Mappatura del crimine: l’Atlante di Abu Sitta rivela la geografia dell’espropriazione

Annie O’Gara

14 aprile 2026 – The Palestine Chronicle

L’ ‘Atlante della Palestina: il furto della terra da parte del Fondo Nazionale Ebraico’ solleva le problematiche centrali dell’agenzia e del legittimo possesso.

Il dottor Salman Abu Sitta è un’autorevole figura della causa palestinese, non da ultimo perché il lavoro della sua vita dimostra il fatto che la resistenza al sionismo assume diverse forme.

Probabilmente tra i suoi maggiori lavori ci sono gli Atlanti della Palestina. Sono due: ‘Atlante della Palestina, 1871-1877’ e ‘Atlante della Palestina 1917-1967’, che riproducono la mappa della Palestina prima dell’inizio del progetto sionista fino alla pulizia etnica di quella terra e ripercorrono i cambiamenti dopo la Nakba (la ‘catastrofe’ del 1948, ndtr.) fino alla Naksa (lo sfollamento dopo la conquista del 1967, ndtr.). Cosa più importante di tutte, i villaggi, le cittadine e le città sono situati geograficamente, riportano il loro nome arabo corretto e sono ripristinati nella loro legittima posizione sulla terra di Palestina.

Più di recente l’ ‘Atlante della Palestina: il furto della terra da parte del Jewish National Fund (JNF) (Fondo Nazionale Ebraico) affronta le questioni centrali dell’agenzia (chi ha rubato la terra e come il JNF è arrivato a “possederla”?) e la questione della legittima proprietà (a quali villaggi appartengono quelle terre, chi ci viveva e dove sono ora i proprietari sfollati?).

Questo Atlante avrà una particolare rilevanza per i rifugiati palestinesi sfollati dai 372 villaggi la cui terra fu attribuita al JNF/KKL (sigla in ebraico, ndtr.) con una fittizia “vendita” di terreni e successivamente trasformata in parchi e foreste, nascondendo i villaggi demoliti e impedendo qualunque forma di ritorno. Per i palestinesi i nomi dei loro villaggi sono riesumati e registrati sulla mappa.

Le miriadi di espedienti utilizzati nei primi anni dello Stato di Israele per “legittimare” ciò che era palesemente illegittimo sono riportate molto chiaramente in questo Atlante. Modelli esplicativi corredano la mappa di ogni parco del JNF, entrando nei dettagli: la frode territoriale sulla terra palestinese, quanto terreno di ogni villaggio coinvolto è stato rubato, alcuni nomi di famiglie numerose e in quali campi profughi vivono adesso molte di loro.

Se il dottor Abu Sitta fosse uno scienziato forense, questo Atlante sarebbe una registrazione delle scene del crimine del JNF e delle vittime di quei crimini, i rifugiati palestinesi; di certo, finché i parchi continuano ad esistere significano perpetui crimini, e i ladri continuano a godere del loro bottino. Lo Stato di Israele si è spinto molto avanti, soprattutto attraverso il ‘greenwashing’ (la verniciatura verde) del JNF, per coprire il crimine che sta al cuore della fondazione dello Stato, un crimine che costituisce la sfida più importante al suo mito fondante, cioè che la Palestina fosse una terra vuota o trascurata.

Per i palestinesi queste mappe sono uno strumento da usare prima o poi per reclamare il proprio patrimonio. Per i non palestinesi le mappe dei parchi del JNF da cui i loro amici e compagni furono espulsi significano molto: la cattura dei dettagli, la musicalità dei nomi arabi dei villaggi, l’ammirazione per i meticolosi dettagli legali e non da ultimo il poter dare nome alle identità rubate – una forma di resistenza politica di grande significato, più di quanto possa sembrare in un primo momento.

Le società occidentali tendono a considerare la cartografia come un’azione precisa, scientifica e politicamente neutra volta a delineare correttamente la configurazione di una terra, i fiumi, le montagne, le pianure, le strade e, ovviamente, i nomi dei luoghi per orientarsi. Ma un popolo colonizzato sa che la cartografia (come la storiografia) può essere qualcosa di diverso da un’azione neutra, soprattutto quando la lingua nativa è rimpiazzata da quella del colonizzatore, come in Palestina e in Irlanda.

L’ultimo lavoro del dott. Salman ha suscitato in questo scrittore molte riflessioni sulle connessioni tra Irlanda e Palestina. Nel 1883 Lord Salisbury (nobile e politico britannico, ndtr.) disse che “la parte più sgradevole dei tre regni è l’Irlanda e perciò l’Irlanda ha una magnifica mappa.” Il Rapporto di Spring Rice (diplomatico britannico, ex ambasciatore negli USA, ndtr.) del 1824 diede origine a questa “magnifica” mappa identificando la necessità di una “osservazione generale dell’Irlanda” che sarebbe stata “la prova dell’inclinazione della legislatura ad adottare misure calcolate per promuovere gli interessi dell’Irlanda”. Elaborato dal Genio Militare, l’esercizio di mappatura non venne recepito da tutti in termini così benevoli.

Nel 1980, al culmine dei ‘Troubles’ (il conflitto nell’Irlanda del nord, ndtr.), il significato politico della mappatura dell’Irlanda da parte del potere coloniale fu memorabilmente messo in scena dalla Field Day Theatre Company nello spettacolo di Brian Friel “Translations (Traduzioni)”. E’ un’opera di fantasia, ma utilizza la mappatura dell’Irlanda del 19esimo secolo da parte della corona inglese come una piattaforma di lancio per esplorare questioni legate alla colonizzazione: espropriazione culturale, terra, identità e ovviamente lingua, il veicolo del potere che garantisce il predominio del colonizzatore sul colonizzato: “La lingua è sempre stata lo strumento perfetto dell’impero.”

La mappatura dell’Irlanda implicò la standardizzazione o la regolarizzazione dei nomi dei luoghi attraverso la traduzione o traslitterazione dei nomi gaelici in inglese. Un personaggio centrale nella commedia, un individuo del luogo coinvolto nel processo, Owen, descrive il proprio lavoro come “tradurre la bizzarra lingua arcaica in cui voi insistete a parlare nel buon inglese del Re.” Così nello spettacolo vediamo molti esempi di sradicamento dei nomi dei luoghi tramite questo processo di anglicizzazione: ‘Bun na habhann’ diventa ‘Burnfoot’ e ‘Baile Beag’ diventa ‘Bally Beg’

Il processo messo in scena da Friel comporta una metaforica cancellazione della memoria e della tradizione, abilmente sintetizzato in un aneddoto, quello di ‘Tobair Vree’ (tobair è il termine gaelico per ‘pozzo’). I personaggi discutono sulla parola “Vree”: che cosa significa? Uno di loro spiega che “Vree è una modificazione nel tempo di Bhriain (Brian), per cui il nome originale significava “Il pozzo di Brian”.

Ma il nome è collegato a un crocevia, non a un pozzo: l’enigma si infittisce. La storia orale intergenerazionale fornisce la risposta. Decenni prima un vecchio uomo del luogo, l’eponimo Brhiain, soffriva di una deformità facciale che pensava si potesse curare con le acque magiche del pozzo allora esistente. I bagni quotidiani non lo curarono, ma lui annegò tragicamente nel pozzo stesso – di qui il nome.

La tesi di Friel è chiara: i nomi sono più di una denominazione, sono la preservazione di una memoria e in quanto tali la loro apparente stranezza non vuol dire niente, hanno un significato e una forza più profondi. L’azione di sostituire un nome gaelico con una traslitterazione inglesizzata o una traduzione è “una sorta di rimozione”, un atto di imperialismo culturale che cancella la storia e l’identità locali rimpiazzandole con una nuova realtà imposta..

L’ultimo Atlante del dottor Salman assesta un altro colpo alla tirannia culturale della mappatura israeliana della Palestina. La sua rivendicazione dei veri nomi delle città e dei villaggi palestinesi, la sua ostinazione nel dire che i parchi e le foreste del JNF sono una debole (ma enormemente dannosa) sovrapposizione sull’autentica identità araba della Palestina e i loro confini segnano l’estensione del loro furto, hanno un grande significato per i palestinesi. E’ anche un regalo a tutti i popoli colonizzati che hanno bisogno di un Abu Sitta che li sostenga e a tutti noi che lavoriamo per vedere la Palestina reintegrata e il suo popolo ottenere il Diritto al Ritorno.

Per quanto duramente lavorino il JNF e il sionismo, non sconfiggeranno l’affermazione della verità araba incarnata nei nomi, proprio come in Irlanda oggi Doire/Derry ha la meglio su “Londonderry”. E con le parole di Seamus Heaney (poeta nordirlandese, premio Nobel nel ’95, ndtr.):

Comprenderete- ho detto basta-

Quando mi hanno derubato di ciò che è mio,

La mia patria, il mio profondo desiderio

Di essere a casa

Al mio proprio posto e dimorare

Nel suo vero nome.”

Annie O’Gara è membro attivo della Campagna di Solidarietà con la Palestina e della sezione britannica della campagna mondiale ‘Stop the Jewish National Fund’. E’ impegnata nel movimento BDS ed è tra i fondatori di ‘Donne del nord per la Palestina’. Ha donato questo articolo a The Palestine Chronicle.

Le opinioni espresse in questo articolo non riflettono necessariamente la politica editoriale di The Palestine Chronicle.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




A Gaza un’università improvvisata offre la possibilità di riprendere gli studi universitari

Ahmed Al-Najjar

11 aprile 2026 – Aljazeera

Aule alimentate a energia solare rappresentano un’ancora di salvezza per gli studenti di Gaza che lottano contro le conseguenze della guerra e la scarsità di risorse

Il nuovo semestre accademico è iniziato a Gaza alla fine di marzo. Ma le mattine non sono più animate dalla consueta vivacità degli studenti in attesa degli autobus che attraversano le città diretti verso università e college.

Quella sensazione è stata invece sostituita dalle difficoltà legate agli sfollamenti.

La devastante campagna israeliana ha ridotto in macerie le istituzioni accademiche di Gaza, molte delle quali ora riutilizzate come sovraffollati rifugi per famiglie sfollate. Con la distruzione dei campus l’istruzione in presenza è praticamente scomparsa, costringendo le università a passare all’apprendimento online. Ma per gli studenti che vivono in tende, lottando per procurarsi cibo, acqua, elettricità e internet, assistere a una lezione, anche online, è diventato un privilegio.

In mezzo a questo caos si è materializzato un barlume di speranza.

Nella zona densamente popolata di al-Mawasi, nel distretto di Khan Younis, nel sud di Gaza, sta prendendo forma una nuova iniziativa accademica. Scholars Without Borders [Studenti senza confini, ndt.], un’organizzazione non governativa statunitense, ha creato quella che chiama “University City”, uno spazio accademico provvisorio progettato per riportare gli studenti nelle aule universitarie.

Costruito con legno, lamiere e qualsiasi altro materiale reperibile localmente il sito rappresenta una piccola ricostruzione di come era un tempo la vita accademica a Gaza.

Nonostante le difficoltà la nostra missione è quella di avvicinare l’istruzione agli studenti in un ambiente migliore”, ha affermato Hamza Abu Daqqa, rappresentante dell’organizzazione a Gaza.

Abbiamo progettato questo spazio per servire più istituzioni accademiche e il maggior numero possibile di studenti”, aggiunge. Ci sono sei sale, in grado di ospitare fino a 600 studenti al giorno. Può sembrare dimesso ma ricrea un senso di vita accademica normale, qualcosa di cui gli studenti sono stati privati”.

Lo spazio include un accesso a internet alimentato da pannelli solari, aree verdi improvvisate e persino un piccolo incubatore d’impresa, pensato per aiutare gli studenti a sviluppare i propri progetti.

Come spiega l’organizzazione, University City opera con un programma settimanale a rotazione, che prevede che ogni giorno sia assegnato a una diversa istituzione accademica. Questo sistema permette a più istituzioni di condividere lo spazio limitato garantendo il più ampio accesso possibile agli studenti.

Date le limitazioni le università danno priorità ai corsi che richiedono maggiormente la presenza fisica, come le lezioni pratiche e quelle basate sulla discussione.

Alcune preminenti università di Gaza, come l’Università Islamica e l’Università di Al-Azhar, hanno iniziato a utilizzare il sito, insieme ad altri istituti come il Palestine College of Nursing [Scuola palestinese per infermieri, ndt.].

Ma dietro questa modesta struttura si cela una realtà ben più complessa.

Uno sguardo a ciò che è andato perduto

Dall’inizio della guerra genocida di Israele, nell’ottobre 2023, in tutta Gaza le università sono state sistematicamente danneggiate o distrutte. Nel sud tutti gli istituti sono stati resi inutilizzabili. Nella zona settentrionale di Gaza un numero limitato di campus è stato parzialmente ricostruito, ma la potenzialità di un loro utilizzo rimane estremamente limitata.

Il Palestine College of Nursing, ad esempio, è circondato da rovine dopo essersi ritrovato all’interno della “linea gialla”, dove l’esercito israeliano continua a essere presente dal cessate il fuoco di ottobre, isolando completamente gli studenti dalle loro aule.

Per un’intera generazione di studenti la vita universitaria ha semplicemente smesso di esistere, poiché al suo posto hanno dovuto lottare per sopravvivere.

Ogni anno accademico è solitamente segnato da nuovi inizi, soprattutto per le matricole che entrano in una nuova fase di indipendenza e scoperta. Ma per due anni consecutivi a migliaia di studenti di Gaza è stata negata questa esperienza.

Ora all’interno di University City la stanno vivendo per la prima volta.

«Sembra una vera università»

Mariam Nasr, 20 anni, studentessa del primo anno di infermieristica sfollata da Rafah, è seduta in una delle aule improvvisate e riflette sul significato di quello spazio per lei.

«Prima del genocidio tutto ciò di cui avevamo bisogno per studiare era disponibile: le case, l’elettricità, i materiali e, soprattutto, la sicurezza», dice. «Ma da più di due anni le nostre vite sono state completamente sconvolte».

Mariam ha iniziato l’ultimo anno di liceo proprio all’inizio della guerra. Ci è voluto più di un anno per completare gli esami in condizioni difficili prima di potersi finalmente iscrivere all’università.

«Ho sempre sognato di studiare medicina», afferma. «Ma le circostanze hanno influenzato le mie scelte. Il mio defunto nonno mi diceva che curare le persone non si limita a un solo percorso, quindi ho scelto infermieristica».

Tuttavia il suo corso di laurea prevede lezioni in presenza, un’esperienza che non aveva mai vissuto prima.

«Quando ho visto questo posto sono rimasta a bocca aperta», ha detto. “È stata la prima volta che ho frequentato lezioni in un ambiente che sembra davvero un’università. Siamo tutti emozionati. È diverso, sembra vero.”

Per studenti come Mariam il primo anno è trascorso dietro a uno schermo, se erano fortunati ad averne uno nelle loro tende, disconnessi dall’ambiente accademico che avevano sperato.

Amr Muhammad, 20 anni, un altro studente del primo anno di infermieristica proveniente dal campo di al-Magahzi, nella Gaza centrale, ha espresso una reazione simile.

Mi aspettavo qualcosa di molto più semplice, solo tende e attrezzature di base”, dice. Ma questo è diverso. Essere qui con altri studenti, discutere e partecipare alle lezioni fa un’enorme differenza.”

Il mondo accademico sotto attacco e assedio

L’esperienza vissuta dagli studenti in questo piccolo spazio riflette una tragedia ben più ampia.

La distruzione del settore accademico di Gaza da parte di Israele è stata definita dagli esperti dell’ONU come scolasticidio: lo smantellamento sistematico dell’istruzione attraverso la presa di mira di istituzioni, studenti e della vita accademica stessa. Università sono state distrutte, professori e studenti uccisi e gli sforzi di ricostruzione ostacolati.

Secondo l’Euro-Med Human Rights Monitor [organizzazione no profit per la protezione dei diritti umani, ndt.] e le informazioni fornite da funzionari palestinesi, oltre 7.000 studenti universitari e accademici sono stati uccisi o feriti dagli attacchi israeliani, mentre più di 60 edifici universitari sono stati completamente demoliti da incursioni aeree o bombardamenti terrestri.

Di conseguenza centinaia di migliaia di studenti sono stati esclusi dall’istruzione formale, costretti a ricorrere ad alternative che non sono in grado di eguagliare le loro precedenti esperienze.

E tali soluzioni alternative, come University City, incontrano enormi difficoltà già solo nel mettere in moto la propria attività.

«Tutti i materiali che vedete qui provengono dalla Striscia di Gaza», dice Abu Daqqa, indicando il sito con un gesto. «Abbiamo dovuto lavorare con quello che avevamo a disposizione, con costi crescenti e scarsità di risorse. Ma eravamo determinati a creare qualcosa che desse agli studenti un senso di normalità».

In base al cessate il fuoco di ottobre Israele è obbligato a consentire l’ingresso di materiali da ricostruzione per aiutare a ripristinare alloggi e servizi essenziali per i palestinesi. Ma Israele non ha rispettato tale clausola e ha continuato a imporre restrizioni, conducendo nel frattempo attacchi mortali in tutta Gaza.

E per molti studenti raggiungere University City è di per sé una sfida.

«Sono sfollata ad al-Mawasi, quindi dovrei essere relativamente vicina, ma anche solo arrivare qui è difficile», afferma Mariam. «Le mie lezioni iniziano alle 9 e mi sveglio alle 5 solo per trovare un mezzo di trasporto».

Con le strade danneggiate e la carenza di carburante le opzioni per gli studenti si limitano a veicoli malandati e carri trainati da asini o cavalli.

Procurarsi contanti è frustrante. Taxi e carretti accettano solo monete. Oggi mio padre è riuscito a malapena a procurarmi otto shekel [2,24 euro] ma non sono riuscita a trovare un passaggio”, aggiunge. Così ho camminato per quasi quattro chilometri con i miei amici”.

Per Amr il viaggio è ancora più lungo.

Sono partito alle 6 del mattino e ho aspettato due ore prima di trovare un mezzo di trasporto superaffollato”, dice. Era l’unico modo per arrivare qui”.

E una volta terminata la giornata le difficoltà ricominciano.

Questo spazio è a nostra disposizione solo per poche ore”, aggiunge. Per il resto della settimana torniamo a lottare con l’elettricità internet e i bisogni primari. Non possiamo nemmeno stampare materiale o accedere correttamente alle lezioni online”.

Gli studenti si affidano a dispositivi condivisi o danneggiati, connessioni instabili e risorse limitate, il che rende difficile un apprendimento costante.

Tornata nella tenda mi affido al vecchio telefono di mio padre giusto per seguire le lezioni quando posso”, dice Mariam. “Nella maggior parte dei giorni non c’è una connessione internet stabile né un’alimentazione elettrica adeguata. Cerco di resistere e andare avanti ma spesso desidererei semplicemente una fonte di alimentazione fissa e un dispositivo migliore come un iPad per studiare correttamente e non rimanere indietro.”

L’istruzione va avanti

Nonostante tutto gli studenti procedono mostrando la loro resilienza.

Nei corridoi riprendono le discussioni, si prendono appunti e il senso della vita accademica riemerge lentamente, anche se solo temporaneamente.

“Per la formazione medica l’apprendimento in presenza è essenziale”, afferma il Dott. Essam Mughari, professore al Palestine College of Nursing. “È piuttosto difficile per la formazione online sostituire l’interazione pratica”.

Descrive il significato emotivo del rivedere gli studenti.

“Dopo tutto quello che hanno passato, potersi riunire, interagire e imparare insieme, restituisce qualcosa di vitale”, dice. “Abbiamo la responsabilità di sostenerli, nonostante le circostanze, perché domani saranno loro al nostro posto”.

Per Mariam questa determinazione è una questione profondamente personale.

“Alcuni potrebbero pensare che sia impossibile studiare in queste condizioni”, dice. «Ma io voglio continuare. Mia cugina era un’infermiera. Un raid aereo israeliano ha raso al suolo la casa di tre piani della sua famiglia a Gaza City, uccidendo lei e molte altre persone. La ricordo per non dimenticare perché continuo su questa strada, per curare gli altri e servire il mio popolo».

La University City ora accoglie centinaia di studenti ogni giorno. Ma migliaia di altri rimangono senza accesso a spazi simili.

Scholars Without Borders afferma che l’iniziativa è solo l’inizio di una missione ancora ostacolata dall’assedio israeliano.

«Il nostro lavoro va avanti», dice Abu Daqqa. «Abbiamo allestito decine di scuole provvisorie e creato questa città universitaria, ma i bisogni sono molto maggiori. Questo è ciò che siamo riusciti a costruire sotto il blocco», afferma. «Immaginate cosa si potrebbe fare se ci venissero fornite le risorse veramente necessarie».

Ahmed Al-Najjar è un giornalista e accademico palestinese residente a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Si occupa di reportage sul genocidio in corso perpetrato da Israele.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Nel reparto propaganda dell’esercito israeliano

Illy Pe’ery 

April 8, 2026 +972 Magazine

Campagne di guerra psicologica, fughe di notizie selettive, accesso riservato a inviati selezionati: soldati e giornalisti rivelano come l’Ufficio del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane controlli il discorso pubblico e promuova la narrativa di Israele all’estero

Nell’ottobre del 2023 la riserva Gili fu richiamata in servizio nell’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) e assegnata al Comando Nord. Nei giorni successivi agli attacchi di Hamas, mentre l’attenzione pubblica in Israele era concentrata sulla devastazione nel sud, Hezbollah iniziò a lanciare razzi e missili anticarro verso il nord di Israele.

“Lavoravamo con turni di 12 ore in una sala operativa sotterranea, mentre i soldati negli avamposti erano terrorizzati, ma non potevamo raccontare che il nord era in fiamme”, ha ricordato. “Nonostante i lanci incessanti minimizzavamo la situazione sul fronte settentrionale per evitare di scatenare il panico tra la popolazione. Le persone non morivano come al sud, ma ricordo di aver avuto la sensazione che stessimo dando un’immagine distorta: mostravamo molta più forza che vulnerabilità”.

L’esperienza portò Gili, che ha chiesto di usare uno pseudonimo, a mettere in discussione lo stesso sistema per cui aveva prestato servizio per anni. “Era facile ripetere di continuo che ‘Le IDF sono preparate a qualsiasi scenario'”, ha continuato. «Chi eravamo noi per metterlo in dubbio? Ma in realtà erano tutte cazzate.»

«Lo si vede anche con l’Iran: l’attenzione è quasi interamente concentrata sulla schiacciante potenza dell’esercito e non c’è quasi altro», spiega. «Non mi rassicura sentirmi dire quanto duramente stiano colpendo le Forze di Difesa Israeliane o della superiorità aerea rispetto a Teheran. In fin dei conti i missili balistici continuano a colpirci, e niente è normale. Ci sono i sistemi di difesa aerea, ma per ogni 10 intercettazioni riuscite ci sono anche colpi che vanno a segno».

Alla domanda su chi oggi ritenga credibile Gili ha risposto senza esitazione: «Nessuno. Né quello che dice il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane, né i corrispondenti militari. Sono solo dei portavoce».

Parlando con il sito investigativo israeliano The Hottest Place in Hell [Il posto più caldo all’inferno], soldati dell’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane e corrispondenti militari di pubblicazioni israeliane hanno delineato un modello sistematico: una spinta ossessiva al controllo del discorso pubblico, un trattamento di favore per i giornalisti “comodi” mentre quelli critici vengono emarginati e puniti e, soprattutto, una cultura che si organizza sull’inganno.

Durante i primi 14 mesi della guerra di Israele a Gaza l’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane ha condotto addirittura una campagna segreta di interventi psicologici volta a plasmare l’opinione pubblica in Israele e all’estero, come ha recentemente rivelato The Hottest Place in Hell. Parallelamente a queste attività di manipolazione l’Unità aveva il compito di elaborare e distribuire filmati relativi all’attacco di Hamas del 7 ottobre contro le comunità israeliane vicino a Gaza.

Secondo le testimonianze i soldati hanno raccolto grandi quantità di materiale visivo, inclusi filmati girati dai militanti di Hamas, e lo hanno rielaborato per una rapida diffusione sulle piattaforme dei social media.

Questo processo è culminato in Testimonianza del massacro del 7 ottobre, quello che in Israele è noto come il “video delle atrocità”: una raccolta di 47 minuti di filmati grezzi prodotti sotto la supervisione del maggiore (riserva) Yuval Horowitz, capo del reparto per le campagne informative.

“Era come il Far West: non c’era alcuna restrizione”, ha affermato un soldato che ha prestato servizio nell’Unità e ha lavorato al film. «Siamo stati sommersi dai materiali e abbiamo visto di tutto. Ero sotto shock, ma allo stesso tempo c’era la pressione a diffondere tutto il possibile… era come in una campagna pubblicitaria sui social media: cosa funziona? Cosa non funziona? Cosa attira l’attenzione?»

«Il Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane mente», ha dichiarato un alto corrispondente militare a The Hottest Place in Hell. «Qualche volta si tratta di manipolare i dati, ma alla fine è il pubblico a essere colto alla sprovvista.”

«All’inizio dell’Operazione Leone Ruggente», ha continuato, riferendosi all’attuale guerra con l’Iran, «le Forze di Difesa Israeliane avevano affermato di aver distrutto il 70% dei lanciamissili iraniani. Abbiamo verificato e ci siamo subito resi conto che non era vero: a volte venivano colpiti gli ingressi dei tunnel dei lanciamissili, non i lanciamissili stessi, e questi continuavano a sparare nonostante fossero stati “distrutti”. Sui principali organi di stampa nessuno l’ha messo in discussione. Ma quando la guerra finirà e i missili continueranno a cadere, la gente non capirà come la cosa sia possibile».

Dopo quasi due anni e mezzo di guerra continua sembra che la fiducia del pubblico israeliano nella narrativa dell’esercito stia venendo meno. Tra una sirena e l’altra, sempre più israeliani si chiedono: stiamo davvero raggiungendo gli obiettivi come ci viene detto? E se sì, perché continuiamo a correre nei rifugi?

Costruire un’operazione di influenza occulta

Il 29 ottobre 2023 su WhatsApp è apparso un gruppo che si chiama “Fact Check – Daily Content” [Verifica dei fatti – Argomenti quotidiani]. La descrizione in inglese presentava l’iniziativa come un progetto educativo neutrale: “un’organizzazione senza scopo di lucro che si impegna a fornire agli studenti informazioni e dati concreti sulla guerra in corso tra Israele e l’organizzazione terroristica Hamas”.

Due settimane dopo, il 12 novembre, è stato creato un canale YouTube chiamato “Fact Check” che utilizza un account statunitense e si presenta di nuovo come “organizzazione giornalistica senza scopo di lucro”. Il giorno successivo è stato aperto un account Instagram con lo stesso nome.

In realtà, come recentemente rivelato da Hottest Place in Hell, è stata l’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) a lanciare e gestire questi canali. Questa campagna di propaganda si è svolta da ottobre 2023 a dicembre 2024 sotto le spoglie di un’iniziativa mediatica indipendente e senza scopo di lucro, presentata come un organo di “fact-checking”. Durante questo periodo ha prodotto e diffuso decine di video che promuovevano la narrativa militare israeliana senza rivelarne la provenienza.

Nessuno dei canali è riuscito ad attrarre un gran numero di iscritti. Tuttavia per l’operazione sono stati reclutati decine di influencer israeliani e internazionali filo-israeliani per amplificare i messaggi orchestrati dai militari, tra cui Noa Tishby e Sarai Givaty insieme ad altre figure delle comunità ebraiche all’estero. I contenuti venivano diffusi tramite WhatsApp, YouTube e Instagram, raggiungendo milioni di spettatori.

I video promuovevano una serie di argomentazioni strettamente allineate con la propaganda ufficiale israeliana. Tra queste l’affermazione che gli ebrei non possono essere considerati colonizzatori in Palestina a causa dei loro legami storici con il biblico Regno di Giuda, mentre sono gli “arabi” i veri “colonizzatori della terra”, l’asserzione che le azioni di Israele a Gaza non costituiscono genocidio e la difesa dalle accuse di crimini di guerra mosse contro Israele dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia.

«I canali [su YouTube, WhatsApp e Instagram] si rivolgevano ad un pubblico straniero e si presentavano come neutrali e non affiliati a Israele», ha dichiarato a The Hottest Place in Hell un soldato coinvolto nella produzione dei video. «Ma tutto era creato all’interno della nostra Unità e chiaramente promuoveva la narrativa israeliana. La Divisione Campagne è l’area moralmente più ambigua all’interno dell’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane», ha continuato il soldato. «All’inizio sentivamo l’urgenza di mostrare al mondo ciò che avevamo vissuto. Ma molto rapidamente la situazione è cambiata. Gaza veniva rasa al suolo e la narrativa che poteva aver retto nelle prime settimane ha iniziato a sgretolarsi. Quando sono stato congedato provavo un profondo senso di repulsione per averne fatto parte».

L’indagine suggerisce che non si trattasse di un’iniziativa isolata, ma parte di un più ampio schema di operazioni psicologiche condotte dall’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane.

Nel maggio 2021, durante quella che l’esercito israeliano ha soprannominato “Operazione Guardiano delle Mura”, la Divisione Campagne dell’Unità ha lanciato un’iniziativa sui social media con l’hashtag #GazaRegrets, volta a incrementare il sostegno alle azioni militari a Gaza tra l’opinione pubblica israeliana. Nell’ambito del progetto i soldati gestivano account falsi che condividevano immagini di raid aerei israeliani a Gaza con quell’hashtag, interagendo con gli account social dei sostenitori del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e di altri politici di destra, il tutto senza rivelare la loro affiliazione all’esercito.

A seguito di un’inchiesta di Haaretz che ha smascherato la campagna, l’esercito ha riconosciuto il proprio coinvolgimento e l’ha definita un “errore”. Tuttavia, le scoperte di The Hottest Place in Hell indicano che metodi simili hanno continuato a essere impiegati negli anni successivi.

L’approccio “bastone e carota” dell’esercito

L’Ufficio Stampa delle Forze di Difesa Israeliane funge in primo luogo da punto di contatto tra il pubblico e le forze armate attraverso la stampa. Per ottenere informazioni, verificare i dettagli o intervistare ufficiali delle forze armate i giornalisti devono passare attraverso questo Ufficio, conferendogli un potere che, secondo i giornalisti e i soldati intervistati da The Hottest Place in Hell, viene spesso forzato per distorcere la copertura mediatica e di conseguenza la percezione che il pubblico israeliano ha dell’esercito.

Roni si è arruolata nell’esercito israeliano nel 2019 e ha prestato servizio in questo Ufficio. Come molti altri è stata richiamata come riservista dopo il 7 ottobre e ha svolto a rotazione diversi ruoli tra cui rispondere alle richieste dei giornalisti e distribuire comunicati stampa. “Era quasi come una droga”, ha ricordato. “La misura della responsabilità affidatami mi aveva profondamente coinvolta. Ero reperibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, ricevevo telefonate continuamente. Mi sentivo come se stessi facendo qualcosa di enorme”.

L’ufficio stampa è suddiviso in diverse sezioni all’interno delle divisioni e dei dipartimenti dell’esercito. I portavoce sul campo, in genere ufficiali con il grado di capitano o maggiore, sono integrati nei comandi e nelle brigate e sono responsabili delle risposte alle richieste dei media.

Ad esempio, se un giornalista chiede informazioni su un incidente in Cisgiordania, il quartier generale inoltra la richiesta al team portavoce del Comando Centrale che raccoglie i dettagli dalle unità competenti e formula una risposta ufficiale. I portavoce sul campo hanno anche il compito di individuare “notizie” all’interno delle sezioni che possano essere proposte ai media, fungendo essenzialmente da ufficio stampa.

Il ruolo più comune dell’Unità tuttavia è quello di interfacciarsi con i media, con dipartimenti specializzati che si occupano rispettivamente di televisione, stampa, digitale e radio. Quando i giornalisti desiderano una risposta in merito al loro articolo in genere contattano il dipartimento corrispondente alla loro testata, ad eccezione di un gruppo selezionato di 16 reporter israeliani che appartengono alla cosiddetta “cellula dei corrispondenti”.

«I membri della cellula ricevono briefing esclusivi, partecipano a conferenze, hanno linee dirette e sono invitati a eventi speciali», ha spiegato Roni. «C’erano giornalisti e testate che non venivano ammessi per anni e altri venivano riassegnati a dipartimenti meno prestigiosi, ad esempio dalla redazione nazionale di InterRadio a quella di testate locali, poiché erano critici nei confronti delle Forze di Difesa Israeliane. Io non ero al livello in cui venivano prese queste decisioni, ma spesso tutto dipendeva dall’atteggiamento del giornalista nei nostri confronti: è un sistema di dare e avere.»

Un giornalista ha raccontato a The Hottest Place in Hell che a volte il suo lavoro giornalistico gli è costato caro a livello professionale. «Ero molto critico nei confronti delle Forze di Difesa Israeliane e la cosa non piaceva. Delle persone all’interno dell’esercito mi dicevano che le mie critiche erano eccessive, anche alcuni membri dell’Ufficio del Portavoce», ha affermato. Per anni è stato boicottato dall’Ufficio, finché la sua testata non ha esercitato pressioni e costretto l’esercito ad ammetterlo nella cellula.

«Quando sono entrato a far parte della cellula dei corrispondenti ho capito che non era finita lì: ci sono delle “caste” all’interno del gruppo, con una chiara priorità per i giornalisti meno critici», ha continuato. «I corrispondenti televisivi sono favoriti, soprattutto quelli considerati allineati alla narrativa delle IDF. La gerarchia è evidente: ad esempio, durante i briefing su Zoom, alcuni giornalisti di spicco non partecipano nemmeno, ma pubblicano comunque le informazioni, il che significa che le hanno ricevute in anticipo.»

«L’Ufficio del Portavoce delle IDF opera con un approccio basato su premi e punizioni», ha dichiarato un altro corrispondente militare di alto livello, parlando in anonimato. «Se li critichi, vieni punito».

Yaniv Kubovich, corrispondente militare di Haaretz, è stato autore di diverse importanti inchieste in tempo di guerra. Parlando con The Hottest Place in Hell ha affermato che quando chiedeva chiarimenti al portavoce delle Forze di Difesa Israeliane l’obiettivo principale dell’Unità era quello di bloccare la pubblicazione, non di fornire informazioni accurate.

«Mi rivolgevo a loro con tutto quello che avevo, ma erano concentrati solo sul farmi abbandonare la storia ed evitare una risposta», ha detto. «Dal 7 ottobre, con tutto il trauma subito, le Forze di Difesa Israeliane stanno facendo di tutto per sopprimere le notizie che denunciano fallimenti, problemi etici o carenze di comando, invece di esaminare cosa sia realmente accaduto. In questo senso sono tornate alla stessa arroganza di prima: la convinzione che nessuno possa criticarle attraverso la stampa».

Kubovich, membro di lunga data della cellula dei corrispondenti, l’ha descritta sostanzialmente come uno strumento di controllo. «Il rapporto tra il Portavoce delle IDF e la cellula dei corrispondenti è assurdo. La dipendenza è assoluta», ha affermato. «Gli consente di decidere quando parliamo e con chi.

Siamo in guerra da così tanto tempo e abbiamo incontrato il Capo di Stato Maggiore forse due volte. Da quando [il Capo di Stato Maggiore Eyal] Zamir si è insediato non abbiamo incontrato il comandante del Comando Meridionale nemmeno una volta, nonostante sia il fronte più critico. Non incontra i giornalisti critici perché potrebbero minare il morale.»

Fughe selettive di notizie e accesso esclusivo

Durante il suo servizio Roni ha contribuito a decidere se e come rispondere ai giornalisti. “Quando sceglievamo di non rispondere, spesso si trattava di reportage molto problematici, ma anche di giornalisti con cui preferivamo non avere a che fare”, ha affermato. Un’altra pratica consisteva in fughe selettive di notizie o, come ha detto Roni, assicurarsi che «alcuni materiali venissero pubblicati da una testata e non da un’altra».

Questo è quanto è successo nel dicembre 2024 quando, per due settimane, l’Ufficio del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane si è rifiutato di spiegare come gli attivisti di Uri Tsafon, un gruppo israeliano che promuove la colonizzazione del Libano meridionale, fossero riusciti ad attraversare il confine indisturbati. Dopo aver inizialmente negato che dei civili avessero oltrepassato il confine, l’ufficio ha cambiato idea e ha fatto trapelare l’informazione a Doron Kadosh, corrispondente militare della Radio dell’Esercito Israeliano. Kadosh ha poi promosso la versione dell’esercito sull’incidente, definendolo un «grave incidente oggetto di indagine», aggiungendo che «erano state intraprese diverse operazioni per bloccare i varchi nella recinzione».

«I giornalisti di guerra che non pendono dalle labbra del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane muoiono di fame», ha detto Roni. «Ci vuole molto impegno per trovare fonti al di fuori del sistema, e questo ci dava un grande vantaggio». Questa dinamica va oltre l’accesso ai briefing o alle risposte ufficiali. Come ha osservato Roni, questi rapporti di “dare e avere” si traducono in potere, prestigio e incentivi finanziari.

«Alla fine lavoriamo per gli ascolti», ha detto un giornalista, parlando in forma anonima a The Hottest Place in Hell. «Quando succede qualcosa, la cellula dei corrispondenti viene informata per prima: sono i primi a pubblicare. Se non fai parte di quel gruppo e non sei abbastanza preparato come giornalista pubblichi con 10 minuti di ritardo rispetto agli altri e sei irrilevante».

Di fatto l’Unità del Portavoce usa la fiducia del pubblico non solo per gestire le informazioni, ma anche per influenzare la concorrenza commerciale tra le testate giornalistiche. «L’Unità fornisce una certa notizia a Canale 12 perché ha ascolti elevati, ma poiché aveva già fornito loro notizie precedenti, crea interferenze nella concorrenza», ha osservato il giornalista.

«Questo crea un circolo vizioso nell’intero sistema», ha affermato un altro giornalista. «Abbiamo discusso tra di noi se valesse la pena contrastare l’Unità. Ma in definitiva i proprietari vedono che i concorrenti ottengono le notizie e vogliono lo stesso. Tutto si riduce al controllo dei giornalisti e alla repressione delle critiche».

Il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane ha rifiutato di commentare.

Illy Pe’ery è una giornalista investigativa e redattrice associata della rivista online israeliana indipendente The Hottest Place in Hell.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele è riuscito a sfuggire alla condanna per aver colpito le strutture sanitarie di Gaza. Non sorprende che lo stia facendo anche in Libano.

Seema Jilani

8 aprile 2026 – The Guardian

Come medico che ha lavorato in una zona di conflitto ho visto luoghi un tempo considerati sacri diventare bersagli legittimi in guerra. Tutto questo deve finire.

Il fine settimana di Pasqua ha segnato uno dei momenti più intensi della guerra di Israele contro il Libano. Domenica intorno alle 14 l’aviazione israeliana ha bombardato una zona residenziale densamente popolata vicino all’ospedale universitario Rafik Hariri, il più grande ospedale pubblico del Libano, uccidendo almeno cinque persone e ferendone altre 50.

Quando lavoravo in quell’ospedale nel 2020 curavo le persone più vulnerabili della società libanese: lavoratori migranti, palestinesi apolidi, rifugiati siriani. Quanto accaduto domenica è coerente con quella che sembra essere la più ampia strategia di Israele in Libano: organizzazioni per i diritti umani e operatori sanitari affermano che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) stanno paralizzando le infrastrutture sanitarie, prendendo di mira ospedali e personale medico, a volte anche mentre si trovano nelle ambulanze o nei centri di primo soccorso. Israele sta inoltre praticando su larga scala lo sfollamento forzato di civili, rendendo invivibili alcune zone del Paese, mentre l’affermazione di Benjamin Netanyahu secondo cui il cessate il fuoco di due settimane con l’Iran non si applica al Libano ci fa capire che la situazione è tutt’altro che risolta.

Israele sta applicando al Libano le stesse tattiche utilizzate a Gaza. Il modello si è dimostrato efficace. Normalizza la distruzione di ospedali e attrezzature mediche e allo stesso tempo scoraggia chi cerca assistenza sanitaria. Secondo Save the Children in Medio Oriente e nella regione circostante si verifica un attacco contro le strutture sanitarie ogni sei ore, il che indica che gli ospedali stessi sono stati di fatto trasformati in zone di guerra.

Mentre lavoravo a fianco degli operatori sanitari palestinesi a Gaza nel 2023 e nel 2024 ho assistito a straordinari atti di eroismo professionale. Trascorrevano ore interminabili di guardia, dichiarando morti i propri colleghi al pronto soccorso, per lasciare il lavoro e cercare cibo e riparo solo durante le evacuazioni forzate. L’Israeli Coordination of Government Activities in the Territories [Coordinamento delle Attività Governative nei Territori israeliano, ente israeliano che gestisce i territori palestinesi occupati, ndt.] aveva promesso che l’ospedale di al-Aqsa, dove lavoravamo, e la nostra foresteria sarebbero rimasti intatti, o “immuni dal conflitto”. Ma lentamente la guerra si avvicinava. Nel gennaio 2024 un proiettile colpì le pareti del reparto di terapia intensiva. Poco dopo la mia partenza la nostra foresteria fu bombardata e la maggior parte dei pazienti e del personale medico furono costretti a lasciare l’ospedale seguendo gli ordini di evacuare le strutture della zona. Ancora oggi non so che fine abbiano fatto i miei piccoli pazienti.

Nulla di tutto ciò è paragonabile alle atrocità subite dagli operatori sanitari palestinesi. La CNN ha riportato come nel novembre 2023 il personale medico dell’ospedale al-Nasr per ordine dei militari israeliana fu costretto ad abbandonare l’ospedale con tale fretta che in seguito furono ritrovati neonati in decomposizione nei letti. Dal dicembre 2024 il direttore dell’ospedale Kamal Adwan, il dottor Hussam Abu Safiya, è detenuto, il suo avvocato afferma che è stato torturato, picchiato e gli è stato negato l’accesso alle cure mediche. Nel marzo 2025 i corpi di 15 paramedici e soccorritori sono stati ritrovati in una fossa comune, secondo le Nazioni Unite uccisi a colpi d’arma da fuoco dalle forze israeliane.

Israele è sfuggito alle conseguenze di questi atti a Gaza e ora agisce impunemente in Libano. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità dal 2 marzo sono stati segnalati in Libano oltre 90 “attacchi contro le strutture sanitarie” che hanno provocato 137 feriti e 53 morti. Forse altrettanto devastante è la convinzione dei pazienti che i sistemi sanitari non siano più sicuri. Gli ospedali un tempo erano sacri. Il nuovo contesto cambia le carte in tavola per le famiglie: vale la pena andare in ospedale per far curare il proprio bambino per un attacco d’asma e, sapendo che Israele attacca gli ospedali, correre il rischio?

L’esercito israeliano sostiene che Hezbollah sfrutti sistematicamente le strutture mediche in Libano per “attività terroristiche”. Non sono state fornite prove a sostegno di queste affermazioni. Al mio ritorno da Gaza la mia ONG mi ha spiegato come rispondere a questa accusa infondata: semplicemente riportando ciò che avevo visto, ovvero dire che non ci sono prove che suggeriscano che gli ospedali vengano utilizzati come basi militari. Ma la risposta più completa e onorevole è questa: non importa minimamente se gli ospedali abbiano un duplice utilizzo per attività militari. Attaccare un ospedale è un crimine, punto e basta. I medici devono curare i pazienti senza timore né favoritismi. Se un bambino è in arresto cardiaco non interromperò il massaggio cardiaco per accertarmi delle affiliazioni politiche dei suoi genitori.

Ho lavorato nei campi profughi palestinesi per oltre 20 anni. Nel 2010, ho curato pazienti a Shatila, luogo del famigerato massacro di Sabra e Shatila del 1982. Lì ho incontrato Fatima, una madre di tre figli, che ricordava di aver camminato su innumerevoli corpi dopo i massacri e di aver trovato suo marito tra le vittime. Non so dove si trovi oggi, ma so che, in quanto palestinese apolide, non avrebbe diritto all’assistenza medica negli ospedali privati ​​in Libano. Se fosse in un’ambulanza, rischierebbe di essere presa di mira. La sua morte sarebbe solo un’altra statistica nei rapporti ufficiali che non si traducono mai in conseguenze per coloro che perpetrano crimini di guerra.

Il precedente creato a Gaza e ora in Libano è pericoloso per ogni conflitto futuro. Quando persino le ambulanze diventano un bersaglio, le regole di ingaggio vengono distorte per sempre.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Francia: la legge “Yadan” e la strumentalizzazione dei dati sull’antisemitismo

Sarra Grira 

7 aprile 2026 – Orient XXI

Per legittimare una proposta di legge intesa soprattutto a impedire critiche contro Israele e la denuncia del genocidio a Gaza la deputata Caroline Yadan si appoggia, tra gli altri, ai dati sull’antisemitismo. Ma l’identità e la metodologia delle organizzazioni che ne sono all’origine mostrano una strumentalizzazione di questa situazione a favore di una posizione filoisraeliana. Una petizione contro questo progetto di legge sul sito dell’Assemblea Nazionale ha già raccolto circa 700.000 firme.

L’esame del [progetto di] legge all’Assemblea Nazionale nel momento in cui il parlamento israeliano ha appena adottato una norma che istituisce la pena di morte riservata solo ai palestinesi non fa che rendere questa iniziativa ancora più grave in un contesto di persistente impunità per Israele. Questo progetto, presentato fin dal novembre 2024, è sostenuto da Caroline Yadan, deputata dell’ottava circoscrizione [elettorale] dei francesi residenti all’estero (che comprende in particolare Israele, la Palestina e Gerusalemme), che ha lasciato il partito Renaissance, pur restandogli “collegata”, per protestare contro la decisione del presidente Emmanuel Macron di riconoscere lo Stato di Palestina.

Per dare alla legge la legittimità che rivendica nel titolo, nell’esposizione delle sue motivazioni la proposta si appoggia sui dati riguardanti gli atti di antisemitismo e sul posto che occupano rispetto all’insieme delle azioni antireligiose in Francia.

Se il notevole aumento dell’antisemitismo nel Paese è indubbio, il modo in cui queste cifre sono presentate denota una doppia volontà: da una parte confondere antisemitismo e critiche contro lo Stato di Israele, dall’altra stabilire una gerarchia tra l’antisemitismo e le altre forme di razzismo, contraddicendo le indicazioni della Commission nationale consultative des droits de l’homme [Commissione Nazionale Consultiva dei Diritti dell’Uomo](CNCDH).

La fonte dei dati

Se ci si vuole attenere ai dati più precisi, in Francia non si trovano delle statistiche sull’antisemitismo ricavate da quelli derivanti dalle condanne giudiziarie. La ragione è semplice: il codice penale non fa distinzioni tra le varie forme di razzismo. Separare le condanne per antisemitismo richiederebbe uno studio degli atti giudiziari caso per caso, cosa che non è mai stata fatta.

Le cifre rilasciate dal ministero dell’Interno e riprese dalla CNCDH nel suo rapporto annuale sono un insieme di rilevazioni sul campo attraverso la Direction nationale du renseignement territorial [Direzione Nazionale delle Informazioni Territoriali] (DNRT) che, secondo la sua presentazione ufficiale sul sito del ministero, “assicura un monitoraggio quotidiano dei fatti che le vengono relazionati dai suoi contatti e collaboratori locali.” La CNCDH non li considera dati scientifici ma li cita e li tiene in considerazione, perché essi indicano una tendenza.

Riguardo all’antisemitismo la DNRT si appoggia principalmente sulla rete territoriale di un’associazione, il Service de protection de la communauté juive [Servizio di Protezione della Comunità Ebraica] (SPCJ). Presentandosi come un’ “organizzazione apolitica”, essa lavora in stretta collaborazione con il CRIF, il Conseil représentatif des institutions juives de France [Consiglio Rappresentativo delle Istituzioni Ebraiche di Francia], di cui è un’emanazione1.

Nella sezione “Contributi” del rapporto annuale della CHCDH è di fatto il CRIF, e con lui il Service de protection de la communauté juive, che viene citato tra i collaboratori della società civile.

Nei dati del 2025 disponibili sul suo sito ufficiale il SPCJ registra 1.320 atti antisemiti. Esso presenta la sua metodologia in questi termini:

Sono rilevati esclusivamente i fatti che hanno dato luogo a delle denunce, a segnalazioni alla polizia o all’autorità giudiziaria, così come quelli constatati ufficialmente (flagranza/costatazione da parte di un funzionario di polizia giudiziaria o di una persona autorizzata).”

Qui è importante sottolineare che le denunce e le segnalazioni non danno necessariamente luogo a condanne o neppure ad azioni penali.

La Palestina presa di mira

Quali sono le azioni che vengono etichettate come antisemite dall’SPCJ o che incitano ad aggredire verbalmente o fisicamente gli ebrei?

Una parte del rapporto è dedicato a quella che i suoi autori chiamano la “retorica anti-israeliana” presentata come “un catalizzatore sempre fondamentale degli atti di antisemitismo.”

Circa un terzo degli intenti antisemiti rilevati (388 su 1.320) “implicano dei riferimenti espliciti alla Palestina: Gaza, ‘liberazione della Palestina’, ‘Intifada’, accuse di ‘genocidio’, slogan presi dalle manifestazioni e dalla retorica anti-israeliana radicalizzata”. Se si escludono le “45 (che) comportano anche un’apologia dello jihadismo e 74 un’apologia del nazismo, evidenziando un’accentuazione e una radicalizzazione dei toni utilizzati”, non viene fornita nessuna spiegazione riguardo al rapporto tra questi slogan propalestinesi e le manifestazioni di antisemitismo. A meno di voler considerare che l’espressione della solidarietà con la Palestina e i palestinesi riveli di fatto antisemitismo.

La stessa tendenziosità era già presente nel rapporto dello SPCJ relativo all’anno 2024, in cui si legge che “almeno 43 azioni antisemite al mese fanno riferimento alla Palestina”. Anche lì, cosa vuol dire “evocare la Palestina”? E in cosa ciò è antisemita? Queste formulazioni interrogano tanto più in quanto lo stesso rapporto evoca in questi termini il contesto che favorisce l’aumento degli atti antisemiti:

Questa atmosfera deriva in gran parte dall’iperattivismo di qualche centinaio di militanti radicali anti-israeliani (blocco di scuole e università, azioni di boicottaggio, atti e manifestazioni contro gli eventi organizzati dalle organizzazioni ebraiche, scritte e graffiti anti-israeliani, apologia del terrorismo palestinese e legittimazione delle azioni di Hamas).

Sono così messi sullo stesso piano l’apologia delle azioni di Hamas, “graffiti anti-israeliani” (affermazioni ostili all’Arabia Saudita verrebbero forse associate all’islamofobia?) e le azioni di boicottaggio, criminalizzate dalla circolare dall’ex- ministra della Giustizia Michèle Alliot-Marie nel febbraio 2010, ma di cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha riconosciuto la legittimità nel giugno 2020.

Una definizione tendenziosa dell’antisemitismo

Nel luglio 2025 abbiamo chiesto un parere a Magali Lafourcade, segretaria generale della CNCDH, riguardo all’interpretazione che lo SPCJ poteva fare di slogan come “Free Palestine” (Palestina libera) o “From the river to the sea, Palestine will be free” (Dal fiume al mare la Palestina sarà libera). All’epoca ci aveva raccomandato di consultare la parte “Contributi” del rapporto della commissione. Tuttavia questa non forniva ulteriori elementi di spiegazione.

Invece dalla pagina “Definizione dell’antisemitismo” sul sito dell’SPCJ risulta che l’associazione adotta per esteso quella dell’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IHRA), criticata ad esempio da Irène Khan, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la promozione e la protezione del diritto alla libertà di opinione e d’espressione. Come la proposta di legge detta “Yadan” che la cita nel suo preambolo esplicativo, questa definizione permette, attraverso gli esempi che vi sono presentati, di associare la critica allo Stato di Israele a una forma di antisemitismo. Kenneth Stern, giurista statunitense e principale estensore del testo, ha lui stesso lamentato l’uso di certi esempi per attaccare le critiche a Israele2.

Stesso discorso da parte del CRIF, i cui dirigenti ritengono che parlare di genocidio a Gaza sia antisemita. Così per esempio in data 26 marzo 2025 si legge sul sito dell’organizzazione:

Il presidente del CRIF ha denunciato una evoluzione del discorso antisemita, in particolare attraverso l’accusa di ‘genocidio’ contro Israele. Ha paragonato questa retorica a ‘un’attualizzazione dell’accusa di popolo deicida’ evocata un tempo contro gli ebrei. ‘In entrambi i casi c’è un fondamento mitologico, cioè mendace. Gli ebrei non hanno ucciso Gesù, lo Stato di Israele non ha commesso un genocidio, qualunque sia indubbiamente la tragica situazione della popolazione civile a Gaza,’ ha dichiarato.”

La stessa logica viene applicata nei dati dell’SPCJ per il 2025, in cui la parola “genocidio” viene sistematicamente citata tra virgolette: “Riprendendo le accuse false ed estreme (‘genocidio’, ‘criminali’, ‘nazisti’), questa retorica costruisce un’immagine disumanizzata degli ebrei ed apre la strada al passaggio alle vie di fatto, che siano verbali o fisiche.

Tuttavia molteplici organizzazioni del diritto internazionale, tra cui Human Rights Watch ed Amnesty International, hanno concluso che a Gaza c’è stato effettivamente un genocidio. Il 26 gennaio 2024 è stata la Corte Internazionale di Giustizia ad affermare, in un’ordinanza, l’esistenza di un rischio plausibile di genocidio a Gaza. E la Corte Penale Internazionale, riconosciuta dalla Francia, ha imputato due dirigenti ebrei israeliani, il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’ex-ministro della Difesa Yoav Gallant, di crimini di guerra e contro l’umanità. Tutte queste organizzazioni ricadono dunque sotto l’accusa di antisemitismo?

Peraltro, quando sono avvenuti incidenti che hanno costellato la marcia femminista dell’8 marzo 2024, è stato il servizio d’ordine dell’ SPCJ che ha garantito la protezione del collettivo pro-israeliano Nous Vivrons [Continueremo a vivere, che si dichiara sionista. Ci furono tafferugli perché SPCJ e NV cercarono di infiltrarsi nel corteo e vennero respinti, ndt.]. Questa associazione, che beneficia dell’appoggio pubblico di Caroline Yadan3, ne sostiene il progetto di legge4.

Una logica di concorrenza tra vittime

Le posizioni eminentemente politiche che rivelano le intenzioni dell’SPCJ e del CRIF e la definizione come minimo ampia di quello che entrambi considerano come antisemita pongono interrogativi sulla collocazione attribuita a questa “retorica anti-israeliana” in detti rapporti e nei loro dati .

Un altro punto ripreso nell’esposizione delle ragioni della proposta di legge detta “Yadan”: l’antisemitismo sarebbe il fatto antireligioso più importante in Francia. Il resoconto dei dati dell’SPCJ lo conferma:

La lettura degli eventi antireligiosi mette in evidenza una situazione strutturale: l’antisemitismo occupa un posto centrale. Nel 2025 gli atti antisemiti rappresentano il 53% dell’insieme degli eventi antireligiosi, mentre la popolazione ebraica in Francia costituisce una minoranza numericamente molto debole (meno dell’1%).

Problema: per stabilire una classifica ci vogliono degli elementi di confronto. Questi mancano, perché secondo l’ultimo rapporto della CNCDH per quanto riguarda gli episodi antimusulmani “nessun organismo nazionale ha presentato dei dati dopo il 2021,” cioè dopo la dissoluzione, nel 2020, del Collectif contre l’islamophobie en France [Collettivo contro l’Islamofobia in Francia] (CCIF). A parte la logica della competizione tra vittime stabilita dall’affermazione dell’SPCJ, ripresa da Caroline Yadan, è piuttosto l’esplosione dell’islamofobia che allarma la difensora dei diritti Claire Hédon. Nel suo rapporto intitolato “Le discriminazioni fondate sulla religione: osservazioni ed analisi del Difensore dei diritti” pubblicato il 4 dicembre 2024, quest’ultima nota:

L’aumento delle discriminazioni per motivi religiosi sembra osservabile indipendentemente dal tipo di religione. Esse restano tuttavia riportate decisamente più di frequente da persone che dichiarano di essere di religione musulmana o in quanto considerate come tali (il 34%) che dalle persone che si dichiarano di un’altra religione (19%), includendo la religione ebraica o anche il buddismo, o quelle di religione cristiana (di queste solo il 4% dichiara di essere stata discriminata a causa della propria religione).

Infine, nella lettura del rapporto dell’SPCJ ci si stupisce dell’assenza di un qualunque riferimento all’ascesa dell’estrema destra quando si tratta dell’aumento dei dati sull’antisemitismo. Tuttavia nel 2024 il Rassemblement national (RN) [il partito di estrema destra di Marine Le Pen, ndt.] ha eletto un numero record di deputati all’Assemblea nazionale (119), in seguito a elezioni legislative che hanno rivelato l’antisemitismo di molti dei suoi candidati che il partito ha dovuto sostituire in tutta fretta. Per la CNCDH è proprio nel suo elettorato che l’antisemitismo resta notevolmente presente. Come ha sottolineato Magali Lafourcade nell’intervista che ci ha concesso: “I livelli di ostilità verso gli ebrei sono molto alti tra le persone che votano RN e Reconquête [partito di estrema destra i cui due principali dirigenti, Éric Zemmour e Sarah Knafo, sono di origine ebraica nordafricana, ndt.]. L’antisemitismo si colloca all’estrema destra e in modo molto persistente.

Nella società francese l’antisemitismo non è solo una realtà innegabile, è anche un argomento troppo grave da essere strumentalizzato in questo modo a seconda dei progetti politici. Questi rivelano una volontà di associare la critica legittima allo Stato di Israele a una forma di antisemitismo, dopo la pulizia etnica che ha accompagnato la sua creazione fino alla guerra genocida che continua a condurre contro i palestinesi di Gaza.

Questi progetti dimostrano anche il desiderio non solo di separazione, ma di gerarchizzazione tra le diverse forme di razzismo, facendo dell’antisemitismo una sorta di matrice per pensare i razzismi, in linea con ciò che sostiene la ministra Aurore Bergé, in particolare attraverso le Assises de lutte contre l’antisémitisme [Assise della lotta contro l’antisemitismo] e con la Délégation interministérielle à la lutte contre le racisme, l’antisémitisme et la haine anti-LGBT [Delegazione interministeriale per la lotta contro il razzismo, l’antisemitismo e l’odio anti-LGBT] (Dilcrah). Peraltro la CNCDH non cessa di ricordarlo: il razzismo non è “settario”: quelli che lo accolgono provano odio nei confronti di tutte le minoranze, che siano razziali, politiche o sessuali.

1. Il 3 ottobre 1980 una bomba scoppiò davanti alla sinagoga del 24° [distretto] in via Copernic, a Parigi, facendo 4 morti e 46 feriti. Come reazione il CRIF e il Fondo Sociale Ebraico fondarono insieme il Servizio di Protezione della Comunità Ebraica per organizzare la protezione degli ebrei in Francia, in particolare attraverso strategie di autodifesa nei quartieri in cui si trovano luoghi di culto.

2. Valentine Faure, “Kenneth Stern, giurista americano: ‘La nostra definizione di antisemitismo non è stata concepita come uno strumento di controllo del diritto di espressione’”, Le Monde, 21 maggio 2024.

3. “Manifestazione con il collettivo Nous Vivrons”, sito ufficiale di Caroline Yadan, 27 marzo 2025.

4. “Intellettuali e politici si mobilitano per la legge contro l’antisemitismo”, Le Point, 31 marzo 2026.

Sarra Grira

Giornalista e caporedattrice di Orient XXI.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Alcuni coloni erigono il primo avamposto di sempre all’interno del territorio municipale della città di Gerusalemme e aggrediscono i palestinesi del posto.

Comments:

Nir Hasson

7 aprile 2026 – Haaretz

Due settimane fa alcuni israeliani della Cisgiordania e di Gerusalemme hanno piazzato una tenda nei pressi del villaggio palestinese di Nu’man. “La politica del governo è fare pressione su di noi” dice il mukhtar del vicino villaggio di Umm Tuba

Per la prima volta un avamposto di una colonia illegale è stato fondato all’interno del territorio municipale della città di Gerusalemme. Gli abitanti di due villaggi palestinesi nelle vicinanze hanno detto che i coloni li hanno aggrediti con pietre e lacrimogeni, impedendo loro di pascolare le pecore.

In seguito a scontri scoppiati domenica quattro palestinesi sono stati arrestati. Altri quattro sono rimasti feriti.

Il villaggio palestinese di Nu’man è unico all’interno di Gerusalemme est. Benché sulle mappe si trovi all’interno del territorio municipale della città, alla grande maggioranza dei suoi abitanti non è stata concessa la residenza permanente israeliana che hanno altri palestinesi di Gerusalemme est. Al contrario Israele li considera abitanti della Cisgiordania. Di conseguenza dal punto di vista israeliano sono presenti illegalmente in Israele, mentre si trovano a casa loro.

La situazione degli abitanti è ulteriormente peggiorata da quando è stata costruita la barriera di separazione ed è stata asfaltata una nuova strada che unisce alla capitale le colonie a est di Gerusalemme. La strada e la barriera hanno rinchiuso il villaggio, obbligando gli scolari a lasciare le scuole israeliane in cui si recavano a Gerusalemme est e ad andare in quelle della città cisgiordana di Beit Sahur.

Due settimane fa è comparso un gruppo di adolescenti ebrei. Alcuni di loro hanno detto di essere di Har Homa, un quartiere di Gerusalemme est nei pressi della collina che separa Nu’man dal quartiere di Umm Tuba. Altri a quanto pare sono arrivati da avamposti coloniali in Cisgiordania.

Gli adolescenti hanno piazzato una grossa tenda a qualche decina di metri dalle case di Nu’man e hanno tracciato nuovi sentieri. Hanno scritto con lo spray sulla tenda la parola “vendetta” e il nome del loro avamposto: Homat Yehuda [Muraglia ebraica, ndt.].

Hanno anche disegnato una stella di Davide blu sulle pietre, su un pozzo e su alcune case di Nu’man.

Gli adolescenti sono rimasti tutto il giorno nel loro avamposto sulla collina e hanno ricevuto molte visite. I palestinesi dicono che hanno anche cercato di entrare in alcune case di Nu’man ed hanno aggredito i palestinesi che si sono avvicinati alla collina.

Domenica, raccontano i palestinesi, gli adolescenti hanno aggredito un gruppo di abitanti del villaggio che si erano avvicinati all’avamposto. Usando mazze, pietre e lacrimogeni hanno ferito quattro palestinesi, che hanno dovuto essere medicati. I palestinesi hanno risposto lanciando anche loro pietre.

Gli attivisti israeliani che erano presenti a Nu’man hanno chiamato ripetutamente la polizia, ma gli agenti si sono presentati solo dopo che la violenza era terminata. Quando lo hanno fatto, i poliziotti hanno arrestato tre abitanti. Poi sono tornati nel pomeriggio e ne hanno arrestato un quarto. Sono anche saliti fino all’avamposto e un attivista israeliano che era presente sul posto ha detto che hanno promesso che si sarebbero occupati di evacuarlo.

La polizia ha rilasciato uno dei quattro palestinesi arrestati, ma lunedì ha chiesto alla pretura di Gerusalemme di estendere di altri sei giorni la custodia cautelare degli altri tre, uno dei quali è minorenne. La polizia ha affermato che uno dei reati che sospetta sia stato commesso dai tre è la presenza illegale in Israele, benché ufficialmente, come già notato, Israele abbia reso illegale la loro presenza nelle loro stesse case quando li ha inclusi all’interno di Gerusalemme est senza concedere loro il diritto di residenza.

Anche gli abitanti di Umm Tuba si sono lamentati del fatto che i coloni dell’avamposto li hanno aggrediti quando si sono avvicinati alla collina. Gli abitanti di Umm Tuba, che hanno tutti la residenza permanente in Israele, per anni hanno pascolato le loro greggi nel wadi [letto del torrente, ndt.] sotto la collina. Ma da quando è stato fondato l’avamposto, affermano, i pastori hanno subito minacce e violenze da parte degli abitanti ebrei. Lunedì, quando i pastori sono arrivati al wadi con le loro pecore è comparso un gran numero di poliziotti e hanno detto loro di andarsene. Secondo gli abitanti uno ha persino minacciato il mukhtar [capo villaggio] di Umm Tuba, Aziz Abu Tir, insultandolo con parolacce.

“Siamo stati i vicini di Har Homa ormai da 30 anni e non ci sono mai stati problemi,” dice Sameh Abu Tir, un abitante di Umm Tuba. “Al contrario, i nostri figli scendevano a pascolare le pecore. Ma ora ogni volta che ci avviciniamo loro ci minacciano.”

Reut Maimon, dell’organizzazione [israeliana] di sinistra Ir Amim afferma che il violento attacco contro gli abitanti di Nu’man è stato il risultato diretto della continua indifferenza della polizia nei confronti delle loro ripetute richieste di intervento.

“Il Comune di Gerusalemme e il suo sindaco devono prendere immediatamente l’iniziativa di smantellare l’avamposto per impedire le gravissime conseguenze del fatto che un avamposto violento venga fondato all’interno del territorio delle città di Gerusalemme,” afferma. “Il Comune dovrebbe garantire la sicurezza e il benessere degli abitanti di Nu’man e Umm Tuba e mobilitare immediatamente tutte le istituzioni assistenziali della città per prendersi cura degli adolescenti coinvolti nelle violenze.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Vittorie del movimento BDS: lo Stato di Washington disinveste da Caterpillar e la capitale Olympia blocca gli investimenti con l’apartheid

Lois Pearlman

6 aprile 2026 – Mondoweiss

L’Ufficio della Tesoreria dello Stato di Washington ha annunciato di aver disinvestito 62 milioni di dollari in obbligazioni Caterpillar, e il consiglio comunale di Olympia, nello Stato di Washington, ha votato all’unanimità per bloccare gli investimenti in società coinvolte nell’apartheid o nell’occupazione illegale

Ventitré anni da che Rachel Corrie è stata schiacciata a morte da un bulldozer Caterpillar a Gaza, due successi in materia di disinvestimento nel suo Stato natale di Washington le hanno fatto un po’ di giustizia.

Il mese scorso l’Ufficio della Tesoreria dello Stato di Washington ha disinvestito 62 milioni di dollari in obbligazioni Caterpillar e il 24 marzo il Consiglio comunale di Olympia, nello Stato di Washington, ha votato all’unanimità per includere nella sua politica di investimento etico una dichiarazione dal tono risoluto che esclude qualsiasi investimento in società che siano collegate all’apartheid o all’occupazione illegale.

Rachel stava difendendo la casa della famiglia Nasrallah a Rafah, Gaza, dove trascorreva le notti come volontaria dell’International Solidarity Movement. Olympia è la città in cui Corrie è cresciuta e dove ancora risiede la sua famiglia.

Con la vendita delle obbligazioni della Caterpillar da parte del tesoriere statale Mike Pellicciotti, lo Stato di Washington diventa il primo degli Stati Uniti a disinvestire da tutte le società presenti nella lista del programma di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS), come dice Noam Perry, coordinatore della ricerca presso il Centro per la Responsabilità Sociale d’Impresa dell’American Friends Service Committee [fondata nel 1917, l’AFSC è un’organizzazione quacchera che promuove la giustizia col ridurre la complicità delle aziende nella violenza di Stato, ndt.]

La lista si concentra sulle società quotate in borsa profondamente coinvolte nell’apartheid israeliano. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, Israele utilizza da decenni i bulldozer Caterpillar per demolire le case dei palestinesi.

Nella dichiarazione rilasciata dall’ufficio del Tesoriere in merito al disinvestimento da Caterpillar si legge: “Questa decisione è stata presa per generare liquidità atta a riallocare gli investimenti in conformità con il portafoglio obbligazionario approvato per il 2026 dal team di investimento del Tesoro, che include società recentemente aggiunte all’elenco degli investimenti”.

In altre parole, il suo team di investimento ha ritenuto le obbligazioni Caterpillar un investimento rischioso, dato che altre entità statali come la Norvegia, i Paesi Bassi e la contea di Alameda in California stanno disinvestendo dalla società.

Ma Perry ha sottolineato che questo non è tutto.

“Sappiamo per certo che è stato a causa della pressione degli attivisti”, ha dichiarato a Mondoweiss.

Rae Levine di Seattle Jewish Voice for Peace (JVP) ha confermato. Insieme a Washington for Peace and Justice, un’organizzazione guidata da palestinesi, le organizzazioni hanno fatto pressione per oltre un anno sul Comitato per gli Investimenti dello Stato di Washington affinché disinvestisse dall’apartheid israeliano.

Levine ha spiegato che lo Stato ha due fonti di finanziamento: il Comitato per gli Investimenti dello Stato di Washington, che gestisce i fondi pensione, e l’Ufficio della Tesoreria che gestisce i fondi operativi dello Stato. Secondo Diana Fakhoury di Washington for Peace and Justice, il Comitato per gli Investimenti dello Stato di Washington detiene ancora investimenti in 53 società presenti nella lista BDS per un valore di circa 1 miliardo di dollari.

Secondo Dov Baum, direttore del Centro per la Responsabilità Sociale d’Impresa dell’AFSC, quando gli attivisti chiedono il disinvestimento prendono di mira i fondi operativi di un’entità, perché “è facile farlo, dato che quei fondi sono solitamente gestiti da un tesoriere”.

“Di solito ci concentriamo sui fondi operativi, non sui fondi pensione”, ha spiegato Baum. “Sono pochissimi i fondi pensione che tengono conto delle questioni etiche, perché questi fondi devono essere stabili e a lungo termine. Ed è molto difficile toccarli. E noi lo consideriamo un disinvestimento completo”.

In qualità di tesoriere dello Stato, Pellicciotti aveva già istituito nel suo dipartimento una politica di investimento responsabile dal punto di vista ambientale e sociale e agli attivisti è bastato fargli notare che Caterpillar non soddisfa quegli standard. Il suo ufficio ha esaminato l’investimento in Caterpillar e ha scoperto che altri enti avevano disinvestito dalla società, il che rendeva l’investimento rischioso e discutibile.

“È molto significativo che un tesoriere affermi che un investimento è rischioso”, ha detto Levine.

Il prossimo passo della coalizione è convincere il consiglio statale per gli investimenti ad adottare una politica di investimenti responsabili. Sosterranno una proposta di legge chiamata Responsible Investment Act, che non è stata approvata dal parlamento in questa sessione ma che probabilmente verrà ripresentata quando il parlamento si riunirà di nuovo nel gennaio 2027.

In una dichiarazione pubblica della società di macchinari pesanti con sede in Illinois, Caterpillar ha continuato a negare ogni responsabilità per l’uso che Israele fa dei bulldozer che acquista da loro. Dopo aver affermato “Non tolleriamo l’uso illegale o immorale di alcuna attrezzatura Caterpillar”, Caterpillar ha inoltre dichiarato di essere “soggetta a rigidi requisiti anti-boicottaggio ai sensi di due leggi statunitensi”.

La situazione a Olympia nello Stato di Washington è diversa perché la politica di investimento recentemente modificata è stata approvata all’unanimità dal consiglio comunale.

Il testo aggiornato recita tra l’altro: “La città si asterrà dall’investire in società le cui attività principali risiedono in settori dannosi come il tabacco, i combustibili fossili, la detenzione di massa o la reclusione degli immigrati e gli armamenti di qualsiasi tipo, o in società con una comprovata storia di coinvolgimento diretto in gravi violazioni dei diritti umani come la schiavitù e il lavoro carcerario, i crimini di guerra, l’occupazione militare illegale, la segregazione razziale o l’apartheid”.

Il consigliere comunale Clark Gilman, uno dei primi sostenitori dell’iniziativa per includere la clausola, ha dichiarato: “Spero che questo ispiri altri enti locali a unirsi a noi nell’affermare che i nostri investimenti non dovrebbero sostenere chi viola i diritti umani, i combustibili fossili o le armi da guerra”.

Per Cindy e Craig Corrie, i genitori di Rachel Corrie, queste due azioni di disinvestimento rappresentano il culmine di un lungo percorso che ha incluso cause legali contro Israele e Caterpillar, la ricerca di aiuto da parte di funzionari del governo statunitense e la fondazione della Rachel Corrie Foundation for Peace and Justice nei difficili mesi successivi alla morte di Rachel.

Sebbene diversi funzionari statunitensi, tra cui l’ex Segretario di Stato Antony Blinken, concordassero sul fatto che l’indagine israeliana sulla morte di Rachel fosse poco convincente, gli Stati Uniti non hanno mai esercitato pressioni su Israele affinché conducesse un’indagine più completa. E i tribunali israeliani, pronunciandosi sulle cause intentate dai Corrie contro Israele, hanno stabilito che la morte di Rachel è stata accidentale. 

Quando la famiglia Corrie intentò una causa contro la Caterpillar a nome di Rachel e di quattro famiglie palestinesi vittime delle demolizioni israeliane effettuate con i bulldozer Caterpillar, i tribunali distrettuali federali statunitensi respinsero il caso. La Corte stabilì che, poiché gli Stati Uniti avevano finanziato l’acquisto dei bulldozer Caterpillar, sarebbe stato inammissibile per la Corte interferire nelle decisioni di politica estera del potere esecutivo.

Nel 2003 il parlamentare per lo Stato di Washington Brian Baird presentò persino un disegno di legge che chiedeva un’indagine approfondita. Sebbene 78 membri della Camera dei Rappresentanti avessero co-sponsorizzato la proposta, questa non arrivò mai al voto.

Ma la famiglia Corrie, compresa la sorella di Rachel, Sarah, non si è mai arresa, continuando a lavorare a livello locale per la giustizia in Palestina attraverso la Rachel Corrie Foundation e con altre organizzazioni.

“Non abbiamo mai pensato che le azioni che abbiamo intrapreso fossero una perdita di tempo”, ha dichiarato Cindy Corrie durante un’intervista telefonica. “Erano tutti passi avanti nel processo”.

In seguito all’inizio dell’offensiva israeliana contro Gaza nell’ottobre 2023, questo processo li ha portati a formare un’alleanza con altri attivisti di Olympia chiamata Palestine Action of the South Sound (PASS), che ha guidato la campagna per una politica di investimenti etici. Olympia si trova al confine con la parte meridionale di Puget Sound [lunga insenatura che si trova sulla costa pacifica, ndt.]

Secondo Perry il disinvestimento basato su politiche di investimento responsabile è la strada da percorrere. Il sito web “Divesting for Palestinian rights” dell’AFSC elenca decine di città, contee, stati, università e organizzazioni che hanno disinvestito da obbligazioni israeliane o da aziende che sostengono l’apartheid israeliano.

Il Centro per la Responsabilità Sociale d’Impresa dell’organizzazione offre guida e supporto ai gruppi che lavorano sul disinvestimento. Cindy Corrie ha affermato che Perry e Baum hanno contribuito a guidare le iniziative sia nello Stato di Washington che a Olympia, recandosi persino a Seattle per lavorare con loro di persona.

“Questo è un ottimo esempio di ciò che può accadere e che sta accadendo”, ha detto. 

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Come banchieri, burocrati e osservatori sostengono il genocidio israeliano a Gaza

Hossam Shaker

4 aprile 2026 – Middle East Eye

Dalla guerra con i droni e la tecnologia alla finanza e al silenzio politico, il genocidio moderno opera attraverso sistemi che devono assumersi le proprie responsabilità alla pari di chi preme il grilletto

In termini relativi l’essere umano appare assente sulla scena del genocidio nella sua forma moderna, e sono visibili solo le vittime. Questa forma evoluta di genocidio nasconde i suoi autori e i suoi complici.

Agisce attraverso politiche, procedure e strumenti di guerra meccanizzata, tecnologica e digitale, compresa l’intelligenza artificiale, a differenza delle atrocità del passato, quando chi brandiva strumenti di morte e terrore appariva di persona, urlando mentre decapitava le vittime o bruciava le case.

I soldati dell’occupazione israeliana, ad esempio, hanno bombardato quartieri civili nella Striscia di Gaza a bordo di aerei da guerra e carri armati, mentre gli operatori di droni rimangono in ambienti climatizzati all’interno di basi militari distanti o si appostano nelle case palestinesi che hanno occupato.

Dietro questi ufficiali e soldati, perlopiù invisibili, si celano leader, funzionari, responsabili politici ed esecutori di procedure, nonché costruttori di armi, munizioni e software, insieme a sostenitori e propagandisti militari, politici ed economici del genocidio moderno, che spesso appaiono sotto mentite spoglie e rispettabili, indossando a volte cravatte di seta.

Uno dei compiti più complessi è identificare i complici del genocidio moderno, come quello perpetrato nella Striscia di Gaza tra il 2023 e il 2025. I ruoli appaiono stratificati e complessi, molti dei quali indiretti o non chiaramente visibili.

Tuttavia questa difficoltà non giustifica il mancato esame delle responsabilità, sia palesi che occulte.

Agire in tal senso rimane un imperativo etico per assicurare alla giustizia i responsabili di un genocidio moderno e in continua evoluzione, o per cercare di prevenirlo e scongiurarne i segnali premonitori, ove possibile.

Responsabili occulti

Un genocidio moderno funziona come un sistema che comprende una vasta gamma di responsabilità, alcune delle quali invisibili o per lo più inaspettate. Queste possono includere, ad esempio, il coinvolgimento di un centro di ricerca universitario nello sviluppo di tecnologie e software utilizzati in pratiche di genocidio e pulizia etnica.

Possono anche includere l’assegnazione di sovvenzioni provenienti da fondi sovrani o istituzioni di previdenza sociale a industrie militari che supportano l’occupazione israeliana e i crimini di guerra che essa commette.

Tali realtà possono costituire un tormento per le persone di coscienza che scoprano la propria inaspettata complicità in un sistema che perpetra atrocità, anche se non hanno personalmente premuto il pulsante che lancia un proiettile esplosivo di grandi dimensioni in grado di radere al suolo un quartiere residenziale in un campo profughi palestinese.

Claude Eatherly offre uno dei primi esempi del rimorso di coscienza che ha afflitto alcuni individui.

Il pilota dell’aeronautica statunitense giunse a riconoscere il proprio coinvolgimento in una delle più grandi atrocità dell’era moderna, avendo contribuito ai preparativi per il lancio della bomba atomica su Hiroshima.

Eatherly non sganciò la bomba personalmente. Il suo ruolo si era limitato a condurre una ricognizione aerea su Hiroshima prima del devastante attacco.

Eppure giunse a considerarsi complice della distruzione della città giapponese, e il suo senso di colpa lo perseguitò al punto da indurlo a tentare il suicidio due volte e a essere ricoverato in ospedale.

Livelli di complicità

Altri, nei Paesi occidentali che hanno sostenuto lo Stato israeliano durante il genocidio nella Striscia di Gaza, si sono dimessi pubblicamente da posizioni di prestigio in governi, ministeri, amministrazioni pubbliche e aziende informatiche, rifiutandosi di partecipare a ciò che alimentava le atrocità in corso.

Alcuni si sono spinti oltre, scegliendo percorsi ben più pesanti, decidendo di sacrificare la propria vita per fuggire ad una propria complicità. Tra questi, il giovane ufficiale dell’aeronautica statunitense Aaron Bushnell, che il 25 febbraio 2024 si presentò all’ingresso dell’ambasciata israeliana a Washington, DC, e si diede fuoco, dichiarando in diretta streaming: “Non sarò più complice del genocidio”, e gridando “Palestina libera” mentre il suo corpo bruciava.

L’ufficiale venticinquenne aveva affermato che il sostegno militare diretto degli Stati Uniti a un esercito che stava commettendo un genocidio lo rendeva complice di un crimine a cui il mondo intero poteva assistere in tempo reale. Il suo gesto volle rappresentare un segno di protesta contro tale complicità.

È necessario cercare i complici del genocidio anche in luoghi impensabili, compresi quelli in cui vivono coloro che lo sostengono in modo palese o occulto: persone che sono complici nel fornire supporto militare, logistico, politico, diplomatico, economico o propagandistico; persone che non riescono a perseguire i propri cittadini che si arruolano in un esercito responsabile di genocidio, oppure persone che traggono profitto dal sistema del genocidio in seno a grandi aziende, fabbriche e gruppi di interesse.

In un rapporto dettagliato pubblicato nel luglio 2025 Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, ha identificato oltre 60 aziende, tra cui importanti imprese statunitensi ed europee, presumibilmente coinvolte in quella che lei ha definito un'”economia del genocidio”.

L’elenco dei potenziali complici si estende ulteriormente, includendo commentatori e influencer a pagamento che tentano di minimizzare le atrocità e persuadere il pubblico con argomentazioni semplicistiche in cui forse nemmeno loro stessi credono.

Silenzio e potere

Bisogna inoltre ricordare che coloro che non intraprendono azioni adeguate in risposta ad un genocidio sono a loro volta complici nel perpetrarlo, attraverso la scelta di distogliere lo sguardo, rimanere in silenzio di fronte alle sue atrocità ed evitare di manifestare reazioni credibili.

Il loro silenzio è diventato complice nell’aprire la strada agli orrori inflitti dalla leadership israeliana al popolo palestinese nella Striscia di Gaza.

In questo contesto lo slogan “Il silenzio uccide” suona reale. Coloro che non intraprendono nemmeno una minima azione di fronte a un genocidio visibile a tutti sono come individui che ignorano un incendio che sta divorando una casa abitata nelle vicinanze, senza fare alcuno sforzo per intervenire o persino per chiamare i soccorsi, ma continuando invece a dedicarsi ai propri hobby.

È risaputo che l’Unione Europea non ha adottato alcuna misura punitiva contro Israele nel corso dei due anni di un genocidio che si è consumato incessantemente sotto gli occhi di tutti. La burocrazia del processo decisionale europeo ha vanificato i successivi tentativi di imporre anche sanzioni moderate e ha fatto deragliare le proposte di revocare i privilegi di cui Israele gode in virtù dell’accordo di associazione UE-Israele.

Nel frattempo, l’Europa ha continuato a imporre pacchetti di sanzioni di vasta portata alla Russia per la guerra in Ucraina, comprendenti migliaia di misure.

Con il prevalere dell’inazione la negazione e l’elusione si sono resi necessari per proteggere i governi europei e occidentali dall’obbligo di rispondere in modo proporzionato. In questo contesto la leadership israeliana ha maturato l’impressione di poter persistere nel commettere atrocità senza doverne rispondere.

Il genocidio contro il popolo palestinese nella Striscia di Gaza non avrebbe potuto continuare per due anni senza la complicità, diretta o indiretta, di individui ed entità.

Tra questi figurano coloro che lo hanno sostenuto, reso possibile e incoraggiato, esplicitamente o implicitamente. Vi sono coloro che hanno partecipato ad alcuni aspetti delle sue operazioni, coloro che hanno investito nelle sue industrie o tratto profitto da contratti correlati, e coloro che non hanno tentato di fermarlo o contrastarlo. Vi sono anche coloro che lo hanno semplicemente ignorato e sono rimasti in silenzio, o che hanno continuato a negarlo, evitando persino di riconoscerlo fin dal suo inizio come un genocidio.

Nessuno di loro può essere assolto dal sospetto di complicità nel terribile genocidio perpetrato in due anni in una piccola enclave costiera sul Mediterraneo, densamente popolata da rifugiati palestinesi, nel corso del XXI secolo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

Hossam Shaker è un giornalista e scrittore che si è occupato a lungo del tema della migrazione in Europa.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Non so come ne usciremo”: quanto ancora potrà resistere Israele?

Simon Speakman Cordall

3 aprile 2026 – Al Jazeera

Anni di guerra hanno profondamente cambiato la politica, l’economia e la società israeliane, affermano gli analisti

Due anni e mezzo a lanciare brutali attacchi contro i propri vicini e sull’enclave assediata di Gaza hanno trasformato la politica, l’economia e la società di Israele, affermano gli analisti.

Adesso, mentre Israele è impegnato in ciò che molti nel Paese hanno ripetutamente definito una “battaglia esistenziale” contro il nemico regionale Iran, resta da vedere che cosa può riservare il futuro per Israele. La fine definitiva del conflitto probabilmente verrà decisa dai parlamentari di Washington piuttosto che dagli strateghi di Israele.

Anche prima della guerra all’Iran, la guerra genocida di Israele contro Gaza ha avuto ripercussioni sulla condizione e sulle finanze del Paese. Secondo gli stessi dati della Banca di Israele le guerre della nazione contro Gaza, gli Houti, il Libano e l’Iran a partire da ottobre 2023 sono già costate 352 miliardi di shekel (112 miliardi di dollari), che corrispondono a un costo medio di circa 300 milioni di shekel (96milioni di dollari) al giorno.

Presso la Corte Internazionale di Giustizia Israele affronta ciò che i giuristi hanno già definito plausibili accuse di genocidio, mentre sia il suo primo ministro che l’ex ministro della difesa sono colpiti da mandati di arresto per crimini di guerra, spiccati dalla Corte Penale Internazionale nel novembre 2024. Ora, dal punto di vista economico, il Paese si prepara a quelle che potrebbero essere conseguenze finanziarie catastrofiche della sua guerra all’Iran.

E sembra che non si veda una fine certa.

Una lunga strada da percorrere

Gli obbiettivi della guerra dichiarati da Israele, di deteriorare le capacità militari dell’Iran e di creare le condizioni per cui la sua popolazione possa insorgere contro il governo, sembrano alquanto lontani.

Dopo quattro settimane di continui bombardamenti non ci sono segnali evidenti di agitazioni popolari in Iran o di minacce al governo.

Nonostante le dichiarazioni pubbliche di dirigenti degli Stati Uniti di aver di fatto distrutto militarmente l’Iran, il 27 marzo la Reuters, citando cinque fonti interne all’intelligence USA, ha riferito che solo un terzo delle scorte missilistiche di Teheran è stato distrutto.

Intanto la popolazione di Israele riceve irregolari ma frequenti allarmi di attacchi aerei, che avvertono nuovamente di ritirarsi nei rifugi e infrangono in continuazione ogni apparenza di normalità.

Si è di fronte a un paradosso. Le misure di emergenza, che hanno fatto chiudere molte scuole mentre i genitori devono continuare a lavorare, hanno accresciuto la tensione nelle famiglie. Ma gli analisti in Israele affermano che queste stesse famiglie considerano la guerra che stanno vivendo come da sempre inevitabile.

C’è un peso tombale che è caduto sulla gente, una specie di sudario”, ha detto a Al Jazeera la consulente politica e sondaggista Dahlia Scheindlin da una località vicino a Tel Aviv. Ha descritto qualcosa di simile a una lugubre determinazione tra gli ebrei israeliani ad andare avanti con la guerra per il momento, comunque.

La gente è esausta, ma per ora il 78% degli ebrei israeliani alla fine di marzo ha dichiarato all’Istituto per la Democrazia di Israele di appoggiare la continuazione della guerra.

Significativamente tuttavia una maggioranza riteneva anche che gli strateghi negli USA e in Israele avessero sottovalutato le capacità di Teheran.

Perciò, per quanto tempo continueranno a sostenere il conflitto Scheindlin non può dirlo. “Non è come la guerra dei 12 giorni (tra Israele e l’Iran nel giugno 2025), perché questa è durata molto più a lungo. E non è come il lancio di razzi di Hamas nel passato.

L’Iran lancia missili balistici, il che significa che tutti devono andare ogni volta nei rifugi. Sta anche durando molto di più e non sappiamo quanto a lungo continuerà”, ha detto.

Sinceramente non so come usciremo da tutto questo. Nessuno lo sa. Siamo ancora in mezzo al guado.”

Politica in bilico

Lo sfondo di tutto questo è una politica che pochi riconoscerebbero come quella che ha firmato gli Accordi di Oslo negli anni ’90 del ‘900. O quella che negli anni ’80 espulse l’ultranazionalista Meir Kahane, il promotore delle convinzioni estremiste che l’intransigente Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir e molti degli attuali membri del suo partito Potere Ebraico implicitamente sostengono.

Certamente personaggi come Ben Gvir e l’ultra ortodosso Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich – un colono il cui movimento ritiene di essere titolato dalla Bibbia a possedere la Cisgiordania – ricoprono ora ruoli centrali nel governo sia con il sostegno della coalizione trasversale che della popolazione.

Poi ci sono stati i festeggiamenti che hanno salutato l’approvazione della legge di Ben Gvir sulla pena di morte, destinata specificamente ai palestinesi.

Per completare l’opera, questa settimana vi è stata l’approvazione di un bilancio record di 271 miliardi di dollari – votato dai parlamentari in un bunker fortificato – che ha stornato milioni di shekel verso organizzazioni ortodosse e organizzazioni di coloni estremisti in ciò che analisti e gruppi di opposizione affermano essere un tentativo di rafforzare l’appoggio al governo di Netanyahu di fronte al perdurante intervento militare.

Chiunque voti contro il bilancio sta votando contro la sicurezza di Israele, contro le agevolazioni fiscali per i lavoratori in Israele e contro la tassazione delle banche”, ha affermato lunedì prima del voto Smotrich, i cui sostenitori nell’estrema destra e nei gruppi di coloni sono i primi beneficiari.

Certamente è tutto sempre peggio”, ha detto Aida Touma-Sliman del partito di sinistra Hadash. “Il mondo intero è stato a guardare ed ha trovato scuse per loro mentre commettevano un genocidio (a Gaza). Ovviamente pensano che anche quello che stanno facendo adesso sia accettabile. Il mondo intero lo ha detto.”

Tempeste in arrivo

Tuttavia resta da vedere per quanto tempo la sempre più estremista politica di destra di Israele rimarrà accettabile per una popolazione che fra non molto sosterrà il grave impatto delle sue eterne guerre regionali.

Nonostante il loro generale sostegno (o almeno la mancanza di una significativa opposizione) a gran parte della sua campagna genocidaria a Gaza, le Nazioni Unite, l’Unione Europea e diversi altri Paesi occidentali hanno condannato l’approvazione questa settimana della legge sulla pena di morte, prevista specificamente per i palestinesi.

Benchè finora sia stato ampiamente al riparo da tali ripercussioni, Israele non è assolutamente immune dagli effetti sul lungo termine della guerra, come segnalano gli analisti. Un’analisi pubblicata dal quotidiano francese Le Monde alla fine di marzo suggerisce che il conflitto con l’Iran abbia già imposto costi significativi per via delle maggiori spese per la difesa, della perdita di produttività dovuta alla mobilitazione dei riservisti e della ridotta attività dei consumatori.

Se gli sgravi fiscali per ora hanno ampiamente protetto i consumatori israeliani dal previsto aumento dei prezzi del carburante provocato dalla chiusura da parte dell’Iran dello Stretto di Hormuz, analisti come l’economista politico Shir Hever avvertono che, essendo Israele un importatore di carburante, si tratta di un sollievo solo temporaneo.

Tutti i precedenti conflitti in cui Israele si è impegnato hanno avuto alle spalle un bilancio concordato, con obbiettivi chiari e solide basi finanziarie su cui misurare tali obbiettivi”, afferma Hever. “Tuttavia ciò a cui stiamo assistendo è il tipo di economia che si potrebbe osservare in uno Stato totalitario, in cui le spese militari vengono adottate arbitrariamente senza considerare come la cosa sia compatibile con l’economia generale.”

In conclusione, come e quando finirà la guerra probabilmente sta meno nelle decisioni di Israele che in quelle di un presidente USA sempre più imprevedibile.

E quando questa settimana l’emittente statunitense Newsmax gli ha chiesto fino a che punto secondo lui Israele ha conseguito i suoi obbiettivi, il massimo che Netanyahu è stato capace di dire è stato “a metà”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il Progetto Paraguay: il piano segreto di Israele per deportare i gazawi negli anni ‘70

Ben Reiff

26 marzo 2026 – +972 Magazine

Un nuovo podcast svela il fallito tentativo del Mossad di espellere 60.000 palestinesi dopo aver occupato la Striscia di Gaza. Quasi sessant’anni dopo i metodi e gli obiettivi di Israele rimangono in modo inquietante simili.

Il 9 settembre 1969 circa 20 palestinesi della Striscia di Gaza salirono su un aereo in un aeroporto della zona centrale di Israele credendo di essere diretti in Brasile. Tramite un’agenzia di viaggi israeliana avevano firmato un programma di lavoro all’estero con la promessa di stipendi più alti di quelli che avrebbero potuto avere a Gaza, che Israele aveva occupato due anni prima. A chi aveva una famiglia venne assicurato che le mogli e i figli avrebbero potuto raggiungerli in Brasile poco tempo dopo. Ma non fu quello che avvenne.

Quando l’aereo atterrò a Sao Paulo delle guardie armate scortarono gli uomini su un altro velivolo più piccolo che li portò ad Asunción, la capitale del Paraguay, un Paese di cui molti di loro non avevano mai sentito parlare e che all’epoca era soggetto alla dittatura di Alfredo Stroessner. Lì vennero accolti da poliziotti armati e portati in un hotel per passarvi la notte.

Disorientati e insospettiti, venne detto loro di non preoccuparsi: la mattina seguente funzionari governativi gli avrebbero rilasciato dei documenti d’identità e avrebbero provveduto al loro inserimento lavorativo. Tuttavia quando questi funzionari arrivarono attribuirono a ognuno di loro sulle carte d’identità nuove professioni in modo arbitrario, poi li fecero salire su un autobus verso remote zone rurali.

Questo fu l’ultimo contatto che i palestinesi avrebbero avuto con una qualunque autorità riguardante il programma di lavoro, perché esso non esisteva. Erano stati indotti con l’inganno dal Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana, a salire su un volo che li avrebbe deportati come parte di un progetto segreto per esiliare in massa i palestinesi dalla Striscia di Gaza.

Abbandonati in un Paese di cui non parlavano la lingua, i nuovi arrivati si ritrovarono senza denaro, senza casa, senza lavoro, isolati e senza alcun modo per tornare a casa. E presto si resero conto che non erano gli unici, né gli ultimi, ad essere stati adescati e abbandonati in quel modo.

Per decenni la conoscenza di questa operazione segreta è rimasta confinata alle famiglie degli uomini che ne furono vittime. Ma un nuovo podcast [serie di episodi audio, interviste o narrazioni, ndt.], basato sulle testimonianze di due deportati e su prove negli archivi israeliani e paraguaiani, si prefigge di svelare una vicenda che Israele ha cercato a lungo di cancellare e spiega perché sia fallita pochi mesi dopo essere iniziata.

Dopo due anni e mezzo in cui Israele ha tentato, attraverso vari metodi, di sradicare totalmente la presenza palestinese a Gaza, gli echi di questa storia difficilmente potrebbero essere più forti.

Il racconto dei due deportati

Creata dal managing producer Maxim Saakyan e dai coproduttori Nadeen Shaker e Nada El-Kouny, la serie in quattro parti “Palestinians in Paraguay” [Palestinesi in Paraguay] di Uncovering Roots [Radici scoperte, nome del sito che ospita il podcast, ndt.] è costruita sulla ricerca di Hadeel Assali, una studiosa con un post-dottorato alla Columbia University, e John Tofik Karam, storico dell’università dell’Illinois, entrambi ospitati nei vari episodi.

Al centro ci sono le testimonianze di due uomini deportati in base a quello che è diventato noto come il Progetto Paraguay: Mahmoud Yousef, prozio di Assali (morto ad Amman nel 2021, ma i cui ricordi Assali ha registrato prima della morte) e Talal Al-Dimassi, che è ancora vivo e, sorprendentemente vive tuttora in Paraguay.

I due condividono le stesse origini. Entrambi erano nati in campi profughi in Egitto dopo che le loro famiglie furono cacciate durante la Nakba del 1948. Entrambi in seguito si sposarono a Gaza, allora sotto amministrazione egiziana, dove erano cresciuti nel campo di Al-Maghazi.

Stavano per diventare adulti quando Israele occupò la Striscia di Gaza nel 1967 e non molto tempo dopo entrambi si imbatterono nel progetto di deportazione segreto mascherato da programma di lavoro all’estero, apparentemente organizzato da un’agenzia di viaggi chiamata Patra. Yousef era attratto dalla promessa di salari elevati ricorda che gli erano stati offerti 3.000 $ al mese per un anno o due, dopodiché sarebbe tornato a Gaza. Ad Al-Dimassi, che era già stato arrestato e torturato dall’esercito israeliano a causa del suo passato coinvolgimento con gruppi della resistenza armata, venne dato un ultimatum: avrebbe potuto firmare per il programma oppure tutta la sua famiglia sarebbe stata espulsa.

Finora non si conosce il numero di palestinesi deportati in base al Programma Paraguay e le stime variano da qualche decina a varie migliaia. La domanda è dove siano andati a finire in giro per il mondo. Ma un documento scoperto da un amico di Assali nell’Archivio di Stato di Israele, il verbale della riunione di una Commissione governativa nel maggio 1969, ci racconta esattamente quanti gazawi i dirigenti israeliani intendevano espellere.

Si è ufficialmente deciso di approvare la proposta del Mossad riguardo all’emigrazione di 60.000 [persone] dai territori amministrati al Paraguay,” afferma il documento, aggiungendo che Israele avrebbe pagato al governo paraguaiano una tariffa di 33 $ a deportato, compreso un anticipo di 350.000 $ per i primi 10.000.

Oggi Gaza ospita oltre 2 milioni di persone, ma all’epoca la popolazione ne contava meno di 400.000. Il Progetto Paraguay, destinato in particolare ad attirare giovani di Gaza, intendeva dunque far sparire una grandissima percentuale di giovani maschi della Striscia eppure solo pochi voli decollarono. Allora perché il programma venne abbandonato?

Costretti a una condizione di sopravvivenza, nel giro di qualche settimana dall’arrivo molti deportati lasciarono il Paraguay attraversando a piedi i confini con i Paesi vicini: Brasile, Bolivia o Argentina. Yousef imparò rapidamente lo spagnolo e trovò lavoro vendendo prodotti tessili tra i vari Paesi, e alla fine si mise in contatto con la diaspora palestinese in Cile. Al-Dimassi si mise a vendere abiti porta a porta nelle zone rurali del Paraguay finché un giorno venne derubato sotto minaccia di un coltello. Per lui fu la goccia che fece traboccare il vaso.

Assolutamente disperati e sentendo di non avere più niente da perdere, Al-Dimassi e un altro deportato, Khaled Kassab, comprarono vecchi fucili e tornarono ad Asunción per affrontare direttamente l’ambasciatore israeliano in Paraguay, Benjamin Weiser Varon. 

Il 4 maggio 1970 arrivarono all’ambasciata e chiesero di parlare con Varon. Le guardie dell’ambasciata dissero loro che non c’era. Sospettando che non fosse vero fecero irruzione all’interno. Le guardie estrassero le armi e scoppiò uno scontro a fuoco.

Nella confusione i palestinesi videro Varon e spararono vari colpi. Uno di questi colpì l’ambasciatore alla schiena, ferendolo. Un altro uccise la sua segretaria, Edna Peer. (Sia Al-Dimassi che Kassab in seguito negarono di aver sparato i colpi; Al-Dimassi affermò che era stato Kassab, secondo cui era stato un terzo uomo che li aveva accompagnati.)

La sparatoria arrivò sulle prime pagine dei giornali in tutto il Sud America e nel resto del mondo. I primi articoli non menzionarono la deportazione degli uomini da Gaza, dipingendo invece l’incidente come un tentativo di assassinio orchestrato dall’ Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Ma quel racconto venne presto smentito.

Nel corso di un processo pubblico che durò due anni Kassab e Al-Dimassi utilizzarono l’aula di tribunale per dire al mondo quello che gli era successo, strappando il velo di segretezza da cui dipendeva il Progetto Paraguay. Di fatto con i loro proiettili posero fine dal progetto.

Il giudice paraguaiano alla fine considerò i due uomini colpevoli di omicidio e condannò entrambi a 13 anni di prigione, di cui ne scontarono otto. Secondo Al-Dimassi Israele cercò di ucciderlo varie volte in prigione (anche, afferma, con una torta avvelenata), obbligandolo ad entrare in una sorta di programma di protezione dei testimoni per circa un decennio dopo la sua liberazione. Ma non è pentito di quello che ha fatto.

Ho salvato 60.000 palestinesi che stavano per essere espulsi in Paraguay,” dice nel podcast. “Sono rimasti là, nella nostra patria.”

Emigrazione involontaria

Fin dai primi giorni del sionismo i leader del movimento hanno cercato di massimizzare la quantità di terra sotto il loro controllo riducendo nel contempo al minimo il numero di palestinesi che vi vivevano. Questo filo conduttore può essere tracciato in decenni di politica israeliana, in particolare con l’espulsione di circa 750.000 palestinesi da quello che diventò lo Stato di Israele durante la Nakba del 1948 e altri 300.000 dalla Cisgiordania e da Gaza con la Naksa del 1967.

Tuttavia la guerra del 1967 diede come risultato il fatto che Israele assorbì 1 milione di palestinesi all’interno dei suoi confini appena ampliati. Quasi subito i principali dirigenti politici del governo laburista al potere iniziarono a discutere di come liberarsi di quanti più palestinesi possibile. (“Voglio che se ne vadano tutti, anche se dovessero andare sulla luna,” avrebbe detto il primo ministro Levi Eshkol in uno di questi incontri). Ecco che entra in scena il Progetto Paraguay.

Israele non ha mai riconosciuto ufficialmente l’esistenza del progetto. Ma nel 2004 vari ex-politici con conoscenza diretta di esso vennero allo scoperto, confermando che era stata una politica del governo. “Facemmo un tentativo di incoraggiare l’emigrazione volontaria,” disse al giornale israeliano Makor Rishon Meir Amit, che aveva diretto il Mossad all’inizio dell’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza. “Il punto era di sfoltire la zona il più possibile dagli arabi.”

Per decenni le persone coinvolte sono state tenute a mantenere il segreto. Secondo Moshe Peer, il vedovo di Edna, uccisa nella sparatoria del 1970, un agente del Mossad andò a trovarlo dopo la morte di lei e gli chiese di non parlarne per 30 anni. Ma ancora oggi, dopo che sono stati resi pubblici dettagli del progetto, vige ancora una politica ufficiale di silenzio.

Un breve ricordo di Peer comparso sul sito del governo lo scorso anno per il Giorno della Memoria non menziona le circostanze della sua uccisione, attribuendola semplicemente a “terroristi palestinesi” di Gaza. E quando i produttori del podcast hanno contattato Patra, l’agenzia di viaggio che aveva agito come copertura del programma e che opera ancora a Tel Aviv, il suo amministratore delegato Reem Greiver (il cui padre, Gad, all’epoca dirigeva l’impresa) ha negato che l’agenzia abbia giocato un ruolo nell’organizzazione del trasferimento di palestinesi.

Ci sono varie possibili ragioni per mantenere questa politica del silenzio, ma uno dei più importanti è probabilmente il fatto che i tentativi israeliani di espellere i palestinesi da Gaza, sia con mezzi occulti che palesi, non sono mai cessati, come gli ultimi due anni e mezzo hanno reso palesemente evidente.

C’è voluta meno di una settimana dopo l’attacco di Hamas il 7 ottobre 2023 perché un ministro israeliano raccomandasse formalmente il trasferimento forzato e permanente dell’intera popolazione di Gaza al di là del confine, nella penisola egiziana del Sinai. Tre mesi dopo circa una decina di ministri del governo ha partecipato a una conferenza organizzata da gruppi di coloni che ospitava una enorme mappa con potenziali luoghi per nuove colonie ebraiche a Gaza.

Dirigenti di estrema destra, primi fra tutti il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e quello della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, hanno riproposto un eufemismo familiare per descrivere quello che dovrebbe succedere agli abitanti palestinesi della Striscia: “emigrazione volontaria”.

Questa retorica si è tradotta in strategia militare. Lungi dall’attenersi alle intenzioni ufficiali della guerra di liberare gli ostaggi e distruggere Hamas, il massacro di Israele contro Gaza si è rapidamente rivelato essere una campagna di eliminazione totale. Oltre ad uccidere circa uno ogni 30 gazawi e ferirne uno ogni 14, Israele ha danneggiato o distrutto oltre il 90% delle unità abitative della Striscia e circa il 90% delle sue infrastrutture idriche e sanitarie.

Lo scopo era la devastazione, intesa ad impedire ogni possibilità di una vita degna per i palestinesi nell’enclave. Il maggio scorso, in un incontro a porte chiuse della Knesset, Netanyahu ha detto che l’esercito stava “distruggendo sempre più case (in modo che i gazawi) non avessero dove tornare,” ottenendo come “unico ovvio risultato” l’emigrazione all’estero.

E in larga misura questa strategia ha raggiunto gli effetti sperati: a marzo 2025 più di metà dei gazawi intervistati ha affermato che se ne avesse avuta l’opportunità se ne sarebbe andata, ma Israele ha chiuso tutti i valichi.

Quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca all’inizio del 2025 e ha proclamato la sua intenzione di “prendere” Gaza e spostare definitivamente la sua popolazione, il governo israeliano ha lanciato (o piuttosto rilanciato) un “Ufficio per l’Emigrazione Volontaria” incaricato di pianificare deportazioni di massa. “Se spostiamo 5.000 (palestinesi) al giorno, ci vorrà un anno (per espellerli tutti),” ha osservato Smotrich in un’altra riunione della Knesset.

Il problema, come sempre, è stato trovare un posto che li accogliesse. Il rifiuto dell’Egitto di aprire la sua frontiera ai rifugiati palestinesi è stato irremovibile, nel timore di diventare complice di un atto di pulizia etnica di massa. Politici israeliani e statunitensi hanno passato mesi a cercare in giro per il mondo un Paese che volesse, al giusto prezzo, assorbire centinaia di migliaia di deportati da Gaza, ma nessuno si è detto disponibile.

Di conseguenza Israele è stato obbligato a ripartire da zero. Beh, non proprio.

Chiusura del cerchio

Lo scorso novembre un aereo con a bordo 153 palestinesi di Gaza è partito dall’aeroporto di Ramon, nel sud di Israele, ed è atterrato a Johannesburg, in Sudafrica, via Nairobi, Kenya. Non si è trattato di un volo ordinario: i passeggeri non sapevano quale fosse la loro destinazione e, secondo l’ambasciata palestinese in Sudafrica, l’aereo è arrivato senza preavviso né coordinamento.

A causa dell’assenza di timbri di partenza sui passaporti dei passeggeri, così come del fatto che non avevano prenotato biglietti di ritorno né una sistemazione, le autorità di frontiera sudafricane gli hanno impedito di sbarcare dall’aereo per circa 12 ore dopo l’atterraggio. Infine hanno consentito loro di scendere dall’aereo “per ragioni umanitarie” e un’associazione benefica locale è intervenuta per fornire una sistemazione temporanea.

I passeggeri hanno detto ai media che il loro viaggio era stato organizzato da un’associazione chiamata Al-Majd Europe, che gli ha chiesto da 1.000 a 3.000 $ a testa con la promessa, attraverso una pubblicità in rete, di sicurezza e cure mediche all’estero. Qualche giorno dopo un’inchiesta di Haaretz ha ricondotto Al-Majd a un uomo d’affari israelo-estone e ha rivelato che le sue operazioni erano state autorizzate dall’Ufficio per l’Emigrazione Volontaria del governo israeliano.

La stessa inchiesta ha scoperto che il volo del 13 novembre a Johannesburg era il terzo del genere organizzato da Al-Majd: il primo, lo scorso maggio, ha portato 57 gazawi in Indonesia e Malaysia via Budapest, e il secondo, alla fine di ottobre, ne ha portati 150 a Johannesburg via Nairobi, lo stesso viaggio di quello contrastato di novembre, ma che non ha suscitato gli stessi sospetti o pubblicità.

Non è tutto. Secondo un’altra inchiesta pubblicata all’inizio di questo mese da AP [Associated Press, agenzia di notizie statunitense, ndt.] Al-Majd di fatto funge da copertura per la nota organizzazione israeliana di estrema destra Ad Kan, che lo scorso anno ha pagato una pubblicità sugli autobus israeliani su cui si leggeva “Vittoria = Emigrazione volontaria”, e “Questo autobus potrebbe essere pieno di gazawi. Ascoltate Trump, fateli uscire!”

Nonostante queste rivelazioni Al-Majd sta ancora attivamente reclutando gazawi per voli di deportazione, sfruttando la disperazione di quanti hanno perso tutto in conseguenza del massacro genocida di Israele. In un post su X del 5 marzo l’organizzazione ha affermato di aver “evacuato” un totale di 1.021 palestinesi verso altri Paesi, tra cui Canada e Australia, anche se i dettagli di queste operazioni rimangono avvolti nel mistero.

Ovviamente con circa 2 milioni di palestinesi che rimangono a Gaza il tentativo israeliano di “assottigliare” la popolazione, almeno per gli standard di quanti se ne occupano, è stato un sonoro fallimento. Eppure la permanenza di tali comportamenti, con l’utilizzo di metodi così simili al Progetto Paraguay di quasi sessant’anni fa, rivela la straordinaria persistenza della pretesa israeliana di espellere il popolo palestinese dalla sua terra, che sia sotto la direzione della sinistra sionista o della destra kahanista [ i seguaci del rabbino razzista e suprematista Meir Kahane, ndt.].

Nel contempo il fatto che dopo tutti questi anni Israele stia ancora tentando e non riesca ad espellere in massa i gazawi dovrebbe semmai evidenziare l’inutilità di questo progetto. Anche dopo una campagna militare di due anni intesa a rendere totalmente inabitabile la Striscia, i palestinesi rimangono determinati a ricostruire le proprie vite dalle macerie e dalla polvere.

Israele non ha mai consentito ad Al-Dimassi di tornare a Gaza, ma Gaza torna ancora nei suoi sogni. Nell’episodio finale del podcast racconta che in uno di questi “mi sono ritrovato su una montagna a Gaza. A sinistra vedo animali che pascolano. A destra sventola la bandiera palestinese. Vedo contemporaneamente la luna e il sole. Ho cercato di capire cosa significhi il mio sogno e vuol dire che Gaza tornerà. Un giorno ci sarà la pace.”

Ben Reiff è vice direttore di +972 Magazine e vive a Londra. Ha scritto per The Guardian, The Nation, New Statesman, Prospect e Haaretz ed è intervenuto su Punto d’Ascolto di Al Jazeera e sulla radio britannica LBC. È anche membro fondatore del collettivo editoriale Vashti Media [rivista britannica in rete che offre punti di vista ebraici e si rivolge alla sinistra britannica, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)