I diritti dei minori calpestati in Palestina
Rapporto OCHA della settimana 10-16 maggio 2016
A Gerusalemme Est, tre israeliani, tra cui due donne anziane, sono stati feriti con coltelli in due distinte aggressioni. La polizia israeliana ha arrestato il sospetto autore palestinese di una delle aggressioni, mentre, nel secondo caso, i responsabili sono fuggiti.
Al checkpoint di Hizma (Gerusalemme), secondo quanto riferito, un soldato israeliano è stato ferito dall’esplosione di un ordigno; in relazione a questo episodio, sono stati arrestati due palestinesi. Dall’inizio di aprile 2016, è stato registrato un calo significativo, rispetto ai mesi precedenti, nella frequenza di aggressioni palestinesi e presunte aggressioni contro israeliani.
Nei Territori palestinesi occupati, in scontri con le forze israeliane sono rimasti feriti almeno 78 palestinesi, tra cui 32 minori. La maggior parte degli scontri si sono verificati durante le manifestazioni per commemorare il 68° anniversario di quello che, riferendosi al 1948, i palestinesi chiamano “al-Nakba” [la catastrofe]*. Lacrimogeni sparati dalle forze israeliane in due degli scontri hanno appiccato il fuoco e parzialmente bruciato 30 alberi a Kafr Qaddum (Qalqiliya) e parte di una casa a Kafr ad Dik (Salfit).
* nota di Assopace: il 14 maggio 1948 gli ebrei proclamarono unilateralmente la nascita dello Stato di Israele. L’intervento degli Stati Arabi scatenò la prima delle guerre arabo-israeliane. Gli israeliani, vincitori, occuparono parte del territorio destinato dall’ONU ai palestinesi: circa 600.000 ebrei, in fuga dai paesi arabi, trovarono rifugio in Israele mentre circa 750.000 palestinesi fuggirono nei paesi arabi vicini (campi profughi).
In un altro episodio, in cui non ci sono stati scontri, un incendio è scoppiato vicino al villaggio di Beit ‘Awa (Hebron) a seguito del lancio di bengala (razzi illuminanti) da parte delle forze israeliane: sono bruciati circa 25 ettari di terra coltivata ad ulivo. Le circostanze di questo episodio rimangono poco chiare.
In Cisgiordania le forze israeliane hanno condotto 78 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 106 palestinesi; il più alto numero di arresti (31) è stato registrato nel governatorato di Gerusalemme. Due di queste operazioni hanno innescato scontri che hanno provocato il ferimento di quattro palestinesi. Nella Striscia di Gaza, in Aree di mare ad Accesso Riservato, 12 pescatori, tra cui quattro minorenni, sono stati costretti a togliersi i vestiti e nuotare verso imbarcazioni delle forze navali israeliane dove sono stati arrestati.
Le forze israeliane hanno revocato le restrizioni imposte nel novembre 2015 sull’accesso dei palestinesi non residenti ad alcune parti della città di Hebron attraverso due punti di controllo chiave (Container e Gilbert checkpoint); nonostante questa facilitazione, il movimento dei palestinesi all’interno dell’area di insediamento israeliano della città rimane soggetto a forti restrizioni. A Gerusalemme Est, le autorità israeliane hanno vietato a due palestinesi l’accesso alla Moschea di Al Aqsa per due e tre mesi rispettivamente, a motivo del loro coinvolgimento in proteste contro l’ingresso di coloni israeliani nello stesso sito.
L’11 e il 12 maggio, in occasione della Giornata della Commemorazione [dei soldati caduti e delle vittime del terrorismo] e della Giornata dell’Indipendenza di Israele [è lo stesso evento che i palestinesi ricordano come al-Nakba], le autorità israeliane hanno dichiarato una chiusura generale della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, impedendo ai titolari di permesso di accedere ad Israele e a Gerusalemme Est, eccetto casi umanitari urgenti ed alcune altre eccezioni. Tutti i valichi commerciali sono stati chiusi.
Le autorità israeliane hanno consegnato alle loro famiglie i cadaveri di due palestinesi, sospettati di aver perpetrato attacchi contro israeliani. Sono ancora trattenuti i cadaveri di altri 13 palestinesi.
In Area C della Cisgiordania, le autorità israeliane hanno demolito o confiscato 16 strutture di proprietà palestinese per mancanza dei permessi di costruzione. Il 16 maggio, nella comunità beduina palestinese di Jabal al Baba (Gerusalemme), sette container ad uso abitativo, finanziati da donatori, sono stati demoliti ed i materiali per realizzarne altri tre sono stati confiscati. Tale Comunità si trova in una zona destinata [da Israele] all’espansione dell’insediamento colonico di Ma’ale Adumim (il piano E1) ed è una delle 46 comunità beduine nella Cisgiordania centrale a rischio di trasferimento forzato a causa di un piano di “rilocalizzazione” avanzato dalle autorità israeliane. Altri sei strutture di sostentamento sono state demolite nei villaggi di Al Walaja (Betlemme) e Deir al Ghusun (Tulkarem).
Nel corso della settimana sono stati registrati due aggressioni da parte di coloni, con lesioni o danni a palestinesi: nella zona H2 della città di Hebron, una palestinese e sua figlia sono state fisicamente aggredite e ferite da un gruppo di coloni israeliani; in Asfeer (Hebron), un villaggio palestinese situato nella zona chiusa dietro la Barriera, circa 30 coloni hanno vandalizzato la recinzione di una casa e molestato la famiglia, invitandoli a lasciare la zona.
Il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato eccezionalmente aperto l’11 e 12 maggio. A fronte di oltre 30.000 persone registrate e in attesa di attraversare, tra cui circa 9.500 malati e 2.700 studenti, è stata consentita l’uscita da Gaza a 739 palestinesi e l’ingresso a 1.220. Questa apertura è avvenuta dopo 85 giorni consecutivi di chiusura – il periodo più lungo dal 2007.
nota 1:
I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.
sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: http://www.ochaopt.org/reports.aspx?id=104&page=1
L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.
sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:
https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali
nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]
sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti
a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.
nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.
Associazione per la pace – Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it; Web: https://sites.google.com/site/assopacerivoli
L’antisionismo è antisemitismo?
The News Arab – Pubblicato il 29 aprile 2016
di
Nelle scorse settimane la stampa inglese è stata inondata da affermazioni secondo cui dirigenti della sinistra avrebbero fatto affermazioni antisemite.
In qualche caso sono persino stati fatti commenti apertamente razzisti e sollevati legittimi timori. Ma di fatto altre sono state manifestazioni di anti-sionismo. Le affermazioni di Malia Bouattia, la nuova presidentessa eletta dell’Unione Nazionale degli Studenti del Regno Unito, in assoluto la prima donna di colore a ricoprire questo ruolo, sono forse il più evidente esempio di quest’ultimo caso.
I media hanno dato spazio a quanti sostengono esplicitamente che l’antisemitismo e l’antisionismo sono “la stessa cosa”. Ma questa commistione è pericolosa e sbagliata. Tende a mascherare un movimento politico (il nazionalismo ebraico) con un’identità etnico- religiosa (l’ebraismo). Oltre ad essere analiticamente sbagliato, ciò è anche privo di una base empirica.
L’ideologia sionista presenta varie tendenze, ma tutte le varianti del sionismo politico sono unificate dalla fede nella giustezza di uno Stato nazionale per gli ebrei. Il trattato di Theodor Herzl [il padre del sionismo. Ndtr.] Der Judenstaat [Lo Stato ebraico] del 1896 fornisce una delle più autorevoli dichiarazioni iniziali di questo movimento, che non è esistito da molto più di un secolo e che è stato, per quasi la metà di questo tempo, un movimento politico veramente marginale all’interno delle comunità ebraiche.
Benché oggi sia vero che la maggioranza degli ebrei probabilmente affermi di appoggiare il sionismo, ci sono ancora importanti minoranze che non lo fanno e che non lo hanno mai fatto, per una vasta gamma di ragioni, sia religiose che politiche.
Oltretutto, la generazione più giovane si sta sempre più allontanando dal sionismo persino nelle sue forme teoretiche ed astratte, proprio a causa di quello che il sionismo attualmente esistente – incarnato nel moderno Stato di Israele – sta facendo e che ha continuato a fare in concreto per decenni. Lo testimonia, ad esempio, la recente crescita negli Stati Uniti di “Jewish Voice for Peace” [“Voci ebraiche per la pace”], che appoggia il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) per far pressione su Israele affinché rispetti i diritti dei palestinesi.
In particolare negli Stati Uniti, oggi il movimento politico sionista si fonda in larga misura sul Sionismo cristiano. Come ha concisamente sintetizzato il “Gruppo di Ebrei socialisti” [collettivo di ebrei socialisti nato in Gran Bretagna negli anni ’70. Ndtr.]: non tutti gli ebrei sono sionisti e non tutti i sionisti sono ebrei.
Proprio per aver fatto una distinzione tra Ebraismo e Sionismo, Bouattia è stata accusata da Hannah Weisfeld, del gruppo sionista liberale “Yachad”, di dimostrare una “mancata comprensione dell’identità ebraica”. Si tratta di una versione attenuata della tesi secondo cui i due concetti sono sinonimi. Purtroppo sono invece le affermazioni di Weisfeld che rischiano di fomentare l’antisemitismo, in quanto sembrano implicitamente insinuare che tutto il popolo ebraico è in qualche modo intrinsecamente legato alle azioni oppressive di Israele.
Questo concetto è stato in realtà già smentito da un tribunale britannico. Quando il professor Ronnie Fraser ha sostenuto che il suo sindacato era antisemita per aver preso in considerazione il boicottaggio di Israele, le sue argomentazioni sono state rigettate e il tribunale ha osservato che “credere nel progetto sionista o il legame con Israele…non fa intrinsecamente parte dell’Ebraismo.”
Quindi, se l’antisionismo non è antisemitismo, che cos’è?
Nella sua originaria incarnazione, il movimento sionista – che si è sviluppato nel contesto dell’imperialismo britannico ed europeo in Medio Oriente – si è identificato come un movimento coloniale; una delle sue prime istituzioni, per esempio, era denominata “Autorità per la colonizzazione ebraica”. Nel contempo, lo stesso Herzl scrisse al colonialista inglese Cecil Rhodes – la cui statua all’università di Oxford era diventata il simbolo di un nascente movimento antirazzista – chiedendogli di appoggiare il suo progetto, che egli definì “coloniale”.
Ma quando si svilupparono e conquistarono la libertà movimenti anti-colonialisti in tutto il mondo i gruppi a favore di Israele sentirono la necessità di dare una nuova etichetta al sionismo. Lo hanno fatto in modo molto efficace; oggi il sionismo è presentato come un “movimento di liberazione” e l’antisionismo è accusato di negare “il diritto all’esistenza” di Israele, benché non esista un simile concetto nelle leggi internazionali.
Tutto ciò nonostante il fatto che i diritti fondamentali del popolo palestinese – tra molti altri, quelli alla vita, al ritorno alle proprie case, alla libertà di movimento – siano, e siano stati per decenni, negati. Incredibilmente, siamo spinti a credere che non sia pericoloso lo Stato nazione etnicamente esclusivista responsabile di queste violazioni, ma che lo siano quelli che criticano l’ideologia sionista che è alla base di questo regime.
Significativamente, ciò non implica che gli antisionisti non possano essere antisemiti. A volte le due cose si sovrappongono. Ciò non esclude neppure la comprensione del fatto che, dopo gli orrori dell’Olocausto, il crescente appoggio al sionismo in linea di principio fosse per molti versi comprensibile.
Ma il sionismo non è solo una questione astratta e la maggior parte degli antisionisti non stanno cercando “di negare il diritto dei popolo ebraico all’autodeterminazione”, come spesso viene sostenuto oggi. Semplicemente essi fanno notare il dato storico per cui ciò è stato realizzato, attraverso la creazione dello Stato di Israele, e conservato a spese degli abitanti nativi del territorio.
Mentre i palestinesi si preparano a celebrare i 68 anni della Nakba, è tempo che più persone in Occidente imparino che uno dei principali ‘successi’ del sionismo è stata la pulizia etnica di 700.000 palestinesi, che sono ancora oggi rifugiati, così come i loro discendenti.
Di fronte alla fine del paradigma dei due Stati e alla riemersione dell’idea di una soluzione per uno Stato unico – che significherebbe la fine del progetto sionista – così come alla crescita del BDS, il rinnovato tentativo di equiparare antisionismo ed antisemitismo è una mossa fondamentalmente disperata da parte dei sostenitori di Israele.
In effetti le testimonianze di forte antirazzismo di gente come Malia Bouattia sono assolutamente coerenti con l’opposizione al sionismo. I palestinesi sono esplicitamente oppressi dallo Stato di Israele in base alla loro identità etnica. Dalle strade esclusivamente per ebrei agli insediamenti illegali (colonie), il sionismo concreto ha significato una società basata sui privilegi etnici di un gruppo e sulla subordinazione dell’altro. Oggi l’antisionismo non è né più né meno che l’opposizione a Israele in quanto Stato coloniale di insediamento.
Hilary Aked è un’analista e ricercatrice i cui studi di dottorato riguardano l’influenza della lobby israeliana nel Regno Unito.
Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità dell’autrice e non riflettono necessariamente quelle di “The News Arab”, del suo comitato editoriale o della sua redazione.
(traduzione di Amedeo Rossi)
Rapporto OCHA della settimana 3- 9 maggio 2016
Nel corso di una serie di raid aerei e cannoneggiamenti effettuati da carri israeliani sulla Striscia di Gaza, una 54enne palestinese, intenta a coltivare la sua terra ad est di Khan Younis, è stata uccisa e altri otto civili palestinesi, tra cui sei minori, sono stati feriti.
La violenza si è intensificata il 4 maggio, quando le forze israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza ed hanno avviato operazioni militari, a quanto riferito in seguito alla scoperta di un tunnel sotto il confine tra Gaza ed Israele. Gruppi armati palestinesi hanno risposto con colpi di mortaio verso le forze israeliane; non sono stati segnalati feriti israeliani. Durante la settimana, in cinque occasioni, le forze israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza, hanno spianato il terreno ed effettuato scavi.
Il 3 maggio, un 36enne palestinese ha investito i soldati israeliani in servizio ad un posto di blocco “volante” nei pressi di Deir Ibzi’ (Ramallah); ne ha feriti tre ed è stato successivamente ucciso dagli altri soldati. Più tardi, la stessa notte, il corpo del palestinese è stato consegnato alla famiglia. Questo porta a 51 il numero di palestinesi uccisi dalle forze israeliane, dall’inizio del 2016, in Cisgiordania, durante attacchi e presunti attacchi.
Il 5 maggio, le autorità israeliane hanno comunicato che intendono consegnare quanto prima i cadaveri di palestinesi sospettati di aver perpetrato attacchi contro israeliani negli ultimi sei mesi. Durante il periodo di riferimento, a Gerusalemme Est, uno di questi cadaveri è stato riconsegnato alla famiglia, con la condizione che il funerale fosse limitato a 30 persone, e che fosse versato un deposito di 20.000 NIS (pari a 4.675 euro) a garanzia del rispetto di suddetta condizione. Le autorità israeliane trattengono ancora 15 corpi.
Nei Territori palestinesi occupati, in scontri con le forze israeliane, sono stati feriti 86 palestinesi, tra cui dieci minori. La maggior parte di questi scontri sono scoppiati durante proteste: manifestazioni settimanali a Kafr Qaddum (Qalqiliya) e proteste nei pressi della recinzione che separa Gaza e Israele, oppure nel corso di operazioni di ricerca-arresto. Tra i feriti, un 15enne colpito alla testa da un proiettile di metallo rivestito di gomma, nel villaggio di Al Khader (Betlemme), vicino ad una scuola, durante scontri tra forze israeliane ed un gruppo di ragazzi. Inoltre, tre giornalisti palestinesi sono stati feriti da schegge di granate assordanti sparate dalle forze israeliane durante una manifestazione tenuta al checkpoint di Beituniya, nei pressi della prigione di Ofer (Ramallah), in occasione della Giornata Mondiale della Libertà di Stampa.
Nel governatorato di Hebron, vicino al villaggio di Beit Einoun, le forze israeliane hanno riaperto due cancelli metallici che impedivano ai palestinesi l’accesso ad una importante strada di collegamento. A partire dalla loro chiusura, avvenuta nel mese di ottobre 2015, nei pressi dei cancelli si sono verificati vari attacchi e presunti attacchi contro le forze israeliane ivi operanti, con conseguente uccisione di otto palestinesi e il ferimento di sei soldati israeliani. L’apertura è stata decisa per ridurre le tensioni e facilitare il movimento di 35.000 persone: impiegati, studenti e pazienti che in precedenza erano costretti a lunghe ed onerose deviazioni.
Nella città di Nablus, le autorità israeliane hanno demolito “per punizione” la casa di famiglia di un palestinese, attualmente in stato di detenzione, accusato dell’uccisione di due coloni israeliani, avvenuta il 1° ottobre 2015. Di conseguenza, la moglie incinta è stata sfollata; inoltre, a causa dei danni arrecati durante la demolizione a due appartamenti adiacenti, sono stati coinvolti altri otto palestinesi, tra cui due minori.
Il 6 maggio, per mancanza di un permesso di soggiorno, una 36enne palestinese, madre di tre figli, è stata espulsa a forza dalle autorità israeliane da Gerusalemme Est, dove viveva da anni. La donna, titolare di documento di identità della Cisgiordania, è sposata con il titolare di documento di identità di Gerusalemme che, attualmente, sta scontando una pena detentiva per un attacco perpetrato nel 2002, dopo il quale la loro casa venne sigillata.
Il 9 maggio, secondo quanto riferito dall’organizzazione di coloni di ‘Ateret Cohanim, un gruppo di coloni israeliani si è trasferito in un edificio di tre piani nella città vecchia di Gerusalemme Est; non sono stati segnalati sfollamenti. A Gerusalemme Est, dal 1967, le leggi e la prassi israeliana hanno agevolato l’acquisizione di proprietà e la creazione di insediamenti nel cuore dei quartieri palestinesi. Nel 2015, coloni israeliani si sono impossessati di quattro case, sfollando 17 palestinesi.
Questa settimana sono stati registrati quattro attacchi di coloni israeliani contro palestinesi: nella città di Hebron l’aggressione fisica contro un difensore dei diritti umani; a Shufa (Tulkarem) un furto di bestiame; due episodi di vandalismo contro proprietà vicino a Deir Istiya e a Kifl Haris (entrambe in Salfit). In questa ultimo caso, secondo quanto riferito, coloni israeliani accompagnati da forze israeliane, sono entrati nel villaggio per visitare un sito religioso e, mentre impedivano ad abitanti palestinesi di rientrare nelle loro case, hanno compiuto atti vandalici.
Nella Striscia di Gaza, per l’uso improvvido di candele impiegate per far fronte alla grave carenza di energia elettrica, tre bambini (di 9 mesi, 2 e 4 anni) sono morti per un incendio scoppiato nella loro casa. Durante la settimana, in circostanze simili, sono stati segnalati almeno altri cinque casi che hanno provocato lesioni a tre persone. Da sette settimane consecutive sono in corso interruzioni di energia elettrica (fino a 18-20 ore al giorno), che subordinano l’erogazione dei servizi pubblici fondamentali alla disponibilità del carburante necessario ad azionare generatori di emergenza. Durante la settimana, in tutta la Striscia di Gaza, ci sono state diverse proteste contro questa situazione.
Durante la settimana, il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è rimasto chiuso in entrambe le direzioni, portando a 84 giorni il periodo di chiusura ininterrotta: il più lungo a partire dal 2007. Le autorità di Gaza hanno segnalato che risultano registrate e in attesa di attraversare più di 30.000 persone, tra cui circa 9.500 malati e 2.700 studenti.
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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)
L’11 maggio, l’Egitto ha aperto il valico di Rafah con Gaza, in entrambe le direzioni, per due giorni. Questa apertura fa seguito ad 85 giorni consecutivi di chiusura; il periodo più lungo a partire dal 2007.
nota 1:
I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.
sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: http://www.ochaopt.org/reports.aspx?id=104&page=1
L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.
sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:
https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali
nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]
sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti
considerano già noti ai lettori abituali. In caso di discrepanze, fa testo la versione originale in lingua inglese.
Associazione per la pace – Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it; Web: https://sites.google.com/site/assopacerivoli
Analisi: gli arabi hanno tradito la Palestina?
30 aprile 2016, aggiornato 2 maggio 2016, Ma’an News
Di Ramzy Baroud
Ramzy Baroud è un giornalista accreditato a livello internazionale, scrittore e fondatore di PalestineChronicle.com. Il suo ultimo libro è “Mio padre era un combattente per la libertà: la storia non detta di Gaza”
All’età di 21 anni ho attraversato il confine da Gaza all’Egitto per conseguire una laurea in scienze politiche. Il momento non avrebbe potuto essere peggiore. L’invasione irachena del Kuwait nel 1990 aveva condotto ad una coalizione internazionale guidata dagli USA e ad un grave conflitto, che alla fine ha spianato la strada all’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003. Mi resi conto che i palestinesi vennero da subito “odiati” in Egitto a causa dell’appoggio di Yasser Arafat all’Iraq a quell’epoca. Solo non conoscevo la portata di quel presunto “odio”.
E’ stato in un modesto albergo del Cairo, dove ho pian piano speso i pochi denari egiziani che avevo a disposizione, che ho incontrato Hajah Zainab, una gentile vecchia custode che mi ha trattato come un figlio. Aveva un aspetto malsano, camminava zoppicando e si appoggiava ai muri per prendere fiato prima di proseguire nei suoi incessanti lavori domestici. I tatuaggi sul suo viso, un tempo disegnati accuratamente, erano diventati macchie di inchiostro raggrinzito che deturpava la sua pelle. Eppure la gentilezza dei suoi occhi aveva la meglio e appena mi vedeva mi abbracciava e piangeva.
Hajah Zainab piangeva per due motivi: aveva pena per me perché avevo a che fare con un ordine di deportazione del Cairo – per la sola ragione che ero un palestinese nel momento in cui Arafat appoggiava Saddam Hussein, mentre Hosni Mubarak sceglieva di allearsi con gli Stati Uniti. La mia disperazione cresceva e mi angosciava la possibilità di affrontare l’intelligence israeliana, lo Shin Bet, che poteva convocarmi nei suoi uffici una volta che avessi attraversato il confine per tornare a Gaza. L’altro motivo era che l’unico figlio di Hajah Zainab, Ahmad, era morto combattendo gli israeliani nel Sinai.
La generazione di Zainab considerava le guerre dell’Egitto con Israele, quella del 1948, del 1956 e del 1967, come guerre in cui una delle cause principali era la Palestina. Nessuna politica egoista e nessun condizionamento mediatico avrebbe potuto modificare ciò. Ma la guerra del 1967 fu quella della totale sconfitta. Con l’appoggio diretto e massiccio degli Stati Uniti e di altre potenze occidentali, gli eserciti arabi furono sonoramente sconfitti, battuti su tre differenti fronti. Gaza, Gerusalemme est e la Cisgiordania furono perdute, insieme alle Alture del Golan, la Valle del Giordano ed anche il Sinai.
Fu allora che i rapporti di alcuni paesi arabi con la Palestina iniziarono a cambiare. La vittoria di Israele ed il costante appoggio di Stati Uniti e dell’ occidente convinsero alcuni governi arabi ad abbassare le loro pretese e auspicavano che anche i palestinesi facessero lo stesso. L’Egitto, che era stato il portabandiera del nazionalismo arabo, cedette ad un senso collettivo di umiliazione ed in seguito ridefinì le sue priorità con l’obbiettivo di liberare la propria terra dall’occupazione israeliana. Privi della cruciale leadership egiziana, gli stati arabi si divisero in campi differenti, ogni governo con la propria strategia. La Palestina intera era allora sotto controllo israeliano e gli arabi lentamente si allontanarono da una causa che un tempo era considerata la causa principale della nazione araba.
La Guerra del 1967 pose anche fine al dilemma di un’azione indipendente palestinese, di cui si appropriarono quasi del tutto vari paesi arabi. Inoltre la guerra spostò l’attenzione sulla Cisgiordania e Gaza e consentì alla fazione palestinese Fatah di rafforzare la propria posizione alla luce della sconfitta araba e della conseguente divisione.
Tale divisione venne alla luce pienamente al summit di Khartoum dell’agosto 1967, in cui i leaders arabi si scontrarono su priorità e definizioni. Le conquiste territoriali di Israele dovrebbero ridefinire lo status quo? Gli arabi dovrebbero concentrarsi sul ritorno alla situazione precedente il 1967 o a quella precedente il 1948, quando la Palestina storica fu occupata per la prima volta ed i palestinesi furono fatti oggetto di una pulizia etnica?
Il 22 novembre 1967 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adottò la Risoluzione 242, che rispecchiava il desiderio dell’amministrazione americana Johnson di avvantaggiarsi del nuovo status quo: il ritiro di Israele “dai territori occupati” in cambio della normalizzazione con Israele.
Il nuovo linguaggio del periodo immediatamente successivo al 1967 allarmò i palestinesi, che si resero conto che qualunque assetto politico futuro avrebbe ignorato la situazione preesistente alla guerra.
Infine, l’Egitto combatté e celebrò la sua vittoria nella Guerra del 1973, che gli consentì di consolidare il controllo sulla maggior parte dei suoi territori perduti. Alcuni anni dopo, gli accordi di Camp David nel 1979 divisero ancor di più le fila degli arabi e posero fine alla solidarietà ufficiale dell’Egitto con i palestinesi, garantendo allo stato arabo più popoloso un controllo condizionato sul proprio territorio nel Sinai. Le ripercussioni negative di quell’accordo non possono essere sopravvalutate. Comunque il popolo egiziano, nonostante il passare del tempo, non ha mai veramente normalizzato i rapporti con Israele.
In Egitto esiste ancora una frattura tra il governo, il cui comportamento si basa sull’urgenza politica e sull’autoconservazione, ed il popolo che, nonostante una campagna anti-palestinese imposta su vari media, è come sempre determinato a rifiutare la normalizzazione con Israele finché la Palestina non sia libera. A differenza del ben finanziato circo mediatico che negli ultimi anni ha demonizzato Gaza, gli amici di Hajah Zainab dispongono di pochissimi programmi in cui possono apertamente esprimere la loro solidarietà con i palestinesi. Nel mio caso, sono stato abbastanza fortunato da imbattermi nella vecchia custode che piangeva per la Palestina e per il suo unico figlio tanti anni fa.
Tuttavia quello stesso spirito, di Zainab, mi si è presentato nuovamente nel mio percorso di viaggi, diverse volte. Lo incontrai in Iraq nel 1999. Era incarnato in una vecchia venditrice di verdura che viveva a Sadr City. Lo incontrai in Giordania nel 2003. Si trattava di una taxista, con una bandiera palestinese che sventolava dal suo specchietto retrovisore. Era anche una giornalista saudita in pensione che incontrai a Gedda nel 2010, e una studentessa marocchina incontrata in un giro di conferenze a Parigi nel 2013. Aveva poco più di vent’anni. Dopo il mio intervento, mi disse piangendo che la Palestina per il suo popolo era come una ferita aperta. “Prego ogni giorno per una Palestina libera”, mi disse, “come facevano i miei defunti genitori in ogni preghiera.”
Hajah Zainab è anche l’Algeria, tutta l’Algeria. Quando la nazionale di calcio palestinese ha incontrato la squadra algerina, lo scorso febbraio, si è verificato uno strano fenomeno mai visto prima, che lasciò molti attoniti. I tifosi algerini, tra i più accesi amanti del calcio di ogni dove, hanno tifato per i palestinesi, per tutta la partita. E quando la squadra palestinese ha segnato un goal, è stato come se gli spalti si incendiassero. L’affollato stadio è esploso in un canto entusiasta per la Palestina e solo per la Palestina. Allora, gli arabi hanno tradito la Palestina? La domanda si sente spesso ed è spesso seguita da un affermativo “si, lo hanno fatto”. I media egiziani che fanno dei palestinesi dei capri espiatori a Gaza, i palestinesi perseguitati ed affamati a Yarmouk in Siria, la scorsa guerra civile in Libano, le vessazioni dei palestinesi in Kuwait nel 1991 e più tardi in Iraq, sono esempi spesso citati. Adesso alcuni sostengono che la cosiddetta “primavera araba” sia stata l’ultimo colpo di grazia alla solidarietà araba con la Palestina.
Vi prego di non fare confusione. Il risultato della sfortunata “primavera araba” è stato una grandissima delusione, se non un tradimento, non solo per i palestinesi, ma per la maggior parte degli arabi. Il mondo arabo è diventato il terreno per sporche politiche tra vecchi e nuovi avversari. Se i palestinesi ne sono stati vittime, i siriani, gli egiziani, i libanesi, gli yemeniti ed altri lo stanno diventando anche loro.
Si deve fare una chiara distinzione politica del termine “arabi”. Arabi possono essere dei governi non eletti altrettanto quanto lo può essere una gentile vecchietta che guadagna due dollari al giorno in un infimo albergo del Cairo. Arabe sono le potenti elites che si preoccupano solo dei propri privilegi e ricchezze, mentre non gli importa né dei palestinesi né delle loro proprie nazioni, ma lo sono anche tanti popoli, differenti, unici, emancipati, oppressi, che si trovano in questo momento storico a consumarsi per la propria sopravvivenza e lottano per la libertà.
Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’Agenzia Ma’an News.
(Traduzione di Cristiana Cavagna)
Solo il boicottaggio può cambiare Israele
di Gideon Levy
Internazionale 1152, 6/12 maggio 2016
In un articolo uscito il 28 aprile il direttore di Haaretz, Aluf Benn, invitava a non essere troppo ottimisti sull’efficacia di un boicottaggio contro Israele per la sua occupazione dei territori palestinesi. Sono d’accordo con Benn, ma in ogni caso non possiamo non riconoscere che la strategia Bds (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) è l’unico modo per cambiare le cose, l’ultima speranza per ottenere il cambiamento che anche Benn desidera. È l’unico mezzo per impedire a Israele di proseguire con i suoi crimini. L’alternativa è lo spargimento di sangue, che nessuno desidera.
Le sanzioni e il boicottaggio sono lo strumento più legittimo e nonviolento a disposizione (Israele chiede continuamente al mondo di usarlo contro i suoi nemici) e hanno dimostrato di essere estremamente efficaci. Anche chi nutre le stesse perplessità di Benn (e io condivido alcuni dei suoi dubbi) deve ammettere che il direttore non offre alcuna alternativa più realistica. Il suo appello alla sinistra israeliana non ha alcuna speranza di successo, considerando fino a che punto la società sia ormai caratterizzata dal lavaggio del cervello, dall’ignoranza, dalla cecità, dall’amore per la bella vita, dalla mancanza di opposizione e dall’aumento dell’estremismo.
Questa è una situazione criminale che deve essere risolta, non possiamo permetterci di restare immobili in attesa che l’opinione pubblica ci faccia la grazia di cambiare. Non lo farà mai di sua spontanea volontà, e non avrà nessun motivo di farlo finché non pagherà per i suoi crimini e sarà punita. Una nuova vetta di arroganza è stata raggiunta: permettere alla tirannia, all’abuso e all’oppressione di perdurare in nome della democrazia.
Nel suo articolo Benn ipotizza che il mondo possa imporre sanzioni contro Israele. In verità spesso
anch’io ho accarezzato questa ipotesi, che non è altro che l’espressione del profondo desiderio di qualcuno che osserva i peccati ogni giorno e vorrebbe vedere anche la punizione. Quando gli agenti della polizia di frontiera uccidono una donna incinta e suo fratello sostenendo che avevano “lanciato un coltello” e la società reagisce con uno sbadiglio annoiato, cresce il desiderio di punire questa società. Non è un desiderio di vendetta, ma un desiderio di cambiamento. Benn è convinto che il boicottaggio radicalizzerebbe ulteriormente Israele. Ma l’esperienza ci insegna che è vero il
contrario. Israele ha sempre fatto delle concessioni dopo aver pagato un prezzo elevato o davanti a una minaccia. È vero che Cuba e la Corea del Nord non si sono piegate alle sanzioni, ma è altrettanto vero che non si tratta di democrazie e che nei due paesi l’opinione pubblica ha un peso relativo.
Basandoci sulle esperienze passate possiamo ritenere che gli israeliani siano molto più viziati dei cubani o dei nordcoreani. Chiudiamo l’aeroporto internazionale di Tel Aviv per due giorni e poi vedremo quanti sono in favore dell’insediamento di Yitzhar. Imponiamo un visto per qualsiasi breve vacanza all’esterno e vedremo quanti continueranno a usare il motto nazionalista “la terra di Israele per il popolo di Israele”. Per non parlare delle ristrettezze materiali e della crisi economica che spingerebbero inevitabilmente Israele a chiedersi: vale davvero la pena soddisfare questo capriccio dell’occupazione? Siamo pronti a pagare di tasca nostra e a sacrificare il nostro stile di vita per regioni del paese che la maggior parte degli israeliani non ha mai visto e in cui non ha nessun interesse concreto?
Probabilmente la prima reazione a un boicottaggio sarebbe quella descritta da Benn: la società farebbe quadrato e prevarrebbe la linea dura. Ma presto comincerebbero le domande, poi le proteste. Gli israeliani del 2016 non sono fatti per vivere a Sparta e neanche a Cuba. Non accetterebbero di guidare auto degli anni cinquanta e fare la fila per la carne pur di mantenere l’insediamento di Esh Kadosh. Rinuncerebbero all’insediamento di Elkana pur di continuare ad andare in vacanza in Bulgaria, ed è un bene. E se questo dovesse significare che Elkana diventerà parte di un unico stato democratico binazionale, tanto meglio. L’ipotesi che un palestinese come Marwan Barghouti venga eletto a capo del governo non mi spaventa affatto.
Il movimento Bds non ha ancora cominciato ad avere effetti sulle nostre vite. Al momento non esiste una vera guerra economica, ma solo iniziative che stanno cambiando gradualmente il dibattito internazionale su Israele. Ai margini esistono forse elementi di antisemitismo, ma in sostanza si tratta di un movimento di protesta animato da persone che hanno una coscienza e vogliono fare qualcosa. Il declino economico che ne risulterebbe potrebbe arrivare presto, e non sarebbe necessariamente graduale. Nel Sudafrica dell’apartheid a un certo punto gli imprenditori sono andati dal governo e hanno detto: “Ora basta, non si può andare avanti così”. Anche in Israele potrebbe succedere qualcosa di simile. E questo mi dà speranza, perché non vedo nessuna alternativa.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
Rapporto OCHA della settimana 26 aprile- 2 maggio
Il 27 aprile, una 23enne palestinese, madre ed incinta, e il fratello 16enne sono stati uccisi vicino al checkpoint di Qalandiya (Gerusalemme), secondo quanto riferito da personale della società di sicurezza privata israeliana che presidia il checkpoint.
Le circostanze sono controverse: secondo fonti israeliane, i due portavano dei coltelli e non hanno obbedito all’alt impartito dalle forze israeliane; testimoni oculari palestinesi hanno riferito che il personale di sicurezza ha aperto il fuoco sulla donna che era entrata per errore nella corsia del checkpoint riservata ai veicoli e, successivamente, hanno sparato al fratello accorso per aiutarla. Le autorità israeliane trattengono ancora i loro corpi, insieme a quelli di 16 palestinesi sospettati di aver perpetrato attacchi [contro israeliani] negli ultimi sei mesi.
Nel villaggio di Beit Ur al Foqa (Ramallah), una 16enne palestinese è stata ferita con arma da fuoco durante un presunto tentativo di aggressione contro soldati israeliani. I media israeliani hanno riferito che lei e la sua amica portavano un coltello, una siringa e un biglietto d’addio. Entrambe le ragazze sono state arrestate e non sono stati segnalati feriti tra i soldati israeliani. Secondo i media israeliani, nella Città Vecchia di Gerusalemme, un colono israeliano 60enne è stato accoltellato e ferito da un palestinese; è stato inoltre riferito che il presunto aggressore è fuggito, ma è stato successivamente arrestato.
Durante la settimana, vicino alla colonia di Efrata (Betlemme), un bambino israeliano è stato ferito sull’auto su cui viaggiava, colpita da pietre; inoltre, a Gerusalemme Est, la metropolitana leggera è stata danneggiata da una pietra (o bottiglia), si sospetta, lanciata da palestinesi.
Nei Territori palestinesi occupati, in scontri con le forze israeliane, sono stati feriti 85 palestinesi, tra cui 20 minori. La maggior parte di questi scontri sono scoppiati nel corso di proteste: la manifestazione settimanale a Kafr Qaddum (Qalqiliya) che, da sola, registra 43 feriti; ad Abu Dis (Gerusalemme) e al Campo profughi di Al Jalazun (Ramallah) contro la recente uccisione di palestinesi; durante manifestazioni nei pressi della recinzione di confine tra Gaza ed Israele. In un caso, nei pressi della Al Khader School (Betlemme), un ragazzo di 10 anni è stato urtato e ferito da una jeep israeliana.
In Cisgiordania, a seguito dell’ingresso di coloni e di altri gruppi israeliani in vari siti religiosi in occasione della Pasqua ebraica, sono stati registrati parecchi alterchi e scontri tra palestinesi e forze israeliane. I siti coinvolti includono: il Complesso della Spianata delle Moschee / Monte del Tempio a Gerusalemme Est; il villaggio di Al Karmel nel sud di Hebron; le Piscine di Suleiman presso il villaggio di Al Khader (Betlemme); il villaggio Sebastiya (Nablus); la Tomba di Giuseppe a Nablus. In quest’ultima località, le forze israeliane hanno ferito, con arma da fuoco, un 17enne palestinese. La polizia israeliana ha vietato a quattro palestinesi, per due settimane, l’ingresso nel Complesso della Spianata delle Moschee / Monte del Tempio e, in un altro caso, secondo quanto riferito, ne ha allontanato otto visitatori israeliani.
Nella Striscia di Gaza, in almeno 21 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco in Aree ad Accesso Riservato, di terra e di mare, ed hanno arrestato due pescatori dopo averli costretti a spogliarsi e nuotare verso le imbarcazioni israeliane, dove sono stati tratti in arresto. In quattro occasioni, le forze israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza, hanno spianato il terreno ed effettuato scavi.
In Cisgiordania, le forze israeliane hanno condotto 45 operazioni di ricerca-arresto arrestando 93 palestinesi: il governatorato di Gerusalemme registra la quota più alta di arresti (65, tra cui 10 minori), per la maggior parte effettuati nella moschea di Al Aqsa.
Per la prima volta in sette anni, a Gerusalemme Est, le autorità israeliane hanno iniziato ad aprire, per due ore al giorno, il cancello sulla Barriera a Dahiyat al Barid, consentendo ai possessori di documenti di identificazione di Gerusalemme, l’utilizzo di un percorso più breve tra Ramallah e le comunità vicine. Le forze israeliane hanno anche riaperto un cancello stradale, chiuso da ottobre 2015, all’ingresso orientale del villaggio di ‘Ein Yabrud (Ramallah), consentendo a circa 11 comunità il transito veicolare verso la strada 60. Un altro cancello stradale, che conduce al villaggio Jamma’in (Nablus), è stato chiuso questa settimana, costringendo i residenti ad una lunga deviazione.
Per mancanza dei permessi rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito tre strutture di sussistenza ed hanno confiscato due serbatoi per l’acqua in un settore dell’Area C della città di Qalqiliya. Il provvedimento interessa 10 famiglie di rifugiati palestinesi, tra cui 32 minori.
In questa settimana non sono stati segnalati attacchi di coloni con vittime o danni [a palestinesi]. Tuttavia, a sud di Yatta (Hebron), coloni israeliani hanno impedito a contadini palestinesi di accedere ai loro terreni che si trovano oltre la Barriera.
Durante la settimana, il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è rimasto chiuso in entrambe le direzioni, portando a 77 giorni il periodo di chiusura ininterrotta; il più lungo a partire dal 2007. Le autorità di Gaza hanno segnalato che risultano registrate e in attesa di attraversare più di 30.000 persone, tra cui circa 9.500 malati e 2.700 studenti.
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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)
Dal 4 maggio la tensione lungo il confine tra Gaza e Israele è in aumento, concretizzata in una serie di attacchi fra gruppi armati palestinesi ed esercito israeliano. Secondo le prime notizie dei media, una palestinese è stata uccisa ed altri quattro civili palestinesi (di cui tre minori) e un soldato israeliano sono rimasti feriti.
nota 1:
I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.
sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: http://www.ochaopt.org/reports.aspx?id=104&page=1
L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.
sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:
https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali
nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]
sono talvolta aggiunte dai traduttori per esplicitare informazioni che gli estensori dei Rapporti considerano note
ai lettori abituali. In caso di discrepanze, fa testo la versione originale in lingua inglese.
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Associazione per la pace – Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it; Web: https://sites.google.com/site/assopacerivoli
Hamas e l’Irgun? Come oso metterli a confronto…
Per tutti coloro che soffrono di amnesia volontaria ecco solo alcuni degli episodi salienti di violenza dell’Irgun degna di Hamas.
di B. Michael – 2 maggio 2016 Haaretz
Così ha parlato Benjamin Netanyahu poche ore dopo l’esplosione il 18 aprile di una bomba su un autobus a Gerusalemme, rivendicata in seguito da Hamas: “Troveremo chiunque abbia preparato questo ordigno esplosivo, prenderemo chiunque ci sia dietro e faremo i conti con questi terroristi.” – affermazioni nette e determinate. E dove ha proferito queste ferme parole? Durante una commemorazione degli 85anni dalla fissazione dell’anno della fondazione dell’Irgun, o Etzel, la milizia clandestina pre-statale diretta da Menachem Begin.
Purtroppo Netanyahu ha dimenticato di specificare a quali “terroristi” si riferisse: quelli di cui stava celebrando l’85mo compleanno, o quelli che hanno fatto saltare in aria un autobus quel giorno al mattino presto?
Ma come potrei osare metterli a confronto.
Pochi giorni più tardi, Moshe Arens si è unito a Netanyahu. In un editoriale (Haaretz, 26 aprile) anche lui ha mostrato la sua quota di memoria selettiva e di concreta ipocrisia. Nel suo tentativo di compiacere il deputato Zouheir Bahloul (dell’Unione Sionista), Arens ha spiegato la fondamentale differenza tra “i gruppi clandestini ebrei” e “le organizzazioni terroristiche palestinesi”. I combattenti per la libertà ebrei, si è vantato l’ex membro dell’Irgun, attaccavano i soldati del mandato britannico [sulla Palestina. Ndtr.], non i civili, mentre i terroristi palestinesi prendono di mira principalmente i civili. “Questa è l’essenza del terrorismo – uccidere civili,” ha scritto Arens.
Per risvegliare la memoria di Arens e di chiunque altro soffra di amnesia volontaria, qui di seguito c’è un piccolo campione, una goccia nell’enorme bacino di lodevoli imprese realizzate dagli eroi dell’Irgun e del Lehi (la milizia guidata da Yitzhak Shamir e nota come la Banda Stern). Tutte provengono da fonti ufficiali revisioniste [cioè della destra sionista. Ndtr.]:
14 novembre 1937 – Uomini armati dell’Irgun a Gerusalemme mettono in atto un “attacco a colpi di arma da fuoco” uccidendo due passanti arabi a Rehavia. Più tardi, cecchini sparano a un autobus arabo, uccidendo tre passeggeri e ferendone otto. Bravo, Irgun!
17 aprile 1938 – Per la prima volta (ma non per l’ultima) l’Irgun lancia una bomba in un caffè arabo, con risultati modesti: una persona uccisa, sei ferite.
5 aprile 1938 – Una serie di attacchi terroristici contro passanti a Jaffa, Tel Aviv e Gerusalemme. Bombe e spari contro gli autobus. I risultati migliorano: muoiono 11 arabi, 22 rimangono feriti.
6 luglio 1938 – L’Irgun colloca un ordigno esplosivo in un mercato all’aperto di Haifa, al di fuori di “motivazioni politiche”. L’ordigno è composto da alcuni bidoni del latte di metallo, riempiti di esplosivi e di chiodi: 18 arabi uccisi, 38 feriti.
16 luglio 1938 – Un ordigno dello stesso tipo nel suk arabo di Gerusalemme: 10 morti, 31 feriti.
26 luglio 1938 – Di nuovo ad Haifa e un altro ordigno esplosivo dell’Irgun: 27 arabi rimangono uccisi, 46 feriti.
26 agosto 1938 – Questa volta il suk di Jaffa: “Un potente ordigno” come hanno detto. L’Irgun rivendica: muoiono 24 arabi, 35 sono feriti.
29 maggio 1939 – L’Irgun fa saltare in aria un cinema di Gerusalemme: 5 spettatori uccisi, 18 feriti.
20 giugno 1939 – Un’operazione contro un suk particolarmente riuscita: 78 arabi (e un asino) sono uccisi da un’esplosione in un mercato all’aperto di Haifa. L’asino era carico di esplosivo.
Tra il giugno e il luglio del 1939 l’Irgun ha ucciso dozzine di persone in tutto il Paese. L’unica colpa delle vittime era il fatto di essere arabi. Neppure l’Irgun sostiene il contrario.
Seguono alcuni anni relativamente tranquilli, ma verso la fine del Mandato Britannico queste gloriose operazioni di combattimento riprendono la loro frenesia.
4 dicembre 1947 – Bombe nei caffè, un barile di esplosivo in una stazione degli autobus, lancio di granate, sparatorie: dozzine di arabi sono uccisi.
29 dicembre 1947 – Una bomba dell’Irgun alla Porta di Damasco della Città Vecchia di Gerusalemme: 17 vittime.
30 dicembre 1947 – Membri dell’Irgun attaccano un gruppo di manovali arabi nella baia di Haifa, uccidendone 6 e ferendone 40.
4 gennaio 1948 – Un’auto-bomba del Lehi a Jaffa uccide 70 arabi.
7 gennaio 1948 – L’Irgun tenta di emulare il suo “piccolo fratello” con una bomba alla Porta di Jaffa nella Città Vecchia di Gerusalemme. Solo 24 arabi uccisi.
18 febbraio 1948 – Una bomba nel mercato di Ramle uccide 37 arabi.
E per concludere – 9 aprile 1948: l’Irgun entra a Deir Yassin, nei dintorni di Gerusalemme, e massacra 245 abitanti del villaggio. Sei giorni dopo, una folla di arabi attacca un convoglio medico diretto al Monte Scopus di Gerusalemme, massacrando 36 persone. ( Chiunque tiri frettolose conclusioni in merito alla relazione tra questi due eventi non è altro che un maledetto post-sionista).
I successivi massacri ed atrocità sono messi a segno dall’esercito del nascente Stato, piuttosto che dai gruppi clandestini che hanno aderito alla purezza-delle-armi [autorappresentazione dell’esercito israeliano, che si definisce “il più morale al mondo.” Ndtr.].
(Ho il piacevole dovere di elogiare ancora una volta Menachem Begin, di santa memoria, che dopo aver preso il comando dell’Irgun, fece il possibile per limitare questo terrorismo sfrenato. Dal 1944 fino alla fine del 1947 l’Irgun lottò puntualmente solo contro l’occupante britannico).
Questa è solamente una manciata di rimembranze. Ci sono molti più esempi di simili atti umani, con centinaia di civili innocenti che sono stati uccisi.
Se qualcuno, Dio non voglia, tenta ancora di paragonare le atrocità degli assassini arabi con le glorie dei combattenti ebrei (solo per il fatto che entrambi hanno commesso azioni assolutamente identiche), spiegheremo ancora una volta che la differenza tra il terrorismo ismaelita e i combattenti per la libertà ebrei è la stessa che passa tra i riccioli ebrei e il codino dei cinesi. Anche un bambino sa che un boccolo dell’ uomo ebreo è il culmine di bellezza e di purezza mentre un codino cinese è semplicemente disgustoso.
Non c’è davvero confronto.
(Traduzione di Amedeo Rossi)
Rapporto Ocha della settimana 19-25 aprile 2016
Durante la settimana non sono state registrate uccisioni di palestinesi o israeliani. Nei Territori palestinesi occupati, in scontri con le forze israeliane, sono stati feriti 70 palestinesi, tra cui 11 minori.
La maggior parte di questi scontri sono scoppiati nel corso di proteste: ad Abu Dis (Gerusalemme), contro la recente uccisione di palestinesi; a Ni’lin (Ramallah), contro la Barriera; a Kafr Qaddum (Qalqiliya), durante la manifestazione settimanale; durante manifestazioni nei pressi della recinzione di confine tra Gaza ed Israele. I numeri di questa settimana includono sette palestinesi feriti in scontri con le forze israeliane durante una demolizione punitiva.
Nella Striscia di Gaza, in almeno 26 casi, le forze israeliane hanno aperto il fuoco in Aree ad Accesso Riservato (ARA) a terra e in mare, ferendo un pescatore e arrestandone altri sette, confiscando una barca e distruggendone un’altra. Due degli arrestati sono stati costretti a spogliarsi e nuotare verso le imbarcazioni della marina israeliana, sulle quali sono stati trattenuti in detenzione preventiva.
Le autorità israeliane trattengono ancora i corpi di 16 palestinesi uccisi nel corso di episodi verificatisi negli ultimi sei mesi. Secondo i media israeliani, nel marzo 2015, il Primo Ministro israeliano, ha dato istruzioni alle autorità competenti di fermare, fino a nuova comunicazione, la restituzione dei corpi di palestinesi sospettati di aver perpetrato attacchi contro israeliani.
In Cisgiordania le forze israeliane hanno condotto 74 operazioni di ricerca-arresto; il maggior numero nel governatorato di Hebron (20 operazioni). In totale sono stati arrestati 132 palestinesi; la quota più alta di arresti è stata registrata nel governatorato di Gerusalemme: 66, tra cui 19 minori, soprattutto nella città vecchia di Gerusalemme (23 arresti) e nel quartiere di Al ‘Isawiya (23 arresti, tra cui 15 minori).
Durante la settimana, le forze israeliane hanno chiuso il checkpoint di Al Jalama (Jenin), impedendone l’attraversamento a piedi ai lavoratori palestinesi; il checkpoint è tuttavia rimasto aperto per il movimento dei veicoli. Per diverse ore è stata chiusa anche la strada tra Azzun (Qalqiliya) e Jit (Nablus) mentre era in corso una marcia di coloni israeliani, tenutasi tra gli insediamenti di Karnei Shomron e Kedumim. A Gerusalemme Est, le autorità israeliane hanno emesso ordini di polizia e ordini giudiziari che vietano, per 15 giorni, a 24 palestinesi di entrare nella Spianata delle Moschee/Monte del Tempio; ad altri cinque è stato vietato, fino a 10 giorni, di entrare a Gerusalemme. I provvedimenti sono motivati dal fatto che gli interessati sono stati implicati in proteste contro l’ingresso nel Complesso di coloni israeliani e di altri gruppi israeliani. Secondo i media israeliani, in seguito a presunte violazioni delle prescrizioni imposte da Israele, a due israeliani è stato proibito l’ingresso nel Complesso ed almeno altri 13 ne sono stati allontanati.
Nel Campo profughi di Qalandiya (Gerusalemme), le autorità israeliane hanno effettuato una demolizione punitiva contro la casa di famiglia di un palestinese sospettato di aver ucciso, il 25 gennaio 2016, una colona israeliana. Di conseguenza, è stata sfollata una famiglia di otto persone, di cui cinque minori. Nel mese di novembre 2014, il coordinatore umanitario per Territori palestinesi occupati ha chiesto la fine delle demolizioni punitive, sottolineando che “le demolizioni punitive sono una forma di sanzione collettiva, vietata dal diritto internazionale”. Inoltre, nella zona di Sur Bahir di Gerusalemme Est, per la mancanza di un permesso di costruzione rilasciato da Israele, le autorità israeliane hanno costretto una famiglia ad auto-demolire un ampliamento della loro casa.
Questa settimana sono stati registrati due attacchi di coloni con conseguenti danni materiali: ad Husan (Betlemme), il danneggiamento di circa 7 ettari di terra agricola palestinese inondata da acque di scolo, pompate dall’insediamento colonico di Betar Illit; a Far’ata (Qalqiliya), il furto di attrezzi agricoli. Segnalato inoltre, non incluso nel conteggio, il ferimento di due palestinesi, di cui uno in modo grave, investiti da veicoli con targa israeliana. In uno dei due casi si trattava di un minore al quale le forze israeliane hanno prestato i primi soccorsi.
Una carrozza della metropolitana leggera, nell’attraversamento del quartiere di Shu’fat, a Gerusalemme Est, è stata colpita e danneggiata da una pietra (o bottiglia) lanciata, si sospetta, da palestinesi.
Il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, continua a restare chiuso in entrambe le direzioni da ormai 70 giorni consecutivi. Il valico è rimasto chiuso, anche per l’assistenza umanitaria, dal 24 ottobre 2014 ad eccezione di 42 giorni di aperture parziali. Le autorità di Gaza hanno segnalato che sono registrati e in attesa di attraversare 30.861 persone, tra cui circa 9.500 malati e 2.700 studenti.
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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)
Il 27 aprile, una 23enne madre di due figli e il fratello 16enne sono stati uccisi dalle forze israeliane al checkpoint di Qalandiya a Gerusalemme, in circostanze poco chiare. I corpi sono ancora trattenuti dalle autorità israeliane.
nota 1:
I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.
sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: http://www.ochaopt.org/reports.aspx?id=104&page=1
L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.
sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:
https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali
nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]
sono talvolta aggiunte dai traduttori per esplicitare informazioni che gli estensori dei Rapporti considerano note
ai lettori abituali. In caso di discrepanze, fa testo la versione originale in lingua inglese.
Associazione per la pace – Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it; Web: https://sites.google.com/site/assopacerivoli