La Russia sta utilizzando la religione per rafforzare la propria influenza tra i palestinesi

Adnan Abu Amer

 1 febbraio 2020 – Middle East Monitor

Questa settimana il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha ricevuto il suo collega russo Vladimir Putin a Betlemme e non a Ramallah. La scelta della sede ha dato all’incontro un carattere inequivocabilmente cristiano, un fattore che è stato utilizzato recentemente dalla Russia nei suoi rapporti internazionali.

Lo scorso mese Putin si è incontrato con il patriarca della Chiesa greco-ortodossa di Gerusalemme, Teofilo III, per discutere delle difficoltà che i cristiani devono affrontare in Medio Oriente. Ha manifestato il suo appoggio per la salvaguardia delle proprietà della Chiesa ortodossa nella città e la protezione dei cristiani della regione. In novembre la Russia ha annunciato l’intenzione di proteggere i cristiani del Medio Oriente dopo che Putin ha incontrato il patriarca di Mosca con una delegazione dell’Autorità Nazionale Palestinese.

La politica estera “religiosa” è significativa anche perché Israele si prepara a concedere alla Russia la proprietà di una chiesa a Gerusalemme come parte di un accordo per il rilascio di una donna israeliana arrestata a Mosca. L’edificio si trova nel complesso russo della Città Vecchia occupata. La chiesa di Sant’Aleksandr Nevsky e altri immobili vennero venduti nel XIX secolo allo zar Alessandro III.

I rapporti russo-palestinesi si sono di recente sviluppati a vari livelli politici ed economici. Ciò che rappresenta una novità è la loro dimensione religiosa, che fornisce ai russi un ulteriore punto di vista riguardo alle questioni palestinesi.

L’interesse di Putin per i tentativi di conservare e sostenere le proprietà ortodosse a Gerusalemme pare essere in parte dovuto all’intenzione di evitare che coloni ebrei li comprino o li occupino. Il patriarca ha ringraziato il presidente russo per il suo sostegno e la donazione del 2016 per il restauro della chiesa della Natività a Betlemme.

Guarda caso questa settimana la Corte Suprema israeliana ha ribaltato una decisione presa lo scorso giugno per la vendita di una proprietà del patriarcato della Chiesa greco-ortodossa nella Città Vecchia di Gerusalemme all’associazione dei coloni Ateret Cohanim. I palestinesi sono preoccupati di simili transazioni commerciali perché la Chiesa ortodossa ha il principale portafoglio immobiliare in Palestina, secondo solo ai beni religiosi islamici. Abbas non si è scontrato con la Chiesa per la vendita delle sue proprietà ai coloni, nonostante le proteste dei cristiani arabi, probabilmente per il fatto che per tali vendite è necessario l’avvallo russo. Tuttavia la Chiesa non sembra essere troppo preoccupata di disporre delle sue proprietà in questo modo.

I palestinesi parlano di complicità con le autorità occupanti da parte di alcune personalità ortodosse che concedono le proprietà ai coloni per ricavarne un guadagno personale. Altri parlano di una vera e propria corruzione all’interno della leadership della Chiesa. Anche la Russia potrebbe non essere estranea alle transazioni immobiliari con gruppi di coloni.

Turisti cristiani russi visitano la Palestina per visitare le chiese ortodosse, le proprietà storiche e i resti archeologici a Gerusalemme, Hebron, Gerico e Betlemme. Ciò potrebbe spiegare il crescente interesse di Putin, anche se l’ANP non ha la capacità di bloccare la perdita di proprietà cristiane a favore dei coloni perché Israele impone la propria sovranità su Gerusalemme.

Fonti della chiesa palestinese mostrano che l’1% dei palestinesi nei territori occupati sono cristiani. Si tratta di circa 450.000 persone distribuite in Cisgiordania, Gerusalemme est e Israele. Di questi il 51% sono appartenenti alla Chiesa greco-ortodossa e il resto è distribuito tra sette denominazioni, le più importanti delle quali sono la cattolica romana e protestanti.

Le ragioni principali del terribile calo del numero dei palestinesi cristiani che vivono nella culla della Cristianità sono la loro emigrazione a causa della continua occupazione israeliana, la cattiva situazione economica e il desiderio di vivere in un Paese sicuro. Lo scorso anno Putin ha detto che la situazione dei cristiani in Medio Oriente è “catastrofica” e il leader russo ha descritto il suo intervento militare in Siria nel 2015 come una guerra santa per proteggervi i cristiani.

Ciò significa che la Russa sta tornando alle sue radici cristiane precedenti al comunismo? Almeno in Palestina la religione sembra essere utilizzata per rafforzare l’influenza di Mosca.

A ottobre Putin ha manifestato il proprio parere negativo riguardante l’“accordo del secolo” statunitense ed ha affermato di aver proposto negoziati tra israeliani e palestinesi a Mosca, ma senza successo. Ciò è stato visto dai palestinesi come un appoggio nei loro confronti di fronte alle pressioni USA perché accettassero l’accordo.

La posizione russa è che la causa della violenza nella regione è dovuta al fatto di non aver risolto la questione palestinese. Tuttavia la Russia ha stretti rapporti con Israele, dove vive un milione e mezzo di ebrei sovietici/russi.

Il sostegno dei palestinesi per le recenti posizioni della Russia non significa che essi siano interessati a passare dalla mediazione esclusivamente statunitense a quella russa. Vogliono una mediazione internazionale e la posizione di Putin sull’“accordo” incoraggia i palestinesi a continuare a rifiutarlo. Ciò isola ancor più gli USA e incrementa la sua ostilità verso i legittimi diritti dei palestinesi.

È evidente il desiderio della Russia di riempire il vuoto lasciato da Washington in Medio Oriente e il suo uso della questione palestinese per aumentare la propria influenza. I palestinesi possono trarre vantaggio dalla polarizzazione tra Washington e Mosca, spingendo quest’ultima a schierarsi con la loro causa. Tuttavia i russi hanno posizioni relativamente equidistanti, dato che condividono anche interessi strategici con Israele.

Comunque i palestinesi hanno accolto positivamente la collaborazione con i russi, senza voltare le spalle agli americani. Sperano che entrambi siano più equilibrati quando si tratta dei diritti dei palestinesi. I contatti con la Russia implicano che il mondo non è governato esclusivamente dagli USA e contribuiscono a conservare la visibilità dei palestinesi a livello internazionale. Tali contatti possono anche contribuire a contrastare l’“accordo del secolo” reso pubblico questa settimana a Washington.

Oltretutto la Russia, a differenza degli americani, è uno dei pochi Paesi al mondo ad avere rapporti con tutte le principali fazioni palestinesi, il che dovrebbe renderla più rappresentativa nel cercare di mediare. Tuttavia Israele non vuole far riferimento a nessun altro Paese che non siano gli USA dalla sua parte, il che può bloccare o rallentare i progressi di Mosca a questo proposito.

Secondo i palestinesi la Russia sta estromettendo gli USA dal dossier palestinese utilizzando la sua alleanza con potenze regionali in contrasto con Washington, come Iran e Turchia. Mosca punta anche sui suoi successi politici e militari in Siria, che l’hanno incoraggiata a intervenire altrove.

Come membro del consiglio di Sicurezza dell’ONU con diritto di veto, il coinvolgimento positivo della Russia nella vicenda palestinese può contribuire a trovare un equilibrio di fronte alla parzialità degli USA a favore di Israele. È un’ulteriore ragione per cui Israele vuole trattare solo attraverso Washington.

Tuttavia per il momento il ruolo della Russia si limita a ricevere delegazioni politiche e a fare dichiarazioni diplomatiche, senza trasformarle in azioni concrete. Mentre c’è una chiara dimensione cristiana della politica estera russa sul conflitto israelo-palestinese, questa è presente anche nell’appoggio americano a Israele, soprattutto la forte influenza degli evangelici sionisti che sostengono sempre e comunque Israele.

Pertanto, data l’ovvia influenza degli ebrei, dei cristiani ortodossi e dei cristiani evangelici, non c’è da stupirsi che il mondo rifiuti qualunque tentativo palestinese di legare il conflitto con Israele alle proprie credenze ideologiche basate sull’Islam.

Le opinion esposte in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un gasdotto o solo una fantasticheria: nel Mediterraneo sta crescendo un conflitto per gli idrocarburi tra Israele e Turchia

Ramzy Baroud

30 gennaio 2020 – Palestine Chronicle

È prevedibile che la scoperta di grandi quantità di gas naturale al largo delle coste orientali di Israele e Palestina rendano Tel Aviv uno snodo regionale per le fonti energetiche. Ma resta ancora da vedere se Israele sarà in grado di trasformare il segno positivo di riserve di gas ampiamente non sfruttate in effettivo benessere economico e strategico.

Tuttavia ciò che è certo è che il Medio Oriente si trova già in mezzo a una grande guerra geostrategica, che potrebbe diventare un vero scontro militare. Non sorprende che Israele sia al centro di questo crescente conflitto.

La scorsa settimana abbiamo iniziato a inviare gas all’Egitto. Abbiamo trasformato Israele in una superpotenza energetica,” si è vantato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante una riunione del governo il 19 gennaio.

Le osservazioni autoelogiative di Netanyahu sono arrivate in seguito a qualche notizia economica esaltante per il primo ministro sotto attacco, visto che sia Giordania che Egitto sono ora clienti di Tel Aviv e ricevono miliardi di m3 di gas israeliano.

Per Netanyahu pompare gas israeliano in due Paesi arabi vicini costituisce più di un semplice beneficio economico e politico: è un enorme vanto personale. Il leader israeliano sta cercando di convincere l’opinione pubblica a votarlo nelle ennesime elezioni politiche di marzo, chiedendo al contempo all’élite politica israeliana di concedergli l’immunità in modo che possa rimanere fuori di prigione per le varie accuse di corruzione.

Per anni Israele ha sfruttato la scoperta di grandi riserve di gas naturale dei campi Leviathan e Tamar, che si trovano rispettivamente a circa 125 e 80 km a ovest di Haifa, per ricostruire alleanze regionali e ridefinire la sua importanza geopolitica per l’Europa.

La strategia israeliana tuttavia ha già creato potenziali conflitti in una regione già instabile, allargando i giochi di potere e includendovi Cipro, Grecia, Francia, Italia e Libia, così come Egitto, Turchia, Libano e Russia.

Il 2 gennaio Netanyahu è stato ad Atene a firmare un accordo per un gasdotto insieme al primo ministro greco Kyriako Mitotakis e al presidente cipriota Nicos Anastasiades. Il gasodotto EastMed è stato progettato per andare da Israele a Cipro, in Grecia e alla fine in Italia, trasportando quindi il gas del Mediterraneo orientale direttamente nel cuore dell’Europa.

Pochi anni fa questo scenario sembrava impensabile, in quanto Israele di fatto importava gran parte del suo gas naturale dal vicino Egitto.

Quando ha iniziato a produrre nel 2003, il campo israeliano di Tamar ha in parte risolto la dipendenza di Israele dal gas importato. Poco dopo Israele ha scoperto altro gas, questa volta con un potenziale maggiore, nell’enorme campo Leviathan. Il 31 dicembre 2019 Leviathan ha iniziato a pompare gas per la prima volta.

Leviathan si trova nel Bacino Levantino del mar Mediterraneo, una regione ricca di idrocarburi.

Si stima che Leviathan contenga oltre 21 trilioni di m3 di gas naturale, sufficienti a soddisfare le necessità energetiche israeliane per i prossimi 40 anni, oltre a una notevole quantità per l’esportazione,” ha scritto Frank Musmar nel Centro BESA per gli Studi Strategici [centro di ricerca conservatore israeliano Begin-Sadat, ndtr.].

La quota egiziana di gas israeliano – 85 miliardi di m3, con un valore stimato di 19,5 miliardi di dollari – è acquistato con l’intermediazione dell’ente privato egiziano Dolphinus Holdings. L’accordo con la Giordania è stato firmato tra la compagnia elettrica nazionale del Paese, NEPCO, e un’impresa americana, Noble Energy, che possiede una partecipazione del 45% nel progetto israeliano.

I giordani hanno protestato in massa contro l’accordo per il gas con Israele, in quanto vedono la cooperazione economica tra il loro Paese e Israele come un atto di normalizzazione, soprattutto in quanto Tel Aviv continua a occupare e opprimere i palestinesi.

L’eco delle proteste popolari ha raggiunto il parlamento giordano, che il 19 gennaio ha votato all’unanimità a favore di una legge che vieti importazioni di gas da Israele. Israele si sta diversificando, oltre l’esercizio di un predominio economico regionale per diventare un grande attore anche a livello geopolitico internazionale. Il progetto di gasdotto EastMed, stimato in 6 miliardi di euro, dovrebbe coprire il 10% del fabbisogno europeo di gas naturale. È qui che le cose diventano ancora più interessanti.

La Turchia ritiene che l’accordo, che coinvolge i suoi rivali regionali, Cipro e la Grecia, sia concepito specificamente per marginalizzarla economicamente, escludendola dal boom degli idrocarburi del Mediterraneo.

Ankara è già un enorme centro di snodo di idrocarburi, in quanto ospita il TurkStream, che rifornisce l’Europa, il cui fabbisogno di gas naturale proviene per il 40% dalla Russia. Ciò ha fornito sia a Mosca che ad Ankara non solo vantaggi economici, ma anche influenza geostrategica. Se il gasdotto EastMed si concretizza, Turchia e Russia saranno le potenze più danneggiate.

Con una serie di iniziative successive e sorprendenti, la Turchia ha risposto firmando un accordo sui confini marittimi con il governo di accordo nazionale della Libia (GAN) riconosciuto a livello internazionale, impegnandosi a mandare appoggio militare per aiutare Tripoli nella sua lotta contro le forze leali al generale Khalifa Haftar.

La Turchia non permetterà nessuna attività contraria ai suoi interessi nella regione,” ha detto all’agenzia di stampa Anadolu il vicepresidente Fuat Aktay, aggiungendo che “qualunque piano che ignori la Turchia non ha assolutamente alcuna possibilità di successo.”

Benché i Paesi europei abbiano prontamente condannato Ankara, quest’ultima è riuscita a cambiare le regole del gioco avanzando pretese su vaste aree rivendicate anche dalla Grecia e da Cipro come parte delle loro cosiddette zone economiche esclusive (ZEE).

Non solo la Turchia farà perforazioni di gas naturale nelle acque territoriali libiche, ma anche in acque contese nei pressi di Cipro. Ankara accusa Cipro di violare “pari diritti sulle scoperte”, un accordo seguito al conflitto militare tra i due Paesi nel 1974.

Se la questione non verrà risolta il progetto del gasdotto EastMed potrebbe trasformarsi in una fantasticheria. Quello che sembrava un accordo molto conveniente, con un’enorme importanza geopolitica dal punto di vista di Israele, ora pare essere un’ulteriore estensione del più generale conflitto mediorientale.

Mentre l’UE è ansiosa di allentare il controllo strategico della Russia sul mercato del gas naturale, il gasdotto EastMed appare sempre più irrealizzabile, da ogni punto di vista.

Tuttavia, considerando gli enormi giacimenti di gas naturale che già riforniscono i mercati europei in difficoltà, è praticamente sicuro che il gas naturale del Mediterraneo diventerà probabilmente una delle maggiori cause di conflitto politico, se non di guerra.

Ramzy Baroud è giornalista e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libr, di cui l’ultimo è These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons [Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e sfida nelle carceri israeliane], (Clarity Press, Atlanta). Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Trump denigra i palestinesi per l’uso della stessa violenza che ha fatto nascere Israele

Edo Konrad

30 gennaio 2020 – +972

Il discorso sull’ “accordo del secolo” di Trump ha condannato i palestinesi per terrorismo ed elogiato Israele per la pace – ignorando del tutto la storia violenta di Israele.

Il presidente Trump ha cercato a malapena di nascondere il suo disprezzo per il popolo palestinese. Martedì la sua esposizione dell’“Accordo del Secolo” ha rivelato nel modo più chiaro possibile ciò che egli pensa dei milioni di palestinesi – nei territori occupati, all’interno di Israele e nella diaspora – che verrebbero interessati dal suo “accordo di pace”.

Le considerazioni di Trump sono state intrise del classico immaginario razzista. Anzitutto nel suo discorso ha usato i termini “terrorismo” e “terrore” nove volte riferendosi ai palestinesi. Ciò contrasta con l’apprezzamento che ha mostrato nei confronti di Israele, che il presidente ha descritto come un’isola di democrazia e prosperità. Agli occhi del presidente i palestinesi sono “intrappolati in una spirale di terrorismo, povertà e violenza”, e devono rinunciare al terrorismo come condizione per creare un proprio Stato.

La caricatura fatta dal presidente dei palestinesi come terroristi è del resto consueta. Fin dalla fondazione di Israele i palestinesi sono stati descritti come violenti rivoluzionari il cui unico scopo nella vita era annientare lo Stato ebraico e tutti gli ebrei. Quella posizione fu assecondata dai vertici dell’establishment politico israeliano – compreso il Primo Ministro David Ben Gurion, che ordinò ai soldati israeliani di attuare una “politica di fuoco indiscriminato” lungo i confini del Paese. Ciò significa che potevano sparare ed uccidere “infiltrati” palestinesi, molti dei quali erano rifugiati che cercavano di tornare nella loro terra.

Ciò che è peculiare riguardo a questi mantra degli arabi “selvaggi violenti” è che essi trascurano la stessa storia di terrorismo del sionismo, che ricoprì un ruolo centrale nella nascita di Israele. Questa amnesia, soprattutto nell’opinione pubblica israeliana, è ciò che la ricercatrice in studi culturali Marita Sturken definisce “dimenticanza strategica”, con cui le Nazioni scelgono quali storie ignorare privilegiando invece memorie nazionali e culturali più positive.

Per esempio gli israeliani preferiscono dimenticare che, prima che diventassero Primi Ministri, Menachem Begin e Yitzhak Shamir furono solerti miliziani che pianificarono brutali atti di terrorismo contro civili palestinesi, attaccarono soldati e alti ufficiali inglesi e addirittura assassinarono personalità politiche straniere.

Il libro di Begin del 1951 “La rivolta” – che non solo divenne una lettura canonica per la destra israeliana, ma ispirò anche persone come Nelson Mandela – espone in dettaglio, e con grande spavalderia, i modi in cui i miliziani sionisti dei gruppi paramilitari Etzel [noto anche come Irgun, ndtr.] e Lehi[la banda Stern, ndtr.] facevano saltare in aria i mercati arabi e combattevano una sanguinosa guerriglia contro le forze britanniche, a cui Begin si riferiva come “esercito di occupazione.”

La celebrazione del terrorismo sionista va oltre questi ricordi. Tutto intorno a Tel Aviv si possono trovare targhe di bronzo che celebrano le vittorie e le sconfitte delle milizie sioniste antecedenti allo Stato. Una targa a sud della città commemora un tunnel scavato dai miliziani di Etzel che conduceva ad un’installazione militare britannica, che intendevano fare esplodere. Un’altra targa nei pressi segnala il luogo in cui due combattenti di Lehi, facendosi passare per operatori telefonici, guidarono un’autobomba dentro un centro di comunicazioni britannico, uccidendo diversi poliziotti.

Ci sono decine di queste targhe sparse per tutta la città. Alcune commemorano le fabbriche di armi dell’ Etzel, altre i luoghi dove il Lehi stampava i suoi volantini, altre ancora dove l’Haganah – la formazione paramilitare sionista più grande e più importante, che attuò  la maggior parte delle espulsioni durante la guerra del 1948 e costituì la spina dorsale del nascente esercito israeliano – teneva le riunioni segrete e i centri di addestramento. Tutte queste targhe non solo riportano le insegne delle milizie sioniste, ma anche il timbro ufficiale del Comune di Tel Aviv-Giaffa.

La città è anche sede di quattro musei dedicati alla memoria dei gruppi paramilitari. Camminando a sud lungo la Tel Aviv Promenade, si arriva ad un vecchio edificio palestinese. È l’ultima vestigia del quartiere un tempo conosciuto come Manshiyyeh, che oggi ospita il Museo di Etzel in onore del gruppo che “liberò” Giaffa durante la guerra del 1948. Una lapide accanto all’entrata dell’edificio riporta i nomi dei membri di Etzel uccisi nell’operazione.

Quella “liberazione” comportò l’espulsione di circa 95.000 palestinesi dall’area della Grande Giaffa, molti dei quali furono mandati con la forza nei campi profughi in Cisgiordania e a Gaza. Migliaia di altri palestinesi, molti in fuga dai villaggi nelle vicinanze di Giaffa, furono radunati in una piccola zona della città circondata da filo spinato, a cui le autorità israeliane informalmente facevano riferimento come al “ghetto”.

Le espulsioni, i massacri, i depositi segreti di armi e i tunnel delle milizie sioniste si estendevano ben oltre i confini dell’area di Tel Aviv-Giaffa. Erano parte di uno sforzo bellico di tutta la nazione, senza il quale lo Stato di Israele non avrebbe potuto vedere la luce. Come ho scritto diversi anni fa, quando l’esercito israeliano scoprì tunnel di Hamas da Gaza fin dentro il territorio di Israele, “se l’odierno Stato di Israele si fosse scontrato con i movimenti sionisti precedenti allo Stato, sicuramente avrebbe condannato le loro violazioni dei diritti umani e li avrebbe eliminati per sempre.”

Una simile storia violenta non è sicuramente peculiare solo di Israele, ma costituisce una grande lezione per il conflitto. Data la loro storia, gli israeliani dovrebbero essere i primi a capire perché chi combatte un occupante straniero per la propria liberazione e autodeterminazione diventa violento. Ovviamente non sarà Trump a risvegliare Israele sul suo passato, né oserà fare paragoni tra la violenza politica palestinese e quella ebraica. Ma prima o poi potrebbe arrivare un presidente USA che lo farà.

Edo Konrad è caporedattore di +972 Magazine. Vive a Tel Aviv ed in precedenza ha lavorato come redattore per Haaretz

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Perché di fronte al piano di Trump gli Stati arabi si sono “divisi”?

Farah Najjar

31 gennaio 2020 – Al Jazeera

Diversi Paesi che attraversano sconvolgimenti sociali ed economici e percepiscono l’Iran come minaccia non riescono a contestare il piano di Trump.

Le reazioni divergenti tra gli Stati arabi al cosiddetto piano per il Medio Oriente del presidente degli Stati Uniti Donald Trump non sono state una sorpresa, affermano gli analisti, osservando che il motivo principale del sostegno – forte o discreto che sia – è quello di garantire il sostegno a Washington contro un comune nemico nella regione, l’Iran.

Dicono che ciò è indicativo anche delle divergenze tra Paesi arabi e dell’impossibilità per alcuni, nelle loro relazioni con l’amministrazione Trump, di dare la priorità alla situazione del popolo palestinese rispetto alle agende economiche nazionali e ai calcoli politici.

Che non ci sia stato un ripudio compatto e deciso del piano di Trump presentato martedì segnala la volontà di alcuni Stati arabi di normalizzare i propri rapporti con Israele, per garantire un “fronte unito” contro le presunte minacce dell’Iran.

“Il breve conflitto militare USA-Iran a gennaio [a seguito dell’assassinio del generale Qassem Soleiman. ndtr.] ha convinto alcuni Paesi del Golfo che Washington è il loro unico protettore”, ha detto ad Al Jazeera Ramzy Baroud, scrittore e giornalista palestinese.

“Alcuni fra gli arabi hanno completamente abbandonato la Palestina e stanno abbracciando Israele per difendersi da una immaginaria minaccia iraniana”, ha detto Baroud.

Negli ultimi anni alcuni Paesi del Golfo come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, che tradizionalmente sostenevano la causa palestinese, hanno cercato di ingraziarsi Israele perché vedono l’Iran come la maggiore minaccia nella regione.

Penso che ciò che è successo sia che queste persone abbiano adottato l’approccio secondo cui il nemico del mio nemico è mio amico”, ha detto ad Al Jazeera Diana Buttu, analista ed ex consulente legale dei negoziatori di pace palestinesi.

“E non dovrebbe essere necessario neutralizzare l’Iran, o occuparsi dell’Iran … finirebbe per essere a spese dei palestinesi”, ha detto.

Stato di decadenza morale”

Trump, insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ha presentato la sua proposta alla Casa Bianca ad un pubblico filoisraeliano. Tra i presenti alla riunione inaugurale c’erano gli ambasciatori del Bahrain, degli Emirati Arabi Uniti e dell’Oman.

Muscat [capitale dell’Oman, ndtr.], che ha tradizionalmente condotto una politica estera neutrale, nel 2018 con una mossa a sorpresa ha ricevuto Netanyahu, prima visita in Oman di un leader israeliano in oltre due decenni.

Mentre l’Arabia Saudita ha affermato di apprezzare gli sforzi di Trump e ha auspicato colloqui diretti israelo-palestinesi, l’ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti a Washington, Yousef al-Otaiba, ha dichiarato che il piano “offre un importante punto di partenza per un ritorno ai negoziati all’interno di un quadro internazionale guidato dagli Stati Uniti.”

L’Egitto ha seguito l’esempio, sollecitando “un attento e approfondito esame del progetto statunitense”, mentre la Giordania ha messo in guardia contro “l’annessione delle terre palestinesi”. Amman custodisce il complesso della moschea Al-Aqsa nella Gerusalemme est occupata, considerato il terzo sito santo dell’Islam.

Nonostante alcuni di questi Paesi si siano sempre opposti alla crescente influenza dell’Iran nella regione, in passato avevano preso posizioni più forti contro la politica israeliana in Palestina.

Da quando ha assunto la carica il 20 gennaio 2017, Trump è apparso sostenitore dichiarato di Israele e Netanyahu e delle loro politiche anti-palestinesi, che includono una serie di misure criticate come “razziste” e “discriminatorie”.

In particolare, il controverso riconoscimento da parte di Trump di Gerusalemme come capitale di Israele e il trasferimento dell’ambasciata nel 2018 hanno suscitato una condanna unanime da parte dei leader arabi, mentre i leader palestinesi, che vedono Gerusalemme Est come capitale del loro futuro Stato, hanno affermato che gli Stati Uniti non sono più un mediatore onesto nei negoziati.

L’amministrazione Trump ha anche dichiarato che non considera più illegali gli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme est, invertendo decenni di politica americana – una mossa contrastata con forza da palestinesi e associazioni per i diritti.

Washington ha anche chiuso gli uffici della missione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) a Washington per il rifiuto dell’autorità palestinese di avviare colloqui con Israele guidati dagli Stati Uniti.

A queste mosse contro il popolo palestinese e la sua leadership, le Nazioni arabe hanno reagito condannando apertamente le politiche USA-israeliane come violazioni del diritto internazionale, specialmente in merito allo status di Gerusalemme e al trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv.

“Penso che il valore simbolico di Gerusalemme renda più difficile per gli Stati legati agli USA andare contro l’opinione pubblica”, ha affermato Sam Husseini, direttore dell’Institute of Public Accuracy [Istituto per il contrasto alla falsa informazione, ndtr] con sede a Washington.

“È più facile abbandonare i palestinesi come popolo”, ha detto.

Analogamente, Baroud ha affermato che il sostegno al piano di Trump con il conseguente abbandono del popolo palestinese riflette lo “stato di decadenza morale e la disunione del mondo politico arabo”.

“Da un lato, cercano timidamente di mostrare il loro sostegno ai palestinesi, ma dall’altro non vogliono trovarsi in uno scontro politico con Washington e i suoi alleati”, ha detto.

Alaa Tartir, consulente politico di Al-Shabaka: Palestinian Policy Network [rete politica palestinese, ndtr.] afferma che i Paesi arabi non vogliono sfidare gli Stati Uniti.

“In assenza di una potente Lega di Stati arabi … i singoli Stati arabi danno priorità al proprio programma, ai propri bisogni e alle aspirazioni e ambizioni nella regione “, ha detto Tartir ad Al Jazeera.

“Dire un ‘no’ diretto all’amministrazione americana avrebbe conseguenze che molti Stati arabi non sono disposti a sostenere”, ha osservato.

Dipendenza dagli Stati Uniti”

La proposta di Trump ha tolto di mezzo i palestinesi e viola la risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che invitava Israele a ritirare le sue forze dai territori occupati nella guerra dei Sei Giorni, e auspicava anche il ritorno dei rifugiati

Prevede l’annessione israeliana di vaste aree della Cisgiordania occupata, compresi gli insediamenti illegali e la Valle del Giordano, offrendo a Israele un confine orientale definitivo lungo il fiume Giordano.

Per contrastare il piano, gli Stati arabi dovrebbero elaborare un “piano e una visione operativa parallela e dettagliata”, ha affermato Tartir.

“Potrebbero iniziare un processo di riforma delle istituzioni di governance globale; e investire in procedure e norme internazionali per rafforzare quella governance di fronte alle continue violazioni americane-israeliane”.

Ma la maggior parte degli Stati arabi è intrappolata in una sequenza di “frammentazione, polarizzazione, debolezza” e, soprattutto, “dipendenza dall’amministrazione americana”, ha affermato Tartir, riferendosi agli sconvolgimenti sociali ed economici in diversi Paesi della regione.

Alcuni dipendono dagli Stati Uniti per mantenere il potere politico; altri, come la Giordania e l’Egitto, dipendono anche dai finanziamenti statunitensi – entrambi i Paesi sono tra i principali beneficiari degli aiuti statunitensi.

Dal 1979, l’Egitto ha ricevuto aiuti per una media di 1,6 miliardi di dollari l’anno, la maggior parte dei quali è stata destinata all’esercito. Il finanziamento statunitense è stato brevemente sospeso durante l’amministrazione del presidente Barack Obama in seguito al colpo di stato militare del 2012.

Amman e il Cairo, stretti alleati degli Stati Uniti e uniche Nazioni arabe ad avere legami diplomatici con Israele, sembrano essere economicamente troppo fragili per contrastare le politiche di USA e Israele nella regione.

“Parlare di potere politico arabo e di una eventuale unità a difesa dei diritti dei palestinesi sembra del tutto incompatibile con l’attuale natura della realtà politica”, ha osservato Baroud.

“I diritti del popolo palestinese e, diciamolo, i diritti dei popoli arabi al momento non incidono minimamente sull’agenda politica araba”, ha affermato.

(Traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




I palestinesi non hanno altra scelta: restare e lottare

David Hearst

29 gennaio 2020 – Middle East Eye

Una nuova ondata di lotte deve ora iniziare per ottenere la parità dei diritti in uno Stato che comprenda tutta la Palestina storica

Per anni sulla strada dei piani messianici di Benjamin Netanyahu per stabilire lo Stato di Israele fra il fiume e il mare, c’è stata una trappola per elefanti.

Si tratta del dato demografico secondo il quale, in quello spazio, c’erano più palestinesi che ebrei. Secondo i dati dell’Ufficio Centrale di Statistica (CBS) del 2016 forniti alla Commissione di Difesa e Affari Esteri della Knesset israeliana, fra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo c’erano 6,5 milioni di mussulmani e 6,44 milioni di ebrei, anche se quei dati ora sono superati. La commissione si riferiva ai musulmani, non ai palestinesi, escludendo perciò i palestinesi cristiani.

Ciò significa che il piano di annessione di Netanyahu da solo non può funzionare. Le enormi infrastrutture di calcestruzzo con cui Israele ha cosparso di cemento la Cisgiordania che occupa – colonie, muri, strade e tunnel – e lo stato di apartheid imposto, crudele e totale più di quello messo in pratica in Sud Africa, sono tutti palliativi – medicine con cui ridurre il dolore di uno Stato a maggioranza ebrea, senza eliminarne la causa.

Un’altra Nakba

Si può annunciare quante volte si vuole, come ha fatto ieri Donald Trump, che Israele occuperà la valle del Giordano e quindi circa il 30% della Cisgiordania e imporre la legge israeliana sulle colonie, ma senza spostare fisicamente numeri sempre maggiori di palestinesi fuori da uno Stato di Israele ingrandito, poco cambia. L’annessione diventa solo un’altra forma di occupazione.

Perciò al centro della “visione” di pace di Trump e Netanyahu sta un trasferimento di popolazione, in massa, un’altra Nakba o Catastrofe.

Questa è una pace per modo di dire. È il silenzio che si sente nei villaggi palestinesi nel 1948, a Beit Hanoun nel 2014, quando nel nord di Gaza Israele ha bombardato una scuola dell’ONU affollata di centinaia di civili sfollati, uccidendone 15 e ferendone 200, o ad Aleppo est o a Mosul, dopo averle bombardate, una dopo l’altra, fino a ridurle in macerie. È la pace creata dalla totale e completa sconfitta della lotta dei palestinesi per costruire uno Stato sulla propria terra.

Il piano segreto

Per me quindi il centro della visione apocalittica non sta nei discorsi suprematisti di Trump o Netanyahu, in cui entrambi proclamano “missione compiuta”, e la vittoria totale del movimento sionista sui palestinesi. Sta invece in un paragrafo ben sepolto nelle 180 pagine del documento, il documento più dettagliato, si vanta Trump, mai prodotto prima su questo conflitto. Esattamente.

È il paragrafo che dice che lo scambio di terre fatto dagli israeliani potrebbe includere le ” aree popolate e non popolate “. Il documento è preciso sulla popolazione a cui si riferisce, è la popolazione palestinese del 1948 del cosiddetto triangolo settentrionale di Israele – Kafr Qara, Baqa-al-Gharbiyye, Umm al-Fahm, Qalansawe, Tayibe, Kafr Qasim, Tira, Kafr Bara e Jaljulia.

Il documento continua: “La Visione contempla la possibilità, soggetta all’accordo delle parti, che i confini di Israele vengano ridisegnati in modo che le comunità del Triangolo vengano a far parte dello Stato di Palestina. In questo accordo, i diritti civili degli abitanti delle comunità del Triangolo saranno assoggettate alle leggi, ove applicabili, e alle decisioni giudiziarie delle autorità competenti.”

Questa è la parte nascosta ma più pericolosa di questo piano. Il Triangolo ospita circa 350.000 palestinesi, tutti cittadini israeliani, abbarbicati sul confine nord-occidentale della Cisgiordania. Umm al-Fahm, la città principale, ha dato i natali ad alcuni dei più attivi difensori di Al Aqsa.

Yousef Jabareen, un membro della Knesset della Lista Araba Unita [formata da partiti arabi di Israele e terza forza nel parlamento israeliano, ndtr.] mi ha detto: “Umm al-Fahm è la mia città, Wadi Ara è la mia anima. Il Triangolo è la patria di centinaia di migliaia di cittadini arabo-palestinese che vivono sulla propria terra. Il programma di annessione e trasferimento di Trump e Netanyahu ci strappa dalla nostra patria e revoca la nostra cittadinanza; un danno esistenziale a tutti i cittadini della minoranza araba. Ora è il momento per gli ebrei e gli arabi che hanno a cuore democrazia e uguaglianza di schierarsi e lavorare insieme contro questo pericoloso piano.” 

‘Pulizia etnica’ ufficiale

Per anni i leader israeliani di centro o di destra hanno giocherellato con il “trasferimento statico” di queste popolazioni fuori da Israele. All’idea di uno scambio di popolazione e territori avevano alluso gli ex primi ministri Ehud Barak e Ariel Sharon. Ma è stato solo Avigdor Lieberman ad aver sposato la causa dell’espulsione dei palestinesi. 

Egli propugna di privare un numero ipotetico di 350.000 palestinesi del Triangolo della loro cittadinanza israeliana e costringere l’altro 20% della popolazione israeliana non ebrea a fare un “giuramento di lealtà” a Israele quale ” Stato Sionista Ebraico ” o affrontare l’espulsione in uno Stato palestinese.

Due anni fa Netanyahu aveva suggerito a Trump che Israele avrebbe dovuto liberarsi del Triangolo. Oggi questi piani di pulizia etnica sono stati suggellati in un documento ufficiale della Casa Bianca. 

Ayman Odeh, un membro palestinese della Knesset, ha twittato che l’annuncio di Trump dà “il semaforo verde alla revoca della cittadinanza a centinaia di migliaia di cittadini arabo- palestinesi che vivono nel nord di Israele”.

Sostegno a Trump

L’altro aspetto notevole dell’annuncio di martedì alla Casa Bianca è stata la presenza nell’uditorio degli ambasciatori degli Emirati, Bahrain e Oman. Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti hanno accolto il piano senza riserve. Anche il Qatar lo ha fatto, sebbene abbia aggiunto che lo Stato palestinese dovrebbe essere negoziato con i confini del 1967 e i palestinesi dovrebbero mantenere il diritto al ritorno.

Trump ha detto di essere stato stupito dal numero di chiamate che ha ricevuto dai leader di tutto il mondo a sostegno del suo piano, incluso il Primo Ministro britannico, Boris Johnson.

Buttando al vento quattro decenni di politica estera britannica sulla soluzione dei due Stati, Johnson ha sostenuto il piano di Trump con tutto il peso del Regno Unito. Anche il ministro degli esteri Dominic Raab ha dato appoggio all’accordo “chiaramente una proposta seria che riflette i grandi sforzi e il lungo tempo richiesto.” ha detto.

“Non riesco a credere alle dimensioni del sostegno ricevuto stamattina.” si è vantato Trump. “Mi hanno chiamato dei leader, Boris [Johnson] ha chiamato; così tanti hanno chiamato. Tutti mi dicono ‘cosa possiamo fare per aiutare’”.

Ci sono alcuni comunque che si sono resi conto del pericolo di questo piano. Il Senatore Chris Murphy è uno di loro. Ha twittato: “L’annessione unilaterale della valle del fiume Giordano e delle colonie esistenti, dichiarata illegale dalle leggi USA e internazionali, riporta indietro di decenni il processo di pace. E pone un rischio reale di violenze e un’enorme destabilizzazione in luoghi come la Giordania.”

 A casa da soli

Nessuno dovrebbe sottovalutare la portata storica della dichiarazione appena fatta. La soluzione dei due Stati o l’idea che uno Stato palestinese contiguo sia attuabile e possa essere creato a fianco di uno Stato a maggioranza ebraica è morta. Ed era morta ben prima degli accordi di Oslo. 

Ai sostenitori arabi come il re di Giordania Hussein venne detto sia dai sovietici, Yevgeny Primakov, che da James Baker, l’allora Segretario di Stato, che non si sarebbe mai ottenuto uno Stato palestinese indipendente. E questo ben prima della conferenza di Madrid che precedette Oslo. Il re non aveva bisogno di presenziare al funerale del suo amico Yitzhak Rabin, assassinato nel 1995, per rendersene conto. Lo sapeva già. Ma adesso è veramente morto. 

Gli USA ora hanno dato il loro imprimatur ufficiale ai confini orientali dello Stato di Israele. La mappa (vedi map Middle East Eye published) dice tutto. Lo Stato palestinese immaginato dal piano sembra la TAC del cervello di una vittima dell’Alzheimer. Lo Stato palestinese è interamente divorato.

Il messaggio di questa mappa per i palestinesi di qualsiasi fazione è ora totalmente chiaro. Dimenticate le vostre divisioni, dimenticate cosa è successo tra Fatah e Hamas a Gaza nel 2007, accantonate pretese di colpi di stato e unitevi. Unitevi contro una minaccia esistenziale.

I palestinesi sono completamente soli. Tutti i punti fermi delle loro posizioni di negoziazione sono spariti. Non hanno Gerusalemme, niente diritto al ritorno, nessun rifugiato può ritornare, niente Alture di Golan e ora niente Valle del Giordano. Non hanno alleati arabi. La Siria è distrutta, l’Iraq diviso, Egitto e Arabia Saudita sono ora fantocci nelle mani di Israele. I palestinesi hanno perso il supporto della più popolosa e ricca Nazione araba.

Non hanno un posto dove fuggire. L’Europa è chiusa per ogni futura migrazione di massa. Hanno una sola alternativa: restare e lottare. Uniti possono annullare i piani israeliani suprematisti di pulizia etnica. L’hanno fatto in precedenza e lo possono fare di nuovo.

Una nuova lotta

Ora i palestinesi devono far fronte a questa situazione. Il riconoscimento di Israele da parte dell’OLP nel 1993 è finalmente arrivato a fine corsa, come si poteva immaginare. Le leggi USA e internazionali e le risoluzioni ONU non sarebbero mai venute in loro soccorso e, ma solo in questo senso, il brutale piano di Trump ha fatto un favore ai palestinesi. Ha fugato fantasie durate decenni.

Quella che deve cominciare ora è una nuova ondata di lotte per l’uguaglianza dei diritti in uno Stato su tutto il territorio della Palestina storica. Questo comporterà una lotta enorme. Nessuno dovrebbe sottostimare cosa succederà se i palestinesi insorgeranno ancora una volta. Ma nessuno dovrebbe aver alcun dubbio sulle conseguenze dell’accettazione.

Questa è la prima volta dal 1948 che tutti i palestinesi possono unirsi per farlo. Devono cogliere questa opportunità o scomparire e diventare una nota a piè pagina della storia.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente le opinioni editoriali di Middle East Eye.




L’accordo ‘di pace’ di Trump calpesta palesemente i diritti e le libertà dei palestinesi

Yara Hawari

30 gennaio 2020 The Guardian

Questo piano è semplicemente una continuazione della politica USA-Israele. I palestinesi lo hanno già sentito e non lo accetteranno

Martedì alla Casa Bianca Donald Trump ha rivelato il suo “accordo del secolo”: un piano per la totale capitolazione palestinese. Esso invita i palestinesi a riconoscere Israele come Stato ebraico con l’intera Gerusalemme come capitale, a rinunciare al diritto al ritorno che consentirebbe ai rifugiati palestinesi di vivere in Israele, ad accettare l’annessione della Valle del Giordano e le relative colonie illegali israeliane e a vivere in una serie di bantustan collegati da strade e tunnel che sarebbero tutti sostanzialmente controllati da Israele.

Nulla di tutto ciò dovrebbe sorprendere. Non solo il piano è una continuazione della politica dell’amministrazione Trump verso Israele e Palestina fin dal giorno in cui egli è entrato in carica, ma giunge dopo decenni di disprezzo per le aspirazioni palestinesi di libertà e sovranità.

Quando nel 1993 furono firmati gli Accordi di Oslo, vennero acclamati come la base per una pace negoziata tra Israele e Palestina – una posizione che la maggior parte degli attori e delle istituzioni internazionali hanno continuato a mantenere nei decenni successivi. All’epoca tuttavia lo studioso palestinese Edward Said definì il tanto celebrato accordo “una Versailles palestinese”, uno spettacolo umiliante che minava la lotta di liberazione e ogni speranza di una futura sovranità palestinese. Purtroppo aveva ragione. La divisione della Cisgiordania in aree A, B e C in base agli accordi ha consentito a Israele di dominare le ultime due mentre la prima è diventata una sacca di limitata autonomia palestinese. In altre parole, ha facilitato la completa bantustanizzazione della Cisgiordania e l’isolamento di Gaza.

Nel frattempo gli accordi non sono riusciti ad affrontare correttamente le questioni fondamentali di Gerusalemme, dei rifugiati, delle colonie, dei confini e della sicurezza; esse sono state invece considerate “questioni inerenti allo status finale”, da risolvere come parte di qualche futuro accordo di pace. Inavvedutamente allora l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), guidata da Yasser Arafat, ha permesso che esse diventassero questioni in discussione, piuttosto che centrali per la lotta palestinese e chiaramente definite dalle leggi internazionali. Questo è risultato chiaro ieri alla Casa Bianca quando, accanto a Trump, Benjamin Netanyahu ha detto che parlare dell’occupazione come “illegale” è oltraggioso.

Non c’erano palestinesi alla Casa Bianca; certamente Jared Kushner, genero di Trump e architetto di questo piano, difficilmente si è dato la pena di parlare ai palestinesi. E nel piano di Trump non vi è menzione dei diritti dei palestinesi. Invece vengono loro promessi incentivi economici, per la precisione 50 miliardi di dollari di investimenti nei prossimi 10 anni, in cambio dei loro diritti sanciti a livello internazionale – un’altra fin troppo conosciuta componente dei precedenti piani di “pace”. Come se dare denaro ai palestinesi potesse far loro dimenticare i diritti a Gerusalemme, al ritorno ai propri villaggi e città di origine o alla possibilità di vivere come esseri umani uguali e con pieni diritti.

È chiaro quindi che il piano di Trump non solo è un attacco ai diritti e alla libertà dei palestinesi, ma anche un tentativo di promuovere un nuovo ordine mondiale che compromette del tutto il diritto internazionale. Qualunque cosa possa dire la Casa Bianca, non si è mai aspettata che la leadership palestinese avrebbe accettato questo piano né avrebbe nemmeno preso in considerazione qualche suo articolo e condizione. E ciò significa che può continuare ad investire sulla pluridecennale narrazione totalmente razzista secondo cui il popolo palestinese rifiuta e non intende negoziare. Questo è stato evidente nei commenti di Kushner: se i palestinesi non accettano questo accordo, ha sostenuto, “stanno gettando via un’altra opportunità come hanno fatto con tutte le altre che hanno avuto nella loro esistenza”.

Per quanto il piano di Trump possa essere scoraggiante, esso suggerisce una possibile opportunità. Stabilisce che, mentre hanno luogo i negoziati, l’OLP non partecipi ad alcuna iniziativa contro Israele presso la Corte Penale Internazionale – con riferimento alla recente inchiesta su crimini di guerra avviata dalla capo procuratrice della Corte. Questo rivela che Israele è veramente spaventato da una simile mossa, se qualche soggetto internazionale fosse così coraggioso da tentarla.

Comunque nulla di tutto ciò modifica la realtà sul campo: c’è effettivamente un’unica entità che va dal fiume Giordano al mar Mediterraneo, dove due popoli vivono vite ampiamente ineguali e separate. Israele e gli USA stanno lavorando sodo per consolidare e portare a termine questa situazione – e, con l’aiuto di una comunità internazionale paralizzata e codarda, ci riusciranno. Ma l’altra faccia della realtà è che i palestinesi non andranno da nessuna parte. Continueranno a vivere a milioni a Haifa, Giaffa, Gerusalemme, Ramallah, Hebron e altrove. Dovranno cambiare drasticamente la loro situazione attuale, mobilitandosi e chiedendo di più alla loro dirigenza e immaginando un futuro radicalmente diverso anche quando questo sembra impossibile.

Yara Hawari è un’autorevole collaboratrice su questioni politiche di Al Shabaka, la rete di politica palestinese.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’“accordo del secolo” di Trump non porterà la pace, e quello era previsto

Jonathan Cook

29 gennaio 2020 – Palestine Chronicle

Buona parte dell’“accordo del secolo” di Trump a lungo rinviato non è stata una sorpresa. Nel corso degli ultimi 18 mesi fonti ufficiali israeliane hanno fatto filtrare molti dei suoi dettagli..

La cosiddetta “visione per la pace” svelata martedì ha semplicemente confermato che il governo USA ha pubblicamente adottato ciò che da molto tempo è accettato da tutti in Israele: che quest’ultimo ha il diritto di tenersi per sempre le aree di territorio che ha illegalmente sottratto nel corso degli ultimi 50 anni negando ai palestinesi una qualunque speranza di avere uno Stato.

La Casa Bianca ha scartato la tradizionale posizione USA come “mediatore neutrale” tra Israele e i palestinesi. I dirigenti palestinesi non sono stati invitati alla cerimonia e non ci sarebbero andati se lo fossero stati. Questo è un accordo concepito più a Tel Aviv che a Washington – e il suo obiettivo era di garantire che non ci sarebbe stata nessuna controparte palestinese.

Cosa più importante per Israele, esso avrà il permesso di Washington per annettersi tutte le colonie illegali, ora disseminate in tutta la Cisgiordania, così come la vasta area agricola della Valle del Giordano. Israele continuerà ad avere il controllo militare su tutta la Cisgiordania. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato la sua intenzione di portare il prima possibile davanti al suo governo un simile piano di annessione. Ciò rappresenterà senza dubbio l’asse centrale del suo tentativo di vincere le elezioni politiche molto incerte previste per il 2 marzo.

L’accordo di Trump approva anche la già esistente annessione di Gerusalemme est a Israele. Prevede che i palestinesi facciano finta che la loro capitale sia un villaggio della Cisgiordania fuori città, chiamando “Al Quds” [Gerusalemme in arabo, ndtr.] la loro capitale. Ci sono indicazioni con effetti fortemente provocatori che ad Israele sarà consentito di dividere il complesso della moschea di Al Aqsa per creare una zona di preghiera per ebrei estremisti, come è avvenuto ad Hebron.

Oltretutto sembra che l’amministrazione Trump stia prendendo in considerazione l’approvazione delle speranze di lunga data della destra israeliana di ridefinire gli attuali confini in modo tale da trasferire potenzialmente in Cisgiordania centinaia di migliaia di palestinesi che attualmente sono cittadini di Israele. Ciò rappresenterebbe quasi sicuramente un crimine di guerra.

Il piano non prevede nessun diritto al ritorno e sembra che il mondo arabo dovrebbe pagare il conto per indennizzare milioni di rifugiati palestinesi.

Una mappa USA distribuita martedì mostra enclave palestinesi collegate da un labirinto di ponti e tunnel, compreso uno tra la Cisgiordania e Gaza. L’unico incentivo concesso ai palestinesi sono le promesse USA di rafforzare la loro economia. Date le difficili condizioni finanziarie dei palestinesi dopo decenni di furto di risorse da parte di Israele, questa non è molto più di una promessa.

Tutto ciò è stato mascherato da “realistica soluzione dei due Stati”, che offre ai palestinesi circa il 70% dei territori occupati, che a loro volta rappresentano il 22% della loro patria originaria. Detto in altro modo, ai palestinesi viene richiesto di accettare uno Stato sul 15% della Palestina storica, dopo che Israele si è impossessato di tutte le migliori terre agricole e risorse idriche.

Come tutti gli accordi prendere o lasciare, questo “Stato” rappezzato, senza un esercito e in cui Israele controllerebbe la sicurezza, i confini, le acque territoriali e lo spazio aereo, ha una scadenza. Deve essere accettato entro quattro anni. In caso contrario Israele avrà la mano libera per iniziare a depredare ancora più territorio. Ma la verità è che né Israele né gli USA si aspettano o vogliono che i palestinesi collaborino.

Per questo il piano include, oltre all’annessione delle colonie, una miriade di precondizioni irrealizzabili prima che ciò che rimane della Palestina venga riconosciuto: le fazioni palestinesi devono deporre le armi, ed Hamas si deve sciogliere; l’Autorità Nazionale Palestinese, guidata da Mahmoud Abbas, deve elimnare i sussidi alle famiglie dei prigionieri politici; i territori palestinesi devono essere reinventati come una Svizzera del Medio Oriente, una fiorente democrazia e una società aperta, tutto ciò sotto il dominio israeliano.

Al contrario il piano Trump pone fine alla farsa per cui il processo di Oslo, durato 26 anni, ha avuto come obiettivo nient’altro che la resa dei palestinesi. Gli Usa si allineano totalmente con i tentativi di Israele, perseguiti per molti decenni da tutti i suoi principali partiti, di porre le basi per un’apartheid permanente nei territori occupati.

Trump ha invitato per la presentazione sia Netanyahu, il primo ministro israeliano ad interim, che il suo principale avversario politico, l’ex-generale Benny Gantz. Entrambi erano ansiosi di esprimere il proprio appoggio incondizionato.

Tutti e due insieme rappresentano i 4/5 del parlamento israeliano. Il principale campo di scontro delle elezioni di marzo sarà chi dei due potrà sostenere di essere più in grado di mettere in atto il piano e quindi sferrare un colpo mortale ai sogni palestinesi di avere uno Stato.

Nella destra israeliana ci sono state manifestazioni di dissenso. Gruppi di coloni hanno descritto il piano come “lungi dall’essere perfetto”, un’opinione quasi sicuramente condivisa in privato da Netanyahu. L’estrema destra israeliana è contraria a qualunque discorso riguardo alla costituzione di uno Stato palestinese, per quanto illusorio.

Ciononostante Netanyahu e la sua coalizione di destra sarà ben contenta di cogliere i benefici offerti dall’amministrazione Trump. Nel contempo l’inevitabile rifiuto del piano da parte della dirigenza palestinese servirà d’ora in avanti come giustificazione per il furto da parte di Israele di altra terra. Ci sono altri, più immediati vantaggi dell’“accordo del secolo”.

Consentendo a Israele di raccogliere illeciti vantaggi dalla conquista nel 1967 dei territori palestinesi, Washington ha ufficialmente appoggiato una delle più grandi aggressioni coloniali dell’epoca contemporanea. L’amministrazione USA ha di conseguenza dichiarato una guerra aperta ai già deboli limiti imposti dalle leggi internazionali.

Anche Trump ne beneficia di persona. Ciò fornirà un diversivo dalle udienze per il suo impeachment così come una consistente offerta per corrompere, durante la corsa alle elezioni presidenziali, la sua base evangelica ossessionata da Israele e importanti finanziatori, come il magnate USA dei casinò Sheldon Adelson.

E il presidente USA è corso in aiuto a un utile alleato politico. Netanyahu spera che questo sostegno da parte della Casa Bianca possa promuovere la sua coalizione ultra-nazionalista al potere in marzo e intimidire i tribunali israeliani quando prenderanno in considerazione le accuse penali contro di lui.

Martedì è risultato evidente quanto egli preveda di ricavare un vantaggio personale dal piano di Trump. Ha rimproverato la procura generale di Israele per aver presentato le accuse di corruzione, sostenendo che è stato messo a repentaglio un “momento storico” per lo Stato di Israele.

Nel contempo Abbas ha accolto il piano con “un migliaio di no”. Trump lo ha messo totalmente in pericolo. O l’ANP abbandona il suo ruolo di subappaltante della sicurezza a favore di Israele e si scioglie, o continua come prima ma privato ora esplicitamente dell’illusione che si possa perseguire la sua trasformazione in uno Stato.

Abbas cercherà di resistere con le unghie e con i denti, sperando che Trump in questo anno di elezioni venga spodestato e che una nuova amministrazione USA ritorni alla finzione di far avanzare il processo di pace di Oslo ormai da molto tempo arrivato a scadenza. Ma se Trump vince le difficoltà aumenteranno rapidamente.

Nessuno, ancora meno l’amministrazione Trump, crede che questo piano porterà alla pace. Una preoccupazione più realistica è con quale rapidità preparerà la strada per uno spargimento di sangue ancora più grande.

– Jonathan Cook ha vinto il premio speciale di giornalismo “Martha Gellhorn”. Tra i suoi libri “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” [Israele e lo scontro di civiltà: Iraq, Iran e il piano per ridisegnare il Medio Oriente] (Pluto Press) e “Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” [Palestina che sparisce: gli esperimenti israeliani sulla disperazione umana] (Zed Books). Ha contribuito con questo articolo a The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Trump rivela il suo piano per il Medio Oriente, rifiutato dai palestinesi

Al Jazeera

28 gennaio 2020 Al Jazeera

I palestinesi respingono la proposta di Trump in Medio Oriente, definendola una “cospirazione” che “non passerà”.

Dopo molti rinvii, martedì il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha esposto il suo piano per il Medio Oriente – una proposta che i leader palestinesi hanno definito una “cospirazione” che “non passerà”.

“Oggi Israele ha fatto un passo da gigante verso la pace”, ha dichiarato Trump con a fianco il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

“Il mio progetto presenta una soluzione vantaggiosa per entrambe le parti”, ha affermato, aggiungendo che i leader israeliani hanno dichiarato che avrebbero appoggiato la proposta.

Prima che fosse annunciata, i palestinesi l’avevano dichiarata già morta, dicendo che si tratta di un tentativo di “liquidare” la causa palestinese.

In seguito all’annuncio di Trump, il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha dichiarato i suoi “mille no” al piano.

Nel frattempo, Netanyahu ha detto trattarsi di un “giorno storico” e ha ringraziato Trump per la sua proposta. Ha detto che se i palestinesi accettano il piano, Israele sarà disposto a negoziare “subito”.

Gerusalemme “capitale indivisa”

L’iniziativa di Trump, il cui autore principale è suo genero Jared Kushner, segue una lunga serie di sforzi per risolvere uno dei problemi più irresolubili del mondo. I colloqui di pace israelo-palestinesi sono falliti nel 2014.

I palestinesi si sono rifiutati di confrontarsi con l’amministrazione Trump e hanno condannato la prima fase della proposta – un piano di risanamento economico di 50 miliardi di dollari annunciato lo scorso giugno.

Il piano politico di 50 pagine riconosce la sovranità israeliana sui principali gruppi di colonie illegali nella Cisgiordania occupata, a cui quasi sicuramente i palestinesi si opporranno. Trump ha dichiarato che a Israele verrà concesso il controllo di sicurezza della Valle del Giordano nella Cisgiordania occupata.

Trump ha detto che Gerusalemme resterà “capitale indivisa” di Israele. Ma ha anche detto che, secondo il piano, “Gerusalemme est” sarebbe la capitale di uno Stato di Palestina. Non ha approfondito cosa intendesse per Gerusalemme est. In seguito ha dichiarato su Twitter che una capitale palestinese potrebbe essere da qualche parte a “Gerusalemme est”.

Trump aveva già riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele, trasferendovi l’ambasciata americana da Tel Aviv.

In replica al piano, Abbas ha dichiarato: “Gerusalemme non è in vendita; tutti i nostri diritti non sono in vendita e non sono un affare”.

Sami Abu Zhuri, funzionario di Hamas [portavoce di Hamas nella Striscia di Gaza], ha affermato che la dichiarazione di Trump è “un’aggressione e scatenerà molta rabbia”.

“La dichiarazione di Trump su Gerusalemme è una sciocchezza e Gerusalemme sarà sempre terra dei palestinesi”, ha detto Zhuri all’agenzia di stampa Reuters . “I palestinesi si opporranno a questo accordo e Gerusalemme rimarrà terra palestinese”.

Martedì scorso, migliaia di palestinesi hanno manifestato nella Striscia di Gaza assediata per protestare contro l’atteso piano. Ci sono state proteste anche a Ramallah, nella Cisgiordania occupata.

Marwan Bishara, capo analista politico di Al Jazeera, ha affermato che “In questo caso il diavolo non è nei dettagli “.

“Il diavolo è nei titoli”, ha detto Bishara. “Ciò che abbiamo qui è un riconfezionamento – ingegnoso, molto intelligente e diabolico – dei problemi cronici di Israele e in Palestina per promuoverli come soluzioni”.

Conseguenze pericolose”

La maggior parte dei leader della regione ha stracciato il piano, ma altri hanno prudentemente incoraggiato israeliani e palestinesi a sedersi al tavolo dei negoziati.

La Giordania ha messo in guardia contro “l’annessione delle terre palestinesi” con l’allarme del ministro degli esteri del regno per le “pericolose conseguenze di misure israeliane unilaterali che mirano a imporre nuove realtà sul terreno “.

Anche Numan Kurtulmus, vicepresidente del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AK) al potere in Turchia, ha rigettato le dichiarazioni di Trump su Gerusalemme, dicendo: “No, Trump! Gerusalemme è capitale dello Stato palestinese e cuore del mondo islamico!”

Secondo Al Manar TV, il movimento libanese Hezbollah ha definito la proposta “l’accordo della vergogna”, aggiungendo che si tratta di un passo molto pericoloso che avrebbe conseguenze negative sul futuro della regione,.

Ha dichiarato anche che non ci sarebbe stata questa proposta senza “complicità e tradimento” da parte di diversi stati arabi.

L’Egitto ha esortato israeliani e palestinesi a “studiare attentamente” la proposta. Il ministero degli Esteri ha affermato in una dichiarazione che il piano favorisce una soluzione che ripristina tutti i “diritti legittimi” del popolo palestinese attraverso la creazione di uno “Stato indipendente e sovrano sui territori palestinesi occupati”.

L’ambasciatore in USA degli Emirati Arabi Uniti ha dichiarato che gli Emirati Arabi Uniti credono che palestinesi e israeliani possano raggiungere una pace duratura e un’autentica convivenza con il sostegno della comunità internazionale.

Le Nazioni Unite hanno dichiarato di essere impegnate ad aiutare israeliani e palestinesi a discutere la pace sulla base delle risoluzioni delle Nazioni Unite, del diritto internazionale, degli accordi bilaterali e della visione di due Stati basati sui confini pre-1967. Una di queste risoluzioni delle Nazioni Unite è stata adottata dal Consiglio di sicurezza un mese prima dell’entrata in carica di Trump nel gennaio 2017. La risoluzione chiede la fine delle colonie israeliane, con 14 voti a favore e l’astensione dell’amministrazione dell’ex presidente americano Barack Obama.

Mediatore onesto?

I palestinesi avevano precedentemente affermato che gli Stati Uniti non possono essere un onesto mediatore per la pace nella regione, accusandoli di pendere a favore di Israele.

Oltre a spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme, l’amministrazione Trump ha anche tagliato centinaia di milioni di dollari in aiuti umanitari ai palestinesi e riconosciuto la sovranità israeliana sulle alture del Golan occupate da Israele.

A novembre, con l’annuncio del segretario di Stato Mike Pompeo, che Washington non considerava più gli insediamenti israeliani sulle terre occupate della Cisgiordania come incompatibili con il diritto internazionale, l’amministrazione Trump ha ribaltato decenni di politica americana.

Kushner ha detto ad Al Jazeera che gli Stati Uniti credono che la proposta di Trump sia “l’ultima possibilità per i palestinesi di avere uno Stato”.

“È tempo [per i palestinesi] di lasciar andare le vecchie fiabe che a dirlo chiaramente non si realizzeranno mai”, ha aggiunto.

La proposta giunge proprio quando Trump e Netanyahu si trovano ad affrontare problemi politici in patria.

Trump ha ricevuto l’impeachment alla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti il mese scorso ed è sotto processo al Senato per abuso di potere. Anche lui dovrà affrontare la rielezione a novembre. Netanyahu è accusato di corruzione e le elezioni nazionali saranno il 2 marzo, la sua terza volta in meno di un anno. Entrambi negano di aver commesso un illecito.

Il rivale elettorale di Netanyahu, Benny Gantz, anche lui a Washington questa settimana, ha affermato di aver lui pure appoggiato la proposta.

“Il piano di pace del presidente è una pietra miliare significativa e storica”, ha detto Gantz ai giornalisti lunedì.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




I candidati del Partito Laburista sbagliano ad aderire a queste misure sull’ antisemitismo

Ghada Karmi

27 gennaio 2020 – Middle East Eye

I candidati alla leadership laburista hanno accettato un elenco molto discutibile di misure riguardo l’”antisemitismo” redatto dal Board of Deputies of British Jewish [Consiglio dei delegati degli ebrei britannici ndtr.]

Il 13 gennaio, il Consiglio dei delegati degli ebrei britannici ha pubblicato i suoi “Dieci punti” destinati ad essere adottati dal Partito Laburista “perché inizi a ricucire i suoi rapporti con la comunità ebraica”.

I punti, disposti in due colonne su uno sfondo rosso, impegnano il nuovo leader laburista ad assumersi la responsabilità personale di “porre fine alla crisi antisemitica del partito laburista” – un’impresa ardua da ogni punto di vista e difficile da portare a termine.

Le votazioni per il nuovo leader laburista si apriranno il 21 febbraio e il vincitore dovrebbe essere proclamato il 4 aprile. Il leader uscente del partito, Jeremy Corbyn, ha annunciato l’intenzione di dimettersi a seguito dei modesti risultati del partito nelle elezioni di dicembre.

Richieste onerose

Le altre richieste del Consiglio dei delegati non sono meno onerose. Dopo aver ritenuto Corbyn responsabile dell'”antisemitismo nel partito” che ha tanto angosciato gli ebrei britannici, il consiglio ha delineato “i punti chiave”.

Ma le misure richieste appaiono assurde nel contesto di una piccola organizzazione della società civile che rappresenta una minoranza di ebrei britannici i quali rivolgono ad un grande partito politico richieste fortemente intrusive.

Tra tali richieste vi è quella secondo la quale tutti i casi di antisemitismo in sospeso nel partito debbano essere risolti attraverso un’agenzia “indipendente”, che scavalchi le procedure proprie del partito. I “trasgressori più manifesti” [una volta] espulsi o sospesi non dovrebbero mai più avere l’autorizzazione ad essere riammessi al partito. Ai trasgressori presunti e ai loro associati dovrebbe essere negata lo spazio per esprimersi.

Questo è il piano implicito di una vasta epurazione, senza diritto di appello, soprattutto dei membri di sinistra del partito.

Altre misure includono l’introduzione, per i membri del partito, di un corso di antirazzismo da parte del Jewish Labour Movement (JLM) [Movimento laburista ebreo, conosciuto dal 1903 al 2004 come “Poale Zion (Great Britain)”, è una delle più antiche associazioni socialiste affiliate al partito laburista britannico, ndtr.] e l’inserimento di interlocutori ebrei del partito nei “principali gruppi rappresentativi” della comunità, incluso presumibilmente il consiglio stesso, coll’esclusione di gruppi con differenti punti di vista, come Jewish Voice for Labour [organizzazione formata nel 2017 da membri ebrei del Partito laburista britannico che si oppongono a tutte le forme di razzismo e alle ingiustizie verso i popoli oppressi, compresi i palestinesi, ndtr.].

Inoltre, i dieci punti richiedono che i laburisti adottino la problematica e inadeguata definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale della memoria dell’Olocausto, criticata dal suo stesso autore, Kenneth Stern, senza riserve, compresi i suoi controversi esempi [che citano esplicitamente le critiche a Israele come prove di antisemitismo, ndtr.].

Attacchi e riconciliazione

Nessuno, se non il più disperato dei candidati laburisti, uno che non abbia letto correttamente i punti o che creda erroneamente che la loro adozione avrebbe migliorato le opportunità nella competizione per la leadership, avrebbe potuto accettare queste condizioni umilianti.

Il fatto che tutti i principali candidati alla leadership lo abbiano fatto con alacrità è allarmante. Ciò suggerisce che non hanno imparato nulla dalla devastante sconfitta di Corbyn, che è arrivata almeno in parte a causa del feroce caccia alle streghe [sotto le vesti] dell’ “antisemitismo” contro di lui, montata dal Consiglio dei delegati e da altri gruppi, tra cui il JLM.

La serie di attacchi da parte di questi gruppi e le offerte di conciliazione di Corbyn hanno solo portato a ulteriori attacchi e ad un’ulteriore offerta di pace, fino a quando egli non è stato sconfitto. Ciò è apparentemente passato inosservato in questa nuova corsa alla riconciliazione.

Keir Starmer, il maggior favorito alla successione di Corbyn, ha twittato il 12 gennaio che la gestione dell’antisemitismo da parte del partito era “completamente inaccettabile”, ignorando così i suoi notevoli sforzi a tal fine.

Emily Thornberry, ministra degli Esteri ombra del partito Laburista e un’altra candidata alla leadership, è andata oltre, dicendo al Jewish News che il partito avrebbe dovuto “inginocchiarsi davanti alla comunità ebraica e chiedere perdono”.

Gli effetti di questa politica di riconciliazione sono già evidenti. Il nuovo parlamentare laburista Sam Tarry è stato recentemente criticato per non aver condannato una mozione contraria ai dieci punti del consiglio. Anche questo mese, l’ex candidato alla leadership Jess Phillips ha sospeso un membro chiave del personale per i tweet “antisemiti” che in realtà erano caratterizzati da critiche a Israele, non agli ebrei.

La confusione tra antisionismo e antisemitismo

Attraverso la loro accettazione acritica dei dieci punti, i candidati laburisti sembrano essersi innamorati di una serie di invenzioni e offuscamenti messi in atto dalla lobby dell’antisemitismo. L’antisionismo non è antisemitismo e la critica a Israele in quanto Stato razzista che opprime i non ebrei non è antisemita, ma una constatazione di fatto.

Non è chiaro se le accuse di antisemitismo rivolte ai membri laburisti siano di tale natura, ma laddove sono disponibili informazioni sembra probabile.

L’affermazione da parte del Consiglio dei delegati di rappresentare tutti gli ebrei britannici è stata messa in discussione da uno studio trimestrale ebraico del 2015. I suoi circa 300 delegati sono eletti da sinagoghe, congregazioni e altre organizzazioni ebraiche. Lo studio ha stimato che questo elettorato rappresenta l’1% della comunità ebraica. Gli ebrei Haredi [forma molto conservatrice di ebraismo ortodosso, ndtr.], che rifiutano di affiliarsi al consiglio, sono esclusi, così come quelli che non frequentano le sinagoghe. Il consiglio ha una posizione pro-Israele che non tutti gli ebrei britannici condividono.

Il JLM è una piccola organizzazione sionista aperta a membri non laburisti e non ebrei, il cui obiettivo dichiarato è quello di promuovere “la centralità di Israele nella vita ebraica”. Erede di Poale Sion, sorella del Partito laburista israeliano e parte di una coalizione all’interno della Federazione sionista mondiale, la sua agenda è incentrata su Israele.

Silente sin dalla sua fondazione nel 2004, si è riattivata nel 2016 dopo l’elezione di Corbyn come leader e da allora ha lavorato diligentemente per la sua rimozione. Al di fuori della promozione degli interessi israeliani, avrebbe dovuto rimanere marginale nella politica interna britannica.

Pericoli futuri

Chiaramente, nessuna delle organizzazioni è in grado di dettare la politica del partito laburista sull’antirazzismo o di supervisionarne la formazione. La remissiva accettazione da parte dei candidati alla leadership laburista di questa imposizione, nonostante i fatti, indica il successo della lobby israeliana in questo Paese.

Politici, personaggi di spicco e funzionari pubblici sono stati intimiditi e diranno o firmeranno quasi tutto pur di evitare le accuse di antisemitismo.

E i segnali sono che questa tendenza crescerà. L’antisemitismo come arma funziona e la tattica non sarà facilmente abbandonata da coloro che ne trarranno vantaggio. Ciò è pericoloso per la società britannica, per la sinistra politica e per i sostenitori della Palestina.

Corbyn è stato la prima vittima di alto profilo di questa campagna, ma non sarà l’ultima se le sarà permesso di proseguire.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Ghada Karmi

Ghada Karmi è ricercatrice presso l’Istituto di studi arabi e islamici dell’Università di Exeter. È nata a Gerusalemme ed è stata costretta a lasciare la sua casa con la sua famiglia a seguito della creazione di Israele nel 1948. La famiglia si è trasferita in Inghilterra nel 1949, dove lei è cresciuta e ha studiato. Karmi ha esercitato la professione di medico per molti anni lavorando come specialista nel settore della salute di migranti e rifugiati. Dal 1999 al 2001 Karmi è stata membro associato del Royal Institute of International Affairs [comunemente noto come Chatham House, è un centro studi britannico, specializzato in analisi geopolitiche e delle tendenze politico-economiche globali, ndtr.], dove ha diretto un importante progetto sulla riconciliazione israelo-palestinese. Nel 2009 è diventata membro della Royal Society of Arts.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Avanti, annettiamo la Cisgiordania

Meron Rapoport 

23 gennaio 2020 – + 972

L’annessione della Valle del Giordano renderebbe ufficialmente Israele uno Stato di apartheid dal fiume al mare. Ma potrebbe essere meno terribile di come pensiamo.

Si è saputo che anche Benny Gantz, rivale di centro del Primo Ministro Netanyahu, persegue l’obiettivo che Israele annetta la Valle del Giordano. Martedì, durante una visita in quella zona della Cisgiordania occupata, Gantz ha affermato che la Valle del Giordano è “lo scudo difensivo di Israele verso est in qualsiasi futuro conflitto. Consideriamo questa terra come parte inseparabile dello Stato di Israele.” Dopo le elezioni, ha continuato Gantz, avrebbe esteso la sovranità sulla valle con una “mossa concordata a livello nazionale” e coordinata con la comunità internazionale.

Non è una posizione nuova tra i falchi del centro israeliano. Un piano strategico pubblicato nell’ottobre 2018 dal National Security Research Institute, il luogo di formazione ideologica di ex generali dell’IDF come Gantz, afferma che Israele avrebbe già dovuto dichiarare la Valle del Giordano area strategica, da mantenere sotto controllo israeliano fino a quando Israele non arriverà ad un sufficiente accordo per la sicurezza.

È peraltro vero che le recenti condizioni poste da Gantz – che l’annessione della Valle del Giordano abbia il consenso nazionale e sia coordinato a livello internazionale – potrebbero far sì che la dichiarazione resti priva di fondamento. A parte il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (e anche questo non è del tutto certo), è improbabile che la “comunità internazionale” accetti la mossa.

Eppure, anche se non ha alcuna reale intenzione di annettere la Valle, Gantz ha deliberatamente scelto di schierarsi con la retorica della destra israeliana, per la quale l'”annessione” è diventata una questione di buone maniere, cartina di tornasole per qualsiasi personaggio politico.

Le affermazioni di Gantz ricordano in qualche modo lo slogan della campagna elettorale di Netanyahu del 1996: “Fare una pace sicura”. Netanyahu all’epoca non aveva intenzione di fare la pace, così come oggi sembra che Gantz non abbia alcuna intenzione di procedere all’annessione. Tuttavia, tre anni dopo gli Accordi di Oslo, Netanyahu fu costretto ad includere il centro-sinistra israeliano dell’epoca, per cui la parola “pace” era una categoria a parte. Questo vale per gli ultimi 25 anni della politica israeliana: la pace è out, l’annessione è in.

Potrebbe non essere terribile come si pensa. Per alcuni aspetti, è veramente deplorevole che la coalizione di destra, secondo recenti sondaggi, non sarà in grado di assicurarsi 61 seggi della Knesset nelle prossime elezioni di marzo. Se dovesse vincere Netanyahu, è difficile immaginare come se la caverà con le sue chiare promesse di annettere immediatamente la Valle del Giordano. Nell’attuale situazione politica, l’annessione è il miglior regalo che possano sperare gli avversari dell’occupazione.

Questo non significa che le cose debbano peggiorare prima di migliorare. L’annessione scuoterà lo status quo di espansione infinita fatta di occupazione e insediamento, diventata molto comoda per Israele. Costringerà la società israeliana e parti della comunità internazionale a tornare a discutere una soluzione politica del conflitto, un obiettivo quasi scomparso. E costringerà i sostenitori della soluzione a due Stati, e persino i sostenitori di un singolo Stato, a uscire dalla loro zona protetta e ricalibrare i loro desideri con la realtà concreta.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’impatto dell’annessione sui confini definitivi di Israele o la fattibilità dell’idea dei due Stati non creerebbero necessariamente un discrimine. Israele ha annesso Gerusalemme Est più di 52 anni fa, pochi giorni dopo la fine della guerra del 1967; ciò non ha impedito a rappresentanti israeliani, ufficiali e non, di discutere dell’annessione in vari negoziati con i palestinesi e concordare che il futuro Stato palestinese avrebbe controllato i quartieri palestinesi della città.

Ciò vale anche per l’ex primo ministro Ehud Olmert, che ha fatto carriera politica nel partito Likud promettendo di tenere Gerusalemme “per l’eternità” (Olmert è stato anche protagonista della campagna elettorale del 1996 di Netanyahu, accusando i laburisti di Shimon Peres di “dividere Gerusalemme”). Un decennio dopo, durante i colloqui di pace con il presidente palestinese Mahmoud Abbas, fu Olmert a proporre di dividere la città. E l’annessione delle Alture del Golan nel 1981 non ha impedito a Ehud Barak – e secondo i documenti, allo stesso Netanyahu – di discutere della possibilità di restituire il Golan alla Siria di Hafez al-Assad.

L’annessione non migliorerà particolarmente la situazione dei pochi coloni israeliani che vivono nella Valle del Giordano. Oggi, e specialmente dopo un decennio di governo di Netanyahu, la Linea Verde [confine tra Israele e Gerusalemme est, Cisgiordania e Gaza prima dell’occupazione del 1967, ndtr.] è quasi del tutto irrilevante e i coloni che vivono in Cisgiordania godono di diritti quasi identici ai cittadini israeliani all’interno dei confini del 1948.

L’annessione può rimuovere alcune delle barriere attualmente imposte ai coloni, ma può anche rendere loro la vita difficile. Nel momento in cui la Valle del Giordano diventasse soggetta ufficialmente alla legge israeliana – piuttosto che agli ordini militari – potrebbe essere molto più difficile confiscare terre, sfrattare palestinesi e stabilire colonie di soli ebrei.

Anche se Israele decidesse di concedere ai palestinesi che annette lo status di residenti invece della piena cittadinanza (come a Gerusalemme est), tale status consentirebbe loro di muoversi liberamente e lavorare all’interno di Israele, il che sicuramente migliorerebbe la loro attuale situazione. Eppure ci sono poche ragioni per credere che i palestinesi annessi rinuncerebbero alle loro aspirazioni nazionali: non è accaduto a Gerusalemme est dopo 52 anni di occupazione, non è accaduto con i palestinesi cittadini di Israele.

Ma c’è la possibilità che l’annessione possa dare impulso non solo ai palestinesi che si trovano sotto la sovranità israeliana, ma alla lotta palestinese in generale. L’annessione costringerebbe l’Autorità Nazionale Palestinese a emergere dal suo coma; renderebbe più facile smantellarla, costringerebbe Israele a riprendere il diretto controllo sulla Cisgiordania, e il ritorno a una lotta per i diritti civili in uno Stato democratico tra il fiume [Giordano] e il mare [Mediterraneo], simile al programma politico originario dell’OLP.

Se Israele, in effetti, rifiutasse di concedere pieni diritti civili ai palestinesi, sarà ancora più facile dimostrare che il regime in Cisgiordania non è un problema temporaneo di “territorio conteso”, come ama sostenere Israele. L’apartheid diventerebbe la politica ufficiale dello Stato.

Inoltre, l’annessione porterebbe la questione palestinese al centro dell’attenzione del mondo arabo. Il governo giordano sta già affrontando una forte opposizione al suo accordo di pace con Israele. Recenti manifestazioni nel Regno hascemita contro l’accordo con Israele per il gas sono ulteriori prove di dissenso. Se l’annessione dovesse avvenire, è difficile pensare che re Abdullah si atterrebbe all’accordo con Israele, volendo mantenere il potere.

La Giordania potrebbe trasformarsi in Palestina, come sperava Netanyahu nel suo libro del 1993 A Place Among the Nations [Un posto fra le Nazioni, ndtr.] – ma questa “Palestina” avrebbe un esercito che potrebbe puntare le sue armi su Israele per solidarietà con i fratelli dall’altra parte del fiume Giordano.

Netanyahu, che conosce la scena internazionale meglio di qualsiasi altro leader a destra – e forse in Israele – è ben consapevole di tutto ciò. Questo è il motivo per cui, durante il suo decennio al potere, ha evitato di compiere passi drastici, perfezionando allo stesso tempo lo status quo. Le sue politiche hanno assicurato l’annessione strisciante di sempre più colonie, la cancellazione della Linea Verde dalla coscienza israeliana e la completa normalizzazione dell’occupazione.

Netanyahu sperava che l’opinione pubblica israeliana, la comunità internazionale, i regimi arabi filo-occidentali e forse gli stessi palestinesi avrebbero alla fine accettato il dominio israeliano sull’intera terra e avrebbero tolto l’opzione di uno Stato palestinese dal tavolo. Ha funzionato brillantemente; persino Gantz, il maggior rivale di Netanyahu, non parla di due Stati.

Ma per il primo ministro potrebbe aver funzionato troppo bene. Proprio perché uno Stato palestinese non sembra più essere preso in considerazione, la destra nazionalista-religiosa ha trasformato l’annessione in richiesta politica – qualcosa che non ha fatto in 40 anni di permanenza al governo, da quando la destra ha preso il potere nel 1977. Se gli insediamenti sono riusciti a impedire l’istituzione di uno Stato palestinese, dicono, perché non passare alla fase successiva e realizzare l’ideale del Grande Israele?

Finché Netanyahu è stato politicamente forte, poteva evitare di parlare di annessione a gente come Naftali Bennett [politico israeliano dell’estrema destra dei coloni ed attuale ministro della Difesa, ndtr.] Ma non appena i problemi legali hanno cominciato a premergli addosso, lo spazio di manovra di Netanyahu è diminuito. Non ha altra scelta che abbracciare il linguaggio del sovranismo, che solo pochi anni fa giaceva in qualche posto nelle plaghe dormienti della destra.

Non che Netanyahu non creda nell’esclusiva sovranità ebraica tra il fiume e il mare: semplicemente non credeva che dovesse realizzarsi attraverso l’annessione formale. Oggi non si tratta più di buttare sul tavolo l’annessione in cambio dell’immunità politica. È annessione o prigione.

Non vi è dubbio che l’annessione sia una violazione del diritto internazionale, che sarebbe imposta ai palestinesi con la forza e trasformerebbe ufficialmente Israele in uno Stato di apartheid. Bisogna opporsi. Ma dopo tanti anni sotto il dominio della fazione del Grande Israele, potrebbe essere il momento di mettere alla prova la proposta della destra. L’annessione chiarirà il vero dibattito Israele-Palestina: uguaglianza e autodeterminazione per ogni Nazione che vive tra la Giordania e il mare o supremazia ebraica.

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in ebraico su Local Call [versione in ebraico di +972, ndtr.].

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)