I soldati israeliani uccidono un palestinese ad un posto di blocco improvvisato in Cisgiordania

Akram Al-Waara, Betlemme, Cisgiordania occupata

6 aprile 2021 – Middle East Eye

Osama Mansour, padre di cinque figli, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco dopo che i soldati gli avevano detto di ripartire

Nelle prime ore di martedì mattina i soldati israeliani hanno sparato, uccidendolo, ad un uomo palestinese e hanno ferito sua moglie mentre i due stavano tornando a casa nel loro villaggio di Biddu, a nord-ovest di Gerusalemme, nella Cisgiordania occupata.

Osama Mansour, 42 anni, e sua moglie Sumayya, 35, stavano tornando a casa intorno alle 2 e 30 del mattino quando sono stati fermati a un posto di controllo improvvisato fuori dal vicino villaggio di al-Jib, dove i soldati israeliani stavano conducendo un’operazione di ricerca e cattura.

In un’intervista con il canale di notizie Palestine TV, Sumayya Mansour ha riferito che i soldati israeliani hanno fermato l’auto su cui viaggiavano lei e suo marito al posto di blocco e hanno detto loro di spegnere il motore, cosa che, afferma, hanno fatto.

“Poi ci hanno detto di riaccendere il motore dell’auto e andarcene, e così siamo partiti – e poi tutti quanti hanno iniziato a spararci addosso dei proiettili”, ha detto dal suo letto d’ospedale nella città di Ramallah in Cisgiordania.

Secondo le testimonianze dei membri della famiglia, prima di dire alla coppia di andarsene, i soldati hanno chiesto di controllare i loro documenti, che Osama Mansour ha di buon grado consegnato e hanno perquisito l’auto.

Imran Mansour, 57 anni, cugino vicino di casa di Osama ha riferito a Middle East Eye: “Dopo aver controllato i documenti di identità e i loro nomi sul computer e perquisito da cima a fondo l’auto, i soldati hanno ritenuto che non costituissero una minaccia e hanno detto loro di rimettere in moto l’auto e di passare”.

“Avevano percorso appena pochi metri quando i soldati hanno iniziato a sparare contro di loro da tutte le direzioni”, dice Imran Mansour, riferendo le testimonianze raccolte da Sumayya e da altri testimoni oculari.

L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ha condannato il “crimine atroce”, definendolo “solo uno di una lunga e continua serie di esecuzioni extragiudiziarie” commesse dalle forze israeliane.

L’esercito israeliano ha dichiarato che il veicolo dei Mansour avrebbe accelerato [dirigendosi] verso un gruppo di soldati “tanto da mettere in pericolo le loro vite”, e che i soldati avrebbero risposto con colpi di arma da fuoco “per contrastare la minaccia”.

“Ciò è assolutamente ridicolo”, riferisce a MEE Imran Mansour. “Perché un padre di cinque figli, con la moglie in macchina, avrebbe tentato un’aggressione mentre stava tornando a casa dai figli?

“Se Osama avesse davvero cercato di attaccare i soldati non avrebbe eseguito tutti i loro ordini: fermare l’auto, spegnere il motore, dare ai soldati i loro nomi e documenti d’identità, lasciargli perquisire l’auto”, aggiunge il parente.

Secondo la Wafa, l’agenzia di stampa ufficiale dell’Autorità Nazionale Palestinese, dei testimoni oculari hanno affermato che i soldati israeliani avrebbero lanciato una granata assordante in direzione dell’auto, facendo sì che Osama Mansour, che era alla guida, accelerasse il veicolo.

Imran Mansour riferisce che, pur non essendo in grado di confermare se fosse stata la granata stordente ad indurre suo cugino ad accelerare l’auto, le persone che hanno assistito all’episodio gli hanno detto che nella zona erano in corso degli scontri a causa di un’operazione di arresto da parte dei soldati ad al-Jib e che in quell’area erano state sparate granate assordanti e lacrimogeni.

Nessuna assistenza medica

Secondo le testimonianze rese da Sumayya alla televisione palestinese, pochi istanti dopo gli spari dei soldati contro la sua auto, ha chiamato suo marito e lui le ha chiesto se fosse ferita. Pochi secondi dopo, ha detto, è crollato sul suo grembo e l’auto ha iniziato a sterzare.

“L’auto andava a destra e a sinistra, quindi ho preso la guida finché non ho trovato un gruppo di giovani davanti a me e mi sono fermata in modo che potessero aiutarci”, racconta.

Secondo Imran Mansour, i giovani hanno caricato la coppia nei loro veicoli e li hanno portati al locale ospedale di Biddu. La coppia è stata poi trasferita in un ospedale della città di Ramallah, dove Osama è stato dichiarato morto.

“Osama è stato colpito alla testa da due proiettili”, dice Imran Mansour, aggiungendo che Sumayya è stata ferita dai frammenti di un proiettile, ma si trovava in condizioni stabili e già il primo pomeriggio di martedì ha chiesto di essere dimessa dall’ospedale e tornare a casa.

Secondo Imran Mansour i soldati israeliani non hanno fornito nessun primo soccorso o assistenza medica alla coppia dopo che la loro auto si è fermata a breve distanza dal posto di blocco improvvisato.

“Sono rimasti lì a guardare mentre i giovani cercavano di soccorrere Osama e Sumayya”, afferma. “Non hanno fatto nulla per aiutarli.”

Ucciso a “sangue freddo”

La morte di Osama è stata uno shock per la famiglia Mansour, che è stata informata dell’incidente dall’ospedale locale di Biddu.

“In Palestina questo genere di cose accade quasi ogni giorno, ma speri che non debba mai accadere a te o alla tua famiglia”, ha dichiarato Imran a MEE.

Secondo lui, la morte di Osama e il fatto che i soldati che lo hanno ucciso sostengano che lui li abbia attaccati porta alla mente dei familiari ricordi penosi e un dolore conosciuto.

“Non è la prima volta che ciò accade alla nostra famiglia”, dice, aggiungendo che nel 2016 uno dei loro parenti, il diciannovenne Sawsan Mansour, è stato colpito a morte a un posto di blocco israeliano a nord di Gerusalemme.

“I soldati hanno affermato che stesse cercando di pugnalarli, ma nessuno dei soldati è stato ferito e gli hanno sparato a sangue freddo, proprio come hanno fatto oggi con Osama”, afferma, aggiungendo che in quell’occasione i testimoni oculari hanno affermato che Sawsan era stato lasciato sanguinare per ore, senza nessun soccorso medico.

Questi crimini accadono sempre contro il popolo palestinese, quando usciamo con le nostre auto o superiamo i posti di blocco. Come palestinese sei sempre spaventato e vivi solo nel terrore che una tale tragedia capiti alla tua famiglia”, afferma Imran.

Imran racconta a MEE che suo cugino Osama era “un uomo semplice”, che ha vissuto la sua vita facendo tutto il possibile per provvedere alla moglie e ai cinque figli, le più giovani dei quali sono due gemelle di sette anni.

“È stato ucciso a sangue freddo, e i soldati che lo hanno ucciso non saranno mai ritenuti responsabili”, ha detto, criticando i tribunali israeliani che “proteggono a tutti i costi i loro soldati”.

Le organizzazioni per i diritti umani hanno sempre dichiarato che i soldati e gli agenti di polizia vengono raramente ritenuti responsabili dell’uccisione di palestinesi dal sistema giudiziario israeliano, promuovendo quella che alcuni hanno definito una cultura dell’impunità.

“Se un palestinese viene ucciso senza motivo, tutto ciò che un soldato deve fare è invocare l’autodifesa, e viene rilasciato senza nemmeno una tirata d’orecchi”, dice Imran. “E questo è quello che stanno cercando di fare ora con Osama.

“Osama non è il primo, né sarà l’ultimo palestinese che viene ucciso a sangue freddo, senza nessun motivo, dagli israeliani”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il francese Libération censura l’autrice Sarah Schulman su Gaza?

Ali Abunimah  

6 aprile 2021 – Electronic Intifada

Il quotidiano francese Libération è stato co-fondato da Jean-Paul Sartre sulla scia delle proteste radicali del maggio 1968. Pubblicato dal 1973, è ancora orgoglioso di “schierarsi dalla parte dei cittadini e dei loro diritti contro tutte le forme di ingiustizia e discriminazione, individuali e collettive.”

Tuttavia, come per molte istituzioni progressiste, la volontà di sfidare i potenti a favore degli oppressi sembra passare in secondo piano quando si si tratta della Palestina.

Almeno questo è ciò che la pluripremiata autrice americana Sarah Schulman ha scoperto dopo essere stata intervistata per Libération all’inizio di marzo, in occasione della pubblicazione dell’edizione francese del suo libro del 2016 Conflict is not Abuse [Conflitto non significa sopraffazione] .

L’intervista è stata eliminata da Libération, e a Schulman è stato detto che era in parte a causa delle sue critiche agli attacchi di Israele contro Gaza.

Conflict is not Abuse è per circa un terzo sulla Palestina e in particolare sulla guerra a Gaza del 2014″, ha detto Schulman a The Electronic Intifada. “Sarebbe impossibile discutere del libro senza parlare dell’efferatezza israeliana e del sostegno degli Stati Uniti a quelle gravi ingiustizie”.

The Electronic Intifada ha visto le due versioni del testo dell’intervista: una prima bozza e una versione finale. La guida etica di Libération prescrive ai giornalisti di inviare il testo delle interviste agli intervistati prima della pubblicazione per verificarne l’accuratezza.

Gli aggressori si proclamano vittime

Nell’intervista per Libération con il giornalista freelance Cyril Lecerf Maulpoix, Schulman illustra i temi centrali del suo libro, in particolare la sua analisi di metodi riparatori, inclusivi e meno punitivi per risolvere i conflitti e ottenere giustizia.

Sostiene che il conflitto è una lotta per il potere senza la quale le ingiustizie non possono essere superate, anche se le parti hanno un livello diseguale di potere e responsabilità in una data situazione. In un conflitto, tuttavia, le parti hanno ancora la capacità di agire e interagire, anche evitando il ricorso alla violenza.

La sopraffazione, al contrario, è l’esercizio del potere dall’alto. Può essere sperimentato nella sfera personale o familiare, ma esiste anche a un livello più ampio: il razzismo, l’islamofobia o l’antisemitismo sono sopraffazioni sistemiche che nessun individuo può eliminare.

Schulman osserva che gli aggressori spesso cercano di evitare responsabilità invertendo i ruoli: si considerano vittime dipingendo le loro vittime prive di potere come una pericolosa minaccia.

I suoi esempi includono Michael Brown ed Eric Garner, la cui uccisione da parte della polizia americana nel 2014 ha suscitato il movimento Black Lives Matter, e la violenza di Israele contro i palestinesi.

“Volevo dimostrare che dalla scala più privata alla relazione geopolitica tra uno Stato e una popolazione si può vedere lo stesso paradigma, in cui nel contesto di un conflitto l’aggressore si presenta come se fosse stato attaccato semplicemente perché qualcuno gli resiste”, sono le parole di Schulman citate nella bozza finale di Lecerf Maulpoix.

Oltre a parlare delle giustificazioni israeliane alla propria violenza contro i palestinesi, Schulman estende questo quadro alla Francia, dove il presidente Emmanuel Macron sta attualmente conducendo una guerra contro la vessata minoranza musulmana del Paese all’insegna della difesa della laicité – laicismo – contro lo spettro di un islamo-gauchisme – “islamo-sinistra” – e di un presunto separatismo musulmano.

“Stiamo vivendo in un periodo molto repressivo, in cui i fascisti si stanno espandendo ovunque e gli aggressori affermano di essere vittime perché è in corso un cambiamento”, afferma Schulman nella prima bozza.

“Possiamo vederlo anche in Francia, col panico dell’islamo-sinistra”, aggiunge, sottolineando con evidente ironia “Suppongo di essere un’ebrea di islamo-sinistra”.

Tutto questo era evidentemente troppo per Libération.

Troppo radicale”

Una settimana fa, circa tre settimane dopo l’intervista, Schulman ha ricevuto un messaggio di scuse da Lecerf Maulpoix.

“Dopo l’invio di due diverse versioni, alla fine il redattore della rubrica Idées [Idee] ha deciso di non pubblicare l’intervista per ragioni che trovo ancora difficili da capire”, scriveva Lecerf Maulpoix.

“Alcune sono quelle che ho catalogato come politiche (su aspetti che trovano troppo radicali, il ruolo della polizia, Israele e Gaza)”, ha aggiunto.

Il giornalista ha scritto a Schulman della sua frustrazione per essere stato incapace di accogliere le richieste degli editori, nonostante “alcune riscritture per adeguare l’intervista alle loro opinioni”.

Entrambe le bozze viste da The Electronic Intifada, in francese, sono ben scritte e trasmettono le idee di Schulman in modo chiaro e conciso.

La versione finale menziona ancora Israele e Gaza, anche se nel complesso è probabilmente più moderata – forse un riflesso degli sforzi infruttuosi del giornalista per accontentare il giornale.

Cécile Daumas, redattrice della sezione Idee di Libération, non ha risposto alle richieste di The Electronic Intifada di un commento.

In assenza di una spiegazione dal giornale, Schulman si è trovata a trarre le proprie conclusioni.

“So che ci sono sforzi internazionali per equiparare falsamente le critiche a Israele e il sostegno ai diritti dei palestinesi con l’antisemitismo, e presumo che Libération sia caduta in quella palude”, ha detto a The Electronic Intifada.

“Ogni giorno sentiamo parlare di persone palestinesi o che stanno con la Palestina che vengono messe a tacere, e questa repressione è in aumento”.

Ali Abunimah è co-fondatore di The Electronic Intifada e autore di The Battle for Justice in Palestine [La battaglia per la giustizia in Palestina], ora uscito per i tipi di Haymarket Books.

Ha scritto anche One Country: A Bold-Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse [Una Nazione: una proposta audace per porre fine all’impasse israelo-palestinese].

Le opinioni espresse sono solo dell’autore.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il ritorno dei progetti People-to-People: rinunciare a rendere Israele responsabile

Yara Hawari 

6 aprile 2021 – Al Shabaka

Sintesi

I finanziamenti ai progetti People-to-People [Da-Persona-a-Persona] (P2P) sono ripresi negli USA e in Europa, minacciando di danneggiare le leggi internazionali e i diritti dei palestinesi. L’analista esperta di Al-Shabaka Yara Hawari esamina le sconcertanti implicazioni delle iniziative P2P e offre indicazioni su come i decisori politici possano contrastarle per portare avanti una giusta pace che chiami Israele a rendere conto delle sue violazioni dei diritti dei palestinesi.

Introduzione

Tra le iniziative finanziate in Palestina dai donatori è stato riattivato lo schema People-to-People (P2P), che riguarda progetti che uniscono attori palestinesi e israeliani della società civile in cosiddette collaborazioni e discussioni. Sottolineando i concetti di cooperazione, comprensione e costruzione della pace, P2P è pubblicizzato come un progetto positivo nel momento in cui la situazione politica si sta aggravando. Benché in apparenza P2P possa sembrare promettente, il contesto è profondamente problematico, presentando fondamentali ostacoli sia epistemici che materiali sul terreno, per riuscire a portare Israele a rispondere delle sue violazioni dei diritti umani dei palestinesi e raggiungere una pace giusta.

Invece di identificare la colonizzazione di insediamento israeliana e l’occupazione militare come la causa profonda, l’inquadramento complessivo [P2P] si basa sulla convinzione aprioristica che ci sia un lungo conflitto tra palestinesi e israeliani. Inoltre stabilisce che il contatto e il dialogo siano il modo per porre fine alla violenza e quindi al conflitto, creando un falso parallelo tra l’oppressione strutturale da parte degli occupanti israeliani e la giustificata resistenza dei palestinesi oppressi.

Diversi attori locali ed internazionali hanno anche dimostrato che P2P è inutile, perché la grande maggioranza dei palestinesi non ne vuole sapere. Infatti la società civile palestinese rifiuta in modo unanime l’idea di P2P perché i progetti non si basano sui principi delle leggi internazionali o sul riconoscimento dei diritti fondamentali dei palestinesi. Di fatto spesso arrivano persino a compromettere tali diritti.

Benché fin dall’inizio degli anni 2000 P2P sia in declino, recentemente è stato rivitalizzato con il Middle East Partnership for Peace Act [legge sulla Collaborazione per la Pace in Medio Oriente] di Nita M. Lowey [parlamentare USA, ndtr.], approvata dal Congresso USA nel dicembre 2020. La legge prevede 250 milioni di dollari in cinque anni per due fondi, uno dei quali specificatamente incentrato su “progetti di pace e riconciliazione” tra palestinesi e israeliani. Notizie nei media l’hanno definita un’iniziativa per riprendere gli aiuti ai palestinesi dopo una lunga interruzione durante l’amministrazione Trump. È stata persino festeggiata come una spinta al riavvicinamento e a un approccio nuovo a un processo di pace altrimenti stagnante.

Una rapida occhiata a questa legge e al finanziamento in sé non provocheranno necessariamente un allarme per molti parlamentari progressisti. Tuttavia un’analisi più approfondita sia del testo della legge che delle sue probabili implicazioni rivela un preoccupante precedente a minacciare le leggi internazionali e i diritti fondamentali dei palestinesi, anche perché ignorano l’impunità del regime israeliano. Questo articolo di politica presenta una critica a P2P e dimostra il pericolo di questo progetto volendo garantire giustizia ai palestinesi. Infine l’articolo arriva a concludere che quanti appoggiano i principi fondamentali delle leggi internazionali e i diritti dei palestinesi dovrebbero contrastare questi finanziamenti e il contesto P2P più in generale e portare Israele a rendere conto delle sue violazioni.

Un quadro problematico e ormai defunto

Il predecessore di P2P è stata la diplomazia Track II [Cammino II] degli anni ’80, in cui vennero utilizzati canali ufficiosi per creare spazi informali in cui discutere alternative di soluzione con l’intento di influenzare prima o poi quanti erano coinvolti nella diplomazia Track I, in cui avvenivano negoziati ufficiali tra dirigenti politici. Ma P2P è decollato dopo la firma degli Accordi di Oslo del 1993, che ampliarono l’ambito della diplomazia Track II per includere le organizzazioni della società civile palestinese e israeliana che non intendevano necessariamente influenzare i politici, ma piuttosto creare una migliore comprensione tra i due popoli.

Mentre la traiettoria storica del quadro P2P è complessa, è importante notare che conobbe un periodo di significativo declino iniziato all’inizio degli anni 2000 in seguito a vari fattori: lo scoppio della Seconda Intifada, il crollo della “sinistra” israeliana, alcuni membri della quale avevano partecipato ai progetti P2P, e nel 2007 l’emergere di un rinnovato accordo della società civile palestinese contro la normalizzazione.

“Contrasto alla normalizzazione” è una definizione coniata e definita dalla società civile palestinese. Trova le sue radici nella lotta palestinese contro l’occupazione britannica culminata con la Grande Rivolta del 1936-1939. “Contrasto alla normalizzazione” vuol dire rifiuto palestinese di partecipare a progetti, eventi o attività che promuovano il concetto secondo cui Israele è un’entità legittima che a sua volta avrebbe normalizzato i rapporti tra l’oppressore e l’oppresso.

Come tattica il contrasto alla normalizzazione è un tentativo di rifiutare la legittimazione e l’occultamento delle violazioni dei diritti dei palestinesi da parte di Israele attraverso la patina del dialogo. Un esempio di normalizzazione sarebbe un progetto che intenda unire donne israeliane e palestinesi per discutere delle sfide che devono affrontare rispettivamente nella società senza citare la fondamentale disparità tra loro, una disparità che sottomette regolarmente le donne palestinesi alla violenza da parte del regime israeliano.

Il contrasto alla normalizzazione non è semplicemente una posizione di principio, ma anche una tattica politica che riconosce il fallimento di un dialogo tra palestinesi ed israeliani e una costruzione della pace che non siano fondati sui principi fondamentali delle leggi internazionali. Infatti riconosce che i progetti P2P ignorano le responsabilità israeliane nella violazione dei diritti dei palestinesi e di conseguenza i palestinesi vedono i progetti P2P come tattiche specificamente destinate a garantire l’impunità di Israele.

Oltretutto P2P sottolinea l’importanza della “cooperazione oltre i confini” per raggiungere una pace duratura. Progetti all’interno di questo quadro sono destinati a “iniziare e promuovere contatti a livello di base e l’interazione tra persone sui lati opposti del confine.” Ma nel caso della Palestina ciò è chiaramente inapplicabile. Come Edward Said e altri intellettuali e attivisti palestinesi hanno instancabilmente sostenuto, il conflitto non è tra due parti uguali intrappolate in una lotta simmetrica. È invece un colonialismo d’insediamento e un’oppressione senza sosta di Israele nei confronti dei palestinesi.

Il concetto di confine è altrettanto errato. Il regime israeliano è un’entità sovrana de facto dal fiume Giordano al mare Mediterraneo. Da decenni ha tenuto milioni di palestinesi sotto occupazione militare e, nel contempo, continua ad espropriare terra palestinese. Il risultato è la bantustanizzazione dei palestinesi in piccole enclave. Da parte sua il regime israeliano non ha mai ufficialmente dichiarato i suoi confini; farlo sarebbe stato in conflitto con le sue intenzioni espansioniste. In questo modo la narrazione P2P di due popoli in conflitto attraverso un confine condiviso rappresenta in modo errato la situazione di un popolo palestinese occupato e colonizzato.

Ancora peggio, P2P presuppone che i palestinesi cooperino e si riconcilino con un popolo e un’entità che approvano la loro colonizzazione e occupazione o che le praticano direttamente. Non sorprende che tali progetti siano nella stragrande maggioranza falliti. Infatti le analisi di un rapporto del 2014 della Commissione per lo Sviluppo Internazionale del governo britannico riguardo ai programmi P2P in Cisgiordania hanno rilevato che tali progetti hanno avuto un costo elevato e nel complesso hanno prodotto “risultati, modularità e un impatto strategico dimostrabile scarsi.”

Un’altra narrazione comune è il falso assunto che iniziative e finanziamenti P2P abbiano il potenziale di “far ripartire” l’economia palestinese, un concetto pericoloso che ignora di proposito il dato di fatto che l’economia palestinese è totalmente soffocata dal regime israeliano. Oltre a essere falso, ciò non considera il regime israeliano responsabile della continua distruzione dell’economia palestinese. Infatti fin dalla fondazione dello Stato israeliano nel 1948 e in seguito alle successive ondate di occupazione della terra palestinese l’economia dei palestinesi è stata schiacciata.

Gli Accordi di Oslo l’hanno ulteriormente assoggettata, e il Protocollo di Parigi del 1994 è stato particolarmente dannoso. Ha imposto un’unione doganale iniqua, che concede alle imprese israeliane accesso diretto al mercato palestinese, ma limita l’ingresso dei prodotti palestinesi a quello israeliano; concede allo Stato di Israele il controllo sulla riscossione delle imposte; rafforza ulteriormente l’uso dello shekel israeliano in Cisgiordania e a Gaza, lasciando l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) appena creata senza mezzi per imporre il controllo fiscale o adottare politiche macroeconomiche autonome.

In effetti ciò significa che oggi il regime israeliano ha il totale controllo diretto o indiretto sulle leve dell’economia palestinese. L’occupazione militare rafforza questa situazione, consentendo al regime israeliano di esercitare il controllo fisico sulle attività economiche quotidiane dei palestinesi e di espandere l’espropriazione della terra palestinese.

L’iniezione di denaro in questo sistema attraverso iniziative finanziate con P2P non è ciò di cui ha bisogno l’economia palestinese. Invece, come ha scritto Leila Farsakh [economista giordano-palestinese, ndtr.], “l’economia palestinese…non può esistere, per non dire prosperare, fino a quando la comunità internazionale non chiamerà Israele a rispondere in base alle leggi internazionali, proteggerà i diritti dei palestinesi e obbligherà Israele a porre fine alla sua occupazione.”

Il Middle East Partnership for Peace Act

Indipendentemente dalle questioni fondamentali su illustrate, il quadro P2P è tornato di moda in seguito al Middle East Partnership for Peace Act [legge per la Collaborazione in Medio Oriente per la Pace] di Nita M. Lowey nel 2000. La legge è stata proposta al Congresso USA dall’ex parlamentare democratica Nita Lowey e dal repubblicano Jeff Fortenberry, a dimostrazione dell’appoggio bi-partisan alla legge.

In seguito alla sua approvazione l’Alliance for Middle East Peace [Alleanza per la Pace in Medio Oriente] (ALLMEP) ha rivendicato l’iniziativa spiegando che si è trattato del risultato di “oltre un decennio di sostegno” da parte di ALLMEP “alla creazione di un Fondo Internazionale per la Pace Israelo-palestinese.” ALLMEP cita una “vasta coalizione” di sostenitori, che include J Street, il New Israel Fund, Jewish Federations of North America, l’Israel Action Network, Churches for Middle East Peace, AIPAC, AJC e l’Israel Policy Forum. Significativamente tutte queste organizzazioni tranne una sono dichiaratamente sioniste.

Un mese prima della legge, ALLMEP ha citato un dibattito parlamentare in Inghilterra diretto dalla deputata Catherine McKinnell, a capo di Labour Friends of Israel [Amici Laburisti di Israele], che ha portato avanti l’idea di creare un fondo simile in Gran Bretagna. Si sosteneva che la proposta era ampiamente appoggiata da deputati sia dell’opposizione che del partito di governo. Nel dibattito McKinnell ha finito con un accenno all’International Fund for Ireland [Fondo Internazionale per l’Irlanda, istituito per finanziare progetti di pacificazione in Irlanda del nord, ndtr.] e al Good Friday Agreement [Accordo del Venerdì Santo, che ha posto fine alla guerra civile nell’Irlanda del Nord, ndtr.]. In effetti ALLMEP fa riferimento all’ International Fund for Ireland (IFI) come “quadro concettuale” che sta dietro a questa idea di un fondo per “la pace israelo-palestinese” e cita il Partnership for Peace Act [legge per una pace condivisa ndtr] quale primo passo verso un tale fondo.

Dopo il dibattito, McKinnell ha inviato una lettera aperta a James Cleverly, ministro per il Medio Oriente e il Nord Africa presso l’Ufficio per gli Esteri, il Commonwealth & lo Sviluppo (FCDO). Nella lettera chiede al ministro di incontrarla per discutere del coinvolgimento britannico in tale fondo. Ha anche chiesto al ministro di impegnarsi a “discutere con l’amministrazione Biden come il Middle East Partnership for Peace Fund possa trasformarsi in una vera istituzione internazionale.” Infine ha proposto che la Gran Bretagna presenti una richiesta agli USA per uno dei seggi come membro internazionale nel consiglio del Partnership for Peace Act.

La legge è stata adottata anche nel testo della legge di bilancio per il Dipartimento di Stato e le Operazioni Estere del 2021. Essa destina 50 milioni di dollari all’anno per oltre 5 anni per la costituzione di due fondi: il fondo “People-to-People Partnership for Peace” con USAID [discussa agenzia federale USA per la cooperazione internazionale, ndtr.] e la Joint Investment for Peace Initiative [Iniziativa di Investimenti Congiunti per la Pace] dipendente dall’ International Development Finance Corporation [Società Finanziaria per lo Sviluppo Internazionale, istituzione finanziaria federale USA che gestisce i fondi per lo sviluppo, ndtr.].

Il fondo P2P è governato e gestito dall’Amministrazione dell’Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale in collaborazione con il Segretario di Stato e il ministero delle Finanze USA.

Vi sovrintende un consiglio di amministrazione formato da cinque cittadini USA nominati dall’amministrazione dell’Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale. La legge, stilata per la prima volta nel giugno del 2019, stabilisce che i membri del consiglio debbano essere persone che hanno “dimostrato esperienza e competenza nelle questioni relative a Israele e ai territori palestinesi,” e fa particolare riferimento alla competenza in campo economico. Due seggi del consiglio sono riservati a rappresentanti di organizzazioni internazionali di governi esteri: da qui la summenzionata richiesta di McKinnell di un rappresentante britannico.

Il fondo sarà finanziato principalmente dagli USA, ma la legge afferma anche che “raccoglierà ulteriori contributi per il Fondo dalla comunità internazionale, compresi Paesi del Medio Oriente e in Europa.”

Gli Stati che hanno recentemente normalizzato i rapporti con il regime israeliano saranno senza dubbio inclusi tra quelli a cui si chiederanno contributi. È anche probabile che gli ideatori del fondo sperino che diventi il principale meccanismo attraverso il quale finanziamenti internazionali saranno diretti in Palestina e i palestinesi saranno obbligati a impegnarsi nel “dialogo” P2P con gli israeliani come condizione per ricevere finanziamenti. In cambio questo darà come risultato il monopolio e la micro-gestione da parte degli Usa della maggioranza dei progetti finanziati dai donatori in Palestina.

Minare le leggi internazionali e rinunciare a chiamare Israele a rispondere dei suoi crimini

Benché il discorso del Partnership for Peace Act riguardi pace e cooperazione, una lettura attenta del testo della legge rivela preoccupanti lacune che consentono il totale annullamento dei diritti dei palestinesi. Così facendo la legge incoraggia le violazioni israeliane del diritto internazionale.

Nel settembre 2020 l’analista politica di Al-Shabaka e avvocatessa per i diritti umani Zaha Hassan ha notato che una prima bozza della legge vietava la “discriminazione geografica” nella presentazione di richieste da parte di beneficiari da “Israele, Cisgiordania e Gaza.” In altre parole chiunque, compresi i coloni israeliani in Cisgiordania, avrebbero potuto presentare domanda di finanziamenti.

In effetti Hassan ha evidenziato che un rapporto della commissione per gli Stanziamenti del Senato [USA] che ha messo in discussione la prima versione della legge, aveva esplicitamente affermato che i finanziamenti avrebbero dovuto essere utilizzati “per incoraggiare il commercio tra l’economia israeliana e palestinese in Cisgiordania.” Benché la versione finale non contenga più quella formulazione, essa non presenta alcuna definizione che possa impedire ai coloni di far richiesta di finanziamenti. Eppure l’impresa di colonizzazione del regime israeliano in Cisgiordania, avviata da un governo laburista israeliano poco dopo la conquista della Cisgiordania nel 1967, è uno dei crimini più vergognosi contro il popolo palestinese.

Oggi ci sono oltre 622.500 coloni israeliani che vivono in centinaia di insediamenti illegali in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est. Questa impresa di colonizzazione ha avuto un impatto incredibilmente devastante sulla vita dei palestinesi in Cisgiordania. La terra palestinese è continuamente espropriata per le colonie e le loro infrastrutture, rinchiudendo i palestinesi in enclave sempre più piccole collegate da pochissime strade in pessimo stato.

Oltre a questo le colonie si impadroniscono delle migliori risorse della Cisgiordania, in particolare dell’acqua. Per decenni il regime israeliano ha sistematicamente scavato pozzi e ha bloccato l’acceso dei palestinesi alle sorgenti in Cisgiordania, mentre deviava nel contempo l’acqua per rifornire la propria popolazione, compresa quella che vive negli insediamenti illegali. Non è quindi sorprendente che le colonie illegali israeliane siano spesso definite il maggior ostacolo alla pace, anche dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Mentre queste attività e la costante espansione del regime israeliano sulla terra palestinese sono continuamente condannate dalla comunità internazionale e dalle associazioni per i diritti umani, non ci sono state conseguenze e il regime israeliano deve ancora essere chiamato a risponderne. Tuttavia il Partnership for Peace Act va ben oltre la semplice mancata richiesta al regime israeliano di risponderne; esso fornisce deliberatamente una scappatoia per non vietare esplicitamente ai coloni degli insediamenti illegali di chiedere finanziamenti, incentivando quindi l’attività di colonizzazione e arricchendo i coloni.

Come detto in precedenza, la legge di bilancio USA proposta nel luglio 2020 dalla Camera dei Rappresentanti USA per l’anno fiscale 2020-2021 ha incluso provvedimenti per il Partnership for Peace Act. Le disposizioni impongono inoltre una serie di clausole per ricevere i finanziamenti, comprese restrizioni all’accesso per i palestinesi nel caso in cui l’ANP promuova un’inchiesta della Corte Penale Internazionale contro crimini di guerra di Israele. In particolare il testo include la seguente clausola:

Nessuno dei fondi stanziati sotto la voce “Fondo per il sostegno economico” di questa legge può essere messo a disposizione per assistenza all’Autorità Nazionale Palestinese se dopo la data di entrata in vigore di questa legge: (I) i palestinesi ottengono la stessa posizione di Stato membro o la piena adesione come Stato nelle Nazioni Unite o in qualunque loro specifica agenzia al di fuori di un accordo negoziato tra Israele e i palestinesi; o se i palestinesi promuovono un’indagine giuridicamente autorizzata della Corte Penale Internazionale (CPI), o appoggiano attivamente una simile indagine che sottoponga cittadini israeliani a un’inchiesta per presunti crimini contro i palestinesi.

Ciò è particolarmente significativo, considerando che nel febbraio 2021 l’ufficio della procura generale e la Camera Preliminare della Corte Penale internazionale (CPI) hanno stabilito che la Palestina ricade sotto la giurisdizione della CPI, consentendo quindi un’indagine per crimini di guerra contro Israele in Palestina. Meno di un mese dopo, nel marzo 2021, la procura ha annunciato l’apertura di un’inchiesta formale. Mentre ciò può essere festeggiato come una prima vittoria, molti ostacoli si prospettano ancora, compreso il fatto che l’ANP possa o meno essere convinta ad abbandonare l’inchiesta con la minaccia del ritiro dei finanziamenti.

Benché la CPI conserverebbe la giurisdizione anche se la ANP dovesse rinunciare a sostenere un’indagine e presentare denunce per crimini di guerra, ciò avrebbe un pesante impatto sulla causa. Infatti lascerebbe nelle mani di attori non statali, come le Ong per i diritti umani, la responsabilità di presentare denunce. Le denunce da parte di Stati hanno un peso politico maggiore, soprattutto nei confronti della CPI, che si basa molto sulla collaborazione degli Stati per condurre le proprie indagini.

È estremamente problematico il fatto che un ente finanziatore imponga simili limitazioni alla distribuzione dei propri fondi. Si deve quindi mettere in discussione la sincerità di ogni tentativo di “pace e riconciliazione” che limiti i finanziamenti in base al fatto che un popolo o, in questo caso, uno Stato persegua attraverso un’istituzione giudiziaria internazionale la richiesta di procedere in giudizio contro responsabili di crimini di guerra. Inoltre va notato che l’amministrazione Trump ha presentato clausole simili insieme all’“Accordo del Secolo”, che vietava alla dirigenza palestinese di ricorrere a un’indagine della CPI.

Clausole come queste, che politicizzano i finanziamenti incardinandoli a condizioni ingiuste, non solo sono dannose nel garantire i diritti fondamentali dei palestinesi, ma minano anche l’intero sistema della giustizia internazionale rafforzando l’impunità israeliana in quanto rinunciano a chiedere conto delle sue gravi violazioni del diritto internazionale. Il Partnership for Peace Act non è sicuramente una ragione di ottimismo, è uno strumento politico utilizzato contro i palestinesi che potrebbero cercare di utilizzare mezzi giudiziari affinché il regime israeliano sia chiamato a rispondere delle proprie continue sofferenze sotto l’occupazione israeliana. È una condanna a morte per i palestinesi che cercano giustizia attraverso i canali giudiziari formali del sistema internazionale.

Mettere in dubbio la falsa vernice di pace e riconciliazione

Questo articolo ha dimostrato come il Partnership for Peace Fund agisca all’interno di un quadro epistemico che pretende che la mancanza di collaborazione, di dialogo e di opportunità economiche per i palestinesi siano il principale ostacolo alla pace tra palestinesi e israeliani. Questo articolo ha anche dimostrato che ciò è semplicemente falso. Il principale ostacolo per “raggiungere la pace” sono le violazioni dei diritti dei palestinesi da parte del regime israeliano da oltre settant’anni, così come la continua colonizzazione della terra palestinese.

Tuttavia il fondo non è l’unico ad adottare questa narrazione. È l’ultimo esempio di una storia più lunga di iniziative P2P simili che tentano di minare i diritti fondamentali dei palestinesi attraverso una vernice di pace e riconciliazione.

Alla luce delle leggi emanate negli USA e della possibilità che leggi simili vengano emanate altrove, in particolare in Gran Bretagna e in Europa, è fondamentale che quanti appoggiano le leggi internazionali e i diritti dei palestinesi si oppongano con decisione a tali iniziative che minacciano il diritto internazionale e privilegiano una falsa vernice di dialogo e responsabilizzazione.

Come ha notato Omar Barghouti [co-fondatore del movimento BDS, ndtr.]:

“La lotta è innanzitutto per la libertà, la giustizia e l’autodeterminazione dell’oppresso…Solo attraverso la fine dell’oppressione ci può essere una vera potenzialità per quella che chiamo coesistenza etica, basata sulla giustizia e sulla piena uguaglianza per chiunque, non una coesistenza del tipo ‘padrone-schiavo’ che invocano molti nell’ ‘industria della pace’.”

L’impostazione P2P dovrebbe essere rifiutata in quanto inadeguata e problematica nel contesto palestinese e, in effetti, in ogni contesto di colonialismo d’insediamento definito da un notevole asimmetria di potere. Politici e legislatori dovrebbero invece appoggiare progetti e iniziative che si basino sui principi fondamentali delle leggi internazionali e sulla protezione dei diritti umani dei palestinesi invece che su quelli che li ignorano per promuovere il “dialogo”.

Infine, dovrebbero appoggiare i meccanismi esistenti che si oppongono all’espansionismo del colonialismo d’insediamento israeliano e dell’occupazione militare. Ciò include il divieto di importazione nei mercati internazionali dei prodotti delle colonie illegali o di investimenti da istituzioni e imprese complici delle violazioni dei diritti umani da parte di Israele. In ultima analisi Israele sarà chiamato realmente a pagare le conseguenze delle sue azioni con l’applicazione di sanzioni internazionali. Infatti obbligarlo a risponderne è l’unico cammino attraverso il quale ottenere una pace giusta.

Yara Hawari

Yara Hawari è analista esperta di Al-Shabaka: La Rete Politica Palestinese. Ha ottenuto un dottorato in Politiche del Medio Oriente presso l’università di Exeter, dove ha insegnato in vari corsi di post-grado e continua ad essere ricercatrice onoraria. In aggiunta al suo lavoro accademico centrato su storia indigena e storia orale, è anche una assidua commentatrice che scrive su vari mezzi di comunicazione, tra cui The Guardian, Foreign Policy e Al Jazeera in inglese.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Marwan Barghouti presidente di tutti i palestinesi?

Gideon Levy

2 aprile 2021 – Chronique de Palestine

Marwan Barghouti è il solo dirigente che gode di una popolarità che va ben al di là delle divisioni politiche tra i palestinesi. Rappresentante della generazione successiva a quella dei dirigenti storici come Yasser Arafat, ha svolto un ruolo centrale durante la prima (1987) e seconda (2000) Intifada, prima di essere incarcerato dall’occupante israeliano nel 2001 e condannato a cinque ergastoli per le sue azioni di resistenza.

Se fossi palestinese voterei Marwan Barghouti per la carica di presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Se fossi un sionista israeliano che si ostina a credere in una soluzione a due Stati, farei ugualmente tutto il possibile per far vincere Barghouti. E anche come israeliano che non crede più nella soluzione a due Stati, sognerei davvero il momento in cui quest’uomo uscirà finalmente dalla prigione e diventerà il dirigente dei palestinesi.

Lui rappresenta attualmente l’unica possibilità di dare una nuova speranza al popolo palestinese agonizzante, e al cadavere appeso fuori, intendo dire il cadavere del processo di pace, che non è mai stato un processo di pace e non ha mai avuto l’intenzione di esserlo.

Non c’è più nient’altro ora che possa suscitare emozione, immaginazione e speranza, se non immaginare Barghouti liberato dalla prigione di Hadarim, così come un combattente per la libertà ancor più venerato fu liberato dalla prigione Victor Verster in Sudafrica l’11 febbraio 1990, parlo di Nelson Mandela, scarcerato dopo 27 anni.

Anche lui, come Barghouti, era stato condannato all’ergastolo. Come Barghouti, era stato riconosciuto colpevole di “terrorismo”.

Ma la controparte di Mandela era il coraggioso Frederik Willem de Klerk, mentre l’accanimento israeliano contro Barghouti non è nient’altro che istigazione all’odio, stupidità e vigliaccheria.

Non c’è prova più lampante del fatto che Israele non ha mai voluto raggiungere un accordo dell’incarcerazione senza fine e assolutamente stupida di Barghouti. Chiedete a qualunque membro del servizio di sicurezza dello Shin Bet o a qualunque uomo di Stato israeliano che conosca bene la questione, e vi diranno che Barghouti è l’ultima opportunità – l’ultima possibilità di unire i palestinesi e di fare la pace.

Mandela è stato eletto presidente del suo Paese e Barghouti potrebbe concorrere alla presidenza del suo popolo. Mandela lo ha fatto da uomo libero, e Barghouti lo farà da prigioniero che sconta una pena grottesca di cinque ergastoli – più 40 anni supplementari – che potrebbero non avere mai fine.

Barghouti è veramente l’ultima possibilità. E i responsabili israeliani lo sanno molto bene. Invece è proprio perché loro lo sanno meglio di me che non sarà mai liberato.

Tuttavia, immaginarsi questo piccolo uomo iperattivo con al polso un semplice orologio Casio, col suo sorriso ammaliante e il suo ebraico tutto particolare – pronuncia “kibush” (l’occupazione) come “kiyush” e “imma” (la madre) con l’accento sulla seconda sillaba invece che sulla prima – scarcerato e diventato presidente, accende l’immaginazione. A tal punto un piccolo passo potrebbe comportare un così grande cambiamento!

Ventiquattro anni fa, in questa settimana, la Giornata della Terra del 1997, mentre viaggiavamo sulla sua macchina attraverso i pneumatici che bruciavano nelle manifestazioni di Ramallah, mi ha detto: “Ciò che temo di più è che perdiamo la speranza.” Quel momento è arrivato. Solo Barghouti può ancora salvarci.

Chiunque voglia capire che cosa è successo ai palestinesi deve guardare ciò che è successo a Barghouti. Quest’uomo di pace trasformato in un cosiddetto “terrorista” è la dimostrazione che i palestinesi hanno già provato di tutto.

Che cosa non ha tentato? Ha bussato alle porte dei comitati centrali dei partiti sionisti alla fine degli anni ’90, supplicandoli di fare qualcosa prima che tutto esplodesse. Ma Israele non ha fatto niente e tutto è esploso.

Ha portato i suoi bambini allo Zoo Safari Ramat Gan [di Tel Aviv, ndtr.] e, durante un meraviglioso e indimenticabile viaggio parlamentare in Europa, ha fatto amicizia con deputati dei partiti Likud e Shas e anche delle colonie. Faceva il tifo per la squadra di calcio Hapoel di Tel Aviv. Ed era un uomo di pace, forse l’uomo di pace palestinese più determinato di sempre.

Fu solo quando si rese conto che niente avrebbe smosso Israele dalla sua arroganza e dal suo culto della forza, che profetizzò che tutto sarebbe esploso e raggiunse le fila della lotta armata – esattamente come Mandela, anche se il capitolo violento della sua lotta adesso viene rimosso.

Barghouti è ormai in carcere da una ventina d’anni. È stato riconosciuto colpevole di “terrorismo” contro uno Stato la cui occupazione è il peggiore e più crudele terrorismo tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo.

L’ultima volta che l’ho visto indossava l’uniforme marrone del Servizio penitenziario israeliano. Era nell’aula di tribunale di Tel Aviv. Ora intende presentarsi alle elezioni palestinesi, elezioni sotto occupazione.

Se verrà eletto presidente, non saranno solo i palestinesi a trarne vantaggio. Se sarà eletto presidente, l’occupazione subirà un’altra terribile sfida nella sua storia: non solo un combattente per la libertà dietro le sbarre, ma un presidente ammanettato.

Gideon Levy, nato nel 1955, è un giornalista israeliano e membro della direzione del quotidiano Haaretz. Vive nei territori palestinesi occupati.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Perché dobbiamo accogliere in modo critico la Jerusalem Declaration on Antisemitism

Tony Greenstein

1 aprile 2021 – Mondoweiss

La Jerusalem Declaration on Antisemitism [Dichiarazione di Gerusalemme sull’Antisemitismo], benché in parte carente e soggetta a critiche, non da ultimo per il suo sfortunato nome, dovrebbe essere accolta positivamente da quanti sono intenzionati a vedere la lotta contro l’antisemitismo come parte della lotta contro il razzismo piuttosto che contrapposta ad essa.

La JDA dovrebbe essere accolta positivamente anche da quanti sono arcistufi di vedere l’“antisemitismo” utilizzato come arma a favore di uno Stato “ebraico” che ha appena visto eleggere alla Knesset due nazisti ebrei [Itamar Ben-Gvir e a Bezalel Smotrich, ndtr.], uno dei quali potrebbe diventare ministro.

A differenza [della definizione] dell’IHRA, che etichetta l’opposizione al sionismo e al razzismo israeliani come antisemitismo, la JDA fa una chiara distinzione tra antisemitismo e antisionismo. La JDA afferma che quanto segue non è antisemita:

Criticare od opporsi al sionismo come forma di nazionalismo o sostenere una serie di accordi costituzionali tra ebrei e palestinesi nella zona tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. Non è antisemita appoggiare accordi che attribuiscano piena uguaglianza a tutti gli abitanti “tra il fiume e il mare”, che si tratti di due Stati, di uno Stato bi-nazionale, di uno Stato unico democratico, di uno Stato federale o in qualunque altra forma.

Criticare Israele come Stato in base a prove concrete.”

La differenza tra l’errata definizione di antisemitismo dell’IHRA e quella della JDA è una differenza come tra il giorno e la notte.

Ovviamente la JDA avrebbe dovuto essere superflua. L’idea che sia necessario definire l’antisemitismo per opporvisi avrebbe dovuto essere insensata se non fosse per il cinico tentativo da parte di razzisti e imperialisti, compresi gli antisemiti, di utilizzare l’oppressione storica del popolo ebraico per appoggiare non solo lo Stato di Israele, ma l’imperialismo occidentale e le sue guerre in Medio Oriente.

Non è un caso che alcuni dei più violenti antisemiti e suprematisti bianchi, dall’ungherese Viktor Orban al polacco Mateusz Morawiecki e a Donald Trump, hanno tutti appoggiato la definizione dell’IHRA. In effetti nessun antisemita vero e proprio potrebbe contestare l’IHRA. Cosa c’è in essa che possa non piacerti se sei un razzista?

Rimango della stessa opinione del giudice Potter Stewart nella sua famosa considerazione sulla pornografia in una causa alla Suprema Corte [USA] del 1964 – non ho bisogno di una definizione dell’antisemitismo per riconoscerlo quando lo vedo. Quando mio padre e migliaia di ebrei come lui hanno preso parte alla “Battaglia di Cable Street” [a Londra, ndtr.] per impedire alla British Union of Fascists [Unione Britannica dei Fascisti, gruppi inglese di estrema destra e filonazista, ndtr.] di Moseley di sfilare nel quartiere ebraico dell’East End nel 1936, non avevano bisogno di una definizione di antisemitismo per capire quello contro cui stavano lottando. Tuttavia la situazione è questa e oggi il principale pregio di una onesta definizione dell’antisemitismo è che può essere utilizzata per sostituire la falsa e disonesta definizione dell’IHRA.

A differenza della definizione mistificante di antisemitismo dell’IHRA, la JDA si occupa di antisemitismo senza calunniare come “antisemiti” i palestinesi che lottano o chi si oppone al sionismo.

Ciò che è veramente spaventoso dell’IHRA è come molta gente mentalmente sana, che si considera intelligente e che normalmente lo è, ciononostante abbia sottoscritto una definizione di antisemitismo intellettualmente fallace, la versione accademica del trucco delle tre carte. L’IHRA è incoerente, disonesta e intrinsecamente contraddittoria in modo imbarazzante. In realtà in base alla sua stessa definizione l’IHRA è di per sé antisemita quando afferma da una parte che Israele è la rappresentazione collettiva di ogni ebreo e poi sostiene che è antisemita associare ogni ebreo ai crimini di Israele.

L’indeterminatezza e la confusione dell’IHRA sono in sé palesemente disoneste. È deliberatamente fumosa. In effetti una dichiarazione di oltre 500 parole non può, al di là di ogni immaginazione, essere definita una definizione e, come ha scritto Stephen Sedley [giurista inglese, ndtr.], quella dell’IHRA non può essere una definizione perché è indefinita.

La definizione centrale dell’IHRA in 38 parole, lasciando perdere i suoi 11 esempi centrati su Israele, non è altro che evasiva e vaga.

La definizione dell’IHRA è stata un esercizio di disonestà intellettuale ed è stata accolta entusiasticamente da razzisti come il rappresentante britannico dell’IHRA Lord Pickles, in quanto è un modo per calunniare e demonizzare gli antirazzisti. Chiunque creda realmente che sia una definizione dell’antisemitismo può solo essere definito come intellettualmente fallito. E la definizione dell’IHRA poggia sull’assunto che lo Stato di Israele sia uno Stato normale, democratico. Di conseguenza l’IHRA prende posizione nella lotta tra la supremazia ebraica e il sionismo da una parte e l’antisionismo dall’altra.

La definizione centrale di 38 parole dell’antisemitismo dell’IHRA all’inizio afferma che:

L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può manifestarsi come odio verso gli ebrei. Manifestazioni verbali e fisiche di antisemitismo sono dirette contro individui ebrei e non-ebrei e/o contro le loro proprietà, verso le istituzioni della comunità ebraica ed edifici religiosi.”

Benché ci venga detto che l’antisemitismo è “una certa percezione degli ebrei”, non ci viene mai detto quale sia questa percezione. Ci viene detto che l’antisemitismo “può manifestarsi come odio verso gli ebrei”, senza dire in quale altro modo si possa manifestare. Alzando la sbarra dell’antisemitismo al livello di odio, l’IHRA ignora ogni sorta di esempio di antisemitismo che sia offensivo o discriminatorio ma che non derivi dall’odio.

É assolutamente possibile che qualcuno infligga violenza a qualcun altro perché è ebreo non perché lo odi ma perché lo disprezza o lo teme. Secondo l’IHRA non è un antisemita! Analogamente chi si oppone al matrimonio del figlio o della figlia con un ebreo non perché lo odia ma perché crede che gli ebrei siano disonesti e indegni di fiducia, per non citare il fatto che siano meschini e avari, secondo l’IHRA non è antisemita. L’IHRA ha solo una funzione: proteggere lo Stato di Israele e il sionismo, non gli ebrei.

Il primo pregio della JDA è che formula una definizione dell’antisemitismo chiara e facilmente comprensibile: “L’antisemitismo è discriminazione, pregiudizio, ostilità o violenza contro gli ebrei in quanto tali (o contro istituzioni ebraiche in quanto tali)”. Le ultime 5 parole potrebbero essere state evitate, ma, in quanto basate sulla definizione dell’Oxford English Dictionary [monumentale dizionario inglese in 20 volumi, ndtr.], “ostilità nei confronti o pregiudizio contro gli ebrei” è assolutamente preferibile alla definizione dell’IHRA.

Ora abbiamo una definizione chiarissima ed utile di antisemitismo che distingue bene tra antisionismo e antisemitismo. La JDA non cerca di controllare il discorso politico nel modo in cui lo fa l’IHRA. Per esempio non suggerisce che se qualcuno critica Israele senza criticare nel contempo ogni altro Paese che violi i diritti umani (“doppio standard”) sia antisemita.

La definizione della JDA non descrive come antisemiti i paragoni tra lo Stato di Israele e le sue politiche e quelle della Germania nazista. È chiaro che oggi ci sono molti paralleli tra Israele e la Germania nazista come testimoniano i muri di via Shuhada a Hebron imbrattati dagli slogan dei coloni “Arabi nelle camere a gas”.

Come hanno evidenziato Neve Gordon e Mark Levin [due firmatari della Dichiarazione di Gerusalemme, ndtr.], in base all’IHRA due delle maggiori personalità ebraiche del XX secolo, entrambe profughe dalla Germania nazista, Albert Einstein e Hannah Arendt, dovrebbero essere definite antisemite! Nel 1948, quando il leader dell’Herut [partito sionista di destra, ndtr.] Menachem Begin visitò gli Stati Uniti, Einstein e Arendt firmarono con altre personalità ebraiche una lettera al New York Times affermando che l’Herut era:

nella sua organizzazione, nei suoi metodi, nella sua filosofia politica e nella sua azione sociale molto affine ai partiti nazista e fascista.”

Sono da accogliere in modo particolarmente positivo le linee guida 10-15. Sono una chiara affermazione di appoggio al fatto che il [movimento] BDS [Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, ndtr.] non ha niente a che vedere con l’antisemitismo e tutto a che vedere con una protesta non violenta contro Israele. È da approvare anche l’affermazione secondo cui la critica a Israele sulla base di prove non può essere antisemita. Allo stesso modo non è antisemita l’appoggio a uno Stato unitario della Palestina (e implicitamente in opposizione a uno Stato ebraico).

Tuttavia ci sono molte critiche che si possono fare anche alla JDA.

In primo luogo manca una qualunque prospettiva o apporto palestinese. Dato che la JDA è nata in conseguenza dei tentativi dell’IHRA di silenziare la libertà di parola sulla Palestina, avrebbe dovuto essere scontato che i palestinesi dovessero contribuirvi. Sfortunatamente la bozza della JDA è stata una questione tutta ebraica, nonostante il fatto che ci sia una sezione B tutta su “Israele e Palestina: esempi che, a ben vedere, sono antisemiti.”

Benché sia stata creata in opposizione alla definizione dell’IHRA, la JDA si concentra in modo decisamente eccessivo sulla narrazione e le preoccupazioni di Israele. Benché, dato il contesto, ciò sia comprensibile, gli autori sono timorosi di dire apertamente che la principale minaccia antisemita viene dall’estrema destra e dai gruppi fascisti, non dalla sinistra. Forse questa dichiarazione era troppo rivolta a persone come il professor David Feldman del Pears Institute for the Study of Anti-Semitism [Istituto Pears per lo Studio dell’Antisemitismo, con sede in Inghilterra, ndtr.].

Tuttavia va detto forte e chiaro che oggi la principale minaccia per gli ebrei viene da gente come Donald Trump e dai suoi sostenitori neo-nazisti suprematisti bianchi. Storicamente la sinistra ha sempre lottato contro l’antisemitismo e la Germania nazista, e l’opposizione all’antisemitismo e al nazismo sono venuti quasi solo dalla sinistra.

Ciò è particolarmente opportuno in quanto la cosiddetta Campagna contro l’Antisemitismo include l’affermazione secondo cui “nel 2019 il Barometro Antisemitismo della Campagna contro l’Antisemitismo ha mostrato che l’antisemitismo nell’estrema sinistra della politica britannica ha superato quello dell’estrema destra.” Ciò è basato su un’ingannevole “ricerca” condotta da Daniel Allington del King’s College e da altri.

Il Barometro dell’Antisemitismo 2019 della CCA ha introdotto sei nuove domande assurde sugli atteggiamenti antisemiti, basate esclusivamente sull’opinione nei confronti di Israele e del sionismo. Questa ridefinizione di cosa costituisca un’affermazione antisemita non ha nessun altro scopo che definire antisemiti gli oppositori al sionismo e allo Stato di Israele. D’ora in avanti gli zeloti israeliani potranno sostenere che i veri nemici degli ebrei non sono i loro amici neo-nazisti ma le persone di sinistra.

Per esempio, se non ti senti a tuo agio a passare del tempo con dei sionisti, allora ciò ti rende un antisemita! Confesso di non trovare la compagnia dei sostenitori del Sudafrica dell’apartheid particolarmente congeniale, ma non ho mai pensato che ciò facesse di me un razzista.

Qui di seguito ci sono tre nuove affermazioni “antisemite” che Allington, Hirsh e altri hanno elaborato:

1. “Israele e i suoi sostenitori hanno un’influenza negativa sulla nostra democrazia.”

2. “Israele può farla franca perché i suoi sostenitori controllano i media.”

3. “Israele tratta i palestinesi come i nazisti trattavano gli ebrei.”

E altre tre che dimostrano o suggeriscono “antisemitismo” se chi risponde non è d’accordo:

4. “Mi trovo a mio agio a passare del tempo con persone che appoggiano apertamente Israele.”

5. “Israele dà un contributo positivo al mondo.”

6. “Israele fa bene a difendersi contro quanti vogliono distruggerlo.”

Quali sono i problemi riguardo alla JDA?

Tuttavia la JDA non è priva di problemi e non deve essere vista come la parola finale su quello che è o non è antisemita. Qui c’è un esempio di antisemitismo.

La linea-guida n. 6 “Attribuire simboli, immagini e stereotipi negativi dell’antisemitismo classico allo Stato di Israele.”

Questa linea guida è strettamente legata al nono esempio dell’IHRA: “Utilizzare simboli e immagini associati all’antisemitismo classico (ad es., affermare che gli ebrei hanno ucciso Gesù o l’accusa del sangue [secondo cui gli ebrei userebbero sangue o carne di bambini cristiani nei loro riti, ndtr.]) per caratterizzare Israele o gli israeliani.”

L’inganno logico qui è sostituire “Israele o gli israeliani” a ebrei. Israele non è un ebreo. Uno degli stereotipi antisemiti tradizionali sugli ebrei nell’Europa medievale era l’avvelenamento dei pozzi dei non-ebrei. Un altro era l’uccisione di bambini non-ebrei per preparare il pane della Pasqua ebraica. Sono indubbiamente antisemiti.

Tuttavia questi esempi si riferiscono agli ebrei, non a Israele. È un fatto, confermato da prove d’archivio, che durante la guerra del 1948 Israele ha avvelenato le forniture di acqua di San Giovanni d’Acri per espellerne la popolazione. È un fatto anche che i coloni israeliani hanno regolarmente avvelenato l’acqua e i pozzi dei palestinesi in Cisgiordania. Ciò è quello che i coloni fanno alla popolazione indigena, indipendentemente dal fatto che siano ebrei o cristiani. Non può essere giusto definire antisemite affermazioni basate su fatti. Né può essere giusto associare stereotipi antisemiti tradizionali sugli ebrei a uno Stato razzista che tratta i palestinesi come untermenschen [subumani, termine usato dai nazisti per indicare i popoli inferiori, ndtr.].

Israele ha testato gas velenoso e armi chimiche sui palestinesi. Affermarlo non è antisemita. È un fatto che Israele ha espiantato organi umani rubati a palestinesi. Il governo cinese ha utilizzato organi di persone giustiziate. Una simile accusa non è razzista.

La linea guida n. 8 “Chiedere alle persone in quanto ebree di condannare pubblicamente Israele o il sionismo (per esempio, durante un raduno politico).”

Neppure questo è antisemita. È comprensibile, dato che il movimento sionista sostiene di parlare in nome di tutti gli ebrei (tranne che di noi odiatori di noi stessi!), ciò che rafforza tra la gente la confusione tra essere ebreo ed essere sionista.

Non può essere antisemita per i non-ebrei cadere nella propaganda sionista, ed è ancor più ragionevole per un palestinese chiedere che il popolo ebraico prenda le distanze dall’asserzione israeliana/sionista secondo cui essere ebreo significa appoggiare l’oppressione dei palestinesi. Se c’è una qualche forma di antisemitismo è da parte dei sionisti.

Trovo discutibile anche la linea guida 10:

Negare il diritto degli ebrei nello Stato di Israele di esistere e prosperare, collettivamente ed individualmente, come ebrei, in base al principio di uguaglianza.”

Io riconosco il diritto degli ebrei israeliani di vivere in Palestina/Israele. Tuttavia non riconosco che abbiano un qualche diritto collettivo come coloni e oppressori. I coloni non sono oppressi e di conseguenza quelli che dobbiamo riconoscere sono diritti individuali. Quindi io cancellerei le parole “collettivamente e individualmente”.

Tuttavia, salvo la linea guida n. 6, questi sono dissensi poco importanti. La JDA è un contributo decisamente positivo per disintossicare il dibattito su antisemitismo e tentativi truffaldini dei sostenitori antisemiti di Israele di confondere l’antisemitismo e l’antisionismo. Di conseguenza dovrebbe essere apprezzato come un contributo complessivamente positivo di demistificare la questione dell’antisemitismo e dell’antisionismo.

Dovremmo quindi sentirci liberi di utilizzare questa definizione e proporre che sindacati, università e partiti operai vengano incoraggiati ad abbandonare l’IHRA in favore della JDA. Dovremmo essere aperti ed espliciti. Quella dell’IHRA è una definizione appoggiata dagli antisemiti. Quella della JDA è una definizione per chi si oppone all’antisemitismo.

Dovremmo chiedere a ipocriti come la parlamentare Caroline Lucas [deputata inglese dei Verdi che ha bloccato una mozione del suo partito contro la definizione dell’IHRA, ndtr], che sostiene di appoggiare i palestinesi, di dimostrarlo. Se Lucas appoggia i palestinesi, allora dobbiamo continuare a chiederle perché sta sostenendo una definizione di antisemitismo che etichetta come antisemita la lotta dei palestinesi.

Sappiamo che razzisti come John Mann [deputato laburista molto attivo nella campagna contro l’antisemitismo all’interno del suo partito, ndtr.], Keir Starmer [attuale segretario del partito Laburista, ndtr.] ed Eric Pickles [politico conservatore filo-israeliano, ndtr.] si aggrapperanno alla definizione dell’IHRA, dato che il loro scopo principale è santificare l’appoggio dell’Occidente a Israele e legittimare le operazioni imperialiste nella regione. Tuttavia noi dobbiamo chiedere che i membri del Socialist Campaign Group [Gruppo della Campagna Socialista, ala sinistra del partito Laburista, ndtr.] adottino e appoggino la definizione della JDA, e che anche Momentum [fazione laburista dell’ex-segretario Corbyn, ndtr.] abbandoni quella dell’IHRA e adotti la JDA. Se questi gruppi rifiutano di rompere con il consenso razzista ed imperialista sul sionismo, allora dovrebbero essere ostracizzati come nemici della lotta palestinese per la liberazione e come razzisti.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Mettere a tacere le persone non condurrà alla pace

Shahd Safi

1 aprile 2021 We Are Not Numbers

Questo contributo è stato scritto nell’ambito della collaborazione con Jewish Voice for Peace per protestare contro la censura da parte di Facebook delle voci dei palestinesi e dei loro sostenitori

Tre guerre. Aggressioni e invasioni troppo numerose per tenerne il conto. Tentativi di proteste spente nel sangue. Acqua che non si può bere. Niente lavoro. E come se questo non bastasse, violenza fra le mura domestiche.

Una persona come affronta tutto ciò? Col passar del tempo io ho letteralmente cominciato ad aver paura di tutto: ricordare il passato, pensare al futuro, conoscere gente nuova, provare ad amare. Spesso avevo persino paura di uscire di casa, e quando incontravo gente nuova, mi tremavano mani e gambe.

La tutela della salute mentale è complicata a Gaza; molti qui sono riluttanti a chiedere aiuto, io no. Il problema è che non potevo permettermelo. Un tempo avevo paura di parlare apertamente del mio conflitto interiore, ma adesso lo sto affrontando. We Are Not Numbers [Non Siamo Numeri, piattaforma fondata nel 2015 per ospitare le storie personali dei palestinesi che vivono sotto occupazione israeliana o in campi profughi, ndtr] collabora con USA Palestine Mental Health Network [Rete USA per la Salute Mentale in Palestina, formata da operatori professionisti, ndtr] per fornire “interlocutori” ed io sono molto grata di poter contare finalmente su un ascolto professionale.

Non c’è modo di sfuggire alla cause delle mie angosce mentali -che, come ho imparato, consistono essenzialmente nell’esperienza di essere cresciuta e rinchiusa a Gaza. Che la mia stessa identità di profuga palestinese abitante a Gaza rappresenti in sé una specie di disturbo mentale è profondamente doloroso.

Ora mi rendo conto che anche la violenza domestica a cui ho assistito da giovane è in qualche modo collegata al nostro trauma culturale. I miei genitori sono stati troppo duri con me ed i miei fratelli, ma sono arrivata a comprendere il dolore, la paura, l’instabilità tramandati attraverso le generazioni dai miei nonni, sradicati durante la Nakba, fino ai miei genitori per arrivare infine a me. I traumi non curati possono alimentare una sorta di narcisismo, così ora riesco quasi a simpatizzare con i miei genitori. E riesco anche a perdonarli.

Oggi io vivo nella stessa paura ed instabilità. E’ quasi impossibile spiegare quanto sia spaventosa la situazione economica a Gaza. Non siamo autorizzati ad esportare quasi niente, le merci che siamo obbligati ad importare (perché non possiamo produrle qui) sono carissime, spesso di pessima qualità. In generale la gente è così povera che i consumi non sono in grado di sostenere un vero e proprio mercato interno.

Per quanto mi riguarda, è difficile per la mia famiglia pagare le mie tasse universitarie; altri due miei fratelli vanno all’università. Sono sempre stata una studentessa creativa ma ultimamente sto perdendo l’entusiasmo perché è davvero difficile concentrarmi sulle lezioni quando vedo la sofferenza nelle persone che amo.

E intanto è dall’infanzia che sogno di viaggiare. E’ il mio più grande desiderio. La mia anima anela a viaggiare. Voglio vivere quell’esperienza ma a causa del blocco di Israele sembra proprio che non riuscirò a realizzare il mio sogno. Ho vissuto in tante zone di quel “paesone” che è Gaza ed i miei occhi hanno necessità di godersi qualche posto nuovo. Voglio sentire aria nuova, fresca, pulita.

Voglio amare la vita. Ho paura di vivere, ma non voglio che siano le mie paure ad avere il controllo. Sto facendo del mio meglio per comprendere i miei timori in modo da gestirli in maniera sana. Ma è una lotta. Sono arrivata ora ad essere in sovrappeso di quasi dieci chili. In parte ciò è dovuto a “fame nervosa”, ma ho anche capito che molto di ciò che mangiamo non è salutare e la causa di questo è la povertà. E’ più facile trovare fast food e farinacei che alternative fresche e salutari.

Condividere dettagli così personali è difficile ma è parte del mio percorso di guarigione, così come lo sono progetti quali We Are Not Numbers e la sua cooperazione con Jewish Voice for Peace [Voce Ebraica per la Pace, organizzazione statunitense antisionista che cerca di cambiare la politica degli USA al fine di raggiungere pace e giustizia in Israele e Palestina, ndtr].

Non otterremo mai giustizia se ebrei e palestinesi non si comprenderanno a vicenda. Ma come farlo se Facebook ed altri social media ci bloccano quando ci trovano “offensivi”? C’è bisogno di PIU’ comunicazione, non di meno! Questo è vitale per la mia salute personale – e anche per una comunità internazionale che bene o male deve vivere in pace.

(traduzione dall’inglese di Stefania Fusero)




‘Til Kingdom Come’: come i cristiani evangelici fomentano il caos in Palestina

Azad Essa

22 marzo 2021- Middle East Eye

Nella chiesa evangelica luterana del Natale a Betlemme, il reverendo Munther Isaac siede su una panca accanto al pastore Boyd Bingham IV, un cristiano evangelico di una cittadina americana, per discutere dei cristiani evangelici e del loro ruolo nel conflitto israelo-palestinese.

“Gli evangelici hanno contribuito in modo molto negativo a questo conflitto perché sono ossessionati dalle profezie,” dice Isaac, un cristiano palestinese, a Bingham, un sionista cristiano estremista della chiesa battista Binghamtown a Middlesboro, in Kentucky. 

“Vedi, ecco quello che non capisco di molti evangelici americani: nella loro visione gli ebrei un giorno dovranno convertirsi al cristianesimo, quelli che non lo faranno purtroppo saranno massacrati, questa è l’idea profetica. In un qualche modo questa è percepita come una teologia che supporta il popolo ebraico. 

“Per me, questa è una logica contorta: l’idea che Dio riporti gli ebrei nella loro terra. Ma quello che spesso manca è la presenza palestinese, è come se parlaste di una terra disabitata. Siamo stati destinatari di una teologia che in pratica ci ha detto che noi non apparteniamo a questo posto, che ci ha persino detto che siamo cittadini di seconda classe nella nostra patria,” aggiunge Isaac, mentre Bingham lo guarda.

La loro conversazione è una di una serie di scene molto efficaci in ‘Til Kingdom Come[Fino alla Fine del Mondo], un nuovo documentario sul legame poco conosciuto e spesso sottostimato fra la destra israeliana e i cristiani evangelici americani.

Diretto da Maya Zinshtein, regista israeliana vincitrice di un Emmy, il documentario è un viaggio in prima persona nel mondo dei fanatici del movimento sionista cristiano negli Stati Uniti mentre si scatenava febbrilmente durante la presidenza di Donald Trump.

La base sionista cristiana

I cristiani evangelici sono un quarto dell’elettorato americano e circa tre quarti di tutta la popolazione evangelica sono bianchi. Molti sono cristiani sionisti che letteralmente credono che Israele sia una manifestazione di profezie bibliche e che gli ebrei debbano essere appoggiati perché ritornino nella loro patria spirituale.

Secondo la teologia del movimento, una volta riuniti in Israele, Gesù tornerà e determinerà la conversione di massa al cristianesimo per alcuni ebrei e la morte per gli altri.

Con l’elezione di Trump alla fine del 2016 e lo spirito molto esplicito e trionfante che ha seguito la sua base cristiana evangelica dentro la Casa Bianca, Zinshtein ha detto che sembrava un momento appropriato per esplorare una storia che pochi in Israele sembrano capire o interessarsi, ma che supponeva avrebbe esercitato un’enorme influenza sulla regione.

“Quando ho cominciato a interessarmi a questo tema ho capito che c’era un enorme potere sotto la superficie che influenzava la mia vita, la vita dei palestinesi che vivevano vicino a me … e volevo portarlo alla luce,” ha detto la regista a Middle East Eye.

Nel documentario, Zinshtein e il suo gruppo esplorano la piccola comunità evangelica a Middlesboro, in Kentucky, un microcosmo della più ampia comunità evangelica cristiana negli USA. Ha passato del tempo con Bingham e mostra come giovani e anziani subiscano un lavaggio del cervello e credano che sostenere Israele migliorerà la loro vita.

‘Il destino di questa chiesa’

Middlesboro fa parte di un gruppo di cittadine minerarie dove una volta si estraeva il carbone in uno dei distretti più poveri degli USA. Nonostante il 40% della popolazione viva in povertà, la comunità è fra i maggiori contribuenti dell’ente no profit International Fellowship of Christians and Jews [Fratellanza Internazionale di Cristiani ed Ebrei] (IFCJ).

“Il destino del popolo ebraico è il destino di questa chiesa. E il destino di questa chiesa è il destino del popolo ebraico,” Yael Eckstein, presidentessa dell’IFCJ, afferma davanti a una chiesa gremita a Middlesboro, dopo aver ricevuto un assegno di 25.000 dollari.

“È il bene contro il male. E dio dice: da che parte state?” aggiunge, accolta da un boato proveniente dai fedeli davanti a lei.

Til Kingdom Come gode di accesso illimitato ad alcuni degli spazi più esclusivi e privati del mondo cristiano evangelico americano. 

A Los Angeles, Zinshtein segue Eckstein in un evento per la raccolta fondi a favore dell’esercito israeliano, durante il quale celebrità hollywoodiane di primo piano come Gerard Butler sfilano insieme a figure come il defunto Sheldon Adelson, il miliardario mecenate di Trump e sostenitore di Israele. Poi si vede Butler farsi un selfie con soldati israeliani e a fianco di Rona-Lee Shimon, star di Fauda, serie televisiva israeliana di gran successo.

“È una storia di fede, soldi e influenza politica,” ha detto Zinshtein.

Smascherare le macchinazioni all’interno di questa relazione durata decenni rende il film una vicenda avvincente. Zinshtein è un’abilissima narratrice, permette ai suoi personaggi di raccontare la storia con le proprie parole ed espressioni e persino di sfidare i protagonisti principali. 

Quando Bingham dice a Zinshtein davanti alla cinepresa che “non c’è una cosa che si chiama Palestina,” dopo un’accesa conversazione nella chiesa a Betlemme con Isaac, il pubblico non ha dubbi a proposito della millanteria del progetto evangelico.

Zinshtein interviene solo per far domande, mai per narrare. 

Storia incompleta

Zinshtein ha detto che parte dell’intenzione del film è di illustrare ai politici israeliani di destra e sinistra che “quando Israele sta con gli evangelici, aderisce al loro ‘programma complessivo’. E questo progetto include campagne anti-aborto, anti-LGBTQ, e su questi temi sono molto diversi dagli evangelici.” È questa relazione crescente fra il governo israeliano e la destra cristiana che le interessa.

A un summit dei Cristiani Uniti per Israele, dopo aver sentito il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu dire che gli evangelici americani erano i “migliori amici,” di Israele, Zinshtein ricorda di aver pensato: “Questo è assurdo. Da israeliana, questo mi fa paura.”

Tuttavia è questa cornice che diventa la debolezza principale del film. In nessuna parte Zinshtein o i suoi personaggi mettono in discussione il progetto colonialista degli insediamenti israeliani che ha sistematicamente sradicato i palestinesi, distrutto vite e occupato terre, ancor prima del rapporto con gli evangelici.

Nonostante gli sforzi del film di raccontare una storia complessiva, mettere al centro delle preoccupazioni e paure israeliane secondo cui un Israele sprovveduto si sarebbe accollato un incontrollabile colosso antisemita non è solo infelice: semplicemente non è tutta la storia. 

Sebbene gli evangelici cristiani abbiano un “piano” per gli ebrei, il loro progetto resta teologico, basato sulla loro interpretazione della Bibbia, ed è principalmente una questione di fede. Se alcuni israeliani sono magari a disagio perché gli evangelici hanno una strage di ebrei sulla loro lista dei desideri, è anche qualcosa che la maggioranza degli israeliani non prende seriamente.

Per i palestinesi però la paura è molto più viscerale ed esistenziale. In patria, gli israeliani hanno espulso centinaia di migliaia di palestinesi, costruito un muro di 700 km attraverso la Cisgiordania occupata e agiscono come il cane da guardia degli USA nella regione. All’estero, Israele è da tempo alleata con governi di destra e razzisti: il Sud Africa dell’apartheid, la giunta militare di Myanmar o, più recentemente, i regimi autoritari e xenofobi di  Brasile e India.

La cooperazione di Israele con i cristiani evangelici nativisti e razzisti è perciò solo una della serie di alleanze di destra. L’incapacità del film di evidenziare le somiglianze fra Israele e i fanatici evangelici bianchi serve solo a rendere popolare l’idea che un’alleanza fra Israele e i ripugnanti sostenitori di Trump sia un’anomalia.

Ma per i palestinesi che sono stati vittime per decenni di questo legame fra fanatici e per quegli ebrei che hanno tentato di evidenziare le mire del colonialismo d’insediamento di Israele, il legame rappresenta la vacuità del sionismo stesso. 

“Io penso veramente di star facendo vedere gli aspetti chiave di come questo legame stia influenzando questa questione [il conflitto]. La conclusione è che i cristiani evangelici credono che tutta la terra che Dio aveva promesso ad Abramo appartenga al popolo ebraico. Ciò significa che chiunque ceda questa terra è praticamente un peccatore. E noi diventiamo i migliori amici di questa gente e quindi, come pensiamo esattamente di risolvere questo conflitto?” afferma Zinshtein. “La mia sensazione è che la (questione) del nostro destino (collettivo) in questo posto sia in ogni parte di questo film.”

Una questione di storia

Sebbene dica chiaramente che il sionismo cristiano non è nuovo, il film non cerca di chiarire che il corteggiamento fra sionismo cristiano e la destra israeliana è un progetto a lungo termine, perseguito dallo Stato israeliano alla fine degli anni ‘70 e agli inizi degli anni ’80 sotto la guida dell’ex primo ministro Menachem Begin.

“Le alleanze di Begin furono sostenute dal rapporto del ministero degli Esteri [israeliano], che considerava gli evangelici una forza elettorale vitale nelle politiche americane,” scrive Daniel Hummel in Covenant Brothers: Evangelicals, Jews, and US-Israeli Relations. [Fratelli dell’alleanza: evangelici, ebrei e le relazioni USA-Israele]. “Sotto Begin, i sionisti cristiani sono diventati un elemento chiave dei rapporti diplomatici di Israele con gli Stati Uniti.”

Il rifiuto del presidente Joe Biden di annullare il trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme o il fatto che la sua amministrazione abbia ignorato la decisione della Corte Penale Internazionale di avviare un’indagine su Israele (e gruppi palestinesi) per crimini di guerra e l’esitazione a togliere le sanzioni contro funzionari della Corte Penale Internazionale, tutte decisioni dell’era Trump, mostrano che Israele è senza dubbio ancora l’unico tema in fatto di politiche su cui sia i Democratici che i Repubblicani riescono a trovare un accordo.

Va riconosciuto a Zinshtein che il film non avrebbe potuto trattare tutti questi argomenti. La storia è definita e modellata dai suoi personaggi e ‘Til Kingdom Come’ esplora solo un aspetto di questa relazione. 

“Penso che il film mostri chiaramente che i leader israeliani d’oggi – e sapete che sono gli stessi da almeno 10 anni – hanno deciso che gli evangelici cristiani sono i nostri migliori amici. Punto. E a loro non importa cosa succede dopo,” ha detto Zinshtein. 

“Invece di dire che sostengono le colonie e un programma di destra, loro (i cristiani evangelici) dicono di sostenere tutto di Israele. E se sei un israeliano, non dirai di no al sostegno a favore di Israele.”

Eliminare i palestinesi

Eppure non riuscire a investigare come lo Stato di Israele faccia i conti con la cosiddetta ironia di lavorare con fanatici cristiani – o ancora meglio, mostrare come lo Stato abbia usato l’enorme influenza degli cristiani evangelici americani perché contribuiscano ad avvicinarsi al raggiungimento dei propri obiettivi, come l’espansione delle colonie, l’annessione e l’eliminazione del popolo palestinese – permette al film di insinuare che il destino di Israele è ostaggio di fanatici.

‘Til Kingdom Come, quindi dà l’impressione di non essere poi tanto un’accusa contro la destra israeliana. Solleva, forse involontariamente, una serie di problemi totalmente diversi sui miti a proposito del proprio paese a cui gli israeliani in tutti questi anni sono rimasti aggrappati. 

Che ci volesse il legame grottesco con Trump per rivelare la fondamentale illegittimità dello Stato di Israele è forse l’ironia più grande di tutte. 

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Azad Essa

Azad Essa, giornalista esperto di Middle East Eye, vive a New York. Dal 2010 al 2018 ha lavorato per Al Jazeera nella versione inglese occupandosi dell’Africa meridionale e centrale. È l’autore di The Moslems are Coming [Arrivano i musulmani] (Harper Collins India) e Zuma’s Bastard [Il bastardo di Zuma) (Two Dogs Books). 

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Una critica della società civile palestinese alla Dichiarazione di Gerusalemme sull’Antisemitismo

La “Jerusalem Declaration on Antisemitism” (JDA), nonostante le sue carenze descritte di seguito, presenta un’ alternativa mainstream alla disonesta cosiddetta definizione IHRA di antisemitismo e una “valida guida ” nella lotta contro il reale antisemitismo, come lo definiscono molti gruppi ebraici progressisti – difendendo gli ebrei, in quanto ebrei, da discriminazione, pregiudizi, ostilità e violenza. Rispetta in larga misura il diritto alla libertà di espressione relativo alla lotta per i diritti dei palestinesi come stabilito dal diritto internazionale, anche attraverso il BDS, e alla lotta contro il sionismo e il regime israeliano di occupazione, colonialismo di insediamento e apartheid.

La JDA può essere utile nella lotta contro il maccartismo anti-palestinese e la repressione che i fautori della definizione IHRA, con i suoi “esempi”, hanno promosso e indotto, di proposito. Ciò è dovuto ai seguenti vantaggi della JDA:

  • Nonostante le sue problematiche linee guida incentrate su Israele, fornisce una definizione coerente e accurata di antisemitismo. I suoi autori rifiutano esplicitamente di codificarla in legge o di usarla per limitare il legittimo esercizio della libertà accademica o per “sopprimere il dibattito pubblico libero e aperto che sia entro i limiti stabiliti dalle leggi che regolano i crimini d’odio”. Ciò è utile per contrastare i tentativi della definizione IHRA di proteggere Israele dalla responsabilità nei confronti del diritto internazionale e di proteggere il sionismo da critiche razionali ed etiche.
  • Riconosce l’antisemitismo come una forma di razzismo, con la sua storia e la sua particolarità, in gran parte confutando l’eccezionalità che la definizione IHRA (con i suoi esempi) gli dà.
  • Riconoscendo che l’antisemitismo e l’antisionismo sono “categoricamente diversi”, non considera antisemita la difesa dei diritti dei palestinesi secondo il diritto internazionale e la fine del regime di oppressione israeliano di per sé. Quindi confuta le parti più pericolose e utilizzate come armi degli “esempi” della definizione IHRA. In particolare, la JDA riconosce come legittima libertà di parola i seguenti esempi: sostegno al movimento BDS non violento e alle sue tattiche; critica o opposizione al sionismo; condanna del colonialismo di insediamento o dell’apartheid di Israele; appello per pari diritti e democrazia per tutti ponendo fine a tutte le forme di supremazia e “discriminazione razziale sistematica”; e critiche alla fondazione di Israele e alle sue istituzioni o politiche razziste.
  • Afferma che “ritenere gli ebrei collettivamente responsabili della condotta di Israele o trattare gli ebrei, semplicemente perché sono ebrei, come agenti di Israele” è antisemita, una regola con cui siamo pienamente d’accordo. Chiediamo l’applicazione di questa regola su tutta la linea, anche quando Israele e sionisti, sia ebrei che cristiani fondamentalisti, sono colpevoli di violarla. I leader fanatici sionisti e israeliani, come Netanyahu, per esempio, spesso parlano a nome di tutti gli ebrei e incoraggiano le comunità ebraiche negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Francia e altrove a “tornare a casa” in Israele.
  • Teoricamente riconosce che il contesto è importante nel senso che situazioni particolari determinano se una certa espressione o azione può essere considerata antisemita o meno.

Tuttavia, i palestinesi, il movimento di solidarietà palestinese e tutti i progressisti sono invitati ad avvicinarsi alla JDA con una mente critica e una cautela a causa delle sue carenze, alcune dei quali sono connaturate:

  1. Con l’infelice titolo della JDA e con la maggior parte delle sue linee guida, si concentra su Palestina / Israele e sul sionismo, rafforzando ingiustificatamente i tentativi di accoppiare il razzismo antiebraico con la lotta per la liberazione palestinese, e quindi avendo un impatto sulla nostra lotta. Nonostante questo impatto, la JDA esclude le opinioni che rappresentano i palestinesi, un’omissione che parla abbastanza delle relazioni asimmetriche di potere e dominio e di come alcuni liberali cercano ancora di prendere decisioni che ci riguardano profondamente, senza di noi. Come palestinesi non possiamo permettere che qualsiasi definizione di antisemitismo sia impiegata per controllare o censurare la difesa dei nostri diritti inalienabili o la nostra narrazione delle nostre esperienze vissute e della storia basata sull’evidenza della lotta contro il colonialismo di insediamento e l’apartheid.
  2. La sua mal concepita omissione di ogni menzione della supremazia bianca e dell’estrema destra, i principali responsabili degli attacchi antisemiti, scagiona inavvertitamente l’estrema destra, nonostante una menzione passeggera nelle FAQ. La maggior parte dei gruppi di estrema destra, specialmente in Europa e Nord America, sono profondamente antisemiti eppure amano Israele e il suo regime di oppressione.
  3. Nonostante le garanzie sulla libertà di espressione nelle sue FAQ, le “linee guida” della JDA ancora cercano di mettere sotto controllo alcuni discorsi critici delle politiche e delle pratiche israeliane, non riuscendo a sostenere pienamente la necessaria distinzione tra ostilità o pregiudizio nei confronti degli ebrei da un lato e legittima opposizione alle politiche, all’ideologia e al sistema di ingiustizia israeliani dall’altro. Ad esempio, la JDA considera antisemiti i seguenti casi:

A. “Descrivere Israele come il male supremo o esagerare grossolanamente la sua effettiva influenza” come un possibile “modo codificato di razzializzare e stigmatizzare gli ebrei”. Mentre in alcuni casi tale rappresentazione di Israele o la grossolana esagerazione della sua influenza possono rivelare indirettamente un sentimento antisemita, nella maggioranza assoluta dei casi relativi alla difesa dei diritti dei palestinesi tale inferenza sarebbe del tutto fuori luogo. Quando i palestinesi che perdono i loro cari, case e frutteti a causa delle politiche israeliane di apartheid condannano pubblicamente Israele come “il male supremo”, per esempio, questo non può essere ragionevolmente interpretato come un attacco “codificato” contro gli ebrei.

Interpretare l’opposizione ai crimini israeliani e al regime di oppressione come antiebraica, come spesso fanno Israele e i suoi sostenitori di destra anti-palestinesi, rende effettivamente Israele sinonimo o coestensivo di “tutti gli ebrei”. Eticamente parlando, oltre ad essere anti-palestinese, questa equazione è profondamente problematica perché in effetti essenzializza e omogeneizza tutte le persone ebree. Ciò contraddice l’affermazione iniziale della JDA secondo cui è “razzista essenzializzare … una data popolazione”.

B. “Applicare i simboli, le immagini e gli stereotipi negativi dell’antisemitismo classico … allo Stato di Israele.” Come la stessa JDA ammette altrove, una generalizzazione così ampia è falsa in tutti i casi “basati sull’evidenza”. Si consideri, ad esempio, i palestinesi che condannano il premier israeliano Netanyahu come un “assassino di bambini”, dato che almeno 526 bambini palestinesi sono stati massacrati nella strage israeliana del 2014 a Gaza, su cui la Corte penale internazionale ha recentemente deciso di indagare. Può essere considerato antisemita? Sebbene le prove concrete siano irreprensibili, i palestinesi dovrebbero evitare di usare quel termine in questo caso semplicemente perché è un tropo antisemita e Netanyahu è ebreo? È islamofobo chiamare il dittatore saudita Muhammad Bin Salman – che si dà il caso sia un musulmano – un macellaio per aver orchestrato il raccapricciante omicidio di Khashoggi, per non parlare dei crimini del regime saudita contro l’umanità nello Yemen? Mostrare MBS in possesso di un pugnale insanguinato sarebbe considerato un tropo islamofobico, dato che le caricature islamofobiche spesso raffigurano uomini musulmani con spade e pugnali intrisi di sangue? Ovviamente no. Allora perché eccezionalizzare Israele?

C. “Negare il diritto degli ebrei nello Stato di Israele di esistere e prosperare, collettivamente e individualmente, come ebrei, in conformità con il principio di uguaglianza”. Il principio di uguaglianza è assolutamente fondamentale nella protezione dei diritti individuali in tutti gli ambiti, nonché nella salvaguardia dei diritti culturali, religiosi, linguistici e sociali collettivi. Ma alcuni possono abusarne per implicare uguali diritti politici per i colonizzatori e i gruppi colonizzati in una realtà di colonialismo di insediamento, o per i gruppi dominanti e dominati in una realtà di apartheid, perpetuando così l’oppressione. Dopo tutto, ancorato al diritto internazionale, il principio fondamentale di uguaglianza non ha come scopo, né può essere utilizzato per, assolvere crimini o legittimare l’ingiustizia.

Che dire del presunto “diritto” dei coloni ebreo-israeliani a sostituire i palestinesi nella terra vittima di pulizia etnica di Kafr Bir’im in Galilea o Umm al Hiran nel Naqab / Negev? Che dire del “diritto” apparente di imporre comitati di ammissione razzisti in decine di insediamenti per soli ebrei nell’attuale Israele, che negano l’ammissione ai cittadini palestinesi di Israele per motivi “culturali / sociali”? Inoltre, ai rifugiati palestinesi dovrebbe essere negato il diritto di tornare a casa stabilito dalle Nazioni Unite per non disturbare un presunto “diritto ebraico collettivo” alla supremazia demografica? Che dire della giustizia, del rimpatrio e delle riparazioni in conformità con il diritto internazionale e del modo in cui possono influire su alcuni “diritti” presunti degli ebrei-israeliani che occupano case o terre palestinesi?

Soprattutto, cosa ha a che fare tutto questo con il razzismo antiebraico?

1. Come recentemente rivelato da Der Spiegel, un rapporto della polizia in Germania, ad esempio, mostra che nel 2020 la destra e l’estrema destra sono state responsabili del 96% di tutti gli incidenti antisemiti in Germania attribuibili a un chiaro motivo. https://twitter.com/bdsmovement/status/1362411616638275586

Fonte: BNC

Traduzione di BDS Italia




La Dichiarazione di Gerusalemme sull’Antisemitismo

La Dichiarazione di Gerusalemme sull’Antisemitismo è uno strumento per identificare, confrontare e sensibilizzare sull’antisemitismo, per come si manifesta oggi nei vari paesi del mondo. La Dichiarazione include un preambolo, una definizione e 15 linee guida che forniscono indicazioni dettagliate per coloro che cercano di riconoscere l’antisemitismo al fine di elaborare risposte appropriate. È stata realizzata da un gruppo di studiosi nei campi della storia dell’Olocausto, degli studi ebraici e degli studi sul Medio Oriente, per affrontare quella che è diventata una sfida crescente: fornire una guida chiara per identificare e combattere l’antisemitismo proteggendo al contempo la libertà di parola. È stata sottoscritta da 200 firmatari.

Preambolo

Noi sottoscritti, presentiamo la Dichiarazione di Gerusalemme sull’Antisemitismo, prodotto di un’iniziativa nata a Gerusalemme. Includiamo nel novero dei firmatari studiosi internazionali che lavorano in studi sull’antisemitismo e campi correlati, inclusi studi sull’ebraico, l’Olocausto, Israele, la Palestina e il Medio Oriente. Il testo della Dichiarazione si è avvalso della consulenza di studiosi di diritto e membri della società civile.

Ispirati dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, dalla Convenzione sull’Eliminazione di ogni Forma di Discriminazione Razziale del 1969, dalla Dichiarazione del Forum Internazionale di Stoccolma sull’Olocausto del 2000 e dalla Risoluzione delle Nazioni Unite sulla Giornata della Memoria del 2005, noi riteniamo che, sebbene l’antisemitismo abbia alcuni tratti distintivi, la lotta contro di esso è inseparabile dalla lotta globale contro tutte le forme di discriminazione razziale, etnica, culturale, religiosa e di genere.

Consapevoli della persecuzione storica degli Ebrei nel corso dei tempi e delle lezioni universali dell’Olocausto, e vedendo con allarme il riaffermarsi dell’antisemitismo da parte di gruppi che promuovono odio e violenza nella politica, nella società e su internet, cerchiamo di fornire una definizione di base dell’antisemitismo utilizzabile, coincisa e storicamente informata, insieme ad alcuni esempi.

La Dichiarazione di Gerusalemme sull’Antisemitismo è una risposta alla “Definizione IHRA”, il documento che è stato adottato nel 2016 dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA [Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto]). Poiché la Definizione IHRA è poco chiara in alcuni punti chiave e largamente aperta a differenti interpretazioni, ha causato confusione e generato controversie, indebolendo perciò la lotta contro l’antisemitismo. Notando che si auto-definisce “una dichiarazione operativa”, abbiamo cercato di migliorarla offrendo (a) una definizione di base più chiara e (b) un insieme coerente di linee guida. Speriamo che sia utile per monitorare e combattere l’antisemitismo, così come per scopi educativi. Proponiamo la nostra Dichiarazione non legalmente vincolante come un’alternativa alla Definizione IHRA. Le istituzioni che già hanno adottato la Definizione IHRA possono usare il nostro testo come uno strumento per interpretarla.

La Definizione IHRA include 11 “esempi” di antisemitismo, 7 dei quali incentrati sullo Stato di Israele. Poiché questo pone una sproporzionata enfasi su un ambito specifico, c’è un bisogno ampiamente sentito di chiarezza sui limiti di accettabilità di azioni e discorsi politici riguardanti il sionismo, Israele e la Palestina. Il nostro scopo è duplice: (1) rafforzare la lotta all’antisemitismo, chiarendo cos’è e come si manifesta, (2) proteggere lo spazio di un dibattito aperto sulla controversa questione del futuro di Israele/Palestina. Non tutti condividiamo le stesse opinioni politiche e non cerchiamo di promuovere una agenda politica di parte. Stabilire che una visione o un’azione controversa non è antisemita non implica né che la approviamo né che la disapproviamo.

Le linee guida che si concentrano su Israele-Palestina dovrebbero essere considerate nel loro insieme. In generale, quando si applicano queste linee guida, ognuna dovrebbe essere letta alla luce delle altre e sempre con un’analisi del contesto. Il contesto può includere l’intenzione dietro un enunciato, o un’espressione che evolve nel tempo, o anche l’identità di chi parla, specialmente quando l’argomento è Israele o il sionismo. Così, per esempio, l’ostilità verso Israele potrebbe essere un’espressione di ostilità antisemita, ma potrebbe essere anche una reazione alla violazione dei diritti umani, o il sentimento che una persona palestinese prova a causa dell’esperienza fatta trovandosi nelle mani di quello Stato. In poche parole, discernimento e sensibilità sono necessari nell’applicare queste linee guida alle situazioni concrete.

Definizione

Antisemitismo è discriminazione, pregiudizio, ostilità e violenza contro gli Ebrei in quanto Ebrei (o le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche).

Linee guida

A. Generali

  1. È razzista “essenzializzare” (trattare un tratto caratteriale come innato) o fare generalizzazioni negative indiscriminate su una data popolazione. Quel che è vero per il razzismo in generale è vero in particolare per l’antisemitismo.
  2. Quel che è peculiare nell’antisemitismo classico è l’idea che gli Ebrei siano legati alle forze del male. Questo sta al centro di molte fantasie antiebraiche, come l’idea di una cospirazione ebraica nella quale “gli Ebrei” possiedono un potere nascosto che usano per promuovere la loro agenda collettiva a spese degli altri popoli. Questo collegamento tra gli Ebrei e il male continua nel presente: nella fantasia che “gli Ebrei” controllino i governi con una “mano nascosta”, che possiedano banche, controllino i media, agiscano come “uno stato nello stato” e siano responsabili della diffusione di malattie (come il Covid-19). Tutte queste caratteristiche possono essere strumentalizzate da diverse (e anche antagonistiche) cause politiche.
  3. L’antisemitismo si può manifestare con parole, immagini e azioni. Esempi di antisemitismo a parole includono affermazioni del tipo: gli Ebrei sono ricchi, intrinsecamente avari o antipatriottici. Nelle caricature antisemite, gli Ebrei sono spesso rappresentati come grotteschi, con grandi nasi e sono associati alla ricchezza. Esempi di atti antisemiti sono: aggredire qualcuno solo perché ebreo/ebrea, attaccare una sinagoga, imbrattare con svastiche le tombe ebraiche, o rifiutare di assumere o promuovere qualcuno perché ebreo.
  4. L’antisemitismo può essere diretto o indiretto, esplicito o criptico. Per esempio, “I Rothschild controllano il mondo” è un’affermazione velata sul presunto potere degli “Ebrei” sulle banche e la finanza internazionale. Ugualmente, ritrarre Israele come il male supremo o esagerare grossolanamente la sua reale influenza può essere un modo criptico di ‘razzializzare’ e stigmatizzare gli Ebrei. In molti casi, identificare un discorso in codice è una questione di contesto e buonsenso, tenendo conto di questi esempi.
  5. Negare o minimizzare l’Olocausto sostenendo che il deliberato genocidio nazista degli Ebrei non ebbe luogo, o che non c’erano campi di sterminio o camere a gas, o che il numero delle vittime fu una piccola parte del totale reale, è antisemita.

B. Israele e Palestina: esempi che, a ben vedere, sono antisemiti

  1. Applicare i simboli, immagini e stereotipi negativi dell’antisemitismo classico (vedi gli esempi precedenti 2 e 3) allo Stato di Israele.
  2. Ritenere gli Ebrei collettivamente responsabili per la condotta di Israele o trattare gli Ebrei, semplicemente perché Ebrei, come agenti di Israele.
  3. Richiedere alle persone, perché Ebree, di condannare pubblicamente Israele o il sionismo (per esempio, in una riunione politica).
  4. Presumere che gli Ebrei non israeliani, semplicemente perché Ebrei, siano necessariamente più fedeli a Israele che non al proprio paese.
  5. Negare il diritto agli Ebrei dello Stato d’Israele di esistere e prosperare, collettivamente e individualmente, come Ebrei, secondo il principio di uguaglianza.

C. Israele e Palestina: esempi che, a ben vedere, non sono antisemiti (che si approvi o meno l’opinione o l’azione considerata)

  1. Sostenere la richiesta di giustizia e di piena concessione dei diritti politici, nazionali, civili e umani dei Palestinesi, come sancito dal diritto internazionale.
  2. Criticare o opporsi al sionismo come forma di nazionalismo, o schierarsi a favore di un qualche tipo di accordo costituzionale per Ebrei e Palestinesi nell’area tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. Non è antisemita sostenere intese che accordino piena uguaglianza a tutti gli abitanti “tra il fiume e il mare”, sia che ciò avvenga con due stati, con uno stato binazionale, con uno stato democratico unitario, con uno stato federale o in qualsiasi altra forma.
  3. La critica, basata sull’evidenza, di Israele come Stato. Ciò include le sue istituzioni e i suoi principi fondanti. Include anche la sua politica e le sue pratiche, interne ed estere, come l’operato di Israele in Cisgiordania e Gaza, il ruolo che Israele gioca nella regione, o qualsiasi altro modo in cui, come Stato, influenza eventi nel mondo. Non è antisemita segnalare la sistematica discriminazione razziale. In generale, le stesse norme di dibattito che si applicano agli altri Stati e agli altri conflitti per l’autodeterminazione nazionale si applicano nel caso di Israele e della Palestina. Quindi, anche se polemico, non è antisemita, in sé e per sé, paragonare Israele ad altri esempi storici, tra cui il colonialismo di insediamento o l’apartheid.
  4. Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni sono forme comuni e nonviolente di protesta politica contro gli Stati. Nel caso di Israele non sono, in sé e per sé, antisemite.
  5. Il discorso politico non deve essere misurato, proporzionale, temperato o ragionevole per essere protetto dall’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani o dall’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e da altri strumenti legali. La critica che alcuni possono vedere come eccessiva o controversa, o come espressione di un “doppio standard”, non è, in sé e per sé, antisemita. In generale, il confine tra il discorso antisemita e quello che non lo è, è diverso dal confine tra il discorso ragionevole e quello irragionevole.

Firmatari:

Ludo Abicht, Professor Dr., Political Science Department, University of Antwerp

Taner Akçam, Professor, Kaloosdian/Mugar Chair Armenian History and Genocide, Clark University

Gadi Algazi, Professor, Department of History and Minerva Institute for German History, Tel Aviv University

Seth Anziska, Mohamed S. Farsi-Polonsky Associate Professor of Jewish-Muslim Relations, University College London

Aleida Assmann, Professor Dr., Literary Studies, Holocaust, Trauma and Memory Studies, Konstanz University

Jean-Christophe Attias, Professor, Medieval Jewish Thought, École Pratique des Hautes Études, Université PSL Paris

Leora Auslander, Arthur and Joann Rasmussen Professor of Western Civilization in the College and Professor of European Social History, Department of History, University of Chicago

Bernard Avishai, Visiting Professor of Government, Department of Government, Dartmouth College

Angelika Bammer, Professor, Comparative Literature, Affiliate Faculty of Jewish Studies, Emory University

Omer Bartov, John P. Birkelund Distinguished Professor of European History, Brown University

Almog Behar, Dr., Department of Literature and the Judeo-Arabic Cultural Studies Program, Tel Aviv University

Moshe Behar, Associate Professor, Israel/Palestine and Middle Eastern Studies, University of Manchester

Peter Beinart, Professor of Journalism and Political Science, The City University of New York (CUNY); Editor at large, Jewish Currents

Elissa Bemporad, Jerry and William Ungar Chair in East European Jewish History and the Holocaust; Professor of History, Queens College and The City University of New York (CUNY)

Sarah Bunin Benor, Professor of Contemporary Jewish Studies, Hebrew Union College-Jewish Institute of Religion

Wolfgang Benz, Professor Dr., fmr. Director Center for Research on Antisemitism, Technische Universität Berlin

Doris Bergen, Chancellor Rose and Ray Wolfe Professor of Holocaust Studies, Department of History and Anne Tanenbaum Centre for Jewish Studies, University of Toronto

Werner Bergmann, Professor Emeritus, Sociologist, Center for Research on Antisemitism, Technische Universität Berlin

Michael Berkowitz, Professor, Modern Jewish History, University College London

Louise Bethlehem, Associate Professor and Chair of the Program in Cultural Studies, English and Cultural Studies, The Hebrew University of Jerusalem

David Biale, Emanuel Ringelblum Distinguished Professor, University of California, Davis

Leora Bilsky, Professor, The Buchmann Faculty of Law, Tel Aviv University

Monica Black, Associate Professor, Department of History, University of Tennessee, Knoxville

Daniel Blatman, Professor, Department of Jewish History and Contemporary Jewry, The Hebrew University of Jerusalem

Omri Boehm, Associate Professor of Philosophy, The New School for Social Research, New York

Daniel Boyarin, Taubman Professor of Talmudic Culture, UC Berkeley

Christina von Braun, Professor Dr., Selma Stern Center for Jewish Studies, Humboldt University, Berlin

Micha Brumlik, Professor Dr., fmr. Director of Fritz Bauer Institut-Geschichte und Wirkung des Holocaust, Frankfurt am Main

Jose Brunner, Professor Emeritus, Buchmann Faculty of Law and Cohn Institute for the History and Philosophy of Science, Tel Aviv University

Darcy Buerkle, Professor and Chair of History, Smith College

John Bunzl, Professor Dr., The Austrian Institute for International Politics

Michelle U. Campos, Associate Professor of Jewish Studies and History Pennsylvania State University

Francesco Cassata, Professor, Contemporary History Department of Ancient Studies, Philosophy and History, University of Genoa

Naomi Chazan, Professor Emerita of Political Science, The Hebrew University of Jerusalem

Bryan Cheyette, Professor and Chair in Modern Literature and Culture, University of Reading

Stephen Clingman, Distinguished University Professor, Department of English, University of Massachusetts, Amherst

Raya Cohen, Dr., fmr. Department of Jewish History, Tel Aviv University; fmr. Department of Sociology, University of Naples Federico II

Alon Confino, Pen Tishkach Chair of Holocaust Studies, Professor of History and Jewish Studies, Director Institute for Holocaust, Genocide, and Memory Studies, University of Massachusetts, Amherst

Sebastian Conrad, Professor of Global and Postcolonial History, Freie Universität Berlin

Lila Corwin Berman, Murray Friedman Chair of American Jewish History, Temple University

Deborah Dash Moore, Frederick G. L. Huetwell Professor of History and Professor of Judaic Studies, University of Michigan

Natalie Zemon Davis, Professor Emerita, Princeton University and University of Toronto

Sidra DeKoven Ezrahi, Professor Emerita, Comparative Literature, The Hebrew University of Jerusalem

Hasia R. Diner, Professor, New York University

Arie M. Dubnov, Max Ticktin Chair of Israel Studies and Director Judaic Studies Program, The George Washington University

Debórah Dwork, Director Center for the Study of the Holocaust, Genocide and Crimes Against Humanity, Graduate Center, The City University of New York (CUNY)

Yulia Egorova, Professor, Department of Anthropology, Durham University, Director Centre for the Study of Jewish Culture, Society and Politics

Helga Embacher, Professor Dr., Department of History, Paris Lodron University Salzburg

Vincent Engel, Professor, University of Louvain, UCLouvain

David Enoch, Professor, Philosophy Department and Faculty of Law, The Hebrew University of Jerusalem

Yuval Evri, Dr., Leverhulme Early Career Fellow SPLAS, King’s College London

Richard Falk, Professor Emeritus of International Law, Princeton University; Chair of Global Law, School of Law, Queen Mary University, London

David Feldman, Professor, Director of the Institute for the Study of Antisemitism, Birkbeck, University of London

Yochi Fischer, Dr., Deputy Director Van Leer Jerusalem Institute and Head of the Sacredness, Religion and Secularization Cluster

Ulrike Freitag, Professor Dr., History of the Middle East, Director Leibniz-Zentrum Moderner Orient, Berlin

Ute Frevert, Professor of Modern History, Department of History, University of Zurich

Katharina Galor, Professor Dr., Hirschfeld Visiting Associate Professor, Program in Judaic Studies, Program in Urban Studies, Brown University

Chaim Gans, Professor Emeritus, The Buchmann Faculty of Law, Tel Aviv University

Alexandra Garbarini, Professor, Department of History and Program in Jewish Studies, Williams College

Shirli Gilbert, Professor of Modern Jewish History, University College London

Sander Gilman, Distinguished Professor of the Liberal Arts and Sciences; Professor of Psychiatry, Emory University

Shai Ginsburg, Associate Professor, Chair of the Department of Asian and Middle Eastern Studies and Faculty Member of the Center for Jewish Studies, Duke University

Victor Ginsburgh, Professor Emeritus, Université Libre de Bruxelles, Brussels

Carlo Ginzburg, Professor Emeritus, UCLA and Scuola Normale Superiore, Pisa

Snait Gissis, Dr., Cohn Institute for the History and Philosophy of Science and Ideas, Tel Aviv University

Glowacka Dorota, Professor, Humanities, University of King’s College, Halifax

Amos Goldberg, Professor, The Jonah M. Machover Chair in Holocaust Studies, Head of the Avraham Harman Research Institute of Contemporary Jewry, The Hebrew University of Jerusalem

Harvey Goldberg, Professor Emeritus, Department of Sociology and Anthropology, The Hebrew University of Jerusalem

Sylvie-Anne Goldberg, Professor, Jewish Culture and History, Head of Jewish Studies at the Advanced School of Social Sciences (EHESS), Paris

Svenja Goltermann, Professor Dr., Historisches Seminar, University of Zurich

Neve Gordon, Professor of International Law, School of Law, Queen Mary University of London

Emily Gottreich, Adjunct Professor, Global Studies and Department of History, UC Berkeley, Director MENA-J Program

Leonard Grob, Professor Emeritus of Philosophy, Fairleigh Dickinson University

Jeffrey Grossman, Associate Professor, German and Jewish Studies, Chair of the German Department, University of Virginia

Atina Grossmann, Professor of History, Faculty of Humanities and Social Sciences, The Cooper Union, New York

Wolf Gruner, Shapell-Guerin Chair in Jewish Studies and Founding Director of the USC Shoah Foundation Center for Advanced Genocide Research, University of Southern California

François Guesnet, Professor of Modern Jewish History, Department of Hebrew and Jewish Studies, University College London

Ruth HaCohen, Artur Rubinstein Professor of Musicology, The Hebrew University of Jerusalem

Aaron J. Hahn, Tapper Professor, Mae and Benjamin Swig Chair in Jewish Studies, University of San Francisco

Liora R. Halperin, Associate Professor of International Studies, History and Jewish Studies; Jack and Rebecca Benaroya Endowed Chair in Israel Studies, University of Washington

Rachel Havrelock, Professor of English and Jewish Studies, University of Illinois, Chicago

Sonja Hegasy, Professor Dr., Scholar of Islamic Studies and Professor of Postcolonial Studies, Leibniz-Zentrum Moderner Orient, Berlin

Elizabeth Heineman, Professor of History and of Gender, Women’s and Sexuality Studies, University of Iowa

Didi Herman, Professor of Law and Social Change, University of Kent

Deborah Hertz, Wouk Chair in Modern Jewish Studies, University of California, San Diego

Dagmar Herzog, Distinguished Professor of History and Daniel Rose Faculty Scholar Graduate Center, The City University of New York (CUNY)

Susannah Heschel, Eli M. Black Distinguished Professor of Jewish Studies, Chair, Jewish Studies Program, Dartmouth College

Dafna Hirsch, Dr., Open University of Israel

Marianne Hirsch, William Peterfield Trent Professor of Comparative Literature and Gender Studies, Columbia University

Christhard Hoffmann, Professor of Modern European History, University of Bergen

Dr. habil. Klaus Holz, General Secretary of the Protestant Academies of Germany, Berlin

Eva Illouz, Directrice d’etudes, EHESS Paris and Van Leer Institute, Fellow

Jill Jacobs, Rabbi, Executive Director, T’ruah: The Rabbinic Call for Human Rights, New York

Uffa Jensen, Professor Dr., Center for Research on Antisemitism, Technische Universität, Berlin

Jonathan Judaken, Professor, Spence L. Wilson Chair in the Humanities, Rhodes College

Robin E. Judd, Associate Professor, Department of History, The Ohio State University

Irene Kacandes, The Dartmouth Professor of German Studies and Comparative Literature, Dartmouth University

Marion Kaplan, Skirball Professor of Modern Jewish History, New York University

Eli Karetny, Deputy Director Ralph Bunche Institute for International Studies; Lecturer Baruch College, The City University of New York (CUNY)

Nahum Karlinsky, The Ben-Gurion Research Institute for the Study of Israel and Zionism, Ben-Gurion University of the Negev

Menachem Klein, Professor Emeritus, Department of Political Studies, Bar Ilan University

Brian Klug, Senior Research Fellow in Philosophy, St. Benet’s Hall, Oxford; Member of the Philosophy Faculty, Oxford University

Francesca Klug, Visiting Professor at LSE Human Rights and at the Helena Kennedy Centre for International Justice, Sheffield Hallam University

Thomas A. Kohut, Sue and Edgar Wachenheim III Professor of History, Williams College

Teresa Koloma Beck, Professor of Sociology, Helmut Schmidt University, Hamburg

Rebecca Kook, Dr., Department of Politics and Government, Ben Gurion University of the Negev

Claudia Koonz, Professor Emeritus of History, Duke University

Hagar Kotef, Dr., Senior Lecturer in Political Theory and Comparative Political Thought, Department of Politics and International Studies, SOAS, University of London

Gudrun Kraemer, Professor Dr., Senior Professor of Islamic Studies, Freie Universität Berlin

Cilly Kugelman, Historian, fmr. Program Director of the Jewish Museum, Berlin

Tony Kushner, Professor, Parkes Institute for the Study of Jewish/non-Jewish Relations, University of Southampton

Dominick LaCapra, Bowmar Professor Emeritus of History and of Comparative Literature, Cornell University

Daniel Langton, Professor of Jewish History, University of Manchester

Shai Lavi, Professor, The Buchmann Faculty of Law, Tel Aviv University; The Van Leer Jerusalem Institute

Claire Le Foll, Associate Professor of East European Jewish History and Culture, Parkes Institute, University of Southampton; Director Parkes Institute for the Study of Jewish/non-Jewish Relations

Nitzan Lebovic, Professor, Department of History, Chair of Holocaust Studies and Ethical Values, Lehigh University

Mark Levene, Dr., Emeritus Fellow, University of Southampton and Parkes Centre for Jewish/non-Jewish Relations

Simon Levis Sullam, Associate Professor in Contemporary History, Dipartimento di Studi Umanistici, University Ca’ Foscari Venice

Lital Levy, Associate Professor of Comparative Literature, Princeton University

Lior Libman, Assistant Professor of Israel Studies, Associate Director Center for Israel Studies, Judaic Studies Department, Binghamton University, SUNY

Caroline Light, Senior Lecturer and Director of Undergraduate Studies Program in Women, Gender and Sexuality Studies, Harvard University

Kerstin von Lingen, Professor for Contemporary History, Chair for Studies of Genocide, Violence and Dictatorship, Vienna University

James Loeffler, Jay Berkowitz Professor of Jewish History, Ida and Nathan Kolodiz Director of Jewish Studies, University of Virginia

Hanno Loewy, Director of the Jewish Museum Hohenems, Austria

Ian S. Lustick, Bess W. Heyman Chair, Department of Political Science, University of Pennsylvania

Sergio Luzzato, Emiliana Pasca Noether Chair in Modern Italian History, University of Connecticut

Shaul Magid, Professor of Jewish Studies, Dartmouth College

Avishai Margalit, Professor Emeritus in Philosophy, The Hebrew University of Jerusalem

Jessica Marglin, Associate Professor of Religion, Law and History, Ruth Ziegler Early Career Chair in Jewish Studies, University of Southern California

Arturo Marzano, Associate Professor of History of the Middle East, Department of Civilizations and Forms of Knowledge, University of Pisa

Anat Matar, Dr., Department of Philosophy, Tel Aviv University

Manuel Reyes Mate Rupérez, Instituto de Filosofía del CSIC, Spanish National Research Council, Madrid

Menachem Mautner, Daniel Rubinstein Professor of Comparative Civil Law and Jurisprudence, Faculty of Law, Tel Aviv University

Brendan McGeever, Dr., Lecturer in the Sociology of Racialization and Antisemitism, Department of Psychosocial Studies, Birkbeck, University of London

David Mednicoff, Chair Department of Judaic and Near Eastern Studies and Associate Professor of Middle Eastern Studies and Public Policy, University of Massachusetts, Amherst

Eva Menasse, Novelist, Berlin

Adam Mendelsohn, Associate Professor of History and Director of the Kaplan Centre for Jewish Studies, University of Cape Town

Leslie Morris, Beverly and Richard Fink Professor in Liberal Arts, Professor and Chair Department of German, Nordic, Slavic & Dutch, University of Minnesota

Dirk Moses, Frank Porter Graham Distinguished Professor of Global Human Rights History, The University of North Carolina at Chapel Hill

Samuel Moyn, Henry R. Luce Professor of Jurisprudence and Professor of History, Yale University

Susan Neiman, Professor Dr., Philosopher, Director of the Einstein Forum, Potsdam

Anita Norich, Professor Emeritus, English and Judaic Studies, University of Michigan

Xosé Manoel Núñez Seixas, Professor of Modern European History, University of Santiago de Compostela

Esra Ozyurek, Sultan Qaboos Professor of Abrahamic Faiths and Shared Values Faculty of Divinity, University of Cambridge

Ilaria Pavan, Associate Professor in Modern History, Scuola Normale Superiore, Pisa

Derek Penslar, William Lee Frost Professor of Jewish History, Harvard University

Andrea Pető, Professor, Central European University (CEU), Vienna; CEU Democracy Institute, Budapest

Valentina Pisanty, Associate Professor, Semiotics, University of Bergamo

Renée Poznanski, Professor Emeritus, Department of Politics and Government, Ben Gurion University of the Negev

David Rechter, Professor of Modern Jewish History, University of Oxford

James Renton, Professor of History, Director of International Centre on Racism, Edge Hill Universit

Shlomith Rimmon Kenan, Professor Emerita, Departments of English and Comparative Literature, The Hebrew University of Jerusalem; Member of the Israel Academy of Science

Shira Robinson, Associate Professor of History and International Affairs, George Washington University

Bryan K. Roby, Assistant Professor of Jewish and Middle East History, University of Michigan-Ann Arbor

Na’ama Rokem, Associate Professor, Director Joyce Z. And Jacob Greenberg Center for Jewish Studies, University of Chicago

Mark Roseman, Distinguished Professor in History, Pat M. Glazer Chair in Jewish Studies, Indiana University

Göran Rosenberg, Writer and Journalist, Sweden

Michael Rothberg, 1939 Society Samuel Goetz Chair in Holocaust Studies, UCLA

Sara Roy, Senior Research Scholar, Center for Middle Eastern Studies, Harvard University

Miri Rubin, Professor of Medieval and Modern History, Queen Mary University of London

Dirk Rupnow, Professor Dr., Department of Contemporary History, University of Innsbruck, Austria

Philippe Sands, Professor of Public Understanding of Law, University College London; Barrister; Writer

Victoria Sanford, Professor of Anthropology, Lehman College Doctoral Faculty, The Graduate Center, The City University of New York (CUNY)

Gisèle Sapiro, Professor of Sociology at EHESS and Research Director at the CNRS (Centre européen de sociologie et de science politique), Paris

Peter Schäfer, Professor of Jewish Studies, Princeton University, fmr. Director of the Jewish Museum Berlin

Andrea Schatz, Dr., Reader in Jewish Studies, King’s College London

Jean-Philippe Schreiber, Professor, Université Libre de Bruxelles, Brussels

Stefanie Schüler-Springorum, Professor Dr., Director of the Center for Research on Antisemitism, Technische Universität Berlin

Guri Schwarz, Associate Professor of Contemporary History, Dipartimento di Antichità, Filosofia e Storia, Università di Genova

Raz Segal, Associate Professor, Holocaust and Genocide Studies, Stockton University

Joshua Shanes, Associate Professor and Director of the Arnold Center for Israel Studies, College of Charleston

David Shulman, Professor Emeritus, Department of Asian Studies, The Hebrew University of Jerusalem

Dmitry Shumsky, Professor, Israel Goldstein Chair in the History of Zionism and the New Yishuv, Director of the Bernard Cherrick Center for the Study of Zionism, the Yishuv and the State of Israel, Department of Jewish History and Contemporary Jewry, The Hebrew University of Jerusalem

Marcella Simoni, Professor of History, Department of Asian and North African Studies, Ca’ Foscari University, Venice

Santiago Slabodsky, The Robert and Florence Kaufman Endowed Chair in Jewish Studies and Associate Professor of Religion, Hofstra University, New York

David Slucki, Associate Professor of Contemporary Jewish Life and Culture, Australian Centre for Jewish Civilisation, Monash University, Australia

Tamir Sorek, Liberal Arts Professor of Middle East History and Jewish Studies, Penn State University

Levi Spectre, Dr., Senior Lecturer at the Department of History, Philosophy and Judaic Studies, The Open University of Israel; Researcher at the Department of Philosophy, Stockholm University, Sweden

Michael P. Steinberg, Professor, Barnaby Conrad and Mary Critchfield Keeney Professor of History and Music, Professor of German Studies, Brown University

Lior Sternfeld, Assistant Professor of History and Jewish Studies, Penn State Univeristy

Michael Stolleis, Professor of History of Law, Max Planck Institute for European Legal History, Frankfurt am Main

Mira Sucharov, Professor of Political Science and University Chair of Teaching Innovation, Carleton University Ottawa

Adam Sutcliffe, Professor of European History, King’s College London

Aaron J. Hahn Tapper, Professor, Mae and Benjamin Swig Chair in Jewish Studies, University of San Francisco

Anya Topolski, Associate Professor of Ethics and Political Philosophy, Radboud University, Nijmegen

Barry Trachtenberg, Associate Professor, Rubin Presidential Chair of Jewish History, Wake Forest University

Emanuela Trevisan Semi, Senior Researcher in Modern Jewish Studies, Ca’ Foscari University of Venice

Heidemarie Uhl, PhD, Historian, Senior Researcher, Austrian Academy of Sciences, Vienna

Peter Ullrich, Dr. Dr., Senior Researcher, Fellow at the Center for Research on Antisemitism, Technische Universität Berlin

Uğur Ümit Üngör, Professor and Chair of Holocaust and Genocide Studies, Faculty of Humanities, University of Amsterdam; Senior Researcher NIOD Institute for War, Holocaust and Genocide Studies, Amsterdam

Nadia Valman, Professor of Urban Literature, Queen Mary, University of London

Dominique Vidal, Journalist, Historian and Essayist

Alana M. Vincent, Associate Professor of Jewish Philosophy, Religion and Imagination, University of Chester

Vered Vinitzky-Seroussi, Head of The Truman Research Institute for the Advancement of Peace, The Hebrew University of Jerusalem

Anika Walke, Associate Professor of History, Washington University, St. Louis

Yair Wallach, Dr., Senior Lecturer in Israeli Studies School of Languages, Cultures and Linguistics, SOAS, University of London

Michael Walzer, Professor Emeritus, Institute for Advanced Study, School of Social Science, Princeton

Dov Waxman, Professor, The Rosalinde and Arthur Gilbert Foundation Chair in Israel Studies, University of California (UCLA)

Ilana Webster-Kogen, Joe Loss Senior Lecturer in Jewish Music, SOAS, University of London

Bernd Weisbrod, Professor Emeritus of Modern History, University of Göttingen

Eric D. Weitz, Distinguished Professor of History, City College and the Graduate Center, The City University of New York (CUNY)

Michael Wildt, Professor Dr., Department of History, Humboldt University, Berlin

Abraham B. Yehoshua, Novelist, Essayist and Playwright

Noam Zadoff, Assistant Professor in Israel Studies, Department of Contemporary History, University of Innsbruck

Tara Zahra, Homer J. Livingston Professor of East European History; Member Greenberg Center for Jewish Studies, University of Chicago

José A. Zamora Zaragoza, Senior Researcher, Instituto de Filosofía del CSIC, Spanish National Research Council, Madrid

Lothar Zechlin, Professor Emeritus of Public Law, fmr. Rector Institute of Political Science, University of Duisburg

Yael Zerubavel, Professor Emeritus of Jewish Studies and History, fmr. Founding Director Bildner Center for the Study of Jewish Life, Rutgers University

Moshe Zimmermann, Professor Emeritus, The Richard Koebner Minerva Center for German History, The Hebrew University of Jerusalem

Steven J. Zipperstein, Daniel E. Koshland Professor in Jewish Culture and History, Stanford University

Moshe Zuckermann, Professor Emeritus of History and Philosophy, Tel Aviv University

https://jerusalemdeclaration.org/

Traduzione di Elisabetta Valento – AssoPacePalestina




Come le organizzazioni israeliane per i diritti umani impediscono ai palestinesi di contestualizzare la loro situazione

Haneen Maikey, Lana Tatour

31 marzo 2021 – Middle East Eye

Pervase dal sistema colonialista di insediamento, le organizzazioni israeliane per i diritti umani sembrano vedere i palestinesi come poco più che una fonte di dati grezzi, mentre il personale ebreo definisce la strategia

Negli ultimi anni le persone di colore che lavorano nel settore dei diritti umani e dello sviluppo internazionale hanno invitato Ong e organizzazioni a prendere in considerazione il razzismo istituzionale e ad analizzare come loro strutture, discorsi e programmi rafforzino il colonialismo e il suprematismo bianco.

Lo scorso anno 1.000 tra ex ed attuali operatori di “Medici senza frontiere” hanno chiesto un’indagine indipendente per smantellare “decenni di potere e paternalismo”. Un anno prima il rapporto di una commissione indipendente ha stabilito che Oxfam International [storica coalizione di ong inglesi, ndtr.] è segnata da “razzismo, comportamenti colonialisti e intimidatori.”

Ma questa discussione che sta emergendo a livello internazionale sembra essere stata ignorata dalle organizzazioni israeliane per i diritti umani, sempre lodate per la loro coraggiosa lotta contro l’occupazione israeliana e il sostegno ai diritti dei palestinesi. Il recente rapporto di B’Tselem, che ha dichiarato che Israele è uno Stato di apartheid, offre l’opportunità di parlare delle politiche razziali del lavoro israeliano per i diritti umani.

Gerarchia razziale

Alcune organizzazioni israeliane per i diritti umani non solo sono pervase dal sistema colonialista di insediamento e ne sfruttano i vantaggi, ma anche nelle loro strutture istituzionali e nel loro modo di operare incarnano e riproducono relazioni di potere razziste e colonialiste. Per dirla chiara, il settore israeliano dei diritti umani ha un problema di supremazia ebraica-israeliana ashkenazita [gli ebrei originari dell’Europa centro-orientale, che rappresentano l’élite israeliana, ndtr.].

Uno sguardo ravvicinato alla struttura del personale di tali organizzazioni rivela un’immagine sorprendente della gerarchia razziale tra gli ebrei israeliani, i palestinesi del ’48 (denominati anche “cittadini” palestinesi di Israele) e palestinesi di Cisgiordania e Gaza occupate (noti anche come i palestinesi del ’67), la stessa gerarchia su cui si basa il progetto razzista del colonialismo di insediamento israeliano.

I palestinesi di Gaza e della Cisgiordania occupata hanno due ruoli principali nelle organizzazioni israeliane per i diritti umani. Sono ricercatori sul campo incaricati di documentare le violazioni dei diritti umani, raccogliere dati portare testimonianze. Sono anche i “clienti” e i “beneficiari” che si rivolgono a queste organizzazioni perchè esse li aiutano a proteggere i loro diritti a salute, educazione, residenza e mobilità di fronte alle autorità israeliane.

Poi ci sono i palestinesi del ’48, che occupano posizioni che richiedono una buona padronanza sia dell’arabo che dell’ebraico. Il loro ruolo è di mediare tra i palestinesi del ’67 e il personale israeliano. Sono i coordinatori dei dati e delle assunzioni, dirigono gli operatori sul campo, processano informazioni e coordinano i programmi che richiedono una comunicazione diretta con i palestinesi del ’67.

Infine posizioni come alti dirigenti, portavoce, coordinatori della sensibilizzazione a livello internazionale, personale per la valorizzazione delle risorse e ricercatori che scrivono i rapporti sulle politiche pubbliche, il volto ufficiale delle organizzazioni, sono israeliani ed ebrei americani, praticamente solo ashkenaziti.

Frammentazione colonialista

Questa non è in alcun modo una critica al personale palestinese e alle sue attività nelle associazioni israeliane per i diritti umani. Attivisti palestinesi hanno a lungo negoziato rivendicazioni salariali e resistenza vivendo in condizioni colonialiste.

Come nel mercato del lavoro israeliano razzializzato, le organizzazioni israeliane per i diritti umani hanno il proprio soffitto di cristallo. Ai palestinesi sono stati destinati ruoli specifici, senza cui le associazioni israeliane ebraiche per i diritti umani non potrebbero operare, eppure, benché siano la spina dorsale di queste organizzazioni, sono esclusi dalle posizioni di vertice, che solo per lo più riservate agli ebrei ashkenaziti.

La divisione tra il lavoro dei palestinesi del ’48 e del ’67 gioca anche all’interno e approfondisce la frammentazione colonialista dei palestinesi. Ciò rischia di innescare dinamiche interne di potere i e una gerarchia tra i palestinesi del ’48, che fungono da mediatori, e quelli del ’67, che cercano assistenza o di condividere le proprie testimonianze.

Il razzismo, non necessariamente cosciente o intenzionale, profondamente radicato che sta alla base di questa cultura di gestione del personale sottolinea anche questioni di produzione e rappresentazione delle conoscenze. In queste organizzazioni i palestinesi e le loro esperienze della violenza del colonialismo di insediamento sono funzionali alla produzione di sapere per gli israeliani. Essi sono la fonte delle informazioni e delle esperienze che vivono sono l’insieme di dati grezzi.

Sono gli israeliani che decidono cosa fare di queste informazioni, come interpretarle, contestualizzarle e comunicarle al mondo.

Arbitri dell’attività dei palestinesi

In un’intervista del 2016 è stato chiesto al direttore esecutivo di B’Tselem, Hagai El-Ad: “Come date voce e protagonismo ai palestinesi nel vostro lavoro?” La sua risposta è stata rivelatrice:

“È una domanda molto importante, a cui pensiamo sempre. Uno dei nostri mezzi principali è costituito dal nostro progetto video, che è un esempio-guida a livello mondiale per una affermazione autonoma del giornalismo dei cittadini. Volontari palestinesi, più di 200 dei quali in tutta la Cisgiordania, hanno videocamere e sono formati per documentare la vita sotto occupazione. Ovviamente le immagini che poi vengono rese pubbliche sono quelle originali, così come sono state riprese dai palestinesi.”

La domanda evidenza di per sé alcuni dei danni che queste organizzazioni per i diritti umani fanno giocando il ruolo di mediatori del vissuto dei palestinesi – quelli che dispensano rappresentanza e voce. Assumendo l’autorità di plasmare le prospettive internazionali dei palestinesi, agiscono come arbitri del loro operato.

Nel contempo la risposta di El-Ad suggerisce che il massimo che i nativi possono fare è documentare la propria situazione. Il settore israeliano dei diritti umani appare incapace di immaginare i palestinesi come produttori di sapere o artefici del loro vissuto. L’affermazione di cui parla El-Ad è un classico caso di empowerment liberal privo di potere, perfettamente in linea con la mentalità del salvatore bianco.

Un importante aspetto di questo rapporto di sfruttamento razzializzato è il lavoro emotivo e psicologico profuso dai palestinesi nel raccogliere le informazioni e testimonianze necessarie per l’esistenza di queste organizzazioni.

Mentre i palestinesi vengono incaricati di documentare ed elaborare l’orribile violenza del colonialismo di insediamento a cui sono sottoposti, il personale israeliano riceve informazioni elaborate e “pulite” da usare nei suoi rapporti, nel lavoro di sostegno internazionale e nelle campagne presso l’opinione pubblica.

Ciclo di violenza

Mentre questa dinamica intrappola i palestinesi in un circolo vizioso di violenza estenuante dal punto di vista emotivo e politico e li (ri)traumatizza, essa protegge l’occupante da ogni coinvolgimento diretto. Il personale israeliano riceve le testimonianze filtrate e mediate, aggiungendo un ulteriore livello di disconnessione tra l’occupante e le conseguenze dell’occupazione e della violenza colonialista.

La struttura razzista che in queste organizzazioni tiene all’ultimo posto i palestinesi caratterizza anche le politiche di rappresentanza, che vedono gli israeliani come i naturali rappresentanti e quelli che inquadrano la realtà vissuta dai palestinesi. A ciò si unisce una sensazione di ipocrisia. In un’intervista con il New Yorker [prestigiosa rivista statunitense, ndtr.] El-Ad ha spiegato perché B’Tselem ha deciso di definire Israele uno Stato di apartheid: “Vogliamo cambiare il discorso sul quello che sta avvenendo tra il fiume [Giordano] e il mare [Mediterraneo]. Il discorso è stato slegato dalla realtà e ciò danneggia le possibilità di cambiamento.”

Quello che B’Tselem ed El-Ad ignorano è che il loro discorso è stato slegato dalla realtà. Se avessero ascoltato i palestinesi, avrebbero saputo che essi da decenni stanno dicendo di vivere una situazione di apartheid, di segregazione e dominazione razziale. Questa cancellazione è il risultato di un approccio paternalistico, che insiste sul fatto che il colono ne sa di più del nativo.

Eppure all’interno del contesto internazionale razzializzato, gli attivisti, avvocati e organizzazioni per i diritti umani palestinesi, come Al-Haq, Al Mezan, Adalah o Addameer, non ricevono la stessa attenzione internazionale di B’Tselem o dell’avvocato Michael Sfard di Yesh Din [associazione israeliana per i diritti umani, ndtr.], con decine di interviste e reportage su importanti mezzi di informazione internazionali e accesso ai decisori politici.

Mettere al centro i palestinesi

Le organizzazioni israeliane per i diritti umani, gli attivisti e gli avvocati non si limitano ad “utilizzare il proprio privilegio” per “aiutare” i palestinesi, un’affermazione che spesso i bianchi fanno quando mettono al centro se stessi. Parlano di apartheid, ma non lavorano per intaccare le politiche che ne fanno dei privilegiati. Al contrario, traggono vantaggio e beneficiano delle politiche che rendono le voci israeliane sempre apprezzabili e legittime, e lo fanno sfruttando nel contempo il sapere e il lavoro dei palestinesi.

Questa dinamica razzista influenza anche le competenze e il discorso che vengono prodotti. Alle associazioni israeliane per i diritti umani viene attribuita la voce autorevole su problemi palestinesi a livello internazionale. B’Tselem ora è l’organizzazione a cui rivolgersi a proposito dell’apartheid israeliano, Gisha di Gaza, Yesh Din delle colonie israeliane in Cisgiordania, Medici per i Diritti Umani della salute e HaMoked delle questioni di status.

Il risultato è una lettura colonialista della vicenda palestinese. Con l’insistenza degli israeliani a definire la questione palestinese, il quadro che offrono e il sapere che producono tendono a sminuire i palestinesi e il programma radicalmente anti-colonialista incentrato sulla liberazione.

Per esempio, mentre la politica radicale palestinese vede in Israele uno Stato colonialista di insediamento che pratica l’apartheid e sostiene che il sionismo è razzismo, B’Tselem presenta una concezione dell’apartheid israeliano che ignora il colonialismo di insediamento e nega i fondamenti razzisti del movimento sionista.

I palestinesi sanno come inquadrare la propria situazione, lo stanno facendo da decenni. La nostra preoccupazione non riguarda tanto come rendere le organizzazioni e gli attivisti israeliani meno razzisti o più accoglienti con i palestinesi. Siamo più preoccupate di come noi, in quanto attivisti, organizzazioni per i diritti umani e associazioni di solidarietà palestinesi dovremmo rispondere a questa dinamica razzista.

La situazione che viviamo e il nostro sapere non dovrebbero essere note a piè di pagina di organizzazioni bianche, israeliane e del colonialismo di insediamento. Un modo per progredire è dare centralità al sapere dei palestinesi e al progetto di liberazione anticolonialista.

Le opinioni espresse in questo articolo sono delle autrici e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Haneen Maikey

Haneen è un’attivista femminista queer, co-fondatrice ed ex-direttrice dell’organizzazione nazionale palestinese di base LGBTQ “alQaws per la Diversità Sessuale e di Genere nella Società Palestinese.”

Lana Tatour

Lana Tatour è docente e ricercatrice in sviluppo globale presso la Scuola di Scienze Sociali dell’università del Nuovo Galles del Sud (Syndey, Australia).

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)