La polizia arresta e aggredisce i medici che sostengono lo sciopero della fame di Palestine Action

Katherine Hearst

22 dicembre 2025 – Middle East Eye

I medici avevano chiesto un’ambulanza per una prigioniera di Palestine Action in sciopero della fame che accusava dolori al petto.

Una dottoressa del Servizio Sanitario Nazionale [britannico] afferma di essere stata “strangolata” dagli agenti di polizia durante una protesta fuori da una prigione britannica mentre chiedeva un’ambulanza per una prigioniera in condizioni critiche, legata a Palestine Action [gruppo britannico filo-palestinese autore di azioni non violente e inserito dal governo inglese nella lista dei gruppi terroristici, ndt.], in sciopero della fame.

Olivia Brandon, medico del pronto soccorso di un ospedale di Londra, ha raccontato a Middle East Eye di essere stata trascinata per il cappuccio del cappotto dagli agenti, cosa che le ha causato una compressione arteriosa che le ha fatto perdere conoscenza.

Ha anche riferito che un altro medico, Ayo Moiett, che aveva ripetutamente chiesto al carcere di Bronzefield di chiamare un’ambulanza per la prigioniera Qesser Zuhrah, è stato arrestato da due agenti di polizia con l’accusa di aver aggredito una guardia carceraria dopo essersi rifiutato di presentarsi a un “colloquio volontario”.

Entrambi i medici facevano parte di un gruppo di sostenitori che hanno atteso fuori dal carcere di Bronzefield tutta la notte del 17 dicembre chiedendo un’ambulanza per Zuhrah, in sciopero della fame da oltre 46 giorni.

Zuhrah è tra i sei prigionieri che hanno avviato uno sciopero della fame per protestare contro il trattamento riservato loro e contro la messa al bando del loro gruppo di azione diretta.

Il gesto di protesta è stato paragonato allo sciopero della fame del 1981 dei prigionieri repubblicani irlandesi guidati da Bobby Sands nell’Irlanda del Nord.

I prigionieri, tutti accusati di coinvolgimento con Palestine Action prima della sua messa al bando a luglio, quando verranno processati saranno stati in carcere per più di un anno. Chiedono la immediata libertà su cauzione.

Zuhrah ha dichiarato di soffrire di forti dolori al petto, alla parte bassa della schiena e nella zona dei reni dalle 17:00 circa di martedì.

Secondo i suoi amici, intorno alle 00:47 è finalmente arrivata un’infermiera a controllare le sue principali funzioni corporee e sottoporla a un ECG (elettrocardiogramma).

Brandon ha affermato che l’ospedale si è rifiutato di chiamare un’ambulanza perché i dati degli esami erano normali.

“Chiunque abbia forti dolori al petto deve recarsi immediatamente in ospedale”, ha detto Brandon a MEE.

Quando Brandon ha chiamato direttamente il South East Coast Ambulance Service, le è stato comunicato che non potevano inviare un’ambulanza perché la prigione aveva detto che l’avrebbero respinta.

La politica del Servizio Sanitario Nazionale stabilisce che i casi di dolore al petto “possono richiedere una valutazione rapida e/o un trasporto urgente” e prevede che il tempo di risposta dell’ambulanza “dovrebbe essere inferiore ai 19 minuti”.

In risposta a una richiesta di commento il South East Coast Ambulance Service ha dichiarato che “non inviano un’ambulanza in carcere su richiesta di terzi, ma collaborano con il team sanitario del carcere per stabilire se sia necessario un intervento”.

Un portavoce della prigione di Bronzefield ha dichiarato di non poter commentare i singoli casi.

“Un giorno finirete tutti in tribunale”

Brandon ha sottolineato che in caso di forte dolore toracico, dei risultati normali negli esami non escludono altre cause che possono includere un’embolia polmonare, un coagulo potenzialmente letale nei vasi che irrorano i polmoni, per cui Zuhrah è al momento ad alto rischio.

Brandon ha aggiunto che il forte dolore toracico che Zuhrah stava provando avrebbe potuto essere causato anche da polmonite.

“Se si sospetta una polmonite, è necessaria una radiografia del torace. Se si sospetta un coagulo, è necessaria una TAC urgente”, ha detto Brandon.

Secondo Brandon, nonostante l’infermiera si sia rifiutata di far vedere i risultati a Zuhrah, lei è riuscita a dare un’occhiata al monitor dell’elettrocardiogramma che rivelava una frequenza cardiaca di 127 battiti al minuto, molto elevata.

Secondo quanto riferito, l’infermiera ha anche avuto difficoltà a misurare la pressione sanguigna di Zuhrah, cosa che Brandon ha descritto come un “enorme campanello d’allarme”.

Ha spiegato che la combinazione di una frequenza cardiaca molto alta e di una pressione sanguigna bassa indica che la persona sta entrando in stato di shock.

In un filmato pubblicato su X si vede Brandon battere alla porta della prigione gridando: “Un giorno finirete tutti in tribunale”.

“Un forte dolore al petto comporta il trasferimento in ospedale… se prendessi nel mio ospedale le decisioni che state prendendo voi verrei licenziata, sarei processata e finirei in prigione”.

Mendicando un’ambulanza

James Smith, un altro medico del Servizio Sanitario Nazionale, è arrivato in prigione per sostenere Zuhrah intorno alle 9 di mercoledì mattina. A quell’ora una folla di circa 20 persone, tra cui la parlamentare Zarah Sultana, si era radunata fuori dal carcere. Smith ha raccontato che a un certo punto una delle guardie carcerarie ha aperto la porta di ingresso all’edificio e i manifestanti hanno seguito Sultana occupando la reception.

Il personale del carcere ha quindi chiamato le forze dell’ordine e, poco dopo, almeno 10 auto della polizia sono arrivate sul posto.

L’ambulanza è finalmente arrivata a prendere Zuhrah intorno alle 14:30, quindi il gruppo ha accettato di disperdersi e ripulire il luogo.

Smith ha raccontato che, mentre il gruppo se ne andava, due agenti di polizia si sono avvicinati a Moiett e gli hanno chiesto se poteva recarsi alla stazione di polizia per un “interrogatorio volontario”, poiché l’agente di polizia che aveva aperto la porta della reception del carcere aveva affermato di essere stata aggredita.

“Ho assistito a tutta la scena”, ha detto Smith. “Il dottor Moiett ha tenuto le mani alzate per tutto il tempo in cui sono entrati. Si è seduto per terra, è stato rispettoso, ha interagito con le guardie carcerarie e ha chiesto esplicitamente l’arrivo di un’ambulanza, prima di alzarsi e andarsene. Ero nell’atrio con loro. Non ha mai toccato un agente penitenziario o un agente di polizia.”

Secondo Smith, agli agenti che si sono avvicinati a Moiett è stato chiesto se fosse stato arrestato. Hanno risposto di no.

“È stato chiesto un parere legale ed è stato deciso che Ayo non sarebbe andato alla stazione di polizia, e a quel punto abbiamo iniziato a uscire insieme”, ha detto Smith.

Poi, i due agenti di polizia si sono avvicinati di nuovo a Moiett mentre il gruppo cercava di andarsene e uno degli agenti ha detto “non fatelo”.

“Mentre cercavamo di superarli, i due agenti lo hanno afferrato”, ha detto Smith.

“La situazione è degenerata molto rapidamente, altri agenti sono intervenuti di corsa… poi hanno trascinato Ayo verso una delle auto della polizia e lo hanno schiacciato con il petto contro l’auto e ammanettato con le mani dietro la schiena”, ha detto Smith a MEE.

Brandon ha detto di credere che Moiett fosse stato preso di mira perché è una persona di colore che “aveva fatto di tutto per far arrivare un’ambulanza per Qesser”.

Era rimasto in piedi davanti alle porte della prigione per ore e ore al gelo, scongiurando di chiamare un’ambulanza”, ha detto Brandon a MEE.

“Ho perso conoscenza”

Quando la polizia ha cercato di trasferire Moiett sul furgone, i manifestanti hanno iniziato a sedersi sulla strada, e quando il gruppo si è mosso per impedire al furgone di partire la polizia ha iniziato a trascinare le persone via dalla strada. Smith ha raccontato che lui e Brandon erano seduti sulla strada con le mani alla tracolla della borsa di lei quando la polizia li ha trascinati con la schiena sull’asfalto.

“Ho sentito i miei vestiti strapparsi e gli occhiali cadermi dal viso. La gente ha iniziato a gridare che la dottoressa Olivia veniva strangolata”, ha detto Smith, aggiungendo che unagente di polizia lo ha accusato di averla strangolata.

Il filmato dell’incidente mostra un agente di polizia che si avvicina a Brandon e la trascina per il cappuccio lungo la strada, mentre si sente lei che emette suoni di soffocamento.

“Mi hanno trascinata per diversi metri dall’altra parte della strada tirandomi per il cappuccio. Stavo per soffocare e poi ho perso conoscenza”, ha detto Brandon.

A seguito dell’incidente è stata portata in ospedale per una TAC.

In risposta a una richiesta di commento la polizia del Surrey ha dichiarato di non aver ricevuto una denuncia diretta relativa all’incidente, ma di aver deferito la questione per un esame all’Ufficio Indipendente per la Condotta della Polizia.

La polizia ha dichiarato in un comunicato che durante la manifestazione gli agenti hanno arrestato tre persone. Tra queste, un uomo di 29 anni accusato di aggressione con lesioni personali gravi, un uomo di 28 anni accusato di aggressione e una donna di 22 anni accusata di danneggiamento.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’economia genocida di Israele è giunta al limite? (I parte)

Amos Brison

16 dicembre 2025 – +972 Magazine

L’economista Shir Hever spiega come la mobilitazione per la guerra a Gaza abbia puntellato un’‘economia zombie’ che in apparenza funziona ma non ha futuro.

Dall’ottobre 2023 Israele ha affrontato un insieme di contraccolpi economici. In seguito alle ostilità con Hamas ed Hezbollah decine di migliaia di persone sono sfollate dalle regioni di confine a sud e a nord, mentre decine di migliaia di riservisti sono stati esclusi dal mercato del lavoro per un lungo periodo, lasciando settori chiave con carenza di personale e una riduzione della produttività. Servizi pubblici, educazione e sanità sono peggiorati in quanto le finanze dello Stato sono state destinate alla guerra e circa 50.000 attività economiche sono fallite.

La fuga di capitali, soprattutto nel settore della tecnologia avanzata, insieme a un crescente ricorso a finanziamenti esteri, ha aggiunto una pressione significativa sull’economia, e si prevede che nel 2025 il debito arrivi al 70% del PIL. Anche la posizione internazionale di Israele si è indebolita: partner commerciali una volta stabili se ne sono andati, sanzioni e boicottaggi si sono estesi e importanti investitori hanno iniziato a rivolgersi altrove. Un rapporto sulla povertà annuale pubblicato l’8 dicembre dall’ONG israeliana Latet sottolinea la profondità della crisi sociale. Dall’inizio della guerra le spese familiari sono notevolmente aumentate, quasi il 27% delle famiglie e oltre 1/3 dei bambini ora subiscono un’“insicurezza alimentare”, circa 1/4 dei percettori di aiuti sono “nuovi poveri” spinti verso l’indigenza negli ultimi due anni.

Eppure l’economia israeliana nel contempo ha anche mostrato segni di resilienza. Dall’inizio della guerra lo shekel si è rivalutato di circa il 20% rispetto al dollaro USA e la borsa valori di Tel Aviv ha raggiunto livelli record, in parte grazie al sostegno delle spese di guerra e dell’intervento della banca centrale.

Per dare un senso a questi segnali apparentemente contraddittori — mercati in aumento insieme a un aggravamento della crisi sociale ed economica — è necessario vedere al di là dei tradizionali indicatori. L’ economista e attivista del BDS Shir Hever sostiene che ora Israele sta operando in quello che lui chiama un’“economia zombie”, che viene mantenuta in movimento attraverso massicce spese militari, credito estero e negazionismo politico.

Per oltre vent’anni Hever ha esaminato i legami tra l’economia israeliana, il militarismo e l’occupazione. In un’intervista a +972 Magazine egli spiega perché la crisi economica di Israele non può essere misurata solo in termini di PIL o inflazione e perché i pilastri che una volta sostenevano la sua crescita — investimenti esteri, innovazione tecnologica e integrazione a livello globale — hanno iniziato a venire erosi. Discute anche dell’illusione di un’economia di guerra sostenibile, del costo sociale ed economico di una prolungata mobilitazione di massa e di come il crescente isolamento di Israele sui mercati globali possa segnalare l’inizio di un declino a lungo termine.

L’intervista è stata modificata per motivi di lunghezza e chiarezza.

Per iniziare, se riteniamo che la guerra a Gaza, nel modo in cui è stata combattuta negli ultimi due anni, sia finalmente terminata, si prevede che l’economia israeliana si riprenda, e, in questo caso, come ciò potrebbe avvenire?

Penso che prima sia importante chiedere: riprendersi da cosa?

Il problema dell’economia israeliana è sfaccettato. Primo, c’è un danno diretto alla produttività a causa dello spostamento di decine di migliaia di nuclei famigliari da zone vicino ai confini con Gaza e il Libano e dei danni inflitti direttamente in quelle aree da missili e razzi.

Secondo, il reclutamento di circa 300.000 soldati della riserva per un periodo di tempo molto lungo ha provocato un notevole calo della partecipazione al mercato del lavoro. Ciò ha anche annullato innumerevoli giorni di formazione investita in questi lavoratori in un momento in cui i mezzi per formare e addestrare i loro sostituti sono lungi dalla piena funzionalità.

Terzo, la classe media istruita israeliana sta cominciando a prendere in considerazione l’idea di emigrare, e decine di migliaia di famiglie l’hanno già fatto.

Quarto, la crisi finanziaria: molti israeliani hanno portato all’estero i propri risparmi per prevenire l’inflazione, insieme a una perdita di valore della moneta israeliana, un crollo dell’affidabilità creditizia di Israele e un incremento degli interessi da pagare per compensare il rischio.

Poiché le risorse sono state spostate sulla guerra —con i dati dello stesso governo che dimostrano che ha comprato a credito un valore di decine di miliardi di dollari in armamenti — la qualità dei servizi pubblici e dell’educazione superiore è drammaticamente peggiorata. Nella sua storia Israele non è mai stato così vicino a raggiungere una spirale del debito (una situazione in cui lo Stato è obbligato a chiedere prestiti per coprire il pagamento degli interessi su prestiti precedenti).

Infine, e ciò è molto importante, il marchio Israele è diventato tossico. Deve affrontare boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni a un livello mai visto finora. Le imprese israeliane scoprono che all’estero ex-partner in affari evitano di trattare con loro.

Ho letto un articolo su Ynet [versione in rete e in ebraico del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, ndt.] in cui intervistano alcuni uomini d’affari israeliani che hanno raccontato come si sentano isolati e come le loro controparti commerciali, persino quelle di lunga data, affermino di non volerne più sapere di loro. Raccontano come, persino in “Paesi molto amichevoli (con Israele)” gli è stato detto “per favore, cancellate ogni traccia di questo incontro, non vogliamo che qualcuno sappia che vi abbiamo incontrati.” Molto probabilmente si riferivano alla Germania, in quanto prima dell’intervista c’era appena stata a Berlino la fiera IFA [di prodotti di alta tecnologia, ndt.].

Negli ultimi mesi lei ha descritto l’economia israeliana durante la guerra contro Gaza come un’“economia zombie”. Ci può spiegare cosa intende con questo?

La chiamo un’economia zombie nel senso che si muove ma non è consapevole del proprio stato di crisi o della sua imminente morte.

Un’economia capitalistica è basata sull’idea di un orizzonte futuro costante. Non puoi avere un mercato capitalista senza investimenti, e gli investimenti sono basati sull’idea che investi il denaro ora per ricavare un profitto nel futuro. Ma in Israele il governo ha approvato un bilancio slegato dalla spesa reale, portando fuori controllo il debito e la bozza del bilancio per il prossimo anno è altrettanto illusoria.

Nel contempo molte delle persone più talentuose e istruite stanno lasciando il Paese perché non vogliono far crescere i propri figli lì. Questo è l’esatto opposto di un orizzonte futuro, uno Stato che pianifica a brevissimo termine invece che sul lungo periodo.

Così, mentre in superficie può sembrare che l’economia stia funzionando, ciò è in buona misura dovuto al fatto che importanti settori della popolazione sono stati mobilitati nella riserva, armati, equipaggiati, alimentati e trasportati per sostenere la guerra. La guerra è la principale attività economica che il governo sta intraprendendo. Persino ora, due mesi dopo il cosiddetto cessate il fuoco di Trump, non c’è stato un massiccio ritorno dei riservisti alla vita civile.

Haaretz ha calcolato che la distruzione della Striscia di Gaza è il più grande progetto ingegneristico nella storia di Israele. La quantità di cemento, materiale da costruzione, veicoli e carburante che sono stati utilizzati supera la costruzione di HaMovil HaArtzi (l’acquedotto nazionale), che è stato il grande progetto infrastrutturale degli anni ’50, e del muro di separazione in Cisgiordania, il grande progetto ingegneristico dell’inizio degli anni ‘2000. Quindi questa è veramente un’economia che sembra funzionare, ma senza alcuna proiezione verso il futuro. E’ fondata su un’illusione.

Presumibilmente tutti i riservisti che hanno combattuto durante la guerra e tutte le persone che sono state sfollate dalle proprie case nel sud e nel nord prima o poi torneranno sul mercato del lavoro. Ciò potrebbe consentire a Israele di sfuggire a una crisi economica?

In primo luogo molti di questi riservisti semplicemente non avranno un lavoro a cui tornare perché più di 46.000 attività economiche sono fallite durante la guerra.

C’è anche l’aspetto psicologico. Non sono qualificato per rispondere a quello che succederà quando queste persone cercheranno di riprendere la vita civile, ma l’impatto probabilmente sarà drammatico. Faranno uso della violenza ogni volta che qualcosa li innervosirà, come hanno fatto per centinaia di giorni a Gaza? Avranno bisogno di un enorme quantità di trattamenti psicologici per gestire il trauma e il senso di colpa? Stiamo già vedendo il suicidio di molti soldati.

Si ricordi che ci sono anche persone che non hanno passato tempo a stare al passo con gli sviluppi delle loro professioni e invece hanno commesso un genocidio a Gaza, quindi anche questo rientra nella crisi tecnologica ed educativa. Le iscrizioni all’università non hanno tenuto il passo della crescita della popolazione, il che significa che a lungo termine Israele sta per diventare meno istruito.

Poi c’è circa 1/4 di milione di israeliani sfollati dalle proprie case vicino al confine con Gaza o il Libano che hanno vissuto per oltre un anno in hotel. Hanno vissuto con il presupposto che in qualunque momento gli sarebbe stato chiesto di tornare. È molto difficile trovare un nuovo lavoro in queste condizioni, in quanto la loro indennità dipende dalla loro volontà di tornare alle comunità d’origine. In altre parole hanno dovuto scegliere tra obbedire alle condizioni poste dal governo o rinunciare all’indennità e lasciare il Paese, cosa che effettivamente alcuni di loro hanno fatto.

Tuttavia vediamo che la borsa israeliana sta raggiungendo nuovi picchi e lo shekel è stabile. Come lo spiega?

È importante notare che il mercato azionario non va solo in una direzione. Per esempio è sceso dopo il “discorso di Sparta” di Netanyahu [in cui ha dichiarato che Israele è sempre più isolato, è circondato da nemici e deve basarsi sulla propria industria bellica, ndt.] a settembre. La gente si è fatta prendere davvero dal panico quando lo ha detto, perché ha riconosciuto in una certa misura che Israele è stato colpito da sanzioni e boicottaggi e dall’isolamento economico. È stata una puntura di spillo nel palloncino dell’illusione.

Ma ci sono altre ragioni per questo, una delle quali è che Israele ha cambiato le proprie regole riguardo a quanto paga i riservisti, fino al punto che ora vengono stipendiati con 29.000 shekel [oltre 7.000 €] al mese, più del doppio delle retribuzioni medie di mercato e più di quattro volte lo stipendio minimo. Alcuni ufficiali di carriera hanno persino lasciato l’esercito per ritornarvi come riservisti e guadagnare di più.

Questi riservisti non avevano di che spendere tutto questo denaro perché erano a Gaza, quindi li hanno investiti in azioni o messi in una qualche sorta di fondo di garanzia attraverso una banca, il che significa che finiscono di nuovo in azioni. Ciò continua a incanalare sempre più denaro in borsa, quindi ovviamente il mercato azionario è cresciuto. La domanda importante è: da dove viene questo denaro?

Il direttore generale del ministero delle Finanze ha notato che queste paghe ai riservisti non si notano — ancora — nel bilancio della difesa. Lo saranno retroattivamente, e quando ciò avverrà la differenza tra il bilancio approvato e la spesa reale risulterà evidente. Allora prevedo che la valutazione dell’affidabilità creditizia di Israele scenderà e le banche internazionali saranno molto timorose di operare con Israele.

Oltre a questo la massiccia spesa sta anche aumentando l’inflazione mentre la produttività non cresce. Le persone che hanno un reddito disponibile cercano di proteggere i propri risparmi investendo nel crescente mercato azionario, contribuendo alla bolla.

Quindi c’è una specie di stagflazione, in cui l’inflazione è in aumento insieme a un rallentamento dell’economia. La banca centrare israeliana ha gestito questa situazione comprando, soprattutto all’inizio della guerra, una grande quantità di dollari, il che ha creato l’impressione che tutto fosse sotto controllo e che Israele potesse permettersi di continuare a combattere. Questo trucco ha funzionato, soprattutto con gli investitori internazionali.

Ciò ha determinato una situazione molto strana, in cui da una parte gli economisti israeliani, scrivendo in ebraico, stanno dicendo: “Non è assurdo che le agenzie di rating abbiano ridotto il rating di Israele solo di un punto? Credono ancora che il governo ripagherà il suo debito. Quanto possono essere ingenui?” E dall’altra le agenzie di rating, anche se sicuramente leggono i media finanziari israeliani, si rifiutano di reagire.

Credo che sia una forma di complicità dei media finanziari internazionali. Temono che, se riportano i fatti, saranno accusati di essere “anti-israeliani”. Vedono come i governi negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Germania stiano diffondendo menzogne e agendo come se Israele stesse semplicemente attraversando una battuta d’arresto temporanea. Se i media finanziari contraddicessero questi governi rischierebbero la repressione, quindi preferiscono nascondere le notizie ai propri lettori. Sulla base di queste informazioni di parte, anche le agenzie di rating temono di prendere decisioni basate sui fatti.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Sono stato corrispondente dalla Cisgiordania. Venti anni dopo la mia ultima visita sono rimasto scioccato da quanto sia peggiorata la situazione oggi (II parte).

Ewen MacAskill

11 dicembre 2025 – The Guardian

Tra le molte persone che ho incontrato c’è una sensazione pervasiva di sconforto e che la resistenza sta lentamente diventando un ricordo.

A circa 16 km da Hebron c’è il villaggio collinare di Umm al-Khair, tristemente noto come teatro di violenti scontri con i coloni. Eid Siliman Hathaleen, un beduino palestinese e attivista di comunità del villaggio, ha sostenuto che i beduini comprarono quella terra nel 1952, ma i coloni e l’esercito israeliano stanno conducendo un’intensa campagna contro di loro. Alcune case palestinesi sono state demolite mentre i coloni estendono la loro presenza. A ottobre sette nuove case mobili sono comparse di notte in mezzo al villaggio, mentre è giunto un ordine israeliano di demolizione per altre 14 case palestinesi.

Come il resto della Cisgiordania il villaggio è sotto il costante controllo di telecamere, veicoli militari e droni. Mentre stavamo chiacchierando sono arrivati dei soldati israeliani. Hathaleen ha affermato che un’ora prima i pacifisti israeliani che si erano presentati per manifestare solidarietà con gli abitanti del villaggio erano stati portati via dopo che i soldati avevano dichiarato il posto una zona militare chiusa. I soldati ci hanno detto che anche il luogo in cui ci trovavamo era stato dichiarato ora una zona militare chiusa.

Mentre Hathaleen e i giovani soldati discutevano sull’ordine militare ci ha raggiunti un ufficiale di alto grado, pesantemente armato, con un passamontagna nero e occhiali scuri. Esasperato dalla conversazione alla fine ha detto: “Avete 4 minuti. Andatevene. Addio.” Hathaleen, secondo cui i soldati erano arrivati su richiesta dei coloni, ha filmato il battibecco con il telefonino, una provocazione potenzialmente pericolosa, ma che è finita in modo pacifico. Hathaleen ha affermato che suo padre, Siliman Hathleen, anche lui un attivista di comunità che lottava contro le demolizioni, è morto nel 2022 dopo essere stato investito da un camion della polizia israeliana. Suo cugino, Siliman Hathleen, un consulente del documentario che ha vinto l’Oscar No Other Land, a luglio è stato colpito a morte nel villaggio da un colono.

Nei villaggi palestinesi a sud di Nablus rappresentanti delle cooperative agricole e delle organizzazioni femminili ci hanno raccontato degli attacchi dei coloni che scendono dalla cima delle colline per picchiarli, distruggere le proprietà e spargere una polvere bianca velenosa per uccidere le greggi. In un villaggio i contadini, escogitando modi ingegnosi per contrastarli, hanno iniziato a coltivare verdure in barili pieni di terra non contaminata.

È possibile che la rabbia contro le incursioni dell’esercito israeliano e gli attacchi dei coloni, per non parlare della distruzione di Gaza, provochi una risposta su vasta scala, una terza intifada, in Cisgiordania? In un sondaggio di ottobre il Palestinian Center for Policy and Survey Research ha scoperto che il 49% dei palestinesi della Cisgiordania, e il 30% a Gaza, sono ancora favorevoli alla lotta armata come il modo più efficace per arrivare a uno Stato palestinese.

Abdaljawad Omar, assistente in filosofia all’università di Birzeit, che scrive con lo pseudonimo di Abboud Hamayel, è scettico riguardo a questa possibilità. Ha scritto un libro di imminente pubblicazione sulla resistenza palestinese. Egli non sostiene un ritorno alla violenza ma lamenta la fatica e paralisi prevalenti, quello che chiama lo “svuotamento emotivo”. Sostiene: “La rabbia si è trasformata in un risentimento impotente. Oggi in Cisgiordania di rado si lanciano pietre. È una novità… La resistenza sta lentamente diventando un ricordo.”

Nella Seconda Intifada i focolai di resistenza furono i campi profughi, molti dei quali risalgono al 1948, quando circa 750.000 palestinesi furono espulsi o fuggirono dalle proprie case [che si trovavano] in quello che diventò lo Stato di Israele. All’ingresso del campo profughi di Aida, a Betlemme, c’è un arco sopra il quale poggia una enorme chiave che simboleggia la speranza che un giorno i suoi abitanti potranno tornare in Israele a riprendersi le loro vecchie case. Attorno alle mura del campo ci sono murales che vanno da una commemorazione degli eroi palestinesi, come i giovani lanciatori di pietre e la guerrigliera Leyla Khaled, fino a un poco lusinghiero ritratto del presidente USA Donald Trump. Affrettandosi per andare a pregare un venerdì a mezzogiorno gli abitanti avevano poco tempo per parlare ma erano sprezzanti riguardo al cessate il fuoco a Gaza – Quale cessate il fuoco? – e hanno ridicolizzato il progetto di Trump di una Gaza Riviera.

La chiave di metallo da una tonnellata fissata sull’arco e i murales che celebrano la resistenza sembrano simboli di un tempo passato, un’era che sta sfuggendo, non da ultimo a causa del fatto che il sogno dei profughi di un ritorno alle proprie case d’origine in Israele quasi sicuramente non verrà mai realizzato. Durante la Seconda Intifada in un altro campo profughi a Betlemme avevo intervistato un padre che era fermamente convinto che lui, come gli altri abitanti, non avrebbe lasciato il campo se non per tornare alla sua casa d’origine. Esiste ancora questa irriducibile ostinazione? Un ex-abitante dei campi si è sorpreso sentendo che famiglie che erano state tra le più irremovibili per la prima volta stavano prendendo in considerazione la possibilità di andarsene, logorate, in parte, da disoccupazione, povertà e debiti.

L’esercito israeliano non sta aspettando che se ne vadano. All’inizio dell’anno l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] ha demolito vaste zone dei tre campi che erano stati all’avanguardia della resistenza durante la Seconda Intifada e fino al 2023, tutti e tre nel nord della Cisgiordania. Israele li descrive come “fulcri del terrorismo”: Tulkarem, Nur Shams e Jenin. I palestinesi dicono che l’esercito israeliano, con volantini e altoparlanti, ha avvertito gli abitanti di Aida e di altri campi che anche questi saranno distrutti, a meno che si comportino bene.

Quando nel 2002 gli israeliani organizzarono un attacco nel campo profughi di Jenin incontrarono una feroce resistenza. All’epoca intervistai un sergente israeliano, Israel Kaspi, un veterano che aveva combattuto durante la guerra dello Yom Kippur del 1973 e in Libano nel 1982 e che mi disse che gli scontri a Jenin erano stati i più intensi a cui avesse mai partecipato. Disse che i palestinesi avevano trasformato il campo profughi in una fortezza. Israele perse 23 soldati mentre combattevano di strada in strada, casa per casa e stanza per stanza, in mezzo a trappole esplosive, ordigni nascosti nei vicoli e in bidoni della spazzatura, dinamite inserita nei muri e palestinesi che sparavano da postazioni ben preparate.

All’inizio dell’anno, quando hanno attaccato i campi a Jenin, Tulkarem e Nur Shams, gli israeliani hanno perso tre soldati ma sono riusciti a svuotare i campi per un totale di 30.000 abitanti, frammentando comunità molto coese e disperdendole in sistemazioni temporanee altrove in Cisgiordania. Si stima che nei tre campi siano state distrutte 850 case e altri edifici.

Il mese scorso durante una visita ai campi di Tulkarem e Mur Shams ho potuto vedere tracce di carrarmati o bulldozer nella strada fangosa ma nessuno all’interno, in parte perché era buio, ma anche perché avventurarsi ulteriormente era pericoloso. L’esercito israeliano aveva avvertito che chiunque cercasse di entrare nei campi sarebbe stato colpito. Non si è trattato di una vana minaccia: tre giorni dopo un cameraman, Fady Yasmeen, è stato ferito nei pressi dell’ingresso durante una protesta.

Sono andato a Tulkarem con Aseel Tork, che lavora per il Bisan Centre for Research and Development, un’organizzazione senza scopo di lucro che gestisce progetti comunitari in zone rurali, in particolare per donne e giovani. Nel 2021 è stata definita da Israele un’organizzazione terrorista, iniziativa condannata, tra gli altri, dall’ufficio dell’alto commissario per i diritti umani dell’ONU.

Tork mi ha detto di credere che una terza intifada in questo momento è impossibile: “Quando sono avvenute la Prima e la Seconda Intifada la comunità palestinese nel suo complesso era coesa. C’erano poche divisioni tra di noi: ideologicamente, politicamente, geograficamente. Ora non possiamo, e non abbiamo, difeso il popolo di Gaza come avremmo dovuto. Se ci fosse stata un’intifada, sarebbe avvenuta dopo il 7 e l’8 ottobre.”

In novembre, durante un evento intitolato Poetry after Gaza [Poesia dopo Gaza] a Ramallah, nella conversazione tra un europeo e un palestinese è saltata fuori una citazione di Kafka. L’avrei sentita due volte in una settimana da palestinesi in altri contesti: “C’è tanta speranza – per Dio, un’infinità quantità di speranza – solo non per noi.”

Dove possono cercare speranza i palestinesi? Ci sono a disposizione poche risposte. Un rinnovamento dell’Autorità Palestinese? Le elezioni sono attese da tempo, ma sono problematiche da un punto di vista internazionale, dato il livello di appoggio dichiarato ad Hamas. È possibile una soluzione a due Stati, una Palestina indipendente e Israele fianco a fianco, data la quantità di territorio occupata ora dai coloni in Cisgiordania? Una soluzione a uno Stato unico, con Israele come Stato di apartheid allargato in cui i palestinesi potrebbero lottare per avere uguali diritti, sostenuti dalla comunità internazionale, come in Sud Africa? Uno stanco scrittore palestinese, dopo aver dichiarato morta la soluzione a due Stati, ha detto che si accontenterebbe della soluzione a uno Stato anche solo se ciò significasse che potrebbe finalmente spostarsi liberamente.

Il mese scorso è iniziata una campagna globale per la liberazione di Marwan Barghouti, generalmente visto come la figura più adatta ad unificare i palestinesi. Barghouti, accusato da Israele di essere il leader dei miliziani di Fatah in Cisgiordania durante la Seconda Intifada, è in un carcere israeliano dal 2002, condannato per cinque omicidi, che lui nega. La speranza di lunga data dei palestinesi è che possa uscirne come un Nelson Mandela palestinese. Benché sia di Fatah, è popolare tra i sostenitori di Hamas e delle altre fazioni. Intervistai Barghouti a Ramallah l’anno prima che venisse catturato e all’epoca scrissi che pensavo potesse essere un futuro leader. Colpiva, però non aveva il calore umano di Mandela e mi sembrò, forse ingiustamente, che fosse più un combattente da strada che un politico con una visione. Ma forse in prigione è cambiato, come fece Mandela.

Dall’attacco del 7 ottobre Barghouti è stato tenuto in isolamento ed è stato picchiato quattro volte dalle guardie carcerarie, l’ultima nel settembre scorso, secondo suo figlio Arab fino a perdere conoscenza.

Barghouti era su una lista di prigionieri che Hamas ha presentato a Israele perché venisse liberato come parte dell’accordo di cessate il fuoco di ottobre. Benché Israele abbia liberato altri condannati per omicidio si rifiuta di rilasciare Barghouti. La sua decisione potrebbe riflettere la preferenza israeliana per un leader palestinese debole e manipolabile, Abbas, rispetto a una figura potenzialmente più forte.

Basem Ezbidi, un importante politologo e membro del centro studi Al-Shabaka, che ha fatto l’università con Barghouti, mette in guardia dall’aspettarsi un salvatore politico. “In tempi di disperazione la gente tende a creare miti in cui un supereroe arriva a salvarla,” ha detto. “La gente vede Marwan Barghouti in quel modo. Ma non è un uomo che fa miracoli. Può essere più puro di altri, ma non è sufficiente essere puri: devi avere capacità politiche e la giusta visione.”

Con una mancanza di alternative dall’interno, molti palestinesi vedono nella comunità internazionale la loro maggiore speranza, credendo che si sia raggiunto un punto di svolta a causa dell’indignazione mondiale per la distruzione di Gaza. Alla conferenza di Birzeit Saleh Hijazi, un coordinatore politico del Comitato Nazionale del [movimento per] Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) palestinese, ha detto che si devono fare più pressioni su Israele ponendo fine ai rapporti militari, applicando i mandati d’arresto contro gli israeliani accusati di crimini di guerra, disinvestendo dalle imprese complici ed espellendo Israele dalle istituzioni internazionali come l’ONU, la FIFA e il Comitato Olimpico. Ha detto che a livello di Stati, come in Malaysia, che ha chiuso i porti alle navi israeliane, e persino in Europa, sono state intraprese iniziative: “Ora possiamo iniziare a veder arrivare il nostro momento Sud Africa. Ma è necessaria un’intensificazione del BDS.”

Queste campagne possono funzionare sul lungo termine, come in Sud Africa. Ma a breve o medio termine non cambieranno la vita dei palestinesi in Cisgiordania, intrappolati tra l’Autorità Palestinese che non è in grado di proteggerli e Israele, con la sua repressione militare e i suoi coloni fuori controllo. Mentre in Cisgiordania durante la Seconda Intifada il conto dei morti era molto più alto, la vita è assolutamente peggiore ora per ogni altro aspetto, ha affermato Budour Hassan, un ricercatore giuridico di Amnesty International. Hassan, che è di Nazareth, ha affermato: “Persino allora c’era speranza, forse. Ora la gente sembra completamente disperata. Si sentono totalmente abbandonati.”

Negli ultimi due anni piazza Manger a Betlemme è stata deliberatamente lasciata al buio e in silenzio nel periodo di Natale per dimostrare solidarietà con Gaza. Il 6 dicembre di fronte a migliaia di palestinesi, musulmani e cristiani, e a un pugno di turisti il sindaco di Betlemme ha riacceso l’albero di Natale. Canawati sperava che la ripresa dei festeggiamenti avrebbe rilanciato il turismo. Considerava la riaccensione dell’albero un simbolo di speranza e resilienza.

“Quelli che hanno perso la speranza se ne sono andati,” mi ha detto Canawati (dal 2023 un numero stimato di 4.000 palestinesi ha lasciato Betlemme per andare all’estero). “Io non me ne andrò mai, indipendentemente da quello che succeda. So che ci sono molti come me,” ha affermato Canawati. Descrivendosi come un ottimista, spera che la reazione per Gaza spingerà i leader del mondo ad appoggiare la causa palestinese e che i negoziati avviati da Trump porteranno a un accordo di pace e a uno Stato palestinese sovrano.

Ma ha moderato questo ottimismo con sgomento nei confronti degli estremisti del governo israeliano e tra i coloni. Ribadendo la disperazione che ho trovato in tutta la Cisgiordania il sindaco ha detto: “Gli estremisti non vogliono una soluzione a due Stati o a uno Stato. Gli estremisti non vogliono darci il nostro Stato o che facciamo parte del loro Stato. Vogliono la terra senza il popolo. Vogliono solo che ce ne andiamo.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




A fronte della recente ondata di dimissioni l’esercito di Israele teme un “esodo in massa del personale”

Redazione di MEMO

16 dicembre 2025 – Middle East Monitor

Un rapporto segnala che con la guerra a Gaza c’è stata un’impennata delle domande di cessazione anticipata dal servizio tra le unità dell’esercito.

L’esercito israeliano ha messo in guardia circa un “esodo in massa del personale”, visto il considerevole aumento delle richieste di dimissioni da parte di militari d’ogni rango, ha reso noto martedì l’agenzia di stampa turca Anadolu.

L’esercito israeliano è afflitto da un “esodo in massa di ufficiali e sottufficiali che hanno presentato istanza di cessazione volontaria dal servizio”, scrive il quotidiano di Tel Aviv Yedioth Ahronoth.

Finora ci sono state 500 richieste da parte di ufficiali e sottufficiali in forza all’esercito regolare che volevano essere rimossi dalla loro posizione nell’IDF [l’esercito israeliano, ndt.]”, afferma il giornale, pur senza specificare quando siano state presentate.

L’esercito “segnala un costante incremento delle domande di dimissioni, indice di una vera e propria crisi di organico riguardante ogni classe di età e ogni grado gerarchico, un fenomeno che ha raggiunto ormai proporzioni allarmanti”.

Secondo il quotidiano l’esercito israeliano prevede ulteriori defezioni da parte di membri dell’organico in pianta stabile che prestano servizio nelle forze regolari.

Il rapporto in questione rivela che alla Knesset sono attualmente al vaglio modifiche legislative che consentirebbero — a titolo d’incentivo — di apportare alle spettanze pensionistiche di ufficiali e soldati una maggiorazione compresa tra il 7% e l’11%.

Il giornale spiega che le 500 domande di dimissioni non sono state presentate da riservisti, ma da militari di professione impiegati nelle forze regolari, e sono riconducibili alla bassa retribuzione unita al notevole tasso di abbandono del servizio militare, che ha avuto i suoi effetti soprattutto durante la logorante guerra nella Striscia di Gaza.

L’esercito sta “faticando parecchio a convincere migliaia di ufficiali e sottufficiali affinché seguitino a prestare servizio stabilmente, con il prevedibile risultato che vi sarà un calo nelle prestazioni complessive dell’esercito”.

Dal mese di ottobre 2023 Israele ha ucciso quasi 70.700 persone a Gaza, per lo più donne e bambini, ferendone oltre 171.000, e ha ridotto l’enclave a un cumulo di macerie.

(Traduzione dall’inglese di Chiara Guidi)




La Corte Penale Internazionale rigetta l’appello e quindi i mandati di cattura per Netanyahu e Gallant rimangono validi

Redazione di MEMO

16 dicembre 2025 – Middle East Monitor

La Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aja ha rigettato un appello presentato dal governo israeliano contro i mandati di cattura emessi per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex-ministro della Difesa Yoav Gallant.

Con una maggioranza di tre giudici a due la Corte d’Appello ha deciso di confermare i mandati, che rimangono in tal modo validi legalmente. I due politici sono accusati di aver commesso crimini di guerra durante l’offensiva militare nella Striscia di Gaza.

Israele ha presentato l’appello dopo che la Corte ha deciso di aprire un’inchiesta preliminare sulla guerra di Israele contro Gaza in seguito all’attacco condotto da Hamas nel sud di Israele il 7 ottobre 2023. La Corte ha basato la sua decisione sul principio di complementarietà, che permette alla CPI di agire solo quando uno Stato non è in grado o non vuole perseguire dei sospetti attraverso il proprio sistema legale.

Nel suo appello Israele ha sostenuto che l’ufficio del procuratore avrebbe dovuto informare il governo in anticipo riguardo l’apertura del procedimento. Secondo Israele questo avrebbe permesso alle autorità di affrontare le accuse in Israele.

La Corte ha rigettato questo argomento, stabilendo che una notifica preliminare non era richiesta in questa fase del procedimento giudiziario.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




L’espansione della ‘Linea Gialla’ da parte di Israele ingloba i distretti di Gaza e sradica le famiglie

Maha Hussaini, Gaza City, Palestina occupata

13 dicembre 2025 – Middle East Eye

Le famiglie palestinesi sono costrette ad andarsene dalle proprie case in silenzio mentre le forze israeliane sono sempre più vicine, nonostante il cessate il fuoco

Quando Ahmed Hamed è tornato a casa sua dopo il cessate il fuoco questa si trovava a circa 1,5 chilometri ad ovest della cosiddetta ‘Linea Gialla’ imposta da Israele.

Due mesi dopo quella distanza si è ridotta a circa 200 metri.

Prima della fine della guerra la nostra casa si trovava in una zona pericolosa ed era difficile per noi ritornarci”, ha detto a Middle East Eye il giornalista palestinese di 31 anni.

Abbiamo aspettato due settimane dopo il cessate il fuoco per essere certi che fosse sicura.”

Alla fine la famiglia è ritornata nella propria casa vicino al quartiere di Shujaiya nella parte orientale di Gaza City.

Quasi immediatamente il fragore della guerra l’ha nuovamente raggiunta.

Fin dal primo giorno in cui siamo tornati abbiamo sentito bombardamenti, demolizioni e spari”, dice Hamed.

Cominciavano al tramonto e proseguivano fino all’alba.”

All’inizio pensavano che le esplosioni fossero lontane, credendo che la Linea Gialla fosse ancora distante.

Ma ora Hamed può vedere i blocchi di cemento gialli piazzati dalle forze israeliane dalla sua finestra – cosa che non era possibile solo alcune settimane fa.

In tutta Gaza la linea provvisoria di demarcazione si è spostata, avvicinandosi ancor di più alle zone densamente popolate e alimentando il timore di nuovi sfollamenti e violenze da parte di Israele.

Fuggire in silenzio’

La Linea Gialla è un confine militare che è stato imposto e contrassegnato unilateralmente dalle forze israeliane all’interno della Striscia di Gaza dopo il cessate il fuoco mediato ad ottobre dagli USA.

Definita zona interdetta, impedisce ai palestinesi di entrare in ampie aree di terra a nord, sud ed est.

Dall’inizio del cessate il fuoco la linea è costantemente avanzata verso ovest, inglobando quartieri e occupando attualmente circa il 53% del territorio.

Ogni nuova progressione viene segnalata con blocchi di cemento gialli piazzati all’interno dei quartieri civili.

Secondo Hamed migliaia di case si trovano all’incirca entro un chilometro quadrato tra la posizione originaria della linea e quella attuale.

Dopo il cessate il fuoco molte famiglie sono tornate in queste case, cercando di riprendere la propria vita.

Le persone hanno installato dei generatori ed anche internet”, spiega.

Poi una notte sono stati svegliati da un’intensa sparatoria ed hanno trovato un blocco di cemento giallo in mezzo alla strada. Hanno raccolto le proprie cose e sono scappati sotto il fuoco in piena notte.”

Alcune famiglie sono rimaste intrappolate nelle loro case per ore a causa dei pesanti bombardamenti prima di poter uscire e scoprire che il confine si era già spostato.

Complessivamente la linea è avanzata di oltre un chilometro durante il cessate il fuoco, provocando silenziose ondate di sfollati che non hanno ricevuto quasi alcuna attenzione dai media.

C’è una potente ondata di abitanti in fuga e nessuno informa di questo”, dice Hamed.

Le famiglie scappano in silenzio. Durante la guerra si parlava della nostra sofferenza e questo leniva un poco il dolore. Adesso nessuno ne parla.

Immaginate l’angoscia: abbiamo ringraziato dio perché le nostre case hanno resistito a due anni di genocidio ed ora la gente le sta perdendo durante il cessate il fuoco.”

La casa della famiglia di Hamed adesso sta proprio di fronte alla Linea Gialla. Dalla sua finestra lui può vedere i carrarmati israeliani e i veicoli militari che pattugliano e sparano verso i quartieri al di là del confine.

La moglie di suo cugino, Samar Abu Waked, trentenne madre di tre figli, è stata uccisa all’ingresso della casa della sua famiglia da un proiettile in testa, evidentemente sparato da un soldato israeliano dalla Linea Gialla, secondo i suoi parenti.

Più di una volta ho dovuto strisciare con mia moglie e i bambini dalla stanza che affaccia sulla strada verso le stanze più interne, a causa delle intense sparatorie”, dice Hamed a MEE.

E’ come un fuoco che brucia in tutto il quartiere e ci aspettiamo che le fiamme ci raggiungano. Nessuno può fermare questa avanzata.”

Dall’inizio della guerra genocidaria ad ottobre 2023 Hamed è stato sfollato molte volte.

Nei primi sfollamenti ho impacchettato solo quel che ci serviva, sapendo che alla fine saremmo tornati”, dice il giovane padre.

Ma adesso, aggiunge, teme che lo sfollamento sarà permanente.

Quartieri ridotti in macerie

Quando le forze israeliane sono avanzate verso ovest hanno usato veicoli carichi di esplosivi per demolire edifici residenziali in un sol colpo a Gaza est, spianando aree e impedendo agli abitanti di tornare.

Domenica il capo dell’esercito israeliano, il tenente generale Eyal Zamir, ha definito la Linea Gialla un “nuovo confine”.

In base al piano di cessate il fuoco appoggiato dagli USA la Linea Gialla è una linea di ripiegamento temporaneo per le forze israeliane, mentre ulteriori ripiegamenti verso la frontiera di Gaza sono previsti in successive fasi dell’accordo.

Tuttavia Zamir ha affermato che l’esercito mantiene “il controllo operativo su ampie parti della Striscia di Gaza” e rimarrà sulle posizioni lungo quelle linee difensive.

La Linea Gialla è un nuovo confine, utilizzato come linea difensiva avanzata per le nostre comunità e come linea di attività operative”, ha detto.

Il mese scorso l’abitante di Shujaiya Reem Mortaja è stata sfollata dalla sua casa per l’undicesima volta.

L’aspetto più demoralizzante è che in base all’accordo di cessate il fuoco ci è stato permesso di tornare solo per trovare le nostre case gravemente danneggiate”, ha detto a MEE la ventisettenne.

Eppure eravamo contenti che alcuni muri fossero ancora in piedi. Abbiamo comprato nuove cose e effettuato piccole riparazioni, avendo la sensazione di essere più stabili rispetto ai precedenti sfollamenti.”

Ma quella sensazione di stabilità è durata poco.

Tre settimane fa abbiamo dovuto nuovamente scappare e non abbiamo potuto portare molto con noi”, dice.

Una mattina la sua famiglia al risveglio ha trovato un blocco di cemento giallo piazzato a pochi metri dalla casa. Hanno afferrato quel che potevano e sono scappati.

Pochi giorni dopo che noi e i nostri vicini ce ne siamo andati hanno bombardato le nostre case e ridotto in macerie l’intero quartiere”, dice.

Il mondo pensa che il cessate il fuoco sia in vigore. Ma noi stiamo ancora attraversando fasi di guerra, mentre l’occupazione prosegue senza essere condannata poiché agisce silenziosamente e rapidamente.

Ogni giorno ci sono spostamenti in avanti, attacchi aerei e fuoco d’artiglieria. L’espulsione non si ferma mai, e tutto questo avviene nel silenzio totale.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele ci sta cacciando”: il piano per aprire il valico di Rafah a Gaza lascia i palestinesi con più domande che risposte

Nagham Zbeedat

8 dicembre 2025 – Haaretz

I palestinesi di Gaza affermano di sentirsi sotto pressione nel decidere se lasciare le proprie famiglie nella speranza di attraversare il valico verso l’Egitto; alcuni hanno rinunciato del tutto a lasciare la Striscia.

La decisione potrebbe segnare una svolta per gli abitanti della Striscia sotto assedio, dove l’uscita è stata resa praticamente impossibile dall’inizio della guerra. Ha suscitato speranze tra i 16.500 malati e feriti che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno urgente bisogno di lasciare la Striscia per accedere a cure mediche salvavita all’estero, dal momento che il sistema sanitario di Gaza è prossimo al tracollo. La riapertura potrebbe anche dare una fragile spinta all’economia di Gaza, al collasso, offrendo ai commercianti una rara opportunità di movimentare le merci oltre l’enclave.

Ma la riapertura è accompagnata da rigide limitazioni imposte da Israele e da controversie politiche che hanno riacceso i timori che la decisione possa essere parte di un intento più ampio di cacciare definitivamente i palestinesi da Gaza.

Secondo dei funzionari israeliani i palestinesi che vorranno andarsene dovranno ottenere l’autorizzazione della sicurezza sia israeliana che egiziana, sebbene i criteri per tale autorizzazione restino poco chiari.

Israele ha affermato che la riapertura dipenderà dai preparativi logistici della missione dell’Unione Europea che supervisiona il valico dal 2005, nonché dalle riparazioni delle infrastrutture gravemente danneggiate durante la guerra.

Inoltre non è ancora chiaro come verranno gestite le persone prive di documenti o se verranno escluse del tutto, il che aggiunge un ulteriore livello di incertezza, dato il numero di famiglie a Gaza che hanno perso documenti di identità essenziali, tra cui passaporti e carte d’identità nazionali, a causa di ripetuti sfollamenti e bombardamenti.

A seguito dell’annuncio di Israele i ministri degli Esteri di Egitto, Indonesia, Giordania, Pakistan, Qatar, Arabia Saudita, Turchia ed Emirati Arabi Uniti hanno rilasciato venerdì una dichiarazione congiunta in cui viene espressa una “profonda preoccupazione” per il piano di Israele di aprire il valico di Rafah esclusivamente “in una direzione, con l’obiettivo di trasferire gli abitanti della Striscia di Gaza in… Egitto”.

La dichiarazione congiunta condanna quelli che i ministri hanno descritto come “tentativi di espellere forzatamente il popolo palestinese dalla sua terra” e sottolinea “l’importanza” di attuare il piano di cessate il fuoco in 20 punti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che prevede che il valico rimanga aperto in entrambe le direzioni.

Prima della guerra Rafah era l’unica porta di Gaza verso il mondo esterno non controllata da Israele: un passaggio vitale attraverso cui viaggiavano studenti, famiglie riunite e merci.

Dall’inizio della guerra l’Egitto ha inasprito drasticamente le restrizioni. La situazione è peggiorata ulteriormente nel maggio 2024, quando le forze israeliane hanno preso il controllo del lato di Gaza del valico, costringendo l’Egitto a chiuderlo. Da allora il valico di Rafah è rimasto quasi costantemente chiuso, consentendo solo sporadiche e limitate uscite a scopi medici, l’ultima delle quali a febbraio.

“Molte paure”

Per molti palestinesi a Gaza, intrappolati dalla guerra, dalle espulsioni e dal collasso del sistema sanitario, l’annuncio di Israele è stato interpretato come un’inconsueta opportunità in uno stato di realtà prestabilito. Ma all’interno di Gaza lo stato d’animo è più complesso. Per alcuni l’annuncio non rappresenta un’opportunità ma un dilemma.

Hamada, 29 anni, è originario di Gaza City e vive a Deir al-Balah da settembre. I suoi genitori e fratelli sono rimasti a Gaza City. Se gliene fosse data la possibilità, vorrebbe partire per l’Egitto, ricongiungersi con la sua ragazza in Cisgiordania, sposarsi e costruirsi una nuova vita lì.

Ma anche quel sogno sembra difficile da realizzare.

“Quando ho sentito la notizia per la prima volta, mi sono sentito solo confuso”, dice. “Da un lato, lascerò la mia famiglia e mi adeguerò ai piani dell’occupazione israeliana. Dall’altro, siamo privati ​​dei mezzi di sussistenza di base, sia a livello personale che collettivo. Non riesco a svolgere il mio lavoro come si deve. Lavoro online e non ho una connessione internet stabile. Per ottenere un lavoro dovrei spendere più di quanto riesco a guadagnare.”

Il suo desiderio di andarsene non nasce dal bisogno di comodità, ma dalla stanchezza.

“Per uno come me, che vuole fare una vita normale, vivere in questo posto è estenuante, fisicamente, emotivamente, finanziariamente e mentalmente”, dice. “Se non fosse stato per la mia famiglia me ne sarei andato prima.”

La sua visione dell’Egitto non è idealistica. È vulnerabile e incerta. “Se dovessimo arrivare in Egitto, vorrei stabilirmi, creare una famiglia e vivere in pace”, dice. “Ma in realtà so che sarà dura. Se la pensassi diversamente, mi illuderei. Chiunque viva nella diaspora ha vita dura, persino in Egitto, il posto più vicino a Gaza.”

Ciò che lo frena non è la mancanza di voglia di vivere, ma la paura di perdere tutto il resto. “Ci sono molte incognite e paure”, dice. “Lasciare la famiglia, la possibilità di tornare, l’adattamento dentro e fuori Gaza. Se me ne andassi e mi sposassi in Egitto rimarrei solo? La mia famiglia non può lasciare la Striscia. Cosa faremmo? Ci sono molte paure che ci paralizzano.”

C’è anche il costo. “Se il confine si apre e i prezzi salgono alle stelle, non potrò andarmene”, dice. “Non posso permettermelo.”

Hamada osserva sulla rete ciò che scrivono le persone che vogliono andarsene. Insiste sul fatto che queste parole non significano che la gente voglia abbandonare Gaza. “Tutti noi amiamo Gaza”, dice. “Anche quando è in rovina e non mostra segni di vita la amiamo. Questa non è poesia o idealizzazione delle nostre vite. Vivere tutta questa distruzione e morte ci ha legato a questo posto”.

Ciò che la gente sogna qui, dice, è ridotto alle forme più elementari di dignità.

A Gaza i nostri desideri e i nostri sogni si limitano all’amore per una ciotola di zuppa di lenticchie calda, all’odio per un piatto vuoto, al sogno di un luogo dove i bombardamenti aerei non possano arrivare.”

“C’è troppa pressione per prendere questa decisione ora”

Sami, 26 anni, è originario di Jabaliya e vive a Deir al-Balah dal 14 ottobre 2023. Lavora come podcaster e creatore di contenuti visivi ed inoltre è impiegato presso Save the Children. Solo due giorni prima dell’inizio della guerra lui e il suo team hanno aperto il loro studio di podcasting: il culmine di anni di lavoro.

“Un mese dopo lo studio è stato bombardato e raso al suolo”, racconta.

Lo spazio fisico non c’è più, ma il lavoro continua. Il team continua a produrre episodi che parlano della vita giovanile, sociale e culturale a Gaza, anche se le attrezzature e le infrastrutture sono scomparse.

A differenza di altri che vedono nell’andarsene l’unica via d’uscita Sami crede ancora nel proposito di restare, almeno in teoria.

“Ho sempre pensato che quando e se la guerra fosse finita non avrei lasciato Gaza immediatamente”, dice. “Credo che le darò la possibilità di respirare, ricostruirsi e riabilitarsi. Penso che sia meglio fare le cose con calma..”

Ma il suo proposito di restare si scontra con un sentimento di responsabilità e paura. “Sono l’uomo di casa”, dice. “I miei vecchi genitori, i miei sette fratelli: come farò ad andarmene con tutti loro? Come farò ad andarmene senza di loro?”

Per lui la possibilità di andarsene non dipende tanto dall’opportunità quanto dalla sicurezza.

“Se avessi la garanzia che il cessate il fuoco e la fine della guerra fossero una cosa certa e duratura, allora potrei prendere in considerazione l’idea di andarmene”, dice. “Almeno non mi preoccuperei così tanto per la mia famiglia. Li sentirei più al sicuro.”

Ma non ci sono garanzie. “La guerra potrebbe tornare. L’esercito potrebbe non ritirarsi mai. C’è troppa pressione per prendere questa decisione ora”, dice.

Afferma che se potesse lavorare all’estero e portare con sé la sua famiglia lo prenderebbe in considerazione. Senza questa possibilità l’idea di partire gli sembra lacerante.

Descrive la vita quotidiana a Gaza come una sorta di crudele illusione di normalità. “Le nostre grida e le nostre richieste sono ben lontane da ciò che stiamo ricevendo”, dice. “Un’enorme quantità di prodotti è arrivata sui nostri mercati, ma senza alcun valore reale. Hanno inondato i nostri mercati di iPhone, barrette di cioccolato e cose assurde. È come costruire una piscina per un senzatetto.”

Non c’è alcun giudizio nelle sue parole verso coloro che se ne vanno o spendono soldi in beni di lusso. “Non posso biasimare chi compra iPhone o se ne va”, dice. “Tutti noi non sappiamo cosa fare. Non c’è cibo vero da comprare – niente pollo e carne – o è molto raro trovarlo.”

Secondo lui l’apertura di Rafah potrebbe essere legata sia a motivi di immagine sia a questioni strategiche. “L’apertura del valico di Rafah è un modo per migliorare la narrazione e l’immagine [israeliana] nei media internazionali – guardate, gli stiamo fornendo iPhone, cioccolata e permettiamo loro di andarsene– oppure per spingerci in un angolo, senza alcuna speranza, e costringerci ad andarcene volontariamente.”

La sua percezione delle pressioni subite è radicata nella realtà quotidiana. Abbiamo bisogno di cibo, vestiti, riparo. Queste sono le nostre richieste. Ma non abbiamo nemmeno il minimo indispensabile, la sicurezza. Molti dettagli dimostrano come Israele ci stia spingendo fuori dalla Striscia. Ci sta rendendo stranieri e rifugiati nella nostra patria”.

Vede la contraddizione svolgersi in tempo reale. “Molti palestinesi che hanno lasciato Gaza e ora si trovano in Egitto aspettano che il confine venga aperto per poter tornare”, dice. “E molti dall’altra parte aspettano di fare il contrario.”

Per lui i giudizi provenienti dall’esterno sono irrilevanti. A chi ci critica, sia che decidiamo di restare o di andarcene, dico che non sono affari loro”, afferma. Nessuno condivide le nostre ferite, quindi non possono sapere come possiamo guarire”.

Rinunciare ad andarsene

Per Khaled Abu Sultan, 33 anni, che una volta ha cercato di trasformare l’idea della fuga in un impegno collettivo, l’annuncio sul confine non ha praticamente più alcun significato. All’inizio di quest’anno ha lanciato un’iniziativa popolare per aiutare gli abitanti di Gaza a condividere informazioni sulle possibili vie di uscita dalla Striscia.

All’epoca ha descritto l’iniziativa non come un piano per abbandonare Gaza, ma come una lotta per la sopravvivenza. Ha affittato una piccola casa a Gaza City dopo mesi di sfollamento nel sud. Descrive la parte meridionale di Gaza come “insopportabile”, ma afferma che, anche ora, nulla nella Striscia sembra vivibile. La differenza, dice, è l’isolamento.

A Gaza City ho trovato una dimensione di solitudine”, dice. Mi sono isolato. Non desidero parlare con nessuno. Non desidero interagire con ciò che accade intorno a me. Onestamente, non mi sono nemmeno preoccupato di prendere in esame la decisione di lasciare la Striscia. Mi concentro sulla mia casa, sul lavoro e su me stesso, e basta”.

A differenza dei mesi precedenti, quando seguiva ossessivamente ogni voce sull’apertura di un valico, non crede più che ciò possa avvenire con effetti concreti. A suo avviso la disputa tra il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha trasformato il valico in una performance politica.

“Non credo che il confine verrà aperto”, afferma. “Netanyahu vuole qualcosa e al-Sisi dice di no. Per loro è un gioco fatto di provocazioni. E anche se il confine verrà aperto lasceranno passare solo pazienti e feriti, e la situazione sarà monitorata attentamente.”

Quella che sembra un’analisi politica si trasforma rapidamente in qualcosa di più personale.

“Sono una delle tante persone che hanno perso la speranza”, afferma. “Non voglio più viaggiare e andarmene. Tutti intorno a me erano sotto shock. Mi sono arreso alla realtà e sono stato costretto a stabilirmi a Gaza City perché questo dilemma ci prosciugava.”

Questo cambiamento è sorprendente, considerando quanta energia un tempo dedicava al tentativo di aiutare le persone a trovare una via d’uscita.

Quando gli viene chiesto come sia passato dallo sforzo di aiutare gli altri a rinunciare egli stesso alla partenza, la sua risposta è semplice: Ho perso la speranza. Sono arrivato al punto di non sopportarmi più, quindi ho rinunciato”.

“Ora provo indifferenza per tutto ciò che accade”, continua. “Non guardo nemmeno più il telegiornale. La vita non ha senso né scopo. Tutta la nostra esistenza è arbitraria. Questa decisione è nata dalla disperazione, perché mi ha consumato. Ha consumato i miei pensieri. Non riuscivo a pensare ad altro che a questo. Ecco perché ho deciso di togliermelo dalla testa, dal mio orizzonte

Il suo ritiro non è concepito come pace, ma come autoconservazione. Per lui, la speranza è diventata una forma di tormento.

In questo limbo l’idea stessa di andarsene è diventata fonte di esaurimento. Eppure Khaled non rifiuta del tutto la speranza. Semplicemente ora la tratta in modo diverso.

Nel momento in cui ci si lascia andare appare la rivelazione”, dice, facendo una pausa prima di aggiungere una contraddizione che sembra più umana che politica.

“La speranza c’è finché respiriamo”, dice. “Se smettiamo di sognare moriremo.”

Al centro della tensione c’è una questione politica più ampia: se la riapertura sia stata pensata principalmente per alleviare la pressione umanitaria o per creare delle condizioni che rendano più semplice partire che sopravvivere.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Sono stato corrispondente dalla Cisgiordania. Venti anni dopo la mia ultima visita sono rimasto scioccato da quanto sia peggiorata oggi la situazione (I parte).

Ewen MacAskill

11 dicembre 2025 – The Guardian

Tra le molte persone che ho incontrato c’è una sensazione comune di disperazione e che la resistenza stia lentamente diventando un ricordo.

Improvvisamente a novembre di fianco a un’autostrada nella Cisgiordania palestinese sono comparse delle bandiere israeliane. Più di 1.000 sono state piazzate a circa 27 metri di distanza una dall’altra su entrambi i lati della strada lungo circa 16 km. Sono state sistemate a sud di Nablus, nei pressi di villaggi palestinesi regolarmente presi di mira da coloni israeliani estremisti. Le ho viste il mattino dopo che erano state piazzate mentre mi dirigevo verso quei villaggi. Il loro messaggio fa eco alle scritte onnipresenti tracciate dai coloni in tutta la Cisgiordania: “Non avete futuro in Palestina.”

In confronto ai 70.000 palestinesi uccisi a Gaza e agli oltre 1.000 in Cisgiordania dall’ottobre 2023 le bandiere non rappresentano niente più che una provocazione marginale. Tuttavia riflettono quanto si stia rafforzando la dominazione israeliana in Cisgiordania, una terra che secondo le leggi internazionali è riconosciuta come palestinese. Durante la Seconda Intifada, la rivolta palestinese dal 2000 al 2005, i coloni israeliani non avrebbero osato piantare simili bandiere per timore di finire sotto il fuoco dei palestinesi. Ora non più.

Sono tornato il mese scorso per la prima volta in Cisgiordania dopo 20 anni. All’inizio degli anni 2000 ci ero stato regolarmente come inviato per il Guardian per aiutare i colleghi di stanza a Gerusalemme a coprire la Seconda Intifada. La rivolta era molto più violenta della prima, durata dal 1987 al 1993. L’immagine indelebile della prima è quella di giovani palestinesi che lanciano pietre contro i soldati israeliani. La seconda fu uno scontro su larga scala, con Israele che attaccava le città e cittadine palestinesi con artiglieria, carri armati, elicotteri e aerei da guerra mentre i palestinesi rispondevano con fucili ed esplosivi.

I palestinesi tendevano imboscate a soldati e coloni in Cisgiordania, rendendo pericolose le strade, soprattutto di notte, e terrorizzavano Israele con attentatori suicidi mandati al di là del confine per attaccare fermate di autobus, caffè, alberghi e ovunque in luoghi affollati. Vennero uccisi più di 3.000 palestinesi e più di 1.000 israeliani.

Non avevo previsto di scrivere qualcosa riguardo al mio viaggio in Cisgiordania del mese scorso, ma ho cambiato idea quando ho visto quanto sia peggiorata la vita quotidiana dei palestinesi, quanto siano diventati sfiduciati e quanto controllo esercitino ora Israele e i coloni sulla popolazione palestinese. Mi aspettavo che le condizioni dei palestinesi fossero peggiori, ma non fino a questo punto.

Ero stato invitato a partecipare all’università di Birzeit, nelle vicinanze di Ramallah, a una conferenza organizzata da “Progressive International”, un’ampia coalizione di organizzazioni e personalità di sinistra di tutto il mondo fondata, tra gli altri, dall’ex-ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis e dal senatore USA Bernie Sanders nel 2020. La conferenza sulla decolonizzazione della Palestina era stata organizzata insieme da Progressive International, dal centro studi palestinese Al-Shabaka e dall’Ibrahim Abu-Lughod Institute of International Studies di Birzeit. I docenti e gli studenti dell’università hanno una lunga storia di proteste e scontri con le forze israeliane, da cui negli ultimi due anni il campus è stato ripetutamente attaccato.

Dopo la conferenza alcuni partecipanti sono partiti per varie zone della Cisgiordania. Ero curioso di sapere perché non ci fosse stata una rivolta palestinese in Cisgiordania simile alla Seconda Intifada per sostenere i loro compatrioti a Gaza. Ero anche curioso di scoprire quanto appoggio ci fosse per Hamas in Cisgiordania e se qualcuno credeva che nei prossimi decenni avremmo potuto vedere uno Stato palestinese indipendente. Le loro risposte sono state differenziate e complesse, ma sono emersi alcuni temi costanti. Uno è quanto siano scoraggiati. L’altro è quanto ora sembri lontana la prospettiva di una Palestina sovrana e indipendente.

Ramallah, il centro politico, culturale ed economico della Cisgiordania, mi è sembrata più pulita, meno caotica e in alcuni posti più prospera dell’ultima volta che ci ero stato, non molto diversa da molte città europee: cartelloni pubblicitari di ristoranti, di cioccolaterie specializzate e dell’apertura di nuove palestre. Giovani palestinesi alla moda sedevano chiacchierando in caffè e bar; secondo alcuni della vecchia generazione in genere sono meno interessati alla politica.

Ma quest’aria di normalità e prosperità è doppiamente illusoria. Primo, Ramallah non è rappresentativa del resto della Cisgiordania. Secondo, una delle ragioni per cui sembra così diversa e meno caotica è l’assenza di tanti contadini delle zone circostanti che solevano piazzarsi in fila lungo i lati delle strade con i loro sacchi di frutta e verdura. Di fronte a un crescente intrico di posti di blocco e cancelli israeliani che rendono incerto il percorso, molti agricoltori non fanno più il viaggio fino a Ramallah. Gli ostacoli rappresentano un deterrente non solo per i contadini, ma in generale per il commercio e gli affari in tutta la Cisgiordania.

Secondo l’ONU alla fine della Seconda Intifada in Cisgiordania c’erano 376 posti di controllo e barriere. Oggi se ne stimano 849, molti dei quali sorti negli ultimi due anni. Checkpoint e barriere sono un argomento ricorrente di conversazione tra i palestinesi, più o meno come il meteo in Gran Bretagna. Anche se un’app che dà informazioni fornite da autisti di bus e altri utenti della strada offre un aiuto, non è sicuro, come ho scoperto, che le strade siano aperte. L’occupazione è codificata con colori: le barriere in ferro rosse sono chiuse per la maggioranza del tempo, quelle gialle sono aperte più spesso. Le targhe gialle israeliane garantiscono un accesso a strade vietate a chi viaggia con quelle verdi palestinesi.

Negli ultimi due anni le incursioni dell’esercito israeliano nel centro di Ramallah sono diventate più frequenti. I soldati israeliani arrivano in forze, arrestano qualcuno e se ne vanno. Ad agosto in un’incursione hanno preso di mira i cambiavalute, hanno fatto cinque arresti e, secondo i palestinesi, hanno lasciato più di una decina di feriti da proiettili veri, pallottole di gomma e lacrimogeni.

Durante una vasta operazione nel 2002 Israele occupò buona parte della città. I suoi carrarmati e bulldozer colpirono il complesso presidenziale riducendone una buona parte in rovina e assediando Yasser Arafat, allora leader palestinese. La scarsa illuminazione, le stanze anguste in cui venne confinato fino a poco prima della sua morte nel 2004 sono state lasciate intatte e fanno parte del museo e mausoleo di Arafat. I resti del complesso sono un simbolo di sfida in un tempo in cui i palestinesi erano uniti e c’era una sensazione di speranza.

Una delle principali differenze tra la Seconda Intifada e l’attuale situazione è che Arafat aveva tacitamente appoggiato la rivolta. La sua organizzazione, la laica Fatah, combattè insieme agli islamisti, Hamas e la Jihad Islamica palestinese, e al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, di sinistra. Invece Mahmoud Abbas, il successore di Arafat, eletto presidente nel 2005, negli ultimi due anni ha resistito alle pressioni perché lanciasse una nuova rivolta in Cisgiordania. Secondo i sondaggi e i palestinesi con cui ho parlato la decisione di Abbas è impopolare tra i palestinesi della Cisgiordania.

Tra i pochi che ho trovato favorevoli alla decisione di Abbas c’è stato Maher Canawati, il sindaco di Betlemme, che, come Abbas e Arafat, è un membro di Fatah. Ha affermato che Abbas ha dovuto affrontare molte critiche. “La gente voleva che dicesse: ‘Andiamo a combattere.’” Ma la prudenza del presidente è stata confermata, ha detto Canawati. “Le persone in Cisgiordania hanno compreso che questo non è il momento per fare quello che hanno fatto nella Prima e nella Seconda Intifada. Non vogliamo dare loro un pretesto per attaccarci. Siamo inermi, non siamo al livello degli israeliani,” ha sostenuto Canawati. “Se avessimo deciso di ribellarci ciò avrebbe dato loro il via libera per rispondere come hanno fatto a Gaza.”

Dall’ufficio del sindaco si può vedere la chiesa della Natività, dove alcuni gradini portano a una grotta venerata dai cristiani come il luogo in cui è nato Gesù. Nel 2002, durante la Seconda Intifada, le forze israeliane hanno assediato la chiesa per 39 giorni, sparando ai miliziani palestinesi rinchiusi all’interno. Pochi turisti ricordano che vicino ai gradini per arrivare alla grotta furono lasciati a decomporsi i corpi dei palestinesi uccisi.

Non che in questi giorni ci siano molti turisti. Canawati, un cristiano la cui famiglia ha vissuto a Betlemme dal XVII° secolo e possiede I Tre Archi, uno dei maggiori fornitori di souvenir biblici della Palestina, ha affermato che negli ultimi due anni il turismo è sceso fin quasi a zero.

Non è solo il turismo a soffrire. L’economia della Cisgiordania nel suo complesso è disastrosa. Il reddito pro capite è sceso del 20% e la disoccupazione si aggira intorno al 33%. Oltre a questo, mentre la popolazione sta soffrendo l’Autorità Palestinese, formalmente responsabile di amministrare la Cisgiordania e guidata da Fatah, è sinonimo di corruzione, malversazione, loschi traffici e nepotismo. I palestinesi con cui ho parlato erano infuriati per come molto spesso gli impieghi siano assegnati non in base al merito ma ai rapporti familiari, ai contatti, a bustarelle o all’affiliazione politica.

Non è difficile trovare degli esempi. Mentre girovagavo nel centro di Tulkarem, nel nord della Cisgiordania, un venditore ambulante mi ha chiamato per fare due chiacchiere. Ha detto di essere stato uno studente modello all’università, di essersi laureato in diritto e mi ha orgogliosamente mostrato il suo attestato di membro dell’ordine degli avvocati palestinesi. Quindi perché stava lavorando in un banco di frutta e verdura? Ha affermato che semplicemente non ha contatti all’interno dell’AP che gli consentano di iniziare una carriera forense.

Canawati ha riconosciuto che c’è corruzione ma ha mitigato la sua accusa aggiungendo “come in altri Paesi”. Data l’impopolarità di Abbas, dell’AP e di Fatah, gli ho chiesto che risultati avrebbe Hamas se ci fossero elezioni in Cisgiordania. Hamas non avrebbe “possibilità”, ha sostenuto, benché praticamente tutti gli altri con cui ho parlato prevedessero che Hamas avrebbe vinto. In assenza di elezioni politiche nazionali – non ce ne sono state dal 2006 – le votazioni per il consiglio studentesco all’università di Birzeit sono viste come una sorta di indicatore. Nelle ultime elezioni, nel 2023 e prima del 7 ottobre, un blocco islamico affiliato ad Hamas aveva vinto 25 dei 51 seggi, mentre un gruppo legato a Fatah ne aveva ottenuti 20 e un altro affiliato al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina 6.

Il massacro del 7 ottobre, in cui più di 1.200 israeliani e stranieri sono stati uccisi e circa 250 presi come ostaggio, inevitabilmente ha provocato una forte reazione. Perché, chiedono rabbiosamente i palestinesi, prendere il 7 ottobre come punto di inizio? Perché non cominciare con gli attacchi aerei israeliani contro Gaza che hanno fatto migliaia di morti palestinesi tra il 2005 e il 2023? Essi vedono Hamas come parte della resistenza e pochi di quelli che ho incontrato erano disposti a criticare l’attacco.

Una delle eccezioni è Omar Haramy, direttore di Sabeel, un centro della teologia della liberazione palestinese con sede a Gerusalemme. Secondo lui il fatto che la società civile palestinese non abbia aperto una seria discussione sul massacro è un problema. Mentre parlavamo si trovava nei pressi della Porta di Giaffa all’entrata della Città Vecchia di Gerusalemme, vicino alla stazione di polizia israeliana di Kishle. Haramy, che ha detto di essere stato portato lì e interrogato molte volte, ha suggerito che, se i palestinesi avessero fatto pressioni su Hamas fin da subito, forse avrebbe rilasciato i bambini, le donne e gli anziani che erano stati presi in ostaggio: “Questi sono i nostri valori come palestinesi? Prendere bambini in ostaggio? Per l’amor di Dio. Noi non siamo così.” Secondo lui le varie fazioni e partiti politici sono un peso nella spinta verso la liberazione: “Sono tutti complici, senza elezioni, senza un progetto. È tutto triste e confuso.”

Il cambiamento più grave dal mio ultimo viaggio nella regione è l’espansione delle colonie israeliane. Ci sono 3.3 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania, compresi 435.000 a Gerusalemme est. Il numero di coloni israeliani è salito dai 400.000 ai tempi della Seconda Intifada ai più di 700.000 oggi. Ma queste cifre non trasmettono il livello dell’intrusione delle colonie, il loro impatto soffocante, l’occupazione di ulteriori cime delle colline che sovrastano città, cittadine e villaggi e persino collocate in mezzo a loro, dietro muri e filo spinato, spesso a pochi metri dalle case dei palestinesi e protette dai soldati israeliani.

Durante la Seconda Intifada avevo intervistato il capo di una piccola colonia nel centro di Hebron, la cui popolazione era nella stragrande maggioranza palestinese. Quando gli ho chiesto cosa pensasse dei palestinesi mi rispose che erano “animali”. Quando gli ho detto che lo avrei citato, non fece nessun tentativo di rettificare la sua affermazione. Non sono mai riuscito a scrollarmi di dosso il ricordo di quel disprezzo sbrigativo.

Ma è moderato in confronto a quello che sta avvenendo oggi, in quanto i coloni, incoraggiati dagli estremisti che fanno parte del governo israeliano, con crescente frequenza e ferocia vessano i palestinesi scatenandosi nei villaggi in totale impunità, intimidendoli nel tentativo di cacciarli. (segue)

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele prepara il più grande atto di “pulizia archeologica” mai realizzato in Cisgiordania

Alon Arad 

11 dicembre 2025 +972 Magazine

Gli archeologi israeliani non si oppongono alle mosse dello Stato che espropria parti di Sebastia, subordinando la verità scientifica all’espansione coloniale

Mentre gli abitanti di Sebastia, un villaggio palestinese a nord di Nablus nella Cisgiordania occupata, si riunivano in assemblea d’emergenza per discutere di un nuovo piano israeliano per impadronirsi di parti significative del loro villaggio con il pretesto di “sviluppare” il suo sito archeologico, gli archeologi israeliani si riunivano a Boston per la CXXV conferenza annuale dell’American Society of Overseas Research (ASOR).

Precedentemente nota come American School of Oriental Research, nel 2021 l’ASOR ha sostituito il significato della lettera “O” nel suo nome evidentemente per segnalare un allontanamento dall’eredità coloniale dell’archeologia verso una ricerca basata su una collaborazione paritaria con le popolazioni locali. Per gli archeologi israeliani tuttavia questo cambiamento appare sostanzialmente di facciata: mentre partecipavano alla prestigiosa conferenza – per loro la migliore scena per coltivare legami con la comunità accademica globale – il loro governo era impegnato a usare l’archeologia come strumento per mantenere il controllo coloniale sui palestinesi.

Il 19 novembre l’Amministrazione Civile israeliana ha annunciato l’intenzione di espropriare 550 appezzamenti privati ​​di Sebastia, circa 1.800 dunam (450 acri) di terreno, da secoli fondamentali per il sostentamento, il patrimonio culturale e l’identità del villaggio. Gli abitanti affermano che il progetto devasterà l’agricoltura locale, anche distruggendo circa 3.000 ulivi alcuni dei quali secolari.

Sebastia è innegabilmente un sito archeologico stratificato e di straordinario valore. Anticamente, nell’età del ferro, città di Samaria, capitale del Regno di Israele, contiene i resti del palazzo di re Acab, portati alla luce negli anni ’30. Nel I secolo a.C. re Erode del Regno di Giudea ricostruì la città, risparmiando un tempio vicino alle rovine più antiche in onore del suo amico l’imperatore romano Augusto. Nella zona sono stati rinvenuti anche un teatro romano ben conservato, una chiesa bizantina e altri reperti archeologici.

Ma l’importanza archeologica di Sebastia non fa che acuire la contraddizione politica in questione: sebbene il sito meriti uno studio attento, il divario tra i presunti impegni etici degli archeologi israeliani e la violenza statale perpetrata a nome dell’archeologia per giustificare i passi verso l’annessione della Cisgiordania non è mai stato così evidente.

L’occupazione di Sebastia da parte di Israele – la sua più grande espropriazione di terreni per appropriarsi di resti antichi – è iniziata nel maggio 2023, quando il governo ha stanziato 32 milioni di shekel [circa 8 milioni e mezzo di euro] per il “restauro e lo sviluppo” del sito. La campagna si è intensificata nel luglio 2024 quando l’esercito ha conquistato la cima di Tel Sebastia (il punto più alto del villaggio, sede dei suoi resti archeologici più significativi) adducendo vaghe “preoccupazioni per la sicurezza”. Poco dopo, il governo ha segnalato l’intenzione di occupare un’area ancora più ampia del villaggio.

Gli abitanti palestinesi – insieme a Emek Shaveh, l’organizzazione che dirigo [ONG israeliana che lavora per prevenire la politicizzazione dell’archeologia nel contesto israelo-palestinese, ndt.] – hanno presentato un’obiezione formale all’Amministrazione Civile, sostenendo che il diritto internazionale proibisce l’uso di beni culturali per scopi militari. L’obiezione è stata infine respinta.

Il Ministro del Patrimonio Amichai Eliyahu ha celebrato l’espropriazione online. “Non consegneremo più la nostra eredità agli assassini”, ha scritto su X il mese scorso. Eliyahu, grande sostenitore dell’annessione della Cisgiordania e del reinsediamento ebraico a Gaza, ha aggiunto: “Questa è la nostra patria storica; non lasceremo mai questo posto”.

Sebbene l’area attualmente interessata dagli scavi rientri tecnicamente nell’Area C (sotto il pieno controllo israeliano) e la maggior parte del villaggio edificato di Sebastia rientri nell’Area B (sotto l’amministrazione civile palestinese e il controllo di sicurezza israeliano), in pratica le due zone formano un unico paesaggio continuo. Le antichità del villaggio sono storicamente e culturalmente inseparabili da quelle situate nell’Area C.

Il nuovo piano di espropriazione minaccia di interrompere completamente questo nesso. Il progetto prevede di deviare i visitatori israeliani lungo una strada che i coloni intendono costruire per aggirare completamente il villaggio palestinese, e include la costruzione di un centro visitatori, la recinzione della zona archeologica e l’introduzione di un biglietto d’ingresso. Se attuate, queste misure separerebbero di fatto gli abitanti di Sebastia dalla loro terra e dal loro patrimonio.

L’archeologia al servizio dell’annessione

L’uso dell’archeologia da parte di Israele per facilitare l’appropriazione di terre palestinesi – una pratica che può essere adeguatamente descritta come “pulizia archeologica” – è di gran lunga precedente a Sebastia. Per decenni lo Stato ha implementato questa strategia sia all’interno dei confini del 1948 che in tutta la Cisgiordania: nel parco della Città di David a Gerusalemme Est, nel villaggio di Susya sulle colline a sud di Hebron, nel parco nazionale di Nabi Samwil, a Shiloh e in numerosi altri siti.

Ampie fasce della comunità archeologica israeliana hanno abbandonato i principi professionali fondamentali e gli standard etici intesi a sostenere il diritto internazionale e a proteggere il patrimonio culturale. Molti hanno collaborato apertamente con i leader delle colonie e le autorità israeliane preposte all’applicazione della legge, fornendo sia copertura ideologica che infrastrutture fisiche per l’espansione degli insediamenti. Ancora l’anno scorso diversi archeologi locali hanno partecipato a una conferenza a Gerusalemme ospitata dal Ministro del Patrimonio Eliyahu, e alcuni hanno persino accettato sistemazioni alberghiere finanziate dal governo.

La comunità archeologica israeliana si è costantemente rifiutata di impegnarsi in una necessaria riflessione interna sulle implicazioni etiche del proprio lavoro. Per anni i suoi studiosi hanno ignorato i dibattiti fondamentali su dove gli scavi possano essere legittimamente condotti e a quali condizioni, nonostante ripetuti avvertimenti, relazioni politiche e risoluzioni di importanti organismi internazionali – tra cui l’UNESCO, la Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite e la Corte Internazionale di Giustizia – che esortano Israele a interrompere l’attività archeologica nei territori occupati.

In questo contesto l’archeologia a Gerusalemme Est e in Cisgiordania ha da tempo perso il suo oggettivo valore scientifico. L’impegno della disciplina nello studio del passato per approfondire la comprensione umana è stato subordinato a un progetto politico di supremazia ebraica, in cui l’archeologia viene usata come strumento di controllo territoriale. Invece di difendere l’integrità del loro campo molti archeologi israeliani sono diventati di fatto un’estensione dell’apparato politico dello Stato.

Alla luce di queste pratiche e in vista della conferenza ASOR alcuni partecipanti internazionali hanno sollecitato limitazioni al coinvolgimento degli archeologi israeliani. Dibattiti simili sono emersi in Europa, anche all’interno dell’Associazione Europea degli Archeologi (EAA), dove alcuni membri hanno proposto di consentire agli studiosi israeliani di partecipare solo a condizione che abbandonassero le loro affiliazioni istituzionali.

Piuttosto che affrontare queste critiche sostanziali, molti archeologi israeliani si limitano a invocare l’antisemitismo e a presentarsi come eterne vittime. Questo atteggiamento esclude qualsiasi significativa discussione sulle questioni etiche fondamentali: l’ammissibilità di scavi in territori occupati contro la volontà delle comunità locali e in violazione al diritto internazionale; la collaborazione con le organizzazioni delle colonie e le condizioni in cui potrebbe ancora essere possibile una ricerca etica in Israele.

La dissonanza degli archeologi israeliani che presentano il loro lavoro a Boston e partecipano all’espropriazione di Sebastia illustra perché i colleghi internazionali siano sempre più restii a collaborare con loro. Ignorando le norme internazionali e allineandosi con coloro che sfruttano l’archeologia come arma per evacuare e spossessare minano la loro stessa credibilità scientifica.

La Cisgiordania ospita oltre 6.000 siti archeologici noti. In qualsiasi altro luogo tale ricchezza sarebbe considerata un tesoro culturale. Ma per i palestinesi è diventata una maledizione: ogni sito – la maggior parte dei quali non ha alcun legame con la storia ebraica nella regione – è trattato come un potenziale strumento per affermare il predominio territoriale. Siti che custodiscono secoli di storia palestinese vengono distrutti attraverso la negligenza sistematica o l’appropriazione, per poi essere sfruttati in un progetto ideologico che minaccia la futura esistenza palestinese.

L’archeologia è diventata un ulteriore meccanismo di oppressione accanto alla violenza dei coloni e dei militari, alle restrizioni di movimento e alle espropriazioni quotidiane. E mentre le comunità palestinesi resistono con i pochi mezzi a loro disposizione, gli archeologi israeliani continuano a legittimare e promuovere quelle violenze.

Se gli archeologi israeliani desiderano mantenere la loro legittimità accademica – e, cosa ancora più importante, cessare di partecipare a un progetto immorale di dominio coloniale – devono ascoltare gli avvertimenti dei loro colleghi internazionali e respingere il cinico sfruttamento della loro professione da parte dello Stato.

Alon Arad è archeologo e direttore esecutivo di Emek Shaveh, una ONG israeliana che si impegna a difendere i diritti del patrimonio culturale e a proteggere i siti antichi come beni pubblici che appartengono a membri di tutte le comunità, fedi e popoli.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La guerra di Gaza è cessata, ma non per gli artisti e gli accademici del mondo

David Rosenberg

11 dicembre 2025 – Haaretz

Nella misura in cui gli affari israeliani hanno dovuto affrontare un boicottaggio essa è cessata. Non così nelle università e nel mondo dell’arte, e il “soft power” è troppo importante per Israele per ignorarlo

Deve essere stato uno shock per molti israeliani quando la settimana scorsa quattro paesi hanno annunciato che boicotteranno il concorso Eurovision Song Contest di quest’anno in protesta contro la guerra di Israele a Gaza. Mercoledì se n’è unito un quinto, e un sesto potrebbe seguire.

Per gli israeliani la guerra è finita, e per quanto brutali siano stati i combattimenti, sono pronti a voltare pagina. C’è una lotta in corso su come indagare sul disastro del 7 ottobre, e l’esercito ha condotto due indagini interne, ma quasi nessuno parla di esaminare come l’esercito ha combattuto la guerra stessa. È una vicenda che un giorno dovrebbe essere lasciata agli storici, non qualcosa con cui confrontarsi qui e ora.

Ma la guerra di Gaza rimane molto viva in molti luoghi fuori da Israele. Come ha dichiarato l’RTÉ irlandese [Radio televisione pubblica, n.d.t.] in una nota annunciando la sua decisione di ritirarsi da Eurovision: “La partecipazione dell’Irlanda rimane inaccettabile data la spaventosa perdita di vite a Gaza e la crisi umanitaria che continua a mettere a rischio la vita di così tanti civili. RTÉ resta profondamente preoccupata per l’uccisione mirata di giornalisti a Gaza durante il conflitto.”

Questo non è l’unico evento BDS [di boicottaggio, n.d.t.] post-bellico. Alla fine di ottobre, più di due settimane dopo il cessate il fuoco, oltre 1.000 figure letterarie, tra cui gli autori Sally Rooney, Arundhati Roy e Rachel Kushner, hanno firmato un impegno per boicottare le istituzioni culturali israeliane. Un’iniziativa globale lanciata a settembre per bloccare la musica da Israele, chiamata No Music for Genocide, sta ancora reclutando artisti ed etichette. Allo stesso modo una campagna chiamata Filmmakers for Palestine ha visto la sua petizione per boicottare Israele firmata da star come Emma Stone.

Nemmeno il boicottaggio delle istituzioni europee di istruzione superiore contro Israele si è attenuato, secondo un rapporto pubblicato il mese scorso dall’Associazione dei Rettori delle Università israeliane. Anche se l’ondata di boicottaggi dichiarati pubblicamente è diminuita, in molti casi gli accademici israeliani continuano ad affrontare boicottaggi nascosti sotto forma di articoli respinti da riviste e mancati inviti a conferenze accademiche.

Israele è troppo globalizzato ed economicamente avanzato e il mercato del Paese è troppo piccolo per non essere coinvolto pienamente con il resto del mondo.

Ma nessuno dovrebbe sottovalutare il costo del declino del soft power di Israele, ovvero la sua capacità di influenzare altri Paesi attraverso la sua cultura, i suoi valori politici e la sua politica estera. I sostenitori del BDS avevano ragione quando il mese scorso hanno chiesto l’annullamento di un’esibizione della Filarmonica d’Israele a Parigi perché è “un’orchestra al servizio della propaganda sionista”. L’affermazione è esagerata. La Filarmonica non è un’organizzazione del governo israeliano, ma una sua eccellente esibizione ricorda alla gente che il paese non è solo guerra e oppressione dei palestinesi. I concerti fanno quasi certamente più bene all’immagine di Israele della maldestra hasbara [propaganda.n.d.t.] del governo.

In ogni caso la cultura ha un impatto diretto sull’economia. Anche se non a livello dell’alta tecnologia o del gas naturale, è un’industria esportatrice e crea posti di lavoro. I boicottaggi accademici danneggiano anche l’economia perché rendono più difficile per gli scienziati israeliani collaborare con i loro colleghi nel mondo e accedere a finanziamenti esteri che abilitano l’innovazione che guida l’alta tecnologia israeliana. Infatti le partnership transfrontaliere sono così cruciali che senza di esse Israele rischia un’ulteriore fuga dei cervelli.

Non aspettatevi che il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu affronti questo problema. Disprezza ugualmente l’establishment culturale e le università per il loro appartenere al campo anti-governativo e non sognerebbe mai di sacrificare la sua guerra contro di loro per l’interesse nazionale. “The Sea”, un film su un ragazzo palestinese che cerca di farsi avanti nella vita nonostante gli ostacoli posti dal governo, quest’anno è in lizza per un Oscar, ma il ministro della Cultura Miki Zohar vuole punire l’industria cinematografica per averlo prodotto.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)