Perché il procuratore della Corte Penale Internazionale Karim Khan è stato sospeso e cosa potrebbe succedere

Imran Mulla

9 giugno 2026 MiddleEastEye

L’organo esecutivo della Corte ha ignorato le conclusioni di una commissione giudiziaria che aveva scagionato Khan dalle accuse di cattiva condotta

La Corte Penale Internazionale si trova in uno stato di incertezza senza precedenti.

Il suo procuratore capo Karim Khan è stato sospeso nel corso di una campagna per rimuoverlo dall’incarico.

Gli Stati membri dell’ufficio dell’Assemblea degli Stati Parte (ASP), l’organo esecutivo della CPI, hanno votato lunedì per sospendere Khan ignorando l’esito di un’indagine delle Nazioni Unite sulle accuse di molestie e abusi sessuali contro Khan – un’indagine che loro stessi avevano commissionato.

I giudici incaricati di esaminare le conclusioni dell’indagine hanno scagionato il procuratore all’inizio di quest’anno, concludendo che non vi erano prove di illeciti.

Ma l’Ufficio ASP ha deciso di compiere il passo decisamente non convenzionale di ignorare i risultati e di dare invece una propria valutazione dell’indagine.

Khan è in congedo da già più di un anno. È stato sanzionato dagli Stati Uniti per la sua richiesta di mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa Yoav Gallant.

Anche i suoi due vice e numerosi giudici sono stati sanzionati.

Il mese scorso, in un’intervista a Middle East Eye, Khan ha descritto le incredibili intimidazioni e pressioni che, a suo dire, avrebbe subito in relazione alla sua attività di perseguimento dei mandati di arresto per i ministri israeliani, ed anche le minacce ricevute da parte dell’ex ministro degli Esteri britannico David Cameron e del senatore statunitense Lindsey Graham.

Ha accusato l’organo di governo della Corte di condurre una campagna “pericolosa” e di parte per rimuoverlo dall’incarico con accuse infondate di abusi sessuali, a causa della sua indagine sui presunti crimini di guerra israeliani.

Sebbene l’Ufficio dell’ASP sia un comitato esecutivo composto da 21 membri, tutti i 125 Stati membri della CPI sono rappresentati nell’organo di governo della Corte, appunto l’ASP.

Saranno questi Stati membri a votare in ultima istanza sul destino di Khan.

Se il verdetto di cattiva condotta grave da parte dell’Ufficio dell’ASP venisse confermato da almeno due terzi dei membri, l’ASP terrebbe una seconda votazione per la rimozione del procuratore.

Come si è arrivati ​​a questo punto?

Indagine sui crimini di guerra israeliani

Khan è un avvocato britannico che in passato ha servito come assistente del segretario generale delle Nazioni Unite. Ha svolto inoltre attività di difensore in tribunali penali nazionali ed internazionali.

Nel febbraio 2021 è stato eletto dall’ASP procuratore capo della CPI, diventando la terza persona a ricoprire tale incarico dalla fondazione della Corte nel 2002.

Khan è stato il primo consigliere speciale e capo della squadra investigativa delle Nazioni Unite a muovere accuse al gruppo iracheno dello Stato Islamico (IS) per i crimini commessi tra il 2018 e il 2021.

È stato eletto procuratore capo della Corte Penale Internazionale nel 2021 e da allora il suo ufficio ha indagato su gravi crimini internazionali commessi presumibilmente da leader di Stato in tutto il mondo, fra cui la richiesta di mandati di arresto per i leader della giunta birmana e per i funzionari talebani in Afghanistan.

Quando ha proposto un mandato di arresto per il presidente russo Vladimir Putin, a seguito della sua invasione dell’Ucraina, Khan è stato sanzionato dalla Russia.

L’indagine penale sui presunti crimini di guerra nei territori palestinesi occupati era stata avviata pochi mesi prima dell’insediamento di Khan dalla sua predecessora Fatou Bensouda, ex ministro della Giustizia gambiana e ora ambasciatrice del suo paese a Londra.

Nel 2024 il Guardian ha rivelato che il Mossad aveva esercitato pressioni e verosimilmente minacciato Bensouda senza successo in una campagna di anni per impedirle di avviare l’indagine, e che in seguito aveva messo sotto sorveglianza il suo successore Khan.

Le pressioni su Khan iniziarono ad aumentare nell’aprile del 2024 mentre preparava la richiesta di mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo allora ministro della difesa Yoav Gallant per presunti crimini di guerra, e di nuovo nell’ottobre del 2024, un mese prima che i giudici della Corte Penale Internazionale emettessero i mandati. Nel maggio 2024 Khan aveva richiesto i mandati di arresto, che il tribunale emise nel novembre dello stesso anno.

Lo scorso agosto MEE ha riferito che le pressioni esercitate sul procuratore durante quel periodo includevano minacce e avvertimenti rivolti a Khan da parte di importanti politici e accuse da parte di stretti colleghi e amici di famiglia; i timori per la sua incolumità erano alimentati dalla presenza di una squadra del Mossad all’Aia e da scoop sui media riguardanti le accuse di abusi sessuali.

Il mese scorso Khan ha dichiarato a MEE di aver ricevuto informazioni secondo cui sarebbe sotto stretta sorveglianza da parte dei servizi segreti russi e israeliani e di averne informato le autorità.

Ha confermato che il senatore statunitense Lindsey Graham lo aveva minacciato di sanzioni se avesse richiesto i mandati di arresto, come già riferito da MEE.

“È stata una conversazione piuttosto cordiale fino al momento in cui ha detto: ‘Se fai quello che ho sentito dire che farai, ci saranno delle conseguenze'”. Ha anche riportato la sua conversazione del 23 aprile 2024 con l’allora ministro degli Esteri britannico David Cameron, che minacciò Khan del ritiro del Regno Unito dalla Corte Penale Internazionale e del definanziamento della stessa se la Corte avesse emesso mandati di arresto per i funzionari israeliani.

La telefonata è stata riportata per primi da MEE nel giugno dello scorso anno.

Khan ha affermato che Cameron, ex primo ministro e ora membro della Camera dei Lord, gli aveva detto “che avevo perso la testa, o che sarei stato considerato fuori di testa se avessimo proceduto [con i mandati] come lui aveva sentito. Mi ha posto diverse domande e mi ha illustrato le conseguenze, o le probabili conseguenze, ed è stata sicuramente una conversazione difficile”.

Khan ha aggiunto: “Chiaramente non era contento di ciò che aveva sentito e che, dal suo punto di vista, avrebbe causato delle difficoltà. E direi che non avevo dubbi dato che naturalmente, come mi disse, il Regno Unito è uno dei maggiori finanziatori della Corte e se il Regno Unito, il partito [conservatore], il partito all’epoca al governo, e anche gli Stati Uniti avessero pensato che avrei perso il controllo della situazione politica, questo avrebbe portato a delle difficoltà. E naturalmente aveva ragione.”

Il procuratore ha confermato che se la Commissione Affari Esteri avviasse un’inchiesta sulla telefonata e gli chiedesse di testimoniare, “certo che ci penserei e collaborerei”.

Accuse di abusi sessuali

Nel 2025, con Donald Trump presidente degli Stati Uniti, Khan fu colpito da sanzioni.

Le sanzioni furono in seguito estese a due viceprocuratori e otto giudici della Corte Penale Internazionale coinvolti nelle indagini sulla Palestina e sull’Afghanistan, alla relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina, nonché alle ONG palestinesi che avevano fornito prove alla Corte.

Riferendosi alle crescenti pressioni subite dalla Corte col ritorno di Trump alla Casa Bianca nel gennaio 2025 Khan ha dichiarato: “A febbraio [2025] sono stato la cavia del presidente Trump appena insediato. Poi, ad agosto, sono stati sanzionati i viceprocuratori. E poi alcune ONG palestinesi e persone come Francesca Albanese, relatrice speciale. Gli Stati Uniti ovviamente lo hanno fatto per nuocere, per dissuadere, per garantire il rispetto della loro migliore opzione, ovvero nessuna indagine in Palestina.”

Allo stesso tempo la Corte fu travolta da uno scandalo per le accuse di abusi sessuali contro Khan, che lui ha sempre negato.

Il 29 aprile 2024, oltre un mese dopo la decisione di richiedere i mandati di arresto per Netanyahu e Gallant, una collaboratrice di Khan presentò un’accusa di molestie nei suoi confronti.

Le accuse di molestie furono deferite al Meccanismo di Vigilanza Interna (OIM), l’organo investigativo della Corte, il 3 maggio, ma l’indagine fu archiviata pochi giorni dopo, in seguito alla dichiarazione della donna di non voler collaborare.

Un’altra indagine dell’OIM sulle accuse fu aperta e chiusa più tardi nello stesso anno, prima dell’avvio di un’indagine esterna delle Nazioni Unite.

Il mese scorso Khan ha dichiarato a MEE di non aver goduto dell’anonimato durante le indagini per la denuncia a suo carico, a differenza di quanto accaduto in precedenza ad altri funzionari della Corte accusati di cattiva condotta.

Il suo nome era stato confermato ai media dal presidente dell’Ufficio alla fine del 2024.

La pressione sul procuratore si intensificò ulteriormente all’inizio del 2025, quando si diffuse la notizia che Khan stava cercando di ottenere mandati di arresto per altri ministri israeliani, insieme a ulteriori fughe di notizie sui media riguardanti le accuse di abusi sessuali. L’amministrazione Trump sanzionò Khan nel febbraio dello stesso anno.

Khan si prese poi un periodo di congedo a metà maggio, poco dopo che un tentativo di sospenderlo, sollecitato da un alto funzionario del suo stesso ufficio, era fallito, e nel bel mezzo dell’indagine delle Nazioni Unite sulle accuse di cattiva condotta.

A marzo un collegio di giudici nominato dall’ASP concluse che l’indagine non aveva accertato alcuna “cattiva condotta o violazione del dovere” da parte di Khan.

Tuttavia la maggioranza dei membri dell’Ufficio dell’ASP appoggiò una mozione per ignorare la relazione dei giudici e formulare una propria valutazione dell’indagine.

“Territori inesplorati”

MEE ha saputo che il procuratore ha presentato il mese scorso all’ASP delle prove fornite da Ben Swanson, ex vicesegretario generale dell’Organizzazione per il Meccanismo di Controllo Interno (OIOS) delle Nazioni Unite, l’organismo che ha indagato su Khan.

Swanson ha lasciato il suo incarico nel febbraio 2025, il che significa che il suo periodo in carica si è sovrapposto all’indagine su Khan, iniziata alla fine del 2024.

Swanson ha dichiarato: “Né il rapporto d’indagine dell’OIOS, né il materiale relativo forniscono prove sufficienti a supportare qualsiasi giudizio di cattiva condotta secondo lo standard di prove richiesto”.

Il mese scorso Khan ha avvertito che la campagna contro di lui ha spinto la Corte in un “territorio inesplorato”, che a suo dire rischia di creare un pericoloso precedente per la rimozione di funzionari eletti a causa di pressioni politiche.

“Se un processo può essere manipolato, se può essere sovvertito, se può essere minato perché i funzionari statali e i diplomatici, per qualsiasi motivo, pensano di saperne di più, allora si crea un modello per sbarazzarsi di qualsiasi funzionario eletto, ora o in futuro, con motivazioni pretestuose, inconsistenti, inventate o infondate”, ha dichiarato Khan a MEE.

Khan ha affermato che, se l’ASP avesse cercato di rimuoverlo, avrebbe fatto appello al Tribunale Amministrativo dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILOAT), l’organismo a cui il personale della CPI può appellarsi contro le decisioni sul rapporto di lavoro.

In un parere legale condiviso il mese scorso con gli Stati membri della Corte Penale Internazionale, Abdul Koroma, ex giudice della Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), ha affermato che l’ILOAT potrebbe ordinare alla Corte Penale Internazionale di reintegrare Khan e pagare fino a 1,5 milioni di euro (1,74 milioni di dollari) a titolo di risarcimento se l’organo di governo della Corte lo rimuovesse o lo sanzionasse.

Il viceministro degli Esteri norvegese Andreas Kravik ha detto a MEE la scorsa settimana che l’ufficio dell’ASP dovrebbe “rispettare le procedure” che ha messo in atto per esaminare le accuse di cattiva condotta contro il procuratore.

“Quello che abbiamo detto è che la Corte Penale Internazionale deve esaminare questo caso in conformità con le procedure stabilite per esaminare le accuse di cattiva condotta”, ha detto Kravik.

Ha avvertito che “altrimenti ci sarà come minimo una percezione di politicizzazione del processo. E ciò danneggerebbe l’integrità del tribunale.

È qualcosa che non possiamo permetterci, soprattutto in questo momento in cui la Corte è sottoposta a forti pressioni da parte di altri Stati e in cui alcuni Stati stanno cercando, per quanto possibile, di dipingere la Corte come un’entità politicizzata che non opera in conformità con i principi fondamentali del diritto internazionale”.

Ora che Khan è stato sospeso, l’Ufficio dell’Assemblea degli Stati Parte (ASP) ha dichiarato di aver deciso di convocare al più presto una sessione speciale per esaminare la questione.

La valutazione dell’Ufficio si è basata sulla relazione di un’indagine condotta dall’Ufficio dei Servizi di Controllo Interno delle Nazioni Unite (OIOS), sulle prove raccolte, sul parere di un gruppo ad hoc di esperti giuridici e sugli scritti presentati”, si legge nella nota.

La decisione dell’Ufficio e la relativa documentazione rimarranno riservate. L’Ufficio continua a chiedere il dovuto rispetto della privacy e dei diritti di tutte le parti coinvolte, nonché dell’integrità del procedimento in corso”, conclude la nota.

Secondo le regole dell’Assemblea degli Stati Parte (ASP), qualsiasi giudizio di cattiva condotta richiederebbe la maggioranza di due terzi degli Stati membri presenti e votanti dell’Assemblea.

Se l’ASP votasse decretando la grave cattiva condotta si procederebbe a una seconda votazione sulla rimozione del procuratore.

In tale votazione sarebbe necessaria una maggioranza assoluta di almeno 63 voti per rimuovere Khan.

Il team legale di Khan ha dichiarato lunedì: “La decisione è illegittima, proceduralmente scorretta e non supportata da prove. Ignora la conclusione unanime della Commissione Giudiziaria indipendente nominata dallo stesso Ufficio, la quale ha stabilito che gli accertamenti di fatto dell’OIOS non hanno dimostrato cattiva condotta o violazione dei doveri ai sensi del quadro giuridico pertinente.”

Hanno affermato che “intraprenderanno tutte le misure necessarie per contestare la decisione, tutelare i suoi diritti e garantire il rispetto del giusto processo.”

Ora è in ballo il futuro di Khan, insieme a quello della stessa Corte Penale Internazionale.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La produzione agricola israeliana contaminata da sostanze chimiche a causa delle esplosioni dell’esercito a Gaza

Mera Aladam

9 giugno 2926 – Middle East Eye

Da un nuovo studio emerge che è stato individuato del materiale pericoloso nel terreno agricolo a circa 20 km dal confine con Gaza

Da un nuovo studio emerge che la produzione agricola locale in Israele è stata contaminata da sostanze chimiche pericolose rilasciate dalle esplosioni dell’esercito durante i due anni di genocidio a Gaza.

La ricerca è stata condotta da esperti della Hebrew University, del Ministero della Sanità, dell’Istituto Volcani e dell’Organizzazione per la Ricerca Agricola dell’Arava meridionale [regione del distretto meridionale di Israele, ndtr.].

Essa ha rivelato che PFAS – un gruppo di prodotti chimici sintetici di lunga durata – sono stati individuati in patate campionate in decine di campi vicino al confine con Gaza.

Lo studio aggiunge che l’inquinamento da PFAS è stato rilevato in pozzi per l’acqua e terreni fino a 19 km da Gaza.

I ricercatori ipotizzano che il materiale chimico sia stato probabilmente trasportato dal vento sul terreno agricolo dopo essere stato rilasciato dagli esplosivi a Gaza, evidenziando l’impatto ambientale della devastante guerra di Israele.

I PFAS sono notoriamente di difficile smaltimento nell’ambiente e nel corpo umano e sono inoltre resistenti al calore, guadagnandosi il soprannome di “sostanze chimiche eterne”.

Certi tipi di PFAS sono stati collegati a diverse problematiche di salute, inclusi danni al sistema riproduttivo e immunitario, problemi di sviluppo nei feti e aumento del rischio di cancro.

In Israele circa il 15% dei pozzi di acqua potabile e il 70% delle sorgenti d’acqua usate per l’agricoltura contengono residui di PFAS, portando alla chiusura di importanti pozzi d’acqua in tutto il Paese.

L’impronta di CO2 causata dalla guerra genocida di Israele a Gaza ha peggiorato un ambiente già fragile con emissioni che nei primi 15 mesi dell’aggressione sono stimate superiori a quelle di 100 Paesi.

La Rete di Ricerca di Scienze Sociali [piattaforma scientifica statunitense in rete, ndtr.], ha evidenziato che il costo climatico della distruzione israeliana di Gaza – incluse la rimozione dei detriti e la ricostruzione – potrebbe superare l’equivalente di 31 milioni di tonnellate di diossido di carbonio.

E’ più delle emissioni annuali del 2023 di molti Paesi, compresi Costa Rica, Afghanistan e Zimbabwe.

Ha rilevato che l’impatto complessivo delle guerre di Israele a Gaza e Libano, come anche dei precedenti conflitti militari con Yemen e Iran, equivale all’attività di 84 centrali elettriche per un anno.

Il cambiamento climatico e gli attacchi di Israele alle infrastrutture ambientali hanno afflitto a lungo Gaza e altre parti della Palestina occupata.

Dopo la Nakba – la pulizia etnica e la distruzione delle comunità palestinesi nel 1948 da parte delle forze sioniste – il Jewish National Fund (JNF) ha piantato foreste di monocoltura di pini, spesso sulle rovine dei villaggi palestinesi.

Nel 2013 la Società per la Protezione della Natura in Israele ha rivelato che i progetti del JNF hanno avuto un impatto devastante sulla biodiversità locale.

Nel 2021 Fadel al-Jadba, direttore del dipartimento di orticoltura del Ministero dell’Agricoltura palestinese, ha detto a Middle East Eye che nel decennio scorso si è verificata una notevole diminuzione della produzione agricola.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Un bambino palestinese di 10 anni è stato arrestato, violando persino le prassi dell’IDF

Amira Hass

8 giugno 2026 – Haaretz

Guarda, sta proprio lì vicino alla porta del negozio, piangendo.” L’ufficiale decide di arrestare sia il padre che il figlio.

Cos’hai fatto nell’esercito oggi, mio caro?”

Ho arrestato un bambino di 10 anni, mamma.”

Dove?”

A Hizma, a nordest di Gerusalemme.”

Nella serata di giovedì scorso una coppia e il loro figlio di 10 anni hanno fatto visita al nonno del bambino, che vive da qualche altra parte nel villaggio. Il bambino è sceso a comprare qualcosa nel negozio di alimentari. Erano circa le 23: tardi, è vero, ma tra giovedì e venerdì la gente passa il tempo in famiglia fino a tardi. Dopotutto il giorno dopo è vacanza.

Poi, mentre il bambino era ancora giù, sono arrivati dei vicini ed hanno detto al padre che un ufficiale lo stava cercando. E’ risultato che una forza militare armata su due jeep stava facendo irruzione nel villaggio, come succede quotidianamente.

Tuo figlio mi ha tirato una pietra,” ha sostenuto l’ufficiale. “Come?” ha protestato il padre, 46 anni. “Ha 10 anni. E’ semplicemente andato a comprare qualcosa al negozietto. E guarda, sta proprio lì vicino alla porta del negozio, piangendo.”

L’ufficiale ha deciso di arrestarli entrambi. I soldati hanno messo il bambino nella jeep. Hanno ammanettato il padre con le mani dietro la schiena e lo hanno bendato. Il video di una telecamera vicina lo mostra quando viene messo nella jeep dell’esercito mentre passano le auto.

Dopo che per ore i due non sono tornati, la famiglia terrorizzata ha cercato di trovarli. La polizia israeliana ha detto di non averli presi. Nella mente di ogni membro della famiglia sono balenate ipotesi orribili. Ognuno di loro ha sentito testimonianze in prima persona che descrivono soldati, sia di leva che commando del fronte interno (cioè coloni), che picchiano palestinesi per divertimento.

Venerdì, poco prima delle 7 e dopo una notte insonne, uno dei familiari, che è anche mio amico, mi ha chiamata: “Vogliamo sapere dove sono e stiamo anche cercando un avvocato per far rilasciare il bambino,” ha detto. Ho fatto una rapida ricerca e un ufficiale della sicurezza mi ha detto che i due erano stati arrestati dall’esercito e che l’esercito stava ancora cercando di capire dove fossero.

In quanto giornalista ho ricordato all’ufficiale della sicurezza che il bambino ha 10 anni e che questo arresto era illegale. Come descritto nel 2015 da una pubblicazione dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele “l’età della responsabilità penale nei territori (in Cisgiordania) è 12 anni. Ciò significa che è vietato arrestare o incarcerare bambini con meno di 12 anni.”

Tuttavia l’esercito insiste che gli è consentito arrestare questi bambini per un tempo massimo di 3 ore e fino a 6 con l’approvazione di un tenente colonnello. Questa è stata la risposta dell’unità del portavoce dell’esercito israeliano a una richiesta di informazioni inviata alla fine del 2014 dall’associazione per i diritti civili.

Tuttavia alle 8 del mattino di venerdì le 3 ore di arresto di un bambino sotto i 12 anni consentite dalla stessa prassi dell’esercito erano passate da molto, anche con l’estensione speciale di altre 3 ore. Persino secondo le pratiche permissive dichiarate dall’esercito il tempo massimo per l’arresto era finito, l’istituzione che deteneva ancora il bambino lo stava facendo senza alcuna autorità.

L’esercito li sta cercando,” ho detto al mio amico. Ha risposto: “Se sono stati arrestati dall’esercito devono essere in una delle due basi militari della zona, quella di Anata o quella di Al-Ram.” L’ho detto all’ufficiale della sicurezza, che ha promesso di verificare. Alle 9,57 il mio amico mi ha telefonato dicendo che il padre aveva appena chiamato per far sapere che erano stati rilasciati dalla base di Anata e stavano tornando ad Hizma. E, come se rispondesse a una domanda che avevo paura di fare, il mio amico mi ha informata: non sono stati picchiati.

Non erano stati picchiati ma, secondo la testimonianza del padre ad Haaretz, ecco come sono stati trattati: quando sono arrivati alla base e sono stati fatti scendere dalla jeep, secondo quanto ha capito il padre una soldatessa ha chiesto a qualcuno in ebraico se fosse consentito ammanettare e bendare un bambino di 10 anni. Ha ricevuto una risposta positiva e ciò è quello che hanno fatto i soldati: hanno ammanettato il bambino di 10 anni e gli hanno messo sugli occhi una borsa di plastica.

Entrambi sono stati fatti sedere all’aperto, sull’asfalto. Hanno avuto freddo. Il bambino piangeva e ha chiesto a suo padre: “Quando ci lasceranno andare?” Il tempo passava lentamente. Ovviamente non riuscivano ad addormentarsi. Il padre ha chiesto che gli venisse consentito di andare in bagno. Il bambino non è più riuscito a trattenersi ed ha bagnato i pantaloni. Il padre ha continuato a gridare che aveva bisogno di andare in bagno. Una soldatessa che li sorvegliava ha gridato in arabo “Stai zitto! Stai zitto!” Alla fine è arrivato un soldato e ha portato il padre dietro a un rimorchio nella base, gli ha tolto le manette e l’ha avvertito di non muoversi da lì o gli avrebbe sparato. In seguito il padre è stato di nuovo ammanettato, e le manette sono state messe più strette. Ha detto che gli facevano male, e il soldato ha risposto in arabo di stare zitto.

Il tempo continuava a passare lentamente. Qualcuno è arrivato e ha puntato su di loro una torcia elettrica e poi li ha fotografati. E’ stata data loro dell’acqua. Il tempo continuava a passare mentre rimanevano svegli. Al sorgere del sole le manette facevano sempre più male. Il calore del sole ha iniziato a dare fastidio. Alla fine sono stati rilasciati alle 9,30 senza essere stati interrogati, indagati o citati in giudizio.

L’unità del portavoce dell’IDF mi ha risposto come segue: “Giovedì, durante un’attività operativa nel villaggio di Hizma forze dell’IDF hanno identificato un sospetto e un minore palestinesi che avrebbero tentato di lanciare pietre su una strada. Il sospetto e il minore sono stati in arresto durante alcune ore per essere interrogati e sono stati rilasciati immediatamente dopo l’interrogatorio.”

Un sacco di bugie in una sola breve risposta.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Gli agricoltori di Gaza iniziano il duro lavoro di ricostruzione di un settore agricolo devastato dal genocidio israeliano.

Ansam al-Qitaa

8 giugno 2026 – Mondoweiss

I due appezzamenti di terreno che Jalal Arafat possiede da decenni si trovano ai lati opposti della linea che ha ridisegnato la mappa di Gaza dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025. Uno è fuori dalla sua portata, a tre metri da quella che ora è conosciuta come la “Linea Gialla”, che taglia Gaza approssimativamente a metà. L’altro, 800 metri più lontano, venne utilizzato da Israele come sede di baracche militari durante l’invasione del quartiere di al-Zaytoun a Gaza City.

Dopo una pausa delle ostilità nei pressi del secondo appezzamento, Arafat, nonostante gli avvertimenti, vi fece ritorno. L’area era stata ridotta a quello che lui stesso descrisse come “dune di sabbia distrutte”. Nonostante questa tremenda condizione, con l’aiuto dei figli bonificò il terreno, lo livellò e piantò fichi e ulivi, scelti per il loro scarso fabbisogno idrico e per la loro capacità di sopravvivere con l’acqua che arriva dal sottosuolo.

In tutta la Striscia assediata decine di agricoltori stanno facendo lo stesso. Tornano a piedi nei campi ricoperti di macerie, cingoli di carri armati e ordigni inesplosi. Trasportano l’acqua sulle spalle per lunghe distanze. Lo fanno perché per molti questo è tutto ciò che rimane loro.

Alcuni sono sostenuti in questa impresa dal Ministero dell’Agricoltura di Gaza, che a maggio ha avviato un progetto di bonifica d’emergenza nei quartieri meridionali di Gaza di al-Mughraqa, al-Sheikh Ajleen e in alcune zone di al-Zaytoun, in collaborazione con la Palestinian Agricultural Relief Society, l’Agricultural Relief Society, la Cooperative Association for Grape and Vegetable Producers e Oxfam.

L’obiettivo è rimettere in produzione 400 ettari e sostenere centinaia di agricoltori nella prima fase, ripristinando tra il 60 e il 70% della loro capacità produttiva prebellica. I lavori iniziano con lo sminamento per garantire che i terreni siano privi di ordigni inesplosi, seguito da livellamento, aratura, fertilizzazione e piantumazione.

“L’albero, se riceve cure, acqua e ciò di cui ha bisogno per crescere, sopravvive”, ha dichiarato Arafat, che ha aderito all’iniziativa, a Mondoweiss. E così fa l’essere umano. Dal nulla può costruire una nuova vita e rimettere in sesto tutto ciò che l’occupazione ha distrutto.”

Un’operazione di recupero coordinata

Ad al-Zaytoun le squadre della Palestinian Agricultural Relief Society hanno rimosso le macerie da 66 dunam (6,6 ettari) di terreno agricolo dove all’inizio dell’anno non era rimasta una sola piantina.

Hanno riaperto le strade agricole sepolte sotto i detriti, ripristinato i pozzi e posato le condutture idriche, consentendo agli agricoltori di tornare ai campi che avevano abbandonato durante la guerra. Nel giro di pochi mesi zucchine e cetrioli sono ricominciati a crescere su terreni che erano stati dati per spacciati.

“La distruzione non si è limitata ai terreni agricoli. Ha colpito le infrastrutture agricole, l’allevamento e la pesca, e ha influito direttamente sulla capacità produttiva del settore”, ha affermato Noha al-Sharif, responsabile per la comunicazione e la difesa dei diritti presso la Palestinian Agricultural Relief Society a Gaza.

L’organizzazione sta lavorando anche ad al-Sheikh Ajleen, il distretto viticolo a sud di Gaza City.

«Nella prima fase ci siamo rivolti ad almeno 150 agricoltori e ora stiamo ampliando il progetto per includerne di nuovi», afferma al-Sharif.

L’associazione ha fornito fertilizzanti, nutrienti e componenti per l’irrigazione di provenienza locale, e le piantine di vite stanno tornando a popolare i terreni che erano stati completamente devastati. Un lavoro simile è in corso nella parte settentrionale di Gaza City, nelle zone di al-Zarqa e al-Amn al-Aam.

Secondo al-Sharif la Palestinian Agricultural Relief Society ha creato circa 240 orti domestici all’interno delle case distrutte dove le famiglie sono tornate, fornendo piantine, semi e serbatoi d’acqua in modo che gli abitanti possano coltivare ortaggi e verdure a foglia verde per il proprio consumo.

«Questo ha alleviato il peso economico sulle famiglie, riducendo la necessità di acquistare verdure al mercato, con prezzi così alti e merci così scarse», dice al-Sharif.

L’organizzazione, con l’aiuto di partner internazionali, sta inoltre introducendo l’agricoltura all’interno degli stessi campi profughi. Hanno creato orti nei pressi e allinterno dei campi in gran parte dei distretti di Gaza, hanno fornito agli abitanti gli attrezzi e i materiali necessari per la loro manutenzione e hanno collaborato con i responsabili dei campi profughi per integrare la coltivazione di prodotti alimentari nella vita quotidiana.

Sono stati organizzati seminari di sensibilizzazione rivolti alle famiglie i cui figli mostrano segni di malnutrizione, per spiegare come utilizzare gli alimenti nel modo più nutriente possibile.

Abbiamo voluto trasformare i campi da luoghi estenuanti e psicologicamente logoranti in ambienti più vivaci, introducendovi spazi verdi e attività agricole”, dichiara a Mondoweiss.

L’organizzazione sta pianificando interventi più estesi nel prossimo futuro, ma al-Sharif sottolinea che la ripresa di cui il settore agricolo di Gaza ha bisogno non può essere raggiunta solo con l’improvvisazione locale: “Il successo di questi sforzi richiede un’azione internazionale urgente per esercitare pressioni sull’ingresso di beni agricoli a Gaza, tra cui sementi, fertilizzanti, attrezzature e reti di irrigazione, in modo che gli agricoltori possano ripristinare la loro capacità di produrre e preservare ciò che resta della sicurezza alimentare nella Striscia”.

Al di là di ciò che gli sforzi locali possono risolvere

Israele continua a impedire l’ingresso a Gaza di fertilizzanti, sementi, reti di irrigazione e macchinari, lasciando che gli sforzi di ripresa rimangano a carico di ciò che si può recuperare dalle risorse locali.

Secondo l’Ufficio stampa del governo di Gaza il 96% dei terreni agricoli coltivati ​​è crollato da 9.300 ettari prima della guerra a 400 ettari oggi. Le perdite dirette per il settore agricolo e zootecnico sono stimate in 2,8 miliardi di dollari, con il 94% dei terreni agricoli danneggiati e l’85% delle serre distrutte.

Gli agricoltori descrivono prezzi che hanno reso impossibile una ripresa autonoma. Una confezione da 250 grammi di pesticida è passata da 500 shekel (149 euro) a 3.000 shekel (892 euro). Un carico di fertilizzante è passato da 1.000 shekel (298 euro) a 20.000 shekel (5.951 euro).

Secondo una recente valutazione della ricostruzione condotta dalla Banca Mondiale la sola ripresa dei sistemi agricoli e alimentari di Gaza costerà circa nove miliardi di dollari [7,80 miliardi di euro, ndt.], gran parte dei quali destinati a sfamare la popolazione di Gaza fino alla ricostruzione della produzione locale.

Samaher Abu Jameh, un’agricoltore, ha affermato che la guerra ha distrutto la maggior parte dei terreni e delle infrastrutture agricole di Gaza, lasciando vaste aree incoltivabili a causa di munizioni inesplose e detriti pericolosi. “Il protrarsi della guerra, l’impossibilità per gli agricoltori di accedere alle proprie terre e la mancanza di un adeguato sostegno hanno portato a un calo significativo della produzione agricola e hanno impedito a molti di continuare il proprio lavoro”, ha dichiarato.

Le forze israeliane, aggiunge Abu Jameh, hanno preso il controllo di vaste aree a est di Salah al-Din Road. Gli impianti solari che alimentavano le pompe idrauliche sono stati distrutti insieme ai pozzi. Serre, attrezzi, pesticidi, fertilizzanti, sementi e piantine scarseggiano. Molti agricoltori sono costretti a utilizzare attrezzature vecchie e danneggiate non avendo altro a disposizione.

Le analisi satellitari della FAO e dell’UNOSAT mostrano che il 98% delle aree coltivate ad alberi a Gaza è stato distrutto, insieme al 90% delle serre e all’82,8% dei pozzi agricoli. Prima della guerra il settore agricolo impiegava circa 560.000 persone.

“Gli agricoltori di Gaza stanno vivendo una vera catastrofe che minaccia la sicurezza e sovranità alimentare”, ha affermato Saed Ziada, coordinatore del settore agricolo presso la rete delle organizzazioni non governative palestinesi. “Quasi tutti faticano a trovare una fonte di reddito in condizioni economiche disastrose”.

Ziada cita la recente iniziativa a sostegno del settore attraverso il recupero dei terreni, la distribuzione di sementi, le reti di irrigazione e altre forme di supporto in natura e finanziario. Tuttavia afferma che l’entità di questi aiuti rimane ben al di sotto del necessario.

“Le istituzioni sono presenti in un modo o nell’altro, nonostante i finanziamenti limitati”, dice. “Ma i bisogni sono di gran lunga superiori alle risorse disponibili”.

Gli agricoltori che non possono ricominciare

Rushdi Ayyad, un agricoltore di Al-Zaytoun, possiede 11 dunam (1,1 ettari) di terreno agricolo, ora a circa 800 metri dalla Linea Gialla, che sono stati distrutti. Non riesce a raggiungere la zona da quasi due anni e mezzo, essendo stato sfollato con la forza a Deir al-Balah, nel centro della Striscia..

Non ci sono le condizioni essenziali per la vita né per ripristinare le coltivazioni” afferma. “Non c’è una fonte di reddito che ci aiuti a bonificare la terra e nessuna concreta possibilità di ricominciare”

Il terreno ospitava alberi di oltre 25 anni, da cui lui, la sua famiglia e diversi lavoratori dipendevano come unica fonte di reddito. Tra le perdite più dolorose c’è un ma’rish, un pergolato per viti, di tre dunam (0,3 ettari), la cui costruzione gli era costata circa 40.000 dollari [35.000 euro, ndt.].

E poi c’è il costo del recupero. Anche la bonifica dei terreni dai detriti militari, afferma, è al di là delle possibilità di qualsiasi agricoltore.

“Viviamo già al di sotto della soglia di povertà”, dichiara a Mondoweiss. “Oggi dipendiamo da una takiya [una mensa comunitaria] solo per mangiare”.

Nel corso di sei guerre e incursioni tra il 2008 e il 2021 Ayyad era riuscito ogni volta a riacquisire la sua terra e a ricominciare da capo.

“Questa volta è completamente diverso”, dice. “Non posso ricominciare da capo.”

Ziada afferma che il legame dei palestinesi con la terra racchiude dimensioni di identità, appartenenza e tenacia.

La maggior parte dei terreni agricoli ancora coltivati, spiega, si trova nelle zone più vicine alla Linea Gialla, ma “nonostante il pericolo di raggiungerla, qualsiasi agricoltore che riesca ad arrivare alla propria terra e a procurarsi acqua e beni di prima necessità si affretterà a coltivarla, perché abbiamo urgente bisogno di una fonte di reddito per noi stessi e per le nostre famiglie”.

Le indagini effettuate dalla sua rete rivelano che molti agricoltori si sono indebitati o hanno venduto parte delle loro proprietà per acquistare beni agricoli nella speranza di provvedere al cibo per le loro famiglie e a una fonte di reddito che li aiuti a sopravvivere.

“E poi c’è la paura che incombe su ogni solco tracciato”, spiega. «Un contadino potrebbe seminare, aspettare il raccolto e poi vedere una nuova incursione o operazione militare costringerlo alla fuga, con la perdita del raccolto di un’intera stagione».

Nonostante tutto questo Arafat continua a seminare. Parla della terra di sua madre e di suo padre, il luogo da cui trae il pane quotidiano.

Vede la distruzione come un altro capitolo di quello che ha definito «un piano metodico per distruggere il settore agricolo», parte di un modello più ampio di sfollamento e costruzione di insediamenti iniziato nel 1948, che a suo dire mira a «sradicare i palestinesi dalla loro terra».

Ma «il contadino palestinese non conosce altra via se non l’agricoltura, che ha ereditato dai suoi padri e nonni», spiega. «Vogliamo investire nella terra. La terra, per sua natura, genera. L’albero porta il frutto e il frutto ci restituisce vita e benessere».

Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Egab [piattaforma globale che offre supporto editoriale ai giornalisti locali, ndt.]

Ansam al-Qitaa è una giornalista palestinese di Gaza che lavora nel giornalismo cartaceo, radiofonico e mobile. Appassionata di storie di interesse umano e desiderosa di mettere in luce le difficoltà delle persone, crede nel potere delle parole e delle immagini di generare un cambiamento.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’antisemitismo della destra israeliana

Carolina Landsmann

7 giugno 2026 – Haaretz

Nella lotta della destra contro la sinistra nessuno strumento retorico è più apprezzato della citazione di uno dei fondatori del sionismo laburista, Berl Katznelson, in cui egli chiede: “C’è un altro popolo sulla terra così emotivamente perverso da considerare spregevole e odiosa ogni cosa la propria Nazione faccia mentre ogni assassinio, stupro o rapina commessi dai suoi nemici riempie il suo cuore di ammirazione e rispetto?”

L’auto-antisemitismo (ebrei che odiano sé stessi) è l’insulto più comune lanciato contro l’“estrema” sinistra. In quanto scrivo su Haaretz, come altri collaboratori del giornale e il suo editore Amos Schocken spesso sono stata accusata di auto-antisemitismo. Anche l’avvocato Ofer Cassif, un ebreo membro del partito Hadash, per lo più composto da arabi, è considerato dai suoi accusatori di esserlo.

Al contrario l’odio che le persone di destra provano verso quelli di sinistra in Israele non è percepito come odio di sé stessi. Quando quelli di destra odiano la sinistra la percepiscono come estranea al loro “sé”, come ostile al loro “noi”. Come esempi possiamo citare l’iconica scena di Benjamin Netanyahu che sussurra nell’orecchio del rabbino cabalista Yitzhak Kaduri per dirgli che la sinistra ha dimenticato cosa significhi essere ebreo, o la pratica comune di etichettare le persone di sinistra come traditori. O la nuova espressione nata il 7 ottobre “fai parte di Israele?”, sottintendendo che la sinistra non fa davvero parte della Nazione. Nell’odio della destra verso la sinistra quest’ultima viene vista come straniera e ostile nei confronti dell’identità collettiva.

Negli ultimi anni esaminando il discorso d’odio verso la sinistra si rileva che esso si unisce all’odio contro gli ebrei ashkenaziti [letteralmente “tedeschi”, originari dell’Europa centro-orientale, ndt.] e che le cose attribuite alle persone di sinistra sono compatibili con quelle che i nazisti dicevano degli ebrei. Come l’odio della destra contro gli ashkenaziti di sinistra, la propaganda nazista dipingeva gli ebrei come una forza che lavorava dall’interno per corrompere la Nazione (tedesca), in quanto cosmopoliti senza radici, sleali nei confronti della Nazione e che promuovono valori universali e liberali per indebolire l’appartenenza nazionale (tedesca).

Erano visti come un’élite che controllava in modo eccessivo i media, il mondo accademico, la cultura, le banche e ogni altro centro di potere, utilizzando il proprio potere per condizionare il modo di pensare della gente e imporre i propri valori alla maggioranza.

Erano anche percepiti come i responsabili della degenerazione morale e dell’offuscamento dell’identità nazionale, che agivano contro lo spirito della Nazione e i suoi veri interessi, promuovendo l’assimilazione invece di un’identità nazionale pura. Chi lo ha detto, Goebbels o Yair Netanyahu [figlio del primo ministro Benjamin Netanyahu, ndt.]?

C’è sicuramente al momento un’ondata globale di antisemitismo, ma, con nostro orrore, non ha risparmiato Israele. Chiunque voglia capire come agiva l’antisemitismo europeo non deve più aprire un libro di storia. E’ sufficiente accendere Channel 14 [rete televisiva israeliana di destra, ndt.] e ascoltare quello che viene detto lì sugli ebrei ashkenaziti di sinistra. Gli ebrei sono gli stessi o i loro discendenti, e l’unica differenza è che, secondo la gente che li odia, questa volta la Nazione “minacciata” non è quella ariana, ma quella ebraica. Qui vediamo dal vivo, in onda, la follia nel Paese degli ebrei. Non c’è da stupirsi che l’odio verso gli ashkenaziti di sinistra sulle reti sociali sia spesso accompagnato dall’auspicio di un commentatore: peccato che i nazisti non abbiano finito il lavoro.

A differenza della sinistra, con le sue feroci critiche allo Stato e al percorso che sta seguendo, dipinto da alcuni come una mutazione antisemitica autoimmune, voi a destra non siete affatto “auto”: siete semplicemente normalissimi antisemiti. Avete imparato a parlare fluentemente il linguaggio nazista. I nazisti odiavano gli ebrei d’Europa e voi provate lo stesso odio verso i loro discendenti in Israele.

Mentre ci chiedevamo se fosse legittimo fare “paragoni”, abbiamo perso di vista il fatto che nel dibattito interno tra ebrei, insieme a tutti gli altri processi che hanno luogo qui, nello Stato ebraico i discendenti dei perseguitati sono vittime della stessa identica propaganda.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La Francia vieta ufficialmente la partecipazione israeliana alla fiera della difesa Eurosatory

Redazione di MEMO

2 giugno 2026 – Middle East Monitor

La Francia ha deciso di proibire la partecipazione ufficiale israeliana alla prossima fiera della difesa Eurosatory a Parigi, una scelta che ha attirato critiche da parte di Israele.

Secondo il ministero francese della Difesa la decisione blocca la creazione di un padiglione ufficiale nazionale israeliano ed esclude la partecipazione agli eventi della fiera dei rappresentanti del governo israeliano.

Il ministero ha affermato che le società della difesa israeliane avranno ancora il permesso di esporre certe tecnologie per la difesa aerea. Tuttavia lo show di armi offensive e dei sistemi militari offensivi rimarranno proibiti.

In risposta il ministero israeliano della Difesa ha descritto la decisione francese come “vergognosa e riprovevole.” Il ministro ha detto che la misura è stata motivata da considerazioni politiche e commerciali e ha sostenuto che ad Israele sono state imposte restrizioni che non sono applicate ad altre Nazioni partecipanti.

Secondo il ministero israeliano la decisione costituisce un allontanamento dalle pratiche normalmente seguite dalle fiere internazionali della difesa e corrisponde ad un trattamento discriminatorio dei partecipanti israeliani.

Il ministero ha inoltre affermato che la Francia sta agendo contro i principi che auspica pubblicamente e ha osservato che i sistemi militari israeliani sono stati usati contro quelli che vengono descritti come organizzazioni terroristiche e attori ostili che minacciano la sicurezza regionale.

La disputa segue un periodo di crescente tensione tra Parigi e Tel Aviv. Secondo il ministero della Difesa israeliano in aprile Israele ha sospeso gli acquisti per la difesa e le transazioni relative alla difesa che coinvolgono la Francia, citando politiche francesi che, ha detto, hanno danneggiato gli interessi di sicurezza israeliani, incluse le restrizioni relative alle operazioni militari che riguardano l’Iran.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Arrestato un medico di Gaza, che ha perso moglie e quattro figli, mentre si recava in Italia

Redazione di Palestine Chronicle

Giovedì 2 giugno 2026 – Palestine Chronicle

Un medico di Gaza che ha perso tutta la sua famiglia è stato arrestato mentre si recava in Italia, e gli attacchi israeliani continuano

Unico superstite della famiglia arrestato

Secondo fonti palestinesi locali, le forze di occupazione israeliane hanno arrestato un medico e studente di medicina di Gaza mentre si recava in Italia per proseguire gli studi.

Martedì Quds News Network ha riferito che il dottor Mahmoud Talal al-Najjar era stato fermato lunedì dopo aver lasciato Gaza attraverso il valico di Kerem Abu Salem e portato in un luogo sconosciuto.

La sua famiglia afferma di non aver ricevuto alcuna informazione sul suo destino o sul luogo di detenzione.

Secondo Attia al-Najjar, fratello del medico, Mahmoud era finalmente riuscito a ottenere i permessi necessari per lasciare Gaza dopo mesi di sforzi ed era atteso all’Università di Tor Vergata a Roma, dove avrebbe dovuto continuare gli studi di medicina e la specializzazione.

L’arresto ha suscitato particolare attenzione perché al-Najjar è l’unico superstite della sua famiglia.

Il 25 ottobre 2024, un attacco israeliano aveva colpito la casa di famiglia a Jabalia, nel nord di Gaza, uccidendo la moglie, Alaa Salem, e i loro quattro figli: Reenat, Yazan, Muhammad e Amr.

L’attacco aveva ucciso anche un fratello e alcuni membri della famiglia del fratello, nonché lo zio e alcuni membri della famiglia dello zio.

Secondo i parenti, al-Najjar aveva pubblicato tre articoli di ricerca accademica e sperava di completare la sua specializzazione all’estero prima di tornare a servire i palestinesi a Gaza.

Le uccisioni israeliane continuano

L’arresto è avvenuto mentre gli attacchi israeliani continuano in tutta la Striscia di Gaza, nonostante l’accordo di cessate il fuoco.

Fonti locali hanno confermato l’uccisione di Ali Yasser al-Adini, colpito a morte dalle forze israeliane vicino a Hamad City, a nord-ovest di Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza.

In precedenza, un palestinese era stato ucciso e altri due feriti quando un drone israeliano aveva colpito il posto di blocco di Al-Farouq nel quartiere di Al-Zawaida, nella Striscia di Gaza centrale.

Fonti hanno identificato la vittima come Khamis Juwaifel. I feriti sono stati trasportati in ospedale per le cure.

Le forze di occupazione israeliane hanno inoltre condotto operazioni di demolizione a est di Khan Younis e a est di Gaza City, mentre bombardamenti di artiglieria e sparatorie hanno preso di mira diverse aree nella parte orientale della Striscia.

Le forze israeliane continuano a violare il cessate il fuoco con attacchi di droni, bombardamenti, demolizioni e attacchi contro aree civili.

Rimangono in vigore anche le restrizioni alla circolazione di aiuti umanitari, merci e spostamenti.

Secondo i dati diffusi dal Ministero della Salute palestinese, 935 palestinesi sono stati uccisi e 2.860 feriti dall’entrata in vigore del cessate il fuoco il 10 ottobre. Il ministero ha inoltre segnalato 781 dimissioni nello stesso periodo.

Il ministero ha affermato che il bilancio complessivo della campagna militare israeliana a Gaza, iniziata il 7 ottobre 2023, ha raggiunto i 72.797 morti e 172.967 feriti, sottolineando il devastante impatto umano della guerra nonostante gli accordi di cessate il fuoco rimangano formalmente in vigore.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Gli ospedali chiudono e si esauriscono i medicinali. Dopo Gaza adesso Israele sta provocando il collasso del sistema sanitario in Cisgiordania

Amira Hass

31 maggio 2026 – Haaretz

Nelle farmacie pubbliche manca la maggior parte dei farmaci e molti pazienti non possono permettersi di acquistarli sul mercato privato. La confisca da parte di Israele delle entrate doganali ha peggiorato in modo significativo il debito del Ministero della Sanità palestinese, che avverte: presto non saremo più in grado di fornire i servizi sanitari essenziali.

Il sistema sanitario palestinese teme un peggioramento della condizione dei pazienti con malattie croniche in Cisgiordania ed un aumento del tasso di mortalità, a causa delle gravi difficoltà di bilancio dell’Autorità Palestinese e dell’impoverimento della sua popolazione. Il debito accumulato dal Ministero della Sanità palestinese nei confronti dei fornitori esterni, 2,6 miliardi di shekel [780 milioni di euro ca.], equivale quasi al suo bilancio attuale, 2,89 miliardi di shekel [870 milioni € ca.]

Come tutti i dipendenti del settore pubblico, anche i medici e gli infermieri ricevono metà del salario, o anche meno. La maggior parte dei farmaci non è disponibile nelle farmacie pubbliche e le scorte di farmaci salva-vita, come quelli per il cancro e le malattie renali, si stanno riducendo. Molti pazienti coperti dall’ assicurazione sanitaria pubblica non possono permettersi di acquistare le medicine nel mercato privato.

Gli operatori sanitari all’interno e fuori dal sistema pubblico definiscono la situazione “sull’orlo del collasso”. La settimana scorsa, prima della festività di Eid al-Adha [Festa del Sacrificio, seconda festività più importante del calendario islamico, ndt.], il Ministero della Sanità palestinese ha segnalato che la capacità di fornire servizi medici essenziali è a rischio, sottolineando che la crisi nel settore pubblico ha creato una reazione a catena, danneggiando anche istituzioni sanitarie di organizzazioni non governative e il settore privato.

Le due cause dirette e principali di questa situazione sono il sequestro da parte del Ministero delle Finanze israeliano delle entrate doganali sulle importazioni dell’Autorità Palestinese (detratti automaticamente dal Ministero i pagamenti dell’AP per la fornitura di prodotti come acqua e elettricità), e il divieto per circa 170.000 palestinesi di ritornare al loro lavoro in Israele.

Dall’inizio di maggio i medici e gli infermieri del settore pubblico palestinese in Cisgiordania sono scesi in sciopero per non aver ricevuto il salario pieno da diversi anni. Anche prima dello sciopero il personale lavorava solo part-time, come altri dipendenti del settore pubblico.

Gli ospedali pubblici forniscono solo cure salva-vita e la loro qualità è compromessa a causa della carenza di personale, dell’insufficienza di medicine e di attrezzature mediche disponibili e della difficoltà nel reperire risorse per la normale manutenzione e le riparazioni delle attrezzature esistenti. Lo sciopero coinvolge anche 447 cliniche del Ministero della Sanità, su un totale di 590 operative in Cisgiordania. Perciò sono anche compromessi i servizi di cura e monitoraggio per le donne incinte, le madri e i neonati, i bambini disabili e gli scolari.

Il debito di circa 2.6 miliardi di shekel (780 milioni di euro) accumulato dal Ministero della Sanità è suddiviso equamente tra gli ospedali non governativi – dove i pazienti sono indirizzati per le cure – e circa 30 aziende farmaceutiche di produzione e importazione.

Questa è l’opinione del Ministro della Sanità palestinese dr. Majed Abu Ramadan, che ha presentato queste osservazioni la settimana scorsa ad un incontro con rappresentanti delle aziende farmaceutiche. I rappresentanti hanno appreso da lui che su 1.260 tipi di farmaci che il Ministero della Sanità acquista regolarmente attualmente ce ne sono 260 nei magazzini e sugli scaffali.

Uno dei partecipanti a questo incontro era l’ex Ministro della Sanità dr. Fathi Abu Moghli, oggi membro dell’Associazione Produttori Farmaceutici. “Il dr. Abu Ramadan ha chiesto alle case farmaceutiche di resistere e continuare a fornire farmaci al Ministero, nonostante il debito a loro dovuto, che ha raggiunto 1.3 miliardi di shekel (390 milioni di euro)”, ha detto a Haaretz Abu Moghli, aggiungendo che molte aziende non sarebbero in grado di soddisfare questa richiesta poichè non dispongono più del capitale necessario ad acquistare i medicinali all’estero.

Il direttore dell’Associazione Produttori Farmaceutici, Muhannad Habash, ha detto che nel 2025 le aziende hanno fatto quanto loro possibile per continuare a fornire medicinali a credito, ma stanno faticando a farlo ancora quest’anno. In un’intervista a Radio Al-Raya Habash ha detto che dall’inizio dell’anno il Ministero della Sanità ha pagato solo 16 milioni di shekel (4 milioni e 800mila euro) ai fornitori farmaceutici.

Uno dei sei impianti produttivi farmaceutici in Cisgiordania è Dar al-Shifa (Pharmacare) il cui direttore, Bassem Khoury, afferma che il Ministero della Sanità gli deve circa 20 milioni di shekel. “Ma continueremo a fornire al Ministero i farmaci che produciamo, come antibiotici per bambini e farmaci per la cura del diabete e la pressione alta, poichè è un nostro dovere verso la comunità”, ha dichiarato a Haaretz Khoury, aggiungendo che il debito del Ministero della Sanità verso altre aziende è molto più alto.

L’altra metà dell’ingente debito è verso gli ospedali privati. “Gli ospedali pubblici hanno bravi medici, ma la lista d’attesa per gli interventi è molto lunga”, ha detto a Haaretz S., un chirurgo palestinese che lavora in ospedali non profit a Gerusalemme e in Cisgiordania. Abu Moghli afferma che a causa delle croniche difficoltà di bilancio il Ministero della Sanità non è stato in grado di aumentare il numero del personale medico nel corso degli anni, nonostante molti laureati in medicina e infermieristica siano disoccupati.

Lo scarso numero di medici nel sistema pubblico è uno dei motivi per cui il Ministero della Sanità indirizza i pazienti agli ospedali privati, come An-Najah a Nablus (un ospedale universitario), Istishari Arab Hospital a Ramallah e due ospedali a Gerusalemme est, Makassed Hospital e Augusta Victoria Hospital, l’accesso ai quali necessita di un permesso israeliano di spostamento. I pazienti sono anche indirizzati per le cure in Giordania e, meno frequentemente che in passato, in Israele.

Nel 2024 vi sono stati 96.000 deferimenti per cure esterne, che costano al Ministero della Sanità palestinese circa 960 milioni di shekel (290 milioni di euro). Fino a ottobre 2023 il Ministero ha anche coperto il trasferimento di pazienti dalla Striscia di Gaza alla Cisgiordania e a Gerusalemme.

A causa del debito dell’Autorità Palestinese verso gli ospedali privati, ha detto il chirurgo S. a Haaretz, questi ospedali sono anche costretti a ridurre i salari dei propri dipendenti e alcuni loro conti bancari sono scoperti. Ai pazienti viene addirittura richiesto di pagare parte dei dispositivi essenziali per la chirurgia disponibili, ha detto. Alcuni pazienti contraggono prestiti o contano sull’aiuto di amici per acquistare i loro farmaci regolari.

Medici e pazienti testimoniano che per via della chiusura delle cliniche la pressione nei pronto soccorso negli ospedali pubblici e negli istituti medici non governativi non ha fatto che crescere. Lo stress e le lunghe attese per gli esami medici creano tensione tra i pazienti e i loro familiari, gli altri pazienti e il personale medico. Sono anche stati riportati casi di violenza verso i medici.

La crisi del sistema sanitario è dovuta a due fattori addizionali, segnala il dr. Mustafa Barghouti, direttore della Palestinian Medical Relief Society, che fornisce servizi medici non profit. Secondo lui il numero di persone che richiedono cure presso le cliniche dell’organizzazione è anch’esso aumentato. Un fattore è dato dallo sforzo diretto e dichiarato da parte di Israele di cacciare dall’area l’UNRWA – UN Relief and Works Agency for Palestine Refugees in Medio Oriente – e organizzazioni di aiuti internazionali come Doctors Without Borders, nonchè l’ordine di chiusura di parecchie organizzazioni della società civile palestinese. Tutte queste organizzazioni sono state costrette a ridurre le prestazioni mediche che fornivano o agevolavano.

Un altro fattore, ha spiegato, sono gli oltre 1.000 checkpoint e posti di blocco permanenti sulle strade della Cisgiordania, che impediscono l’accesso veloce alle cure e costringono il personale medico e le ambulanze a percorrere strade complicate e tortuose o a trasferire i pazienti e i feriti da spari israeliani utilizzando la modalità “back-to back” in base alla quale un paziente viene portato con un veicolo o una barella ad un cancello chiuso o un posto di blocco all’uscita da una località e poi trasferito su un’ambulanza all’altro lato. Questo è un aggravio di bilancio e inoltre compromette la disponibilità del personale. L’allungamento del tempo di viaggio, che include lunghe attese ai checkpoint gestiti dai soldati, accresce anche i costi del viaggio e a volte il personale medico è costretto a pagare personalmente le spese e a lottare per avere i rimborsi.

S. ricorda un medico specialista che non è riuscito a eseguire un’operazione urgente all’ospedale di Hebron a causa di un’incursione dell’esercito nel suo villaggio e della chiusura dell’accesso.

B., madre di un figlio affetto da paralisi cerebrale, non lo manda più in una scuola speciale a Ramallah perché la strada diretta per uscire dal loro villaggio dal 7 ottobre è stata chiusa da una grata di ferro sbarrata. “La corsa con un taxi speciale è diventata più costosa e mio marito ha smesso di lavorare in Israele. Per un po’ ho potuto ancora pagare i farmaci per mio figlio, ma non li compro da due settimane.”, ha detto. Secondo il dr. Barghouti: “Se si mettono insieme tutti i fattori che determinano la crisi del sistema sanitario la conclusione è che questo è il risultato di un piano accurato e calcolato

Il Ministero della Sanità ha creato una squadra di emergenza guidata dal direttore generale del ministero, Wael al-Sheikh (fratello di Hussein al-Sheick, vicepresidente dell’Autorità Palestinese). Ogni tanto una donazione risolve un’emergenza o l’altra. L’Unione Europea assiste l’ospedale Augusta Victoria e, secondo Abu Moghli, ha anche promesso di trasferire 23 milioni di euro agli ospedali della Cisgiordania e una analoga cifra ai fornitori farmaceutici. Ma queste somme sono trascurabili a confronto del debito totale del ministero.

L’economia palestinese era vacillante anche prima che la confisca delle entrate doganali diventasse una prassi. Già nel 2013 un rapporto della Banca Mondiale affermò che il controllo israeliano sulla maggior parte della Cisgiordania impedisce la realizzazione delle potenzialità economiche della società palestinese e le provoca perdite che ammontano a diversi miliardi di dollari all’anno (3,4 miliardi di dollari nel 2011). Queste costanti perdite hanno creato una dipendenza dalle donazioni estere, che sono diminuite nel corso degli anni, e hanno avuto un impatto diretto sui limitati bilanci per lo sviluppo e sui magri bilanci dei ministeri sociali, come quelli dell’educazione e della sanità.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Secondo un sondaggio quasi la metà dei giovani ebrei statunitensi vorrebbe sostituire Israele con uno Stato binazionale.

The Forward e Arno Rosenfeld

31 maggio 2026 Haaretz

I dati segnalano un cambiamento generazionale nel sostegno statunitense a uno Stato binazionale in Israele, in accordo con una delle principali rivendicazioni delle proteste antisioniste nei campus universitari e non solo. Questo anche se la maggior parte delle principali organizzazioni ebraiche classifica la richiesta di un unico Stato come espressione di antisemitismo

Secondo un sondaggio condotto dal Jewish Voter Resource Center [osservatorio sui dati dell’elettorato ebraico, ndt.] quasi la metà degli ebrei americani sotto i 35 anni ritiene che il conflitto israelo-palestinese dovrebbe essere risolto creando un unico Stato che comprenda Israele, la Cisgiordania e Gaza, con un governo eletto sia da israeliani che da palestinesi.

I risultati segnalano un cambiamento generazionale nel sostegno statunitense a uno Stato binazionale in Israele, riflettendo una delle principali rivendicazioni delle proteste antisioniste nei campus universitari e non solo, anche se la maggior parte delle principali organizzazioni ebraiche classifica le richieste di un unico Stato come espressione di antisemitismo.

“La crescente disaffezione dei giovani ebrei americani nei confronti di Israele è una diretta conseguenza delle politiche di Bibi Netanyahu e del modo in cui l’establishment ebraico americano ha preteso lealtà incondizionata verso Israele, a prescindere dal fatto che sia giusto o sbagliato”, ha affermato Jeremy Ben-Ami, presidente di J Street, un gruppo di pressione progressista. “Stanno raccogliendo i frutti di ciò che hanno seminato; questo è il risultato.”

Ben-Ami ha citato, tra le altre cose, la distruzione causata dalla guerra di Israele a Gaza, in cui si stima siano stati uccisi 70.000 palestinesi e distrutto oltre l’80% delle infrastrutture dell’enclave, e la crescente violenza perpetrata dai coloni ebrei in Cisgiordania.

I dati alimentano inoltre un dibattito sempre più acceso sulla percentuale di ebrei negli Stati Uniti che si definiscono sionisti. Le Federazioni ebraiche del Nord America hanno preso a diffondere all’inizio di quest’anno dati che mostrano come circa il 90% degli ebrei americani continui a sostenere l’esistenza di Israele come Stato ebraico e democratico, mentre solo il 37% si definisce “sionista”.

Il sondaggio del Jewish Voter Resource Center, pubblicato giovedì, mette in discussione questi risultati. Secondo l’indagine, il 24% degli adulti ebrei intervistati sostiene la soluzione al conflitto con uno Stato unico, quasi il doppio rispetto al 13% che solo due anni fa si dichiarava favorevole ad uno Stato binazionale. Sebbene per il sondaggio del 2024 non siano disponibili dati disaggregati per fasce d’età, un’indagine dell’American Jewish Committee del 2022 ha rilevato che il 23% degli ebrei americani di età compresa tra i 25 e i 40 anni era favorevole a uno Stato binazionale.

Secondo il nuovo sondaggio metà degli ebrei non ortodossi sotto i 35 anni, il 51%, sostiene uno Stato binazionale.

Le Federazioni ebraiche del Nord America hanno rifiutato di commentare.

Questa brusca inversione di tendenza si verifica in un momento di trasformazione nel modo in cui gli americani vedono Israele; dal 2022 il gradimento verso Israele è crollato in quasi tutti i gruppi demografici, e il crollo si è esteso anche agli ebrei. Un sondaggio del Washington Post ha rilevato che il 61% degli adulti ebrei ha affermato che Israele ha commesso crimini di guerra contro i palestinesi a Gaza, mentre il 39% lo ritiene colpevole di genocidio.

Questo cambiamento nell’opinione pubblica acuisce ulteriormente la spaccatura tra gli ebrei israeliani e quelli americani. Mentre molti ebrei negli Stati Uniti sono indignati dalla condotta di Israele a Gaza in seguito all’attentato terroristico di Hamas del 7 ottobre, gli ebrei israeliani hanno manifestato un senso di crescente vulnerabilità e alcuni hanno interpretato il massacro come la fine di ogni possibilità per Israele di rinunciare al controllo sui territori occupati o di concedere pari diritti ai palestinesi.

Un sondaggio condotto dall’Università di Tel Aviv lo scorso anno ha rilevato che solo il 15% degli ebrei israeliani sosteneva la soluzione dei due Stati, mentre il 29% voleva annettere la Cisgiordania e Gaza senza offrire la cittadinanza ai palestinesi che vi risiedono. Solo l’1% degli ebrei israeliani era favorevole a “uno Stato binazionale con diritti civili”.

Interpellati più nel dettaglio sulla possibilità di una soluzione a uno Stato, il 3% degli ebrei israeliani ha dichiarato che la sosterrebbe solo se ai palestinesi venissero concessi pari diritti, mentre il 37% ha affermato di sostenerla anche se ai palestinesi non venissero concessi pieni diritti.

Jeremy Pressman, studioso del conflitto israelo-palestinese presso l’Università del Connecticut, ha affermato che i giovani ebrei americani non hanno mai vissuto Israele come potenza vulnerabile e svantaggiata, a differenza delle generazioni più anziane che hanno assistito alla nascita dello Stato o alla sua vittoria nelle guerre arabo-israeliane del 1967 e del 1973; sono cresciuti al contrario in gran parte sotto governi di destra e hanno assistito alla violenza israeliana contro i palestinesi sui social media. “Questo crea un divario tra la visione dominante del conflitto da parte degli ebrei israeliani e la visione di centrosinistra, o talvolta di estrema sinistra, degli ebrei americani”, ha dichiarato Pressman in un’intervista.

Il Jewish Voter Resource Center, affiliato al Jewish Democratic Council of America, ha intervistato 800 elettori ebrei registrati [al voto], con un margine di errore di +/- 3,5 punti percentuali e di +/- 6,9 punti percentuali per gli ebrei sotto i 35 anni.

A Boston Asher Kaplan Leba, leader della Rete delle Sinagoghe del Massachusetts su Israele/Palestina, ha affermato che molti ebrei sono disillusi riguardo alla soluzione a due Stati poiché il governo israeliano ha intrapreso azioni come l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania che sembrano renderne più difficile l’attuazione.

“È stata la mia posizione per molti anni”, ha detto Leba, 32 anni. “Ma non voglio passare il resto della mia vita adulta ad aspettare che i despoti etno-nazionalisti che controllano Israele, con i quali non condivido alcun valore, cambino.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Perché i nemici europei di ebrei e palestinesi hanno sposato il sionismo

Joseph Massad

31 maggio 2026 – Middle East Eye

Imperialisti protestanti, governi antisemiti e coloni sionisti, tutti hanno cercato di privare i palestinesi della loro patria. Dopo due secoli non ci sono ancora riusciti.

In seguito all’espulsione dei crociati cattolici e allo smantellamento della loro colonia di insediamento “Regno Latino” nei secoli XII° e XIII°, la Palestina è rimasta nel mirino dei cristiani fanatici d’Europa. Ai seguaci della nuova incarnazione della Cristianità, il protestantesimo, si unirono poi gli imperialisti fanatici alla fine del XVIII° secolo.

Da allora i nemici europei del popolo palestinese hanno insistito nei tentativi di privarli della loro patria.

Napoleone Bonaparte conquistò la Palestina centro-meridionale, marciando da Gaza a Giaffa tra il febbraio e il maggio del 1799 prima di essere sconfitto ad Acri. Il suo proclama dell’aprile 1799, ispirato da pensatori ugonotti, i protestanti francesi, sollecitava gli ebrei europei a colonizzare il Paese, ma rimase inascoltato.

Nel contempo dalla fine del XVIII° secolo i britannici cercarono attivamente di convertire gli ebrei europei al protestantesimo anglicano e mandarli in Palestina per derubare i palestinesi della loro patria, per accelerare contemporaneamente il ritorno di Gesù Cristo.

Oltre ai regimi britannico e francese i nemici dei palestinesi includevano gli evangelici bianchi protestanti americani, gli evangelici inglesi, i protestanti scozzesi e gli evangelici tedeschi, e nel XIX° secolo tutti fondarono colonie di protestanti bianchi in Palestina.

Alla fine del XIX° secolo ad essi si unirono coloni ebrei russi, l’Organizzazione Sionista fondata da Theodor Herzl nel 1897 ed ebrei borghesi europei che finanziarono entrambi.

Prima della fine della Prima Guerra Mondiale a questi implacabili nemici del popolo palestinese si sarebbero aggiunti i regimi della maggioranza dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti. Tutti ancor oggi continuano ad essere altrettanto determinati nel derubare i palestinesi della loro patria.

Per essere chiari, tutti questi nemici dei palestinesi erano altrettanto nemici degli ebrei europei. Politici britannici e protestanti evangelici bianchi intendevano insediarsi in Palestina e convertire gli ebrei europei in modo che, in quanto fedeli protestanti, potessero unirsi a loro per colonizzare il Paese.

L’impero protestante britannico era il principale sostenitore dei tentativi di convertire gli ebrei europei prima di sbarazzarsi di loro come coloni in Palestina.

Nemici condivisi

L’Organizzazione Sionista era correttamente considerata nemica degli ebrei da tutti i principali settori della società ebraica europea e americana.

Essi comprendevano, tra gli altri, i rabbini sia dell’ebraismo ortodosso che riformato, che cacciarono Herzl e il suo primo congresso sionista da Monaco nel 1897; gli ebrei liberali assimilati in Gran Bretagna, USA, Francia e Germania; gli ebrei socialisti e comunisti dell’Europa orientale e in Russia.

La borghesia ebraica dell’Europa occidentale e l’intelligentsia degli ebrei assimilati si opposero all’immigrazione nell’Europa occidentale degli ebrei poveri dell’Europa orientale temendo che ciò avrebbe danneggiato le conquiste degli ebrei europei occidentali e alimentato l’antisemitismo.

Volevano invece cacciarli tutti quanti dall’Europa, un obiettivo condiviso dai governi antisemiti dell’Europa occidentale, facilitando e finanziando la loro emigrazione verso le Americhe o in Palestina come coloni.

Invece di aiutarli a superare la povertà e lottare per i loro diritti nei propri Paesi, come intendeva fare l’antisionista Sindacato Internazionale degli Ebrei, il Bund, organizzazione sindacale fondata anch’essa nel 1897, finanziarono la loro partenza.

Tutti questi gruppi e Paesi oggi affermano di amare gli ebrei, equiparando questo loro sostegno al quello riservato al sionismo, a cui molti ebrei continuarono ad opporsi fino alla Seconda Guerra Mondiale in quanto movimento antiebraico sponsorizzato dalle potenze antisemite. Alcuni sostengono persino di amare i palestinesi, identificando il loro sostegno con quello per il regime collaborazionista dell’Autorità Palestinese alla Quisling [politico norvegese che collaborò con gli occupanti nazisti e diventato sinonimo di traditore, ndt.]

In effetti tutti di loro continuano ad essere nemici di entrambi i popoli. L’asserito amore degli USA e degli europei per l’antiebraica Organizzazione Sionista e l’antipalestinese Autorità Palestinese segue la stessa logica.

Ridefinire l’antisemitismo

Ironicamente dopo il 1917, e soprattutto dopo il 1945, l’antisemitismo dei cristiani, del sionismo ebraico e dell’imperialismo protestante è stato identificato da chi lo sostiene come una posizione “filo-ebraica”, mentre gli ebrei antisionisti risultano essere rappresentati da questi stessi sionisti antisemiti, soprattutto dopo il 1967, come “antisemiti” ed “ebrei che odiano se stessi”.

Allo stesso modo la lotta anticolonialista dei palestinesi contro la colonizzazione cristiana ed ebraica del loro Paese e la tutela imperialista fin dal XIX°secolo viene dipinta da questi stessi poteri imperialisti, colonialisti e antisemiti come una “lotta antisemita”.

Contro le opinioni di molti ebrei il sionismo ha sostenuto di rappresentare tutti gli ebrei, cercando nel contempo di colonizzare la Palestina in loro nome. La resistenza palestinese a questa colonizzazione è poi stata etichettata non come una “lotta anticolonialista” ma come un’ostilità verso il suo presunto “carattere ebraico”.

Questa propaganda illogica ha convinto, e ancora lo fa, solo antisemiti, imperialisti e loro sostenitori razzisti.

È vero che dal 1948, e ancor di più dal 1967, la maggioranza degli ebrei europei e statunitensi si è convertita dall’antisionismo al non-sionismo e filo-sionismo. Eppure nel corso dell’ultimo quarto di secolo una parte importante dell’ebraismo occidentale ha rivendicato le sue posizioni antisioniste e ora si oppone fermamente alla colonizzazione e alle guerre genocide di Israele.

Tra i palestinesi, nonostante la subalternità della loro lotta per la liberazione iniziata a metà degli anni ‘70, un processo culminato nella resa finale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina a Israele nel 1993 [si riferisce a gli accordi di Oslo, ndt.], molti continuano a resistere quotidianamente contro le predazioni colonialiste e gli inimmaginabili sadismo e razzismo coloniali e genocidi di Israele.

Eppure i nemici di entrambi i popoli continuano ad impegnarsi nel sostegno al sionismo, il movimento ebraico più antisemita nella storia dell’ebraismo, e all’Autorità Palestinese vichysta [riferimento al governo filo-nazista francese di Vichy, ndt.], la cui totale subordinazione ai e collaborazione con i progetti imperialisti di USA ed Europa è ugualmente senza precedenti nella storia palestinese.

Questo oggi è l’impasse che sta davanti agli sponsor statunitensi ed europei di Israele. Essi continuano ad essere incrollabilmente impegnati a favore di un mondo in cui possono obbligare tutti i palestinesi a sottomettersi alle politiche colonialiste e genocide di Israele e minacciare di scomunica tutti gli ebrei antisionisti.

La resistenza continua

La guerra scatenata contro i palestinesi e i loro sostenitori ebrei e cristiani, per non parlare di quelli musulmani, non si è mai placata dall’inizio del XIX° secolo, nonostante il suo totale fallimento nell’ottenere il furto totale della patria palestinese o nel garantire la sopravvivenza del colonialismo di insediamento israeliano.

Mentre questo mese Israele ha segnato il suo settantottesimo compleanno, i media occidentali e i loro magnati, affaristi occidentali, ossequiose università occidentali impegnate a sopprimere la libertà accademica e a confermare le loro convinzioni sulla sicurezza nazionale, e i poteri repressivi e giudiziari dei regimi oppressivi di USA ed Europa hanno continuato a mobilitarsi con il compito di salvaguardarlo.

Dopo due secoli di sostegno e complicità con il furto della Palestina, questi nemici del popolo palestinese non sono riusciti a portare a termine il loro compito colonialista. Eppure il loro impegno per privare i palestinesi della loro patria rimane come sempre accanito.

La resistenza palestinese ha dimostrato di non essere meno tenace. Come quella dei suoi predecessori del XII° e XIII° secolo, che cacciarono i colonialisti cattolici crociati, non è mai finita da quando i colonialisti americani evangelici protestanti hanno formato molte colonie in Palestina nel XIX° secolo. La prima, “Mount Hope” [Monte Speranza] venne fondata a Giaffa nel 1851, seguita dalla “American Mission Colony” [Colonia della Missione Americana] nel 1854 e molte altre in seguito, tutte alla fine smantellate.

Questa resistenza contro gli altrettanto fanatici colonialisti sionisti e le loro strutture su tutto il territorio dei palestinesi, chiamato Israele, continua tuttora. Sono questa resistenza e la solidarietà globale che essa ha promosso, anche tra gli ebrei d’Occidente, che si oppone ai progetti predatori orditi continuamente dai nemici colonialisti occidentali dei palestinesi e dai loro agenti locali.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Joseph Massad è docente di politica araba contemporanea e storia intellettuale alla Columbia University, a New York. È autore di molti saggi ed articoli accademici e giornalistici. I suoi libri includono Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan [Effetti del colonialismo: la formazione dell’identità nazionale in Giordania]; Desiring Arabs [Arabi desideranti]; The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians, [La persistenza della questione palestinese: saggio su sionismo e palestinesi] e più di recente Islam in Liberalism [L’Islam nel liberalismo].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)