I coloni di Hebron partecipano al corteo di Purim mentre i palestinesi sono blindati per il coronavirus

Oren Ziv

10 marzo 2020 +972 Magazine

Ignorando la paura per il virus, i soldati e i poliziotti israeliani hanno accompagnato 250 coloni nel centro di Hebron pur impedendo agli spettatori palestinesi di avvicinarsi.

Con lo spettro della diffusione del coronavirus in Israele-Palestina, oltre 250 coloni israeliani hanno preso parte martedì all’annuale sfilata per la celebrazione della festa ebraica del Purim [“sorti” in ebraico. La festa commemora una vicenda biblica che sarebbe accaduta circa 2500 anni fa, ndtr.] nel centro di Hebron occupata.

I coloni, che hanno marciato dal quartiere di Tel Rumeida sino alla Tomba dei Patriarchi [luogo di devozione anche per i musulmani che lo chiamano Santuario di Abramo, ndtr.], sono stati accompagnati da centinaia di soldati e ufficiali di polizia israeliani che hanno impedito agli spettatori palestinesi di avvicinarsi.

I coloni si sono fatti vanto del fatto che la loro fosse l’unica festa del Purim autorizzata, dal momento che nelle città di tutto il paese erano stati cancellati i festeggiamenti a causa dei timori per il virus; tuttavia la partecipazione è stata più scarsa rispetto agli anni precedenti.

Nel frattempo, a soli 22 chilometri a nord, l’esercito israeliano ha posto il blocco a Betlemme dopo che sette casi di COVID-19 erano stati riscontrati in città, impedendo ai residenti di entrare o uscire dalla città.

La sfilata di martedì è iniziata presso la “Elor Junction”, dove nel marzo 2016 il soldato israeliano Elor Azaria uccise un assalitore palestinese già ferito mentre questi giaceva inerte sul terreno. Imad Abu Shamsiya, un palestinese di Hebron, si trovava a pochi metri di distanza e riprese l’incidente. La sua documentazione ha portato a un’indagine e a un successivo processo nei confronti di Azaria.

Poco prima delle 11, un gruppo di giovani coloni apparentemente ubriachi ha bussato alla porta di una famiglia palestinese che vive vicino alla famiglia di Abu Shamsiya. Quando un soldato israeliano ha cercato di allontanarli, uno dei coloni ha risposto dicendo: “Godiamoci un po’ il ‘Purim”. Quando il colono ha visto Abu Shamsiya nella casa adiacente, ha detto al suo amico che avevano sbagliato indirizzo.

“Spero solo che l’evento si concluda pacificamente”, ha detto Abu Shamsiya a bassa voce.

Dal 1967, il centro di Hebron è diventato il sito di numerosi insediamenti coloniali ebraici che Israele ha sviluppato all’interno della comunità locale palestinese. Per anni, i palestinesi che vivono nella zona sono stati sottoposti sia a restrizioni estreme imposte dai militari che a violenze di routine da parte di coloni estremisti. Di conseguenza, un numero enorme di residenti si è trasferito e centinaia di aziende sono state chiuse, lasciando la zona in [una condizione di] rovina economica.

Attualmente, circa 34.000 palestinesi e 700 coloni vivono nel centro della città. I palestinesi che risiedono lì sono soggetti a restrizioni negli spostamenti, inclusa la chiusura delle strade principali, mentre i coloni sono liberi di viaggiare dove desiderano. Inoltre, l’esercito israeliano ha emesso l’ordine di chiudere centinaia di negozi e attività commerciali della zona.

“Sebbene abbiamo avuto turisti di ogni provenienza, a Hebron il coronavirus non è arrivato”, ha detto Baruch Marzel, un importante attivista di estrema destra e residente della città, il quale indossava, durante la sfilata, un cappello con la scritta: “Make Hebron Great Again”. “Hebron è per gli ebrei una città forte e santa, dove i nostri antenati ci proteggono, mentre a Betlemme – ha aggiunto Marzel – che è sacra alla cristianità, il virus sta andando alla grande. 

I partecipanti al corteo, molti dei quali adolescenti con in mano bottiglie di vino, passavano davanti a negozi palestinesi, chiusi 25 anni fa in seguito al massacro della Grotta dei Patriarchi, dove, nel febbraio 1994, il colono Baruch Goldstein uccise 29 fedeli palestinesi. In risposta alle uccisioni, l’esercito israeliano iniziò a limitare il movimento dei residenti palestinesi di Hebron e ad applicare una politica di rigorosa segregazione tra loro e i coloni.

Vent’anni dopo le restrizioni sono diventate ancora più severe. La Shuhada Street di Hebron, dove ha avuto in gran parte luogo la marcia di martedì, riguarda la più nota di queste restrizioni. Un tempo affollato centro commerciale, molte porte di negozi sono state ora saldate per ordine militare, conferendo alla zona l’aspetto di una città fantasma. Oggi [sulla facciata di] molti dei negozi chiusi è stata verniciata la stella di David.

Nel corso del Purim le restrizioni in vigore nei confronti dei palestinesi diventano ancora più estreme. Ai palestinesi che vivono lungo il percorso della marcia non è nemmeno permesso di aprire le porte delle loro case, mentre alcuni osservano la marcia attraverso le protezioni di metallo installate sui loro balconi per ripararli dalle pietre lanciate dai coloni.

È anche possibile vedere i soldati israeliani ballare con i coloni e i pochi posti di controllo improvvisati, attraverso i quali i palestinesi possono entrare in Shuhada Street con un permesso speciale, vengono chiusi. La musica ad alto volume, i balli e i costumi colorati spiccano ancora di più sullo sfondo della città fantasma, le porte dei negozi coperte di graffiti ebraici.

Oren Ziv è un fotoreporter, membro fondatore del collettivo di fotografia Activestills e scrittore dello staff di Local Call. Dal 2003 ha documentato una serie di questioni sociali e politiche in Israele e nei territori palestinesi occupati, con particolare attenzione alle comunità di attivisti e alle loro lotte. I suoi reportage si sono concentrati sulle proteste popolari contro il muro e le colonie, sugli alloggi a prezzi accessibili e su altre questioni socio-economiche, le battaglie contro il razzismo e contro la discriminazione e la lotta per la libertà degli animali.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Nel 2019 la censura delle IDF ha cancellato duemila notizie

Haggai Matar

March 9, 2020 – +972

Secondo dati ufficiali, la censura militare israeliana ha vietato del tutto la pubblicazione di oltre 200 articoli e ne ha parzialmente censurati altri 2.000.

Il 2019 è stato un anno di relativa calma per la censura delle IDF [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndtr.]. Secondo i dati ufficiali forniti lo scorso mese a +972 Magazine, Local Call [edizione di +972 in ebraico, ndtr.] e al Movimento per la Libertà di Informazione in seguito a una richiesta in base alla legge sulla libertà di informazione, il censore ha vietato del tutto la pubblicazione di 202 articoli sui mezzi di comunicazione e ne ha in parte censurati altri 1.973.

Rispetto ai dati che avevamo raccolto dal 2011, lo scorso anno ha visto il minor numero di censure dirette di mezzi di informazione dell’ultimo decennio.

In Israele a tutti i mezzi di comunicazione viene richiesto di sottoporre articoli relativi alla sicurezza ed alla politica estera alla censura delle IDF per un controllo prima della pubblicazione. Il censore ricava la sua autorità dalle “regole d’emergenza” emanate dopo la fondazione di Israele e che sono rimaste in vigore fino ad oggi.

Queste norme consentono al censore di cancellare totalmente o parzialmente un articolo, impedendo al contempo ai mezzi di comunicazione di indicare in qualche modo se un articolo è stato modificato. Tuttavia, mentre i criteri giuridici che definiscono la competenza della censura delle IDF sono sia stringenti che piuttosto ampi, la decisione di quali articoli sottomettere al controllo dipende dalla discrezionalità dei direttori dei mezzi di comunicazione.

La riduzione dell’intervento della censura militare nel 2019 è ancora più evidente se confrontata al 2018, l’anno di punta degli interventi censori. Quell’anno ha visto 363 notizie di cui è stata vietata la pubblicazione (circa una al giorno), mentre altre 2.712 sono state parzialmente censurate.

La contrazione dell’ampiezza della censura è stata anche accompagnata da un calo del numero di materiale presentato al censore dai mezzi di comunicazione. Nel 2019 le pubblicazioni hanno sottoposto 8.127 notizie al controllo della censura – circa il 25% in meno dell’anno precedente – che di per sé è stato un numero relativamente basso.

Eppure, persino in un anno “fiacco”, ciò significa che ci sono oltre 200 articoli che i giornalisti hanno considerato degni di nota ma che non hanno potuto rendere pubblici e più di 2.000 articoli che hanno subito un certo tipo di interferenza esterna.

Si tratta ancora di un grande numero, considerando che nessun altro Paese al mondo che si definisca una democrazia impone un simile obbligo ai giornalisti di ricevere l’approvazione ufficiale del governo prima della pubblicazione. Dal 2011 2.863 articoli sono stati eliminati dalla censura e 21.683 sono stati censurati.

Ovviamente la censura militare non condivide informazioni sulla natura delle notizie che nasconde all’opinione pubblica né stila un rapporto mensile di queste attività. Ciò rende ancora più difficile capire perché quest’anno ci sia un simile calo degli interventi censori.

Nel nostro rapporto sul 2018 abbiamo ipotizzato che il picco della censura potesse essere in rapporto con gli attacchi aerei israeliani in Siria e in Libano. Nel 2019 tuttavia i politici israeliani, soprattutto nel periodo delle elezioni di aprile e di settembre, si sono vantati di aver intrapreso tali azioni militari. Questo aspetto pubblico potrebbe fornire una sorta di spiegazione.

I dati che abbiamo visto un anno dopo l’altro indicano un fenomeno complesso e problematico,” afferma Or Sadan, un giurista del Movimento per la Libertà di Informazione, che guida anche il “Centro per la Libertà d’informazione” alla Scuola di gestione in Israele. “Il censore militare impedisce letteralmente al pubblico di avere a disposizione molte informazioni che i mezzi di comunicazione avevano ritenuto valesse la pena raccontare. La stampa libera è uno strumento con cui il pubblico viene a conoscenza degli sviluppi nel Paese, anche su argomenti legati alla sicurezza.”

A dispetto degli aspetti sensibili per la sicurezza,” continua Sadan, “gli organi competenti devono ridurre al minimo possibile i casi in cui l’informazione è oscurata dalla censura e solo in casi estremi, quando c’è un reale timore per la sicurezza nazionale. Continueremo a monitorare questi dati per capirne gli sviluppi nel corso degli anni.”

Un altro aspetto del lavoro del censore sono i suoi interventi negli archivi nazionali israeliani. Da quando gli archivi sono stati messi totalmente in rete e non hanno più una biblioteca fisica aperta al pubblico, il censore militare ha controllato tutto il materiale declassificato, che l’ha a volte portato a nascondere documenti che erano già stati resi pubblici.

Quando nel 2016 è iniziata la digitalizzazione degli archivi, le autorità archivistiche hanno sottoposto al controllo del censore circa 7.800 documenti. A differenza degli articoli, il censore si è rifiutato di informarci su quanto materiale d’archivio sia stato censurato, rispondendo solo che “la grande maggioranza dei documenti è stata approvata per la pubblicazione senza modifiche.”

La crescente mancanza di trasparenza della censura militare è di per sé una causa di preoccupazione. Il censore è totalmente esente dalla legge israeliana sulla libertà d’informazione, e, benché negli ultimi anni si sia offerto volontariamente di rispondere alle domande di +972, le sue risposte nel corso dell’anno si stanno riducendo.

Nelle prime reazioni alle nostre richieste, nel 2016, il censore ha reso pubblico il numero dei documenti di archivio che sono stati censurati e il numero di casi in cui il censore ha chiesto che i mezzi di comunicazione eliminassero informazioni pubblicate senza la precedente approvazione (una media di 250 casi all’anno). Nonostante ripetuti tentativi, negli ultimi anni questi dati non ci sono stati forniti.

Nell’ultima risposta del censore, datata febbraio 2020, non abbiamo neppure ricevuto informazioni sul numero di libri censurati dal censore, un numero che in precedenza era arrivato a varie decine all’anno.

La direttrice della censura militare, generalessa di brigata Ariella Ben-Avraham, nelle prossime settimane darà le dimissioni dal suo incarico, prima del previsto. Secondo varie notizie dei media, andrà a far parte del gruppo israeliano “NSO”, un’impresa informatica che produce materiale spionistico ed è stata associata ai tentativi di molte dittature di spiare giornalisti e difensori dei diritti umani.

Durante il suo primo anno come dirigente della censura, Ben-Avraham ha esteso la sua giurisdizione dai principali mezzi d’informazione alle reti sociali e agli organi d’informazione indipendenti, compreso +972Magazine, chiedendo che sottoponessero alla censura articoli per l’approvazione. Ben-Avraham ha anche deciso di smettere di rispondere alle nostre domande sul numero di volte in cui il censore ha attivamente eliminato articoli che erano già stati pubblicati.

Haggai Matar è un pluripremiato giornalista israeliano e un attivista politico, oltre ad essere direttore esecutivo di “+972 – Promozione del giornalismo dei cittadini”, l’associazione no-profit che pubblica +972 Magazine.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’attacco di Israele al pane palestinese

Mariam Barghouti

7 Mar 2020 – Al Jazeera

Perché è importante la chiusura di un vecchio forno palestinese a Gerusalemme.

Nelle rare occasioni in cui le autorità israeliane mi concedono il permesso di andare a Gerusalemme, mia madre insiste sempre che le porti una provvista di ka’ak al-Quds (ka’ak di Gerusalemme).

Il ka’ak è un pane a forma ovale ricoperto da un generoso strato di semi di sesamo. È ampiamente disponibile in tutta la Palestina e anche a Ramallah, dove viviamo. Ma per la maggior parte dei palestinesi, il ka’ak di Gerusalemme è una prelibatezza inimitabile. Come mia madre, anch’io chiedo agli amici che hanno occasione di andare a Gerusalemme di portarmi pacchi di ka’ak al-Quds – non solo perché è particolarmente buono, ma perché porta in sé parte della storia culturale di Gerusalemme.

Il 19 febbraio, la polizia israeliana ha fatto irruzione e chiuso un panificio palestinese attivo da 60 anni, e ha arrestato il suo giovane proprietario Nasser Abu Sneina. Chiunque abbia vagato per i quartieri della Città Vecchia è probabilmente passato accanto a questo vecchio forno e ha annusato il caldo aroma di pane che diffondeva. È vicino al quartiere di Bab Hutta, un luogo centrale nel corso delle proteste palestinesi del 2017 contro le misure di sorveglianza israeliane.

Le autorità israeliane hanno dichiarato che il panificio è stato chiuso perché non rispettava gli standard sanitari richiesti. Molti palestinesi, tuttavia, sostengono che il panificio sia stato preso di mira semplicemente perché distribuiva pane ai fedeli diretti alla moschea di al-Aqsa.

Il ka’ak di Gerusalemme e le panetterie che lo vendono sono – in parte – simboli dell’identità palestinese della città. Un panificio palestinese che distribuisce ka’ak ai fedeli sulla strada per la moschea di Al-Aqsa è una minaccia per le autorità israeliane perché è una dimostrazione palese della solidarietà palestinese. Mostra che i palestinesi non solo sono ancora nel cuore della città, ma sono anche pronti a sostenersi a vicenda di fronte all’oppressione israeliana.

Ricordano al mondo e agli israeliani che Gerusalemme è una città palestinese.

Questa è la vera ragione per cui il forno di Abu Sneina e molti altri esercizi simili sono stati costretti a chiudere dalle autorità israeliane.

Negli ultimi anni a Gerusalemme più di 50 negozi sono stati costretti a chiudere a causa delle pressioni finanziarie e delle continue restrizioni alla circolazione che rendono difficile la gestione di un’attività commerciale.

La chiusura di questo forno è stata solo l’ultimo capitolo di un più ampio assalto sistematico alla presenza palestinese a Gerusalemme in generale e nella Città Vecchia in particolare. Con metodi diversi Israele sta cercando di costringere tutti i palestinesi ad andarsene, rendendo insopportabile la vita quotidiana con l’imperante presenza di soldati armati che consentono ai coloni di avanzare in città, quartiere dopo quartiere.

I palestinesi a Gerusalemme vivono con la costante minaccia di umilianti perquisizioni corporali, sfratti da casa, ritiro della residenza o aggressioni da parte di coloni israeliani o forze israeliane – che si tratti di polizia o esercito.

Soprattutto nella Città Vecchia, oltre alle palesi aggressioni dell’occupazione come arresti arbitrari, azioni giudiziarie ingiustificate, restrizioni di movimento e ingiuste chiusure di negozi, i palestinesi sono costretti a barcamenarsi in una burocrazia pensata unicamente per fornire sostegno legale al tentativo di cacciarli.

Le autorità israeliane richiedono agli esercizi palestinesi di procurarsi una enorme quantità di permessi e documenti per rimanere in attività. Per molti imprenditori palestinesi, tuttavia, è sia troppo costoso che difficile ottenere questi documenti.

Le irragionevoli pressioni esercitate sui palestinesi residenti a Gerusalemme a volte raggiungono livelli tali da forzarli a fare cose che in altre parti del mondo sarebbero difficili da credere.

Proprio il mese scorso, ad esempio, un uomo palestinese che viveva a Gerusalemme ha demolito da sé la propria casa su ordine del Comune israeliano. Ha fatto da sé per evitare i costi esorbitanti che avrebbe dovuto pagare al Comune stesso se gli avesse consentito di eseguire la demolizione.

Israele sta facendo di tutto per allontanare i palestinesi da Gerusalemme a causa del significato che la città detiene per la lotta palestinese – non ha solo un valore religioso, ma è l’epicentro storico, culturale e politico della vita palestinese.

La decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump nel 2017 di dichiarare Gerusalemme capitale di Israele e di spostarvi l’ambasciata USA ha fornito un significativo sostegno politico alle affermazioni israeliane che la città appartenga a loro.

Tuttavia, Israele sa che non può dichiarare Gerusalemme esclusivamente “città israeliana” se i palestinesi continuano a viverci e a mantenere viva l’identità palestinese della città. Dai negozietti di spezie e di dolci sparsi per la Città Vecchia al vecchio negozio di musicassette aperto nel 1973, alle voci dei bambini palestinesi che ridono nei vicoli Gerusalemme è ancora una città molto palestinese.

Questo è il motivo per cui le autorità israeliane prendono di mira le panetterie come quella di Abu Sneina.

Noi palestinesi non veniamo espulsi dalle nostre terre e città ancestrali solo attraverso demolizioni, insediamenti, revoca arbitraria di permessi di residenza o semplici proiettili. Siamo anche spinti via dallo sforzo sistematico di renderci impossibile mantenere il nostro modo di vivere nel nostro Paese. Israele sta cercando di cancellare la cultura e l’identità palestinesi dalle strade, dai bazar, dai panifici e dai ristoranti.

Questo succede da molto tempo. Ein Kerem, per esempio, un tempo era un villaggio palestinese a Gerusalemme [ovest, ndtr.]. Oggi vi abitano per lo più israeliani delle classi alte. Camminarci dentro è come camminare in un insediamento israeliano, non in un villaggio palestinese.

Ovviamente, Israele sa che non può cancellare tutta la storia e la tradizione di Gerusalemme. Quindi a volte cerca di appropriarsi di aspetti della cultura palestinese come fossero i propri.

Questo è il motivo per cui il falafel viene ora venduto come spuntino nazionale di Israele, anche se il piatto è più vecchio dello Stato. E questo è il motivo per cui i ristoranti di tutto il mondo hanno “Shakshuka [piatto tipico arabo, ndtr.] israeliano” e “Tabbouleh [insalata di grano, anch’essa araba, ndtr.] israeliano” nei loro menu.

Per un osservatore esterno, il definire “israeliano” un vecchio piatto palestinese o la chiusura di una panetteria per motivi di “salute e sicurezza” possono sembrare questioni banali.

Tuttavia, per noi palestinesi, questi atti non sono diversi da demolizioni di case, espulsioni, detenzioni illegali e coprifuoco. Rappresentano solo un altro aspetto dell’occupazione: sono tentativi di cancellare dalle nostre città e strade, insieme ai nostri fisici corpi, la nostra cultura e il nostro modo di vivere.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Mariam Barghouti è una scrittrice palestinese americana residente a Ramallah.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




‘Un poliziotto, un prete e un palestinese’: i ‘cilestinesi’ sono un modello di unità per i palestinesi

Ramzy Baroud

9 marzo, 2020 – Middle East Monitor

Ho sentito per la prima volta il termine ‘cilestinesi’ solo nel febbraio scorso a una conferenza a Istanbul, durante un intervento di Anuar Majluf, il direttore della Federazione Palestinese del Cile.

Quando Majluf si è riferito alla comunità palestinese in Cile, ben radicata e che conta dai 450.000 al mezzo milione di persone, usando quella parola poco familiare e strana, io ho sorriso. E anche altri hanno sorriso.

È abbastanza raro che a una conferenza sulla Palestina, ovunque, si crei un’atmosfera così piena di ottimismo come quella evocata dal leader cileno-palestinese, perché oggi, quando si parla di Palestina, i discorsi sono saturi di un profondo senso di fallimento politico, divisioni e tradimenti.

Io dico ‘cileno-palestinese’ solo per comodità, perché in seguito mi sono reso conto che il termine ‘cilestinese’ non è stato coniato a vanvera o per scherzo.

Lina Meruane, una docente cilena di origini italo-palestinesi, ha detto a Bahira Amin della rivista online ‘Scene Arabia’, che il termine ‘cilestinese’ è diverso da ‘cileno-palestinese’ nel senso che è una demarcazione di un’identità unica.

Non è un’identità doppia e unita con un trattino, ma la fusione di due identità inscindibili e che non hanno problemi a stare bene insieme” ha detto Meruane. La Amin ne parla come di un ‘terzo spazio’ che si è creato nella diaspora nel corso di 150 anni.

Potrebbe sorprendere chi non abbia familiarità con l’esperienza palestinese in Cile scoprire il vecchio adagio: “In ogni villaggio in Cile troverai tre persone: un poliziotto, un prete e un palestinese.” In effetti, il detto descrive un legame storico fra la Palestina e un Paese situato sull’estrema costa sud-occidentale del Sud America.

L’immensa distanza, oltre 13.000 chilometri, fra Gerusalemme e Santiago può spiegare, in parte, la ragione per cui il Cile e la sua ampia popolazione ‘cilestinese’ non occupano la posizione che si meriterebbero nell’immaginario collettivo dei palestinesi nel resto del mondo.

Ma ci sono anche altre ragioni, la principale è che vari leader palestinesi che si sono susseguiti non sono riusciti ad apprezzare appieno l’immenso potenziale delle comunità palestinesi della diaspora, specialmente di quella in Cile. La loro storia non è solo fatta di lotta e perseveranza, ma anche di grandi successi e contributi vitali alla loro società e alla causa palestinese.

A cominciare dalla fine degli anni ’70, i leader palestinesi si sono adoperati per coinvolgere politicamente Washington e altre capitali occidentali, arrivando a condividere la sensazione diffusa che, senza l’approvazione politica degli USA, i palestinesi sarebbero sempre rimasti marginali e irrilevanti.

I calcoli dei palestinesi si sono rivelati disastrosi. Dopo decenni al servizio di aspettative e diktat di Washington, la leadership palestinese è rimasta a mani vuote dopo che è stato finalmente svelato “l’accordo del secolo” dell’amministrazione Trump.

Le decisioni politiche hanno anche ripercussioni culturali. Per almeno tre decenni, i palestinesi si sono riorientati politicamente e culturalmente, disconoscendo i loro alleati storici in tutto l’emisfero meridionale. E, ancor peggio, il nuovo modo di pensare ha allargato lo iato fra palestinesi in Palestina e i loro fratelli, come le comunità palestinesi in Sud America, intensamente legate alla loro identità, lingua, musica e amore per la madrepatria ancestrale.

Quello che è così unico dei palestinesi, in Cile e di altre comunità palestinesi in Sud America, è che le loro radici risalgono a decenni prima della distruzione della Palestina e della fondazione sulle sue rovine di Israele nel 1948.

Israele afferma spesso che le sue vittime palestinesi mancavano di un’identità nazionale nel senso moderno del termine. Alcuni studiosi, talvolta benintenzionati, concordano, sostenendo che una moderna identità palestinese si espresse solo dopo la Nakba, la ‘catastrofica’ distruzione della Palestine storica.

Chi è ancora fermo a questa distorsione storica deve familiarizzarsi con storici palestinesi come Nur Mashala e il suo libro imprescindibile ‘Palestine: A Four Thousand Year History’.

I ‘cilestinesi’ offrono un autentico esempio vivente della vera forza dell’identità collettiva palestinese che esisteva prima che Israele fosse violentemente imposto sulla mappa della Palestina.

Il ‘Deportivo Palestino’, una famosa squadra di calcio che gioca nella prima divisione cilena, fu fondato non ufficialmente nel 1916 e ufficialmente quattro anni dopo. Ho saputo dalla delegazione ‘cilestinese’ a Istanbul che i fondatori della comunità palestinese in quel Paese che il ‘Palestino’ fu costituito per far sì che i loro figli non lo dimenticassero mai e che continuassero a gridare il nome della Palestina per molti anni a venire.

La società calcistica, nota come ‘la seconda squadra nazionale di football’ della Palestina celebra cent’anni dalla sua fondazione, una celebrazione che probabilmente avverrà fra cori di: ‘Gaza resiste; Palestina esiste’.

La Cisterna, lo stadio del Palestino a Santiago, uno svettante edificio adorno di bandiere palestinesi, non è solo una testimonianza della tenacia dell’identità palestinese, ma anche della generosità della cultura della Palestina, dato che lo stadio è uno dei centri comunitari più grandi della città che riunisce persone di tutte le estrazioni in una costante celebrazione di tutto ciò che abbiamo in comune.

Per evitare ogni semplificazione della comprensione dell’esperienza palestinese in Cile, e in tutto il Sud America, dobbiamo accettare che, come ogni altra società, i palestinesi hanno anche là le loro divisioni, che sono spesso dominate da reddito, classe e politica.

Queste divisioni hanno raggiunto il loro apice durante il colpo di stato, sostenuto dagli USA, del dittatore cileno Augusto Pinochet nel 1973. Ma la spaccatura non durò a lungo e i ‘cilestinesi’ si sono di nuovo uniti dopo il massacro di Sabra e Shatila nel Libano meridionale nel 1982 [durante la prima guerra di Israele contro il Libano, l’esercito israeliano consentì alle milizie cristiane di entrare nei campi profughi palestinesi a Beirut e massacrarne la popolazione, ndtr.], orchestrato da Israele.

Da allora la comunità palestinese in Cile ha imparato ad accettare le differenze politiche al suo interno, concordando che il loro rapporto con la Palestina deve essere il loro fattore comune unificante. Da anni, i ‘cilestinesi’ lavorano insieme, mano nella mano, con altre comunità palestinesi in Sud America per accentuare la necessità di unità, prendendo le distanze dal disaccordo e dalla politica settaria che hanno gettato nel caos l’identità politica palestinese nella Palestina stessa.

Lentamente, i palestinesi del Sud America si stanno unendo per occupare il centro della scena nel più ampio contesto palestinese, non solo come parte integrante dell’identità collettiva palestinese, ma anche come modello che deve essere completamente capito e persino emulato.

Non passa giorno senza che io controlli la mia app sportiva per seguire i progressi del ‘Deportivo Palestino’. So che molti palestinesi in altre parti del mondo fanno lo stesso perché, nonostante distanza, lingua e fuso orario, in fondo resteremo sempre un solo popolo.

Ramzy Baroud

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.




La destra israeliana non ha idea di come fare di fronte all’impennata della Lista Unita

 Meron Rapoport,

4 marzo 2020 – 972mag.com

Lo straordinario risultato elettorale della Lista Unita ha mostrato il crescente potere dei cittadini palestinesi. Potrebbe produrre nuovi orizzonti politici – ma anche rischi

Mercoledì sera è venuta chiaramente alla luce l’incapacità della destra israeliana di affrontare il crescente potere politico della Lista Unita. Se il primo ministro Benjamin Netanyahu si è lasciato andare a un calcolo razzista delegittimando l’oltre mezzo milione di persone che hanno votato lunedì per la Lista Unita – affermando di aver vinto tra gli elettori sionisti perché “gli arabi non fanno parte dell’equazione” – il parlamentare del Likud Miki Zohar è apparso in televisione e ha ipotizzato che il suo partito raggiunga la maggioranza di 61 seggi avvicinandosi agli elettori palestinesi, salvando così la destra.

Si può facilmente ironizzare su questa affermazione; i membri del Likud non hanno la più pallida idea di come avvicinare il pubblico palestinese, tanto meno su come mettere a punto una strategia e un’infrastruttura organizzativa per farlo. Ma è comunque interessante: se Netanyahu non conta i voti palestinesi – mercoledì, in una riunione dei leader dei partiti di destra, ha contato i voti della “destra sionista” e della “sinistra sionista”, ignorando il risultato della Lista Unita alle elezioni – Zohar sì. E addirittura conta su di loro per aprire la strada a un governo di destra.

La stessa ambiguità caratterizza l’attuale perseguimento di una legge che impedisca a chi sia stato incriminato di formare un governo. Il processo è guidato dai parlamentari Ofer Shelah di Blu e Bianco e Ahmed Tibi della Lista Unita – nonostante Blu e Bianco abbia appena promesso ai suoi elettori che avrebbe partecipato solo ad un governo di “maggioranza ebraica”, tentando di escludere la Lista da qualsiasi coalizione.

Non è la prima volta che partiti o politici palestinesi sono coinvolti nella promozione dell’attività legislativa del parlamento, ma ora si tratta di qualcosa di più di una semplice legge. Piuttosto, il prossimo governo potrebbe cambiare le regole della politica in Israele-Palestina, e porre fine alla carriera politica di Netanyahu.

Che la Lista Unita, avendo ricevuto un enorme voto di fiducia da parte del pubblico palestinese, possa essere un architetto centrale in questa legislazione è un fatto senza precedenti. Sì, i loro rappresentanti sono entrati alla Knesset come esito degli Accordi di Oslo, ma non erano stati coinvolti nell’elaborazione dell’accordo, hanno potuto solo accettarlo. Ora, invece, sono tra i decisori.

Questo sviluppo, ovviamente, è dovuto all’aritmetica politica. Questa volta la Lista Unita ha ottenuto due seggi in più rispetto alle elezioni di settembre 2019, decisivi per dare in parlamento la maggioranza al “campo anti-Bibi”. Senza di loro, a Netanyahu sarebbe assicurata la guida del governo mentre Blu e Bianco rimarrebbe bloccato all’opposizione.

La reazione di Blu e Bianco al risultato elettorale è stata di inviare un emissario, Ofer Shelah, per cercare di concludere un accordo con la Lista Unita. Nel frattempo, Avigdor Liberman, capo di Yisrael Beitenu [partito di destra ultranazionalista, ndtr.], ha annunciato giovedì il suo sostegno alla proposta di legge e, secondo fonti di partito, starebbe per annunciare il suo sostegno a Benny Gantz, capo di Blu e Bianco, nella formazione di un governo. Netanyahu, da parte sua, sta tentando di cancellare del tutto i voti della Lista Unita, mentre Miki Zohar accarezza la fantasia di impadronirsene a favore del Likud.

Gli eventi degli ultimi giorni non riguardano solo la politica. Rivelano un problema di fondo della società israeliana e dello Stato di Israele sin dalla sua fondazione: i cittadini palestinesi fanno parte della comunità politica israeliana – del suo “demos” – o il sistema politico israeliano è composto solo da un gruppo nazionale, gli ebrei? Israele è davvero un’etnocrazia, un regime etnicamente ebreo, dove i palestinesi sono semplicemente un bagaglio in eccesso che non ha posto nella politica del paese?

Molto è stato scritto su queste questioni, ma un aspetto è difficile da contestare: ad eccezione del governo Yitzhak Rabin nel 1992, i partiti palestinesi non hanno mai fatto parte della coalizione di governo. La forza del rifiuto a una presenza palestinese nel governo è illustrata da come Blu e Bianco si sia sentito in dovere di dichiarare che non si sarebbe mai appoggiato alla Lista Unita, in risposta al conciso e preciso slogan di Netanyahu che Gantz non sarebbe stato in grado di formare un governo senza Ahmad Tibi.

Anche la reazione agli exit poll di lunedì [i risultati definitivi si sono avuti giovedì dopo il voto dell’esercito, ndtr.] ha evocato questo sentimento. I portavoce di destra hanno immediatamente dichiarato che “il popolo aveva parlato”. Intendevano ovviamente gli elettori ebrei; i cittadini palestinesi non fanno parte del “popolo”.

Quando è stato chiaro ai partiti di destra che non avevano la maggioranza e che né Blu e Bianco né Lieberman avevano alcuna intenzione di garantirgliene una, quella rivendicazione si è solo rafforzata. Nella riunione di mercoledì Aryeh Deri, capo di Shas [partito degli ebrei orientali ultraortodossi, ndtr.], ha dichiarato che “il popolo ha chiaramente deciso” a favore della destra; Naftali Bennett, capo di Yamina [alleanza politica di partiti israeliani di destra e di estrema destra, ndtr.], ha aggiunto che “Blu e Bianco sta cercando di soffiare al popolo israeliano la vittoria del campo nazionale”. Il confronto che hanno in mente è chiaro: da un lato, il popolo di Israele; dall’altro, tutti gli altri, compresi Blu e Bianco e i palestinesi.

Ma il notevole risultato della Lista Unita in queste elezioni crea dei problemi a Blu e Bianco, sia che li si consideri un Likud 2.0, o un miscuglio di posizioni diverse nei confronti della popolazione palestinese. Il numero di palestinesi che si sono espressi renderà difficile per Blu e Bianco non considerarli parte del “popolo”. Ed è probabile che gli attacchi della destra costringeranno Blu e Bianco a guardare le cose in modo diverso: Ofer Shelah ha comunicato giovedì che la sua apertura a Tibi dimostra come ci sia “una maggioranza nella nuova Knesset a favore dello Stato di Israele, e contro lo Stato di Netanyahu. ” La Lista Unita, in questa visione, fa parte dello “Stato di Israele” – e quindi del “popolo”.

È troppo presto per dire se sia un modo per i cittadini palestinesi di entrare a far parte del “demos”. Ma accanto a Shelah, che a settembre ha rifiutato di avere un governo di minoranza supportato dalla Lista Unita, ci sono numerosi membri di Blu e Bianco, come Yoaz Hendel e Zvi Hauser, che rifuggono solo all’idea che il “popolo” includa i palestinesi. Non se ne parla proprio, per quel che riguarda Lieberman. E quanto alla Lista Unita, non vi è poi alcun accordo sul fatto che i palestinesi debbano far parte del “demos” israeliano e a quali condizioni. Anche a destra non è stata presa alcuna decisione sul come affrontare la sfida.

Tale elaborazione potrebbe essere un processo pericoloso. Tibi sa che il suo grande progetto politico, una volta aiutati Blu e Bianco e Lieberman a sbarazzarsi di Netanyahu, potrebbe benissimo finire con loro che formano un governo con il Likud lasciando di nuovo i palestinesi fuori al freddo. Questo sarebbe un risultato meno negativo – potrebbero addirittura presentare la Lista Unita come presenza illegittima e sovversiva contro “la maggioranza ebraica”. Se la destra prosegue nella sua linea secondo cui “gli arabi e la sinistra hanno rubato la vittoria al popolo di Israele”, questo capitolo potrebbe anche finire in modo violento. Rabin, tanto per non dimenticare, è stato assassinato, più che a causa degli accordi di Oslo, soprattutto perché ha portato al governo parlamentari palestinesi.

Tuttavia, adesso la situazione è diversa. La nuova influenza politica della popolazione palestinese, espressa con il successo della Lista Unita, sta iniziando a cambiare le regole del gioco, forse più velocemente di quanto possiamo immaginare. Se la legge che dovrebbe abbattere un governo di Netanyahu passerà con i voti di Blu e Bianco e Lieberman da un lato, e l’alleanza laburista-Gesher-Meretz [partiti israeliani di centro-sinistra, ndtr.] con la Lista Unita dall’altro, questo potrebbe essere il primo passo verso un nuovo orizzonte politico.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’importanza della deputata velata alla Knesset

Suhail Kewan

5 marzo 2020 Middle East Monitor

Dobbiamo occuparci del fatto che quattro donne arabe sono state elette nel nuovo parlamento israeliano, una delle quali è la prima deputata araba che indossa l’hijab [velo che copre capelli, fronte, orecchie e nuca, ndtr.], Iman Al-Khatib. Spesso si sono viste donne velate in posizioni di responsabilità e normalmente hanno forti personalità, cosa indispensabile perché le donne in generale, velate o no, incontrano grandi ostacoli sulla via dell’auto-affermazione. Le sfide iniziano nelle loro stesse comunità, molte delle quali ancora dubitano delle loro capacità di leadership, come anche nei consigli comunali. È ancora più difficile del normale per le donne che indossano il velo in un ambiente caratterizzato da razzismo e odio verso gli arabi e i musulmani in generale.

Vedere Al-Khatib alla Knesset riporta alla mente Ilhan Omar, la deputata democratica al Congresso USA, nei confronti della quale il grande amico di Netanyahu, il presidente Donald Trump, ha esplicitato il suo odio. Come noto, Trump l’ha invitata a tornare al suo Paese d’origine, la Somalia, a causa del suo attivismo antirazzista. È stata anche accusata dai sionisti americani di essere “antisemita” per via delle sue dure critiche delle politiche israeliane.

Tuttavia, per quanto riguarda gli immigrati in qualunque luogo, Iman Al-Khatib non è una di loro. Proviene da Yafa An-Naseriyye; è nativa del Paese. Ha un master in Scienze Sociali ed è madre di tre bambini. Ovviamente non è la prima deputata araba; tale onore spetta a Husnia Jabara, membro del partito di estrema sinistra [sionista, ndtr.] Meretz, seguita da Haneen Zoabi, la prima donna deputata di un partito arabo, l’“Assemblea Nazionale Democratica” [noto anche come Balad, si batte per l’uguaglianza di tutti i cittadini israeliani, ndtr.]. Le altre sono Aida Touma-Suleiman del Fronte Democratico per la Pace e l’Uguaglianza [alleanza tra il partito Comunista e altri gruppi di sinistra, ndtr.]; per alcuni mesi Niven Abu Rahmoun della Lista Unita [coalizione di tutti i partiti arabo-israeliani, ndtr.]; e poi Heba Yazbek di Balad. Oltre a Sonia Saleh di Ta’al (Movimento Arabo per il Rinnovamento [partito di Ahmad Tibi, uno dei leader della “Lista Unita”, ndtr.] ), che è stata eletta alle ultime elezioni.

La presenza nella Knesset di quattro donne elette con la Lista Unita segnala la consapevolezza dei partiti della necessità di una forte presenza di donne politicamente attive nel parlamento. C’è anche una crescente consapevolezza dei diritti, dello status e della forza delle donne. Una così forte rappresentanza araba nella Knesset è notevole e l’hijab ha il suo peso in proposito, sollevando, come sta facendo, il problema sia per gli arabi che per gli ebrei di che cosa debba essere la Knesset nei prossimi anni.

I candidati arabi saranno in grado di raggiungere il numero di deputati equivalente al potere di un partito politico. Questo è importante per due motivi: nei prossimi vent’anni gli arabi diventeranno decisivi e partner nelle questioni cruciali nella Knesset e i partiti sionisti incrementeranno le misure ostili contro di loro per fermarne la crescente influenza. Ciò significa rafforzare le già draconiane leggi discriminatorie che Netanyahu ha avviato, prima fra tutte la legge dello Stato-Nazione e la norma per ridurre il numero massimo di deputati arabi al 10% del totale. Questo verrà attuato per preservare il carattere ebraico dello Stato o per impedire il diritto al voto a chi non ha fatto il servizio militare [cioé i palestinesi di Israele, ndtr.] o in altri impieghi statali.

Nulla di nuovo: analoghi suggerimenti sono già stati fatti. Ci sono chiari segnali che verranno approvate leggi che delegittimano i partiti che non accettano l’esclusiva ebraicità dello Stato e li metteranno fuori legge. Questi sforzi nei prossimi anni diventeranno aggressivi man mano che crescerà l’influenza degli arabi nella composizione della Knesset; ciò riguarderà la Lista Unita con le sue quattro deputate e chiunque vi si aggiungerà in seguito. Forse che i partiti sionisti permetteranno che 30 deputati arabi siedano in parlamento per i prossimi vent’anni, a prescindere che le donne indossino o no il velo e che siano comuniste, musulmane o nazionaliste? In verità questo è ciò che Netanyahu ha cercato di evitare approvando la legge sullo Stato-Nazione e cancellando l’arabo come lingua ufficiale in Israele, anche se il 20% della popolazione parla arabo. Ci sono già disegni di legge per impedire ai partiti che non riconoscono l’ebraicità dello Stato di partecipare alle elezioni, eliminando così la possibilità di una presenza araba significativa e quindi influente nella Knesset. Qualunque presenza rimanente sarà una mera formalità finalizzata a dare di Israele l’immagine di uno Stato ebreo e democratico.

L’aumento da 9 a 15 deputati dei rappresentanti arabi alla Knesset nell’ultimo anno ha messo in luce il potere dei cittadini arabi palestinesi di Israele, e anche la sostanza dell’imminente conflitto nell’arena parlamentare, che ci pone di fronte a due possibilità. La prima è la perpetuazione dell’approccio razzista e di apartheid, che sarà intensificato con l’approvazione di leggi maggiormente razziste. La seconda è la creazione di un ampio fronte pacifista arabo ed ebreo che impedisca un ulteriore deterioramento della situazione.

Questo è ciò che suggerisce la Lista Unita attraverso il suo capo Ayman Odeh, ma nelle attuali circostanze è un sogno lontano. È chiaro che l’estrema destra è più forte ed è in totale sintonia con il generale spostamento a destra e l’ostilità verso l’islam e gli arabi, come dimostra Trump. I razzisti non accetteranno gli arabi come partner eguali e faranno tutto ciò che è in loro potere per fermare questa avanzata araba nella roccaforte del processo decisionale israeliano. La presenza di una deputata che indossa il velo nel parlamento israeliano è solo una parte del conflitto diffuso in molti ambiti riguardo al carattere, alla forma e al destino di questo Paese, del suo popolo e di coloro che ci vivono.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Violenza, oppressione e morte: in Cisgiordania l’ANP fa il lavoro sporco per Israele  

Ramzy Baroud

5 marzo 2020 – Middle East Monitor

Solo due settimane dopo che il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas aveva dichiarato che l’ANP avrebbe sospeso ogni “coordinamento per la sicurezza” con Israele, forze dell’ordine palestinesi in Cisgiordania hanno ucciso un ragazzo disarmato, Salah Zakareneh.

Zakareneh non è il primo e, purtroppo, non sarà l’ultimo palestinese ad essere ucciso dalle forze di sicurezza dell’ANP, che negli ultimi anni hanno notevolmente accentuato la loro azione repressiva contro ogni forma di dissenso politico in Palestina.

Il ragazzo diciassettenne è morto poco dopo che le forze dell’ordine dell’ANP erano state inviate nel villaggio di Qabatiya, a sud di Jenin, nella zona settentrionale della Cisgiordania, dove in teoria avrebbero dovuto affrontare una prevista “manifestazione militarizzata”.

La versione ufficiale della vicenda sostiene che, appena le forze dell’ANP sono arrivate a Qabatiya, uomini armati del villaggio hanno aperto il fuoco, mentre altri lanciavano pietre, obbligando i poliziotti dell’ANP a rispondere con proiettili veri e lacrimogeni, causando la morte di Zakareneh e il ferimento di altri. Nessun agente dell’ANP è rimasto ferito da colpi di arma da fuoco.

Non si può negare che negli ultimi mesi in tutti i territori occupati siano cresciuti in modo esponenziale sentimenti avversi all’ANP. L’Autorità di Abbas è corrotta e continua a governare i palestinesi, pur con le possibilità limitate consentite da Israele, senza alcuna legittimità democratica.

Per di più, l’ANP è formata in gran parte da fedeli del partito Fatah di Abbas, che a sua volta è diviso in vari centri di potere.

Nel 2016 l’ANP ha creato a Gerico un ente che riunisce le agenzie di intelligence palestinesi con l’unico obiettivo di reprimere i sostenitori dell’arci-nemico di Abbas, Mohammed Dahlan, attualmente in esilio.

Da quando è stato creato, il nuovo organismo di intelligence, che fa diretto riferimento al presidente, ha esteso il suo mandato e sta reprimendo attivamente ogni individuo, organizzazione o gruppo politico che osi mettere in discussione le politiche di Abbas e del suo partito.

Poco dopo che Abbas aveva affermato durante un discorso alla Lega Araba al Cairo il 1 febbraio che l’ANP interromperà ogni contatto con Israele “compresi i rapporti per la sicurezza”, un importante dirigente dell’ANP ha informato i media israeliani che la cooperazione tra ANP e Israele continua ancora.

Fino ad ora il coordinamento continua, ma i rapporti sono estremamente tesi,” ha detto il dirigente a Times of Israel [quotidiano in rete israeliano, ndtr.].

Il “coordinamento per la sicurezza” è forse l’unica ragione per cui Israele sta consentendo all’ANP di esistere, nonostante il fatto che Israele, con il sostegno degli Stati Uniti, sia venuto meno a tutti gli impegni in base agli accordi di Oslo e a tutte le intese che li hanno seguiti.

È veramente surreale che la dirigenza palestinese di Ramallah, che un tempo prometteva ai palestinesi libertà e liberazione in uno Stato indipendente e sovrano, ora esista soprattutto per garantire la sicurezza dell’esercito israeliano e dei coloni ebrei illegali nella Palestina occupata.

Ora l’ANP e l’occupazione israeliana coesistono in una sorta di rapporto simbiotico. Per garantire la continuazione di questi rapporti vantaggiosi per le due parti, sono entrambi impegnati nell’eliminazione di ogni forma di resistenza, o anche semplice protesta, nella Cisgiordania occupata.

In realtà, che i manifestanti di Qabatiya fossero o meno accompagnati da uomini armati avrebbe fatto ben poca differenza. L’unica forma di protesta o di riunione che attualmente è consentita in Cisgiordania è quella dei fedeli ad Abbas, che scandiscono il suo nome e se la prendono con i suoi nemici.

Lo scorso anno l’Organizzazione Araba per i Diritti Umani [ong che intende difendere i diritti umani nei Paesi arabi, ndtr.] del Regno Unito ha accusato i servizi di sicurezza dell’ANP di utilizzare misure repressive contro attivisti palestinesi e di impiegare torture psicologiche e fisiche contro chi critica. In altre parole, copiano le politiche israeliane nei confronti dei palestinesi.

Il Servizio di Sicurezza Preventiva (SSP) dell’ANP e varie altre agenzia di intelligence prendono spesso di mira studenti e prigionieri dopo che questi sono stati rilasciati.

Nel suo rapporto su Israele e Palestina, Human Rights Watch (HRW) [una delle principali ong per i diritti umani, ndtr.] ha affermato che centinaia di palestinesi sono stati arrestati e torturati dalle forze di sicurezza dell’ANP per i “reati” più insignificanti.

Secondo i dati di HRW “il 21 aprile (2019) l’ANP teneva in detenzione 1.134 persone”. I gruppi per i diritti umani hanno anche informato che “tra il gennaio 2018 e il marzo 2019 (l’ANP) ha arrestato 1.609 persone per aver ingiuriato ‘importanti autorità’ e aver provocato ‘conflitti settari’, imputazioni che di fatto criminalizzano il dissenso pacifico, e 752 per post sulle reti sociali.”

Mentre molti prigionieri palestinesi detenuti illegalmente in Israele intraprendono prolungati scioperi della fame chiedendo l’immediato rilascio o migliori condizioni di detenzione, spesso mancano notizie su prigionieri palestinesi che facciano scioperi della fame nelle prigioni dell’ANP.

Ahmad al-Awartani, 25 anni, è stato uno delle migliaia di palestinesi arrestati con l’accusa di oltraggio; il giovane è stato fermato grazie alla cosiddetta legge sui “Crimini informatici”. È stato arrestato dalla polizia dell’ANP per un solo post su Facebook in cui criticava l’Autorità Nazionale Palestinese.

Nell’aprile 2018 al-Awartani ha iniziato uno sciopero della fame quasi totalmente ignorato dai media palestinesi, arabi e internazionali.

Arresti arbitrari, torture e violenze sono episodi ricorrenti nella Palestina occupata. Mentre Israele è responsabile della maggior parte delle violazioni dei diritti umani dei palestinesi, l’ANP è parte integrante della stessa strategia israeliana.

Benché sia vero che la repressione operata da Abbas è fatta su misura per garantire i suoi interessi personali, le azioni dell’ANP in ultima istanza sono funzionali agli interessi di Israele che intende tenere divisi i palestinesi e sta utilizzando le forze di sicurezza dell’ANP come ulteriore livello di protezione dei suoi soldati e coloni.

Alla luce di ciò la morte di Zakareneh non può essere vista come un fatto marginale nella lotta palestinese contro l’occupazione e l’apartheid israeliane. Infatti l’Autorità Nazionale Palestinese ha fatto capire chiaramente che la sua violenza contro i palestinesi che dissentono non è diversa da quella israeliana che prende di mira ogni forma di resistenza in tutta la Palestina.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Per la prima volta nella storia di Israele, tra la popolazione ebraica si profila un vero campo della pace

Jonathan Cook

giovedì 5 marzo 2020  Middle East Eye

Nonostante il fatto che Benjamin Netanyahu e l’estrema destra siano i grandi vincitori del voto di lunedì, un numero senza precedenti di ebrei israeliani sembra aver sostenuto la “Lista Unita”

Gli ci sono forse voluti un anno e tre elezioni per riuscirci, ma martedì Benjamin Netanyahu ha iniziato ad assomigliare al grande Houdini – il re dell’evasione – della politica israeliana.

La coalizione di Netanyahu, composta da partiti di coloni ed estremisti religiosi, ha ottenuto 58 seggi sui 120 del parlamento, e quindi gli mancano 3 seggi per avere la maggioranza assoluta.

Ma, cosa ancor più importante, il suo Likud ha ottenuto tre seggi in più del suo principale rivale, Benny Gantz, ex-generale dell’esercito che guida il partito laico di destra “Blu e Bianco”.

Netanyahu ha vinto, anche se il procuratore generale recentemente lo ha incriminato per una serie di accuse di corruzione. Il suo processo deve iniziare tra due settimane.

I palestinesi vanno a votare

Eclissato dalla trama principale, che si è giocata tra Netanyahu e Gantz, l’altro argomento importante di queste elezioni è l’ondata di sostegno alla “Lista Unita”, la fazione che rappresenta la grande minoranza palestinese d’Israele.

Ha ottenuto quindici seggi – due deputati in più che in settembre – cioè la sua rappresentanza più numerosa alla Knesset. La “Lista Unita” è ora di gran lunga il terzo più grande partito del Paese.

Benché sia troppo presto per sapere con certezza perché il tasso di partecipazione a favore della Lista sia aumentato, ci sono tre probabili spiegazioni.

Una di queste è che i cittadini palestinesi, ossia un quinto della popolazione israeliana, sembrano avere per la prima volta l’impressione che il loro voto sia importante, o almeno che dovrebbe esserlo.

Lo scorso aprile, alle prime elezioni dell’attuale serie [di votazioni], meno della metà degli elettori di questa minoranza era andata alle urne, facendo ottenere alla Lista 10 seggi. È probabile che questa volta abbiano votato circa i due terzi.

Ciò è in parte legato al piano Trump, che favorisce quello che viene chiamato uno “scambio di terre”, un obiettivo della destra guidata da Netanyahu. Questo scambio permetterebbe a Israele di annettere delle colonie e in cambio circa 250.000 palestinesi sarebbero privati della cittadinanza israeliana e assegnati allo “Stato (palestinese) in attesa” ridotto a brandelli.

Questa minaccia – la pulizia etnica attraverso un gioco di prestigio – ha molto probabilmente fatto infuriare molti cittadini palestinesi d’Israele che in precedenza avevano boicottato le elezioni o che erano troppo disillusi per andare a votare. Volevano dimostrare che il fatto che siano cittadini non può essere ignorato, né da Trump né da Netanyahu.

Un nuovo potere

Ma la rimonta della “Lista Unita” è precedente al piano Trump. In settembre il tasso di partecipazione della minoranza era salito a circa il 60%.

Fino a poco tempo fa – e sicuramente dopo lo scoppio della seconda Intifada, vent’anni fa -, la sensazione era che la politica israeliana fosse una faccenda esclusivamente ebraica. La maggioranza sionista era d’accordo sulle questioni politiche fondamentali, e i cittadini palestinesi non credevano di poter cambiare le cose. La loro voce non aveva la minima importanza.

Ma le ultime tre elezioni suggeriscono un lieve cambiamento. È vero che questa minoranza continua a non essere ascoltata. Di fatto gli oppositori di Netanyahu, che si tratti di “Blu e Bianco” di Gantz o della nuova coalizione guidata dai laburisti, hanno attivamente preso le distanze dalla “Lista Unita”, dato che Netanyahu ha ribattuto loro che sarebbe immorale contare sui deputati “arabi” per governare.

Quello che hanno invece dimostrato le tre elezioni è che, con il suo voto, la minoranza potrebbe bloccare il cammino di Netanyahu verso il potere e vendicarsi così del suo costante incitamento all’odio contro di loro e i loro rappresentanti in quanto traditori e nemici dello Stato ebraico.

Infatti, se il tasso di partecipazione dei cittadini palestinesi fosse stato sensibilmente minore, Netanyahu avrebbe probabilmente ottenuto i 61 seggi di cui ha bisogno.

È precisamente il suo timore del voto dei palestinesi che ha portato Netanyahu a moderare le sue provocazioni contro la minoranza durante le ultime tappe della campagna elettorale. Precedenti considerazioni, del tipo che “gli arabi ci vogliono annientare tutti, uomini, donne e bambini,” durante le ultime elezioni di settembre gli si sono rivoltate contro, facendo salire la partecipazione della minoranza.

Tuttavia questa nuova sensazione di potere potrebbe non durare. Deriva dal fatto che Netanyahu ha profondamente diviso l’elettorato ebraico. Senza di lui potrebbe ristabilirsi rapidamente un consenso sionista, che tratta i palestinesi come semplici pedine da spostare a piacere sullo scacchiere ebraico.

Scomparsa del campo della pace

L’altra spiegazione probabile, e ottimistica, di questa ondata è che un numero senza precedenti di ebrei israeliani sembrano aver sostenuto la “Lista Unita”.

La Lista comprende quattro partiti politici, di cui uno solo – il socialista “Hadash” – si presenta come un partito di arabi ed ebrei. L’unico posto che riservava di solito a un parlamentare ebreo in una posizione nella sua lista che ne permettesse l’elezione rifletteva il fatto che pochissimi ebrei israeliani sostenevano il partito.

La riduzione del sostegno degli ebrei non ha fatto che aumentare quando “Hadash” è stato obbligato da una nuova legge che ha imposto una soglia di sbarramento ad entrare nell’accordo della “Lista Unita” in tempo per le elezioni del 2015. Ha dovuto stare insieme a un partito islamista e a un partito liberale che rifiuta esplicitamente Israele in quanto Stato ebraico.

E allora, perché questo palese cambiamento in queste elezioni?

Gli ebrei che si identificano come parte del campo della pace si sono sentiti abbandonati dai loro partiti tradizionali di “sinistra sionista” – laburisti e Meretz. Nel momento in cui l’opinione pubblica ebraica si sposta sempre più a destra, i due partiti della “pace” si sono affrettati a seguirla. Né l’uno né l’altro ormai parlano più di uno Stato palestinese o della fine dell’occupazione.

Il colpo finale è stato durante queste elezioni quando, per salvarsi dall’oblio elettorale, il Meretz, il partito sionista più a sinistra, è entrato in una coalizione formale non solo insieme al partito Laburista, di centro, ma con “Gesher”, la cui dirigente Levy-Abekasis è una transfuga del partito di estrema destra di Lieberman, “Israel Beytenu [Israele Casa Nostra, ndtr.].

I laburisti, partito fondatore di Israele, e il Meretz speravano che questa decisione li avrebbe rafforzati. Al contrario, segna un altro importante passo verso la loro scomparsa. Insieme dovrebbero ottenere sette seggi, uno in più di quelli che i laburisti avevano conquistato da soli lo scorso aprile – il peggior risultato del partito fino ad allora.

Una vera sinistra”

Il centro israeliano è schiacciato da ogni lato: i sostenitori più guerrafondai del partito Laburista si sono rivolti verso “Blu e Bianco”, mentre i pacifisti del Meretz sembrano attratti dalla “Lista Unita”.

Può darsi che si tratti di un piccolo numero, ma è uno sviluppo incoraggiante – quasi rivoluzionario. Ciò suggerisce che per la prima volta nella storia d’Israele nella popolazione ebraica si profila un vero campo della pace. Non un campo alla ricerca di un’illusoria soluzione a due Stati, fondata sui privilegi degli ebrei, ma un campo pronto a sedersi a fianco dei partiti palestinesi in Israele e a sostenerli, anche se come partner di minoranza.

Il capo della “Lista Unita”, Ayman Odeh, martedì ha festeggiato questo cambiamento, dichiarando: “È l’inizio della nascita di una vera sinistra.”

Questo potrebbe dimostrarsi l’aspetto positivo in un quadro molto più cupo di queste elezioni, nelle quali gran parte della popolazione ebrea israeliana ha chiaramente indicato non solo che, ancora una volta, non si interessa affatto delle violenze contro i palestinesi, sotto occupazione o cittadini [d’Israele, ndtr.], ma che ora è diventata insensibile all’autoritarismo e agli abusi contro ciò che resta delle loro istituzioni democratiche.

Jonathan Cook è un giornalista britannico residente dal 2001 a Nazareth. Ha scritto tre libri sul conflitto israelo-palestinese. Ha vinto il Martha Gellhorn Special Prize for Journalism [il premio speciale Martha Gellhorn per il giornalismo].

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Le elezioni di Israele al tempo del coronavirus danno Netanyahu in ottima salute

Lily Galili da Tel Aviv

3 marzo 2020 – Middle East Eye

La composizione del prossimo governo israeliano e le prospettive di altre elezioni sono poco chiare. Ma una cosa è certa: il primo ministro ha messo a segno un colpaccio

Le elezioni di lunedì, ai tempi del coronavirus, in cui migliaia di israeliani in quarantena hanno votato in seggi speciali anti-contagio, non sono state solo il terzo turno di votazioni. Sono state un referendum sul primo ministro Benjamin Netanyahu, accusato di corruzione e truffa, e sullo stato di diritto e sulla democrazia.

Netanyahu, che sarà processato il 17 marzo, ha vinto.

I risultati non sono ancora definitivi, ma, in base al 90% dei voti scrutinati, il Likud supera “Blu e Bianco” con 36 seggi a 32.

La sua alleanza di destra ultra-ortodossa ottiene 59 [al 99% dei voti scrutinati il blocco guidato da Likud scende a 58 e Blu Bianco sale a 33 ndt] dei 120 seggi al parlamento israeliano, la Knesset. Nel contempo il blocco di centro-sinistra è ridotto a 54 seggi, con il partito Laburista- Meretz che ha ottenuto solo sei deputati.

La sinistra sionista, per come la conoscevamo, è scomparsa. Abbandonata dagli ebrei israeliani, ora si deve alleare con i cittadini palestinesi di Israele per sopravvivere.

Benché l’Israele democratica e liberale abbia perso, in un certo modo gli israeliani hanno vinto. Con la più alta affluenza alle urne in 20 anni (circa il 72%) questa volta gli israeliani hanno mandato un chiaro messaggio e forse hanno persino evitato la cosa che più temevano: una quarta tornata elettorale.

Più che votare per un candidato, gli israeliani hanno votato per se stessi. I circa 250.000 elettori – ebrei e arabi – che avevano scelto di starsene a casa durante le elezioni di settembre questa volta sono andati alle urne. La maggior parte dei nuovi voti sono andati al Likud di Netanyahu, anche se un numero considerevole [di voti] è andato alla coalizione “Lista Unita” dei partiti palestinesi.

Stando così le cose, sembra probabile che questi nuovi elettori abbiano evitato di essere di nuovo chiamati al voto. Hanno anche garantito il fatto che la “Lista Unita” sia il terzo maggiore partito, passando da 13 a 14 seggi. [15 a fine scrutinio ndt]

Ma soprattutto hanno incoronato Bibi.

Sotto attacco

Se non importano la corruzione e la totale mancanza di limiti e di moralità del leader, allora questa scelta ha senso.

Se non importa che l’annessione delle colonie nella Cisgiordania occupata sia immorale e cambi la vita sia degli israeliani che dei palestinesi, allora Netanyahu è certamente la scelta giusta.

Se non importa il razzismo che si diffonde più rapidamente del coronavirus, questa scelta è pienamente giustificata. Mentre le acque si stanno calmando, gli strateghi concordano: la frase che Netanyahu ha ripetuto in continuazione – “Gantz non può governare senza Tibi”, in riferimento ad Ahmad Tibi, il leader della “Lista Unita” – si è dimostrata estremamente efficace.

Tibi è stato usato da Netanyahu non solo come slogan, ma come simbolo della minaccia collettiva che il primo ministro accusa ogni arabo di rappresentare per lo Stato ebraico.

Benny Gantz, il principale sfidante di Netanyahu e capo del partito “Blu e Bianco”, ha scelto di essere messo in un angolo, impegnandosi a formare un governo solo di ebrei e definendo la “Lista Unita” un partner illegittimo.

Così facendo ha reso ancor più sfumato il confine tra il suo partito e il Likud e non ha fornito nessuna ragione per votarlo.

Netanyahu, giustamente definito il miglior personaggio nelle campagne elettorali della storia politica di Israele, ha condotto da solo la campagna elettorale più sporca, vergognosa e di livello più basso di sempre. Ha vinto.

Ciò dice molto di lui e ancor di più di quello che Israele è diventato.

Il processo democratico è servito come strumento per creare un Israele ancora meno democratico, più razzista e rancoroso. Ora è un Paese in cui gli arabi sono partner illegittimi, chi si oppone agli obblighi religiosi (come gli immigrati dai Paesi dell’ex-Unione Sovietica) è antisemita e chi è di sinistra e crede nella soluzione dei due Stati con i palestinesi è etichettato come nemico dello Stato.

Ogni istituzione democratica è sotto attacco.

Un percorso verso l’immunità?

Una delle prime questioni poste ai parlamentari del Likud durante la notte è stata se la vittoria di Netanyahu porterà al licenziamento di Avichai Mandelbit, il procuratore generale che lo ha messo sotto accusa. Questa domanda rimane senza risposta, benché alcuni analisti di destra siano ansiosi di dichiarare che a Netanyahu è stata concessa dal popolo l’immunità morale.

Martedì mattina il deputato del Likud Miki Zohar, ardente difensore di Netanyahu, ha annunciato alla radio che i risultati dicono forte e chiaro che il primo ministro non affronterà un processo. Queste dichiarazioni non hanno alcun valore giuridico, ma sono realmente pericolose.

Il sistema giudiziario israeliano consente a un primo ministro accusato di corruzione e truffa di rimanere in carica fino alla condanna definitiva, ma la questione se sia legale sceglierlo per formare un governo rimane irrisolta.

Si tratta semplicemente di una situazione senza precedenti nella storia del Paese, potenzialmente esplosiva per la società israeliana.

Per il blocco di destra e ultra-ortodosso di Netanyahu, e per i suoi elettori, le elezioni di ieri sono state un referendum su questo problema ed ogni interferenza giuridica potrebbe persino portare a una risposta violenta.

Nonostante l’evidente vittoria di Netanyahu, il futuro rimane complesso. I 59 [ 58 ndt] seggi del suo solido blocco non sono sufficienti per formare un governo. A Netanyahu ne sono necessari altri, e in fretta.

Da ieri Israele si muove su due strade: quella politica, nel tentativo di formare un governo funzionante, e quella dei problemi giudiziari di Netanyahu. In due settimane, con l’inizio del processo, i due percorsi si incroceranno.

Netanyahu è impaziente di formare il suo governo prima del 17 marzo in modo da arrivare in tribunale come primo ministro e non solo come politico incaricato di formare un governo. Questo obiettivo sarà difficile da raggiungere. Molti fattori potrebbero interferire in questo processo. Quello più immediato è il voto dei soldati che sarà conteggiato e preso in considerazione solo mercoledì sera. Vale 5-6 seggi e può fare una grande differenza. Nel voto di settembre la maggioranza dei soldati aveva scelto “Blu e Bianco”.

L’altro fattore ignoto è di nuovo Avigdor Lieberman, capo del partito “Yisrael Beitenu” [Israele casa nostra, partito di estrema destra laica votato soprattutto da ebrei dell’ex-Unione Sovietica, ndtr.]. Come dice il proverbio, non è finita finché non canta la grassona, e con i suoi sei seggi Lieberman è meno grasso che a settembre, quando ne aveva ottenuti otto, ma molto dipende ancora da lui.

Se sceglie di unirsi alla coalizione di destra perde la faccia, ma garantisce la creazione di un solido governo di destra. Per farlo deve superare il suo disprezzo per Netanyahu, le sue idee contrarie agli ortodossi e smentire tutte le sue promesse elettorali.

Lunedì notte, nella prima dichiarazione dopo gli exit-poll, è sembrato cauto. “Riguardo al blocco ortodosso-messianico scegliamo di attendere i risultati finali,” ha affermato nel suo quartier generale tutt’altro che in festa. “Siamo un partito di principi, non ci allontaneremo di un millimetro da quello che abbiamo promesso nella nostra campagna.”

Quello che hanno promesso è: niente Bibi, niente arabi, niente alleati ortodossi. Finché non importerà un elettorato israeliano del tutto nuovo, non potrà stringere nessuna alleanza senza infrangere le sue “promesse”.

Costruzione di una coalizione

Confuso? Proprio così. Una previsione contraddice l’altra.

In alcune interviste prima del voto, Netanyahu ha insinuato – ammiccando – che si aspetta disertori da altri partiti che gli consentano di formare una coalizione stabile di 61-62 seggi. Dopo gli exit poll, i collaboratori di Netanyahu hanno continuato a riproporre questo scenario.

Teoricamente ci sono tre possibili riserve di voti: deputati scontenti in fondo alla lista di “Blu e Bianco”, membri del partito di Lieberman e Orly Levy, che una volta era di Yisrael Beitenu e ora è alleata del partito Laburista e del Meretz. La sua storia politica la indica come l’anello più debole. Finora nessuno di questi scenari sembra particolarmente realizzabile.

L’altra possibilità è un governo di unità.

Parlamentari e ministri del Likud la ritengono possibile. Politicamente avrebbe senso. Non ci sono reali differenze ideologiche tra i due principali partiti, a parte il fatto che “Blu e Bianco” si è impegnato a non stare con Netanyahu finché è imputato di truffa e corruzione.

Meir Cohen, un parlamentare di “Blu e Bianco”, martedì durante un’intervista radiofonica ha insistito che non ci saranno disertori e che un’alleanza con Netanyahu è da escludere.

Dato che Netanyahu è riuscito a perfezionare il concetto “L’etat c’est moi” [Lo Stato sono io, frase attribuita a Luigi XIV di Francia ed assurta a simbolo dell’assolutismo monarchico, ndtr.] è difficile separare il suo destino da quello del futuro governo.

Realisticamente 60-61 seggi sono sufficienti per governare, ma non per salvare Netanyahu dal primato del sistema giustiziario. A questo punto la sua mossa migliore sarebbe la legge francese sull’immunità concessa a chi governa che rimanda il processo fino al giorno dopo la fine del mandato.

Ha bisogno di una maggioranza più ampia per far approvare quella legge. Se non ci riesce, insisterà per essere primo ministro e al contempo essere processato.

Suona come una quarta tornata elettorale? Probabilmente no, benché non si veda ancora un’altra soluzione.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Gli israeliani scelgono un governo di destra – rispetto ad un governo di destra moderata

Jonathan Ofir

3 marzo 2020 Mondoweiss

Con il 90% dei voti scrutinati nella terza elezione in un anno in Israele, la grande sorpresa è che il Likud di Netanyahu supera il partito rivale di centro “Blu e Bianco” di Gantz. Il conteggio è di 36 (seggi) per il Likud e 32 per “Blu e Bianco”. Per alcuni mesi il Likud è rimasto sostanzialmente indietro, e solo nelle ultime due settimane i sondaggi hanno iniziato a mostrare un lieve vantaggio del Likud su “Blu e Bianco”. Nessun sondaggio aveva assolutamente previsto una vittoria di questa portata prima della giornata elettorale di ieri.

Però in base al conteggio sembrano mancare al blocco di destra del Likud 2 seggi –con 59 eletti– per raggiungere una coalizione di governo senza  “Blu e Bianco” e senza i sette seggi di Lieberman nel partito “Yisrael Beitenu” [ultranazionalista laico, ndtr.]. Ma Lieberman ha sempre dichiarato che la sua unica opzione è un governo di unità senza i partiti religiosi, che hanno ottenuto 17 seggi e sono una componente essenziale del blocco di Netanyahu.

Quindi, benché non sia ancora una vittoria decisiva per il Likud e per Netanyahu, è comunque una vittoria importante, almeno simbolicamente. Netanyahu ha già salutato la vittoria come “la più grande della mia vita”.

Occorre sottolineare che anche la “Lista Unita”, che rappresenta la maggior parte dei palestinesi israeliani, ha ottenuto un successo storico: 15 seggi. Ma questo conta poco per i sionisti che governano Israele: “Blu e Bianco” ha già affermato chiaramente che non parteciperanno al governo, come è sempre stato in Israele – gli “arabi” possono aumentare o diminuire, semplicemente non contano nel sistema dell’Israele “ebraico e democratico”, che è una forma di “democrazia solo per gli ebrei”.

Qui è importante l’elemento simbolico. Se Netanyahu sembra essere ad un passo dalla maggioranza di 61 seggi, Gantz ne è lontano anni luce. Senza la Lista Unita, una coalizione di centro-sinistra tra “Blu e Bianco” e partito Laburista – Meretz (7 seggi, i rimasugli della sinistra sionista) arriverebbe solo a 39 seggi. Anche se questa coalizione dovesse contare sull’appoggio dei voti della Lista Unita, comunque non si avvicinerebbe nemmeno [alla maggioranza]. Perciò il messaggio è che Israele è un Paese di destra.

E bisogna considerare la logica dal punto di vista dell’elettore israeliano di destra. Se “Blu e Bianco” è sostanzialmente un partito fotocopia del Likud, semplicemente senza Netanyahu, e se votarlo porta ad un’impasse, allora perché non votare direttamente il Likud e aumentare le probabilità di un governo di destra, anche se non ti piace Netanyahu?

Questa sembra essere la logica naturale in questa protratta guerra di logoramento sotto forma di elezioni israeliane senza fine. Netanyahu sembra essere entusiasta di questa prospettiva. Può essere che ciò conduca ad una quarta elezione, ma non sarà affatto un problema per Netanyahu. Il messaggio è “solo un’altra piccola spinta” e “Netanyahu o il disastro”.

Israele può andare avanti per un po’ con questo “governo provvisorio”. Se la realtà dimostra che elezioni ripetute alla fine producono un vantaggio per il Likud, allora dal punto di vista di Netanyahu potrebbe valere la pena di insistere,  non accettare compromessi per un governo di unità e giocare questa carta in vista di una vittoria ancor maggiore e più netta la prossima volta.

Jonathan Ofir . Musicista israeliano, direttore d’orchestra e blogger, vive in Danimarca.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)