La guerra di Gaza è cessata, ma non per gli artisti e gli accademici del mondo

David Rosenberg

11 dicembre 2025 – Haaretz

Nella misura in cui gli affari israeliani hanno dovuto affrontare un boicottaggio essa è cessata. Non così nelle università e nel mondo dell’arte, e il “soft power” è troppo importante per Israele per ignorarlo

Deve essere stato uno shock per molti israeliani quando la settimana scorsa quattro paesi hanno annunciato che boicotteranno il concorso Eurovision Song Contest di quest’anno in protesta contro la guerra di Israele a Gaza. Mercoledì se n’è unito un quinto, e un sesto potrebbe seguire.

Per gli israeliani la guerra è finita, e per quanto brutali siano stati i combattimenti, sono pronti a voltare pagina. C’è una lotta in corso su come indagare sul disastro del 7 ottobre, e l’esercito ha condotto due indagini interne, ma quasi nessuno parla di esaminare come l’esercito ha combattuto la guerra stessa. È una vicenda che un giorno dovrebbe essere lasciata agli storici, non qualcosa con cui confrontarsi qui e ora.

Ma la guerra di Gaza rimane molto viva in molti luoghi fuori da Israele. Come ha dichiarato l’RTÉ irlandese [Radio televisione pubblica, n.d.t.] in una nota annunciando la sua decisione di ritirarsi da Eurovision: “La partecipazione dell’Irlanda rimane inaccettabile data la spaventosa perdita di vite a Gaza e la crisi umanitaria che continua a mettere a rischio la vita di così tanti civili. RTÉ resta profondamente preoccupata per l’uccisione mirata di giornalisti a Gaza durante il conflitto.”

Questo non è l’unico evento BDS [di boicottaggio, n.d.t.] post-bellico. Alla fine di ottobre, più di due settimane dopo il cessate il fuoco, oltre 1.000 figure letterarie, tra cui gli autori Sally Rooney, Arundhati Roy e Rachel Kushner, hanno firmato un impegno per boicottare le istituzioni culturali israeliane. Un’iniziativa globale lanciata a settembre per bloccare la musica da Israele, chiamata No Music for Genocide, sta ancora reclutando artisti ed etichette. Allo stesso modo una campagna chiamata Filmmakers for Palestine ha visto la sua petizione per boicottare Israele firmata da star come Emma Stone.

Nemmeno il boicottaggio delle istituzioni europee di istruzione superiore contro Israele si è attenuato, secondo un rapporto pubblicato il mese scorso dall’Associazione dei Rettori delle Università israeliane. Anche se l’ondata di boicottaggi dichiarati pubblicamente è diminuita, in molti casi gli accademici israeliani continuano ad affrontare boicottaggi nascosti sotto forma di articoli respinti da riviste e mancati inviti a conferenze accademiche.

Israele è troppo globalizzato ed economicamente avanzato e il mercato del Paese è troppo piccolo per non essere coinvolto pienamente con il resto del mondo.

Ma nessuno dovrebbe sottovalutare il costo del declino del soft power di Israele, ovvero la sua capacità di influenzare altri Paesi attraverso la sua cultura, i suoi valori politici e la sua politica estera. I sostenitori del BDS avevano ragione quando il mese scorso hanno chiesto l’annullamento di un’esibizione della Filarmonica d’Israele a Parigi perché è “un’orchestra al servizio della propaganda sionista”. L’affermazione è esagerata. La Filarmonica non è un’organizzazione del governo israeliano, ma una sua eccellente esibizione ricorda alla gente che il paese non è solo guerra e oppressione dei palestinesi. I concerti fanno quasi certamente più bene all’immagine di Israele della maldestra hasbara [propaganda.n.d.t.] del governo.

In ogni caso la cultura ha un impatto diretto sull’economia. Anche se non a livello dell’alta tecnologia o del gas naturale, è un’industria esportatrice e crea posti di lavoro. I boicottaggi accademici danneggiano anche l’economia perché rendono più difficile per gli scienziati israeliani collaborare con i loro colleghi nel mondo e accedere a finanziamenti esteri che abilitano l’innovazione che guida l’alta tecnologia israeliana. Infatti le partnership transfrontaliere sono così cruciali che senza di esse Israele rischia un’ulteriore fuga dei cervelli.

Non aspettatevi che il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu affronti questo problema. Disprezza ugualmente l’establishment culturale e le università per il loro appartenere al campo anti-governativo e non sognerebbe mai di sacrificare la sua guerra contro di loro per l’interesse nazionale. “The Sea”, un film su un ragazzo palestinese che cerca di farsi avanti nella vita nonostante gli ostacoli posti dal governo, quest’anno è in lizza per un Oscar, ma il ministro della Cultura Miki Zohar vuole punire l’industria cinematografica per averlo prodotto.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Strappare radici, rubare semi e progettare fughe

Oroub El-Abed

9 dicembre 2025 Middle East Monitor

Il recente raid delle forze israeliane contro l’Unione dei Comitati del Lavoro Agricolo (UAWC) a Ramallah – durante il quale le giovani dipendenti sono state bendate, legate e filmate e la banca dei semi e i documenti dell’organizzazione sono stati confiscati – non dovrebbe essere trattato come un episodio marginale di intimidazione. Esibisce la profonda architettura della cacciata della popolazione indigena operata oggi in Palestina. Un progetto di colonialismo di insediamento non si basa esclusivamente su spettacolari atti di espulsione o drammatici momenti di trasferimento forzato; dipende anche dalla lenta e metodica erosione delle condizioni che consentono a un popolo di rimanere. Il furto di semi è quindi un attacco alle basi materiali ed ecologiche del radicamento palestinese.

In Palestina i semi incarnano la conoscenza accumulata in agricoltura, messa a punto nel corso dei secoli dagli antenati per un suolo e un clima particolari. Preservano la biodiversità, i mezzi di sussistenza e la memoria. Prendendo di mira la banca dei semi le autorità israeliane hanno confiscato le proprietà e attaccato le infrastrutture attraverso cui i palestinesi riproducono la vita, l’autonomia e il senso di appartenenza. Il raid si inserisce in quella che Patrick Wolfe ha descritto come la “logica dell’eliminazione” radicata nel colonialismo di insediamento, in cui l’espulsione di una popolazione nativa viene perseguita attraverso una serie di interventi che rendono la presenza indigena sempre più insostenibile.

L’espulsione che i palestinesi affrontano oggi non si limita quindi alle espulsioni dirette, sebbene queste rimangano consistenti. È prodotta anche dallo smantellamento dei capitali di sostentamento, che sia capitale economico, sociale, finanziario ed ecologico, che supportano la vita quotidiana. Quando i sindacati agricoli vengono saccheggiati, quando i semi vengono rubati, quando gli uliveti vengono bruciati o sradicati dai coloni, quando i pascoli vengono invasi il risultato è l’accumulo di fattori di inabitabilità. Queste pratiche svuotano la capacità dei palestinesi di rimanere, consentendo al contempo a Israele di inquadrare qualsiasi eventuale partenza come un atto di scelta individuale piuttosto che come il risultato di una coercizione.

L’attacco all’agricoltura non è casuale. L’agricoltura è da tempo un pilastro della determinazione palestinese (sumud) che àncora le persone alla terra e sostiene le comunità attraverso le generazioni. È anche uno dei pochi settori non completamente dipendenti dall’economia israeliana. Per questo motivo diventa un luogo in cui sovranità, dignità e resistenza si intersecano. Il furto della banca dei semi colpisce quindi un ambito che coniuga sopravvivenza economica e continuità culturale. Quando un’istituzione del genere viene saccheggiata il danno si estende oltre l’immediata interruzione delle attività; recide i fili del legame storico e mina la capacità di rigenerare la vita comunitaria.

Questa strategia è coerente con la più ampia economia politica di espulsione che viene esercitata in tutta la Palestina. A Gaza le condizioni di carestia e le deliberate restrizioni su cibo, acqua e materiali per la ricostruzione hanno trasformato la sopravvivenza stessa in una negoziazione quotidiana con la morte. In Cisgiordania lo strangolamento economico attraverso chiusure, espropri di terre, violenza dei coloni, frammentazione della contiguità territoriale e imprevedibilità negli spostamenti impedisce alle persone di assicurarsi mezzi di sussistenza stabili. In entrambe le aree geografiche la pressione è progettata per vessare e rendere la scelta di rimanere sempre più impraticabile.

L’attacco all’Unione del Lavoro Agricolo si inserisce in un più ampio schema di criminalizzazione della società civile palestinese. Organizzazioni comunitarie, sindacati, cooperative femminili, gruppi per i diritti umani e reti agricole hanno dovuto affrontare chiusure, incursioni, tagli ai finanziamenti e ripetuti tentativi di delegittimare il loro lavoro. Queste istituzioni costituiscono la spina dorsale della vita collettiva palestinese; facilitano l’apprendimento, la produzione, il sostegno e la coesione sociale. La loro erosione è quindi un meccanismo cruciale nella riconfigurazione della soggettività palestinese, da attori politici che resistono all’ingiustizia a individui atomizzati che cercano di sopravvivere. Quando le istituzioni crollano, l’espulsione diventa un movimento fisico che alla fine smantella gli orizzonti sociali.

La violenza si estende oltre gli uffici e le banche dei semi. Gli agricoltori di tutta la Cisgiordania si svegliano regolarmente con campi bruciati, pozzi avvelenati o centinaia di ulivi, alcuni secolari, abbattuti durante la notte. Questi attacchi dei coloni sionisti vengono presentati nel discorso pubblico come estremismo isolato o scontri a livello locale, eppure sono profondamente intrecciati con le strutture statali che consentono, proteggono e persino scortano i colpevoli. Bruciare un uliveto non è altro che la distruzione del reddito, del patrimonio e del senso di stabilità di una famiglia. È il messaggio che la terra non può fornire sicurezza o sostentamento. In questo modo la distruzione ecologica diventa uno strumento di governo, un modo per “gestire” le popolazioni rendendo vana la loro presenza continuativa.

Quando alla fine i palestinesi raggiungono il punto di rottura – quando la fame, la disoccupazione, la paura quotidiana o il crollo dei sistemi di supporto della comunità li spingono a tentare di migrare – la narrazione viene rapidamente riformulata come prova del loro desiderio di andarsene in “migrazione volontaria”!! Il recente caso dei 150 palestinesi sbarcati in Sudafrica senza documenti è stato ampiamente descritto come un disperato tentativo di una vita migliore, come se tali decisioni fossero state prese nel vuoto. In realtà, ciò che appare come migrazione volontaria è il prodotto di condizioni insopportabili. La coercizione in questo contesto non è sempre un militare alla porta; è la soffocante rimozione di ogni possibilità di vivere con dignità.

La macchina delle espulsioni funziona quindi attraverso una duplice strategia: intensificare l’invivibilità e al contempo ribattezzare i risultati che produce come scelte personali. Questo inganno lessicale è fondamentale per assolvere lo Stato israeliano dalle sue responsabilità e garantire la compiacenza internazionale. Se i palestinesi vengono fatti apparire come migranti piuttosto che rifugiati, la violenza di fondo che li spinge ad andarsene viene oscurata. Il raid contro il sindacato agricolo si inserisce quindi in una più ampia lotta sul significato delle parole, su chi può narrare il movimento palestinese e quale interpretazione abbia maggior peso politico.

Il mondo deve comprendere le implicazioni di questi atti. Quando i semi vengono rubati, quando gli archivi scompaiono, quando gli agricoltori vengono cacciati dai campi, quando la continuità ecologica viene interrotta l’espulsione è già in corso. I metodi differiscono per portata: bombardamenti, fame, asfissia burocratica, terrore dei coloni, erosione istituzionale, ma l’obiettivo rimane lo stesso: trasformare un popolo radicato in una popolazione da disperdere.

È essenziale riconoscere il furto della banca dei semi come parte di questo progetto sistematico. Rivela quanto profondamente penetri l’attacco, non solo prendendo di mira corpi e case, ma smantellando le condizioni stesse che rendono possibile la vita collettiva. E sottolinea che la resilienza palestinese è inseparabile dalla conservazione del suo patrimonio ecologico e agricolo. Senza semi, boschi o le istituzioni che li proteggono, la capacità di rimanere è messa a repentaglio.

Se la comunità internazionale continua a leggere questi eventi come episodi isolati di conflitto piuttosto che come parti di una struttura coordinata, perpetuerà l’illusione che i palestinesi se ne vadano per scelta. Uno sfollamento progettato attraverso la privazione non è volontario. Il raid di Ramallah è un agghiacciante promemoria che la lotta per la Palestina è anche una lotta per il diritto a rimanere, a coltivare e a radicare il proprio futuro nella propria terra.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Questo è il “crimine” che ha fatto sì che la signora Rachel venisse nominata “Antisemita dell’anno”

Libby Lenkinski

8 dicembre 2025 – Haaretz

StopAntisemitism, un’organizzazione che pretende di rappresentare gli ebrei, ha inserito nella lista nera l’amata educatrice Rachel perché considera i palestinesi come esseri umani. La sua assurda nomina, in un momento di crescente antisemitismo, riflette la demonizzazione della compassione stessa.

Recentemente StopAntisemitism, un gruppo di pressione che monitora le dichiarazioni di personaggi pubblici per presunto antisemitismo, ha inserito la signora Rachel nella sua lista dei primi dieci finalisti per il premio “Antisemita dell’anno”. Quando il gruppo ha annunciato i suoi tre finalisti, lei non è stata selezionata.

Questo è il contesto in cui una delle educatrici di bambini più amate al mondo viene pubblicamente processata. La signora Rachel. L’insegnante di scuola materna di Internet, la donna che insegna ai bambini piccoli a parlare, cantare e a calmarsi attraversando le loro prime paure. Il suo presunto crimine? Aver offerto assistenza ai bambini e alle famiglie di Gaza con la stessa tenerezza che offre a ogni bambino, ovunque.

Puntano il dito a cose come questa: ha accolto bambini palestinesi amputati nel suo programma affinché i bambini negli Stati Uniti possano vederli non come astrazioni, ma come coetanei – bambini come loro che imparano a parlare, a sorridere, a vivere di nuovo. Si è presentata a un ricevimento della rivista Glamour indossando uno scialle ricamato con disegni realizzati per lei da bambini di Gaza: case, cieli, fiori, parole di desiderio cucite su stoffa da piccole mani. Non propaganda ma connessione umana.

Prima di trasferirmi in Israele ero un’insegnante d’asilo. Conoscevo i bambini nei modi più naturali e normali: il modo in cui raccontavano storie, il modo in cui nutrivano paure, il modo in cui inventavano mondi interi con sabbia e tovaglioli di carta. Quando sento statistiche su bambini morti o feriti, qualsiasi bambino, cerco di rievocare la pienezza dei bambini che conoscevo: la loro immaginazione, le loro particolarità, i piccoli universi che portavano dentro di sé. L’amore per i bambini è amore per i bambini. Perché si dovrebbe chiedere alla signora Rachel di mettere da parte questi sentimenti?

Se questo sembra surreale, è perché lo è. Ma fa anche parte di qualcosa di molto più calcolato, guidato dal governo israeliano di estrema destra e da alcuni esponenti dell’establishment istituzionale ebraico americano: trasformare qualsiasi critica alla politica israeliana in odio per gli ebrei.

Quando le obiezioni all’occupazione, alle espulsioni forzate o alle uccisioni di massa possono essere etichettate come antisemite, la responsabilità svanisce. Intere popolazioni scompaiono dietro un ricatto morale.

Le istituzioni ebraiche americane non hanno inventato questa strategia, ma molte l’hanno adottata con entusiasmo. Barattando la rettitudine etica per accedere alle istituzioni, hanno varcato una linea che non dovrebbe mai essere superata: la sicurezza ebraica non deve avvenire a scapito dell’umanità palestinese. Ma ormai siamo arrivati ​​a questo punto.

Un gruppo che pretende di rappresentare gli ebrei e di essere preso sul serio può inserire un educatore infantile in una lista nera estremista per essersi rifiutato di distogliere lo sguardo dai bambini palestinesi. Non si tratta di proteggere gli ebrei. Si tratta di salvaguardare il potere.

Il pericolo più profondo qui non è la confusione di significati, ma l’inversione dei valori morali. Ci viene detto che invocare pietà è tradimento, che il dolore è estremismo, che nominare la sofferenza è odio. Mentre Gaza è in rovina, il fragile cessate il fuoco rischia di crollare e i bambini continuano a essere uccisi dalle IDF [forze armate israeliane, n.d.t.] persino la compassione viene messa sotto accusa.

Definire questo “difesa nazionale” non lo rende morale. Definire il dissenso “odio” non lo rende antisemitismo. Definire la coscienza “radicalismo” non la rende pericolosa. Definire il silenzio “sicurezza” non lo rende una protezione.

Esistono definizioni di antisemitismo che non richiedono la cancellazione dei palestinesi. Nexus, la Dichiarazione di Gerusalemme e altri distinguono la critica a uno Stato dall’odio per un popolo, pur difendendo con vigore e onestà la sicurezza ebraica. Questi quadri teorici comprendono una cosa semplice: la sopravvivenza ebraica non è mai stata garantita rendendo qualcun altro sacrificabile. È sempre stata garantita attraverso la solidarietà.

[E’evidente la contrapposizione con la definizione operativa di antisemitismo approvata dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance – IHRA) su cui si basano esplicitamente diversi disegni di legge presentati al Parlamento italiano, n.d.t.]

Eppure, mentre si verifica questa distorsione, l’antisemitismo stesso sta effettivamente aumentando. Il nazionalismo bianco sta risorgendo. Il sionismo cristiano, radicato nella teologia apocalittica e nell’amore strumentale per gli ebrei, è stato accolto nelle strutture di potere americane sotto la bandiera del “sostegno a Israele”. Questi non sono alleati. Sono bombe ad orologeria.

E dovremmo dirlo chiaramente: l’antisemitismo si manifesta anche all’interno di movimenti che rivendicano il linguaggio della giustizia quando la rabbia contro Israele si unisce a vecchie teorie del complotto sul potere e il controllo ebraico.

Qualsiasi istituzione ebraica che si allinei a una qualsiasi di queste forze non sta scegliendo la sicurezza. Sta scegliendo il pericolo.

Ecco perché ciò che sta accadendo alla signora Rachel è importante. Non perché sia ​​assurdo, anche se lo è, ma perché dimostra quanto questa logica sia arrivata lontano. Se i bambini palestinesi devono sparire affinché gli ebrei si sentano al sicuro, allora ciò che viene protetto non è la vita ebraica.

La sicurezza ebraica non si costruisce mettendo a tacere gli altri. Si costruisce rifiutandoci di diventare ciò che un tempo ha cercato di cancellarci.

E se preoccuparsi dei bambini amputati, delle famiglie affamate e dei bambini orfani è ormai considerato antisemitismo… Nominate anche me.

Libby Lenkinski è la fondatrice di Albi, un’organizzazione che promuove la cultura del cambiamento

(Traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Secondo un rapporto nel 2025 Israele è stato responsabile del 43% delle morti di giornalisti in tutto il mondo

Redazione di MEMO

9 dicembre 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che secondo un rapporto pubblicato martedì l’esercito israeliano è stato ritenuto responsabile per circa la metà delle morti dei giornalisti in tutto il mondo nel 2025.

Secondo Reporter Senza Frontiere, una organizzazione non governativa con sede a Parigi che difende i diritti dei giornalisti, il 2025 ha visto una impennata del numero di giornalisti uccisi nel mondo.

Il rapporto mostra che nel corso di un anno 67 professionisti dei media sono stati uccisi e almeno 53 di questi sono stati vittime di “pratiche criminali di gruppi militari e del crimine organizzato.”

Nel rapporto si afferma che “circa la metà (43%) dei giornalisti assassinati negli ultimi 12 mesi è stata uccisa a Gaza dalle forze armate israeliane.”

Inoltre da ottobre 2023 sono stati uccisi dall’esercito israeliano circa 220 giornalisti, 65 dei quali sono stati colpiti per la loro professione o mentre lavoravano.

Secondo i dati dell’ufficio dei media del governo di Gaza almeno 257 giornalisti palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano a Gaza dall’inizio della guerra genocida.

Nel rapporto si afferma che Israele è al secondo posto [al mondo] per numero di detenzioni di giornalisti stranieri, in quanto nel 2025 sono stati imprigionati 20 giornalisti palestinesi in aggiunta ai 16 arrestati a Gaza e nella Cisgiordania occupata negli ultimi due anni.

Da ottobre 2023 l’esercito israeliano ha ucciso a Gaza più di 70.000 persone, per la maggior parte donne e minori, e ne ha ferite oltre 171.000.

Secondo il rapporto il Messico è la “seconda Nazione più pericolosa al mondo per i giornalisti con nove uccisi e la Cina è il Paese che costituisce la più grande prigione al mondo per i giornalisti, in quanto tiene in arresto 121 reporter.

I giornalisti affrontano rischi maggiori nelle loro Nazioni, ha affermato l’organizzazione, dato che tutti i professionisti uccisi eccetto due sono stati uccisi mentre svolgevano i loro compiti nei propri Paesi d’origine.

In Sudan i giornalisti affrontano gravi abusi in quanto il conflitto continua a infuriare,” si dice nel rapporto, osservando che nel 2025 le Forze Paramilitari di Supporto Rapido hanno ucciso quattro giornalisti, inclusi due che erano stati sequestrati dal gruppo di ribelli.

Secondo il rapporto un totale di 37 giornalisti su 135 scomparsi durante il regime del deposto presidente Bashar al-Assad sono al momento dispersi in Siria dopo essere stati imprigionati dalle autorità del regime o presi in ostaggio dall’ISIS (Daesh).

Assad, leader della Siria per circa 25 anni, si è rifugiato in Russia l’8 dicembre 2024, ponendo fine al regime del partito Baath, rimasto al potere dal 1963.

Al-Sharaa, che ha guidato le forze antiregime che hanno cacciato Assad, lo scorso gennaio è stato dichiarato presidente per un periodo transitorio.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Durante la tregua mancano le forniture essenziali: il sistema sanitario di Gaza distrutto da Israele

Redazione di Al Jazeera

7 dicembre 2025- Al Jazeera

Israele non permette l’ingresso nella Gaza assediata di antibiotici, soluzioni per le flebo o materiale chirurgico, nonostante il cessate il fuoco in vigore da due mesi.

Dopo essere stati decimati dai continui bombardamenti e la totale mancanza di ausili medici durante la guerra genocidaria di Israele, il sistema sanitario di Gaza è sull’orlo del collasso nonostante quasi due mesi di cessate il fuoco.

I medici nell’enclave devastata dalla guerra e assediata dicono di essere in difficoltà nel salvare vite poiché Israele non permette l’ingresso delle essenziali forniture mediche. Dolciumi, telefonini e persino bici elettriche possono entrare, ma gli antibiotici, le soluzioni per le flebo e il materiale chirurgico sono vietati.

Siamo di fronte ad una situazione in cui il 54% dei farmaci essenziali è indisponibile e il 40% dei medicinali per le operazioni chirurgiche e le cure di emergenza – proprio i farmaci su cui contiamo per curare i feriti – sono irreperibili”, ha detto a Al Jazeera il dottor Munir al-Bursh, direttore generale del Ministero della Sanità di Gaza.

Il Ministero afferma che la penuria è senza precedenti, stante che Israele consente l’ingresso a Gaza solo di cinque camion alla settimana che trasportano forniture mediche. Tre camion consegnano le forniture ad organizzazioni internazionali come l’ONU e le sue agenzie, e solo due agli ospedali gestiti dal governo.

Questo numero è una misera quota degli aiuti che Israele è obbligato a fornire a Gaza in base all’accordo di cessate il fuoco – colpendo altri ambiti delle vite dei palestinesi.

La guerra genocidaria di Israele a Gaza continua incessante, con circa 600 violazioni del cessate il fuoco in due mesi.

Almeno 600 camion dovrebbero entrare ogni giorno nella Striscia di Gaza, ma ciò che entra è veramente poco”, ha detto Hind Khoudary di Al Jazeera, corrispondente da Gaza City.

Il gas per cucinare è solo il 16% del necessario; c’è carenza di rifugi, tende, teloni e tutto ciò che i palestinesi necessitano per ripararsi dalla pioggia. Vediamo palestinesi raccogliere legno, cartoni e qualunque cosa con cui possano accendere un fuoco”.

Le persone che hanno malattie croniche patiscono molto queste restrizioni.

Naif Musbah, di 68 anni, che vive nel campo profughi di Nuseirat, ha un tumore al colon e i farmaci di cui ha bisogno per curarsi non sono disponibili.

Ho bisogno di supporti e sacche per colostomia da poter collegare all’addome e del dispositivo che mi consenta di evacuare. Questi non sono disponibili e nemmeno i supporti e finiamo per insudiciarci. La situazione è estremamente difficile. Mancano anche garze, sacche di ghiaccio, cerotti, guanti o soluzioni disinfettanti – non c’è niente”, dice Musbah a Al Jazeera.

Non avendo modo di gestire la propria condizione, il malato palestinese dice di sentirsi come se la guerra gli avesse rubato la dignità.

Intanto i medici improvvisano con quel poco che è rimasto, mentre le famiglie dei pazienti vanno in cerca di semplici oggetti che rendano più agevole la vita dei propri cari – oggetti, dicono, che non dovrebbe essere così difficile trovare.

Durante la guerra genocidaria di Israele – che dura da più di due anni – quasi tutti gli ospedali e le strutture sanitarie di Gaza sono stati attaccati, con almeno 125 strutture danneggiate, inclusi 34 ospedali.

Secondo il Ministero della Sanità di Gaza più di 1.700 operatori sanitari, compresi medici, infermieri e paramedici, sono stati uccisi dagli attacchi israeliani.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




I palestinesi affermano che, contrariamente alle affermazioni della propaganda israeliana, l’ospedale Al-Shifa di Gaza è “ben lungi dall’essere pienamente operativo”

Nagham Zbeedat

5 dicembre 2025 – Haaretz

Sui social media alcuni influencer filoisraeliani hanno diffuso video del reparto maternità restaurato dell’ospedale Al-Shifa per mettere in dubbio la distruzione del complesso da parte di attacchi aerei e raid dell’IDF. Le immagini satellitari e le testimonianze di palestinesi di Gaza dimostrano il contrario.

All’ingresso di quello che un tempo era il più grande e importante complesso medico di Gaza, su un muro di cemento è stato scritto un messaggio in arabo e in inglese: “Giuriamo di ricostruirlo

Il graffito è stato dipinto nell’ambito di un impegno congiunto, durato oltre un anno, di organizzazioni umanitarie, governi stranieri e cittadini comuni per ristrutturare l’ospedale Al-Shifa di Gaza City.

Eppure, quando la scorsa settimana sono circolati online dei video che mostravano muri appena ridipinti e corridoi riparati ad Al-Shifa, è scoppiata una polemica. In post che hanno ricevuto milioni di visualizzazioni degli influencer filoisraeliani hanno falsamente affermato che le immagini costituissero la “prova” che gli ospedali di Gaza non fossero mai stati bombardati da attacchi aerei israeliani.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità e i media in lingua araba hanno riferito che, come appare in alcuni filmati che mostrano delle impalcature su alcune delle strutture sopravvissute, la ristrutturazione dell’ospedale Al-Shifa sarebbe iniziata all’inizio del 2024, nonostante le operazioni militari israeliane in corso in quel periodo.

L’edificio che appare nei video virali è il reparto maternità, una struttura situata all’estremità sud-occidentale del complesso di Al-Shifa. È stato costruito di recente, alla fine del 2020, e rispetto ad altri edifici ospedalieri ha subito danni minimi durante le diverse settimane di attacchi da parte delle IDF dell’anno scorso. Grazie a una rete elettrica funzionante nelle vicinanze e all’accesso a delle materie prime come la vernice, è stata una delle poche strutture che gli operai rimasti a Gaza hanno potuto riparare.

“Quello che si vede in quei video è solo un po’ di vernice e piccole riparazioni”, spiega Hajar, 32 anni, di Gaza City. “Quell’edificio ha subito danni minimi perché è separato dal complesso principale. Si trova a sud-est dell’ospedale e non è stato colpito direttamente dai raid, solo da alcuni colpi di artiglieria. Il resto dell’ospedale è stato spazzato via.”

Queste strutture, che un tempo costituivano la spina dorsale del sistema sanitario di Gaza, sono state ridotte a lamiere contorte, soffitti crollati e sale operatorie bruciate. La loro ricostruzione richiede risorse ben oltre l’attuale capacità di Gaza: equipaggiamento specializzato, materiali importati, macchinari pesanti e manodopera qualificata sono stati tutti dissipati dalla guerra.

“Condividere queste immagini senza spiegazioni serve all’occupazione e alla sua narrazione”, afferma Kamel, un infermiere di 28 anni del quartiere Shujaiyeh di Gaza City, che si è offerto volontario in ospedale all’inizio della guerra nel 2023 e da allora vi è tornato più volte. Questa opinione è ampiamente diffusa tra abitanti e operatori sanitari di Gaza.

In ogni modo “gli edifici principali – il reparto di chirurgia, il pronto soccorso, l’unità di dialisi, la medicina interna, le sale operatorie, la terapia intensiva e altro ancora – sono completamente distrutti e del tutto irreparabili”, afferma Kamel.

Più di un ospedale

Prima della guerra l’ospedale Al-Shifa (in arabo “l’ospedale della guarigione”) era la principale istituzione medica di Gaza, la più grande, la più attrezzata e fondamentale. Ma i palestinesi della Striscia raccontano ad Haaretz che l’ospedale costituisce un simbolo della resistenza di Gaza, un luogo in cui le vite sono state consegnate, salvate e perse durante decenni di blocco e attacchi ripetuti.

La sua distruzione durante i due anni di guerra ha rappresentato un punto di rottura per molti palestinesi, non solo per il suo ruolo cruciale nell’assistenza sanitaria, ma anche per ciò che rappresentava per una popolazione già stremata dalla devastazione.

Dopo mesi di bombardamenti e due incursioni su larga scala da parte delle IDF, l’ospedale è ormai in gran parte irriconoscibile. Gli edifici principali – tra cui chirurgia, pronto soccorso, terapia intensiva, dialisi e medicina interna – sono distrutti o incendiati. I corridoi che un tempo ospitavano famiglie sfollate a causa della guerra sono ridotti in macerie. Le sale operatorie sono carbonizzate. Gli impianti elettrici, le condutture dell’ossigeno e le reti idriche sono state recise. Solo un paio di strutture periferiche ha subito danni minimi, consentendo ai volontari di ridipingere ed eseguire riparazioni di base.

A marzo Hajar, madre di tre figli, stava andando a prendere l’acqua per la sua famiglia quando un inaspettato attacco aereo israeliano ha fatto tremare il terreno sotto i suoi piedi. Spaventata, è caduta rovinosamente, fratturandosi un braccio. Poiché Al-Shifa si trovava a corto di forniture mediche e prestava assistenza solo ai casi più gravi causati dalla guerra ha dovuto recarsi all’ospedale Al-Quds, situato a 2,6 km di distanza. “Nemmeno lì hanno potuto operarmi, anche se avevo davvero bisogno di un intervento chirurgico. Tutto quello che hanno potuto fare è stato mettermi una fasciatura e dirmi di aspettare che il braccio guarisse da solo”, spiega. “Al-Shifa era tutto per noi quando c’era bisogno di cure mediche.”

L’ospedale e il suo vasto complesso hanno subito alcuni dei colpi più duri della guerra, tra cui due massicce incursioni che hanno lasciato profonde ferite fisiche e psicologiche alla popolazione di Gaza: nel corso della prima, ampie parti del complesso sono state bombardate, le sue aree mediche sono state invase dai corpi e l’elettricità e l’ossigeno sono venuti a mancare; la seconda incursione, la scorsa primavera durante gli ultimi giorni del Ramadan, è stata ancora più distruttiva. “Hanno bruciato tutto. Hanno spianato i cortili dell’ospedale con i bulldozer”, ricorda Hajar. “Quando l’esercito si è ritirato e finalmente ci è stato permesso di rientrare, abbiamo trovato una fossa comune. Corpi ammucchiati uno sopra l’altro. Alcuni erano stati sepolti dalle ruspe. Non posso dimenticare quella scena.”

Secondo Human Rights Watch, la distruzione degli ospedali Al-Shifa, Nasser e Kamal Adwan ha seguito uno schema costante – incursioni, evacuazioni forzate, negazione di forniture salvavita e demolizione di edifici – che, sempre secondo HRW, indica un attacco deliberato alle infrastrutture mediche di Gaza. Le Nazioni Unite hanno descritto la condotta delle IDF come “medicidio”.

Ancora “lungi dall’essere pienamente operativo”

Nonostante la distruzione, sul campo è proseguito un intervento umanitario silenzioso, spontaneo e spesso pericoloso. Volontari, ingegneri, personale medico locale e ONG hanno svolto compiti un tempo riservati a istituzioni pienamente funzionanti: rimuovere manualmente i detriti, riallacciare le linee elettriche interrotte, recuperare attrezzature dalle macerie dell’ospedale, costruire in modo creativo letti ospedalieri e tentare di ripristinare la funzionalità di base in alcune parti del complesso.

L’edificio della maternità, ora parzialmente restaurato, è diventato un esempio non di ripresa, ma di determinazione – un piccolo segno di ciò che i palestinesi sperano di ricostruire se ne avranno i mezzi.

Dopo il primo cessate il fuoco nel gennaio 2024 sono iniziati immediatamente gli sforzi per riparare i danni infrastrutturali e riavviare le attività dell’ospedale Al-Shifa. Tra le istituzioni che hanno facilitato la riabilitazione figurano il governo malese, l’organizzazione no-profit britannica SKT Welfare, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e Gift of the Givers, un’organizzazione umanitaria fondata in Sudafrica nel 1992.

Tutti i medici e gli operatori sanitari con cui abbiamo parlato, sia come membri di una delegazione medica sia come persone che hanno lavorato a Gaza, hanno confermato che gli edifici dell’ospedale sono stati gravemente danneggiati. La distruzione è stata pesante e ingiustificabile”, ha dichiarato Abou Rageila ad Haaretz. Ci siamo concentrati su un unico edificio perché le nostre precedenti strutture mediche erano insufficienti per i casi gravi che richiedevano interventi chirurgici o trattamenti complessi. Il collasso delle infrastrutture nel settore sanitario di Gaza ha reso questo progetto unico nel suo genere”.

Il fine dell’organizzazione non era solo quello di ripristinare i servizi medici, ma anche di sostenere l’economia locale. Attraverso i propri programmi, ha fornito opportunità di lavoro agli abitanti colpiti dalla guerra. Gift of the Givers ha collaborato con alcune organizzazioni per ripristinare un piano dell’ospedale. Il costo totale del progetto è stato di 1,5 milioni di dollari, di cui 300.000 sono stati donati da Gift of the Givers.

Abou Rageila sottolinea che il termine “recupero” deve essere usato con cautela. “L’edificio è ora utilizzabile per ricevere pazienti, ma richiede ancora importanti lavori. Mancano pannelli solari, attrezzature mediche essenziali e materiali di consumo. La maggior parte dei dispositivi attualmente in uso è stata recuperata da ospedali distrutti durante la guerra. Abbiamo pulito e riparato muri, chiuso le fessure danneggiate dalle bombe e coordinato gli interventi al fine di rendere lo spazio funzionale, ma Al-Shifa è ben lungi dall’essere pienamente operativo.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Come il Jewish Chronicle usa l'”antisemitismo” come arma per alimentare il panico morale

Neve Gordon

4 dicembre 2025 – Middle East Eye

Alcuni articoli equiparano l’attivismo filopalestinese all’odio verso il popolo ebraico, seguendo il subdolo copione del governo israeliano.

Durante lo Yom Kippur [ricorrenza religiosa ebraica, ndt.] due ebrei britannici sono stati uccisi nella sinagoga della Congregazione Ebraica di Heaton Park a Manchester in un crudele atto di violenza antisemita. Uno dei due è stato colpito accidentalmente dalla polizia.

Più tardi, quella stessa settimana, mentre discutevamo di antisemitismo a tavola, mio ​​figlio adolescente, che frequenta un liceo a Hackney, Londra, ha preso il telefono e ha mostrato decine di reel antisemiti su Instagram.

Numerose clip generate dall’intelligenza artificiale mostravano ebrei ortodossi in diverse situazioni in cui apparivano ossessionati dal denaro, mentre altri reel negavano l’Olocausto, mettendo in discussione, ad esempio, la possibilità di preparare sei milioni di pizze in 20 forni. Alcuni dei suoi compagni di scuola hanno apprezzato i video, trovandoli divertenti.

L’antisemitismo è vivo e vegeto nel Regno Unito e in tutta Europa. È necessario che venga combattuto con decisione. Ma invece di concentrarsi su questo problema molto reale importanti organizzazioni ebraiche hanno seguito il governo israeliano strumentalizzando l’antisemitismo nel tentativo di criminalizzare e mettere a tacere i palestinesi e i loro sostenitori nella lotta per la liberazione e l’autodeterminazione.

La crudele ironia è che di fatto queste organizzazioni stanno drasticamente indebolendo la vera lotta contro l’antisemitismo.

Un esempio calzante è il Jewish Chronicle, il più antico quotidiano ebraico del mondo. Nel dicembre 2024 il Chronicle pubblicò un articolo della commentatrice Melanie Phillips, che scrisse: “La paura e l’odio squilibrati verso gli ebrei e l’obiettivo di sterminarli definiscono la causa palestinese… I governi di sinistra che sostengono ideologicamente la causa palestinese e si inchinano alle circoscrizioni elettorali musulmane in cui l’odio per gli ebrei è dilagante, riciclano in modo scandaloso le menzogne ​​su Israele”.

Affermando che i peggiori colpevoli sono stati “i governi di Gran Bretagna, Australia e Canada”, Phillips concludeva definendo tutti i sostenitori della causa palestinese come “facilitatori di un odio squilibrato e omicida verso gli ebrei”.

Svuotato di significato

Tre settimane dopo il Chronicle pubblicò un articolo intitolato: “Elon Musk ha davvero fatto il saluto nazista al comizio di Trump?” Il sottotitolo rassicurava i lettori che “le associazioni benefiche ebraiche negano che si trattasse di un riferimento nazista”, mentre l’Anti-Defamation League (Ong ebraica con sede negli USA, ndtr.) avrebbe affermato che il gesto di Musk era “imbarazzante”, ma non un saluto nazista.

L’accostamento di questi articoli uno che equipara l’attivismo filo-palestinese ad un antisemitismo omicida, e l’altro che minimizza i pericoli concreti dell’antisemitismo, come manifestato in un saluto nefasto da parte di una delle persone più potenti del mondo fornisce una porta d’accesso all’universo del Chronicle e alla sua aggressiva campagna contro qualsiasi dimostrazione di solidarietà con i palestinesi.

L’antisemitismo viene spesso privato del suo significato originario ovvero discriminazione contro gli ebrei in quanto ebrei e utilizzato invece come una “cupola di ferro” per difendere Israele dai suoi critici. Articoli come questi mi hanno spinto ad analizzare più attentamente il modo in cui il giornale ha storicamente inteso e utilizzato l’antisemitismo sulle proprie pagine un progetto di ricerca i cui risultati sono stati recentemente pubblicati.

Nell’esaminare la comparsa del termine “antisemitismo” in un periodo di 100 anni – dal 1925 al 2024 – ipotizzavo che la sua presenza fosse stata più marcata durante l’Olocausto, quando l’antisemitismo portò allo sterminio di sei milioni di ebrei.

Tuttavia i risultati hanno rivelato che nel 1938, al culmine della repressione nazista contro gli ebrei in Germania (che, a differenza della “soluzione finale”, non era avvolta nel segreto), l’antisemitismo era menzionato in 352 articoli. Sebbene questo dato fosse notevolmente superiore alla media, era comunque inferiore rispetto al numero di occorrenze registrato durante la campagna elettorale nazionale di Jeremy Corbyn nel 2019 e l’ultima guerra di Israele contro Gaza, quando il numero di articoli che invocavano l’antisemitismo era quasi doppio.

Sebbene il termine sia diventato più comune negli ultimi decenni, sorprendentemente, secondo il punto di vista espresso dal Chronicle, la minaccia dell’antisemitismo è percepita come più grave oggi rispetto alla fine degli anni ’30 e all’inizio degli anni ’40.

Fomentare la paura

Tra gennaio 2023 e giugno 2024 – un periodo che copre i nove mesi precedenti l’attacco del 7 ottobre e i nove successivi – il termine antisemitismo, che denota quasi sempre antisionismo e critica a Israele, è apparso in circa un articolo su cinque. Ciò suggerisce che il principale quotidiano ebraico del Regno Unito abbia strumentalizzato una nozione sionista di antisemitismo per generare panico morale tra i suoi lettori.

In altre parole il settimanale ebraico ha contribuito a fomentare paura e ansia equiparando falsamente l’antisemitismo all’antisionismo o alle critiche a Israele. Questa falsa e pericolosa commistione spiega il drammatico aumento della frequenza del termine e il motivo per cui sulle pagine del Chronicle Corbyn sembra essere molto più minaccioso per gli ebrei rispetto ad Hitler.

Ma affinché tali false accuse acquisiscano credibilità l’antisionismo e la critica a Israele devono essere interpretati come una minaccia imminente per i singoli ebrei in tutto il mondo. Ciò si ottiene, in parte, introducendo un’altra falsa equiparazione, questa volta tra la sensazione di “sentirsi a disagio” e quella di “non essere al sicuro“.

Ovviamente l’affermazione che Israele stia perpetrando un genocidio, o che costituisca un regime di insediamento coloniale e uno Stato di apartheid, potrebbe far “sentire a disagio” gli ebrei che si identificano emotivamente con Israele e il sionismo.

Ma il Chronicle presenta il loro disagio come di per sé lesivo, o come “non trovarsi al sicuro”. In definitiva, quindi, una fallace nozione di antisemitismo viene presentata come un pericolo per la sicurezza per evocare il timore dell’annientamento ebraico, e questo viene poi utilizzato come strumento di repressione delle rivolte per mettere a tacere gli attivisti palestinesi e filo-palestinesi che criticano l’apartheid israeliano e, più recentemente, la sua guerra genocida a Gaza.

Dato che l’antisemitismo autentico rimane una realtà fin troppo presente, il modo in cui il Chronicle ha utilizzato questo termine rischia di sminuire la minaccia dell’antisemitismo realmente esistente.

In effetti il più antico giornale ebraico ancora esistente sembra fermamente intenzionato a usare l’antisemitismo non tanto per combattere il razzismo, quanto per difendere un regime razzista e nascondere orribili violazioni. Abusando del termine antisemitismo il giornale sta danneggiando proprio gli ebrei che afferma di rappresentare, me compreso.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Neve Gordon è l’autore di Israel’s Occupation [Ed. italiana: L’occupazione Israeliana, ed. Diabasis, ndt.]. Il suo ultimo libro, scritto in collaborazione con altri autori, è Human Shields: A History of People in the Line of Fire [Ed. italiana: Scudi umani. Una storia dei corpi sulla linea del fuoco, Laterza, ndt.]. Potete seguirlo su @nevegordon —

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’ONU non va mai alla radice del problema

Ramona Wadi

4 dicembre 2025, Middle East Monitor

L’Assemblea generale delle Nazioni unite ha varato un’altra risoluzione non vincolante che è improbabile possa arginare l’espansione coloniale di Israele nella Palestina occupata. Qualsiasi risoluzione che faccia riferimento al compromesso dei due stati difende e avalla il colonialismo. Affermare che Israele deve ritirarsi dai territori che sta occupando dal 1967 non intacca la sua natura coloniale, soprattutto se la Risoluzione ONU 194 subordina il diritto al ritorno alle richieste coloniali dello stato israeliano.

È il rifiuto di chiamare in causa il colonialismo che priva di senso parole come quelle che ha pronunciato Annalena Baerbock — presidente di turno dell’Assemblea generale — mentre ammoniva che ai palestinesi viene negata l’autodeterminazione da 78 anni. “Ricordiamo ancora una volta che il diritto all’autodeterminazione e il diritto umano a vivere in condizioni di pace, sicurezza e dignità nel proprio paese, liberi da guerra, occupazione e violenza, non è un privilegio da acquisire, ma un diritto da tutelare”, ha affermato Baerbock.

Nel lontano 1947 Cuba si era opposta al Piano di partizione in quanto violava il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. “Abbiamo proclamato solennemente il principio di autodeterminazione dei popoli, ma è assai allarmante vedere che quando si tratta di applicarlo ce ne dimentichiamo”, aveva dichiarato Ernesto Dihigo, l’allora rappresentate cubano alle Nazioni unite.

Anche la sequenza temporale di Baerbock prende le mosse dal 1947, quando menziona i 78 anni, ma limitare il discorso alla necessità di porre fine all’occupazione significa legittimare l’esistenza di Israele come entità coloniale. Queste discrepanze non sono d’aiuto al diritto dei palestinesi alla liberazione. Ma d’altronde l’ONU non è per la liberazione della Palestina, bensì per una soluzione di compromesso con due stati o per una completa colonizzazione della Palestina.

Una risoluzione non vincolante che assecondi la retorica della comunità internazionale sulla Palestina va a detrimento del popolo palestinese. Se c’è davvero l’intenzione di ‘metter fine all’occupazione’, che è il minimo indispensabile, perché allora l’ONU ogni volta in automatico sostiene la narrazione sulla sicurezza di Israele? Se l’intenzione di Baerbock è quantomeno sensibilizzare circa il ritiro di Israele dai territori che sta occupando militarmente dal 1967, quale parte potrà essere ancora sostenuta di questa narrazione securitaria? L’ONU continuerà forse a legittimare la Nakba del 1948, sulla quale Israele ha costruito la sua impresa coloniale? Se torniamo al 1947, che è il momento a cui si riferiva Baerbock nella sua cronologia, le Nazioni unite si concentreranno sulla decolonizzazione?

Il colonialismo nega ogni autodeterminazione. Se applicata correttamente, l’autodeterminazione dei palestinesi vorrebbe dire decolonizzazione, e non solo la fine dell’occupazione militare da parte di Israele. I palestinesi non dispongono di una loro integrità territoriale. Il Piano di partizione del 1947 ha avvalorato la narrazione sionista della terra sterile, facilitando i colonizzatori nell’impresa di eliminare gli autoctoni. Ancora oggi i palestinesi sono a malapena legittimati a parlare: è la comunità internazionale a determinarne la visibilità, la retorica e l’azione. In sede ONU non viene ascoltata la vera voce dei palestinesi: quello che udiamo è ciò che la comunità internazionale vuole che articolino i rappresentanti dell’Autorità palestinese. Sfortunatamente l’AP è fin troppo brava a calarsi nel ruolo per cui è stata creata, anziché sfruttare quella tribuna per perorare davvero la causa dell’autodeterminazione, della liberazione e della decolonizzazione. Con tutti questi fili che si intrecciano l’uno con l’altro, quanto potrà mai valere una risoluzione non vincolante che gronda retorica da tutti i pori, e come può favorire davvero l’autodeterminazione del popolo palestinese?

(traduzione dall’inglese di Chiara Guidi)




Israele ammette di aver ucciso due minori nel nord di Gaza

Redazione di MEMO

2 dicembre 2025 – Middle East Monitor

Lunedì l’esercito israeliano ha affermato che le sue forze hanno ucciso due palestinesi nel nord di Gaza, dichiarando che essi erano entrati in un’area sotto il suo controllo in base all’accordo del cessate il fuoco.

In una dichiarazione l’esercito ha detto che le truppe della brigata Carmeli hanno colpito a morte i due palestinesi in incidenti diversi nel nord della Striscia, sostenendo che ponevano “una minaccia immediata.” Questa è la stessa affermazione che Israele usa spesso quando viola il cessate il fuoco.

La dichiarazione aggiunge che i soldati hanno sparato loro non appena sono entrati nella zona controllata da Israele secondo l’accordo del cessate il fuoco e li ha uccisi per “eliminare la minaccia.”

Il cessate il fuoco è entrato in vigore il 10 ottobre 2025. Secondo valutazioni dell’esercito israeliano Israele controlla più della metà del territorio di Gaza secondo quanto previsto dalla prima fase dell’accordo.

Lunedì mattina un altro palestinese è stato ucciso dal fuoco di un drone quadricottero israeliano ad est del quartiere Zeitoun, nella zona sud-orientale di Gaza City.

L’attacco ha colpito un’area fuori dalla zona dalla quale Israele si è ritirato secondo il cessate il fuoco con Hamas.

Dati precedenti provenienti da enti governativi, gruppi palestinesi e organizzazioni per i diritti umani mostrano che Israele ha commesso decine di violazioni del cessate il fuoco, uccidendo e ferendo centinaia di palestinesi, inclusi minori e donne.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Un apartheid legalizzato: come Israele ha consolidato il proprio regime di disuguaglianza durante la guerra su Gaza

Orly Noy

2 dicembre 2025 – +972 Magazine

Secondo un nuovo rapporto con un colpo di mano durato due anni i legislatori israeliani hanno approvato oltre 30 leggi che limitano i diritti dei palestinesi e puniscono il dissenso.

Da oltre due anni la vita pubblica israeliana è avvolta da una fitta nebbia che disorienta. C’è stato un incessante susseguirsi di crisi, conflitti e ansie in patria e all’estero: lo shock per l’attacco di Hamas del 7 ottobre e la vendicativa campagna genocida di Israele su Gaza, la lotta per il ritorno degli ostaggi e contro la denigrazione delle loro famiglie da parte dello Stato, gli sconsiderati scontri con l’Iran. Insieme, tutto questo ha lasciato la società israeliana sospesa in uno stato di torpore collettivo, oscurando la profondità dell’abisso in cui stiamo rapidamente sprofondando.

Ma non si può dire lo stesso dei nostri parlamentari. Come dimostra un nuovo, inquietante rapporto del centro legale Adalah di Haifa, hanno sfruttato il caos degli ultimi due anni per promuovere oltre 30 nuove leggi che consolidano l’apartheid e la supremazia ebraica e che si aggiungono all’elenco già esistente di oltre 100 leggi israeliane discriminatorie verso i cittadini palestinesi.

Una delle conclusioni principali del rapporto riguarda il massiccio attacco alla libertà di espressione, di pensiero e di protesta in una vasta gamma di ambiti. Tra le leggi citate figurano quelle che vietano la pubblicazione di contenuti riguardanti la negazione degli eventi del 7 ottobre”, come stabilito dalla Knesset, e quelle che limitano le trasmissioni di media critici che danneggiano la sicurezza dello Stato”.

Un’altra legge autorizza il Ministero dell’Istruzione a licenziare il personale docente e a revocare i finanziamenti agli istituti scolastici sulla base di opinioni considerate come espressione di sostegno o incitamento a un atto o un’organizzazione terroristica. E, parallelamente a una campagna condotta dallo Stato per espellere gli attivisti della solidarietà internazionale, una terza legge impedisce l’ingresso nel Paese ai cittadini stranieri che abbiano rilasciato dichiarazioni critiche nei confronti di Israele o abbiano fatto ricorso alle corti internazionali per intraprendere azioni contro lo Stato e i suoi funzionari.

Ma forse la legge più pericolosa è quella che prende di mira i cittadini che cercano semplicemente di acquisire informazioni da fonti sgradite allo Stato. Appena un mese dopo il 7 ottobre la Knesset ha approvato un’ordinanza temporanea di due anni – rinnovata la scorsa settimana per altri due – che mette al bando il “consumo sistematico e continuo di pubblicazioni di un’organizzazione terroristica”, con una pena detentiva di un anno. In altre parole, il legislatore ora criminalizza condotte che avvengono esclusivamente all’interno dello spazio privato di una persona.

Secondo le note esplicative del disegno di legge la norma si basa sull’affermazione che “l’esposizione intensiva a pubblicazioni terroristiche di alcune organizzazioni può creare un processo di indottrinamento – una forma di ‘lavaggio del cervello’ autoinflitto – che può portare il desiderio e la motivazione a commettere un atto terroristico a un livello di preparazione molto elevato”. Tuttavia, la legge non specifica cosa si qualifichi come “esposizione intensiva” o “consumo continuo”, lasciando la durata e la soglia del tutto indefinite.

Né chiarisce quali strumenti le autorità possano utilizzare per stabilire che un individuo abbia consumato contenuti proibiti. Come faranno, in pratica, i funzionari a sapere cosa qualcuno guarda in privato? Come osserva il rapporto di Adalah, localizzare potenziali sospettati richiederebbe di per sé operazioni di spionaggio, sorveglianza dell’intera popolazione e monitoraggio dell’attività su Internet.

Mentre le “pubblicazioni terroristiche” vietate attualmente includono solo materiale di Hamas e ISIS – un elenco che il Ministro della Giustizia ha già espresso l’intenzione di ampliare – i legislatori hanno anche cercato di impedire l’accesso a ulteriori fonti di informazione che potrebbero, Dio non voglia, esporre i cittadini israeliani alla piena portata dei crimini contro l’umanità che il loro esercito ha commesso e continua a commettere a Gaza. Da qui l’approvazione della cosiddetta “Legge Al Jazeera”, che ha tagliato l’accesso del pubblico israeliano a una delle fonti di informazione più attendibili al mondo sugli eventi a Gaza.

Analogamente la legge contro la “negazione degli eventi del 7 ottobre” non solo eleva gli attacchi a un crimine paragonabile all’Olocausto, ma si estende ben oltre la sfera delle azioni, entrando nel dominio del pensiero e dell’espressione. Non fa distinzione tra inviti diretti alla violenza o al terrorismo da un lato, che sono già fuorilegge, e la mera articolazione di una posizione politica, una narrazione critica o lo scetticismo nei confronti della versione ufficiale dello Stato dall’altro.

“La legge è concepita per alimentare la paura, soffocare il dibattito pubblico e sopprimere la discussione su una questione di interesse pubblico”, osserva Adalah. “Non è ancora chiaro quali azioni costituiscano l’atto di ‘negazione’ proibito dalla legge, soprattutto perché a tutt’oggi lo Stato non ha nominato una commissione d’inchiesta ufficiale sugli attacchi del 7 ottobre, né ha pubblicato… una ‘narrazione ufficiale’ degli eventi di quel giorno”.

Il rapporto di Adalah offre una buona indicazione di dove Israele si stia dirigendo. Anche se può sembrare che siamo già in fondo al baratro, c’è sempre un abisso oltre l’abisso, un abisso che invita a nuove atrocità e verso il quale stiamo precipitando a tutta velocità.

Queste leggi spregevoli non hanno portato centinaia di migliaia di persone in piazza, nemmeno tra coloro che un tempo affermavano di temere per il destino della “democrazia israeliana”. Anzi, alcune di queste leggi sono state approvate alla Knesset con il sostegno dei partiti di opposizione ebraici. L’illusione di una democrazia per soli ebrei non è mai apparsa più grottesca o più pericolosa.

L’abisso oltre l’abisso

Fin dai primi giorni della guerra il regime israeliano ha violato gravemente i diritti fondamentali della libertà di opinione e di protesta. Il 17 ottobre 2023 l’allora Commissario di Polizia Yaakov Shabtai ha annunciato una politica di “tolleranza zero” nei confronti di “incitamenti” e proteste, e per mesi ogni tentativo di manifestare contro la distruzione di Gaza da parte dell’esercito israeliano è stato accolto con il pugno di ferro.

Ma l’ondata di nuove leggi draconiane va ancora più in là: oltre a creare l’infrastruttura legale per la persecuzione sistematica dei dissidenti, sia ebrei che palestinesi, include misure che prendono di mira esplicitamente i cittadini palestinesi, come la cosiddetta “Legge sulla deportazione delle famiglie dei terroristi”.

In base a questa legge, la definizione di “terrorista” – un’etichetta applicata in Israele quasi esclusivamente ai palestinesi – è stata ampliata per includere non solo i condannati per terrorismo in un procedimento penale, ma anche individui detenuti per sospetto di tali reati, compresi quelli sottoposti a detenzione amministrativa. In altre parole, persone che non sono state incriminate, né tantomeno condannate, in base ad alcun reato.

Allo stesso tempo, la Knesset ha inasprito il già draconiano divieto di “ricongiungimento familiare” per cercare di impedire ai cittadini palestinesi di sposare palestinesi in Cisgiordania e a Gaza, e ha ampliato le pene contro i palestinesi che “risiedono illegalmente” in Israele. Di fatto, i legislatori hanno sfruttato il genocidio di Gaza per intensificare la loro lunga guerra demografica contro i palestinesi, compresi coloro che vivono entro i confini del 1948.

[linee di cessate il fuoco entrate in vigore al termine della guerra arabo-palestinese seguita alla proclamazione dello Stato di Israele, ndt.].

Un capitolo a parte del rapporto di Adalah documenta le gravi violazioni dei diritti dei prigionieri e dei detenuti palestinesi dal 7 ottobre, che, secondo testimonianze e altri rapporti, sono stati trattenuti in campi di tortura. La stessa ondata legislativa ha anche gravemente violato i diritti dei minori, eliminando “la consolidata distinzione giuridica tra adulti e minori” per i reati legati al terrorismo. Inoltre il rapporto descrive dettagliatamente le leggi che danneggiano deliberatamente i cittadini palestinesi attraverso l’uso esteso del servizio militare come criterio per l’accesso alle prestazioni sociali e alle risorse pubbliche, e i rifugiati palestinesi nei territori occupati attraverso la messa al bando di organizzazioni umanitarie come l’UNRWA.

Essendo da tempo consapevole dell’utilità di rimuovere le maschere” e mostrare il regime israeliano per quello che è realmente – antidemocratico, razzista e radicato nell’apartheid – in questo caso non trovo alcun motivo di ottimismo. Nella folle corsa verso il fascismo intrapresa dai leader israeliani non solo il prezzo più alto sarà pagato da coloro che sono più esposti e vulnerabili, ma anche il divario tra l’immagine che una società ha di sé stessa e la realtà coincide proprio con lo spazio in cui il cambiamento politico diventa possibile. Quando quel divario si colma e la società comincia ad accettare l’immagine che le restituisce lo specchio, lo spazio politico per una trasformazione significativa si riduce drasticamente.

Negli ultimi anni centinaia di migliaia di israeliani sono scesi in piazza per protestare contro la “riforma giudiziaria” del governo Netanyahu, sostenendo che il suo vero scopo fosse quello di “distruggere la democrazia israeliana”. Eppure il movimento di protesta si è concentrato principalmente sui meccanismi procedurali della democrazia: pesi e contrappesi, indipendenza della magistratura, guai giudiziari e idoneità del primo ministro a ricoprire la carica. Troppa poca attenzione, se non nessuna, è stata prestata all’erosione dei fondamenti sostanziali della democrazia: libertà di espressione e di protesta, uguaglianza davanti alla legge e garanzie contro la discriminazione istituzionalizzata.

Queste tendenze non sono iniziate negli ultimi due anni, ma non è un caso che abbiano accelerato a un ritmo terrificante parallelamente al genocidio israeliano a Gaza. La devastazione nella Striscia e la legislazione fascista che avanza attraverso la Knesset agiscono come due forze coordinate che lavorano per smantellare gli ultimi vincoli rimasti al potere israeliano.

E proprio come il movimento di protesta israeliano non può ignorare il genocidio di Gaza e la questione della supremazia ebraica se spera di resistere efficacemente alla riforma giudiziaria, così anche il movimento globale che si oppone al genocidio non può ignorare la legislazione promossa dalla Knesset più estremista nella storia di Israele. Questa non è più solo una questione interna israeliana, ma parte di un più ampio attacco all’esistenza stessa del popolo palestinese.

Orly Noy è redattrice di Local Call [sito on line di informazione in ebraico co-edito con +972 Magazine, ndt.], attivista politica e traduttrice di poesia e prosa in lingua farsi. È presidente del consiglio direttivo di B’Tselem [ONG israeliana che si occupa di documentare le violazioni dei diritti umani da parte di Israele, ndt.] attivista del partito politico Balad [che rappresenta la componente palestinese in Israele, ndt.] La sua scrittura affronta le linee che si intersecano e definiscono la sua identità di Mizrahi [componente ebraica originaria del Medio Oriente e Maghreb, ndt.], donna di sinistra, migrante temporanea che vive a contatto interiore con un’immigrata permanente, e del dialogo costante tra loro.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)