Sì, i mizrahi appoggiano la destra. Ma non per le ragioni che pensate.

Tom Mehager

27 febbraio 2020 – +972

Sostenendo i partiti di destra, i mizrahi hanno trovato soluzioni alle difficoltà che sono derivate da decenni di ashkenaziti.

Ogni elezioni politica israeliana è accompagnata dal solito dibattito pubblico sulle comunità mizrahi [lett.: orientali, ndtr.] e sul loro presunto appoggio alla destra, e più precisamente al partito di governo Likud. In Israele a sinistra molti ipotizzano regolarmente le ragioni per cui così tanti mizrahi – ebrei originari di Paesi arabi o musulmani – votano per partiti di destra, ma spesso finiscono per mancare completamente il bersaglio oppure per riciclare stereotipi razzisti.

Quindi, come possiamo capire questa scelta? Il principale contesto del problema è il conflitto israelo-palestinese. Non pretendo di fornire una risposta esaustiva e completa alla questione, ma darò invece esempi che dimostrano come le pluridecennali politiche di Israele di discriminazione e marginalizzazione dell’opinione pubblica mizrahi da parte dell’establishment ashkenazita [lett. tedeschi, ebrei originari dell’Europa centro-orientale, ndtr.] abbia determinato il fatto che molti abbiano trovato nel campo nazionalista una risposta alle difficoltà economiche.

Se comprendiamo la storia della lotta dei mizrahi – e la sua repressione da parte del campo più strettamente legato oggi al movimento pacifista israeliano – da una prospettiva politica ed economica, comprenderemo meglio come i mizrahi si siano trovati in un campo molto spesso associato alla destra nazionalista. Cosa ancora più importante, una simile analisi ci consente di comprendere precisamente perché la destra abbia dato una risposta alle ristrettezze economiche dei mizrahi derivate dalla supremazia degli ashkenaziti nel contesto politico ed economico israeliano.

Terra, casa e insediamenti

In Israele la storica lotta del movimento sionista sulla terra ha posto fin dai suoi inizi le fondamenta della gerarchia basata sull’etnia e sulla classe. La guerra del 1948 è stata il culmine di questa lotta. Dopo l’espulsione e la fuga dei palestinesi – e il fatto di averne impedito il ritorno – il governo di Israele e le sue istituzioni sioniste si impossessarono delle notevoli risorse che erano state lasciate dietro di loro dai rifugiati. Alla fine della guerra solo il 13,5% della terra del Paese era di proprietà dello Stato, ma, grazie ad una rapida campagna di espropri, le istituzioni israeliane presero il controllo della maggior parte delle terre. L’effetto immediato di questa politica fu, ovviamente, la spoliazione del popolo palestinese dei propri averi e della propria patria.

La distribuzione delle terre palestinesi tra gli ebrei israeliani rifletteva una gerarchia su linee etniche tra “veterani” ashkenaziti e immigrati mizrahi appena arrivati, che giunsero in Israele dopo la guerra. È proprio in questo modo che le differenze di classe vennero inserite all’interno della costruzione della società israeliana: un’élite ashkenazita privilegiata nell’accesso alla casa ed alla terra opposta a una popolazione mizrahi deprivata. La maggior parte delle comunità arrivate dal Nord Africa, in particolare dal Marocco, vennero insediate fuori dai centri urbani del Paese, dove Israele indediò la maggior parte degli immigrati ashkenaziti.

Verbali degli incontri del ministero degli Interni e dell’Agenzia Ebraica dell’epoca rivelano il modo in cui i funzionari del governo vedevano i mizrahi. I nordafricani, dicevano i dirigenti, potrebbero essere mandati nelle regioni di frontiera, mentre agli immigrati polacchi – tra cui, affermavano, c’erano dei professionisti – dovevano essere ospitati nelle zone centrali del Paese, lungo la costa. Raramente il governo diede riserve di terreni alle misere città di sviluppo, che vennero costruite in regioni remote del Paese per gli immigrati nordafricani, spesso su terre palestinesi, così come alle comunità arabe rimaste dopo il 1948. I consigli regionali, tuttavia erano le sedi degli abitanti dei kibbutz [comunità agricole sioniste collettivizzate, ndtr.], dei moshav [comunità sioniste di tipo cooperativo, ndtr.] e di altre forme di insediamento associate con l’élite ashkenazita che aveva fondato il Paese.

Inoltre la distinzione tra zone in cui la proprietà della terra degli ebrei nei territori palestinesi venne “formalizzata” in città come Gerusalemme e Tel Aviv e luoghi in cui gli abitanti erano definiti “invasori” corrispondeva allo stesso modo con la distinzione tra ashkenaziti e mizrahi. Mentre gli abitanti dei kibbutz, in cui la maggior parte discendeva da ashkenaziti, facevano ricorso a commissioni di ammissione per garantire la separazione abitativa, i mizrahi delle classi basse vennero relegati in case popolari fatiscenti.

Dagli anni ’50 la lotta dei mizrahi mise al centro dell’attenzione il razzismo istituzionalizzato del Mapai, il partito dominante e precursore dell’attuale partito Laburista, chiedendo una soluzione immediata alla difficile situazione dei mizrahi in Israele. Un documento pubblicato dall’“Unione dei Nordafricani” – che guidò la rivolta da parte degli abitanti mizrahi del quartiere di Wadi Salib ad Haifa nel 1959 contro le condizioni abitative degradate che erano obbligati a sopportare – chiedeva, tra le varie cose, al governo di fornire “abitazioni umane per ogni famiglia, l’immediata abolizione di ogni Ma’abarot (campi di transito gestiti dal governo per i nuovi immigrati), l’eliminazione delle baraccopoli e case per i celibi. Chiedevano anche al governo di fornire un’istruzione adeguata a tutti, la fine di ogni discriminazione, della segregazione etnica in materia religiosa, del governo militare che controllava le vite dei cittadini palestinesi di Israele, la garanzia della libertà di parola ed altre rivendicazioni.

Più di un decennio dopo le Pantere Nere [gruppo politico mizrahi che lottava contro le discriminazioni, anche a danno dei palestinesi, e si richiamava all’omonimo gruppo afro-americano, ndtr.] israeliane, che nacquero nel 1971 nel quartiere di Musrara a Gerusalemme, parlavano di “baraccopoli” per descrivere la crisi abitativa che colpiva i mizrahi di Israele. Chiesero al governo di smantellare i “ghetti per neri” in città. Attivisti del quartiere Yemin Moshe di Gerusalemme si lamentarono che gli abitanti mizrahi dichiarati “intrusi” venissero cacciati dalle loro case e sostituiti da ricchi ashkenaziti. In questo modo i militanti mizrahi definirono attivamente le proprie politiche con concetti di sinistra, per l’uguaglianza e i diritti umani.

È per questo che il rapporto tra l’arrivo al potere del Likud nel 1977 e la resistenza dei mizrahi ai privilegi materiali degli ashkenaziti – che segnarono i primi 30 anni dello Stato – sono in genere, e in modo restrittivo, visti attraverso il prisma del risentimento storico nei confronti del Mapai. Si deve considerare il risentimento di larghe frange dei mizrahi nei confronti della sinistra israeliana in questo contesto di decenni di razzismo istituzionalizzato, il rapimento di bambini [figli di mizrahi, soprattutto yemeniti, vennero tolti ai genitori, sostenendo che erano morti, e affidati a famiglie facoltose, israeliane o statunitensi, ndtr.] e l’irrorazione dei nuovi immigrati mizrahi con il pesticida DDT [che risultò in seguito essere cancerogeno, ndtr.].

Benché questi aspetti siano importanti, non raccontano tutta la storia. È fondamentale ricordare che il Likud rafforzò la posizione socio-economica dei mizrahi. Lo storico israeliano Danny Gutwein sostiene che un numero relativamente ampio di mizrahi che votano per la destra è il prodotto, tra le altre cose, del modo in cui l’impresa di colonizzazione in Cisgiordania e a Gerusalemme ha compensato gli israeliani dello smantellamento dello Stato sociale negli anni ’80. In questo modo, secondo Gutwein, le politiche del Likud oltre la Linea Verde [che prima dell’occupazione separava Israele dalla Cisgiordania, ndtr.] contribuì a migliorare la posizione di classe dei mizrahi.

È vero che le case popolari nelle colonie fornirono ai mizrahi una soluzione per i loro problemi economici. Eppure, nonostante le affermazioni di Gutwein, la costituzione delle colonie con agevolazioni statali non è stato il risultato dell’incapacità di uno stato sociale israeliano che non esiste più, dato che in primo luogo in Israele uno stato sociale equo non è mai esistito. La forza principale che ha spinto alla costruzione di insediamenti sociali oltre la Linea Verde è la differenza socioeconomica tra gli ashkenaziti e i mizrahi, il prodotto di un regime di privilegi per i primi messo in atto prima dell’occupazione del 1967 e che diede vita a quella che noi chiamiamo la rivolta mizrahi. La ricchezza della terra e delle risorse palestinesi venne distribuita in modo diseguale all’interno dei confini del ’48, dove gli ashkenaziti godettero di privilegi riguardo alla terra e alle condizioni abitative, però oltre la Linea Verde si può trovare una nuova ricchezza, sostenuta da finanziamenti pubblici e sussidi per le abitazioni che, per la prima volta, hanno beneficiato le famiglie mizrahi. È così che una significativa parte dei mizrahi israeliani è stata in grado di conquistarsi una posizione. 

Sia ashkenaziti che mizrahi hanno beneficiato della spoliazione dei palestinesi in fasi diverse dell’ebraizzazione della Palestina. Mentre le “conquiste” del 1948 beneficiarono solo gli ashkenaziti, i mizrahi trovarono la soluzione della crisi abitativa nelle colonie di edilizia sociale al di là della Linea Verde, a Gerusalemme e in Cisgiordania. Ognuno di questi gruppi ha i propri interessi politici ed economici specifici. Quindi non c’è da stupirsi che un gruppo come Peace Now, che è legato all’élite ashkenazita, vigili sulla costruzione di colonie al di là della Linea Verde, ma non parli mai del rapporto tra la spoliazione dei palestinesi nel 1948 e il conflitto israelo-palestinese.

Educazione e lavoro

Riguardo a educazione e lavoro, il regime di discriminazione e segregazione etnica di Israele ha spinto i mizrahi nelle braccia del sistema di sicurezza. Nel 1945 Eliezer Riger, uno dei più importanti sostenitori della formazione professionale, che in seguito diventerà ispettore generale del sistema educativo israeliano, si espresse a favore della necessità della segregazione tra mizrahi ed ashkenaziti nel sistema educativo: “Dopotutto la preminenza nell’(educazione) pre-professionalizzante potrebbe essere di grande vantaggio per la popolazione orientale…I bambini orientali, almeno gran parte di essi, non possono che apprezzare l’insegnamento semplificato e non ricavavano una reale utilità dall’istruzione teorica.” Zalman Aren, ministro dell’Educazione dell’epoca, sostenne un’opinione simile: “Ho una grande opinione delle scuole superiori di livello accademico, ma non ho alcun dubbio che nella situazione dello Stato a questo livello ci sia ancora una predilezione per le scuole professionali. Non vorrei che le città di sviluppo si attenessero a questo tipo di snobismo e mandino un ragazzino in una scuola superiore che lo danneggerebbe.”

Fino ai nostri giorni il sistema educativo utilizza una politica di monitoraggio degli studenti che indirizza molti adolescenti mizrahi nella formazione professionale, mentre molto spesso gli studenti ashkenaziti sono inviati nelle scuole superiori normali. Questa politica ha chiaramente un impatto molto maggiore sulle prospettive educative dei mizrahi, impedendo a molti di loro di continuare gli studi all’università.

Secondo un rapporto del Centro Adva, un gruppo di studio progressista israeliano che monitora le dinamiche socio-economiche, le due principali reti di scuole professionali, ORT e Amal, si trovano per lo più nella periferia geografica ed economica di Israele. Delle 159 scuole delle due reti, 113 (il 71%) si trovano in zone della fascia più bassa dello spettro socio-economico, comprese 35 scuole in zone arabe, 43 in città di sviluppo e 35 in altre località. Inoltre un nuovo studio di Yanon Cohen, Noah Levin Epstein ed Amit Lazarus sull’istruzione tra gli israeliani di terza generazione ha scoperto che le percentuali di diplomati o laureati sono di circa il 20% più alte tra gli ashkenaziti rispetto ai mizrahi.

Gli ostacoli educativi hanno spinto molti mizrahi della classe lavoratrice a cercare opportunità lavorative nell’esercito israeliano e in altre forze di sicurezza. La sociologa Orna Sasson-Levy spiega come il servizio militare, anche a livello più basso, possa fornire opportunità economiche ai mizrahi: “In quanto studenti negli istituti professionali, molti dei quali senza un diploma di scuola superiore, la maggior parte dei soldati in questa situazione non si vede continuare a studiare nelle scuole superiori, laddove la loro forza lavoro manuale e la professionalità che hanno acquisito nella scuola superiore potrebbero essere le principali risorse che hanno come garanzia dal punto di vista economico, e per questo è importante per loro sviluppare le risorse a loro disposizione dalla prima infanzia (…). I soldati che continuano a fare il militare per un certo numero di anni su base professionale lo spiegano anche principalmente con considerazioni di carattere economico. Valutano l’esercito in base a standard in genere riservati a un posto di lavoro, come l’opportunità di ricevere un addestramento professionale, vantaggi sociali, cure mediche e dentistiche ed altre.”

Il professor Yagil Levy mostra come l’esercito possa potenzialmente contribuire a migliorare la classe socio-economica di un individuo. Il suo libro “Israel’s Materialist Militarism” [Il militarismo materialista di Israele] analizza come l’esercito abbia aiutato a legittimare le richieste sociali dei mizrahi attraverso il servizio militare. Mentre gli ashkenaziti laici hanno iniziato a essere protagonisti di un processo di smilitarizzazione e cercano altre prospettive socio-economiche, Levy ha scoperto che gruppi della periferia israeliana hanno iniziato ad utilizzare l’esercito per soddisfare le proprie necessità sociali ed economiche.

Oltre a questi studi, l’alta percentuale di mizrahi che lavorano nella polizia o nel servizio penitenziario israeliano può essere spiegata con il fatto che, in assenza di un impiego redditizio – che richiede un’educazione superiore –, il lavoro nelle forze di sicurezza offre condizioni economiche stabili. Questo tipo di lavoro può servire come rifugio rispetto ad una crisi educativa e lavorativa, proprio come le case popolari nelle colonie vengono usate da molti come un rifugio dalla crisi abitativa all’interno di Israele. Sia nell’ambito abitativo che educativo/occupazionale, i processi possono essere spiegati alla luce delle differenze di classe tra ashkenaziti e mizrahi. Quindi ambienti che sono in genere visti come di destra, nazionalisti o radicali nei confronti dei palestinesi – colonie oltre la Linea Verde o forze di sicurezza israeliane – nella società israeliana sono considerati dalle comunità mizrahi come un salvagente socio-economico.

Secondo uno studio condotto nel 1987 da Noah Levin-Epstein e Moshe Semyonov anche l’ingresso di lavoratori palestinesi a giornata dai territori occupati nel mercato del lavoro israeliano dopo l’occupazione del 1967 ha giocato un ruolo fondamentale nel miglioramento delle condizioni socio-economiche dei mizrahi. Essi hanno dimostrato che nel 1969 circa il 42% degli immigrati [ebrei] dall’Asia e dall’Africa erano impiegati in lavori non o semi qualificati; nel 1982 questo numero è sceso al 25%. Levin-Epstein e Semyonov evidenziano che “data la concentrazione di arabi dei territori occupati in un piccolo numero di impieghi al fondo della scala lavorativa, essi non solo non vengono percepiti da molti israeliani come una minaccia, ma in molti casi sono persino indicati come “liberatori” da ‘lavori disprezzati e pesanti,’” che molti israeliani non devono più fare.

Nel suo libro “In the land of Israel” [Nella terra di Israele], lo scrittore israeliano Amos Oz è andato nella città di sviluppo di Beit Shemesh, dove ha parlato con un abitante del posto su quale significato avrebbe avuto la pace con i palestinesi per i mizrahi:

Se restituiscono i territori, gli arabi smetteranno di venire a lavorare e immediatamente ci rimetterete a fare i lavori senza futuro, come prima. Anche solo per questo motivo non vogliamo lasciare che restituiate quei territori. Per non parlare dei diritti che ci vengono dalla Bibbia, o della sicurezza. Guarda mia figlia: ora lavora in una banca, e ogni pomeriggio un arabo va a pulire l’edificio. Quello che volete è sbatterla da una banca a qualche fabbrica tessile, o farle lavare il pavimento al posto dell’arabo. Come mia madre faceva le pulizie per voi. Per questo qui vi odiamo. Finché Begin sarà al potere, mia figlia è sicura in banca. Se tornano i vostri ragazzi, come prima cosa la farete tornare in basso.”

Per gli abitanti delle città di sviluppo, il governo e il controllo del Likud sui territori occupati rappresenta una garanzia contro la minaccia che i mizrahi tornino a una condizione socio-economica inferiore e vengano obbligati a competere con i cittadini palestinesi di Israele per il lavoro e le risorse. Questo è un ulteriore esempio che dimostra come le condizioni materiali, nate dai rapporti di potere tra i differenti gruppi della società israeliana e dal conflitto israelo-palestinese portino a un’“alleanza” dei mizrahi con il Likud.

La concorrenza tra mizrahi e palestinesi sul mercato del lavoro non è un prodotto dell’immaginazione degli abitanti di Beit Shemesh, è il risultato di concrete condizioni politiche dei mizrahi in Israele. Il primo ministro israeliano David Ben-Gurion disse: “Abbiamo bisogno di persone che siano nate come lavoratori manuali. Dobbiamo prestare attenzione alla caratteristica locale tra le comunità orientali, gli yemeniti e i sefarditi, le cui qualità di vita e pretese sono più basse di quelle di un lavoratore europeo e possono competere con successo con gli arabi.”

I nostri ragazzi nel Likud

Un ulteriore esempio di come gli interessi di classe dei mizrahi siano stati realizzati attraverso il loro appoggio alla destra israeliana può essere visto nell’alta percentuale di membri mizrahi nel partito Likud. Un momento particolarmente significativo nel 2002 mostra esattamente perché. Durante un infuocato discorso di fronte a centinaia di membri del Comitato Centrale del Likud l’ex ministro dell’Educazione Limor Livant chiese in modo retorico alla folla se il gruppo dirigente del partito fosse stato “eletto per dare lavoro.”

Aspettandosi che la folla avrebbe risposto in modo massiccio di no, Livnat fu smentito quando i membri del Comitato gridarono sonoramente che sì, si aspettavano che il partito desse loro qualcosa in cambio del loro eterno appoggio.

Questo momento sintetizza come il sostegno dei mizrahi per il Likud sia parte di uno scambio: i mizrahi e i membri del Comitato Centrale appoggeranno lo Stato solo in cambio di uffici nei corridoi del potere del regime israeliano. Quindi gli interessi dei mizrahi si sono fusi con il dominio senza interruzione del Likud nella forma di nomine politiche, sindacati dei lavoratori e autorità locali.

Bisogna comprendere il contesto storico in cui il Comitato Centrale del Likud è diventato un polo dell’attivismo dei mizrahi. Quando il Mapai era al potere, il partito si impegnò in quella che è nota come protektzia, ossia la concessione di favori ai membri del partito. Questo significò che i migliori impieghi e abitazioni sarebbero rimasti nelle mani dei funzionari del partito. Ciò significò anche che molti mizrahi rimasero fuori da questo circolo nepotista. Il Comitato centrale del Likud può essere visto come una risposta dell’opinione pubblica mizrahi che la compensi dei privilegi degli ashkenaziti dovuti al controllo del Mapai sugli enti e le istituzioni dello Stato.

Contrastare i privilegi degli ashkenaziti

L’elezione di Menachem Begin nel 1977 creò un nuovo discorso etno-nazionale, che mobilitò a favore della destra gli israeliani emarginati dal punto di vista socio-economico dalla società. Nel 2003 la professoressa Sasson-Levy pubblicò uno studio sulla base di interviste con soldati israeliani di umili origini. Scoprì che i soldati che arrivavano da un contesto socio-economico modesto esprimevano in modo più veemente opinioni di destra. Dalla ricerca di Sasson-Levy:

Le (loro) opinioni di destra emergono da un discorso etno-culturale come forma di compensazione per la loro emarginazione di classe nella società israeliana, in quanto ciò permette loro di presentarsi come appartenenti al centro dell’opinione dominante in Israele per il solo fatto di essere ebrei.”

Questo discorso si può applicare all’opinione pubblica mizrahi in Israele nel suo complesso. A differenza degli storici leader del Mapai, che disprezzavano qualunque cosa assomigliasse anche lontanamente alla cultura mizrahi e araba, Menachem Begin fu abile nel portare i mizrahi nel grembo dell’identità israeliana allargando la sua definizione per includere tutti gli ebrei israeliani, invece che solo quelli che sembravano e parlavano come l’élite del partito. In un suo famoso “discorso alla plebaglia” del 1981 Begin rispose ai commenti razzisti e sprezzanti fatti da Dudu Topaz – una delle più famose personalità televisive e membro del campo progressista ashkenazita – sui soldati mizrahi [durante un comizio del Mapai disse che i mizrahi erano degli imboscati, ndtr.], promettendo di farla finita con le gerarchie tra ashkenaziti e mizrahi nell’esercito israeliano. È così che la dinamica tra ashkenaziti e mizrahi ha portato questi ultimi a cercare soluzioni alle loro difficoltà socio-economiche nelle politiche aggressive della destra israeliana. La visione di Begin, che accolse apertamente gli ebrei mizrahi, avrebbe semplicemente rafforzato la gerarchia razziale tra i cittadini ebrei e non ebrei del Paese.

Nonostante le affermazioni di esponenti di sinistra secondo cui l’opinione pubblica mizrahi vota contro i suoi stessi interessi, vale la pena di fare un bilancio dei modi in cui una serie di interessi cruciali dei mizrahi sono venuti alla luce sotto il governo della destra israeliana. Pare che quelli che credono che i mizrahi farebbero meglio a votare per la sinistra nella sua forma attuale – principalmente ashkenazita e di classe medio-alta – non siano consapevoli e non vogliano contrastare i privilegi di cui gli ashkenaziti hanno goduto fin dalla fondazione del Paese. Senza una vera discussione su questo aspetto del regime israeliano non saremo in grado di iniziare un processo di riconciliazione e compensazione, sia all’interno dell’opinione pubblica ebraica in Israele che nel contesto del conflitto israelo-palestinese.

Tom Mehager è direttore del programma del Gruppo di Globalizzazione e Sovranità all’Istituto Van Leer [centro di studi e discussioni interdisciplinari, ndtr.] di Gerusalemme, membro della Scuola di Teologia dell’università di Harvard e facilitatore del seminario “Nakba, ashkenaziti e mizrahi” di Zochrot [organizzazione israeliana che si occupa di promuovere la memoria della Nakba palestinese, ndtr.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Duro colpo per la censura filoisraeliana – Le voci a favore della Palestina non saranno messe a tacere

Nada Elia

27 febbraio 2020 – Middle East Eye

Con la pubblicazione di un parere legale sulla Harvard Law Review [rivista indipendente pubblicata dagli studenti della facoltà di Legge dell’Università di Harvard, ndt], cresce l’opposizione contro la censura ai discorsi pro-Palestina, sia nel mondo accademico che nella società in generale.

Per gli attivisti per i diritti della Palestina, l’editoriale del comitato di redazione della Harvard Law Review secondo cui il BDS [Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, campagna globale di boicottaggio contro Israele, ndt] non costituisce una pratica discriminatoria e non dovrebbe pertanto essere vietato, giunge come un balsamo lenitivo su una ferita aperta.

L’Università di Harvard è una delle più prestigiose istituzioni accademiche del mondo, e il comunicato pubblicato dalla redazione della Law Review è ampiamente documentato, motivato e assertivo. “Questa Nota smonta l’accusa secondo cui il BDS costituirebbe una fattispecie di discriminazione,” scrive la redazione nel commento introduttivo, aggiungendo che “le leggi anti BDS non poggiano su un ragionevole interesse anti-discriminatorio.”

Si può solo sperare che questa dichiarazione metterà fine al bavaglio imposto ai discorsi antisionisti e pro-BDS, nonostante due precedenti episodi che nel 2020, poco prima che uscisse il comunicato, hanno fatto notizia.

Il primo è stato il licenziamento di un’insegnante americana in base ad alcune [sue] dichiarazioni sui social media: il secondo, l’allontanamento di una giornalista da una conferenza dopo che questa aveva rifiutato di firmare un impegno anti BDS.

JB Brager, una queer [si definisce queer una persona che non vuole identificarsi come gay, etero o altri generi o orientamenti sessuali, ndt] ebrea insegnante di storia all’ Ethical Culture Fieldston, scuola d’élite della città di New York, è stata licenziata due settimane fa dopo aver pubblicato commenti antisionisti su Twitter.

E alla giornalista e regista Abby Martin è stato impedito di tenere un discorso ad una conferenza stampa dopo che ha rifiutato di firmare l’impegno a non boicottare Israele. La Martin ha appena diretto il documentario “Gaza Fights for Freedom” [“Gaza lotta per la libertà”, ndt], con riprese di soldati israeliani che sparano a manifestanti disarmati durante la Grande Marcia del Ritorno.

Antisemitismo versus antisionismo

Questi due episodi – e l’energica risposta contro il bavaglio ai discorsi antisionisti – dimostrano quanto stia crescendo la lotta contro la censura, ma anche quanto stiano diventando profonde le divisioni all’interno delle comunità ebraiche sul sostenere il sionismo in modo incondizionato o criticarlo.

All’amministrazione della Fieldston è stata spedita una lettera a sostegno di Brager, firmata da centinaia di ex allievi, queer, ebrei e simpatizzanti, in cui si esprime indignazione per il licenziamento e si chiede il reintegro della Brager.

La lettera afferma che la stessa comunità di Fieldston è divisa sul sostegno a Israele, con “un gruppetto di genitori conservatori” che cerca di mettere a tacere le voci progressiste, e [la lettera, ndt.] critica la scuola per essersi allineata alla parte sbagliata nel licenziare Brager.

Alla lettera ha fatto seguito un’altra lettera di sostegno, firmata da decine di leader spirituali e insegnanti ebrei, che fanno appello all’amministrazione di Fieldston perché reintegri Brager, presenti pubbliche scuse e chiarisca la differenza tra antisemitismo e antisionismo.

Secondo la lettera, “licenziando la Prof. Brager, state mandando un messaggio forte ai vostri studenti: che bisogna temere il dissenso, che il manifestare il proprio diritto alla libertà di parola ha delle limitazioni, che opinioni diverse non verranno tollerate, che esiste una sola versione autorizzata della storia e che c’è solo un tipo di ebreo.” Nel momento in cui scrivo, tuttavia, la Brager non è stata riassunta a scuola.

Nel frattempo, secondo la Martin, in Georgia la controversia sulla sua esclusione dalla Critical Media Literacy Conference, e il supporto da parte dei colleghi al diritto di parola della giornalista nonostante la legge georgiana anti-BDS, ha portato alla cancellazione dell’intera conferenza.

Mentre la censura in sé, come il dissenso verso di essa espresso con petizioni e lettere, non è una novità, l’opposizione sta assumendo una nuova dimensione, da quando una manciata di professori è andata all’attacco denunciando che le istituzioni li stavano imbavagliando. Questi professori stanno lottando per conservare il proprio diritto di parola, sia nelle istituzioni accademiche che sui social media.

Ambiente ostile

L’anno scorso, la Prof. Rabab Abdulhadi ha denunciato la San Francisco State University, in cui è titolare del programma formativo Arab and Muslim Ethnicities and Diasporas [Etnie arabo-musulmane e Diaspora], perché avrebbe creato un ambiente ostile che le ha impedito di portare a termine il proprio programma accademico, tra cui gruppi di ricerca in Palestina.

Nella querela, la Abdulhadi chiede un’ingiunzione per finanziare il programma, come previsto dal contratto, e per implementare le misure istituzionali contro l’islamofobia, il razzismo antiarabo e antipalestinese, oltre ai danni patrimoniali. Per ora non è stata fissata alcuna udienza.

In seguito, sempre l’anno scorso, Rima Najjar, docente in pensione, ha querelato Quora, una piattaforma social di “domanda-e-risposta” da cui era stata bannata definitivamente perché aveva espresso critiche contro il sionismo, cosa che Quora ha considerato una violazione delle sue linee guida riguardo all’“essere gentili e rispettosi”.

Najjar chiede la riattivazione del proprio account e una diffida a Quora affinché la smetta di discriminare gli utenti di origine palestinese o di opinioni antisioniste. Il legale della prof.ssa Najjar dice che non si aspettano una risposta prima dell’inizio di marzo.

MEE ha parlato con Najjar, che ha spiegato che aveva deciso di iniziare a scrivere nel forum quando aveva notato che le risposte date dal sito apparivano in evidenza nelle ricerche di notizie in rete su Palestina e Israele, ma spesso contenevano informazioni non corrette. Nel tentativo di rimediare a questa tendenziosità, ha iniziato a pubblicare sul sito, diventando una prolifica partecipante dal 2016 alla metà del 2019, quando è stata bannata definitivamente e sono state cancellate tutte le sue risposte ben approfondite e ben documentate.

I social media possono sembrare lontani anni luce dal mondo accademico, ma per molti professori sono semplicemente un’altra tribuna educativa, in grado di raggiungere molte migliaia di persone in più rispetto alla ventina di studenti che hanno in aula. Come ha dichiarato Najjal a MEE: “I social media sono importanti perché hanno il potere di influenzare l’opinione pubblica e, di conseguenza, i movimenti sociali e politici e le politiche.”


Sanzioni a chi critica Israele

Ha fatto riferimento alla campagna israeliana di influenza globale, che “da anni utilizza i social media per sfornare una narrativa che ritrae, in modo falso, il sionismo come forma di resistenza antirazzista e giustizia per gli ebrei in tutto il mondo, mentre nega l’identità nazionale palestinese. Questa attività è accompagnata, nel mio caso, da una vasta campagna di vessazione e censura da parte di sionisti e israeliani.”

L’impatto dei social media sul dibattito pubblico su Israele e Palestina è riconosciuto dagli amministratori scolastici e dell’università, che sanzionano il corpo docente per quel che pubblica online.

Brager è stata licenziata dalla Fieldston in seguito ai post su Twitter più che per qualsiasi altra cosa che possa aver detto in classe. Gli amministratori scolastici utilizzano l’accusa di antisemitismo, o di mancanza di “garbo”, come un’arma per censurare e sanzionare le critiche contro Israele.

Ma la discussione non si può chiudere qui, e non c’è modo di nascondere il senso di estraneità che un numero sempre maggiore di ebrei progressisti sente relativamente a Israele e al sionismo. La voglia degli ebrei progressisti di dissociarsi apertamente dal sionismo, e di manifestare il proprio sostegno per i diritti dei palestinesi, diventa sempre più evidente ad ogni nuova norma contro il BDS e ad ogni tentativo di censura del discorso critico verso Israele.

Sempre più determinazione

Il pullman Palestinian Freedom 2020, che trasporta un gruppo di studenti organizzati da Jewish Voice for Peace Action [Voce Ebraica per la Pace-Azione, gruppo di ebrei antisionisti, ndtr.], sta attualmente facendo il giro del Paese al seguito dei candidati presidenziali democratici, con il messaggio che una massa critica di ebrei sostiene i diritti dei palestinesi. Come ha twittato Brager: “Rifiuto di ‘riaffermare il valore’ del colonialismo etno-nazionalista dei coloni, io sostengo il BDS e la sovranità palestinese e lo farò per tutto il resto della mia vita.”

Invece di zittire le critiche contro Israele, il bavaglio alla libertà di parola ha catalizzato e fatto aumentare la determinazione – da parte dei palestinesi, degli ebrei e dei simpatizzanti tra il corpo docente e gli studenti che sostengono i diritti dei palestinesi – a non essere messi a tacere, e a condannare in modo più categorico la legislazione che difende il sionismo e criminalizza la solidarietà con gli oppressi. E con il sostegno legale fornito da gruppi come Palestine Legal e il Center for Constitutional Rights, quest’anno possiamo aspettarci più denunce contro la censura.


Il punto di vista espresso in questo articolo appartiene all’autore e non rispecchia necessariamente la linea editoriale di Middle Eas Eye.

Nada Elia
Nada Elia è una scrittrice palestinese della diaspora e una commentatrice politica. Attualmente sta lavorando al suo secondo libro, “Who You Callin’ ‘Demographic Threat’?, Notes from the Global Intifada.” [“Minaccia demografica a chi? Appunti dall’Intifada mondiale”, ndt.]. Docente (in pensione) di Gender e Global Studies, è membro della Comitato Direttivo USACBI – US Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel [Campagna USA per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele, ndt].

(traduzione dall’inglese di Elena Bellini)




Israele sta cercando di “spezzare” questo sobborgo di Gerusalemme est – con esiti brutali

Judith Sudilovsky

25 febbraio 2020 – +972

Malek è l’ultimo minore di Issawiya sotto occupazione a perdere un occhio a causa di un proiettile di gomma mentre la polizia israeliana intensifica la repressione dei residenti palestinesi.

Per più di una settimana, da quando il loro figlio di nove anni Malek è stato colpito all’occhio da un proiettile di gomma, Wael e Sawsan Issa hanno vegliato su di lui insieme ad amici e parenti all’ospedale Hadassah di Gerusalemme, prima in terapia intensiva e poi nel reparto pediatrico.

Nonostante diversi interventi chirurgici, i medici non sono stati in grado di salvare l’occhio sinistro di Malek e quindi hanno dovuto rimuoverlo. Dopo essere stata rimandata a casa lunedì, la famiglia è tornata all’ Hadassah poche ore dopo a causa del dolore che tormentava il ragazzo.

Le preoccupazioni che Malek potesse aver subito un danno cerebrale sono state fugate e, riferisce suo padre Wael Issa, [Malek] ha parlato. “Sta dormendo. Non vuole parlare con nessuno. Gli fa male e vuole stare tranquillo. Ci vorrà del tempo.”

Il proiettile che ha colpito al capo Malek è stato sparato da un agente di polizia israeliano il 15 febbraio, durante un’incursione per un arresto da parte delle forze israeliane nel villaggio palestinese di Issawiya, a Gerusalemme est. Secondo i resoconti della stampa, il poliziotto ha affermato di aver sparato il proiettile contro un muro per aggiustare la mira.

La polizia ha anche affermato di aver risposto alle proteste incontrate durante l’arresto; tuttavia, le riprese video dell’incidente mostravano nella zona il solito normale traffico stradale.

“Sappiamo che il ragazzo è stato ferito nella parte superiore del corpo mentre la polizia era di pattuglia nella zona”, ha detto il portavoce della polizia Micky Rosenfeld a +972. “Per quanto ne sappiamo, – dice – l’incidente è sotto inchiesta da parte del Ministero della Giustizia”, come da protocollo nel caso in cui dei civili vengano feriti da un agente di polizia.

Issa denuncia che il proiettile fosse diretto proprio al centro della fronte di suo figlio.

Anche dei testimoni oculari, tra cui il cugino di 10 anni di Malek che era insieme a lui e alle sue due sorelle mentre erano fermi presso un chiosco per comprare un panino, dicono che nella strada non c’erano disordini.

Il cugino, la cui madre ha chiesto di non citare il suo nome, ha spiegato che Malek non ha sentito le sue sorelle mentre gli dicevano di aspettare perché c’erano dei soldati per strada ed è corso via prima di loro. “Poi è caduto a terra”, ha detto il cugino.

Per la zia [di Malek], questo incidente è una storia ricorrente a Issawiya. “La polizia – dice – viene a fare gli arresti mentre i ragazzi escono da scuola”. Dopo la sparatoria suo figlio “a casa è molto nervoso. È come se avessero ferito anche mio figlio.” Ha aggiunto che un assistente sociale e uno psicologo dovevano incontrare i compagni di classe di Malek per aiutarli a gestire il trauma legato all’evento.

La sparatoria non è stata un incidente isolato. Il padre, che ha lasciato il lavoro presso un ristorante di Tel Aviv per stare con suo figlio durante la convalescenza, dice che Malek è l’undicesimo minore di Issawiya a perdere un occhio a causa di un proiettile di gomma. Sua moglie e le sue figlie hanno chiesto un aiuto terapeutico, osserva, ma lui ne sta facendo a meno.

Dalla scorsa estate Issawiya è il luogo con più pattugliamenti di polizia e con più arresti, con oltre 700 persone arrestate e un giovane ucciso. I residenti si sono lamentati delle continue molestie da parte delle autorità israeliane, e i genitori hanno paura per l’incolumità pubblica dei loro figli.

“Non permetto ai miei figli di uscire e di giocare ovunque”, afferma Issa. “Ho sempre paura. Ma erano tornati da scuola e la madre aveva detto loro che era una bella giornata e che potevano tornare a casa dal punto in cui l’autobus li aveva lasciati. Si sono fermati per un minuto a comprare dei dolci e, nonostante tutte le mie precauzioni, Malek è stato colpito.”

Un giro per il villaggio rivela molti condomini dotati di tapparelle nuove, non per motivi estetici o perché le persone hanno soldi da spendere, ma per proteggersi dai proiettili vaganti, afferma il leader della comunità Mohammed Abu-Hummos.

“È una cosa quotidiana”, dice Hashem Ashahab, un altro residente del villaggio, che ha cinque figli. “La polizia viene per creare tensione. C’era un accordo (con i leader locali) sul fatto che non sarebbero venuti mentre i ragazzi escono da scuola, ma hanno infranto l’accordo … Perché la polizia sceglie sempre di venire a fare i suoi arresti e i controlli nei momenti di maggior traffico? Ho cinque figli, tre dei quali vanno a scuola, e ho sempre paura che succeda loro qualcosa. [Ma] non posso non mandare i miei figli a scuola”.

Salendo su un pulmino utilizzato per il trasporto locale a Issawiya una donna di 35 anni, che ha rifiutato di dare il suo nome, afferma che gli incidenti tra la polizia e i giovani possono scoppiare in qualsiasi momento, e gli abitanti devono sempre stare in allerta.

Aviv Tatarsky, un assistente ricercatore di Ir Amim [Ong che opera a Gerusalemme est, ndtr.] che segue la situazione di Issawiya in collaborazione con residenti palestinesi locali, spiega che dal giugno 2019 nel villaggio si assiste a “uno sconvolgimento piuttosto grave, provocato dalla polizia, della libertà di movimento e della sicurezza degli abitanti”.

Sebbene per ora l’intensità delle incursioni sia diminuita rispetto all’estate, queste si ripetono tuttora, afferma Tatarsky. Nonostante il dialogo tra la polizia e i leader locali sotto l’egida del Comune di Gerusalemme, aggiunge, la polizia ha ignorato gli accordi raggiunti, come denuncia anche l’abitante Ashahab.

I tribunali municipali di Gerusalemme e il Ministero delle Politiche Sociali israeliano non sono stati abbastanza espliciti contro le incursioni della polizia che sconvolgono la vita degli abitanti del villaggio, continua Tatarsky, sebbene i membri del consiglio Laura Wharton e Yossi Chaviliao, insieme a un gruppo di 40 presidi scolastici, abbiano fatto un appello al sindaco di Gerusalemme Moshe Lion sulla situazione. “Forse alcune cose si dicono a porte chiuse – dice -, ma certamente non in pubblico”.

Tatarsky ha affermato che un funzionario di alto livello del dipartimento dell’istruzione del Comune ha cercato di offrirsi come mediatore tra gli abitanti e la polizia. “Ma senza il benestare del sindaco non hanno il potere di fermare la polizia”.

Il portavoce della polizia Rosenfeld ha detto a +972 che le pattuglie di polizia vengono inviate in tutti i villaggi di Gerusalemme est per prevenire atti di violenza e farvi fronte quando si verifichino.

Egli afferma che negli ultimi mesi si sarebbero verificati nel quartiere “gravi incidenti”, tra cui bottiglie molotov e pietre lanciate contro auto della polizia e auto che percorrono l’autostrada Gerusalemme-Ma’aleh Adumim [grande colonia adiacente a Gerusalemme, ndtr.] (Statale 1), situata sotto il villaggio. Ad ottobre, ha aggiunto, il veicolo di un abitante del luogo è stato colpito da una bottiglia molotov destinata ad un’auto della polizia. “Sfortunatamente – afferma Rosenfeld – in quel sobborgo ci sono molti più incidenti che in altri villaggi”.

“I nostri agenti di polizia sono in contatto con i leader della comunità per cercare di evitare che si verifichino incidenti”, continua. “Il nostro messaggio per la comunità è di prevenire incidenti prima che si verifichino. La polizia continuerà a pattugliare l’area giorno e notte al fine di prevenire incidenti violenti sia all’interno che nei dintorni del villaggio.”

Tatarsky sostiene che l’immagine di Issawiya come focolaio di violenza è più frutto dell’immaginazione israeliana che altro. “Se si cercano attacchi o gruppi attivi ad Issawiya, non se ne trova nessuno. È molto indicativo che la polizia non sia stata in grado di evidenziare alcun singolo evento o serie di eventi che avessero provocato i suoi attacchi.”

Tatarsky collega l’accresciuta presenza della polizia al nuovo capo della polizia di Gerusalemme, il generale maggiore Doron Yadid, che ha sostituito Yoram Halevi nel febbraio 2019. Secondo Tatarsky, le incursioni hanno cominciato a intensificarsi pochi mesi dopo che è subentrato Yadid.

“Ha apportato alcune modifiche nella vigilanza su Gerusalemme Est – spiega -, nel senso di una maggiore aggressività”. Ad esempio, Yadid ha reintrodotto nei quartieri palestinesi l’uso della polizia di frontiera al posto delle normali pattuglie di polizia di comunità utilizzate dal suo predecessore.

Ma la tattica dura di Yadid per sconvolgere la vita quotidiana anche attraverso punizioni collettive rivolte a “spezzare” gli abitanti di Issawiya rappresenta un “grave errore”, avverte Tatarsky. “Ha ottenuto il contrario: resistenza e opposizione. L’opposizione alla presenza militare nel quartiere è … più intensa di quanto non lo fosse con il suo predecessore. La polizia di frontiera non è benvenuta a Issawiya.”

Inoltre, secondo Tatarsky, su circa 700 arresti effettuati dalla polizia, sono stati emessi solo 20 atti d’accusa, e anche in questo caso per azioni commesse solo in seguito all’arrivo della polizia nel quartiere.

Si terrorizzano i giovani, i quali ora dimostrano ogni tipo di disturbo psicologico e rabbia. Ciò ha determinato un danno maggiore e – afferma Tatarsky – (il capo della polizia) non è in grado di mostrare di aver effettivamente raggiunto alcun risultato “.

“Ciò che sta accadendo a Issawiya non ha precedenti”, aggiunge. “Non abbiamo mai subito una campagna così intensa, violenta e dirompente senza alcuna vera ragione e per così tanto tempo.”

Judith Sudilovsky è una giornalista freelance che scrive su Israele e i territori palestinesi da oltre 25 anni.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Una settimana prima delle elezioni Netanyahu autorizza nuove unità abitative delle colonie nella E1

Yumna Patel

26 febbraio 2020 – Mondoweiss

Solo una settimana prima delle elezioni il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato l’autorizzazione a 3.500 nuove abitazioni illegali per i coloni nella contestatissima zona “E1”, nella parte centrale della Cisgiordania occupata.

Ho dato istruzioni di rendere immediatamente pubblica la presentazione del piano per la costruzione di 3.500 unità abitative nella E-1,” ha detto martedì Netanyahu in un discorso, aggiungendo che i progetti “sono stati ritardati per sei o sette anni.”

I piani di Israele per il corridoio E1, a cui si sta lavorando dal 1995, sono stati considerevolmente ritardati a causa delle pressioni da parte della comunità internazionale, comprese l’UE e l’ex-amministrazione USA.

Il progetto per la E1 intende creare un blocco di colonie che unisca il grande insediamento di Ma’ale Adumim a Gerusalemme, tagliando di fatto la Cisgiordania in due, separando il nord dal sud.

Le conseguenze del piano sono apparse evidenti negli ultimi anni attraverso la lotta per salvare dall’espulsione forzata la comunità beduina di Khan al-Ahmar, che si trova proprio in mezzo al corridoio E1.

La comunità sarebbe una delle decine di enclave beduine del corridoio che, se i progetti venissero portati a termine, verrebbero espulse a forza dalle proprie case.

L’annuncio è arrivato appena una settimana prima che gli israeliani si rechino ai seggi per la terza volta in un anno per eleggere il primo ministro, dopo due falliti tentativi da parte di Netanyahu e del suo rivale Benny Gantz di formare una coalizione di governo.

Nelle ultime due elezioni il governo di destra di Netanyahu si è basato sull’appoggio dei coloni e ha utilizzato promesse politiche simili per garantirsi il loro sostegno.

Nel primo turno delle elezioni nell’aprile dello scorso anno egli si impegnò ad annettere centinaia di colonie nella Cisgiordania occupata e prima delle elezioni di settembre è andato oltre quella promessa giurando che avrebbe esteso la sovranità israeliana alla valle del Giordano, che comprende un terzo di tutta la Cisgiordania.

I leader palestinesi hanno duramente attaccato Netanyahu per il suo annuncio e hanno chiesto agli Stati membri dell’UE di intervenire e di impedire l’attività edilizia israeliana nella zona.

Criticando il piano come un “progetto colonialista”, il capo negoziatore dell’OLP Saeb Erekat ha emanato un comunicato di condanna degli USA per il loro consenso perché Israele vada avanti con tali piani.

In accordo con i progetti concordati tra le delegazioni di USA e Israele, – ha detto Erekat – Israele ora continua a imporre sul terreno nuovi fatti illegali che violano sistematicamente le leggi internazionali e i diritti umani, annullano i diritti inalienabili del popolo palestinese, e minacciano la stessa pace e sicurezza dell’intera regione”.

Ora è chiaro alla comunità internazionale che questo quadro di annessione intende solo seppellire le prospettive di una soluzione negoziata,” ha continuato, chiedendo che la comunità internazionale imponga sanzioni contro Israele per le sue violazioni delle leggi internazionali nei territori occupati.

L’associazione [israeliana] di monitoraggio delle colonie Peace Now ha criticato duramente la decisione, affermando che “costruire nella E1 interromperebbe questa continuità territoriale, silurando la possibilità di uno Stato palestinese praticabile nel caso in cui Israele continui a conservare per sé la terra.”

L’organizzazione ha affermato: “Israele sta ufficialmente scegliendo di rischiare un conflitto permanente invece di risolverlo. Non è niente di meno di un disastro nazionale che deve essere fermato prima che sia troppo tardi.”

Yumna Patel è la corrispondente dalla Palestina per Mondoweiss.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Scienza, guerra, società. Secondo incontro. 5 febbraio, incontro con Jeff Halper

13 febbraio 2020 – Scienceground

Genova, 5 febbraio 2020. Incontro con Jeff Halper, antropologo e attivista pacifista [americano che vive] in Israele, autore di “War against the people” Pluto press, 2015 [“La guerra contro il popolo”, trad. it. Ester Garau, Ed. Epoké, 2017, ndt]

La guerra come questione internazionale

Questo libro deriva dal mio lavoro su Palestina e Israele. Sono un attivista da molti anni. Sono il presidente di un’organizzazione chiamata Israeli Committee Against House Demolitions [Comitato israeliano contro la demolizione delle case, ndt]. Cerchiamo di combattere la politica israeliana di demolizione delle case palestinesi. E la domanda che sorge spontanea ogni volta è: come fa Israele a passarla liscia? Perché il mondo permette a Israele di mantenere l’occupazione da oltre cinquant’anni, di violare il diritto internazionale, di reprimere un intero popolo? Non solo [il mondo] glielo permette, ma Israele ottiene sempre più sostegno internazionale, il suo status è in costante miglioramento all’interno della comunità internazionale.

La gente si dà ogni tipo di spiegazione, per esempio la potente lobby ebraica negli Stati Uniti. Ma questo non spiega il sostegno italiano a Israele. E non spiega il sostegno a Israele da parte di Paesi in cui non ci sono ebrei: oggi India e Cina sono due tra i più forti sostenitori di Israele nella comunità internazionale.

C’è poi l’idea del senso di colpa per l’Olocausto. Questo può avere forse un peso, fino a un certo punto, in Germania, o in Polonia e negli Stati Uniti, ma non in America Latina, dove Israele oggi ha un sostegno enorme: è il primo Paese non latinoamericano a far parte del mercato latinoamericano. Un’altra spiegazione potrebbe essere costituita dai fondamentalisti cristiani: gli evangelici, i cristiani di destra: di nuovo, è un elemento importante negli Stati Uniti, ma non ha molta importanza in altri Paesi che continuano a sostenere Israele. Quindi era un aspetto difficile da spiegare. Secondo me, per trovare il bandolo della matassa bisogna focalizzarsi sulla domanda: qual è il ruolo di Israele nel mondo? In altre parole, noi consideriamo sempre Israele per ciò che sta facendo ai palestinesi: le demolizioni, il muro, le colonie, ecc. Non capita spesso di analizzare il suo ruolo internazionale.

Appena ho iniziato a farlo, è apparso molto chiaro che Israele ha un ruolo chiave nelle funzioni di polizia militare di sicurezza del sistema mondiale.

È interessante notare che non esistono molti studi sul ruolo della guerra e della sicurezza nelle questioni internazionali, mentre ce ne sono molti sulle ragioni della guerra e sulla storia della guerra. Ci sono studi sulle tecnologie militari. Ma quale ruolo giochi la guerra – e non solo la guerra, ma anche la sicurezza – nella politica internazionale non è sufficientemente approfondito. Per esempio, Marx quasi non nomina neppure la guerra. Immanuel Wallerstein, nella sua teoria del moderno sistema-mondo, non sfiora nemmeno il tema della guerra. La guerra è vista come disgregante, come una brutta cosa, ma mai come parte integrante del modo in cui gira il mondo.

Quindi ho voluto vedere qual è il ruolo della guerra e della sicurezza nel mondo moderno. Ho provato a inserire il mio lavoro nella cornice del capitalismo transnazionale perché per la prima volta, forse dagli anni ‘70 del 1800, si inizia ad avere un sistema mondiale. In particolare con la fine della Guerra Fredda e con la nascita del neoliberismo e del capitalismo mondiale. E di sicuro, come ben sappiamo, il capitalismo globale è un bene per pochi, ma non per tutti.


Umanità eccedente e risorse

C’è questo concetto dell’eccesso, o eccedenza, di umanità. Risulta che l’80% della popolazione mondiale è umanità in eccesso. Il sistema capitalista non ha bisogno di questa gente. Non saranno mai consumatori in modo significativo. Non saranno mai davvero istruiti o produttivi nel senso capitalista di produttività. Sono superflui, sono in eccesso. L’80% della popolazione mondiale vive con meno di 10 dollari al giorno. Il 50% della popolazione mondiale vive con meno di 2 dollari al giorno. La stragrande maggioranza della popolazione non è in grado di provvedere al proprio sostentamento.

Il sistema [capitalista] non va molto d’accordo con questa gente, ma si tratta pur sempre dell’80% della popolazione, bisogna controllarla in qualche modo. Per esempio, sappiamo che l’economia mondiale è per lo più concentrata nelle mani di specifiche imprese e società e gente ricca, circa 147 aziende – ce n’è anche qualcuna italiana, da qualche parte – che controllano il 40% dell’economia mondiale.

Oggi abbiamo quelle che vengono definite “guerre per le risorse”. Le guerre oggi sono meno guerre per l‘ideologia e più guerre per le risorse, perché le risorse sono sempre più scarse – e ovviamente la maggior parte delle risorse mondiali confluiscono nel Nord del mondo – ed ecco il motivo di lotte tremende: acqua, minerali, legno e, ovviamente, petrolio. Secondo Michael Klare [professore di studi universitari sulla pace e sulla sicurezza del Five College, corrispondente della difesa della rivista The Nation, ndt] c’è una fascia lungo l’Equatore in cui si trovano alcune delle più importanti risorse del mondo. In altre parole, i più poveri del mondo vivono dove sono concentrate le risorse più preziose. Il sistema mondiale è in gran parte basato sulla sottrazione di tali risorse a quei popoli, e conosciamo i conflitti che ne derivano in quell’area.

Il sistema capitalista quindi ha un problema, e il problema è che solo una piccola percentuale dell’umanità ne trae beneficio, mentre la maggioranza è esclusa. Il che comprende anche la classe media, come in Italia e in Europa. I giovani della classe media del Nord del mondo stanno diventando sempre più marginali per il mercato del lavoro: i sindacati si stanno indebolendo, c’è il modello economico di McDonald, in cui la gente viene assunta solo temporaneamente, i giovani non guadagnano abbastanza per vivere, non riescono a trovare una casa, ecc. Quindi non è solo una questione di “Terzo mondo” o di Sud del mondo, ma è qualcosa che sta succedendo in realtà anche nel Nord del mondo.


Guerre securocratiche esterne


E qui il problema diventa: in che modo il sistema capitalista si garantisce l’egemonia?

Perché c’è un’egemonia sul sistema mondiale. Non è che possiamo controllare tutto, non è che andiamo lì e conquistiamo. Non come Hitler, che voleva conquistare qualsiasi cosa per controllarla. Qui non c’è da conquistare: bisogna aumentare la propria egemonia sul mondo in un modo più politico, economico e culturale, per avere il controllo. Ma il problema è che la gente che viene esclusa dal sistema resiste sempre di più.

Quindi quel che abbiamo è ciò che io chiamo una guerra contro il popolo. Da altri è stata chiamata “guerra quotidiana” o “guerra permanente”. Di sicuro è una guerra securocratica, questo è il termine che uso io. È una guerra per la sicurezza.

Non mi riferisco, in realtà, alla guerra come siamo abituati a immaginarla. Le guerre tra potenze, di solito condotte con eserciti che combattono battaglie e una parte vince. Le guerre convenzionali tra Stati appartengono al passato. L’ultima grande guerra tra Stati nella quale due o più grandi potenze si sono combattute è stata la Seconda Guerra Mondiale. Forse la [guerra di] Corea, in un certo senso. Ma tutte le altre guerre tra Stati, anche se hanno avuto un numero di morti non certo esiguo, sono state “piccole” in quanto a episodi. Erano circoscritte: la guerra Iran-Iraq, le Falklands, le guerre arabo-israeliane, quelle tra la Georgia e la Russia, o con l’Ucraina.

È successo qualcosa tra gli Stati? Per prima cosa, le guerre di questo tipo non coinvolgono solo due superpotenze. A volte c’è una superpotenza e un Paese più piccolo, come ad esempio gli Stati Uniti e l’Iraq o gli Stati Uniti in Afghanistan. E, secondo, sono molto circoscritte.

Quindi non sto parlando esattamente delle guerre convenzionali. Ma la guerra cronica per la sicurezza si realizza principalmente in due modi.

Primo: le guerre si combattono altrove, fuori dal proprio Paese. Ci sono molte definizioni: “guerre asimmetriche”, “guerre limitate”, “operazioni”. La prima guerra in Iraq è stata chiamata “operazione Desert Storm [Tempesta nel Deserto, ndt]”. Spesso non vengono nemmeno dichiarate. Le guerre vere, o tra Stati, di solito vengono dichiarate. Ci sono delle regole d’ingaggio. Ma oggi le guerre non vengono quasi mai dichiarate. Le “guerre di guerriglia’, “guerre sporche”, “piccole guerre”. A volte sono definite “guerre coloniali”, “conflitto”. O “conflitti a bassa intensità”: ciò significa che ci può essere una guerra senza le regole della guerra, relativamente ai prigionieri, per esempio. Non si è limitati dalle regole del diritto internazionale. “Operazioni militari”, “contro-insurrezione”, “guerra a bassa intensità”, “antiterrorismo”.

Tutte queste sono tipologie di guerra che si combattono fuori dal Primo Mondo, di solito tra grandi potenze in Paesi o aree in cui ci sono le risorse di cui si ha bisogno. E si domano le popolazioni, si creano le condizioni per estrarre le risorse, avendo a disposizione una popolazione schiava per il lavoro a basso costo. Queste sono le guerre securocratiche che rafforzano l’egemonia del capitalismo delle multinazionali in tutto il mondo.

Oggi abbiamo a disposizione tipologie di armi che sono immediate, siano esse droni o altri tipi di robot, hanno la capacità di risposta immediata ovunque nel mondo. Le definisco securocratiche perché l’idea non è di vincere, né di colpire l’altra parte. Non c’è nessuna ideologia qui. L’idea è di creare le condizioni di controllo ed egemonia, per sempre. A tempo indefinito.


Guerre securocratiche interne

Il secondo tipo di guerra si svolge all’interno, come qui in Italia. Una volta, nel Nord del mondo, esisteva una separazione tra le istituzioni militari e quelle di sicurezza interna, per esempio le forze di polizia. L’esercito all’esterno e le forze nazionali all’interno, e non si parlavano molto tra loro. Questo deriva dall’idea di Stato in Occidente: bisogna stare alla larga dagli affari interni di altri Paesi. Per esempio, negli Stati Uniti, la CIA non è autorizzata a parlare con l’FBI, se non attraverso determinati canali. Non ci si aspetta che le forze militari interagiscano con le forze di polizia, ma di sicuro, dopo l’11 settembre, queste differenze hanno iniziato ad essere meno nitide, e l’esercito, la sicurezza interna e la polizia sono diventate una cosa sola.

Quindi quello che succede oggi nelle guerre securocratiche è che i militari stanno diventando come le forze di polizia. I militari americani in Iraq o Afghanistan non stanno più, in realtà, combattendo battaglie. Sono forze di polizia. Si tratta, in parte, di addestramento, in parte mantengono l’ordine e in parte portano avanti operazioni di peacekeeping, che è un’altra forma securitaria dell’ONU. Quindi l’esercito si sta “poliziottizzando”: agisce come una forza di polizia.

Ma nello stesso tempo le forze di polizia del vostro Paese si stanno militarizzando. Stanno iniziando ad indossare divise e a portare armi e a fare cose che, solo una generazione fa, non erano considerate di competenza della polizia.

Quindi sta avvenendo la militarizzazione della polizia e la poliziottizzazione dell’esercito. Ecco che tutto inizia a quadrare. La guerra securocratica interna ha a che fare con la sicurezza interna: antiterrorismo, di nuovo. Pensate alla “guerra alla droga”. Alla “lotta al crimine”. Al “contrasto all’immigrazione”. Queste metafore vengono utilizzate perché queste cose minacciano il controllo interno delle multinazionali su un Paese. E quindi si arriva a cose come la disciplina, le prigioni, a quello che viene definito complesso dell’industria carceraria.

Cosa si fa in un Paese come l’Italia, in cui molti giovani – non solo immigrati – non hanno un futuro assicurato? O in Europa in generale?

Questa è la guerra securocratica per rafforzare l’egemonia nel sistema capitalistico in cui la maggior parte delle persone sono escluse. Questo è il ruolo della guerra oggi. La chiamo guerra contro il popolo. Diversa da una guerra come la Seconda Guerra mondiale. È così che l’ho concettualizzata.

Tecnologia bellica

In tutto ciò, Israele ha un ruolo chiave. Non affronterò l’argomento Israele. Ma Israele ha un ruolo chiave in tutto questo. Perché Israele è un Paese che ricopre una posizione fondamentale. Israele sta combattendo una guerra contro il popolo palestinese da cent’anni. Quindi ha più esperienza.

L’Europa ha combattuto le guerre coloniali. Cosa che è finita molto tempo fa, forse 60-70 anni fa, o più. L’Italia è stata in Etiopia e in Libia per un po’. Ma l’Europa non ha tutta quell’esperienza. E neanche gli Stati Uniti ce l’hanno. L’ultima volta che gli Stati Uniti hanno avuto a che fare con quel genere di guerra è stato in Vietnam, e non è andata molto bene. E nemmeno oggi sta andando molto bene in Afghanistan.

Israele ha l’esperienza di una guerra interna, contro un altro popolo, ma contemporaneamente ha un’altissima capacità tecnologica. È in grado di sviluppare sistemi d’armi e di sicurezza, nonché tattiche e strategie, che altri Paesi trovano utili.

Ed è qui che trovo la risposta: come fa Israele a farla franca? Perché altri Paesi usano queste tecnologie!

Inclusa la Cina, dove la tecnologia israeliana viene impiegata contro gli uiguri [minoranza di religione musulmana che vive nella regione dello Kinjiang, nel nord ovest della Cina, ndt]. Israele ha uno strettissimo legame con la Cina in tema di sicurezza. Dopo la Russia, Israele è il secondo fornitore di armi alla Cina. O l’India, che è oggi il più grande compratore di armi da Israele. È sorprendente, perché Israele non vende armi costose, carri armati e navi, e aerei da guerra. Non produce quel genere di armamenti, sono troppo costosi per Israele. Produce radar, sistemi di sicurezza e sorveglianza. E componenti per tali sistemi (se prendete i sistemi più piccoli, in quello Israele è il numero due dopo la Cina). Potete immaginare quanto è profonda l’infiltrazione della tecnologia israeliana nell’esercito cinese, nella sicurezza cinese, nella polizia cinese. Dopo la Russia, Israele è il secondo fornitore di armamenti all’India.

Così, la “piccola Israele” è il secondo fornitore di due delle più grandi Nazioni militarizzate del mondo. Specialmente per quanto riguarda i sistemi di sorveglianza con riconoscimento fisico e facciale. In Israele, c’è un’azienda che si chiama Nice Systems [Bei sistemi, ndt] – che nome! – che produce una tecnologia digitale in grado di captare chiunque attraverso le sole telecamere. Tutti hanno qualcosa di speciale. Altezza, peso, fisionomia, tutto. Alcuni sbattono le palpebre, o camminano zoppicando, o hanno un tic. Qualunque cosa sia (e il sistema si accorge di tutto!), con questo tipo di tecnologia digitale non è necessario riavvolgere e rivedere i filmati di milioni di individui. Si rilevano le caratteristiche e si identificano immediatamente le persone. Sono sistemi davvero sofisticati.

Israele esporta praticamente in ogni parte del mondo. Anche in Paesi con cui non intercorrono relazioni diplomatiche. Per esempio, Israele e Arabia Saudita. Di fatto, era nei notiziari proprio la settimana scorsa, il telefono usato da bin Salman per scovare Kashoggi a Istambul era dotato di sistemi di sorveglianza israeliani e di NSO [compagnia israeliana di cyber-sicurezza, i cui prodotti consentono – tra le altre cose – la sorveglianza remota degli smartphone, ndt]. Ha semplicemente usato quello stesso sistema per entrare nel telefono di Jeff Bezos [CEO di Amazon] e trovare i dati sulla sua vita sentimentale. Jeff Bezos ha divorziato, e le informazioni sulla relazione che stava portando avanti con quella donna sono uscite dal suo telefono, collegato a quello di bin Salman in Arabia Saudita attraverso una società israeliana.

Ci sono davvero di mezzo società israeliane. Non parlerò adesso di tutto questo, però commerciano con quasi tutti i Paesi del mondo. Ma in cosa è specializzato Israele, in particolare?

Una cosa sono i droni. Il 60% dei droni nel mondo sono israeliani. Infatti, la tecnologia per i droni prodotta in Europa e negli Stati Uniti è israeliana. Il drone Watchkeeper, che si sta sviluppando in Europa, è per il 51% di una società israeliana, la Elbit Systems. Una parte di esso viene dal Technion, il politecnico considerato il laboratorio dell’esercito israeliano e dell’industria della difesa.

È interessante capire come il concetto di guerra influisca sugli armamenti. La tecnologia dei droni è conosciuta da anni. C’erano perfino droni rudimentali nella Seconda Guerra Mondiale. Ma l’Europa e specialmente gli Stati Uniti avevano deciso che non avrebbero continuato a sviluppare i droni, perché questi sono molto vulnerabili. Cos’è un drone? È un aereo che sta fermo in un posto. Per giorni e settimane sorveglia semplicemente cosa succede. Questa è la sua funzione principale. In inglese, lo chiamiamo “facile preda”. È molto semplice per l’aviazione, o anche per l’artiglieria, abbattere un drone. Gli Stati Uniti direbbero “Perché dovremmo avere uno stupido aereo che costa un miliardo di dollari se lo si può abbattere?”

Quindi non hanno mai approfondito questo tipo di tecnologia. Ma Israele sta combattendo una guerra diversa. Israele combatte una guerra contro i palestinesi, che non hanno un’aviazione e quindi non possono abbattere un drone israeliano. Per Israele i droni sono stati molto utili per quel tipo di guerriglia in cui si cerca di mantenere il controllo su tutti i movimenti e su tutto quel che succede. Ecco perché Israele ha conquistato quel mercato: perché per le guerre contro il popolo queste sono armi eccezionali. Per le guerre convenzionali sono pessime, perché basta abbatterli. Il Pentagono si prepara ancora a combattere guerre convenzionali contro la Cina, contro l’Unione Sovietica. Stanno ancora sviluppando armamenti che sono inutili in un sistema di guerra asimmetrica. L’F-35, ultimo modello di stealth americano [velivolo invisibile ai radar, ndt], è inutile.

Un altro tipo di prodotto israeliano sono i muri e le barriere: stupidi muri ciechi di confine, ma anche muri intelligenti con sensori. Potete trovare muri israeliani in tutta Europa, per lo più contro gli immigrati. La maggior parte dei muri in Europa viene realizzata con tecnologia israeliana. C’è anche il muro sul confine tra Messico e Stati Uniti, che stanno costruendo insieme la Boeing e la Elbit Systems. Questa è un’intera tecnologia che Israele sta vendendo all’Europa e in altri luoghi, basata su sensori più che su muri fisici. Fuoco automatizzato, ma non ne parlerò.


La responsabilità dello scienziato

Sistemi di sorveglianza. La sorveglianza urbana è un’altra grande industria in Israele. Il concetto è che il più grande pericolo che minaccia lo Stato di polizia è il cosiddetto spazio di anonimato. Quando lo Stato non sa dove sei, non sa con chi stai parlando, con chi sei.

Sono cose molto pericolose. L’idea del sistema di sicurezza israeliano è di sapere tutto. Quindi Israele non solo esporta tecnologie per la guerra contro il popolo, ma anche sistemi di sorveglianza. Ce ne sono di tutti i tipi. Non parlerò adesso di tutti, ma ci sono i mini droni, che sembrano insetti o uccelli. Si trasformano in armi insetti veri. O si costruisce un insetto – che te ne pare come drone?!

Non solo, ma Israele è anche uno dei leader mondiali, con l’Italia, nel campo delle nanotecnologie. L’Italia è uno dei leader mondiali nelle nanotecnologie a scopo medico. Anche Grenoble e altri centri europei. Israele è uno dei leader mondiali in campo militare. Così ora hanno aperto un centro italo-israeliano di ricerca in nanotecnologie a Firenze. Non sono sicuro di tutto perché è tutto molto segreto. Questo è un drone [mostra l’immagine], una piccola zanzara. Queste sono le telecamere. La Elbit Systems produce obiettivi che vengono utilizzati nei satelliti, in grado di mostrarvi, dallo spazio, cosa c’è su questo tavolo.

Sono molto bravi in questo. Ma ecco quel che chiamiamo un becher con un ago. Con le nanotecnologie possiamo prendere una malattia come l’antrace, che non ha antidoto, che non può essere curata, e in questo piccolo contenitore possiamo metterne abbastanza da ammazzare oltre centinaia di migliaia di persone. Si potrebbe metterla nella rete idrica, o nelle persone, in modo da creare un virus contagioso come quello che c’è oggi in Cina. “Nano” è un miliardesimo di metro, la dimensione di una molecola. Oggi potete immaginare armi della dimensione di una molecola. Ecco il punto d’incontro con la prospettiva biomedica. Perché nano è così importante in medicina?

Non ho intenzione di tenere una lezione di medicina, ma il punto è che le nanotecnologie sono così piccole da poter essere introdotte nel sistema circolatorio e monitorare l’afflusso di sangue senza interferire con esso. Bene, oggi è possibile armarle, con malattie o spray. Abbiamo il sospetto, ma non possiamo provarlo, che Israele abbia usato queste armi a Gaza. Si può caricare il DNA di qualcuno. Mettiamo che tu stia cercando qualcuno a Gaza. È come inserire questa informazione nel pulviscolo o nel vapore, e poi spruzzarla con l’aereo su Gaza. Quando [il pulviscolo o il vapore, ndt] tocca terra, la persona che ha quel DNA apparirà a chi sta facendo il monitoraggio. Quindi, in altre parole, si può adottare quel sistema e trovare chiunque. Oppure si può modificare il DNA. Si può utilizzare una nano-sostanza che potrebbe provocare amnesia generale, o portare le persone a ridere in modo incontrollato, o avere cose che influenzano la mente o il cervello attraverso una specie di nano-distanza.

È qualcosa contro cui non si può combattere.

Oggi, quella “nano” è la parte più finanziata della ricerca sugli armamenti. In Italia, Israele, Stati Uniti, Cina, Germania, riceve la maggior parte dei fondi rispetto ad ogni altra branca della ricerca per lo sviluppo di armamenti.

In un convegno di ricercatori sponsorizzato dal “Future of Humanity Institute” [Istituto per il Futuro dell’Umanità, centro di ricerca interdisciplinare sull’umanità e sulle sue prospettive, Università di Oxford, ndt] nel 2008, è stato chiesto agli scienziati cosa ne pensassero della probabilità che gli umani si estinguano entro il 2100 e quale sarà la causa di estinzione. Qual è il più grande pericolo per la sopravvivenza umana? Gli scienziati hanno risposto che c’è il 19% di probabilità di estinzione. Non so se è alta o bassa, ma siccome stavano discutendo di come succederà, è interessante scoprire che la ragione principale per cui potremmo estinguerci sono le armi molecolari nanotecnologiche. Questa era la causa più pericolosa. Perché pensiamo sempre alle armi nucleari come a quelle più pericolose. Poi scorri la lista e scopri che c’è anche un’intelligenza artificiale super-intelligente, ma che prima vengono le pandemie studiate a tavolino, il che ci riporta a ciò che stavo dicendo su come si potrebbe utilizzare il DNA per diffondere pandemie. In fondo alla lista, non molto più in là, ci sono gli incidenti nanotecnologici.

In altre parole, le nanotecnologie sono in cima alla lista in termini di rischio piuttosto grande, e noi non ne parliamo. Uno dei motivi per cui ho scritto questo libro, comunque, è che sono di sinistra. La sinistra non sa nulla di queste cose. Io non ne sapevo niente finché non ho scritto il libro. Non conosciamo i sistemi d’arma, non conosciamo queste tecnologie, e sicuramente non conosciamo le nanotecnologie. La maggior parte di noi di sinistra proviene dalle scienze sociali, da discipline umanistiche, e non conosciamo davvero la “vera scienza”. Non sappiamo che cosa bolle in pentola da 25 anni a questa parte nei laboratori scientifici, e nello stesso tempo spesso gli scienziati non vengono posti di fronte alle più grandi questioni di etica, storia e politica. Loro se ne stanno nei loro laboratori, a fare le loro cose, e non capiscono veramente le implicazioni di tutto questo. Penso che sia un aspetto veramente importante.


Esportazione dello Stato di polizia

E veniamo alla militarizzazione della polizia, a cui ho accennato prima. Israele, per esempio – ma non solo Israele – sta sviluppando armi che una volta erano armi militari e che oggi sono fatte per la polizia. Così per esempio il più famoso mitra israeliano è l’Uzi – la mafia lo ama, tutti amano l’Uzi. È una piccola mitragliatrice. Adesso la stanno facendo a forma di pistola, una pistola a mano. Così un poliziotto potrà portarla nella fondina e tirarla fuori così. Ma è un mitra, non spara solo un colpo alla volta. Stiamo iniziando ad avere sempre più armi da guerra nelle forze di polizia.

Torniamo indietro un secondo. Israele non esporta solo tecnologia per la guerra securocratica, nella quale è particolarmente bravo perché ha a disposizione un laboratorio: la Cisgiordania e Gaza. Milioni di persone su cui poter fare esperimenti. Nel mio libro, mostro tutte le armi che sono state usate per la prima volta a Gaza, nelle diverse operazioni. C’è un’intera popolazione e nessun controllo, ci puoi fare quello che vuoi, con loro.

Ma non è solo questo: Israele ha una concezione di Stato di sicurezza che sta esportando. Non solo la tecnologia di sicurezza, ma il concetto di Stato di sicurezza, nel quale fondamentalmente la sicurezza diventa l’elemento centrale. Si può anche avere una democrazia, ma la democrazia viene dopo la sicurezza. Tutto viene dopo la sicurezza. Ne risente l’equità dei processi, ne risentono le leggi, e ne risentono i diritti umani. Il punto è che la sicurezza diventa la cosa principale. Vedete come Israele si sta comportando in Europa, per esempio.

Quando, un paio di anni fa, c’è stato l’attentato a Bruxelles, all’aeroporto e poi in città, Israele ha detto ai belgi: “Smettetela di mangiare cioccolato e unitevi al mondo”. E ha aggiunto: “Avete un problema con il terrorismo. Tutti voi europei avete un problema con il terrorismo. E non lo state affrontando molto bene. Criticate Israele per l’occupazione. Non dovreste criticare Israele.

Dovreste prendere esempio da Israele. Dovreste fare quello che fa Israele, perché, sapete, avete un quartiere di musulmani a Bruxelles che fa del terrorismo. Noi abbiamo una Nazione tra il Mediterraneo e il fiume Giordano, abbiamo una democrazia – l’unica democrazia in Medio Oriente, giusto? -, abbiamo una fiorente economia, la nostra gente prova davvero una sensazione di sicurezza e incolumità. In un Paese in cui metà della popolazione è terrorista! Se stabilisci che i palestinesi siano terroristi per definizione… Possiamo creare sicurezza in un Paese in cui metà della popolazione è terrorista, immaginate cosa potrebbe fare il nostro modello per voi a Bruxelles, o in Francia, o in qualsiasi altro posto.”

Israele sta davvero lavorando con le destre in tutto il mondo. Israele collabora con la destra italiana, ovviamente. Con Orban, e tutto l’est Europa, la Polonia e anche con la destra austriaca, gli ungheresi, e così via. Israele lavora a strettissimo contatto con la destra britannica, negli Stati Uniti con Trump naturalmente, e Bolsonaro è uno dei suoi migliori amici, lui ama Netanyahu! Quindi le cose stanno così: esiste il reale pericolo di una sorta di aggregazione delle ideologie nazionaliste di destra, che iniziano ad avere un concetto [univoco] di Stato di sicurezza che li guida. Non è solo un manipolo di gente di destra che non vuole l’immigrazione – e di questo c’è una versione francese, una polacca, una italiana – ma di persone che iniziano ad adottare la stessa ideologia, lo stesso progetto di Stato di sicurezza e le tecnologie che Israele sta sviluppando. Non è solo Israele che sta sviluppando un complesso globale securocratico: e capite che questo diventa un pericolo reale per tutti noi.

La guerra contro il popolo non è solo un piccolo ramo della politica internazionale. È il modo in cui il capitalismo delle multinazionali rafforza la sua egemonia. Ne è parte integrante. Non è solo un elemento collaterale: e su questo non ci si sofferma molto nella ricerca, né nell’agenda politica di sinistra. Non stiamo capendo il significato di tutto questo a livello internazionale.

(Traduzione dall’inglese di Elena Bellini)




La vita culturale e educativa dei prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane

Addameer

14 febbraio 2020 – Palestine Chronicle

La sistematica violazione dei diritti umani più basilari dei prigionieri e detenuti palestinesi da parte dell’occupazione israeliana ha modellato la continua lotta che essi conducono nelle prigioni israeliane.

Durante tutti questi decenni sono stati sistematicamente e deliberatamente privati di uno specifico diritto – quello all’educazione. Per avere accesso all’educazione, e anche per poter disporre di penne e carta entro le mura del carcere, i prigionieri palestinesi hanno dovuto ricorrere, tra le altre forme di resistenza, a scioperi della fame collettivi. Nel 1992, in seguito ad uno dei più importanti e famosi scioperi della fame di quell’anno, i prigionieri hanno ottenuto il diritto di usufruire dell’insegnamento secondario e superiore.

Ciò ha comportato un cambio di paradigma nel processo educativo ed ha consentito ai prigionieri di iscriversi ad istituti di insegnamento, cosa cruciale per loro, dato il numero crescente di prigionieri che volevano intraprendere un percorso universitario. Tuttavia il servizio penitenziario israeliano – sostenuto dall’Alta Corte israeliana – ha continuato a limitare il diritto all’educazione dei prigionieri. Ecco qui di seguito una sintesi della storia della lotta dei prigionieri politici palestinesi per il loro diritto all’educazione.

Al momento degli accordi di Oslo nel 1993, le le continue lotte e iniziative dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane avevano consentito loro di conquistare il diritto ad avere dei libri e delle biblioteche in carcere. I prigionieri organizzavano dibattiti educativi e culturali su diverse questioni legate ai diritti dei prigionieri e alla resistenza palestinese.

Nel quadro degli accordi di Oslo vennero liberati migliaia di prigionieri politici palestinesi arrestati durante l’Intifada. Benché un esorbitante numero di prigionieri sia tuttora in carcere, questo cambiamento indebolì la lotta dei prigionieri, cosa che a sua volta influenzò la situazione culturale creata all’epoca dai prigionieri. Le animate discussioni culturali divennero meno frequenti e il loro scopo si modificò, come anche la capacità dei prigionieri di organizzare scioperi della fame ed altre forme di azione collettiva per ottenere il rispetto dei loro diritti.

Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), che aveva precedentemente svolto un ruolo essenziale fornendo libri, materiale educativo e test sul quoziente di intelligenza nelle carceri, soprattutto per i bambini detenuti, a metà anni ’90 iniziò a farsi da parte, fino a scomparire del tutto da alcune carceri.

A metà degli anni ’90, in seguito all’evoluzione del movimento dei prigionieri e all’abbandono da parte della CICR, i prigionieri si riorganizzarono per dare priorità all’accesso all’educazione come richiesta collettiva. Lo sciopero della fame del 1992, a cui parteciparono migliaia di prigionieri e che durò 19 giorni, ottenne parecchie vittorie. Anzitutto per la prima volta i prigionieri furono autorizzati a presentarsi all’esame di maturità, noto con il nome di “tawjihi”, per ottenere il diploma di studi secondari.

Questa vittoria, molto importante per quei prigionieri i cui studi erano stati interrotti per decenni, era tuttavia incompleta perché si limitava alle discipline umanistiche, in quanto l’occupazione israeliana continuava a rifiutare l’accesso ai diplomi di scienze o di matematica.

Inoltre i prigionieri avevano accesso solo ad un numero limitato di programmi accademici all’università aperta israeliana, come teologia, sociologia, finanza e amministrazione, psicologia e scienze politiche. Ancora, i prigionieri dovettero condurre una difficile battaglia per costringere il servizio penitenziario israeliano (SPI), incaricato di agevolare il percorso, a rispettare l’accordo invece di ostacolare deliberatamente la sua applicazione in tutti i modi. Per esempio lo SPI, che doveva approvare l’iscrizione ad un programma di studi, spesso rifiutava di farlo con il pretesto della sicurezza, del fatto che si era raggiunto il numero masssimo di iscritti al programma o di altri motivi tanto fittizi quanto arbitrari.

Inoltre non forniva per tempo il materiale didattico ai prigionieri, cosa che impediva loro di seguire i corsi, oppure li trasferiva continuamente da un carcere all’altro durante il trimestre universitario o nei periodi degli esami, costringendo molti di loro a ripeterli.

Le restrizioni relative all’educazione dei prigionieri si sono aggravate nel tempo, soprattutto nel 2006, quando Israele ha applicato una punizione collettiva che comprendeva la soppressione del diritto all’educazione di parecchi prigionieri perché il soldato israeliano Gilad Shalit era stato catturato durante un’incursione militare israeliana a Gaza. Le restrizioni sono ulteriormente peggiorate nel 2011, dopo che il Primo Ministro israeliano dell’epoca, Benjamin Netanyahu, ha annunciato che nessun prigioniero palestinese sarebbe più stato autorizzato ad ottenere il diploma di laurea o di dottorato in carcere, affermando che per i prigionieri politici “la festa è finita”.

Il discorso di Netanyahu ha comportato il divieto totale di studio dei prigionieri nelle carceri ed ha posto fine all’esame di tawjihi e ai programmi di studio dell’Università aperta israeliana, per i quali i prigionieri si erano duramente battuti. Alcuni prigionieri che stavano per ottenere il diploma hanno invano presentato denunce all’Alta Corte israeliana, perché l’Alta Corte ha giudicato il divieto legale ed ammissibile. Nella sua decisione, la Corte ha sottolineato che l’educazione dei prigionieri è un privilegio che può essere revocato se lo SPI lo decide.

Tuttavia va notato che, se il discorso di Netanyahu è stato un annuncio pubblico della soppressione dei diritti dei prigionieri, lo SPI nel 2008 aveva già annullato i programmi educativi nella maggior parte delle carceri. Netanyahu non ha fatto che ratificare quanto era già in atto.

I prigionieri palestinesi ai quali sono state vietate le vie ufficiali di accesso all’educazione hanno continuato a battersi con ogni mezzo per il diritto all’educazione. Hanno cercato di colmare le lacune organizzando dibattiti culturali, corsi di alfabetizzazione e seminari educativi, creando delle biblioteche all’interno delle carceri e procurandosi giornali e riviste per i prigionieri. Molte di queste strade alternative non erano nuove, ma hanno acquisito importanza quando per i prigionieri è diventato impossibile iscriversi all’Università aperta israeliana.

Inoltre gli stessi detenuti hanno svolto un ruolo chiave nel processo educativo insegnandosi reciprocamente le lingue ed altre conoscenze.

Nel 2013 i prigionieri hanno lavorato con i ministeri competenti palestinesi per poter sostenere l’esame di tawjihi in prigione. Inoltre hanno instaurato dei legami con alcune università palestinesi ed hanno sviluppato dei programmi di laurea e di dottorato che hanno permesso a decine di prigionieri di conseguire il diploma nel corso degli anni.

Le autorità israeliane trovano continuamente nuovi modi per impedire ai prigionieri di studiare, senza contare che da anni ormai vietano i testi didattici in carcere e confiscano regolarmente i libri ed altro materiale educativo che i prigionieri riescono a fare entrare in carcere. Nel 2018 lo SPI ha confiscato circa 2.000 libri nella prigione di Hadarim, distruggendo la biblioteca che ci erano voluti anni a creare. Inoltre lo SPI punisce i prigionieri che cercano di proseguire i propri studi al di fuori delle mura carcerarie, trasferendoli in altre carceri o in altre celle.

Le donne e i minori detenuti subiscono le stesse restrizioni. Anche se nel 1997 i tribunali israeliani hanno stabilito che i minori prigionieri potevano proseguire la loro educazione secondo il programma palestinese, questo è molto lontano dalla realtà. Lo SPI autorizza gli insegnanti del ministero dell’Educazione israeliano ad insegnare solo due materie (arabo e matematica), cosa che ostacola gravemente lo sviluppo del minore. Il limitato numero di materie e l’irregolarità dei corsi compromettono enormemente i loro studi.

Le restrizioni continue e sistematiche imposte da Israele sono una violazione del diritto all’istruzione garantito da molte convenzioni internazionali, in particolare la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il Patto Internazionale sui diritti civili e politici, il Patto Internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia.

Il diritto all’educazione è garantito anche dal diritto internazionale umanitario. L’articolo 94 della Quarta Convenzione di Ginevra stabilisce che “la potenza occupante deve incoraggiare le attività intellettuali, educative e ricreative, sportive e ludiche tra i reclusi, pur lasciandoli liberi di parteciparvi o meno. Deve prendere tutte le misure possibili per garantire il loro esercizio, in particolare mettendo a disposizione dei prigionieri locali adeguati. Devono essere messi a disposizione dei prigionieri tutti gli strumenti necessari a permettere loro di seguire i propri studi o di iscriversi a nuove discipline. L’educazione dei bambini e dei ragazzi deve essere garantita; essi devono essere autorizzati a frequentare la scuola in carcere o all’esterno. I prigionieri devono avere la possibilità di fare ginnastica, praticare sport e giochi all’aria aperta. A questo scopo, in tutti i luoghi di detenzione devono esserci sufficienti spazi all’aria aperta. Ai bambini e agli adolescenti devono essere riservate aree speciali per il gioco.”

Inoltre l’articolo 77 delle Norme standard minime per il trattamento dei detenuti delle Nazioni Unite stabilisce che: “Devono essere prese misure per garantire la formazione continua di tutti i detenuti in grado di trarne profitto, compresa l’istruzione religiosa nei Paesi dove questo sia possibile. L’educazione degli analfabeti e dei giovani detenuti è obbligatoria e le deve essere dedicata particolare attenzione da parte dell’amministrazione. Per quanto possibile, l’educazione dei detenuti deve essere integrata al sistema d’insegnamento del Paese, in modo che essi, dopo la scarcerazione, possano proseguire gli studi senza difficoltà. In tutte le strutture penitenziarie devono essere offerte attività ricreative e culturali per mantenere la salute mentale e fisica dei detenuti.”

Non solo la potenza occupante vieta ai prigionieri palestinesi di usufruire del diritto all’educazione, ma continua a prendere di mira e ad arrestare deliberatamente gli studenti palestinesi. Solo nel 2019 il numero di studenti palestinesi incarcerati è salito a circa 250-300. Nel 2019 circa 75 studenti della sola università di Birzeit sono stati arrestati perché erano membri attivi di associazioni di studenti.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




“Il Donald Trump che conosco”: il discorso di Abbas alle Nazioni Unite e la crisi della politica palestinese

Ramzy Baroud

21 febbraio 2020  – palestinechronicle.

Ha sprecato un momento prezioso, il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas, l’11 febbraio scorso quando avrebbe avuto la possibilità di correggere un errore storico e ribadire le priorità nazionali palestinesi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con un discorso politico che fosse del tutto indipendente da Washington e dai suoi alleati.

Per molto tempo Abbas è stato ostaggio dello stesso discorso che definiva lui e la sua autorità come “moderati” agli occhi di Israele e dell’Occidente. Nonostante l’esplicito rifiuto da parte del leader palestinese dell’ “accordo del secolo” statunitense – che praticamente dichiara nulle le aspirazioni nazionali palestinesi – Abbas è ansioso di mantenere le su credenziali “moderate” il più a lungo possibile.

Certamente Abbas in passato ha tenuto molti discorsi alle Nazioni Unite e non è mai riuscito a impressionare i palestinesi. Questa volta, tuttavia, le cose avrebbero dovuto essere diverse. Washington non ha solo totalmente disconosciuto Abbas e l’ANP, ha anche rottamato il suo discorso politico sulla pace e sulla soluzione di due Stati. Inoltre, l’amministrazione Trump dà ufficialmente la sua benedizione a Israele perché annetta quasi un terzo della Cisgiordania, escluda Gerusalemme dalla trattativa ed elimini il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi.

Invece di parlare subito con i leader dei vari partiti politici palestinesi e fare passi concreti per riattivare istituzioni politiche centrali ma inattive come il Consiglio Nazionale Palestinese (PNC) e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), Abbas ha preferito incontrare a New York l‘ex primo ministro della destra israeliana Ehud Olmert, e continuare a ripetere a pappagallo la sua dedizione nei confronti di un’epoca ormai passata.

Nel suo discorso alle Nazioni Unite, Abbas non ha detto nulla di nuovo – il che, in questo caso, è peggio che non dire nulla.

“Questo è l’esito del progetto che ci è stato presentato”, ha detto Abbas tenendo in mano la mappa di come sarebbe lo Stato palestinese secondo l’“accordo del secolo” di Donald Trump. “E questo è lo Stato che ci stanno dando”, ha aggiunto Abbas, definendo il futuro Stato “gruviera”, ovvero uno Stato frammentato da insediamenti ebraici, tangenziali e zone militari israeliane.

Perfino l’espressione “gruviera”, riportata da alcuni media come fosse una nuova frase in quel discorso assolutamente ridondante, è una vecchia definizione ripetutamente utilizzata dalla stessa leadership palestinese a partire dall’inizio del cosiddetto processo di pace, un quarto di secolo fa.

Abbas si è sforzato di apparire eccezionalmente risoluto, sottolineando alcune parole, come quando ha equiparato l’occupazione israeliana ad un sistema di apartheid. Il suo discorso, tuttavia, appariva poco convincente, carente e, a volte, senza senso.

Abbas ha parlato della sua grande “sorpresa” quando Washington dichiarò Gerusalemme capitale indivisa di Israele, trasferendo successivamente l’ambasciata nella città occupata, come se non ce ne fossero stati chiari segnali e in realtà la mossa dell’ambasciata non fosse uno dei principali impegni di Trump con Israele anche prima della sua inaugurazione nel gennaio 2017.

“E poi hanno tagliato gli aiuti finanziari che ci davano”, ha detto Abbas con voce lamentosa, riferendosi alla decisione nell’agosto 2018 degli Stati Uniti di tagliare i suoi aiuti all’ANP. “Ci sono stati tagliati 840 milioni di dollari”, ha detto. “Non so chi stia dando a Trump un consiglio così orribile. Trump non è così. Il Trump che conosco non è così,” ha detto con una singolare esclamazione Abbas, come per inviare un messaggio all’amministrazione Trump che l’Autorità Nazionale Palestinese ha ancora fiducia nell’opinione del Presidente degli Stati Uniti.

“Vorrei ricordare a tutti che abbiamo partecipato alla conferenza di pace di Madrid, ai negoziati di Washington e all’accordo di Oslo e al vertice di Annapolis sulla base del diritto internazionale”, ha raccontato Abbas, manifestando un rinnovato impegno in quella stessa agenda politica che non ha raccolto alcun risultato per il popolo palestinese.

Abbas ha poi continuato dipingendo una realtà immaginaria, dove la sua Autorità starebbe costruendo le “istituzioni nazionali di uno Stato rispettoso della legge, moderno e democratico, fondato sui valori internazionali, basato su trasparenza, responsabilità e lotta alla corruzione “.

“Sì”, ha sottolineato Abbas guardando il suo pubblico con serietà teatrale, “Siamo uno dei più importanti Paesi (al mondo) che sta combattendo la corruzione”. Il leader dell’ANP, quindi, ha invitato il Consiglio di Sicurezza a inviare una commissione per indagare sulle accuse di corruzione all’interno dell’ANP, un invito sconcertante e inutile, considerando che è la leadership palestinese che dovrebbe far appello alla comunità internazionale perché collabori a far rispettare le leggi internazionali e a por fine all’occupazione israeliana.

Si è proseguito così, con Abbas indeciso tra la lettura di note pre-scritte che non propongono nuove idee o strategie, e invettive inutili che riflettono il fallimento politico dell’ANP e la mancanza di immaginazione di Abbas.

Il presidente dell’ANP, ovviamente, si è premurato di offrire la sua abituale condanna del “terrorismo” palestinese promettendo che i palestinesi non faranno “ricorso alla violenza e al terrorismo indipendentemente dall’atto di aggressione contro di noi”. Ha assicurato al suo pubblico che la sua Autorità crede nella “pace e nella lotta alla violenza”. Senza pensarci, Abbas ha dichiarato la sua intenzione di proseguire sulla strada di una “resistenza popolare e pacifica” che, di fatto, non esiste da nessuna parte.

Questa volta il discorso di Abbas alle Nazioni Unite è stato particolarmente inappropriato. In effetti, è stato un fallimento sotto ogni aspetto. Il minimo che il leader palestinese avrebbe potuto fare sarebbe stato articolare un discorso politico palestinese potente e collettivo. Invece, le sue affermazioni sono state semplicemente un triste omaggio alla sua stessa eredità, piena di delusioni e inettitudine.

Presumibilmente, Abbas è tornato a Ramallah per salutare ancora una volta i suoi fan, sempre pronti e impazienti di sollevare manifesti del leader che invecchia, come se il suo discorso alle Nazioni Unite fosse riuscito a spostare fondamentalmente la dinamica politica internazionale a favore dei palestinesi.

Bisogna dire che il vero pericolo dell’ “accordo del secolo” non sono le effettive clausole di quel piano sinistro, ma il fatto che la leadership palestinese probabilmente troverà modo di coesistere con esso, a spese del popolo palestinese oppresso, finché i soldi dei donatori continueranno a fluire e finché Abbas continuerà a chiamarsi presidente.

– Ramzy Baroud è giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo è These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons” [Queste catene saranno rotte: storie palestinesi di lotta e ribellione nelle carceri israeliane], (Clarity Press, Atlanta). Il dr. Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA), Istanbul Zaim University (IZU).

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Decenni dopo l’uccisione in California di un attivista palestinese americano, due sospettati del suo omicidio vivono tranquillamente in Israele

David Sheen

6 febbraio 2020 –The Intercept

Alex Odeh nacque nel 1944 nella Palestina del Mandato britannico da una famiglia del villaggio cisgiordano di Jifna, nei pressi di Ramallah, solo quattro anni prima della fondazione di Israele. Nel 1972 emigrò negli Stati Uniti, dove divenne portavoce della comunità araba americana, contestando l’immagine negativa di mediorientali e musulmani, che all’epoca era un luogo comune almeno quanto lo è oggi.

Odeh, direttore per la California meridionale dell’Arab-American Anti-Discrimination Committee [Comitato contro la Discriminazione degli Arabi Americani], o ADC, era noto per i suoi tentativi di creare ponti tra ebrei e arabi, ma il suo slancio era duramente osteggiato dai nazionalisti della comunità ebraica, che lo vedevano come una nascente minaccia.

Quando iniziò a sfidare il consenso a favore di Israele negli USA, organizzando manifestazioni contro l’invasione del Libano da parte di Israele nel 1982, l’ADC divenne un bersaglio per la destra ebraica. Nel 1984 membri dell’ADC ricevettero in continuazione telefonate minatorie da parte di una o più persone che si presentavano come leader della Jewish Defense League [Lega per la Difesa Ebraica], un movimento antiarabo guidato dal rabbino Meir Kahane. L’anno successivo, dopo che l’ADC pubblicò sul Washington Post annunci con cui tentava di convincere elettori e politici americani che Israele non avrebbe più dovuto ricevere le assegnazioni annuali di milioni di dollari in aiuti statunitensi all’estero, iniziarono aggressioni fisiche.

L’11 ottobre 1985 Odeh avrebbe dovuto parlare alla congregazione B’nai Tzedek, una sinagoga riformata [corrente progressista dell’ebraismo, nata in Germania nel XIX secolo, ndtr.]. Tuttavia quella mattina, quando entrò nell’ufficio dell’ADC a Santa Ana, in California, scoppiò una bomba. Morì in sala operatoria due ore dopo. Fu il secondo attacco dinamitardo contro l’ADC in soli due mesi.

Ore dopo l’uccisione di Odeh, l’omicidio venne giustificato dalla Jewish Defense League: “Non piango per il signor Odeh,” disse Irv Rubin, allora presidente nazionale della JDL. “Ha semplicemente avuto quello che meritava.”

Non venne effettuato alcun arresto. Nell’aprile 1994, quando Odeh avrebbe festeggiato il suo cinquantesimo compleanno, la città di Santa Ana gli eresse una statua per commemorare la sua vita e il suo lavoro. Due anni dopo la statua venne sfigurata e pochi mesi dopo fu di nuovo profanata da vandali che la cosparsero di secchiate di pittura rosso sangue.

Lo stesso anno l’FBI offrì una ricompensa di 1 milione di dollari per informazioni che portassero all’arresto e alla condanna degli assassini di Odeh. Finora non è stato rivendicato.

Sottrarsi alla giustizia

Baruch Ben-Yosef, che ha 60 anni, vive in una colonia per soli ebrei a sud di Betlemme. Ha fatto l’avvocato come membro dell’ordine degli avvocati israeliano per un quarto di secolo, sommando in quarant’anni comparizioni a due cifre di fronte alla Corte Suprema israeliana – come cliente, avvocato, querelante e difensore. In quel tempo ha anche presentato una denuncia contro molti primi ministri israeliani, compreso quello in carica, Benjamin Netanyahu.

Dopo aver terminato la scuola superiore nel Bronx ed essere emigrato subito in Israele, Ben-Yosef fu tra i primi ebrei a colonizzare i territori palestinesi che Israele occupò nel giugno 1967. Mesi dopo il suo arrivo, Ben-Yosef si arruolò nelle forze armate israeliane, prestando servizio nell’ormai disciolta unità commando Sayeret Shaked [unità delle forze speciali che dipendeva dal comando Sud dell’esercito israeliano, ndtr.], e continuò a far parte nella riserva fin oltre i trent’anni. Tuttavia, dopo che nel 1993 Israele firmò gli accordi di Oslo con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Ben-Yosef rifiutò di presentarsi per il servizio militare nella riserva.

Ben-Yosef è anche uno dei padri fondatori dell’attuale movimento israeliano ‘dominionista’ per il Tempio, che intende sostituire la Cupola della Roccia di Gerusalemme – uno storico santuario venerato dai musulmani e tra gli edifici più belli del Paese – con un tempio ebraico.

Negli Stati Uniti, dove Ben-Yosef è cresciuto ed è tornato a vivere all’inizio degli anni ’80, ha fatto parte della Jewish Defense League, il gruppo razzista e violento fondato da Kahane. Ben-Yosef è stato attivo nel movimento di Kahane anche in Israele, per cui è stato uno dei pochissimi cittadini ebrei sottoposti dallo Stato israeliano a detenzione amministrativa, una misura draconiana che praticamente viene applicata quasi unicamente ai palestinesi. Per aver progettato di far saltare in aria la Cupola della Roccia nel 1980 è stato in prigione per sei mesi con lo stesso Kahane. Ben-Yosef è stato incarcerato per altri sei mesi nel 1994, insieme agli altri dirigenti del movimento ultranazionalista Kach, un partito politico fondato da Kahane, dopo che il governo israeliano ha messo fuorilegge l’adesione a gruppi kahanisti.

Un altro membro della Jewish Defense League è stato Keith Israel Fuchs, cresciuto a Brooklyn, New York, prima di spostarsi a Santa Monica, California. Dopo le scuole superiori Fuchs è emigrato nella colonia di Kiryat Arba in Cisgiordania, dove il rabbino Kahane e i suoi seguaci avevano creato una comunità all’interno di un’altra comunità.

Nel febbraio 1983, durante la festa ebraica di Purim, Fuchs sparò con un Kalashnikov contro un’auto palestinese in transito sulla strada fuori da Kiryat Arba. Il New York Times scrisse che Fuchs venne arrestato per “aver sparato contro un’automobile araba che lo aveva bagnato passando in una pozzanghera.”

Un rapporto della vice procuratrice generale israeliana Yehudit Karp pubblicato l’anno precedente evidenziò che i coloni ebrei avevano pepetrato a lungo e senza conseguenze violenze contro i palestinesi del posto, ma gli attacchi compiuti da Fuchs e da altri coloni quella stessa settimana preoccuparono importanti dirigenti israeliani perché avevano comportato l’uso di armi da fuoco.

In seguito a ciò il nuovo ministro della Difesa Moshe Arens ordinò la demolizione del nuovo quartiere kahanista, e Fuchs venne condannato a 39 mesi di carcere, che secondo una notizia giornalistica era fino a quel momento “la più lunga condanna di sempre per un vigilante ebreo.” La sua carcerazione venne alla fine ridotta a 22 mesi, a condizione che passasse fuori da Israele il tempo rimanente della sua pena originaria.

Come previsto dalla sua libertà vigilata, nel dicembre 1984 Fuchs tornò negli Stati Uniti. Vi rimase fino al settembre 1986, più o meno un anno dopo l’assassinio di Odeh.

Circa 35 anni dopo né lui né Ben-Yosef sono stati imputati per il delitto che almeno tre ufficiali di polizia sospettano essi abbiano commesso negli Stati Uniti: l’assassinio di Alex Odeh.

Doppia identità

Ben-Yosef era nato negli Stati Uniti come Andy Green, e venne a lungo ricercato dall’FBI per essere interrogato riguardo all’uccisione di Odeh.

Secondo tre ufficiali di polizia in pensione che si occuparono del caso e sono stati intervistati da The Intercept, e da allora anche da molti altri servizi giornalistici, Ben-Yosef e Fuchs (che in Israele è noto con il suo nome ebraico, Israel) furono identificati come sospetti subito dopo l’assassinio di Odeh. Gli ufficiali di polizia – della polizia locale, due dei quali hanno prestato servizio nell’unità operativa speciale congiunta contro il terrorismo dell’FBI – hanno parlato a The Intercept in forma anonima perché l’inchiesta rimane aperta.

È un caso aperto. Abbiamo parecchi casi di omicidio aperti e cose del genere. Ma questo era frustrante perché avevamo nomi di sospetti,” ha detto a The Intercept un ufficiale di polizia in pensione che lavorò al caso di Odeh per più di un decennio, citando Ben-Yosef come sospetto, insieme ad altri due seguaci di Kahane: Keith Israel Fuchs e Robert Manning. “Sappiamo chi lo ha fatto. Sappiamo dove vivono. Sappiamo perché l’hanno fatto e come.”

Nei decenni seguiti all’uccisione di Odeh, sono emerse molte prove di dominio pubblico che Andy Green, nato negli Stati Uniti, è la stessa persona del cittadino israeliano Baruch Ben-Yosef. Quattro giornali israeliani che hanno informato sulla sua incarcerazione nel 1980 hanno fatto riferimento a lui come a Baruch Green Ben-Yosef. Viene citato con entrambi i nomi nei documenti del 1994 della Knesset e del Senato USA. Un articolo del “Wall Street Journal” pubblicato il 18 maggio 1994 e inserito nella documentazione del Volume 140, numero 62 del Congresso, include un rapporto sulle attività del movimento del Tempio di Keith Fuchs e di “Baruch Ben-Yosef, nato Andy Green.” Il Wall Street Journal racconta anche che Fuchs era stato “indagato ma mai imputato dal Federal Bureau of Investigation [FBI] in rapporto con una serie di attentati dinamitardi negli USA, compresa la morte di un attivista arabo statunitense e di un sospetto criminale di guerra nazista.” Negli articoli americani e israeliani sugli stessi avvenimenti, come il suo arresto del 1983 in Israele e l’assassinio di Odeh, Fuchs è stato identificato come Keith Fuchs, Israel “Keith” Fuchs, Yisrael Fuchs e Israel Fox.

Nel gennaio 1993 il Jerusalem Post [giornale israeliano di destra, ndtr.] scrisse che venticinque anni fa, durante un incontro di sostenitori delle colonie, lo stesso Ben-Yosef ammise si essere ricercato dall’FBI in relazione con l’assassinio di Alex Odeh. Secondo il Post, Ben-Yosef disse che l’FBI aveva scorrettamente dato la caccia a Manning per l’uccisione nel 1985 di Odeh e di un presunto criminale di guerra nazista, e Ben-Yosef sostenne l’innocenza di Manning. L’articolo prosegue: “Ben-Yosef affermò di essere anche lui ricercato dall’FBI” riguardo a quegli omicidi e di essere stato “maltrattato” negli USA da un agente dell’FBI. Il Post notò anche che Ben Yosef era “noto negli USA come Andy Green.”

Secondo un articolo della “Jewish Telegraphic Agency” [agenzia di stampa USA che si rivolge ai mezzi di comunicazione ebraici nel mondo, ndtr.] pubblicato lo stesso anno, Ben-Yosef riconobbe pubblicamente di essere ricercato dalla polizia USA, benché le sue affermazioni non facessero esplicito riferimento all’uccisione di Odeh.

Ben Yosef, direttore esecutivo della yeshiva [scuola religiosa, ndtr.] Monte del Tempio e figura centrale nell’organizzazione “Kach”, ha ammesso di essere ricercato dall’FBI negli Stati Uniti per il suo coinvolgimento nella milizia “Jewish Defense League” negli anni ’70 e ’80,” informò la JTA nel 1993, dopo che Ben-Yosef e Fuchs vennero arrestati in Israele con il sospetto di aver progettato attacchi contro palestinesi.

Ben-Yosef/Green, Fuchs e Manning nel 1988 vennero identificati come sospettati per l’omicidio di Odeh dal giornalista Robert Friedman, che scriveva per il “Village Voice” [storico settimanale newyorkese di tendenza progressista, ndtr.] e per il “Los Angeles Times” nel 1990. Un ritratto approfondito di Ben-Yosef pubblicato dal “Jerusalem Post” [quarto quotidiano più venduto negli USA, ndtr.] nel 1994 ribadì le accuse contro di lui.

Secondo l’articolo di Friedman sul Los Angeles Times, L’FBI identificò Fuchs, Ben-Yosef/Green e Manning come i principali sospettati nell’uccisione di Odeh prima ancora che le rovine contorte degli uffici dell’ADC venissero portate via. “I nomi di Fuchs, Green e Manning vennero citati come gli attentatori mentre eravamo ancora davanti dall’edificio fatto esplodere con la dinamite,” disse un ufficiale della polizia californiana al L.A. Times nel 1990.

Manning venne estradato negli Stati Uniti nel 1994 per un altro omicidio, non in rapporto diretto con attività di estrema destra o con le politiche di potere ebraiche e attualmente sta scontando un ergastolo per quel crimine in un penitenziario federale dell’Arizona. Fuchs invece ha mantenuto un profilo basso negli ultimi 25 anni, ma The Intercept ha accertato che vive in una piccola colonia a sud di Betlemme, continuando a partecipare a incontri politici privati dell’estrema destra israeliana. La strada in cui vive è l’unica del Paese che prende il nome dal villaggio di Jifna, in cui nacque e visse Alex Odeh.

Si ritiene che i responsabili siano scappati in Israele”

Nel 1986 Ben-Yosef e Fuchs lasciarono gli Stati Uniti per andare in Israele e l’anno seguente il ministero della Giustizia [USA] chiese al governo israeliano di aiutarlo nell’inchiesta sull’uccisione di Odeh. Venti anni dopo la morte di Odeh, il ministero della Giustizia continua a cercare indizi. Nel 2006 l’allora procuratore generale USA Alberto Gonzales si recò a Tel Aviv e chiese alla sua controparte israeliana, l’allora ministro della Giustizia Haim Ramon, di aiutarlo in questo caso.

Si ritiene che i responsabili siano scappati in Israele. Una richiesta di assistenza legale reciproca” – una procedura che consente uno scambio di informazioni nel corso di un’inchiesta penale – “è stata presentata al GOI (governo di Israele), e la mancanza di risposta rimane una questione che preoccupa l’FBI,” sottolineò un telegramma diplomatico due giorni dopo l’incontro del 28 giugno.

Il telegramma, pubblicato da WikiLeaks nel 2011, nota che Ramon si impegnò “ad occuparsi del caso di Alex Odeh.” Ramon diede le dimissioni dal suo incarico circa due mesi dopo il suo incontro con Gonzales e non è chiaro cosa sia successo poi con l’inchiesta in Israele. In una recente intervista, Ramon ha detto a The Interceptor di non ricordare niente riguardo al caso di Odeh. “È una delle questioni in cui non fui molto coinvolto,” ha affermato, “e non posso rispondere, non so cosa sia successo con questo caso.” Gonzales si è rifiutato di fare dichiarazioni.

Anche le stesse affermazioni di Ben-Yosef in video caricati su YouTube da un attivista kahanista negli ultimi anni indicano che egli è Andy Green. Il racconto di Ben-Yosef del suo arresto corrispondono al racconto di Robert Friedman dello stesso incidente, attribuita ad Andy Green nella biografia su Kahane “The False Prophet” [Il falso profeta] scritta da Friedman.

Un portavoce del dipartimento di polizia di Santa Ana ha detto a The Intercept che la documentazione del dipartimento sul caso ancora aperto è stata trasferita all’FBI, che è l’ente che se ne occupa. L’FBI non risponde alle richieste di commentare la situazione dell’indagine sull’uccisione di Odeh. Alla richiesta di commentare i risultati dell’inchiesta di The Intercept, Ben-Yosef ha dichiarato: “Nego categoricamente ogni rapporto con gli argomenti citati nella sua lettera,” e non ha risposto ad altre domande. Interpellato per telefono per commentare, Fuchs ha detto a The Intercept che non rilascia interviste. In seguito ha confermato di aver ricevuto una richiesta dettagliata inviata con WhatsApp, ma non ha risposto alle domande.

Nonostante la consistente documentazione apparsa nella stampa israeliana, uno degli apparati di intelligence più avanzati del mondo ha consentito a Ben-Yosef e a Fuchs di rimanere a piede libero, sfuggendo alle autorità USA.

La nostra politica è di collaborare totalmente con gli assassini”

Negli anni immediatamente successivi alla morte di Odeh, i continui appelli del governo USA alle forze dell’ordine israeliane perché contribuissero a risolvere il caso sono stati vani. Secondo un articolo pubblicato quell’anno dal Washington Post, nel 1987 l’allora vicedirettore dell’FBI Floyd Clarke inviò una memoria interna all’allora vicedirettore esecutivo dell’ufficio Oliver Revell, lamentando il fatto che i suoi ripetuti tentativi di conoscere cosa Israele sapesse dei sospetti attentatori non fossero approdati a nulla.

Attraverso l’FBIHQ [quartier generale dell’FBI, ndtr.] sono stati trasmessi al Servizio Segreto israeliano (ISIS) a Washington DC numerosi indizi,” scrisse Clark a Revell nella sua memoria, stralci della quale vennero pubblicati sul Village Voice. “La sezione terrorismo ha avuto numerosi incontri con rappresentanti (israeliani) a Washington, durante i quali sono state sollevate le nostre preoccupazioni relative alla loro gestione delle nostre richieste. Benché queste discussioni a volte abbiano sortito un provvisorio “fervore” di attività da parte loro, non si è concretizzato nessun miglioramento sostanziale nel flusso di informazioni.”

Durante una visita di stato ufficiale a Washington D.C., dieci anni dopo, a Netanyahu venne fatta una domanda diretta riguardo al caso di Odeh. Durante un incontro del 21 gennaio 1998 al National Press Club [sede dell’associazione dei giornalisti USA, ndtr.] Netanyahu – allora al suo primo mandato come capo del governo israeliano – affermò che Israele non aveva ricevuto nessuna richiesta ufficiale da parte delle autorità USA per indagare sull’argomento.

Non sono al corrente di richieste di estradizione riguardanti l’uccisione di Alex Odeh. Sono sicuro che, se mi fossero state presentate, le avrei prese in considerazione,” disse Netanyahu. Inquadrando la sua risposta nei termini di una richiesta di estradizione, Netanyahu equiparò scorrettamente la partecipazione a un’indagine condividendo informazioni alla consegna di sospetti agli Stati Uniti per un processo, una cosa che i poliziotti probabilmente non avevano abbastanza prove per fare.

A quanto pare Keith Fuchs e Andy Green sono ancora a Kiryat Arba,” replicò Sam Husseini di ADC, in riferimento alla colonia cisgiordana, covo delle attività dei kahanisti, della zona di Hebron. “E ci è stato detto– dato che siamo l’organizzazione coinvolta –che il ministero della Giustizia non ha affatto ricevuto una piena collaborazione da parte del governo israeliano a questo proposito.”

Con quello che potrebbe essere una sorta di lapsus freudiano, Netanyahu stranamente disse ad Husseini: “Le assicuro che la nostra politica è di collaborare totalmente con gli assassini.”

Il primo ministro israeliano si corresse subito facendo assicurazioni di prammatica che i funzionari di polizia israeliani avrebbero preso in carico il caso senza alcun pregiudizio antipalestinese.

Nelle settimane immediatamente precedenti l’apparizione di Netanyahu al National Press Club, Baruch Ben-Yosef era comparso parecchie volte di fronte alla Corte Suprema di Israele. Ancora una volta nel novembre 1998, dieci mesi dopo la conferenza stampa di Netanyahu a Washington, Ben-Yosef rappresentò la spia [israeliana] Jonathan Pollard incarcerata negli USA in un’azione legale davanti alla Corte Suprema contro lo stesso Netanyahu, allora ancora primo ministro.

Essendo uno dei più reazionari militanti ebrei di Israele, le attività di Ben-Yosef su entrambe le coste dell’Atlantico erano probabilmente ben note ai capi dello Shin Bet e del Mossad, i servizi di sicurezza israeliani interno ed estero, che informavano entrambi direttamente Netanyahu.

Anche due dei parlamentari compagni di partito di Netanyahu nel Likud dell’epoca, Limor Livnat e Uzi Landau – allora rispettivamente ministro delle Comunicazioni e capo della commissione Affari Esteri e Difesa – avrebbero dovuto essere al corrente della doppia identità di Ben-Yosef e di dove egli si trovasse. Durante un dibattito alla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] il 26 aprile 1994 sulla detenzione amministrativa applicata contro Ben-Yosef, così come contro il resto della dirigenza kahanista, l’allora ministro degli Interni di Israele Moshe Shahal disse a Livnat e a Landau che la misura era di fatto già stata presa nei confronti di Ben-Yosef più di un decennio prima. Disse che era stato fatto da un governo guidato dal loro stesso partito, il Likud: “Nel 1980, contro il rabbino Kahane, contro il rabbino Baruch Ben Yosef Green.”

L’ufficio di Netanyahu non ha risposto ad una richiesta di commento.

Colono all’avanguardia, militante antiarabo e avvocato di estrema destra

Negli ultimi anni Fuchs, che lavora come guardia di sicurezza nelle colonie, è stato coinvolto in tentativi di creare leggi di destra. Nel 2013, insieme a parecchi affiliati a Komemiut, un gruppo di estrema destra legato agli insegnamenti di Meir Kahane, ha co-fondato l’influente Ong Meshilut, il Movimento per il Governo e la Democrazia. Meshilut ha stilato varie leggi che sono state presentate da deputati del governo israeliano. Nel 2015 Fuchs, insieme al direttore e al consulente giuridico di Meshilut, ha partecipato a un incontro della Commissione Interni del parlamento israeliano.

Meshilut sostiene di voler riformare la burocrazia del Paese e renderla più sensibile ai desideri dei cittadini israeliani. Tuttavia i critici chiedono se Meshilut, come lo stesso Kahane e il gruppo Komemiut a cui è stata affiliata metà dei fondatori di Meshilut, stia cercando di indebolire il potere giudiziario israeliano, in modo che il suo regime prevalentemente laico possa essere trasformato in rigidamente religioso.

Nel frattempo Ben-Yosef lavora ancora per rimpiazzare il santuario religioso musulmano al centro della Città Vecchia con uno ebraico, ma ora lo fa come avvocato-attivista.

Fin da quando si è laureato in legge all’università Bar Ilan all’inizio degli anni ’90, Ben-Yosef ha rappresentato se stesso e altri seguaci di Kahane nei tribunali israeliani, difendendoli da varie accuse penali e portando in giudizio lo Stato per rivendicare i diritti degli ebrei sulla Spianata delle Moschee, compreso il diritto di sacrificarvi animali.

Noto agli ebrei come il Monte del Tempio, il sito nel lontano passato era sede di templi ebrei, l’ultimo dei quali venne distrutto dall’esercito romano circa 2.000 anni fa. Seicento anno dopo nello stesso posto venne costruito il Qubbat al-Sakhrah con la cupola d’oro, o Cupola della Roccia, e pochi anni dopo venne aggiunta la vicina moschea di Al-Aqsa, il terzo luogo più sacro per i musulmani. I due edifici e il complesso di Al-Aqsa, circa 14 ettari, che li contiene sono un potente simbolo del nazionalismo palestinese.

Ben-Yosef ha lavorato nel gruppo di difesa legale di altri seguaci di Meir Kahane nati negli Stati Uniti, che pianificarono attacchi armati sulla Spianata delle Moschee: Yoel Lerner e Alan Goodman. Nel 1975, nel 1978 e nel 1982 i piani di Yoel Lerner per far esplodere la Cupola della Roccia vennero bloccati in tempo dalla polizia israeliana. Ma in seguito, nel 1982, Alan Goodman cercò di farsi largo nel luogo sacro e di farvi irruzione con la sua mitragliatrice dell’esercito israeliano. La sua furia lasciò due palestinesi uccisi e 11 feriti. (Ben-Yosef difese Goodman nel tentativo riuscito di ridurre la sua condanna riguardo a queste uccisioni. Difese Lerner in un caso non correlato).

Lerner venne condannato a due anni e mezzo di carcere per il suo tentato attacco del 1982, e Goodman venne condannato all’ergastolo, ma la sua condanna venne in seguito commutata in 15 anni di prigione.

In conferenze caricate negli ultimi anni su un canale kahanista di Youtube prima che venisse chiuso a dicembre, Ben-Yosef ha continuato a chiedere che una manifestazione di massa di ebrei prenda il controllo del Monte del Tempio, cacci i musulmani e demolisca le loro moschee.

Parlando a seguaci di Meir Kahane nel 2015, nel venticinquesimo anniversario dell’uccisione di Kahane, Ben-Yosef tenne una conferenza presso la yeshiva dell’Idea Ebraica, il seminario fondato da Kahane a Gerusalemme: “Tutta la questione si riduce a una sola cosa, che si chiama Monte del Tempio, HAR HABAYIT. L’AM HA’HAMOR, la Nazione di asini che vi si trova, capisce che è entrata in ebollizione,” ha detto Ben-Yosef del popolo palestinese. “Quindi tutto quello che il governo, la polizia e chiunque altro stanno cercando di fare è di calmare la cosa, non è quello che vogliamo. Qui non vogliamo niente che calmi la situazione! Proprio il contrario!”

In un’altra conferenza di Ben-Yosef postata su YouTube, approfondisce lo stesso tema: “Come dimostriamo la nostra fede in Hashem (dio)? Come santifichiamo il suo nome e dimostriamo la nostra fede? B’GERUSH HA’ARAVIM – espellendo gli arabi – e TIHUR HAR HABAYIT – purificando il Monte del Tempio! Eliminando le moschee dal Monte del Tempio! Se credete veramente in Hashem, questo è quello che dovete fare!”

Oggi Ben-Yosef continua ad esercitare come avvocato, lavorando in un ufficio nel centro di Gerusalemme e fa regolarmente pellegrinaggio all’Haram al-Sharif, o Monte del Tempio, il centro dei suoi obiettivi politici e religiosi.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Razzisti israeliani uniti contro il razzismo

Ali Abunimah

13 febbraio 2020 – The Electronic Intifada

Una nuova associazione chiamata “Israelis Against Racism” [Israeliani contro il Razzismo] afferma di voler debellare le discriminazioni, ma il fondatore del gruppo è sottoposto a sanzioni USA per traffico di armi e alcuni membri hanno precedenti di fanatismo contro non-ebrei e persone di colore.

In gennaio l’organizzazione ha tenuto un seminario a Netanya, città israeliana sulla costa. In quell’occasione la vice-sindaca [di Netanya] Shiri Hagoel-Saidon ha dichiarato che “il razzismo è diventato la piaga del XXI secolo, profondamente radicato in noi come società, e colpisce ogni strato della popolazione.” Non avrebbe potuto avere più ragione: uno dei luoghi in cui il razzismo e la violenza razzista sono più profondamente inseriti è la stessa “Israelis Against Racism”.

L’associazione ha potenti sostenitori, alcuni coinvolti in gravissimi crimini di guerra ed altri con scioccanti precedenti di fanatismo.

Eppure ciò non impedisce a “Israelis Against Racism” di tenere un pranzo di gala all’inizio di questo mese con il presidente israeliano Reuven Rivlin nella sua residenza ufficiale.

Condannato per traffico di armi

Il fondatore dell’organizzazione, Israel Ziv, è un generale sottoposto a sanzioni dagli USA perché secondo il dipartimento del Tesoro di Washington ha venduto armi a entrambi i contendenti nella sanguinosa guerra civile del Sud Sudan.

Secondo le autorità statunitensi Ziv ha utilizzato un’azienda agricola “come copertura per la vendita di circa 150 milioni di dollari di armi al governo, compresi fucili, lanciagranate e razzi con lanciamento a spalla.”

Avrebbe anche “progettato di organizzare attacchi di mercenari contro campi petroliferi e infrastrutture del Sud Sudan, nel tentativo di creare problemi che solo la sua impresa e quelle ad essa legate avrebbero potuto risolvere.” In conseguenza del fatto di essere stato inserito dalle autorità statunitensi nella lista nera come trafficante d’armi, Ziv ha subito il congelamento dei suoi conti bancari in Israele.

Ha presentato ricorso a un tribunale distrettuale e poi alla Corte Suprema, ma inutilmente,” ha informato il giornale di Tel Aviv Haaretz lo scorso mese. “Ora sta facendo appello contro l’inserimento nella lista nera da parte delle autorità USA.”

Ziv ha sempre negato strenuamente di essere un trafficante d’armi. Fa anche di tutto per intimidire quanti raccontano delle sue attività.

Nel 2017 Ziv ha denunciato il giornalista David Sheen per averlo citato in un articolo pubblicato da The Electronic Intifada in cui venivano elencati i principali razzisti israeliani.

Ziv e Sheen sono arrivati ad un accordo dopo che Ziv non è riuscito a dimostrare alcuna inesattezza concreta nell’articolo.

Nota agenzia di pubbliche relazioni

La reputazione di Ziv ha subito un colpo particolarmente duro quando i media israeliani hanno rivelato come stesse cercando di escogitare un piano per migliorare l’immagine di Salva Kiir, presidente del Sud Sudan, dopo che l’ONU aveva scoperto che il governo di Kiir promuoveva lo stupro sistematico di donne e minori da parte dei suoi soldati.

Può essere che Ziv ora speri di migliorare la sua stessa immagine per niente impeccabile guidando un’organizzazione con il nobile obiettivo di porre fine al razzismo?

Potrebbe essere la copertura perfetta, soprattutto in quanto inizialmente si è concentrato sugli etiopi di Israele, una comunità africana che soffre una parte del peggiore razzismo del Paese.

Questa impressione è certamente rafforzata dal fatto che “Israelis Against Racism” è stata costituita con l’aiuto di Parsi-Zadok Kucik Triwaks, un’agenzia di pubbliche relazioni che ha tra i suoi clienti il ministero della Difesa israeliano.

Questa agenzia si pubblicizza come il “partner esclusivo” della nota azienda di Washington “Hill and Knowlton”, che ora si chiama “Hill+Knowlton Strategies”.

Hill e Knowlton una volta era definita parte della “lobby della tortura”, per la quantità di denaro che aveva guadagnato rappresentando violatori dei diritti umani in tutto il mondo.

L’agenzia è forse meglio – o peggio – ricordata per aver orchestrato false testimonianze al Congresso sui soldati iracheni che toglievano bambini kuwaitiani dalle incubatrici per conquistare l’appoggio dell’opinione pubblica al coinvolgimento USA nella guerra del Golfo del 1991.

Ma, se Ziv spera che un’organizzazione “antirazzista” ripulirà la sua immagine, ha scelto come sostenitori alcuni bizzarri personaggi.

Sostenuta da criminali di guerra

Secondo un documento di “Israelis Against Racism” visionato da The Electronic Intifada, l’associazione ha ottenuto il sostegno di alcuni membri di alto profilo dell’esercito israeliano implicati in crimini di guerra.

Il documento elenca “membri del forum in attività” di “Israeli Against Racism”, tra cui il generale Amir Eshel, ex- capo dell’aviazione israeliana.

Eshel è stato recentemente denunciato in Olanda, insieme all’ex-capo dell’esercito Benny Gantz, per aver ordinato un bombardamento a Gaza che uccise sei membri della famiglia del cittadino palestinese-olandese Ismail Ziada.

I membri della famiglia Ziada furono tra i più di 2.200 palestinesi uccisi – in grande maggioranza civili – durante l’attacco del 2014 contro Gaza guidato da Gantz ed Eshel.

I due generali sono sfuggiti alle loro responsabilità in quanto lo scorso mese i giudici olandesi hanno concesso l’immunità ai crimini di guerra israeliani commessi in veste “ufficiale”.

Un altro membro del forum è Doron Almog, che nel 2005 sfuggì all’arresto da parte della polizia britannica in seguito ad imputazioni per crimini di guerra rifiutandosi di sbarcare da un volo El Al [compagnia aerea israeliana, ndtr.] che era appena atterrato all’aeroporto di Heathrow da Tel Aviv.

Ad essi si è unito Amos Gilad, una presenza fissa dell’establishment militare israeliano che ha promosso alcune delle politiche più repressive contro i palestinesi che protestavano contro l’occupazione militare israeliana.

C’è anche il colonnello Lior Lotan, che ha proposto di rapire palestinesi da usare come merce di scambio nelle trattative per il rilascio di soldati israeliani. La presa di ostaggi, come proposta da Lotan, è un crimine di guerra. Tra i sostenitori citati nel sito web di “Israelis Against Racism” ci sono sindaci di molte città israeliane e presidenti di importanti imprese, comprese l’Israeli Discount Bank e l’Israeli Electric Corporation. Ad essi si è unito Eliezer Shkedi, che ha comandato l’aeronautica israeliana dal 2004 al 2008, un periodo che include l’attacco israeliano contro il Libano del 2006 durante il quale le forze israeliane hanno lanciato un milione di bombe a grappolo.

Gli attacchi indiscriminati di Israele contro il Libano uccisero 900 civili.

Possono i razzisti lottare contro il razzismo?

Forse tutto ciò non sarebbe così vergognoso se “Israelis Against Racism” stesse realmente per mettere in pratica politiche concrete per lottare contro le discriminazioni.

Ma la sua principale iniziativa è invitare le persone a firmare un impegno personale a non essere razziste, come se ciò servisse a cambiare pratiche istituzionali profondamente radicate che perpetuano gravissime diseguaglianze. L’ “Associazione degli ebrei etiopi” ha accolto l’iniziativa in modo tutt’altro che entusiastico, evidenziando che la lotta contro le discriminazioni deve “iniziare dal razzismo istituzionalizzato che si trova nei corridoi del governo, tra i parlamentari e nelle politiche.

Dato che la maggior parte di loro fa parte delle stesse istituzioni che guidano le politiche razziste nei confronti della comunità etiope,” ha aggiunto l’associazione, “è naturale che l’elenco di persone che partecipano a questa iniziativa sollevi dei sospetti.”

Questo punto è sottolineato dai trascorsi dei “membri del forum” di “Israelis Against Racism”, compreso l’ex leader dell’opposizione Isaac Herzog e l’ex-capo della polizia Roni Alsheikh.

Herzog, che ora guida l’Agenzia Ebraica di Israele, ha definito i matrimoni misti tra ebrei e non-ebrei una “piaga” che ha promesso di eliminare.

Alsheikh, nel contempo, ha affermato che è “naturale” per la polizia essere più sospettosa nei confronti degli etiopi. Un altro membro del forum è il giornalista etiope-israeliano Danny Adino Abebe. Una volta ha sostenuto senza alcuna prova che circa 1.000 donne ebree etiopi-israeliane erano state rapite e trattenute contro la loro volontà da richiedenti asilo africani non ebrei. Questa affermazione senza fondamento avrebbe indubbiamente alimentato le fiamme del già crescente razzismo contro gli africani maschi.

La cerimonia di lancio di “Israelis Against Racism” presso la casa del presidente ha coinvolto numerose figure di alto profilo che sono salite sul podio ed hanno firmato pubblicamente l’impegno. Tra questi l’ex vice-ministro dell’Educazione Avi Wortzman, membro del partito ultra anti-palestinese “Casa Ebraica”. Nel 2013 Wortzman e i suoi colleghi di partito appoggiarono il noto razzista Shmuel Eliyahu nel tentativo coronato da successo di essere nominato uno dei due rabbini-capi di Israele.

Non importava che Eliyahu avesse sollecitato Israele a massacrare oltre un milione di palestinesi come metodo per schiacciare la resistenza al suo dominio militare.

Ha anche giustificato lo stupro da parte dei soldati e ha chiesto che gli ebrei non vendano o affittino case agli arabi.

È evidente, anche se per niente sorprendente, che “Israelis Against Racism” ignori totalmente i palestinesi.

I palestinesi sono di gran lunga le vittime più duramente colpite dal razzismo di Stato israeliano, sia come cittadini di seconda classe, sia come sottoposti a una brutale occupazione in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, sia come rifugiati a cui è negato il diritto al ritorno solo perché non sono ebrei.

Ma questo è il tipo di razzismo che tende ad unire Israele.

Forse un nome più adatto per la nuova organizzazione di Israel Ziv, che evidenzierebbe la sua assurdità e il suo cinismo, dovrebbe essere “Israeli Racist Against Racism” [Razzisti Israeliani contro il Razzismo].

Ali Abunimah è direttore esecutivo di The Electronic Intifada.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Governanti arabi e leader israeliani: una lunga e segreta storia di collaborazione

Joseph Massad

18 febbrario 2020 – Middle East Eye

I regimi del mondo arabo hanno sempre anteposto i propri interessi alle sorti del popolo palestinese

Nell’ultimo mese i leader israeliani hanno attivamente cercato di stabilire alleanze e relazioni più strette con i paesi arabi, compresi gli Stati del Golfo, il Marocco e il Sudan.

Questi Stati, ci viene detto, hanno finalmente visto la luce e capito che Israele, a differenza dell’Iran, è loro amico, non loro nemico.

La cosa è presentata come un cambiamento radicale da parte dei regimi arabi, che sembrava avessero sempre evitato relazioni con Israele in difesa degli interessi palestinesi.

È sempre stata un’invenzione. La maggior parte dei leader e delle famiglie arabe al potere nel XX secolo intrattennero relazioni cordiali con Israele e, prima ancora, con il movimento sionista.

Narrazione falsa

Questa falsa narrazione di resistenza è stata raccontata sia dai regimi arabi che dagli israeliani. È stata creata da intellettuali arabi filoisraeliani, che sostengono che quei regimi hanno ingiustamente rifiutato Israele o addirittura gli hanno fatto la guerra per volere dei palestinesi, piuttosto che per i loro interessi nazionali e di potere.

Questo ragionamento si conclude con l’affermazione che ora, finalmente, è venuto il momento in cui i governi arabi antepongono ai palestinesi i propri interessi – come se prima avessero dato priorità agli interessi palestinesi.

Questo è stato affermato recentemente dal comandante militare sudanese Abdel Fattah al-Burhan dopo un incontro in Uganda, due settimane fa, con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Non era certo il primo di simili incontri tra funzionari sudanesi e Israele.

C’erano stati contatti segreti già negli anni ’50, quando il Sudan era ancora governato da britannici ed egiziani e il partito Umma cercava di ottenere il sostegno israeliano all’indipendenza sudanese.

Dopo l’indipendenza, il primo ministro sudanese Abdullah Khalil e Golda Meir, quarto primo ministro israeliano, ebbero un incontro clandestino a Parigi nel 1957.

Negli anni ’80 il presidente sudanese Gaafar Nimeiri incontrò gli israeliani e agevolò il trasporto israeliano di ebrei etiopi in Israele perché diventassero coloni e si insediassero nella terra dei palestinesi.

Più recentemente, nel gennaio 2016 e con Omar al-Bashir ancora in carica, il ministro degli Esteri Ibrahim Ghandour ha cercato di far revocare le sanzioni economiche statunitensi contro il Sudan offrendosi di aprire rapporti diplomatici formali con Israele. Interrogato sul recente incontro con Netanyahu e sulla normalizzazione delle relazioni, la risposta di Burhan è stata che le relazioni con Israele sono alla base di “sicurezza e interessi nazionali” del Sudan, che vengono per primi.

La storia dei rapporti fra i leader del Sudan e Israele non è affatto unica. In effetti, la cooperazione araba con il movimento sionista risale agli inizi dell’arrivo di funzionari sionisti in Palestina.

Rapporti cordiali

Il 3 gennaio 1919, due settimane prima dell’inizio della Conferenza di pace di Parigi, l’emiro Faisal Ibn al-Hussein, allora re del regno di breve durata di Hejaz e in seguito re dell’Iraq, firmò un accordo con il presidente della Organizzazione Sionista Mondiale Chaim Weizmann. Faisal acconsentì alla creazione di una maggioranza coloniale ebraica in Palestina, in cambio di poter diventare re di un regno arabo vasto e indipendente esteso in tutta la Siria. 

Ma a Faisal il trono siriano fu negato dall’acquisizione coloniale francese, e l’accordo, che i sionisti usarono alla Conferenza di pace di Parigi per sostenere che i loro piani di insediamento coloniale in Palestina avevano l’accordo dei leader arabi, finì in nulla.

Per non essere surclassato dal fratello, Emir Abdullah della Transgiordania si avventurò in un duraturo rapporto di cooperazione con i sionisti, nella speranza che gli fosse permesso di essere re di Palestina e Transgiordania; sotto il suo regno [i sionisti] avrebbero potuto realizzare i loro obiettivi. Questa collaborazione si concluse con il suo assassinio nel 1951.

Suo nipote, re Hussein di Giordania, autorizzò i primi incontri segreti nel 1960 a Gerusalemme tra uno dei generali del suo esercito e gli israeliani. Nel 1963, egli stesso incontrava segretamente gli israeliani nello studio del suo medico a Londra. A metà degli anni ’70 i suoi incontri segreti con i leader israeliani si sarebbero svolti regolarmente in Israele.

Durante il funerale di Rabin nel 1994 fu evidente la lunga amicizia di  Hussein con il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin (che nel 1948 aveva espulso personalmente la popolazione palestinese dalla città di Lydda e nel 1987 avviata la politica di “rompiamogli le ossa” contro i palestinesi di Cisgiordania e Gaza).

La giustificazione che Hussein addusse per i suoi contatti segreti con gli israeliani fu la conservazione del trono, assimilata all’interesse “nazionale” della Giordania, di fronte alla pressione del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser e poi a quella dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

Alleanze sioniste

Oltre ai principi e re hashemiti, dalla metà degli anni ’40 la chiesa maronita del Libano, così come leader maroniti fascisti di destra come i falangisti, si allearono con i sionisti. Questa alleanza continua fino ai giorni nostri, con lo scopo di creare una Repubblica religiosa cristiana in Libano, modellata sul colonialismo di insediamento ebraico.

Agli inizi degli anni ’50 sarebbero poi stati i nazionalisti tunisini del nuovo partito Destour a incontrarsi con i rappresentanti israeliani alle Nazioni Unite, perché li aiutassero ad ottenere l’indipendenza dai francesi – ignorando la natura coloniale degli insediamenti israeliani. Il dittatore tunisino Habib Bourguiba avrebbe mantenuto relazioni amichevoli con Israele fino alla fine del suo potere, nel 1987.

Negli anni ’60, Israele avrebbe sostenuto gli sforzi dell’Arabia Saudita per mantenere un imam al potere in Yemen contro i repubblicani – gli israeliani inviarono ai monarchici yemeniti armi e denaro che furono molto ben accolti.

Le migliori relazioni in Nord Africa diventeranno quelle tra Israele e il defunto re Hassan II del Marocco.

I leader israeliani incontrarono i funzionari marocchini alla fine degli anni ’50, ma l’apertura di rapporti cordiali avvenne quando re Hassan salì al trono. Dal 1960 in poi gli israeliani, a seguito di accordi segreti con il Marocco, portarono in aereo ebrei marocchini per farli diventare coloni di insediamento sulla terra dei palestinesi.

L’affare marocchino

Nel 1963, il ministro marocchino Mohamed Oufkir concluse un accordo con gli israeliani per l’addestramento degli agenti dell’intelligence marocchina. Israele aiutò anche il Marocco a localizzare i leader dell’opposizione, tra cui Mehdi Ben Barka, che fu catturato e ucciso dall’intelligence marocchina nel 1965. E difatti nel 1976 Yitzhak Rabin fu invitato dal re Hassan ad andare segretamente in Marocco.

Nel 1986 non c’erano più ragioni di segretezza e Shimon Peres visitò il Marocco in pompa magna. Nel 1994, Marocco e Israele hanno aperto rispettivamente sedi ufficiali di contatto.

Nel 2018, Benjamin Netanyahu si è incontrato segretamente alle Nazioni Unite con il ministro degli Esteri del Marocco per colloqui. Nelle ultime settimane, gli israeliani hanno offerto ai marocchini il loro aiuto per garantire il riconoscimento degli Stati Uniti della sovranità del Marocco sul Sahara occidentale, in cambio della normalizzazione formale delle relazioni fra Marocco e Israele e del sostegno al cosiddetto “affare del secolo” di Donald Trump.

Per quanto riguarda la grande storia d’amore tra le classi politiche e commerciali egiziane con Israele, la relazione è pubblica dalla fine degli anni ’70.

Dal 1991, abbiamo visto leader, funzionari e atleti israeliani recarsi apertamente nella maggior parte dei paesi del Golfo, tra cui il Qatar, il Bahrain, gli Emirati Arabi Uniti, l’Oman e in segreto anche l’Arabia Saudita, per non parlare dell’apertura di uffici di contatto o commerciali in tutti quei Paesi.

Nemico pubblico numero uno

Le relazioni, ostili o amichevoli, degli arabi con Israele non sono mai state improntate agli interessi del popolo palestinese, ma piuttosto ad interessi di regime, spesso identificati falsamente come interessi “nazionali”.

Infine l’ultima parte della loro storia d’amore con Israele è coincisa dal 1991 con la Conferenza di Pace di Madrid e gli Accordi di Oslo, che hanno trasformato la leadership nazionale palestinese e l’OLP in un ente dell’occupazione militare israeliana; questo è il lascito degli incessanti sforzi di Israele di cooptare le élite politiche, economiche e intellettuali arabe. È anche la testimonianza di come queste élite siano disponibili e lo siano sempre state.

Israele ha avuto per lo più successo con le élite politiche e commerciali, ha fallito miseramente nel coinvolgere la classe degli intellettuali arabi, ad eccezione di quelli sul libro paga dei regimi del Golfo e delle ONG finanziate dall’Occidente. Non ha conquistato affatto il favore delle masse arabe, per le quali, diversamente che dai regimi, gli interessi nazionali e la colonizzazione delle terre palestinesi non sono affatto separabili, e per le quali Israele rimane il peggior nemico di tutti gli arabi.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Joseph Massad è professore di Politica Araba Moderna e Storia Intellettuale alla Columbia University di New York. È autore di numerosi libri e articoli accademici e giornalistici. Fra i suoi libri: Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan [Effetti coloniali: la creazione dell’identità nazionale in Giordania], Desiring Arabs [Arabi deisderanti], The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians [La persistenza della questione palestinese: saggi su sionismo e palestinesi] e, più recentemente, Islam in Liberalism [L’Islam nel liberalismo]. I suoi libri e articoli sono stati tradotti in decine di lingue.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)