I palestinesi mettono in guardia Israele e gli USA mentre Trump sta discutendo il nuovo ‘piano per la pace’

24 gennaio 2020 – Al Jazeera

I palestinesi respingono l’incontro tra gli USA e Netanyahu affermando di non riconoscere il piano di pace che si prevede favorisca Israele.

L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ha messo in guardia Israele e gli Stati Uniti dal “valicare le linee rosse” promettendo che non riconoscerà il piano di pace per il Medio Oriente che aveva già respinto in precedenza mentre il Presidente USA Donald Trump si prepara a presentare il piano nei prossimi giorni.

Giovedì Trump ha detto che probabilmente rivelerà il tanto atteso progetto prima della visita a Washington, DC, di Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano, la prossima settimana.

“Probabilmente lo renderò noto un po’ prima” ha detto il leader degli USA ai reporter che andavano con lui in Florida a bordo dell’Air Force One, riferendosi all’incontro di martedì alla Casa Bianca.

“È un ottimo piano. È un piano che funzionerà davvero” ha aggiunto.

I palestinesi, che non sono stati invitati alla Casa Bianca per l’incontro con Netanyahu, hanno immediatamente respinto le trattative che si svolgono negli USA, in quanto respingono il piano in sé che è stato elaborato dal 2017. La sua presentazione è stata più volte rimandata.

La parte economica del piano è stata rivelata a giugno e prevede 50 miliardi di dollari di investimenti internazionali nei territori palestinesi e nei Paesi arabi vicini per 10 anni.

I palestinesi hanno respinto i tentativi di pace di Trump dopo il suo controverso riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e lo spostamento dell’ambasciata USA a maggio 2018.

Come ha riferito la WAFA, l’agenzia stampa ufficiale palestinese, Nabil Abu Rudeineh, un portavoce del presidente palestinese, ha dichiarato che i leader palestinesi respingeranno ogni atto USA che infranga le leggi internazionali. 

“Se questo accordo viene presentato con quelle premesse che sono state già respinte, i leader annunceranno una serie di misure volte a garantire i nostri legittimi diritti e pretenderemo che Israele si assuma tutte le responsabilità quale potenza occupante” ha detto Abu Rudeineh.

Sembrava fare riferimento alle minacce, spesso reiterate, di sciogliere l’Autorità Nazionale Palestinese, che ha un’autonomia limitata in alcune parti della Cisgiordania occupata da Israele. Ciò costringerebbe Israele ad assumersi la responsabilità di fornire servizi essenziali a milioni di palestinesi.

“Noi vogliamo mettere in guardia Israele e l’amministrazione USA dal valicare le linee rosse” ha detto Abu Rudeineh che ha ripetuto la richiesta di porre fine all’occupazione israeliana dei territori palestinesi e detto che dovrebbe essere costituito uno Stato palestinese indipendente con capitale Gerusalemme.

‘Si parla solo di Israele’

In aereo, giovedì, Trump si è detto contento che Netanyahu e il suo principale rivale alle elezioni, Benny Gantz, capo del partito di centro Blu Bianco, avrebbero fatto visita alla Casa Bianca nel mezzo della campagna per le elezioni in Israele del 2 marzo.

“Verranno entrambi i candidati, una cosa mai successa!” ha detto Trump.

Alla domanda se avesse contattato i palestinesi, Trump ha detto: “Abbiamo parlato brevemente con loro, ma lo faremo fra poco.

E loro hanno molti incentivi a farlo. Sono sicuro che forse all’inizio reagiranno negativamente, ma per loro è davvero molto positivo.”

Husam Zomlot, il capo della missione palestinese nel Regno Unito, ha detto all’agenzia di stampa AFP [agenzia di stampa francese, N.d.T] che il fatto che Trump abbia invitato i due leader israeliani e nessun palestinese dimostra che il meeting intende influire sulla politica interna israeliana più che essere un vero tentativo di pace. 

“Questa è la conferma di quella che è stata dall’inizio la loro politica fin dall’inizio – si parla solo di Israele.”

Si prevede che il progetto sia fortemente a favore di Israele e che gli offra il controllo di vaste zone della Cisgiordania.

I palestinesi vorrebbero invece che l’intero territorio, conquistato da Israele nel 1967, diventasse il cuore di un futuro Stato indipendente, parte della soluzione dei due Stati sostenuta dalla maggior parte della comunità internazionale.

Netanyahu ha detto che intende annettere sia la Valle del Giordano occupata che gli insediamenti illegali israeliani in Cisgiordania, ponendo così fine a ogni possibilità di creare uno Stato palestinese sostenibile.

Netanyahu ha tentato di fare di questa promessa la chiave di volta della sua campagna per la rielezione in seguito al testa a testa senza precedenti dopo le ultime elezioni dell’anno scorso che lo ha lasciato in virtuale pareggio con Gantz, ma senza che nessuno dei due fosse in grado di formare una coalizione di governo.

‘L’accordo del secolo’ di Trump

Trump, la cui squadra sta da tempo lavorando sul progetto di un piano di pace segreto, si è ripetutamente vantato di essere il presidente USA più pro-israeliano della storia.

Abbas ha tagliato ogni rapporto con gli USA dal dicembre 2017, dopo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele con cui Trump ha rotto decenni di consenso internazionale.

I palestinesi considerano la parte orientale della città la capitale del loro futuro Stato e le potenze mondiali concordano da tempo che il destino di Gerusalemme dovrebbe essere deciso con una soluzione negoziata.

Trump è salito al potere nel 2017 promettendo di mediare la pace tra israeliani e palestinesi, che aveva chiamato “l’accordo del secolo “.

Ma da allora ha preso una serie di decisioni che hanno indignato i palestinesi, incluso il taglio di centinaia di milioni di dollari di aiuti e la dichiarazione che gli USA non considerano più illegali le colonie israeliane in Cisgiordania.

Si ritiene che il suo piano per porre fine al conflitto israelo-palestinese ruoti attorno alla promozione di enormi investimenti economici.

Dopo molti rinvii, l’iniziativa di pace era prevista parecchi mesi fa, ma è stata rimandata dopo che le elezioni in Israele a settembre si sono dimostrate inconcludenti e non si pensava che sarebbe stata resa nota fino a dopo il voto del 2 marzo.

I media israeliani hanno discusso quella che dicono siano le linee generali dell’accordo trapelate giovedì, sostenendo che gli USA sono d’accordo su molte delle principali richieste israeliane.

L’incontro a Washington, DC, si terrà circa un mese prima delle nuove elezioni, con i sondaggi che mostrano un testa a testa fra la destra del Likud di Netanyahu e il partito di Gantz, il Blu e Bianco.

Il meeting di martedì coincide con una seduta del parlamento [israeliano] prevista per discutere la possibile immunità di Netanyahu per l’imputazione in una serie di casi di corruzione.    

I media israeliani sospettano che Trump abbia scelto di annunciare l’evento per sostenere il tentativo di rielezione di Netanyahu, il terzo in un anno.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




La Cisgiordania era ed è ancora il principale campo di battaglia di Israele

Adnan Abu Amer

24 gennaio 2020 – Middle East Monitor

Circoli israeliani hanno accusato Hamas di continuare ad aggravare il conflitto contro l’esercito e i coloni in Cisgiordania al fine di destabilizzare la sicurezza interna. Questo si è trasformato in crescenti tensioni da parte di Israele, soprattutto in quanto uno dei motivi degli accresciuti timori israeliani è quello di una lotta per la successione di Mahmoud Abbas alla presidenza dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Alla luce di tali timori il servizio di sicurezza [interno] Shin Bet ha annunciato di aver sventato nel 2019 560 importanti operazioni, compresi sei attentati kamikaze, quattro rapimenti di soldati e coloni e oltre 300 uccisioni. L’esercito ha neutralizzato circa 12 cellule armate palestinesi, che avevano programmato di condurre operazioni violente usando esplosivi.

Questi dati israeliani confermano che col passare del tempo le tensioni in Cisgiordania stanno aumentando e che l’opinione prevalente è che un’operazione armata, simile a quella di agosto nella colonia Dolev vicino a Ramallah, in cui è stata uccisa una colona israeliana con un ordigno esplosivo, può avere un buon esito dopo che la cellula che ha condotto l’operazione è riuscita a eludere il sistema di controllo israeliano. Comunque l’identificazione da parte dello Shin Bet della cellula che ha eseguito l’operazione ha svelato una vasta infrastruttura militare.

L’esercito israeliano e i suoi servizi segreti si concentrano su ciò che definiscono l’importante ruolo ricoperto all’interno di Hamas dalla sua struttura in Cisgiordania, che è responsabile della direzione delle operazioni in Cisgiordania. Sta operando su più vasta scala e con maggiore intensità per destabilizzare la sicurezza e per prendere di mira soldati e coloni. Vale la pena sottolineare che alcune delle recenti decisioni prese a livello politico israeliano relativamente ai palestinesi non fanno che gettare benzina sul fuoco, scatenando ulteriori tensioni.

Quindi lo stato di allerta dell’esercito israeliano in Cisgiordania è recentemente aumentato in previsione della possibilità di un improvviso allontanamento di Abbas dalla scena politica. La ragione è che la lotta per la successione potrebbe portare ad una resistenza popolare che sconfini in resistenza armata, dato che la maggioranza dei candidati alla successione ha iniziato ad accumulare armi, sollevando gravi preoccupazioni in Israele.

Il principale fattore che influirà sulla situazione della sicurezza in Cisgiordania restano le elezioni israeliane e la parallela diffusione di messaggi provocatori da parte dei politici israeliani riguardo al futuro della Cisgiordania. Questi includono l’annessione della Valle del Giordano, di importanti blocchi di colonie, il divieto di costruzione per i palestinesi in area C ed altre decisioni arbitrarie.

Tutti questi orientamenti politici e comportamenti israeliani sul campo non faranno che esacerbare le tensioni per la sicurezza in Cisgiordania, suscitando reazioni negative tra i palestinesi, ed hanno un effetto dannoso sul coordinamento per la sicurezza con l’Autorità Nazionale Palestinese, che contribuisce ampiamente alla stabilità dell’esercito e dei coloni. Questo richiede che Israele sia preparato ad ogni sorpresa che possa verificarsi in Cisgiordania.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il BDS ha bisogno di una visione politica sulla costruzione di uno Stato palestinese

Haidar Eid

24 gennaio 2020 – Al Jazeera

Finora la campagna del BDS ha evitato questa questione, ma prima o poi dovrà fare una scelta.

Sono passati quasi 15 anni da quando il movimento per il Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni (BDS) è stato promosso dalla Campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele (PACBI).

L’obiettivo della campagna è costringere Israele e i suoi sostenitori a riconoscere che lo status quo nelle terre palestinesi e in Israele non è sostenibile a lungo termine e che non può esserci soluzione senza rispetto del diritto internazionale, della civiltà e della democrazia. Ciò significa porre fine all’occupazione illegale della Cisgiordania e all’assedio di Gaza, garantire uguali diritti all’interno di Israele per i suoi cittadini palestinesi e concretizzare il diritto di tornare alle loro case per i palestinesi cacciati durante la diaspora.

Oggi la campagna del BDS gode del sostegno della stragrande maggioranza della società civile palestinese. La tendenza sta cambiando anche in Occidente, dove il sistema di oppressione a più livelli da parte di Israele, in particolare l’occupazione, la colonizzazione e l’apartheid, sono sempre più condannati.

La società civile internazionale sembra aver raggiunto la conclusione che, come per il Sudafrica, il sistema di oppressione israeliano non può essere arrestato senza che si ponga fine alla complicità internazionale e si intensifichi la solidarietà globale, in particolare attraverso il BDS. Pertanto, la campagna si sta rapidamente avvicinando al modello sudafricano per maturità e impatto.

Personalmente, sono stato coinvolto nel BDS sin dalle sue origini e lo sostengo con tutto il cuore. Tuttavia, sono anche preoccupato che l’attenzione del pubblico si limiti alle richieste immediate della campagna a spese dello sviluppo di un piano coerente per il futuro politico della Palestina. In altre parole, poiché la campagna si limita a garantire il rispetto dei diritti dei palestinesi, manca una visione della realtà politica all’interno della quale tali diritti saranno collocati.

La campagna del BDS è stata volutamente ambigua sulla forma che lo Stato palestinese dovrebbe prendere e ci sono ragioni tattiche per questo – evitare principalmente disaccordi all’interno del movimento.

Tuttavia, sono del parere che optare per il silenzio su importanti questioni politiche sul futuro della Palestina sia una tattica sbagliata. Concentrarsi sulla fine dell’occupazione, i diritti dei palestinesi in Israele e il diritto al ritorno deve essere inserito in un programma politico che promuova la soluzione dello Stato unico.

Questo è il motivo per cui ho co-fondato, con un gruppo di accademici e attivisti, il One Democratic State Group [Organizzazione per lo Stato unico democratico]. Il gruppo, che fa parte della One State Campaign [ODSC, Campagna per lo Stato unico democratico, organizzazione con adesioni palestinesi e israeliane fondata nel 2017, ndtr.], ha presentato un programma che non solo ribadisce il diritto al ritorno, i diritti dei cittadini palestinesi di Israele e la fine dell’occupazione, ma propone anche una visione riguardo a un’organizzazione statale, uno sviluppo economico, una giustizia sociale e una politica internazionale responsabile.

La premessa centrale è che la soluzione dei due Stati è morta e dovrebbe essere dichiarata tale, nonostante l’attaccamento che molti gruppi, specialmente quelli di sinistra, [continuano ad] avere.

È tempo che tutti coloro che nella discussione pubblica in Palestina e all’estero continuano a proporre la soluzione dei due Stati si rendano conto che la strategia israeliana di colonizzazione della Cisgiordania e la graduale espulsione dei residenti palestinesi col proposito di una futura annessione l’ha resa impossibile.

A questo punto, attenersi alla visione dei due Stati – una soluzione impossibile – significa semplicemente la continuazione dell’occupazione, della colonizzazione e dell’apartheid.

Anche se capisco perfettamente la posizione assunta dai difensori dell’approccio basato sui diritti, penso ancora che vi sia un urgente bisogno di una visione politica che aiuti a portare una luce alla fine del tunnel per quei milioni di persone che vivono tra il fiume Giordano e il Mediterraneo e per gli oltre cinque milioni di rifugiati palestinesi sparsi in tutto il mondo.

Secondo me, il diritto all’autodeterminazione non dovrebbe tradursi in una soluzione razzista in cui vi siano due Stati, uno dei quali viola i diritti dei due terzi del popolo palestinese. Vale a dire, uno Stato israeliano continuerebbe a trattare i suoi cittadini palestinesi come di seconda classe e continuerebbe a negare il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi.

Non sarebbe diverso dal Sudafrica del governo bianco, uno Stato che ha concesso diritti esclusivi a una razza escludendone tutte le altre. Se vogliamo imparare dal movimento anti-apartheid sudafricano, allora dovremmo prestare attenzione alla sua visione politica: democrazia, uguaglianza razziale e fine della segregazione.

Questa strategia ha portato alla creazione di uno Stato laico e democratico nella terra del Sudafrica, che appartiene a tutti i sudafricani, proprio come previsto dalla Carta della libertà dell’Alleanza congressuale sudafricana [The Congress South African Alleance è un’organizzazione anti-apartheid fondata in Sud Africa, su iniziativa dell’African National Congress, negli anni ‘50 del secolo scorso ndtr.].

È incredibile che alcune persone che hanno sostenuto la fine dell’apartheid non vedano la contraddizione intrinseca nel loro sostegno a uno Stato etnico palestinese, che soddisferebbe il diritto all’autodeterminazione solo di quei palestinesi che risiedono in Cisgiordania e a Gaza e priverebbe di questo diritto la diaspora e i cittadini palestinesi di Israele.

Ciò equivale a sostenere il “diritto” dei quattro famigerati Bantustan [i Bantustan, vere e proprie riserve per le popolazioni di colore, conseguenza delle politiche di aparheid portate avanti in Sud Africa dal 1948 al 1991 dal National Congress, ndtr.], Transkei, Bophuthatswana, Venda e Ciskei, all’ “indipendenza”

La soluzione dei due Stati non garantirà la democrazia, la fine della segregazione e i pieni diritti politici per tutti i palestinesi. Non fornirà l’autodeterminazione per tutti i palestinesi. In realtà, escluderà milioni di palestinesi che vivono in Israele sia nella diaspora dalla cittadinanza palestinese sia dal riconoscimento dei diritti.

Dobbiamo andare oltre il dibattito sulla soluzione tra uno e due Stati e cercare di perseguire un approccio più accurato : la lotta basata sui diritti unita a una visione politica ben definita che può essere realizzata nel quadro di uno Stato unitario con garanzia di uguaglianza per tutti i suoi cittadini, indipendentemente dalla religione, dall’etnia o dal genere.

Per il momento la campagna del BDS potrebbe attendere nel prendere una posizione, ma prima o poi dovrà farlo.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera

Haidar Eid è professore associato presso l’Università Al-Aqsa di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il vero allarme è l’islamofobia, ma si urla all’antisemitismo

Viviana Codemo*

18.01.20

I dati di EuroMedia mostrano una preoccupante intolleranza verso i musulmani e non un inasprirsi dell’antisemitismo

In questi giorni fioriscono articoli e servizi televisivi sulla ripresa dell’antisemitismo in Italia, avvalorati – si dice – da una recente ricerca sugli atteggiamenti degli italiani. “Così l’Italia si scopre antisemita” scrive la Stampa il 15 gennaio, “Antisemitismo numeri allarmanti” gli fa eco Moked (Il Portale dell’ebraismo italiano) e via così, in un coro unanime di preoccupazione per un crescendo continuo e pericoloso dei sentimenti anti ebraici.

Poiché per lavoro mi occupo di ricerca, ho voluto analizzare la fonte dei dati che, secondo i media nostrani, dimostrerebbero inconfutabilmente questo pericolo. Come ha raccontato bene Huff Durrel nel suo best seller “Mentire con le statistiche”, i numeri sono oggettivi, ma nascondono insidie e manipolazioni. Se si ha un pregiudizio alla fonte, e si cerca nei numeri la conferma, ecco che dati e percentuali possono perfino diventare degli utili alleati.

Scendiamo nel dettaglio. I risultati a cui mi riferisco provengono da una ricerca di EuroMedia Research per l’Osservatorio Solomon sulle Discriminazioni (studio su un campione di 1000 italiani maggiorenni rappresentativi dell’universo, eseguito con sistema CAWI tra il 28 e il 30 Nov.2019) e sono fruibili dal sito del committente.

Il primo dato, quello sulla visione generale degli Italiani nei confronti delle confessioni religiose, è confortante: complessivamente il 71,9% dei nostri connazionali non ha alcun istinto negativo verso le fedi religiose (visione aperta e di buon vicinato 58,4%+ 13,5% di indifferenti).

Se ci si addentra per capire quanti sono quelli che hanno una opinione “non favorevole” verso le diverse religioni, si scopre per fortuna che la metà degli italiani (49,2%) nutre solo sentimenti positivi.

Considerati i titoli dei giornali e l’allarme antisemitismo che fa da sottofondo costante della nostra informazione, ci si aspetterebbe di trovare gli ebrei decisamente al primo posto tra le religioni verso le quali l’altra metà dei nostri concittadini nutre ostilità.

Invece non è così.

Al primo posto, infatti ci sono i musulmani, poco tollerati da ben il 36,7% degli italiani. I giornali si dunque sono sbagliati, non erano questi i titoli che avrebbero dovuto fare: “Allarme islamofobia” sarebbe stato il titolo corretto. Però poi subito dopo ci si ricorda che probabilmente tra gli odiatori dei musulmani ci sono anche gli articolisti dei nostri media, e tutto prende senso.

Continuando nella disanima delle tabelle EuroMedia, emerge che tra le religioni non tollerate, gli ebrei sono solo al terzo posto, con un 6,1% di anti ebraici, preceduti, e questo è davvero inaspettato, da un 14% che non sopporta i cristiani. Il 6,1% rappresenta un numero di persone certo non irrisorio, ma non così preoccupante da farci i titoli di prima pagina, omettendo il vero dato allarmante che è, come è evidente, l’anti-islamismo.

Lo studio si concentra poi sull’antisemitismo. Non sorprende, vista la costante profusione di allarmi a cui siamo sottoposti quotidianamente, trovare la “percezione di antisemitismo” attestata al 35,6% e un 19,3% di italiani che lo ritiene in aumento. Ma, come si è visto dai dati precedenti, la “percezione” è smentita dallo stesso studio, con una percentuale di italiani dichiaratamente ostili agli ebrei ferma al 6,1%.

In realtà sarebbe più corretto chiamarlo anti-ebraismo, non solo perché sono semiti anche gli arabi, ma anche perché il confronto avviene fra religioni e non etnie o minoranze etnico-culturali, altrimenti si sarebbe dovuto considerare nelle risposte anche la voce “ostilità verso Rom e Sinti” ad esempio, che avrebbe con ogni probabilità sbaragliato tutte le tesi precostituite.

Oltre alle percentuali taciute in modo evidentemente strumentale alla tesi che vede l’antisemitismo imperante, l’analisi dei risultati mette in evidenza come si sia fatto un uso errato e mistificatorio di alcune percentuali, ad esempio quelle sui “luoghi comuni”. In particolare, sui giornali (e anche sul sito dell’Osservatorio Solomon) si cita in modo distorto il dato di quanti ritengono che “gli ebrei han troppo potere nel mondo finanziario internazionale”. Non si prende la percentuale generale dell’intero campione (11,6%), che non sarebbe affatto allarmante neppure dal punto di vista di chi la ritiene una opinione antisemita, bensì la percentuale che di chi sceglie questa affermazione tra la minoranza di “ostili agli ebrei” (che erano sempre e solo il 6,1% degli italiani): un 49,6% che rappresenta quindi solo il 3% dell’intero campione!

Non un numero di cui preoccuparsi dunque.

In modo forzato e con un chiaro intento di equiparazione, compare improvvisamente poi, tra le domande dello studio, la percezione della diffusione dell’“antisionismo”, ovvero della contrarietà alle politiche israeliane (che però la domanda tendenziosamente definisce “opposizione alla esistenza di Israele”). In ogni caso, i sionisti possono stare tranquilli, perché non è ritenuto dagli italiani poi così diffuso (28,7% del campione).

I commentatori e i titoli di questi giorni si concentrano molto anche sulla percentuale, per fortuna molto bassa, dei negazionisti della Shoah (1,3%): sconcerta che ci sia qualcuno che abbia il coraggio di negare lo sterminio, anche se non sorprende, considerato il permanere di frange neonaziste nel nostro Paese.

Molto più interessante è invece il dato che vede il 45,4% degli italiani ritenere che la politica di Israele nei confronti dei palestinesi contribuisca ad aumentare il rischio di antisemitismo.

E’ forse questo il dato che più dovrebbe preoccupare le Comunità Ebraiche e spingerle a chiedere a gran voce che siano rispettati i diritti del popolo palestinese, così come dovrebbe aprire una riflessione critica nei media di casa nostra, presso i quali il tema delle violazioni del Diritto Internazionale da parte di Israele è sempre lasciato sotto traccia se non addirittura manipolato ed omesso.

Fermare le politiche del colonialismo di insediamento israeliano sarebbe quindi il modo migliore per ridurre il rischio di antisemitismo.


*Direttore Marea Research Sas

Fonti

http://www.osservatoriosolomon.it/ce-unitalia-nega-la-shoah/




Il processo contro il software di sorveglianza israeliano si svolge a porte chiuse

Pegasus è collegato allo spionaggio politico in Messico, Emirati Arabi e Arabia Saudita: Citizen Lab dell’università di Toronto.

16 gennaio 2020 – Al Jazeera

Giovedì un tribunale israeliano ha disposto le udienze a porte chiuse del processo intentato da Amnesty International per bloccare le esportazioni del gruppo NSO [dalle iniziali dei fondatori dell’azienda: Niv, Shalev e Omri, è una società tecnologica israeliana, ndtr.] di software di spionaggio, che le associazioni per i diritti affermano vengano usati per spiare giornalisti e dissidenti in tutto il mondo.

Una giudice della Corte Distrettuale di Tel Aviv ha citato preoccupazioni relative alla sicurezza nazionale quando ha escluso il pubblico e i media dalle udienze. L’iniziativa ha comportato un’immediata condanna da parte dell’associazione di attivisti.

“È vergognoso che veniamo costretti al silenzio”, ha detto ai giornalisti Gil Naveh, un portavoce di Amnesty.

Il Ministero della Difesa di Israele – che ha richiesto il divieto della Corte – e NSO hanno rifiutato di commentare la causa intentata da Amnesty. La causa potrebbe stabilire se il governo debba inasprire i controlli sulle esportazioni di strumenti informatici – un settore in cui Israele è leader mondiale.

Amnesty afferma che i governi hanno usato il software di hackeraggio dei cellulari della società israeliana per reprimere gli attivisti in tutto il mondo. Uno studio di Citizen Lab [Laboratorio dei Cittadini, associazione che difende i cittadini dallo spionaggio illecito dei governi, ndtr.] dell’università di Toronto ha collegato Pegasus allo spionaggio politico in Messico, Emirati Arabi e Arabia Saudita.

NSO ha affermato di vendere la propria tecnologia solo ad enti statali e alle forze dell’ordine per “aiutarle nella lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata.”

La giudice Rachel Barkai inizialmente aveva detto che avrebbe permesso che le argomentazioni di Amnesty fossero ascoltate dal pubblico, ma gli avvocati del governo hanno sostenuto che sarebbe parso che lo Stato stesse accettando le accuse di Amnesty e Barkai ha cambiato idea.

NSO è finita sotto esame quando un dissidente saudita legato al giornalista assassinato Jamal Khashoggi ha intentato causa sostenendo che NSO aveva aiutato la corte reale ad entrare nel suo cellulare e a spiare le sue comunicazioni con Khashoggi.

NSO ha negato che la sua tecnologia sia stata utilizzata nell’omicidio di Khashoggi.

In ottobre WhatsApp, che è di proprietà di Facebook Inc., ha fatto causa a NSO presso la corte federale degli Stati Uniti a San Francisco. WhatsApp ha accusato NSO di aiutare le spie governative ad entrare nei telefoni di circa 1.400 utenti in quattro continenti.

Nella causa di Amnesty, intentata da membri e sostenitori del suo ufficio di Israele, l’organizzazione ha affermato che NSO continua a trarre profitti dal suo programma spia che viene usato per commettere violazioni contro attivisti in tutto il mondo e che il governo israeliano “è rimasto a guardare senza fare niente.”

“Il modo migliore per impedire che i potenti prodotti di spionaggio di NSO arrivino ai governi repressivi è revocare la licenza di esportazione della società, e questo è esattamente ciò che questa causa legale intende fare”, ha detto Danna Ingleton, vicedirettrice di Amnesty Tech.

Amnesty Tech è descritta sul sito web di Amnesty International come una collettività globale di avvocati, esperti di informatica, ricercatori e tecnologie che sfidano “la sistematica minaccia ai nostri diritti” da parte delle imprese di spionaggio.

NSO, che l’anno scorso è stata acquisita dalla società privata Novalpina Capital con sede a Londra, a settembre ha annunciato che avrebbe iniziato ad attenersi alle linee guida dell’ONU sulle violazioni dei diritti umani.

FONTE: Agenzia di informazioni Reuters

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

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“Ci sposteranno, ma solo da morti”: scontro fra Israele e i beduini nel Negev

Jack Dodson

17 gennaio 2020 – Middle East Eye

Le autorità israeliane hanno intenzione di trasferire 36.000 beduini che vivono nella regione desertica per far posto a ebrei israeliani e progetti industriali e militari

Mohammad Danfiri, dal recinto delle pecore della sua famiglia beduina nel deserto del Negev, guarda verso i due ripetitori cellulari in cima alla collina vicina. Sono situati in uno spazio aperto fra il limitare tra il suo villaggio e un altro, un’area, spiega, dove sarà costruito un ampliamento della principale autostrada orientale di Israele.

Una fila di case sta a circa 60 metri dalle torri dove sono stati approvati i progetti per l’autostrada. Ma il governo israeliano sta procedendo con dei progetti per cacciare non solo i residenti più vicini alla strada progettata.

L’intera popolazione del villaggio, 5.000 persone e molte altre del circondario, verrà trasferita in unità abitative temporanee secondo il piano del governo, limitando seriamente la possibilità di allevare pecore e sviluppare l’agricoltura, le attività principali delle comunità beduine.

Danfiri è uno degli almeno 36.000 beduini del Negev israeliano che si trova ad affrontare l’espulsione (in arabo la Nakba, la catastrofe) a causa di vari progetti come l’ampliamento della superstrada.

Per mettere in pratica questi piani di sviluppo proposti da enti governativi, dall’esercito israeliano, da aziende private e da gruppi no-profit, l’Autorità israeliana per gli insediamenti beduini, l’ente governativo responsabile per la gestione dei rapporti tra beduini e Stato, mira a trasferire decine di migliaia di persone in alloggi temporanei.

I beduini chiamano questi alloggi provvisori “caravan”, perché sono casette mobili in cui gli israeliani intendono insediare intere famiglie. A ottobre, una commissione edilizia distrettuale israeliana ha cominciato a valutare se approvare questi piani di trasferimento.

I residenti che possono essere trasferiti vivono in villaggi che il governo ritiene “non riconosciuti”, sebbene la maggior parte sia vissuta su quei terreni o nelle vicinanze fin dalla fondazione del Paese nel 1948. Durante gli ultimi 50 anni, Israele ha cercato di spostare i beduini in comunità “riconosciute”, sostenendo ripetutamente che quelli delle aree non riconosciute non hanno diritti sulle terre.

I villaggi non riconosciuti non sono provvisti di infrastrutture o servizi governativi. Non ci sono mezzi di trasporto, strade, scuole e le autorità israeliane non riconoscono i leader locali né negoziano con loro.

Di conseguenza le comunità vivono una vita di sussistenza su una terra ostile. Molti allevano pecore per venderne la carne. Alcuni riescono a trovar lavoro in aziende israeliane nei dintorni.

‘Nessuna soluzione’

Danfiri, 47 anni, racconta di essere cresciuto nel villaggio dove l’unica fonte idrica era un pozzo che raccoglieva acqua piovana. Lui e i suoi amici tiravano su l’acqua e sua mamma usava il foulard per filtrare la sporcizia. I venerdì gli adulti attaccavano una televisione alla batteria di un’auto per guardare i cartoni animati e i film egiziani.

“Oggi i bambini hanno tutto” dice Danfiri, riferendosi ai pannelli solari che ora sono installati sopra molte case beduine. “Frigoriferi, internet, tutto è immediatamente disponibile.”

Danfiri dice che per proteggere lo stile di vita della comunità i beduini respingeranno i piani governativi di trasferimento. Nel caso dovessero assolutamente spostarsi, dice che rifiuteranno i “caravan” e staranno il più vicino possibile alle loro case originarie, anche se di fianco a un cantiere.

“Non ci sposteremo, lotteremo” dice. “Non succederà … un progetto come questo farebbe sparire la cultura e il patrimonio culturale dei beduini.”

Per una comunità che si riconosce in uno stile di vita tradizionale basato sull’agricoltura, la rimozione forzata è vista come l’ultima mossa di una campagna governativa decennale per concentrarli in aree specifiche. Per gente come Danfiri ciò significa rinunciare a una parte della propria identità.

Ovunque io vada la cosa di cui sono più fiero è essere un beduino. Ed è soprattutto nei villaggi non riconosciuti che i beduini conservano di più la loro cultura tradizionale.” dice.

Adalah, una ONG [israeliana] con sede a Haifa specializzata nei diritti sanciti dalla legge per gli arabi in Israele, si oppone ai piani per vari motivi. Innanzitutto, sostiene l’organizzazione, le unità residenziali progettate non sono adatte, a termini di legge, perché non hanno infrastrutture adeguate e non rispettano le norme relative alle dimensioni abitative.

Il mese scorso l’ONG ha anche pubblicato un libro bianco, sostenendo che i piani rappresenterebbero un approccio che considera i cittadini israeliani del Negev “separati ma uguali”.

Un sistema si baserebbe sulla pianificazione di una rete che operi per il beneficio, il benessere e lo sviluppo futuro di cittadini e comunità ebraiche israeliane e che pone i cittadini ebrei israeliani al centro del processo” scrive.

L’altro sistema si baserebbe sulla pianificazione di una rete che operi per l’evacuazione e il trasferimento dei cittadini beduini in residenze temporanee imponendo all’intera popolazione palestinese beduina una situazione opprimente senza averla consultata.”

Adalah afferma anche che il piano farà crescere la povertà dei beduini che sono trasferiti e di quelli che vivono nelle comunità dove verranno costruiti i campi, perché potrebbe danneggiare l’accesso al lavoro per entrambi i gruppi.

Myssana Morany, un’avvocatessa che lavora per Adalah, dice che non è chiara la velocità con cui i piani verranno eseguiti e quante persone verranno trasferite in totale. Dato che il modo di esprimersi del governo sui piani che hanno presentato è vago, dice, ciò rivela un progetto più ampio che potrebbe coinvolgere fino a 80.000 persone. Per questo stesso motivo l’assenza di un numero preciso di unità abitative significa che il governo può sfrattare quante persone vuole.

Per noi ciò significa che non hanno una soluzione per le persone che progettano di far sgombrare” dice Morany.

Hussein El Rafaiya, 58 anni, è di Birh Hamam un villaggio non riconosciuto e dal 2002 al 2007 è stato a capo di un comitato che rappresenta i villaggi non riconosciuti. Israele non riconosce l’autorità del comitato e non negozia con loro.

Rafaiya ha ricordato esempi fatti nel corso degli anni di pressioni israeliane sulle comunità beduine per costringerle ad andarsene dalle loro case, per esempio decenni di demolizioni di case e sfratti effettuati dal governo.

Noi non abbiamo nessuna possibilità di risolvere la situazione per vie legali” dice Rafaiya, spiegando che la legge israeliana semplicemente non riconosce le rivendicazioni dei beduini sulla terra o sulle case.

Questo non è il comportamento di uno Stato: è un comportamento da criminali … Tutti quegli sforzi per l’Autorità Beduina [ente governativo creato nel 2007 per occuparsi dei beduini, ndtr.]non sono stati abbastanza efficaci, così hanno deciso di creare questi campi temporanei di sfollati.”

Agli inizi del 2020, la commissione urbanistica del distretto meridionale israeliano deciderà se procedere. I due piani residenziali temporanei del governo enfatizzano la necessità di sfrattare “urgentemente” i beduini in base ai progetti di sviluppo. Agli occhi dei gruppi per i diritti umani è un modo per escogitare una soluzione rapida ma giuridicamente inefficace per espellere la gente.

Una presenza in espansione

In anni recenti l’esercito israeliano ha spostato delle basi nel Negev nel tentativo di espandervi la presenza militare e industriale e per aumentare la popolazione. Il governo ha anche investito risorse per promuovere Be’er Sheba, la più grande città meridionale, come un hub per la tecnologia e l’imprenditorialità.

Il Negev è diventato il luogo di un’ampia gamma di progetti, inclusi parchi solari, centrali elettriche, serre e altre imprese industriali. Il governo ha espresso interesse nel sostenere le coltivazioni di marijuana a scopo medico, l’industria manifatturiera e la difesa informatica, tutto tramite fondi e sussidi.

Secondo il Ministero dell’Economia dello Stato, l’idea è di far concorrenza alla Silicon Valley.

Uno dei protagonisti di questo processo è il Jewish National Fund [Fondo Nazionale Ebraico] (JNF) un’organizzazione con sedi negli USA e a Gerusalemme che ha ricevuto un’autorizzazione governativa speciale da parte di Israele per acquistare e sviluppare dei terreni per i coloni ebrei.

Supervisiona molti progetti nella regione, spesso bonificando enormi distese di terreni per piantare foreste. Alcune comunità non riconosciute di beduini si trovano in aree destinate a essere evacuate per i progetti del JNF.

Sul sito del JNF, dove si presenta il piano per il Negev, si illustra un progetto per insediarvi 500.000 persone provenienti da altre parti della regione.

Il deserto del Negev rappresenta il 60% del territorio di Israele ma ospita solo l’8% della popolazione del Paese” c’è scritto. “E in queste cifre sbilanciate noi vediamo un’opportunità di crescita senza precedenti.”

Il “Progetto Negev” del JNF dà grande evidenza alla priorità di sostenere le comunità beduine della regione, ma elenca collaborazioni solo con città beduine “riconosciute”.

Nessun portavoce del JNF ha risposto a un’email con cui si richiedeva un commento.

Thabet Abu Rass, il co-direttore di Abraham Initiatives, un’ONG che opera per i diritti politici in Israele, ha detto di non essere d’accordo con il piano governativo principalmente perché non tiene conto di nessuna delle necessità delle comunità beduine.

È un modo diverso per parlare dello sradicamento delle persone. Qui il problema è lo sradicamento delle persone.” ha detto Rass.

Il governo israeliano sta investendo un sacco di soldi nella pianificazione. Se da un lato è bene pianificare per la gente, dall’altro non va bene pianificare contro la loro volontà … i beduini non hanno voce in capitolo.”

Rass rammenta molti casi in cui il governo d’Israele ha fatto dei piani per il Negev senza consultare i beduini e senza accettare o neppure prendere in considerazione i loro diritti sulla terra.

La terra in Israele è una questione che ha motivazioni ideologiche” ha detto Rass. “Israele si definisce uno Stato ebraico e per loro è importante controllare sempre maggiori estensioni di territorio.”

Per Rafaiya i progetti sono semplicemente inaccettabili. I beduini delle comunità riconosciute non si sposteranno.

Questo piano per noi è un disastro” dice Rafaiya. “Lo Stato può venire e distruggere case e comunità. Ma noi ci sposteremo solo da morti, saremo seppelliti nella nostra terra.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




L’industria agrotecnica israeliana trae profitto dall’occupazione militare

Maureen Clare Murphy

 17 gennaio 2020 – Electronic Intifada

Secondo un nuovo rapporto dell’associazione di monitoraggio delle imprese “Who Profits” le aziende agrotecniche israeliane “sono totalmente complici dell’occupazione di terre palestinesi e siriane.”

La tecnologia sviluppata nel contesto dell’occupazione viene utilizzata dall’industria agricola di precisione israeliana apparentemente ad uso civile. Queste applicazioni consentono alle imprese belliche israeliane di promuovere “una versione presentabile delle loro tecnologie repressive” come strumenti per combattere il cambiamento climatico e la fame nel mondo.

Le imprese agrotecniche israeliane, approfittando di un’‘immagine verde’ positiva, sviluppano e commercializzano sistemi di irrigazione intelligente, soluzioni per la protezione delle coltivazioni e fertilizzanti specifici per agricoltori in tutto il mondo, con un guadagno di miliardi di dollari in vendite annuali, afferma Who Profits. Questa industria contribuisce all’agricoltura nelle colonie in Cisgiordania e sul Golan, così come al de-sviluppo dell’economia palestinese.

La Valle del Giordano, la principale regione agricola della Cisgiordania, è sotto totale controllo militare israeliano.

Negli anni ’80 Israele ha trasferito la proprietà della terra espropriata nella Valle del Giordano all’Organizzazione Sionista Mondiale. L’organizzazione concede la terra a coloni per la produzione agricola.

Prodotti delle colonie della Valle del Giordano, come melograni, mandorle, datteri e olive, sono esportati in Europa, spesso con l’erronea etichetta “Prodotto in Israele”.

Nel 2013 la Banca Mondiale stimava al ribasso il valore della produzione agricola degli insediamenti nella Valle del Giordano a circa 251 milioni di dollari.

Quello stesso anno la Banca Mondiale riteneva che le coltivazioni agricole di terreni in Cisgiordania in quel momento sotto totale controllo militare israeliano avrebbero fruttato all’economia palestinese ulteriori 700 milioni di dollari all’anno.

Ai palestinesi viene impedito di coltivare la propria terra e sono privati di entrate, obbligandone molti a “cercare lavoro nell’agricoltura delle colonie, spesso sottoposti a pesanti condizioni di sfruttamento,” sottolinea Who Profits.

I dirigenti israeliani, compreso il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, promettono di annettere unilateralmente la Valle del Giordano.

Rafforzamento dell’annessione unilaterale

Israele ha già rivendicato l’annessione delle Alture del Golan, territorio siriano occupato da Israele durante la guerra del 1967. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha dichiarato l’iniziativa “nulla, priva di valore e senza effetti giuridici internazionali.”

Sulle Alture del Golan circa 340 fattorie e villaggi siriani vennero distrutti da Israele, che al loro posto ha costruito colonie ebraiche.

Circa 26.000 coloni israeliani controllano circa il 95% del Golan –territorio di 1.860 km2 che rappresenta l’1% dell’estensione totale della Siria. Circa lo stesso numero di siriani controlla il resto delle terre del Golan.

Sulle Alture del Golan occupate la produzione agricola delle colonie contribuisce anche al furto di terre, al de-sviluppo dell’economia siriana locale e al rafforzamento dell’annessione unilaterale del territorio da parte di Israele,” afferma Who Profits.

La produzione agricola di Gaza è stata “decimata” dall’assedio israeliano, imposto dal 2007, e da ripetuti attacchi militari contro il territorio.

Ai palestinesi viene impedito l’accesso a zone definite in modo approssimativo, che in genere dovrebbero essere entro i 300 metri dal confine con Israele. Buona parte delle terre agricole di Gaza è compresa in questa zona vietata, che Israele impone sparando per uccidere.

Trasformazione dell’agrotecnologia in arma

Secondo Who Profits Israele ha utilizzato come un’arma contro Gaza l’agrotecnica, utilizzando erbicidi “per danneggiare e distruggere le coltivazioni palestinesi” nella zona perimetrale. Martedì di questa settimana aerei israeliani per irrorare i campi hanno spruzzato prodotti chimici, che si ritiene siano erbicidi, penetrati a Gaza.

Israele effettua l’irrorazione quando il vento sta soffiando verso ovest, il che porta i prodotti chimici ben all’interno di Gaza,” hanno affermato giovedì le associazioni per i diritti umani. “In incidenti di irrorazione precedentemente documentati, gli erbicidi chimici hanno raggiunto una distanza fino a 1.200 metri all’interno della Striscia.”

Le organizzazioni per i diritti aggiungono che i dati indicano “che l’irrorazione pone una minaccia potenziale al diritto alla vita, in quanto danneggia direttamente la sicurezza alimentare e la salute della popolazione civile di Gaza.”

Nel contempo le imprese dell’agrotecnica “beneficiano della commercializzazione del know-how militare israeliano” sviluppato nel contesto dell’occupazione.

Secondo Who Profits “la collaborazione include l’adattamento del sistema di comando e controllo “Iron Dome” [Cupola di Ferro, sistema antimissilistico israeliano, ndtr.] per l’irrigazione intelligente, così come l’utilizzo di droni delle Industrie Aerospaziali Israeliane [industria pubblica israeliana con circa 15.000 dipendenti, ndtr.] per l’agricoltura di precisione su vasta scala,”.

La situazione di una prolungata occupazione militare è stata il motore propulsore che sta dietro a una prolifica e molto redditizia industria bellica, che dà come risultato un rapporto simbiotico tra il settore privato e l’apparato militare dello Stato,” sostiene Who Profits.

Il settore agrotecnico civile trae beneficio dai sussidi del governo israeliano per la ricerca e lo sviluppo in Cisgiordania e sulle Alture del Golan, trovando nel contesto dell’occupazione “un terreno di sperimentazione per lo sviluppo di prodotti e tecnologie.”

Who Profits” afferma che l’estensione delle tecnologie militari alle industrie civili “rafforza ulteriormente l’interesse personale di imprese private nella perpetuazione dello status quo.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Isolate e dimenticate: cosa bisogna sapere sulle “zone di tiro” di Israele in Cisgiordania

 Ramzy Baroud

14 gennaio 2020  palestinechronicle

Una notizia apparentemente ordinaria, pubblicata sul giornale israeliano Haaretz il 7 gennaio, ha fatto luce su un argomento da tempo dimenticato ma cruciale: le cosiddette “zone di tiro” di Israele in Cisgiordania.

Secondo Haaretz “Israele ha sequestrato l’unico veicolo disponibile di una equipe medica che fornisce assistenza a 1.500 palestinesi residenti all’interno di una zona di tiro militare israeliana in Cisgiordania”.

La comunità palestinese a cui è stato negato l’unico servizio medico disponibile è Masafer Yatta, un piccolo villaggio palestinese sulle colline a sud di Hebron.

Masafer Yatta, in completo e assoluto isolamento dal resto della Cisgiordania occupata, si trova nell’”Area C”, la più grande zona territoriale, circa il 60%, della Cisgiordania. Ciò significa che il villaggio, insieme a molte città, villaggi e piccole comunità isolate palestinesi, è sotto il totale controllo militare israeliano.

Non fatevi ingannare dalla fumosa logica degli Accordi di Oslo; tutti i palestinesi, in tutte le zone della Cisgiordania occupata, a Gerusalemme est e nella Striscia di Gaza assediata, sono sotto il controllo militare israeliano.

Tuttavia, sfortunatamente per Masafer Yatta e per gli abitanti dell'”Area C”, il grado di controllo vi è così soffocante che ogni aspetto della vita palestinese – libertà di movimento, istruzione, accesso all’acqua potabile e così via – è controllato da un complesso sistema di ordinanze militari israeliane che non hanno alcun riguardo per il benessere delle comunità assediate.

Non sorprende quindi che l’unico veicolo di Masafer Yatta, il disperato tentativo di realizzare un ambulatorio mobile, sia stato già confiscato in passato, e recuperato solo dopo che gli abitanti impoveriti sono stati costretti a pagare una multa ai soldati israeliani.

Non esiste una logica militare al mondo che possa giustificare razionalmente il blocco dell’accesso alle cure mediche per una comunità isolata, specialmente quando una potenza occupante come Israele è legalmente obbligata, ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra, a garantire l’accesso all’assistenza medica ai civili che vivono in un territorio occupato.

È naturale che la comunità di Masafer Yatta, come tutti i palestinesi nell'”Area C” e nell’intera Cisgiordania, si senta trascurata – e apertamente tradita – dalla comunità internazionale e dalla propria leadership collaborazionista.

Ma c’è qualcosa di più che rende il villaggio di Masafer Yatta veramente unico, guadagnandogli la sfortunata definizione di bantustan [territori formalmente autogovernati dalla popolazione di colore nel Sudafrica dell’apartheid, ndtr.] all’interno di un bantustan, poiché sopravvive sottoposto ad un sistema di controllo molto più complesso rispetto a quello imposto al Sud Africa nero durante il regime dell’apartheid.

Poco dopo aver occupato la Cisgiordania, Gerusalemme est e Gaza, Israele ideò uno stratagemma a lungo termine per mantenere il controllo sui territori appena occupati. Ha destinato alcune aree alla futura ricollocazione dei propri cittadini – che ora costituiscono la popolazione di coloni ebrei illegali ed estremisti in Cisgiordania – e si è anche riservato ampie parti dei territori occupati come zone di sicurezza e aree cuscinetto.

Ciò che è molto meno noto è che, durante gli anni ’70, l’esercito israeliano ha dichiarato circa il 18% della Cisgiordania “zona di tiro”.

Queste “zone di tiro” erano presumibilmente destinate ad essere campi di addestramento per i soldati dell’esercito israeliano di occupazione – sebbene i palestinesi intrappolati in quelle regioni riferiscano spesso che all’interno delle cosiddette “zone di tiro” non si svolge quasi alcun addestramento militare.

Secondo l’Ufficio di Coordinamento delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (OCHA) in Palestina, ci sono ancora circa 5.000 palestinesi, divisi in 38 comunità, che vivono in circostanze veramente terribili all’interno delle cosiddette “zone di tiro”.

L’occupazione del 1967 portò a una massiccia ondata di pulizia etnica che vide l’espulsione forzata di circa 300.000 palestinesi dai territori appena conquistati. Fra le molte vulnerabili comunità ripulite etnicamente c’erano anche i beduini palestinesi, che continuano a pagare il prezzo dei progetti coloniali israeliani nella Valle del Giordano, nelle colline a sud di Hebron e in altre parti della Palestina occupata.

La loro vulnerabilità è aggravata dal fatto che l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) agisce con poco riguardo per i palestinesi che vivono nell'”Area C”, lasciati da soli a sopportare e resistere alle pressioni israeliane, ricorrendo spesso all’ingiusto sistema giudiziario di Israele per riconquistare alcuni dei propri diritti fondamentali.

Gli Accordi di Oslo, firmati nel 1993 tra la leadership palestinese e il governo israeliano, dividevano la Cisgiordania in tre regioni: “Area A”, teoricamente sotto controllo palestinese autonomo e costituita dal 17,7% della dimensione complessiva della Cisgiordania; “Area B”, 21% e sotto il controllo condiviso di Israele-ANP; “Area C”, il resto della Cisgiordania sotto il totale controllo di Israele.

L’accordo avrebbe dovuto essere temporaneo, e terminare nel 1999 una volta conclusi i “negoziati sullo status finale” e firmato un accordo di pace complessivo. Invece, è diventato a priori lo status quo.

Per quanto sfortunati siano i palestinesi che vivono nell'”Area C”, quelli che vivono nella “zona di tiro” all’interno dell'”Area C” affrontano difficoltà ancora maggiori. Secondo le Nazioni Unite, le loro traversie includono “la confisca delle proprietà, la violenza dei coloni, i maltrattamenti da parte dei soldati, le restrizioni di accesso e movimento e/o la scarsità d’acqua”.

Come ci si poteva aspettare, nel corso degli anni molti insediamenti ebraici illegali sono sorti in queste “zone di tiro”, un chiaro segno del fatto che queste aree non hanno mai avuto uno scopo militare, ma erano destinate a fornire una giustificazione legale a Israele per confiscare quasi un quinto della Cisgiordania per una futura espansione coloniale.

Nel corso degli anni, Israele ha messo in atto la pulizia etnica di tutti i palestinesi che rimanevano in queste “zone di tiro”, lasciandone solo 5.000, che probabilmente subiranno lo stesso destino se l’occupazione israeliana dovesse continuare lungo la stessa direttrice di violenza.

Questo rende la storia di Masafer Yatta un microcosmo della più ampia e tragica storia di tutti i palestinesi. È anche un riflesso della maligna natura del colonialismo israeliano e dell’occupazione militare, per cui i palestinesi sotto occupazione perdono la loro terra, la loro acqua, la loro libertà di movimento e, infine, persino le cure mediche di base.

Secondo le Nazioni Unite, queste dure “condizioni creano un ambiente coercitivo che fa pressione sulle comunità palestinesi affinché abbandonino quelle aree”. In altre parole, pulizia etnica, da sempre l’obiettivo strategico di Israele.

Ramzy Baroud è giornalista ed editore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo è These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons [Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e sfida nelle carceri israeliane], (Clarity Press, Atlanta). Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele comincia ad estendere la sua “annessione silenziosa” della Cisgiordania, col beneplacito dell’amministrazione Trump

Yumna Patel 

15 gennaio 2020 – Mondoweiss

Il ministro della Difesa di Israele ha annunciato mercoledì di aver approvato la creazione di sette nuove riserve naturali israeliane nell’Area C della Cisgiordania occupata.

Secondo il Jerusalem Post la mossa, che include anche l’espansione di 12 riserve naturali già esistenti, rappresenterebbe la prima approvazione di questo tipo ad essere rilasciata dalla firma degli Accordi di Oslo.

La notizia segue a ruota quella di un controverso forum di accademici e attivisti di destra la settimana scorsa a Gerusalemme dove Naftali Bennet, l’attuale ministro della Difesa, ha dichiarato alla folla che l’intera Area C della Cisgiordania occupata “appartiene a Israele”.

“Stiamo cominciando una battaglia vera, imminente per il futuro della Terra di Israele ed il futuro dell’Area C”, ha detto Bennet al Kohelet Policy Forum, facendo riferimento al 60% e più della Cisgiordania designato come sotto controllo israeliano dagli Accordi di Oslo.

Come leader del partito della “Nuova Destra”, Bennet è da lungo tempo un sostenitore del movimento dei coloni e promotore dell’annessione dei territori palestinesi occupati ad Israele. L’espressione delle sue opinioni riguardo dell’Area C non può quindi sorprendere, ma dato il sostegno dell’attuale amministrazione statunitense, sono particolarmente allarmanti.

Sostegno dagli Stati Uniti

Il Kohelet Policy Forum è stato inaugurato da un videomessaggio del Segretario di Stato [USA] Mike Pompeo che ha dichiarato che “Stiamo riconoscendo che queste colonie non sono una violazione intrinseca delle leggi internazionali. Questo è importante. Stiamo sconfessando il memorandum di Hansell del 1978 [parere giuridico di Hebert J. Hansell, consigliere del presidente Carter, che considerava illegale l’occupazione israeliana, ndtr.] che era profondamente sbagliato, e stiamo ritornando ad un più equilibrato e serio approccio alla questione come durante la presidenza Reagan.”

La posizione dell’amministrazione Trump sulla questione delle colonie ha generato un diffuso criticismo da parte della leadership e degli attivisti palestinesi, così come da parte della comunità internazionale, che a larga maggioranza considera le colonie essere il principale ostacolo per la pace nella regione.

Anche l’ambasciatore statunitense in Israele, David Friedman, si è rivolto al forum, sottolineando la nuova posizione americana, secondo la quale le circa 200 colonie presenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est non rappresentano una violazione delle leggi internazionali.

“Gli israeliani hanno il diritto di vivere in Giudea e Samaria,” ha detto Friedman, elogiando la precedente decisione del presidente degli Stati Uniti Trump di riconoscere la sovranità di Israele su Gerusalemme e sulle alture del Golan.

Pare che siano già in corso degli sforzi coordinati da parte dei governi di Netanyahyu e Trump per estendere la sovranità israeliana sulla Cisgiordania.

Nel suo discorso Bennett ha anche dichiarato come da circa un mese abbia iniziato a sviluppare piani per imporre la sovranità israeliana sul terreno, e ha lasciato intendere come abbia discusso con l’amministrazione Trump per “[spiegare] il modo in cui lo Stato di Israele farà tutto il possibile per garantire che queste aree siano parte dello Stato di Israele”.

Fatti sul terreno

La spaventosa realtà delle parole di Bennett è che la “guerra” di Israele a proposito dell’Area C rappresenta più delle semplici promesse di un politico.

All’incirca nello stesso momento in cui Bennett faceva la sua dichiarazione, il presidente dell’Autorità Palestinese della Commissione Contro il Muro e le Colonie, Walid Assaf, ha annunciato che nel 2019 sono state demolite dalle autorità israeliane circa 700 costruzioni palestinesi, di cui 300 demolizioni nella sola Gerusalemme.

Solo il giorno prima, l’Alta Corte di Giustizia israeliana aveva dato torto a un gruppo di cittadini palestinesi che chiedevano l’annullamento del piano regolatore per le colonie di Ofra, visto che tale piano include circa 5 ettari di terreni privati palestinesi.

E il giorno prima ancora, un’organizzazione di monitoraggio delle colonie, Peace Now, ha riportato che l’amministrazione civile israeliana ha annunciato piani per costruire 1936 abitazioni nelle colonie. Il gruppo ha fatto notare come “l’89% delle unità immobiliari proposte sono in colonie che gli israeliani potrebbero dover evacuare in caso di un futuro accordo di pace coi palestinesi.”.

Hanan Ashrawi, importante dirigente palestinese, ha dichiarato giovedì che Israele ha accelerato i suoi progetti per creare uno stato di “annessione de facto” della Cisgiordania: “Israele sta perseguendo una annessione silenziosa della terra palestinese per impedire in maniera definitiva il diritto fondamentale del popolo palestinese alla libertà e alla giustizia”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Ortona)




Ho stilato la definizione di antisemitismo. Gli ebrei di destra la stanno usando come un’arma

Kenneth Stern

venerdì 13 dicembre 2019 – The Guardian

La “bozza di definizione di antisemitismo” non è mai stata pensata per silenziare la libertà di parola, ma è ciò che ha ottenuto questa settimana il decreto di Trump

Quindici anni fa, in quanto esperto di antisemitismo della Commissione Ebraica Americana, sono stato il principale estensore di quella che allora venne denominata la “definizione provvisoria di antisemitismo” [La definizione è stata promossa dall’IHRA [International Holocaust Remembrance Alliance, Alleanza per il Ricordo dell’Olocausto] cui aderiscono 31 governi, ndtr.]. Essa venne ideata principalmente perché gli osservatori enti di monitoraggio o europei potessero sapere cosa includere e cosa escludere. In questo modo l’antisemitismo avrebbe potuto essere monitorato in modo migliore nel tempo e tra diversi Paesi.

Non è mai stata pensata come un modo per definire i discorsi d’odio nei campus, ma questo è ciò che ha ottenuto questa settimana il decreto di Donald Trump [L’11 dicembre 2019 Trump ha firmato un decreto che estende l’applicazione del titolo VI della legge sui diritti civili ai casi di antisemitismo., ndtr.].

Questo decreto è un attacco contro la libertà accademica e la libertà di parola e danneggerà non solo i sostenitori dei palestinesi, ma anche gli studenti e i docenti ebrei, e lo stesso mondo academico.

Il problema non è che il decreto protegge gli studenti ebrei in base al titolo VI della legge sui diritti civili [Il titolo VI previene la discriminazione nelle agenzie governative che ricevono fondi federali. Se un’agenzia viola il titolo VI, può perdere i finanziamenti federali, ndtr.]. Il ministero dell’Educazione ha chiarito nel 2010 che in base a queste disposizioni ebrei, sikh e musulmani (in quanto etnie) possono protestare contro intimidazioni, soprusi e discriminazioni. Ho appoggiato questo chiarimento ed ho in seguito presentato una denuncia, che ha dato esito positivo, per studenti ebrei di scuola superiore quando sono stati minacciati e persino percossi (era una giornata “picchia un ebreo”).

Ma a partire dal 2010 gruppi ebraici di destra hanno adottato la “definizione provvisoria”, che presenta alcuni esempi riguardanti Israele (come considerare gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni di Israele e negare il diritto degli ebrei all’autodeterminazione), e hanno deciso di utilizzarla come arma in casi relativi al titolo VI. Mentre alcune denunce riguardavano azioni, per lo più hanno preso di mira chi ha fatto discorsi, testi di programmi di studio e proteste che secondo loro violerebbero la definizione. Avendo perso in tutte queste cause, a quel punto questi stessi gruppi hanno poi chiesto all’università della California di adottare la definizione e di renderla operativa nei suoi campus. Quando ciò è fallito, si sono rivolti al Congresso e, quando questi tentativi si sono arenati, al presidente.

Come hanno chiarito i sostenitori del decreto, ad esempio la Zionist Organization of America [Organizzazione Sionista d’America, ZOA, ndtr.], essi vedono la messa in pratica della definizione come “relativa a molte offese…frequentemente guidate da… Students for Justice in Palestine [Studenti per la Giustizia in Palestina], compresi…richiami all’‘Intifada’ [e] la demonizzazione di Israele.” Per quanto io sia in disaccordo con SJP, essi hanno il diritto di fare “appelli”. Questo si chiama libertà di parola.

Se si pensa che ciò non riguardi la repressione del discorso politico, si consideri un parallelo. Non c’è nessuna definizione del razzismo contro i neri che abbia forza di legge quando si prende in considerazione un caso relativo al titolo VI. Se se ne dovesse elaborare una, vi si includerebbe l’opposizione all’ affirmative action [discriminazioni positive, vasta gamma di politiche relative a favorire la presenza di minoranze discriminate in contesti in cui sono sottorappresentate, come ad esempio tra gli studenti universitari, assegnando quote alle persone svantaggiate per questa ragione, ndtr.].? L’opposizione alla rimozione di statue di confederati [in un contesto in cui sono tornati in evidenza i problemi razziali negli USA, sono state avviate campagne per eliminare i simboli che rappresentano la memoria dei confederali che, durante la Guerra Civile, difendevano la conservazione della schiavitù degli afroamericani negli Stati del sud, ndtr.]?

Jared Kushner, il genero e consigliere speciale del presidente, ha scritto sul New York Times che la definizione “stabilisce chiaramente [che] l’antisionismo è antisemitismo.” Sono un sionista. Ma nel campus di un college, in cui l’obiettivo è mettere a confronto le idee, gli antisionisti hanno il diritto di esprimersi liberamente. Sospetto che, se Kushner o io fossimo nati in una famiglia palestinese espulsa nel 1948, avremmo una visione diversa del sionismo e non necessariamente perché denigriamo gli ebrei o pensiamo che cospirino per danneggiare l’umanità. Inoltre c’è un dibattito all’interno della comunità ebraica sul fatto se essere ebreo comporti l’essere sionista. Non so se questa domanda possa essere risolta, ma tutti gli ebrei dovrebbero essere spaventati che il governo stia sostanzialmente definendo la risposta per noi.

Il vero obiettivo del decreto non è far pendere la bilancia a favore di qualche causa basata sul titolo VI, ma piuttosto avere un effetto dissuasivo. ZOA e altri gruppi andranno a caccia di discorsi politici con cui sono in disaccordo e minacceranno di sollevare azioni legali. Temo che ora gli amministratori delle università avranno una forte motivazione a reprimere, o almeno a condannare, discorsi politici per timore di contenziosi. Temo che docenti che potrebbero altrettanto facilmente insegnare la vita degli ebrei nella Polonia del XIX° secolo o l’Israele contemporaneo probabilmente sceglieranno il primo argomento in quanto più sicuro. Temo che gli studenti e i gruppi ebrei filo-israeliani, che giustamente si lamentano quando qualche conferenziere filo-israeliano viene interrotto, verranno accusati di utilizzare strumenti statali per reprimere gli oppositori politici.

L’antisemitismo è un problema reale, ma troppo spesso persone sia di destra che di sinistra chiudono un occhio se una persona ha la “giusta” opinione su Israele. Storicamente l’antisemitismo prospera quando i leader alimentano la facoltà dell’uomo di definire un “noi” e un “loro” e quando l’integrità delle istituzioni e le regole democratiche (quali la libertà di parola) sono sotto attacco.

Invece di propugnare la dissuasione di espressioni che gli ebrei filoisraeliani considerano fastidiose o criticare in modo molto moderato (o non criticare affatto) un presidente che utilizza ripetutamente luoghi comuni antisemiti, perché questi rappresentanti ufficiali delle organizzazioni ebraiche che erano presenti quando Trump ha firmato il decreto non gli hanno ricordato che lo scorso anno, quando ha demonizzato gli immigrati definendoli “invasori”, Robert Bowers è entrato in una sinagoga di Pittsburgh perché credeva che gli ebrei stessero dietro questa “invasione” di gente di colore come parte di un piano per danneggiare i bianchi, ed ha ucciso 11 di noi?

Kenneth Stern è il direttore del Bard Center for the Study of Hate [Centro Bard per lo Studio dell’Odio] ed è l’autore di The Conflict Over the Conflict: The Israel/Palestine Campus Debate [Il conflitto sul conflitto: il dibattito su Israele/Palestina nei campus], di imminente pubblicazione.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)