Rapporto OCHA sulla settimana 7 – 13 giugno 2016

L’8 giugno, due 21enni palestinesi provenienti dalla città cisgiordana di Yatta (Hebron) hanno ucciso tre israeliani e ne hanno feriti altri sette in un centro commerciale a Tel Aviv (Israele).Nella stessa circostanza un’altra israeliana è morta, secondo i media israeliani, per crisi cardiaca.

La polizia israeliana ha arrestato i due aggressori, uno dei quali era stato precedentemente ferito. Il Segretario generale dell’ONU ha decisamente condannato l’attacco. Questo episodio porta a nove il numero di israeliani uccisi in attacchi compiuti da palestinesi della Cisgiordania a partire dall’inizio del 2016; negli ultimi quattro mesi del 2015 le uccisioni furono 23.

nota (nel testo originale): Altri tre israeliani sono stati uccisi nel mese di gennaio 2016, e uno nel mese di ottobre 2015, durante attacchi perpetrati da due cittadini palestinesi di Israele, anch’essi rimasti uccisi.

Dopo questo attacco, le forze israeliane hanno chiuso, per tre giorni, tutte le vie di accesso a Yatta, impedendo ogni movimento in entrata e in uscita dalla città, ad eccezione dei casi umanitari preventivamente concordati. Inoltre, per tutta la settimana, è stato impedito l’ingresso in Israele, o nell’area chiusa posta oltre la Barriera (la “Seam Zone “), a circa 350 titolari di permesso aventi il medesimo cognome del sospetto autore di un tentativo di accoltellamento avvenuto il 2 giugno nella zona di Tulkarem, nel corso del quale il presunto attentatore venne ucciso.

Nello stesso contesto, le autorità israeliane hanno sospeso i permessi rilasciati, per il Ramadan, ad oltre 83.000 palestinesi della Cisgiordania e ad alcune centinaia di abitanti della Striscia di Gaza; permessi utilizzati soprattutto per visite a familiari residenti in Israele. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, oltre a condannare l’attacco, ha espresso preoccupazione per la cancellazione dei permessi, fatto che può configurarsi come una punizione collettiva.

Inoltre, dal 10 al 12 giugno, in occasione di una festa ebraica (Shavuot), le autorità israeliane hanno imposto una chiusura della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, precludendo ai titolari di permesso l’ingresso in Israele e a Gerusalemme Est, ad eccezione degli operatori umanitari, del personale delle organizzazioni internazionali e dei titolari di permesso di ricongiunzione familiare.

Nonostante le misure di cui sopra, durante il primo venerdì del Ramadan (10 giugno), almeno 30.000 palestinesi in possesso di documenti di identità della Cisgiordania sono stati autorizzati ad entrare a Gerusalemme Est per la preghiera. Ciò è dovuto principalmente alla già annunciata rinuncia, da parte di Israele, ad esigere alcuni requisiti per consentire l’ingresso [a Gerusalemme Est] dei palestinesi della Cisgiordania; in particolare, nell’annuncio precedente, si autorizzavano ad entrare gli uomini di età superiore ai 45 anni, i ragazzi al di sotto dei 12 anni e le donne di tutte le età.

L’11 giugno, a Beit ‘Amra (Hebron), le forze israeliane hanno distrutto la casa di famiglia di un 15enne palestinese, attualmente accusato dell’accoltellamento e uccisione di una donna israeliana verificatosi nel gennaio 2016 nell’insediamento colonico di ‘Otni’el. In seguito alla demolizione, sei persone, tra cui un minore, sono state sfollate. Dal quando, nel luglio 2014, questa pratica è stata ripristinata, le autorità israeliane hanno demolito o sigillato 48 case per motivi punitivi, sfollando 288 persone, tra cui 133 minori. Nel mese di novembre 2015, Robert Piper, coordinatore umanitario per i Territori palestinesi occupati, ha invitato le autorità israeliane a fermare questa pratica, che è una forma di punizione collettiva, illegale secondo il diritto internazionale.

Al checkpoint di ‘Awarta (Nablus), nel corso di un presunto tentativo di accoltellamento, le forze israeliane hanno gravemente ferito con arma da fuoco un palestinese mentalmente disabile; nessun soldato israeliano è rimasto ferito. È stato riferito che l’uomo sarebbe stato lasciato a terra sanguinante per circa un’ora, fino a quando un’ambulanza israeliana lo ha prelevato per le cure mediche. In Cisgiordania, in vari episodi, le forze israeliane hanno ferito complessivamente 15 palestinesi, tra cui due minori. Ciò rappresenta, dall’inizio del 2016, una riduzione dell’82% della media settimanale di palestinesi feriti.

L’8 giugno, le forze della Sicurezza palestinese hanno ferito cinque palestinesi durante scontri scoppiati nel corso di una protesta contro l’ingresso di israeliani in un santuario nella città di Nablus (la Tomba di Giuseppe); queste visite avevano già portato a scontri con le forze israeliane: il 6 giugno, era stato ucciso un giovane palestinese. Una protesta simile si era verificata il 4 giugno, con scontri tra manifestanti e forze palestinesi: dieci persone avevano subito lesioni causate dalla inalazione di gas lacrimogeno.

Durante una operazione di ricerca nella città di Qalqiliya, le forze israeliane hanno lanciato razzi illuminanti: almeno 50 alberi di ulivo hanno preso fuoco e sono rimasti danneggiati. In Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, le forze israeliane hanno condotto 87 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 128 palestinesi; circa il 30% degli arresti hanno avuto luogo nel governatorato di Hebron.

Nella zona (H2) della città di Hebron, sotto controllo israeliano, coloni israeliani hanno spruzzato liquido al peperoncino in faccia ad un 13enne palestinese. Inoltre, ci sono stati almeno cinque attacchi di coloni israeliani con conseguenti danni a proprietà palestinesi: 13 alberi di ulivo vandalizzati in Turmus’ayya (Ramallah); lanci di pietre ed atti vandalici contro almeno 21 veicoli in due episodi accaduti nelle zone di Gerusalemme Est e Nablus; 1.500 mq di terra spianati ad Al-Khader (Betlemme); 30 pecore di proprietà palestinese investite ed uccise nel villaggio di Az Zubeidat (Jericho).

Secondo quanto riferito dai media israeliani, in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, in quattro distinti episodi di lanci di pietre da parte di palestinesi contro veicoli israeliani, cinque israeliani, tra cui un minore, sono stati feriti e un veicolo è stato danneggiato.

Nella Striscia di Gaza, durante la settimana, in dieci occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco verso palestinesi presenti nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA) a terra e in mare; non sono stati registrati feriti. In uno degli episodi, una barca da pesca è stata danneggiata e tre palestinesi sono stati arrestati.

Durante il periodo di riferimento il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è rimasto chiuso in entrambe le direzioni. Dall’inizio del 2016, il valico è stato parzialmente aperto per soli nove giorni. Secondo le autorità palestinesi di Gaza oltre 30.000 persone sono registrate ed in attesa di attraversare.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it; Web: https://sites.google.com/site/assopacerivoli

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Israele si impossessa dell’ONU per un raduno studentesco contro il BDS

Alex Kane, 1 giugno 2016 – Mondoweiss

Le Nazioni Unite sono in genere un contesto critico nei confronti delle violazioni dei diritti umani da parte di Israele.

Ma il 31 maggio, la delegazione israeliana all’ONU si è impossessata dell’Assemblea generale per un incontro a favore di Israele durato tutto il giorno, a cui hanno partecipato circa 1.500 persone – molte delle quali studenti universitari – che hanno ascoltato una schiera di oratori contro il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) che prende di mira Israele.

I partecipanti radunati all’ONU per ascoltare i soliti discorsi a favore di Israele, hanno inveito contro l’ONU perché critica Israele, hanno agitato bandiere israeliane, hanno cantato l’inno israeliano e quello statunitense e ascoltato Matisyahu, la star del reggae ebreo-americano. L’obiettivo dell’incontro “Ambasciatori contro il BDS” è stato il movimento internazionale di boicottaggio contro Israele, e gli oratori hanno criticato il BDS, per supposto antisemitismo e sostenendo che diffonde “bugie” su Israele. La conferenza era organizzata dalla delegazione di Israele all’ONU e co-sponsorizzata da una serie di gruppi filo-israeliani.

L’incontro ha riflesso la crescente attenzione del governo israeliano contro il movimento BDS. Negli scorsi mesi i sostenitori di Israele, con il contributo delle organizzazioni USA, come StandWithUs, a favore di Israele, hanno organizzato conferenze negli USA e in Israele per discutere del movimento. A marzo il giornale israeliano Yedioth Ahronoth ha tenuto a Gerusalemme una conferenza contro il BDS che ha ospitato membri del governo israeliano. Il convegno ha fatto notizia e si è attirato critiche, dopo che un ufficiale dell’intelligence ha detto che Israele si dovrebbe impegnare “all’eliminazione mirata di civili” sostenitori del BDS, e dopo che Aryeh Deri, ministro degli Interni di Israele, ha detto che Israele dovrebbe revocare lo status di residente nello Stato all’attivista del BDS Omar Barghouti. In effetti lo scorso mese le autorità israeliane hanno imposto un divieto di viaggio a Barghouti, dopo che non gli hanno rinnovato i documenti che gli consentono di viaggiare fuori dal Paese.

Com’era prevedibile, la giornata all’ONU è iniziata con funzionari israeliani e sostenitori di Israele che si sono avvicendati sul podio dell’assemblea generale per inveire contro il movimento BDS. Danny Danon, l’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, ha definito l’incontro “storico” e ha detto: “Il BDS è il nuovo volto dell’antisemitismo.” Danon ha giurato di sconfiggere il movimento BDS “una volta per tutte”, ma ha detto che il movimento rappresenta una nuova minaccia perché “non possiamo fermarlo con le armi.”

Ronald Lauder, il presidente del Congresso Ebraico Mondiale, ha affermato che “l’era dell’ebreo tranquillo, timido, dell’ebreo del ghetto” è finita, e che ora il movimento sionista sa come lottare contro gente come i sostenitori del BDS. Ha affermato che “Studenti per la Giustizia in Palestina” è stato fondato dalla Fratellanza musulmana, un’accusa infondata, ed ha promesso di pubblicare annunci sui maggiori quotidiani per incoraggiare gli studenti a informare il Congresso Ebraico Mondiale delle attività antisemite e del BDS. “Se la vostra scuola, il vostro professore sostengono pubblicamente il BDS, contattateci,” ha detto Lauder, prima di invitare gli ex-studenti a non fare più donazioni alle loro scuole finché queste non bloccheranno il movimento BDS nei campus.

La forte presenza del movimento BDS nelle università è stata un particolare motivo di preoccupazione per molti partecipanti. Andrea Bhatti, una studentessa del “College of Staten Island” che era presente alla riunione, mi ha detto di essere “molestata” e “presa di mira” da “Studenti per la Giustizia in Palestina” dopo aver scritto una petizione che chiedeva di vietare il SJP. Melissa Sherman, una studentessa della Brooklyn Lawn School, ha detto di sperare che l’incontro le avrebbe insegnato “ad essere più brava a parlare di Israele.

La prima metà della giornata è stata piena dei tipici comizi. Invece un dibattito sulle università e il BDS è stato più equilibrato. David Sable, amministratore delegato della compagnia pubblicitaria Y & R, ha esposto un messaggio sorprendente per i partecipanti: il vostro discorso filo-israeliano non funziona. “Non tutti quelli che criticano Israele sono antisemiti,” ha detto Sable, che ha ammonito i sostenitori di Israele a “smetterla di essere autoreferenziali” e di parlare piuttosto ad altre persone che non sono ancora convinte delle ragioni di Israele. Ha anche sostenuto che Israele sta perdendo la guerra delle reti sociali. “Nei blog siamo stati fatti fuori,” ha detto, mentre mostrava diapositive di contenuti filo-palestinesi visivamente convincenti sui siti web.

Sable aveva partecipato al dibattito dei democratici a Brooklyn tra Bernie Sanders e Hillary Clinton e ha detto di essere rimasto sorpreso del fatto che persone che ha descritto come l’ “elite nera” di Harlem abbiano applaudito il discorso di Sanders su Israele/Palestina.

Il famoso consulente politico e sondaggista repubblicano Frank Luntz ha fatto un discorso simile ai presenti all’incontro. Ha mostrato diapositive che riassumevano il risultato di un recente sondaggio realizzato su studenti universitari. Ha detto che il 22% è più filo-palestinese che filo-israeliano, e il 44% crede che Israele stia praticando l’apartheid. “Le scuole in tutto il Paese stanno affrontando un’enorme sfida,” ha detto Luntz. “Stiamo perdendo gente che una volta era moderatamente filo-israeliana.” Luntz ha affermato che i sostenitori di Israele devono parlare “da giovani” e “fare discorsi di sinistra.”

Tuttavia pare che questo messaggio non sia stato raccolto dagli oratori che hanno chiuso la giornata. Shoham Nicolet, presidente dell’ “Israeli-American Council”, ha denunciato il BDS come “movimento dell’odio, violento, razzista.” Daniel Birnbaum, amministratore delegato della “SodaStream”, impresa attaccata dal BDS, ha affermato che la Cisgiordania “non è giuridicamente occupata”, che si tratta di un territorio “conteso”. Birnbaum ha incoraggiato i presenti a lottare contro il movimento BDS ma anche a raggiungere le persone con un messaggio più positivo. La sua idea di un messaggio positivo? “Ci sono palestinesi buoni. Non sono tutti terroristi.” Ha invitato i presenti a farsi amici palestinesi e ad inviare auguri a palestinesi per il Ramadan la settimana successiva.

Ma in uno dei momenti più stravaganti della conferenza, Birnbaum ha detto che un soldato israeliano “vuole tornare a casa dalla sua famiglia, vuole andare alla spiaggia e viaggiare dopo il servizio militare. Non è motivato dalle 72 vergini”, un riferimento alla convinzione di alcuni attentatori suicidi che sarebbero stati ricompensati dopo la loro morte.

Il movimento BDS non dà segni di fermarsi finché il controllo israeliano sui palestinesi proseguirà. E anche se alcuni oratori della conferenza hanno giurato che Israele vincerà la battaglia contro il movimento, è chiaro che probabilmente nei prossimi anni si terranno altri incontri contro il BDS. Radunare le proprie truppe è uno dei mezzi favoriti dei sostenitori di Israele, ma finora non sono riusciti a scalfire la crescita del movimento per il boicottaggio di Israele.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA riguardante il periodo: 24 maggio – 6 giugno 2016

Il 2 giugno, una 24enne palestinese, madre di due figli, è stata uccisa dalle forze israeliane mentre si avvicinava al checkpoint di ‘Enav (Tulkarem); si presume abbia tentato di accoltellare un soldato.

In un altro episodio, il 30 maggio, un 17enne palestinese ha accoltellato e ferito un soldato israeliano a Tel Aviv (Israele) ed è stato in seguito arrestato. Dall’inizio del 2016, nel corso di attacchi e presunti attacchi contro israeliani, sono stati uccisi 53 sospetti aggressori palestinesi, tra cui cinque donne e 13 minori; nell’ultimo trimestre del 2015 gli uccisi furono 89. Le circostanze di molti episodi hanno suscitato preoccupazione per l’uso eccessivo della forza.

Le autorità israeliane hanno consegnato alle loro famiglie i corpi di due palestinesi, tra cui una ragazza di 17 anni, sospettati di aver perpetrato attacchi contro israeliani. Sono tuttora trattenuti i cadaveri di altri nove palestinesi.

Un palestinese di 20 anni, colpito con arma da fuoco dalle forze israeliane, durante scontri verificatisi il 2 giugno nella città di Nablus, è successivamente morto in conseguenza delle ferite; gli scontri, che provocarono il ferimento di altri undici palestinesi, erano scoppiati a seguito dell’ingresso di un gruppo di israeliani in visita ad un santuario (la Tomba di Giuseppe).

In Cisgiordania, nelle due settimane cui si riferisce questo rapporto, in scontri con le forze israeliane sono stati feriti 97 palestinesi, tra cui 30 minori e una donna. La stragrande maggioranza degli scontri si è verificata durante manifestazioni e proteste: nei Campi Profughi di Ni’lin e Al Jalazun (governatorato di Ramallah); ad Azzun e Kafr Qaddum (governatorato di Qalqiliya); ad Abu Dis, Al ‘Eizariya e Silwan (governatorato di Gerusalemme). A Gaza, due palestinesi sono stati feriti, con armi da fuoco, durante manifestazioni nei pressi della recinzione perimetrale di Israele.

Durante le due settimane di riferimento, in almeno 25 casi, le forze israeliane hanno aperto il fuoco verso palestinesi presenti nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e in mare. In uno di questi episodi, cinque pescatori sono stati arrestati dalle forze navali israeliane e due loro barche sono state confiscate.

In Cisgiordania, nell’arco delle due settimane, le forze di Israele hanno condotto 167 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 240 palestinesi; la percentuale di arresti più alta (35%) è stata registrata nel governatorato di Gerusalemme. Nella Striscia di Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato, in sei occasioni le forze israeliane hanno compiuto operazioni di spianatura del terreno ed effettuato scavi.

Il 5 giugno, in Area C, presso la comunità beduina palestinese di Sateh al Bahr (Jericho), per mancanza di permessi edilizi israeliani, le autorità israeliane hanno smantellato e confiscato sei strutture residenziali e due roulotte adibite a scuola materna. Le strutture coinvolte erano state fornite come assistenza umanitaria e finanziate dal Fondo Umanitario per i Territori occupati. Sei famiglie sono state sfollate e tredici bambini privati della scuola. Questa è una delle 46 comunità beduine della Cisgiordania centrale a rischio di trasferimento forzato a causa di un piano israeliano di rilocalizzazione. Dall’inizio del 2016, sono state demolite o confiscate un totale di 180 strutture assistenziali, rispetto alle 108 relative all’intero 2015. Nel periodo di riferimento, con le stesse motivazioni, altre cinque strutture sono state demolite a Gerusalemme Est, coinvolgendo 19 persone.

Nella Città Vecchia di Gerusalemme Est, a causa di un ordine di sfratto emesso dalle autorità israeliane, due famiglie palestinesi, composte da sette persone, sono a rischio di sfollamento. Ciò fa seguito alla sentenza emessa da un tribunale israeliano a favore di una organizzazione di coloni che rivendica la proprietà delle case dei palestinesi.

Nel nord della Valle del Giordano, tre comunità di pastori (Khirbet ar Ras al Ahmar, Humsa al Bqai’a e Hamamat Al Maleh), composte da circa 360 persone, tra cui 205 minori, sono stati temporaneamente sfollate per tre giorni consecutivi, per più di 14 ore al giorno, per consentire esercitazioni militari israeliane. Ci sono 38 comunità di pastori palestinesi situate in zone designate dalle autorità israeliane come “zone per esercitazione a fuoco”; tali zone coprono circa il 18% della Cisgiordania. Molte di queste comunità, che sono tra le più vulnerabili della Cisgiordania, risiedono in queste zone da prima che le stesse venissero dichiarate “zone per esercitazione a fuoco”.

Secondo i media israeliani, nei governatorati di Hebron e Gerusalemme, tre israeliani, tra cui una donna, sono stati feriti e quattro veicoli israeliani sono stati danneggiati nel contesto di sette episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi.

Nelle due settimane sono stati riferiti quattro episodi di vandalismo contro proprietà palestinesi da parte di coloni israeliani: due episodi di lancio di pietre con danni a due veicoli vicino a Salfit e Betlemme; l’incendio di 15 alberi di ulivo in ‘Urif (Nablus); danni alle colture stagionali ad Al-Khader (Betlemme).

Le autorità israeliane hanno annunciato che durante il mese del Ramadan musulmano, iniziato il 6 giugno, a tutte le donne palestinesi in possesso di documenti di identificazione della Cisgiordania, così come a tutti gli uomini di età superiore ai 45 anni e ai ragazzi al di sotto dei 12 anni, al venerdì sarà consentito l’accesso senza permesso a Gerusalemme Est; uomini e ragazzi che non rientrano in queste categorie potranno richiedere il permesso.

Il valico di Rafah, al confine con l’ Egitto, è stato eccezionalmente aperto per quattro giorni (1, 2, 4, 5 giugno), permettendo a 3.142 palestinesi di uscire e a 894 di entrare a Gaza. Secondo le autorità palestinesi, ci sono più di 30.000 persone registrate e in attesa di attraversare, tra cui circa 9.500 malati e 2.700 studenti. Dall’inizio del 2016, Rafah è stato aperto per soli nove giorni.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

L’8 giugno, due palestinesi provenienti dalla città di Yatta (Hebron) hanno aperto il fuoco in un centro commerciale a Tel Aviv (Israele), uccidendo quattro israeliani e ferendone più di altri dieci; gli autori sono stati successivamente arrestati. Le forze israeliane hanno bloccato tutti gli accessi a Yatta, ad eccezione dei casi umanitari, ed eseguito operazioni di ricerca-arresto.

Il 9 giugno, dopo l’attacco di Tel Aviv, le autorità israeliane hanno annunciato la sospensione di circa 83.000 autorizzazioni concesse a palestinesi per entrare a Gerusalemme Est per la preghiera dei venerdì del Ramadan; sospesi anche i permessi per le visite ai familiari risiedenti in Israele.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it; Web: https://sites.google.com/site/assopacerivoli

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Dopo l’attacco di Tel Aviv i palestinesi manifestano poca gioia ma comprendono le ragioni di chi ha sparato

Ogni settimana, centinaia di palestinesi sono soggetti a colpi di arma da fuoco da parte degli israeliani e scappano terrorizzati. Secondo loro quello che hanno provato gli israeliani in questo unico attacco è nulla rispetto a quello che sperimentano ogni giorno.

di Amira Hass | 10 giugno, 2016 |

Haaretz

Wafa, l’agenzia ufficiale di notizie dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina [OLP], ha messo sul suo sito una spettacolare fotografia dei fuochi d’artificio a Gaza in onore del sacro mese musulmano del Ramadan e non per inneggiare all’attacco armato di mercoledì a Tel Aviv. Anche se ci sono stati palestinesi che hanno espresso soddisfazione per l’attacco di fronte alle telecamere che li hanno trovati proprio nel momento e nel luogo giusti, né la soddisfazione né l’appoggio[all’attacco] potrebbero descrivere con precisione i sentimenti della maggior parte dei palestinesi sulla sparatoria.

C’è una generale comprensione riguardo al motivo che ha spinto [ad agire]i due attaccanti della città cisgiordana di Yatta, insieme all’apprezzamento per quello che è apparso il loro coraggio. Vi è anche molta preoccupazione rispetto a quale sarà la risposta di Israele.

L’agenzia Wafa ha anche pubblicato una condanna dell’attacco proveniente dall’ufficio del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas. Sicuramente gli israeliani non si accontenteranno di questo, mentre allo stesso tempo i palestinesi si arrabbiano per la sua equidistanza. “L’ufficio di presidenza ha espresso la sua ripetuta condanna di ogni azione da qualunque parte provenga che prenda di mira i civili indipendentemente da quello che potrebbero essere le motivazioni,” afferma il comunicato. Ha anche affermato che la creazione di un clima positivo e la realizzazione di una giusta pace potrebbero garantire la sicurezza dei civili.

L’opposizione di Abbas a qualsiasi escalation ha avuto un riflesso concreto. Per esempio, le sue forze di sicurezza stanno arrestando e imprigionando gli attivisti che non sono stati arrestati da Israele e che hanno guidato le manifestazioni contro il muro di separazione a Betlemme. Di conseguenza sono cessati gli scontri in uno dei punti più caldi. Ma con questo suo comunicato moderato, Abbas ha evidentemente cercato di evitare di urtare la suscettibilità del suo pubblico.

Il suo partito Fatah non ha potuto condannare l’attacco di Tel Aviv. Un comunicato dell’organizzazione ha definito la sparatoria “una risposta individuale e naturale” alla violenza dello Stato israeliano. Un portavoce ha spiegato che per “violenza dello Stato” si intendeva la politica delle demolizioni delle case e lo sradicamento dei palestinesi dalle loro comunità, le “irruzioni dei coloni” sulla spianata delle moschee di Al-Aqsa a Gerusalemme e “gli omicidi a sangue freddo di palestinesi ai checkpoint”.

Da parte sua il movimento Hamas ha elogiato l’attacco, mentre il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina [FPLP] lo ha definito un punto di svolta nell’attuale intifada e una condivisibile reazione al gran numero di palestinesi uccisi da Israele. Riferendosi al luogo dell’attacco di Tel Aviv, avvenuto di fronte al Ministero della difesa, [il FPLP] ha detto che si è trattato di una sfida al nuovo ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, e che è la conferma che la lotta armata è il modo migliore per garantire i diritti dei palestinesi.

Il comunicato del Fronte Popolare si avvicina allopinione prevalente nell’opinione pubblica palestinese rispetto alle posizioni di Abbas o di Fatah, come riportato dal sondaggio pubblicato questa settimana dal Palestinian Center for Policy and Survey Research [Centro palestinese di ricerca e analisi politica]. Il sondaggio ha rivelato che il 58% degli intervistati (il 68% nella Striscia di Gaza e il 52% in Cisgiordania) è convinto che la rivolta degli attacchi individuali esplosa a ottobre, caratterizzata in prevalenza da attacchi all’arma bianca e che si sta trasformando in un’intifada armata, potrebbe essere più utile agli interessi nazionali palestinesi rispetto ai negoziati con Israele.

L’appoggio agli attacchi all’arma bianca è diminuito. Solamente il 36% degli intervistati nella Cisgiordania è solidale. Nella più lontana Gaza, invece, gli attacchi all’arma bianca sono stati appoggiati dal 75% degli intervistati.

In altre parole, vi è un ampio sostegno a parole da parte di coloro che sono lontani e che non sono coinvolti, mentre quelli che possono agire sono restii a farlo.

L’uso delle armi conserva nelle analisi e nelle dichiarazioni la propria aura quale punto più alto della lotta nazionale contro l’occupazione israeliana. Ma né il FPLP, né Hamas o Fatah hanno cercato o osato trasformare l’escalation dell’anno scorso in una lotta armata, perché non possono oppure sanno che fallirebbe, o che la gente non è realmente interessata o preparata.

I programmi televisivi che hanno mostrato gli israeliani che scappavano terrorizzati dagli attentatori sono scene familiari ai palestinesi. Giorno dopo giorno, sperimentano la paura asfissiante degli israeliani armati. Ogni settimana centinaia di palestinesi sono esposti alle sparatorie degli israeliani e fuggono terrorizzati; qualche volta sono feriti o uccisi. Secondo la loro opinione, quello che hanno passato gli israeliani in questo unico attacco è nulla rispetto a quello che sperimentano ogni giorno.

I palestinesi si prendono qualche rivalsa se viene sconvolta la normalità di Tel Aviv, solo a un’ora di macchina dalle zone di disperazione individuale e nazionale a Gaza e in Cisgiordania. La maggior parte è ben consapevole che questo sconvolgimento non cambierà l’orientamento e il comportamento degli israeliani. Tuttavia neppure le dimostrazioni pacifiche, le trattative diplomatiche e i resoconti dei media hanno trasformato gli israeliani in sostenitori del Meretz [partito sionista della sinistra moderata sostenitore della soluzione dei due Stati, ndt]. Quindi tutto quello che rimane è una soddisfazione momentanea di vendetta.

( Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Il futuro di Israele è terrificante: la “moralità” inquietante di Moshe Yaalon e di Israele

1 giugno 2016

Ma’an news

di Ramzy Baroud

La società israeliana sta continuamente andando a destra e, di conseguenza, viene regolarmente ridefinita l’intera scala di valori [del sistema] politico.

La società israeliana sta continuamente andando a destra e, di conseguenza, viene regolarmente ridefinita l’intera scala di valori [del sistema] politico. Che Israele sia ora governato dal “governo di destra più estrema della sua storia” è passato nel giro di pochi anni dall’essere un’affermazione fondata ad un vuoto luogo comune.

Infatti quella stessa argomentazione è stata utilizzata nel maggio del 2015 quando il primo ministro di destra Benjamin Netanyahu ha formato il suo governo con una risicata maggioranza di esponenti della destra con idee simili, con fanatici religiosi e ultranazionalisti. Lo stesso concetto, praticamente con le medesime parole viene nuovamente adottato, quando Netanyahu ha allargato la sua coalizione imbarcando l’ultranazionalista Avigdor Lieberman.

Così mercoledì 25 maggio Lieberman è diventato anche il ministro della difesa d’Israele. Tenendo conto della sua politica facinorosa e violenta, come ha dimostrato nei suoi due incarichi come ministro degli esteri (dal 2009 al 2012 e di nuovo dal 2013 al 2015), con lui come ministro della difesa del “governo di destra più estrema della storia” ci si aspetta ogni tipo di terrificante futuro”.

Mentre molti commentatori ricordano opportunamente le passate provocazioni di Lieberman e le [sue ] rozze affermazioni, per esempio, la sua dichiarazione del 2015 in cui minacciava di decapitare con un’ascia i cittadini palestinesi d’Israele se non avessero manifestato piena lealtà nei confronti di Israele; in cui propugnava la pulizia etnica dei palestinesi d’Israele; il suo ultimatum [con minaccia] di morte all’ex primo ministro palestinese Ismail Haniyeh e così via, al suo predecessore, Moshe Yaalon è stata risparmiata gran parte delle critiche.

Peggio, l’ex ministro della difesa Yaalon è stato additato da alcuni come un esempio di professionalità e di moralità. Egli è “ben stimato”, ha scritto William Booth sul Washington Post, paragonato a Lieberman “ un ribelle divisivo”. Ma “stimato bene” da chi? Dalla società israeliana la cui maggioranza appoggia l’assassinio a sangue freddo di palestinesi?

Israele si è attenuto per un lungo periodo a una definizione sua propria della terminologia politica. Il suo “socialismo” di prima maniera era una combinazione di vita in comune resa possibile dai massacri dei militari e basata sul colonialismo. La sua attuale definizione di “sinistra”, “destra” e “centro” è relativa, valida solo per Israele.

Yaalon è ora un esempio di livello di ragionevolezza e di moralità grazie a Lieberman, l’ex immigrato russo , buttafuori nei club trasformatosi in politico che sta organizzando costantemente il milione circa di ebrei russo- israeliani in base al suo programma politico sempre più violento.

Infatti, la citazione riportata numerose volte dai media sulle ragioni delle dimissioni di Yaalon è che ha perso fiducia “nella capacità decisionale di Netanyahu e nella sua moralità”.

Moralità? Analizziamo la realtà.

Yaalon ha partecipato a ogni importante guerra israeliana fin dal 1973 e il suo nome è stato più tardi associato alle più atroci guerre ed ai massacri israeliani prima in Libano e dopo a Gaza.

La sua “moralità” non gli ha mai impedito di ordinare alcuni dei più indicibili crimini di guerra perpetrati contro la popolazione civile, sia a Qana in Libano(1996) sia a Shujayya ,Gaza (2014).

Yaalon si è rifiutato di collaborare con qualsiasi inchiesta internazionale organizzata dalle Nazioni Unite o da qualsiasi altra organizzazione sulla sua violenta condotta. Nel 2005 è stato portato in giudizio in un tribunale degli Stati Uniti dai sopravissuti al massacro di Qana dove centinaia di civili e di operatori delle forze di pace delle Nazioni Unite sono stati uccisi e feriti dalle incursioni militari israeliane in Libano. In questo caso, non è prevalsa né la moralità israeliana né quella americana, e la giustizia deve ancora fare il suo corso.

Yaalon, che ha ricevuto l’addestramento militare all’inizio della sua carriera presso il British Army’s Camberley Staff College dell’esercito inglese [scuola di guerra inglese di origine coloniale e che ha formato molti ufficiali superiori israeliani, tra cui Rabin, ndtr], ha continuato ad avanzare di grado nell’esercito fino al 2002 quando è stato nominato capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane [IDF]. Rimasto per quasi tre anni in tale veste di conseguenza ha ordinato l’assassinio di centinaia di palestinesi e ha sovrainteso a diversi massacri che sono stati perpetrati dall’esercito israeliano durante la seconda intifada.

L’allora ministro della difesa, Shaul Mofaz, l’ha sollevato dal suo incarico nel 2005. Anche in questo caso è stata l’immoralità, non la moralità che ha giocato un ruolo nel conflitto tra lui e i suoi superiori. Yaalon era e rimane un fervente sostenitore della colonizzazione illegale del territorio palestinese. Nel 2005 egli si è opposto con forza al cosiddetto trasferimento dalla Striscia di Gaza dalla quale poche migliaia di coloni illegali sono stati ricollocati in colonie ebraiche nella Cisgiordania.

Nel 2006 in Nuova Zelanda fu raggiunto[da un ordine di cattura] per i suoi crimini di guerra riguardo all’assassinio di un comandante di Hamas, Saleh Shehade, insieme a 14 membri della sua famiglia e ad altri civili. L’ ordine di arresto fu emesso ma revocato in seguito, dopo pesanti pressioni politiche, permettendo a Yaalon di scappare dal paese.

È tornato alla guida dell’esercito nel 2013, giusto in tempo per intraprendere la guerra devastante contro Gaza nel 2014 nella quale furono uccisi 2.257 palestinesi in 51 giorni. L’OCHA , l’agenzia delle Nazioni Unite per il monitoraggio della situazione [nei territori occupati], ha calcolato che oltre il 70% degli uccisi fossero civili, tra cui 563 bambini.

La distruzione di Shujayya, in particolare, era una strategia preordinata concepita dallo stesso Yaalon. In un incontro nel luglio del 2013 con il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, Yaalon informò il capo dell’ONU che avrebbe bombardato l’intero quartiere in caso di guerra. L’ha fatto.

Nel maggio del 2015 non si era ancora pentito. Parlando a una conferenza a Gerusalemme, ha minacciato di ammazzare civili nel caso di un’altra guerra contro il Libano. “ Noi colpiremo i civili libanesi comprese le famiglie con bambini” ha detto.

Abbiamo discusso molto approfonditamente. Lo abbiamo fatto allora, lo abbiamo fatto nella Striscia di Gaza e lo rifaremo in futuro in qualunque altro conflitto”, ha detto. Ha anche parlato implicitamente di sganciare una bomba nucleare sull’Iran.

Yaalon ha più volte dato via libera all’esercito israeliano di occupazione perché metta in pratica la politica di “sparare per uccidere” i palestinesi per contrastare la “tensione” in aumento nei Territori Occupati.

Queste sono le parole [pronunciate]da Yaalon durante una visita alla base militare di Gush Etzion nel novembre del 2014:[prima colonia costruita dagli israeliani in Cisgiordania, ndtr.]

Deve essere chiaro che chiunque viene per uccidere ebrei deve essere eliminato. Qualunque terrorista che usa un’arma, un coltello o una pietra, che prova a investire o in qualsiasi modo attaccare ebrei deve essere ammazzato.”

Centinaia di palestinesi sono stati uccisi nei mesi scorsi nella Gerusalemme Est occupata e in Cisgiordania. Molte delle vittime sono ragazzi che tiravano le pietre per fronteggiare i veicoli dell’esercito israeliano e migliaia di coloni ebrei felici di premere il grilletto.

Nella sua prima dichiarazione publica dopo le dimissioni, Yaalon ha accusato “una minoranza chiassosa” in Israele di attaccare “i valori fondamentali” del paese, affermando che si sono persi i “punti di riferimento morali” del paese .

La cosa preoccupante è che molti israeliani sono d’accordo con Yaalon. Considerano come un esempio di moralità e un difensore di principi fondamentali l’uomo che è stato accusato di aver commesso crimini di guerra per la maggior parte della sua carriera.

Mentre Lieberman ha dimostrato di essere una mina vagante e di essere politicamente irresponsabile, Yaalon ha parlato pubblicamente di colpire i bambini e più volte ha mantenuto le sue promesse.

Quando i “mi piace” per Yaalon , un uomo dal passato sanguinario, diventa il volto della moralità in Israele, si può comprendere perché c’è poca speranza per il futuro di quel Paese, specialmente adesso che Lieberman ha portato il suo partito “Israele è Casa Nostra” nel terrificante covo di partiti politici[del governo] di Netanyahu.

Ramzy Baroud è un editorialista di fama internazionale, scrittore e fondatore di Palestine Chronicle.com. Il suo ultimo libro è “Mio padre era un combattente per la libertà: la storia non raccontata di Gaza.”

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’Agenzia Ma’an News.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Il sistema giudiziario militare d’Israele sembra essersi spinto troppo lontano.

Editoriale Haaretz 6 giugno, 2016

La crescente resistenza violenta all’occupazione non deve dare a Israele e al suo apparato di sicurezza il diritto di negare la libertà a persone innocenti.

La parlamentare palestinese Khalida Jarrar è stata rilasciata venerdì dopo 14 mesi di detenzione in una prigione israeliana. Jarrar era una prigioniera politica e la sua detenzione è stata una detenzione politica.

Dapprima Israele voleva tenerla in prigione senza processarla; solamente dopo una protesta internazionale è stata giudicata da una corte militare per una serie di accuse, la maggior parte delle quali erano ridicole e assurde: aver partecipato ad una fiera del libro, aver pagato una telefonata di condoglianze a una famiglia palestinese e cose simili. Il fatto che Jarrar, in quanto rappresentante eletta, goda di un certo livello di immunità parlamentare è ininfluente per il sistema giudiziario militare; ci sono altri parlamentari palestinesi nelle carceri israeliane.

Jarrar, che presiedeva la commissione del Consiglio legislativo palestinese sui prigionieri politici, ha trascorso molti anni a lavorare a favore dei prigionieri palestinesi, cercando di ottenere il loro rilascio. Ma 700 palestinesi detenuti amministrativi sono attualmente nelle prigioni israeliane, alcuni dei quali sono stati incarcerati da lungo tempo senza processo. Mentre Jarrar era in carcere è stato raggiunto un altro record; 61 donne palestinesi, 14 delle quali sono minorenni, sono tenute nelle galere israeliane. Il Servizio israeliano delle prigioni [IPS] ha dovuto aprire una nuova ala nel carcere di Damon in aggiunta a quello di Hasharon per tenerle tutte in detenzione.

Insieme il numero totale di minori detenuti da Israele, più di 400 secondo B’Tselem, questi dati sono una prova dell’intollerabile e ignobile politica del sistema giudiziario militare nei confronti dei palestinesi. Nessuno si aspetta che agisca come un vero sistema di giustizia penale, ma persino per un sistema militare di giustizia sembra che si sia spinto troppo lontano nei mesi scorsi, [in quanto] Israele si è arrogato il diritto di negare la libertà alle persone che vivono sotto la sua occupazione in modo quasi illimitato.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Duecento ex ufficiali della sicurezza presentano un piano per porre fine alla situazione di stallo

Associated Press, Ynet

28/05/2016

Generali dell’IDF e loro pari grado di Mossad, Shin Bet [rispettivamente servizi segreti e servizio di sicurezza interna di Israele. Ndtr] e polizia chiedono il congelamento della costruzione nelle colonie, l’accettazione dell’iniziativa di pace araba [proposta di un accordo di pace con Israele formulata dall’Arabia Saudita ed accolta dalla Lega Araba nel 2002. Ndtr.] e il riconoscimento che Gerusalemme est dovrebbe fare parte del futuro Stato palestinese; gli ex ufficiali della sicurezza invocano anche il completamento della barriera di sicurezza [o Muro di separazione. Ndtr.].

Venerdì [27 maggio] un gruppo di oltre 200 militari ed ufficiali dell’intelligence hanno criticato il governo per la sua inazione nella soluzione del conflitto israelo-palestinese ed hanno presentato un piano dettagliato che secondo loro potrebbe porre fine alla situazione di stallo. La pubblicazione del rapporto segue di poco la nomina del leader del partito Yisrael Beytenu [partito ultranazionalista. Ndtr], Avigdor Lieberman, a ministro della Difesa.

Con i colloqui di pace completamente bloccati, venerdì il piano dei “Comandanti per la Sicurezza di Israele” ha indicato le “condizioni di garanzia” per negoziare con i palestinesi. Chiede un complesso di iniziative politiche e per la sicurezza insieme alla contestuale concessione di miglioramenti economici per i palestinesi di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme est.

 Auspica un congelamento della costruzione di colonie, l’accettazione in linea di massima dell’ “Iniziativa di Pace Araba” e il riconoscimento che Gerusalemme est debba essere parte di un futuro Stato palestinese “quando ciò sia stabilito come parte di un futuro accordo.”

Il leader del gruppo, Amnon Reshef, un ex-generale dell’IDF, ha detto che il piano “smentisce i venditori di paura” che sostengono che attualmente non ci sia una controparte palestinese per la pace o che le condizioni non sono adeguate per i negoziati. Ha affermato che questo argomento, comune in Israele dopo anni di conflitto e di fallimenti dei negoziati, “non dovrebbe essere una scusa per la passività e l’inazione.”

Reshef ha messo in guardia:”L’attuale status quo è un’illusione” che danneggia una soluzione dei due Stati del conflitto.

Il piano chiede anche alle autorità di completare la costruzione del Muro di sicurezza, in modo tale da non impedire la soluzione dei due Stati. In particolare, invita le autorità a completarne la costruzione attorno a Gush Etzion, Ma’ale Adumim [due colonie nei pressi di Gerusalemme, in Cisgiordania. Ndtr.]e nel sud della Cisgiordania.

Reshef ha detto che il suo gruppo intende garantire le condizioni per futuri colloqui di pace con i palestinesi ottimizzando nel frattempo la sicurezza nazionale di Israele e le relazioni regionali e internazionali. ” Sappiamo per esperienza che non puoi sfidare il terrore solo con mezzi militari, devi migliorare la qualità della vita dei palestinesi,” ha affermato.

Il gruppo di veterani militari ha detto di sperare che il piano sia preso in considerazione dai decisori politici e dall’opinione pubblica in Israele e negli USA, dove la prossima settimana verrà lanciata una campagna con l’ ong “Israel Policy Forum” [organizzazione statunitense di ricerca, studio e formazione impegnata per la realizzazione della soluzione dei due Stati. Ndtr.].

(traduzione di Amedeo Rossi)




La comunità ebraica degli USA spinge Israele verso la soluzione dei due Stati

di Yivonne Ridley – Middle East Monitor

31 maggio 2016

I palestinesi sono continuamente accusati di essere il vero ostacolo alla pace nel Medio Oriente, ma questa settimana una nuova iniziativa da parte di un gruppo di ebrei molto influenti potrebbe dimostrare il contrario.

Per decenni molti politici occidentali hanno discusso della soluzione dei due Stati. Questa è stata citata praticamente da tutti al di fuori di Israele, ma non è mai stata presa realmente sul serio all’interno dello Stato di Israele. Ora, improvvisamente, sembra che Tel Aviv voglia adottarla ed ha inviato istruzioni alle proprie ambasciate, amici nei campus universitari e all’interno di altre istituzioni in ogni dove perché promuovano lidea che Israele vuole parlare di una pace sulla base dei due Stati.

Yiftah Curiel, il capo delle operazioni mediatiche presso l’ambasciata israeliana a Londra, per esempio, è stato inviato a Oxford la scorsa settimana per discutere del valore e della realizzazione della soluzione dei due Stati durante il prestigioso dibattito dell’università in merito alla sua praticabilità. ” Chutzpah” è una parola yiddish estremamente espressiva, che deriva dall’ebraico “ḥutspâ”; non credo che ne esista una simile in lingua inglese che possa esprimere pienamente la sfrontatezza del governo israeliano. Pertanto in questo caso dovremo attenerci alla parola “chutzpah”, in quanto è ciò che meglio descrive l’esibizione di Curiel.

Il pungente editorialista e giornalista israeliano Gideon Levy, che ha seguito da vicino il dibattito, ha osservato ironicamente: “Avete capito? Israele sostiene di appoggiare la soluzione dei due Stati, forse perché ha capito che la soluzione dei due Stati non è più realizzabile.” Che cosa, ha chiesto, ha impedito a Israele di mettere in atto questa soluzione negli ultimi circa 50 anni di occupazione? “E come può il rappresentante ufficiale dello Stato, che non ha mai cessato di costruire sempre più colonie, il cui unico scopo era di vanificare la soluzione dei due Stati, avere il coraggio di dire che Israele è favorevole alla divisione del territorio?”

Scrivendo su Haaretz, Levy ha ammesso: “Ma né la “chutzpah” israeliana né la temerarietà dei suoi propagandisti hanno limiti.”

Perciò, cosa sta dietro a questo nuovo entusiasmo del governo israeliano per la soluzione dei due Stati? La risposta, forse, si trova a migliaia di chilometri, in America, dove due diversi documenti di lavoro stanno per essere pubblicati in un tentativo di preparare il terreno per una soluzione dei due Stati che possa rispondere alle aspirazioni palestinesi e alle richieste israeliane di sicurezza.

Le proposte includeranno la RICOLLOCAZIONE dei coloni; il CONGELAMENTO degli insediamenti illegali; la SOVRANITÀ palestinese; un RADICALE allontanamento dalle politiche del governo di destra israeliano; PREPARARE il nuovo presidente USA ad insistere sui colloqui di pace.

Le notizie sugli audaci progetti devono aver colpito duramente Benjamin Netanyahu, perché egli ha messo decisamente in chiaro all’amministrazione Obama – così come alle altre parti interessate, come le Nazioni Unite, Gran Bretagna e Francia – che non avrebbe tollerato interferenze esterne. Mentre finora respingere le iniziative di Washington è stato relativamente facile, persino Netanyahu sembra aver capito che né Donald Trump né Hillary Clinton presumibilmente tollereranno lo stesso irritante trattamento. Entrambi i candidati alla presidenza hanno messo in chiaro che hanno l’intenzione di portare la pace nella regione ponendo fine al conflitto israelo-palestinese, benché Netanyahu ed i suoi predecessori abbiano, con grande facilità, fatto in modo da portare molti presidenti USA a lasciarlo nel dimenticatoio durante i loro mandati.

L’ultima fase della vicenda, tuttavia, è diversa. Quello che dovrebbe aver scosso il primo ministro israeliano è che quest’ultima iniziativa è stata guidata da una serie di influenti organizzazioni indipendenti che fino ad ora hanno sempre garantito di essere dalla stessa parte di Tel Aviv. Con una mossa imprevista sembra che il molto influente “Israel Policy Forum” [organizzazione ebraica statunitense impegnata per la soluzione dei due Stati. Ndtr.] abbia preso il controllo del progetto sionista, lasciando isolato Netanyahu o obbligandolo a rincorrerlo. Dopo il discorso di Curiel alla “Oxford Union” [un luogo di dibattito indipendente dell’università di Oxford. Ndtr.] lo scorso giovedì, sembra che Tel Aviv, presa dal panico, stia mettendo in atto la seconda ipotesi.

L’IPF, di cui si dice sia allarmato degli sviluppi e dell’imprevedibilità del governo di destra di Netanyahu, sta ora lavorando insieme a un certo numero di ex militari e ufficiali dell’intelligence altrettanto preoccupati, così come con un gruppo di studio di Washington. Il fondatore dell’IPF Alan Solow, alcuni comandanti della sicurezza israeliana e il Centro per la Nuova Sicurezza Americana, un gruppo di lavoro sulla politica internazionale appoggiato da molti pesi massimi della politica, compreso l’ex senatore Joe Lieberman [democratico, poi passato ai repubblicani e sostenitore della guerra in Iraq. Ndtr.], questa settimana sveleranno i loro progetti per i due Stati.

Mentre il destrorso American Israel Public Affairs Committee (AIPAC — probabilmente il principale gruppo lobbistico filo-israeliano negli USA) appoggia anchesso l’idea di colloqui di pace, ma non darà mai impulso a nessuna iniziativa senza l’assenso di Tel Aviv, né pubblicherebbe progetti che mostrino come sarebbero i due Stati senza consultare prima Israele, questo è esattamente quello che faranno questi altri gruppi statunitensi tra pochi giorni.

“Il dibattito sul futuro di Israele non si sta svolgendo in Israele,” ha commentato Gideon Levy dopo l’incontro di Oxford. “Sta avvenendo ovunque meno che in Israele. Israele non sta pensando al suo futuro, si sta occupando del suo presente e, soprattutto, del suo passato. Qui la gente non parla del futuro.”

Questa nuova iniziativa a Washington, che una volta era considerata come occupata politicamente da Israele mentre i palestinesi soffrono sotto la sua occupazione militare, potrebbe cambiare il narcisismo di Tel Aviv. Tuttavia, se gli israeliani e il loro primo ministro di destra Netanyahu tornano alla loro posizione predefinita, allora lo Stato sionista apparirà come il vero ostacolo alla pace, che è una cosa che i palestinesi ed i loro sostenitori sanno da lungo tempo. Ci vorrà molto più dell’usuale chutzpah sionista per uscire da questo particolare impiccio.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Centinaia di accademici chiedono il boicottaggio della conferenza sui genocidi in Israele

23 maggio,2016

In una lettera alla Rete Internazionale degli Studiosi dei Genocidi (International Network of Genocide Scholars – INoGS), 270 accademici di 19 Paesi hanno chiesto la cancellazione della quinta “Conferenza Globale sul Genocidio”, prevista dal 26 al 29 giugno all’Università Ebraica di Gerusalemme.

La lettera, inviata agli organizzatori della conferenza il 3 maggio, punta il dito contro l’ipocrisia di tenere la conferenza in Israele nel momento in cui le azioni israeliane sono “sempre più viste alla luce della pulizia etnica e del genocidio legato al colonialismo di insediamento.” I firmatari chiedono agli studiosi ed ai professionisti di boicottare la conferenza se non dovesse essere annullata.

John Dugard, ex relatore ONU per i Diritti Umani nei TPO [Territori Palestinesi Occupati] e uno dei firmatari della lettera, ha commentato: “Ci sono serie accuse che Israele abbia commesso crimini contro l’umanità nel suo attacco del 2014 contro Gaza. In queste circostanze è assolutamente sbagliato tenere una conferenza sui genocidi in Israele.”

Citando il trattamento riservato da Israele ai palestinesi, la lettera esprime stupore per il fatto che “l’INoGS abbia programmato di tenere la sua conferenza globale del 2016 nel campus sul monte Scopus dell’Università Ebraica, costruita in parte sulla terra palestinese rubata a Gerusalemme est occupata.” Il sito web della conferenza dell’INoGS reclamizza Gerusalemme come parte di Israele, sfidando il consenso internazionale sulla questione e ignorando la continua e sistematica campagna israeliana di espulsione dei palestinesi dalla città.

Secondo il professor John Docker, che ha ampiamente scritto nel campo degli studi su genocidi e massacri: “Sembra ormai chiaro che lo studio sui genocidi stia ora attivamente cercando opportunità per essere complice delle violazioni israeliane delle leggi internazionali, non ultima la Quarta Convenzione di Ginevra.”

L’ INoGS non ha risposto alla lettera aperta ed ha ignorato un precedente appello della Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele (PACB)I [Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel].

Il professor Haidar Eid, membro del PACBI, ha affermato: “Sono un docente universitario che vive sotto assedio a Gaza. Ho assistito a tre massacri compiuti da Israele, ho quasi perso la vita e ho visto molti compagni, colleghi, familiari e studenti morire durante questi attacchi. Ho letto con angoscia i nomi di 44 dei nostri studenti e colleghi che hanno perso la vita e di 66 famiglie spazzate via dalle armi israeliane. L’ INoGS si sta prestando il proprio nome ai perpetratori dei questi crimini con una scelta che sarebbe come tenere una conferenza sul razzismo nel Sud Africa dell’apartheid.”

La conferenza é sponsorizzata da cinque istituzioni accademiche israeliane, compresa l’Università Ebraica, che è stata attivamente complice della pluridecennale oppressione dei palestinesi da parte di Israele. Migliaia di accademici nel Regno Unito, in Irlanda, in Italia, in Sud Africa, negli USA e in Brasile hanno firmato impegni a livello nazionale per boicottare le istituzioni accademiche israeliane. Gli appelli sono parte del crescente movimento per rendere le università israeliane responsabili del loro ruolo nella sistematica violenza di Stato israeliana contro il popolo palestinese.

L’appello rimane aperto per le adesioni al seguente link.

(Traduzione di Amedeo Rossi)

fonte PACBI

 




E’ tempo di porre fine alla “hasbarà”: i media palestinesi e la ricerca di una narrazione comune

Ma’an News – 24 maggio 2016

di Ramzy Baroud

Il solo fatto di essere insieme a centinaia di giornalisti palestinesi e ad altri professionisti dei media di ogni parte del mondo è stata un’esperienza edificante.

Per molti anni i media palestinesi sono stati sulla difensiva, incapaci di articolare un messaggio coerente, lacerati tra fazioni e cercando disperatamente di contrastare la campagna mediatica israeliana, con le sue falsificazioni e l’instancabile propaganda, o “hasbarà”.

E’ ancora troppo presto per affermare che ci sia stato un qualche cambiamento di paradigma, ma la seconda conferenza di Tawasol a Istanbul, che ha avuto luogo il 18 e 19 maggio, è servita come un’opportunità per prendere in considerazione un vasto cambiamento del panorama mediatico e di mettere in luce le sfide e le opportunità che i palestinesi devono affrontare nella loro ardua lotta.

Non solo ci si aspetta che i palestinesi demoliscano anni ed anni di disinformazione israeliana, imperniata su un discorso storico irreale che è stato venduto al resto del mondo come un fatto, ma anche che costruiscano una propria lucida narrazione che sia libera dai capricci di fazione e da vantaggi personali.

Ovviamente non sarà facile.

Il mio messaggio alla conferenza “La Palestina nei media”, organizzata dal “Forum Internazionale della Palestina per i Media e la Comunicazione” è che, se la dirigenza palestinese non è capace di raggiungere l’unità politica, almeno gli intellettuali palestinesi devono insistere nell’unificare la loro narrazione. Persino il più disposto al compromesso tra i palestinesi può essere d’accordo sulla centralità della Nakba, della pulizia etnica dei palestinesi e della distruzione dei loro villaggi e città nel 1947-48.

Possono, e devono, anche concordare sull’atrocità e sulla violenza dell’occupazione; sulla disumanizzazione ai chekpoint militari; sulla sempre maggiore riduzione degli spazi in Cisgiordania come risultato delle colonie illegali e della colonizzazione di quanto rimane della Palestina; sul soffocante dominio nella Gerusalemme occupata; sull’ingiustizia dell’assedio a Gaza; sulle guerre unilaterali contro la Striscia di Gaza che hanno ucciso più di 4.000 persone, per la maggior parte civili, nel corso di sette anni – e molto altro.

Il professor Nashaat al-Aqtash dell’università di Birzeit, forse più realisticamente, ha ridotto ulteriormente le speranze. “Se potessimo anche solo essere d’accordo su come presentare la narrazione riguardo ad Al-Quds (Gerusalemme) e alle colonie illegali, almeno sarebbe un inizio,” ha detto.

Il fatto ovvio è che i palestinesi hanno più cose in comune di quante ne vorrebbero ammettere. Sono stati vittime delle stesse circostanze, lottato contro la stessa occupazione, sofferto le stesse violazioni dei diritti umani e devono affrontare le stesse conseguenze future determinate dallo stesso conflitto. Tuttavia, molti sono stranamente incapaci di liberarsi dalle loro affiliazioni di fazione, di carattere tribale.

Naturalmente non c’è niente di male nell’avere orientamenti ideologici e nell’appoggiare un partito politico piuttosto che un altro. Tuttavia ciò determina una crisi morale quando le affiliazioni di parte diventano più forti di quelle con la lotta collettiva e nazionale per la libertà. Tristemente, molti sono ancora intrappolati in questa logica.

Ma le cose stanno anche cambiando; succede sempre. Dopo oltre due decenni di fallimenti del cosiddetto “processo di pace” e il rapido incremento della colonizzazione dei territori occupati, oltre all’estrema violenza utilizzata per raggiungere questi risultati, molti palestinesi si stanno finalmente rendendo conto di questi tristi fatti. Non ci può essere libertà per il popolo palestinese senza unità e senza resistenza.

Resistenza non deve necessariamente significare un fucile e un coltello, ma piuttosto l’utilizzazione delle energie di una nazione, in patria e nella “shatat” (diaspora), insieme alla mobilitazione delle comunità in tutto il mondo a favore della giustizia e della pace. Ci dev’essere al più presto un movimento in cui i palestinesi dichiarino una lotta globale contro l’apartheid, coinvolgendo tutti i palestinesi, la loro dirigenza, le fazioni, la società civile e le comunità ovunque. Devono parlare con una sola voce, dichiarare un solo obiettivo e formulare le stesse richieste, continuamente.

E’ sconcertante rendersi conto che una nazione così offesa per tanto tempo sia stata così incompresa, mentre i responsabili sono largamente assolti e visti come vittime. A un certo punto, alla fine degli anni ’50, il primo ministro israeliano David Ben Gurion si è reso conto della necessità di unificare la narrazione sionista riguardo alla conquista ed alla pulizia etnica della Palestina.

Secondo le rivelazioni del giornale israeliano” Haaretz”, Ben Gurion temeva che la crisi dei rifugiati palestinesi non si sarebbe risolta senza un sistematico messaggio israeliano secondo cui i palestinesi avevano abbandonato la loro terra di loro spontanea volontà, seguendo le direttive di vari governi arabi.

Naturalmente anche questo era un’invenzione, ma molte supposte verità nascono da una sola menzogna. Egli diede incarico ad un gruppo di accademici di presentare la storia assolutamente falsificata, ma coerente, sull’esodo dei palestinesi. Il risultato fu il documento Doc GL-18/17028 del 1961. Quel documento, da allora, è servito come pietra angolare dell’ “hasbarà” israeliana relativa alla pulizia etnica della Palestina. I palestinesi se ne andarono e non furono cacciati, era il punto cruciale del messaggio. Israele ha continuato a ripetere questa menzogna per oltre 55 anni e, ovviamente, molti gli hanno creduto.

Finché solo recentemente, grazie agli sforzi di un crescente gruppo di storici palestinesi – e di coraggiosi israeliani – che hanno smentito la propaganda, una narrazione palestinese sta prendendo forma, benché molto ci sia ancora da fare per controbilanciare il danno che è già stato fatto.

Infatti, una reale vittoria della verità ci sarà soltanto quando la narrazione palestinese non sarà più vista come una “contro-narrazione”, ma come una legittima storia autonoma, libera dai limiti di un atteggiamento difensivo e dal peso di una storia carica di menzogne e di mezze verità.

L’unico modo in cui lo vedo realizzabile è quando gli intellettuali palestinesi dedicano più tempo e sforzi nello studio e nel racconto di una “storia popolare” della Palestina, che possa finalmente umanizzare il popolo palestinese e sfidare la percezione polarizzata dei palestinesi come terroristi o eterne vittime. Quando la persona comune diventa il centro nella storia, i risultati sono più pregnanti, efficaci e incisivi.

La stessa logica può essere applicata anche al giornalismo. Oltre a trovare le loro vicende comuni, i giornalisti palestinesi devono raggiungere il mondo intero, non solo il loro tradizionale circolo di amici e sostenitori affezionati, ma la società nel suo complesso. Se la gente comprende veramente la verità, soprattutto da un punto di vista umano, non può certo appoggiare il genocidio e la pulizia etnica.

E con “il mondo intero” non mi riferisco certo a Londra, Parigi e New York, ma all’Africa, al Sud America, all’Asia e a tutto il Sud del mondo. Le nazioni di quell’emisfero possono comprendere pienamente la sofferenza e l’ingiustizia dell’occupazione militare, della colonizzazione, dell’imperialismo e dell’apartheid. Temo che l’importanza attribuita alla necessità di contrastare la “hasbarà” israeliana in Occidente abbia portato a destinare una sproporzionata quantità di risorse ed energie in pochi luoghi, ignorando al contempo il resto del mondo, il cui appoggio è stato a lungo la spina dorsale della solidarietà internazionale. Non deve essere data per scontata.

Tuttavia la buona notizia è che i palestinesi hanno fatto notevoli progressi nella giusta direzione, benché senza il riconoscimento della dirigenza palestinese. La cosa fondamentale ora è la capacità di unificare, dare forma e costruire sugli sforzi esistenti in modo che tale crescente solidarietà si trasformi in un grande successo nel suscitare una consapevolezza globale e rendere Israele responsabile dell’occupazione e della violazione dei diritti umani.

Ramzy Baroud è un editorialista di fama internazionale, scrittore e fondatore di PalestineChronicle.com. Il suo ultimo libro è “Mio padre era un combattente per la libertà: la storia non raccontata di Gaza.”

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’agenzia Ma’an News.

(traduzione di Amedeo Rossi)