“Al-Aqsa è un detonatore”: crolla l’accordo di oltre mezzo secolo sulla preghiera nel luogo sacro di Gerusalemme

Julian Borger ed Emma Graham-Harrison da Gerusalemme

Venerdì 20 feb 2026 The Guardian

La polizia israeliana fa irruzione nel complesso, arresta il personale e limita l’accesso ai musulmani all’inizio del Ramadan

Un accordo durato sei decenni che regolava la preghiera musulmana ed ebraica nel luogo sacro più sensibile di Gerusalemme è “collassato” sotto la pressione degli estremisti ebrei sostenuti dal governo israeliano, hanno segnalato gli esperti.

Una serie di arresti fra il personale musulmano addetto alla custodia, divieti di accesso per centinaia di musulmani e crescenti incursioni da parte di gruppi ebrei radicali sono culminati questa settimana nell’arresto di un imam della moschea di al-Aqsa e in un raid della polizia israeliana durante le preghiere serali della prima notte di Ramadan.

Gli interventi della polizia di Gerusalemme e delle forze di sicurezza interna dello Shin Bet, entrambe ora sotto una guida di estrema destra, rappresentano una rottura dell’accordo sullo status quo risalente all’indomani della guerra del 1967, che stabilisce che solo i musulmani possono pregare nel complesso sacro intorno alla moschea noto ai musulmani come al-Haram al-Sharif [il Nobile Santuario, ndt.], che comprende anche il santuario della Cupola della Roccia del VII secolo. Per gli ebrei è il Monte del Tempio, il sito del primo tempio, del X secolo a.C. [distrutto dai babilonesi nel 586 a.C., ndt.], e del secondo tempio, distrutto dai Romani nel 70 d.C.

Storicamente i cambiamenti nello status quo hanno dimostrato la potenziaità di innescare disordini e conflitti a Gerusalemme e nei territori palestinesi occupati, con ripercussioni in tutto il mondo. Una visita dell’allora leader dell’opposizione israeliana, Ariel Sharon, nel 2000 diede inizio alla seconda intifada palestinese, durata cinque anni, e Hamas diede il nome di “Alluvione di al-Aqsa” al suo attacco contro Israele nell’ottobre 2023, che uccise 1.200 israeliani e innescò la guerra contro Gaza, sostenendo che fosse stato provocato dalle violazioni israeliane nella moschea di Gerusalemme.

“Al-Aqsa è un detonatore”, ha affermato Daniel Seidemann, avvocato di Gerusalemme che ha regolarmente fornito consulenza a governi israeliani, palestinesi e stranieri su questioni legali e storiche della città. “Di solito è più o meno la stessa cosa: una minaccia reale o percepita all’integrità dello spazio sacro. Ed è ciò a cui stiamo assistendo. Ci sono state frequenti provocazioni durante il Ramadan, ma ora la situazione è esponenzialmente più delicata. La Cisgiordania è una polveriera.”

Le tensioni intorno alla moschea di al-Aqsa sono aumentate vertiginosamente da quando gli israeliani di estrema destra hanno assunto posizioni chiave nella sicurezza. Il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir – che aveva già otto condanne penali prima di entrare in carica, tra cui sostegno a un’organizzazione terroristica e incitamento al razzismo – ha dichiarato di voler issare la bandiera israeliana nel complesso e costruirvi una sinagoga.

Nell’ultimo anno Ben-Gvir ha compiuto diverse visite provocatorie ad al-Aqsa e ha sostenuto una serie di modifiche unilaterali allo status quo, consentendo agli ebrei di pregare e cantare nel complesso. A gennaio ha nominato un suo alleato ideologico, il maggiore generale Avshalom Peled, capo della polizia di Gerusalemme e, con il sostegno dichiarato del primo ministro Benjamin Netanyahu, ha permesso agli ebrei di portare con sé sul sito foglietti con le preghiere stampate, in una violazione sempre più evidente.

“Lo status quo è crollato perché vi si prega ogni giorno”, ha detto Seidemann. “In passato, la polizia era molto severa nel prevenire qualsiasi tipo di provocazione… ma queste misure sono una dimostrazione del fatto che ‘qui siamo noi ad avere il controllo, adeguatevi o toglietevi di mezzo’.”

In vista del Ramadan di quest’anno il Waqf di Gerusalemme, la fondazione nominata dalla Giordania incaricata di gestire il sito di al-Aqsa nell’ambito dell’accordo di status quo, è stato oggetto di una pressione crescente. Fonti del Waqf hanno affermato che questa settimana cinque membri del suo personale sono stati posti in detenzione amministrativa (detenzione senza accusa) dallo Shin Bet, mentre a 38 membri del personale è stato vietato l’ingresso al sito. Hanno inoltre aggiunto che a sei imam della moschea è stato negato l’ingresso.

Hanno riferito che nelle ultime settimane sono stati saccheggiati sei uffici del Waqf e al personale è stato impedito di ristrutturare le porte o effettuare altre riparazioni. Al Waqf è stato impedito di installare ripari per il sole e la pioggia o ambulatori provvisori per i fedeli [nell’area di al Aqsa]. I funzionari sostengono che sia stato persino impedito loro di portare carta igienica all’interno del sito.

L’effetto cumulativo, hanno affermato i funzionari, ha messo a dura prova la capacità del Waqf di accudire i 10.000 musulmani che si prevede si recheranno a pregare nella moschea di al-Aqsa durante il mese del Ramadan.

Il governatorato di Gerusalemme controllato dai palestinesi ha fornito cifre diverse: 25 membri del personale del Waqf sono stati banditi e quattro sono stati arrestati. Né la polizia di Gerusalemme né lo Shin Bet hanno risposto alle richieste di commento sulle accuse.

Nella prima settimana del Ramadan la polizia ha esteso l’orario di visita mattutino per ebrei e turisti da tre a cinque ore, un’altra modifica unilaterale allo status quo. Secondo l’agenzia di stampa palestinese Wafa lunedì l’imam di al-Aqsa, sceicco Mohammed al-Abbasi è stato arrestato all’interno del cortile della moschea, e dei post sui social media hanno mostrato la polizia fare nuovamente irruzione nel complesso martedì sera durante la prima preghiera notturna del Ramadan.

Mercoledì mattina circa 400 coloni sono entrati nel complesso e, secondo dei testimoni, hanno cantato, ballato e pregato ad alta voce.

“Ci sono tantissimi ingredienti che rendono questo Ramadan particolarmente pericoloso”, ha affermato Amjad Iraqi, esperto analista su Israele/Palestina presso l’International Crisis Group. “L’anno scorso è stato relativamente tranquillo, ma quest’anno c’è una convergenza di così tanti fattori, sia da parte israeliana che palestinese, che potrebbero incentivare gli attivisti del Monte del Tempio a cercare di apportare nuove modifiche”.

“Se in passato il governo israeliano si sentiva obbligato a confrontarsi con le autorità regionali, oggi gli importa molto meno di ciò che queste hanno da dire e pensare”, ha aggiunto Iraqi.

“C’è stata un‘estensione dell’impunità… Gli israeliani sono riusciti ad arrivare molto oltre i vincoli che pensavano esistessero a livello politico, militare e diplomatico, a Gaza e in Cisgiordania. Quindi perché dovrebbero sentirsi vincolati dall’opinione pubblica internazionale?”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




«Stiamo con le Ong – stiamo con Gaza»: un appello. Le prime firme e il link per chi vuole aderire.

https://www.digiunogaza.it/wp-content/uploads/2026/02/no_liste_no_bersagli.pdf

Noi operatrici e operatori della sanità e associazioni che operano per la pace, in difesa dei diritti umani e del diritto internazionale esprimiamo la nostra solidarietà a Medici Senza Frontiere, a Oxfam e a chi, delle 37 ONG a cui Israele ha negato il permesso di operare a Gaza, rifiuterà di consegnare alle autorità israeliane le liste del proprio personale palestinese, ritenendola una richiesta incompatibile con i princìpi umanitari e con il dovere di protezione dei lavoratori e delle comunità assistite. Questa decisione coraggiosa non è un atto di sfida: è un imperativo etico e legale.

 

Nel marzo 2025, le autorità israeliane hanno annunciato che le ONG operanti a Gaza avrebbero dovuto fornire nomi e informazioni sul proprio personale. Il 30 dicembre è stato poi comunicato che le registrazioni preliminari di 37 ONG umanitarie erano scadute e che le organizzazioni avrebbero dovuto cessare le attività entro 60 giorni oppure trasmettere tali dati, senza chiare garanzie sulla sicurezza degli operatori.

Questa richiesta di delazione mira a costringere le ONG a partecipare alla politica coloniale di sorveglianza e controllo dei gazawi, un sistema utilizzabile per arrestare, torturare o uccidere operatori sanitari, come dimostrato dai dati degli ultimi due anni. Allo stesso tempo, la misura contribuisce a screditare le ONG agli occhi dell’opinione pubblica nazionale e internazionale, ponendole in una situazione di scelta comunque sbagliata.

I dati parlano con drammatica chiarezza. Nel 2022 a Gaza erano presenti 16.259 operatori sanitari, di cui il 18,2% impiegato presso organizzazioni non governative. Dal 7 ottobre 2023, circa 1.700 di questi professionisti sono stati uccisi — il 10,4% dell’intera forza lavoro sanitaria — con un’età media all’uccisione di 38,8 anni e una perdita stimata di 68.089 anni di vita.

Tra i sanitari uccisi, 15 appartenevano allo staff di Medici Senza Frontiere. Parallelamente, 656 operatori sanitari sono emigrati al di fuori di Gaza, mentre oltre 360 sono stati illegalmente detenuti dalle forze israeliane.

La violenza contro il personale sanitario non si limita a Gaza. Anche in Cisgiordania si è assistito a un drammatico incremento degli attacchi contro le strutture e il personale sanitario da parte delle forze israeliane. Secondo i dati consolidati di Insecurity Insight sugli attacchi alla sanità nel territorio palestinese occupato tra il 7 ottobre 2023 e settembre 2025, sono stati registrati 778 episodi in Cisgiordania e Gerusalemme Est, con 12 operatori sanitari uccisi e 161 arrestati.

In questo contesto, consegnare i nomi dei colleghi palestinesi significherebbe trasformarli in potenziali bersagli, esporli ad un ulteriore rischio di arresto o uccisione e violare il nostro dovere legale ed etico di proteggerli, oltre a tradire i principi fondamentali dell’azione umanitaria. Allo stesso tempo, impedire alle ONG l’ingresso a Gaza significa privare centinaia di migliaia di gazawi da cure essenziali e violare nuovamente il diritto internazionale.

L’accesso umanitario non è opzionale, né condizionale o politico: è un obbligo legale sancito dal diritto internazionale umanitario

Dal 7 ottobre 2023 Israele ha parzialmente o completamente bloccato l’ingresso degli aiuti umanitari a Gaza, aggravando una crisi umanitaria e sanitaria senza precedenti. Gli ospedali operano senza i materiali più elementari: garze, antibiotici, anestetici, soluzioni fisiologiche, materiale chirurgico. Physicians for Human Rights ha documentato come perfino i bisturi siano stati classificati come materiale “dual use” e bloccati all’ingresso.

Anche dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, Israele non ha rispettato gli accordi sull’ingresso degli aiuti: secondo Al Jazeera, al 9 dicembre 2025 il cessate il fuoco era stato violato almeno 738 volte, con 377 palestinesi uccisi e solo il 38% dei camion concordati effettivamente autorizzati a raggiungere le proprie destinazioni.

Il 29 gennaio 2026, le Forze di Difesa Israeliane hanno riconosciuto come accurate le cifre del Ministero della Salute di Gaza: oltre 71.000 palestinesi uccisi da Ottobre 2023. Per più di due anni, questi dati sono stati sistematicamente screditati come “propaganda di Hamas” da funzionari israeliani, canali mediatici Occidentali e persino dal Congresso degli Stati Uniti.

Il Congresso Americano ha addirittura vietato per legge ai dipartimenti governativi di citare le statistiche del Ministero della Salute di Gaza, contribuendo attivamente alla delegittimazione di una fonte che, storicamente, si è dimostrata affidabile.

Israele stesso ha confermato ciò che organizzazioni internazionali indipendenti e articoli apparsi su prestigiose riviste scientifiche sostenevano da tempo: questi numeri sono reali. Anzi, sono conservativi non includendo le migliaia di persone ancora sepolte sotto le macerie né i morti per fame, infezioni e malattie prevenibili. Studi pubblicati su The Lancet stimavano, già a luglio 2024, che il bilancio reale potesse superare i 100.000 morti.

A Gaza si è assistito al più grave crollo dell’aspettativa di vita mai registrato, passando da 75,5 a soli 40,5 anni da ottobre 2023 a settembre 2024. Con i civili che rappresentano oltre l’80% delle vittime e circa 20.000 bambini uccisi, a Gaza si registrano le più alte percentuali di uccisioni di civili e di bambini mai documentati in un singolo contesto di violenza organizzata contro una popolazione.

Non sono solo le prove empiriche e di salute pubblica a corroborare il verdetto di genocidio, ma anche le posizioni ufficiali di IAGS, Commissione d’inchiesta ONU, Amnesty International, Human Rights Watch, B’Tselem e relatori speciali ONU, tutti concordi nel riconoscere che a Gaza è in corso un genocidio.

Chiediamo pertanto ai nostri governi e alla società civile di:

● esprimere un forte sostegno e solidarietà alle ONG che proteggono il loro personale rifiutando di consegnare liste che potrebbero trasformarsi in elenchi di bersagli;

● esigere che Israele rispetti il diritto internazionale e garantisca il proseguimento delle attività delle ONG sul territorio;

● garantire l’ingresso degli aiuti umanitari come stabilito dagli accordi.

Le Convenzioni di Ginevra non sono suggerimenti. La protezione del personale medico non è negoziabile.

Quando a un’organizzazione umanitaria viene imposto di scegliere tra consegnare i nomi dei propri colleghi a una forza che ne ha già uccisi 1.700, arrestati illegalmente e torturati oltre 360 in poco più di due anni, oppure cessare le operazioni, è la scelta stessa a rivelare la natura del regime che la impone.

Stiamo con MSF e Oxfam. Stiamo con le ONG. Stiamo con Gaza.

Il silenzio è complicità. L’azione è dovere.

Firma anche tu!

Per info: digiunogaza@gmail.com 

Coordinatori della petizione

  • Luisa Morgantini (AssoPacePalestina)
  • Jonathan Montomoli (#DigiunoGaza)
  • Roberto De Vogli (Università di Padova)
  • Ghassam Abu-Sittah (University of Glasgow, University of Beirut)
  • Gennaro Giudetti (operatore umanitario)

Soggetti promotori

  1. #DigiunoGaza
  2. Sanitari per Gaza
  3. AssoPacePalestina
  4. FNOMCEO – Federazione Nazionale Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri
  5. Global Movement to Gaza Italia
  6. Assemblea Corpi e Terra – Non unə di meno
  7. Medicina Democratica
  8. SPIGC – Società Polispecialistica Italiana Giovani Chirurghi
  9. RUP – Ricerca e Università per la Palestina
  10. Specializzandi per la Palestina
  11. Women in Surgery Italia
  12. Isde Italia – Associazione Medici per l’Ambiente
  13. EPHA – European Public Health Alliance
  14. People’s Health Movement Europe
  15. G2H2 – Geneve Global Health Hub
  16. SID – Society for International Devolopment

Associazioni prime firmatarie/First signatories associations

  1. Rimini4Gaza
  2. Ecomapuche – Emilia Romagna
  3. Ass.ne Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali – CDCA Abruzzo
  4. Salaam Ragazzi dell’Olivo Comitato di Trieste
  5. Comitato “Fermiamo la guerra” – Firenze
  6. Coordinamento Fiorentino contro il Riarmo
  7. Fucina per la Nonviolenza – Firenze
  8. SUMUD Centro Culturale palestinese delle Marche
  9. Comunità delle Piagge – Firenze
  10. Rete Pace e Disarmo Fano – Pesaro
  11. Centro Culturale Paolo VI – Rimini
  12. La Bottega del Barbieri
  13. Rifugio antispecista Agripunk – Arezzo
  14. Circolo Arci Ugo Winkler, Brentonico
  15. Fondazione Cetacea – Riccione
  16. Associazione Periferie al Centro – Fuori Binario – Firenze
  17. Sanitari per Gaza Ravenna
  18. Presidio Libera Potenza “Elisa Claps e Francesco Tammone”
  19. Libere Cittadine per la Palestina – Roma
  20. Associazione Progetto Arcobaleno – Firenze
  21. Mani Rosse Antirazziste – Roma
  22. Associazione Culturale Lavoratori e Lavoratrici del commercio equo e solidale “Flavio Iuliani”
  23. Statunitensi contro la guerra – Firenze
  24. Casa dei Diritti dei Popoli – Firenze
  25. Zeitun , Notizie e libri sulla Palestina

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Un report riferisce di decine di giornalisti palestinesi picchiati, affamati o violentati

Lorenzo Tondo

19 febbraio 2026 The Guardian

Il servizio carcerario israeliano e le IDF respingono le accuse contenute nella ricerca del Comitato per la Protezione dei Giornalisti

Un rapporto sostiene che quasi 60 giornalisti palestinesi detenuti nelle carceri israeliane dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 sono stati picchiati, affamati e sottoposti a violenza sessuale, incluso lo stupro.

Il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ) ha esaminato decine di testimonianze, fotografie e cartelle cliniche che documentano quelli che descrive come gravi abusi da parte di soldati e guardie carcerarie israeliane ai danni di giornalisti palestinesi. Il rapporto si basa su interviste approfondite condotte su 59 giornalisti palestinesi. Degli intervistati, 58 hanno riferito di essere stati sottoposti a quelle che hanno descritto come torture durante la custodia israeliana.

“Sebbene le condizioni variassero nelle diverse strutture, i modi raccontati dagli intervistati – aggressioni fisiche, posizioni di stress forzato, deprivazione sensoriale, violenza sessuale e negligenza medica – erano sorprendentemente concordi”, afferma il rapporto.

Sia il servizio carcerario israeliano che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno respinto fermamente le accuse.

Il giornalista Sami al-Sai, che ha collaborato con l’emittente qatariota Al Jazeera Mubasher e l’emittente locale Al-Fajer TV, ha dichiarato di essere stato portato in una piccola cella nel carcere di Megiddo dove i soldati gli hanno strappato pantaloni e biancheria intima e lo hanno stuprato con manganelli e altri oggetti.

“Non ho parlato con nessuno all’interno del carcere di quanto accaduto, tranne che con due detenuti anziani che sono in carcere da 25 anni”, ha dichiarato Sai.

Nel dicembre 2025 la giornalista tedesca Anne Liedtke, arrestata a bordo di una flottiglia diretta a Gaza, ha affermato di essere stata violentata dai soldati israeliani durante la detenzione. Il giornalista italiano Vincenzo Fullone e l’attivista australiana Surya McEwen hanno mosso accuse simili.

Shadi Abu Sido, un giornalista palestinese di Gaza che lavora per Palestine Today, è stato rilasciato lo scorso ottobre dopo 20 mesi di detenzione a Sde Teiman. Era stato rapito dalle forze israeliane all’ospedale al-Shifa il 18 marzo 2024 e ha dichiarato di essere stato “incatenato, bendato e costretto a passare attraverso un corridoio di soldati che lo hanno picchiato con manganelli e calci”. In seguito ha scoperto di avere una costola rotta.

Nel carcere di Ofer il giornalista radiofonico Mohammad al-Atrash ha descritto un’aggressione di massa concertata nel novembre 2023, che ha coinvolto decine di prigionieri e che lui e altri detenuti hanno definito ” Shin Bet party” o ” Ben-Gvir party” (dal nome del ministro israeliano per la Sicurezza Nazionale di estrema destra Itamar Ben-Gvir). Al-Atrash ha affermato che “è stato ordinato a dei cani addestrati di attaccare i detenuti e sono stati utilizzati strumenti metallici per provocare emorragie e cicatrici persistenti”. Osama al-Sayed, in un servizio di Al-Aqsa TV, ha raccontato dell’uso intermittente di elettroshock e spray al peperoncino tra un pestaggio e l’altro, avvenuti poco dopo una visita di Ben-Gvir alla prigione.

Undici giornalisti palestinesi hanno menzionato l’uso di un metodo di tortura noto come strappado, o quello che i giornalisti palestinesi hanno definito “impiccagione fantasma”, in cui una persona viene appesa per le braccia legate dietro la schiena e poi tirata verso l’alto.

Cinquantacinque dei 59 giornalisti intervistati hanno riferito di aver sofferto di fame estrema o malnutrizione.

Le fotografie condivise con il Guardian dal CPJ mostrano i giornalisti prima e dopo la detenzione, ritraendo uomini visibilmente emaciati e fisicamente debilitati.

Il CPJ ha calcolato nel gruppo una perdita di peso media di 23,5 kg, confrontando il peso dichiarato dai giornalisti prima e dopo la detenzione.

Ahmed Shaqoura, un reporter di Palestine Today TV, ha perso 54 kg durante i 14 mesi di detenzione israeliana nelle prigioni di Ktzi’ot e Al-Jalama.

“Non si tratta di episodi isolati”, ha affermato Sara Qudah, direttrice regionale del CPJ. “In decine di casi, il CPJ ha documentato una serie ricorrente di abusi nei confronti dei giornalisti a causa del loro lavoro”.

Quarantotto giornalisti, la maggioranza, non sono mai stati accusati di alcun reato e sono stati trattenuti secondo il sistema di detenzione amministrativa israeliano, che consente a un individuo di essere trattenuto senza accuse, in genere per sei mesi, rinnovabili a tempo indeterminato.

Un portavoce del servizio penitenziario israeliano (IPS) ha affermato che le accuse sono state “categoricamente respinte”, sottolineando che “qualsiasi denuncia concreta presentata attraverso i canali ufficiali viene esaminata dalle autorità competenti in conformità con le procedure stabilite”.

In una dichiarazione, l’IDF ha anche affermato di “respingere in toto le accuse relative agli abusi sistematici sui detenuti, comprese le accuse di abusi sessuali”.

“Nei casi appropriati quando vi è un ragionevole sospetto di reato”, ha aggiunto, “vengono adottate misure disciplinari nei confronti del personale della struttura e vengono avviate indagini penali”.

All’inizio del 2025 dei filmati di sorveglianza trapelati dal campo di detenzione di Sde Teiman sembravano mostrare soldati che aggredivano sessualmente i detenuti, scatenando uno scandalo nazionale. Il filmato è stato trasmesso dal giornalista israeliano Guy Peleg, che da allora ha denunciato di aver subito minacce e molestie.

Un recente rapporto di Medici per i Diritti Umani – Israele ha documentato 94 morti palestinesi sotto custodia israeliana dal 7 ottobre 2023.

Il CPJ stima a 252 il numero di giornalisti uccisi dall’inizio della guerra di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Esigere le dimissioni di Francesca Albanese significa sanzionare il pensiero critico e i suoi diritti”

Sophie Bessis, Dominique Eddé 

18 febbraio 2026 – Orient XXI

L’11 febbraio 2026 Jean- Noel Barrot ha chiesto le dimissioni della relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati a causa di frasi che non ha mai pronunciato. Il ministro ha a sua volta ripreso un’accusa formulata dalla deputata di area Macron Caroline Yadan sulla base di un video incompleto.

La storica Sophie Bessis e la saggista Dominique Eddé denunciano una politica estera francese senza bussola, che sceglie di attaccare Francesca Albanese mentre tace sulla guerra genocidaria condotta contro Gaza e sulle violazioni quotidiane del cessate il fuoco in Libano.

Da Kabul, dove alle ragazze è proibito andare a scuola e le donne sono coperte da una prigione ambulante, fino all’isola di Epstein, paradiso dei pedo-criminali, dove personaggi celebri in tutti i campi hanno abusato e umiliato, un decennio dopo l’altro, ragazzine e donne importate dai quattro angoli del mondo, non vi è più un centimetro del pianeta che non sia ricoperto dal fango. La “rivoluzione” iraniana che nel 1979 rivendicava tra l’altro di combattere contro l’arroganza occidentale, promettendo al suo popolo di ripristinare i suoi diritti, ha superato ogni record nella repressione della sua popolazione e nella negazione di quegli stessi diritti.

Dovunque l’immagine della tenaglia è al suo culmine. Il nemico interno e quello esterno ne impugnano ciascuno una leva, confiscano miliardi di destini col pretesto di decidere per loro. Incancreniti entrambi dal potere della menzogna e della voracità, l’Occidente e l’Oriente ormai dialogano soltanto attraverso la logica oscena del più forte, del più ricco, di chi offre di più. Mentre in Sudan gli Emirati Arabi Uniti proseguono i loro aiuti di varia natura ad un’impresa genocidaria, l’esercito israeliano porta a termine la propria in Palestina, spezzando le ultime sacche di vita a Gaza e annettendo la Cisgiordania. Che cosa propongono, che cosa fanno nel frattempo i governanti dei Paesi che si vantano ancora di essere democratici di fronte a questo tsunami? Che cosa fa la Francia?

Una diplomazia senza colonna vertebrale

Trattandosi di Israele e Palestina, la sua politica estera è diventata indecifrabile. Non ha più colonna vertebrale. Dopo aver sostenuto l’estensione ai palestinesi di ‘Pause’, il programma di accoglienza d’emergenza di scienziati e artisti in esilio creato nel 2017 su iniziativa del Collège de France, nell’estate 2025 decide improvvisamente di bloccarlo, col pretesto del tweet antisemita di una gazawi che non compariva neanche fra i candidati. Dopo aver riconosciuto alcuni mesi fa lo Stato palestinese, la Francia oggi reclama, per voce del suo Ministro degli Esteri, Jean-Noel Barrot, le dimissioni nientemeno che della relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, Francesca Albanese.

Perché? Perché Caroline Yadan [del partito di Macron], deputata eletta dai francesi all’estero [nella circoscrizione sud est, che include Israele, ndt.] e partigiana appassionata dell’estrema destra israeliana, non sopporta che i palestinesi, difesi così male dai propri rappresentanti politici, lo siano così bene da una voce straniera e libera. È abbastanza logico, si può capirla. Ma perché è bastato che Caroline Yadan snaturasse le frasi di Francesca Albanese, secondo il metodo spudorato di un Donald Trump o di un Benjamin Netanyahu, perché Jean-Noel Barrot ne seguisse l’esempio?

È la stessa persona che ha definito il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte del presidente Macron un “errore politico, morale e storico”. La stessa che ha presentato all’Assemblea Nazionale una proposta di legge che, con il pretesto di lottare contro l’antisemitismo, intende avallare la legge israeliana del 2018 che definisce Israele “Stato-nazione del popolo ebraico” e solo di esso. Se questa legge venisse approvata chiunque contesti questo fatto, noi tra questi, potrebbe essere denunciato.

Centoventi personalità francesi hanno sottoscritto questa proposta di legge. Tra esse l’ex capo di Stato François Hollande, dal quale aspettiamo di sapere se anch’egli auspichi le dimissioni di Francesca Albanese. I tentativi di chiarimento avanzati dal Quai d’Orsay (Ministero Affari Esteri, ndt.) non hanno cambiato nulla nella sostanza. La Francia per voce del suo ministro insiste a reclamare la testa di Francesca Albanese.

Si può anche non essere d’accordo con alcune dichiarazioni espresse da quest’ultima, ma con quale diritto le si travisa? Ha riconosciuto di aver mancato di tempestività non ritirandosi da una riunione alla quale era presente, senza che lei ne fosse stata informata, uno dei dirigenti di Hamas, Khaled Meshal. Che cosa è questo errore, per di più riconosciuto, di fronte all’incredibile acquiescenza di una maggioranza di Stati europei nei confronti del governo israeliano?

Ricordiamo tra l’altro che la Francia, co-garante del cessate il fuoco in Libano, non dice una parola contro le violazioni quasi quotidiane di cui esso è oggetto. Mentre assistiamo, in una pressocché generale indifferenza, all’attuazione della fase finale di un piano di eliminazione dei palestinesi dalla loro terra, la Francia non trova niente di meglio da fare che attaccare una donna che ha alzato la voce contro questa infamia? Niente di meglio che attirare Germania e Austria nella sua scia?

Contro il silenzio e l’impunità

Molte voci ridotte al silenzio, spaventate dall’impunità di cui gode la politica israeliana, si sono sentite ascoltate e comprese da Francesca Albanese e dal Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres. Bisogna che gli ultimi sussulti di coraggio dell’ONU siano proibiti mentre Netanyahu e Trump tolgono di mezzo l’Ufficio di soccorso e lavoro delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi nel Medio Oriente (UNRWA) e il secondo ambisce a mettere fine all’esistenza stessa delle Nazioni Unite?

Sono queste voci, come anche le tantissime voci dissidenti tra gli ebrei di tutto il mondo, che consentono alla ragione di tener ancora testa alla follia generale. Per fortuna non si contano coloro che remano contro l’attuale regno dell’inconcepibile, contro un degrado planetario della salute mentale. Dobbiamo aiutarli o esortarli a scomparire?

Esigere le dimissioni di Francesca Albanese significa voler sanzionare il pensiero critico e i suoi diritti. Significa inoltre calpestare l’eredità inestimabile del pensiero ebraico moderno. Poiché chi, da Franz Kafka a Hannah Arendt, Erich Auerbach, Walter Benjamin, Canetti, Freud o Einstein, avrebbe avallato una simile pretesa? Condividerla significa privare i senza voce delle poche risorse che gli restano. Significa favorire l’odio col pretesto di combatterlo. Significa consegnare il treno del futuro a binari che vanno contro un muro. Ci aspettiamo di meglio dalla diplomazia francese.

Sophie Bessis 

Storica e giornalista franco- tunisina. Ultimi scritti pubblicati: La civilisation judeo-chretienne : Anatomie d’une imposture [La civiltà giudaico-cristiana: anatomia di un’impostura. Ed. italiana (con Duccio Sacchi): La civiltà giudaico-cristiana è un’impostura?, Einaudi, Torino, 2026], ed. Les liens qui libèrent, 2025; Je vous écris d’une autre rive : lettre à Hannah Arendt [Vi scrivo da un’altra sponda: lettera a Hannah Arendt], ed. Elyzad 2021; Histoire de la Tunisie de Carthage à nos jours [Storia della Tunisia da Cartagine ai giorni nostri], ed. Tallandier 2029.

Dominique Eddé

Scrittrice e saggista. Ultimo lavoro pubblicato: La mort est en train de changer [La morte sta cambiando], ed. Les liens qui libèrent 2025.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Oltre 80 membri dell’ONU condannano le azioni israeliane per espandere la ‘presenza illegale’ nella Cisgiordania occupata

Redazione di MEMO

17 febbraio 2026 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che martedì più di 80 Stati membri dell’ONU e molte organizzazioni hanno condannato le decisioni “unilaterali” israeliane aventi come obiettivo l’espansione della “presenza illegale” di Israele nella Cisgiordania occupata.

Rilasciando una dichiarazione ad una conferenza stampa presso la sede dell’ONU a New York, l’inviato palestinese presso l’ONU Riyad Mansour ha affermato: “Ho l’onore di rilasciare la seguente dichiarazione a nome di 80 Stati e di un certo numero di organizzazioni sulle ultime decisioni israeliane relative alla Cisgiordania occupata.

Noi condanniamo duramente le decisioni israeliane e le misure che hanno l’obiettivo di espandere la presenza illegale di Israele in Cisgiordania. Tali decisioni sono contrarie agli obblighi secondo il diritto internazionale e devono essere immediatamente revocate,” ha detto, sottolineando “la nostra dura opposizione ad ogni forma di annessione.”

Il gruppo ha reiterato il suo rifiuto di “tutte le misure aventi l’obiettivo di alterare la composizione demografica, il carattere e lo stato dei territori palestinesi occupati dal 1967, inclusa Gerusalemme Est.

Tali misure violano il diritto internazionale, compromettono gli sforzi in corso per la pace e la stabilità nella regione, vanno contro al Piano Complessivo [presunta tregua mediata da Trump a Gaza e accettata da Israele e Hamas, ndt.] e mettono a rischio la prospettiva di raggiungere un accordo di pace che faccia terminare il conflitto,” si afferma nella dichiarazione.

Gli Stati hanno anche riaffermato il loro impegno, riflesso nella dichiarazione di New York, a “prendere misure concrete in accordo al diritto internazionale,” e in linea con rilevanti risoluzioni ONU e con il parere consultivo di luglio 2024 della Corte Internazionale di Giustizia che ha dichiarato illegale l’occupazione israeliana dei territori palestinesi e ha chiesto l’evacuazione di tutte le colonie in Cisgiordania e Gerusalemme Est.

La dichiarazione sottolinea che una “pace giusta e duratura,” basata sulle più importanti risoluzioni ONU, il mandato di Madrid [accordi del 2021 che hanno posto le basi di quelli di Oslo nel 1993, ndt.], il principio di terra in cambio di pace e l’iniziativa araba di pace “rimane il solo percorso per assicurare la sicurezza e la stabilità nella regione.”

Da quando ha lanciato la sua guerra contro Gaza l’otto ottobre 2023 Israele ha intensificato le operazioni militari in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est. Secondo funzionari palestinesi che hanno detto che le misure hanno l’obiettivo di imporre una nuova realtà sul terreno, le operazioni hanno incluso uccisioni, arresti, deportazioni ed espansione delle colonie.

Almeno 1.114 palestinesi sono stati uccisi da allora [8 ottobre 2023], 11.500 feriti e 22.000 arrestati in Cisgiordania inclusa Gerusalemme Est, secondo dati ufficiali palestinesi.

Domenica, per la prima volta da quando Tel Aviv ha occupato il territorio nel 1967, il governo israeliano ha approvato la proposta di registrare grandi aree nella Cisgiordania come “proprietà dello Stato”.

I palestinesi avvertono che le azioni israeliane spianano la strada per una annessione formale della Cisgiordania occupata che secondo loro porrebbe fine alla prospettiva di uno Stato palestinese come previsto nelle risoluzioni ONU.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




“Un chiaro atto di annessione”: il nuovo piano di Israele di dichiarare le terre palestinesi in Cisgiordania proprietà statale

Matan Golan

16 febbraio 2026 Haaretz

È la prima volta che un ente governativo israeliano decide di regolamentare la proprietà terriera in Cisgiordania. Secondo il nuovo piano del governo, se i palestinesi non riusciranno a dimostrare la proprietà dei loro terreni nell’Area C della Cisgiordania, sotto il controllo israeliano, questi verranno registrati come proprietà statale.

Con una decisione presa domenica dal governo, Israele prevede di incorporare il 15% del territorio nell’Area C della Cisgiordania, sotto il controllo israeliano [in base agli accordi di Oslo del 1993, ma solo provvisoriamente, ndt.], entro i prossimi cinque anni.

Domenica il governo israeliano ha stanziato 244 milioni di shekel (66,7 milioni di euro) per la procedura, che attribuirà ai palestinesi l’onere di dimostrare la proprietà. Se gli abitanti non riusciranno a dimostrare di possedere il terreno, questo verrà registrato come proprietà statale.

Gli esperti ritengono che la misura comporterà l’espropriazione delle terre di molti palestinesi, poiché avranno difficoltà a dimostrarne la proprietà. In base alla risoluzione, il governo ha incaricato i ministri e il comandante del Comando Centrale delle IDF di autorizzare il Ministero della Giustizia ad attuare la misura.

Questa è la prima volta che un ente governativo israeliano si propone di regolamentare la proprietà terriera in Cisgiordania.

La risoluzione è stata adottata dopo che nel maggio 2025 il governo aveva ordinato, per la prima volta da quando Israele l’ha occupata nel 1967, di avviare la regolamentazione della proprietà terriera in Cisgiordania. L’accordo prevede che i diritti di proprietà terriera nell’Area C saranno registrati in modo permanente nel Catasto israeliano.

Area C della Cisgiordania.

L’agenzia autorizzata a implementare la misura è una speciale “autorità di regolamentazione”, che sarà istituita presso l’Autorità per la Registrazione e la Regolamentazione dei Diritti Fondiari del Ministero della Giustizia.

L’Ufficio di Stato di Israele presso il Ministero dell’Edilizia Abitativa e delle Costruzioni sarà responsabile della mappatura e della suddivisione dei terreni per la registrazione.

La regolamentazione fondiaria si riferisce alla registrazione dei diritti di proprietà nel Catasto dopo la mappatura e la definizione delle rivendicazioni di proprietà. La proprietà registrata nel Catasto è definitiva e difficilmente impugnabile. In base a questa procedura, qualsiasi terreno per il quale non vi sia alcuna rivendicazione di proprietà viene trasferito allo Stato.

La registrazione dei terreni in Cisgiordania è iniziata durante il Mandato britannico [dal 1920 al 1948, ndt.] e la dominazione giordana [dal 1948 al 1967, ndt.], ma solo il 34% è stato completato. Israele ha sospeso il processo per ordine militare dopo l’occupazione della Cisgiordania.

Nella risoluzione approvata domenica il governo israeliano ha sostenuto che la misura è stata adottata in risposta ai tentativi dell’Autorità Nazionale Palestinese di registrare i terreni nell’Area C in violazione degli accordi firmati.

“L’Autorità Nazionale Palestinese gestisce il proprio insediamento territoriale per quanto riguarda tutta la Giudea e la Samaria[Il modo israeliano di chiamare la Cisgiordania,ndt], e ha persino istituito un’agenzia speciale indipendente incaricata di registrare i terreni, sebbene questo processo non rientri nella sua giurisdizione per quanto riguarda l’Area C”, si legge nella nota esplicativa della risoluzione.

Gli esperti hanno dichiarato ad Haaretz che la registrazione da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese non ha alcun significato pratico, poiché il Catasto è sotto il controllo israeliano.

Il mese scorso l’Alta Corte di Giustizia ha respinto un ricorso contro la risoluzione del governo approvata a maggio, affermando che era improbabile che provocasse a breve “azioni che determinino ‘fatti sul campo’ o causino danni irreversibili”.

La petizione, presentata da Yesh Din – Volontari per i Diritti Umani, Bimkom – Agenda per i Diritti Urbanistici, l’Associazione per i Diritti Civili in Israele e HaMoked – Centro per la Difesa dell’Individuo, sosteneva che la risoluzione del governo fosse un chiaro atto di annessione che viola gli impegni di Israele nei confronti del diritto internazionale.

“La risoluzione del governo ribalta una politica messa in atto da sessant’anni, con la convinzione che regolamentare la gestione del territorio sotto occupazione [israeliana] significhi violare i diritti dei palestinesi”, ha dichiarato ad Haaretz l’avvocato Michael Sfard, esperto di diritto internazionale e legislazione di guerra.

Se la risoluzione venisse applicata, ha affermato Sfard, i diritti dei palestinesi sulla loro terra in tutta la Cisgiordania potrebbero essere violati.

“La risoluzione, che sottrae la gestione del territorio all’esercito e la cede a un ente governativo israeliano, è un’espressione di sovranità e quindi di annessione israeliana”, ha affermato Sfard.

“Stabilisce anche la supremazia politica ebraica. Non sono riusciti a ottenere una vittoria totale a Gaza e ora stanno cercando di mettere in atto una totale espropriazione in Cisgiordania.”

L’architetto Alon Cohen Lifshitz di Bimkom [associazione israeliana di architetti e urbanisti per i diritti umani, ndt.] ha dichiarato: “Nonostante il processo di registrazione palestinese dell’Area C sia privo di senso, il governo lo sta usando come argomento peraltro infondato per giustificare la revisione della regolamentazione fondiaria con una modalità che viola il diritto internazionale”.

“I palestinesi non possono procedere con quella registrazione, che è in pratica inutile. Ma, secondo il governo, tale processo minaccia il crescente controllo di Israele sulla Cisgiordania”.

La dott.ssa Michal Breyer della ONG Bimkom sostiene che la risoluzione fa parte dell’attuale strategia del governo per annettere vaste aree della Cisgiordania.

Afferma che esiste un ampio consenso, incluso un parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia, sul fatto che le procedure di regolamentazione fondiaria siano un chiaro esercizio di autorità sovrana e pertanto ai sensi del diritto internazionale siano vietate ad una potenza occupante.

“Lo Stato ha sostenuto che, nell’ambito della regolamentazione fondiaria in Cisgiordania, si possa dichiarare la proprietà statale”, ha affermato. “Questo rivela il vero intento del provvedimento: il continuo saccheggio delle terre palestinesi e l’espansione dell’attività di insediamento coloniale”.

La principale implicazione della risoluzione del governo è “l’espropriazione massiccia dei palestinesi dalla maggior parte delle loro terre nell’Area C e la dichiarazione [delle terre] come proprietà statale”, ha affermato Peace Now in una nota.

“Il processo di regolamentazione richiederà ai proprietari terrieri di dimostrare i propri diritti di proprietà in modo per loro quasi impossibile, e finché non saranno in grado di dimostrare la proprietà, la terra sarà automaticamente registrata come proprietà statale”, ha aggiunto la ONG.

“La registrazione fondiaria è un chiaro atto di sovranità, ed è vietata ad uno Stato occupante ai sensi del diritto internazionale”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Durante una sparatoria in Cisgiordania forze dell’Autorità Palestinese hanno ucciso una bambina e un adolescente

Mera Aladam

16 febbraio 2026 – Middle East Eye

Un poliziotto ha ucciso due fratelli cercando di arrestare il loro padre ricercato dall’esercito israeliano.

Domenica forze dell’Autorità Palestinese hanno sparato e ucciso una bambina di tre anni e il suo fratello adolescente nella città di Tubas, nella Cisgiordania occupata.

Secondo media locali forze di sicurezza palestinesi hanno aperto il fuoco contro l’auto di Samer Samara, che pare fosse ricercato dall’esercito israeliano, mentre stava viaggiando con sua moglie e i figli. Suo figlio, il sedicenne Yazan, è rimasto ucciso sul colpo. La figlia di tre anni, Ronza, è deceduta in seguito per le gravissime ferite alla testa.

Samara è stato ferito alle gambe e in seguito arrestato dalle forze dell’AP. Le sue attuali condizioni rimangono sconosciute.

In seguito alle uccisioni sono scoppiate proteste contro l’ANP fuori dall’ospedale turco, che si trova nella città. Il Comitato delle Famiglie dei Detenuti Politici, che rappresenta le famiglie di palestinesi arbitrariamente detenuti dall’ANP, ha condannato gli omicidi, affermando che il “grave crimine” è parte di una politica sistematica indirizzata contro palestinesi ricercati da Israele, anche al prezzo di “versare sangue palestinese”.

Il Comitato ha affermato che le uccisioni segnano una “pericolosa deviazione”, accusando i servizi di sicurezza dell’ANP di rivolgere le proprie armi contro il loro stesso popolo invece di proteggerlo.

In un comunicato anche Hamas ha condannato l’incidente, affermando che l’attacco contro Samara e l’uccisione dei suoi figli “rappresenta una nuova macchia nera” sulle forze dell’ANP, che accusa di opprimere i palestinesi invece di garantirne la sicurezza.

Il movimento ha affermato che l’attacco riflette “pericolose politiche repressive” perseguite dall’ANP, in particolare in un momento che descrive come [caratterizzato da] una violenza israeliana senza precedenti in Cisgiordania. “Mettiamo in guardia dalle ripercussioni del fatto di continuare con questo pericoloso approccio al tessuto nazionale e consideriamo la dirigenza dell’Autorità Palestinese pienamente responsabile delle conseguenze di questi crimini,” ha aggiunto Hamas. “Il sangue del nostro popolo è una responsabilità di tutti noi e versarlo non può essere accettato per nessuna ragione.”

Ahmed Asaad, governatore di Tubas, ha descritto l’incidente come “sfortunato” e ha affermato che deve essere aperta un’inchiesta.

In seguito alla sparatoria l’ANP avrebbe inviato rinforzi supplementari di sicurezza nell’area. Anwar Rajab, portavoce delle forze di sicurezza dell’ANP, ha affermato che “mentre il sistema di sicurezza esprime il suo profondo rammarico per le vittime durante la missione, conferma che le circostanze dell’incidente sono ancora sotto indagine attenta e accurata.”

L’ANP affronta critiche

L’ANP deve affrontare crescenti critiche a causa del coordinamento per la sicurezza con Israele.

A dicembre un’organizzazione di base palestinese ha avvertito che le recenti decisioni politiche e amministrative dell’ANP rischiano di approfondire le divisioni interne in un momento che descrive come “una sfida esistenziale” che i palestinesi devono affrontare a Gaza, nella Cisgiordania occupata e nella diaspora.

“La dirigenza ufficiale (dell’ANP), sotto la pressione di Israele e dall’estero, continua a emanare decreti, misure e decisioni che contraddicono chiaramente la volontà popolare, sono prive di ogni consenso nazionale o popolare e approfondiscono ulteriormente le divisioni all’interno del campo palestinese,” ha affermato il forum.

L’associazione ha anche manifestato preoccupazione per la sospensione, all’inizio dell’anno, dei pagamenti alle famiglie di “martiri, palestinesi feriti e incarcerati” da parte dell’ANP.

Afferma che i pagamenti non erano misure di welfare discrezionali ma “un dovere nazionale, morale e popolare” radicato nella legge palestinese e un obbligo collettivo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un nuovo muro di separazione israeliano taglierà fuori la Valle del Giordano dal resto della Cisgiordania

Oren Ziv

16 febbraio 2026 – +972 magazine

L’esercito sta emanando ordini di evacuazione ed espropriando terreni per preparare una barriera enorme, parte di un più complessivo progetto di annessione del “granaio” della Palestina.

Questa montagna è l’unico posto in cui posso respirare, l’unico in cui posso pascolare,” dice Tawfiq Bani Odeh, un abitante del villaggio palestinese di Atuf, che ogni giorno va sul monte Tammun con il suo gregge di centinaia di pecore.

Nell’Area C della Cisgiordania occupata, che Israele sta rapidamente svuotando dei suoi abitanti palestinesi, rimangono pochi posti come il monte Tammun: circa 50.000 dunam (5.000 ettari) di terra aperta, in altura e verde in cui i palestinesi, soprattutto pastori, possono vagare liberamente senza soprusi da parte di coloni e soldati israeliani.

Tuttavia ora Israele sta minacciando di chiudere l’area, espellere le sue comunità palestinesi ed annetterla di fatto.

Sulla montagna che sovrasta la cittadina palestinese di Tammun sono in corso progetti per fondarvi una nuova colonia israeliana, una delle 19 annunciate lo scorso anno dal ministro delle Finanze Bazalel Smotrich. Il piano include la ricostruzione di Ganim e Kadim, due delle quattro colonie nel nord della Cisgiordania che sono state smantellate durante il cosiddetto “disimpegno” israeliano da Gaza nel 2005.

Il destino di quest’area è stato ulteriormente deciso l’agosto scorso, quando il maggior generale Avi Bluth, capo del comando centrale dell’esercito israeliano, ha firmato nove ordini di “esproprio di terre” per la costruzione di una nuova barriera che attraverserà proprio il monte Tammun.

Gli ordini riguardano un’area che va dal posto di blocco di Tayasir a quello di Hamra, per quella che sarà alla fine una barriera di oltre 480 chilometri che si estenderà dalle Alture del Golan occupate al Mar Rosso, con un costo di 5,5 miliardi di shekel (circa 1,3 miliardi di euro).

Una mappa dell’area intorno al Monte Tammun nella parte settentrionale della Valle del Giordano, con la linea rossa che indica il percorso della barriera prevista e la linea blu che indica la strada di accesso all’insediamento previsto. (Per gentile concessione di Kerem Navot)

L’obiettivo dichiarato del progetto, noto come “Filo Cremisi”, è impedire il contrabbando di armi ai confini orientali della Cisgiordania con la Giordania e contrastare il terrorismo. “Questo progetto si basa su una evidente necessità di sicurezza, per conformare il territorio e controllare e monitorare la circolazione di veicoli tra il confine orientale e la valle, i cinque villaggi (Tubas, Tammun, Far’a, Tayasir e Aqaba) e la Giudea e la Samaria [cioè la Cisgiordania, ndt.],” ha detto un portavoce dell’esercito israeliano a +972 rispondendo a una domanda.

I territori della zona del monte Tammun sono, nella loro stragrande maggioranza, terre dello Stato,” ha continuato il portavoce, aggiungendo che gli ordini di esproprio “sono stati firmati attraverso una corretta procedura giudiziaria e consegnati in modo legale,” e che “gli ordini di demolizione sono stati emanati a quanti nella zona non si comportano in base alla legge.”

Ma secondo Dror Etkes, che guida l’osservatorio Kerem Navot [associazione israeliana, ndt.] che monitora le politiche territoriali israeliane e le attività di colonizzazione in Cisgiordania, in quest’area solo circa 3.500 dunam di territorio sono stati dichiarati terre statali. “La maggior parte della zone in cui i palestinesi non potranno assolutamente entrare, o solo con molte difficoltà, non è stata dichiarata terra dello Stato,” afferma, “e in gran parte si trova nell’Area B”, che è virtualmente sotto il controllo civile dell’Autorità Palestinese.

In pratica, secondo un ricorso presentato da varie amministrazioni locali e da oltre 100 abitanti all’Alta Corte israeliana, la barriera taglierà fuori la Valle del Giordano dal resto della Cisgiordania, i palestinesi da circa 50.000 dunam della loro terra (dei quali 777 dunam saranno espropriati e demoliti per la costruzione), impedirà a circa 900 abitanti a est della barriera di ricevere servizi municipali, compresi ambulatori medici, scuole e opportunità di lavoro, e obbligherà varie comunità ad andarsene. Alcune di queste hanno già ricevuto ordini di evacuazione. Altre sono già andate via.

Una prigione circondata da ogni lato”

Gli effetti sui contadini saranno particolarmente catastrofici. La Valle del Giordano è soprannominata “il granaio della Cisgiordania” a causa dell’uso estensivo della zona per l’agricoltura e l’allevamento. Il ricorso afferma che il danno diretto della barriera stimato per le comunità locali sarà di “circa 170 milioni di euro all’anno.”

Nel ricorso gli abitanti chiedono anche di sapere perché lo Stato non proponga un’alternativa “meno dannosa” della barriera. Sostengono che l’esercito non ha pubblicato gli ordini di esproprio “subito dopo che sono stati firmati” ad agosto: fino a novembre lo Stato li ha tenuti segreti, il che significa che quelli che vengono danneggiati non avevano idea che il governo intendesse prendersi la loro terra.

Il piano include la costruzione di una strada asfaltata per il pattugliamento adiacente alla barriera, oltre ai fossati e agli sbancamenti di terra nelle zone in cui l’esercito lo ritiene necessario. In parallelo Israele sta anche spostando il checkpoint di Hamra, che usualmente si trova agli incroci principali che uniscono la Valle del Giordano al resto della Cisgiordania, in un’area più vicina al villaggio di Ain Shibli, a est di Nablus, deviando il traffico palestinese in modo che non interferisca con i coloni israeliani che viaggiano lungo la Allon Road [importante strada che corre da nord a sud lungo il confine con la Giordania, ndt.]

Lo spostamento concederà inoltre alla Moshe’s Farm [Fattoria di Moshe], un avamposto sanzionato a livello internazionale, il controllo su altra terra dopo che, in seguito al 7 ottobre, esso ha già espulso famiglie palestinesi dalla zona. Una volta che la barriera verrà costruita, la Moshe’s Farm sarà collegata attraverso la strada di pattugliamento con Tzvi HaOfarim, un altro avamposto violento creato lo scorso anno nei pressi della parte più settentrionale della barriera.

Lo scopo della barriera è consentire ai coloni più aggressivi di spostarsi rapidamente nella zona est delle cittadine di Tammun e Tubas,” spiega Atkes. Così facendo, afferma, Israele consentirà a questi coloni di “prendere il controllo di decine di migliaia di dunam che rimarranno intrappolati a est della barriera prevista.”

Come nota Etkes, le poche comunità palestinesi che restano in quello che diventerà il lato “israeliano” della barriera, quelle che finora hanno resistito all’acuirsi della violenza dei coloni che ha già svuotato buona parte della zona, saranno in buona misura tagliate fuori dal resto della Cisgiordania. L’accesso alle città e cittadine palestinesi a ovest della Valle del Giordano sarà possibile solo attraverso i posti di controllo di Hamra e Tayasir, dove ci saranno attese di ore, invece che a piedi, come è stato finora.

Il muro circonderà la comunità di pastori di  Khirbet Yarza con un recinto, il che comporterà che gli abitanti potranno solo entrare ed uscire dal loro villaggio attraverso un cancello controllato dall’esercito israeliano. La conseguenza, come la descrive il ricorso degli abitanti, sarà “una prigione circondata da ogni lato.”

Dalla costruzione di una strada all’espulsione

A mezz’ora di macchina dal monte Tammun lungo la ventosa strada sterrata tra Khirbet Atuf e Tammun si arriva a Yarza, una piccola comunità palestinese di sei complessi abitativi che ospita qualche decina di abitanti. Si possono vedere a una certa distanza il posto di blocco di Tayasir e l’avamposto di Tzvi HaOfarim, che i coloni hanno creato lì vicino.

Questa è una comunità storica che esiste da migliaia di anni, e noi vi abbiamo vissuto da centinaia di anni,” dice a +972 Hafez Mas’ad, di 52 anni. “Io vivo qui, e così hanno fatto mio padre e mio nonno. Ora i coloni e l’esercito arrivano e ci dicono ‘andate via da Yarza, questa è una zona militare’. Questa è la nostra terra,” continua. “Noi siamo nati qui e questa [terra] è stata registrata a nostro nome da molti anni. Dove andremo, sulla luna? Non abbiamo un altro posto.”

Non sappiamo come ci potremo muovere per fare la spesa, per andare a scuola o in caso di emergenza quando ci sarà un cancello,” aggiunge Khaled Daraghmeh, un abitante sessantenne.

Il 15 gennaio l’esercito ha iniziato a lavorare a una strada sul versante occidentale del monte Tammun nei pressi della barriera prevista. Secondo l’esercito i lavori vengono effettuati in conformità con un nuovo ordine di esproprio (non uno dei nove originari di Bluth) e questa strada è diventata la via di accesso per la nuova colonia che si prevede di costruire lì.

Dieci giorni dopo l’Alta Corte [israeliana] ha emanato un ordine provvisorio che proibisce che lo Stato “compia qualunque azione irreversibile per l’attuazione degli ordini (di esproprio)” finché il 25 febbraio non risponderà alla richiesta di provvedimento cautelare. Gli abitanti raccontano che ciononostante i lavori sulla strada continuano. (Un portavoce dell’esercito ha chiarito che l’ingiunzione della Corte “non si applica agli urgenti lavori riguardanti la sicurezza che l’IDF sta realizzando in questa zona.”). 

L’asfaltatura della strada è stata accompagnata dall’espulsione di comunità beduine che si trovavano nei pressi,” dice a +972 Bilal Ghrayeb, un abitante di Tammun. “La mossa intende minacciare la sopravvivenza dei contadini impedendo loro l’accesso ai pascoli, tagliando le sorgenti di acqua e interrompendo le strade agricole utilizzate per trasportare il foraggio.”

Varie comunità di pastori della zona nei pressi del villaggio di Atuf sono già state gravemente colpite dalla costruzione.“ Sin da quando (le autorità israeliane) hanno iniziato a lavorare qui per il muro hanno minacciato di cacciarci,” racconta a +972 Abdel Karim Bani Odeh. “Ora ci stanno impedendo di pascolare sulla montagna.

L’esercito arriva due o tre volte al giorno per impedirci di uscire al pascolo, emanando ordini e dicendoci di andarcene. Questa terra è registrata, ci sono documenti (che lo dimostrano), ma loro dicono ‘La terra non è vostra, andate a Tammun.”

Vicino al complesso abitativo delle famiglie di questa zona ci sono campi agricoli e serre che si prevede verranno attraversati dalla barriera. La costruzione della strada, di cui gli abitanti non sono stati precedentemente informati, ha già danneggiato una conduttura che portava acqua a varie piccole comunità palestinesi. “Non ce l’hanno detto direttamente,” spiega Odeh, “ma lo abbiamo saputo dai notiziari che ci vogliono costruire una colonia.”

Ti trasformano in un colono sulla tua stessa terra”

Il 9 febbraio l’esercito ha demolito varie case a Al-Meite, una piccola comunità nei pressi del posto di blocco di Tayasir, che si trova sul lato orientale della barriera prevista. Il giorno seguente vari coloni sono arrivati sul posto con una mandria di mucche, sono entrati nella tenda improvvisata allestita da una famiglia la cui casa era stata demolita il giorno precedente e hanno distrutto le loro provviste di cibo.

Ho il permesso di pascolare qui,” ha detto agli attivisti uno dei coloni presenti sul posto. “Non ho bisogno di mostrare i documenti, chiedi al consiglio locale [dei coloni, ndt.]. Quella sera la famiglia aggredita è scappata. Durante il fine settimana una struttura adiacente è stata incendiata.

Dal 7 ottobre le autorità israeliane e i coloni hanno intensificato i tentativi di espellere le comunità palestinesi dalla Valle del Giordano. Demolizioni di case, blocchi stradali e avamposti dei coloni hanno completamente cancellato almeno sei comunità di questa zona.

Non abbiamo il permesso di andare oltre i 200 metri da casa per pascolare, “dice Najia Basharat, un’abitante di Khallet Makhul, una comunità da cui sono scappate varie famiglie a causa dell’attività dei coloni ( anche diverse case della comunità furono demolite dall’esercito israeliano più di dieci anni fa). “I coloni maltrattano i bambini e disturbano chiunque stia pascolando [i propri animali],” continua Basharat.

Questa settimana Basharat, suo marito Yusuf e uno dei loro figli sono stati arrestati dopo che un colono del vicino avamposto ha affermato che stavano pascolando in una zona di tiro e che avevano lanciato pietre. A gennaio due uomini della comunità sono stati arrestati e hanno passato cinque giorni agli arresti dopo che i coloni sono entrati nel terreno agricolo della comunità e gli hanno spruzzato addosso un liquido urticante.

Dall’inizio dell’anno i coloni hanno fondato un nuovo avamposto nei pressi di Al-Hadidiya, un’altra piccola comunità di pastori della zona. I coloni hanno ridotto le aree di pascolo del villaggio, piantato bandiere israeliane attorno alla comunità ed eretto un recinto per i propri animali nei pressi delle case dei palestinesi.

Creano un sacco di problemi,” dice Aref Basharat, il cui padre ha la casa nella comunità. “I coloni arrivano e dicono: ‘Perché siete qui? Questa è una zona israeliana. Andatevene.’ Da quando è stato fondato l’avamposto varie famiglie se ne sono andate.

Una storia simile è accaduta agli abitanti di Yarza dal momento in cui i coloni hanno costruito l’avamposto di Tzvi HaOfarim. “Mio nonno e il mio bisnonno hanno vissuto qui,” si lamenta Daraghmeh. “Sono cresciuto qui, sono andato a scuola qui, ho pascolato le nostre pecore qui, piantato e raccolto qui, mi sono sposato e avuto figli qui. Ora sono arrivati i coloni e la vita è diventata molto dura.”

Mentre i coloni possono entrare a Yarza quasi tutti i giorni, gli attivisti hanno difficoltà ad accedervi. A metà gennaio, quando due attivisti israeliani e un giornalista americano hanno tentato di entrare nel villaggio dal lato della Valle del Giordano, i coloni li hanno bloccati con una mandria di mucche e lanciato una pietra contro la loro macchina. I coloni hanno seguito l’auto all’interno della comunità e li hanno aggrediti fisicamente. Alla fine l’esercito è arrivato per scortare gli attivisti [fuori dal villaggio].

Un altro abitante, che vuole rimanere anonimo, ha sintetizzato quanto sperimentato dal villaggio nelle ultime settimane: “Trasformano te in un colono sulla tua stessa terra e i coloni in abitanti.”

Oren Ziv è un fotogiornalista, inviato di Local Call [la versione in ebraico di +972 Magazine, ndt.] e membro fondatore del collettivo di fotografi Activestills.

[traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi]




Gli Epstein file: perché i mizrahim israeliani devono affrontare una battaglia esistenziale

Orly Noy

14 febbraio 2026 – Middle East Eye

I timori espressi da Ehud Barak riguardo a una maggioranza araba” dovrebbero allarmare non solo i palestinesi, ma anche gli ebrei che egli considera inferiori.

Alla luce dei legami di lunga data dell’ex primo ministro israeliano Ehud Barak con il trafficante di minori a fini sessuali Jeffrey Epstein – legami che sono continuati anche dopo la condanna penale di quest’ultimo – nessuno si aspettava che le registrazioni di Barak rivelate come parte dei file Epstein si concentrassero su argomenti virtuosi, come l’eliminazione della discriminazione contro le donne o la schiavitù dei bambini.

Eppure nessuno aveva previsto che ciò che sarebbe emerso da quelle registrazioni sarebbe sembrato quasi un programma di ingegneria razziale in Israele.

In una registrazione audio di oltre tre ore, che si ritiene risalga alla metà degli anni 2010, Barak esprime profonde perplessità sul futuro demografico di Israele, mettendo in guardia da uno Stato binazionale e, in ultima analisi, da uno Stato con una maggioranza araba”.

La prospettiva di una maggioranza araba, o solo dell’esistenza di Israele all’interno di una regione prevalentemente araba, sembra suscitare nel navigato politico laburista qualcosa che va oltre l’ansia, provocando disprezzo e repulsione.

Ma in realtà ciò non è così sorprendente. È stato proprio Barak a coniare l’espressione una villa nella giungla” per descrivere la posizione di Israele in Medio Oriente, utilizzandola in un discorso del 1996 quando era ministro degli Esteri.

È facile intuire cosa pensi Barak della regione. E, se il Medio Oriente è una giungla, allora è chiaro che non solo i suoi abitanti non ebrei, ma anche molti dei suoi comuni cittadini ebrei possono essere considerati inferiori rispetto ai proprietari della villa.

Le osservazioni di Barak nella registrazione di Epstein sono la sintesi di questa visione del mondo. Egli sostiene che i fondatori e i primi leader di Israele, ebrei ashkenaziti di origine europea, furono obbligati ad accogliere gli ebrei dei paesi arabi per salvarli”.

Ma ora, dice, è possibile essere selettivi e controllare la qualità in modo molto più efficace, molto più di quanto abbiano fatto i padri fondatori di Israele”. A tal fine, propone di privare l’establishment ortodosso del suo monopolio sulla conversione e di consentire conversioni di massa delle popolazioni giuste”. In altre parole, per le popolazioni bianche.

Equilibrio demografico

Come, secondo lui, ciò dovrebbe essere attuato nella pratica? Molto semplicemente: assorbendo un altro milione di russi, che altererebbero in modo permanente l’equilibrio demografico di Israele. Negli anni ’90, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, circa un milione di immigrati provenienti dal blocco si sono trasferiti in Israele.

Il vantaggio, secondo l’amico del trafficante di minori a scopo sessuale, è che tra quel milione ci sarebbero molte ragazze giovani e belle”.

Ascoltando questa conversazione è difficile non ricordare le scuse pubbliche pronunciate da Barak nel 1997, a nome del Partito Laburista, ai figli delle comunità mizrahi – ebrei immigrati in Israele dai paesi del Medio Oriente – per i torti subiti nei primi anni di vita dello Stato.

A quanto pare Barak crede che, in fondo, quelli che hanno subito un torto sono stati proprio i fondatori dello Stato, costretti ad accogliere tutti gli ebrei provenienti dalla giungla” circostante.

Ma Barak commette un doppio errore. Innanzitutto, invece di aver rappresentato una risposta al deterioramento della situazione degli ebrei mizrahi nei loro Paesi d’origine, Israele è stato piuttosto l’agente che ha accelerato tale deterioramento.

In secondo luogo, i fondatori di Israele e i predecessori ideologici di Barak non hanno esattamente accolto a braccia aperte gli ebrei provenienti dai Paesi arabi e musulmani. Alcuni immigrati mizrahi sono stati sottoposti a test selettivi prima di essere ritenuti degni di accoglienza.

L’iconico poeta israeliano Natan Alterman ha scritto di questo in La fuga dell’immigrato Danino”, che racconta la storia di un uomo emigrato dal Marocco in Israele poco dopo la fondazione dello Stato e costretto a correre durante una visita medica per determinare se fosse fisicamente idoneo ad entrare nel Paese; forse Barak conosce questa storia grazie alla struggente interpretazione di Habrera Hativeet [gruppo musicale israeliano specializzato in musica etnica, ndt.].

Razzismo ripugnante”

Ma non meno offensiva dei commenti sprezzanti di Barak è stata la gioia con cui esponenti della destra israeliana si sono avventati su questa registrazione, come se avessero trovato un grande tesoro.

Canale 14 [rete radiotelevisiva israeliana di estrema destra, ndt.] si è affrettato a trasmetterla con il titolo Razzismo ripugnante: larchivio Epstein rivela le registrazioni scioccanti di Ehud Barak”.

Barak è stato anche attaccato dai membri dello Shas, il partito ultraortodosso che è un pilastro fondamentale della coalizione del primo ministro Benjamin Netanyahu e che sostiene di parlare a nome di molti ebrei mizrahi. In un discorso furioso il membro dello Shas alla Knesset Yakov Margi ha definito Barak un razzista spregevole”.

Il leader dello Shas Aryeh Deri ha utilizzato la registrazione per denunciare i Kaplanisti” (manifestanti antigovernativi di sinistra) [dal nome della via in cui si svolgono le proteste, ndt.] e per ingraziarsi Netanyahu, il tutto in un unico tweet.

Ehud Barak, capo della tribù dei Kaplanistie dell’élite di sinistra, ha rivelato il suo piano razzista per cambiare la demografia di Israele”, ha scritto Deri. Se Netanyahu avesse pronunciato queste osservazioni razziste sugli ebrei di origine mediorientale avrebbe fatto notizia su tutti i telegiornali”.

Alcuni potrebbero vedere questo come un’indignazione selettiva da parte di Deri. Nel 2020 è rimasto in silenzio quando è stata pubblicata una registrazione del fidato consigliere di Netanyahu, Natan Eshel, che faceva osservazioni ampiamente condannate come razziste e discriminatorie nei confronti degli ebrei mizrahi.

Né ha parlato nel 2016 dopo che la moglie del primo ministro, Sara Netanyahu, è stata citata in giudizio, e condannata, da un ex domestico che l’aveva accusata di aver fatto commenti denigratori sulle sue origini marocchine.

Deri è rimasto nuovamente in silenzio nel 2017 dopo che Netanyahu ha risposto alle critiche del suo allora ministro delle Finanze, di origini libiche, suggerendo che il suo gene mizrahi aveva dato i numeri”. Il commento è stato ampiamente denunciato come razzista e Netanyahu è stato costretto a scusarsi.

Difendere la villa”

In realtà, da quando Barak ha coniato questa espressione, il leader israeliano che ha abbracciato con più entusiasmo la metafora della villa nella giungla” è stato proprio Netanyahu.

Durante una visita al confine giordano nel 2016 Netanyahu ha illustrato il suo progetto di una barriera di separazione dichiarando: Mi diranno: è questo che vuoi fare, difendere la villa? … La risposta è: sì, senza alcun dubbio. Nel contesto in cui viviamo, dobbiamo difenderci dalle bestie selvagge”.

Nonostante le differenze tra Netanyahu e Barak, essi condividono qualcosa di molto più profondo: un forte disprezzo sia per il territorio arabo in cui Israele si trova sia per molte delle persone che vi abitano.

Per Barak e coloro che condividono la sua politica il disgusto nei confronti dei mizrahim, che considerano inferiori, ha portato alla loro esclusione dai centri di potere e ricchezza. Al contrario, Netanyahu e i suoi alleati hanno coltivato con entusiasmo quella stessa immagine di inferiorità, violenza e barbarie per sfruttarla a proprio vantaggio.

In ultima analisi, i mizrahim sono rimasti popolo della giungla” agli occhi di entrambi gli schieramenti. Se la popolazione mizrahi in Israele apprezza la vita – la vita nel senso di un’esistenza umana significativa – allora deve interiorizzare definitivamente questa realtà.

Ciò è particolarmente urgente poiché la destra messianica, razzista e kahanista [seguagi del suprematismo ebraico del rabbino Kahane, ndt.] sta trascinando Israele nel baratro del fascismo, cercando al contempo di garantire che i mizrahim diventino il volto violento di quel fascismo.

Netanyahu e i suoi alleati inquadrano questo cambio di regime nel linguaggio pulito e asettico della legge e della giurisprudenza, sapendo bene che attivisti politici come Yoav Eliasi (meglio conosciuto come L’Ombra”) e Mordechai David metteranno a loro disposizione le loro risorse mizrahi”, conferendo a queste mosse la patina populista di cui hanno bisogno.

Un momento cruciale

Il fatto che segmenti così vasti del pubblico mizrahi in Israele si siano arruolati con tanto entusiasmo in un progetto volto a fortificare le mura di quella stessa villa nella giungla” all’interno della quale essi stessi saranno confinati in modo permanente in una posizione di inferiorità è una tragedia così profonda da provocare sia dolore che rabbia.

Coloro che hanno insegnato ai giovani mizrahim a gridare morte agli arabi”, per non parlare dell’uccisione degli arabi come atto patriottico, nutrono un profondo disprezzo per i loro antenati, che vivevano come nativi nel territorio arabo e che avrebbero reagito con orrore a tali grida di odio.

E chi saranno i sicari del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir [dell’estrema destra kahanista, ndt.] una volta approvata la sua legge sulla pena di morte contro i terroristi” palestinesi, se non proprio quei giovani mizrahi?

Fortificare le mura di una villa immaginaria non è – e non potrebbe mai essere – nell’interesse dei mizrahim.

Non c’è un solo punto dello spettro sionista che non sminuisca la nostra identità di discendenti di questa regione. I pionieri della lotta dei mizrahi, come le Pantere Nere israeliane [movimento di protesta composto da ebrei immigrati dai Paesi del Medio Oriente e del Maghreb, ndt.] e i ribelli di Wadi Salib [quartiere di Hebron che vide nel 1959 la sollevazione dei suoi abitanti, ebrei originari del Marocco, ndt.] lo hanno capito quasi intuitivamente.

Il nostro interesse era, e rimane, un’alleanza con i nostri fratelli e sorelle palestinesi nella lotta per abbattere le mura della struttura coloniale, a favore di uno spazio civico in cui la nostra identità non sia calpestata, umiliata e sfruttata a vantaggio di coloro che disprezzano la nostra stessa esistenza.

Da quando è iniziato il genocidio a Gaza il sionismo è passato da una fase grottesca a una cannibalistica. Il ruolo che assegna ai mizrahim in questa fase è la cosa più terribile che abbiamo mai vissuto.

È il momento di prestare nuova attenzione alle registrazioni di Barak, alle vanterie di Netanyahu, al cappio appuntato sul bavero di Ben Gvir e di decidere. Potrebbe non esserci più un altro momento simile.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Orly Noy è presidentessa di B’Tselem – Centro israeliano di informazione per i diritti umani nei territori occupati.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Gli Stati Uniti sostengono di opporsi all’annessione mentre le mosse israeliane la fanno di fatto avanzare

Redazione di Palestine Chronicle

10 febbraio 2026 The Palestine Chronicle

Snodi cruciali

– La Casa Bianca ha dichiarato che il presidente Donald Trump ribadisce la sua opposizione all’annessione israeliana della Cisgiordania

– Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha assaltato la città di Ni’lin a seguito delle misure governative che ampliano l’autorità israeliana sul territorio

– Le autorità israeliane hanno aumentato i poteri di controllo nelle Aree A e B e ampliato le politiche sulla proprietà terriera e le colonie

– Le forze militari israeliane hanno ordinato alle famiglie palestinesi vicino a Jenin di evacuare le case in vista del ritorno di militari in un ex campo

– Coloni ebrei israeliani illegali hanno bloccato una delegazione diplomatica russa in visita a Salfit per documentare la violenza dei coloni

Posizione degli Stati Uniti e contesto diplomatico

La Casa Bianca ha dichiarato che il presidente Donald Trump ha ribadito la sua opposizione all’annessione israeliana della Cisgiordania occupata, sottolineando che l’obiettivo dell’amministrazione rimane il perseguimento della pace nella regione, secondo quanto ha riferito lunedì l’agenzia di stampa Reuters.

“Una Cisgiordania stabile mantiene Israele sicuro ed è in linea con l’obiettivo di questa amministrazione di raggiungere la pace nella regione”, ha affermato un funzionario della Casa Bianca citato da Reuters.

La dichiarazione è arrivata mentre le tensioni si intensificavano a seguito di decisioni israeliane, largamente considerate come un’annessione sempre più rapida, che hanno attirato una crescente attenzione internazionale.

L’incursione di Smotrich

Tuttavia sul campo il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha preso d’assalto la città di Ni’lin, a seguito dell’approvazione da parte di Israele di misure che ne ampliano l’autorità in tutta la Cisgiordania occupata, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Anadolu [di proprietà del governo della Turchia, ndt.]

Smotrich ha descritto l’iniziativa come parte del tentativo di “ripristinare il controllo”, comprese azioni di repressione all’interno delle Aree A e B già amministrate dall’Autorità Nazionale Palestinese nell’ambito degli accordi di Oslo.

Il governo israeliano ha abrogato le restrizioni alla vendita di terreni, ha reso accessibili i registri di proprietà e ha trasferito l’autorità per i permessi di costruzione in alcune parti di Hebron (Al-Khalil) all’amministrazione civile israeliana.

Le modifiche consentono demolizioni e sequestri di proprietà anche in aree formalmente sotto l’amministrazione civile palestinese e ci si aspetta che facilitino l’espansione delle colonie nei territori occupati.

Illegali secondo il diritto internazionale

Tali misure sono illegali ai sensi del diritto internazionale, poiché la Cisgiordania occupata rimane un territorio sotto occupazione di guerra, dove alla potenza occupante è vietato esercitare l’autorità sovrana.

Estendendo la giurisdizione amministrativa, modificando i meccanismi di proprietà terriera e consentendo le confische, Israele sta di fatto sostituendo un’occupazione militare temporanea con una struttura di governo civile permanente.

Ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra, una potenza occupante non può trasferire parte della propria popolazione civile nel territorio che occupa, né può confiscare proprietà private se non per impellente necessità militare. Le nuove politiche facilitano invece l’espansione delle colonie, la legalizzazione retroattiva degli avamposti e cambiamenti demografici permanenti, azioni da sempre considerate gravi violazioni della Convenzione.

Gli organismi giuridici internazionali, tra cui la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, hanno ripetutamente affermato che le colonie israeliane in Cisgiordania non hanno validità giuridica e costituiscono violazioni del diritto internazionale. Le ultime misure pertanto non rappresentano riforme amministrative ma in pratica un consolidamento dell’annessione, alterando lo status giuridico del territorio senza una dichiarazione formale.

Evacuazioni forzate vicino a Jenin

In altro contesto, Anadolu ha riferito che le forze israeliane hanno ordinato a diverse famiglie palestinesi, più di cinquanta persone, di lasciare le loro case nel campo di Arraba, a sud di Jenin, in vista del previsto ritorno dei militari sul posto.

I residenti hanno iniziato a trasferire bestiame e beni senza alternative abitative dopo che gli è stato intimato di evacuare prima che l’esercito ristabilisca la sua presenza nell’ex campo militare sgombrato nel 2005.

Inviato russo ostacolato durante il tour in Cisgiordania

In un altro episodio, Anadolu ha riferito che nell’area di Salfit coloni ebrei israeliani illegali hanno ostacolato una visita sul campo dell’ambasciatore russo in Palestina, Gocha Buachidze, e dei funzionari al suo seguito.

La delegazione stava visitando le comunità colpite dagli attacchi dei coloni quando i coloni hanno bloccato il convoglio e lanciato minacce, impedendo la prosecuzione della visita.

I funzionari locali hanno descritto l’incidente come un’escalation della violenza dei coloni, sottolineando le centinaia di attacchi registrati negli ultimi anni e i piani in corso di decine di progetti di colonie nel governatorato.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)