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Fare giornalismo in un tempo leggendario. La testimonianza personale di una giornalista

Shireen Abu Aqleh

Ottobre 2021 – This Week in Palestine

Nota Redazionale

Un articolo di Shereen Abu Aqleh dell’ottobre scorso che descrive la sua professione nella terra occupata da Israele e in particolare la capacità  della popolazione palestinese di Jenin di non abbassare mai la testa dinanzi all’invasore anche nei momenti più critici. Scriviamo queste poche righe con lo stato d’animo sconvolto dalle immagini che ci sono giunte da Gerusalemme Est per l’inaudito e violento attacco della polizia al corteo funebre.

Probabilmente è stata una coincidenza a riportarmi indietro di vent’anni. Quando sono arrivata a Jenin a settembre non mi aspettavo di rivivere questa travolgente sensazione. Jenin è ancora la stessa fiamma inestinguibile che abbraccia giovani senza paura che non si fanno intimidire da nessuna possibile invasione israeliana.

Il motivo per cui ho passato parecchi giorni e notti nella città è stato il successo dell’evasione dal carcere di Jalboa. È stato come tornare al 2002 quando Jenin visse qualcosa di unico, diverso da qualunque altra città in Cisgiordania. Verso la fine dell’Intifada di Al-Aqsa cittadini armati si sparpagliarono per tutta la città e sfidarono apertamente le forze di occupazione che intendevano invadere il campo.

Nel 2002 Jenin diventò una leggenda nella mente di molti. La battaglia nel campo contro le forze di occupazione in quell’aprile è ancora molto presente nella mente dei suoi abitanti, anche di quelli che non erano ancora nati quando accadde.

Tornando a Jenin adesso, 20 anni dopo, ho rivisto molti volti familiari. In un ristorante ho incontrato Mahmoud, che mi ha salutata chiedendomi: “Ti ricordi di me?” “Sì”, ho risposto, “Mi ricordo di te”. È difficile dimenticare quel viso e quegli occhi. Lui ha continuato: “Sono uscito di prigione pochi mesi fa”. Mahmoud era ricercato dagli israeliani quando lo incontrai negli anni dell’Intifada.

Ho rivissuto quelle sensazioni di ansia e di orrore che provavamo ogni volta che incontravamo una persona armata nel campo. Mahmoud è uno dei fortunati: è stato incarcerato e rilasciato, ma per gli abitanti di Jenin e per i palestinesi in generale i volti di molti altri sono diventati simboli o semplici ricordi.

Durante questa visita non abbiamo avuto difficoltà a trovare un posto dove stare, diversamente da dieci anni fa quando abbiamo dovuto sistemarci in casa di gente che non conoscevamo. A quel tempo le persone ci aprivano le loro case poiché non c’erano alberghi.

A prima vista la vita a Jenin può sembrare normale, con ristoranti, alberghi e negozi che aprono ogni mattina. Ma a Jenin si ha l’impressione di essere in un piccolo villaggio che controlla ogni straniero che arriva. In ogni strada la gente chiede alla troupe: “Siete della stampa israeliana?”. “No, siamo di Al-Jazeera”. La targa gialla del veicolo israeliano incute sospetto e paura. L’auto è stata fotografata e la foto è stata fatta circolare diverse volte prima che i nostri movimenti in città diventassero familiari per gli abitanti.

A Jenin abbiamo incontrato persone che non hanno mai perso la speranza: non hanno permesso alla paura di entrare nei loro cuori e non sono state spezzate dalle forze di occupazione israeliane. Probabilmente non è una coincidenza che i sei prigionieri che sono riusciti ad evadere fossero tutti dei dintorni di Jenin e del campo [profughi].

Per me Jenin non è un’effimera storia nella mia carriera o nella mia vita personale. È la città che mi può sollevare il morale e aiutarmi a volare. Incarna lo spirito palestinese che a volte trema e cade ma, oltre ogni aspettativa, si rialza per inseguire i suoi voli e i suoi sogni.

E questa è stata la mia esperienza come giornalista: nel momento in cui sono fisicamente stremata e mentalmente esausta, mi trovo di fronte ad una nuova, sorprendente leggenda. Può nascere da un piccolo spiraglio, o da un tunnel scavato sottoterra [riferimento all’evasione dei prigionieri di Jenin fuggiti dal carcere israeliano di Gilboa, ndtr.].

  Shireen Abu Aqleh

Per 24 anni ho coperto il conflitto israelo-palestinese per Al Jazeera. Oltre alla questione politica, il mio interesse è stato e sarà sempre la vicenda umana e la sofferenza quotidiana del mio popolo sotto occupazione. Prima di lavorare per il mio attuale canale sono stata co-fondatrice di radio Sawt Falasteen. Nel corso della mia carriera ho seguito quattro guerre contro la Striscia di Gaza e la guerra israeliana contro il Libano nel 2009, oltre alle incursioni in Cisgiordania. Inoltre ho coperto eventi negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Turchia e in Egitto.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Shireen Abu Akleh: le forze israeliane aggrediscono il corteo funebre che accompagnava la bara prima dell’inumazione.

Huthifa Fayyad, Latifeh Abdellatif , Lubna Masarwa

venerdì 13 maggio 2022 – Middle East Eye

Nonostante l’aggressione da parte delle forze israeliane, in migliaia hanno sfilato nella Città Vecchia di Gerusalemme per dire addio alla giornalista palestinese

Questo venerdì le forze israeliano hanno lanciato granate assordanti e aggredito i palestinesi che accompagnavano la bara della giornalista assassinata Shireen Abu Akleh all’esterno dell’ospedale di Gerusalemme, prima del suo servizio funebre e della sua inumazione nella Città Vecchia.

Alcuni palestinesi in lutto hanno insistito per portare il suo feretro sulle spalle dall’ospedale francese Saint-Louis alla Chiesa cattolica romana della Città Vecchia, prima di trasportarla al luogo dell’inumazione, il cimitero del monte Sion.

Prima che potessero lasciare la cinta dell’ospedale le forze israeliane li hanno aggrediti, spinti indietro e hanno fatto irruzione nel cortile.

Secondo fonti palestinesi almeno 14 persone sono state arrestate e 33 ferite dalla repressione israeliana.

Una ripresa in diretta di Al Jazeera ha colto il momento in cui i palestinesi in lutto hanno quasi lasciato cadere il feretro sotto gli attacchi delle forze israeliane.

Givera al-Budeiri, una collega di lunga data e amica intima di Abu Akleh ha descritto dal vivo in diretta la violenta repressione contro i partecipanti al funerale riuniti fuori dall’ospedale.

“Forze dell’occupazione stanno attaccando l’ospedale. Ora stanno sparando proiettili. Stiamo parlando di un ospedale, non di una zona di conflitto,” ha affermato, addolorata e trattenendo le lacrime.

“Persino nella sua morte Shireen ha denunciato le azioni delle forze di occupazione,” ha detto un altro giornalista di Al Jazeera.

Qualche istante dopo gli israeliani li hanno obbligati a mettere la bara su un’automobile e hanno permesso loro di lasciare l’ospedale, purché non in corteo. Decine di persone all’ospedale volevano unirsi alla processione e gli è stato impedito.

Quando il feretro è finalmente arrivato alla chiesa cattolica romana decine di altre persone stavano aspettando di assistere al servizio funebre per Shireen Abu Akleh.

Un degno tributo”

Venerdì migliaia di palestinesi musulmani e cristiani di Gerusalemme e della comunità palestinese in Israele, anche di Haifa e Nazareth, sono arrivati per rendere omaggio alla nota giornalista nella chiesa della Città Vecchia.

“Una Nazione unita, alza le tue mani e la tua voce,” hanno scandito i palestinesi prima del servizio funebre. “Musulmani e cristiani, fate sentire la vostra voce insieme.”

Anche molti dei colleghi e amici giornalisti di Abu Akleh erano presenti al funerale.

La stimata giornalista era nota e molto rispettata dai telespettatori del mondo arabo, soprattutto in Palestina, dove la sua morte ha avuto risonanza tra personalità di tutto lo spettro politico e sociale.

La sua uccisione, gli attacchi contro altri giornalisti e la repressione contro il suo corteo funebre hanno unito i palestinesi in quello che è stato descritto come un raro momento di unità nazionale. Nella Città Vecchia di Gerusalemme sono stati dedicati ad Abu Akleh servizi funebri, con bandiere palestinesi che sventolavano.

“Guardo queste scene del funerale di Shireen e si tratta sia di una commemorazione della sua vita che anche di una grande rabbia per il modo in cui è stata uccisa,” ha detto a Middle East Eye l’avvocatessa palestinese Diana Buttu.

“Shireen ha toccato ogni casa palestinese. Ogni casa araba. Ha portato la Palestina al mondo arabo e attraverso di lei il mondo ha compreso cosa significhi essere palestinesi,” ha aggiunto Buttu.

“Vedere queste migliaia di persone in un omaggio così degno di Shireen. Era veramente una persona che ha fatto del suo meglio per garantire che le nostre storie venissero ascoltate e non posso dire quanto io sia orgogliosa di dire che era mia amica.”

Dopo la messa di suffragio una grande folla ha portato la bara di Abu Akleh a 300 metri dalla chiesa fino al cimitero del monte Sion, con poliziotti pesantemente armati schierati nella Città Vecchia.

Forze speciali israeliane si sono ammassate fuori dalla chiesa, arrestando e aggredendo molte persone che sventolavano le bandiere palestinesi.

Tuttavia migliaia di palestinesi decisi a dare un addio degno ad Abu Akleh hanno sfilato lungo la stretta via che porta al cimitero.

Una croce di fiori, portata davanti alla bara da una folla di musulmani e cristiani, alla fine è arrivata alla tomba.

Lì, in un momento straordinario, rappresentanti delle varie denominazioni cristiane di Gerusalemme hanno fatto suonare insieme le campane delle chiese, un gesto di unità raramente visto nella storia della città.

Coperta da una bandiera palestinese, che le autorità israeliane hanno vietato ai sostenitori di portare, alla fine il feretro di Abu Akleh è stato calato nella terra in un appezzamento vicino ai suoi genitori.

Restrizioni israeliane prima del funerale

Poco prima del funerale le forze israeliane hanno imposto un certo numero di restrizioni. I palestinesi vi hanno visto un tentativo di ostacolare il rito e di limitare il numero di persone presenti.

Hanno vietato le bandiere palestinesi durante il funerale e imposto il divieto di manifesti e canti di canzoni nazionaliste.

Giovedì notte il fratello di Abu Akleh è stato convocato per essere interrogato, un’iniziativa che molti hanno visto come un tentativo di fare pressione sulla famiglia e ostacolare la cerimonia del venerdì.

Secondo fonti locali giovedì forze israeliane hanno fatto irruzione nella casa di Abu Akleh, cercando di togliere una bandiera palestinese che era stata innalzata in suo onore.

Da quando è stata uccisa le forze israeliane hanno mantenuto una massiccia presenza poliziesca a Gerusalemme. Nonostante le restrizioni e la pesante repressione, migliaia di palestinesi hanno giurato di riunirsi per il servizio funebre e di sfilare accanto alla sua bara fino alla sepoltura.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’iconica “Voce della Palestina” di Al Jazeera uccisa durante un raid israeliano

Ali Abunimah – 11 maggio 2022

ElectronicIntifada

Mercoledì mattina Shireen Abu Akleh , corrispondente di Al Jazeera, è stata colpita a morte da uno sparo durante un raid israeliano nella Cisgiordania occupata, provocando shock e rabbia in Palestina e in tutta la regione.

“Un crimine tragico e deliberato che viola tutte le leggi e le norme internazionali, le forze di occupazione israeliane hanno assassinato a sangue freddo la nostra corrispondente Shireen Abu Akleh”, ha affermato la rete con sede in Qatar.

Israele inizialmente ha incolpato i palestinesi della morte di Abu Akleh, ma in seguito ha ritrattato l’affermazione.

La sua morte è stata annunciata dal Ministero della Salute palestinese poco dopo la diffusione di video online che mostravano il suo corpo inerte mentre veniva caricato su un’auto e portato via.

Il sito web in lingua inglese della rete ha riferito che la corrispondente veterana “è stata colpita mercoledì da un proiettile mentre seguiva in diretta i raid israeliani nella città di Jenin ed è stata portata d’urgenza in ospedale in condizioni critiche, secondo il Ministero e i giornalisti di Al Jazeera”.

Quando è stata uccisa Abu Akleh, palestinese con cittadinanza statunitense, indossava il giubbotto della stampa e un casco. Aveva 51 anni.

Un altro giornalista, Ali Samoudi, è stato colpito alla schiena durante lo stesso scontro ed è stato riferito che si trova in condizioni stabili.

Nelle interviste rilasciate dal suo letto d’ospedale, Samoudi ha insistito sul fatto che i giornalisti fossero stati deliberatamente presi di mira dalle forze israeliane e che al momento non c’era nessuna azione di fuoco da parte dei palestinesi contro i soldati israeliani.

Samoudi ha detto che i giornalisti si trovavano in uno spazio aperto e dunque erano chiaramente visibili ai soldati. Ha detto che non c’era alcun palestinese combattente o civile nella zona, solo soldati israeliani.

“Stavamo per filmare l’operazione dell’esercito israeliano e all’improvviso ci hanno sparato senza chiederci di andarcene o interrompere le riprese”, ha detto Samoudi. “Il primo proiettile ha colpito me e il secondo proiettile ha colpito Shireen… non c’era alcuna resistenza militare palestinese sul posto”.

Anche Shatha Hanaysha, un’altra giornalista che si trovava proprio accanto ad Abu Akleh, ha affermato che non erano in corso scontri tra combattenti palestinesi ed esercito israeliano e ha affermato che i giornalisti sono stati intenzionalmente presi di mira.

“Eravamo quattro giornalisti, tutti indossavamo giubbotti, tutti indossavamo caschi”, ha detto Hanaysha ad Al Jazeera. “L’esercito di occupazione [israeliano] non ha smesso di sparare neanche quando si è accasciata. Non potevo nemmeno allungare il braccio per tirarla via a causa degli spari. Era evidente che l’esercito sparava per uccidere”.

Al Jazeera ha trasmesso il video di una persona con indosso un giubbotto antiproiettile con la scritta “Press” e un elmetto che giaceva immobile a terra, affermando che si tratta della scena finale dell’omicidio di Abu Akleh.

Si può vedere un’altra persona con indosso lo stesso abbigliamento accovacciata nelle vicinanze, mentre i palestinesi si avvicinano per prestare assistenza.

Israele si rimangia il tentativo di incolpare i palestinesi

Israele ha ammesso che i suoi soldati erano entrati nel campo profughi di Jenin alla ricerca di quelli che definisce “sospetti terroristi”.

I raid quasi quotidiani delle forze di occupazione israeliane in tutta la Cisgiordania provocano regolarmente feriti e morti tra i palestinesi.

Ma Tel Aviv è subito passata all’offensiva, negando la responsabilità per la morte di Abu Akleh.

Il primo ministro Naftali Bennett ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma: “Sembra probabile che dei palestinesi armati – che al momento stavano sparando indiscriminatamente – siano i responsabili della sfortunata morte della giornalista”.

Secondo il giornalista israeliano Barak Ravid, Bennett ha basato la sua affermazione su un video girato da palestinesi e condiviso sui social media.

Nel video si sente una voce che dice in arabo: “Hanno colpito un soldato, è sdraiato a terra”.

Il Ministero degli Esteri israeliano ha condiviso un’altra clip che mostra un uomo in uno stretto vicolo che spara con un’arma automatica. Il Ministero ha ribadito l’affermazione secondo cui i palestinesi “sparando indiscriminatamente avrebbero probabilmente colpito” Abu Akleh.

I sottotitoli nel video del Ministero degli Esteri non corrispondono al suo audio, e sembrano presi dal video condiviso da Ravid.

L’esercito israeliano ha condiviso lo stesso video.

Niente nei due video sembra collegato alla morte di Abu Akleh. L’obiettivo immediato di Israele sembra essere stato quello di sollevare abbastanza polvere da evitare titoli compromettenti e seminare dubbi su ciò che era realmente successo.

Il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem ha detto che il suo operatore sul campo a Jenin “ha documentato il luogo esatto in cui ha sparato il palestinese armato ripreso nel video diffuso dall’esercito israeliano, così come il luogo esatto in cui è stata uccisa la giornalista Shireen Abu Akleh. “

In base a questa indagine, il gruppo ha concluso che il video degli “spari palestinesi diffuso dall’esercito israeliano non può essere quello dello sparo che ha ucciso la giornalista Shireen Abu Akleh”.

Israele ha una lunga storia di utilizzo di video e immagini false o dati fuori contesto per eludere la responsabilità delle proprie azioni.

Israele in seguito ha ritirato le accuse contro i palestinesi, e il capo dell’esercito Aviv Kohavi ha affermato: “Al momento non è possibile determinare da quali proiettili sia stata uccisa Abu Akleh”.

Kohavi ha detto che l’esercito israeliano aprirà un’indagine interna per “chiarire i fatti e presentarli in toto il prima possibile”.

Nel frattempo Itamar Ben-Gvir, un deputato israeliano di estrema destra noto per aver elogiato la violenza contro i palestinesi, ha giustificato l’omicidio di Abu Akleh.

“Quando a Jenin i terroristi sparano sui nostri soldati, loro devono rispondere al fuoco con la massima forza, anche se nella zona ci sono ‘giornalisti’ di Al Jazeera che spesso stanno deliberatamente in mezzo alla battaglia e disturbano i soldati”, ha twittato Ben-Gvir.

“Secondo quanto riferito, è finita nel fuoco dei terroristi”, ha anche affermato Ben-Gvir, “E comunque pieno appoggio agli eroici soldati dell’esercito israeliano”.

Gli Stati Uniti chiedono un’indagine

L’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele Thomas Nides si è detto “molto triste nell’apprendere della morte della giornalista americana e palestinese” Abu Akleh.

“Incoraggio un’indagine approfondita sulle circostanze della sua morte e del ferimento di almeno un altro giornalista oggi a Jenin”, ha aggiunto Nides.

Il tono gentile contrasta con la reazione dei funzionari statunitensi quando a marzo in Ucraina è stato ucciso il regista americano Brent Renaud.

Sebbene le circostanze dell’omicidio di Renaud non fossero chiare, il portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price aveva immediatamente denunciato quello che definiva un “raccapricciante esempio delle azioni indiscriminate del Cremlino”.

A febbraio, il Dipartimento di Stato aveva chiesto a Israele di condurre una “approfondita indagine penale” dopo che il mese precedente i soldati israeliani avevano attaccato Omar Assad, un anziano palestinese americano, lasciandolo senza vita.

Alla richiesta degli Stati Uniti di indagare sull’omicidio di Assad ha fatto seguito una rapida indagine interna israeliana che si era conclusa con un lieve rimprovero ai tre soldati coinvolti.

Washington, che fornisce a Israele miliardi di dollari di armi ogni anno, non ha mai dato seguito alle sue richieste con sanzioni che sanciscano la responsabilità di Israele.

Sistema di insabbiamento

“Non credo che l’abbiamo uccisa noi”, ha detto Ran Kochav, portavoce dell’esercito israeliano, all’emittente pubblica Kan.

Abbiamo proposto ai palestinesi di aprire una rapida indagine congiunta. Se l’abbiamo davvero uccisa, ci assumeremo la responsabilità, ma non sembra sia così”.

Va detto che le indagini interne di Israele nascondono sistematicamente i crimini dei soldati dell’occupazione contro i palestinesi.

Nel 2016, B’Tselem ha annunciato che avrebbe smesso di collaborare alle indagini militari israeliane, che ha definito un “sistema di insabbiamento”.

L’autorevole associazione israeliana per i diritti umani ha aggiunto che 25 anni di denunce infruttuose a nome dei palestinesi “ci hanno portato alla consapevolezza che non ha più senso perseguire la giustizia e difendere i diritti umani lavorando con un sistema la cui vera funzione consiste nella capacità di continuare a coprire con successo atti illegali e proteggere i colpevoli”.

Continui attacchi ai giornalisti

Alla notizia della sua morte molti utenti dei social media hanno pianto l’omicidio di Abu Akleh come il mettere a tacere la “Voce della Palestina”.

Abu Akleh lavorava ad Al Jazeera dal 1997. I suoi reportage sono noti a decine di milioni di persone in tutto il mondo arabo. Era molto rispettata tra i colleghi palestinesi e internazionali.

Nonostante ora neghi la propria responsabilità, Israele ha una lunga storia di ferimenti e uccisioni di giornalisti e operatori dei media.

Le forze israeliane hanno attaccato i giornalisti che seguivano la Grande Marcia del Ritorno, le proteste di massa disarmate a Gaza iniziate nel 2018.

Due giornalisti, Yaser Murtaja e Ahmad Abu Hussein, sono stati uccisi e altre decine sono stati feriti.

Durante la campagna di bombardamenti su Gaza l’anno scorso, Israele ha deliberatamente preso di mira gli edifici che ospitavano quasi tutti gli uffici dei media locali e internazionali.

Israele, che si vanta dell’abilità della sua intelligence, ha in seguito assurdamente affermato di non avere idea che nell’edificio fossero ospitate le principali organizzazioni dei media mondiali.

Quasi un anno fa, gli aerei da guerra israeliani hanno raso al suolo un edificio che ospitava gli uffici dell’Associated Press e di Al Jazeera.

Israele ha affermato che l’edificio era in uso all’intelligence militare di Hamas, ma non ha mai offerto alcuna prova.

Un raid aereo israeliano ha ucciso anche il giornalista Yousif Abu Hussein, 32 anni, nel suo appartamento a Gaza City. Era un popolare giornalista della radio Voice of Al-Aqsa.

Reporter senza frontiere lo scorso maggio ha dichiarato di “condannare l’uso sproporzionato della forza da parte di Israele contro i giornalisti, che in nessun caso dovrebbero essere trattati come parti del conflitto armato”.

E il mese scorso la Corte penale internazionale ha ricevuto una denuncia per presunti crimini di guerra contro giornalisti commessi dalle forze di occupazione israeliane.

Per la Federazione internazionale dei giornalisti la denuncia riguarda l’aver preso ” sistematicamente di mira” quattro operatori dei media palestinesi “uccisi o mutilati dai cecchini israeliani mentre seguivano le manifestazioni a Gaza”,.

Ali Abunimah è co-fondatore di The Electronic Intifada e autore di The Battle for Justice in Palestine [La battaglia per la giustizia in Palestina], appena uscito da Haymarket Books e di  One Country: A Bold-Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse [Un solo paese: una proposta coraggiosa per por fine all’impasse israelo-palestinese].

Tamara Nassar ha contribuito alla ricerca.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Solo i palestinesi possono decidere se boicottare la Corte degli occupanti

Michael Sfard

10 maggio 2022 – +972 magazine

La Corte Suprema israeliana ha approvato l’espulsione forzata di Masafer Yatta, e si ripresenta la questione se “legittimare” i tribunali.

La sentenza della Corte Suprema israeliana della scorsa settimana, che consente al governo di trasferire con la forza la comunità palestinese della Zona di Tiro 918 nell’area di Masafer Yatta, nella Cisigordania occupata, ha riacceso l’annoso dibattito tra attivisti di sinistra e per i diritti umani in Israele: dobbiamo presentare ricorsi alla Corte Suprema sulle violazioni dei diritti dei palestinesi che vivono sotto occupazione?

Le considerazioni sulle reti sociali, anche da parte di avvocati che hanno rappresentato i palestinesi davanti alla Corte Suprema per molti anni, hanno suggerito che è giunto il momento (e forse avrebbe dovuto essere fatto prima) di boicottare i tribunali israeliani ed evitare di chiedere ai giudici di porre rimedio o tutelare dai danni ai palestinesi.

È un argomento ben noto, e la comunità di attivisti in Israele-Palestina non è la prima a sollevarlo. Questo dibattito ha avuto luogo per decenni tra i militanti per i diritti umani in tutto il mondo – nel Sudafrica dell’apartheid e negli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam, per esempio – e continua tuttora, dall’India alla Russia.

Gli attivisti che si oppongono allo status quo – soprattutto in regimi repressivi, occupanti, di apartheid, etnocratici o totalitari – quasi sempre devono lottare con una situazione di sistemi giudiziari accondiscendenti che collaborano, e a volte persino si identificano, con i crimini di quei regimi.

La questione politica se ricorrere al sistema giudiziario di un governo repressivo è pertanto importante e affascinante, benché emerga solo dove c’è una possibilità realistica che si possa ottenere qualcosa con un procedimento legale. Perché ci sia questo dubbio ci deve essere un sistema che ogni tanto conceda qualche forma di riparazione, e la domanda è quindi se sia opportuno continuare a impegnarvisi e pagare il prezzo di tale impegno o lasciar perdere del tutto.

Ad ogni modo ciò che si ottiene non è sempre una vittoria, cioè una vittoria totale in una causa. Un contenzioso può garantire quelli che si potrebbero definire “frutti secondari”: benefici collaterali che a lungo termine possono aiutare in maniera significativa la lotta contro una determinata politica, ma non sono il risarcimento diretto cercato avviando il procedimento giudiziario.

Ogni avvocato che abbia mai avuto a che fare con una causa le cui possibilità di successo sono esili conosce i benefici collaterali delle azioni giudiziarie per i diritti umani. Spesso la speranza, e persino la strategia, è che si ottengano proprio questi successi secondari. Per esempio: il tempo.

Il tempo è un vantaggio collaterale molto importante. Molte cause rimandano in modo significativo la messa in pratica di un’azione o una politica ingiuste. I processi contro l’espulsione della comunità palestinese di Khan al-Ahmar, nella Cisgiordania occupata, è durato 11 anni, finché la Corte Suprema ha deliberato a favore dello Stato. A Susiya, sulle colline meridionali di Hebron, lo stesso procedimento è durato 17 anni. La causa riguardante la Zona di Tiro 918 ha portato a un’ingiunzione temporanea che ha consentito alle comunità di continuare a vivere sulle loro terre. L’ingiunzione è rimasta in vigore per 22 anni.

Questi lunghi periodi di tempo consentono di organizzarsi politicamente, l’attivazione di pressioni diplomatiche e la garanzia di una significativa copertura mediatica –niente di tutto ciò sarebbe stato possibile se i progetti dello Stato fossero attuati rapidamente. Susiya e Khan al-Ahmar sono esempi perfetti di come il tempo possa rendere possibili l’organizzazione e una opposizione efficace, rendendo particolarmente difficile portare a termine le espulsioni forzate previste persino ora che tutti i ricorsi sono stati rigettati.

Un altro esempio di prodotto collaterale delle cause è l’informazione. Un’azione legale può mettere in luce molti dettagli riguardo a una politica o una prassi, che possono invece essere utili in una lotta sociale o politica. A volte in queste lotte le informazioni possono valere quanto l’oro.

Le azioni giudiziarie possono portare altri risultati: un procedimento legale può spesso incrementare la consapevolezza pubblica e attirare l’attenzione dei media sull’argomento sottoposto a controllo giudiziario; è un processo che dà vita a dibattiti concreti contro lo status quo e le azioni progettate dal governo, formulando nel contempo l’alternativa che dovrebbe sostituirle, contribuendo a far conoscere la lotta; obbliga lo Stato a prendere una posizione chiara che spieghi e difenda le sue azioni, e a darne conto. Sono tutti strumenti importanti in una lotta e che di rado sono ottenuti fuori dalle aule dei tribunali.

Fare ricorso o non fare ricorso

Di fronte a tutto ciò quelli che si oppongono alle azioni legali sono per lo più preoccupati dell’effetto di legittimazione di sentenze negative;, dell’inganno di una parvenza di processo equo e non di parte a favore dell’uso della forza coercitiva da parte del governo; l’impegno in queste cause di energie e risorse che potrebbero essere investite altrove. Questi sono i costi politici dei procedimenti giudiziari.

Quindi, cosa si conclude se si soppesano costi e benefici? Qual è il bilancio finale? Ricorrere o meno ai tribunali? Forse il prezzo maggiore sempre citato in questo contesto è che i procedimenti giudiziari possono portare a sentenze che legittimano i crimini. Ciò evidenzia un paradosso: più il tribunale è progressista – cioè, più è disponibile ad opporsi alle autorità e interviene a favore delle vittime delle violazioni dei diritti umani – maggiore è il costo in termini della legittimazione nel caso in cui caso si perda.

D’altro canto, più il sistema giudiziario è sottomesso, più sentenzia regolarmente a favore delle autorità e adotta la loro posizione, più si riduce il prezzo in termini di legittimazione.

Questa è una conclusione importante: il pericolo di legittimare le politiche (e il regime) è particolarmente alto nei sistemi giudiziari in cui è alta la possibilità di garantirsi delle vittorie significative. Non mi pare che questa sia la situazione in Israele. Anche se la Corte è stata tenuta tradizionalmente in grande considerazione, quell’epoca è passata sia in Israele che all’estero, sicuramente in quei contesti sociali che costituiscono il bacino di potenziali reclute e sostenitori nella lotta per porre fine all’occupazione.

Riguardo al molto tempo e alle molte energie che le cause richiedono, è chiaro che, se ci fossero mezzi alternativi di resistenza che potrebbero portare a risultati e soluzioni positive migliori dei tribunali israeliani sarebbe giusto spostare risorse su quei mezzi. Mi pare che in molti casi non ci siano alternative più efficaci ai procedimenti giudiziari.

Dall’altra parte ci sono esseri umani che sono vittime delle azioni che queste istanze cercano di impedire. Dal loro punto di vista c’è poco da perdere nel ricorrere ai tribunali. Se un’istanza fallisce, quello che succede sarebbe successo comunque, solo molto prima. In questo modo c’è almeno la speranza di garantirsi il tempo necessario per organizzare una lotta, per sfruttare l’attenzione data ai procedimenti giudiziari e per utilizzare le informazioni – parte delle quali possono essere importanti – che i processi mettono in luce.

E a volte, solo a volte, i ricorrenti ottengono una vera e propria vittoria, parziale o – in rare occasioni – totale, che impedisce un’ingiustizia: annullando la proibizione di viaggiare all’estero; limitando il furto di terre; garantendo l’accesso a terreni agricoli; cancellando la “legge sulle regolarizzazioni” [degli avamposti israeliani illegali, ndt.]; cacciando coloni da terre di proprietari privati palestinesi, come nel caso degli avamposti di Amona e di Migron.

La lealtà ai diritti umani ci autorizza a sacrificare la possibilità per una persona di evitare l’espulsione, la perdita di reddito o lo smantellamento di una comunità sull’altare di un calcolo dell’eventuali scotto di legittimare un regime repressivo?

Dopo tutte le considerazioni e valutazioni, in definitiva non sta agli avvocati o alle Ong decidere. La decisione spetta ai palestinesi. Sono loro che devono scegliere se ricorrere ai tribunali dell’occupante o boicottarli. Nel frattempo ogni anno migliaia di palestinesi optano per correre il rischio. Che sia per mancanza di alternative o per le sofferenze, questa è la scelta che stanno facendo.

Michael Sfard è avvocato specializzato in leggi sui diritti umani e umanitarie internazionali ed autore di “The Wall and The Gate: Israel, Palestine and the Legal Battle for Human Rights [Il muro e la porta: Israele, Palestina e la battaglia giuridica per i diritti umani].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




In che modo Israele progetta di “colonizzare” la parte restante di Gerusalemme

ARAB 48

9 Maggio 2022 – Mondoweiss

Un nuovo catasto israeliano a Gerusalemme est potrebbe portare alla confisca di vaste aree di proprietà palestinesi. Ahmad Amara valuta le terribili implicazioni per il popolo di Gerusalemme e per il futuro della città.

Il progetto israeliano di accatastare i territori di Gerusalemme est, che è stato formalmente stilato attraverso un decreto del governo con il titolo “Decreto 3790 finalizzato alla riduzione delle carenze socioeconomiche e alla promozione dello sviluppo economico a Gerusalemme est” minaccia ciò che resta dei terreni di Gerusalemme, poiché Israele prevede di accatastare l’intera Gerusalemme est occupata attraverso un comitato supervisionato dal Ministero della Giustizia. I lavori del comitato dovrebbero concludersi entro la fine del 2025.

Israele doveva completare il processo di attribuzione/accatastamento del 50% del territorio di Gerusalemme Est durante il quarto trimestre del 2021. Tuttavia, poiché la procedura sembra essere complicata, Israele prevede che il lavoro non andrà avanti facilmente in tutti i quartieri di Gerusalemme Est. Pertanto il comitato incaricato ha deciso di avviare zone pilota in diverse aree. Inoltre il processo è stato rallentato anche dalla diffusione nell’ultimo anno del Covid-19, che tuttavia continua.

Una valutazione della situazione pubblicata dal Madar Research Center [centro di ricerca indipendente palestinese sugli aspetti politici, sociali, economici e culturali delle questioni israeliane, ndtr.] afferma che Israele sostiene che l’accatastamento dei terreni di Gerusalemme est aumenterebbe le entrate della municipalità di Gerusalemme di centinaia di milioni di shekel [uno shekel equivale a 28 centesimi di euro, ndtr.], così come aumenterebbe le entrate dei gerosolimitani che potrebbero beneficiare dell’accatastamento, oltre all’assegnazione di circa 550.000 dunum [55.000 ettari, ndtr.] per zone industriali che impiegherebbero forza lavoro palestinese.

Tuttavia la registrazione delle terre potrebbe essere utilizzata di fatto per far avanzare irreversibilmente la colonizzazione israeliana, il che porterebbe alla confisca di vasti terreni di Gerusalemme est, che poi sarebbero ufficialmente registrati come proprietà demaniale.

Durante l’ultimo mezzo secolo di occupazione e annessione della città Israele ha già confiscato vaste aree di Gerusalemme Est a favore di grossi insediamenti coloniali israeliani. Israele ha soffocato la naturale espansione dei gerosolimitani palestinesi creando nuove situazioni nell’area. Pertanto l’accatastamento dei terreni di Gerusalemme est, in base a quanto avviene oggi rispetto alla situazione precedente all’occupazione del 1967, consoliderebbe i cambiamenti coloniali a Gerusalemme est e faciliterebbe il furto repentino di altre terre con pretesti giuridici.

Arab 48 [emittente online di informazioni in lingua araba, ndtr.] ha intervistato su questo aspetto e sulle sue implicazioni per le terre e le persone di Gerusalemme e il futuro della città il ricercatore, docente e avvocato Dr. Ahmad Amara, specializzato in diritto fondiario e diritto internazionale. Il Dr. Amara è un avvocato specializzato in contenzioso internazionale, docente presso la New York University di Tel Aviv e ricercatore presso lo studio di consulenza legale dell’Università Al-Quds. La sua ricerca si concentra sull’intersezione tra diritto, storia e geografia, con particolare attenzione al diritto fondiario ottomano nella Palestina meridionale e a Gerusalemme. Di recente ha pubblicato Emptied Lands – A Legal Geography of Bedouin Rights in the Negev [Terre svuotate – Una geografia giuridica dei diritti dei beduini nel Negev, ndtr.], con Alexandre Kedar e Oren Yiftachel, e attualmente sta lavorando alla ricerca sul controllo del territorio e sull’ebraizzazione attraverso vari strumenti legali incentrati su Silwan e Sheikh Jarrah [quartieri prevalentemente palestinesi di Gerusalemme Est oggetto negli ultimi anni di ripetuti sfratti violenti da parte delle forze di polizia israeliane, ndtr.].

Arab 48: Le intenzioni di Israele di sfruttare tutti gli strumenti legali, amministrativi e progettuali a favore dei suoi piani di colonizzazione sono chiare, ma per favore mi spiega cos’è l’attribuzione/accatastamento di una proprietà fondiaria e qual è la procedura?

Amara: una semplice attribuzione di una proprietà terriera costituisce praticamente la registrazione dei diritti fondiari, cioè l’affermazione dei diritti del proprietario sulla propria terra con riferimento ad un determinato appezzamento di terreno, ad un’area specifica in centimetri su una mappa e ad un certificato catastale.

L’attribuzione delle proprietà fondiarie fu introdotta in Palestina dagli inglesi e dagli ottomani prima di loro. Il Tapu [catasto] che conosciamo è una procedura ottomana. Nel contesto temporale delle normative e delle riforme amministrative e legali ottomane, la legge sul Tapu è stata introdotta a metà del XIX secolo, in un momento in cui l’Impero Ottomano intraprendeva il suo tentativo di agire come uno Stato moderno centralizzato e cercava di compilare quante più statistiche e dati possibili sulla popolazione e sul territorio. La legge ottomana sul Tapu fu emanata nel 1860, mentre la legge fondiaria ottomana venne promulgata nel 1958. Questa legge ha avuto un ruolo importante nella confisca israeliana delle terre palestinesi nel Negev, in Galilea, in Cisgiordania e a Gerusalemme.

Dopo gli ottomani giunse la Gran Bretagna e stabilì una nuova procedura di attribuzione/accatastamento di una proprietà fondiaria basata su accurate mappe di rilevamento e su una lottizzazione in blocchi e appezzamenti. La procedura faceva anche parte della politica britannica di controllo delle terre demaniali e di trasferimento di alcune di queste terre agli insediamenti coloniali sionisti. Israele ha seguito e applicato la stessa procedura di accatastamento fondiario.

Per quanto riguarda l’iter burocratico relativo all’attribuzione/accatastamento, lo Stato fa una dichiarazione relativa alla registrazione, i richiedenti interessati devono presentare la loro richiesta fondiaria, quindi la procedura è regolata da diverse norme e regolamenti che portano alla pubblicazione di una tabella delle rivendicazioni fondiarie e in seguito di una tabella dei diritti fondiari. Pertanto, chiunque rivendichi un diritto otterrebbe la registrazione e pubblicazione del suo nome per una verifica da parte del responsabile degli insediamenti fondiari.

Arab 48: Riguardo la terra che nessuno rivendica, rimane proprietà dello Stato?

Amara: il responsabile delle attribuzioni fondiarie è obbligato a ricercare, approfondire e stabilire i diritti sulla terra, indipendentemente dal fatto che lo Stato abbia presentato un reclamo per uno specifico terreno. Il pericolo sta in ciò che Israele cerca di registrare a suo favore come terra pubblica o statale — Proprietà degli Assenti [la Legge sulle Proprietà degli Assenti, emanata nel 1950, fu creata ad hoc al fine di acquisire la proprietà su beni e immobili delle migliaia di profughi palestinesi che furono espulsi dalle forze ebraiche verso i Paesi arabi confinanti, ndtr.] e proprietà appartenenti agli ebrei da prima del 1948. Il rischio esiste perché nel processo di attribuzione Israele è la controparte e l’arbitro.

Come è noto, la terra presumibilmente appartenuta agli ebrei prima del 1948 è amministrata dal “Custode generale”, mentre la proprietà degli assenti [palestinesi costretti ad abbandonare la terra] è gestita dal “Custode delle proprietà degli assenti”. Entrambi sono presenti nel Comitato per l’assegnazione del titolo fondiario, che comprende anche rappresentanti del comune di Gerusalemme. Questi comitati attualmente si riuniscono e sono operativi. C’è una società che lavora specificamente al rilevamento e alla mappatura, e hanno già iniziato con blocchi di terreni pilota a Beit Hanina, Jabal al-Mukabbir, Sheikh Jarrah e Beit Safafa, un’operazione supervisionata dal Ministero della Giustizia israeliano.

Arab 48: Lei ha sottolineato che questa attribuzione del titolo fondiario è la continuazione di un processo avviato dal Mandato Britannico prima del 1948, che aveva obiettivi di controllo coloniale LAO [Law and Administration Ordinance, Ordinanza sulla legge e l’amministrazione, con cui lo Stato di Israele riconobbe validità alle leggi del Mandato britannico, ndtr.] della terra.

.Amara: Il processo è più di una semplice confisca. La procedura britannica di attribuzione della proprietà fondiaria, iniziata nel 1928, mirava a suddividere e controllare le “terre statali” e a facilitare la loro destinazione a favore della colonizzazione ebraica, come delineato nella Sezione 6 del Mandato britannico sulla Palestina.

Il secondo obiettivo era rispondere alla richiesta della leadership sionista di registrazione dei terreni per facilitarne l’acquisto e per proteggere meglio i diritti dell’acquirente. In questo contesto, notiamo che anche se gli inglesi fino al 1948 avevano accatastato solo il 20% del territorio della Palestina, la registrazione avveniva principalmente nelle aree in cui erano ubicati insediamenti coloniali ebraici, cioè principalmente in Galilea e sulla costa, mentre non troviamo tali registrazioni, per esempio, in Cisgiordania.

Come è noto, l’accordo tra i leader sionisti prevedeva tre modi per prendere il controllo della terra in Palestina: il primo era con la forza, come facevano tutte le potenze coloniali (conquista), il secondo era attraverso leggi autoritarie e decisioni di confisca delle terre, che non era possibile in assenza di sovranità, mentre il terzo era l’acquisto e l’accatastamento dei terreni, quindi la registrazione era fondamentale per loro.

La prima cosa che fecero gli inglesi quando colonizzarono la Palestina fu chiudere gli uffici Tapu (del catasto), e la successiva fu formare la Commissione Abramson, che suggerì l’emissione di due ordinanze, la Land (Mahlul) Ordinance del 1920 e la Land (Mawat) Ordinance del 1921. Tra il 1928 e il 1948 il mandato britannico è stato in grado di accatastare 5,2 milioni di dunam [520.000 ettari, ndtr.] di terra su un totale di 26 milioni di dunam [2.600.000 ettari, ndtr.] della Palestina e, se osserviamo la mappa di accatastamento, vediamo che esiste una somiglianza significativa tra la mappa di accatastamento e la mappa della partizione della Palestina.

Arab 48: Quindi, l’attribuzione della proprietà fondiaria era al servizio del sionismo anche prima della creazione di Israele. Come sarà sotto la sovranità israeliana, e a Gerusalemme in particolare?

Amara: Il movimento sionista aveva contribuito alla stesura delle leggi fondiarie britanniche. A volte venivano inviati progetti di legge all’Agenzia ebraica [istituita nel 1923 col compito di facilitare l’immigrazione ebraica in Palestina e l’acquisto di terre dai proprietari arabi e di pianificare le politiche generali della leadership sionista, ndtr.] per un commento ed era importante che la terra fosse assegnata e accatastata nelle aree di attrito in cui la terra veniva acquistata, per radicare lì i diritti degli insediamenti coloniali ebraici.

Per quanto riguarda l’attuale attribuzione della proprietà fondiaria a Gerusalemme, le esperienze passate in Galilea e nel Negev suggeriscono che Israele ha cambiato molte delle leggi e regolamenti britannici e ottomani, in particolare per quanto riguarda la definizione di diritti e regole probatorie, incluso il ruolo dei comitati di villaggio locali, il peso di testimonianze orali che confermano che una certa persona possiede la terra e il dato empirico del possesso della terra.

L’esperienza successiva al 1948 fu molto diversa da quella precedente. Sebbene poco più di 2 milioni di dunum [200.000 ettari, ndtr.], meno del 5% della terra, siano stati acquistati dalle istituzioni sioniste prima del 1948, lo Stato di Israele ora controlla il 95% della terra. Ciò è stato ottenuto attraverso una serie di leggi e procedure come la legge sulla proprietà degli assenti, la legge sull’acquisizione di terreni e l’ordinanza sui terreni (acquisizione per finalità pubbliche).

Le prime attribuzioni di proprietà fondiarie dopo il 1948 iniziarono a Gerusalemme ovest nei villaggi e nei quartieri di Ein Karem, Deir Yassin e al-Talibiya, e l’obiettivo era legittimare il controllo israeliano sulle terre di queste aree, sapendo che Gerusalemme era classificata come Corpus Separatum nell’ambito del Piano di spartizione delle Nazioni Unite [l’area di Gerusalemme si sarebbe dovuta trovare sotto un regime internazionale, con uno status speciale per la sua comune importanza religiosa, ndtr.].

Tuttavia, negli anni ’50 e ’60 si avviò il processo di attribuzione in Galilea e fu legato all’imposizione di una sovranità e agevolazione del processo di colonizzazione ebraica di fronte ai timori dell’indipendenza della regione da Israele o alla minaccia della sua annessione a un Stato arabo. Naturalmente ha giocato un ruolo importante nel processo anche la politica di ebraizzazione della Galilea.

Arab 48: Sentiamo spesso parlare della dichiarazione di Ben-Gurion dell’epoca, in cui diceva, dopo un viaggio in Galilea, di essersi sentito come se si trovasse in un Paese arabo.

Amara: L’attribuzione delle proprietà fondiarie in Galilea è connessa con l’ebraizzazione di quest’area, cosa che sta avvenendo oggi anche a Gerusalemme, ma ciò che ci preoccupa di questa esperienza è il modo in cui Israele in quella circostanza ha implementato il processo di attribuzione delle proprietà fondiarie. Le autorità israeliane hanno negato tutte le testimonianze orali su cui si era fatto affidamento durante la registrazione degli insediamenti nel periodo del Mandato britannico e hanno escluso le registrazioni fiscali come prova della proprietà. Confiscando così ingiustamente vaste aree di terra.

I dati specifici riportano che a seguito di questo accordo e della conseguente confisca 8.000 ricorsi vennero presentati ai tribunali israeliani da proprietari terrieri palestinesi, l’85% dei quali fu respinto.

Nel Negev l’attribuzione venne annunciata nel 1974, nelle aree in cui era stata trasferita ed era concentrata la maggior parte dei beduini e, dopo l’annuncio, furono presentate 3.220 richieste sulle terre in assegnazione. Tuttavia, Israele scelse di congelare queste richieste e di negoziare principalmente un risarcimento monetario con i ricorrenti. Tuttavia, nel 2004 era stato evaso solo il 15% circa di queste richieste.

Dopo il 2004 Israele ha iniziato a presentare controrivendicazioni nei confronti delle famiglie arabe del Negev, e ad oggi sono 500-600 le cause giudiziarie, 300-400 delle quali sono state risolte a favore di Israele. Ad oggi la magistratura israeliana non ha riconosciuto alcuna rivendicazione di proprietà da parte di arabi del Negev. Nel nostro libro sul Negev, Emptied Lands, mostriamo come Israele stia svuotando la terra della sua popolazione indigena e della sua storia, sostenendo che queste terre sono terre “mawat”, morte [nel diritto ottomano, terreni non coltivati che venivano per questo incamerati dallo Stato, ndtr.], e quindi “terre statali”, e che i beduini sono intrusi in queste terre.

Arabo 48: Quindi, sta dicendo che le attribuzioni fatte da Israele in diverse aree palestinesi erano preventivamente volte a confiscare e a porre sotto controllo la terra, e questo è ciò che accadrà a Gerusalemme est?

Amara: L’ironia è che subito dopo l’occupazione di Gerusalemme Est Israele ha bloccato l’accordo sulla proprietà fondiaria avviato dalla Giordania, durante il quale era stato accatastato il 30% delle terre della Cisgiordania.

Durante gli ultimi 50 anni di occupazione, Israele ha confiscato 24.000 dunum [2.400 ettari, ndtr.], che costituiscono il 38% della terra di Gerusalemme est, sulla base principalmente di una legge britannica del 1943 che autorizzava la confisca di terre a fini di interesse pubblico.

Quindi riteniamo che l’annuncio dell’attribuzione miri a contrattare con la gente ciò che resta della terra. Sappiamo che le istituzioni che cercano di continuare a controllare le terre palestinesi sono presenti nel comitato, come il “Custode generale” e il “Custode delle proprietà degli assenti” e altri, e sono pronte a sequestrare ulteriori terre palestinesi con vari pretesti e leggi israeliane. In effetti, il solo Keren Kayemet” (Fondo nazionale ebraico) ha annunciato che aprirà per l’accatastamento 17.000 schedari di proprietà terriere presenti nei suoi archivi, inclusi 2.050 schedari di appezzamenti di terreno a Gerusalemme est.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




A Gaza le restrizioni ai viaggi delle donne causano dissidi in famiglia

Rakan Abed e Khuloud Rabah Sulaiman 

9 maggio 2022 – The Electronic Intifada

Wafa, 28 anni, laureata in amministrazione aziendale, ha recentemente perso un’occasione di lavoro in Turchia perché non può lasciare Gaza.

L’ostacolo? Suo padre, contrario al suo viaggio all’estero da sola.

Il suo ragionamento? Una donna non può e non deve affrontare le sfide della vita senza un uomo che la protegga che sia un marito, un padre o un fratello.

Il contesto?

Nel febbraio 2021 il Consiglio Giudiziario Supremo di Gaza ha adottato una normativa che permette a un tutore maschio di ottenere un’ingiunzione del tribunale che vieta a una donna o a una ragazza di viaggiare se farlo le metterebbe a rischio.

Ciò che costituisce esattamente tale rischio – o “pericolo assoluto” secondo il linguaggio della legge – è, forse intenzionalmente, non ben definito. Il risultato è che se un tutore di una ragazza, padre, nonno, fratello, zio, ottiene un divieto imposto dal tribunale, lei non potrà lasciare Gaza fin da prima che un giudice prenda una decisione.

È quello che è successo a Wafa, che non vuole che il suo nome compaia in questo articolo.

Wafa aveva ottenuto un’offerta di lavoro da un’azienda turca come autrice di contenuti. Ma quando ha detto al padre che stava progettando di andarsene, lui le ha negato il permesso. E anche il fratello è irremovibile.

Ogni volta che cercavo di convincere mio padre o mio fratello ad accettare l’idea del mio viaggio c’era un barlume di speranza, ma poi mi hanno sempre delusa,” dice a The Electronic Intifada.

Subito dopo aver ricevuto la comunicazione da parte del datore di lavoro che avrei perso il posto se non ci fossi andata al più presto, ho cercato per l’ultima volta un accordo con la mia famiglia. Ma niente è cambiato.”

Condanna

Human Rights Watch ha condannato la decisione giudiziaria che secondo l’organizzazione per i diritti umani con sede a New York “viola il diritto delle donne di lasciare il proprio paese senza discriminazioni ai sensi del diritto internazionale per la protezione dei diritti umani.”

L’organizzazione ha citato il caso di Afaf al-Najar, diciannovenne, a cui è stata negata l’opportunità di conseguire la laurea in Turchia lo scorso settembre dopo che il padre ha emesso un ordine di sospensione del viaggio.

Wafa, come al-Najar, è intenzionata a mantenere vivo il suo sogno.

Ammette però che la famiglia ha quasi distrutto le sue ambizioni. Con un picco di disoccupazione oltre il 50%, molti giovani non vedono altra alternativa che abbandonare Gaza per migliorare il livello di studi e la carriera.

Al fratello di Wafa è stato permesso di andare a cercar fortuna lontano da Gaza, cosa che l’ha fatta ancor più arrabbiare quando in seguito ha perso il lavoro in Turchia.

Mi sono isolata nella mia camera da letto per settimane, lontana da famiglia e amici,” dice. “Dopo che hanno distrutto le mie ambizioni di lavorare all’estero mi sembrava che la mia vita non avesse più senso.”

A Gaza con il suo lavoro come autrice di contenuti per l’ottimizzazione dei motori di ricerca guadagna un po’ di più che in molti degli altri lavori disponibili, ma tutti sono preoccupati per la disperata situazione economica dell’enclave. Wafa sogna ancora di andarsene.

Mi sento come una prigioniera ansiosa di rivedere il sole e respirare aria fresca il giorno del mio rilascio,” continua. “La liberazione arriverà quando mio padre mi permetterà di viaggiare e realizzare le mie ambizioni che per ora ho sepolto.”

Violazione del diritto internazionale

Zainab al-Ghanimi, direttrice del Centro per la ricerca e la consulenza legale per le donne, dice a The Electronic Intifada che non è solo la società civile che obietta alla nuova normativa. La restrizione dei diritti di viaggiare delle donne viola la Costituzione palestinese, la Basic Law. [la Legge fondamentale].

La nuova norma contiene frasi generiche e imprecise che potrebbero essere usate contro le donne per limitare la loro libertà di movimento, dice al-Ghanimi, contraddicendo gli articoli 11 e 20 della Basic Law che vietano la limitazione degli spostamenti, come pure l’articolo 12 della Convenzione Internazionale relativa ai Diritti Civili e Politici.

Non vedo perché, sposate o no, dovremmo avere bisogno del permesso di un uomo per viaggiare,” dice.

Al-Ghanimi afferma che il Concilio Giudiziario [una sorta di Consiglio Superiore della Magistratura e di Corte Costituzionale, ndt.] di Gaza ha raggiunto la decisione dopo che si erano verificati alcuni casi in cui delle donne erano andate all’estero senza avvertire i genitori e dopo dissapori in famiglia. Ma ciò, sostiene, non dovrebbe in alcun modo giustificare una legge “irrazionale” che contravviene i trattati internazionali, “svilendo le donne nella cultura di Gaza.”

Questo è assurdo e offensivo per tutte quelle donne che ricoprono posizioni professionali apicali in settori in cui i loro mariti non potrebbero competere,” continua, sottolineando che le donne a Gaza spesso ottengono risultati scolastici migliori degli uomini.

Gaza, secondo Yaseen Abu Odeh della Società per lo sviluppo delle donne lavoratrici palestinesi, è ancora una società patriarcale con tradizioni che limitano i diritti delle donne e vengono trasmessi di generazione in generazione.

Se con il tempo alcune tradizioni, come quelle riguardo ai viaggi, sono cambiate, la libertà delle donne di prendere le proprie decisioni sul viaggiare è rimasta limitata.

Gli atteggiamenti sono influenzati culturalmente dalla sensazione che le donne siano più vulnerabili e perciò più a rischio. Inoltre, aggiunge Abu Odeh, agli uomini viene insegnato di preoccuparsi dell’“onore” di figlie o sorelle, onore che verrebbe infangato da molestie sessuali da parte di estranei.

La società valuta questo “onore” femminile sopra ogni altra cosa, continua Abu Odeh, anche se ciò significa limitare la libertà delle donne di far parte della società. In seguito a ciò, poiché viaggiare forgia la capacità di gestire le sfide della vita e plasma personalità indipendenti, limitare la possibilità di farlo ha creato generazioni di donne psicologicamente dipendenti dai loro parenti maschi.

Seppellire le ambizioni

Amira, 28 anni, è disoccupata da quando l’anno scorso è stata costretta dal padre a ritornare a Gaza dopo aver completato il master in Giordania. Nonostante un’offerta di lavoro da un’organizzazione giordana, il padre le ha proibito di restare.

Stando ad Amira lui le ha detto che “non abbiamo figlie che vivono lontane da noi.”

Non riesco a capire come mio padre possa negarmi il desiderio di lavorare, specialmente dopo che sono stata assunta,” dice Amira a The Electronic Intifada; neppure lei vuole che il suo vero nome appaia in questo articolo. “Ho conseguito un master per cercar lavoro in Giordania.”

Stava pensando di restarci contro la volontà del padre, ma temeva che lui “arrivasse in Giordania dove stavo vivendo e con la forza” mi riportasse a Gaza.

Ho anche avuto paura di essere maltrattata, fisicamente e psicologicamente.”

Amira ne aveva già passate tante. Aveva impiegato due mesi per convincere il padre che la lasciasse andare in Giordania per frequentare il master biennale in chimica, anche se aveva ricevuto una borsa di studio dal governo giordano perché lui era preoccupato per la sua sicurezza mentre era lontana dalla famiglia.

Mi sono sentita in paradiso quando ho saputo che la mamma era finalmente riuscita a persuaderlo,” dice Amira.

Un momento fugace. “Sfortunatamente ho ceduto alle richieste di mio padre e sono tornata a Gaza. Qui ho seppellito le mie ambizioni.”

Israa, 26 anni, è una sviluppatrice web freelance in Giordania, neanche lei vuole rivelare il suo nome in questo articolo. Ha insistito con la richiesta di andarsene da Gaza fino a quando finalmente i genitori hanno ceduto.

Ottenere il permesso della mia famiglia è stata una lotta, nonostante non sia una ragazzina,” dice. “Ma ho continuato a provarci per più di cinque mesi e alla fine ci sono riuscita.”

Israa se ne è andata da Gaza l’anno scorso in parte per sfuggire ai costumi antiquati della Striscia.

La mia sorella maggiore e i miei genitori hanno litigato per almeno sei anni sul suo rifiuto del matrimonio tradizionale. I miei genitori non hanno fatto nessuno sforzo per capire il suo punto di vista,” dice Israa a The Electronic Intifada.

I suoi genitori erano preoccupati che la sorella, ora ventinovenne, sarebbe rimasta zitella dopo i 25 anni. Non si è ancora sposata.

Tradizionalmente ci si aspetta che le donne si sposino fra i 18 e i 25 anni. Un’età maggiore, secondo il modo di pensare tradizionale, potrebbe causare problemi con la maternità o il parto.

Non voglio affrontare la stessa esperienza perché né io né mia sorella abbiamo mai creduto nel matrimonio tradizionale o che l’amore arrivi dopo il matrimonio,” dice.

Israa vuole anche vestirsi senza intromissioni, ma non può perché i genitori sono contrari. Il suo stile è diverso dalle norme tradizionali di Gaza. I vicini e i parenti hanno cominciato a spettegolare, cosa che a sua volta ha provocato uno stress emotivo per la famiglia.

Non ho voluto entrare in conflitto con loro per qualcosa di così insignificante. Ma soffro al pensiero di non poter ottenere quello che voglio e di non essere autosufficiente,” commenta.

In Giordania è diverso. Si sente più libera e a suo agio. Indossa quello che vuole e sta fuori la sera se ne ha voglia.

Sono contenta di non essere vincolata dalle norme superate di Gaza,” conclude.

Rakan Abedvè un reporter freelance e produttore di video che vive nella Striscia di Gaza.

Khuloud Rabah Sulaiman è una giornalista che vive a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Ridisegnando l’UNRWA Washington distrugge le basi di una pace giusta in Palestina

Ramzy Baroud

3 maggio 2022 – Middle East Monitor

I palestinesi hanno tutte le ragioni di essere preoccupati perché il mandato dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi, UNRWA, potrebbe essere sul punto di terminare. La missione dell’UNRWA, in vigore dal 1949, ha fatto qualcosa in più del semplice aiuto e appoggio urgente a milioni di rifugiati. È stata anche una piattaforma politica che ha protetto e preservato i diritti di varie generazioni di palestinesi.

Benché non sia stata creata di per sé come una piattaforma politica o giuridica, il contesto del suo mandato è stato in larga misura politico, dato che i palestinesi si sono trasformati in rifugiati a seguito di avvenimenti militari e politici: la pulizia etnica del popolo palestinese da parte di Israele e il rifiuto di quest’ultimo di rispettare il diritto al ritorno dei palestinesi stabilito dalla risoluzione 194 (III) dell’ONU dell’11 dicembre 1948.

“L’UNRWA ha l’incarico umanitario e per lo sviluppo di fornire assistenza e protezione ai rifugiati palestinesi finché si trovi una soluzione giusta e duratura alla loro situazione,” affermava la Risoluzione 302 (IV) dell’Assemblea Generale dell’ONU dell’8 dicembre 1949.

Disgraziatamente non si è raggiunta né una “soluzione duratura” alla difficile situazione dei rifugiati, né una prospettiva politica. Invece di approfittare di questa constatazione per rivedere il fallimento della comunità internazionale nel dare giustizia alla Palestina e per chiamare in causa Israele e i suoi benefattori statunitensi, sono l’UNRWA, e per estensione i rifugiati, che vengono sanzionati.

Con un severo monito, il 24 aprile il capo della commissione politica del Consiglio Nazionale Palestinese (CNP) Saleh Nasser ha affermato che il mandato dell’UNRWA potrebbe essere arrivato alla fine. Nasser ha fatto riferimento a una recente dichiarazione del Commissario Generale dell’organizzazione dell’ONU, Philippe Lazzarini, riguardo al futuro dell’organismo.

La dichiarazione di Lazzarini, pubblicata il giorno precedente, si prestava a varie interpretazioni, anche se risultava chiaro che stava per cambiare qualcosa di fondamentale nello status, nel mandato e nel lavoro dell’UNRWA. “Possiamo ammettere che la situazione attuale è insostenibile e che inevitabilmente darà come risultato l’erosione della qualità dei servizi dell’UNRWA o, peggio ancora, la sua chiusura,” ha detto Lazzarini.

Commentando la dichiarazione Nasser ha detto che questo “è il preludio al fatto che i donatori smettano di finanziare l’UNRWA.”

Il tema del futuro dell’UNRWA è ora una priorità nel discorso politico palestinese, ma anche arabo. Qualunque tentativo di cancellare o ridefinire la missione dell’UNRWA rappresenta una sfida seria, per non dire senza precedenti, per i palestinesi. L’UNRWA fornisce appoggio educativo, sanitario e di altro genere a 5,6 milioni di palestinesi in Giordania, Libano, Siria, nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est. Con un bilancio annuale di 1.600 milioni di dollari questo appoggio e l’enorme rete che l’organizzazione ha creato non possono essere facilmente sostituiti.

Altrettanto importante è la natura politica dell’organizzazione. L’esistenza stessa dell’UNRWA rappresenta il fatto che c’è una questione politica che deve essere affrontata riguardo alla difficile situazione e al futuro dei rifugiati palestinesi. Di fatto quello che ha provocato l’attuale crisi non è stata una semplice mancanza di convinzione nel finanziamento dell’organizzazione. È qualcosa di più grande e molto più sinistro.

Nel giugno 2018 Jared Kushner, genero e consigliere dell’ex-presidente USA Donald Trump, ha visitato Amman (Giordania), dove, secondo la rivista statunitense Foreign Policy, ha cercato di convincere re Abdullah di Giordania a ritirare lo status di rifugiati a 2 milioni di palestinesi che vivono attualmente nel Paese.

Questo e altri tentativi sono falliti. Nel settembre 2018 Washington, sotto l’amministrazione di Trump, ha deciso di cessare di appoggiare finanziariamente l’UNRWA. In quanto principale finanziatore dell’organizzazione, la decisione statunitense è stata devastante, dato che circa il 30% dei soldi dell’UNRWA proviene dagli Stati Uniti. Tuttavia l’UNRWA ha continuato a tirare avanti a fatica aumentando la propria dipendenza dal settore privato e dalle donazioni individuali.

Benché i dirigenti palestinesi abbiano festeggiato la decisione dell’amministrazione Biden di riprendere i finanziamenti all’UNRWA il 7 aprile 2021, si è mantenuta segreta una piccola clausola della misura di Washington, che ha acconsentito di finanziare l’UNRWA solo dopo che questa avesse accettato di firmare un piano di due anni, noto come “Accordo-quadro di Collaborazione”. In sintesi, il piano ha di fatto trasformato l’UNRWA in una piattaforma per le politiche di Israele e degli Stati Uniti in Palestina, in base al quale l’organismo dell’ONU ha accettato le richieste degli Stati Uniti, e quindi di Israele, di garantire che nessun aiuto arrivi a rifugiati palestinesi che abbiano ricevuto un addestramento militare “come membri del cosiddetto Esercito di Liberazione della Palestina”, di altre organizzazioni o che “abbiano partecipato a qualunque azione terrorista.” Oltretutto L’accordo-quadro prevede che l’UNRWA controlli “il contenuto dei piani di studio [nelle scuole] palestinesi.”

Firmando l’accordo con il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti “l’UNRWA si è trasformata da agenzia umanitaria che fornisce assistenza e aiuto ai rifugiati palestinesi in un’agenzia della sicurezza che promuove il programma politico e della sicurezza degli Stati Uniti e, in ultima istanza, di Israele,” ha sottolineato il Centro di Risorse di BADIL per i Diritti dei Rifugiati Palestinesi.

Tuttavia le proteste dei palestinesi non hanno cambiato la nuova situazione, che ha di fatto modificato tutto il mandato affidato all’UNRWA dalla comunità internazionale quasi 73 anni fa. Ancora peggio, i Paesi europei hanno seguito il suo esempio quando lo scorso mese di settembre il parlamento europeo ha presentato un emendamento che condiziona l’appoggio dell’UE all’UNRWA alla pubblicazione e riscrittura dei libri di testo scolastici palestinesi che [ora] “inciterebbero alla violenza” contro Israele.

Invece di concentrarsi unicamente sulla chiusura immediata dell’UNRWA gli Stati Uniti, Israele e i loro sostenitori stanno lavorando per cambiare la natura della missione dell’organizzazione e riscrivere totalmente il suo mandato originario. L’agenzia, che è stata creata per proteggere i diritti dei rifugiati, ora si prevede che protegga gli interessi israeliani, statunitensi e occidentali in Palestina.

Benché l’UNRWA non sia mai stata un’organizzazione ideale, è però riuscita nel corso degli anni ad aiutare milioni di palestinesi preservando nel contempo la natura politica della loro situazione.

Benché l’Autorità Nazionale Palestinese, varie fazioni politiche, governi arabi e altri abbiano protestato contro i disegni israelo-statunitensi contro l’UNRWA, è poco probabile che queste proteste cambino molto le cose, dato che la stessa UNRWA si sta arrendendo alle pressioni esterne. Mentre i palestinesi, gli arabi e i loro alleati devono continuare a lottare per la missione originaria dell’UNRWA, devono sviluppare urgentemente piani e piattaforme alternative che proteggano i rifugiati palestinesi e il loro diritto al ritorno perché non diventino qualcosa di marginale ed eventualmente dimenticato.

Se si eliminano i rifugiati palestinesi dalla lista delle priorità politiche relative al futuro di una pace giusta in Palestina non sarà possibile raggiungere né la giustizia né la pace.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri sulla lotta dei palestinesi, tra cui “L’ultima terra: Una storia palestinese” (Pluto Press, Londra). Baroud ha conseguito un dottorato in Studi Palestinesi presso l’università di Exeter ed è docente non residente presso il Centro Orfalea di Studi Globali e Internazionali dell’Università della California a Santa Barbara.

(Traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La Corte annulla la messa fuori legge di associazioni di solidarietà con la Palestina

Ali Abunimah

2 maggio 2022 – The Electronic Intifada

Venerdì la guerra di Emmanuel Macron contro gli attivisti per i diritti dei palestinesi ha subito un’altra battuta d’arresto.

Il Consiglio di Stato, che in Francia svolge la funzione di corte suprema che giudica le azioni del governo, ha sospeso l’ordinanza del presidente che metteva al bando due associazioni di solidarietà con la Palestina.

La corte sostiene il diritto di fare appello al boicottaggio dei prodotti israeliani ed ha ritenuto infondate le accuse governative di “antisemitismo” contro le due associazioni.

A febbraio, su indicazione di Macron, il Ministro dell’Interno Gérald Darmanin aveva ordinato lo scioglimento del ‘Collettivo Palestina Vincerà’ e del ‘Comitato Azione Palestina’.

Il governo ha accusato le due associazioni di incitamento all’odio e alla violenza nei confronti di Israele.

In una sintesi delle sue decisioni il Consiglio di Stato ha comunicato di aver sospeso gli ordini del governo non avendo riscontrato prove del fatto che “le posizioni assunte da queste associazioni, benché molto nette e aspre, configurino un invito alla discriminazione, all’odio o alla violenza o una istigazione a commettere atti di terrorismo.”

Riguardo al ‘Comitato Azione Palestina’ la corte ha sentenziato che l’ordine del governo è stato “una grave e palesemente illegittima violazione della libertà di associazione e di espressione.”

In una conclusione relativa alla campagna BDS – boicottaggio, disinvestimento e sanzioni – a guida palestinese, il Consiglio di Stato ha stabilito che “l’appello al boicottaggio di determinati prodotti israeliani da parte del ‘Collettivo Palestina Vincerà’ non può di per sé giustificare un ordine di scioglimento in assenza di altri elementi di incitamento all’odio e alla violenza.”

Questo è in linea con la decisione unanime del giugno 2020 della Corte Europea per i Diritti Umani secondo cui le illegittime persecuzioni della Francia nei confronti degli attivisti che hanno invitato a questi boicottaggi violano le garanzie fondamentali di libertà di espressione.

L’amministrazione Macron ha cercato di eludere quella sentenza europea per continuare la sua repressione a favore di Israele.

Nessuna prova di antisemitismo

Con un colpo inferto ai tentativi di equiparare le critiche ad Israele e alla sua ideologia di Stato sionista al fanatismo anti-ebraico, il Consiglio di Stato ha ritenuto che il governo non ha fornito prove di “azioni antisemite” da parte delle due associazioni.

La sentenza integrale relativa al ‘Comitato Azione Palestina’ afferma chiaramente che “non è stabilito, contrariamente a quanto pretende il Ministero dell’Interno, che l’associazione abbia diffuso sul suo sito web pubblicazioni antisemite.”

Il governo deve ora corrispondere ad ognuna delle associazioni circa 3.000 dollari. La sentenza sospende con effetto immediato l’ordine di sciogliere le due associazioni in pendenza della sentenza definitiva attesa in un secondo momento.

Le decisioni del Consiglio di Stato non ammettono appello.

Il ‘Collettivo Palestina Vincerà’ ha salutato con favore la sentenza del Consiglio di Stato per “aver riaffermato la legittimità del sostegno al popolo palestinese” ed ha affermato di “festeggiare il fatto che potrà liberamente proseguire la sua lotta”.

L’associazione ha ringraziato gli attivisti che hanno protestato contro la misura del governo e diverse organizzazioni di solidarietà, comprese l’“Associazione di Solidarietà franco-palestinese” e l’“Unione per la Pace franco-ebraica” (UJFP), che hanno inoltrato al Consiglio di Stato comunicati in loro supporto.

UJFP ha salutato la sentenza come una “vittoria contro la criminalizzazione del movimento di solidarietà”.

Quasi 11.000 persone hanno firmato una petizione contro gli ordini di scioglimento.

Il ‘Comitato Azione Palestina’ ha detto che “vorrebbe dedicare questa vittoria al popolo palestinese e alla sua lotta.”

Questo è il secondo importante rifiuto nell’arco di una settimana contro le violazioni di Macron dei diritti fondamentali dei cittadini francesi.

Martedì il Consiglio di Stato ha annullato un decreto governativo che imponeva la chiusura di una moschea a Bordeaux.

Il Ministro dell’Interno di Macron ha emesso l’ordine all’inizio di quest’anno col pretesto che la moschea diffondeva odio contro Francia e Israele ed incitava al terrorismo.

Sentenza storica in Germania

La settimana scorsa in Germania un tribunale ha appoggiato il comitato locale di solidarietà con la Palestina contro le autorità cittadine di Stoccarda.

Il Centro Europeo di Supporto Legale (ELSC), un’organizzazione in difesa della libertà di espressione sulla Palestina, ha acclamato la decisione come “una sentenza storica” che “riafferma il diritto al boicottaggio”.

In seguito ad una campagna di diffamazione sui media israeliani, le autorità di Stoccarda hanno iniziato a negare all’ associazione di solidarietà l’accesso ai locali della città e si sono rifiutate di pubblicizzare le sue iniziative sul sito web della città.

Il Comune ha citato la risoluzione del 2019 approvata dal Bundestag, la camera bassa del parlamento tedesco, che denigrava come “anti-semita” il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni.

Il tribunale tedesco ha affermato che la risoluzione del Bundestag non è vincolante e che le attività dell’associazione di solidarietà con la Palestina costituiscono una libera espressione tutelata dalla Costituzione.

Il Centro ELSC ha sottolineato che questa recente decisione è “coerente con una crescente tendenza nella giurisprudenza tedesca, che sostiene il diritto degli attivisti di utilizzare le strutture pubbliche per eventi collegati al BDS.”

Ali Abunimah

Co-fondatore di The Electronic Intifada e autore di ‘The battle for justice in Palestine’ (La lotta per la giustizia in Palestina), edito da Haymarket Books.

È anche autore di ‘One country: a bold proposal to end the israeli-palestinian impasse’. (Un unico Paese: una proposta coraggiosa per porre fine allo stallo israelo-palestinese).

Le opinioni sono esclusivamente dell’autore.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Come la copertura mediatica americana travisa la violenza di Stato perpetrata da Israele contro i palestinesi

Laura Albast e Cat Knarr

28 aprile 2022 – Washington Post

Laura Albast, giornalista e traduttrice palestinese americana, è direttrice responsabile della strategia digitale e comunicazioni presso l’Institute for Palestine Studies-USA.

Cat Knarr, scrittrice di origini palestinesi e colombiane, direttrice della comunicazione presso l’U.S. Campaign for Palestinian Rights [Campagna USA per i Diritti dei Palestinesi].

All’alba del 15 aprile la polizia israeliana ha attaccato i fedeli palestinesi nella sacra moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme. Hanno usato granate stordenti, lacrimogeni e proiettili di acciaio ricoperti di gomma e ferito oltre 150 persone. Da allora le forze israeliane hanno lanciato nuove incursioni, imprigionando oltre 300 palestinesi presso il complesso di Al-Aqsa e impedendo ai cristiani palestinesi di entrare nella chiesa del Sacro Sepolcro. Questa violenza attentamente calcolata giunge mentre i musulmani palestinesi vivono gli ultimi giorni del Ramadan.

Se si guardano le immagini di ciò che è successo, le dinamiche sono ovvie: militari con equipaggiamenti e armi contro fedeli inginocchiati in preghiera. Tuttavia i media occidentali abitualmente etichettano tali situazioni come “complicate,” ritraendo questa violenza di Stato come “scontri” e “tensioni” fra le due parti. Titoli in testate come Associated Press [agenzia di stampa USA, ndt.], New York Times, Guardian, Wall Street Journal, NBC News e altri usano un linguaggio che non descrive lo squilibrio di potere fra l’apparato militare israeliano e il nativo popolo palestinese.

Questo è uno schema che si ripete regolarmente nella copertura mediatica sulla Palestina. Noi palestinesi non veniamo ammazzati: semplicemente moriamo. Quando le forze israeliane irrompono nei nostri quartieri nel cuore della notte, tirano bombe contro i nostri bambini, demoliscono le nostre case, colonizzano le nostre terre e uccidono la nostra gente noi siamo, per certi versi e allo stesso modo, degli istigatori. Le descrizioni dei media regolarmente implicano che ci sia una falsa simmetria fra occupante e occupato, sostenendo narrazioni anti-palestinesi e islamofobiche che incolpano il popolo palestinese delle aggressioni israeliane.

Questo contrasta con la copertura della guerra in Ucraina, dove i media occidentali dicono chiaramente che la Russia è l’aggressore e che il popolo ucraino sta resistendo come farebbe chiunque se la propria patria fosse invasa. Dall’invocare sanzioni contro Mosca ad approvare l’uso di molotov contro i soldati russi a Kiev, le principali testate occidentali sostengono i tentativi di autodifesa degli ucraini.

Eppure quando si arriva all’occupazione israeliana della Palestina questi stessi organi di stampa spesso non nominano affatto l’aggressore. I civili ucraini che tirano bottiglie molotov contro i carri armati russi sono “coraggiosi,” ma il quattordicenne Qusai Hamamrah è stato rappresentato come uno che rappresentava una minaccia immediata dopo che i soldati israeliani hanno detto che aveva tirato una molotov contro di loro. Questa è una notevole differenza razzista nella copertura che ha ignorato i resoconti di testimoni oculari secondo cui il ragazzo stava correndo per nascondersi dalle pallottole israeliane dirette contro un altro palestinese.

Le redazioni non possono decidere quale violenza approvata dallo Stato sia legittima. Devono sforzarsi di raccontare le azioni dell’esercito israeliano e dei coloni israeliani nello stesso modo in cui quelle stesse violenze sono riportate dall’Ucraina e da altri Paesi. Il governo israeliano è infatti estremamente consapevole del potenziale dei media di denunciare tali violenze. Lo scorso maggio le forze israeliane hanno bombardato gli uffici dei servizi informativi nella Striscia di Gaza e ad Al-Aqsa hanno attaccato giornalisti come Nasreen Salem.

La scorsa estate oltre 500 giornalisti hanno firmato una lettera aperta denunciando le pratiche dannose e scorrette nella copertura mediatica americana sulla Palestina. La protesta non è stata ascoltata e le pratiche scorrette continuano a essere la norma.

Questo mese l’Arab and Middle Eastern Journalists Association ha ricordato ai giornalisti di stare attenti a linguaggio e contesto e ha nuovamente diffuso le linee guida sulla copertura mediatica rilasciate durante l’attacco mortale israeliano contro Gaza dell’anno scorso durante il quale furono uccisi 259 palestinesi, di cui 66 minori. Le raccomandazioni chiedono ai reporter di riconoscere che i palestinesi sono sottoposti a un sistema ingiusto e iniquo che è stato documentato come apartheid da parte di organizzazioni internazionali come Human Rights Watch, Amnesty International e dall’israeliana B’Tselem [ong per i diritti umani, ndt.]. Ha anche chiesto che i giornalisti trattino con accuratezza il contesto religioso e “dicano ai lettori chi è stato ucciso o ferito, dove e da chi, usando espressioni linguistiche attive e non passive.”. In pratica ciò significa chiarire chi è l’aggressore, quali azioni ha compiuto e contro chi.

I giornalisti hanno la responsabilità di riportare i fatti senza parzialità. Il giornalismo tratta di persone: delle loro vicende, della loro storia, della loro realtà. Ciò include anche il popolo palestinese. Il racconto dei fatti deve comprendere la ricerca delle voci dei palestinesi, ponendo in discussione le dichiarazioni delle fonti ufficiali prima di riferirle come verità.

Trascurando di contestualizzare la violenza di Stato perpetrata da Israele, i media hanno dato il via libera al governo israeliano, permettendogli di continuare impunemente la pulizia etnica del popolo palestinese. È ora che le testate affrontino i danni fatti. Dovrebbero tentare di assumere giornalisti palestinesi concentrandosi sulle voci palestinesi invece di cancellarle sistematicamente dal loro racconto. Gli infiniti filmati di violenze documentate contro i palestinesi non dovrebbero restare confinate ai feed dei social media (che devono affrontare una forma diversa di censura).

Invece di trasmettere narrazioni incomplete che lasciano il campo libero all’aggressione israeliana, i media devono cominciare a raccontare il quadro completo della situazione.

(Traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




La divisione ‘temporale e spaziale’ della moschea Al-Aqsa: perché qui l’obiettivo finale di Israele fallirà

Ramzy Baroud

27 aprile 2022 – Palestine Chronicle

A partire dal 15 aprile l’esercito di occupazione israeliana e la polizia hanno attaccato giornalmente la moschea Al-Aqsa nella Gerusalemme Est occupata. Con la scusa di proteggere le provocatorie ‘visite’ di migliaia di coloni ebrei israeliani illegali e fanatici di destra l’esercito israeliano ha ferito centinaia di palestinesi, fra cui dei giornalisti, e ne ha arrestati a centinaia.

I palestinesi sanno che per Israele questi attacchi contro Al-Aqsa hanno un significato politico e strategico più profondo di quelli precedenti.

Nel passato Al-Aqsa ha subito raid di routine da parte delle forze israeliane in varie forme. Tuttavia negli ultimi anni la valenza della moschea ha acquisito ulteriori significati, specialmente dopo la ribellione popolare palestinese, le proteste di massa, gli scontri e una guerra contro Gaza lo scorso maggio, che significativamente i palestinesi chiamano Saif Al Quds – Operazione Spada di Gerusalemme.

Storicamente Haram Al-Sharif o il Nobile Santuario, oltre ad essere il cuore della lotta della lotta popolare in Palestina, è anche al centro delle politiche di Israele. Il santuario, situato nella Città Vecchia della Gerusalemme Est occupata, è considerato uno dei luoghi più sacri per tutti i musulmani. Ha un posto speciale nell’Islam poiché è citato sia nel sacro Corano che frequentemente anche negli Hadith, i detti del profeta Maometto. Il complesso ospita parecchie moschee storiche e 17 porte e altri importanti siti islamici. Al-Aqsa è una di queste moschee.

Ma per i palestinesi il valore di Al-Aqsa ha acquisito ulteriori significati a causa dell’occupazione israeliana che, nel corso degli anni, ha preso di mira moschee, chiese e altri luoghi sacri palestinesi. Per esempio, il ministero palestinese degli Affari Religiosi ha riferito che, durante la guerra israeliana del 2014 contro l’assediata Striscia di Gaza, 203 moschee furono danneggiate da bombe israeliane che causarono la completa distruzione di 73 edifici.

Quindi i palestinesi musulmani, ma anche i cristiani, considerano Al-Aqsa, il santuario e altri siti musulmani e cristiani a Gerusalemme, una linea rossa che non deve essere superata da Israele. Generazioni dopo generazioni si sono mobilitate per proteggere i siti, talvolta senza riuscirci come nel 1969, quando l’ebreo estremista australiano Denis Michael Rohan compì un attacco incendiario dentro Al-Aqsa.

Anche i recenti raid contro la moschea non si sono limitati a lesioni personali e arresti di massa di fedeli. Il 15 aprile, il secondo venerdì di Ramadan, Al-Aqsa ha subito gravi danni con le famose vetrate multicolori della moschea in frantumi e gli arredi sfasciati.

I raid contro Haram Al-Sharif stanno continuando al momento della stesura di questo articolo. Gli estremisti ebrei si sentono sempre più forti grazie alla protezione che ricevono dall’esercito israeliano oltre alla libertà d’azione fornita da influenti politici israeliani. Molti degli attacchi sono spesso guidati da Itamar Ben-Gvir parlamentare di estrema destra della Knesset israeliana, da Yehuda Glick, politico del Likud [il principale partito israeliano di centro destra, ndtr.], e dall’ex ministro Uri Ariel.

Il primo ministro israeliano Naftali Bennett sta indubbiamente usando i raid contro Al-Aqsa come un modo per tenere in riga la sua estrema destra spesso ribelle e l’elettorato religioso. Il 6 aprile le improvvise dimissioni dal partito di estrema destra Yamina della deputata Idit Silman hanno lasciato Bennett ancora più disperato nel suo tentativo di mantenere in vita la sua litigiosa coalizione. Bennett, un tempo leader di Yesha Council, un’organizzazione ombrello delle colonie illegali della Cisgiordania, è salito al potere con il sostegno degli zeloti religiosi, sia in Israele che nei Territori della Palestina Occupata. Perdere il sostegno dei coloni potrebbe semplicemente costargli la carica.

Il comportamento di Bennett è coerente con quello dei precedenti leader israeliani che hanno causato un’escalation di violenza ad Al-Aqsa per distrarre i votanti dai propri guai politici o per far appello al potente elettorato israeliano di destra e degli estremisti religiosi. Nel settembre 2000 l’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon fece irruzione nella moschea con migliaia di soldati israeliani, polizia ed estremisti con opinioni simili. Lo fece per provocare una reazione palestinese e per far cadere il governo del suo arcinemico Ehud Barak. Sharon ci riuscì, ma a caro prezzo dato che la sua ‘visita’ scatenerà la Seconda Intifada palestinese, detta anche l’Intifada di Al-Aqsa, durata cinque anni.

Nel 2017 migliaia di palestinesi hanno protestato contro un tentativo israeliano di installare ‘telecamere di sicurezza’ agli ingressi del luogo sacro. La misura era anche un tentativo dell’ex primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di accontentare i suoi sostenitori di destra. Ma le proteste di massa a Gerusalemme e la conseguente unità palestinese all’epoca costrinsero Israele ad annullare i propri piani.

Tuttavia questa volta i palestinesi temono che Israele miri a qualcosa di più di una semplice provocazione. Secondo Adnan Ghaith, massimo rappresentante dell’Autorità Palestinese a Gerusalemme Est, Israele progetta di “imporre una divisione temporale e spaziale della moschea Al-Aqsa”. Questa particolare espressione, ‘divisione temporale e spaziale’, è anche usata da molti palestinesi che temono che si ripetano gli eventi della moschea di Ibrahimi (la tomba dei Patriarchi).

Nel 1994, dopo il massacro di 29 fedeli per mano di un estremista ebreo israeliano, Baruch Goldstein, e le successive uccisioni di molti altri palestinesi da parte dell’esercito israeliano presso la moschea Ibrahimi a Hebron (Al-Khalil), Israele la divise. Uno spazio più ampio fu destinato ai coloni ebrei limitando l’accesso ai palestinesi, a cui è permesso di pregare in certi orari, ma non in altri. Questo è esattamente quello che i palestinesi intendono con divisione temporale e spaziale che per molti anni è stata al centro della strategia israeliana.

Comunque Bennett deve muoversi con cautela. I palestinesi sono molto più uniti ora che nel passato nella loro resistenza e consapevolezza riguardo ai disegni israeliani. Una componente importante di quest’unità è la popolazione araba palestinese nella Palestina storica, che ora sta sostenendo un discorso politico simile a quello dei palestinesi a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Infatti molti dei difensori di Al-Aqsa provengono proprio da queste comunità. Se Israele continua con le sue provocazioni ad Al-Aqsa rischia un’atra rivolta palestinese come quella di maggio, che significativamente è cominciata a Gerusalemme Est.

Ingraziarsi l’elettorato di destra attaccando, umiliando e provocando i palestinesi non è più così facile come spesso è stato in passato. Come la ‘Spada di Gerusalemme’ ci ha insegnato, i palestinesi sono ora capaci di rispondere in modo unitario e, nonostante i loro mezzi limitati, anche facendo pressione su Israele per rovesciare le sue politiche. Bennett deve tenerlo bene in mente prima di scatenare altre violente provocazioni.

Ramzy Baroud è giornalista e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri, l’ultimo curato con Ilan Pappé è “Our Vision for Liberation: Engaged Palestinian Leaders andIntellectuals Speak out” (La nostra visione per la liberazione: leader palestinesi e intellettuali impegnati fanno sentire la propria voce). Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA).

(Traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)