Rapporto del Segretario Generale delle Nazioni Unite accusa le forze israeliane di stupro e abuso sessuale su detenuti palestinesi

Liza Rozovsky

29 maggio 2026 – Haaretz

Il Segretario Generale dell’ONU António Guterres ha aggiunto le forze di sicurezza israeliane alla lista delle Nazioni Unite di soggetti accusati di violenza sessuale nei conflitti. Il rapporto cita diversi casi di stupro e altre violenze sessuali commesse dalle forze israeliane contro detenuti palestinesi in custodia e durante gli interrogatori.

Secondo una relazione annuale presentata al Consiglio di Sicurezza di cui Haaretz ha preso visione il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres ha aggiunto le forze di sicurezza israeliane a una lista ONU di soggetti accusati di violenza sessuale nei conflitti.

Il rapporto afferma che le Forze di Difesa, il Servizio Carcerario e l’Unità Antiterrorismo della Polizia di Frontiera di Israele sono responsabili di abusi denunciati contro i palestinesi, principalmente nei centri di detenzione, e invita Israele a prevenire tali violazioni e a perseguire i responsabili.

In base al rapporto del Segretario Generale sulla violenza sessuale in situazioni di conflitto, nel 2025 le Nazioni Unite hanno verificato numerosi casi di violenza sessuale connessi al conflitto israelo-palestinese, inclusi casi di tortura. Il rapporto afferma che le Nazioni Unite hanno identificato 31 vittime provenienti dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania: quattordici uomini, sette donne, nove minorenni e una ragazza. Tredici di questi casi si sono verificati nel 2025, mentre diciotto nel 2023 e nel 2024.

“Le violazioni citate consistono in stupri, anche con oggetti, stupri di gruppo, tentati stupri, violenze fisiche ai genitali, sparatorie mirate ai genitali, toccamenti al seno e ai genitali, perquisizioni corporali e ispezioni delle cavità corporee condotte senza apparente giustificazione per ragioni di sicurezza, nudità forzata e minacce di stupro”, si legge nel rapporto.

Secondo il rapporto nove vittime, la maggior parte delle quali abitanti di Gaza, sono state sottoposte a stupri e stupri di gruppo, in alcuni casi ripetutamente.

Il rapporto afferma che la maggior parte dei reati è stata commessa durante la detenzione e l’interrogatorio di palestinesi in diverse strutture, tra cui campi militari come la base di Sde Teiman e il centro di detenzione di Etzion, nonché nelle prigioni israeliane di Megiddo, Ofer, Ramla, HaSharon, Shatta, Nafha e Damon e nella stazione di polizia di Gush Etzion.

Riferisce inoltre che le forze di sicurezza hanno aggredito palestinesi ai posti di blocco e durante le operazioni militari in Cisgiordania, aggiungendo che tra le vittime figurano giornalisti e difensori dei diritti umani.

Il rapporto indica che molti dei casi denunciati riguardano molteplici forme di violenza sessuale avvenute simultaneamente e in alcuni casi documentate tramite filmati o fotografie, tra cui almeno uno stupro. Descrive gli abusi subiti dalle detenute come minacce di stupro, nudità forzata, contatti fisici indesiderati e umilianti perquisizioni corporali effettuate senza evidente giustificazione per motivi di sicurezza.

Uomini e ragazzi sarebbero stati vittime di stupro o tentato stupro e di violenze dirette ai genitali, «con la conseguenza che cinque vittime di sesso maschile hanno sofferto di gravi emorragie rettali o gonfiori per diversi giorni o settimane e in alcuni casi non hanno ricevuto cure mediche».

Il documento afferma inoltre che gli effetti a lungo termine della violenza sessuale sui detenuti rilasciati e rimpatriati a Gaza sono stati aggravati dalle pessime condizioni di vita e aggiunge che la crisi umanitaria e i ripetuti spostamenti di massa nell’enclave hanno esposto donne e ragazze a un rischio maggiore di violenza sessuale.

La relazione cita inoltre le conclusioni della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta dell’ONU sui Territori palestinesi occupati, inclusa Gerusalemme Est, e su Israele, che, vi si legge, ha ripetutamente documentato quella che definisce una “sistematica mancanza di assunzione di responsabilità” per le violazioni contro i palestinesi, contribuendo così a creare “un clima di impunità“.

Si fa riferimento a un caso in cui cinque riservisti israeliani sono stati incriminati nel febbraio 2025 per una grave aggressione avvenuta nel campo militare di Sde Teiman, ma si afferma che l’atto d’accusa non includeva accuse di violenza sessuale o stupro, nonostante le prove presentate, tra cui materiale video e referti medici. Il rapporto aggiunge che tutte le accuse sono state ritirate nel marzo 2026, ammonendo che tali esiti rischiano di “rafforzare un clima di impunità che potrebbe favorire il ripetersi di reati di violenza sessuale nel corso del conflitto”.

Le forze di sicurezza israeliane sono state menzionate insieme ad Hamas, che è stato inserito nella lista nera delle Nazioni Unite lo scorso anno per le violenze sessuali commesse dai suoi membri il 7 ottobre e nei confronti degli ostaggi.

L’elenco comprende anche una serie di attori statali e non statali, tra cui Hayat Tahrir al-Sham [organizzazione politica-paramilitare sunnita coinvolta nella guerra civile in Siria, ndt.], lo Stato Islamico, le forze governative siriane guidate da Bashar al-Assad, l’esercito sudanese e le milizie alleate, l’esercito nazionale somalo e al-Shabaab, nonché le forze armate russe.

Sulla base del documento il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha scritto di aver avvertito l’ anno scorso sia la Russia che Israele di porre fine agli atti di violenza sessuale e di adottare misure per prevenire gli abusi istituzionali e assicurare i responsabili alla giustizia. Ha affermato che i due Paesi non hanno adottato misure preventive adeguate e hanno continuato a bloccare l’accesso agli organismi di monitoraggio delle Nazioni Unite competenti.

Il rapporto rileva che i casi verificati riflettono probabilmente solo una parte di un modello più ampio. Le Nazioni Unite affermano che le loro conclusioni dovrebbero essere considerate indicative piuttosto che esaustive, citando quello che descrivono come un continuo diniego di accesso da parte di Israele alle strutture di detenzione e a Gaza. Dicono inoltre che le segnalazioni di violenze sessuali rimangono difficili a causa di quelle che definiscono minacce esplicite da parte delle forze armate e di sicurezza israeliane volte a costringere i detenuti a non denunciare gli abusi.

Il rapporto rileva inoltre che la rappresentante speciale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale nei conflitti, Pramila Patten, è rimasta in contatto con il governo israeliano e la società civile in seguito all’avvertimento lanciato ad Israele lo scorso anno, secondo il quale il Paese avrebbe potuto essere inserito nella lista nera. Tuttavia, Israele non ha fornito informazioni che indicassero l’adozione delle misure previste dalle Nazioni Unite.

Nel gennaio 2025 Haaretz ha riportato che Patten aveva cercato di approfondire la sua indagine sulla violenza sessuale contro gli israeliani durante il massacro del 7 ottobre perpetrato da Hamas, ma non aveva potuto effettuare una seconda visita in Israele dal momento che le autorità le avevano negato l’accesso alle strutture in cui sono detenuti i palestinesi. Patten è anche autrice del rapporto delle Nazioni Unite più completo fino ad oggi sulla violenza sessuale nel corso dell’attacco del 7 ottobre perpetrato da Hamas.

Guterres ha esortato il governo israeliano a “cessare immediatamente ogni atto di violenza sessuale” e ad attuare rapidamente gli impegni volti ad affrontare e prevenire tali abusi. Ha inoltre chiesto che i responsabili delle violenze sessuali nel massacro del 7 ottobre siano chiamati a risponderne, sottolineando al contempo l’importanza del giusto processo. Il rapporto afferma che le Nazioni Unite non hanno ricevuto informazioni da Israele in merito a eventuali incriminazioni per violenza sessuale contro palestinesi detenuti per il loro presunto ruolo nell’attacco del 7 ottobre.

Nella relazione il Segretario generale delle Nazioni Unite ha ribadito il suo appello a Israele affinché “cessi immediatamente ogni atto di violenza sessuale” e attui “impegni con scadenza definita” per prevenire tali abusi. Ha inoltre esortato Israele a garantire “accesso illimitato” agli organi delle Nazioni Unite per indagare sulle presunte violazioni, comprese le violenze sessuali legate al conflitto, e ha chiesto che i responsabili dei crimini commessi durante gli attentati del 7 ottobre e successivamente siano chiamati a risponderne “nel rispetto del giusto processo”, esortando al contempo Hamas ad adottare misure per contrastare la violenza sessuale.

Secondo il rapporto le Nazioni Unite non hanno ancora ricevuto da Israele informazioni relative alle incriminazioni per violenza sessuale mosse contro i palestinesi detenuti in Israele con l’accusa di aver partecipato al massacro del 7 ottobre. Il rapporto sottolinea inoltre che Israele dovrebbe garantire che i prigionieri palestinesi siano trattati «in modo dignitoso» e indagare e perseguire tutte le accuse di violenza sessuale nei confronti dei detenuti.

I crimini sessuali di Hamas sono stati descritti in dettaglio anche negli ultimi due rapporti annuali, pubblicati nel 2024 e nel 2025. Questa volta il rapporto si è concentrato sulla violenza sessuale contro gli ostaggi israeliani tenuti prigionieri dal gruppo combattente a Gaza.

In base a quanto riportato, dopo il rilascio di oltre 50 ostaggi sulla base di due accordi nel 2025 sei ostaggi hanno testimoniato pubblicamente di aver subito violenza sessuale. Una donna, rilasciata a gennaio, ha testimoniato in merito di numerosi episodi di violenza sessuale. Nel marzo 2025 altre due donne, rilasciate nel 2023, hanno testimoniato su atti violenza sessuale. Anche tre uomini, rilasciati nell’ottobre 2025, hanno riferito di aver subito violenza sessuale.

Il rapporto sottolinea che le Nazioni Unite non sono state in grado di verificare queste testimonianze perché Israele non ha permesso agli organi competenti dell’organizzazione di condurre le indagini.

Intervenendo venerdì in una conferenza stampa sui risultati del rapporto, Patten ha detto che Israele era stato informato in anticipo della sua inclusione nella lista nera e aveva risposto al rapporto a marzo negando la presenza di «qualsiasi forma di violenza sessuale» nei confronti dei palestinesi e inviando un documento contenente le proprie prassi giuridiche e le direttive destinate alle Forze di Difesa Israeliane (IDF) e alle forze dell’ordine.

Tuttavia il documento “non conteneva informazioni su alcuna indagine, processo o condanna completa per casi di violenza sessuale”, ha dichiarato Patten, aggiungendo che il caso di Sde Teiman, in cui filmati trapelati mostrano abusi su una detenuta palestinese nella struttura, è emblematico.

“Non solo nell’atto d’accusa non c’era menzione di violenza sessuale, ma le incriminazioni sono state addirittura ritirate del tutto dal procuratore generale militare”, ha concluso.

L’anno scorso i riservisti sono stati accusati di maltrattamenti aggravati e lesioni personali gravi nei confronti del detenuto. Secondo l’atto d’accusa lo avrebbero picchiato, trascinato sul pavimento, calpestato e colpito con un taser. Il detenuto ha riportato fratture alle costole, un polmone perforato e una perforazione del colon.

Sempre l’anno scorso l’uomo è stato rilasciato dalla custodia delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) e rimandato a Gaza senza che le autorità israeliane avessero raccolto la sua testimonianza sui presunti maltrattamenti subiti dalle guardie israeliane.

“Questo è il caso, come forse ricorderete, che ha scatenato manifestazioni da parte di alcuni membri della Knesset per protestare contro l’arresto dei soldati, tra cui attacchi al campo di Sde Teiman, e a coloro che indagavano sul caso”, ha dichiarato Patten venerdì.

Nel luglio 2024 centinaia di persone hanno protestato davanti alla struttura contro l’arresto dei soldati in una manifestazione culminata con l’irruzione nella base da parte di un gruppo di manifestanti guidati dal deputato di estrema destra Zvi Succot.

L’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite Danny Danon e il Ministero degli Esteri israeliano hanno criticato il Segretario Generale dell’ONU per la decisione. Il Ministero degli Esteri, sul sito X, ha definito la decisione un “tentativo di creare una falsa simmetria tra Israele e le reali atrocità sessuali commesse da Hamas”.

Danon e il Ministero degli Esteri hanno dichiarato che avrebbero “interrotto i rapporti” con il Segretario Generale fino alla nomina di un nuovo Segretario Generale dell’ONU.

Nel frattempo il Ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha annunciato di aver chiesto al Procuratore Generale del Paese di aprire un’indagine penale sul trattamento riservato dalle forze israeliane agli attivisti francesi che hanno partecipato all’ultima flottiglia diretta nella Striscia di Gaza.

Barrot ha dichiarato in un’intervista a France Inter che la decisione è stata presa in seguito a una relazione del Console Generale in Turchia, secondo la quale gli attivisti sarebbero stati vittime di violenze sessuali, umiliazioni e percosse.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Molte fonti affermano che USA e Israele ‘lavorano attivamente’ per strappare alla Giordania la custodia di Al-Aqsa.

Faisal Edroos, Londra – Sean Mathews, Atene – Lubna Masarwa, Gerusalemme

25 maggio 2026 Middle East Eye 

Il piano ha sollevato il timore che il ruolo della Giordania a Gerusalemme possa essere messo da parte a favore di un nuovo accordo in linea con gli interessi di Israele.

Diverse fonti hanno riferito a Middle East Eye che USA e Israele stanno “lavorando attivamente” per strappare alla Giordania la sua storica custodia del complesso della moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme e stanno perseguendo un nuovo accordo che vedrebbe la gestione del venerato sito musulmano strettamente allineata agli interessi di Israele.

Funzionari USA, giordani e palestinesi, come anche fonti occidentali e del Golfo arabo, hanno detto a MEE che secondo il piano, sostenuto dal genero del presidente Donald Trump Jared Kushner, che non ricopre un ruolo ufficiale nell’amministrazione, e dall’ambasciatore degli USA in Israele Mike Huckabee, l’autorità del Waqf islamico [fondazione pia col fine di conservare il bene inalienabile, ndt.] appoggiato dalla Giordania terminerebbe rapidamente e un nuovo ente creato dal governo israeliano dichiarerebbe la moschea di Al-Aqsa un “centro multiconfessionale”. Secondo i funzionari, che hanno richiesto l’anonimato per discutere questioni sensibili, il “nuovo accordo” garantirebbe agli ebrei “uguale accesso” al sito musulmano e consentirebbe formalmente di pregare ad un vasto gruppo di ebrei.

Inoltre Israele avrebbe un’importante voce in capitolo nella nomina degli imam, dei predicatori e degli alti funzionari della moschea e sarebbe anche coinvolto nell’approvazione dei contenuti dei sermoni del venerdì.

Due funzionari USA hanno riferito a MEE che Washington ha stilato una bozza su come concepiscono il futuro della moschea. Hanno detto che l’amministrazione Trump gradirebbe vedere la moschea di Al-Aqsa disgiunta dalla propria identità musulmana e il sito trasformato in un monumento di attrazione turistica che ospita tutte le tre religioni abramitiche.

Un funzionario occidentale ed una fonte informata del governo giordano hanno detto a MEE che, in base alla proposta che avevano visionato, i Paesi arabi avrebbero la garanzia di una supervisione “a rotazione” del complesso della moschea di Al-Aqsa.

Hanno detto che sia il Bahrein, l’Egitto e il Marocco che gli Emirati Arabi Uniti (EAU) sono stati informati della proposta statunitense.

Secondo le due fonti del Golfo arabo e un’altra fonte vicina alle posizioni del governo giordano l’Arabia Saudita, che condivide con la Giordania un’antica storia ed una forte alleanza, è contraria alla proposta.

Le fonti hanno affermato che inizialmente Israele aveva ventilato l’idea insieme all’amministrazione Trump circa dieci anni fa ma che, subito dopo che Huckabee l’anno scorso ha assunto l’incarico di ambasciatore USA, ha “ripetutamente” chiesto a Washington di dare seguito al piano.

Il rappresentante degli USA, un devoto cristiano evangelico ed ex ospite di talk show, è da tempo un sostenitore di Israele che ha fermamente appoggiato le colonie israeliane illegali nei territori palestinesi occupati.

La fonte vicina alle posizioni del governo di Amman ha detto a MEE che “gli americani si sono arrabbiati per il fatto che i giordani reclamino la propria custodia e sollevino proteste contro le azioni israeliane ad Al-Aqsa.”

Proprio questo mese il parlamento giordano ha condannato le iniziative di Israele di impadronirsi delle proprietà palestinesi e dei possedimenti islamici in un’area adiacente alla moschea di Al-Aqsa.

Tutte le fonti con cui MEE ha parlato hanno affermato che la nuova proposta lascia nell’incertezza il destino dei luoghi santi cristiani di Gerusalemme.

La monarchia hascemita è custode anche della chiesa del Santo Sepolcro e della chiesa dell’Ascensione. Inoltre la Giordania ha un effettivo diritto di veto sulla nomina del Patriarca greco ortodosso di Gerusalemme.

Questo piano non dice niente riguardo ai siti cristiani, cosa che solleva una nuova serie di preoccupazioni.”, ha detto una delle fonti.

Un funzionario del governo giordano ha sottolineato che la posizione di Amman su Gerusalemme ed i suoi luoghi santi “resta ferma” e ha detto che la custodia hascemita è riconosciuta a livello internazionale in base a trattati e accordi, compreso l’art. 9 del trattato di pace tra Giordania e Israele del 1994.

Ha aggiunto che la Giordania sta coordinandosi con i partner palestinesi, arabi e internazionali per preservare “l’identità araba, islamica e cristiana” dei siti e impedire qualunque alterazione dello status quo storico e giuridico.

Cardine della stabilità’

La moschea di Al-Aqsa è stata gestita per decenni in base ad uno status quo, o accordo internazionale, che preservava il suo status religioso come sito esclusivamente islamico.

In base ad accordi stipulati dopo la guerra del 1967 la Giordania e Israele hanno concordato che il Waqf islamico avrebbe amministrato le questioni interne al complesso, mentre Israele avrebbe controllato la sicurezza esterna.

Ai non musulmani è consentito visitare il sito in determinati orari, ma non possono pregarvi.

Per gli ebrei il sito è conosciuto come il Monte del Tempio, dove molti credono che un tempo sorgessero due antichi templi ebraici: il tempio costruito da re Salomone (Suleiman in arabo), distrutto dai babilonesi e il secondo tempio, distrutto dai romani.

Funzionari giordani e palestinesi hanno affermato che l’accordo proposto sembrava vagamente ispirato alle politiche di Israele nella moschea Ibrahimi di Hebron, dove le restrizioni imposte dopo il massacro del 1994 da parte di un colono israeliano condussero infine ad una divisione formale del sito tra musulmani ed ebrei.

Dopo il massacro Israele ha destinato il 63% al culto ebraico e il 37% ai musulmani, nonostante il sito fosse venerato da musulmani, cristiani ed ebrei come luogo di sepoltura del profeta Abramo ed altri patriarchi.

Per la Giordania la custodia della moschea di Al-Aqsa e del più ampio complesso è centrale per la legittimità stessa della monarchia hashemita.

La famiglia regnante giordana fa risalire la propria custodia dei luoghi sacri musulmani e cristiani a Gerusalemme al 1924, quando la Palestina si trovava sotto il mandato britannico.

La Gran Bretagna e la Francia si spartirono gran parte del Levante dopo aver sconfitto l’impero ottomano durante la prima guerra mondiale, il che portò al crollo formale del Califfato islamico nel 1924.

Agli hascemiti fu concessa la custodia in Gerusalemme dopo aver perduto il controllo delle due città più sacre dell’islam, Mecca e Medina, a favore della famiglia Al Saud.

Il ruolo della Giordania come custode fu in seguito riconosciuto nel trattato di pace con Israele del 1994, che riconobbe il “ruolo speciale” di Amman nei luoghi sacri islamici di Gerusalemme.

Ma per anni funzionari giordani e dirigenti palestinesi hanno segnalato che l’accordo è stato costantemente compromesso da successivi governi israeliani incitati da gruppi di estrema destra che cercavano di ottenere un più ampio controllo ebraico sul complesso.

Incursioni della polizia israeliana all’interno del complesso della moschea, sempre più numerose visite da parte di attivisti ebrei ultranazionalisti e ripetuti inviti di ministri israeliani al diritto degli ebrei di pregare nel sito hanno alimentato le accuse che Israele stia gradualmente cambiando lo status quo.

Anche funzionari del Waqf hanno più volte riferito a MEE che, oltre ad imporre severe restrizioni ai fedeli palestinesi, Israele ha reso difficile al Waqf eseguire i necessari lavori di manutenzione e riparazione.

Mustafa Abu Sway, vicecapo del consiglio del Waqf, non ha voluto commentare il declino dell’influenza della Giordania nella Città Vecchia, ma ha detto che la custodia hascemita è “un pilastro della stabilità nella regione.”

Ha detto che i palestinesi ritengono la custodia “un’ancora di salvezza a livello strategico” e ha sottolineato che la Giordania ha sistematicamente difeso lo storico status quo presso le sedi internazionali, compresa l’Unesco.

La custodia hascemita è un pilastro della stabilità nella regione, metterla a rischio significa mettere a rischio i principi stessi della pace.”

Da parte sua il Governatorato di Gerusalemme ha detto di non essere stato informato di alcuna proposta del genere, ma ha affermato di “respingerla totalmente”.

Ha dichiarato che vi era stato un “pericoloso incremento” dell’interferenza israeliana nel lavoro del Waqf, comprese restrizioni ai custodi e allo staff e crescenti incursioni dei coloni all’interno del complesso.

La Giordania pianifica una soluzione alternativa

Due fonti del golfo arabo hanno riferito a MEE che il governo della Giordania sostenuto dagli USA sta probabilmente contando sull’appoggio regionale per contrastare la proposta statunitense-israeliana.

Nonostante il crescente avvicinamento di Amman agli EAU, le fonti asseriscono che è inconcepibile che Riyad resti in silenzio o rifiuti di contrastare pubblicamente una tale proposta.

L’Arabia Saudita capisce bene che se venissero prese iniziative contro la custodia hascemita si infiammerebbe l’intera regione”, ha affermato una fonte del Golfo arabo. Un’altra fonte del Golfo ha detto che Riyad considera la custodia come “un pilastro della stabilità regionale”, aggiungendo: “I sauditi possono essere in disaccordo con la Giordania su alcune questioni, ma riguardo a Gerusalemme e Al-Aqsa comprendono le conseguenze di uno smantellamento dell’attuale accordo.”

Secondo queste fonti il Principe della Giordania Hussein Bin Abdullah negli ultimi anni ha sviluppato un “buon rapporto” con la sua controparte saudita, il Principe Mohammed Bin Salman, e i legami si sono approfonditi da quando un gruppo di Paesi arabi ha normalizzato i rapporti con Israele.

Ma entrambe le fonti hanno detto che non è chiaro come risponderà il regno nel caso gli EAU o il Bahrein appoggiassero pubblicamente la proposta.

Dopo la firma degli Accordi di Abramo nel 2020 sia Abu Dhabi che Manama hanno costantemente approfondito i legami politici, economici e di sicurezza con Israele, anche se l’irritazione della regione riguardo alle azioni di Israele a Gerusalemme e Gaza è aumentata.

In particolare gli EAU si sono posti come il partner arabo più vicino a Israele, ampliando la cooperazione nel commercio, nella tecnologia, nell’energia e nella difesa.

Le iniziative religiose e diplomatiche legate agli Emirati hanno anche incoraggiato l’idea di una “coesistenza multi-confessionale” con modalità che i funzionari palestinesi e giordani temono possano essere usate per legittimare cambiamenti nello storico status quo della moschea di Al-Aqsa.

Nel 2023 gli EAU hanno creato il proprio centro multi-confessionale che include una chiesa cattolica, una sinagoga ebraica e una moschea islamica.

Analogamente il Bahrein ha mantenuto stretti rapporti con Israele e ha difeso il proprio impegno a fianco di Israele ove necessario per contrastare l’Iran.

I funzionari del Bahrein inoltre hanno generalmente evitato di criticare pubblicamente le politiche israeliane a Gerusalemme, una posizione che ha alimentato preoccupazioni sulla possibilità che siano sempre più inclini ad accettare le richieste israeliane sui siti sacri.

Gli EAU e il Bahrein capiscono quanto sia esplosiva questa questione nel mondo arabo e musulmano”, ha dichiarato una delle fonti.

Dato che sono strettamente allineati a Israele, dovrebbero essere cauti nel sostenere pubblicamente i cambiamenti dello status quo”, hanno aggiunto.

MEE ha contattato i ministri degli esteri di Bahrein, Egitto, Marocco, Arabia Saudita e EAU per avere un commento, ma al momento non ha ricevuto risposte.

Dopo la pubblicazione di questo articolo un funzionario USA ha emesso una concisa dichiarazione negando che la Casa Bianca stia attivamente lavorando per togliere alla Giordania la sua custodia, definendo il rapporto “totalmente falso.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’ex-procuratrice capo della CPI afferma di aver subito pressioni e minacce a causa delle inchieste sulla Palestina

Redazione di MEMO

26 maggio 2026 – Middle East Monitor

L’ex-procuratrice capo della Corte Penale Internazionale (CPI), Fatou Bensouda, ha affermato di aver ricevuto pressioni e minacce per le inchieste relative alla Palestina, inclusi contatti diretti con l’ex-capo del Mossad Yossi Cohen.

In una intervista ad Al Jazeera, Bensouda ha detto che Cohen l’ha incontrata due volte – a Monaco e a New York – ed ha esplicitamente chiesto che fermasse le inchieste riguardanti la Palestina. Lei ha descritto la richiesta come una interferenza diretta nel lavoro della corte.

Secondo Bensouda, la pressione successivamente è aumentata trasformandosi in minacce aventi come oggetto membri della sua famiglia. Ha affermato che suo marito è stato seguito e sono state raccolte informazioni su di lui per quello che lei pensa sia stato un tentativo di influenzare le sue decisioni.

Bensouda ha affermato che ha informato le autorità olandesi riguardo alle minacce ma non ha ricevuto quella che riteneva una protezione adeguata.

Ha anche detto che gli Stati membri della CPI non hanno fornito sufficiente supporto politico di fronte alla pressione israeliana relativa alle inchieste sulla Palestina.

L’ex-procuratrice capo ha sottolineato che la Corte deve continuare il suo lavoro in modo indipendente nonostante le pressioni politiche, argomentando che la giustizia internazionale non dovrebbe essere subordinata agli interessi politici.

Queste affermazioni sono giunte durante le polemiche in corso riguardanti le inchieste della CPI sul conflitto israelo-palestinese.

Precedentemente la CPI aveva emesso mandati di cattura contro Benjamin Netanyahu e l’ex-ministro della difesa Yoav Gallant per le accuse relative a crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Questo è il volto di Israele.

Yara Hawari

21 maggio 2026 Al Jazeera

Il video di Ben Gvir sugli attivisti della flottiglia legati ha mostrato Israele senza maschera.

Questa settimana Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, ha pubblicato sui social media un video in cui schernisce gli attivisti della flottiglia detenuti dalle forze israeliane.

In una clip un’attivista ammanettata grida “Palestina libera” mentre Ben-Gvir le passa accanto. Viene immediatamente afferrata per i capelli e spinta a terra dal personale di sicurezza. Ben-Gvir osserva la scena con aria compiaciuta. In un’altra clip decine di detenuti vengono mostrati legati e inginocchiati con la fronte a terra, costretti in posizioni di stress mentre l’inno nazionale del regime israeliano risuona da un altoparlante. Ben-Gvir sventola una grande bandiera israeliana e urla loro: “Benvenuti in Israele, qui siamo noi a comandare”.

Ben-Gvir sa di potersi permettere questo senza subire gravi conseguenze. Perché mai dovrebbe pensare il contrario? Il suo paese l’ha appena fatta franca dopo un genocidio trasmesso in diretta streaming a un pubblico globale.

Non sono mancate le condanne, in particolare da parte dei governi i cui cittadini figurano tra i detenuti. Il primo ministro italiano, Giorgia Meloni, ha definito le immagini “inaccettabili” e una violazione della dignità umana. Il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, ha dichiarato che non avrebbe tollerato i maltrattamenti subiti dai cittadini del suo paese e ha annunciato che avrebbe esercitato pressioni a (livello de) ll’Unione Europea per sanzioni specifiche contro Ben-Gvir, avendogli già vietato l’ingresso in Spagna. Persino l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, Mike Huckabee, ha affermato che Ben-Gvir aveva “tradito la dignità della sua nazione”.

Ma, per quanto genuina sia l’indignazione, sanzionare Ben-Gvir colpisce solo un ingranaggio di una macchina genocida ben più ampia. È la stessa tattica impiegata dagli Stati europei di fronte alla costruzione di insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata: sanzionare una manciata di coloni violenti lasciando intatta la struttura statale che pianifica, finanzia e protegge l’impresa degli insediamenti. Il gesto crea l’apparenza di conseguenze senza minacciare il sistema che le produce.

Questo non è denunciare le responsabilità. È la comunità internazionale che traccia una linea di demarcazione abbastanza distante dalla propria complicità in modo da sentirsi pulita. Ben-Gvir non ha costruito le prigioni, non ha ordinato le torture sistematiche al loro interno, né ha imposto il blocco che la flottiglia stava cercando di rompere. È un ministro di un governo che ha perpetrato un genocidio con il sostegno materiale e diplomatico di molti degli stessi Stati occidentali che ora si schierano per denunciarlo. Rimuoverlo dall’equazione non cambia nulla. Le prigioni restano. Il blocco resta. E il genocidio continua.

Il video ha toccato un nervo scoperto anche in Israele. Netanyahu ha rimproverato pubblicamente Ben-Gvir, affermando che la sua condotta “non è in linea con i valori e le norme di Israele”. Il ministro degli Esteri Gideon Saar si è rivolto direttamente a lui su X: “Con questa vergognosa dimostrazione hai consapevolmente arrecato danno al nostro Stato, e non è la prima volta”. Saar ha aggiunto che Ben-Gvir ha “vanificato gli enormi sforzi, professionali e di successo, compiuti da moltissime persone”. Per Saar e Netanyahu il problema non è ciò che Ben-Gvir sta facendo, ma il fatto che lo stia mostrando con tanta sfrontatezza. La preoccupazione è l’immagine: un video ha reso visibile, a un pubblico europeo e con la partecipazione di cittadini europei, una prassi consolidata nei confronti dei palestinesi.

E ciò che il video mostra non è un caso isolato. Oltre 9.600 palestinesi sono attualmente detenuti nei centri di detenzione del regime israeliano. Di questi, più di 3.500 sono in detenzione amministrativa, imprigionati a tempo indeterminato senza accusa né processo. Tra i detenuti ci sono centinaia di bambini. I prigionieri sono sottoposti a sistematica privazione di cibo, percosse, negazione di cure mediche e violenze sessuali che vanno dallo spogliarello forzato allo stupro. Almeno 84 prigionieri palestinesi sono morti sotto la custodia israeliana dall’ottobre 2023 a causa di torture, fame e negligenza medica. Quasi ogni famiglia palestinese ha un caro che è stato imprigionato a un certo punto della vita: un’esperienza che si ripercuote per generazioni e lascia profonde cicatrici su famiglie e comunità anche molto tempo dopo il rilascio.

Saar ha concluso il suo messaggio a Ben-Gvir insistendo sul fatto che questo “non è il volto di Israele”. Si sbaglia. Questo è il volto di Israele. È violento. È orribile. Ed è crudele.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




“Oltre il confine era lecito dare di matto”: i soldati delle Forze di Difesa Israeliane raccontano il declino morale dell’esercito in Libano

Tom Levinson

20 maggio 2026 – Haaretz

«La sensazione è che le Forze di Difesa Israeliane siano diventate come un esercito di barbari: lasciano che i soldati saccheggino così sono contenti e continuano a combattere», dice un soldato. Cinque di loro hanno raccontato ad Haaretz gli orrori e la disillusione

Nadav ha visto i soldati entrare nelle case e saccheggiare tutto ciò che trovavano. Itai è rimasto paralizzato dalla paura durante uno scontro. Elad disgustato dalla distruzione dei villaggi ha giurato che non sarebbe mai più tornato. Tomer ha chiesto ai suoi amici di accertarsi che nessun ufficiale parlasse al suo funerale. E ha smesso di portare con sé una pistola perché teme di farsi del male.

Sono cinque soldati di diversa estrazione sociale, alcuni dei quali riservisti. Servono nella fanteria e nel Corpo Corazzato. Alcuni sono padri; altri hanno appena finito le superiori. Alcuni si trovavano a Bint Jbeil appena oltre il confine, altri hanno raggiunto il fiume Litani, a circa 30 chilometri all’interno del territorio libanese.

Ma tutti sentono che il cessate il fuoco dichiarato il mese scorso è una finzione e che la zona di sicurezza israeliana che si sta creando nel Libano meridionale è una cicatrice incisa sui loro corpi. Qui a seguire i soldati raccontano la loro esperienza nell’ultima ondata di combattimenti tra Israele e Hezbollah.

Tutti i nomi sono pseudonimi e i soldati nel Libano meridionale ritratti nelle foto, fornite dall’ufficio stampa delle Forze di Difesa Israeliane, non sono menzionati in questo articolo.

I soldati saccheggiavano anche durante le visite dei comandanti di brigata”

Nadav, 32 anni, fante riservista, del centro del Paese.

“Il metodo era stabilito. Ogni sera, dopo il tramonto, arrivava il convoglio dell’unità logistica. La loro missione era quella di portarci rifornimenti: cibo, carburante, munizioni; tutto ciò che serviva. Ma c’era anche la missione non ufficiale: saccheggiare e scaricare il bottino al posto di comando in modo che i soldati lo trovassero pronto al loro ritorno a casa.

I soldati del convoglio, ovviamente, non erano degli sprovveduti; si prendevano gli oggetti di valore. ‘Scegliete quello che volete’, gli veniva detto. E di cose da saccheggiare non c’era certo penuria. Il villaggio in cui operavamo apparteneva a persone ricche, pieno di ville con piscine, auto di lusso, gioielli. Quasi ogni casa conteneva oggetti di valore. Entravamo nelle case sparando a raffica, ovvero sparando ovunque. … Una volta accertato che la zona fosse sgombra, iniziava la vera missione: trovare gli oggetti di valore.

È iniziato con piccole cose ed è gradualmente degenerato. Sugli Humvee [camion americani di supporto multiuso, ndt.] la gente caricava tappeti, motociclette, poltrone, stufe. Interi magazzini. Si sentivano soldati di oltre 30 anni litigare: ‘L’ho visto prima io’, ‘Avete già preso un sacco di cose dall’altra casa’. Però il piatto forte non erano le case, ma i negozi. I soldati entravano e portavano via tutta la merce: intere scatole di caramelle, sigarette, detersivi, persino articoli di cancelleria. Qualcuno ha preso uno zaino per il figlio. Un altro un tornio. Persino il sapone per le mani dell’avamposto proveniva dal Libano. Si vedevano in continuazione soldati che giravano per il villaggio con la roba dei civili; sembrava la missione principale. Alla maggior parte dei comandanti di alto grado non importava. I soldati saccheggiavano anche quando un comandante di brigata faceva visita; lui chiudeva un occhio. Faceva finta di non vedere.

Una volta il comandante del battaglione si è messo in contatto via radio e ha detto: ‘Vi ricordo che siamo in territorio nemico, dobbiamo esssere pronti ad agire. Se qualcuno entra in un negozio per prendere qualcosa deve aprire un fuoco di sbarramento: ci potrebbero essere dei ‘maledetti’ [Hezbollah] nascosti’.

Questo era l’approccio: nessun problema con il saccheggio, basta non farsi male. L’esercito non ha fatto praticamente alcun tentativo di fermarci; non c’era alcuna presenza della Polizia Militare ai valichi di frontiera.

Devo ammettere che all’inizio non mi dava fastidio, ma col passare dei giorni ha cominciato a disgustarmi. Ero andato lì per garantire la sicurezza della popolazione a nord, non per rubare. Ho provato a parlarne con la gente, a discutere, ma non c’era nessuno che volesse parlarne.

Alcuni dicevano che era una mitzvah [precetto, dovere religioso, nel linguaggio colloquiale buona azione], con una giustificazione religiosa. Altri dicevano che tanto tutto veniva distrutto comunque, quindi non c’era motivo di lasciarvi oggetti di valore.

Quando ne ho parlato con uno degli ufficiali ha sospirato e ha detto che anche a lui dava fastidio: ‘Ma c’è carenza di soldati, ed è difficile avanzare pretese o lamentarsi con persone che fanno 400 giorni di servizio di riserva’. La sensazione è che le Forze di Difesa Israeliane siano diventate un esercito di barbari: lasciano che i soldati saccheggino per farli contenti e spingerli a continuare a combattere. Dopo che la notizia è esplosa sui media abbiamo avuto una discussione. Il comandante di compagnia ha preteso che ‘tutto ciò che è successo qui rimanga qui’. Poche ore dopo è entrato nei negozi e ha distrutto tutto, così che i soldati non avessero nulla da saccheggiare.

Tutti si sono finti innocenti, comportandosi come se nulla fosse accaduto, come se non tornassero a casa ogni volta con il bagagliaio pieno di roba rubata. Nell’avamposto c’erano persino dei divani che avevamo preso dal Libano. Le prove erano ovunque, ma tutti l’hanno fatta franca.”

“Sentivo di dovermi fare del male perché qualcuno mi prendesse sul serio”

Itai, 20 anni, membro della Brigata Paracadutisti, del centro del Paese.

“Mi ricordo il momento in cui ho capito che non ce la facevo più. È successo nella casa in cui dormivamo a Bint Jbeil, alla fine di marzo. Pioveva incessantemente e non c’era riscaldamento. Il freddo penetrava nelle ossa, mescolandosi al sudore sulle nostre uniformi.

Non riuscivo a smettere di tremare. Ho provato a coprirmi il viso con la sciarpa, ma non è servito a molto. Ricordo di aver iniziato a piangere, ma in silenzio; ho cercato di non farmi sentire da nessuno. Ero esausto, non riuscivo a muovermi. Non riuscivo ad addormentarmi. C’erano topi ovunque, che ci si arrampicavano addosso. Non c’era molto che potessimo fare.

La mattina dopo ho chiesto al comandante di plotone di poter rimanere nella casa e di non uscire per le operazioni, ma si è rifiutato. Mi ha detto: ‘Sei scemo? Non puoi restare qui, tutti stanno andando avanti, smettila di fare il piagnucolone’. Gli altri hanno riso… Non volevo fare il difficile né tornare a casa. Ero in crisi.

Qualche giorno dopo ci siamo trovati coinvolti in uno scontro a fuoco; diversi terroristi ci hanno sparato addosso. I miei amici si sono lanciati all’attacco sparando senza sosta, ma io sono rimasto paralizzato. Mi sentivo un fallito, un perdente. Ogni secondo sembrava un’eternità. Mentre cercavo riparo dietro un muro mi è caduto un auricolare. C’era un gran frastuono di spari e hanno iniziato a fischiarmi le orecchie. Mi sentivo come se mi stessi disconnettendo, come se non capissi cosa stesse succedendo intorno.

Uno dei miei amici ha cercato di parlarmi, ma non capivo cosa dicesse. Mi ha afferrato per la maglietta e mi ha spinto in un posto più riparato, dietro un edificio. Alla fine dell’incidente, mi sono reso conto che avevamo molti feriti. Tre ragazzi erano gravemente feriti. Mi sentivo in colpa.

Non c’era il tempo di elaborare l’accaduto. Continuavano a spararci addosso: colpi di mortaio, razzi, esplosioni di continuo. Poi sono arrivati ​​i droni, e questo ci ha spaventati ancora di più. Non riuscivo a smettere di guardare il cielo.

Quando sono tornato a casa tutto mi sembrava strano. Dopo qualche ora mi sono reso conto di non capire più cosa significasse andare in giro per il mondo senza il rumore delle esplosioni, senza paura. I miei genitori sentivano che qualcosa non andava. Continuavano a chiedermi se avessi bisogno di qualcosa, ma non avevo la forza di aprirmi con loro. Avevano paura che mi succedesse qualcosa. Stavano cercando di convincermi a lasciare il servizio in prima linea, a trasferirmi al quartier generale.

‘Non so cosa farò se ti succede qualcosa’, mi ha detto mia madre. Mia sorella minore mi ha detto che non riesce a smettere di piangere quando non ci sono. Mi ha colpito, mi ha spezzato il cuore. Quando siamo tornati ho chiesto di parlare con un funzionario responsabile per la salute mentale ma continuavano a prendermi in giro. Dicevano che al momento c’era un problema, che dovevo aspettare. Mi sentivo come se tutto mi stesse crollando addosso, come se non potessi resistere. Ho iniziato a odiare tutti, mi sentivo solo.

Alla fine mi hanno mandato a un incontro. Il tipo mi ha chiesto se volevo farmi del male e ha detto che dovevo imparare a respirare profondamente. Mi è sembrata una cosa molto superficiale, come se il suo unico obiettivo fosse farmi tornare a combattere, non curarmi o aiutarmi. Alla fine dell’incontro mi ha raccomandato di stare via ancora qualche giorno e poi tornare.

‘È importante mantenere la continuità funzionale’, diceva. Ho cercato di spiegargli che non ero in grado di operare, che non potevo. Ha risposto che ci saremmo rivisti dopo due settimane per vedere se c’erano stati dei miglioramenti. Non sapevo cosa fare. Ho pensato di dovermi fare del male perché qualcuno mi prendesse sul serio.”

Solo dopo che Haaretz ha contattato le Forze di Difesa Israeliane a Itai è stato prescritto un trattamento intensivo per la salute mentale.

“Questeo è l’Eercito Israeliano degli ultimi due anni: le Forze di Difesa Israeliane che distruggono case».”

Elad, 28 anni, fante riservista, del nord.

“Poche ore prima di entrare in Libano il comandante di brigata è venuto a parlarci.: ‘Questo è un momento storico; distruggeremo Hezbollah. Ci saranno combattimenti feroci, i terroristi ci aspettano, forse alcuni di voi non torneranno. Ma alla fine gli abitanti del nord potranno vivere in sicurezza, tutto grazie a voi.’ Tutti esultavano; sembrava un rito pagano. … Avevo già vissuto questa situazione: prima di entrare a Gaza, prima della precedente operazione in Libano, sempre le stesse promesse, sempre le stesse delusioni.

Anche stavolta è stato lo stesso. Nel villaggio in cui siamo entrati non c’erano terroristi; le case erano vuote. Non c’erano combattimenti, solo operazioni per radere al suolo e case.

Queste sono le IDF degli ultimi due anni: le Forze di Difesa Israeliane che distruggono case. I notiziari parleranno di battaglie feroci e della distruzione delle infrastrutture terroristiche, ma la nostra missione era una sola: non lasciare in piedi nessuna struttura, distruggere tutto.

Una volta era necessario ‘incriminare’ una struttura per distruggerla, trovarvi armi, dimostrare la presenza di terroristi. Ma oggi distruggono e basta, persino scuole, cliniche; l’unica cosa che non abbiamo toccato è stato il cimitero. Hanno quasi smesso di usare gli esplosivi. Gli ufficiali hanno spiegato che erano troppo costosi e meno efficienti. Invece si avvalgono di appaltatori con escavatori militari. Alcuni vengono pagati a giornata, altri a numero di case che demoliscono. Nessuno di loro è un soldato; sono tutti civili. A quanto pare nessuno di loro ha mai fatto parte dell’esercito. Erano tutti coloni estremisti, beduini o drusi. Quando ho chiesto a uno degli appaltatori come fosse possibile mi ha risposto che erano gli unici disposti a farlo. E noi? Il nostro ruolo era quello di proteggerli.

Ogni giorno a ciascuna compagnia veniva assegnato un nuovo complesso di edifici del villaggio. Sembrava una corsa contro il tempo, cercare di demolire il più possibile. Ogni sera gli ufficiali dovevano riferire quante case ogni compagnia aveva demolito. Lo chiamavano ‘valutazione dei risultati’.

Una volta abbiamo ricevuto l’ordine di interrompere le demolizioni alle due del pomeriggio ma l’appaltatore si è rifiutato. Ha detto: ‘Mi hanno promesso che avremmo lavorato fino a sera. Non me ne vado da qui senza aver demolito altre case’. I comandanti hanno dovuto rivolgersi al comandante di divisione perché lo convincesse a fermarsi.

Per molti dei miei commilitoni più religiosi questa era una missione suprema. Il comandante di battaglione era il più estremista. Si rifiutava di tornare a casa, aveva sempre un sorriso in faccia. Era euforico, come un tifoso sfegatato la cui squadra vince il campionato dopo vent’anni di attesa.

Diceva: ‘Niente sarà più come prima. Ciò che distruggiamo non sarà mai più’ ricostruito.’ Quando qualcuno parlava di tornare in Israele lui lo correggeva: ‘Anche questo è Israele’.

La cosa mi disgustava parecchio. Entravamo nelle case delle persone e alcune erano ancora piene di oggetti personali, resti di vite passate, come se fossero fuggite senza aver avuto il tempo di fare i bagagli. C’erano quadri alle pareti, vestiti nelle stanze, mobili. Mi si stringeva il cuore. Mi sentivo a disagio, come se stessi entrando con la forza nelle case altrui, nelle loro vite. La maggior parte delle persone che erano con me non se ne curava. Entravano e cercavano cose da rubare, da saccheggiare. A volte non prendevano nemmeno oggetti di valore, solo souvenir: piccole tazze, caffettiere. Altri si divertivano a distruggere, puro vandalismo. Prendevano un martello e spaccavano le cose, oppure aprivano armadi e rompevano tazze e piatti. L’unica motivazione era la vendetta.

Dopo qualche settimana ho deciso che ne avevo abbastanza. Ho detto ai comandanti che al lavoro mi stavano pressando per farmi tornare con la minaccia di licenziarmi, ma era una bugia. Sentivo solo di dovermene andare da lì.

Quando sono salito a bordo dell’autocolonna per l’ultima volta, in partenza, ho guardato il Libano e ho giurato che non ci sarei mai più tornato. Quella è stata l’ultima volta.”

“La sensazione che domina là è di impotenza, che a nessuno importi davvero di noi.”

Tomer, 19 anni, fante proveniente dal nord di Tel Aviv.
“È terrificante, e chiunque dica il contrario mente. Quando c’è uno scontro con i terroristi puoi attaccare o metterti al riparo. C’è anche la copertura dell’aviazione e dei mezzi corazzati. Puoi farcela. Ma con i droni la sensazione è che sia solo questione di fortuna. Due droni sono esplosi vicino al mio plotone, anche se non ci sono state vittime.

Il comandante di compagnia ci ha fatto un discorso dicendo che era merito della nostra buona disciplina operativa, ma era una totale assurdità. Pochi metri più indietro e saremmo morti o finiti all’ospedale Ichilov [di Tel Aviv] senza una gamba. Dopo una delle esplosioni avevo un fischio nelle orecchie e non mi hanno nemmeno permesso di andare da un medico.

Siamo sinceri: la sensazione dominante è di impotenza. Ci dicono di seguire le istruzioni, di indossare l’equipaggiamento protettivo, di tenere i caschi, ma gli ufficiali non hanno soluzioni concrete. Ci dicono di piazzare gli ‘osservatori del cielo’, soldati che se ne stanno in piedi come degli idioti su una collina a guardare in alto per vedere se sta arrivando qualcosa. Questa sarebbe la soluzione di un esercito con centinaia di aerei da combattimento e un budget enorme? Come si fa a stare lì per ore mantenendo la massima concentrazione? Non è umano. La sensazione è che a nessuno importi davvero di noi.

Dopo qualche settimana ci hanno portato un sistema che in realtà non funziona bene, e persino con il puntatore [un mirino elettro-ottico intelligente] non sempre si colpisce qualcosa. Ci dicono che stanno facendo esperimenti di ogni tipo e ci chiedono di stendere le reti, ma non si possono coprire tutte le aree. Uno dei tizi religiosi ogni giorno ci legge un capitolo dei Salmi. Questo è ciò che ci resta: pregare.

Siamo bersagli immobili là fuori, e Hezbollah lo sa. Approfittano della situazione.

Poi al telegiornale dicono “cessate il fuoco, cessate il fuoco” – ma di cosa state parlando? Sapete quanti droni ci mandano contro? Questa storia non finisce mai. È così che si fa un cessate il fuoco?

I politici parlano e prendono tempo, mentre noi siamo là fuori con le mani legate. Se, Dio non voglia, mi succedesse qualcosa, qualcuno si scuserebbe con i miei genitori? No. Si limiterebbero a trasmettere una canzone triste alla radio e a leggere il mio nome al telegiornale.

Quando ne abbiamo parlato con gli ufficiali ci hanno detto che è meglio che veniamo feriti noi piuttosto che i civili al nord. Immagino abbiano ragione, ma comunque è spaventoso e soprattutto frustrante, perché non sembra che si stia facendo abbastanza per proteggerci.

Almeno tre amici del mio plotone hanno fatto testamento. Io ho scritto una lettera d’addio ai miei genitori e l’ho lasciata nella mia borsa al posto di guardia. Una sera abbiamo parlato di cosa avremmo detto ai funerali l’uno dell’altro, se uno di noi fosse morto. Era un po’ uno scherzo, ma anche un po’ serio.

Il soldato più disilluso tra noi, uno che si lamenta ogni volta che deve fare qualcosa, mi ha chiesto: ‘Dì che amavo il mio Paese. Dì che ero un vero duro, che mi offrivo sempre volontario così mio padre sarà orgoglioso’.

Io ho detto che avrei preferito un funerale tranquillo, che parlassero solo i miei genitori, forse mio fratello. Ma basta. Niente discorsi di merda degli ufficiali. Li detesto.”

“Faccio fatica a mangiare. Sento odore di sangue; mi sembra quasi di sentirne il gusto.”

Or, 36 anni, riservista di una brigata corazzata, del centro del paese.

“Il messaggio è arrivato molto più velocemente di quanto mi aspettassi: mezz’ora, forse anche meno, dopo il suono delle sirene che annunciavano la guerra. ‘Ragazzi, ci stanno chiamando, andate al deposito di emergenza.’

[La mia compagna] ha subito chiesto: ‘Cosa? Cos’è successo?’. L’ha capito subito. Me lo leggeva in faccia. Era la quinta volta. Si è fermata sulla soglia del nostro appartamento, ha allargato le braccia e si è aggrappata allo stipite della porta. ‘Non andarci’, ha detto. ‘Quel che è successo l’ultima volta succederà di nuovo. Non è giusto. Non stai pensando a me.’

Da due anni stiamo cercando di avere un figlio. Dice che è per lo stress, per la guerra, per colpa mia. È difficile darle torto. Da più di un anno ormai non sono più quello di prima.

Il momento peggiore è stato durante il precedente ciclo di combattimenti in Libano. … Molti eventi mi hanno segnato, ma uno in particolare mi ha cambiato completamente, lasciandomi emotivamente mutilato, come se qualcuno mi avesse strappato l’anima. Cinque persone, riservisti come me, sono state uccise

Ci ​​hanno chiamato per aiutare a evacuarli. La morte aleggiava nell’aria. Parti di corpi, sangue, organi esposti. Dopo che tutto fu finito, sentii che qualcosa dentro di me era cambiato. Mi ha sconvolto la mente. Sono entrato in una casa libanese e ho distrutto tutto. Ho devastato l’intero appartamento.

Da allora faccio fatica a mangiare. Sento odore di sangue; mi sembra quasi di sentirne il gusto, come se qualcuno me lo facesse gocciolare sulla lingua. Ho quasi smesso di mangiare, ho chiuso la mia attività. Tutto è crollato.

Eppure ho deciso di andare – forse perché è proprio lì che mi sento normale, con le sirene, con le esplosioni. Ogni volta che attraverso il confine mi sento di nuovo vivo.

Mi sono offerto volontario per rimanerci. Anche quando piove, anche quando tutti gli altri stanno male. Preferisco dormire sul pavimento in case semidistrutte piuttosto che tornare al nostro appartamento. Avevo la sensazione che lì, oltre il confine, fosse in qualche modo lecito dare di matto.

Tante volte siamo stati vicini alla morte. Vicino a noi cadevano colpi di mortaio, esplodevano razzi. Ma non c’erano vittime. Per quasi due mesi ho prestato servizio senza incontrare la morte. Ma un drone esplosivo ha cambiato tutto. Ha colpito un bulldozer e ha bruciato vivo il civile beduino che era venuto a ripararlo. Siamo accorsi sul posto, ma non c’era più niente da fare. È morto sul colpo. Suo figlio era accanto a lui. Era sotto shock. Continuava a gridare senza sosta in arabo ‘Padre, padre, padre’, come fosse posseduto, con lo sguardo vuoto.

Due settimane dopo siamo stati congedati, ma le sue parole mi sono rimaste impresse. Sono passati più di 10 anni dalla morte di mio padre e non mi sono ancora ripreso. Da allora non riesco a smettere di vederlo che chiama suo padre, con quello sguardo vuoto. Ho pensato di andare a trovarlo a Shefa-Amr [una città nel nord], ma mi vergogno.

Cosa potrei dirgli? Non sono nemmeno in grado di prendermi cura di me stesso; mi rifiuto di chiedere aiuto. È sempre stato così: mi è difficile ammettere che le cose vadano male; stupido orgoglio maschile, ego. Una settimana fa ho deciso di smettere di portare con me una pistola e l’ho chiusa in una cassaforte. Ho avuto paura che in un momento di debolezza avrei potuto combinare qualcosa.

Ma non è questo che mi spaventa davvero. La mia vera paura è che [la mia compagna] se ne vada, che decida di averne abbastanza. È difficile biasimarla. È così bella, così intelligente… perché mai dovrebbe sobbarcarsi il peso di vivere con una persona traumatizzata come me?

Non posso nemmeno prometterle che se mi richiamassero non andrei. Non voglio mentire. Lei non può capire. Dice: ‘Ti fa così male, perché sei così masochista? Ti stanno sfruttando. Lo Stato ti sta sfruttando’.

So che ha ragione, ma mi rifiuto di ascoltarla. Mi sento come un pesce fuor d’acqua. Penso solo a trovare un modo per tornare, per essere di nuovo là in Libano.

A volte entro nei gruppi online di unità che cercano volontari e penso di andare a combattere come volontario. Vado su siti web e guardo foto del Libano meridionale, video. Probabilmente la gente che leggerà questo penserà che sono pazzo, uno psicopatico. Probabilmente hanno ragione.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele condanna per la prima volta dei cittadini palestinesi per aver gridato slogan

Baker Zoubi

20 maggio 2026 – +972 Magazine

Un tribunale di Haifa ha giudicato colpevoli di ‘incitamento indiretto al terrorismo’ due uomini che avevano partecipato a una protesta contro la guerra. Gli avvocati avvertono che ciò rappresenta un pericoloso precedente.

Negli ultimi due anni e mezzo i cittadini palestinesi di Israele hanno visto drasticamente ridotti i loro diritti politici e di cittadinanza, già limitati da prima del 7 ottobre. Sono stati arrestati per post sulle reti sociali, pubblicamente umiliati da funzionari pubblici, perseguitati sul posto di lavoro e nelle università per aver espresso opinioni politiche e tenuti in detenzione amministrativa senza accuse. Sottoposti a lungo a discriminazioni in base alle leggi israeliane, i cittadini palestinesi hanno visto lo Stato approfittare della guerra contro Gaza per approvare 30 nuove leggi che rafforzano l’apartheid e la supremazia ebraica.

Ora è stato superato un altro limite: per la prima volta palestinesi di Israele sono stati condannati penalmente per aver scandito slogan politici durante una protesta. Il 29 aprile la pretura di Haifa ha condannato il trentunenne attivista Mohammad Taher Jabareen e il quarantaduenne avvocato Ahmad Khalifa per ‘incitamento indiretto al terrorismo’ e ‘identificazione con un’organizzazione terroristica’, accuse che comportano una sentenza massima complessiva a otto anni di prigione. La decisione è giunta dopo più di trenta mesi di procedimento giudiziario, durante il quale Khalifa e Jabareen sono stati tenuti in detenzione amministrativa, rispettivamente per quattro e otto mesi, prima di essere rilasciati agli arresti domiciliari.

La condanna si basa su slogan politici ascoltati durante una protesta contro la guerra a cui i due hanno partecipato il 19 ottobre 2023 a Umm Al-Fahm, una delle principali città palestinesi di Israele. Si trattava di slogan tradizionalmente usati da decenni nelle manifestazioni e negli eventi pubblici in tutto Israele e non includevano alcuna invocazione diretta alla violenza: da “Con anima e sangue ti riscatteremo, Gaza!” a “Non c’è altra soluzione che scacciare l’occupante” e “Gaza non si sottomette al carro armato o al cannone.”

Durante le udienze sia la polizia che lo Stato hanno riconosciuto che gli slogan in sé non contenevano alcun riferimento ad Hamas o ad altre organizzazioni vietate, una fattispecie di reato che è già illegale in base all’articolo 24 della legge israeliana contro il terrorismo. Ciononostante il tribunale ha accolto l’interpretazione del pubblico ministero sul significato degli slogan, senza specificare nella sentenza a quale “organizzazione terrorista” avrebbe fatto riferimento il presunto reato di “identificazione”.

Il tribunale ha anche ignorato il contesto immediato della protesta, che era una risposta alla letale esplosione all’ospedale Al-Ahli di Gaza City, 12 giorni dopo lo scoppio della guerra. Al contrario ha sentenziato che scandire gli slogan nelle “circostanze e tempistica poco dopo il 7 ottobre” era sufficiente a rappresentare un incitamento indiretto.

Quello che abbiamo fatto è stato naturale e legittimo,” dice a +972 Magazine Jabareen rispondendo alla decisione del tribunale. “Abbiamo manifestato per chiedere la fine della guerra contro civili innocenti a Gaza, in base sia a un dovere umano e nazionale che al nostro diritto naturale di esprimere un’opinione e una protesta.”

Per Mohammed Zeidan, attivista per i diritti umani ed ex-direttore generale dell’Associazione Araba per i Diritti Umani, la sentenza solleva profondi interrogativi riguardo al futuro della libertà di espressione per i cittadini palestinesi. Criminalizzare slogan palestinesi in quanto incitamento indiretto, dice a +972, “apre la via a nuovi precedenti giuridici, per cui in futuro ogni slogan scandito a una protesta potrebbe essere trattato come un reato che comporta una punizione in base a interpretazioni che potrebbero basarsi più su intenzioni presunte che su fatti concreti.”

Un tribunale politico in tutti i sensi”

Jabareen e Khalifa erano rappresentati da avvocati del Centro Adalah, con sede ad Haifa, tra cui Hassan Jabareen e Hadeel Abu Saleh, così come dal legale Afnan Khalifa. Durante il processo hanno sostenuto che gli stessi slogan erano stati scanditi durante altre manifestazioni sia prima che dopo il 7 ottobre senza che alcuna azione legale venisse intrapresa contro quanti li avevano usati.

La difesa ha anche evidenziato che altri partecipanti alla stessa protesta avevano gridato gli stessi slogan, ma non sono stati perseguiti. Pur avendo riconosciuto che la polizia ha sbagliato a non indagare altri manifestanti, il tribunale ha sentenziato che questo errore non inficia la validità dell’imputazione contro Habareen e Khalifa.

Siamo di fronte a un tribunale politico in ogni senso, il cui obiettivo è perseguire l’attività politica dei cittadini palestinesi di Israele,” ha affermato Abu Saleh dopo la sentenza. “Fin dal primo giorno era chiaro che il processo si sarebbe basato su un’interpretazione generica slegata dal contesto della manifestazione in un modo che viola il principio di giustizia, e che è esattamente riflesso nella decisione del tribunale.”

Questa decisione è una continuazione della politica di persecuzione dei palestinesi in Israele dal 7 ottobre,” continua Abu Saleh. “E’ chiaro che questo caso intende essere un messaggio intimidatorio diretto all’opinione pubblica e ci opporremo a questo con ogni mezzo giuridico a nostra disposizione.”

Il caso ha scatenato un’ampia discussione riguardante il passato di Ihsan Halabi, il giudice che ha firmato la sentenza e ha presieduto la giuria che ha emesso il verdetto. Halabi ha lavorato per 22 anni con varie funzioni giudiziarie nel sistema dei tribunali militari prima di essere trasferito alla giurisdizione civile solo quattro anni fa. Dopo la condanna alcuni attivisti hanno messo in discussione il fatto che un giudice con un passato militare così lungo abbia presieduto casi riguardanti la libertà di espressione e l’attività civica, soprattutto in cause riguardanti i diritti dei cittadini palestinesi di Israele.

Zeidan ha attribuito la responsabilità della riduzione delle libertà dei cittadini palestinesi anche ai partiti politici arabi, che secondo lui si sono basati troppo sull’attivismo in parlamento: “Quando la Knesset si trasforma da uno strumento tra gli altri per la lotta nell’unico obiettivo centrale si crea un grande vuoto in piazza,” afferma. “Ciò ha contribuito al declino delle proteste popolari e ha reso più facile per il potere isolare i singoli che scelgono spontaneamente di protestare.”

Ma nel contesto del tentativo più ampio da parte dello Stato di ridefinire i confini dell’attività politica palestinese in Israele ci sono tante cose che i partiti arabi possono fare. “La condanna non è stata del tutto una sorpresa perché c’è un’atmosfera generale che intende ridurre lo spazio per la libertà di espressione,” afferma Zeidan. “Quanti teatri sono stati chiusi? Quanti artisti sono stati perseguitati?

Una sentenza come questa può essere intesa come un messaggio deterrente per altri, non solo la punizione degli imputati, soprattutto perché prende di mira attivisti importanti e influenti che hanno dimostrato di avere un ruolo dirigente durante la guerra.”

Baker Zoubi è un giornalista e cittadino palestinese di Israele residente nel villaggio di Kufr Maser, in Bassa Galilea. Ha iniziato la sua carriera nel 2010 come reporter per mezzi di informazioni locali arabi prima di raggiungere la posizione di caporedattore della piattaforma di notizie Bokra, con sede a Nazareth. Dal 2021 ha collaborato con +972 Magazine e Local Call [edizione in ebraico di +972, ndt.] continuando il suo lavoro come giornalista part-time a Bokra e pubblicando editoriali su questioni politiche e sociali nella società palestinese. Oltre al suo lavoro giornalistico collabora con varie istituzioni in progetti di traduzione ed editing di testi e occasionalmente produce programmi televisivi. Lui e la moglie Yara hanno tre bambini: una figlia, Jida, e due figli, Jabr e Jawad.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




«Come si fa a curare artisticamente un genocidio?»

Oren Ziv

21 maggio 2026 – +972 Magazine

Segnata dalle proteste per la partecipazione di Israele, la Biennale di Venezia ospita una mostra con 100 ricami palestinesi ispirati alle strazianti immagini provenienti da Gaza. Il curatore Faisal Saleh racconta come è nato il progetto.

Alla vigilia della 61ª Biennale di Venezia, inaugurata all’inizio di questo mese, diversi artisti tra i più attesi del festival hanno annunciato il loro rifiuto di esporre le proprie opere. Lo sciopero di 24 ore, in segno di protesta contro la decisione del festival di includere padiglioni ufficiali di Israele e Russia, è stato organizzato dall’Art Not Genocide Alliance, che nei giorni precedenti aveva già mobilitato centinaia di attivisti per bloccare l’ingresso del padiglione israeliano con striscioni recanti la scritta “No artwashing genocide” [Nessuna pulizia mediante l’arte del genocidio, ndt.].

Circa una settimana prima dell’apertura i cinque membri della giuria della Biennale si sono dimessi dichiarando che non avrebbero giudicato i padiglioni rappresentativi di Paesi “i cui leader sono accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale”, ovvero Israele e Russia.

L’edizione di quest’anno del prestigioso festival internazionale d’arte vede la partecipazione di 100 padiglioni nazionali, ciascuno dei quali ospita artisti in rappresentanza del proprio Paese. Israele, che ha avuto un padiglione fin dal 1950, è rappresentato dallo scultore israeliano di origini romene Belu-Simion Fainaru. Il padiglione della Russia, dal canto suo, è stato riammesso dopo essere stato escluso in seguito all’invasione dell’Ucraina.

A questo punto lunico veto possibile sarebbe unesclusione preventiva”, ha affermato il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco in risposta alle critiche sollevate riguardo alla partecipazione di quei Paesi. Nominato dal governo di Giorgia Meloni nell’ottobre 2023, il giornalista di destra e intellettuale pubblico ha difeso la decisione aggiungendo: «Questa è una Biennale che non cerca di risolvere i problemi ma di metterli in mostra».

Sebbene la mostra principale della Biennale, «In Minor Keys», della compianta curatrice camerunese-svizzera Koyo Kouoh, contenga alcuni riferimenti a Israele-Palestina (i visitatori trovano all’ingresso la poesia «Se devo morire» dello scrittore gazawi assassinato Refaat Alareer accanto a un’installazione del collettivo di artiste queer Fierce Pussy” che presenta una bandiera palestinese strappata), l’Italia non riconosce lo Stato di Palestina, lasciando i palestinesi senza un padiglione nazionale ufficiale.

Tuttavia oltre ai 100 padiglioni nazionali sono previsti 31 eventi collaterali, e uno di questi insiste nel dare centralità alle voci palestinesi. “‘ _____________* * Gaza – No Words See the Exhibit” [“‘ _____________* * Gaza – Senza Parole – Guardate la Mostra”, ndt.], organizzata dal Palestine Museum US e ufficialmente riconosciuta dalla Biennale, porta 100 opere di tatreez (ricamo tradizionale palestinese) nel cuore di Venezia. Ogni pannello ricamato ricrea un’immagine del genocidio israeliano a Gaza ed è stato realizzato a mano da donne palestinesi che vivono nei campi profughi in Cisgiordania, Libano e Giordania. Insieme, i pannelli formano quello che gli organizzatori chiamano l’arazzo del genocidio di Gaza”.

Faisal Saleh, imprenditore palestinese-americano e fondatore del Palestine Museum US di Woodbridge, nel Connecticut, è uno dei quattro curatori della mostra. La sua famiglia è originaria del villaggio di Salama, vicino all’odierna Tel Aviv, e fu sfollata durante la Nakba del 1948. Saleh è cresciuto a Ramallah e ha vissuto l’occupazione israeliana della Cisgiordania nel 1967 prima di trasferirsi negli Stati Uniti per studiare. In seguito, ha intrapreso una carriera da imprenditore e dopo il pensionamento ha fondato il primo museo palestinese negli Stati Uniti.

Mentre le proteste turbavano i primi giorni convulsi della Biennale ogni giorno migliaia di visitatori – tra cui molti turisti che non erano venuti a Venezia appositamente per il festival – hanno visitato la mostra gratuita, situata in posizione centrale. Percorrendo la galleria gli spettatori hanno riconosciuto le immagini suggestive su cui si basano le opere ricamate. Da vicino, i ricami intricati catturano lo sguardo, ma quando lo spettatore fa un passo indietro si svela l’immagine nella sua interezza.

In un’intervista rilasciata a +972 Magazine in occasione della mostra Saleh ha parlato del processo di ideazione e realizzazione del progetto all’interno di uno degli spazi artistici più politicamente pregnanti al mondo. L’intervista è stata modificata per ragioni di brevità e chiarezza.

Qual è stato l’intento alla base della mostra?

Noi [i curatori] vogliamo che il mondo si trovi faccia a faccia con ciò che permette che accada. Speriamo che le [opere darte] spingano le persone a riflettere sulla necessità dellassunzione di responsabilità e della giustizia. In altre parole, non vogliamo che queste cose vengano dimenticate. Sono dei moniti e saranno conservati per sempre.

E abbiamo voluto portare l’arte palestinese ai vertici del mondo dell’arte. La Biennale di Venezia costituisce le Olimpiadi del mondo dell’arte. Abbiamo voluto portare l’arte delle donne palestinesi che lavorano nei campi profughi allo stesso livello delle artiste di altri Paesi. I loro nomi contano. Molte di loro hanno realizzato molti progetti commerciali in cui i galleristi prendevano le loro opere e le vendevano. Ma ora [queste opere sono esposte pubblicamente] con il loro nome. Ottengono il giusto riconoscimento.

Perché avete scelto il tatreez come principale mezzo espressivo?

L’idea è quella di promuovere e presentare la storia e la narrazione politica palestinese. Abbiamo pensato di utilizzare il tatreez perché viene realizzato dalle donne palestinesi nei campi profughi in Libano, nei villaggi della Cisgiordania e in Giordania. Abbiamo sette gruppi, a cui assegniamo dei lavori, e la coordinatrice commissiona a donne specifiche la realizzazione di determinate opere. Le opere provenienti dalla Cisgiordania vengono raccolte e spedite ad Amman. Quelle provenienti da Ain Al-Hilweh [il più grande campo profughi palestinese in Libano, ndt.] sono inviate a Beirut, mentre affidiamo il loro trasporto a persone che si recano in Europa.

Ho detto al mio gruppo che volevamo creare 100 ricami in un anno. Sapevo che ci erano voluti 12 anni per realizzare i 100 ricami che avevamo nel museo sulla storia palestinese. Ma ho detto: «Per Gaza c’è una certa urgenza.»

Perché non la fotografia? E come avete scelto le immagini su cui basare i ricami?

Non ho voluto organizzare una mostra fotografica perché la gente aveva già visto tutte queste fotografie sui social media. Una foto è spesso molto esplicita, mentre un dipinto racchiude in sé un elemento di astrazione. Così come quest’opera: è realizzata con dei puntini. Se la si osserva da due metri di distanza sembra una fotografia. Ma avvicinandosi si iniziano a distinguere i puntini. Ogni pezzo è composto da 55.000 punti.

La tecnica del ricamo rallenta la percezione della terribile realtà rappresentata in queste immagini. Richiede molto tempo: una donna le osserva per due mesi e mezzo, vedendo l’immagine svilupparsi gradualmente e dovendo conviverci per tutto questo tempo.

In qualche modo è molto più toccante vederla ricamata e pensare a chi l’ha realizzata e a come l’ha fatta; è una sensazione diversa rispetto a guardare una fotografia. Le donne [che hanno fatto i ricami] sono rifugiate del 1948 e vedono ciò che sta accadendo a Gaza come una versione aggravata di quanto accaduto nel 1948, una continuazione della stessa politica.

Abbiamo assistito a proteste di massa e a uno sciopero che chiedevano l’esclusione di Israele dal festival, ma il presidente della Biennale ha affermato che il festival non avrebbe escluso nessuno. Come vede questi due approcci politici dal punto di vista di un artista?

Credo che fino ad ora fosse accettabile seguire il principio [che chiunque potesse partecipare]. Ma ciò che Israele ha fatto ha raggiunto livelli inaccettabili, livelli di atrocità e orrori indicibili che impongono un nuovo standard di comportamento umano. Al di sotto [di tale standard] nessuno dovrebbe essere autorizzato a partecipare a competizioni internazionali, non solo alla Biennale, ma anche all’Eurovision, alla FIFA, alle Olimpiadi, a tutti gli eventi internazionali e ai concorsi cinematografici di Hollywood. La Biennale, insieme a tutte le altre organizzazioni, deve definire dove inizia e dove finisce la condizione umana.

A che punto un Paese si autoesclude dall’essere tra le nazioni del mondo che credono nei diritti umani e che non sono disposte a scendere al di sotto di un certo livello? Chi va oltre tale soglia non dovrebbe essere autorizzato a partecipare. A mio parere a questo punto Israele non dovrebbe essere ammesso. Non vorrei trovarmi nello stesso posto di chi ha commesso tutte queste atrocità. Non è giusto aspettarsi che altri artisti di altri Paesi siano presenti, perché li si mette in una situazione imbarazzante, costretti a scegliere tra il rispetto della vita umana e l’esposizione delle proprie opere.

Come vede il fatto che la Palestina non abbia un padiglione ufficiale alla Biennale?

Sapete cosa succederà se l’Italia alla fine riconoscerà lo Stato di Palestina e la Palestina diventerà idonea ad avere un padiglione? Indovinate chi cercherà di controllarlo: l’Autorità Palestinese. Questo è un problema per noi, perché queste persone non rappresentano i palestinesi. Rappresentano sè stesse e non lavorano per il popolo. Fanno il lavoro sporco per Israele in Cisgiordania.

In nessun caso noi palestinesi accetteremo che siano loro a gestire qualcosa di così importante. Quindi si spera che se dovesse accadere qualcosa del genere ci sia una sorta di processo democratico che determini chi potrà esporre e in base a quale modalità: un processo aperto, senza corruzione e senza il controllo di un singolo partito.

In che modo la storia della sua famiglia, sopravvissuta alla Nakba del 1948, ha influenzato il suo lavoro?

Siamo originari del villaggio di Salama – Kfar Shalem, come lo ribattezzò Israele – nell’attuale zona sud di Tel Aviv. Il nostro villaggio fu completamente svuotato e distrutto [durante la Nakba]. Ci rifugiammo ad Al-Bireh [vicino a Ramallah], dove sono nato nel 1951. Ero l’undicesimo figlio e vivevamo in una sola stanza. Non è stata una vita facile, ma ce l’abbiamo fatta tutti.

Nel 1967, da Ramallah, potemmo assistere al bombardamento di Nabi Samwil e di Gerusalemme. L’esercito israeliano entrò a Ramallah e la bombardò, costringendo l’esercito giordano alla ritirata.

Sono arrivato negli Stati Uniti nel 1969, ho studiato, ho lavorato nel settore commerciale per 40 anni, poi sono andato in pensione e ho iniziato a impegnarmi per la causa palestinese. Ho collaborato con alcune persone che volevano allestire un museo, ma non mi piaceva il modo in cui lo stavano facendo, così le ho abbandonate e ho lavorato per conto mio, creando il primo museo [palestinese] nell’emisfero occidentale.

Pensa che questa mostra sia di per sé una sorta di risposta a coloro che affermano che l’arte dovrebbe essere apolitica, che dovrebbe essere neutrale?

Gaza ha infranto tutte le regole. Mi sono trovato di fronte alla domanda: come si cura artisticamente un genocidio? Non esiste un manuale. Non c’è un libro che ti spieghi come farlo.

Ho dovuto riflettere a lungo, collegare molti elementi e ideare qualcosa di potente, che raccontasse la storia palestinese a Gaza senza ombra di dubbio. Posso assicurarle che chiunque visiti questa mostra ne uscirà una persona diversa.

Oren Ziv è un fotoreporter, collaboratore di Local Call [rivista online in lingua ebraica edita in collaborazione con + 972 Magazine, ndt.] e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills.

(Tradotto dall’inglese da Aldo Lotta)




Come Israele sta usando milizie e blocchi di cemento per impadronirsi di ciò che resta di Gaza  

Tareq S. Hajjaj  

19 maggio 2026 Mondoweiss

Le forze israeliane hanno oltrepassato la “Linea Gialla” che divide a metà la Striscia di Gaza e ora controllano il 65% del territorio. Gli abitanti chiamano il nuovo confine “muro dell’apartheid” di Gaza

La mattina del 13 maggio gli abitanti nei pressi della moschea di al-Hikma, nella parte orientale di Deir al-Balah, hanno iniziato a ricevere telefonate da una persona che affermava di essere il “Capitano Abu Omar”, ufficiale dell’esercito israeliano, che ordinava loro di evacuare le proprie case e spostarsi di oltre 200 metri a ovest della moschea. Il termine per andarsene era inferiore a una settimana.

Lo stesso pomeriggio dei combattenti armati fedeli a Shawqi Abu Nuseira, leader di una milizia di Gaza che, secondo i residenti, è armata e protetta dall’esercito israeliano, hanno fatto irruzione negli stessi quartieri che l’esercito aveva avvertito poche ore prima. Secondo i residenti, il messaggio era lo stesso: evacuare.

La scena di Deir al-Balah si inserisce in un quadro più ampio che si sta profilando in tutta Gaza. Dall’inizio di maggio le forze israeliane hanno spinto i blocchi di cemento gialli che delimitano la cosiddetta “Linea Gialla” sempre più in profondità nelle aree della Striscia nominalmente sotto il controllo di Hamas.

Secondo Reuters la Linea ha conquistato un ulteriore 11% del territorio di Gaza, portando la superficie totale sotto il controllo militare israeliano al 65%. All’inizio del cessate il fuoco nell’ottobre 2025 Israele controllava il 53% della Striscia, con un accordo che avrebbe dovuto essere temporaneo e portare a un graduale ritiro israeliano dall’enclave. La nuova espansione è adesso nota come “linea arancione”, confinando oltre 2,2 milioni di palestinesi in ciò che resta di Gaza.

Abu Nuseira, secondo gli abitanti di Gaza centrale e Khan Younis, è un ex militante di lunga data delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese a Gaza, con una lunga storia di lotta contro Israele. Ha perso un figlio nelle prime settimane della guerra del 2023, dopodiché ha iniziato ad agire in modo più aggressivo contro Hamas. Lui e la sua milizia ora operano in aree sotto controllo israeliano e sono ampiamente considerati a Gaza dei collaboratori che ricevono armi e supporto logistico da Israele.

In un video pubblicato sulla pagina Facebook della milizia, Abu Nuseira compare circondato da uomini pesantemente armati e mascherati. Afferma di “proteggere la vita delle persone” e che la loro “continua sofferenza è legata al rifiuto di Hamas di cedere l’amministrazione della Striscia di Gaza”. Al termine del suo discorso, i suoi uomini scandiscono ripetutamente “Morte ad Hamas”.

Muhammad al-Amour, residente nella parte orientale di Deir al-Balah, ha dichiarato a Mondoweiss che alcune famiglie hanno ricevuto chiamate dirette di evacuazione dall’esercito israeliano e che lo stesso giorno nelle stesse zone sono arrivate le milizie “ad avvisare gli abitanti tra cui decine di sfollati e quelli di case vicino alla Linea Gialla nella parte orientale di Deir al-Balah”. Al-Amour ha affermato che gli abitanti hanno preso sul serio gli avvertimenti e hanno iniziato ad evacuare le proprie case, temendo di essere uccisi dalle milizie o bombardati dall’esercito se fossero rimasti. “Questo è successo ripetutamente durante la guerra ad altre famiglie in diverse zone “, ha aggiunto.

Il nuovo “muro di Berlino” di Gaza

A Khan Younis, nel sud del Paese la linea arancione si è avvicinata a circa 200 metri dalle zone in cui si rifugiano gli sfollati. I palestinesi hanno paragonato le linee gialla e arancione al Muro di Berlino e, in altre circostanze, al muro dell’apartheid che attraversa la Cisgiordania occupata. Questo confine invisibile separa decine di migliaia di famiglie dalle loro case, terre e proprietà in aree dove l’esercito continua a demolire ciò che resta.

Mahmoud al-Raqab, uno sfollato di Khan Younis che vive a circa 300 metri dalla Linea Gialla, ha dichiarato a Mondoweiss che la continua avanzata della linea verso le zone residenziali è “estremamente pericolosa”.

“Tristezza, ansia e paura ci sopraffanno mentre questa espansione continua verso ciò che resta della nostra terra, del nostro quartiere e delle nostre tende”, ha affermato. “Sta riducendo gli spazi a nostra disposizione, impedendoci persino di camminare vicino alle nostre case e aumentando la probabilità che vengano confiscati altri terreni, case, tende e attività commerciali”.

Al-Raqab ha affermato di considerare quanto sta accadendo identico alla confisca dei terreni e alle restrizioni alla libertà di movimento imposte ai palestinesi in Cisgiordania e nelle zone cuscinetto. “Sta distruggendo ogni speranza che il resto della mia famiglia e i nostri vicini possano un giorno tornare a vivere insieme “, ha dichiarato Al-Raqab a Mondoweiss.

“L’esercito sta espandendo la sua occupazione su vaste aree agricole e zone aperte vicino a via Salah al-Din e nelle regioni orientali, scavando profonde trincee per impedire l’accesso alla zona e negare ai palestinesi la possibilità di coltivarla di nuovo”, ha aggiunto. La regione orientale è considerata il “granaio” di Gaza, già sede di fattorie, uliveti e agrumeti e fonte di sostentamento per decine di migliaia di famiglie che possiedono terreni nella parte orientale di Khan Younis.

“Questo è un nuovo muro dell’apartheid che si sta erigendo nella Striscia di Gaza”, ha concluso. «Oggi posano blocchi di cemento. Domani costruiranno alti muri. Stanno sezionando le nostre terre, erigendo barriere tra noi e le nostre case, imponendo restrizioni alla nostra libertà di movimento verso le nostre abitazioni, fattorie e terreni, separando le persone dalle loro proprietà e dalle loro terre d’origine e inglobando gradualmente la nostra terra sotto i nostri occhi.»

Al-Raqab afferma di aver visto la linea avanzare circa otto volte negli ultimi 12 mesi e di aver assistito personalmente alla sua più recente espansione. Poiché vive in una zona adiacente racconta come la linea abbia isolato nuove aree che si estendono dall’ospedale Dar al-Salam alla rotonda di Bani Suhaila, a est di Khan Younis, lungo via Salah al-Din.

“Non possiamo fare nulla contro questa linea”, ha dichiarato. “Non possiamo ignorarla e tornare a casa: verremmo uccisi immediatamente. Non è eroismo andare a farsi uccidere. Non è una questione personale per me, la mia casa e la mia terra. L’occupazione sta rubando tutta la mia patria, non solo la mia terra. E se ora non possiamo fare nulla per riprenderci la nostra terra, questo non significa che ce ne dimenticheremo. La terremo nei nostri cuori e nelle nostre menti finché non torneremo.”

Tareq S. Hajjaj è corrispondente da Gaza per Mondoweiss e membro dell’Unione degli scrittori palestinesi. È presente su Twitter/X all’indirizzo @Tareqshajjaj.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il ministro delle Finanze israeliano afferma che la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato d’arresto contro di lui

Redazione di MEMO

19 maggio 2026 – Middle East Monitor

Il ministro israeliano delle Finanze Bezalel Smotrich ha affermato che martedì è stato informato di un mandato internazionale d’arresto contro di lui emesso dalla Corte Penale Internazionale (CPI).

Ieri sera sono stato informato che una richiesta per un mandato d’arresto internazionale segreto è stata depositata dal procuratore della Corte antisemita dell’Aja,” ha detto Smotrich ad una conferenza stampa, come riportato dal quotidiano Yedioth Ahronoth.

Smotrich ha descritto l’azione come un tentativo di “imporci una politica di sicurezza suicida attraverso sanzioni e mandati d’arresto.”

Noi non accetteremo imposizioni ipocrite da enti faziosi che si sono posti ripetutamente contro lo Stato di Israele,” ha aggiunto, dicendo che “una larga parte delle Nazioni europee non ha mai eccelso nell’amore per Sion. Ipocrisia e doppi standard sono diventati il tratto distintivo di molti Stati.”

Domenica il quotidiano Haaretz, citando una fonte diplomatica anonima, ha detto che il procuratore capo del CPI ha chiesto mandati d’arresto secretati per “un non specificato numero di funzionari israeliani.”

I mandati riguarderebbero tre ufficiali dell’esercito israeliano e due politici, ha affermato la fonte, aggiungendo che la tempistica della richiesta rimane sconosciuta.

Dopo aver appreso della richiesta del mandato, Smotrich ha anche detto che avrebbe firmato un ordine di deportazione per il villaggio beduino palestinese di Khan al-Ahmar, nella Cisgiordania occupata.

Tuttavia ha osservato che “la firma di un ordine di evacuazione non è tra i poteri di un ministro delle Finanze.”

Circa 200 palestinesi vivono nella comunità di beduini in case di latta e tende e hanno resistito per anni ai tentativi di deportazione legati al progetto di una colonia israeliana illegale conosciuto come “E1.”

Khan al-Ahmar è circondato da colonie israeliane illegali e si trova in un’area obiettivo di Israele per la realizzazione del progetto.

Il piano include la costruzione di più di 3.500 unità abitative illegali che hanno l’obiettivo di collegare la colonia di Maale Adumim con Gerusalemme Est, isolando la città dai dintorni palestinesi e dividendo di fatto la Cisgiordania occupata in due parti.

Il progetto ha incontrato un’ampia opposizione internazionale perché la sua realizzazione è vista come un modo per compromettere la soluzione a due Stati e la fondazione di uno Stato palestinese a fianco di Israele.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La polizia israeliana ha creato una sezione speciale per controllare i giornalisti stranieri

Nadav Rapaport a Tel Aviv, Israel

19 May 2026 19 maggio 2026 – Middle East Eye

I giornalisti stranieri in Israele hanno affrontato controlli e restrizioni crescenti nella Cisgiordania occupata

La polizia israeliana sta aprendo una sezione speciale nella Cisgiordania occupata per controllare i giornalisti stranieri che desiderano entrare in Israele o nei territori palestinesi occupati.

Secondo un articolo di Haaretz di martedì il dipartimento speciale di polizia lavora a stretto contatto con l’Autorità Israeliana per la Popolazione e Immigrazione che si trova presso i posti di frontiera internazionali e sul ponte di Allenby in Cisgiordania.

Haaretz ha ottenuto un documento della polizia che dettaglia gli articoli e l’attività sulle reti sociali di Alessandro Stefanelli, giornalista indipendente italiano che in passato è entrato varie volte in Israele e in Cisgiordania.

La polizia ha etichettato Stefanelli come critico nei confronti di Israele, definendolo “un giornalista e fotografo che dà un’informazione di parte su Israele.”

A luglio dell’anno scorso il giornalista italiano è stato informato che il suo visto per Israele era stato revocato, e l’ambasciata israeliana a Roma non ha fornito alcuna spiegazione sul perché il suo visto sia stato annullato.

Ciononostante Stefanelli ha cercato di entrare in Cisgiordania attraverso il ponte di Allenby, che unisce il territorio palestinese alla Giordania, ma l’Autorità per la Popolazione e Immigrazione gli ha negato l’ingresso.

Un rapporto di polizia afferma che Stefanelli “chiede l’intervento internazionale contro ‘la violenza dei coloni’ e traccia un quadro di parte”, dopo che lui ha presentato un ricorso a un tribunale israeliano perché gli consenta l’accesso a Israele e in Cisgiordania, accusando inoltre il giornalista di essere “in contatto con miliziani”.

Queste accuse sono estremamente ridicole, mi mettono nella stessa lista dei terroristi,” ha detto Stefanelli ad Haaretz, aggiungendo che “faccio fatica a capire come un poliziotto in una democrazia possa scrivere cose simili. Puoi stilare un documento del genere solo se sai che un giudice lo crederà,” ha aggiunto.

Tamir Blank, l’avvocato di Stefanelli, ha detto ad Haaretz che “è incredibile e sconfortante che la polizia… abbia investito risorse per controllare articoli giornalistici e limitare la libertà di espressione. Siamo a un passo, e molto corto, dalla polizia del pensiero [riferimento al romanzio “1984” di G. Orwell, ndt.],” ha affermato Blank.

La polizia israeliana ha detto ad Haaretz di agire in base alla legge, che “conferisce mandato di impedire a uno straniero l’ingresso nello Stato di Israele se lui, o l’organizzazione per cui lavora, agisce contro lo Stato di Israele.”

L’attacco di Israele contro i mezzi di comunicazione

Dall’ottobre 2023 Israele ha impedito ai giornalisti, israeliani e stranieri, di entrare nella Striscia di Gaza occupata senza scorta militare israeliana.

Lo scorso mese la Corte Suprema israeliana ha rinviato per l’undicesima volta dall’ottobre 2023, dopo che lo Stato non ha risposto, la decisione riguardo a se le autorità israeliane debbano concedere libero accesso all’enclave.

Secondo il sito di notizie israeliano The Seventh Eye [il Settimo Occhio, ong che monitora la correttezza dell’informazione in Israele, ndt.] il mese scorso il Committee to Protect Journalists [Comitato per la Protezione dei Giornalisti] (CPJ) e Reporter Senza Frontiere (RSF) si sono uniti alla richiesta di lunga data della Foreign Press Association in Israel [Associazione della Stampa Estera in Israele] (FPA) che chiede di poter accedere [a Gaza].

Le tre organizzazioni dei giornalisti hanno chiesto alla Corte di consentire ai giornalisti l’ingresso a Gaza, ma Noam Sohlberg, vicepresidente della Corte Suprema, ha rifiutato l’autorizzazione ed ha concesso un’altra proroga dei termini concessi allo Stato per rispondere.

In Israele i giornalisti devono affrontare condizioni estremamente difficili, e Israele sta per bandire agenzie di notizie come Al Jazeera in quanto [sarebbe una] minaccia per la sicurezza nazionale. Secondo il CPJ a Gaza “Israele è impegnato nel più mortale e deliberato tentativo di uccidere e mettere a tacere i giornalisti.”

I giornalisti palestinesi vengono minacciati, presi direttamente di mira e uccisi dalle forze israeliane, e sono arbitrariamente arrestati e torturati come rappresaglia per il loro lavoro,” afferma l’organizzazione.

Secondo i dati dell’associazione, dall’ottobre 2023 Israele ha ucciso 263 giornalisti palestinesi, ne ha feriti 174 e imprigionati 107.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)