Paura e ansia mentre Gaza sotto assedio conferma i primi 2 casi di coronavirus

Farah Najjar e Maram Humaid

22 marzo 2020 – Al Jazeera

Le autorità dell’enclave costiera hanno chiuso ristoranti e caffè, mentre sono state sospese anche le preghiere del venerdì.

Funzionari palestinesi hanno annunciato i primi due casi di COVID-19, la malattia causata dal nuovo coronavirus, nella Striscia di Gaza assediata.

Il vice ministro della Sanità Youssef Abulreesh ha dichiarato sabato scorso che i due pazienti palestinesi sono tornati dal Pakistan attraverso il varco di Rafah tra Gaza e il vicino Egitto.

Durante una conferenza stampa Abulreesh ha detto che la coppia mostrava i sintomi della malattia, che comprendono tosse secca e febbre alta.

Ha aggiunto che al loro arrivo i due sono stati messi in quarantena e che ora si trovano in un ospedale da campo nella città di confine di Rafah, nella parte meridionale della Striscia di Gaza.

Abulreesh ha esortato i quasi due milioni di residenti di Gaza a prendere misure precauzionali e a mettere in atto il distanziamento sociale rimanendo a casa, nel tentativo di arrestare la potenziale diffusione del virus.

Le autorità di Gaza, che è governata dall’organizzazione di Hamas, hanno deciso di chiudere i ristoranti, i caffè e le sale di ricevimento dell’enclave. Anche le preghiere del venerdì nelle moschee sono state sospese fino a nuovo avviso.

Nel frattempo il Coordinamento delle attività governative nei territori (COGAT), un’unità militare israeliana responsabile per le questioni civili nei territori occupati, ha annunciato che domenica, tutti i punti di accesso verso Israele da Gaza e dalla Cisgiordania occupata sono stati chiusi.

“I commercianti, i lavoratori e gli altri titolari di permesso non potranno entrare attraverso i valichi fino a nuovo avviso”, ha detto il COGAT sulla sua pagina Twitter, aggiungendo che alcune eccezioni possono applicarsi a infermieri e operatori sanitari, nonché in caso di situazioni sanitarie eccezionali.

I palestinesi sostengono che i permessi di accesso sono difficili da ottenere, anche per coloro che hanno un motivo sanitario o umanitario, poiché ogni domanda è accompagnata da un lungo processo burocratico, di solito con il pretesto del nulla osta da parte della sicurezza.

‘Abbiamo molta paura’

Il 15 marzo le autorità di Gaza hanno introdotto misure per collocare gli abitanti in arrivo nei centri di quarantena.

Ad oggi, secondo un rapporto pubblicato sabato dal ministero della salute dell’Autorità Nazionale Palestinese, ci sono 20 strutture apposite nel sud di Gaza, tra cui scuole, hotel e strutture mediche, che ospitano più di 1.200 persone.

I centri per la quarantena si trovano a Rafah, Deir al-Balah e nella città meridionale di Khan Younis. Secondo il rapporto, almeno altri 2.000 rimpatriati si sono auto-isolati nelle proprie case, prima che venissero implementate, la scorsa settimana, le procedure di quarantena obbligatoria.

Um Mohammed Khalil è tra coloro che sono stati messi in quarantena a Rafah.

La 49 enne, tornata da una breve visita in Egitto la scorsa settimana, era tra le 50 persone trasportate in autobus in una scuola con “bassi standard di igiene”, dove le camere singole condivise da sette persone.

Khalil racconta ad Al Jazeera che la notizia dei primi due casi positivi ha suscitato paura e ansia tra coloro che si trovano in quarantena nella scuola.

“Avevamo paura che tra noi ci fossero persone affette dal contagio”, afferma, “motivo per cui, soprattutto, abbiamo chiesto un miglioramento delle condizioni di quarantena”.

” Da questa mattina le nostre famiglie sono in contatto con noi e anche loro sono seriamente preoccupate. Gaza ha subito molte guerre e crisi, ma come può sostenere questa pandemia?” dice. “Abbiamo molta paura”.

Gaza sotto assedio

Il sistema sanitario di Gaza è in rovina e i suoi abitanti, martoriati dalla guerra, sono particolarmente vulnerabili poiché hanno vissuto sotto un assedio israelo-egiziano per quasi 13 anni.

Il blocco aereo, terrestre e marittimo ha limitato l’ingresso di risorse essenziali come attrezzature sanitarie, medicinali e materiali da costruzione.

Dal 2007 Gaza ha subito tre attacchi israeliani che hanno provocato la distruzione di infrastrutture civili, tra cui strutture sanitarie e una centrale elettrica.

Le case, gli uffici e gli ospedali di Gaza ricevono una media di 4-6 ore di elettricità al giorno.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha avvertito che il sistema sanitario di Gaza non sarebbe in grado di affrontare un’epidemia, dato che gli ospedali della Striscia sono sovraffollati e con risorse insufficienti.

Ayman al-Halabi, un medico dei laboratori gestiti dal ministero della Salute di Gaza, fa parte di un team di medici responsabili dei test sui campioni in arrivo.

“La routine di due settimane fa”, dice al-Halabi ad Al Jazeera, “consisteva nella raccolta dei campioni dai rimpatriati al confine di Rafah, sottoposti a un test basato sulla reazione a catena della polimerasi (PCR), il test di scelta utilizzato per diagnosticare COVID-19”.

Al Halabi aggiunge che attualmente vengono sottoposte al test altre centinaia di campioni di persone che potrebbero essere venute a contatto con i primi due pazienti.

Riferendosi alle limitate risorse di Gaza, al-Halabi dichiara: “Affrontare questa pandemia sarà estremamente impegnativo.

Se stanno avendo difficoltà i Paesi più grandi e potenti, in che modo Gaza dovrebbe farcela?”

‘La fine del mondo’

Secondo i dati raccolti dalla Johns Hopkins University, negli Stati Uniti, a livello mondiale sono risultate positive alla malattia altamente infettiva oltre 300.000 persone. Più di 13.000 persone sono morte a causa del virus, mentre circa 92.000 sono guarite.

Con l’incombente minaccia di un focolaio, molti sostengono che il virus potrebbe essere l’ultima goccia per gli esausti abitanti di Gaza.

Amira al-Dremly sapeva che sarebbe stata solo una questione di tempo prima che il virus raggiungesse Gaza.

Ma la notizia che sabato due persone sono risultate positive è stato percepita come “la fine del mondo”, afferma al-Dremly ad Al Jazeera.

“La più grande paura”, sostiene la 34enne “è che le risorse disponibili a Gaza non bastino ad opporre una resistenza temporanea [nei confronti della diffusione del virus]”.

“Ho molta paura per i miei figli. Sto prendendo misure per educarli sulla sterilizzazione e li ho ammoniti a non uscire di casa”, dice questa madre di quattro figli.

“Ma gli effetti psicologici sono pesanti, la mia famiglia e tutti intorno a me sono molto disorientati da questa notizia”, aggiunge.

Gaza, una delle aree più densamente popolate del mondo, ospita alcuni dei più grandi campi profughi palestinesi e al-Dremly fa notare che il distanziamento sociale è qualcosa che è “più facile a dirsi che a farsi”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Messaggio da Betlemme: un barlume di speranza dopo due settimane di blocco

Yumna Patel –

20 marzo 2020 https://mondoweiss.net/

Questo è il primo di una serie bisettimanale di articoli che saranno inviati dalla nostra corrispondente palestinese Yumna Patel che vive a Betlemme, epicentro dell’epidemia di coronavirus in Palestina. Mentre la crisi continua ad acuirsi, Yumna ci dà un quadro della vita quotidiana in città, delle emozioni della gente, dei pensieri e delle paure delle persone.

Le ultime due settimane sono state una girandola di emozioni per il popolo di Betlemme. Sono passati 15 giorni da quando è stato dichiarato lo stato di emergenza e la città è stata messa sotto chiave, dopo la conferma di quattro casi di coronavirus.

Da allora, il numero di persone in strada è costantemente diminuito, il numero di casi confermati ha continuato a salire, sebbene più lentamente rispetto al rapido peggioramento dall’altra parte del muro.

Inutile dire che le persone hanno paura. Non esiste una sola conversazione in cui “corona virus” non sia menzionato nei primi cinque secondi.

Ma, nonostante il blocco e le maggiori restrizioni ai movimenti in tutta la città, c’era un’aria di ottimismo. Nella maggior parte, le persone erano contente del grado di successo con cui l’ANP sembrava affrontare la situazione.

Con chiunque parlassi, sosteneva con orgoglio che la Palestina era il “secondo miglior Paese” dopo la Cina nell’affrontare e rispondere rapidamente al coronavirus. Dopo numerose ricerche su Google, devo ancora trovare conferma di questo.

Che fosse corretta o no, l’opinione espressa da questa voce ha chiaramente avuto un effetto positivo sulle persone.

Dopotutto, nel corso di due settimane abbiamo ancora meno di 50 casi confermati, rispetto ai 500 di Israele.

La maggior parte dei negozi è rimasta chiusa, ad eccezione dei mercati di generi alimentari, e le persone sono rimaste nelle loro case. Pur appartenendo ad una cultura profondamente radicata nei legami di socializzazione e di comunità, le persone hanno messo in pratica il “distanziamento sociale” relativamente bene.

Nonostante nella maggior parte della città – che vive di turismo e del lavoro in Israele – non si lavori, le persone hanno eseguito gli ordini del governo con poche resistenze.

Ma appena è sembrato che potessimo uscire da questo pasticcio prima di quanto ipotizzato, mercoledì sera è invece parso che le cose peggiorassero.

Betlemme e le città vicine, Beit Sahour e Beit Jala, sono state messe in totale isolamento. Ad eccezione di giornalisti, funzionari della sanità e della sicurezza e speciali casi umanitari, a nessuno sarebbe stato permesso di lasciare la propria casa. Chiunque fosse stato sorpreso a violare il blocco sarebbe stato passibile di una multa.

Chiunque fosse stato trovato a violare un autoisolamento o un ordine di quarantena, sarebbe stato multato fino a 1.000 dinari giordani [1.312 €].

Le misure più rigide sono arrivate quando si è scoperto che le persone sospette di avere il virus avevano ignorato l’ordine di quarantena e negli ultimi giorni si erano mosse in giro per la città.

Dopo la notizia del blocco, la città è arrivata al massimo affollamento da settimane, tutti ci siamo precipitati nei negozi per fare scorta di cibo e provviste, non sapendo quando saremmo stati in grado di farlo di nuovo.

Nel campo profughi in cui vivo, i volontari dei centri locali distribuivano sacchi di prodotti e altri generi di prima necessità alle famiglie con situazioni finanziarie particolarmente difficili.

Nonostante il panico, le scene sono state molto più civili di quelle che vedevamo negli Stati Uniti. Gli scaffali erano ben forniti, anche di carta igienica, e nessuno sembrava fare incetta. Le persone stavano comprando ciò di cui avevano bisogno.

Quando i vicini si incontravano, reprimevano la tentazione di stringersi la mano e scambiarsi il tradizionale bacio sulla guancia, optando invece per un sorriso e una mano sul cuore.

Mentre le persone riempivano i loro carrelli di cose essenziali come farina, olio, sale e vari prodotti per l’igiene, c’era un senso di frustrazione tra gli acquirenti: a causa della trascuratezza di alcune persone, l’intera città soffriva più di quanto non avessimo già sofferto.

Nei supermercati si sentivano chiacchiere sull'”egoismo” delle persone che violavano la quarantena e voci su quanto tempo sarebbe durato il nuovo blocco.

Ora più che mai le persone sembravano davvero capire e preoccuparsene quanto le loro azioni potessero influenzare la vita di chi li circonda.

Tutti quelli che conosco, me compresa, siamo rimasti incollati ai notiziari a tutte le ore del giorno e della notte. Non è facile cancellare il turbamento e l’ansia che ne derivano.

Vedere i sistemi sanitari di alcuni dei Paesi più ricchi del mondo sull’orlo del collasso rende ancora più difficile liberarsi del pensiero di cosa accadrebbe se l’epidemia si acuisse in un luogo come la Palestina.

Di certo ospedali già poco attrezzati e scarsamente finanziati non sarebbero in grado di sostenere nemmeno una parte di ciò che stanno affrontando Paesi come l’Italia. Se questo sforzo iniziale di contenimento fallisse, potrebbe portare al disastro per il sistema sanitario, l’economia e il popolo palestinesi.

Ma proprio quando i sentimenti di paura e frustrazione sembravano sopraffarci, venerdì abbiamo ricevuto qualche buona notizia.

Diciassette fra i primi pazienti infettati dal COVID-19, che erano stati messi in quarantena presso l’Angel Hotel di Beit Jala e il Paradise Hotel di Betlemme, sono ufficialmente in fase di recupero, riducendo il numero dei casi confermati a 31.

Video di pazienti sorridenti che agitano le mani mentre lasciano l’hotel sono stati fatti circolare sui social media, facendoci sorridere e restituendo un senso di speranza in città.

Sarà una lunga strada da percorrere, ma potremmo farcela.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Coronavirus: i lavoratori palestinesi affrontano una difficile scelta tra garanzie di sussistenza e isolamento

Akram Al-Waara da Betlemme, nella Cisgiordania occupata

18 marzo 2020 – Middle East Eye

Per migliaia di palestinesi che lavorano in Israele le restrizioni legate alla pandemia hanno comportato la rinuncia al reddito necessario o il rischio di restare separati per mesi dalle loro famiglie

Quando nella città di Betlemme, nella Cisgiordania occupata, è stato confermato il primo caso del nuovo coronavirus o COVID-19, un improvviso sentimento di panico ha travolto la piccola città.

Mentre scuole, università e aziende iniziavano a chiudere, migliaia di cittadini si sono rifugiati nelle loro case in previsione di quello che sarebbe successo dopo.

Ma quando i confini della città sono stati chiusi e i vicini posti di controllo con Israele hanno iniziato ad rimanere bloccati, ha cominciato a manifestarsi un nuovo senso di ansia, questa volta per le migliaia dei cittadini lavoratori che operano all’interno di Israele.

“Lo stato di emergenza è stato annunciato giovedì (5 marzo) e alla conclusione del fine settimana tutto era cambiato”, ha riferito a Middle East Eye Kareem A., un operaio edile di 51 anni di Betlemme.

La diffusione del coronavirus sia in Israele che in Cisgiordania ha avuto un profondo impatto sulla forza lavoro palestinese all’interno di Israele – con le ultime restrizioni che costringono i lavoratori palestinesi a scegliere tra mesi di separazione dalle loro famiglie – o il crollo economico.

Nuove restrizioni

Kareem ha saputo che Israele aveva chiuso il posto di controllo 300, il principale punto di ingresso dell’intera Cisgiordania meridionale in Israele per migliaia di lavoratori palestinesi.

“Ho deciso di provare a passare comunque”, dice, “sperando che avrebbero fatto delle eccezioni per i lavoratori”. Ma Kareem e centinaia di suoi colleghi sono stati fermati e rimandati a casa.

“Abbiamo sperato che fosse solo una cosa temporanea, fino a quando non avessero trovato un modo per far entrare i lavoratori di Betlemme”, afferma, “ma sembra che sarà un problema molto più duraturo”.

Mentre i lavoratori di Betlemme dal 5 marzo sono rimasti bloccati a casa, decine di migliaia di lavoratori palestinesi degli altri distretti della Cisgiordania hanno attraversato la Linea Verde [linea di demarcazione stabilita negli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949, ndtr.] in modo relativamente incontrollato.

Il primo caso di coronavirus al di fuori di Betlemme è stato confermato la scorsa settimana nel distretto settentrionale di Tulkarem. Il paziente era un manovale che lavorava in Israele.

Mentre il virus continuava a diffondersi in Israele e in Cisgiordania, sia Israele che l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) hanno iniziato a porre sempre maggiori restrizioni agli spostamenti all’interno e tra i territori.

Martedì il ministro della Difesa israeliano Naftali Bennett, che ha preso la decisione iniziale di chiudere i posti di blocco intorno a Betlemme, ha annunciato una serie di restrizioni ancora più pesanti nei riguardi dei lavoratori palestinesi provenienti da altre parti della Cisgiordania.

Bennett ha limitato l’ingresso ai lavoratori che ha classificato come impegnati in settori “essenziali”, come l’edilizia, l’assistenza sanitaria e l’agricoltura. Tutti gli altri, nell’immediato futuro, dovrebbero rimanere a casa.

Con una mossa sconvolgente Bennett ha annunciato che qualsiasi lavoratore che avesse deciso di continuare a lavorare in Israele sarebbe stato costretto a rimanere lì e non avrebbe potuto tornare a casa per almeno uno o due mesi.

Ai lavoratori palestinesi sono stati concessi tre giorni per prendere una decisione: andare al lavoro e restare separati dalle loro famiglie a tempo indeterminato o rimanere a casa, impossibilitati a guadagnarsi da vivere. Indipendentemente da ciò che avessero deciso, dopo tre giorni i confini sarebbero stati chiusi da entrambe le parti.

Non è apparso chiaro se le stesse eccezioni sarebbero state estese ai lavoratori di Betlemme, dal momento che i posti di controllo tra Israele e la città rimangono chiusi.

La notizia è stata uno shock sia per i funzionari israeliani che la considerano una grave “minaccia alla sicurezza”, sia per i palestinesi, i cui permessi di lavoro di solito non consentono loro di rimanere in Israele durante la notte.

“Ho deciso di correre il rischio e venire a stare qui perché non ho davvero altra scelta”, dice a MEE Wael A, un lavoratore di Betlemme.

Wael ha attraversato illegalmente [il confine con] Israele da Betlemme la scorsa settimana, insieme a un amico e ad alcuni altri lavoratori.

“Non sapevamo quanto sarebbe durata la quarantena a Betlemme”, sostiene, “e dovevamo dar da mangiare alle nostre famiglie” aggiungendo che i lavoratori, in genere quelli senza permesso, spesso rimangono illegalmente in Israele durante la notte per evitare il rischio di passare quotidianamente attraverso i punti di controllo.

In quel momento Wael non poteva immaginare che Israele avrebbe permesso ai lavoratori di rimanere per un lungo periodo di tempo nel Paese con un alloggio adeguato fornito a spese del datore di lavoro.

Wael e il suo amico hanno dormito nel cantiere dove lavorano, ma sperano di poter legalizzare “in modo retroattivo” il loro soggiorno e trovare una sistemazione adeguata.

Tuttavia afferma di temere che se le autorità israeliane leggessero “Betlemme” sulle loro carte d’identità, verrebbero rimandati a casa.

“Devo pagare la casa, l’auto e ho tre bambini da nutrire”, dice. “Non posso permettermi di rimanere bloccato a Betlemme in questo momento.”

“Israele ha bisogno di noi”

I rischi [insiti nel] consentire ai palestinesi di lavorare in Israele e quindi tornare a casa possono sembrare agli osservatori esterni troppo elevati nel corso di una pandemia.

Ma per i palestinesi la decisione non è affatto sorprendente.

“Israele non può sopravvivere a questa [pandemia] senza i lavoratori palestinesi”, afferma Kareem a MEE. “La loro economia è troppo dipendente da noi per non consentire ai lavoratori di entrare”.

Si stima che 120.000 palestinesi, con e senza permesso, lavorino in Israele, costituendo una forza lavoro consistente e a basso costo principalmente nei settori dell’edilizia e dell’agricoltura.

“Mentre gli israeliani stanno nelle loro case, “prosegue Kareem”, ci stanno mettendo al lavoro in modo che il sistema non crolli”.

Kareem afferma di ritenere che Israele rischierebbe “senza alcun dubbio” la salute della forza lavoro palestinese “in nome della salvaguardia della sua economia”.

“Stanno permettendo ai palestinesi di mettere a repentaglio le proprie vite mentre dicono agli israeliani di rimanere a casa e di stare al sicuro”.

Un disastro economico e nessuna rete di salvataggio

Per gli operai ancora bloccati a Betlemme il futuro sembra ogni giorno più incerto.

“Ogni giorno senza lavoro è un altro che ci avvicina al disastro economico”, sostiene Kareem a MEE dalla sua casa in un campo profughi locale.

Kareem, sposato e padre di quattro figli, è l’unico a mantenere la sua famiglia di sei persone. In un mese buono Kareem guadagna circa 250 shekel (61 euro) al giorno, il 20%  dei quali va ai pasti quotidiani e al trasporto per e dal suo [posto di] lavoro alla periferia di Tel Aviv.

Ma, osserva, “i mesi appena trascorsi sono stati segnati da festività ebraiche e dal maltempo, quindi non abbiamo avuto molto lavoro nei cantieri”.

“Quindi non è come possedere dei risparmi su cui poter contare per arrivare alla fine del mese”, dice. “Niente lavoro significa niente soldi.” Come conseguenza della sua impossibilità di recarsi al lavoro, Kareem riferisce di aver ricevuto dal suo datore di lavoro israeliano dei messaggi che minacciavano di assegnare il suo lavoro a qualcun altro, revocandogli, quindi, il permesso.

“Vogliono continuare a fare soldi e non possono farlo con i lavoratori di Betlemme”, ha detto, aggiungendo che un certo numero di datori di lavoro ha licenziato i lavoratori di Betlemme e li ha sostituiti con lavoratori palestinesi di altre parti della Cisgiordania.

Egli teme che, se un numero sufficiente di lavoratori facesse la scelta di andare in Israele e restarci per i prossimi due mesi, il suo lavoro sarebbe ancora di più a rischio.

“Li ho pregati di non levare il mio nome dall’elenco dei dipendenti, ma non so cosa faranno.”

Preoccupazioni per la salute

Anche con un rischio così elevato per i lavoratori e le loro famiglie, la preoccupazione principale per la maggior parte dei palestinesi rimane la loro salute personale e quella della loro comunità.

Prima dell’annuncio di martedì scorso da parte di Bennett molti in Cisgiordania avevano paura del rischio che i lavoratori potessero portare il virus da Israele, che ha un tasso significativamente più alto di infezioni da coronavirus rispetto al territorio palestinese.

“Come lavoratore, è stato spaventoso sapere che stavamo andando in Israele”, ha detto Wael a MEE. “Ovviamente nessuno vuole ammalarsi e quindi rischiare di portare [l’infezione] alle proprie famiglie e alla propria comunità”.

Ma sarebbe un rischio che Wael dice di essere costretto a correre.

“Né il nostro governo né il governo israeliano proteggono i nostri diritti di lavoratori in Israele”, afferma. “Preferirei ammalarmi piuttosto che lasciare che la mia famiglia muoia di fame o che la banca ci perseguiti.”

Con le nuove misure annunciate martedì, tuttavia, gli esperti locali della salute sperano che la pressione economica sui lavoratori palestinesi possa essere parzialmente alleviata mantenendo rigide linee guida sulla salute pubblica.

“Siamo scettici sul fatto che gli operai si debbano recare in Israele per lavorare, perché questo aumenta le possibilità che portino qui il virus e lo diffondano”, sostiene a MEE il dott. Imad Shahadeh, capo della divisione di Betlemme del Ministero della Sanità dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Ma,  afferma, consentire ai lavoratori di rimanere all’interno di Israele in alloggi appositi riduce alcuni di questi rischi.

“Prevenire la diffusione del virus”, dice Shahadeh, “è una buona misura”, aggiungendo di sperare che i lavoratori siano al sicuro dal virus, “attraverso la riduzione al minimo dei loro rapporti con israeliani e con non lavoratori”.

Shahadeh aggiunge che l’Autorità Nazionale Palestinese starebbe già pianificando di attuare una serie di misure in occasione del ritorno dei lavoratori dopo uno o due mesi, tra cui controlli sanitari ai posti di blocco e ai punti di ingresso e l’imposizione di un’auto-quarantena obbligatoria per 14 giorni dopo il rientro in Cisgiordania.

Per Kareem, le misure adottate dai governi israeliano e palestinese non sarebbero ancora sufficienti e non coprirebbero i rischi.

“Permettere ai lavoratori di dormire in Israele sta mettendo a rischio la salute di tutti i lavoratori”, dice, affermando che qualcuno “inevitabilmente” prenderà il virus, che “non fa distinzione tra palestinesi e israeliani”.

“Anche se tutti saranno sottoposti a screening e messi in quarantena, metteranno comunque a rischio la comunità al loro arrivo”, sostiene. “E se si ammaleranno in Israele, ci possiamo davvero fidare che il governo israeliano dia la priorità delle cure ai lavoratori palestinesi?”

Nonostante non sia d’accordo con le iniziative dei governi, Kareem afferma di non giudicare alcun lavoratore per le sue decisioni.

“So come si sentono. Hanno un disperato bisogno di prendersi cura delle loro famiglie “, dice. “Quindi, se stanno sacrificando la loro salute per salvare le loro famiglie, li capisco.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Col diffondersi del contagio da coronavirus, i richiedenti asilo in Israele sono sull’orlo della catastrofe

Oren Ziv

18 marzo 2020 – +972

Le politiche di Israele hanno impoverito la comunità dei richiedenti asilo, che vivono in appartamenti angusti, non hanno copertura sanitaria, esposti ad un maggiore pericolo.

Secondo i membri della loro comunità e gli attivisti, i richiedenti asilo in Israele sono “sull’orlo della catastrofe”, mentre nel Paese il numero di contagi del nuovo coronavirus continua a salire.

Nelle attuali circostanze straordinarie i richiedenti asilo si trovano in condizioni di grande difficoltà, per i licenziamenti, l’impossibilità di ricevere assistenza dallo Stato, la mancanza di informazioni e le miserevoli condizioni abitative. La chiusura di aziende e istituzioni che impiegano regolarmente i richiedenti asilo sta preoccupando molte famiglie che si vedono già gettate in mezzo alla strada senza nulla da mangiare.

Oggi vivono in Israele circa 35.000 richiedenti asilo, la maggior parte dei quali provenienti dall’Eritrea, e anche da una piccola comunità sudanese. Per anni, Israele ha rifiutato di esaminare le loro richieste di asilo, lasciandoli in un limbo legale. Nell’ultimo decennio, solo 13 eritrei e un cittadino sudanese sono stati riconosciuti come rifugiati dal governo israeliano.

La loro precaria situazione giuridica ha serie implicazioni rispetto alla capacità dei richiedenti asilo di affrontare l’epidemia. Mentre gli israeliani licenziati o costretti a chiedere congedo che si trovino in difficoltà finanziarie possono ricevere il sussidio di disoccupazione, i richiedenti asilo non possono beneficiare di protezioni. Senza l’assistenza offerta dallo Stato e senza una comunità, una famiglia o dei risparmi, saranno i primi ad affrontare i mortali contraccolpi del virus.

“Al governo non importa di noi, nessuno ci ha detto nulla”, afferma Cabrom Tuwalda, un richiedente asilo dall’Eritrea. “Bibi [Netanyahu] ha detto che siamo stati i migliori al mondo nell’affrontare la pandemia, ma qui ci sono 40.000 persone e nessuno gli parla”.

Il danno per i richiedenti asilo è disastroso e potrebbe portare a una catastrofe umanitaria se lo Stato non agisce insieme a noi”, afferma Tali Ehrenthal, direttore esecutivo di ASSAF, una ONG che fornisce aiuti a rifugiati e richiedenti asilo in Israele. “Stiamo assistendo a un’ondata di licenziamenti, le persone non hanno diritti sociali né diritto alla disoccupazione. Non hanno modo di pagare l’affitto e possono essere sbattuti in strada.

Nessuna rete di sicurezza

Le restrizioni imposte dal governo israeliano hanno portato a licenziamenti in settori come pulizie, ristoranti e bar, che spesso impiegano i richiedenti asilo. È difficile sapere quanti di essi abbiano perso il lavoro almeno temporaneamente, ma le stime più caute indicano che il numero si aggira intorno al 50% degli adulti. La “rete di sicurezza” promessa domenica ai lavoratori israeliani dal Ministro delle Finanze Moshe Kahlon è un sogno inarrivabile per i richiedenti asilo.

“Se non trovano una soluzione per la gente entro una settimana, non avremo nulla da mangiare”, afferma Dejan Mangesha, 25enne richiedente asilo dall’Eritrea che lavora come traduttore e nell’istruzione. Mangesha afferma che oltre ai licenziamenti, molti non escono di casa a cercare lavoro perché non c’è nessuno a prendersi cura dei loro figli ora che scuole e asili nido sono chiusi. “Le persone della comunità sono sottoposte a forti pressioni”, afferma. “La maggior parte di loro lavora in ristoranti, hotel e pulizie. È tutto chiuso. Le persone semplicemente non lavorano, tranne quelli che lavorano nelle cucine dei ristoranti che fanno consegne a domicilio. Le persone vengono messe in congedo non retribuito e non si sa quando torneranno al lavoro.”

Mentre molti israeliani possono chiedere un prestito alla banca o assistenza alle proprie famiglie, i richiedenti asilo non hanno alcuna possibilità. “Non abbiamo una famiglia allargata qui per aiutarci”, afferma Mangesha. “Le persone vivono del loro lavoro quotidiano e non hanno risparmi.” Mangesha stesso ha perso uno dei suoi lavori, come tutor nel doposcuola. “La verità è che sono sotto pressione”, ammette. “Ho perso parte del mio sostentamento, non si sa cosa succederà nei prossimi due mesi e se sarò in grado di pagare l’affitto”.

“Il coronavirus non fa distinzioni tra israeliani e rifugiati”, afferma Tuwalda. “Mentre gli israeliani sono indaffarati a comprare del cibo, i richiedenti asilo stanno perdendo il lavoro e si preoccupano di non avere di che pagare l’affitto. Le persone con bambini vivono a stento un mese dopo l’altro. Preferisco non immaginare cosa succederà dopo un mese o due senza lavoro.

Tuwalda, che lavora in un ristorante a Tel Aviv, è stata a casa per cinque giorni. “Comprendo il disagio che affligge il mio datore di lavoro, non ha clienti da due settimane e ha iniziato a sbarazzarsi dei lavoratori anche prima della decisione del primo ministro (di fermare la vita in Israele). La maggior parte dei richiedenti asilo lavora come lavapiatti, cuochi o bidelli nei centri commerciali e nelle scuole. Questi posti sono stati chiusi.”

È come essere in una piccola cella”

Fischla è un richiedente asilo di 43 anni proveniente dall’Eritrea e recentemente è stato licenziato dal suo lavoro in una sala da cerimonie a Tel Aviv. “Ci hanno detto che non c’era lavoro fino a quando il governo non avesse deciso diversamente”, dice. “Anche durante un mese normale per noi è difficile, appena ci danno lo stipendio paghiamo cibo, elettricità, affitto e tasse. Ora abbiamo le stesse spese ma nessun reddito.”

La moglie di Fischla, insegnante di scuola materna, non ha più lavorato da quando il governo ha chiuso le scuole. È preoccupata di non riuscire a pagare l’affitto il mese prossimo. “Posso resistere un’altra settimana o due, ma la situazione è davvero dura”, dice. “Cosa faremo dopo?” Fischla dice che lui e la sua famiglia si sono chiusi in casa e telefonano agli amici per avere aggiornamenti. “Siamo tutti nella stessa situazione, è come essere in una piccola prigione.”

Kav LaOved, un’organizzazione non profit per i diritti dei lavoratori che assiste i richiedenti asilo, segnala un aumento delle chiamate. “Abbiamo ricevuto richieste di aiuto da parte di lavoratori del settore alberghiero, ristoranti, imprese di costruzioni e pulizie, la maggior parte dei quali sono stati messi in ferie non retribuite e alcuni subito licenziati”, dice Noa Kaufman, coordinatore per i rifugiati di Kav LaOved. “Alcuni datori di lavoro, con buone intenzioni, hanno indirizzato i loro lavoratori verso i servizi per l’impiego o gli hanno spiegato come ottenere l’indennità di disoccupazione, ma abbiamo dovuto dirgli (ai richiedenti asilo) che non hanno diritto a nessun sussidio”.

Eden Tesfamariam, una richiedente asilo che lavora nella gestione della community di ASSAF, afferma che sono specialmente le madri single a non poter uscire per trovare lavoro. “Non c’è nessuno che possa aiutarle con i figli, né lo farà il governo”, afferma. Teme che la maggior parte di loro non riesca a pagare l’affitto e finisca senza tetto.

Salari confiscati

La cosiddetta “legge sui depositi” di Israele, approvata nel 2017, impone ai datori di lavoro di versare su un conto di garanzia il 20% dei salari dei dipendenti richiedenti asilo, che dev’essere rimesso nel caso in cui la persona lasci il Paese. Domenica Kav LaOved e altre organizzazioni hanno inviato una richiesta urgente a diversi ministri del governo affinché quei fondi siano resi disponibili e restituiti ai richiedenti asilo dai cui salari erano stati detratti.

“Le persone hanno depositato un quinto della loro busta paga tutti i mesi negli ultimi tre anni, perciò non hanno riserve in caso di emergenza”, afferma Kaufman. “Vogliamo che possano prelevare quel denaro.” Kav LaOved ha inoltre inviato al Ministro delle Finanze Moshe Kahlon la richiesta di ampliare la “rete di sicurezza” che ha promesso ai lavoratori in modo che includa i richiedenti asilo.

L’Alta Corte sta ancora esaminando una petizione del 2017 presentata da una coalizione di rifugiati e organizzazioni per i diritti degli immigrati proprio contro la legge sui depositi. La petizione esprimeva il timore che la legge potesse peggiorare la situazione economica dei richiedenti asilo, che già non avevano alcuna assistenza sociale su cui contare.

“Devono ridarci i soldi presi dai nostri stipendi”, afferma Tesfamariam.

L’impatto della crisi coronavirus va oltre la sfera economica. I richiedenti asilo non sono coperti dalle leggi assicurative statali, anche se alcuni lo sono dal loro posto di lavoro tramite assicurazioni private, e i datori di lavoro sono ufficialmente tenuti a continuare a pagare l’assicurazione per tutti coloro che sono stati messi in congedo non retribuito.

“La paura è che i licenziamenti porteranno a una sospensione dell’assicurazione medica privata pagata dai datori di lavoro”, afferma Zoe Gutzeit, responsabile di una clinica gratuita a Jaffa gestita da Medici per i Diritti Umani di Israele. “Ciò significa togliere l’accesso ai servizi medici.” E aggiunge che i diritti che hanno maturato durante la loro precedente occupazione non verranno mantenuti anche se troveranno un nuovo lavoro quando che la crisi sarà finita. Cosicché, sottolinea Gutzeit, potrebbero non essere coperti per alcune malattie croniche o per gravi problemi di salute fino a quando non abbiano lavorato di nuovo per un po’ di tempo.

“I richiedenti asilo hanno paura di contrarre la malattia e la consapevolezza di non avere copertura medica li mette ancora più sotto pressione”, afferma Sigal Rozen del numero verde per rifugiati e migranti.

Al di là dell’assicurazione medica, i richiedenti asilo affermano che l’autoisolamento è per loro pressoché impossibile. Quasi nessuno ha una stanza per sé e molte famiglie vivono insieme in angusti appartamenti di una o due camere.

“L’isolamento non aiuta quando ci sono tre persone in un appartamento trilocale illegalmente diviso”, afferma Mangesha. “Ci dicono di non uscire di casa, ma non ci sono condizioni normali in cui le persone possano stare.”

“Qui sta per avvenire una catastrofe “

Un ulteriore problema è la mancanza di informazioni. Fino a domenica, il ministero della Sanità non aveva pubblicato alcuna guida in tigrino, la lingua parlata dai richiedenti asilo eritrei. Poi domenica è stato pubblicato un singolo messaggio vocale online. Attivisti e organizzazioni per i richiedenti asilo hanno autonomamente tradotto e distribuito informazioni nel tentativo di combattere voci e notizie false.

“Abbiamo cercato di gestirci da soli, creando gruppi su Facebook per cercare di raggiungere coloro che hanno propositi suicidi”, afferma Tuwalda. “Non c’è stato alcun annuncio ufficiale sul coronavirus. Capisco anche che (il governo) è in una posizione difficile, ma qui ci sarà una catastrofe. Il flusso di informazioni è stato brutalmente interrotto. “

Mangesha cita un messaggio ricevuto con WhatsApp riguardo al dispiegamento di militari nelle strade di Israele, alla chiusura del Paese e al divieto per le persone di uscire di casa. “La gente era isterica”, dice.

Mentre alla fine della scorsa settimana molti israeliani sono andati a fare scorta di cibo, i richiedenti asilo non possono concedersi un simile lusso, dice Tesfamariam. “Le persone non hanno più di qualche centinaio di shekel da spendere in cibo, che per una famiglia è a malapena sufficiente per una settimana”, osserva.

Molti richiedenti asilo sottolineano poi che la tracciatura dei contatti avuti dai contagiati da COVID-19, pubblicata sui media in lingua ebraica, non è tradotta in tigrino. “Le persone non sanno come proteggersi e lo Stato non si preoccupa di informarle”, afferma Ehrenthal. “Nessuno fa le traduzioni e le persone non sanno se stanno mettendo in pericolo se stessi e coloro che li circondano.”

ASSAF, che durante i periodi normali assiste le persone più vulnerabili tra la popolazione dei richiedenti asilo – sopravvissuti a torture, vittime della tratta, madri single, ecc. – continua a fornire assistenza nel rispetto delle istruzioni del Ministero della Sanità. Nonostante la mobilitazione di milioni di shekel, il Ministero del Welfare non assiste i richiedenti asilo a rischio. “Dovrebbero fornire servizi di assistenza sociale e supporto psicosociale alla comunità”, afferma Ehrenthal.

Tutti quelli con cui ho parlato sottolineano che il coronavirus presenta la più grave minaccia che la comunità dei richiedenti asilo abbia mai affrontato e che la situazione continuerà a peggiorare nei prossimi giorni e settimane a seguito della politica israeliana di non riconoscergli lo status di rifugiati, che darebbe loro accesso ad alloggi sicuri, reddito stabile, istruzione e servizi medici.

Molti sostengono che la vita dopo il coronavirus non sarà più la stessa. I richiedenti asilo sostengono di sperare che Israele capirà che deve riconoscere i loro diritti. “La comunità scenderà in piazza se non avrà più nulla da mangiare e questo avrà delle conseguenze sugli israeliani”, afferma Tuwalda.

Oren Ziv è fotoreporter, membro fondatore del collettivo fotografico Activestills e membro della redazione di Local Call. Dal 2003, ha documentato una serie di questioni sociali e politiche in Israele e nei territori palestinesi occupati, con particolare attenzione alle comunità di attivisti e alle loro lotte.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Un’app per evitare i taxisti arabi: poteva esistere solo nel regime israeliano di apartheid!

Nasim Hamed

24 febbraio 2020 – Middle East Monitor

Un’app israeliana per chiamare i taxi, che offre ai suoi clienti ebrei l’opzione che garantisce che non verranno trasportati da un taxista arabo, è stata denunciata da alcuni avvocati per i diritti umani. Gett, una multinazionale con utenti in quasi tutte le città più importanti, potrebbe dover sborsare $ 47 milioni in indennizzi per aver fornito una funzione che discrimina i non-ebrei.

Nella causa collettiva intentata questa settimana, la funzione extra di Gett, un servizio esclusivo noto come “Mehadrin” offerto a ebrei osservanti, è descritta da Asaf Pink, l’avvocato che lavora al caso, come “un servizio razzista che fornisce taxi con autisti ebrei.” Pink e il Centro di Azione Religiosa israeliano (un gruppo locale di attivisti) hanno presentato il caso dopo un’indagine privata che ha provato che il servizio era stato creato su misura per andare incontro alle necessità specifiche dei passeggeri ebrei, benché discriminatorio.

Nel corso dell’indagine del 2018, Herzl Moshe, il rappresentante di Gett a Gerusalemme, pare abbia affermato che non avrebbe mai assunto un autista arabo per il servizio speciale offerto agli ebrei, anche se avessero accettato le condizioni di Gett. “Lasciate che vi racconti un segreto.” ha detto in dichiarazioni registrate. “Gett Mehadrin non è per i religiosi [ebrei]. È per quelli che non vogliono un taxista arabo. Quando mia figlia vuole spostarsi, io le chiamo un Gett Mehadrin. A lei non importa se l’autista è religioso o no, perché quello che vuole è che sia ebreo.”

L’agenzia a cui hanno commissionato l’investigazione privata ha anche mandato un arabo a chiedere se poteva lavorare per il servizio, ma gli è stato detto di no. Moshe avrebbe detto: “Io ho 1500 autisti arabi e non uno di loro lavora, né lavorerà, per Mehadrin.”

Il caso ha scatenato un dibattito sulla natura del razzismo in Israele. Nonostante le sue molte somiglianze con il Sud Africa durante il periodo dell’apartheid, lo Stato sionista ha avuto un certo successo nel proteggersi dal tipo di stigma che abbatté il regime razzista nel 1991.

Parte di questo successo è dovuto al fatto che i legislatori israeliani hanno evitato di imporre quello che è spesso definito “il piccolo apartheid”. Questa pratica è il lato più visibile dell’apartheid e include la segregazione basata sulla razza nei servizi, come i luoghi pubblici di divertimento, parchi, gabinetti e trasporti pubblici. L’app di Gett rientrerebbe di sicuro in questa categoria.

Il “grande apartheid” si riferisce alle limitazioni imposte ai neri in Sud Africa e relative all’accesso alla terra e ai diritti politici. Queste includevano leggi che impedivano ai neri sud-africani persino di vivere nelle stesse aree dei bianchi. Negavano anche ai neri africani la rappresentanza politica e, nei casi più estremi, la cittadinanza in Sud Africa.

Anche se in Israele si possono trovare entrambe le forme di apartheid, non esistono cartelli come “Solo per bianchi” o, nel caso di Israele, “Solo per ebrei”. Per trovare esempi di entrambe le forme bisogna fare uno sforzo maggiore che semplicemente leggere un cartello su un bus.

Si vedono quotidianamente esempi di ‘grande apartheid’ nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza. Oltre cinque milioni di palestinesi sono tenuti da circa settant’anni in uno stato di occupazione senza il diritto al voto. Israele amministra un territorio dove la legge non è applicata equamente. Esistono sistemi legali e giudiziari separati per ebrei e non ebrei. Israeliani e palestinesi sono segregati anche in settori quali l’alloggio, l’istruzione, la salute, i trasporti e il welfare. Gli ebrei che vivono nei territori occupati sono considerati residenti dello Stato idonei a godere di tutti i diritti conferiti dallo Stato, ma la stessa legge non si applica ai loro vicini palestinesi.

Qualsiasi altro Paese in questa situazione sarebbe giustamente considerato uno Stato in apartheid, ma, per qualche motivo, questo è tollerato, presumibilmente perché l’occupazione è considerata una caratteristica temporanea di Israele. Va però fatto notare che il periodo di apartheid nella storia del Sud Africa è durato meno della cosiddetta “occupazione temporanea” della Palestina da parte di Israele.

La discriminazione nei territori occupati va molto più in profondità delle politiche razziste. Israele è un unicum nel modo in cui ha creato un modello di cittadinanza a vari livelli all’interno dello Stato con lo scopo di mantenerne il suo carattere ebraico. È stata emanata una serie di leggi per costruire lo Stato su una discriminazione istituzionalizzata. La Legge del Ritorno del 1950, per esempio, incorpora l’ideologia fondamentale del sionismo: tutti gli ebrei, indipendentemente da dove siano nati, hanno il diritto inalienabile di emigrare in Israele.

Intanto, la Legge sulla Cittadinanza del 1952 (meglio conosciuta come la Legge sulla Nazionalità) dà a tutte le persone a cui è concessa la nazionalità ebraica dalla succitata Legge del Ritorno il diritto di rivendicare automaticamente, senza alcuna procedura formale, la cittadinanza israeliana all’arrivo all’aeroporto Ben Gurion a Tel Aviv. Però la stessa legge stabilisce procedure specifiche per i non-ebrei che desiderano avere la cittadinanza.

Secondo il principio extraterritoriale israeliano di sovranità, la cittadinanza è concessa a chiunque condivida la stessa etnia o religione, indipendentemente da dove viva nel mondo. Nel caso di Israele, solo agli ebrei sono concessi i diritti di nazionalità, mentre i non ebrei residenti nello stesso territorio sono privati di tali diritti. In ciò Israele è un caso unico. Nessun Paese a maggioranza musulmana, per esempio, concede automaticamente la cittadinanza sulla base della religione o della propria “arabicità”. Allo stesso modo, nessuna democrazia occidentale concede la cittadinanza automatica solamente in base a razza e religione.

A differenza delle democrazie liberali in Occidente, Israele mantiene una distinzione imposta dalla costituzione tra “cittadinanza ” e “nazionalità”. Solo agli ebrei è concessa la nazionalità e solo loro possono godere completamente dell’intera gamma dei diritti riconosciuti dallo Stato. Questo ha generato un sistema odioso di concessioni di sussidi statali per dare l’impressione che Israele non stia discriminando i non ebrei.

Separando i servizi tra istituzioni “nazionali” e “governative”, Israele è in grado di convogliare legalmente le risorse per fornire i servizi solo ai cittadini ebrei. Per esempio, le istituzioni finanziate da gruppi sionisti come il Fondo Nazionale Ebraico possono discriminare, e lo fanno apertamente, a favore degli ebrei senza dare l’impressione di contaminare il governo, apparentemente democratico, con la puzza di razzismo.

Questo tipo di doppio binario di servizi pubblici fra ebrei e non ebrei nega ai cittadini non ebrei dello Stato l’accesso a fondi e servizi disponibili solo agli ebrei. Dato che il 92% della terra di Israele è “di proprietà” del Fondo Nazionale Ebraico, in gran parte espropriata ai palestinesi, inaccessibile ai cittadini israeliani non ebrei, questi sono impossibilitati per legge a possederli, affittarli, viverci o lavorarli.

Nonostante gli sforzi per limitare i casi di ‘piccolo apartheid’ e nascondere le discriminazioni sotto strati di sofismi, spesso erompono pratiche razziste come la segregazione sui trasporti pubblici, che ha una storia di condanne e innesca una spontanea reazione di sdegno.

Nel 2015 il governo israeliano si era trovato nella situazione imbarazzante di dover sospendere alcune nuove regole che avrebbero separato sugli autobus i passeggeri palestinesi dagli ebrei. L’anno scorso, tre ospedali israeliani hanno ammesso per la prima volta, di aver segregato le partorienti ebree dalle arabe. Nel 2018 i residenti di Afula, città nel nord di Israele, hanno fatto delle manifestazioni contro la vendita di una casa a una famiglia di cittadini palestinesi. La stessa città ha imposto ai palestinesi il divieto di entrare in un parco. Mesi prima, una piscina pubblica nel sud di Israele è stata denunciata per aver separato ebrei e palestinesi.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Il diritto condizionato alla salute in Palestina

Yara Asi

30 giugno 2019 – Al Shabaka

Nota redazionale: nonostante l’articolo che segue risalga al giugno 2019, riteniamo utile ed interessante proporlo ai lettori in quanto di evidente attualità riguardo all’emergenza sanitaria che si profila a causa dell’epidemia di coronavirus che rischia di espandersi anche nei territori palestinesi e di mettere in crisi un sistema sanitario, ma anche economico, sociale e politico già gravemente segnato all’occupazione e dall’assedio israeliani.

Salute e cure sanitarie nei TPO

L’attuale sistema sanitario dei Territori Palestinesi Occupati (TPO), creato nel 1994 come parte degli accordi di Oslo, è un settore frammentato, formato dal Ministero della Salute palestinese (MdS), da Ong, dall’UNRWA [commissione ONU per i rifugiati palestinesi, ndtr.] e da strutture private. La qualità delle cure sanitarie varia in base alle possibilità della struttura di acquisire risorse ed avere accesso a servizi come elettricità ed acqua. Le differenze nell’accessibilità, esacerbate da ostacoli economici e di altro tipo alle cure come l’ineguale copertura sanitaria e la segregazione geografica, ha segnato per decenni il sistema palestinese delle cure mediche.

Nonostante un carente sistema sanitario, i palestinesi registrano uno dei migliori risultati rispetto ad altri Paesi arabi quanto agli indici di aspettativa di vita e mortalità materna, infantile e minorile. Gli alti livelli di scolarità nei TPO e gli sforzi del MdS, per quanto limitati, per garantire cure fondamentali come le vaccinazioni, sono i probabili fattori che, combinati con la diffusa corruzione del settore sociale e gli scarsi servizi sanitari offerti in tutto il Medio Oriente, spiegano questi risultati. Al contempo i palestinesi vivono in media 10 anni in meno rispetto agli israeliani, compresa la popolazione di coloni che vive nello stesso territorio. I palestinesi registrano una mortalità materna e infantile da quattro a cinque volte superiore a quella degli israeliani, che inoltre ricevono vaccinazioni, ad esempio contro la varicella e la polmonite, a cui i palestinesi generalmente non hanno accesso. Persino i palestinesi cittadini di Israele in genere stanno peggio rispetto alla popolazione ebraica, con un tasso più alto di malattie croniche.

Il blocco di Gaza ha portato a dati sanitari peggiori rispetto alla Cisgiordania, così come a un numero percentualmente minore di letti in ospedale, di infermieri e di medici. A Gaza buona parte delle carenze mediche hanno poco a che fare con la mancanza di risorse a disposizione e sono invece il risultato diretto di fattori politici. Per esempio, a parte una limitata quantità di cibo o di altre necessità umanitarie, Israele in genere non consente l’importazione di cemento o altri materiali necessari per la ricostruzione delle infrastrutture danneggiate e degli edifici sanitari distrutti dagli attacchi israeliani. Persino l’importazione delle attrezzature necessarie è difficile, soprattutto per prodotti considerati da Israele potenzialmente pericolosi nelle mani di Hamas, come le attrezzature radiologiche o le batterie utilizzate per supportare i generatori degli ospedali durante le interruzioni di elettricità.

La carenza di batterie, insieme alla scarsità di combustibile e alle limitazioni imposte alla sua importazione, comporta anche il fatto che il personale ospedaliero debba fare molta attenzione nell’uso dell’energia. Nel settembre 2018 il direttore generale del complesso ospedaliero Al-Shifa a Gaza City ha segnalato che la mancanza di elettricità stava esaurendo le riserve di combustibile che l’ospedale usava per i generatori di energia per i pazienti in dialisi, con necessità di interventi chirurgici o che avevano bisogno di trattamenti intensivi. È frequente vedere presso l’unità di terapia intensiva neonatale (UTIN) di Al-Shifa diversi neonati raggruppati in incubatrici che dovrebbero ospitarne uno solo. I medici di Gaza raccontano che a volte non sono neanche in grado di lavarsi le mani per la mancanza di acqua o di elettricità.

Nel 2018 l’ospedale Durrah di Gaza City è stato obbligato a chiudere il servizio di rianimazione e i reparti ad esso collegati per massimizzare l’accesso all’elettricità, che a un certo punto era di sole quattro ore al giorno. Altre 19 strutture sanitarie a Gaza hanno dovuto chiudere a causa della mancanza di elettricità e della scarsità di combustibile per i generatori.

A Gaza le scorte e le medicine fondamentali necessarie a qualunque normale struttura sanitaria sono carenti, soprattutto con l’incremento di pazienti con traumi dovuti alla Grande Marcia del Ritorno. In tutti i TPO i medici avvertono che a causa della carenza di medicine sono possibili conseguenze catastrofiche, tra cui lo scoppio di “supervirus” resistenti agli antibiotici, in particolare quando siano accompagnati dalla mancanza di guanti, camici e pastiglie disinfettanti al cloro. A Gaza nei soli primi due mesi del 2018, a causa della mancanza di farmaci per le vie respiratorie, sono morti sei neonati.

Persino quando ci sono i fondi per una struttura di alto livello, gli ostacoli politici restano. Recentemente i donatori hanno raccolto milioni di dollari per l’ospedale universitario nazionale An-Najah a Nablus, il primo e unico ospedale universitario nei TPO, che dispone di una delle dotazioni di apparecchiature mediche più avanzate. Tuttavia Israele ha bloccato l’importazione di uno degli impianti per la TAC utilizzato per diagnosticare i tumori, per il quale erano già stati raccolti i fondi, sostenendo che ci fosse il rischio di un “uso improprio” da parte dei palestinesi. Inoltre l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), che avrebbe dovuto pagare i costi operativi dell’ospedale, a causa della mancanza di fondi è in debito dei soldi del progetto. Con l’appoggio della Turchia, avrebbe dovuto essere costruito l’ospedale Al-Sadaqa come parte dell’università islamica di Gaza, ma è stato rimandato per anni a causa del blocco israeliano.

Mentre le strutture private specializzate spesso riescono ad importare apparecchiature avanzate per le diagnosi, molti palestinesi non possono permettersi di pagare quei servizi, oppure i macchinari non funzionano a causa della manutenzione carente e della difficoltà di ottenere permessi per i pezzi di ricambio. Gli ospedali governativi possono offrire servizi a più cittadini, ma mancano comunque delle risorse per conservare o rinnovare la tecnologia che importano. Uno studio del 2018 degli ospedali pubblici di Gaza ha rilevato che dei sette apparecchi per la Tac a disposizione nel territorio assediato molti erano regolarmente fuori servizio e solo due ospedali avevano ricevuto il permesso da Israele di ricevere le apparecchiature. Un rapporto del 2018 di Medici per i Diritti Umani sostiene che questa mancanza di manutenzione trasforma gli ospedali in semplici “stazioni di transito per il trasferimento in altri ospedali”.

La mancanza di personale addestrato, soprattutto di specialisti, contribuisce significativamente alla scarsità di cure mediche e di risultati nei TPO, dove ci sono solo quattro scuole di medicina. Con una popolazione di tre milioni di abitanti, sei oncologi, più altri sette a Gerusalemme est, hanno in carico tutta la Cisgiordania. A Gaza ce ne sono tre. Lo scarso numero di oncologi nei TPO si traduce in una media di 250 nuovi casi di tumore per oncologo. Con meno del doppio della popolazione dei TPO, Israele conta 250 oncologi, con 116 nuovi casi di tumore per oncologo. Stati con una popolazione di dimensioni simili a quella dei TPO, come l’Irlanda, con 113 casi per oncologo, registrano tassi comparabili a quelli di Israele. 1

Le politiche dell’occupazione rendono difficile ai palestinesi esercitare la professione di medico. Per esempio, la divisione dell’università di Al Quds tra i campus di Abu Dis e Gerusalemme est ha portato ad una annosa battaglia amministrativa tra l’università e gli organismi israeliani di certificazione riguardo al riconoscimento delle lauree in medicina. Benché la questione sia alla fine stata risolta in tribunale, nel solo 2016 30 laureati in scienze infermieristiche hanno presentato un ricorso alla procura generale dello Stato in quanto il ministero dell’Educazione israeliano aveva rifiutato di riconoscere la loro laurea.

Anche la separazione tra Cisgiordania e Striscia di Gaza ha ridotto le possibilità di formazione medica. Nel 1999 l’università di Al-Azhar a Gaza ha creato un dipartimento di studi medici come sede staccata dell’università di Al-Quds a Gerusalemme est. Quando durante la Seconda Intifada il passaggio sicuro tra i due territori è stato bloccato, è finita anche la collaborazione tra le università.

Queste difficoltà portano ad una fuga di cervelli, in quanto i medici palestinesi emigrano per avere una formazione migliore o migliori opportunità di carriera. I dottori giovani a Gaza devono lavorare 70 ore alla settimana per guadagnare solo 280 dollari al mese, e il personale medico e gli addetti alla manutenzione non possono andare a fare corsi di aggiornamento per le nuove tecnologie sanitarie o per altre opportunità professionali. Dottori affermati ricevono meno di metà del loro salario a causa delle sanzioni dell’ANP. Quando, dopo due anni senza percepire lo stipendio, il famoso cardiochirurgo Marwan Sadeq è emigrato per lavorare in una clinica universitaria austriaca, ha affermato: “Se volessi stare a Gaza, mi trasformerei … da cardiochirurgo a uno che si preoccupa solo di come dar da mangiare ai propri figli.” Nel 2018 fonti locali a Gaza hanno stimato che se ne siano andati tra 100 e 160 medici e docenti di medicina; molti di questi non torneranno. Una ricerca del 2008 in tutti i TPO sui professionisti dell’educazione superiore e della salute ha rilevato che circa il 30% desiderava emigrare, principalmente a causa della situazione politica e della sicurezza.

In Cisgiordania le ambulanze devono fare i conti con i posti di blocco militari israeliani e altre interruzioni delle strade e con le limitazioni agli spostamenti. Uno studio del 2011 ha scoperto che ogni anno dal 2000 al 2007 il 10% delle donne incinta è stato bloccato al checkpoint, provocando nei posti di blocco 69 nascite, 35 bambini morti e cinque decessi in conseguenza del parto. I media e le ong hanno reso pubblici i dati di pazienti morti in seguito a ritardi o blocchi nell’attraversamento dei checkpoint. I pazienti della Cisgiordania che abbiano bisogno di cure a Gerusalemme est devono prendere un’ambulanza palestinese a uno dei posti di controllo e poi essere trasferiti su un’ambulanza israeliana per continuare il viaggio, e anche i pazienti palestinesi che muoiono negli ospedali israeliani devono essere spostati da un’ambulanza all’altra durante il viaggio per tornare ed essere sepolti in Cisgiordania. Questo procedimento è noto come trasferimento “consecutivo”, e al 90% delle ambulanze [palestinesi] che sono entrate a Gerusalemme est nel 2017 veniva richiesto di seguire questa procedura.

La procedura richiesta per ottenere un permesso per ragioni di salute e ricevere cure specializzate in Israele o in uno Stato limitrofo è complessa ed arbitraria. A Gaza un medico manda ogni paziente che necessiti di queste cure all’Unità per l’Ottenimento di un Servizio, dove inizia il procedimento di presentazione delle domande per un permesso di ingresso in Israele. Esso può essere negato in qualunque momento senza spiegazione, e, anche se viene approvato, i membri della famiglia del paziente, in alcuni casi i genitori di minorenni malati, potrebbero non ricevere il permesso per accompagnarli. I pazienti devono rifare tutta la procedura per le visite di controllo. Nel 2017 l’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) ha scoperto che solo il 54% delle richieste dei pazienti da Gaza è stato approvato, il livello più basso da quando nel 2011 l’organizzazione ha iniziato a raccogliere i dati. Quell’anno cinquantaquattro pazienti, principalmente bisognosi di cure per tumori, sono morti in attesa di un permesso di sicurezza.

I pazienti della Cisgiordania che hanno necessità di cure in Israele devono superare un procedimento simile, che richiede il rinvio allo specialista da parte del MdS insieme a un permesso di viaggio. I pazienti devono anche attraversare vari checkpoint e cambiare veicolo per completare il viaggio. Questi permessi sono concessi molto più spesso che a Gaza, ma non sono garantiti. Nel 2016 il 20% dei palestinesi della Cisgiordania che hanno fatto richiesta di un permesso per accedere agli ospedali a Gerusalemme est o in Israele è stato respinto. L’ANP ha anche rilasciato un numero inferiore rispetto agli anni precedenti di voucher per il rimborso delle cure a quei pazienti, una condizione indispensabile per fare richiesta di rilascio di un visto di viaggio da parte di Israele. Tredici pazienti, sei dei quali minorenni, sono morti nel 2017 in attesa dell’approvazione dei loro voucher.

Recentemente l’ANP ha detto che non invierà più pazienti palestinesi negli ospedali israeliani, accusando Israele di far pagare cifre maggiorate per le cure mediche e di dedurre quei fondi dalle tasse che raccoglie per conto dell’ANP. L’ANP ha sottolineato che continuerà ad inviare i pazienti della Cisgiordania agli ospedali di Gerusalemme est e lavorerà anche per mandarne altri agli ospedali negli Stati vicini, come Giordania ed Egitto.

Benché la legge umanitaria internazionale preveda notevoli garanzie per le cure sanitarie in zone di conflitto, nei TPO le forze israeliane continuano ad attaccare ospedali, ambulanze ed equipe mediche. La comunità internazionale non è riuscita ad impedire tali aggressioni.

Poche azioni concrete hanno fatto seguito alle ripetute risoluzioni ONU e agli appelli per l’assistenza da parte dei presidenti di organizzazioni come Medici senza Frontiere o della Commissione Internazionale della Croce Rossa. Nel 2017 i TPO hanno subito 93 attacchi al sistema sanitario, secondi solo alla Siria. In quasi tutti gli esempi la risposta dell’esercito israeliano è stata che l’episodio è stato accidentale o giustificato da attività terroristiche.

Casi particolarmente gravi come quello di Razan Al-Najjar [giovane paramedica palestinese uccisa da un cecchino israeliano nel giugno 2018 a Gaza, ndtr.] e di Tarek Loubani, medico canadese-palestinese che le forze israeliane hanno colpito a una gamba nel maggio 2018 sul confine di Gaza, hanno riportato questi problemi all’attenzione dell’opinione pubblica. Recentemente anche alcuni gruppi per i diritti umani hanno documentato molteplici casi di violenze contro ambulanze e personale medico, così come irruzioni in strutture sanitarie.

Durante i periodi di particolare violenza, come nella guerra del 2014 a Gaza, gli ospedali sono stati direttamente colpiti. Dopo il bombardamento dell’ospedale Shuhada al-Aqsa di Gaza, in cui cinque persone, fra cui tre minorenni, sono rimasti uccisi, le autorità israeliane hanno giustificato l’attacco sostenendo che c’erano munizioni sospette “immagazzinate nelle immediate vicinanze dell’ospedale”. Nella stessa guerra l’ospedale El-Wafa, dove si trovava l’unico centro di riabilitazione di Gaza, è stato totalmente raso al suolo. A causa delle restrizioni all’importazione di materiale da costruzione, l’ospedale rimane distrutto e il personale dell’ospedale ha fornito le cure condividendo lo spazio con un ospedale geriatrico.

Il ruolo del governo locale

La principale ragione delle disastrose condizioni delle cure mediche per i palestinesi nei TPO è l’occupazione israeliana. Tuttavia anche il governo palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza svolge un ruolo [nella situazione].

Nel 2017 le difficoltà finanziarie hanno portato il governo palestinese a tagli ad un programma che dal 2000 forniva l’assicurazione sanitaria ai cittadini disoccupati. Con un tasso di disoccupazione intorno al 30% nei TPO, una cifra stimata di 250.000 persone beneficiava del programma. A Gaza anche famiglie che solitamente erano in grado di pagare per essere curate in strutture private o per l’assicurazione sanitaria pubblica hanno fatto ricorso alla richiesta di esenzione dal pagamento dell’assicurazione sanitaria, che a una famiglia di 4 persone costa meno di 300 dollari all’anno. A partire dal febbraio 2018 sono state esaminate circa 70.000 richieste del genere. I dati di quell’anno mostrano che circa il 40% dei finanziamenti per la salute nei TPO è pagato di tasca propria. Con l’aumento della povertà e della disoccupazione, soprattutto a Gaza, e con l’ANP che deve fare i conti con la continua riduzione degli aiuti e con lo strangolamento dello sviluppo, la crisi del sistema dell’assicurazione sanitaria aumenterà.

Il taglio degli aiuti USA ha esacerbato la situazione. Soggetti coinvolti come OMS e Medical Aid for Palestinians hanno affermato che si faranno carico di alcune delle carenze determinate dai tagli USA, ma, se i benefici degli aiuti devono arrivare al suo popolo, l’ANP deve cambiare il proprio modo di pensare riguardo alle priorità.

Dei 5 miliardi del bilancio dell’ANP approvato nel 2018 il 30-35% è andato al settore della sicurezza, mentre soltanto il 9% è stato destinato alla salute. Del bilancio totale, 775 milioni di dollari (il 15,5%) era previsto arrivassero da aiuti dall’estero, in genere divisi tra il sostegno alla sicurezza, finanziamenti per l’UNRWA e denaro per progetti di USAID [agenzia governativa USA per aiuti all’estero, ndtr.]. Benché gli USA abbiano fatto drastici tagli agli aiuti, che colpiscono le possibilità per milioni di palestinesi di avere accesso a cure mediche, educazione e cibo, politici israeliani ed USA si sono affannati a garantire una parte del pacchetto di aiuti: quella per la sicurezza. Ciò che era iniziato come un accordo “prima di tutto la sicurezza” si è trasformato in una strategia “solo la sicurezza”.

L’ANP sta anche affrontando una crescente crisi di legittimità, con l’80% dei palestinesi nei TPO recentemente interpellati convinto che le istituzioni dell’ANP siano corrotte e più di metà (il 53%) secondo cui l’ANP è diventata un peso per il popolo palestinese. Scarsi controlli, tangenti, malversazioni, nepotismo e altre forme di corruzione sono in crescita nei servizi sociali, come nel servizio sanitario. Questa corruzione non si limita al livello statale. Per esempio, è ben noto che le bustarelle agevolano autorizzazioni per permessi sanitari, soprattutto nella Striscia di Gaza.

Anche la lotta interna tra Hamas e l’ANP ha portato a ridurre le risorse per la salute. Mentre l’ANP accusa Israele di fare leva sui servizi sociali palestinesi per imporre negoziati, a Gaza è l’ANP che utilizza la sua posizione contro Hamas. Nel gennaio 2018 a Gaza era esaurito il 40% dei farmaci essenziali, un approvvigionamento della cui gestione è responsabile l’ANP. Nello stesso anno il ministero della Salute a Gaza, insieme alle associazioni palestinesi per i diritti umani, ha avvertito che la carenza di medicine aveva raggiunto un livello pericoloso ed ha sollecitato il MdS dell’ANP a “garantire l’afflusso libero e sicuro” a Gaza dei beni sanitari necessari. In risposta, l’ANP ha mandato 38 camion con 4 milioni di prodotti. Tuttavia l’assistenza sporadica non può sopperire a un sistema sanitario che da molto tempo è stato indebolito dalla mancanza di personale e di prodotti.

Mentre Israele controlla il valico di Erez sul confine settentrionale di Gaza, l’Egitto controlla quello di Rafah a sud. Da quando è iniziato il blocco anche l’Egitto ha ridotto in modo significativo a persone o cose l’autorizzazione a entrare. Mentre per casi umanitari è possibile chiedere un permesso per attraversarlo, in pratica per molti anni il valico è stato chiuso praticamente ogni giorno, persino per ragioni di salute. Per esempio, nel 2017 in totale Rafah è stato aperto per 36 giorni, permettendo solo a 1.400 pazienti di attraversarlo. Nonostante dal 2018 l’apertura del confine sia più frequente, rimane una lista d’attesa di decine di migliaia di persone che sperano di uscire. Benché non controlli alcun valico, anche Hamas ha sfruttato il proprio potere, vietando pure l’ingresso di beni inviati dall’esercito israeliano, come flebo, disinfettanti e carburante, con l’accusa che Israele stesse “cercando di migliorare la sua immagine negativa”.

Strategie per migliorare il sistema sanitario

Con un margine ridotto come non mai nei decenni per un processo di pace realistico e giusto, i palestinesi non possono attendere un accordo politico per avere l’accesso garantito a cure mediche sicure, di alta qualità e affidabili. Ci sono una serie di settori in cui si può agire nell’immediato per sostenere questo accesso.

1. L’ANP deve rifiutare di concentrarsi sul finanziamento della sicurezza per dare fondi alla salute, destinando più risorse al sistema sanitario. Il suo dialogo con i donatori deve essere strategico e dovrebbe includere: 1) particolare attenzione per le principali priorità condivise dalle parti interessate; 2) una particolare attenzione alla costruzione e conservazione di risorse interne; 3) un approccio che riduca le inefficienze e le diseguaglianze del sistema. In questo modo la necessità più urgente – garantire la solidità delle strutture mediche esistenti e incoraggiarne l’ampliamento – diventerà una priorità. Queste strategie possono anche contribuire a far sì che il sistema vada oltre la sua attuale capacità di rispondere solo alle emergenze, cosa che gli impedisce di essere in grado di migliorare la salute della popolazione al di là di ferimenti e rischi di morte legati a traumi.

2. L’ONU e altre organizzazioni umanitarie devono chiedere l’accesso totale e concreto ai beni umanitari per i palestinesi. L’ANP deve anche far prevalere la vita dei palestinesi rispetto alle manovre politiche e garantire che ai cittadini, soprattutto a Gaza, vengano forniti medicinali ed altri prodotti necessari a garantirne la salute. Per esempio l’ANP può lavorare per esentare i beni sanitari dal protocollo di Parigi, che rallenta per mesi l’importazione di forniture mediche, dato che l’importazione dipende da permessi e altre forme di autorizzazione.

3. Dovrebbe essere formata un’agenzia autonoma che controlli le attività dell’ANP e chiami a rispondere i singoli, compreso il MdS, delle pratiche corruttive. Anche la società civile, i media e i gruppi di sostegno locali ed internazionali dovrebbero fare pressione sulle istituzioni dell’ANP perché forniscano risultati tangibili, come conservare scorte di farmaci essenziali e intervenire per ridurre l’uso di trasferimenti “consecutivi” in ambulanza per i pazienti che devono entrare a Gerusalemme est o in Israele.

4. Sono fondamentali strategie per ridurre al minimo la necessità per i pazienti di uscire dal Paese per aver accesso alle cure. La formazione sanitaria all’interno dei TPO può ridurre la carenza di medici ed infermieri, con una particolare attenzione a programmi per palestinesi che intendano rimanere a lavorare all’interno dei territori. Il MdS, insieme ad organizzazioni come l’International Medical Education Trust [Ong inglese che si occupa della formazione di personale sanitario nelle zone di crisi, ndtr.], ha sviluppato opportunità di formazione a distanza, telemedicina e addestramento di specialisti per superare le limitazioni agli spostamenti. In alcune facoltà di medicina i piani di studio hanno incluso innovazioni tecnologiche, come simulazioni cliniche, consulenze via computer e video conferenze per mettere in contatto tra loro e con colleghi di altre parti del mondo gli studenti palestinesi di corsi di carattere sanitario. Queste iniziative dovrebbero essere ulteriormente sviluppate. Anche i palestinesi della diaspora potrebbero essere incoraggiati a fornire formazione o a fare tirocinio nei TPO per contribuire a ricostituire una comunità funzionante di personale medico palestinese.

5. Gli attori internazionali dovrebbero intraprendere una campagna di pressione perché Israele riveda il suo sistema poco trasparente di permessi per ragioni di salute. Le autorità israeliane dovrebbero motivare il rifiuto del permesso, e dare anche ai pazienti la possibilità di presentare ricorso. Anche i permessi dovrebbero essere controllati in modo efficiente. All’inizio del 2019 le organizzazioni israeliane per i diritti umani Gisha, Physicians for Human Rights e HaMoked hanno chiesto che Israele approvi più rapidamente le richieste di permessi per ragioni di salute, ma l’Alta Corte di Giustizia [israeliana, ndtr.] ha bocciato la richiesta. Questo tipo di tentativi dovrebbe continuare in linea con la posizione dell’OMS, secondo cui Israele è obbligato a “consentire l’accesso immediato per 24 ore al giorno e sette giorni su sette ai pazienti palestinesi che richiedono cure specialistiche.” Anche l’Egitto dovrebbe consentire più ingressi umanitari dal confine di Rafah con Gaza.

6. Le autorità israeliane devono giustificare ogni caso di pazienti palestinesi o ambulanze a cui venga negato il passaggio a un checkpoint con un sistema trasparente monitorato da un controllore esterno. Un ritardo o un rifiuto a un posto di blocco che abbia come conseguenza la morte o danni permanenti dovrebbe essere investigato e considerato una possibile violazione delle leggi umanitarie e dei diritti umani internazionali, non un problema logistico.

7. Tutte le parti, dalle organizzazioni umanitarie agli Stati che hanno relazioni con Israele, devono chiedere indagini approfondite ed indipendenti sugli attacchi contro l’assistenza sanitaria non gestita dalle autorità israeliane. Mentre attacchi contro strutture sanitarie non sono una caratteristica esclusiva dei TPO, è significativo che la frequenza sia così alta in una situazione che non è caratterizzata da violenza attiva, come in Siria, e il cui principale responsabile è uno Stato riconosciuto dalla comunità internazionale. Ciò potrebbe permettere di esercitare una forte pressione su Israele per evitare simili episodi. Oltretutto dovrebbero essere imposte sanzioni a quanti violino la protezione garantita alle strutture e al personale sanitario.

Anche se queste misure indubbiamente aiuterebbero a sostenere il sistema sanitario palestinese e i suoi risultati, l’ANP deve fondamentalmente impegnarsi ad affrontare le cause politiche sottostanti che limitano l’accesso dei palestinesi a un adeguato sistema sanitario. Un sistema sanitario non dovrebbe essere in balia di un occupante militare o dipendere dall’aiuto estero e dalle mutevoli motivazioni e priorità dei donatori. Finché esisterà il modello palestinese di “quasi Stato”, continuerà anche la dipendenza dei servizi sociali dagli aiuti. Questo è un modello insostenibile e ingiusto per un sistema sanitario. Solo affrontando le ingiustizie fondamentali e la violenza quotidiana dell’occupazione israeliana il sistema sanitario palestinese e l’accesso ad esso possono veramente migliorare.

Nota

1. Il cancro è la seconda causa principale di morte nei TPO e molti più casi probabilmente non sono diagnosticati a causa della mancanza di laboratori specializzati in oncologia, così come del limitato numero di strutture diagnostiche e radiologiche, soprattutto per i palestinesi che non possono ricevere un permesso medico per essere curati altrove. Solo sei ospedali pubblici, sparsi tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, sono attrezzati per trattare i pazienti oncologici.

Yara Asi

Componente della direzione di Al-Shabaka, Yara Asi ha conseguito un dottorato in Politiche Pubbliche all’università della Florida centrale, con particolare attenzione a ricerche e gestione del sistema sanitario. La sua tesi di dottorato ha esaminato le misure per la qualità della vita in Cisgiordania e in Giordania. Il lavoro di Yara prende in considerazione principalmente la salute, l’educazione e lo sviluppo in popolazioni colpite dalla guerra, anche se ha tenuto conferenze e scritto articoli anche su altri argomenti, come sicurezza e sovranità alimentare nei territori palestinesi, ruolo delle donne nelle crisi umanitarie e politiche di aiuto dall’estero in Stati vulnerabili. Ha anche lavorato su ricerca e divulgazione con Amnesty International USA e con il Palestinian American Research Center [Centro Palestinese Americano di Ricerca].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Bibi ti sta guardando: Israele schiera le sue spie per combattere il coronavirus

Yossi Melman da Tel Aviv, Israele

Mercoledì 18 marzo 2020 – Middle East Eye

Le misure di sorveglianza proposte da Benjamin Netanyahu con il pretesto della pandemia minacciano un sistema di governo democratico già in crisi

Con il pretesto della pandemia di coronavirus e del peggioramento che ne è seguito della stabilità politica nel Paese, il governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu ha fatto pressione a favore di misure estreme destinate a compromettere ancor di più diritti democratici e libertà civili già fragili.

Lunedì sera Netanyahu, che, dopo tre elezioni in quindici mesi che hanno portato a una paralisi, attualmente dirige un governo ad interim, ha autorizzato la polizia e lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interna, a sorvegliare le persone sospettate di aver contratto il virus.

Il piano del primo ministro consiste nel trasformare in armi contro la pandemia le stesse tecnologie utilizzate oggi dai servizi di sicurezza e, in misura minore, dalla polizia per lottare contro i miliziani armati e i delinquenti comuni.

Grande Fratello

Nel giro di una quindicina d’anni i servizi di intelligence israeliani hanno sviluppato uno degli strumenti di sorveglianza più avanzati al mondo per controllare e spiare i militanti palestinesi e le persone considerate nemiche dello Stato. Queste tecnologie consentono in particolare di localizzare i computer e di frugare dentro i telefoni effettuando verifiche incrociate sulla posizione delle antenne e dei segnali trasmessi.

Insieme alle telecamere di sorveglianza installate agli angoli delle strade delle “città sicure” (cioé molto sorvegliate) e al controllo sulle attività in rete, in particolare su Google, Twitter, Facebook e YouTube, esse rendono “visibile” la gente e la “mettono a nudo”.

Utilizzando i dati raccolti, queste tecnologie possono seguire e registrare gli spostamenti e il luogo in cui si trovano le persone, non solo in rete ma anche nella vita reale, e può anche recuperare questi stessi dati che le riguardano per un lasso di tempo di due o tre settimane.

Questa tecnologia, che Israele utilizza da anni nelle guerre e per seguire dei delinquenti, non è esclusiva di questo Paese. Dalla Cina agli Stati Uniti, dall’Iran all’Italia, dal Qatar alla Russia, passando per l’Arabia Saudita, è presente e largamente utilizzata, incarnando perfettamente il concetto di Grande Fratello.

Tuttavia Israele è il primo Paese a riconoscere pubblicamente la sua intenzione di utilizzarla per cercare di arginare la propagazione del coronavirus.

Saltare la coda

Nessuno può mettere in discussione l’importanza di contenere e bloccare il virus per “appiattire la curva” [dei contagi, ndtr.], cosa che è ancora più importante oggi per Nazioni come Israele e l’Italia, i cui cittadini si sono fatti, e a ragione, la fama di Paesi dal comportamento caotico e poco inclini a seguire le regole.

C’è qualcosa di più israeliano che saltare la coda?

Così, in un momento in cui ci si chiede di tenerci lontani, di unirci solo in piccoli gruppi, di evitare le strette di mano e di controllare la nostra igiene personale, in realtà è difficile per le autorità israeliane imporre queste norme di comportamento.

Di fronte a queste difficoltà e alla crescente preoccupazione dei responsabili locali dei servizi sanitari, che temono che Israele, con “solo” 304 casi di coronavirus (al 17 marzo) fortunatamente finora non letali, debba ben presto affrontare un’esplosione esponenziale che colpirebbe decine di migliaia di persone, il governo ha introdotto il sistema di spionaggio in ambito civile, presentandolo come una cosa assolutamente necessaria.

Un’intrusione nella vita privata

Il governo di Netanyahu ha fornito garanzie riguardo al fatto che le tecnologie verranno utilizzate unicamente con lo scopo di localizzare ed identificare gli individui che senza saperlo sono stati in contatto con una persona trovata positiva al coronavirus.

Inoltre la decisione è stata approvata dal procuratore generale, con l’impegno che dopo 30 giorni le informazioni raccolte verranno distrutte.

Tuttavia molti israeliani si oppongono per vari motivi a queste misure. In primo luogo, chi le critica indica l’esempio di Taiwan, dove la sorveglianza informatica è stata utilizzata per impedire la propagazione dell’epidemia, ma in modo un po’ diverso. Il governo di Taiwan ha distribuito dei telefoni specificamente destinati ai casi sospetti, al fine di evitare di sorvegliare i telefoni privati dei cittadini.

Numerosi israeliani rifiutano questa decisione solo per principio. Secondo loro le democrazie non devono spiare i propri cittadini e queste nuove misure rappresenterebbero una palese violazione dei diritti umani, che aprirebbe la strada a un’invasione della loro vita privata (quello che i palestinesi che vivono sotto occupazione israeliana conoscono bene).

Ma la maggiore preoccupazione deriva dal modo in cui la decisione è stata presa.

La Knesset ignorata

Per formulare la sua decisione come una misura legale, Netanyahu e il suo governo hanno attivato delle leggi d’emergenza inizialmente adottate dal governo del mandato britannico che controllò la Palestina dal 1918 al 1948.

Nel 1939, con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, le autorità britanniche promulgarono queste leggi d’emergenza per combattere la Germania nazista. Ma dopo l’indipendenza d’Israele nel 1948 sono state utilizzate principalmente contro i palestinesi della Cisgiordania occupata e di Gaza, ma raramente contro cittadini israeliani e sicuramente non in modo massiccio, come avviene ora.

Cosa ancora più inquietante, queste leggi d’emergenza intese a sorvegliare i cittadini sono state promulgate senza l’approvazione né la supervisione della Knesset, il parlamento israeliano.

In effetti una sottocommissione della commissione Affari Esteri e Sicurezza, che controlla i servizi di intelligence e che è diretta dall’ex-capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Gabi Ashkenazi, ha rifiutato di approvare il progetto di legge senza una discussione approfondita. Netanyahu ha approfittato della confusione politica per ignorare la Knesset e imporre le leggi d’emergenza.

Il mese scorso il partito “Blu e Bianco” diretto da Benny Gantz, un altro ex-capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, ha paragonato le iniziative di Netanyahu a quelle del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan.

In seguito alle ultime elezioni in Israele, tenutesi due settimane fa, Gantz, con l’appoggio dei deputati israelo-palestinesi della Knesset, gode in parlamento di una maggioranza molto risicata (61 a 59). Tuttavia, a causa delle lotte intestine nel suo partito, gli risulta difficile formare un governo di coalizione per sostituire Netanyahu.

Un passo ulteriore

Nel frattempo le leggi d’emergenza non sono che una nuova pietra dell’edificio di comportamenti e di tendenze che minacciano il sistema democratico israeliano.

Netanyahu e suo figlio Yair non smettono di attaccare i media, definendo “di sinistra” i giornalisti nella speranza di far chiudere i giornali e le catene televisive indipendenti che, in realtà, non fanno che prendersi la briga di controllare le loro azioni.

Il duo padre-figlio, circondato da ministri accondiscendenti, ha anche attaccato senza sosta il sistema giudiziario del Paese.

Con il pretesto del coronavirus, il ministro della Giustizia Amir Ohana, fedele seguace di Netanyahu, ha ordinato la chiusura dei tribunali da sabato scorso a mezzanotte, per impedire l’inizio del processo a Netanyahu per corruzione, che doveva iniziare questo mercoledì.

Con tante misure prese per erodere la democrazia, gli israeliani temono in effetti che Netanyahu sia già ben incamminato per guidare Israele allo stesso modo in cui un certo numero di uomini forti di destra, da Erdogan a Vladimir Putin, passando per Jair Bolsonaro, governano le rispettive Nazioni.

All’ombra del coronavirus, la democrazia israeliana, già in crisi, si batte per salvare la sua anima e garantirsi la sopravvivenza.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




L’isolamento della Cisgiordania non è iniziato con la pandemia del coronavirus

Lior Amihai 

11 marzo 2020 – +972 magazine

I principi che hanno guidato i governi israeliani durante 52 anni di occupazione sembrano caratterizzare la risposta al coronavirus nei territori occupati.

Lo scorso giovedì, con in pieno svolgimento sia il coronavirus che la crisi politica israeliana, il ministro della Difesa ad interim Naftali Bennett ha annunciato una chiusura militare totale di Betlemme, dopo che è stato confermato che un certo numero di abitanti della città ha contratto il COVID-19. Tre giorni dopo il ministero della Sanità ha annunciato che a chiunque sia stato a Betlemme, Beit Jala e Beit Sahour viene richiesto di mettersi in quarantena volontaria per due settimane.

Gli abitanti di quelle comunità non possono più entrare in Israele, benché molti di loro vi lavorino. Tra quanti ora si trovano in quarantena dopo essere stati nella zona di Betlemme ci sono alcuni dei miei colleghi dell’organizzazione per i diritti umani Yesh Din [“C’è la legge”, ong israeliana che intende difendere i diritti dei palestinesi nei territori occupati, ndtr.].

Domenica Bennett ha annunciato che, come parte della lotta contro il coronavirus, stava prendendo in considerazione la totale chiusura militare di tutte le città palestinesi in Cisgiordania. Tuttavia lunedì, in seguito a un incontro con vari ministri, generali ed altri rappresentanti del governo, Bennett ha fatto retromarcia rispetto alla sua dichiarazione ed ha deciso di non bloccare i territori dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Ordini simili di blocco e quarantena non sono stati imposti ai quartieri ebraici della zona di Betlemme come Gilo, che si trova nei pressi di Beit Jala, o Har Homa, vicino a Betlemme. Oltretutto gli abitanti di Ashkelon, Gerusalemme, Ariel e Petah Tikvah, tutte città con casi confermati di COVID-19, non sono stati sottoposti ad estesa chiusura militare né a quarantena (salvo che per quanti sono attualmente malati).

Nella colonia di Einav, nella Cisgiordania settentrionale, quattro persone sono risultate positive al coronavirus e altri 100 abitanti sono in quarantena. Si tratta di circa il 12% dei coloni, eppure, nel momento in cui scrivo, l’insediamento non è ancora stato chiuso.

Ciò che difficile da fare per gli israeliani sembra essere facile per milioni di palestinesi che vivono sotto il flagello dell’occupazione israeliana.

Nel contempo a quanto pare il ministero della Salute non ha tenuto conto del fatto che la Tomba di Rachele, un luogo di pellegrinaggio ebraico molto frequentato, si trova al centro di Betlemme. I visitatori del luogo per ora non sono sottoposti all’obbligo di auto-quarantena di due settimane per chiunque sia stato nella zona di Betlemme. La tomba, che, nonostante la sua posizione, è sul lato israeliano del muro di separazione, è protetta da un’entrata molto sorvegliata ed è vietata ai palestinesi. Lunedì notte in quel luogo si è tenuta una preghiera di massa per bloccare il coronavirus.

E martedì a coloni israeliani nella Hebron occupata è stato consentito di realizzare i loro festeggiamenti annuali di Purim in coordinamento con l’esercito israeliano. La decisione di consentire che questo evento avvenisse nel centro di Hebron è un’ulteriore dimostrazione dell’enorme differenza dei rapporti del governo israeliano con le due popolazioni che vivono nello stesso territorio.

I passi che il governo israeliano ha intrapreso per prevenire la diffusione del coronavirus non sono esagerati. Al contrario sembra che le misure prese finora siano riuscite ad impedire un’esplosione di casi nelle ultime settimane.

Ma bisognerebbe ricordare che lo Stato di Israele, l’esercito che controlla i territori [palestinesi] occupati e noi come società abbiamo la responsabilità, imposta dalle leggi internazionali e dagli obblighi etici, di proteggere l’incolumità, la sicurezza e la salute di tutte le persone sotto il controllo israeliano – comprese quelle che vivono sotto occupazione israeliana.

L’emergenza totale provocata dal coronavirus ha proposto un test allo Stato di Israele. I palestinesi non dovrebbero essere percepiti come una popolazione che può essere isolata dagli israeliani con chiusure, assedi, leggi differenziate e strade per evitarli. I rischi per la loro salute e qualità di vita ricadono principalmente su di noi, in quanto potere che ne è responsabile.

Le decisioni di imporre una chiusura militare totale sui territori [palestinesi] occupati (escludendo le colonie), o su alcune zone dei territori, non possono essere prese quando le principali considerazioni riguardino le implicazioni per la popolazione e l’economia israeliane, per esempio la mancanza di lavoratori edili e di risorse umane. Al contrario, queste decisioni devono prima rispondere “sì” alla domanda: verrebbero prese le stesse decisioni se la popolazione coinvolta fosse ebraica?

Inoltre i palestinesi che vivono in Cisgiordania sono già sottoposti durante tutto l’anno a una chiusura militare e alla grande maggioranza di loro è vietato entrare in Israele. Di solito ci sono alcune “eccezioni”, palestinesi che hanno permessi temporanei che consentono loro di entrare in Israele per lavorare. Tuttavia negli ultimi giorni anche a quelli con permessi di ingresso è stato vietato di entrare in Israele, a causa della festa di Purim – che, come per ogni importante festa ebraica, ha portato Israele a chiudere totalmente la Cisgiordania. E quei coloni israeliani che hanno celebrato Purim a Hebron hanno usufruito delle stesse strade che sono state chiuse ai palestinesi per un quarto di secolo.

Sembra che gli stessi principi che hanno guidato i governi israeliani per 52 anni di occupazione – con il suo allontanamento, occultamento e disumanizzazione dei palestinesi – continuino a guidare il governo di Benjamin Netanyahu durante una pandemia che cambia le carte in tavola. Eppure, in contrasto con queste linee guida, è diventato ancora più chiaro che lo spazio in cui viviamo sia una ragnatela umana che non può essere separata artificialmente. Questa pandemia può essere la nostra opportunità per dimostrare che non abbiamo dimenticato come si comportano gli esseri umani.

E forse, all’ombra del coronavirus, gli abitanti di Betlemme e di altre città sottoposte a chiusura militare saranno liberati da incursioni notturne, improvvisi posti di blocco, arresti arbitrari, spedizioni militari e scontri quotidiani con il potere occupante.

Lior Amihai è direttore esecutivo di Yesh Din.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Apeirogon: un altro passo falso colonialista dell’editoria commerciale

Susan Abulhawa

11 marzo 2020 – Al Jazeera

L’ultimo romanzo di Colum McCann mistifica la situazione della colonizzazione della Palestina presentandola come un ‘conflitto complicato’ fra due parti eguali.

Il regista hollywoodiano Steven Spielberg ha recentemente acquistato i diritti cinematografici di un romanzo su ” Israele Palestina ” prima della sua pubblicazione, fatto che potrebbe riportarci a vivere un momento culturale di un deplorevole deja vu.

A metà degli anni ’50, i potenti produttori di Hollywood finanziarono la stesura di un romanzo di Leon Uris per vendere all’immaginazione popolare occidentale le tesi filo-israeliane.

Il resultato fu “Exodus”, un best seller che diventò un blockbuster nelle sale. Narra una storia vera (una nave che trasportava rifugiati ebrei diretta in Palestina) che fu all’origine di un mito costruito ad arte – una terra senza popolo per un popolo senza terra – che serviva a metter in ombra i custodi indigeni di quella terra.

Era il romantico lieto fine di cui l’Europa aveva bisogno dopo il genocidio della propria popolazione ebrea. Milioni di persone se lo sono bevuto e l’hanno accettato come verità assoluta, per giunta con l’autorità della Bibbia.

Ma era una bugia, come adesso tutti sanno.

La Palestina aveva un’antica e articolata organizzazione sociale e quando i sionisti europei calarono sul loro Paese, commettendo massacri e pogrom ben documentati per espellere i palestinesi, questi invocarono invano l’aiuto del resto del mondo. Solo quando ci siamo organizzati in una guerriglia armata e abbiamo dirottato degli aeroplani il mondo è stato finalmente costretto a fare i conti con la nostra esistenza.

Non potendo più sostenere la tesi che la Palestina fosse sempre stata disabitata, i sionisti hanno cambiato la narrativa tramite innumerevoli film, libri e annunci pubblicitari che caricaturizzavano i palestinesi appiattendoli nell’unica dimensione di terroristi arabi irrazionali, immagini che persistono ancora nei media popolari.

Poi è arrivato Internet e i social hanno reso il mondo più piccolo. Di colpo, le masse hanno avuto accesso a video, foto, resoconti di testimoni oculari, media indipendenti, certificazioni delle violazioni dei diritti umani e relazioni ONU che mettevano a nudo la sadica oppressione dei palestinesi.

‘È complicato’ e altri miti mutevoli

Negli ultimi vent’anni Israele si è trovato in difficoltà nel tentativo di approntare una strategia per affrontare questa scoperta nota a tutti del suo marciume coloniale. È diventato più difficile nascondere l’umanità dei palestinesi.

Israele ha siglato un accordo con Facebook e collaborato con altre grandi compagnie di social media per censurare le pagine palestinesi; ha bollato i critici di Israele come antisemiti, distruggendo carriere e anche peggio; ha messo in piedi un “Progetto di guerra giudiziaria” per trascinare studenti e attivisti in tribunale; e, con successo, ha promosso all’estero leggi che criminalizzano le critiche a Israele.

Sul fronte culturale, Israele ha utilizzato delle campagne di pubbliche relazioni con le quali i suoi sostenitori hanno impregnato il discorso pubblico con citazioni quali: “è complicato” – un “conflitto” che “va avanti da migliaia di anni “.

Purtroppo ci viene propinato il racconto delle “due parti” come se la distruzione di una società indigena indifesa sia una questione di due parti uguali che semplicemente non si capiscono, ma che avrebbero solo bisogno di una spintarella, forse un po’ più di dialogo, per amarsi, e voilà! Kumbaya [“Vieni qui”, titolo di uno spiritual degli anni ’30, ndtr.], mio Signore.

Però nessuno di questi grandi sforzi ha smorzato la crescita della campagna del BDS, Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, un movimento globale di resistenza popolare che ha coinvolto, ovunque nel mondo, milioni di persone stanche della straordinaria impunità di Israele e della ininterrotta colonizzazione della Palestina.

In breve, nulla è riuscito a replicare lo spettacolare exploit pubblicitario di “Exodus”. Fino ad ora, forse.

Apeirogon

Entra Apeirogon.

Un apeirogon è un poligono con un numero infinito di lati. È anche il titolo dell’ultimo romanzo di Colum McCann, una specie di sostegno infinito al discorso di Israele dei “due lati”.

Il romanzo è più una biografia che un’opera di narrativa. È basato su una storia vera, quella di un’amicizia fra un palestinese e un israeliano. Bassam Aramin è un palestinese la cui figlia, Abir, fu uccisa con un colpo sparato alla testa da un soldato israeliano nel 2007 e Rami Elhanan è un israeliano la cui figlia, Smadar, fu uccisa in un attacco suicida nel 1997.

Il suo messaggio centrale è quello del potere dell’empatia ed entrambi i protagonisti hanno espresso un totale sostegno al libro. Io ho parlato con Bassam Aramin che mi ha informata che loro tre andranno insieme in tournée. Ma, come Exodus, racconta una storia vera per vendere una bugia molto più grande.

Colonizzatori e nativi

Immaginate questo, per prendere a prestito lo stile narrativo di McCann: da qualche parte nella Riserva di Pine Ridge, una ragazzina della Nazione Oglala Lakota, la cui testa viene fatta esplodere dal figlio irritabile di un colonizzatore bianco, muore dissanguata tra le braccia del padre che non può far nulla per lei. Un altro colonizzatore bianco fa amicizia con il padre della fanciulla nativa (deve essere su iniziativa dell’uomo bianco, perché il padre non può lasciare la riserva) e fra i due uomini sboccia un’amicizia basata sul dolore condiviso di aver perso una figlia. La figlia del bianco è stata uccisa da un gruppo di giovani guerrieri che avevano attaccato un insediamento che aveva invaso le loro terre. L’amicizia fra i due uomini è sincera. La perdita che ogni giorno li tormenta è la stessa.

Ed ecco che arriva uno scrittore che è così commosso dalla loro insolita amicizia, dalla storia che ci sta dietro e da quello che lui pensa rappresenti una speranza per il futuro della Nazione, da decidere di scrivere un libro su di loro. È una specie di tentativo di amplificare le voci di pace, nato dalla convinzione ostinata che si possa risolvere qualsiasi cosa tramite il benevolo entusiasmo di gente ben intenzionata.

Lo scrittore non cerca di nascondere gli orrori inflitti sui corpi dei nativi. Anzi, presenta la vera faccia della violenza e dei traumi inflitti dai colonizzatori. Ma qui sta il trucco: lui presenta la violenza di una ribellione dei nativi locali nello stesso modo e descrive l’insicurezza e la paura che i colonizzatori bianchi devono tragicamente subire quale conseguenza della resistenza indigena contro le loro colonie.

Vedete? C’è un’implicita equiparazione. Tutte le paure sono le stesse, tutta la violenza è la stessa, tutta l’insicurezza è la stessa. Il padre degli Oglala Sioux racconta allo scrittore di come, attraverso questa amicizia, sia riuscito a vedere, per la prima volta, l’umanità dei bianchi. L’uomo bianco gli dice lo stesso a proposito dell’umanità degli indigeni.

E così, il motore genocida del colonialismo americano che, insieme alla schiavitù, ne ha sostenuto l’intera economia, diventa semplicemente un grande malinteso, un problema da risolvere con il dialogo, l’empatia e la semplice comprensione che, come dice McCann, citando la rivelazione del suo protagonista palestinese: “Anche loro hanno delle famiglie.”

Sostituite i palestinesi con gli Oglala Lakota, la Palestina invece della Riserva di Pine Ridge e mettete gli israeliani al posto dei colonizzatori bianchi (anche se questi non hanno bisogno di essere sostituiti) e avrete, in poche parole, il romanzo di Colum McCann, molto pubblicizzato e molto atteso, che potrebbe diventare probabilmente un film di gran successo.

Voglio chiarire che non sto paragonando, o mettendo sullo stesso piano, forme o esempi di ingiustizia. Sto cercando di ribadire, usando un momento storico orrendo che è stato compreso solo retrospettivamente, che è il massimo della menzogna suggerire che le storie di relazioni individuali in circostanze in cui le differenze fra le forze sono enormi non sono altro che la normalizzazione di un evento secondario e certamente non una critica alle macchinazioni che sostengono un’oppressione strutturale.

Si può anche fare paragoni con l’apartheid in South Africa in un bantustan [territori semiautonomi in cui venivano relegati i nativi africani, ndtr.], o con il Belgio in Congo, o con la Germana nazista nel ghetto di Varsavia o con il Ku Klux Klan nel Mississippi. Dopotutto, anche i membri di quelle orribili istituzioni avevano delle famiglie, no?

Exodus 2.0

Apeirogon potenzialmente è un Exodus 2.0, una nuova versione, riorganizzata e adeguata alla crescente consapevolezza dell’opinione pubblica delle sofferenze palestinesi sotto il giogo di un inarrestabile orrore israeliano.

Ho chiesto a Bassam se l’avesse letto. “Ho provato, ma era troppo doloroso, ” ha detto. Riesco a capire perché, dato che McCann amplia i dettagli delle uccisioni delle due ragazzine, spargendone pezzetti qui e là in centinaia di pagine, aggiungendo un nuovo dettaglio ad ogni ripetizione, fino a che uno non è più così sorpreso da quello che era straziante da leggere molte volte nelle prime pagine. È un modo interessante per descrivere la normalizzazione della violenza, se questo è quello che McCann intendeva fare.

Intervallati nella storia, ci sono cuciti insieme pezzi diversi di informazioni, dai modelli di migrazione degli uccelli ai re antichi, dalla Cappella Sistina agli esplosivi, in una specie di profondità obbligata che mira a legare insieme tutte le cose, ovunque, in ogni tempo, tutto ciò che, in qualche modo, riguarda “Israele Palestina “.

In altre parole: “tutto è così tanto, tanto complicato.”

Prendete, per esempio, l’idea che il nucleo di ‘Fat Man’, la bomba atomica usata dagli USA per sterminare ogni cosa che si muovesse, ondeggiasse, saltasse, volasse o respirasse nella città di Nagasaki avesse “le dimensioni di un sasso che può essere lanciato ” (presumibilmente dalle mani di un ragazzino palestinese).

Il centro drammatico della peggiore paura di ogni genitore è intrecciato in questo vertiginoso caleidoscopio di banalità mondiali. Queste mi sarebbero piaciute se non agissero come uno specchietto per le allodole linguistico, offuscando quella che è veramente la più semplice, vecchia vicenda nella storia dell’umanità: un potente gruppo di persone ruba una terra, la colonizza e cerca di togliere di mezzo gli indigeni.

Le paludi di Hule

McCann dedica molto spazio del libro agli uccelli – le loro singole specie, i modelli delle migrazioni e le relazioni ornitologiche. Ma da nessuna parte cita che, all’incirca nel momento in cui Leon Uris stava scrivendo Exodus, Israele stava prosciugando le paludi di Hule, che chiamava una “palude malarica”. Il progetto era pubblicizzato come ingegnosità sionista. Gli ebrei europei dichiararono che stavano ” redimendo la terra ” che, dicevano loro, era stata lasciata andare in rovina dagli arabi arretrati.

In realtà, questi nuovi coloni europei distrussero un vasto tesoro della biodiversità regionale che era stato un grande luogo di sosta dove centinaia di milioni di uccelli migratori si rifocillano. Si stima che oltre 100 specie animali scomparvero dall’area o si estinsero.

Questo episodio della storia sionista è probabilmente l’analogia migliore con il libro di McCann: un progetto ambizioso per “redimere”, concepito da stranieri, che non sapevano niente del luogo, della sua storia ed ecologia; desiderosi di rimediare, civilizzare e avanzare delle pretese, ben intenzionati; fiduciosi della loro propria gloria, ma in realità profondamente pericolosi – in modo irreparabile per le vite dei più vulnerabili.

Rafforzando il concetto di “conflitto complicato” fra “due parti”, il libro racconta una scena in cui una soldatessa israeliana, brandendo una pistola, lega, insulta e picchia Bassam Aramin, disarmato, con le mani in alto in segno di resa con una macchia rosa sui palmi. Ore dopo, quando la soldatessa si rende conto che la macchia rosa veniva dai dolcetti della figlia di Bassam ammazzata e non da un esplosivo, è veramente dispiaciuta. Chi può biasimare la padrona della piantagione se, a ragione, è un po’ impaurita dei negri con palmi macchiati? Come se picchiare i palestinesi ai checkpoint non fosse abituale, o come se i cecchini israeliani non ci ammazzassero per sport, inneggiando quando fanno centro.”

Al lettore viene detto parecchie volte che Rami Elhanan Gold proviene da una famiglia “antica”, un abitante di Gerusalemme da “sette generazioni.” Ma non ci viene detto cosa ciò significhi.

Primo, Rami proviene da una piccola minoranza di ebrei israeliani che in realtà può far risalire la propria stirpe nel Paese a prima della Seconda Guerra Mondiale. Secondo, è parte di una minoranza persino più piccola, il cui lignaggio in Palestine risale a prima della Prima Guerra Mondiale. Terzo, gli antenati di Rami, come tutti i “popoli del libro” (quelli con religioni monoteiste) erano stati accolti e protetti in Palestina sotto il governo musulmano, durato oltre 1200 anni.

Quarto, nulla di tutto ciò impedì a Rami o ai suoi genitori di impugnare le armi contro i loro vicini non-ebrei quando il sionismo promise di dar loro potere e proprietà. Che slealtà.

Le storie che McCann sceglie di non rivelare sono, beh, rivelatrici.

Per la cronaca, io sono di Gerusalemme da almeno 22 generazioni. Israele mi ha buttata fuori dalla mia patria quando avevo 13 anni. Perché ero una “illegale”.

In nessun modo sapere che anche gli israeliani “hanno una famiglia ” mi costringerà mai ad accettare il mio esilio forzato.

Tali scomode verità, o persone scomode, non hanno un posto nelle narrazioni coloniali riduzioniste di empatia e dialogo.

Chi racconta la storia

Per anni, Spielberg e la sua famiglia hanno raccolto fondi e sostenuto Israele e la sua occupazione della Palestina. Che progetti di trasporre questo libro sul grande schermo è totalmente in linea con le sue dichiarazioni secondo cui darebbe la vita per Israele.

Io non capisco perché McCann gli abbia venduto i diritti. Temo che, proprio come gli uomini bianchi privilegiati hanno usato Exodus per vendere una montatura coloniale nel 1958, un nuovo gruppo di uomini bianchi privilegiati a Hollywood userà Apeirogon per vendere un nuovo capitolo culturale contemporaneo di menzogne colonialiste.

Io non conosco McCann, anche se sospetto che abbia scritto il suo libro con un senso di solidarietà e il desiderio di promuovere il “dialogo”. Ma è possibile fare grandi danni avendo le più nobili intenzioni. La retorica del dialogo può essere attraente, l’idea che parlare per trovare un’umanità comune sia tutto quello che ci vuole per smantellare il razzismo strutturale e le nozioni di supremazia etnocentrica. Può trasformare ogni tipo di persona, persino le vittime stesse, in persone che contribuiscono a diffondere l’ingiustizia.

Come ben sanno i palestinesi, avendo fatto proprio questo per quasi trent’anni, dialogo e negoziati hanno sempre favorito i potenti.

È chiaro che McCann abbia fatto lunghe ricerche, incluse lunghe conversazioni con i personaggi principali di questo libro e forse, presentando una storia vera, ha tentato di indicare la via in merito ai temi etici che riguardano l’appropriazione. Ma c’è un messaggio coloniale complessivo che si presta alla propaganda sionista. È come Jared Kushner che, dopo aver letto 25 libri, pensa che ciò lo qualifichi a fare l’“accordo del secolo”, una “soluzione” per accontentare “tutte le parti ” del “conflitto”.

Susan Abulhawa è una scrittrice palestinese

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

(traduzione Mirella Alessio)




Sempre più vittorie nella campagna contro la diffamazione a favore di Israele

Nasim Ahmed

12 marzo 2020 – Middle East Monitor

Calunniare a mezzo stampa gli attivisti per i diritti umani che denunciano la brutale realtà dell’occupazione militare, a quanto pare eterna, di Israele in Palestina è stato il modus operandi dei gruppi anti-palestinesi. Questa tattica ha avuto un relativo successo negli ultimi anni perché alcuni governi occidentali, incluso quello britannico, vedono le voci che si levano per la Palestina e l’opposizione alla brutale occupazione israeliana con la lente deformante del “terrorismo palestinese” e non, come ci si aspetterebbe, nell’ambito del legittimo diritto di resistere all’occupazione e di opporsi al razzismo. Inoltre, una discutibile “definizione attuale di antisemitismo” che assimila le critiche a Israele all’ostilità antiebraica ha consentito ai sostenitori di Israele di diffamare chi critichi lo Stato sionista e l’ideologia razzista su cui si fonda.

Anche se effettivamente entrambi i fattori hanno avuto un pesante effetto sulla libertà di parola in Europa e negli Stati Uniti quando si tratti di denunciare i crimini di Israele, ci sono buone ragioni per credere che, nonostante università e istituzioni pubbliche capitolino di fronte alle attuali pressioni e reprimano l’attivismo filo-palestinese, portare in tribunale le campagne di diffamazione costruite dalla rete israeliana di organizzazioni sociali può dare i suoi frutti. Una di queste organizzazioni è UK Lawyers for Israel [Giuristi Britannici per Israele] (UKLfI).

Recentemente Defence for Children International – Palestine [Difesa Internazionale dei Bambini-Palestina] (DCIP), associazione per la difesa e la promozione dei diritti dei bambini che vivono nella Cisgiordania occupata, comprese Gerusalemme Est e la Striscia di Gaza, ha portato UKLfI in tribunale. DCIP ha vinto presso l’Alta Corte di Giustizia di Londra la causa contro il gruppo di avvocati di UKLfI per aver pubblicato post sul blog del loro sito web e inviato lettere ai sostenitori istituzionali in cui si affermava che DCIP avesse forti “legami” con un “certo gruppo terroristico”. Secondo DCIP, si era trattato di “una campagna di disinformazione politica e mediatica ben organizzata” iniziata nel 2018.

Secondo DCIP, UKLfI fa parte di una rete di gruppi israeliani e dei loro soci a livello mondiale “con il sostegno del Ministero degli Affari Strategici israeliano” che ha condotto “campagne di diffamazione articolate e mirate per delegittimare le organizzazioni umanitarie e per i diritti umani” in Palestina.

Anche se non è chiara l’importanza del ruolo di UKLfI in questa rete, il fine del Ministero degli Affari Strategici di Israele è chiarissimo. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha incaricato personalmente il Ministero di guidare i simpatizzanti filo-israeliani e di creare gruppi anonimi segreti per attaccare gli attivisti filo-palestinesi, spesso con l’aiuto di consulenti politici professionali. Dal varo del ministero, Israele ha stabilito uno stanziamento di guerra di un milione di dollari e un esercito stimato in 15.000 troll per attaccare i gruppi pro-palestinesi.

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Il mese scorso, il DCIP ha affermato di essere stato bersaglio di una feroce campagna di diffamazione da parte dell’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite Danny Danon, del Ministero israeliano per gli Affari Strategici, della ONG Monitor [filo-israeliana di Gerusalemme, analizza l’attività internazionale delle ONG contrarie all’occupazione, ndtr.] e di UKLfI. Tutto è stato fatto, ha affermato DCIP, per impedire al loro gruppo per i diritti umani di fornire prove al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a New York. Brad Parker, consigliere capo del DCIP per la politica e la difesa, ha descritto la campagna in un lungo articolo intitolato: “Dovevo parlare di bambini palestinesi alle Nazioni Unite. Israele me lo ha impedito”.

La vittoria legale del DCIP all’Alta Corte è una delle tante vittorie simili contro la lobby filo-israeliana e anti-palestinese. A febbraio, il britannico Jewish Chronicle [il più antico giornale ebraico al mondo, ndtr.] è stato costretto a scusarsi con un’attivista laburista per averla ingiustamente accusata di presunto “antisemitismo”. Electronic Intifada  ha riferito che la proprietà del quotidiano ha ammesso sul suo sito web di aver pubblicato “accuse contro la signora Audrey White” totalmente “false”.

La condanna per diffamazione a quanto pare è giunta quando in dicembre il garante della stampa britannica ha sentenziato che il giornale filo-israeliano di destra, che aveva pubblicato quattro articoli su White, era stato “estremamente fuorviante” e aveva anche posto ostacoli “inaccettabili” alle indagini.

L’anno scorso, il Jewish Chronicle ha presentato le proprie scuse al consiglio di amministrazione di Interpal, organizzazione benefica britannica che fornisce aiuti umanitari e allo sviluppo per i palestinesi in difficoltà, e ha anche accettato di risarcire i danni. Sempre l’anno scorso Associated Newspapers, editore del Daily Mail e di MailOnline, ha pubblicato le sue profonde scuse e pagato 120.000 sterline [circa 132.000 euro] di danni sempre all’amministrazione di Interpal, accollandosi le spese legali delle cause per diffamazione. A febbraio, “ai sensi del paragrafo 15 (2) della Legge sulla Diffamazione del 1996”, UKLfI ha pubblicato sul suo sito web una dichiarazione del Consiglio di Amministrazione di Interpal.

Il Jewish Chronicle è stato uno dei principali attori nella rete israeliana di gruppi anti-palestinesi. Nel 2014 si è scusato e ha pagato ingenti danni a Human Appeal International [organizzazione benefica di sviluppo e soccorso britannica, ndtr.] dopo averlo accusato di essere un ente inserito nella lista nera negli Stati Uniti e aver falsamente affermato che avesse appoggiato gli attentati suicidi. Nello stesso anno il Jewish Chronicle ha dovuto scusarsi con il direttore della Campagna di Solidarietà con la Palestina [organizzazione britannica solidale con il popolo palestinese].

Il pagamento di ingenti somme per danni avrebbe spinto il Jewish Chronicle verso la rovina finanziaria. L’anno scorso è stato riferito che per evitare la chiusura il giornale avrebbe chiesto alle “persone attente alla comunità” un’importante iniezione di denaro. A febbraio, la testata settimanale ha annunciato la propria fusione con Jewish News [quotidiano e sito web ebraici molto noti in Gran Bretagna] “per garantire il futuro finanziario di entrambi i giornali”. Secondo Electronic Intifada, il gruppo che possiede il giornale e il sito web Jewish Chronicle opera con una perdita di oltre 2 milioni di dollari l’anno, mentre il Jewish News avrebbe un passivo di oltre 1,9 milioni di dollari.

Nel frattempo, negli Stati Uniti un negozio di alimentari pro-BDS ha ottenuto un’importante vittoria in tribunale contro i legali di Israele per la sua decisione di boicottare i prodotti israeliani per motivi morali. La vittoria di questo suo sostegno alla campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni [BDS] è stata vissuta come un’imbarazzante sconfitta dai legali di Israele nella decennale causa di denuncia dell’Olympia Food Co-op [cooperativa no profit di Washington che vende alimenti e prodotti naturali, ndtr.]

Come nel caso del DCIP, gli avvocati che agiscono per conto della Olympia Food Co-op hanno affermato che la causa contro il negozio era parte di un ampio e crescente schema di attivismo per reprimere chiunque sostenga i diritti dei palestinesi. Il Centro per i Diritti Costituzionali [organizzazione progressista di patrocinio legale senza scopo di lucro con sede a New York, ndtr.], che ha rappresentato l’Olympia Food Co-op durante i 10 anni di battaglia legale, ha denunciato la campagna di eliminazione delle voci filo-palestinesi come un’ “eccezione palestinese” alla libertà di parola.

Un altro caso che sottolinea come il ricorso alla giustizia possa dare frutti è quello dell’organizzazione britannica riconosciuta dall’ONU che sostiene i profughi palestinesi. Nel 2019 un tribunale britannico ha ordinato a World-Check, una consociata di Reuters, di pagare un risarcimento a Majed Al-Zeer, presidente del Palestinian Return Center (RPC) [Centro per il Ritorno dei Palestinesi, gruppo londinese di patrocinio storico, politico e giuridico dei rifugiati palestinesi, ndtr.], per aver inserito nel suo database mondiale online l’organizzazione fra i gruppi terroristici. Secondo Al-Zeer, il lavoro della RPC nel denunciare le colpe di Israele per la difficile situazione dei rifugiati e la sua responsabilità legale alla luce del diritto internazionale avrebbero messo l’associazione nel mirino del governo israeliano.

Mentre Israele rafforza ulteriormente la sua occupazione e assoggetta sei milioni di persone a un sistema oppressivo, è probabile che l’attacco ai gruppi per i diritti umani da parte della sua rete di organizzazioni della società civile si espanderà. Invece di chiedere la fine della brutale occupazione della Palestina da parte di Israele e della repressione dei diritti dei palestinesi, i gruppi filoisraeliani diventeranno ancora più fanatici e frenetici nel loro tentativo di mettere a tacere ed eliminare il legittimo lavoro per i diritti umani. Dopo la vittoria del DCIP presso l’Alta Corte di Londra, si vede l’opportunità di sfidare la lobby anti-palestinese dove sa che non può vincere: in un tribunale.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)