La censura dell’IDF ha cancellato 1 ogni 5 articoli che controlla per la pubblicazione

di Haggai Matar – 26 settembre 2016

+972 Magazine

La censura militare israeliana ha cancellato, del tutto o in parte, oltre 17.000 articoli dal 2011. Mentre pochi articoli sono stati censurati nel 2015 e nel 2016, la nuova censura dell’IDF (esercito israeliano) sta tentando di censurare con allarmante frequenza informazioni già pubblicate.

La censura militare israeliana ha totalmente proibito la pubblicazione di 1.936 articoli e ha cancellato alcune informazioni da 14.196 articoli negli ultimi 5 anni. Ciò significa che 1.936 articoli che giornalisti professionisti e persone che hanno pubblicato notizie ritenute di pubblico interesse su internet non hanno mai visto la luce.

In effetti la censura dell’IDF ha eliminato almeno qualche informazione da uno su cinque degli articoli che le sono stati presentati dal 2011, secondo dati forniti dall’esercito israeliano su richiesta di “+972 Magazine”, del suo omologo in ebraico “Local Call” e del “Movimento per la Libertà di Informazione”.

Sotto il nuovo capo della censura dell’IDF, entrato in carica lo scorso anno, c’è stato un notevole incremento nel numero di casi in cui l’ufficio della censura ha contattato persone che hanno pubblicato notizie con richieste di modificare o eliminare articoli che erano già stati pubblicati – circa il doppio del numero di tentativi di interventi censori dopo la pubblicazione rispetto agli scorsi anni. Allo stesso tempo, la nuova censura dell’IDF sta intervenendo leggermente meno su articoli sottoposti al suo ufficio per essere controllati prima della pubblicazione.

Dall’inizio del 2011, gli anni che hanno visto la maggior presenza di interventi censori sono stati quelli in cui Israele era impegnato nella guerra contro la Striscia di Gaza. I più alti tassi e frequenze di censura hanno avuto luogo nel 2014, l’anno dell’operazione “Margine Protettivo”, e il secondo livello più alto è stato nel 2012, l’anno dell’operazione “Pilastro di Nuvola”.

Inoltre i dati confermano che l’ufficio della censura dell’IDF proibisce la pubblicazione di documenti e materiali dell’Archivio di Stato, che sono già stati approvati per la pubblicazione, e alcuni dei quali sono già stati divulgati.

La censura militare israeliana nel territorio di Israele trae la propria autorità da regolamenti d’emergenza istituiti durante il periodo del Mandato Britannico, molti dei quali sono rimasti nei codici israeliani per oltre 70 anni.

Mentre altri Paesi hanno meccanismi formali per chiedere che i giornalisti si astengano dal pubblicare certe informazioni relative alla sicurezza nazionale, Israele è l’unico tra gli Stati democratici occidentali che abbia una censura statale giuridicamente vincolante. Da nessun’altra parte dei materiali acquisiti devono essere sottoposti ad un controllo preventivo.

In Israele ai mezzi di comunicazione, recentemente estesi per includere blog e siti web indipendenti (come +972 Magazine), è richiesto di sottoporre al controllo della censura dell’IDF ogni articolo che rientri nell’ampia lista riguardante argomenti legati alla sicurezza nazionale ed alle relazioni internazionali. La censura può proibire in parte o del tutto un articolo. Ciò detto, la decisione di quali articoli e notizie sono sottoposte alla censura per un controllo è presa di volta in volta dalle organizzazioni dell’informazione e dagli stessi redattori. Tuttavia, una volta che un articolo è stato censurato dall’esercito, al giornalista viene vietato di rivelare quale informazione è stata eliminata, o persino di indicare che un’informazione è stata censurata.

Ad incrementare la mancanza di trasparenza è il fatto che la censura dell’IDF è tecnicamente parte del settore dell’intelligence. A causa di questa posizione istituzionale, “non è sottoposta alle leggi sulla libertà di informazione”, spiega l’avvocato Nirit Blayer, direttore esecutivo del Movimento per la Libertà di Informazione. “Ciononostante la persona incaricata della libertà di informazione nell’IDF ha la tendenza a rendere pubblico tutto ciò che può essere pubblicato.” Pertanto abbiamo ottenuto l’informazione richiesta rapidamente e senza molte difficoltà.

Questi sono i dati:

Tra il 2011 e l’agosto 2016 da 13.000 a 14.000 articoli sono stati sottoposti ogni anno alla censura dell’IDF per un controllo preventivo. Durante il 2011 e il 2013, dal 20 al 22% degli articoli sottoposti a controllo da parte della censura dell’IDF sono stati in parte o del tutto cancellati, anche se nella stragrande maggioranza dei casi solo una o più parti dell’articolo sono state bloccate per la pubblicazione.

Nel 2014 c’è stato un aumento significativo nella frequenza della censura, spiegabile per lo più con la guerra a Gaza di quell’anno. Degli articoli sottoposti al controllo previo dal censore in quell’anno, il 26% (3.719 articoli) è stato parzialmente o totalmente bloccato (il 22% è stato parzialmente cancellato, il 4% totalmente censurato).

Nei ultimi due anni, tuttavia, c’è stata una lieve riduzione della percentuale di articoli che sono stati modificati o censurati. L’ufficio dell’IDF ha parzialmente o totalmente censurato il 19% degli articoli sottoposti a controllo previo per la pubblicazione. Dall’inizio del 2016 ad agosto questo numero è sceso ulteriormente al 17% – il livello più basso di interventi censori negli ultimi cinque anni e mezzo.

Tuttavia, fin dall’inizio della sua nomina come attuale censore dell’IDF nello scorso anno, il colonnello Ariella Ben-Avraham ha esteso il raggio di competenza della censura dell’IDF, con una particolare attenzione alle pagine Facebook e ai blog che si qualificano come pagine di notizie o media. Alla fine del 2015 ha contattato decine di queste pagine Facebook ( compresa quella di +972 Magazine) ed ha inviato loro un ordine militare di censura chiedendo di presentare i materiali importanti prima della pubblicazione.

Ora è evidente che la politica aggressiva di Ben-Avraham non si limita a chiedere di sottoporle i materiali. L’attuale ufficio censura dell’IDF si è anche attivato per cercare di rimuovere, in parte o totalmente (i dati che abbiamo ricevuto non fanno distinzione) materiali che sono già stati pubblicati.

Tra il 2011 e il 2013 la censura dell’IDF ha chiesto la cancellazione di materiali già pubblicati, mediamente 9, 19 e 16 volte al mese, e 37 volte al mese nel 2014 (durante la guerra). Nel 2015, un anno in cui non ci sono state guerre, la censura dell’IDF ha contattato gli editori mediamente 23 volte al mese con richieste di eliminazione di contenuti già resi pubblici. Finora nel 2016 (fino ad agosto) questo numero è salito a una media di 37 volte al mese, lo stesso numero che durante la guerra, o, in altre parole, con una frequenza di circa 2 volte superiore rispetto al 2012.

Il censore ha anche rivelato che tra il 2014 e il 2016 circa 9.500 files degli Archivi di Stato riguardanti la sicurezza nazionale sono stati sottoposti a controllo. Secondo il censore, circa lo 0,5% di questi documenti sono stati parzialmente o totalmente censurati. Non è chiaro quanti singoli documenti fossero contenuti nei 9.500 files.

L’ufficio della censura dell’IDF, in risposta alle nostre domande, ha affermato di non avere mai interpellato servizi di notizie on line o media di parti terze (come fornitori di servizi internet o piattaforme di social media) per cercare di far eliminare informazioni pubblicate nonostante i tentativi di censura. Tuttavia le autorità di Israele utilizzano altri metodi di controllo del flusso di informazioni e di censura online, anche quando queste informazioni non sono state pubblicate da una persona sotto giurisdizione israeliana, come è stato riportato su +972 all’inizio di quest’estate.

In quel caso, come in molti altri, lo Stato ha utilizzato un altro sistema per bloccare la pubblicazione di informazioni che intendeva rimanessero segrete – ordini giudiziari riservati. Gli ordini riservati sono emessi da giudici, spesso senza molte discussioni e quasi sempre senza tenere alcun conto dell’interesse dell’opinione pubblica a saperlo. Il numero e la frequenza degli ordini giudiziari riservati in Israele sono aumentati notevolmente negli ultimi anni.

Il numero di questi ordini emessi dai tribunali israeliani è più che triplicato negli ultimi 15 anni, secondo una ricerca che verrà presto pubblicata condotta da Noa Landau, giornalista dell’edizione inglese di Haaretz, durante una borsa di studio presso il “Reuter Institute” di Oxford lo scorso anno. Raccogliendo dati della polizia israeliana, del sistema giudiziario, dell’esercito israeliano e di Haaretz, Landau ha scoperto che, solo negli ultimi 5 anni, il numero di richieste in base ad ordini riservati è aumentato del 20% circa.

Così, mentre il censore dell’IDF – con l’eccezione del periodo di guerra – sta mantenendo l’uso dei propri poteri a livelli che rimangono relativamente costanti, e in una certa misura persino riducendoli, le autorità israeliane hanno trovato una scappatoia negli ordini giudiziari riservati.

Tuttavia la parte di informazioni che manca in questo quadro è l’autocensura. Quanto spesso giornalisti e redattori decidono da soli di non indagare, verificare o scrivere in merito ad argomenti sensibili perché ritengono che la censura militare o un giudice impediranno la pubblicazione del loro articolo? Quante vicende scompaiono semplicemente in questo modo ogni anno? Non lo sapremo mai.

Michael Schaeffer Omer-Man ha contribuito a questo articolo. Una versione in ebraico di questo articolo è comparasa anche su “Local Call”.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Di colpo si può essere filoisraeliani ed antisemiti

di Gideon Levy, 21 novembre 2016 Haaretz

Quando l’amicizia verso Israele viene giudicata solamente in base al sostegno all’occupazione, Israele non ha altri amici se non i razzisti e i nazionalisti.

All’improvviso non è così terribile essere antisemiti. Tutto ad un tratto diventa scusabile, nella misura in cui odiate i musulmani e gli arabi e “amate Israele”. Il diritto ebraico ed israeliano ha concesso una radicale amnistia agli amanti antisemiti di Israele – sì, succede questo e loro stanno per prendere il potere negli Stati Uniti.

Adesso lo sappiamo: non solo la pornografia, ma anche l’antisemitismo è una questione di geografia e di prezzo. Gli antisemiti americani di destra non sono più considerati antisemiti.

La definizione è stata aggiornata: d’ora in poi gli antisemiti si trovano solo nei ranghi della sinistra. Roger Waters (ex-leader dei Pink Floyd e sostenitore del boicottaggio contro Israele, ndtr.), un coraggioso uomo di coscienza senza macchia, è un antisemita. Steve Bannon, un razzista dichiarato ed esplicitamente antisemita che è stato nominato capo della strategia della Casa Bianca di Trump, è un amico di Israele.

Gli attivisti ebrei ed israeliani che non risparmiano sforzi per scoprire segnali di antisemitismo, che considerano ogni multa per sosta vietata ad un ebreo americano come un gesto di odio, che muovono cielo e terra ogni volta che un ebreo viene derubato o una lapide ebrea viene infranta, adesso riabilitano un antisemita. Improvvisamente non sono sicuri che si stia parlando di quel particolare morbo.

Alan Dershowitz (docente di diritto ed accanito sostenitore di Israele negli USA, ndtr.), uno dei maggiori propagandisti in questo campo, è già insorto in difesa del razzista Bannon. In un articolo su Haaretz della scorsa settimana Dershowitz ha scritto che l’uomo la cui moglie ha detto che non ha permesso ai suoi figli di andare a scuola insieme agli ebrei non è un antisemita. “L’accusa è semplicemente stata fatta dalla sua ex moglie in un processo, senza dare al fatto un particolare peso,” ha scritto Dershowitz, con logica pretestuosa.

Dopo tutto, l’ex assistente ricercatore di Dershowitz, un ebreo ortodosso che ha successivamente lavorato con Bannon, gli ha assicurato di non aver riscontrato elementi di antisemitismo in Bannon. E questo è improvvisamente sufficiente per Dershowitz. Di punto in bianco è possibile separare il razzismo dall’antisemitismo.

L’ambasciatore israeliano a Washington, Ron Dermer, ovviamente si è affrettato ad unirsi alla compagnia. Nel weekend ha detto di aspettarsi di lavorare con Bannon. E, cavoli, si aspetta di lavorare con quel razzista. In fondo, saranno d’accordo su tutto: che non esiste un popolo palestinese, che non esiste l’occupazione, che la colonia di Yitzhar ([una delle colonie più violente ed estremiste, ndtr.) dovrà restare per sempre, che quelli di sinistra sono dei traditori.

Per Dermer – ambasciatore dell’avamposto illegale di Amona, amico del Tea Party , uno che boicotta J Street (gruppo liberale statunitense che promuove la pace tra Israele e Palestina, ndtr.), un uomo che, se la relazione bilaterale fosse stata normale, sarebbe stato dichiarato persona non gradita dagli Stati Uniti – le nuove nomine sono l’alba di un nuovo giorno.

Si sentirà a casa con Frank Gaffney, un altro che odia i musulmani, che probabilmente otterrà un’alta carica nella nuova amministrazione; sarà felice di lavorare con Bannon. E Mike Huckabee (politico repubblicano e pastore battista statunitense, ndtr.) gli va proprio a genio. Dermer, dopo tutto, ha ricevuto il Premio Fiamma della Libertà dal Centro per la politica di sicurezza, un gruppo razzista che sventola orgogliosamente la bandiera dell’islamofobia.

Questi razzisti e quelli della loro risma sono i migliori amici di Israele negli Stati Uniti. Ad essi si uniscono i razzisti della destra europea. Se non si contano i sensi di colpa per l’olocausto, essi sono gli unici amici rimasti ad Israele. Quando l’amicizia per Israele si misura solamente sulla base del sostegno all’occupazione, Israele non ha altri amici che i razzisti ed i nazionalisti. Questo avrebbe dovuto suscitare qui una profonda vergogna: dimmi chi sono i tuoi amici e ti dirò chi sei.

Questi razzisti amano Israele perché realizza i loro sogni: opprimere gli arabi, offendere i musulmani, spossessarli, espellerli, ucciderli, distruggere le loro case, calpestare la loro dignità. Questo mucchio di spazzatura vorrebbe tanto comportarsi come noi.

Ma per ora ciò è possibile solo in Israele, per cui esso è il faro tra le nazioni in questo campo. Che cosa ne è dei tempi in cui gli ebrei in Sudafrica andavano in prigione con Nelson Mandela? Oggi gli attivisti ebrei in America sostengono i nuovi governanti – i razzisti e gli antisemiti.

Nel weekend la scrittrice palestinese-americana Susan Abulhawa ha scritto su Facebook: i palestinesi definiscono il nazionalista bianco Bannon un antisemita, mentre l’AIPAC (gruppo di pressione statunitense che sostiene politiche a favore di Israele, ndtr.) e Dershowitz pensano che non sia una cattiva persona. Di quale altra prova c’è bisogno sul fatto che il sionismo è un aspetto della supremazia bianca e in definitiva è antitetico all’ebraismo?

La scorsa estate Abulhawa è stata deportata dal ponte di Allenby [cioè in Giordania, ndtr.]. Ed ha ragione. Gli Stati Uniti e Israele condividono oggi gli stessi valori – e guai a vergognarsene.

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




I palestinesi temono che Abbas stia sempre più diventando un dittatore

di Amira Hass

11 novembre 2016 Haaretz

La Corte Costituzionale Palestinese ha stabilito che il presidente palestinese Mahmoud Abbas possa revocare l’immunità parlamentare dei membri del Consiglio Legislativo Palestinese (Parlamento provvisorio nei territori occupati,ndtr.), consentendogli così di emarginare i suoi rivali.

Un accademico della Striscia di Gaza ha scritto su Facebook in risposta alla vittoria elettorale di Trump: “Come primo provvedimento, Trump ordinerà di redigere dei rapporti di sicurezza riguardo ai traviati del suo partito che hanno votato per Clinton, e istituirà una corte costituzionale pronta ad eliminare i membri che non hanno votato per lui.”

Il palestinese comune non ha difficoltà a cogliere la frecciata. Il presidente Mahmoud Abbas ha condotto per anni un’epurazione e una campagna per tacitare coloro che considera sostenitori di Mohammed Dahlan (dirigente di Fatah a Gaza ed espulso dall’organizzazione, ndtr.), o che dissentono dalla linea ufficiale del partito. Persino Nikolay Mladenov, coordinatore speciale dell’ONU per il processo di pace in Medio Oriente, ha fatto allusione in pubblico ai tentativi di Abbas di mettere a tacere (gli avversari).

Mercoledì sera si è tenuta a Ramallah una cerimonia solo su inviti per l’ inaugurazione del museo “Yasser Arafat”. Il museo ha aperto al pubblico ieri (10 novembre, ndtr.), nel 12^ anniversario della morte di Arafat. Mladenov, che era tra i relatori, ha sottolineato le tappe fondamentali della vita del “leader che ha trasformato i rifugiati in una nazione.”

Era un uomo che rispettava le opinioni dei suoi avversari”, ha detto. Giusta o sbagliata che sia, questa affermazione è in linea con il modo in cui l’OLP e Fatah ricordano Arafat, quando mettono a confronto la sua leadership con quella di Abbas.

Il 3 novembre la Corte Costituzionale palestinese ha stabilito che Abbas possa revocare l’immunità parlamentare dei membri del Consiglio Legislativo Palestinese, permettendogli così di emarginare i suoi rivali. Nel breve termine questo significa la conferma dell’ordine di Abbas del 2012 di revocare l’immunità parlamentare a Dahlan.

La Corte Costituzionale non interveniva in ambito legislativo dal 2006. La vibrata protesta dei suoi membri e dei gruppi palestinesi per i diritti umani contro questa sentenza non deriva dalla preoccupazione per la reputazione e per la sorte di Dahlan. Egli, che era negli anni ’80 un focoso attivista contro l’occupazione e capo delle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese, si è trasformato in un uomo d’affari con interessi globali. Se le voci sono vere, Dahlan spende decine di milioni di dollari per garantirsi la fedeltà dei palestinesi di Cisgiordania e Gaza e la loro opposizione alla fazione di Abbas.

I contestatori vedono la sentenza della corte come un altro passo nella direzione di quella che sembra essere la strategia di Abbas verso un regime dittatoriale.

La legge istitutiva della Corte Costituzionale è stata emanata nel 2003, al fine di esprimere pareri ed interpretare norme costituzionali poco chiare in caso di disaccordo tra l’autorità esecutiva e legislativa.

Nel gennaio 2006, alla vigilia della vittoria elettorale di Hamas, quando Abbas era già presidente, la legge è stata drasticamente modificata. Sono state revocate la partecipazione della Corte Costituzionale nella nomina dei giudici e l’autorità della Corte nel monitorare e supervisionare l’attività del presidente. Ciononostante la Corte Costituzionale è rimasta inattiva, perché nessun giudice è stato nominato.

Lo scorso aprile sono stati nominati nove giudici della Corte Costituzionale. Le nomine sono state immediatamente contestate da 18 gruppi palestinesi per i diritti umani, che denunciavano che tutti i giudici erano membri di Fatah o vicini ad essa. Hanno anche sostenuto che, benché i giudici dovessero ricevere il mandato da parte dei vertici dei tre poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario), lo hanno ricevuto in assenza di quello legislativo.

In un’ulteriore dichiarazione diffusa questa settimana, le stesse organizzazioni per i diritti umani hanno contestato la sentenza della Corte che autorizza il presidente a revocare l’immunità ai membri del Consiglio Legislativo. Sostengono che la Corte (prima di diventare la Corte Costituzionale) ha affermato che la Legge Fondamentale Palestinese ( costituzione provvisoria in attesa di uno stato palestinese, ndtr.) non è superiore alle altre leggi. Hanno anche detto che lo stato di emergenza, in base al quale l’ANP ha operato a partire dal 2007, conferisce al presidente poteri quasi illimitati.

Un membro di una delle organizzazioni ha detto che questi passi segnalano una tendenza verso una Corte sottomessa al potere esecutivo. Ha affermato che, sulla base della bozza di costituzione dello “Stato di Palestina”, che è stata emanata pochi mesi prima dell’insediamento della Corte Costituzionale, l’obiettivo è autorizzare questa Corte a decidere chi sarebbe nominato nelle funzioni di presidente, se dovesse morire quello in carica.

Allo stato di cose presente, questo significa una sola cosa, impedire che il portavoce del Consiglio Legislativo Palestinese Aziz Dweik, di Hamas, diventi presidente ad interim, come stabilito dalla Legge Fondamentale dell’ANP. Ma la decisione consentirà anche di revocare l’immunità ad altri parlamentari critici verso il governo palestinese. Anche se la loro immunità non venisse revocata, la sentenza produrrebbe comunque un effetto che potrebbe mettere a tacere le critiche.

Questa settimana un giornalista palestinese ha osato scrivere su Facebook: “Il sogno palestinese è svanito ed è iniziato l’incubo. Il sogno di uno stato palestinese indipendente è scomparso, perché il potere politico ha trasformato il progetto nazionale in un progetto personale e di parte.”

E’ una dimostrazione di coraggio, in un momento in cui, secondo quanto riferito da fonti palestinesi, le forze di sicurezza palestinesi stanno arrestando gli autori di post critici.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




I palestinesi non si aspettano molto da Trump, ma temono di perdere l’autogoverno

di Amira Hass, 10 novembre 2016

Haaretz

L’elezione del misogino padrone dei concorsi di bellezza viene interpretata semplicemente come una prosecuzione del declino americano.

‘Official Palestine’, l’ufficio del Presidente Mahmoud Abbas, ha rilasciato la scontata dichiarazione: “Lavoreremo con qualunque presidente eletto dal popolo americano nel quadro del principio di raggiungere una soluzione permanente in Medio Oriente sulla base della soluzione dei due stati entro i confini stabiliti il 4 giugno 1967, con Gerusalemme est come capitale.”

Non ci si aspetta assolutamente che Donald Trump ci riservi una sorpresa, laddove Barak Obama ha completamente desistito – in altri termini, dal fare pressioni su Israele e porre fine alla costruzione delle colonie – anche se non dichiara, come ha fatto il suo consigliere, che le colonie sono legali. L’ipotesi, o la speranza, è che dopo essersi insediato alla Casa Bianca, Trump non sarà in grado di allontanarsi troppo dalle regole di lavoro e dai principi fondamentali di decenni di politica estera americana, poiché in fin dei conti gli Stati Uniti sono una nazione che si regge su istituzioni e leggi, non su un uomo solo al comando.

Uno di questi principi fondamentali è il mantenimento dell’occupazione israeliana, unitamente al mantenimento dell’esistenza di un governo indipendente palestinese. Questo trova riscontro nei contributi finanziari da parte degli Stati Uniti all’Autorità Nazionale Palestinese (in gran parte destinati alle forze di sicurezza e alla pavimentazione delle strade che facilitano le infrastrutture di trasporto tra le enclaves dell’area A) e per l’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (UNRWA). (Gli Stati Uniti sono il principale donatore dell’UNRWA). Quindi quando parlano della soluzione dei due stati, che sembra essere più lontana che mai, i funzionari palestinesi di fatto mirano anzitutto al breve termine: non vogliono che la cosiddetta rispettabilità politica che hanno acquisito per se stessi e che la diplomazia riconosce loro possa venir meno.

E neppure vogliono che venga meno la semi-sovranità che hanno conquistato nelle piccole enclaves dell’area A – ed a cui la popolazione palestinese si è abituata più di quanto voglia ammettere. Accadrà che Trump, con le sue dichiarazioni contraddittorie e per via della sua ignoranza, insieme ai repubblicani che ora controlleranno entrambe le camere del Congresso, deciderà di ridurre o addirittura interrompere questi contributi all’ANP?

Trump, nell’arroganza della vittoria, si rapporterà alla leadership palestinese come farebbe nei confronti di un’organizzazione terrorista ostile, o ci sarà qualcuno che gli spiegherà che un’Autorità Palestinese funzionante in realtà è una cosa positiva per Israele e per le politiche del suo partito?

Al tempo stesso, come influirà la mancanza di chiarezza in politica estera di Trump sulla diplomazia palestinese e sulle relazioni con Fatah? E’ possibile – senza alcun riferimento a Trump – attendersi dei cambiamenti finché Abbas rimarrà al vertice della piramide?

Non c’è bisogno, per pretesti diplomatici, di nascondere i veri sentimenti del popolo palestinese nei confronti di Trump. La delirante campagna elettorale negli Stati Uniti, in cui ciò che i due candidati avevano in comune era il gran numero di americani che li detestava, ha rafforzato il mantra palestinese della gente comune: l’America sta attraversando un “declino generazionale”.

Qualunque superpotenza alla fine può cadere in basso, e nemmeno gli Stati Uniti ne sono esenti. E se ciò accade, anche Israele ne verrà indebolito. Dopo lo shock iniziale, l’elezione del misogino padrone dei concorsi di bellezza viene interpretata semplicemente come la continuazione del declino.

Questa è un’analisi logica ma non politica, perché viene abitualmente portata a giustificazione dello star seduti a non fare niente finché il tempo e la ruota della fortuna diano i loro frutti. Una specie di versione laica dell’ abitudine di citare versi del Corano che profetizzano la punizione degli israeliani perché hanno peccato e non hanno fatto ciò che era giusto agli occhi di dio.

La vittoria di Trump, sicuramente nel breve e medio termine, verrà interpretata come un incoraggiamento alle politiche israeliane nei territori. Potrebbe accrescere il senso di abbandono dei palestinesi, ma non così drasticamente, a quanto sembra. Non cambierà né cancellerà le due tendenze contraddittorie che oggi caratterizzano la leadership della società palestinese. Da un lato la rivolta individuale, “il suicidio per mano dei soldati” da parte di giovani le cui motivazioni personali e politiche sono intrecciate. Dall’altro lato la fuga dalla politica, dalla possibilità di una rivolta generale e popolare, una vita quasi normale nelle enclaves, attività culturali, aspirazione ad una buona educazione per i ragazzi, problemi di bassi salari e lamentele sul fallimentare sistema sanitario, ecc. Come se l’occupazione non esistesse.

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




E’ la fine del mondo?

di Gideon Levy, 10 novembre 2016

Haaretz

Potrà accadere una di queste due cose: o Trump sarà Trump, oppure il Presidente Trump non sarà lo stesso Trump che abbiamo conosciuto.

Prima confessione: ho sperato che Donald Trump venisse eletto. Seconda confessione: la sua elezione mi spaventa. Basta pensare a Rudolf Giuliani in una posizione preminente nel suo governo, che forse influenzerà la sua politica nei confronti di Israele, per essere colti dal panico. La mia compagna Catherine si è chiusa nella sua stanza, ancor più arrabbiata e terrorizzata: è preoccupata per l’ambiente e per il futuro del suo paese. E’ sicura che Trump distruggerà l’ambiente e che permetterà a Vladimir Putin di invadere la Svezia.

Questa paura di Trump che sta percorrendo il mondo, e forse anche alcuni dei suoi elettori – com’è accaduto per i sostenitori della Brexit in Gran Bretagna che in seguito hanno rimpianto il proprio voto, però in misura molto maggiore – è la paura dell’ignoto. Ed ancor più è la paura dell’inconoscibile. Questa paura ricorda il terrore del 1977 quando andò al potere (in Israele, ndtr.) Menachem Begin. Metà della nazione entrò nel panico, e si fece a gara dovunque nel prefigurare scenari apocalittici. Begin farà la guerra, Begin porterà al fascismo. Alla fine, Begin ha fatto davvero la guerra (contro il Libano, ndtr.) , come avrebbe fatto qualunque altro primo ministro israeliano rispettabile, ma Begin ha fatto anche la pace, come nessun altro primo ministro israeliano prima o dopo di lui ha fatto. E Begin non ha condotto al fascismo.

Ho sperato che Trump venisse eletto perché sapevo che l’elezione di Hillary Clinton, i cui valori da molto tempo sono cambiati, avrebbe anche significato una continuazione dell’occupazione israeliana. Il mio mondo è piccolo, lo ammetto: l’occupazione mi interessa più di ogni altra cosa e per me poche cose potrebbero essere peggio di un presidente che continui a finanziarla. Se lei fosse stata eletta, in posti come Yitzhar e Itamar (colonie israeliane in Cisgiordania, ndtr.) avrebbero stappato bottiglie di champagne. Con il denaro di Haim Saban (imprenditore israeliano naturalizzato statunitense, tra i più ricchi del mondo, finanziatore di Hillary Clinton e della campagna contro il BDS, ndtr.) e l’eredità di Barak Obama, l’America non avrebbe osato fare pressioni su Israele. La fine del mondo, in altre parole.

Anche Benjamin Netanyahu dovrebbe essere preoccupato. Un Trump che perde interesse per il Medio Oriente potrebbe anche essere un Trump che non appoggia l’occupazione. L’esultanza dei coloni è prematura. Potrebbe anche trasformarsi in un grido di dolore. Certo Trump non sarà mai amico dei palestinesi, esattamente come non sarà mai amico di tutti i deboli del mondo, ma potrebbe dimostrarsi un vero isolazionista ed in quanto tale annullare il cieco, automatico e sconcertante sostegno del suo paese ad Israele.

Dopo tutto è stato eletto in larga misura grazie alle sue promesse di eliminare il “politicamente corretto”. In America il sostegno alla prosecuzione dell’occupazione israeliana è politicamente corretto. Perciò, nella mia ottica localistica, questa è stata la ragione per cui ho sperato nella vittoria di Trump.

Al contempo la vittoria di Trump mi spaventa. Come spesso accade quando le fantasie diventano realtà, la realtà fa più paura del previsto. Non c’è bisogno di elencare tutte le sue idee bigotte, la sua retorica incendiaria, tutti gli aspetti del suo terribile personaggio. Ha promesso di perpetuare l’uso della tortura durante gli interrogatori, di annullare l’accordo con l’Iran, di utilizzare eventualmente armi nucleari. Cos’altro serve per terrorizzare chiunque sia sano di mente? Tuttavia la sua promessa di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme è ridicola: sicuramente i diplomatici americani non saranno entusiasti di vivere a Gerusalemme e comunque il trasferimento dell’ambasciata probabilmente non è molto importante.

Potrà accadere una delle due cose: o Trump sarà Trump, oppure il Presidente Trump non sarà lo stesso Trump che abbiamo imparato a conoscere. Lui stesso probabilmente non sa chi sarà. Il suo discorso della vittoria di mercoledì suggeriva la seconda possibilità. Se Trump manterrà la sua parola e le sue promesse della campagna elettorale, questo significherà una terribile tragedia per l’America e per il mondo, e forse una piccola speranza per Israele: il Trump originale non esiterà a trascurare Israele ed il risultato potrebbe andare a suo beneficio.

Paradossalmente, ciò che è negativo per il mondo e per l’America potrebbe essere positivo per Israele: un presidente ignorante ed isolazionista, che si disinteressa del mondo, pretende che tutti i paesi paghino per l’aiuto americano ed ha intenzione di distruggere i sacri dogmi, potrebbe essere un presidente che dà una salutare scossa ad Israele.

Mercoledì ha segnato la fine del mondo? Forse sì, forse no.

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




L’ipocrisia del boicottaggio da parte di Israele

La coalizione di Netanyahu è determinata a boicottare la Lista Araba Comune (alleanza politica di 4 partiti arabi in Israele, ndtr.).

di Neve Gordon –Counterpunch

22 ottobre 2016, Nena News

Paradossalmente, si tratta della stessa coalizione che si è espressa esplicitamente contro l’adozione della strategia del boicottaggio come strumento non violento e politicamente legittimo per lottare contro l’oppressione israeliana del popolo palestinese.

Il 9 ottobre il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato di aver intenzione di sostenere l’iniziativa della sua coalizione di boicottare la Lista Comune, il terzo maggior partito nella Knesset. L’iniziativa, promossa dal ministro della difesa Avigdor Lieberman, ha lo scopo di punire la decisione del partito di non recarsi al funerale dell’ex Presidente Shimon Peres, a cui hanno partecipato personalità provenienti da non meno di 70 paesi, incluso il Presidente Barak Obama e il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas. “I membri della Lista Comune hanno dimostrato che non c’è più niente di cui discutere né dibattere con loro”, ha asserito Lieberman, aggiungendo che “dobbiamo prendere la decisione di boicottare ogni loro presenza e intervento alla Knesset.”

Parlando all’israeliano Canale 2, il capo della Lista Comune Araba, Ayman Odeh, ha spiegato che il funerale di Peres era parte di una “giornata nazionale di lutto in cui io non mi riconosco; non nella narrazione, non nella simbologia che mi esclude, non nella storia di Peres come uomo che ha creato il sistema di difesa di Israele.” Ha poi proseguito ricordando episodi della lunga carriera pubblica di Peres: dal suo ruolo nel governo militare imposto ai cittadini palestinesi di Israele dal 1948 al 1966, per passare al suo ruolo centrale nel realizzare l’arsenale nucleare di Israele, fino all’attacco dell’esercito israeliano del 1996 ad una base ONU nel villaggio libanese di Qana, in cui furono uccisi 106 civili. Ha persino citato l’assenza di Peres al funerale di Arafat (insieme al quale aveva ricevuto il Premio Nobel per la Pace) e, ovviamente, di tutti gli altri leader arabo-israeliani.

Pensando forse che il pubblico israeliano non avrebbe potuto sopportarlo, Odeh non ha ricordato che Peres è stato in tutto e per tutto un colonialista. In documenti recentemente resi pubblici, si citano dichiarazioni di Peres in cui afferma di non credere in uno “stato di Arafat” e che la Giordania è l’unico stato palestinese, rammaricandosi dell’esistenza di cittadini palestinesi in Galilea (nel nord di Israele, ndtr.). “Vedo come si stanno mangiando la Galilea ed il mio cuore sanguina”, disse all’ex primo ministro Menachem Begin durante un loro incontro nel 1978. Molto più recentemente Peres si è spinto fino ad affermare che “le operazioni dell’esercito israeliano hanno reso possibile la prosperità in Cisgiordania, hanno sollevato i cittadini del sud del Libano dal terrore di Hezbollah ed hanno permesso agli abitanti di Gaza di avere nuovamente una vita normale.” Certamente fino alla sua morte è stato la voce esemplare della missione civilizzatrice del colonialismo.

Comunque, nel corso della stessa intervista a Canale 2, Odeh ha ricordato al suo pubblico ebreo israeliano che il sabato seguente la comunità arabo-israeliana avrebbe celebrato il 16^ anniversario dei disordini dell’ottobre del 2000, in cui 13 cittadini della comunità furono uccisi dalla polizia durante una serie di manifestazioni di protesta nei confronti delle azioni di Israele contro i palestinesi all’inizio della seconda intifada. “Vi parteciperà qualcuno del governo?” si è domandato Odeh; “Qualcuno riesce a capire le nostre sofferenze oppure non interessano a nessuno?”

Nonostante il sincero sforzo di Odeh per descrivere l’approccio razzista di Israele nei confronti dei suoi cittadini palestinesi, la coalizione di Netanyahu è decisa a boicottare la Lista Comune Araba.

Paradossalmente si tratta della stessa coalizione che si è espressa esplicitamente contro l’adozione della strategia del boicottaggio come strumento politico legittimo e non violento di lotta contro l’occupazione israeliana del popolo palestinese. Attualmente il governo Netanyahu sta spendendo milioni e milioni di dollari per contrastare il movimento palestinese di boicottaggio, criminalizzando chiunque osi sostenerlo pubblicamente. Il ministro dell’interno Aryeh Deri ed il ministro della pubblica sicurezza Gilad Erdan hanno annunciato la creazione di un comitato per impedire agli attivisti del movimento BDS di entrare nel paese e per espellere quelli che già si trovano in Israele/Palestina.

Netanyahu ed i suoi compari affermano che boicottare il progetto coloniale israeliano è antisemitismo, e intanto boicottano i leader palestinesi che hanno osato non onorare le spoglie di Peres. Sono talmente prigionieri della loro logica contorta che hanno perso il senso del paradosso.

Neve Gordon è co-autore (insieme a Nicola Perugini) del libro appena uscito ‘The human right to dominate’ (Il diritto umano di dominare. Edizione italiana: Perugini N., Gordon N. “Diritti umani e dominio”, Nottetempo, Firenze, 2016).

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




“Pulizia etnica” e propaganda filo-araba

Di Benny Morris

Haaretz22 ottobre 2016

Gli indiretti confronti fatti da Daniel Blatman con i crimini tedeschi contro gli ebrei ed altri non riflettono un modo serio di scrivere di storia.

E’ un peccato che i miei critici Daniel Blatman e Ehud Ein-Gil non leggano con attenzione, ammesso che leggano; mi riferisco ai loro articoli su Haaretz in cui sostengono che Israele ha perpetrato una pulizia etnica. Se Blatman avesse letto il mio libro “La nascita del problema dei rifugiati palestinesi, 1947-49”- pubblicato in inglese nel 1988 e in ebraico nel 1991, con un’edizione aggiornata in inglese nel 2004 – avrebbe visto che le mie opinioni sulla storia del 1948 non sono affatto cambiate.

Le mie conclusioni sulla nascita del problema dei rifugiati palestinesi non sono cambiate in questi libri, né nel mio libro “1948”, che è stato pubblicato in inglese nel 2008 e in ebraico nel 2010. Qualche palestinese è stato espulso (da Lod e Ramle, per esempio), a qualcun altro è stato ordinato o è stato suggerito di andarsene dai suoi leader (da Haifa, per esempio) e la maggior parte è scappata per paura degli scontri, evidentemente nella convinzione che sarebbero tornati alle loro case dopo la prevista vittoria araba.

Ed effettivamente, all’inizio di giugno, il nuovo governo israeliano adottò una politica per impedire il ritorno dei rifugiati – quegli stessi palestinesi che avevano combattuto l’Yishuv, la comunità ebraica prestatale, e cercato di distruggerla.

Quanto al fatto che ho cambiato opinione, ciò è avvenuto durante gli anni ’90 solo riguardo ad una cosa – la volontà palestinese di fare la pace con noi. All’inizio del decennio, pensavo che forse qualcosa fosse cambiato nel movimento nazionale palestinese e che volessero riconoscere la realtà e arrivare ad un compromesso per i due Stati per due popoli.

Ma nel 2000, dopo il “no” di Arafat a Camp David (appoggiato dal suo successore Mahmoud Abbas), e alla luce della seconda Intifada e delle caratteristiche di quella intifada, ho capito che non erano interessati alla pace. Sfortunatamente da allora la situazione non è cambiata.

Nel 1947-48 non c’era un’intenzione a priori di espellere gli arabi, e durante la guerra non ci fu una politica di espulsione. Ci sono “storici” che odiano chiaramente Israele, come Ilan Pappé e Walid Khalidi, e forse anche Daniel Blatman, considerando quello che ha detto, che vedono il “Piano Dalet” dell’Haganah del 10 marzo 1948 come un progetto complessivo di espellere i palestinesi. Non lo è.

Se Blatman e Ein-Gil avessero davvero letto il piano – reso pubblico negli anni ’70 – avrebbero visto che intendeva congegnare una strategia ed una tattica perché l’Haganah conservasse il controllo delle strade strategiche in quello che sarebbe diventato lo Stato ebraico. Intendeva anche rendere sicuri i confini nell’imminenza della prevista invasione araba in seguito alla partenza degli inglesi. La tesi di Blatman secondo cui il “Piano Dalet” “discuteva dell’intenzione di espellere quanti più arabi possibile dal territorio del futuro Stato ebraico” è una falsificazione in malafede. Sono le parole di un propagandista filo-arabo, non di uno storico.

Citare le affermazioni sbagliate

Il piano comprendeva le linee-giuda generali per i vari battaglioni e brigate relativamente al modo di comportarsi verso i villaggi rurali ed i quartieri urbani arabi. Riguardo ai villaggi, il piano stabilisce esplicitamente che gli abitanti dei villaggi che combattono contro gli ebrei devono essere espulsi ed i villaggi distrutti, mentre i villaggi neutrali o amici avrebbero dovuto essere lasciati intatti ( e avrebbero dovuto esservi stabiliti dei presidi).

Nel caso di quartieri arabi in città miste, i comandanti dell’Haganah sul terreno ordinarono che gli arabi dei quartieri periferici fossero trasferiti nei centri arabi di quelle città, come Haifa, non espulsi dal Paese.

In altre parole, questo non era un piano per “espellere gli arabi” come Blatman e Ein-Gil sostengono a proposito di questo documento. Ein-Gil cita del documento solo tre affermazioni che accennano alla possibilità dell’espulsione – non quelle che danno istruzioni ai comandanti di brigata e di battaglione di lasciare sul posto la popolazione araba.

Per inciso, la descrizione di Ein-Gil dell’occupazione del villaggio di Al-Qubab – con le sue case vuote dopo che gli abitanti erano semplicemente scappati – non è esattamente la descrizione di una violenta e crudele pulizia etnica. E le sue considerazioni sulla domanda a proposito di cosa gli ebrei avrebbero potuto fare se avessero trovato degli arabi in quelle case non testimonia della pulizia etnica nel 1948.

Oltretutto nel territorio trasferito a Israele nel 1948 dopo l’accordo di armistizio tra Israele e la Giordania, il numero di palestinesi che rimase sotto il controllo di Israele era la metà di quello che cita Ein-Gil.

Al contempo, se ci fossero stati un piano generale e una politica di “espulsione degli arabi”, ne avremmo trovato indicazioni nei vari ordini operativi per le unità in combattimento e nei rapporti al quartier generale, come “Abbiamo messo in atto un’espulsione in base al piano generale” o ” al Piano Dalet.” Tali riferimenti non ci sono.

Nelle decine di migliaia di documenti operativi dell’ Haganah/esercito israeliano dei mesi più importanti (da aprile a giugno 1948), ho trovato solo un riferimento a un’operazione messa in atto secondo il Piano Dalet. (Riguardava una certa operazione della brigata “Alexandroni”, se non ricordo male, ma in questo momento sono all’estero e non ho a disposizione il documento).

E’ risaputo che decine di migliaia di arabi rimasero nel territorio dello Stato ebraico – ad Haifa e a Giaffa, a Jisr al-Zarqa e a Fureidis, ad Abu Ghosh e Ein Nakuba, in Galilea e nel Negev.

Ho anche detto che in aprile-giugno 1948 sia nell’Haganah ed in generale nell’Yishuv c’era una “atmosfera favorevole al trasferimento”, e ciò è comprensibile alla luce delle circostanze: costanti attacchi da parte di milizie palestinesi durante quattro mesi e la previsione di un’imminente invasione degli eserciti arabi intenzionati ad annientare lo Stato ebraico che stava per nascere e forse anche il suo popolo.

Responsabilità condivisa

Tutto ciò richiedeva l’occupazione e l’espulsione degli abitanti dei villaggi che tendevano imboscate, prendevano di mira e uccidevano ebrei lungo i confini e sulle principali strade. Le circostanze non consentivano un esame attento delle azioni, intenzioni e opinioni di ogni singolo abitante, benché a quanto pare Blatman e Ein-Gil pensino che la guerra avrebbe dovuto essere condotta così in zone abitate con i mezzi a disposizione dell’Yishuv nel 1948. Ma come ho scritto, la grande maggioranza degli arabi fuggì, e gli ufficiali dell’Haganah/esercito israeliano non ebbero bisogno di affrontare la decisione se espellerli o meno.

E’ vero che all’inizio della mia carriera io “sono arrivato alla conclusione che Israele è responsabile della fuga di massa dei palestinesi nel 1948”, come sostiene Blatman. Ho sempre detto che la responsabilità è condivisa tra l’Yishuv/Israele, i palestinesi e i Paesi arabi – con enormi responsabilità che ricadono sui palestinesi che hanno iniziato il conflitto.

Non sono un esperto di pulizia etnica a livello mondiale (presumo che poca gente consideri Blatman un esperto di tal genere), ma sicuramente ne so qualcosa. Nel caso dei serbi in Jugoslavia, Belgrado ha adottato una politica di pulizia etnica fin dall’inizio e l’ha applicata sistematicamente. A Srebrenica nel 1993, in due giorni, hanno massacrato 9.000 musulmani e in varie zone hanno stuprato migliaia di donne in modo organizzato.

Se queste sono le caratteristiche della pulizia etnica, allora non fu attuata una pulizia etnica in Israele in nessuna delle due fasi della guerra, che fu iniziata dagli arabi. E tra parentesi, su un argomento di cui sono veramente ben informato, Blatman ha torto.

E’ vero che alla fine della Prima Guerra Mondiale decine di migliaia di armeni rimasero in Asia Minore (Blatman solleva questa questione per insinuare un parallelo tra il genocidio degli armeni e la fuga degli arabi nel 1948). Ma nella terza fase del genocidio armeno, dal 1919 al 1924, quasi ogni vittima fu espulsa ed uccisa. (Ciò, senza dubbio, è una novità per Blatman l'”esperto”).

Chiunque legga Blatman non può fare a meno di notare che egli suggerisce un confronto tra quello che Hitler ha fatto agli ebrei e quello che gli ebrei hanno fatto agli arabi della Terra di Israele. Egli insinua persino – di nuovo in modo ingannevole – un confronto tra le azioni dell’Yishuv e quelle dei tedeschi nell’Africa sud-occidentale tedesca (più tardi Namibia) all’inizio del XX° secolo, quando uccisero decine di migliaia di indigeni herero.

Questi paragoni sono immorali e riflettono intenzioni propagandistiche, così come un modo per niente serio di scrivere la storia. Alla fine Blatman mi definisce come “un beniamino della destra dei coloni”. E’ un insolente. Mi sono sempre opposto al progetto delle colonie in Giudea e Samaria [denominazione israeliana della Cisgiordania. Ndtr.] e nella Striscia di Gaza, e lo faccio ancora adesso.

Il professor Benny Morris, uno storico, è l’autore di “La nascita del problema dei rifugiati palestinesi rivisto.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Israele ha messo in atto una pulizia etnica nel 1948. Le parole di mio padre lo testimoniano

di Ehud Ein-Gil

Haaretz20 ottobre 2016

Lo storico Benny Morris ha ragione quando menziona l’ “atmosfera favorevole al trasferimento” che ha attanagliato Israele dall’aprile 1948, ma sbaglia quando sostiene che quest’atmosfera non si è mai trasformata in una politica.

Alla vigilia della proclamazione dello Stato [di Israele], un reparto di soldati della brigata “Givani” attaccò il villaggio di Al-Qubab. Yitzhak Engel, il sergente maggiore del primo battaglione della compagnia C, descrisse l’attacco nel libro di Avraham Eylon in ebraico “La brigata Givati nella guerra di Indipendenza”.

“Nel pomeriggio del 14 maggio, mentre eravamo veramente stanchi per il ripiegamento dal campo di detenzione nei pressi di Latrun, arrivò il vice comandante della compagnia e ci disse che dovevamo andare immediatamente al kibbutz Gezer per attaccare Al-Qubab .… Alle 21,30, due ore e mezza prima che il mandato (britannico) entrasse negli annali della storia, siamo partiti..

“Sono arrivate le 12, la mezzanotte del 15 maggio. Era iniziato il bombardamento del villaggio. Ce ne rendemmo conto dalle esplosioni che cominciarono a rimbombare. Eravamo contrariati dal fatto che questo “ammorbidimento” non fosse molto più di una goccia d’acqua che esce da un rubinetto. Poi ci rendemmo conto che i Davidkas (mortai prodotti artigianalmente) trasportati da una colonna blindata erano stati schierati lontano dal villaggio, ed anche i proiettili che riuscivano ad esplodere non colpivano il loro obiettivo.

“Quando questo ammorbidimento diminuì, Yosh (il comandante di compagnia Yosef Harpaz) gridò: “Avanti, ragazzi! Vendicate il sangue dei nostri compagni che sono caduti a Latrun [battaglia tra sionisti e giordani durante la guerra del ’48. Ndtr.]!” Attaccammo immediatamente le prime case nella parte occidentale del villaggio. I ragazzi presero a calci o sfondarono le porte con il calcio dei fucili, tirarono granate nelle stanze e le sventagliarono con il fuoco dei mitra con entusiasmo. Nel villaggio non c’erano né combattenti né abitanti, e, salvo qualche anziano, non trovammo anima viva nella parte di villaggio che ci era stata assegnata.

“A un certo punto pensai che avrei incontrato forze nemiche, ma anche lì mi aspettava una ‘delusione’. Ed è andata così. Mentre avanzavo attraverso la strada dove dovevamo incontrare la colonna corazzata, improvvisamente intravidi una luce che filtrava dalle fessure di una porta di legno di una delle case. Mi misi in ascolto e sentii un grande movimento nella casa. Mi avvicinai con grande cautela e buttai giù la porta, pronto ad usare lo Schmeisser (il mitra) che avevo in mano. E quello che vidi non furono altro che i nostri ‘partigiani’ seduti insieme alla luce di una lampada ad olio, che si scolavano bottiglie di soda per festeggiare la fine del mandato britannico e la dichiarazione dello Stato.”

Villaggi abbandonati

Non c’è sangue in questa descrizione. Gli spari erano da una parte sola e nessuno rimase ucciso, ma anche in questo consiste una la pulizia etnica – un insieme di azioni banali come questa. Yitzhak Engel, che ha fornito questa descrizione, è mio padre.

Quando lessi la sua testimonianza per la prima volta a 10 anni, poco dopo che il libro era stato pubblicato, non rimasi stupito. Quando l’ho riletta, in modo più critico, dopo il mio servizio militare, mi sono posto alcune domande.

Per esempio, se i soldati del Givati non incontrarono nessuna resistenza nel villaggio, chi avrebbero dovuto “ripulire” e “spazzare via” con i mitra e le granate? E se palestinesi disarmati fossero stati seduti in quella casa in cui mio padre ha fatto irruzione, e non ‘partigiani’, gli avrebbe sparato?

Avrei voluto pensare che non lo avrebbe fatto, ma io non avevo nessuno a cui chiederlo perché mio padre non era più vivo. E oggi, quando ho più o meno la stessa età di quegli “anziani” che trovarono nel villaggio, ci sono altre due cose che mi chiedo: quante persone anziane incontrarono esattamente gli assalitori, e qual è stato il loro destino?

Il professor Benny Morris ha scritto la scorsa settimana di non accettare il termine “pulizia etnica” per descrivere quello che gli ebrei fecero in Israele nel 1948. Ed aggiunge tra parentesi una riserva – “(se si prendono in considerazione Lod e Ramle, forse possiamo parlare di una pulizia etnica parziale).”

Mi sono ricordato del tour organizzato dai veterani della brigata Givati per le loro famiglie nei luoghi delle battaglie, quando ero un ragazzino. Non ho visto neanche un villaggio arabo in piedi in quel giro o durante i viaggi di famiglia nella zona. Un’occhiata ad una mappa conferma la mia impressione – non rimane neanche un villaggio arabo da Tel Arish, che si trovava tra Tel Aviv e il suo quartiere periferico di Holon, fino al confine di Gaza [85 km da Tel Aviv, verso sud. Ndtr.]. Lo stesso vale nell’area tra Tel Aviv e Hadera [a 45 km da Tel Aviv. Ndtr.], verso nord.

Morris conclude questa discussione con una prova, secondo lui, inequivocabile: “Alla fine, 160.000 arabi rimasero nel territorio israeliano.” Forse Morris dimentica che nell’aprile 1949, nell’accordo di armistizio con la Giordania, Israele ha annesso 28 villaggi di 35.000 abitanti e rifugiati che erano stati fino ad allora sotto il controllo militare iracheno?

‘Atmosfera favorevole al trasferimento’

Pertanto più di un quinto degli arabi che “rimasero” non lo fecero in aree sotto il controllo di Israele alla fine della guerra. Il numero di arabi che “rimasero” era quindi inferiore ai 125.000, tra cui 15.000 drusi che erano alleati di Israele, 34.000 cristiani, che Israele trattò in modo decente per non inimicarsi gli alleati occidentali, e qualche villaggio di beduini musulmani, i cui capi erano alleati di Israele o dei loro vicini ebrei.

Dei 75.000 musulmani che rimasero (meno del 15% rispetto a prima della guerra), decine di migliaia erano sfollati interni – gente che era scappata dai propri villaggi o era stata espulsa da questi e da allora non ebbe il permesso di tornare alle proprie case. C’erano anche cristiani che furono evacuati dai loro villaggi come Biram e Iqrit, nei pressi del confine con il Libano.

Morris ha ragione quando menziona l’ “atmosfera favorevole al trasferimento” che ha attanagliato Israele dall’aprile 1948, ma sbaglia quando sostiene che quest’atmosfera non si è mai trasformata in una politica ufficiale. Infatti il comandante della brigata Givati nel marzo 1948 ricevette un ordine dell’infame Piano D [che secondo alcuni storici prevedeva l’espulsione dei palestinesi dal territorio su cui venne fondato Israele. Ndtr.] citato nel libro del 1959 sulla brigata Givati. L’ordine – che lasciava decidere al comandante quali villaggi del suo settore “occupare, ripulire o sterminare” – divideva le operazioni nelle seguenti categorie:

“Distruzione di villaggi – incendiare, spazzare via e disseminare le rovine di mine – soprattutto quei centri abitati che sono difficili da controllare in modo costante, ” e “organizzare operazioni di ricerca e controllo in base alle seguenti indicazioni: circondare il villaggio e perlustrare al suo interno. Nel caso di resistenza, le forze armate devono essere distrutte e la popolazione deve essere espulsa al di fuori dei confini dello Stato.”

Quindi, quando Morris scrive che “c’erano ufficiali che espulsero gli arabi e altri che non lo fecero,” si deve ricordare che quelli che hanno operato le espulsioni agirono in base allo spirito dei tempi – la stessa “atmosfera favorevole al trasferimento” che ricevette l’appoggio dall’alto nell’ordine del Piano D dell’Haganah [principale milizia armata sionista, da cui è nato l’esercito israeliano. Ndtr.]. Dobbiamo ricordarci che hanno avuto un grande successo in quello che hanno fatto.

E mentre gli ufficiali che non hanno espulso nessuno hanno agito in base alla propria coscienza nonostante l’ “atmosfera favorevole al trasferimento”, non c’è da stupirsi del fatto che nessuno di costoro sia stato decorato.

[Ehud Ein-Gil è un giornalista di Haaretz e militante socialista rivoluzionario che si occupa del supersfruttamento cui sono sottoposti lavoratori di ogni provenienza in Israele. Ndtr.]

(traduzione di Amedeo Rossi)




L’arte dell’occupazione, secondo il generale israeliano Gadi Shamni

Nota redazionale: i redattori di Zeitun hanno deciso di proporre ai propri lettori questa lunga intervista al generale Gadi Shamni pur non condividendone i punti di vista espressi, sia riguardo ad alcuni personaggi citati nell’articolo, sia in generale sul ruolo dell’esercito israeliano nei Territori palestinesi occupati e sul suo modo di agire nei confronti della popolazione civile palestinese.

Non solo egli ha partecipato alla sanguinosa operazione militare in Libano del 2006 (più di 1.000 civili libanesi uccisi), in cui sono stati commessi crimini di guerra denunciati dalle organizzazioni dei diritti umani ed usato fosforo bianco in zone abitate. Le costanti violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani da parte dell’esercito israeliano non corrispondono alla rivendicazione di moralità sostenuta dall’intervistato. Il tentativo di assolvere l’esercito israeliano da ogni responsabilità riguardo alle violazioni dei diritti dei palestinesi, e dei civili di altri Paesi arabi, si scontra con molti casi che dimostrano il contrario.

Quanto a Ya’alon, che secondo Shamni è una persona di” integrità indiscutibile ” e “onesta”, ha definito “un cancro” i palestinesi, un “virus” l’associazione israeliana “Peace Now” e John Kerry “messianico ed ossessivo” per i suoi tentativi di riprendere i colloqui di pace tra Israele e i palestinesi; ha sostenuto un progetto per la segregazione tra palestinesi e coloni israeliani sugli autobus, la ripresa della colonizzazione nonostante gli impegni presi dal suo governo con Obama e l’uso della bomba atomica contro l’Iran. Per il suo ruolo di generale nell’esercito è stato più volte accusato di corresponsabilità in crimini contro l’umanità, anche per la strage di Qana, in cui venne bombardata una struttura dell’ONU dove avevano trovato rifugio civili libanesi, con un bilancio di 106 morti e centinaia di feriti.

Tuttavia riteniamo che sia significativo che persino un personaggio come Shamni si esprima in termini quanto meno problematici su alcune questioni cruciali della politica e della società israeliane, sull’influenza di gruppi di fanatici estremisti nel e sul governo israeliano, in primo luogo riguardo all’occupazione dei territori palestinesi.

Dopo 35 anni di servizio militare, il generale di divisione (ritirato) Gadi Shamni, autodefinitosi “generale dell’occupazione”, loda la moralità dell’esercito e accusa i politici per l’impasse tra israeliani e palestinesi. Egli dice che ci sono una soluzione e una controparte, ma prima Israele si deve liberare dalla stretta degli estremisti.

di Carolina Landsmann

Haaretz – 15 ottobre 2016

Lo scalpore mediatico a proposito dei commenti del generale di divisione dell’esercito israeliano (ritirato) Gadi Shamni in agosto – “Abbiamo portato l’occupazione al livello di un’arte. Siamo i campioni mondiali dell’occupazione”- è durato appena due giorni. Parlando di se stesso, Shamni ha aggiunto: “Sono stato il generale del Comando Generale [che comprende la Cisgiordania]. Generale dell’occupazione” (in ebraico, la parola “aluf” significa sia “campione” che “generale di divisione”). Ci sono state persone che si sono infuriate, che si sono dissociate dalle sue considerazioni, che lo hanno criticato – anche se qualcuno si è detto d’accordo. Ma il polverone si è rapidamente calmato. Apparentemente l’opinione pubblica si è ormai abituata a queste esternazioni.

“Qualcosa delle posizioni del capo dei servizi di sicurezza del Mossad [agenzia israeliana di spionaggio all’estero. Ndtr.] e dello Shin Bet [servizio di sicurezza interna israeliano. Ndtr.] li trasforma in gente di sinistra,” ha detto recentemente il capogruppo della coalizione di governo, deputato David Bitan (del Likud). Shamni ha sorriso tranquillamente a questa affermazione, ma Bitan troverà probabilmente meno da ridere quando sentirà quello che Shamni ha da dire ora.

“La stragrande maggioranza dei quadri dirigenti del sistema di difesa pensa che ci stiamo muovendo in una direzione molto problematica rispetto ai palestinesi,” mi ha detto di recente, mentre ci trovavamo in una piccola stanza negli uffici dell’ “Israel Aerospace Industries” [“Industrie Aerospaziali di Israele”, impresa statale in cui lavorano molti ex-militari. Ndtr.], dove Shamni occupa il ruolo di vice presidente esecutivo della divisione “Sistemi di terra”. “Per ogni 50 persone che la pensano come me, ne troverà [solo] uno o due che sposi un’opinione diversa.”

Come lo spiega?

“Abbiamo familiarità con la difficile situazione, i limiti nell’uso della forza, il danno che ciò determina all’IDF [Israeli Defence Forces, Forze di Difesa Israeliane, nome dell’esercito israeliano. Ndtr.] ed allo Stato. E sappiamo che la storia che non c’è una soluzione al problema della sicurezza non è vera.”

Pensa che l’IDF possa garantire la sicurezza di Israele in una situazione con due Stati [Israele e Stato palestinese. Ndtr.]?

“Certamente. Esiste una soluzione per la sicurezza. Un mare di carte e di studi è stato scritto su questo. E non ci sono possibilità che Israele riesca a costruire relazioni corrette con i Paesi della regione, compresi rapporti commerciali e di cooperazione, prima di risolvere la questione palestinese:”

“Come tutti i ‘guardiani’ [in riferimento al documentario di Dror Moreh del 2012 con questo titolo, in cui sei ex capi dello ‘Shin Bet’ hanno sostenuto la necessità di un accordo con i palestinesi], sta parlando solo a cose fatte – quando non sta più rischiando la sua carriera o la sua pensione, quando non sta disubbidendo,” ha scritto l’editorialista di Haaretz Rogel Alpher a proposito di Shamni. Esponenti di destra hanno messo in dubbio la serietà delle considerazioni di Shamni esattamente per le stesse ragioni.

“Che cosa fa pensare a queste persone di essere così furbe?” ribatte Shamni. “Si aspettano forse che la gente a cui importa davvero lasci il posto a quelli a cui non importa niente? Molti ufficiali superiori dell’IDF capiscono la delicatezza della situazione sul terreno e lavorano per limitare i danni. Soldati e comandanti che si trovano sul posto dove ci sono tensioni con i palestinesi sono esposti alla loro dimensione umana – e questo incide su di loro. Improvvisamente capiscono che la situazione non è quella che pensavano.”

Questo scontro con la realtà porta ad una moderazione sul piano politico?

“Non so se questo influenzi il loro voto, e non penso che ciò sia realmente importante. Penso che la gente dell’esercito che ha a che fare con checkpoint, arresti, pattugliamenti e protezione delle colonie si trova di fronte a situazioni umane e vede le cose in modo diverso.”

L’esercito è una forza moderata?

“Senza dubbio. Anch’io, come capo del comando centrale, ho agito per ridurre al minimo i danni e limitare le tensioni tra le popolazioni. Per reprimere i fenomeni estremi sia della parte ebraica che di quella palestinese. Invece di criticare le persone dovrebbero dire: ‘E’ una gran cosa che ci siano molti ufficiali superiori nell’IDF che sono moralmente turbati da questo.’ Se non ci fossero loro, l’attività dell’IDF sarebbe completamente diversa. E’ il comportamento corretto dell’IDF e dell’Amministrazione civile che rende possibile una vita accettabile là. Ci sono cose sgradevoli – lo riconosciamo – ma la maggioranza dei soldati è molto coscienziosa. Quando un soldato sta controllando un punto di passaggio dei lavoratori e arriva qualcuno, di qualunque età, che ha viaggiato tutta la notte per andare al lavoro, la grande maggioranza dei soldati dell’IDF si comporterà umanamente e rispettosamente verso di lui. Non è l’ideale, ma potrebbe essere molto peggio.”

E’ questo che intende per elevare l’occupazione al livello di un’arte?

“Noi eccelliamo in questo – abbiamo creato meccanismi sofisticati che permettono una vita accettabile in queste circostanze. Quando gli americani hanno conquistato l’Iraq nel 2003, sono venuti da noi per imparare come “tenere il controllo” [“lehachzik”, che può anche essere tradotto in questo contesto con “amministrare”] di territori. C’è un’altra parola per questa situazione? In inglese, il verbo “occupare” viene usato. Cos’è l’occupazione? E’ avere il controllo. Noi controlliamo territori. Se dici kibbush [occupazione] tutti saltano sulla sedia. Ma questa è la realtà. Da una parte, [il modo in cui l’esercito ha rapporti con la popolazione palestinese è una fonte di] orgoglio per l’IDF e per Israele – ma è in questo che noi vogliamo eccellere? Dall’altra, effettivamente noi eccelliamo in questo. L’IDF è l’unico raggio di sole in tutto questo contesto. E’ la più importante forza di moderazione.”

Chi modera l’esercito- l’establishment politico?

“La realtà. Una grande percentuale di chi critica l’IDF non capisce i veri punti sensibili; il 99% dei critici non sono mai stati in un campo di rifugiati. Negli ultimi anni, solo il sistema di difesa ha avuto successo nel mantenere la cooperazione con i palestinesi. La prassi sul terreno è stata condotta sulla base della comprensione della complessità, e con lo scopo di prevenire rivolte. Se tutte le raccomandazioni fatte dai comandi dell’esercito e della difesa negli scorsi anni fossero state accolte, le cose andrebbero molto meglio.”

Perché, allora, c’è gente che definisce menzognera [l’ong contro l’occupazione] Breaking the Silence [associazione di soldati ed ex-soldati israeliani che raccoglie le denunce di violazioni dei diritti umani commesse dall’IDF nei territori occupati. Ndtr.], che conosce molto bene la situazione sul terreno, quando esprime critiche?

“Non accetto il loro modo di fare. Credo che sia sbagliato che vadano all’estero a criticare. Le critiche devono rimanere all’interno del Paese.

La distinzione tra “dentro” e “all’estero” nell’era dei media liberi e di internet è un’illusione.

“Le cose filtrano, ma non completamente. Non è lo stesso che essere in un campus negli Stati Uniti o in Europa e parlare delle atrocità perpetrate dai soldati dell’IDF. Ci sono casi gravi che sono le eccezioni, e vengono presi in considerazione. Io non vedo nessun allarme.”

Anche lei ha rotto il silenzio.

“No. Io non sono mai stato zitto.”

‘Paura di pronunciarsi’

Shamni, 57 anni, è nato a Gerusalemme e vive a Reut, una comunità nei pressi di Modi’in [comune israeliano che si trova in parte in Israele e in parte nei territori occupati. Ndtr.]. Lui e sua moglie, Hadas, hanno quattro figli (di età compresa tra i 16 e i 32 anni) e sono diventati nonni da poco. Shamni è stato arruolato ne 1977 ed ha passato i successivi 35 anni nell’IDF, soprattutto nei paracadutisti, compreso un periodo come comandante di brigata. E’ stato anche comandante della brigata “Hebron” (un breve periodo dopo il massacro di fedeli musulmani ad opera di Baruch Goldstein in quella città nel 1994), ed ha guidato la divisione “Gaza” durante la Seconda Intifada. In seguito è stato capo della direzione operativa dello Stato Maggiore, promosso al rango di generale di brigata e aggregato alla segreteria militare del primo ministro (con Ariel Sharon, poi con Ehud Olmert), un incarico che ha mantenuto durante la seconda guerra in Libano del 2006. Nel 2007 è stato nominato capo del “Comando Centrale” [organo militare che si incarica del controllo dei territori palestinesi occupati. Ndtr.]. Nel 2008 parlò al corrispondente militare di Haaretz Amos Harel di quello che allora era un nuovo fenomeno tra i coloni estremisti: “Hanno adottato il metodo “prezzo da pagare”: se non sono abbastanza forti da lottare contro le forze di sicurezza in una situazione particolare [come quando alcuni avamposti vengono evacuati], ci colpiscono da qualche altra parte. E’ uno sviluppo molto grave.”

Egli avvertì: “Questa gente sta cospirando contro i palestinesi e contro le forze di sicurezza…Ci sono elementi marginali che stanno guadagnando appoggio per le ‘condizioni favorevoli’ di cui godono e il sostegno fornito da certe parti della leadership, sia dei rabbini che del governo, in dichiarazioni esplicite o in modo tacito.”

Shamni non è rimasto in silenzio riguardo al fenomeno ed ha anche emesso ordini vietando ad alcuni attivisti di destra di entrare in Cisgiordania. In seguito a ciò lui stesso è stato attaccato, ricevendo minacce contro la sua persona e la sua famiglia.

Nel 2009 Shamni è stato nominato attaché militare negli Stati Uniti. E’ stato candidato a succedere a Gabi Ashkenazi come capo di Stato Maggiore, ma è stato battuto da Benny Gantz. Si è ritirato dall’IDF nel 2012. E’ uno degli autori di un testo intitolato “Un sistema di sicurezza per la soluzione dei due Stati.” Il rapporto è stato pubblicato lo scorso maggio dal “Centro per una Nuova Sicurezza Americana”, un gruppo di studio di Washington il cui capo, Michèle Flournoy, “è candidato a diventare segretario alla Difesa se [Hillary] Clinton vincerà le elezioni,” dice Shamni. Il rapporto è stato distribuito in Israele e a livello internazionale. Secondo Shamni quelli che lo hanno ricevuto hanno manifestato notevole interesse. Ma è ancora presto, aggiunge, e non ne vuole discutere oltre.

Le sue considerazioni sull’occupazione sono state fatte durante un incontro tenuto in agosto dall’ “Istituto per le Politiche e Strategie” del “Centro Interdisciplinare” di Herzliya e dai “Comandanti per la Sicurezza di Israele”, che, secondo il loro sito, è “un movimento non di parte di ex ufficiali superiori della sicurezza” i quali credono che “l’attuale stallo diplomatico sia dannoso per la sicurezza di Israele.”

Shamni stava rispondendo a un commento del generale di divisione (ritirato) Yaakov Amidror [del partito di estrema destra “La Casa Ebraica”, attualmente nella coalizione di governo. Ndtr.], ex- capo del Consiglio Nazionale di Sicurezza di Israele, secondo cui i palestinesi non avrebbero dovuto avere problemi con l’occupazione.

Quindi c’è un partner? Il presidente palestinese Mahmoud Abbas è un partner?

“Certo che lo è. La maggior parte della gente che si oppone all’idea dei due Stati è decisa ad ereditare la terra dei nostri antenati e non ha nessun interesse in accordi per la sicurezza.”

Cosa pensa del primo ministro Benjamin Netanyahu?

“Penso che capisca che Israele ha seri problemi. Penso che vorrebbe tirarne fuori Israele, ma non sa come.”

“Non è in grado di farlo perché Israele è governato da altre persone.”

Da chi?

“Da piccoli gruppi che sono permeati di fede.”

I coloni?

“Non tutti [sono coloni]. Penso che ci siano pochi gruppi dominanti nella politica israeliana; non sono necessariamente la maggioranza, ma loro decidono le cose da fare. Se uno dovesse esaminare le reali opinioni della maggior parte dei parlamentari di Israele – anche escludendo i deputati arabi – emergerebbe che la maggioranza pensa che dobbiamo trovare un accordo con i palestinesi il prima possibile. Ma non sono in grado di esprimere pubblicamente questa posizione, perché nel momento in cui lo facessero perderebbero i loro sostenitori.”

Ma chi sono questi sostenitori?

“Non voglio generalizzare. Non sono tutti i coloni. Ma ci sono piccoli gruppi, ideologizzati, estremisti, attivi, che sono organizzati e finanziati.”

Finanziati da chi?

“Da ebrei, soprattutto dall’estero, che sono grandi finanziatori dei politici. Non voglio fare nomi, neppure dei finanziatori. Ci sono gruppi estremisti ideologici che stanno dettando l’agenda dello Stato e sono in grado di agire come un deterrente nell’arena politica. C’è gente in questo Paese che ha paura di esprimersi. Brave persone.”

La politica israeliana è presa in ostaggio?

“Guardi cos’è successo a [Moshe] Ya’alon. E’ un caso esemplare. Qualcuno la cui integrità e il cui contributo allo Stato sono indiscutibili. Non è stato in grado di sopravvivere [come ministro della Difesa]. Perché? Perché è rimasto fedele alla sua verità. E, tra l’altro, gli ci è voluto del tempo per capire il problema: se avesse affrontato fin dall’inizio i processi di radicalizzazione come ha fatto durante la fine del suo mandato, soprattutto in Cisgiordania, penso che le cose sarebbero diverse adesso. Ma se n’è venuto con una sorta di tentativo di tranquillizzare la gente, di non pestare i piedi a nessuno. Eppure lo devi fare. E nel momento in cui ha cominciato a fare i conti con questioni difficili, si è ritrovato cacciato fuori.”

Si sta riferendo ai commenti di Ya’alon sul Elor Azaria, il soldato dell’IDF processato per omicidio colposo dopo aver sparato a un palestinese ferito a Hebron il marzo scorso?

“Azaria è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso, l’ultimo pretesto. Il processo è iniziato molto prima, quando Ya’alon, come ministro della Difesa, ha deciso che avrebbe insistito perché la legalità e l’ordine venissero mantenuti in Cisgiordania. Ci sono stati incidenti in cui ha deciso di distruggere una struttura di un tipo o di un altro, e tutti hanno detto la loro sul suo caso. Ha solo fatto quello che si doveva legalmente, moralmente ed eticamente. E’ stato allora che è iniziato il peggioramento. E’ stato allora che è diventato un bersaglio.”

Intende che è stato “silurato” politicamente?

“Certo.”

Anche lei ha paura di esprimersi?

“No. Al contrario. Io mi esprimo. E io chiedo a tutti coloro che comprendono questo problema [nel campo politico e della difesa] che si alzino e parlino. Per varie ragioni, la gente non lo sta facendo. Hanno paura di perdere il lavoro, le proprie comodità. O conducono una vita tranquilla, perciò, perché andarsi a prendere questo grattacapo?”

Anche il suo amico, deputato Ofer Shelah [di Yesh Atid], pensa che la soluzione dei due Stati non è un problema per la sicurezza?

“Sì, ma lei ha visto cos’è successo quando Yesh Atid [partito di centro sinistra. Ndtr.] è entrato nella coalizione di governo [tra il 2013 e il 2014]. Si sono dimenticati della questione palestinese.”

Società estremista, esercito moderato

In un’intervista alla televisione “Canale 2” lei ha fatto riferimento alle “manipolazioni legali e operative” che sono state compiute per scopi di colonizzazione. Cosa voleva dire?

“Il potere sovrano in Giudea e Samaria [denominazioni israeliane della Cisgiordania. Ndtr.] è l’IDF, e governa il generale del ‘Comando Generale’ – lui prende le decisioni. Se c’è il desiderio di espropriare un territorio, può decidere che c’è una necessità di carattere militare per quella determinata area. E se c’è una ragione di sicurezza, non gliela si può rifiutare. Nessuno gli dirà di no. E anche se la questione arriva alla Corte di Giustizia, questa confermerà che è una zona di interesse militare. Ci sono state situazioni nel passato in cui aree sono state confiscate per fini militari, ma non è sempre stato del tutto chiaro. Molte volte la terra è stata espropriata per la colonizzazione con delle scorciatoie. Se vogliamo costruire colonie, allora decidiamo che vogliamo costruire colonie. Perché utilizzare ragioni di sicurezza?

“Quando ho preso la direzione del Comando Centrale, eravamo sull’orlo di una crisi di fiducia con l’Alta Corte – perché la Corte aveva la sensazione che le ragioni di sicurezza fossero addotte in luoghi in cui non corrispondevano esattamente alla situazione. Ho messo fine a tutto questo. Non ci sono più situazioni in cui un motivo legato alla sicurezza è messo in campo in luoghi in cui non ci sono reali questioni di sicurezza. Basta scorciatoie. Ci sono stati periodi in cui sono state esercitate forti pressioni e situazioni in cui sono state prese scorciatoie. Penso che siano stati fatti cambiamenti sostanziali negli ultimi anni. Uno dei problemi di Ya’alon è stato che…è solo una persona onesta e non era disponibile a scorciatoie e a tirare fuori argomenti legati alla sicurezza dove non ne esisteva nessuno.”

Pressioni da dentro l’esercito o da fuori?

“Da fuori”

Da parte di chi, da fuori?

“Ci sono molti lobbisti e gente che esercita pressioni sui politici nel governo e nella Knesset [il parlamento israeliano. Ndtr.]. Beh, non capisce cosa significa esercitare forti pressioni?

No.

“No?”

No -cioè, non capisco che tipo di pressioni. Cosa potrebbe succedere?

“Pressioni sono esercitate ad ogni livello politico, e a volte hanno anche successo. L’esercito deve essere molto risoluto nelle sue opinioni, confidare in se stesso e non scendere a compromessi. Penso che sia quello che è successo anche negli ultimi anni. Non ci sono più scorciatoie in quella zona, e questa è una delle ragioni per l’aumento delle tensioni tra l’esercito ed i coloni. Sono io che ho promosso questa linea di condotta. Non penso che il GOC [Comando Generale. Ndtr.] o lo Stato Maggiore oggi prenderebbero delle scorciatoie. Penso che questo periodo sia ormai passato.”

E quando il vice capo di Stato Maggiore, Yair Golan, parla di fascismo strisciante, e Ehud Barak [dirigente del partito Laburista ed ex-primo ministro israeliano. Ndtr.] fa riferimento al nascente fascismo?

“Questa è un’altra cosa. Deve chiedere a loro a cosa si riferissero, ma ritengo che parlassero di fenomeni che riguardano le tensioni con i coloni estremisti, la storia con i gruppi del “prezzo da pagare” [gruppi di coloni estremisti che aggrediscono i palestinesi. Ndtr.], tutti gli avvenimenti dell’ultimo periodo – il fatto di Duma [l’attacco incendiario contro una casa palestinese del luglio 2015 in cui sono stati uccisi tre membri della famiglia Dawabsheh] e molte cose minori che avvengono quotidianamente.”

Non pensa che l’incremento di questi fatti contraddica la sua sensazione che l’IDF stia conservando la propria moralità?

“Ma non è l’IDF che sta facendo queste cose. Yair Golan non si riferiva all’IDF quando ha parlato di fascismo strisciante. Si stava riferendo alla società israeliana.”

Ma lei non può fare una distinzione tra l’IDF e la società israeliana.

“Si può. Perché l’IDF agisce in base a ordini. E c’è la disciplina. Quando questi fenomeni sono scoperti, sono immediatamente repressi. Non paragoni la “gioventù della cima delle colline” [giovani coloni estremisti] all’IDF. Yair stava parlando della “gioventù della cima delle colline”, di tutti gli estremisti scatenati.”

La diffusione di fenomeni come l’incidente di Azaria nell’esercito non la preoccupa?

“No. Questi fenomeni non sono concentrati nell’esercito; succedono nella società israeliana. E’ vero che in ultima istanza l’IDF è uno specchio della società, ma l’esercito non è il centro.”

In base agli standard de “l’occupazione a livello di un’arte,” Azaria è un contrattempo?

“Cosa intende per ‘contrattempo’?”

Non è un esempio di eccellenza nell’occupazione, suppongo.

“Ritengo che Azaria sia una vittima della situazione di cui sto parlando. Non voglio entrare nei dettagli mentre è in corso un processo. Non so esattamente cosa sia successo lì, non ho visto gli atti dell’indagine.”

Ma ha visto le riprese video?

“Le ho viste, ma abbiamo imparato che i video non sempre riflettono quello che è successo. E’ possibile che abbia fatto un terribile errore, e ciò verrà chiarito nel processo. Ma deve capire che questa situazione provoca questi fatti. A volte i soldati non riescono a resistere alla pressione. Un soldato entra nella mischia, vede i suoi compagni feriti, ha sentito un sacco di incitamenti tutto attorno. Sta vivendo in mezzo ad una miscolanza di soldati, ufficiali, coloni ed altri, alcuni dei quali molto estremisti, che a volte può creare confusione in soldati che non sono abbastanza forti. Agli occhi di chi dovrebbe apparire bravo? A quelli dei suoi superiori? Della gente attorno che li sta esaltando ed incitando? E’ una situazione molto complicata per i soldati. Lui [Azaria] è un soldato giovane.

Non so quanta esperienza avesse in situazioni simili. Ma questa è un’eccezione. Non è la norma nel comportamento dell’IDF.”

L’ “Intifada del lupo solitario” ha delineato qualcosa che potrebbe essere etichettata come “risposte individuali” da parte sia della società israeliana che dell’IDF.

“E’ possibile. Una certa atmosfera è stata creata attorno a questa cosa, ogni sorta di affermazioni è stata fatta e ogni genere di politico ha affermato che ogni scontro con un terrorista deve finire con l’uccisione del terrorista. Ciò può aver provocato il fatto che persone si siano lasciate trascinare e siano andate in confusione. Non è un problema con dimensioni che ci possano disturbare. Ma dobbiamo sentirci disturbati dall’erosione graduale. Israele prende l’iniziativa solo in seguito a gravi traumi.”

L’ “Intifada del lupo solitario” potrebbe arrivare a determinare questo tipo di trauma?

“Siamo in una situazione di deterioramento costante. Non sappiamo dove ciò ci porterà. Non solo non stiamo prendendo iniziative, stiamo gestendo la situazione al contrario. Ad Hamas viene dato quasi tutto quello che vuole. Sta consolidando il suo potere ed il suo governo; controlla i punti di passaggio, raccoglie le tasse, paga i salari e sta persino trattenendo, indisturbato, i corpi di due soldati dell’IDF. Allo stesso tempo in Cisgiordania ci sono organizzazioni che hanno dichiarato apertamente di voler vivere in pace con Israele – e noi le stiamo indebolendo.”

Meno colonie, meno soldati

Shamni esprime preoccupazione rispetto alla mancanza di rapporti tra israeliani e palestinesi. “Sono cresciuto a Gerusalemme,” dice. “Li ho conosciuti là, gli arabi erano i nostri vicini. Non avevo amici arabi, ma li vedevo. Sono stato in quartieri arabi, ho visitato la Città Vecchia, non li ho visti solo in televisione e sui giornali. Oggi non c’è interazione. Semplicemente non ci sono prospettive di riuscire a vivere insieme nello stesso Paese. I palestinesi non accetteranno mai che questa situazione continui per sempre. Per cui dobbiamo cominciare a prendere le misure necessarie.”

Quali, per esempio?

“Se tu dici che il tuo obiettivo strategico finale è di arrivare ad una separazione, allora ci sono cose che fai ed altre che non fai. E’ più o meno chiaro come saranno i tuoi confini. Lo Stato di Israele lo ha riconosciuto; il primo ministro anche. La soluzione sono i due Stati. Sulla base, più o meno, dei confini del 1967 con uno scambio di territori. Quanto territorio Israele può concedere senza danneggiare il fronte interno? Due per cento, 2,5% – questo è il massimo. Sono più o meno i blocchi di colonie e tutti gli insediamenti adiacenti alla barriera [di separazione]. Se oggi sai che questo è il tuo scopo e la tua direzione strategica, tu inizi fin da ora a fare le cose giuste. Costruisci nei blocchi di colonie e non fuori da questi. Non crei una situazione in cui la realtà demografica renderà estremamente difficile mettere in atto questa mossa in futuro.”

Considerazioni relative alla sicurezza costituiscono uno degli argomenti per giustificare gli insediamenti, ma ora l’esercito è lasciato lì per proteggerli. Cosa viene prima?

“L’esercito è lasciato lì perché Israele non ha intenzione di lasciare quel territorio. Nel frattempo sempre più progetti di insediamenti sono avviati. Mettiamola così: se ci fossero meno coloni ebrei in [Cisgiordania], ci sarebbero meno ragioni che l’IDF fosse schierato in centri abitati. Prenda ad esempio il nord della Samaria [della Cisgiordania. Ndtr.]. Lì non ci sono insediamenti, e dove gli insediamenti sono stati evacuati c’è meno esercito. Perché se hai meno israeliani, meno insediamenti, è perfettamente chiaro che hai bisogno di meno forze. Ma non è questo il punto. La questione è se è possibile mantenere una situazione in cui l’IDF non c’è sul terreno quando non ci sono insediamenti, e se è possibile difendere Israele con i nuovi confini. Io dico di sì.

“La questione se il progetto di insediamento è giustificato dal punto di vista della sicurezza non è più rilevante. In generale, gli insediamenti sono stati costruiti nei pressi delle strade principali. L’IDF non ne ha più bisogno. L’esercito può difendere il Paese e le sue frontiere senza fare ricorso agli insediamenti. Al contrario: dove ci sono rischi oggi, evacueremo gli insediamenti nelle retrovie. Si parla di evacuare le comunità attorno alla Striscia di Gaza nel caso di un altro scontro con Hamas, ecc. Abbiamo evacuato comunità nel nord durante la seconda guerra del Libano. E c’erano progetti di evacuazione dalle Alture del Golan e da ogni sorta di posti. Non si vogliono civili sulla linea del fronte. In una situazione di guerra contro forze militari, i civili sono un peso.”

Per cui lei pensa che dovremmo aspirare a spostarci su frontiere che saranno tracciate da Israele?

“No. Non credo a mosse unilaterali.”

Lei si rammarica del disimpegno da Gaza [deciso unilateralmente da Sharon. Ndtr.]?

“C’è una grande differenza tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania. Io ero il comandante della divisione “Gaza” al culmine della lotta contro Hamas. Non è una cosa di cui sento la mancanza. La nostra situazione sarebbe molto peggiore se fossimo rimasti nella Striscia di Gaza perché, dagli accordi di Oslo, non c’era più la presenza dell’IDF nei centri abitati. Avevamo insediamenti a Gush Katif, a Netzarim, nel nord della Striscia di Gaza. L’IDF era schierato lì per proteggere i residenti – che, tra l’altro, erano gente stupenda. C’è un’enorme differenza tra le caratteristiche degli insediamenti a Gush Katif e quello che sta succedendo in alcune parti della Giudea e Samaria. Intendo come modo di comportarsi, carattere, estremismo. Ma, come ho detto, non eravamo schierati nei centri abitati.

“Arrestavamo terroristi, demolivamo infrastrutture, entravamo ed uscivamo. Non controllavamo realmente Gaza, Khan Yunis, Rafah; non eravamo in tutti i campi di rifugiati. Hamas ha migliorato le sue capacità lì, e più passava il tempo, più difficile era diventato difendere gli insediamenti. Ci sono stati episodi molto gravi prima del disimpegno, e mi lasci dire che non aveva senso continuare a rimanervi. Non avrebbe neppure impedito ad Hamas di rafforzarsi.

“La gente dice che il nostro ritiro da Gaza ha permesso ad Hamas di diventare forte, ma è vero solo a metà. Perché persino quando eravamo lì, Hamas si è rafforzato. Se fossimo rimasti lì, il processo sarebbe stato un poco più lento. I tunnel esistevano anche quando eravamo lì, armamenti entravano di nascosto e c’era un’industria bellica locale. Era molto difficile per noi arrivare dappertutto. Al tempo del disimpegno, c’era un gran numero di razzi e Qassam [razzi artigianali prodotti a Gaza. Ndtr.]. E’ vero che non avevano un raggio d’azione di 70 kilometri, come ora, ma erano sparati contro Sderot e il sud di Ashkelon.”

Forse perché l’IDF non controllava tutta la Striscia di Gaza.

“Beh, vediamo cosa significa controllare tutta Gaza. Come dopo l’operazione “Scudo Difensivo” [nel 2002], quando abbiamo controllato la Giudea e la Samaria e siamo entrati dappertutto [cioé in tutta la zona A, che in base agli accordi di Oslo era sotto totale controllo dell’ANP. Ndtr.]. Ciò avrebbe significato schierare grandi forze, che avrebbero danneggiato gravemente l’economia di Israele. In fin dei conti ci sono dei limiti all’ordine operativo di battaglia. Chiunque dica che dovremmo rioccupare la Striscia di Gaza non capisce cosa ciò significherebbe.”

Israele non ha la capacità di distruggere Hamas nella Striscia?

“Che vuol dire ‘distruggere Hamas’? Israele può conquistare Gaza. Non sarebbe facile, potrebbero volerci pochi giorni o settimane, ma alla fine la Striscia sarebbe sotto il controllo dell’IDF. Ogni strada e ogni vicolo. Quale sarebbe la fase successiva? Sarebbe che avremmo due milioni di persone di cui dovremmo soddisfare le necessità e la cui vita quotidiana dovremmo gestire.

“La sicurezza di Israele riposa principalmente sulla deterrenza. E per la deterrenza c’è bisogno di un punto di riferimento. Oggi siamo fuori, indebolendo Hamas, garantendo che faccia il lavoro all’interno [controllando altri gruppi di miliziani] ed esercitando pressioni sull’organizzazione. E’ lo stesso in Libano. E dovrebbe essere lo stesso anche in Cisgiordania. E’ impossibile distruggere Hamas. Non si tratta solo di persone e dirigenti, o di Ismail Haniyeh [uno dei principali leader dell’organizzazione]. Hamas è consapevolezza. Non puoi sradicare la consapevolezza. La puoi cambiare. Come? Convincendo la gente. Anche Fatah aveva altre posizioni, ma è venuto il giorno in cui sono arrivati alla conclusione che dovevano parlare con noi, che la soluzione non sarebbe arrivata con la forza.”

Quando avverrà con Hamas?

“Perché succeda, Hamas dovrà sentire di correre un pericolo per la sua stessa esistenza. E’ per questo che l’organizzazione deve essere tenuta sotto pressione. Attualmente abbiamo un’eccezionale opportunità perché gli egiziani odiano Hamas. Guardi cos’è successo con l’operazione “Piombo Fuso” [2008-2009]. Fortunatamente gli egiziani sono stati duri – perché ci siamo affrettati a fare ogni sorta di concessione. Quando loro [gli egiziani] hanno deciso di eliminare i tunnel, lo hanno semplicemente fatto. Spero che [il presidente egiziano Abdel-Fattah] al-Sissi rimanga al potere per molti anni ancora.

“In più, noi non siamo lì [a Gaza], per cui nessuno può sostenere che siamo occupanti. C’è solo la questione del blocco, che credo si possa spiegare perché è giustificabile nei termini di considerazioni di carattere militare. E il fatto è che viene accettato a livello internazionale, nonostante le critiche. Naturalmente è necessario garantire che la popolazione non arrivi a condizioni di carestia e di epidemie. Questo è un lato della formula; l’altro è rendere più facili le cose in Cisgiordania e rafforzare Fatah e l’Autorità Nazionale Palestinese.”

Come possiamo rafforzare Fatah in Cisiogrdania?

“Con una politica molto più estesa per rendere più agevoli gli spostamenti e la libertà economica. Il piano [del bastone e della carota] del [ministro della Difesa Avigdor] Lieberman è fantastico: togliere le restrizioni, permettere la costituzione di zone industriali e agricole nell’area C [che è sotto totale controllo di Israele per quanto riguarda la sicurezza], facilitare le esportazioni. Dare un impulso all’economia palestinese. Ciò inciderà sull’appoggio a Fatah ed alle forze moderate. Il funzionamento delle strutture dell’ANP, sia militari che civili, deve essere rafforzato. Devono avere la possibilità di governare, di aiutare il loro popolo per guadagnarsi l’appoggio politico. Dove ciò dipende dall’IDF, si sta facendo. Ma l’incarico affidato all’esercito è limitato. In ultima analisi, quando vuoi dare ai palestinesi più territorio per sviluppare la loro economia nell’area C, ti scontri con una questione politica. Il ministro della Difesa dice che lo sta per fare? Aspettiamo e vediamo quando succederà.”

Lei si è costruito una vita, una carriera, una sicurezza economica e un futuro per i suoi figli grazie all’esercito e all’occupazione. Forse questo comporta che lei non veda situazioni allarmanti?

“Ho passato la maggior parte della mia vita in Libano e in altre zone. Ma sì, sono stato anche in Giudea e Samaria e a Gaza. Ma sarei rimasto nell’esercito anche senza occupazione. Sto parlando per un senso di preoccupazione non solo per il Paese ma anche per l’IDF, perché ho paura dell’erosione morale e del fatto che l’IDF non si concentri sui suoi compiti principali. Invece di combattere, sta controllando una popolazione. Non attacco l’IDF né chiedo di rifiutarsi di fare il servizio militare, perché l’IDF è il raggio di luce in questa storia. Ho perso molti amici lungo il cammino. Prima che cadessero, quando si resero conto della situazione realmente pericolosa in cui si trovavano, mi sembrava che stessero sorridendo: Nitzan Barak, il capitano Uri Maoz, il capitano Tzion Mizrahi, il sergente Elad Rotholtz e molti altri. Tutta quella gente stupenda era sensibile e umana. Le loro famiglie sono come parenti per me e per la mia famiglia. Se me lo chiede, quello che mi rimane del servizio nell’esercito è l’impegno a fare ogni cosa in modo da pagare un prezzo simile solo se non abbiamo scelta.

“Diciamo sempre che la differenza tra noi e i nostri nemici è che noi santifichiamo la vita e loro santificano la morte. Chiedo se non c’è un crescente numero di persone tra noi che è pronto a sacrificare i propri figli sull’altare delle proprie convinzioni e che è pertanto responsabile di farci diventare una società che santifica la morte.”

Se le persone non volessero fare il servizio militare, non ci sarebbe nessuno che parteciperebbe a questo progetto.

“Penso che in quel caso lo Stato non sarebbe in grado di esistere. Viviamo in un Paese democratico sotto un governo legittimo. Nel corso della mia carriera militare non ho visto azioni che potrebbero giustificare il rifiuto di fare il servizio militare. Penso che, in fin dei conti, stiamo agendo in modo etico.”

Pensa che sia moralmente accettabile occupare un altro popolo?

“Solo quando ci sono ragioni di sicurezza. La domanda è dove finiscono le ragioni di sicurezza e se le cose possono essere fatte in modo diverso. Lei sa qual è la mia opinione. Penso che dobbiamo arrivare ad una situazione di separazione perché non ci sono ragioni di sicurezza. Se ci fossero, chi ne parlerebbe? La democrazia ha strumenti che debbono essere utilizzati. Mi pare chiaro che c’è una maggioranza che pensa che ci sia bisogno di un cambiamento ma che è apatica. Purtroppo. Uno dei miei obiettivi è di scuoterla. Non solo io – molti dei miei amici stanno cercando di risvegliare la maggioranza apatica.”

Sta pensando di entrare in politica?

“No”

Non ha paura di essere etichettato con la sindrome delle “lacrime di coccodrillo”?

“Assolutamente no. Ci ho pensato molto nel corso degli anni. Non sento rimorsi di coscienza per tutte le cose che ho fatto – e c’erano cose scabrose, con penose conseguenze per gli avversari. Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto nel modo più trasparente possibile, se è possibile chiamarlo così. Ciò significa che non ho fatto quello che non era necessario. Non sto solo parlando di me. Tutto sommato, non abbiamo causato danni fini a se stessi – e questa è proprio la differenza, vede? Quando provochi danni per il gusto di farlo.”

Forse se gli israeliani non avessero eccelso nell’occupazione, non sarebbe durata 50 anni.

“Ma c’è una divisione del lavoro. Non è compito dell’esercito decidere se l’occupazione debba continuare. La strategia deve essere lasciata a livello politico. Nel momento in cui la tua missione è legale, allora è bene e positivo che noi abbiamo il nostro esercito, che fa le cose come le fa.”

Ma Dio non fa le leggi, giusto?

“Giusto. Ma neanche gli ufficiali dell’IDF.”

“Per il futuro di Israele”

Rispondendo a questo articolo, il deputato Ofer Shelah ha detto: “Gadi Shamni è stato un amico per circa 40 anni, ed è una persona a cui sono affezionato e che rispetto. Ho parlato molto con lui, sia di argomenti personali che politici, ed ho grande stima dei suoi sforzi di stilare un documento per accordi relativi alla sicurezza che saranno opportuni per arrivare ad un patto con i palestinesi, insieme a seri partner americani che ho incontrato e con cui ho parlato. I problemi di sicurezza in questo tipo di accordo sono tutt’altro che semplici, ma possono essere risolti con una leadership coraggiosa e determinata.

“[Il partito] Yesh Atid crede che Israele si debba separare dai palestinesi, per il bene del futuro di Israele come Stato ebraico e democratico. Ciò deve avvenire nel quadro di un processo regionale in cui il posto di Israele nel Medio Oriente sia definito e serva come contesto adeguato per la ripresa dei negoziati, che sono arrivati ad un punto morto. I miei amici ed io diciamo questo in ogni occasione e stiamo lavorando per metterlo in pratica in ogni ambito politico.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Sì, Benny Morris, Israele ha perpetrato una pulizia etnica nel 1948

di Daniel Blatman

Haaretz – 14 ottobre 2016

Lo storico israeliano ha ragione su un punto:la convinzione che gli arabi dovessero essere espulsi nel 1948 non fu messa in pratica in modo totale.

Uno storico serio esamina sempre le proprie conclusioni. Se arriva alla conclusione che le cose che ha scritto in precedenza necessitano di una revisione, è obbligato a farsene carico. Ma uno storico che, all’inizio della sua carriera, stabilisce che Israele è responsabile della fuga di massa dei palestinesi nel 1948 e poi cambia la propria opinione fino a diventare il beniamino della destra dei coloni, è un caso patetico. Benny Morris ha seguito questo percorso.

Egli ha tradito due doveri fondamentali per lo storico: avere una mentalità aperta e riconoscere la vasta letteratura di ricerca che riguarda direttamente i suoi ambiti di ricerca; non distorcere le proprie conclusioni precedenti in base alle attuali opinioni politiche. [L’articolo di Morris “Israele non ha attuato nessuna pulizia etnica nel 1948“, Haaretz, 10 ottobre, era una risposta a quello di Daniel Blatman “Netanyahu, ecco cos’è veramente una pulizia etnica“, Haaretz, 3 ottobre].

Il 10 marzo 1948 il quartier generale dell’Haganah [principale milizia armata sionista, da cui è nato l’esercito israeliano. Ndtr.] approvò il “Piano Dalet”, che trattava dell’intenzione di espellere quanti più arabi fosse possibile dal territorio del futuro Stato ebraico. Morris ne ha scritto nel suo libro “1948: una storia della prima guerra arabo-israeliana” (2010) . Egli ha affermato che il piano ha suscitato una disputa storiografica, con gli storici filo-palestinesi che sostengono che fosse un piano generale per espellere gli arabi che vivevano in Israele. Egli ha affermato che un esame accurato del testo del piano porta a una conclusione diversa.

Quale conclusione diversa? Quella di studiosi esperti in pulizia etnica? O di esperti giuridici che si sono cimentati sul problema? No, quella di Morris, naturalmente. Egli non accetta la definizione di pulizia etnica attuata dagli ebrei nel 1948. Forse ci fu una “mini” pulizia etnica a Lod e Ramle [a sud est di Tel Aviv. Ndtr.]. Forse qualche massacro marginale (Deir Yassin), che provocò la fuga terrorizzata dei palestinesi.

Il problema è che queste sono esattamente le circostanze che portano ad una pulizia etnica. Se Morris si fosse preoccupato di studiare attentamente i documenti della Corte Penale Internazionale sulla ex-Jugoslavia, avrebbe capito perché queste affermazioni sarebbero considerate assurde in qualunque seria conferenza scientifica.

Quanto segue è stato sostenuto dal pubblico ministero nel processo a Radovan Karadzic, il leader serbo-bosniaco che è stato condannato per le sue responsabilità nella pulizia etnica dei musulmani di Bosnia: “Nella pulizia etnica..tu agisci in modo tale per cui, in un determinato territorio, i componenti di un determinato gruppo etnico sono eliminati… ci sono dei massacri. Non sono massacrati tutti, ma ci sono massacri allo scopo di spaventare quelle popolazioni…Naturalmente gli altri vengono scacciati. Sono spaventati…e, naturalmente, alla fine queste persone vogliono semplicemente andarsene…Se ne vanno sia per loro stessa iniziativa, oppure sono deportate….Alcune donne sono violentate e, inoltre, spesso vengono distrutti i monumenti che segnano la presenza di una determinata popolazione…per esempio, le chiese cattoliche o le moschee vengono distrutte.”

Esattamente come nel 1948: istruzioni implicite, accordi silenziosi, seminare il timore tra la popolazione la cui fuga è l’obiettivo; la distruzione della presenza fisica che hanno lasciato dietro di sé. Nel suo primo libro sull’argomento, “La nascita del problema dei rifugiati palestinesi, 1947-1949” (1989 in inglese), Morris scrisse: “Gli attacchi dell’Haganah e delle Forze di Difesa Israeliane (l’esercito del neonato Stato d’Israele. Ndtr.), ordini di espulsione, la paura degli attacchi e atti di crudeltà da parte degli ebrei, l’assenza di appoggio da parte del mondo arabo e dell’Alto Comitato Arabo, il senso di impotenza e di abbandono, gli ordini da parte di istituzioni e centri di comando arabi di andarsene ed evacuare, in molti casi erano la diretta e decisiva ragione per la fuga – un attacco da parte dell’Haganah, dell’Irgun, del Lehi [le due milizie armate della destra sionista, poi integrate nell’IDF. Ndtr.] o dell’IDF, o la paura degli abitanti per un simile attacco.”

Circa 15 anni fa, tuttavia, Morris ha cambiato opinione. Nel suo libro “Correggere un errore: ebrei ed arabi in Palestina/Israele, 1936-1956” (2000), egli ha affermato: “La maggioranza degli allontanamenti (da parte dei palestinesi) dalla maggior parte dei luoghi, il più delle volte l’ho attribuita ad attacchi da parte delle forze ebraiche. A volte uno storico deve correggere un errore.” Tanto di cappello ad uno storico che ammette di aver fatto un errore. Ma l’integrità professionale di Morris è messa alla prova in base a quanto egli ha detto ad Ari Shavit (Haaretz, gennaio 2004): “Non penso che le espulsioni del 1948 fossero crimini di guerra.. Penso che lui (Ben Gurion) abbia fatto un grave errore storico nel 1948…fu troppo timoroso durante la guerra. Alla fine vacillò….Se si fosse subito impegnato nell’espulsione, forse avrebbe fatto un lavoro definitivo.”

Allo stesso tempo Morris sostiene che Ben Gurion “non ha mai dato un ordine di espellere gli arabi.” In effetti, non è stato trovato nessun ordine scritto di questo tipo. E il lettore si chiederà: “Quindi c’era un ordine di espulsione, o forse un’espulsione senza un ordine? O forse c’è stata un’espulsione di massa, ma fu incompleta, e dunque non si tratta di pulizia etnica? E Morris rimpiange il fatto che non sia stato dato un ordine per completare la pulizia etnica?” Morris è fortunato a non essersi occupato della ricerca sull’Olocausto. Potrebbe essere stato capace di sostenere che non fu Hitler che ordinò la “Soluzione Finale”, dato che, per quanto ne sappiamo, non è mai stato trovato nessun ordine scritto da lui per l’uccisione degli ebrei europei.

Morris dice che le espulsioni non furono un crimine di guerra, perché furono gli arabi che iniziarono la guerra. In altre parole, centinaia di migliaia di civili innocenti, appartenenti alla parte che aveva iniziato la lotta, dovevano essere espulsi. Forse Morris sarebbe d’accordo che il genocidio compiuto dai tedeschi contro gli Herero nel 1904-1908 [i tedeschi sterminarono in campi di concentramento circa 65.000 indigeni su un totale di 80.000. Ndtr.] era giustificato perché, dopo tutto, gli Herero avevano iniziato la ribellione contro il colonialismo tedesco in Namibia.

Morris ha ragione su una cosa: la convinzione che gli arabi dovessero essere espulsi nel 1948 non fu messa in pratica in modo totale. Ci furono comandanti che obbedirono alla lettera; ce ne furono altri che non lo fecero. E’ esattamente la ragione per cui 160.000 arabi rimasero all’interno dello Stato di Israele nel 1949. Proprio come decine di migliaia di armeni rimasero in Turchia dopo la Prima Guerra Mondiale, perché ci furono funzionari del governo che non applicarono alla lettera l’ordine di espellerli o ucciderli. Fortunatamente, nel 1948 ci furono comandanti dell’IDF che si astennero dal fare quello che sapevano che avrebbero potuto fare senza doverne pagare le conseguenze. Se non fosse stato per loro, il crimine di guerra commesso da Israele sarebbe stato ancora più grande.

L’autore è uno storico.

(traduzione di Amedeo Rossi)