La scena culturale di Gaza rivive da sotto le macerie

Ruwaida Amer

15 maggio 2026 – +972 Magazine

Dopo che Israele ha distrutto le istituzioni letterarie e artistiche della Striscia, i palestinesi stanno lanciando nuove iniziative per preservare il sapere e rivendicare il diritto alla vita

Durante i primi due anni della guerra genocida israeliana quasi tutti i centri e le istituzioni culturali di Gaza sono stati distrutti e almeno 150 delle figure di spicco del panorama culturale uccise. Negli ultimi mesi, nonostante la fragilità del cosiddetto cessate il fuoco, sono emerse diverse iniziative per far rivivere la fiorente scena letteraria e artistica della Striscia.

Tra queste c’è la Biblioteca Phoenix, inaugurata a fine aprile, i cui fondatori hanno raccolto oltre 100.000 dollari tramite una campagna di crowdfunding per ristrutturare un edificio superstite nel centro di Gaza City. Fondata da due amici, Omar Hamad e Ibrahim Al-Masri, la nuova biblioteca di Gaza si propone di salvare dalle macerie ciò che resta della vita letteraria della Striscia.

Durante il genocidio, l’occupazione ha perseguito una politica di sradicamento dell’istruzione distruggendo scuole, università e biblioteche. Hanno distrutto centinaia di migliaia di libri, molti dei quali antichi e parte del patrimonio e dell’eredità palestinese, alcuni stampati prima del 1948 e altri risalenti all’epoca ottomana”, racconta a +972 Hamad, di 30 anni. “L’idea della biblioteca è nata dal desiderio di preservare ciò che era sopravvissuto e di far rivivere la lettura, la scrittura e la ricerca a Gaza, in mezzo all’immenso vuoto educativo creato dalla guerra”.

Al-Masri, 31 anni, afferma che il progetto è nato da un analogo senso di responsabilità. “Siamo persone che leggono, scrivono e che hanno a cuore la cultura, ed è stato difficile per noi vedere centri educativi e biblioteche distrutti e libri bruciati”, spiega. “Per fortuna siamo riusciti a recuperare libri dalle macerie di biblioteche private e universitarie. Altri libri appartenevano a persone martirizzate durante la guerra e ci sono stati donati dalle loro famiglie. Desideravano che altri potessero beneficiare di quei libri, che costituissero un atto di beneficenza duraturo [in onore dei loro cari].”

Abbiamo chiamato la biblioteca ‘Fenice’ perché evoca la rinascita dalle macerie e la speranza in mezzo al dolore», aggiunge. «Vogliamo vivere le nostre vite normalmente e dimostrare al mondo che, nonostante le circostanze, rimaniamo saldi nel nostro sapere, nella nostra cultura e nel nostro Paese”.

Per Hamad la biblioteca rappresenta anche un tentativo di condividere il rifugio che i libri gli hanno offerto durante la guerra. “Sono stato sfollato diverse volte ed ero molto affezionato ai miei libri. Passavo ore a leggere e cercavo persone che avessero libri per poterli scambiare”, racconta. “Continuavo a pensare a come avrei potuto mettere questi libri in un luogo adatto dove tutti potessero trarne beneficio, proprio come loro avevano aiutato me ad alleviare le difficoltà e l’amarezza dello sfollamento”.

La biblioteca ora ospita più di 6.000 libri in arabo e inglese che spaziano in campi quali scienza, linguistica, media, istruzione, management, economia, medicina, matematica, diritto e storia, oltre alla letteratura araba e internazionale, con una particolare attenzione alla scrittura palestinese e di Gaza. È diventata rapidamente un rifugio per lettori appassionati in cerca di pace e tranquillità, nonché uno spazio di studio per gli studenti le cui biblioteche universitarie sono state distrutte.

Khaled Radwan, uno studente universitario di 20 anni, afferma di frequentare la biblioteca sia per studiare che per la sua passione di sempre per la lettura. “Avevo bisogno di molti libri per i miei studi e tutte le biblioteche universitarie sono state completamente distrutte”, dice a +972. “Sono anche un appassionato lettore fin da bambino. Mio padre aveva alcuni libri e mi piaceva andare nella Città Vecchia di Gaza per trovarne di antichi. Sono particolarmente interessato ai libri di storia e sulle civiltà; amo leggere delle diverse epoche in Palestina e in altri Paesi”.

Radwan ora spera di contribuire ad ampliare la collezione della biblioteca cercando libri sotto le macerie di biblioteche e centri culturali distrutti. “È importante preservare la nostra storia dopo che l’esercito israeliano ha distrutto così tanti libri”, aggiunge. “Bruciano deliberatamente la storia in modo che non ci rimanga nulla, ma noi teniamo alla cultura e alla conoscenza e vogliamo che non vadano perdute a causa dei loro attacchi e delle loro guerre”.

Per Sarah Al-Taweel, 24 anni, che frequentava le biblioteche universitarie durante i suoi studi, la Biblioteca Phoenix rappresenta un rifugio. “Studiavo all’Università di Al-Azhar e mi spostavo tra le biblioteche per prendere in prestito libri da leggere”, racconta a +972. “Ho smesso di farlo durante la guerra. Ho provato a procurarmi libri e romanzi online, ma la sensazione è diversa quando tengo un libro tra le mani. Mi sento psicologicamente a mio agio, come se fossi libera tra le parole e le righe. Speravo di trovare anche un solo libro che mi tenesse occupata”.

Quando ha saputo dell’apertura della biblioteca Al-Taweel ha detto di essere stata tra le prime a visitarla. Rivedere i libri disposti sugli scaffali come prima della guerra le ha restituito un senso di normalità. “Ora posso dedicare del tempo alla lettura”, dice. “Isolarmi dalla difficile realtà in cui viviamo è importante per preservare la salute mentale. Ecco perché per me il risultato più importante dopo il cessate il fuoco è stata l’apertura della biblioteca.”

“La musica è un balsamo per l’anima”

Durante la guerra a Gaza la formazione musicale è rimasta una delle poche attività culturali e artistiche a continuare nonostante le difficili condizioni a stento immaginabili.

Ismail Daoud, insegnante di oud e direttore accademico del Conservatorio Nazionale di Musica Edward Said di Gaza, è stato tra coloro che hanno cercato di mantenere viva la musica. Insieme ad altri insegnanti del Conservatorio si spostava tra le tende dei bambini nella zona di Al-Mawasi a Khan Younis per insegnare canto e strumenti musicali.

“All’inizio della guerra sono stato sfollato dalla mia casa nel nord di Gaza con i miei figli e pochi effetti personali essenziali, e ho lasciato indietro i miei strumenti musicali. Tutto è stato bombardato e distrutto”, racconta a +972. “Per i primi sette mesi di guerra non ho sentito musica né suonato. Ma nel maggio del 2024 il mio collega Ahmed Abu Amsha mi ha detto che il Conservatorio voleva far ripartire le attività musicali a Gaza.”

Anche la sede del Conservatorio è stata tra gli spazi culturali distrutti. Inaugurato nel 2012 in un edificio della Mezzaluna Rossa Palestinese a Tel Al-Hawa, a ovest di Gaza City, l’istituto è stato bombardato, saccheggiato e incendiato durante la guerra, con la conseguente perdita di mobili e strumenti. L’amministrazione è ora alla ricerca dei fondi necessari per ricostruire e riaprire la sede.

Nel frattempo il Conservatorio ha ripreso a offrire lezioni ai bambini, inizialmente nel nord di Gaza e in seguito in spazi di apprendimento improvvisati in tutta la Striscia. Col tempo, ha affermato Daoud, la musica, che definisce “un linguaggio universale di pace”, è diventata uno strumento importante per aiutare i bambini ad affrontare il trauma psicologico della guerra.

“All’inizio è stato difficile”, afferma. “Abbiamo perso uno studente di nome Youssef Salman di Khan Younis. Suo padre era in viaggio all’estero e comunicavano online.”

Un giorno Youssef non è venuto a lezione perché era andato in un bar a parlare con suo padre, e lì è stato colpito. Sua sorella era con noi ed era devastata dalla perdita del fratello, ma la musica è stata il nostro sostegno e la nostra consolazione in quelle situazioni: è un balsamo per l’anima.”

Oggi il Conservatorio offre lezioni di strumenti come tabla, oud, chitarra e flauto, oltre a canto corale, a bambini e ragazzi dagli 8 ai 20 anni. Abu Amsha, insegnante e coordinatore del Conservatorio nonché direttore del gruppo musicale Gaza Birds Singing, è diventato virale la scorsa estate con una sua suggestiva canzone che si armonizza con il ronzio costante dei droni israeliani, ora usata nella campagna globale per boicottare l’Eurovision Song Contest.

“C’è un aumento significativo del numero di persone che cercano una formazione musicale”, afferma Daoud. “Attualmente stiamo pianificando di organizzare concerti e festival culturali con organizzazioni locali a Gaza come l’UNICEF. Questo lavoro è stata la nostra principale fonte di sostegno dall’inizio della guerra. Vogliamo continuare a diffondere speranza e vita.”

Non un lusso, una umana necessità”

Prima della guerra il regista teatrale e produttore culturale palestinese Jamal Abu Al-Qumsan aveva dedicato parte della sua casa nella parte occidentale di Gaza City a quella che definiva una “galleria culturale”: uno spazio in cui ospitava intellettuali, scrittori, musicisti e artisti per vari eventi.

“Il teatro a Gaza era vitale per l’espressione artistica e la consapevolezza della comunità, nonostante le risorse limitate e il blocco”, dichiara a +972. “C’erano spettacoli, laboratori e iniziative regolari per bambini e bambine e ragazzi e ragazze, e il teatro rappresentava una finestra di speranza e un luogo di espressione e dialogo”.

Al-Qumsan metteva in scena spettacoli durante tutto l’anno, soprattutto per i bambini. “Per loro il teatro non era solo intrattenimento, ma uno spazio per imparare e riappropriarsi dell’infanzia”, ​​ afferma. “Durante la guerra sono stati privati ​​di spazi sicuri, creando un enorme vuoto psicologico e culturale che sentiamo ancora oggi”.

La vivace scena artistica di Gaza, un tempo fiorente, è stata quasi completamente spazzata via dalla guerra israeliana. Tra i luoghi demoliti è il Teatro Rashad Al-Shawa nel quartiere di Al-Rimal a Gaza City, il principale centro per le produzioni teatrali della Striscia.

Dalla fine del 2023, con l’invasione di terra di Gaza City da parte dell’esercito israeliano, la casa e la galleria di Al-Qumsan sono state distrutte. È stato costretto a vivere in una tenda nella zona di Al-Zawayda, nella Gaza centrale, dove si trova tuttora.

Eppure, anche in questa situazione di sfollamento, Al-Qumsan ha continuato a organizzare proiezioni cinematografiche e laboratori artistici per bambini nei campi profughi in diverse zone della Striscia. “Queste attività offrono ai bambini la possibilità di ridere e li aiutano a ritrovare un certo equilibrio psicologico, rafforzando in loro la consapevolezza di essere amati e di avere diritto alla gioia e alla vita”, afferma. “Per loro il teatro è un mezzo per esprimere le emozioni e ritrovare un senso di sicurezza durante la guerra”.

La perdita della galleria ha lasciato un segno indelebile su Al-Qumsan, “sia a livello personale che professionale”. Ciononostante sta cercando di trovare modi alternativi per continuare la sua attività teatrale, che descrive come “non un lusso, ma una necessità umana”.

“La Galleria Culturale di Jamal non era solo un luogo, ma una casa per artisti, bambini e persone creative”, afferma. “Credo però che la cultura non riguardi solo gli edifici, ma anche la volontà. Attualmente sto lavorando alla progettazione di una nuova galleria culturale utilizzando materiali semplici e reperibili localmente. C’è un grande desiderio tra i bambini e le famiglie di teatro e attività culturali”, conclude Al-Qumsan. “Ogni volta che presentiamo uno spettacolo o un’attività constatiamo quanto sia necessario questo tipo di spazi. Le persone non cercano solo intrattenimento, ma anche speranza e un senso di normalità. Questo conferma che il teatro rimarrà una necessità sociale e culturale, a prescindere dalle difficoltà.”

Ruwaida Amer è una giornalista indipendente di Khan Younis

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’aggressione a una suora francese e la storia dimenticata dei cristiani palestinesi

Ramzy Baroud  

14 maggio 2026 – The Palestine Chronicle

I cristiani palestinesi hanno subito le stesse politiche di pulizia etnica, razzismo e occupazione militare dei loro fratelli e sorelle musulmani.

Il video è terrificante, benché si tratti del genere di orrore che ora è sinonimo del comportamento di Israele, del suo esercito, dei suoi coloni armati e della società che è stata indotta a vedere l’ ‘altro’ come subumano.

Però non è il tipico video virale che quasi quotidianamente arriva dalla Palestina occupata. Questa volta la vittima non è un palestinese: è un’anziana suora francese.

Il primo maggio è arrivato da Gerusalemme un filmato che mostra un israeliano di 36 anni che insegue una suora francese – una ricercatrice presso la Scuola Francese di Ricerca Biblica e Archeologica – e la getta violentemente a terra.

In un’agghiacciante dimostrazione di crudeltà, l’assalitore non colpisce semplicemente e corre via. Si allontana di qualche passo e poi torna dalla donna a terra e la prende ripetutamente a calci senza pietà mentre giace impotente a terra.

Ciò che sconvolge di più è il senso di normalità che segue. L’aggressore rimane sulla scena, conversando con un altro uomo che appare del tutto imperturbato da ciò che in un altro contesto avrebbe dovuto essere un evento devastante.

Il video si è velocemente imposto sulla scena dei principali media, raccogliendo superficiali condanne. Molti hanno spiegato la vicenda come parte del più ampio repertorio delle violenze israeliane, sottolineando il perdurante genocidio a Gaza come l’esempio più ovvio di questa aggressione incontrollata.

Ma anche il contesto di violenza generalizzata non spiega del tutto perché sia stata presa di mira una suora francese. Non è una persona di colore, è europea, è cristiana e non sostiene rivendicazioni storiche o territoriali che potrebbero solitamente provocare la paranoia ‘securitaria’ dello Stato sionista.

Eppure l’incidente è tutt’altro che ‘isolato’, benché i dirigenti israeliani si siano precipitati a definirlo una ‘vergognosa’ eccezione. Al contrario, la suora è stata aggredita in quanto cristiana.

Questo pone una domanda: perché?

Per dare una risposta dobbiamo riconoscere che i cristiani palestinesi sono stati sistematicamente cancellati dalla storia della loro terra.

I cristiani palestinesi non sono semplicemente presenti sulla terra: sono tra le comunità storicamente più radicate in Palestina. Sono tutt’altro che ‘stranieri’ o ‘spettatori’ intrappolati in un ipotetico conflitto tra ebrei e musulmani.

Infatti la presenza arabo-cristiana in Palestina precede di secoli l’epoca islamica. Si tratta dei discendenti delle storiche tribù che hanno plasmato l’identità della regione molto prima della comparsa delle correnti politiche odierne.

L’emarginazione dei cristiani palestinesi è un fenomeno relativamente nuovo, profondamente connesso al colonialismo occidentale. Per secoli le potenze europee hanno usato il pretesto della ‘protezione’ delle comunità cristiane per giustificare i propri interventi imperialisti.

Di conseguenza questo ha inquadrato i cristiani nativi non come arabi sovrani con libero arbitrio, ma come guardiani dell’Occidente, una narrazione che di fatto li ha spogliati del loro status di autoctoni e li ha alienati agli occhi del mondo dal loro tessuto nazionale.

Il sionismo ha aggiunto a questa cancellazione una patina letale. Si è spesso fatto passare come ‘protettore’ dei cristiani per evitare di suscitare l’ira dei suoi sostenitori occidentali.

In realtà i cristiani palestinesi hanno subito le stesse politiche di pulizia etnica, razzismo e occupazione militare dei loro fratelli e sorelle musulmani. Come altro si può spiegare la catastrofica diminuzione della popolazione cristiana?

Prima della Nakba del 1948 i cristiani palestinesi costituivano circa il 12% della popolazione. Oggi quel numero è crollato all’1%. Solo durante la Nakba decine di migliaia di loro sono stati espulsi dalle proprie case a Gerusalemme ovest, Haifa e Giaffa, le loro proprietà sono state saccheggiate e le loro comunità smantellate.

Una veloce scorsa alla mappa di Gerusalemme e Betlemme oggi racconta la storia di una costante cancellazione. Gerusalemme viene sistematicamente svuotata dalla sua popolazione nativa, sia cristiana che musulmana. Le proprietà e i luoghi di culto cristiani sono soggetti a restrizioni e la ‘Little town of Bethlehem’ [‘La piccola città di Betlemme’, tradizionale canto natalizio di fine Ottocento, ndtr.] è stata inglobata in un anello di colonie illegali e da un muro dell’apartheid alto 8 metri che ha trasformato il luogo di nascita di Cristo in una prigione a cielo aperto.

Eppure nonostante questo è raro che sentiamo parlare della lotta per la sopravvivenza dei cristiani palestinesi. Invece il mondo occasionalmente assiste a ‘incidenti’, come la diffusa abitudine degli estremisti ebrei di sputare sui pellegrini e i preti stranieri a Gerusalemme. Questo comportamento si è così tanto normalizzato che ministri israeliani, come Itamar Ben Gvir, hanno preventivamente difeso quegli atti come “un’antica usanza” che non dovrebbe essere criminalizzata.

Il motivo per cui la storia dei cristiani palestinesi viene raramente raccontata è che non corrisponde esattamente alle accomodanti narrazioni utilizzate dai governi occidentali. Questi sono inclini a presentare il ‘conflitto’ come una lotta dello Stato ebraico per la propria identità contro una monolitica minaccia ‘islamica’. Israele è pesantemente coinvolto in questa stessa retorica dello ‘scontro di civiltà’, posizionandosi come avanguardia della “civilizzazione occidentale” contro l’estremismo arabo.

Ma alcuni palestinesi – sia musulmani che cristiani – sono in scala minore anch’essi colpevoli della caduta in questa trappola. I primi spesso dipingono la resistenza palestinese come una lotta esclusivamente musulmana; nel contempo alcuni cristiani condividono proprio quella narrativa che ha condotto fin dall’inizio alla loro emarginazione.

Il genocidio di Gaza tuttavia ha dimostrato che questa logica non è solo sbagliata, ma insostenibile. Nel corso della carneficina Israele ha distrutto più di 800 moschee, ma non ha risparmiato i santuari cristiani.

Il 19 ottobre 2023 un attacco aereo israeliano prese di mira un edificio all’interno del complesso della chiesa di San Porfirio, una delle più antiche chiese al mondo.

In quel massacro furono uccisi 18 cristiani palestinesi e il loro sangue intrise la polvere di un santuario che aveva 1.600 anni. E’ stato un ammonimento devastante del fatto che i missili israeliani non distinguono tra una moschea e una chiesa, né tra il sangue di un musulmano e quello di un cristiano.

La vicenda della suora francese vale ogni attimo di attenzione che ha ricevuto, come il prendere a bersaglio i pellegrini. Ma mentre i titoli cambiano, noi dobbiamo ricordare che i cristiani palestinesi sopportano una sofferenza che è collettiva e radicata nel suolo stesso della Palestina. Oggi sono una comunità in pericolo e Israele è il responsabile. Senza di loro la Palestina non è la stessa.

La patria palestinese è completa solo quando è la culla della coesistenza religiosa e i cristiani palestinesi stanno proprio al cuore di quella storia lunga due millenni. La loro sopravvivenza non è una ‘questione di una minoranza’, è la sopravvivenza della Palestina stessa.

Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e direttore di The Palestine Chronicle. Ha scritto otto libri. Il suo ultimo, ‘Before the Flood’, è stato pubblicato da Seven Stories Press. Tra gli altri libri: Our Vision for Liberation’, ‘My Father was a Freedom Fighter’ e ‘The Last Earth’. Baroud è ricercatore senior non residente presso il Centro per l’Islam e Affari Globali (CIGA).

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)


 




Zochrot, l’ong israeliana che sensibilizza riguardo alla Nakba

Elias Feroz

20 febbraio 2025 – The New Arab

Approfondimento: Zochrot intende educare gli israeliani in merito all’espulsione di massa dei palestinesi durante la Nakba del 1948 e sfida i miti fondativi dello Stato di Israele

Sfidando la narrazione dominante e promuovendo il dialogo sulla storia della regione, Zochrot, che significa “ricordare” in ebraico, intende affrontare le radici del conflitto israelo-palestinese e prospetta un futuro condiviso e ugualitario. Lo slogan dell’associazione è “Dalla Nakba al Ritorno”.

Nel 2009 il ministero della Pubblica Istruzione israeliano ha vietato l’uso della parola “Nakba” nei libri di testo adottati per i cittadini palestinesi di Israele, mentre la “legge sulla Nakba” del 2011 autorizza il ministero delle Finanze israeliano a ritirare i finanziamenti pubblici alle istituzioni che commemorano la pulizia etnica del 1948.

All’inizio di quest’anno l’ufficio del ministero degli Esteri tedesco ha deciso di togliere i finanziamenti a Zochrot e a un’altra ong israeliana, New Profile, un movimento di volontari che offre aiuto agli obiettori di coscienza che rischiano la prigione in Israele.

The New Arab ha incontrato Rachel Beitarie, l’attuale direttrice, per parlare del lavoro di Zochrot.

The New Arab: Zochrot gioca un ruolo fondamentale nel conservare e promuovere la memoria della Nakba nella società israeliana, dove spesso questo argomento è evitato. Cosa motiva il vostro lavoro e quali sfide dovete affrontare?

Rachel Beitarie: Direi che ciò che motiva il nostro lavoro sono l’onestà e affrontare i capitoli più oscuri della nostra storia. La Nakba è una vicenda palestinese, ma anche israeliana, una cosa da cui non si può sfuggire e non dovrebbe essere ignorata. Siamo un’associazione attiva ormai da 23 anni. I fondatori dell’organizzazione erano per lo più israeliani impegnati per i diritti umani e la pace. Erano cosiddetti pacifisti, molto attivi e coinvolti negli ambienti pacifisti e per il dialogo, molto popolari durante gli anni ‘90 e all’inizio degli anni 2000, in seguito agli accordi di Oslo. Ma loro videro fallire questi accordi.

Gradualmente, e soprattutto imparando dai nostri amici e colleghi palestinesi, compresero che gli sforzi, sia a livello statale e persino personale e di gruppo, per promuovere il dialogo e la pace si scontravano praticamente sempre contro un ostacolo insormontabile. Ciò accade perché le due parti non hanno mai parlato delle stesse cose e non erano sincere, soprattutto la parte israeliana, che non lo era riguardo alla volontà di prendere in considerazione le radici del problema, che sono nella Nakba: l’espulsione della grande maggioranza del popolo palestinese nel 1948 da quello che è diventato lo Stato di Israele.

Nei circoli pacifisti spesso si parlava dell’occupazione del 1967 e del regime militare imposto ai territori palestinesi, che sono, ovviamente, problemi molto importanti. Tuttavia sono la continuazione della grande espulsione del 1948 e della spoliazione dei palestinesi, che è continuata da allora.

Finché non affrontiamo la radice del problema non possiamo realmente andare avanti o cercare soluzioni. E finché non riconosciamo l’esistenza di milioni di rifugiati palestinesi, molti dei quali rimangono tuttora senza uno Stato, non possiamo risolvere l’attuale situazione. Non solo non la risolviamo, ma l’oppressione e la spoliazione dei palestinesi continuano.

Che è quello che noi e i palestinesi chiamiamo la continua Nakba. Abbiamo tristemente assistito al suo culmine negli ultimi 15 mesi. L’incapacità o la mancanza di volontà di esaminare in modo critico i miti fondanti del passato e del presente di questo Paese e la continuazione di questa violenza hanno portato, molto tragicamente, prima all’attacco di Hamas il 7 ottobre e poi a tutto quanto ne è seguito. Ciò include gli attacchi contro Gaza, l’uccisione di decine di migliaia di palestinesi, la fame, la tortura, la spoliazione e la creazione di milioni di nuovi rifugiati.

Cosa intende quando lei dice che israeliani e palestinesi non stanno parlando della stessa cosa? Quali sono le radici del problema dalla prospettiva israeliana dominante?

Fino a non molto tempo fa per la maggioranza di quello che potremmo chiamare il campo pacifista israeliano la radice del problema era vista come l’occupazione del 1967, quando Israele occupò la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, Gerusalemme est e le Alture del Golan. Quella delle Alture del Golan è una storia leggermente diversa, ma è comunque collegata.

Da allora la logica prevalente è stata la soluzione dei due Stati, basata sulla separazione. Molti nella sinistra israeliana si sono opposti, e a ragione, alle colonie in Cisgiordania, ma spesso non hanno visto il collegamento, anche se penso sia evidente. Le pratiche di colonizzazione in Cisgiordania – confisca delle terre, arresti e incarcerazioni, espropriazione delle terre dei palestinesi, impedimenti dell’accesso alle loro terre e separazione delle famiglie – tutto ciò c’era già prima del 1967.

Infatti le pratiche di furto delle terre iniziarono anche prima del 1948, fin dai primi giorni del movimento sionista. E’ la continuazione delle stesse pratiche e della stessa logica: occupare gradualmente quanto più possibile della Palestina, espellere i palestinesi quando è fattibile, e quando non è politicamente possibile confinarli in zone sempre più ridotte.

Quale approccio utilizza Zochrot per familiarizzare gli israeliani con la storia della Nakba? Come risponde l’opinione pubblica israeliana ai vostri programmi ed eventi educativi?

E’ difficile perché è un argomento assolutamente tabù. Penso che gli israeliani spesso vogliano credere che vivere qui sia giusto, che i nostri predecessori – i nostri nonni e persino i genitori, per molti di noi – abbiano costruito questa terra come persone oneste e buone. E forse lo erano, da un certo punto di vista.

Affrontare la Nakba è duro perché sfida proprio il mito fondativo dello Stato di Israele. Siamo stati educati a pensare che la gente torna alla sua terra ancestrale. Persino tra gli israeliani laici che non credono a una promessa divina è profondamente radicata l’idea di tornare alla terra dei nostri antenati. E’ legata alla convinzione che questa fosse una terra senza popolo per un popolo senza terra.

Quell’idea è essenzialmente il mito fondante di questo Paese. E’ la storia che ci viene raccontata dal giorno in cui nasciamo come israeliani. E’ una narrazione molto forte e convincente e non è facile accettare il fatto che alla fine si tratta solo di una favola. Penso sia un viaggio molto difficile perché ti obbliga a riesaminare le fondamenta stesse della tua educazione, dei tuoi rapporti familiari e del modo in cui sei cresciuto, e a fare i conti con tutto questo.

Ovviamente a volte le risposte sono ostili. In qualche caso lo rimangono, ma in altri vedi che le persone iniziano a pensare. Nel corso degli anni Zochrot ha coinvolto molte migliaia di israeliani e si può vedere come molti di loro sono cambiati politicamente, hanno aperto gli occhi di fronte agli avvenimenti della Nakba e dell’espropriazione dei palestinesi e hanno veramente cambiato opinione. Tra questi includo anche me stessa. Sono cresciuta come sionista e Zochrot, molto prima che ne diventassi una dipendente, ha giocato un ruolo fondamentale nell’aprirmi gli occhi sulla realtà di questo luogo che chiamo patria, su dove e come sono stata cresciuta.

Ha menzionato il fatto che le risposte a volte possono essere ostili. Che tipo di ostilità avete incontrato?

A volte si tratta di ostilità verbale. Molte delle nostre attività avvengono in luoghi pubblici, dove organizziamo dei tour. Nel passato molti di questi si svolgevano in aree aperte e a volte la gente si univa e iniziava a discutere appassionatamente, accusandoci di mentire o di non dire la verità.Talvolta queste reazioni erano solo casuali e le persone erano molto sconvolte da quello che stavano sentendo.

La cosa a volte degenerava verbalmente, e ogni tanto anche oltre, con tentativi di buttare giù i cartelli o interrompere le nostre attività. Ci sono anche molte reazioni denigratorie sui media e sulle reti sociali. Ma onestamente non è niente rispetto a quello che i palestinesi subiscono qui. Ovviamente dobbiamo continuare a dire la verità, anche se ciò infastidisce certe persone.

Recentemente la Germania ha deciso di interrompere i finanziamenti a Zochrot. Come ha risposto l’associazione a questa decisione, e quale impatto ha sulla continuazione delle vostre attività, soprattutto riguardo ai vostri programmi educativi, al lavoro di divulgazione pubblica e ai tentativi di promuovere la memoria della Nakba in Israele?

L’impatto è significativo e stiamo ancora cercando di capire come alleviarlo, perché si tratta di un grave taglio dei fondi. Rappresentavano circa un quarto del nostro bilancio annuale. Dovremo cercare altre fonti di entrate. Questo impatto richiederà alcuni aggiustamenti, ma non è una cosa che ci impedirà di fare quello che stiamo facendo. Continueremo ad educare e ad aprire gli occhi alla gente, perché questi sono la nostra missione e il nostro impegno.

Abbiamo risposto con un comunicato in cui abbiamo affrontato la decisione del governo tedesco di tagliare l’appoggio finanziario e operativo a Zochrot e abbiamo criticato questa decisione. Il comunicato evidenzia il diritto al ritorno come una questione di leggi internazionali e e critica la censura del governo tedesco nei confronti delle voci palestinesi.

Ci sono state discussioni o spiegazioni dirette da parte delle autorità tedesche riguardo a questa interruzione dei finanziamenti?

No, non ci sono state spiegazioni dirette né è stata accuratamente spiegata la decisione sui finanziamenti. Siamo stati informati da KURVE Wustrow, la nostra organizzazione partner tedesca, che il finanziamento e il sostegno al personale sarebbero finiti a causa di una decisione del governo, nonostante il massimo impegno [da parte dell’associazione] per garantirli .

Nel 2024 ci sono state discussioni in cui ci è stato chiesto di fornire più dettagli sulle nostre attività, cosa che abbiamo fatto, e sulle nostra posizione nell’appoggiare uno Stato ebraico e democratico. Tuttavia non c’è mai stata fornita un’argomentazione chiara della decisione di togliere il finanziamento. Non ci è stata data una ragione, per cui possiamo fare solo delle ipotesi.

Quale rapporto vedete tra la fine dei finanziamenti e la posizione politica della Germania su Israele e Palestina?

Penso che qui ci sia un forte allineamento. Ovviamente il governo tedesco ha il diritto di finanziare o meno ogni organizzazione a sua discrezione. Ma io vedo questa decisione come molto più in linea con l’appoggio incondizionato della Germania allo Stato di Israele, in particolare mentre continua con i suoi crimini a Gaza e più in generale con le sue azioni contro i palestinesi. Mentre il governo israeliano diventa più estremista e il discorso israeliano si sposta ulteriormente a destra, la Germania continua a fornire assistenza militare e protezione diplomatica a tutto ciò.

Togliere appoggio a organizzazioni che spingono per un dialogo democratico all’interno della società israeliana è in linea con la mancanza di interesse del governo israeliano per un cambiamento di questo genere. Di nuovo, mentre non abbiamo un diritto intrinseco al finanziamento tedesco, è significativo che il governo tedesco affermi di promuovere la pace, la comprensione e persino una politica estera femminista. Eppure quando si tratta di Palestina e Israele taglia i fondi proprio alle organizzazioni che sostengono la giustizia, promuovono un dibattito onesto e sfidano i discorsi e le azioni militariste e pressoché fasciste di Israele.

Tagliare i fondi a noi e a New Profile, che promuove la smilitarizzazione della società israeliana, così come tagliare i fondi a varie organizzazioni palestinesi per i diritti umani la dice lunga. Possono sostenere di promuovere la pace, ma in realtà stanno soffocando il lavoro dei costruttori di pace in Israele e Palestina. Penso che queste azioni parlino da sole.

Zochrot chiede il diritto al ritorno per i palestinesi, il che significa che i rifugiati palestinesi e i loro discendenti dovrebbero avere il diritto di tornare alle case e terre da cui sono stati obbligati ad andarsene nel 1948. Questa sembra essere una delle ragioni della fine dei finanziamenti dalla Germania. Come vede Zochrot questo rapporto e quale ruolo gioca il diritto al ritorno nei vostri tentativi di promuovere la memoria della Nakba e incoraggiare la riconciliazione?

Tanto per essere chiari, non è solo che promuoviamo il diritto al ritorno: i rifugiati palestinesi hanno il diritto di tornare. Ogni giorno in cui gli viene impedito di mettere in pratica questo diritto è una violazione dei diritti umani fondamentali. Quello che noi promuoviamo, soprattutto all’interno della società israeliana, e a volte al di là di essa, è la comprensione di quello che significa il diritto al ritorno, insieme a un immaginario politico che ci consenta di pensare a cosa possa essere questo posto e come possa accogliere sia i rifugiati che tornano che quanti vivono già qui.

Ovviamente non crediamo che rimediare ai mali del 1948 richieda commetterne altri oggi. Un’altra espulsione di massa, che sia di palestinesi o di ebrei israeliani, è per noi inaccettabile. La soluzione risiede nel trovare modi perché si viva tutti insieme. E questo, per noi, è il senso del diritto al ritorno: ricostruire e reimmaginare un’esistenza condivisa qui, che non sia separata ma connessa. La gente ha immaginato e praticato questa coesistenza da prima del sionismo. Prima del sionismo c’erano ebrei che vivevano con arabi, con palestinesi, gli ebrei erano palestinesi prima del sionismo. Come c’erano musulmani e cristiani palestinesi, c’erano ebrei palestinesi. Quindi stiamo parlando di una logica di connessione piuttosto che di separazione. Stiamo parlando del ritorno come mezzo per trasformare questo posto in uno che sia libero ed egalitario per tutto il suo popolo. Ciò è tutto quello che noi sosteniamo. Per qualche ragione è considerato radicale, anche se per me riguarda semplicemente i diritti umani basilari. Il diritto dei rifugiati a ritornare a casa dovrebbe essere un concetto davvero basilare.

Mia madre è nata in Austria ed arrivò in Palestina come rifugiata quando aveva due anni. Come direttrice di Zochrot, attivista politica e figlia di una rifugiata, credo che la voce che chiede il diritto al ritorno debba essere ovunque, in particolare all’interno della società israeliana. Perché se non parliamo di questo non affrontiamo le cause alla radice dei problemi che affrontiamo oggi. E non c’è bisogno di guardare lontano, basta guardare Gaza. La Striscia di Gaza è stata creata come risultato della Nakba, formata di fianco allo Stato di Israele come zona chiusa piena di rifugiati da altre zone. Tutta la violenza e lo spargimento di sangue derivano da questi fatti basilari.

Finché non ci sarà una soluzione giusta per i rifugiati di Gaza e di altri luoghi non credo sia possibile una reale soluzione. Non tutti devono essere d’accordo con me, ma dovremmo almeno parlarne. Il fatto che il governo tedesco consideri un tabù persino menzionare il diritto al ritorno, che educare e parlare di questo diritto fondamentale sia visto come una minaccia per lo Stato di Israele la dice lunga.

Se uno Stato non può esistere senza opprimere un intero popolo, allora forse non merita l’appoggio che sta ricevendo. Forse la Germania dovrebbe riconsiderare il suo sostegno e riflettere su quello che ciò significa. Quando dicono che appoggiano Israele, stanno sostenendo il popolo che ci vive – ebrei come me, il popolo palestinese – o stanno appoggiando un governo israeliano, non importa quanto estremista sia diventato?

Dati la vastità della distruzione a Gaza e il livello di risentimento verso i palestinesi nella società israeliana, in particolare dopo il 7 ottobre, che tipo di obiettivi ha Zochrot a lungo termine?

I nostri obiettivi rimangono gli stessi, ma alla luce dell’attuale catastrofe sono diventati ancor più urgenti. Dobbiamo parlare della questione centrale.

Dobbiamo affrontare la radice del problema. Non possiamo tornare allo status quo prima del 7 ottobre 2023, quando ogni due anni c’era un attacco contro Gaza, alcuni attacchi da Gaza verso i civili in Israele e un attacco in rivalsa con centinaia o migliaia di persone uccise a Gaza e addirittura tornare a una specie di ‘normalità’ in cui l’assedio a Gaza continua, facendo finta che non ci sia.

E’ così che sono andate avanti le cose qui per circa 20 anni. Il rifiuto di impegnarsi per una vera soluzione ci ha portati a questo punto.

Per noi è molto importante promuovere in modo ancora più deciso un discorso che guardi alla radice del problema dal 1948, dalla Nakba, e il diritto al ritorno come un risarcimento per la Nakba e un modo per costruire o far crescere qui una società che sia uguale, libera e condivisa da tutte le persone che ci vivono.

Le è mai capitato di perdere la speranza?

Sì, molte volte ogni giorno. Ma vedo la speranza meno come una cosa che ho o non ho e più come qualcosa che cerco di praticare ogni giorno. Dire la verità e ascoltare la verità dai palestinesi mi dà molta speranza. La capacità all’interno di Zochrot, dove siamo un gruppo di israeliani e palestinesi, di forgiare questi rapporti, essere sinceri gli uni con gli altri e costruire legami molto forti che hanno resistito e continuano a resistere a tempi molto duri mi dà speranza. Se possiamo farlo su piccola scala può essere fatto anche su una scala più ampia.

Parlo tutti i giorni con persone, anche israeliane. Abbiamo visto persone che hanno cambiato opinione, hanno aperto gli occhi alla verità della loro esistenza qui e alle proprie storie. Poi prendono la decisione di agire in modo diverso e forse insegnano ad altri, dicendo la verità nei loro ambienti e impegnandosi in questa materia. Quindi non solo penso che sia possibile, so che lo è. Questa è la pratica della speranza: dire la verità e mantenere i contatti.

Elias Feroz ha studiato religione e storia islamiche come parte della sua formazione come docente presso l’Università di Innsbruck in Austria. Ha anche lavorato come scrittore indipendente concentrandosi su vari argomenti, tra cui razzismo, antisemitismo, islamofobia, politica della storia e cultura della memoria.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele approva la legge su processo pubblico e pena di morte per i detenuti del 7 ottobre

Redazione di Al Jazeera, AP, Reuters

12 maggio 2026 – Al Jazeera

Le organizzazioni per i diritti umani avvertono che il disegno di legge rende più facile l’imposizione della pena di morte ed elimina le garanzie di un giusto processo

I parlamentari israeliani hanno approvato un disegno di legge che istituisce un tribunale speciale con il potere di comminare la pena di morte ai palestinesi accusati di coinvolgimento negli attentati guidati da Hamas il 7 ottobre 2023.

Il disegno di legge è stato approvato nella tarda serata di lunedì con 93 voti favorevoli e nessun contrario dalla Knesset, il parlamento israeliano composto da 120 seggi. I restanti 27 parlamentari erano assenti o si sono astenuti dal voto.

Le organizzazioni israeliane e palestinesi per i diritti umani avvertono che il disegno di legge renderà troppo facile l’imposizione della pena di morte, eliminando al contempo le procedure che tutelano il diritto a un giusto processo. Muna Haddad, avvocata di Adalah – Centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele – ha dichiarato ad Al Jazeera che il disegno di legge riduce intenzionalmente le garanzie legali a un giusto processo per assicurare la condanna di massa dei palestinesi.

“Il disegno di legge consente esplicitamente processi di massa che si discostano dalle norme standard in materia di prove, inclusa un’ampia discrezionalità giudiziaria nell’ammettere prove ottenute in condizioni coercitive che possono configurarsi come tortura o maltrattamenti”, ha affermato Haddad. “Ciò costituisce una grave violazione delle garanzie a un giusto processo, ben al di sotto dei requisiti del diritto internazionale”.

In contrasto con la normale prassi giudiziaria israeliana, che di solito vieta le telecamere in aula, il disegno di legge impone la ripresa e la trasmissione pubblica dei momenti chiave dei processi su un sito web dedicato. Questo includerebbe le udienze di apertura, i verdetti e le sentenze. Haddad ha segnalato che questa disposizione di fatto “trasforma i procedimenti in processi farsa a scapito dei diritti degli imputati”.

[Dei circa 11.000 palestinesi prigionieri, ndt.] Israele detiene tra i 200 e i 300 palestinesi, contando anche quelli catturati nel Paese durante gli attacchi del 7 ottobre, che non sono ancora stati incriminati. L’attacco guidato da Hamas contro le comunità israeliane lungo il confine meridionale di Israele con Gaza ha ucciso almeno 1.139 persone, per lo più civili, secondo un conteggio di Al Jazeera basato su statistiche ufficiali israeliane. Altre 240 persone circa sono state prese in ostaggio. La successiva guerra genocida di Israele contro Gaza ha ucciso circa 72.628 palestinesi, di cui almeno 846 da quando è entrato in vigore il “cessate il fuoco” mediato dagli Stati Uniti lo scorso ottobre. La guerra, che secondo gli esperti delle Nazioni Unite potrebbe configurarsi come genocidio, ha lasciato il territorio palestinese in rovina.

Lunedì diverse organizzazioni israeliane per i diritti umani tra cui Hamoked, Adalah e il Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele hanno affermato che, sebbene “la giustizia per le vittime del 7 ottobre sia un imperativo legittimo e urgente”, qualsiasi accertamento delle responsabilità per i crimini “deve essere perseguito attraverso un processo che includa, anziché abbandonare, i principi di giustizia”.

Il disegno di legge è distinto dalla legge approvata a marzo che ha sancito la pena di morte per i palestinesi condannati per l’omicidio di israeliani, una misura duramente condannata dalla comunità internazionale e dalle organizzazioni per i diritti umani come discriminatoria e disumana. Tale legge si applica ai casi futuri e non è retroattiva, quindi non potrebbe essere applicata ai sospettati per i fatti dell’ottobre 2023.

Il portavoce di Hamas Hazem Qassem ha dichiarato che la nuova legge “serve a coprire i crimini di guerra commessi da Israele a Gaza”. La Corte penale internazionale sta indagando sulla condotta di Israele nella guerra a Gaza e ha emesso mandati di arresto per il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant, nonché per tre leader di Hamas tutti successivamente uccisi da Israele. Israele sta inoltre battendosi contro l’apertura di un procedimento per genocidio presso la Corte internazionale di giustizia. Israele respinge le accuse.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




“Permesso di stupro” – Il New York Times descrive nel dettaglio le violenze sessuali contro i palestinesi detenuti in Israele

Redazione di Palestine Chronicle

12 maggio 2026 Palestine Chronicle

Un editorialista del New York Times riferisce testimonianze che rivelano le sistematiche violenze sessuali contro i detenuti palestinesi da parte delle forze israeliane

I punti chiave

  • Nicholas Kristof, editorialista del New York Times, riferisce di casi di violenza sessuale commessi da soldati israeliani, guardie carcerarie e coloni.

  • Il rapporto cita le conclusioni delle Nazioni Unite e le testimonianze di organizzazioni per i diritti umani che documentano quelli che vengono descritti come sistematici abusi contro i palestinesi.

  • Il servizio penitenziario israeliano ha respinto le accuse, e Netanyahu ha liquidato le accuse di violenza sessuale come “prive di fondamento”.

Abuso sistematico

In una lunga inchiesta pubblicata dal New York Times il giornalista vincitore del Premio Pulitzer Nicholas Kristof ha riferito dettagliate testimonianze di palestinesi che raccontano di diffuse violenze sessuali commesse da soldati, guardie carcerarie, coloni e inquirenti israeliani.

Kristof, corrispondente di guerra di lunga data e opinionista di punta del New York Times, ha scritto: “È un’affermazione semplice: qualunque sia la nostra opinione sul conflitto in Medio Oriente, dovremmo essere in grado di unirci nel condannare lo stupro”.

“Non ci sono prove che i leader israeliani ordinino gli stupri”, ha scritto Kristof, aggiungendo però che le autorità israeliane hanno costruito “un apparato di sicurezza” per cui la violenza sessuale è diventata, secondo un rapporto delle Nazioni Unite, una delle “procedure operative standard” di Israele.

Testimonianze di detenuti palestinesi

Kristof ha affermato di aver intervistato 14 uomini e donne palestinesi che hanno descritto aggressioni sessuali subite a opera di personale di sicurezza israeliano o di coloni.

Tra questi c’è il giornalista palestinese Sami al-Sai, il quale ha raccontato di essere stato aggredito dalle guardie carcerarie dopo il suo arresto nel 2024.

“Mi picchiavano tutti, e uno mi ha calpestato testa e collo”, ha dichiarato al-Sai al New York Times. Ha riferito che le guardie lo hanno spogliato e violentato con degli oggetti ridendo.

“È stato estremamente doloroso”, ha detto. “Pregavo di morire”.

Kristof ha anche descritto la testimonianza di un agricoltore palestinese che è stato ripetutamente violentato con un manganello di metallo per aver cercato di sporgere denuncia contro le guardie carcerarie.

“Ora hai anche altri elementi da aggiungere alla tua denuncia”, gli avrebbe detto una guardia.

L’agricoltore ha poi ritirato l’autorizzazione a pubblicare il suo nome dopo che, come ha detto, i funzionari dello Shin Bet lo avevano ammonito a non fare dichiarazioni in pubblico.

Donne, bambini e gazawi in prigione

Il reportage del New York Times include anche la testimonianza di una donna palestinese arrestata dopo l’ottobre 2023, la quale ha affermato che i soldati israeliani avevano minacciato di stuprare lei e i membri della sua famiglia.

La donna ha raccontato a Kristof di essere stata ripetutamente spogliata, picchiata e palpeggiata dalle guardie.

“Mi mettevano le mani dappertutto”, ha detto.

Un giornalista di Gaza ha descritto in modo simile gli abusi subiti durante la detenzione, dichiarando al New York Times: “Nessuno è sfuggito alle aggressioni sessuali”.

Kristof ha anche intervistato alcuni ragazzi palestinesi che hanno affermato che le minacce di stupro erano una routine durante la detenzione.

Un detenuto di 15 anni ha ricordato che le guardie gli dicevano: “Fai così o ti infiliamo questo bastone nel culo”.

Risultanze sui diritti umani

Kristof cita i rapporti delle Nazioni Unite, di B’Tselem, di Save the Children, di Euro-Med Human Rights Monitor e del Comitato per la Protezione dei Giornalisti.

Un rapporto di Euro-Med ha descritto la violenza sessuale israeliana contro i palestinesi come “sistematica” e parte di una “una prassi organizzata di Stato“.

B’Tselem ha documentato quello che ha definito “un tragico sistema di violenza sessuale”, mentre Save the Children ha riferito che più della metà dei bambini palestinesi detenuti da Israele che sono stati intervistati ha dichiarato di aver assistito o subito violenza sessuale.

Il servizio penitenziario israeliano ha respinto le accuse.

Secondo il New York Times un portavoce del servizio penitenziario ha affermato di “respingere categoricamente le accuse” e ha dichiarato che le denunce vengono esaminate dalle autorità competenti.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha denunciato le accuse di violenza sessuale da parte delle forze israeliane come “accuse infondate”.

“Dare il permesso allo stupro”

Kristof sostiene che l’impunità ha permesso che gli abusi continuassero.

Ha fatto riferimento al caso del 2024 di un prigioniero palestinese di Gaza che sarebbe stato ricoverato in ospedale con gravi lesioni rettali e interne a seguito di presunti abusi da parte di riservisti israeliani. Sebbene inizialmente diversi soldati fossero stati arrestati, le accuse sono state successivamente ritirate.

Netanyahu ha celebrato l’archiviazione del caso come la fine di una “calunnia del sangue” [archetipo antisemita relativo a presunti omicidi rituali, ndt.].

Sari Bashi, direttrice esecutiva del Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele, ha dichiarato al New York Times: “Gli abusi sessuali dilaganti sui prigionieri palestinesi sono una realtà; sono stati normalizzati”. E aggiunge: “Non ci sono prove evidenti che ci siano degli ordini in merito. Ma ci sono ripetute prove che le autorità ne sono a conoscenza e non intervengono per fermare gli stupri”.

Dopo il ritiro delle accuse contro i riservisti Bashi ha detto: “Direi che ritirare le accuse equivale a dare il permesso di stuprare”.

Kristof ha concluso affermando che, poiché gli Stati Uniti continuano a sostenere Israele finanziariamente e militarmente, Washington ha la responsabilità di affrontare le accuse. “E anche i nostri dollari delle tasse americane sovvenzionano l’apparato di sicurezza israeliano”, ha scritto, “quindi si tratta di violenze sessuali in cui gli Stati Uniti sono complici”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




OMS: da ottobre 2023 43.000 persone a Gaza hanno subito ferite permanenti

Redazione di MEMO

12 maggio 2026 – Middle East Monitor

Martedì l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha affermato che circa 43.000 dei 172.000 feriti a Gaza da ottobre 2023, inclusi approssimativamente 10.000 minori, hanno subito ferite permanenti.

Parlando ai giornalisti a Ginevra Reinhilde Van de Weerdt, la rappresentante dell’OMS per i territori palestinesi occupati, ha detto che le stime aggiornate riflettono il devastante impatto a lungo termine del conflitto contro la popolazione e il sistema sanitario di Gaza.

Ha affermato che dall’ultimo rapporto dell’OMS del settembre 2025 sono state registrate circa 5.000 feriti permanenti, quasi la metà dei quali dopo che è stato annunciato il cessate il fuoco a ottobre 2025.

Secondo i dati dell’OMS, le lesioni maggiori agli arti rappresentano la quota più ampia dei casi gravi, con più di 22.000 registrati, seguiti da oltre 5.000 amputazioni traumatiche, più di 3.400 ustioni gravi, oltre 2.000 ferite alla colonna vertebrale e più di 1.300 ferite traumatiche al cervello.

Van de Weerdt ha detto che al momento più di 50.000 ferite richiedono una riabilitazione di lunga durata.

Ha osservato che tra luglio 2025 e maggio 2026 circa 14.000 pazienti sono stati registrati per i servizi di ricostruzione degli arti e circa metà di quelli valutati richiedono operazioni chirurgiche aggiuntive.

Nel frattempo, a causa di gravi mancanze a Gaza, solo 500 dei 2.300 amputati valutati tra settembre 2024 e maggio 2026 hanno ricevuto protesi permanenti.

Secondo l’OMS, nonostante i bisogni crescano, i servizi di riabilitazione rimangono criticamente limitati, senza strutture riabilitative completamente funzionanti a Gaza.

Van de Weerdt ha affermato che più di 400 pazienti stanno aspettando letti specializzati per la riabilitazione, obbligando gli ospedali a dimettere in anticipo i pazienti e incrementando il rischio di disabilità permanente.

Ha anche avvisato che nessuna apparecchiatura per la riabilitazione è entrata a Gaza negli ultimi due anni, mentre 18 spedizioni di sedie a rotelle, arti artificiali e dispositivi per la riabilitazione rimangono in attesa di autorizzazione [all’ingresso].

Gli abitanti di Gaza hanno sopportato una sofferenza inimmaginabile,” ha detto. “Essi si meritano non solo cure di emergenza, ma il supporto continuativo necessario per guarire e riprendere la loro vita.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La guerra di Israele in Cisgiordania prende di mira le serre palestinesi.

Meron Rapoport

7 maggio 2026 – +972 Magazine

A Jayyous e nei villaggi limitrofi agli agricoltori palestinesi sono stati notificati decine di nuovi ordini di demolizione con l’obiettivo di costringerli ad abbandonare le proprie terre.

Hakam Salim si trovava nella sua serra di peperoni sul territorio di Jayyous, un villaggio a est di Qalqilya i cui terreni agricoli si trovano in parte nella cosiddetta «zona di confine» — la striscia di territorio della Cisgiordania situata tra la Linea Verde [linea di demarcazione stabilita negli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949, ndt.] e la barriera di separazione israeliana. La realizzazione della serra gli è costata più di 30.000 Shekel (8.798 euro), a cui si aggiungono altre decine di migliaia di Shekel investiti nella preparazione del terreno.

Una serra tipica a Jayyous genera un reddito annuo di 50.000-60.000 shekel, al lordo delle spese. Per Salim e suo fratello questo reddito sostiene le loro famiglie e contribuisce a pagare le tasse universitarie dei loro quattro figli.

Ora tuttavia un recente ordine di sospensione dei lavori emesso dall’Amministrazione Civile israeliana [organismo militare-amministrativo israeliano che gestisce le questioni civili palestinesi nei territori occupati, ndt.] minaccia di spazzare via tutto ciò che Salim ha costruito, insieme al sostentamento della sua famiglia.

L’Amministrazione Civile, un ramo dell’esercito, afferma che le serre sono state costruite senza permessi, nonostante siano presenti da molti anni, alcune da oltre vent’anni. “Quando sono state costruite, non c’è stato alcun problema con l’esercito, nessuno è venuto a dire ‘non costruite qui'”, ha dichiarato Salim a +972. “Il comune le ha persino allacciate alla rete elettrica”.

Salim non è certo un caso isolato. A Jayyous nelle ultime settimane le autorità israeliane hanno emesso ordini di sospensione dei lavori – il primo passo prima della demolizione – per 52 serre situate a est della barriera di separazione. Almeno due di queste sono già state demolite. Inoltre questa settimana decine di altre serre situate dalla parte opposta del muro hanno ricevuto ordini di demolizione.

Il fatto che gli ordini si applichino alle strutture entro 300 metri da entrambi i lati della barriera e non citino alcuna specifica motivazione di sicurezza suggerisce che il loro obiettivo sia quello di eliminare completamente la presenza agricola palestinese dall’area. «Ci perseguitano, noi abitanti dei villaggi, per costringerci a trasferirci nelle città e, da lì, allestero», spiega Salim a +972. «Vogliono rendere la vita più difficile agli agricoltori palestinesi. Il loro obiettivo è politico».

Tagliare il “granaio” della Cisgiordania

Jayyous sorge su una collina che domina la pianura costiera israeliana, con la città di Netanya visibile in lontananza. Le sue serre sono così vicine alla barriera di separazione che durante la recente guerra con l’Iran gli agricoltori che vi lavoravano potevano sentire sia le sirene antimissili in Israele sia le esplosioni delle intercettazioni che spesso si verificavano sopra la Cisgiordania.

I terreni agricoli del villaggio si estendono in una delle zone più ricche d’acqua della Cisgiordania al di fuori della Valle del Giordano. Estendendosi da sud di Qalqilya a nord di Tulkarem, la regione è spesso descritta come il “granaio” della Cisgiordania.

All’inizio degli anni 2000 Israele ha costruito lungo queste terre fertili quello che i palestinesi locali chiamano il “muro dell’apartheid”. In molti punti la barriera corre vicino alle case più occidentali dei villaggi palestinesi, lasciando ampie zone di terreno agricolo sul lato occidentale, tra la Linea Verde e il muro.

Gli agricoltori possono accedere ai loro terreni solo attraverso cancelli che vengono aperti quotidianamente per brevi periodi, e solo pochi membri delle famiglie ottengono i permessi necessari. Un attivista palestinese di lunga data contro la barriera di separazione, che ha scelto di rimanere anonimo per timore di ritorsioni da parte delle autorità israeliane, ha dichiarato a +972 che Israele ha stabilito il tracciato “deliberatamente per impedire ai palestinesi di accedere a questa falda acquifera”.

Tuttavia sebbene la barriera limiti severamente l’accesso degli agricoltori di Jayyous ai propri terreni non impedisce all’esercito di entrare regolarmente nel villaggio. Il giorno prima del mio arrivo a Jayyous Sabriya Amin Shamasneh, di 68 anni, è morta per un attacco di cuore mentre i soldati facevano irruzione nella sua casa nel cuore della notte.

Le restrizioni hanno anche portato a situazioni assurde. Un agricoltore di Jayyous, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha raccontato di come la polizia israeliana abbia arrestato dei volontari israeliani per aver “rubato” olive dai suoi alberi oltre la recinzione, nonostante le stessero raccogliendo su sua richiesta.

Per Salim la prova che l’esercito e l’amministrazione civile israeliani non vedessero alcun problema nella costruzione delle serre risiede nel fatto che fino al 2014 queste si trovavano in un’area sul lato occidentale del muro di separazione. “Accedevamo alle nostre serre attraverso il cancello con un permesso”, ricorda Salim. “Portavamo attrezzature, archi di ferro, teli di plastica e ortaggi. Non c’era alcun problema”.

Tuttavia a seguito di una sentenza della Corte Suprema di quell’anno la barriera è stata spostata verso ovest, riportando il terreno sul lato della Cisgiordania. Ecco perché gli ordini di sospensione dei lavori sono stati uno shock. “A volte dicono che è perché non c’è il permesso, a volte dicono che è per motivi di sicurezza, ma non c’è stato alcun problema di sicurezza in quest’area”, afferma.

«Un attacco all’agricoltura in generale»

Sebbene l’agricoltura rappresenti solo il 6% del PIL palestinese la sua importanza va oltre l’aspetto economico. «Storicamente la cultura palestinese è una cultura agricola e abbiamo preservato la nostra identità agricola», ha dichiarato a +972 l’economista Raja Khalidi, ex direttore del Palestine Economic Policy Research Institute. «Se hai soldi compri terra: fa parte della cultura. È il modo in cui le persone mangiano, il modo in cui vivono».

Le politiche israeliane, afferma, hanno accelerato la proletarizzazione della società palestinese, in parte perché la concorrenza con i prodotti israeliani ha impedito alle famiglie palestinesi di guadagnarsi da vivere con l’agricoltura. Allo stesso tempo, si sta verificando un processo contrario: i palestinesi che hanno perso il lavoro in Israele si sono dedicati all’agricoltura su piccola scala, coltivando cibo per uso personale e per il commercio informale.

Gli agricoltori più anziani di Jayyous ricordano ancora i terreni che appartenevano al villaggio prima del 1948, ora parte della città israeliana di Kochav Yair-Tzur Yigal. «Questa terra apparteneva ai nostri nonni», dice Salim. “Una volta qui coltivavamo grano, angurie e cetrioli, ma nel corso degli anni si è sviluppata l’agricoltura [in serra].”

«Negli anni ’70 e ’80 gli agrumi venivano esportati da lì in Giordania, negli Stati del Golfo e persino in Iran», afferma Khalidi. Ma dopo la prima Guerra del Golfo, il processo di Oslo e la liberalizzazione economica il settore è entrato in crisi. Gli agricoltori si sono adattati dedicandosi a colture come avocado, guava, nespole e litchi, costruendo al contempo serre per peperoni, pomodori e cetrioli. «Questo dimostra l’elevata capacità imprenditoriale degli agricoltori palestinesi», aggiunge Khalidi.

Ora l’intero sistema agricolo è minacciato. Come a Jayyous, sono stati emessi ordini di sospensione dei lavori nel vicino villaggio di Falamya e più a nord in villaggi come Deir al-Ghusun, Shweika e Attil.

Nel villaggio di Irtah, appena a sud di Tulkarem, l’agricoltore Faiz Taneeb ha ricevuto ordini di sospensione dei lavori per nove dunam [9.000 mq., ndt.] di serre che coltivava da 35 anni. «Dopo il 7 ottobre, i soldati hanno tagliato i teli di plastica delle serre vicino alla recinzione», ha raccontato. Per un certo periodo gli operai si sono tenuti alla larga. Ma non appena sono tornati per riparare i danni Taneeb ha ricevuto un ordine di sospensione dei lavori con la motivazione che la serra era stata costruita senza permesso.

«È la prima volta che sentiamo dire che serve un permesso per costruire delle serre», afferma. «L’esercito vuole perseguitarci, vuole che andiamo in città. Il problema non sono solo le serre: questo è un attacco all’agricoltura in generale in Cisgiordania».

«Se distruggono le serre, distruggono il loro sostentamento»

Ad eccezione di due o tre già demolite, la maggior parte delle serre a Jayyous è ancora in piedi in attesa dei procedimenti legali. Tuttavia altrove in Cisgiordania i danni si fanno già sentire.

Nella parte orientale in particolare nella Valle del Giordano, ricca di risorse idriche, e in seno alle comunità di pastori che vivono ai suoi margini le milizie dei coloni hanno guidato la campagna di espulsione contro agricoltori e pastori palestinesi, avvalendosi di avamposti coloniali e pascoli per appropriarsi delle terre, mentre l’esercito svolge un ruolo di supporto.

Laddove la terra non viene coltivata attivamente Israele può rivendicarla come proprietà statale. Khalidi e altri ricercatori hanno individuato una “zona vulnerabile” di questo tipo nell’area di Auja, nella Valle del Giordano. “Israele vuole che queste terre siano vuote”, afferma.

Nella parte settentrionale della Valle del Giordano gli agricoltori hanno segnalato gravi disagi, anche per quanto riguarda l’allevamento e l’industria della carne. L’ottanta per cento della carne di capra proviene dalle comunità beduine della Cisgiordania meridionale, così come lo yogurt e il formaggio. Tutto ciò è stato messo a repentaglio dagli attacchi dei coloni.

Allo stesso tempo le strade agricole in tutta la Cisgiordania sono state sistematicamente distrutte mentre l’accesso ad esse è stato ostacolato dai coloni e dall’esercito. “Quest’anno il raccolto di olive è stato quasi inesistente”, ha dichiarato Hagit Ofran dell’ONG anti-occupazione Peace Now a +972.

Ma mentre gli attacchi dei coloni contro le comunità palestinesi in altre parti della Cisgiordania hanno ricevuto una notevole attenzione pubblica l’assalto all’agricoltura nella Cisgiordania occidentale è passato in gran parte inosservato.

A Jayyous, Irtah e in altri villaggi della zona non ci sono milizie di coloni. Sono invece circondati da insediamenti “borghesi” che offrono un’elevata qualità della vita, come Tzofin e Sal’it, ai cui residenti era stato promesso che avrebbero potuto vivere “a 15 minuti da Tel Aviv”. Qui, il compito di sfrattare i palestinesi dalle loro terre è svolto principalmente dall’Amministrazione Civile e dall’esercito.

Oltre che dagli ordini di demolizione Salim afferma che gli agricoltori palestinesi sono schiacciati dall’evoluzione delle dinamiche del mercato. In passato, dice, lui e molti altri agricoltori vendevano i loro prodotti a Israele; oggi, i prodotti israeliani dominano i mercati della Cisgiordania. Solo durante i periodi di carenza in Israele, come nel caso della penuria di pomodori dopo il 7 ottobre, i prodotti palestinesi vengono temporaneamente ammessi, spesso facendo lievitare i prezzi nei mercati della Cisgiordania.

Con l’interruzione delle attività lavorative in Israele dal 7 ottobre e l’Autorità Palestinese che riesce a malapena a pagare gli stipendi, gli abitanti del villaggio dicono di vedere poche possibilità di guadagnarsi da vivere. “Non c’è più lavoro nel villaggio; metà degli uomini lavorava in Israele. Ora la gente non ha nemmeno 20 shekel [6 euro, ndt.] per riattivare l’elettricità nelle proprie case”, ha dichiarato a +972 Yaqoub Asfour, funzionario dell’Autorità Palestinese per Jayyous. “Centinaia di famiglie vivono grazie a queste serre. Se distruggono le serre, distruggono il loro sostentamento”.

Asfour afferma che i giovani di Jayyous stanno sempre più cercando di emigrare, sebbene andarsene, per non parlare di stabilirsi in luoghi come l’Europa o gli Stati Uniti, sia tutt’altro che semplice. “Credo che questo faccia parte di un piano israeliano per cacciarci da qui”, conclude.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Mamdani condanna l’esposizione commerciale che a New York promuove la vendita di proprietà nelle colonie della Cisgiordania

Noah Hurowitz

5 maggio 2026 – The Intercept

Precedenti eventi immobiliari che includevano le illegali colonie israeliane erano stati messi in discussione perché discriminatori, e hanno portato a duri scontri.

Martedì [5 maggio] un’esposizione commerciale itinerante per la vendita di terreni in Israele e nei territori palestinesi occupati ha tenuto un evento presso una sinagoga di New York, provocando una condanna da parte del sindaco Zohran Mamdani riguardo al rischio che la vendita di terreni violi le leggi internazionali.

Il Grande Evento Immobiliare Israeliano, una mostra che pubblicizza i suoi servizi per aiutare le persone negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito a comprare terreni in Israele e in Cisgiordania, è stato ospitato martedì presso la sinagoga di Park East nell’Upper East Side [ricco quartiere di New York, ndt.], a Manhattan. La fiera aiuta potenziali acquirenti a orientarsi tra tasse, preoccupazioni relative all’educazione e altre questioni che sorgono durante il trasferimento in Israele.

Prima dell’evento Mamdani ha denunciato la possibilità che in città venga agevolata la vendita di terreni potenzialmente illegale.

Il sindaco Mamdani si oppone nettamente alla fiera immobiliare di questo pomeriggio che include la promozione della vendita di terreni nelle colonie della Cisgiordania occupata,” ha detto Sam Raskin, portavoce di Mamdani, in una dichiarazione a The Intercept. “Tali colonie sono illegali in base al diritto internazionale e strettamente legate alla continua espulsione di palestinesi.”

Il sito web della manifestazione commerciale include un riferimento a Gush Etzion, un gruppo di circa 20 colonie in Cisgiordania, a sudest di Gerusalemme, considerate illegali dalle leggi internazionali. Lara Friedman, presidentessa della Fondazione per la Pace in Medio Oriente, ha affermato che l’inclusione di Gush Etzion è un simbolo della rivendicazione su tutti i Territori Occupati da parte del movimento a favore delle colonie.

Gush Etzion è un termine israeliano che riguarda una zona della Cisgiordania che si trova a sud di Gerusalemme su cui, in base alle leggi internazionali, ogni costruzione e comunità israeliane sono considerate illegali,” ha affermato Friedman. “Il movimento a favore della colonizzazione in tutto il mondo e la grande maggioranza degli israeliani non fa alcuna distinzione tra Israele e la Cisgiordania. L’idea è che tutto sia Eretz Yisrael — in ebraico “la terra di Israele” — e sia proprietà degli ebrei perché gliel’ha data Dio.”

Martedì The Intercept era presente all’evento. Appena dentro la sinagoga un grande cartello di benvenuto specificava che l’esposizione commerciale aveva “intenzioni puramente informative”. Più di una decina di tavoli pubblicizzavano i servizi di compagnie immobiliari, la maggior parte delle quali promuoveva sfarzosi edifici di lusso a Tel Aviv, Netanya e in altre città all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti di Israele.

Almeno un’agenzia, Harey Zahav, esponeva una mappa con proprietà a Kfar Eldad, Karnei Shomron e in altre colonie israeliane in Cisgiordania. Opuscoli sul tavolo di Harey Zahav offrivano dettagliate immagini di proprietà in quelle colonie.

Precedenti accuse di discriminazione

L’esposizione è stata sponsorizzata da un gruppo chiamato “Casa in Israele”, ma non è l’unica organizzazione che promuove eventi di questo genere. Negli ultimi anni fiere immobiliari, anche presso sinagoghe, organizzate da associazioni simili sono spuntate a New York e in altre città nordamericane, tra cui Baltimora, Montreal e altre.

Le colonie israeliane in Cisgiordania sono generalmente considerate ad esclusiva disponibilità degli abitanti ebrei. Nel 2024 a uno evento immobiliare in una zona suburbana del New Jersey i manifestanti hanno affermato che, quando hanno cercato di registrarsi per partecipare all’esposizione commerciale, gli è stata esplicitamente chiesta la fede religiosa, il che potenzialmente chiama in causa le leggi contro le discriminazioni. La Divisione per i Diritti Civili [ufficio statale, ndt.] del New Jersey avrebbe interpellato gli agenti immobiliari riguardo alle loro pratiche. (La Divisione per i Diritti Civili del New Jersey non ha per il momento risposto alla richiesta di un commento).

Pal-Awda, un’associazione filo-palestinese, ha annunciato sulle reti sociali di progettare una protesta martedì fuori dalla sinagoga di Park East.

Non rimarremo in silenzio mentre la pulizia etnica viene attivamente promossa nei nostri quartieri,” ha scritto il gruppo.

Autoproclamati sostenitori della sinagoga hanno fatto circolare sulle reti sociali un volantino che annunciava una contromanifestazione. “Ogni membro della comunità ebraica deve uscire a proteggere la sinagoga,” afferma il volantino. Benché includa le pagine sulle reti sociali della sinagoga, l’appello a favore di una contromanifestazione non sembra provenire dalla sinagoga di Park East. (Un portavoce della sinagoga si è rifiutato di commentare).

Eventi precedenti avevano portato a scontri a volte violenti tra manifestanti e contro-manifestanti. Alla luce delle opposte proteste previste fuori dalla sinagoga di Park East, Raskin, il portavoce del sindaco, ha chiesto sia garanzie di sicurezza per i partecipanti all’evento che il rispetto del diritto di espressione dei manifestanti.

La nostra amministrazione ha anche chiarito che siamo impegnati a garantire un ingresso e un’uscita sicuri da ogni luogo di culto,” ha affermato, “ che questo accesso non sia mai messo in discussione e che ogni manifestante possa esercitare i suoi diritti in base al Primo Emendamento [della costituzione USA, che garantisce i diritti civili di ogni cittadino, ndt.].”

Proteste a Park East

La sinagoga di Park East è già stata teatro di una protesta antisionista che ha suscitato controversie a New York.

A novembre Pal-Awda ha organizzato una manifestazione contro un evento condotto da Nefesh B’Nefesh, un’organizzazione che agevola l’emigrazione verso Israele, provocando proteste da parte dell’allora sindaco Eric Adams e di altri dirigenti politici in città.

Quelle proteste, insieme ad altre nella città di New York, facevano parte del dissenso rispetto a un disegno di legge sottoposto quest’anno al consiglio comunale inteso a creare una cosiddetta zona cuscinetto per tenere i manifestanti a distanza da ogni luogo di culto.

Nonostante l’opposizione dei sostenitori della libertà di parola, una versione di quella legge, che richiedeva che il dipartimento di polizia di New York fornisse un piano di protezione dei luoghi di culto ma senza la norma della zona cuscinetto, è stata approvata a marzo ed è diventata legge il 25 aprile, dopo che Mamdani si è rifiutato di firmarla o di porre il veto. La legge ha dato al dipartimento di polizia di New York 45 giorni per proporre un piano d’azione e 90 giorni per presentare un piano definitivo, il che significa che non è ancora pienamente esecutiva.

Una legge collegata che propone zone cuscinetto nelle università e in altre istituzioni educative è stata approvata dal consiglio comunale, ma Mamdani, che ha criticato la norma in quanto troppo generica e una minaccia alla libertà di parola, ha posto il veto.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)





Lo strangolamento finanziario dei palestinesi da parte di Israele fa il paio con il terrorismo dei coloni

Amira Hass

7 maggio 2026 – Haaretz

Entrambi sono parte della guerra di logoramento economica e psicologica che Israele ha intrapreso contro i palestinesi e la loro leadership

Ogni mese Israele ruba centinaia di milioni di shekel all’Autorità Palestinese. Si tratta dei dazi doganali sui beni importati destinati ai palestinesi che transitano nei porti israeliani, e delle tasse e tariffe su carburante, sigarette e cemento che Israele vende ai palestinesi. Invece di trasferire questi introiti ai funzionari del Tesoro dell’AP come è richiesto, deposita i fondi su alcuni conti bancari israeliani.

I fondi rubati hanno ormai raggiunto la cifra di 14 miliardi di shekel (4,8 miliardi di dollari). Certo sono pochi soldi per la nazione ad alta tecnologia che con una sola bomba intelligente distrugge in pochi secondi ciò che libanesi, iraniani e palestinesi hanno costruito in centinaia di anni. E grazie a dio Israele possiede molte bombe.

Ma il denaro è fondamentale per realizzare i nostri obbiettivi di dominio ebraico assoluto ed esclusivo dal fiume al mare, a prescindere che il primo ministro sia Benjamin Netanyahu o Naftali Bennett. L’importo non arricchirà necessariamente Israele, ma trattenerlo impoverisce sia le famiglie palestinesi che l’intera società palestinese. L’AP è sommersa fino al collo di debiti verso le banche e i fornitori di beni e servizi e verso i dipendenti del suo settore pubblico. A differenza del passato questa volta l’agricoltura e il lavoro in Israele non possono salvare l’economia palestinese; anch’essi sono proibiti, o quasi, da una direttiva israeliana.

Il furto del denaro palestinese è una delle più antiche pratiche di Israele e nel corso degli anni ha assunto svariate forme. In questo caso è un saccheggio esteso, organizzato ed esplicito a livello ufficiale, con forti entrate che crescono di mese in mese. I ladri non sono mascherati, non sparano un colpo e non hanno bisogno di decifrare il codice della cassaforte. La possiedono già e possono entrarvi e prendere ciò che contiene come vogliono. Il bottino è il reddito del governo palestinese, con il quale vengono pagati gli insegnanti, i medici e gli addetti alla manutenzione, con cui vengono acquistati i farmaci e costruite le scuole e sì, vengono anche pagati i salari del personale delle forze di sicurezza palestinesi.

Quelle stesse forze che gli ufficiali dell’esercito israeliano elogiano per il loro ruolo nel garantire la calma in Cisgiordania nonostante le quotidiane incursioni dell’esercito, alcune delle quali mortali, nonostante gli attacchi quotidiani da parte di civili ebrei armati e nonostante la crescente povertà e disoccupazione.

Israele ha condotto il suo lavoro di predatore delle entrate dell’AP in tre fasi. Esse mostrano il progresso della riforma giudiziaria, poiché le decisioni a riguardo si sono sempre più concentrate nelle mani di un singolo ente, senza intervento della Knesset (il parlamento) o dei tribunali.

La persona che per prima ha attirato la mia attenzione su questo aspetto è stato l’economista Muayyad Afaneh, un consulente del Ministero delle Finanze palestinese, che per molto tempo ha segnalato la gravità della situazione. In una prima fase, nel 2018, fu la Knesset ad approvare una legge per confiscare i fondi corrispondenti approssimativamente ai salari e alle indennità che l’AP elargisce ai prigionieri palestinesi, agli ex prigionieri e alle loro famiglie, e alle famiglie delle persone uccise, che aumentano quotidianamente. Vi è stata una discussione, il cui risultato era chiaro fin dall’inizio, ma almeno vi è stata una parvenza di un procedimento che rispettava la separazione dei poteri. La legge è entrata in vigore nel 2019.

Nell’ottobre 2023 il governo ha deciso di appropriarsi delle entrate dell’AP corrispondenti all’importo destinato alla Striscia di Gaza. Per la maggior parte si tratta di indennità destinate a famiglie tradizionalmente contrarie a Hamas: cioè ai dipendenti del settore pubblico dell’AP, per la maggior parte fedeli a Fatah che, su ordine di Mahmoud Abbas (il presidente dell’AP, ndtr.), hanno smesso di lavorare dal 2007 fino alla pensione. L’importo comprende anche il pagamento delle cure mediche per gli abitanti della Striscia di Gaza all’estero e in Cisgiordania e il pagamento di circa 15 milioni di m3 di acqua potabile che Israele fornisce a Gaza dopo le critiche internazionali per aver chiuso i rubinetti all’inizio della guerra.

Questa quantità di acqua non può soddisfare il bisogno della popolazione, né si conosce quanto di essa raggiunga veramente i punti di distribuzione dell’acqua, poiché le condutture sono danneggiate e i carrarmati continuano a distruggere le infrastrutture. Ma ciò che importa qui è che l’AP paga Israele per l’acqua.

E a maggio 2026 il ministro delle finanze Bezalel Smotrich ha deciso di sua propria autorità che verrà sottratto anche ciò che resta nelle casse, dopo tutte le confische e le trattenute per i servizi che Israele vende ai palestinesi. Tutto ciò come punizione perché l’AP si è rivolta alle istituzioni internazionali chiedendo che si interrompa il genocidio e che Israele rispetti la legge. Queste tre fasi indicano che non c’è limite alla corsa alla vendetta collettiva.

Il furto organizzato e sistematico delle entrate palestinesi è simile al terrorismo dei devoti coloni. Entrambi sono parte della guerra di logoramento economica e psicologica che Israele sta conducendo contro i palestinesi e la loro leadership. Tutto ciò in aggiunta alla guerra di annientamento, che si serve di bombe, tortura e morte di fame nelle carceri.

Il logoramento ha il suo braccio ufficiale di governo e il suo braccio pirata, l’esercito terroristico dell’impresa coloniale. Entrambi hanno lo stesso obbiettivo. Il braccio ufficiale giustifica le sue azioni con lo stato di diritto e la lotta contro la resistenza palestinese all’occupazione. Il braccio pirata parla apertamente e liberamente di espellere i palestinesi dal Paese, quella fase B del piano decisionale del ministro delle finanze che egli definisce con l’eufemismo di “migrazione volontaria”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Lettera aperta a Jean-Noël Barrot

Rami Abou Jamous 

5 maggio 2026 – Orient XXI

Rami Abou Jamous scrive il suo diario per Orient XXI. In questo articolo invia una lettera aperta al ministro degli Affari Esteri francese, Jean-Noël Barrot, dopo che quest’ultimo ha riproposto in Senato una citazione scioccante dell’ex prima ministra israeliana Golda Meir.

La settimana scorsa ho ripreso il mio diario di bordo dopo alcuni problemi di salute. Ve ne parlo perché, al di là del mio caso personale, dicono molto della situazione di tutti i gazawi.

Ho sofferto di dolori a un occhio di cui non si è potuta identificare la causa. Anche se sono riuscito a trovare un oftalmologo, lui non aveva gli strumenti necessari per poter effettuare l’esame. Ho anche avuto un episodio molto doloroso di gotta che mi ha bloccato a letto per una settimana abbondante. Questo disturbo può sembrare paradossale in un territorio sottoposto alla malnutrizione, ma esso non è legato solo a una dieta eccessivamente ricca. È provocato anche dal consumo eccessivo di legumi secchi come le lenticchie. E per me, come per gli altri abitanti di Gaza, le lenticchie sono il cibo quotidiano…

Durante questo periodo d’inattività ho passato il tempo a seguire l’attualità sul mio telefonino grazie a qualche connessione che ancora funziona. Ho sentito il capo della diplomazia francese, Jean-Noël Barrot, citare il 9 aprile davanti al Senato una nota formula di Golda Meir, prima ministra israeliana dal 1969 al 1974: “Noi possiamo perdonare agli arabi di aver ucciso i nostri bambini. Non possiamo perdonare loro di averci obbligati a uccidere i loro bambini.” Per il ministro degli Affari Esteri questa frase assurda illustra “l’etica umanitaria e universalista di Israele”!

Sono rimasto talmente scioccato che, nonostante il dolore, sono balzato giù dal letto. Credevo di aver capito male. Ho cercato il video integrale, l’ho visto varie volte per verificare se questa parte del discorso non fosse stata decontestualizzata. Quando ho capito che Barrot, sottolineando ogni sillaba per dimostrare la sua convinzione, opponeva “l’umanitarismo” di Golda Meir alla recente legge israeliana che impone la pena di morte solo per i palestinesi, mi sono venute le lacrime agli occhi per la disperazione. Secondo il ministro gli israeliani non hanno il diritto di impiccare la gente, ma possono uccidere i bambini perché sono obbligati a farlo. Ho detto a Sabah, mia moglie: “Pensi che rimanendo a Gaza obblighiamo gli israeliani ad uccidere i nostri bambinii?” Mi ha guardato con gli occhi sgranati. Le ho spiegato la ragione, ma lei non poteva credere che un ministro francese avesse potuto dire una cosa del genere.

Quindi ho deciso di mandare una lettera aperta a Jean-Noël Barrot.

Signor ministro,

Lei è la voce della Francia. E noi, i palestinesi, non capiamo come mai la voce della Francia ci insulti. Si rende conto di quello che significa questa citazione? Si rende conto che riassume in poche parole lo spirito colonialista?

Golda Meir diceva in faccia al mondo che le vere vittime dei massacri commessi dal 1948 non erano i morti, compresi i bambini morti, ma quelli che li avevano uccisi. Giustificava così l’occupazione e la colonizzazione. Secondo lei “gli arabi” – perchè lei negava l’esistenza di un popolo palestinese – dovevano accettare di essere colonizzati, così non ci sarebbe stato bisogno di uccidere loro nè i loro bambini.

Riesumando queste parole vecchie di più di 50 anni, lei giustifica l’occupazione di oggi. Essa continua ad estendersi in Cisgiordania, a Gaza e in parti del Libano e della Siria. Lei approva i massacri che continuano senza sosta. E lei ci dice che noi dobbiamo essere delle vittime gentili, animali docili, pecore che si ha il diritto di chiudere dietro a muri. E se ci muoviamo è normale uccidere i nostri bambini. Gli assassini rappresentano un’umanità superiore a cui noi non abbiamo accesso: sono capaci di “perdonarci di aver ucciso i loro bambini” e sono tristi di dover uccidere i nostri.

Per quanto ne so il presidente della Repubblica non ha reagito alle sue affermazioni, il che corrisponde alla condivisione. A quanto pare per il capo dello Stato ogni parola, anche la più estremista, a sostegno di Israele è autorizzata. Che contrasto rispetto alla reazione di un ex-presidente francese alle frasi del suo primo ministro che erano ben lontane dal livello di assurdità delle sue. Nel 1999, me ne ricordo molto bene, Jacques Chirac aveva ripreso severamente il suo primo ministro in coabitazione, Lionel Jospin, che durante una visita in Israele e Palestina aveva trattato come “terrorista” Hezbollah, opponendosi così frontalmente a un accordo di cui la Francia faceva parte1. Il giorno dopo all’università di Birzeit a Ramallah Jospin aveva dovuto scappare pietosamente sotto la sassaiola degli studenti.

Al suo ritorno a Parigi gli era stato imposto di telefonare al presidente prima della mattina dopo per farsi dare una strigliata.

Jacques Chirac non aveva sopportato questa scena umiliante per la diplomazia francese. Oggi Emmanuel Macron non si scompone affatto che lei l’abbia messo pubblicamente in ridicolo riprendendo gli slogan più logori della propaganda sionista. Ma la sua esibizione davanti al Senato non è stata solo risibile. Lei ha normalizzato la narrazione israeliana, che pretende che il suo esercito non faccia altro che “difendersi” aggredendo la Palestina, il Libano, la Siria e l’Iran. Le vittime, dicono gli israeliani, siamo noi. Tutto il resto del mondo ci vuole uccidere, quindi abbiamo il diritto di uccidere tutti, bambini compresi, in Cisgiordania, a Gaza e ovunque all’estero.

Poiché ama citare Golda Meir, lei conosce sicuramente il seguito della frase che ha riportato: “Non avremo la pace con gli arabi, l’avremo quando ameranno i loro bambini più di quanto ci detestino.”

Sto per farle una rivelazione: amiamo i nostri bambini. Li proteggiamo a mani nude, temiamo per loro, ma l’occupazione li priva persino di quello che dovrebbe essere piú semplice ed elementare: un’infanzia normale. Non ha visto quello che è successo durante il genocidio a Gaza? Quanti minori sono morti dilaniati dalle bombe a Gaza, sepolti nei bombardamenti di case che ospitavano intere famiglie, spesso solo donne e bambini? Lei sa che dal cosiddetto “cessate il fuoco” dell’ottobre 2025 più di cento minori sono stati uccisi da Israele nella Striscia di Gaza? Pensa che noi, i palestinesi, abbiamo “obbligato” l’esercito israeliano ad assassinarli? Lei pensa che i coloni che nel 2015 hanno bruciato vivo insieme alla sua famiglia Ali Dawabcheh, un neonato di 18 mesi, a Douma, in Cisgiordania, siano stati “obbligati” a dare fuoco alla loro casa? Lei pensa che nel gennaio 2024 a Gaza i palestinesi abbiano “obbligato” l’esercito israeliano a crivellare di colpi Hind Rajab, 6 anni, che aveva chiesto aiuto per tre ore, intrappolata in un’auto in mezzo ai cadaveri della sua famiglia?

Lei pensa che il 21 aprile 2026 gli abitanti di Al-Moughaïr, in Cisgiordania, abbiano “obbligato” un riservista dell’esercito israeliano a uccidere con un proiettile in testa Hamdi Al-Naassan, 14 anni, davanti alla sua scuola? Lei sa che, secondo le organizzazioni per la difesa dei prigionieri, nelle carceri israeliane ci sono 350 minorenni?

I nostri bambini non trovano niente da mangiare perché a Gaza c’è un blocco. I nostri bambini sono nati nelle tende perché gli israeliani ci hanno sfollati più volte e hanno distrutto le nostre case. I nostri bambini nascono e crescono nella sofferenza. Spesso devono superare dei posti di blocco umilianti per andare a scuola. Non hanno un futuro perché in Cisgiordania e a Gerusalemme est gli verrà impedito di costruirsi una casa. E a Gaza di case non ce ne sono più. In Cisgiordania i bambini sono percossi e a volte assassinati da milizie di coloni fanatici protetti dall’esercito. I nostri bambini sono fiori. Fiori fragili che crescono in una terra innaffiata da lacrime e ricordi. Si cerca di proteggerli come si può, a mani nude davanti ai carri armati, agli aerei da caccia, alle bombe, ai droni, ai cecchini e ai coloni armati fino ai denti. E’ l’occupazione che strappa i nostri fiori uno per uno per appropriarsi di tutto il giardino.

Signor ministro,

noi non possiamo proteggere i nostri bambini. Gli israeliani li uccidono. Non perché obbligati, come le fa credere la sua totale assenza di riflessione, ma perché sanno che questi bambini, se li lasciano crescere, diventeranno dei difensori della Palestina. Si informi sul numero dei minori uccisi da Israele dal 1948 fino ai nostri giorni in Palestina e in Libano.

E si renda finalmente conto che queste morti derivano da una mentalità colonialista. Tre settimane dopo sono ancora distrutto dalle sue parole. Non riesco ancora a capire come lei abbia potuto causare alla diplomazia francese un tale disastro.

Per noi palestinesi la Francia era una importante rappresentante del rispetto del diritto internazionale e dei valori umani. E’ quello che ho imparato quando ho studiato in Francia: la vita umana è centrale. Apparentemente tutto ciò è finito. A Gaza molta gente è al corrente. Il suo video circola sulle reti sociali. Alcuni miei amici, che sanno che conosco bene la Francia fino al punto da vedermi a volte come il rappresentante del suo Paese a Gaza, non smettono di chiedermi: “Ma cosa sta succedendo? Come può la Francia dire simili cose?”

Lei, signor ministro, come d’altronde il resto del mondo, può sapere ciò che avviene in Palestina. Le immagini circolano in continuazione sulle reti sociali. Chiunque può vedere la colonizzazione con i propri occhi, ma a quanto pare ci sono delle persone che non hanno occhi autonomi. Chiunque può sentire con le proprie orecchie gli appelli dei dirigenti israeliani all’annessione, ma a quanto pare ci sono persone che non hanno le orecchie autonome.

Signor ministro, lei può ancora ascoltare nel suo Paese le testimonianze dei francesi che si sono difesi durante l’ultima guerra. E che non hanno obbligato nessuno ad uccidere bambini francesi. Ma forse lei non sa cosa sia un’occupazione. E’ la cosa peggiore. L’occupazione non ha bisogno di giustificazioni né di pretesti. L’occupazione vuol dire massacri, crimini, uccisioni e l’assassinio di bambini prima degli adulti per impedire che ci sia un avvenire.

Non so se lei ha dei figli. Io ne ho due. Cerco di proteggerli contro i massacri israeliani dal loro primo giorno di vita. Sono fortunati, sono tra i sopravvissuti di questo genocidio. Sono ancora vivi, ma non si sa mai.

L’occupazione genera la resistenza. La resistenza armata è legittima. Lei lo sa bene e l’ha dimostrato di recente. Quando l’ho sentita il 20 aprile annunciare l’appoggio della Francia a un tribunale internazionale ho creduto per un istante che lei parlasse di Gaza. Quel tribunale, lei ha detto, dovrebbe giudicare “i massacri, le deportazioni di bambini, gli attacchi contro i civili, la morte di giornalisti e tutti i crimini di guerra, ma anche la pianificazione e la messa in pratica di questa guerra d’aggressione coloniale, ingiustificabile e ingiustificata.” Ma no, lei parlava della Russia.

La sua umanità ha un colore, il bianco, e una geografia, l’Europa.

1 L’“accordo” dell’aprile 1996 era stato concluso tra Israele e il Libano per porre fine all’offensiva israeliana “Grappoli d’ira”, nel corso della quale un bombardamento israeliano contro una base dell’ONU aveva ucciso 118 civili. Negoziato dagli Stati Uniti e dalla Francia, l’accordo precisava che le due parti si astenessero dal prendere di mira i civili, autorizzando di fatto Hezbollah a colpire obiettivi militari, cosa che alcuni politici hanno definito “terrorismo”. Era stata creata una commissione di vigilanza cosstituita da Francia, Stati Uniti, Siria e anche da Israele e Libano.

Fondatore di GazaPress, un ufficio che forniva aiuto e traduzione ai giornalisti occidentali, nell’ottobre 2023 Rami Abou Jamous, sotto la minaccia dell’esercito israeliano, ha dovuto lasciare il suo appartamento a Gaza City con sua moglie Sabah, i bambini di lei e il loro figlio Walid, di tre anni. Si sono rifugiati a Rafah, poi a Deir El-Balah e in seguito a Nusseirat. Dopo un nuovo sfollamento in seguito alla rottura del cessate il fuoco da parte di Israele il 18 marzo 2025, Rami è tornato a casa con la sua famiglia il 9 ottobre 2025.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)