Con uno sbadiglio – è così che la maggioranza degli israeliani risponde al furto di terre

Amira Hass

1 novembre 2017, Haaretz

Finché è ancora terra palestinese. Sanno che prima o poi potranno comprare a prezzo stracciato una villa con una fantastica vista su quella terra.

Cosa sarebbe successo se individui non identificati in Iran, Francia o Venezuela avessero aggredito commercianti ebrei e li avessero obbligati a chiudere i loro negozi? Quali scuse e manifestazioni di sconcerto i nostri diplomatici avrebbero chiesto all’Unione Europea, alle Nazioni Unite e chissà a chi altro? E con quanta esultanza vari ricercatori avrebbero tracciato un grafico dell’odio globale e sarebbero stati intervistati a lungo, con espressione seria, sulle inquietanti caratteristiche antisemite – così evocatrici di un oscuro passato – del privare ebrei dei loro mezzi di sostentamento e della distruzione delle loro proprietà?

Ma per noi israeliani questa domanda retorica ha perso il suo potere di educarci, di metterci in imbarazzo e di farci vergognare. Il fatto che così tanti israeliani siano coinvolti nel derubare così tanti palestinesi dei loro mezzi di sostentamento non è registrato neppure dai nostri sismografi. Questi sismografi sono calibrati per registrare, si dice, furti agricoli che sarebbero stati commessi da palestinesi. Al contrario, tutte le azioni che regolarmente noi portiamo a termine in modo che i palestinesi perdano le loro fonti di reddito provocano un grande sbadiglio. Ascolta, lo puoi già sentire.

Questa domanda retorica non è rivolta agli israeliani, perché essi sono i potenziali beneficiari del furto, se non quelli che già ne stanno beneficiando. Ecco un piccolo, parziale esempio recente: secondo rapporti complementari dell’Ufficio dell’ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari e di due organizzazioni non governative, “Rabbini per i Diritti Umani” e “Yesh Din”, nelle ultime settimane individui non identificati hanno rubato olive da più di 1.000 alberi in 11 villaggi palestinesi in Cisgiordania – Azmut, Awarta, Yanun, Burin, Qaryut, Far’ata, Jit, Sinjil, Al-Magheir, Al-Jinya, Al-Khader. Inoltre individui non identificati, che sembravano ebrei, hanno aggredito raccoglitori dei villaggi di Deir al-Khattab, Burin, As-Sawiya e Kafr Kalil e li hanno cacciati dai loro campi.

A parte Burin, dove l’esercito ha individuato alcuni dei ladri ebrei e riportato il raccolto ai proprietari, questi furti significano che un investimento di tempo, denaro e fatica è andato in fumo. Nella maggioranza dei villaggi il saccheggio è avvenuto in zone che avamposti e colonie hanno recintato con l’uso di intimidazioni e violenze e in cui l’esercito, in cambio, ha punito i palestinesi limitandone l’accesso alle loro terre.

E’ così che ci garantiamo il fatto che nel giro di qualche anno ci saranno terre vuote su cui costruire un altro quartiere di lusso. Gli israeliani indifferenti sanno che presto là potranno comprarsi a prezzi stracciati una villa con una fantastica vista. Quindi sbadigliano.

Ci sono furti perpetrati in apparenza da singoli individui, e poi ci sono i furti di Stato – nel villaggio di Al-Walaja, per esempio. E’ molto probabile che questo sia l’ultimo anno in cui la raccolta delle olive vi abbia luogo come al solito. Il prossimo anno gli abitanti saranno soggetti a un sistema di permessi per poter raggiungere le loro terre attraversando un cancello agricolo nel muro di separazione, che verrà aperto quando l’ufficiale di stato maggiore per l’agricoltura dell’Amministrazione Civile israeliana in Cisgiordania deciderà che debba essere aperto – per due o tre mesi all’anno. La mattina verrà aperto e chiuso immediatamente, e così alla sera.

Venerdì scorso un abitante di Al-Walaja e volontari israeliani di Engaged Dharma, che stavano aiutando nella raccolta, hanno preferito parlare di cose piacevoli: della qualità dell’olio d’oliva, delle olive succose che stavano crescendo vicino alla cisterna, di quelle più avvizzite che erano state raccolte dalla terrazza inferiore, dell’ottimo sapore dei rapanelli e delle cipolle verdi che egli coltiva tra gli alberi. Ma il prossimo anno gli abitanti del villaggio dovranno fare i conti con le restrizioni per avere un permesso – condizioni in contraddizione con l’abitudine palestinese di lavorare collettivamente la terra e che molto probabilmente non consentiranno loro di continuare a coltivarvi ortaggi.

Quelli che sbadigliano stanno già facendo un giro sulle terre di Al-Walaja, che sono state dichiarate dagli ebrei parco nazionale per l’ozio e il relax, per giostre ed immersioni rituali. E, se dio vorrà, il prossimo anno, quando la costruzione del muro sarà completata, non vi si vedranno palestinesi – i proprietari legittimi della terra.

Qui il discorso chiarisce perché, diciamo, un boicottaggio europeo e sudamericano dei, diciamo, prodotti agricoli israeliani sia necessario e giustificato. Questa sarebbe l’unica cosa che potrà far smettere gli israeliani di sbadigliare.

(traduzione di Amedeo Rossi)




La Dichiarazione Balfour dissezionata: 67 parole che hanno cambiato il mondo

Amanda Thomas-Johnson

1 novembre 2017, Nena News

Middle East Eye

Un secolo dopo il sostegno del governo britannico per una patria ebraica genera ancora controversie. Ecco perché

È battuta a macchina su un singolo foglio di carta. È lunga meno di 70 parole. Il suo linguaggio è privo di emozioni e difficilmente potrebbe essere chiamata poetica. Ma la Dichiarazione Balfour, emessa dal governo britannico cento anni fa questa settimana, ha cambiato il corso della storia per ebrei, arabi e resto del mondo.

Dietro alla breve asserzione – nascosta in una lettera di 112 parole – sta la promessa ai sionisti di una patria per il popolo ebraico. Una promessa corroborata dalla spinta di Londra verso la vittoria nella guerra, dal romanticismo biblico dei cristiani dell’establishment e, nelle parole di Avi Shlaim, professore israeliano, dal “freddo calcolo degli interessi imperialisti britannici”.

Capire come la dichiarazione è stata prodotta è la chiave per comprendere come, un secolo dopo, resta fonte di intensa controversia, celebrata da molti ebrei ma anche avversata da molti arabi.

Tempo di guerra

È l’autunno 1917, tre anni dall’inizio della prima guerra mondiale. Le truppe britanniche sono quasi alle porte della città di Gerusalemme in Palestina. Il territorio, insieme a buona parte del Medio Oriente, è sotto il controllo dell’impero ottomano che, con la Germania, sta combattendo la Gran Bretagna.

Per farsi aiutare a vincere la guerra, i britannici incoraggiano gli arabi alla rivolta contro gli ottomani in cambio di una patria pan-araba. Ma nel 1916 Francia e Gran Bretagna avevano firmato in segreto gli Accordi di Sykes-Picot, che hanno fatto a pezzi il Medio Oriente e lo hanno spartito tra i due poteri europei.

In quello che è il secondo tradimento delle aspirazioni politiche arabe, Arthur Balfour, il segretario agli Affari esteri britannico, scrive il 2 novembre a Lord Walter Rothschild, preminente membro della comunità ebraica britannica. La dichiarazione è il culmine di numerose bozze, che erano state attentamente lette dai membri del governo.

Rothschild, un finanziere, è membro di una delle più ricche famiglie europee. È anche il primo ebreo a sedere nella Camera dei Lord e un leader del movimento sionista che ha lavorato per creare uno Stato per gli ebrei in Palestina – anche se la sua popolazione all’epoca era per oltre il 90% araba.

Il Regno Unito appoggia la causa sionista

Gli ebrei stavano immigrando in Palestina da qualche decennio, spinti dai pogrom antisemiti nell’impero russo alla fine degli anni Ottanta del XIX secolo. Ma è nel 1897, con la fondazione dell’Organizzazione Sionista in Svizzera per volere di Theodore Herzl, giornalista austro-ungarico, che le aspirazioni del sionismo politico – una casa per il popolo ebraico in Palestina – cominciano a prendere forma.

Negli anni a seguire, i sionisti iniziano a fare premere per una maggiore migrazione in Palestina nella speranza che i grandi poteri – Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti – sostengano la loro campagna. Ma mentre una parte dell’establishment britannico è simpatetica con la causa sionista, il governo passa nel 1905 una legge che limita l’ingresso di ebrei nel paese.

Il primo ministro britannico, David Lloyd George, che l’accademico israeliano Avi Shlaim ha descritto come “l’energia” dietro la Dichiarazione, è un gallese di origine cristiano-evangelica. È un membro del gruppo di devoti politici cristiani che guardano alla creazione di uno Stato ebraico come il compimento di una profezia biblica: che un popolo a lungo perseguitato sarà in grado di tornare dall’esilio alla propria patria.

Subito dopo lo scoppio della guerra nel 1914, il leader sionista Chaim Weizmann prende contatti con Rothschild e comincia a fare lobby sui membri del governo britannico. Nel gennaio 1915 il governo discute per la prima volta l’idea di una patria per gli ebrei in Palestina.

John Bond del Progetto Balfour spuega che la discussione tra i politici britannici era focalizzata poco sulla religione e molto sulla sicurezza geopolitica: “I motivi non erano religiosi, ma di cocciuto imperialismo. La loro religione era l’impero britannico ben prima che esistesse il sionismo”.

La Gran Bretagna vede il beneficio strategico nel creare quello che Ronald Storrs, un futuro governatore di Gerusalemme, avrebbe descritto come “un’Irlanda del Nord ebraica fedele in un mare di arabismo potenzialmente ostile”. La Palestina, realizza Londra, è essenziale alla protezione dei propri interessi nella regione, specialmente il Canale di Suez e le vie di comunicazione con l’India, il gioiello della corona imperiale britannica a quel tempo.

E i palestinesi?

Nel 1917 la popolazione della Palestina (700mila persone) è dominata da arabi – parte della “esistente comunità non ebraica” di cui parla la Dichiarazioni. La maggior parte delle comunità è musulmana, ma ci sono anche cristiani. C’è anche un piccolo numero di palestinesi ebrei che vivono in Palestina da secoli e condividono con gli altri palestinesi la lingua, gli usi e le tradizioni.

I palestinesi sono vissuti sotto il dominio dell’impero ottomano per quattro secoli, ma con la prima guerra mondiale il sostegno ai turchi è precipitato. Un nuovo regime turco nazionalista è ora a capo dell’impero e, con l’appoggio britannico, le aspirazioni politiche arabe sembrano più raggiungibili che mai.

Durante la guerra, la Gran Bretagna e i suoi alleati inseguono i territori ottomani. Ma le tensioni iniziano a montare in Palestina quando ondate di ebrei europei cominciano ad arrivare, a comprare le terre e a utilizzare la lingua ebraica, il tutto con l’obiettivo di creare uno Stato. Costruiscono anche insediamenti: uno viene chiamato Tel Aviv. I leader palestinesi temono una sconfitta e si lamentano con le autorità ottomane.

Lo scrittore arabo Abdullah Mukhlis riassume le parole di molti palestinesi quando, in anticipo sui tempi, nel 1910, scrive: “La creazione di uno Stato ebraico dopo migliaia di anni di declino…noi (arabi) temiamo che la nuova colonia espellerà gli indigeni e dovremo lasciare il nostro paese in massa”.

Prima della Dichiarazione non c’era unità tra i sionisti fuori dal Medio Oriente. Nel Regno Unito, ad esempio, solo 8mila dei 300mila ebrei presenti appartenevano ad un’organizzazione sionista prima della Dichiarazione Balfour.

Chris Doyle, il direttore del Council for Arab-British Understanding, spiega: “Gli ebrei sicuramente non erano uniti. Ce n’erano molti che pensavano che avrebbe avuto un impatto negativo. Il sionismo non aveva catturato l’immaginazione delle comunità ebraiche”

Come è stata ricevuta la Dichiarazione

Quando è divenuta pubblica, la Dichiarazione Balfour ha segnato un punto di svolta nella campagna tra gli ebrei. In Gran Bretagna è guidata dalla Federazione Sionista, un gruppo ombrello che preme per l’idea che il principale obiettivo del sionismo sia l’aliyah, ovvero l’immigrazione in Palestina. Una celebrazione viene organizzata nella Royal Opera House, durante la quale intervengono importanti leader sionisti e membri del governo.

I membri delle organizzazioni sioniste aumentano drasticamente anche negli Stati Uniti. Tuttavia, alcuni ebrei ortodossi si oppongono alla creazione di una patria ebraica in Palestina sulla base di convinzioni religiose.

Weizmann continua a fare lobby sui ministri, i diplomatici, i funzionari. Partecipa alla Conferenza di pace di Versailles nel 1919, quella che definisce i termini della pace per gli sconfitti. Weizmann prova a tenere i britannici ancorati alle loro promesse.

Herbert Samuel, il parlamentare sionista che aveva avviato le discussioni nel governo su una patria ebraica in Palestina, viene nominato governatore della Palestina nel 1920.

I successivi cento anni

I leader arabi palestinesi diventano furiosi quando la notizia della Dichiarazione emerge, nelle settimane successive. Dal 1920 in avanti, i palestinesi commemorano l’anniversario della Dichiarazioni con proteste che in alcuni casi si fanno violente.

Nel 1922 la Palestina finisce sotto il mandato britannico, che avrebbe dovuto preparare la popolazione all’eventuale auto-determinazione. Ma il documento del mandato lascia fuori la parola “arabo”. Al contrario, consacra la Dichiarazione Balfour all’interno di un contesto legale internazionale.

La Dichiarazione porta nel 1947 alla realizzazione del sogno sionista di una patria per gli ebrei quando le neonate Nazioni Unite si accordano per la spartizione della Palestina in un territorio arabo e uno ebreo. ,a questo genera ulteriore ostilità tra i vicini arabi di Israele. Quando Israele dichiara l’indipendenza nel 1948, la guerra scoppia. Israele esce vincitore ma i suoi abitanti vivranno da quel momento in poi sotto la costante minaccia del conflitto.

Nel 1948 i palestinesi vivono la Nakba, la catastrofe: centinaia di migliaia di loro vengono violentemente portati via dalle loro case e costretti a vivere sotto occupazione o fuori dalla Palestina.

I sionisti, intanto, celebrano Balfour. Strade delle principali città, compresa Gerusalemme, prendono il suo nome. Balfouria, un insediamento a sud di Nazareth, era stata fondata in suo onore nel 1922. La sua scrivania si trova nel Museo del Popolo Ebraico a Tel Aviv. La Giornata Balfour viene celebrata ogni anno il 2 novembre.

Da parte sua Balfour non ha mai mostrato alcun rimorso. Nel 1919 dice al suo successore, George Curz

on, che non concordava con lui sulla politica britannica verso la Palestina, che “il sionismo, che sia giusto o sbagliato, è radicato in tradizioni vecchie di anni, nei bisogni presenti e nelle speranze future ed è di più profonda importanza dei desideri e i pregiudizi dei 700mila arabi che oggi vivono quell’antica terra”.

La lettera è conservata alla British Library.

(Traduzione a cura della redazione di Nena News)




Le pressioni USA fanno naufragare la “Legge per una Gerusalemme Più Grande”

Shlomi Eldar

30 ottobre 2017,Al-Monitor

SINTESI DELL’ARTICOLO

Pressioni esercitate dall’amministrazione Trump hanno provocato la sospensione da parte di Netanyahu della sua “Legge per una Gerusalemme Più Grande”

Il 29 ottobre il comitato ministeriale della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] sulle proposte di legge avrebbe dovuto approvare la proposta di legge nota come “Legge per una Gerusalemme Più Grande”, che avrebbe annesso a Gerusalemme le colonie di Maale Adumim, Givat Zeev, Beitar Illit e del blocco di Etzion (compresa Efrat), in Cisgiordania. Circa 150.000 israeliani vivono in quelle città e consigli locali.

L’idea di annettere colonie israeliane adiacenti ai confini della municipalità di Gerusalemme per aumentare la popolazione della città e garantirne la maggioranza ebraica ha circolato per decenni. Nel 2007 il parlamentare del Likud  Yisrael Katz portò avanti un simile progetto, che non è mai decollato a causa delle preoccupazioni per le dure reazioni internazionali e dei palestinesi.

La preoccupazione che gli ebrei non costituiranno più una maggioranza nella capitale israeliana entro meno di un decennio – a causa sia della crescita demografica dei palestinesi che vivono a Gerusalemme est, sia dell’emigrazione di ebrei israeliani laici dalla città – nel febbraio 2016 ha portato l’ex ministro Haim Ramon a lanciare un movimento d’opinione per “salvare la Gerusalemme ebraica”. Il gruppo era composto da un gran numero di esperti della difesa, di accademici e di attivisti di sinistra e del centro. Prima dei festeggiamenti annuali della “Giornata di Gerusalemme” del 2016, il movimento ha lanciato una vasta campagna pubblica per mettere in guardia gli israeliani indifferenti che, se non fossero state prese presto iniziative preventive, si sarebbero “svegliati con una maggioranza palestinese a Gerusalemme”.

La campagna ha fatto ricorso a varie tattiche intimidatorie, compreso persino un video di Hamas che mostrava incitamenti all’odio contro gli ebrei postati sulle reti sociali. Tuttavia i suoi toni esasperati quasi razzisti portarono importanti sostenitori dell’iniziativa, come l’ex capo dell’agenzia di sicurezza Shin Bet Ami Ayalon, ad andarsene.

In luglio il presidente di HaBayit HaYehudi [“La casa ebraica” il partito di estrema destra dei coloni, ndt.] Naftali Bennett ha presentato una sua proposta di legge – la “Legge per una Gerusalemme unificata” – che ha proposto al voto della Knesset. Questa proposta era già stata approvata il 18 giugno dal comitato ministeriale per le proposte di legge. La legge stabiliva che sia necessaria una maggioranza speciale di 80 membri della Knesset (su 120) per dividere la capitale tra la parte occidentale, ebrea, e una parte est prevalentemente palestinese. La Knesset ha votato 51 a 42 per approvare la legge in prima lettura.

Tuttavia il primo ministro Benjamin Netanyahu non voleva essere da meno rispetto al suo nemico politico Bennett per il titolo di maggior difensore di Gerusalemme, soprattutto dopo il fiasco di luglio riguardo ai metal detector che Israele ha piazzato alle entrate del complesso del Monte del Tempio e poi è stato obbligato a rimuovere in seguito alle pressioni internazionali. Il primo ministro ha deciso di appoggiare la “Legge per una Gerusalemme Più Grande” stilata da un parlamentare del suo stesso partito, Yoav Kish, che era stata lasciata da parte per mesi, insieme ad una legge simile proposta da Yehuda Glick, un altro parlamentare del Likud.

La proposta di Kish gode del sostegno del ministro dei Trasporti Yisrael Katz, considerato uno dei più moderati e pragmatici parlamentari del Likud e un rivale di Netanyahu, dei membri del partito HaBayit HaYehudi e del partito di centro destra Kulanu.

Nell’introduzione della sua legge Kish ha scritto: “Il concetto di Gerusalemme come ‘eterna capitale’ di Israele è diventato sfumato, ha perso il suo valore simbolico.” Kish aggiunge che invece la questione della posizione di Gerusalemme è centrata su questioni demografiche e sulla determinazione dei palestinesi a controllare Gerusalemme ed i suoi luoghi santi. “Viene pertanto proposto che le comunità [ebraiche, ndt.] che circondano Gerusalemme siano annesse alla capitale. Ciò incrementerà la popolazione [ebraica, ndt.], consentirà di preservare l’equilibrio demografico e aggiungerà terre per la costruzione di case, zone commerci e turismo, conservando aree verdi.”

Come detto, il comitato ministeriale per le proposte di legge avrebbe dovuto approvare la legge il 29 ottobre e inviarla alla Knesset, dove probabilmente sarebbe passata con una larga maggioranza alla prima lettura. Ci sono pochi problemi più condivisi nel discorso pubblico israeliano, per non parlare della Knesset, che preservare una maggioranza ebraica a Gerusalemme. Tuttavia, dodici ore prima che i ministri si riunissero, l’ufficio del primo ministro ha annunciato che il voto sulla proposta di legge era posticipato a tempo indefinito. Il primo ministro aveva bloccato la sua presentazione.

Ci sono state pressioni americane, è chiaro,” ha detto a Al-Monitor una fonte anonima palestinese nella città cisgiordana di Ramallah. Quando i palestinesi hanno sentito che Netanyahu stava per portare avanti la “legge dell’annessione”, ha affermato la fonte, hanno inviato un messaggio a Jason Greenblatt, inviato per il Medio Oriente del presidente Donald Trump. Gli hanno detto che la mossa sancisce la fine di ogni possibile iniziativa diplomatica con Israele.

La reazione ufficiale palestinese è stata stranamente silenziosa. L’unica dirigente palestinese importante che ha espresso pubblicamente rabbia e condanna è stata Hanan Ashrawi, membro del Consiglio Esecutivo dell’OLP [Organizzazione per la Liberazione della Palestina, principale organizzazione politica palestinese, ndt.]. “E’ un fatto indiscutibile che ogni colonia è un crimine di guerra in base allo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale e una diretta violazione delle leggi e convenzioni internazionali, compresa la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU 2334,” ha affermato nella sua dichiarazione. Tuttavia neppure il portavoce del presidente palestinese Mahmoud Abbas si è espresso contro la legge, salvo che per dare una risposta laconica quando gli è stato chiesto in proposito dai mezzi di comunicazione palestinesi.

La fonte palestinese ha detto ad Al-Monitor che gli americani hanno chiesto ai palestinesi di mantenere un basso profilo per consentire a Netanyahu di ritirare la legge, affermando che la diplomazia silenziosa era l’unico modo per raggiungere il risultato desiderato. Gli americani avevano ragione. La velocità con cui Greenblatt e il suo entourage hanno agito nei confronti di Netanyahu ha messo in chiaro ai palestinesi quanto l’amministrazione USA sia seria riguardo ai progressi dell’iniziativa di pace israelo-palestinese e ancor più quanto Netanyahu sia ansioso di evitare di irritare l’amministrazione Trump.

In quanto persona così preoccupata della sua immagine di guardiano di Gerusalemme, ci si sarebbe aspettati che Netanyahu ignorasse le ammonizioni americane e gli dicesse che il problema è una questione interna israeliana che riguarda confini municipali e che non costituisce in alcun modo una dichiarazione di sovranità su parti della Cisgiordania. Invece nell’incontro settimanale del Consiglio dei ministri egli ha detto ai suoi ministri che gli americani “volevano comprendere l’essenza della legge. Poiché ci siamo coordinati con loro fino ad ora, conviene (continuare a) parlare e coordinarci con loro. Stiamo lavorando per avanzare e sviluppare l’impresa di colonizzazione e non per promuovere altre considerazioni.”

Shlomi Eldar è un editorialista per “Israel Pulse” di Al-Monitor [Pulsazioni di Israele, sezione dedicata ad Israele del sito informativo con sede a Washington, ndt.]. Negli ultimi 20 anni si è occupato dell’Autorità Nazionale Palestinese e soprattutto della Striscia di Gaza per i canali israeliani 1 e 10, informando sulla comparsa di Hamas. Nel 2007 per questo lavoro ha ottenuto il premio Sokolov, il più importante riconoscimento israeliano per i media.

(Traduzione di Amedeo Rossi)

 




Un ministro israeliano sta promuovendo un piano per ridurre il numero di arabi a Gerusalemme

Nir Hasson e Jonathan Lis

29 ottobre 2017,Haaretz

Zeev Elkin vuole dividere Gerusalemme e creare una municipalità israeliana per i palestinesi di alcuni quartieri che si trovano al di là della barriera di separazione nella città.

Il ministro degli Affari Esteri Zeev Elkin ha svelato la sua proposta di divisione municipale di Gerusalemme, che dovrebbe vedere alcuni quartieri arabi al di là del muro di separazione della Cisgiordania scorporati dalla municipalità di Gerusalemme e finire sotto la giurisdizione di una o più nuove amministrazioni comunali.

La vicenda richiederà l’approvazione del primo ministro Benjamin Netanyahu e l’espletamento dell’esame di diversi emendamenti legislativi, già approvati in prima lettura dalla Knesset in luglio.

Elkin ha detto di ritenere che il suo piano, che intende promuovere nelle prossime settimane, non incontrerà particolari resistenze né da destra né da sinistra.

Si tratta del primo tentativo di ridurre l’area municipale di Gerusalemme da quando è stata ampliata dopo la guerra dei Sei Giorni nel 1967. E’ anche il primo tentativo di stabilire un consiglio comunale israeliano straordinario, i cui residenti non siano cittadini israeliani, ma palestinesi con il solo status di residenti permanenti.

I quartieri al di là del muro di separazione sono il campo profughi di Shaufat, l’omonimo quartiere ad esso adiacente, a nordest di Gerusalemme, Kafr Aqab ed anche Walajah, nella parte sud della città, nonché una piccola parte del quartiere di Sawahra.

Nessuno sa con precisione quante persone vivano in queste aree. La cifra si presume vada dalle 100.000 alle 150.000, da un terzo a una metà delle quali è in possesso di carte di identità israeliane e status di residenza. Dalla costruzione del muro di separazione circa 13 anni fa (a Walajah il muro è attualmente in fase di completamento), queste zone sono state tagliate fuori da Gerusalemme, benché ricadano ancora sotto la sua giurisdizione.

In seguito alla costruzione del muro il Comune di Gerusalemme, la polizia ed altri enti israeliani hanno smesso di fornire servizi in queste zone. L’anarchia ha preso piede, nella quasi totale assenza della polizia e di agenti incaricati di controllare le attività edili, con problemi infrastrutturali molto seri. Decine di migliaia di unità abitative sono state costruite senza permessi e le organizzazioni criminali e gli spacciatori sono proliferati.

L’attuale sistema ha fallito del tutto”, ha detto Elkin. “L’errore è stato nel momento in cui hanno fatto passare il muro in quel modo. Ma ora ci sono due aree municipali – Gerusalemme e questi quartieri – e il raccordo tra di esse è molto debole.”

L’esercito non può agire ufficialmente là, la polizia vi entra solo per specifiche operazioni e la zona è diventata una ‘terra di nessuno’”, ha aggiunto. “Fornire servizi di qualunque tipo è diventato pericoloso, costruzioni così alte e una così alta densità abitativa non si possono vedere nemmeno a Tel Aviv.”

Elkin ha anche evocato il rischio che gli edifici potrebbero crollare per un terremoto.

Comunque non ci sono solo questi problemi ad affliggere Elkin. E’ preoccupato anche della rapida crescita demografica in queste zone e dal suo impatto sull’equilibrio tra ebrei ed arabi a Gerusalemme.

Molte delle famiglie che vivono in questi quartieri hanno un componente che è residente israeliano e perciò i figli hanno la residenza israeliana – il che accresce il numero dei palestinesi residenti a Gerusalemme.

Secondo Elkin il basso prezzo delle abitazioni, la vicinanza a Gerusalemme e l’assenza di legge che vi regna hanno fatto di questi quartieri una calamita per la popolazione di Gerusalemme e della Cisgiordania. “Ci sono anche gravi conseguenze in termini di maggioranza ebraica e per il fatto che non si può migliorare il tenore di vita là, in quanto ci aspettiamo che la popolazione continui ad aumentare”, ha detto Elkin.

Il ministro ha aggiunto: “Proprio perché credo nel loro diritto al voto e voglio che venga esercitato, non posso essere indifferente al pericolo della perdita di una maggioranza ebraica provocata non da processi naturali, ma da una migrazione illegale nello Stato di Israele che non ho modo di impedire.”

Elkin ha detto che sono state precedentemente prese in esame varie soluzioni per affrontare il problema. Per motivi di sicurezza e ideologici, il ministro ha detto di aver respinto soluzioni quali trasferire i quartieri all’Autorità Nazionale Palestinese. Ha anche respinto, per ragioni di sicurezza, finanziarie e legali, la modifica del percorso del muro di separazione.

I dettagli del piano di Elkin non sono definitivi. Non è chiaro se vi sarà un solo consiglio regionale senza contiguità territoriale o due consigli regionali. Al momento, i residenti non hanno accettato di tenere elezioni per istituire il nuovo ente municipale e nei primi anni esso opererà sotto un’amministrazione nominata dal ministro dell’Interno.

Non ho dubbi che si debba sviluppare una collaborazione con la leadership locale, perché il piano possa avere successo”, ha detto Elkin. “Il loro interesse è cambiare le loro intollerabili condizioni di vita. Può volerci tempo, perché vi è grande diffidenza – ma non può andare peggio di così”, ha aggiunto. Elkin ha promesso un importante investimento governativo nei quartieri.

Elkin ha lavorato al suo piano per parecchi mesi. Quando il ministro dell’Educazione Naftali Bennett (di estrema destra, ndtr.) ha lanciato la sua proposta di modifica della Legge Fondamentale su Gerusalemme, Elkin ha temuto che, se il disegno di legge fosse passato nella sua attuale forma, avrebbe messo a rischio il suo piano – giacché la proposta di Bennett avrebbe impedito una futura divisione di Gerusalemme.

Per affrontare la questione, Elkin ha inserito una clausola ambigua nella proposta di legge di Bennett: essa renderebbe impossibile cedere qualsiasi parte di Gerusalemme all’ANP, ma la municipalità potrebbe essere divisa in enti locali israeliani più piccoli.

La maggior parte dei deputati che sostenevano la proposta di legge di Bennett non sapeva che stava votando una legge che avrebbe potuto comportare lo scorporo di parti della municipalità di Gerusalemme. Ma l’accettazione della clausola da parte di Bennett ha consentito alla coalizione di governo di sostenere la proposta e la legge è passata con il sostegno automatico della maggioranza della coalizione.

Elkin ha detto che la stesura del piano sarebbe stata completata a novembre e quindi presentata a Netanyahu. Se il primo ministro, che è a conoscenza dei dettagli del piano, lo sosterrà, potrà andare avanti rapidamente. Legalmente il piano non necessita di un passaggio parlamentare, ma solo di una decisione del ministro dell’Interno.

Questa idea non è facile da accettare né per la sinistra né per la destra”, ha aggiunto. “Ognuna delle parti vi può trovare dei vantaggi, ma anche dei rischi. E’ vero che se qualcuno vuole trasferire quest’area (all’amministrazione palestinese), sarà più facile farlo”, ha aggiunto.

Negli ambienti politici si ritiene che il maggior oppositore del piano sarà il sindaco di Gerusalemme Nir Barkat, perché la municipalità perderà importanti finanziamenti se perde il controllo amministrativo di questi quartieri. Ci si aspetta che anche l’ANP si opporrà al piano, vedendolo come un tentativo di accrescere il numero degli ebrei a Gerusalemme.

Nel frattempo, la coalizione sta anche promuovendo un piano del deputato del Likud Yoav Kish, che prevedrebbe l’annessione in un unico contesto municipale – a livello comunale, non politico – dei residenti delle colonie che si trovano vicino alla capitale. Questo aggiungerebbe centinaia di migliaia di elettori ebrei alla municipalità di Gerusalemme e modificherebbe sulla carta l’equilibrio demografico della città.

Benché sia prevista nel programma della riunione di domenica del Comitato ministeriale per la legislazione, durante questa riunione non vi sarà votazione sulla proposta di legge. Secondo un importante membro della coalizione, il motivo è che la legge nell’attuale forma “provoca la pressione internazionale e contiene gravi problemi legali. Netanyahu non può permettersi di promuovere questa stesura della legge in questo momento.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Un nuovo rapporto fornisce dettagli sul “vasto e sistematico abuso” da parte di Israele su minori a Gerusalemme est

Sheren Khalel

25 ottobre 2017, MondoWeiss

Un nuovo rapporto stilato dalle associazioni israeliane per i diritti umani ‘HaMoked:Centro per la difesa delle persone’ e B’Tselem, con l’appoggio dell’Unione Europea, ha rivelato “un vasto, sistematico abuso da parte delle autorità israeliane” nei confronti di centinaia di ragazzi detenuti a Gerusalemme est occupata.

Il rapporto, intitolato ‘Senza protezione: la detenzione degli adolescenti palestinesi a Gerusalemme est’, è stato diffuso mercoledì e riporta in dettaglio una ricerca su 60 dichiarazioni giurate raccolte tra maggio 2015 e ottobre 2016.

Le associazioni hanno riscontrato diversi casi di abuso su minori in custodia della polizia israeliana.

I ragazzi palestinesi di Gerusalemme est vengono tirati giù dal letto nel mezzo della notte, ammanettati senza che ve ne fosse la necessità, interrogati senza aver avuto la possibilità di parlare con un avvocato o con i loro familiari prima dell’inizio dell’interrogatorio e senza essere informati del loro diritto a rimanere in silenzio”, hanno riscontrato le associazioni. “Vengono poi tenuti in condizioni durissime, trattenuti ripetutamente in custodia cautelare per ulteriori periodi di giorni e persino di settimane, anche dopo che il loro interrogatorio è terminato. In alcuni casi, a tutto ciò si accompagnano insulti o minacce verbali e violenze fisiche.”

Mentre il rapporto raccoglie casi di un anno fa, questi arresti di ragazzi continuano. Per esempio, il 23 ottobre le forze israeliane hanno fatto irruzione nel villaggio di Issawiya a Gerusalemme est durante incursioni notturne, provocando scontri tra i giovani del luogo e le forze israeliane armate di tutto punto.

Gli scontri non sono una novità per il conflittuale villaggio, situato vicino all’università ebraica di Israele e all’ospedale Hadassah, ma quel che in genere finisce magari con qualche arresto e ferimento, ha invece provocato fino a 51 palestinesi arrestati e portati via dalle forze israeliane – 27 dei quali tra i 15 e i 18 anni di età, secondo le informazioni del Comitato palestinese per le questioni dei prigionieri.

Il rapporto diffuso mercoledì dà un’idea di ciò che quei ragazzi potrebbero stare affrontando adesso.

I ragazzi si trovano soli in una situazione minacciosa e sconcertante, senza che nessuno spieghi loro di che cosa sono sospettati, quali siano i loro diritti, con chi possano comunicare, quanto durerà il processo e quando potranno tornare alle loro case e famiglie,” afferma il rapporto. “Fino a quando non vengono rilasciati, non hanno accanto nessun adulto di cui si possano fidare e i loro genitori sono tenuti lontani. Queste prassi di arresto ed interrogatorio lasciano libere le autorità di far pressione sui minori detenuti perché confessino le accuse.”

Andare contro il protocollo

Analizzando la legislazione ed il protocollo israeliani, le associazioni hanno scoperto che in questi casi le forze israeliane hanno spesso violato le loro stesse regole.

Per esempio, mentre la legge israeliana prevede che le forze di polizia arrestino i giovani solo in casi estremi, le testimonianze raccolte da B’Tselem e HaMoked dimostrano che solo nel 13% dei casi “la polizia non ha proceduto all’arresto”, per cui le associazioni hanno potuto stabilire che gli arresti sono “la prassi di azione prevalente” della polizia israeliana, quando ha a che fare con minori palestinesi nella Gerusalemme est occupata.

Inoltre, in base alla procedura israeliana, la contenzione fisica dei giovani “può essere utilizzata sui minori solo in casi eccezionali”; tuttavia, nei 60 casi esaminati dal rapporto, almeno l’81% dei minori è stato ammanettato prima di essere caricato su un veicolo della polizia, mentre il 70% è rimasto in manette durante gli interrogatori.

La legge israeliana vieta anche che, tranne che in circostanze eccezionali, i minori siano interrogati di notte, ma il 25% dei minori ha riferito di interrogatori notturni e il 91% è stato arrestato nel proprio letto nel mezzo della notte.

Il rapporto ha documentato che “anche se, almeno in alcuni casi, i poliziotti hanno aspettato fino al mattino per iniziare l’interrogatorio, i ragazzi vi sono giunti stanchi e spaventati dopo una notte insonne.”

I minori, arrestati nel loro letto nel mezzo della notte, hanno potuto contattare le loro famiglie solo “in rari casi”. Consentire la presenza dei genitori non è previsto dalla legge israeliana dopo un arresto ufficiale e, pur se la polizia ha la discrezionalità di concederla, al 95% dei minori presi in considerazione nel rapporto non è stata consentita la presenza di un genitore dopo l’arresto.

Il rapporto ha scoperto che solo il 70% dei minori ha compreso di avere il diritto di rimanere in silenzio, perché temevano che gli venisse fatto del male se non avessero risposto alle domande dei poliziotti.

Mentre il 70% di loro ha potuto parlare con un avvocato durante o prima degli interrogatori, B’Tselem e HaMoked hanno rilevato che in molti casi ai ragazzi è stato dato il telefono privato di chi li stava interrogando per parlare con l’avvocato e le conversazioni erano “inadeguate ed inutili perché i minori capissero i propri diritti e ciò a cui andavano incontro.”

Sarebbe ovvio che il sistema di applicazione della legge trattasse questi ragazzi in un modo consono alla loro età, che tenga conto della loro maturità fisica e psichica, riconoscendo che ogni atto potrebbe avere ripercussioni a lungo termine sugli stessi adolescenti e sulle loro famiglie”, spiega il rapporto. “Sarebbe ovvio che il sistema trattasse i ragazzi umanamente e correttamente e fornisse loro le protezioni fondamentali. Ma non è così.”

Secondo il rapporto, il 25% dei minori interrogati ha detto che è stata usata violenza su di loro, benché il rapporto non fornisca dettagli specifici su quale tipo di lesioni siano state provocate.

Inoltre, più della metà dei ragazzi ha detto che quelli che li interrogavano gli urlavano minacce e offese verbali. A quasi un quarto di loro non è stato permesso di andare in bagno e non è stato fornito cibo quando lo chiedevano.

Negare ai ragazzi cibo ed acqua è stato uno dei metodi principali per farli confessare, in quanto l’83% dei minori ha detto che una delle principali ragioni per cui ha firmato le confessioni è stato che aveva fame – l’80% delle dichiarazioni di confessione era in ebraico, per cui i ragazzi non potevano leggere ciò che stavano firmando.

Dietro gli arresti

Secondo l’associazione per i diritti dei prigionieri Addameer, vi sono diverse importanti ragioni per cui le forze israeliane fanno la scelta di arrestare minori nella Gerusalemme est occupata, oltre al mantenimento della legge e dell’ordine.

Addameer ritiene che i soldati e i poliziotti israeliani prendano di mira i giovani per esercitare pressione sulle famiglie e le comunità, spingendole a “interrompere la mobilitazione sociale” contro l’occupazione. Inoltre Addameer ha rilevato che l’arresto dei ragazzi quando sono giovani potrebbe dissuaderli dal partecipare a scontri e lanci di pietre – l’accusa più comune sollevata contro i giovani. Infine, Addameer riferisce di aver raccolto testimonianze che suggeriscono che i minori vengono “sistematicamente” arrestati e sollecitati a “divenire informatori” e a “fornire informazioni sia su importanti personalità coinvolte nelle attività militanti, sia su altri ragazzi partecipanti alle manifestazioni.”

Il rapporto di B’Tselem e HaMoked conclude che la politica israeliana nei confronti dei minori di Gerusalemme est è una politica appositamente creata e utilizzata dallo Stato per far pressione sui palestinesi della città perché se ne vadano, trattando la popolazione come se fosse esclusa dal sistema.

Il regime israeliano di applicazione della legge tratta i palestinesi di Gerusalemme est come membri di una popolazione ostile, che sono tutti, minori ed adulti, presunti colpevoli fino a che non si provi la loro innocenza, e mette in atto contro di loro misure estreme che non oserebbe mai impiegare contro altri settori della popolazione”, continua il rapporto. “Il sistema della giustizia di Israele sta, per definizione, da un lato della barricata e i palestinesi dall’altro: i poliziotti, gli agenti carcerari, i procuratori e i giudici sono sempre cittadini israeliani che arrestano, interrogano, giudicano e imprigionano ragazzi palestinesi che vengono considerati come nemici pronti a nuocere agli interessi della società israeliana.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Israele sta utilizzando in segreto uno studio legale USA per combattere gli attivisti del BDS in Europa e in Nord America

Chaim Levinson e Barak Ravid

26 ottobre 2017,Haaretz

Il governo israeliano ha assoldato avvocati per contrastare il BDS; la natura dell’incarico è mantenuta segreta e definita come “estremamente delicata”.

Secondo documenti ottenuti da Haaretz, il governo [israeliano] ha utilizzato in segreto un ufficio legale USA perché lo aiuti a lottare contro il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni in Europa, Nord America e altrove.

Il governo ha ingaggiato l’ufficio “Sidley Austin”, con sede a Chicago, per predisporre pareri legali e occuparsi di procedimenti giudiziari. I ministeri della Giustizia e degli Affari Strategici hanno rifiutato di rivelare la natura di queste attività, per le quali lo Stato ha pagato centinaia di migliaia di dollari negli ultimi due anni. I ministeri definiscono le attività “estremamente delicate dal punto di vista diplomatico”.

Circa due anni fa il consiglio per la sicurezza [israeliano] ha affidato al ministero degli Affari Strategici il coordinamento della lotta contro la “delegittimazione” e ha stanziato notevoli risorse per questo impegno. Il ministero degli Affari Strategici ha trasferito una parte dei fondi al ministero degli Esteri in varie parti del mondo e una parte dei soldi è stata data alle organizzazioni ebraiche all’estero per un lavoro di pubbliche relazioni nei campus e altrove.

Ma il ministero degli Affari Strategici sta anche operando su queste questioni in modi che non sono stati resi pubblici. Nel passato il direttore generale del ministero, Sima Vaknin, ha detto alla Knesset  che esso è coinvolto nella “raccolta di informazioni e nell’attacco”.

Lo scorso anno l’avvocato Eitay Mack, a nome di attivisti dei diritti umani, ha chiesto a ministri del governo di ottenere informazioni su tutti i contratti firmati con enti stranieri coinvolti in attività contro il BDS. Il ministero degli Esteri ha affermato di non avere simili impegni contrattuali, mentre il ministero della Giustizia ha fornito documenti censurati.

Questi documenti dimostrano che il dipartimento con funzioni speciali nell’ufficio del procuratore di Stato, che – in collaborazione con il ministero degli Affari Strategici – è responsabile nella gestione di argomenti legati alla sicurezza nazionale, all’inizio del 2016 ha lanciato un bando di gara per uffici legali internazionali.

Si trattava di “preparare documenti e pareri legali, presentare procedimenti giudiziari (cause o comparizioni) per quanto necessario a combattere il fenomeno del BDS, in particolare riguardo ad appelli ed iniziative per imporre boicottaggio e sanzioni contro le imprese e gli affari di Israele, e contro imprese straniere che hanno attività commerciali in Israele.”

Nel documento la descrizione dettagliata dei servizi è stata censurata. Il ministero della Giustizia ha affermato che i dettagli sono stati omessi perché la loro pubblicazione avrebbe portato a “danni per le relazioni estere del Paese e per la possibilità da parte di questi soggetti di fornire il servizio richiesto.”

Nel febbraio 2016 il ministero della Giustizia ha contrattato un ufficio legale, ma in maggio il ministro ha chiesto di modificare la scelta, dopo che riguardo a quella originaria era stato riscontrato un possibile conflitto di interesse.

Poi è stato approvato un contratto con un altro ufficio legale per 290.000 euro, con l’opzione di aumentare la cifra di altri 200.000 euro per un ulteriore incarico. In seguito è stata approvata un’altra estensione del contratto originale, questa volta per altri 437.000 euro, con un valore totale del contratto di 925.000 euro, ossia 4 milioni di shekel.

A causa della delicatezza dell’argomento per le relazioni estere di Israele la commissione delle gare d’appalto ha deciso di non rendere pubblici i contratti nel sistema informativo “Manof” del governo.

La segretezza che circonda i contratti suscita il sospetto che il lavoro riguardi non solo la stesura di pareri giuridici, ma anche la predisposizione di cause legali contro i sostenitori del BDS, in quanto Israele non vuole apparire come promotore di queste azioni, per evitare la sensazione che stia interferendo negli affari interni di altri Paesi.

C’è il pericolo di una china scivolosa nella segretezza, che nasconde le attività israeliane contro il BDS nel mondo,” ha detto Mack ad Haaretz. “E’ estremamente preoccupante che la terminologia militare utilizzata da importanti funzionari del ministero degli Affari Strategici venga utilizzata nella lotta all’estero contro civili che criticano lo Stato di Israele.”

Proprio come per Israele è difficile presentare positivamente l’occupazione, il regime del Sud Africa aveva difficoltà a far accettare l’apartheid,” afferma. “Pretoria lanciò un’operazione segreta di disinformazione e persecuzione degli attivisti anti-apartheid, il cui smascheramento portò alle dimissioni del primo ministro e all’apertura di un’inchiesta penale e a un procedimento civile negli USA. Speriamo che lo Stato di Israele non sfrutti la segretezza per superare i limiti del codice penale.”

Il denaro viene erogato come stanziamento di bilancio per contratti internazionali. Il rapporto del ministero della Giustizia su tali contratti mostra che il governo ha assoldato “Sidley Austin” nel marzo 2016 per servizi di consulenza, senza emanare un bando per una gara d’appalto. Nella prima metà del 2017 l’ufficio legale ha ricevuto in pagamento 219.000 dollari [circa 188.000 euro, ndt.]. Nessun altro studio legale è stato pagato in base allo stesso capitolo di spesa del bilancio.

Sidley Austin” non ha risposto alle domande riguardo a se stesse lavorando per il governo israeliano.

Sidley Austin” è uno dei principali studi legali americani e conta su 1.900 avvocati. E’ l’ufficio in cui una giovane avvocatessa, Michelle Robinson, ha incontrato uno stagista estivo di nome Barak Obama. Lo studio ha quattro sedi in Europa: a Bruxelles, Londra, Monaco e Ginevra.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Da Motorola ad Ahava: La lista nera dell’ONU delle imprese che svolgono attività economiche nelle colonie israeliane.

Haaretz – 26 ottobre 2017

La lista nera di 25 imprese delle colonie pubblicata da un giornale israeliano comprende le Industrie Aerospaziali Israeliane (IAI), giganti delle telecomunicazioni, imprese tecnologiche internazionali, banche e persino [aziende] del caffè.

Un quotidiano israeliano ha rivelato i nomi di 25 imprese che potrebbero trovarsi su una lista nera delle Nazioni Unite per il fatto di svolgere attività economiche nelle colonie, in Cisgiordania e a Gerusalemme est.

La lista comprende le Israel Aerospace Industries [Industrie Aerospaziali Israeliane], le filiali israeliane di Motorola e di HP, l’impresa dei cosmetici del Mar Morto Ahahava, così come altre aziende, quali l’israeliana Banca Leumi o il fornitore di gas Paz.

In passato “Haaretz” ha scritto che circa 150 imprese in Israele e nel mondo avevano ricevuto dalla Comissione dei diritti umani delle Nazioni Unite una lettera che li metteva in guardia che stavano per essere aggiunte alla banca dati. All’espoca funzionari israeliani e diplomatici occidentali coinvolti nella questione [ne] hanno riferito a Barak Ravid di Haaretz [vedi zeitun.info].

Il funzionario israeliano, che ha chiesto di rimanere anonimo per la delicatezza della questione, ha detto che nella lettera spedita da Zeid Ra’ad Al Hussein [alto commissario ONU per i diritti umani, ndt.] c’era scritto che queste imprese svolgevano attività economiche nei “Territori palestinesi occupati” e si sarebbero così trovate sulla lista nera dell’ONU delle imprese che agiscono in violazione del “diritto nazionale e delle delibere delle Nazioni Unite”.

Il Washington Post ha scritto in agosto che tra le imprese americane che hanno ricevuto la lettera c’erano Caterpillar, Priceline.com, Trip Advisor e Airbnb. Secondo lo stesso rapporto, l’amministrazione Trump sta provando a lavorare con la Commissione dei diritti umani dell’ONU per impedire la pubblicazione della lista.

Giovedì [26], Yedioth Aharonoth [il quotidiano di destra più letto in Israele, ndt] ha rivelato i nomi di 25 di queste imprese israeliane, che si dice facciano parte di una lista parziale ottenuta dal giornale. Le imprese elencate spaziano da industrie della panificazione a istituzioni finanziarie, a imprese che forniscono energia a livello locale a ditte di cosmetici.

1. Ahava
2. Dor Alon
3. Amisragas
4. Angel Bakeries
5. Arison Investments
6. Ashdar
7. Cafe Cafe
8. Clal Industries
9. Cellcom
10. Danya Cebus
11. Electra
12. HP
13. HOT
14. Israel Aerospace Industries
15. Matrix systems
16. Motorola
17. Nesher
18. Partner
19. Paz
20. Rami Levy
21. Remax
22. Shikun & Binui (Housing & Construction Holding Company)
23. Shufersal
24. Bank Leumi
25. Sonol

Il Canale [televisivo] 2 israeliano ha riferito in passato che la lista comprende alcune delle maggiori imprese in Israele quali Teva, Bank Hapoalim, Bezeq, Elbit, Coca-Cola Israel, Africa-Israel, IDB, Egged, Mekorot e Netafim.

Un dipomatico occidentale, che ha chiesto anche lui di rimanere anonimo, ha detto all’epoca a Haaretz che delle 150 imprese, circa 30 erano americane e un certo numero apparteneva a Paesi quali la Germania, la Corea del Sud e la Norvegia. La metà rimanente è composta da imprese israeliane.

Alti funzionari israeliani hanno detto che gli israeliani temono il disinvestimento o una riduzione delle attività economiche imputabile al fatto che la lista nera sta già diventando una realtà. Hanno detto che l’ufficio degli affari strategici del ministero dell’Economia ha già avuto informazioni che alcune imprese che hanno ricevuto la lettera hanno risposto al responsabile della Commissione dei diritti umani che non intendono rinnovare i contratti o siglarne di nuovi in Israele.

Queste imprese semplicemente non possono fare una distinzione tra Israele e le colonie e stanno ponendo fine a tutte le loro attività”, ha detto l’alto funzionario israeliano. “Le imprese straniere non investiranno in qualcosa che puzza di problemi politici, ciò potrebbe aumentare vorticosamente.”

Come parte di un tentativo di sminuire il suo potenziale danno, Israele sta tentando di contattare e avere colloqui con le imprese straniere citate sulla lista, sottolineando che quanto scritto non è vincolante ed è irrilevante. Sta anche prendendo contatto con i governi stranieri, affermando che la lista equivale a sostenere il boicottaggio di Israele.

Funzionari britannici hanno detto giovedì che il Regno Unito si oppone fermamente a questo provvedimento e lo ritiene al di fuori delle competenze della Comissione dei diritti umani. “Gli obblighi in materia di diritti umani riguardano gli Stati e non gli individui o le imprese, che devono intraprendere liberamente le loro relazioni di affari; per questo non abbiamo nessun piano per predisporre un database dello stesso tipo. In fin dei conti è la decisione del singolo o di un’impresa se operare nei territori occupati palestinesi. Il governo britannico non incoraggia e non offre aiuto a una simile attività” hanno detto.

A marzo del 2017, la Comissione dei diritti umani a Ginevra ha votato una risoluzione presentata dall’Autorità Palestinese e dai Paesi arabi, secondo la quale la Comissione avrebbe creato un database delle imprese israeliane e internazionali che svolgono direttamente o indirettamente attività economica in Cisgiordania, a Gerusalemme Est o sulle Alture del Golan. La decisione è stata approvata nonostante le forti pressioni degli Stati Uniti per ammorbidire il testo della risoluzione. Anche un tentativo del Regno Unito e dell’Europa di accordarsi con i palestinesi per far cadere la clausola della risoluzione che istituiva la lista nera in cambio dell’appoggio dei Paesi europei agli altri articoli, è fallito.

Barak Ravid ha contribuito agli antefatti di questo articolo.

(traduzione di Carlo Tagliacozzo)

 




Hamas e Fatah devono cambiare per parlare a nome dei palestinesi

Ramzy Baroud

24 ottobre 2017, Ma’an News

L’accordo di riconciliazione siglato al Cairo il 12 ottobre tra i partiti palestinesi rivali, Hamas e Fatah non è stato un accordo di unità nazionale, almeno non ora. Perché quest’ultima si possa realizzare, il patto avrebbe dovuto rendere prioritari gli interessi del popolo palestinese al di sopra dei programmi di ogni fazione.

La crisi di leadership non è nuova in Palestina. Precede di decenni Fatah e Hamas.

Dalla distruzione della Palestina e dalla creazione di Israele nel 1948, e persino ancora più indietro nel tempo, i palestinesi si sono trovati vincolati al gioco delle potenze internazionali e regionali, senza essere in grado di controllare o persino di esercitare un’influenza [su di esse].

Il più grande risultato di Yasser Arafat, il defunto ed emblematico dirigente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), è stato sapere promuovere un’identità politica palestinese indipendente e un movimento nazionale di cui, sebbene ricevesse il sostegno degli arabi, non si è appropriato nessun particolare Paese arabo.

Gli accordi di Oslo, tuttavia, sono stati la fine di quel movimento. Gli storici potranno discutere se Arafat, l’OLP e Fatah il suo principale partito politico, non avessero nessun altra opzione se non impegnarsi nel cosiddetto “processo di pace”. Tuttavia, a posteriori, possiamo sicuramente sostenere che Oslo è stata la drastica cancellazione di ogni successo politico dei palestinesi, almeno dalla guerra del 1967.

Nonostante la sonora sconfitta dei Paesi arabi da parte di Israele e dei suoi potenti alleati occidentali in quella guerra, è nata la speranza di un nuovo inizio. Israele rivendicò Gerusalemme est, la Cisgiordania e Gaza ma, involontariamente, unificò i palestinesi come nazione, per quanto oppressa ed occupata.

Inoltre le profonde ferite sofferte dai Paesi arabi in conseguenza della disastrosa guerra, diedero ad Arafat e a Fatah l’opportunità di utilizzare i nuovi spazi che si erano aperti in conseguenza del ritiro arabo.

L’OLP, che in origine era gestita dal defunto presidente egiziano, Jamal Abdul Nasser, divenne un organismo esclusivamente palestinese. Fatah, che si era formato pochi anni prima della guerra, divenne il partito che ne prese il comando.

Quando Israele occupò il Libano nel 1982, il suo obiettivo era l’annientamento del movimento nazionale palestinese, specialmente da quando Arafat stava aprendo nuovi canali di dialogo, non soltanto con i Paesi musulmani e arabi, ma anche a livello internazionale. Le Nazioni Unite, insieme ad altre istituzioni internazionali, cominciarono a riconoscere i palestinesi non come rifugiati sfortunati bisognosi di assistenza, ma come un serio movimento nazionale che doveva essere ascoltato e rispettato.

A quel tempo, Israele era ossessionato dall’idea di impedire ad Arafat di trasformare l’OLP in un potenziale governo. Nel breve periodo Israele ottenne il suo principale obiettivo. Arafat fu mandato in Tunisia con la dirigenza del suo partito e gli altri combattenti dell’OLP vennero dispersi nel Medio Oriente, ancora una volta cadendo ostaggi dei capricci e delle priorità arabe.

Tra il 1982 e gli accordi di Oslo del 1993, Arafat combattè per mantenere una certa importanza. L’esilio dell’OLP divenne particolarmente evidente quando i palestinesi scatenarono la Prima Intifada (la rivolta del 1987). Una generazione totalmente rinnovata di dirigenti palestinesi cominciò a profilarsi; fu plasmata un’identità diversa, che venne concepita nelle prigioni israeliane e alimentata nelle strade di Gaza e Nablus. Più aumentavano i sacrifici e il numero di morti, più cresceva quel senso [di appartenenza] a un’identità collettiva.

Il tentativo dell’OLP di appropriarsi dell’Intifada fu una delle principali cause del perché la sollevazione alla fine si spense. La conferenza di Madrid nel 1991 fu la prima volta in cui i veri rappresentanti de popolo palestinese dei Territori Occupati avrebbero occupato una tribuna internazionale per parlare a nome dei palestinesi in patria.

Quel sostegno ebbe breve vita. Alla fine Arafat e Mahmoud Abbas (oggi il capo dell’Autorità Nazionale Palestinese – ANP) negoziarono in segreto un accordo alternativo a Oslo. L’accordo mise ampiamente da parte l’ONU e permise agli Stati Uniti di reclamare la sua posizione di autoproclamato “ mediatore imparziale” in un “processo di pace” sponsorizzato dagli USA.

Mentre ad Arafat e alla fazione tunisina venne permesso di ritornare per governare i palestinesi sotto occupazione con un mandato limitato concesso dal governo e dall’esercito israeliani, la società palestinese cadde in uno dei suoi più dolorosi dilemmi dopo molti anni.

Mentre l’OLP , che rappresentava tutti i palestinesi, veniva messa da parte per fare spazio all’ANP, che rappresentava gli interessi solo di una fazione all’interno di Fatah in una ridotta zona autonoma, i palestinesi vennero divisi in gruppi.

Infatti, il 1994, che vide la nascita ufficiale dell’ANP, fu l’anno nel quale è realmente iniziato l’attuale conflitto palestinese. L’ANP, sotto la pressione di Israele e degli USA, represse i palestinesi oppositori di Oslo e che legittimamente respingevano il “processo di pace”.

La repressione coinvolse molti palestinesi che avevano avuto un ruolo di primo piano durante la Prima Intifada. La mossa di Israele funzionò alla perfezione. La dirigenza palestinese in esilio fu fatta ritornare per reprimere la dirigenza dell’Intifada, mentre Israele stava in disparte e assisteva al triste spettacolo.

Hamas, che era lui stesso un prodotto della Prima Intifada, si trovò a scontrarsi frontalmente con Arafat e la sua autorità. Per anni Hamas si è posizionato come maggior gruppo dell’opposizione che respingeva la normalizzazione con l’occupazione israeliana. Ciò conquistò ad Hamas un’ ampia popolarità tra i palestinesi, specialmente quando divenne chiaro che Oslo era stato un inganno e che il “processo di pace” stava andando verso un punto morto.

Quando Arafat morì, dopo avere passato anni a Ramallah sotto l’assedio dell’esercito israeliano, salì al potere Abbas. Tenendo presente che Abbas era la mente che stava dietro Oslo e della sua mancanza di carisma e di capacità dirigenziali, Hamas prese l’iniziativa con una manovra politica che si è dimostrata onerosa: partecipò alle elezioni legislative per l’ANP nel 2006. Peggio ancora, le vinse.

Emergendo come il principale partito politico in un’elezione che era in sé il risultato di un processo politico che Hamas aveva vigorosamente respinto per anni, Hamas divenne una vittima del proprio successo.

Come c’era da aspettarsi, Israele si mosse per punire i palestinesi. In seguito alle richieste ed alle pressioni degli USA, l’Europa fece lo stesso. Il governo di Hamas venne boicottato, Gaza venne sottoposta a un continuo bombardamento da parte di Israele e le casse palestinesi iniziarono a prosciugarsi.

Nell’estate del 2007 ne seguì una breve guerra civile tra Hamas e Fatah , con centinaia di morti e la separazione politica e amministrativa di Gaza dalla Cisgiordania.

Ufficialmente, i palestinesi hanno avuto due governi, ma nessun Stato. Che un promettente progetto di liberazione nazionale abbia abbandonato la liberazione e si sia concentrato principalmente a regolare i conti in sospeso [fra] le fazioni mentre milioni di palestinesi soffrivano l’assedio e l’occupazione militare e milioni ancor più soffrivano l’angoscia e l’umiliazione dello “shattat” – l’esilio dei rifugiati all’estero, è stata una beffa.

Molti tentativi sono stati fatti e sono falliti per riconciliare i due partiti negli ultimi 10 anni. Sono falliti principalmente perché, ancora una volta, i dirigenti palestinesi hanno affidato il processo decisionale alle potenze regionali e internazionali. L’epoca d’oro dell’OLP è stata sostituita dagli anni bui delle divisioni di fazione.

Tuttavia, il recente accordo di riconciliazione al Cairo non è il risultato di un nuovo impegno nei confronti del progetto nazionale palestinese. Sia Hamas che Fatah sono a corto di alternative. La loro politica regionale è stata un fallimento, e il loro programma politico ha smesso di essere convincente per i palestinesi, che si sentono orfani e abbandonati.

Perché l’unità Hamas -Fatah possa diventare una reale unità nazionale vanno cambiate completamente le priorità, in modo che gli interessi dei palestinesi, tutti, ovunque siano, divengano ancora una volta di primaria importanza, al di sopra degli interessi di una fazione o due, alla ricerca di una limitata legittimità, di una falsa sovranità e di sussidi americani.

Ramzy Baroud is an internationally syndicated columnist, author, and the founder of PalestineChronicle.com. His latest book is My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story.

Ramzy Baroud è un editorialista, scrittore e fondatore di PalestineChronicle.com stimato a livello internazionale. Il suo ultimo libro è “Mio padre era un combattente per la libertà: la storia non raccontata di Gaza.”

( Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




BDS contro il BDS: il boicottaggio di un regista arabo in Cisgiordania divide i palestinesi riguardo a rapporti con Israele

Amira Hass

24 ottobre  2017,Haaretz

Uno dei più famosi attori palestinesi ora sta chiedendo di boicottare il movimento palestinese di boicottaggio nel mezzo dello scalpore sul film “L’insulto” del regista libanese Ziad Doueiri.

Nel fine settimana il Comune di Ramallah ha annullato la proiezione del film “L’insulto”, del regista libanese Ziad Doueiri, in risposta alle richieste di attivisti che promuovono il boicottaggio culturale ed accademico di Israele e del gruppo “Giovani contro la Normalizzazione”.

Il film doveva essere proiettato lunedì pomeriggio alla fine del quarto festival annuale “Giorni di Cinema”, tenuto in cinque città palestinesi. Il film racconta come una discussione tra un rifugiato palestinese e un cristiano libanese si trasformi in uno scontro fisico e giudiziario.

Gli attivisti del boicottaggio ed i loro sostenitori hanno visto la proiezione del film durante un festival sponsorizzato dalla città e dal ministero palestinese della Cultura come un incoraggiamento alla normalizzazione dei rapporti con Israele, ciò a causa del fatto che cinque anni fa Doueiri ha filmato una parte del suo ultimo film, “L’attacco”, in Israele, e che, nonostante le dure critiche, non ha mai espresso rincrescimento per averlo fatto.

Il Comune di Ramallah ha detto che la proiezione è stata cancellata per ragioni di ordine pubblico. Secondo fonti palestinesi, anche il sistema di sicurezza palestinese ha fatto pressione per l’annullamento della proiezione, soprattutto quando è venuto a sapere che era stata programmata una manifestazione davanti al palazzo della cultura in cui la proiezione doveva avere luogo.

La campagna palestinese fa retromarcia in seguito a pressioni

In un post, comparso sabato sulla pagina Facebook della campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele, il movimento ha accolto favorevolmente lo svolgimento del festival cinematografico e si è persino congratulato con l’attore Kamel El Basha, che ha vinto il premio per miglior attore al festival internazionale del cinema di Venezia all’inizio di settembre (ma non ha citato il fatto che ha vinto il premio per la sua presenza ne “L’insulto”).

Il post afferma che il film in questione non costituisce normalizzazione, a differenza del precedente film di Doueiri. “Riferirsi ad Israele come se fosse un Paese normale equivale a contribuire alla sua guerra propagandistica,” dice il lungo post, che chiede anche una discussione pubblica con i registi palestinesi sui principi della lotta contro la normalizzazione.

Dopo che molti commentatori si sono lamentati che la posizione del post sulla proiezione del film non era sufficientemente chiara, domenica il movimento ha scritto un altro post, in cui fa una richiesta esplicita di annullamento della proiezione, “per evitare che il regista utilizzi la visione del suo film nella Palestina occupata per promuovere la normalizzazione nel mondo arabo.”

In precedenza il gruppo “Giovani contro la Normalizzazione” aveva distribuito un volantino con un linguaggio molto più duro. “La proiezione di questo film in un festival palestinese è un’umiliazione per tutti i palestinesi e per la gente libera che appoggia la causa palestinese. E’ imbarazzante che, mentre Doueiri è stato cacciato dal Libano e da Tunisi, il suo lavoro venga mostrato a Ramallah, in un festival che chiede di appoggiare il “cinema della resistenza”, dice il volantino, che evidentemente ha dato l’impulso alla decisione del Comune di annullare la proiezione, che era annunciata per domenica pomeriggio. Gli organizzatori del festival erano contrari alla cancellazione.

Secondo informazioni della stampa palestinese, in risposta all’annullamento della proiezione, El Basha ha detto di boicottare il movimento di boicottaggio palestinese e che non avrebbe rispettato le sue decisioni. Su Facebook ha avuto luogo un vivace dibattito riguardo all’annullamento, in cui alcuni l’hanno definito una vittoria di teppisti e del vuoto populismo.

Filmlab: Palestine”, il gruppo che ha organizzato il festival “Giorni di Cinema”, lunedì in un comunicato stampa ha affermato di “apprezzare l’importante e pionieristico ruolo del Comune di Ramallah nel sostenere la scena culturale in Palestina, che è un modello stimolante, non solo come partner di istituzioni culturali e di “Giorni di Cinema”, ma come un fondamentale attore culturale.”

Comprendiamo anche le pressioni esterne a cui il Comune deve essere stato sottoposto perché adottasse questa decisione in seguito all’ondata di dichiarazioni e di minacce espresse da alcune parti che hanno chiesto l’annullamento della proiezione, considerandola una normalizzazione culturale. In quel momento, Filmlab era nel bel mezzo di un incontro con molti partner, compreso il BDS, per raggiungere un accordo su questo problema, prendendo in considerazione la protezione della libertà di espressione e il rifiuto di intimidazioni e minacce come un’alternativa al dialogo sociale interno, la conservazione delle conquiste a livello globale del movimento BDS, che è apprezzato e rispettato,” ha aggiunto Filmlab.

In una dichiarazione precedente Filmlab aveva affermato che il PACBI [il movimento palestinese per il boicottaggio culturale ed accademico di Israele, ndt.] l’aveva informato che l’ultimo film di Doueiri non è soggetto alle attuali linee guida del BDS e quindi non è “boicottabile”.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




La sorveglianza sui palestinesi e la lotta per i diritti digitali

Nadim Nashif

23 ottobre 2017, Al-Shabaka

Sintesi

La sorveglianza sui palestinesi è sempre stata parte integrante del progetto coloniale israeliano. Prima della creazione dello Stato di Israele, squadre del gruppo paramilitare sionista Haganah percorrevano i villaggi e le città palestinesi, raccogliendo informazioni sui residenti. Questo controllo sulle vite dei palestinesi è continuato dopo l’occupazione israeliana delle Alture del Golan, della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est, nel 1967. Gli strumenti utilizzati comprendevano registri della popolazione, carte di identificazione, rilevamenti catastali, torri di controllo, incarcerazione e tortura.

Benché queste tecniche di controllo poco sofisticate siano ancora oggi in uso, una vasta gamma di nuove tecnologie, come il monitoraggio e l’intercettazione per telefono e via internet, la CCTV [televisione a circuito chiuso, ndt.] e la banca dati biometrici, ha messo in grado Israele di sorvegliare la popolazione sotto occupazione su scala massiccia e pervasiva. Israele utilizza in particolare i social media per monitorare ciò che i singoli palestinesi dicono e fanno e per raccogliere ed analizzare informazioni sui comportamenti della popolazione palestinese in generale.

In questo documento Nadim Nashif discute l’uso da parte di Israele dei social media come strumento di controllo dei palestinesi. (1) Prende in esame le tattiche israeliane e gli altri ostacoli digitali ai diritti dei palestinesi, inclusa la parzialità di Facebook a favore di Israele attraverso la censura e la mancanza di trasparenza, nonché la nuova legge sui crimini informatici dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Nashif conclude fornendo suggerimenti su come i palestinesi possono contrapporsi all’uso dei social media per la sorveglianza e proteggere i propri diritti informatici.

I social media come ambito di sorveglianza

L’esplosione di rabbia palestinese iniziata nell’ ottobre 2015 in risposta alle incursioni israeliane alla Moschea di Al-Aqsa ha rappresentato una nuova sfida per l’apparato di sicurezza israeliano. Storicamente, gli individui affiliati ai bracci militari delle fazioni palestinesi, come Fatah, Hamas e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, hanno condotto attacchi ai quali Israele ha risposto con la violenza, la distruzione e le punizioni collettive. Per esempio, Israele ha scatenato le sue ultime tre guerre nella Striscia di Gaza, nel 2009, 2012 e 2014, con il pretesto di fermare i lanci di razzi da parte di Hamas.

Questa volta, tuttavia, sono stati adolescenti palestinesi, molti dei quali non appartengono ad alcuna fazione politica o ala militare palestinese, a sferrare gli attacchi. Il governo israeliano ha accusato i social media per questa nuova tendenza e l’intelligence militare israeliana ha rafforzato il monitoraggio degli account dei social media palestinesi. In seguito a ciò, Israele ha arrestato 800 palestinesi a causa dei loro post sui social media, soprattutto su Facebook, la piattaforma più seguita dai palestinesi.

All’inizio di quest’anno Haaretz ha rivelato che questi arresti sono il risultato di un metodo poliziesco basato su algoritmi che creano profili di quelli che Israele vede come probabili attentatori palestinesi. Il programma monitora decine di migliaia di account Facebook di giovani palestinesi, cercando termini come shaheed (martire), Stato sionista, Al Quds (Gerusalemme) o Al Aqsa. Ricerca anche account che postano foto di palestinesi recentemente uccisi o imprigionati da Israele. Il sistema identifica quindi i “sospetti” basandosi su un possibile atto di violenza, piuttosto che su un attacco reale – o almeno su un piano per realizzare un attacco.[vedi zeitun.info]

Ogni profilo Facebook segnalato come sospetto dal sistema è un potenziale bersaglio di un arresto e la principale accusa di Israele alle persone arrestate è “incitamento alla violenza”. Poiché l’incitamento è definito in modo vago, il termine include tutte le forme di resistenza alle politiche ed alle pratiche israeliane. La “popolarità”, o il livello di influenza che una persona esercita sui social media, è un fattore che conta nella decisione di Israele di sporgere denuncia contro i palestinesi accusati di incitamento. Per esempio, più alto è il numero di ‘like’, di commenti e di condivisioni che ha un’utenza, maggiore è la possibilità che le persone vengano denunciate – e più lunga e pesante sarà la condanna.

L’intelligence israeliana inoltre crea falsi account Facebook per tracciare e ottenere accesso a profili Facebook per poter comunicare con palestinesi e ricavare informazioni private che altrimenti essi non condividerebbero. Nell’ottobre 2015, per esempio, parecchi attivisti palestinesi hanno riferito di aver ricevuto messaggi da account Facebook con nomi arabi e fotografie di bandiere palestinesi, che chiedevano i nomi dei palestinesi che partecipano alle proteste.

Inoltre Israele si introduce negli account Facebook per accedere ad informazioni private, come l’orientamento sessuale, le condizioni di salute e mentali e lo status coniugale e finanziario. Un veterano dell’Unità 8200, un corpo d’elite dell’intelligence dell’esercito israeliano, spesso paragonato all’Agenzia per la Sicurezza Nazionale USA, ha testimoniato che questo materiale viene raccolto come mezzo di pressione. “Ogni informazione che possa consentire di ricattare una persona è considerata un’informazione rilevante”, ha detto. “ Sia che tale individuo abbia un certo orientamento sessuale, tradisca sua moglie o necessiti di cure in Israele o in Cisgiordania – è un bersaglio per essere ricattato.” L’intelligence israeliana ha preso di mira soprattutto palestinesi omosessuali, minacciando di pubblicare le loro foto intime per costringerli a collaborare con Israele.

Una simile intrusione nella vita privata dei palestinesi è resa possibile dal fatto che Israele occupa e controlla l’intera infrastruttura delle telecomunicazioni usata dalle compagnie e dai gestori del servizio di internet palestinesi. La mancanza di qualunque limitazione legale o etica sul punto fino al quale Israele può spingersi nella sorveglianza sui palestinesi nel 2014 ha addirittura portato 43 veterani dell’Unità 8200 ad inviare una lettera al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per contestare “il continuo controllo di milioni di persone ed un’intrusione profondamente invasiva in quasi tutti gli ambiti della vita.”

Il complesso militare industriale del Paese è uno strumento ancor più pervasivo per il controllo digitale sui palestinesi. Israele produce ed esporta un’enorme quantità di tecnologie di sicurezza militare e cibernetica. Secondo un rapporto del 2016 di ‘Privacy International’, una Ong che indaga sui controlli da parte del governo e sulle imprese che lo consentono, Israele è la sede di 27 imprese di sorveglianza – il più alto numero pro capite di tutti i Paesi del mondo. Nel 2014 le esportazioni israeliane di tecnologie di sicurezza informatica e di sorveglianza all’estero, come il monitoraggio di telefoni e internet, hanno superato le esportazioni di armamenti. Queste tecnologie sono state vendute a regimi autoritari e repressivi in Colombia, Kazakhstan, Messico, Sud Sudan, Emirati Arabi Uniti e Uzbekistan, tra gli altri.             

Ambigui legami tra l’esercito israeliano ed il settore tecnologico rafforzano l’importanza del Paese nell’industria della sorveglianza. I veterani dell’Unità 8200 hanno fondato alcune delle principali compagnie israeliane di sicurezza informatica, come le imprese Mer e NSO. I veterani trasferiscono le loro competenze militari e di intelligence sviluppate nell’unità di elite al settore privato, dove non ci sono ostacoli legali relativamente alla sovrapposizione tra industria militare e di sorveglianza.

Facebook: neutrale o di parte?

Facebook si pubblicizza come una piattaforma aperta, al servizio di tutti. Il fondatore e amministratore delegato di Facebook, Mark Zuckerberg, ha detto recentemente: “Lavoro ogni giorno per unire le persone e creare una comunità per tutti. Speriamo di dare voce a tutto il popolo e di creare una piattaforma per tutte le idee.”

Gli affari del gigante dei social media con Israele mettono in discussione tale affermazione. Mentre Facebook ha dei chiari protocolli e meccanismi per le richieste da parte di governi di rimuovere contenuti, e addirittura pubblica un rapporto biennale delle richieste dei governi, l’azienda viene spesso criticata per la sua mancanza di trasparenza e le sue decisioni arbitrarie. Un’inchiesta del Guardian ha rivelato le norme riservate di Facebook per limitare argomenti relativi a violenze, discorsi di odio, terrorismo e razzismo – norme che dimostrano la sua parzialità a favore di Israele.

Per esempio, Facebook segnala i sionisti come “gruppo globalmente protetto”, il che significa che i contenuti che li attaccano devono essere rimossi. Un’altra regola spiega che “le persone non devono elogiare, sostenere o raffigurare un membro…di un’organizzazione terrorista, o di qualunque organizzazione che abbia lo scopo principale di intimidire una popolazione, un governo, o di usare violenza per resistere all’occupazione di uno Stato riconosciuto a livello internazionale.” Di conseguenza, Facebook ha censurato attivisti e giornalisti in territori oggetto di disputa, come Palestina, Kashmir, Crimea e Sahara occidentale. Secondo rapporti dei media, Facebook ha rivisto la definizione di terrorismo per includervi l’uso di violenza premeditata da parte di organizzazioni non governative “allo scopo di raggiungere un obiettivo politico, religioso o ideologico.” In ogni caso, la definizione permette di punire coloro che resistono all’occupazione e all’oppressione, mentre non include il terrorismo di Stato e la violenza inflitti ai palestinesi da parte di Israele.

Inoltre nel 2016 la ministra della Giustizia Ayelet Shaked ed il ministro della Pubblica Sicurezza Gilad Erdan hanno annunciato un accordo tra Israele e Facebook per creare delle squadre di monitoraggio e rimozione dei contenuti “che favoriscono l’incitamento [alla violenza]”.

Il direttore politico di Facebook, Simon Milner, nega l’esistenza di qualunque accordo speciale tra il suo datore di lavoro e Israele. Ha anche ribadito che tutti gli utenti di Facebook sono soggetti alle stesse politiche per la comunità di utilizzatori. Tuttavia un recente rapporto di Adalah [organizzazione per i diritti umani e centro legale per i diritti degli arabi in Israele, ndtr.] rivela che fin dalla seconda metà del 2015 l’ufficio del procuratore generale di Israele ha gestito un’unità informatica in collaborazione con Facebook e Twitter, per rimuovere contenuti online. Il resoconto finale annuale del 2016 dell’unità si fa vanto di aver trattato 2.241 casi e rimosso il contenuto in 1.554 di essi.

La collaborazione tra Israele e Facebook è dovuta probabilmente a molteplici ragioni. Anzitutto Israele ha una fiorente industria di alta tecnologia e rappresenta un lucroso mercato per Facebook. In secondo luogo, l’ufficio di Facebook a Tel Aviv rende la compagnia più soggetta all’influenza dei decisori israeliani. La nomina di Jordana Cutler, da lungo tempo principale consigliera di Netanyahu, a capo della politica e comunicazione di Facebook nell’ufficio israeliano è un caso emblematico.

Terzo, forse Facebook teme azioni legali. Nel 2015 un’organizzazione filoisraeliana, ‘Shurat HaDin-Israel Law Center’, ha intentato una causa contro Facebook negli Stati Uniti a nome di 20.000 querelanti israeliani, che accusavano la compagnia di “incitamento ed incoraggiamento alla violenza contro gli israeliani.” Il timore di Facebook di un’azione legale è espresso in un documento interno, che è trapelato, relativo ad un contenuto negazionista dell’Olocausto. Il documento spiega che Facebook semplicemente nasconderà o rimuoverà tale contenuto in quattro Paesi – Austria, Francia, Germania e Israele – per evitare cause legali.

Infine, benché Facebook neghi ogni discriminazione tra palestinesi ed israeliani, gli utenti palestinesi raccontano una storia diversa. Per esempio, poco dopo che una delegazione di Facebook aveva incontrato rappresentanti del governo israeliano nel settembre 2016, gli attivisti palestinesi hanno documentato interruzioni degli account personali su Facebook di giornalisti e di organizzazioni di informazione. Gli account di quattro giornalisti dell’agenzia di notizie palestinese Shehab e di tre giornalisti della rete Al Quds News sono stati chiusi. In seguito a proteste online e campagne con gli hashtag #FBCensorsPalestine e #FacebookCensorsPalestine, Facebook si è scusata per l’interruzione, spiegando che si era trattato di un errore.

La nuova legge sui crimini informatici dell’Autorità Nazionale Palestinese

Non è soltanto Israele a reprimere gli utenti palestinesi dei social media: lo fa anche l’ANP, per cassare opinioni politiche sfavorevoli o critiche verso la leadership palestinese. Tuttavia c’è una differenza fondamentale tra la portata del controllo digitale israeliano e le violazioni della libertà di espressione online da parte dell’ANP. Mentre il controllo digitale globale di Israele fa di ogni palestinese un sospetto ed un bersaglio, l’ANP utilizza le informazioni condivise pubblicamente per prendere di mira il dissenso politico.

L’ANP ha recentemente approvato una legge che limita ancor di più la libertà dei palestinesi di esprimersi online. La controversa legge sui crimini informatici è stata firmata dal Presidente palestinese Mahmoud Abbas il 24 giugno 2017, senza alcuna consultazione pubblica con le organizzazioni della società civile palestinese o con i gestori dei servizi internet. E’ stata pubblicata con decreto presidenziale due settimane dopo la firma ed è entrata immediatamente in vigore.

Il pretesto della nuova legge è quello di combattere i reati informatici come l’estorsione per motivi sessuali, la frode fiscale e il furto di identità. Però l’utilizzo di termini vaghi come “armonia sociale”, “modalità pubbliche”, “sicurezza dello Stato” e “ordine pubblico” indica che la legge ha scopi differenti, in particolare eliminare la libertà di espressione online e reprimere ogni critica politica. Essa rende gli utenti palestinesi di internet, specialmente gli attivisti e i giornalisti, passibili di incriminazione da parte dell’ANP, che può interpretare le disposizioni della legge come vuole.

I primi due casi intentati in base alla legge rivelano il suo scopo. In entrambi è stato utilizzato l’art. 20, che stabilisce che ogni utente di internet che possiede o gestisce un sito web che pubblica “notizie che mettono a rischio la sicurezza dello Stato, il suo ordine pubblico, o la sicurezza interna o esterna” può essere arrestato per un anno o multato fino a circa 1.400 dollari. Nel primo caso sono stati arrestati sei giornalisti palestinesi che lavorano per organi di stampa legati ad Hamas in Cisgiordania. Nel secondo caso, i servizi di sicurezza preventiva dell’ANP hanno arrestato Issa Amro, importante difensore dei diritti umani ed attivista politico nonviolento palestinese di Hebron, che aveva protestato con un post su Facebook per l’arresto da parte dell’ANP di un giornalista.

La legge è in netto contrasto con la legge fondamentale di tutela della privacy e della libertà di espressione. Conferisce alle istituzioni dello Stato un ampio potere di monitoraggio, raccolta e conservazione di dati relativi alle attività online di palestinesi nei Territori Palestinesi Occupati (TPO), e di fornire, su loro richiesta, tali informazioni alle autorità preposte all’applicazione della legge. Anche i gestori privati del servizio internet sono obbligati a cooperare con le agenzie di sicurezza raccogliendo, conservando e condividendo i dati informativi sugli utenti per almeno 3 anni, oltre che bloccando qualunque sito web su ordine della magistratura.

L’applicabilità della legge si estende oltre i confini legali dei territori controllati dall’ANP e consente di perseguire palestinesi che vivono all’estero. Ciò costituisce una reale minaccia per gli attivisti politici palestinesi che vivono all’estero, ma che hanno una notevole influenza sui social media in patria. Comunque la legge non specifica se le autorità possano tentare di ottenere l’estradizione di palestinesi che risiedono all’estero per aver commesso un crimine informatico.

Contrastare il controllo digitale

Mentre la violazione dei diritti digitali dei palestinesi è un caso unico, data l’occupazione militare israeliana, la lotta per questi diritti è globale. I governi, le organizzazioni della società civile, le agenzie di social media e gli utenti di internet hanno tutti un ruolo importante nella protezione della libertà di espressione online e della privacy dal controllo e dalla censura dello Stato.

In Palestina l’ANP deve revocare immediatamente la legge sui crimini informatici. Per adempiere meglio allo scopo che esplicitamente si propone – combattere il crimine informatico – l’ANP dovrebbe consultare le organizzazioni della società civile ed altri importanti attori coinvolti per assicurarsi che ogni legge collegata all’informatica riduca effettivamente i crimini informatici senza violare i diritti politici dei palestinesi e le libertà pubbliche. Invece di reprimere i palestinesi per aver espresso le proprie opinioni politiche, l’ANP dovrebbe cercare di proteggere il suo popolo dagli arresti e dalle incriminazioni da parte di Israele con accuse senza fondamento di incitamento e terrorismo.

I diritti digitali, che sono parte del complesso dei diritti umani, sono un concetto relativamente nuovo nei Territori Palestinesi Occupati. Le organizzazioni palestinesi della società civile hanno la responsabilità di creare consapevolezza circa questi diritti, soprattutto riguardo alla sicurezza digitale. Proteggere gli account di un individuo e mantenere tali le informazioni private dovrebbe essere una priorità, soprattutto per giornalisti ed attivisti. Questo è particolarmente vero nel contesto di un’occupazione in cui l’occupante dispone di potenti capacità di controllo e controlla tutta l’infrastruttura delle telecomunicazioni.

La società civile palestinese ed i media devono anche smascherare e mobilitarsi contro le immorali pratiche di sorveglianza israeliane, la censura e la repressione della libertà di espressione dei palestinesi. Campagne online cresciute dal basso, come #FBCensorsPalestine e #FacebookCensorsPalestine, si sono dimostrate efficaci nell’attaccare le violazioni dei diritti digitali delle aziende di social media, dovute a prese di posizione faziose, nonostante le dichiarazioni di neutralità. I palestinesi hanno anche bisogno di coalizzarsi con organizzazioni internazionali per i diritti digitali, che possono aiutare a fare pressione sulle aziende di social media e sul governo israeliano perché interrompano le violazioni.

Note:

  1. Questo scritto si basa su una tavola rotonda organizzata nel maggio 2017 da Al-Shabaka e dalla Fondazione Heinrich Boell a Ramallah, in collaborazione con “7amleh: Centro arabo per lo sviluppo dei social media”. Le opinioni espresse in questo scritto sono dell’autore e non riflettono necessariamente l’opinione della Fondazione Heinrich Boell

(Traduzione di Cristiana Cavagna)