ed abusi fisici e sessuali. Alla fine del documento un allegato elenca i principali autori degli abusi, un insieme di forze militari statali e gruppi militanti descritti nelle precedenti schede regionali. Normalmente i soggetti elencati nell’allegato coincidono con i gruppi dettagliati nel rapporto principale, mentre Israele costituisce una rilevante eccezione.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Palestinese in sciopero della fame ospedalizzato e legato con la forza

Khader Adnan Musa, al nono periodo di detenzione amministrativa, ha fatto lo sciopero della fame per un mese.

 

Di Amira Hass, 9 giugno 2015

 

Haaretz

 

Un detenuto amministrativo palestinese che è stato in sciopero della fame durante lo scorso mese è stato ospedalizzato con la forza ed incatenato al letto.

Khader Adnan Musa si trova nell’ospedale Assaf Harofeh di Tzrifin con un braccio e una gamba legati al letto 24 ore al giorno e tre poliziotti giorno e notte nella sua stanza, secondo quanto hanno riferito due attivisti israeliani contro l’occupazione, che lo hanno visitato venerdì.

Musa, che è stato posto in detenzione amministrativa per la nona volta 11 mesi fa, ha iniziato lo sciopero della fame per protestare contro la sua prolungata detenzione senza processo. Tre anni fa, durante un altro periodo di detenzione amministrativa, ha ottenuto il rilascio dopo uno sciopero della fame durato 66 giorni. In tutto, ha passato più di sei anni nelle prigioni israeliane.

Il servizio di sicurezza Shin Bet sostiene che egli è un membro attivo della Jihad Islamica, un’organizzazione terroristica.

Secondo il suo avvocato, Jawad Boulus, Musa, che rifiuta di sottoporsi ad esami medici, si è opposto alla propria ospedalizzazione perché sapeva che sarebbe stato ammanettato al letto. Boulus lo ha visitato mercoledì scorso, quando si trovava ancora nella clinica della Polizia Penitenziaria Israeliana a Ramle.

Il regolamento della Polizia Penitenziaria vieta di incatenare un prigioniero tranne nel caso in cui la guardia carceraria tema che egli possa fuggire o aiutare altri a fuggire, o provocare danni a persone o oggetti, danneggiare o distruggere delle prove, o riceva o spedisca un oggetto passibile di essere usato per commettere un crimine o minacciare la disciplina nel suo luogo di custodia. Però, alla domanda da parte di Haaretz di quale tra queste infrazioni la guardia temesse che Musa avrebbe commesso, il portavoce della Polizia Penitenziaria Israeliana Sivan Weizman non ha fornito spiegazioni.

Weizman ha detto che il detenuto è stato trasferito in ospedale in modo che la sua situazione potesse essere monitorata. E’ stato ricoverato in ospedale in base alla decisione del medico. Si tratta di un detenuto di sicurezza che è sorvegliato secondo regolamento, in base alle circostanze e alla adeguata valutazione della situazione.

Una portavoce dell’ospedale Assaf Harofeh ha detto che le decisioni sulla contenzione dei prigionieri sono di esclusiva competenza della Polizia Penitenziaria. Ha aggiunto che loro cooperano con la Polizia Penitenziaria come da regolamento.

Sia Boulus che gli attivisti israeliani hanno riferito che Musa è pienamente cosciente e vitale, benché I media palestinesi abbiano riportato il contrario. Comunque, ha aggiunto Boulus, Musa ha perso molto peso.

Musa potrebbe essere presto affiancato da un’altra persona in sciopero della fame, il segretario generale del Fronte per la Liberazione della Palestina, Ahmad Saadat, che sta scontando una sentenza di 30 anni per il suo ruolo nell’assassinio dell’ex ministro Rehavam Zeevi. Saadat domenica ha informato sia i suoi avvocati che la Polizia Penitenziaria che avrebbe iniziato uno sciopero della fame il 19 giugno, un anno dopo da che la sua famiglia ebbe il permesso di fargli visita per l’ultima volta: questo è stato riferito ad Haaretz dagli avvocati Boulus e Sahar Francis.

Francis ha detto che lo sciopero della fame di Saadat ha lo scopo di protestare non solo per la mancanza delle visite dei suoi famigliari, ma anche per ciò che molti prigionieri lamentano come ripetute violazioni da parte della Polizia Penitenziaria degli accordi che posero fine allo sciopero della fame di massa dei prigionieri palestinesi nel 2012.

Lo sciopero della fame del 2012 fu indetto per protestare contro il divieto delle visite dei famigliari, i prolungati periodi di isolamento ed il largo uso della detenzione amministrativa. Ma secondo Saadat non vengono applicati né gli accordi scritti né quelli orali raggiunti a quel tempo. Tuttora i prigionieri vengono mandati in isolamento, a centinaia di prigionieri vengono negate le visite dei famigliari ed il numero dei detenuti amministrativi è in aumento. Attualmente circa 450 palestinesi sono trattenuti senza processo.

Intanto, secondo Addameer, l’Associazione per l’Appoggio ai Prigionieri e per i Diritti Umani, lo Shin Bet e l’esercito israeliano lunedì hanno arrestato una dottoressa palestinese-americana, Sabreen Abu Sharar, che ha studiato in Egitto. Un tribunale l ‘ha posta in custodia cautelare per sette giorni.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Soldati israeliani: a Gaza tutti erano considerati terroristi

 

 

Un gruppo di soldati: Nella guerra di Gaza l’IDF  ha supposto che chiunque fosse un terrorista

L’organizzazione “Breaking the Silence “ [Rompere il silenzio] afferma che l’adozione del principio di rischio minimo per i soldati ha comportato più vittime civili.

 

Di Gili Cohen, 4/5/2015

Haaretz

“Breaking the Silence” ha aspramente criticato l’esercito israeliano [IDF, Israeli Defence Forces] per la sua strategia operativa nella guerra a Gaza della scorsa estate, sostenendo che ha comportato “un danno enorme e senza precedenti alla popolazione civile ed alle infrastrutture nella Striscia di Gaza”.

L’organizzazione di veterani dell’esercito ha pubblicato un rapporto con le testimonianze di 60 soldati ed ufficiali dell’IDF coinvolti nell’operazione Margine Protettivo di luglio e agosto dell’anno scorso. Secondo questo gruppo, le testimonianze segnalano un principio generale che ha ispirato l’intera operazione militare: il minimo rischio per le forze israeliane, anche quando ciò significasse perdite civili.

Le regole d’ingaggio stabilivano fondamentalmente che “chiunque si trovasse in un’area [operativa] dell’IDF, che l’esercito aveva occupato, non era un civile. Questo era il criterio”, ha affermato uno dei soldati.

Un carrista ha riferito che, a un certo punto, si è capito che tutte le case in cui le forze israeliane erano entrate e che avevano utilizzato sarebbero poi state distrutte da grossi bulldozer D9. “In nessun momento fino alla fine dell’operazione….nessuno ci ha detto quale utilità operativa avesse la distruzione delle case”, ha detto. “ Durante un colloquio i comandanti dell’unità hanno spiegato che non si trattava di un atto di vendetta. A un certo punto ci siamo resi conto che era una costante. Si abbandona una casa e la casa non c’è più. Arriva il D9 e la demolisce.”

Un altro soldato ha aggiunto: “C’era un comandante di alto grado che amava veramente i D9 e era proprio favorevole alle distruzioni; li ha utilizzati parecchio. Basta dire che quando lui si trovava in un certo luogo, tutte le infrastrutture intorno all’edificio venivano totalmente distrutte – quasi ogni casa era colpita da una granata.”

Un soldato di fanteria ha ricordato un incidente in cui un militare ha identificato due figure sospette che camminavano in un frutteto, distante poche centinaia di metri. Le sentinelle non potevano identificarle immediatamente, per cui è stato inviato un drone per fare un sopralluogo. Si trattava di due donne che attraversavano il frutteto, parlando ai cellulari. “L’aereo le ha prese di mira e le ha uccise”, ha detto. Un comandante di blindati che è arrivato in seguito per perlustrare l’area ha trovato i corpi delle due donne, che avevano entrambe più di 30 anni ed erano disarmate.

Secondo il soldato, il fatto che le donne avessero in mano solo i cellulari è stato riferito al comandante del battaglione. Nonostante questo, nei rapporti scritti in seguito, le donne vennero classificate come “terroriste” – vedette che stavano operando nella zona. “Il comandante se n’è andato e noi abbiamo proseguito. Loro sono state contate tra i terroristi. Sono state uccise, quindi è chiaro che erano terroriste”, ha detto.

Sono stati riportati numerosi altri casi relativi all’uccisione di civili. Ad una donna chiaramente malferma e che non costituiva minaccia è stato ingiunto dal comandante di divisione di dirigersi ad ovest, verso una zona dove erano fermi dei carri armati. Quando si è avvicinata ai mezzi corazzati, è stata mitragliata a morte. (Pare che questo sia uno degli incidenti su cui sta indagando la polizia militare.)

Un altro soldato che combatteva nel nord di Gaza ha riferito di un vecchio ucciso un pomeriggio quando si è avvicinato ad un militare. Precedentemente i militari erano stati avvertiti di stare attenti ad un uomo anziano che avrebbe potuto portare con sé delle granate. “Il ragazzo che era di guardia – io non so che cosa gli sia successo; ha visto un civile, gli ha sparato, e non lo ha ucciso subito. L’uomo giaceva a terra contorcendosi dal dolore”, ha detto il soldato.

Un altro soldato che ha riferito lo stesso incidente ha detto che un altro militare alla fine ha sparato all’uomo uccidendolo. “Nessun sanitario ha voluto avvicinarglisi (per paura che potesse avere addosso degli esplosivi)”, ha spiegato. “Era chiaro a tutti che potevano accadere due cose: o lo lasciavamo morire lentamente, o ponevamo termine alla sua agonia. Alla fine, hanno posto termine alla sua agonia. E’ arrivato un D9, lo ha ricoperto di terra e ed è finita così.”

Le dettagliate testimonianze contenute nel rapporto includono altre pratiche adottate da alcune unità durante l’operazione “Margine Protettivo”. Un carrista ha riferito che dopo la morte di un compagno di plotone il comandante ha annunciato che dovevano sparare una raffica di colpi in sua memoria. “Colpi come si sparano ai funerali, ma con proiettili e contro le case. Non si trattava di colpi sparati in aria. Dovevi solo scegliere dove sparare. Il comandante ha spiegato: ‘Scegliete la casa più lontana, gli farà più male.’ Era una forma di vendetta”, ha detto.

Un altro carrista ha detto che dopo tre settimane di combattimento si è creata una competizione tra i componenti della sua unità – su chi sarebbe riuscito a colpire dei veicoli in movimento su una strada su cui transitavano auto, camion e anche ambulanze.

“Quindi ho visto un veicolo, un taxi, ed ho cercato di colpirlo ma l’ho mancato”, ricorda. “Sono arrivati altri due veicoli ed io ho tentato un paio di altri colpi, ma non ci sono riuscito. Allora il comandante è arrivato e ha detto ‘Dai, smettila, stai sprecando tutti i colpi. Finiscila’. Allora siamo andati verso la mitragliatrice”, ha aggiunto.

Ha detto che aveva capito che stava sparando a civili. Interrogato a questo proposito, ha detto: “Penso, in fondo, che questo mi abbia un po’ turbato. Ma dopo tre settimane a Gaza, quando spari a qualunque cosa si muova, ed anche a ciò che non si muove, ad un ritmo psicotico, tu non….il bene e il male si confondono un po’, la tua moralità incomincia a svanire e perdi la bussola. Diventa un video gioco. Davvero, davvero tranquillo e realistico.”

Traduzione di Cristiana Cavagna




Comunicato stampa di Breaking the Silence su “Margine protettivo”

Comunicato stampa: così abbiamo combattuto a Gaza nel 2014

Così abbiamo combattuto a Gaza nel 2014- Testimonianze dei soldati sull’operazione “Margine protettivo”.

3 maggio 2015, Breaking the silence

Oggi, 4 maggio 2015, “Breaking the Silence” [“Rompere il silenzio”], un’organizzazione di soldati israeliani, ha reso pubbliche le testimonianze di oltre 60 tra ufficiali e soldati che hanno partecipato all’operazione “Margine protettivo” a Gaza durante l’estate 2014, che dipingono un quadro inquietante della prassi di fuoco indiscriminato da parte delle IDF [Israeli Defence Forces, l’esercito israeliano. N.d.tr.], che ha provocato direttamente la morte di centinaia di civili palestinesi innocenti.

Le testimonianze raccolte da “Breaking the Silence” disegnano un preoccupante quadro del drastico cambiamento nelle modalità di combattimento delle IDF. I valori guida dell’esercito israeliano, come il principio della “purezza delle armi” – che prescrive che i soldati usino il minimo della forza necessaria e “conservino la loro umanità anche in combattimento”- sono stati sminuiti e persino abbandonati dalle stesse IDF.

Le regole di ingaggio relative ai soldati erano le più permissive di cui “Breaking the Silence” abbia mai sentito parlare.

Molti soldati testimoniano che gli ordini che hanno ricevuto erano di sparare per uccidere ogni persona che avvistassero nella zona [delle operazioni].

Ai soldati sono state fornite informazioni fuorvianti, secondo le quali le operazioni delle IDF si sarebbero svolte in zone in cui non si trovavano civili. In realtà le forze militari sono entrate in aree in cui si trovavano ancora civili innocenti, a volte persino intere famiglie.

Durante l’operazione, le IDF ha sparato migliaia di proiettili d’artiglieria a casaccio in quartieri residenziali.

Durante l’operazione, le IDF hanno messo in atto la distruzione massiccia di infrastrutture civili e abitazioni. In molti casi, queste distruzioni sono avvenute senza alcuna chiara giustificazione operativa e dopo che le forze di terra avevano già “ripulito” e lasciato la zona.

Molte abitazioni civili sono state bombardate, da terra e dal cielo, per “dimostrare di essere presenti nell’area”, o persino come atto di punizione.

Il direttore di “Breaking the Silence”, Yuli Novak, afferma:

“Dalle testimonianze di ufficiali e soldati emerge un quadro inquietante della prassi di fuoco indiscriminato che ha portato alla morte di civili innocenti. Abbiamo appreso dalle testimonianze che c’è una diffusa mancanza di etica nelle regole d’ingaggio delle IDF, che dipende dai vertici della catena di comando e che non è semplicemente il risultato di alcune “mele marce”. In quanto ufficiali e soldati, sappiamo che le inchieste interne dell’esercito prendono di mira come capri espiatori semplici soldati invece di focalizzarsi sulle decisioni politiche.

L’opinione pubblica deve sapere quali missioni vengano affidate ai propri figli ed in base a quali regole l’IDF agisca in suo nome. Noi invochiamo la costituzione di una commissione d’inchiesta esterna all’IDF, che indaghi sulle decisioni politiche che stanno dietro le regole d’ingaggio messe in pratica durante ‘Margine protettivo’ e sulle norme e i valori che stanno alla base di questo indirizzo politico.

Traduzione di Amedeo Rossi




Guerra contro i bambini a Gaza

Operazione Margine protettivo: Una guerra combattuta contro i bambini di Gaza

Defense for Children International Palestine

Ramallah 16 aprile, 2015 – Defense for Children International Palestine [DCIP, organizzazione palestinese per i diritti dei bambini. N.d.tr.] ha pubblicato un rapporto, “Operazione Margine Protettivo: Una Guerra Combattuta Contro I Bambini”, che descrive l’alto prezzo pagato dai bambini durante l’attacco di Israele dell’estate scorsa a Gaza.

Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), l’operazione “Margine Protettivo”, durata 50 giorni tra l’8 luglio e il 26 agosto, è costata la vita a 2.220 palestinesi, compresi almeno 1.492 civili . DCIP ha accertato in maniera indipendente tra le vittime di Gaza la morte di 547 bambini palestinesi, dei quali 535 direttamente colpiti dagli attacchi israeliani.

Quasi il 68% dei bambini uccisi dalle forze israeliane aveva 12 anni o meno.

Hanno perso la vita anche cinque civili israeliani, compreso un bambino, e 67 soldati .

“I ripetuti attacchi dei militari israeliani e la totale inosservanza da parte di Israele del diritto internazionale hanno impedito qualsiasi significativo tentativo di assicurare una valida protezione ai bambini palestinesi” ha detto Khaled Quzmar, direttore generale di DCIP. “La comunità internazionale deve chiedere la fine del blocco illegale di Gaza e mettere in discussione la sistematica impunità indagando sulle accuse di crimini di guerra e chiedendone conto agli autori ”.

L’inchiesta del DCIP sulla morte di tutti i bambini palestinesi durate l’operazione “Margine Protettivo” ha documentato schiaccianti e ripetute prove che le forze israeliane hanno commesso nei confronti di bambini gravi violazioni che costituiscono crimini di guerra. Ciò comprende attacchi diretti di missili sparati da droni israeliani che hanno preso di mira bambini e attacchi contro scuole. Israele, il maggiore esportatore al mondo di droni, ha ucciso con attacchi di droni 164 bambini durante il conflitto.

Il 20 luglio è stato il giorno nel quale si è visto più chiaramente come gli attacchi dell’offensiva israeliana siano stati indiscriminati e sproporzionati, quando le forze di terra e di aria hanno ammazzato almeno 27 bambini nel quartiere di Shuja’iya a Gaza City. Un caccia israeliano ha distrutto la casa della famiglia Abu Jami nella cittadina di Khan Younis, a sud di Gaza, uccidendo 18 bambini. In totale 59 bambini della Striscia di Gaza hanno perso la vita in uno dei più mortali giorni dell’operazione “Margine Protettivo”.

Le testimonianze e le prove raccolte da DCIP mostrano che durante l’attacco israeliano a Gaza non c’era nessun luogo sicuro per i bambini. Bambini sono stati ammazzati nelle loro case da missili israeliani, oppure, mentre quelli che si sono rifugiati nelle scuole [sono stati uccisi] da granate dell’artiglieria israeliana ad alto potenziale esplosivo, nelle strade da missili sparati da droni o da proiettili di artiglieria quando tentavano di scappare con le loro famiglie dal violentissimo assalto.

Chi è sopravissuto a questi attacchi continuerà a pagarne il prezzo per molti anni. Secondo l’OCHA [Ufficio Onu per il Coordinamento degli Affari Umanitari. N.d.tr.] più di 1000 bambini sono stati feriti al punto da rimanere per sempre disabili . Chi ha subito amputazioni, come il dodicenne Mohammad Baroud, che ha perso entrambi i piedi in un’esplosione che ha ucciso 11 dei suoi vicini, dovrà richiedere cure mediche e assistenza per tutta la vita.

Per i bambini che sono riusciti a rimanere incolumi, le conseguenze psicologiche di quest’ultima operazione sono state chiaramente durissime. Molti hanno perso uno o entrambi i genitori, o altri parenti. Alcuni hanno perso tutta la famiglia estesa. Tutti hanno conosciuto la violenza, la paura e l’insicurezza negli ambienti chiusi.

La comunità internazionale non è mai riuscita a chiedere conto alle forze israeliane o agli ufficiali di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti dei bambini palestinesi. Per porre fine all’impunità e assicurare la protezione ai bambini, DCIP sollecita con forza la comunità internazionale ad appellarsi immediatamente al Segretario dell’ONU Ban Ki Moon affinché inserisca le forze armate di Israele nell’allegato del suo rapporto annuale sui bambini e i conflitti armati, che elenca le forze armate e i gruppi che commettono gravi violazioni verso i bambini.

DCIP e altre organizzazioni palestinesi per i diritti umani hanno già chiesto al Segretario Generale dell’ONU di inserire nella “lista”del Consiglio di Sicurezza dell’Onu le forze armate israeliane nell’ordine del giorno su bambini e i conflitti armati.

 

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)