Roger Waters: il Congresso non dovrebbe far tacere i difensori dei diritti umani

Roger Waters

7 settembre 2017,New York Times

Membri del Congresso [USA] stanno attualmente prendendo in considerazione un disegno di legge che minaccia di far tacere il crescente appoggio al movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni a favore della libertà e dei diritti umani dei palestinesi, noto come BDS.

La norma draconiana, la “Legge anti-boicottaggio di Israele”, minaccia con pene fino a 20 anni di carcere e una multa di 1.000.000 di dollari singole persone e attività economiche che partecipano attivamente alle campagne di boicottaggio a sostegno dei diritti dei palestinesi intraprese da organizzazioni governative internazionali.

Approvando questa legge maccartista i senatori eliminerebbero i diritti del primo emendamento della costituzione americana per proteggere Israele dalle pressioni non violente per porre fine alla sua cinquantennale occupazione del territorio palestinese e ad altre violazioni dei diritti dei palestinesi.

L’ “Unione per le Libertà Civili Americane” [ACLU, ong che si dedica a difendere i diritti civili e le libertà individuali negli Stati Uniti] ha condannato questo disegno di legge, a favore del quale sta facendo pressione l’ “American Israel Public Affairs Committee” [AIPAC, uno dei principali gruppi di pressione a favore di Israele negli USA, ndt.], in quanto sarebbe una minaccia per il diritto costituzionale della libertà di parola.

Ogni americano – indipendentemente dalle proprie opinioni su Israele-Palestina – dovrebbe capire che la possibilità di prendere di mira e mettere in una lista nera concittadini che appoggiano i diritti dei palestinesi potrebbe rivelarsi la punta di un pesante cuneo autoritario.

Non è una novità. Circa 22 disegni di legge contro il BDS sono stati presentati agli organi legislativi del Congresso e degli Stati in tutto il Paese come parte di un pericoloso tentativo di mettere a tacere i sostenitori dei diritti umani dei palestinesi – alcuni sono già stati approvati. In molti casi questi disegni di legge vietano agli Stati ed al governo federale di fare affari con, o di investire in, imprese che aderiscono alle campagne di boicottaggio o disinvestimento riguardanti le violazioni delle leggi internazionali da parte di Israele. Nessuna di queste leggi è ancora stata messa alla prova in un tribunale.

Questa criminalizzazione dell’appoggio al BDS negli Stati Uniti rispecchia tentativi simili in Israele. Nel 2011 la Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] ha approvato una legge che consente che cittadini o organizzazioni israeliani che sostengono pubblicamente il BDS siano citati in giudizio da chiunque sia stato danneggiato dall’appello al boicottaggio. E all’inizio di quest’anno ha approvato una legge che consente ad Israele di negare l’ingresso a stranieri che abbiano pubblicamente sostenuto il boicottaggio. E’ stato in base a questa legge che a Alissa Wise, un rabbino americano che faceva parte di una delegazione interreligiosa in Terra Santa, è stato recentemente vietato di prendere un volo per Tel Aviv.

La criminalizzazione dei boicottaggi è anti-americana e anti-democratica. I boicottaggi sono sempre stati accettati come una forma legittima di protesta non-violenta negli Stati Uniti. Nel 1955 e nel 1956 un boicottaggio degli autobus a Montgomery, Alabama, innescato dalla protesta di Rosa Parks e di altri, diede inizio a una delle più importanti lotte per i diritti civili contro la segregazione nel Sud.

Più di recente la “National Collegiate Athletic Association” [associazione che organizza le attività sportive di 1.200 college e università negli USA, ndt.] ha rifiutato di tenere incontri del campionato in Nord Carolina dopo che i parlamentari dello Stato hanno approvato una legge che riduce la protezione legale di persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender e stabilisce norme discriminatorie riguardo all’uso dei gabinetti nei locali pubblici da parte di transgender. Numerosi artisti, compreso Bruce Springsteen, si sono rifiutati di esibirsi nello Stato; importanti imprese hanno annullato i propri investimenti in Nord Carolina. La voce del boicottaggio a sostegno dei diritti civili è stata ascoltata e la legge è stata respinta, anche se come parte di un discutibile compromesso.

In questi casi i progressisti hanno lodato coloro che boicottavano come paladini di uguaglianza. Perciò perché parlamentari nazionali – compresi democratici apparentemente progressisti – vogliono fare un’eccezione per quelli che sostengono uguali diritti per i palestinesi?

Quando la causa è giusta, il boicottaggio ha dimostrato di essere un metodo efficace per mettere in luce violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale. E’ per questo che il governo israeliano e i suoi sostenitori sono così impegnati a mettere a tacere chi appoggia il BDS.

Quotidianamente sentiamo commenti ricchi di spunti provocatori da editorialisti, dal comitato editoriale del Times e da collaboratori di ogni parte del mondo.

Per anni i gruppi filo-israeliani hanno tentato di demonizzare i sostenitori del BDS – credetemi, ne so qualcosa. Attualmente sto facendo un tour di 63 date negli Stati Uniti e in Canada. Un pubblico di decine di migliaia di persone si è unito al nostro spettacolo “Us+Them”, che parla di amore, comprensione, collaborazione e coesistenza e incoraggia la resistenza all’autoritarismo e al proto-fascismo. Queste esibizioni sono state accolte da poche e sporadiche proteste da parte dei sostenitori di destra di Israele.

Queste proteste sarebbero senza conseguenze, se non di rado non ne avessero alcune veramente negative. Per esempio, la città di Miami Beach, dopo pressioni da parte della “Greater Miami Jewish Federation”, ha vietato a un gruppo di scolari di comparire con me sul palco. Capisco che funzionari della città abbiano il diritto democratico di non essere d’accordo con le mie opinioni, ma sono rimasto scioccato che abbiano voluto prendersela con i bambini.

Questi attacchi sono ripetuti e relativamente poco importanti. Ma la “Legge contro il boicottaggio di Israele” è un grave esempio di “lawfare” [uso della legge per combattere delle posizioni politiche, ndt.]. Funzionari della Contea di Nassau a Long Island minacciano azioni legali per impedire due spettacoli che ho in programma per la prossima settimana, utilizzando una legge locale anti-BDS approvata nel 2016. Se il procuratore della contea di Nassau procederà contro i gestori dello stadio di Nassau, andremo in tribunale a perorare la causa di coloro che credono nei diritti umani universali e nel Primo Emendamento.

I sondaggi dimostrano che circa la metà degli americani, e una maggioranza tra i Democratici, sarebbe disposto ad appoggiare sanzioni contro Israele a causa della costruzione di colonie illegali sulla terra palestinese occupata. In effetti sempre più chiese, gruppi studenteschi, artisti, accademici e organizzazioni di lavoratori stanno appoggiando la tattica di boicottaggio e disinvestimento come mezzo per fare pressione su Israele perché ponga fine ai suoi soprusi contro i palestinesi. Se approvata, la “Legge contro il boicottaggio di Israele” potrebbe mettere a rischio di arresto con accuse di tradimento tutti costoro, dagli arcivescovi ai chierichetti, dagli artisti agli artigiani.

Quelli che stanno tentando di farmi tacere capiscono il potere dell’arte e della cultura. Conoscono il ruolo che gli artisti hanno giocato nella lotta per i diritti civili negli Stati Uniti e contro l’apartheid in Sud Africa. Vogliono fare di noi un esempio per scoraggiare altri dal prendere la parola.

Invece di lavorare per indebolire il BDS, il Congresso dovrebbe difendere il diritto, stabilito dal primo emendamento, di ogni americano e stare dalla parte giusta della storia appoggiando uguali diritti civili ed umani per tutti, indipendentemente dall’etnia e dalla religione.

Roger Waters, musicista e cantautore, è un co-fondatore del gruppo dei “Pink Floyd”.

(Traduzione di Amedeo Rossi)

 

 




Poliziotto buono, poliziotto cattivo dell’espulsione

Amira Hass

18 settembre 2017 Haaretz

Il parlamentare dell’estrema destra Bezalel Smotrich si prende semplicemente la briga di rendere pubblico il suo piano, mentre il generale Yoav Mordechai preferisce lavorare in silenzio.

Mentre Bezalel Smotrich parla di espulsioni, Yoav Mordechai, coordinatore delle attività di governo nei territori [palestinesi occupati] fa in modo che avvengano. Mentre il primo blatera di espulsione definitiva, il secondo tace sulle decine di piccole espulsioni che egli approva e supervisiona.

Per esempio, completando il piano per obbligare il clan Jahalin a lasciare Khan al-Amar per andare in un luogo nei pressi della discarica di Abu Dis, in modo che i coloni di Kfar Adumim possano espandersi a piacimento. Presto Mordechai approverà anche l’evacuazione forzata dei residenti palestinesi di Sussia, in modo che i coloni della zona possano soddisfare il proprio desiderio di avere più spazio.

Il membro del parlamento israeliano per la fazione “Unione nazionale – Tekuma” del [partito di estrema destra, ndt.] “La Casa ebraica” cerca di ottenere le prime pagine dei giornali. La persona che guida l’unità del ministero della Difesa nota come COGAT [“Coordinator of Government Activities in the Territories”, cioè “Coordinamento delle Attività Governative nei Territori”, ndt.] non ne ha bisogno. Entrambi sono stati preceduti da altri che ne condividevano le idee, lo status e le funzioni.

Il cittadino S. si prende il disturbo di rendere pubblico il proprio piano, il generale M. preferisce lavorare in silenzio. Come i suoi predecessori, sa che i giornalisti israeliani non sono interessati a queste piccole e continue espulsioni, per cui non ne riferiscono. Sicuramente i reporter non vogliono vedere il rapporto tra loro; dopo tutto che cos’hanno in comune quelli che vivono nelle baracche senza elettricità con la donna americana, sposata con un palestinese, a cui è stato detto da un arrogante impiegato dell’Amministrazione Civile [il governo militare sui territori palestinesi occupati, ndt.] che la sua richiesta di prolungamento del suo permesso di residenza era stato rifiutato perché aveva osato viaggiare dall’aeroporto internazionale Ben-Gurion?

Sia il civile che il militare sembrano abbastanza gradevoli. Il civile con la kippah [copricapo ebraico, ndt.] in testa sembra a qualcuno assolutamente velleitario, mentre ad altri pare un razzista allucinato che puoi odiare e sei invitato a detestare. L’uomo in uniforme e il basco è dipinto come un adulto responsabile, nel sistema quello equilibrato e logico. Fornisce ai commentatori militari e agli esperti di questioni palestinesi le sue informazioni sintetiche e filtrate senza concessioni e senza timore dello scetticismo professionale. Le indicazioni date a diplomatici stranieri e a importanti uomini politici palestinesi è di tenersi alla larga da Smotrich. Il COGAT, invece è un interlocutore ufficiale dei rappresentanti degli Stati donatori dell’Autorità Nazionale Palestinese, e un collaboratore ammirato e abituale di importanti uomini politici del governo palestinese e di Fatah.

Tentacoli di un sistema simile a un polpo

Il cittadino S., il più giovane dei due, rappresenta una corrente politica minoritaria, anche se in espansione. Il generale M., il più anziano, è parte di una burocrazia ben oliata, ibrida, civile-militare, che è consolidata, con esperienza e simile a un polipo: l’Amministrazione Civile, impiegati governativi e personale dell’esercito, il Coordinamento Distrettuale e l’Amministrazione di Contatto, gli uffici di coordinamento distrettuale, l’amministrazione della Linea di Congiunzione, l’amministrazione dell’area di Gerusalemme, la Commissione Suprema di Pianificazione in Giudea e Samaria [denominazione israeliana di Cisgiordania, ndt.], il subcomitato di ispezione, i comitati di orientamento ispirati da o in collaborazione con lo Shin Bet [servizio di intelligence israeliano, ndt.], chiamateli come volete.

Negli scorsi anni l’assillo razzista dell’associazione no profit “Regavim”, che Smotrich ha contribuito a fondare, ha esortato l’Amministrazione Civile (subordinata al COGAT) ad accelerare la demolizione di strutture palestinesi. Inviando una richiesta all’Alta Corte di Giustizia, il gruppo, che intende preservare le terre della Nazione, ha fatto pressione per espellere dalle loro case gli abitanti di Sussia e di Khan al-Amar. Ma è l’Amministrazione civile che mette in pratica la politica di divieto di costruzione, di demolizioni e di furto delle terre palestinesi per darle agli ebrei – con ogni sorta di metodi palesi o occulti, che sono stati elaborati molto prima che Smotrich nascesse e “Regavim” fosse fondato.

Il COGAT e l’Amministrazione Civile agiscono lentamente ma inesorabilmente. Forniscono anche puntuali spiegazioni burocratiche per le loro iniziative che sono in apparenza puramente obiettive e professionali. Il 13 settembre rappresentanti dell’Amministrazione Civile si sono presentati al campo di tende del clan Jahalin a est di Gerusalemme e hanno informato gli abitanti che lo Stato aveva destinato loro un terreno in un misero, affollato e poverissimo villaggio chiamato “al-Jabal”, che era stato fondato 20 anni fa per beduini che erano stati espulsi per permettere a Ma’aleh Adumim [grande colonia israeliana a est di Gerusalemme, ndt.] di espandersi. L’avvocato della comunità, Shlomo Lecker, aveva informato il funzionario dell’Amministrazione Civile che a lui non era consentito incontrare i suoi clienti senza la sua presenza ed il suo consenso, ma il pubblico ufficiale ha semplicemente ignorato il messaggio.

L’Amministrazione Civile si sta preparando per il prossimo lunedì, il 25 settembre, quando il ricorso della comunità contro la demolizione delle sue strutture dovrebbe essere preso in considerazione. Come ha scritto B’Tselem: “Sembra che le azioni dell’Amministrazione Civile stiano preparando il terreno affinché lo Stato sostenga che sta agendo con buona volontà e che ha consultato la comunità.”

La scorsa settimana ho scritto un reportage, che probabilmente interessava a due lettori e mezzo, sui palestinesi (soprattutto maschi) che hanno osato sposare cittadini di Paesi con cui Israele ha rapporti diplomatici ed accordi per l’ingresso. Improvvisamente, senza preavviso o prendersi la briga di spiegare, il COGAT sta rendendo difficile per le loro famiglie rimanere unite. Per un verso, da molto tempo ha bloccato il processo attraverso cui chi è in possesso di passaporti stranieri e con famiglia palestinese può diventare residente permanente in Cisgiordania. Per l’altro, limita i loro visti e vieta loro di lavorare.

Come i suoi predecessori, questo coordinatore sta facendo il lavoro di mettere in pratica le politiche del governo. E’ così che obbliga famiglie “miste” a lasciare la Cisgiordania per andare all’estero, senza sbandierare quella che è l’intenzione reale.

L’espulsione di palestinesi dalle loro terre e case attraversa come una linea di filo spinato la storia di Israele, dal periodo precedente la costituzione dello Stato fino ad ora. Smotrich e Mordechai sono sia i prodotti che gli artefici di quella storia e di quella società, che negano le espulsioni che hanno attuato e continuano ad attuare, mentre al contempo non comprendono la ragione di tutto questo polverone e perché ciò sia un crimine.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Crimini di guerra e ferite aperte: la dottoressa che ha sfidato la segregazione israeliana

Alon Mizrahi

 12 settembre 2017,+972

In occasione dei suoi 80 anni, Ruchama Marton, la fondatrice di “Physicians for Human Rights-Israel”, parla delle atrocità di cui è stata testimone quando era soldatessa, del duraturo potere del femminismo e perché solo un aiuto dall’esterno ha la possibilità di porre fine al dominio militare israeliano sui palestinesi.

Ruchama Marton viene dalla generazione che si potrebbe chiamare 1.5 degli attivisti israeliani contro l’occupazione. Era un po’ troppo giovane per partecipare al piccolo gruppo di avanguardia che fondò la rivoluzionaria organizzazione socialista Matzpen negli anni ’60, ma abbastanza grande da aver preso lezioni da una testa calda, il professor Yeshayahu Leibowitz [grande intellettuale e teologo ebreo israeliano, molto critico con gli esiti del sionismo, ndt.] a Gerusalemme. Là, mentre frequentava la facoltà di medicina, ha rivoluzionato la procedura di ammissione per le studentesse, che portò all’abolizione delle quote di ammissione. E quando scoprì che nella facoltà di medicina c’era un bando contro le donne in pantaloni, si ribellò anche contro di esso.

Marton ha fondato “Physicians for Human Rights-Israel” [“Medici per i Diritti Umani – Israele”] durante la Prima Intifada, portando il termine “diritti umani” nel discorso politico israeliano. Nata in Israele, dove ha passato tutta la sua vita, è stata per più di 40 anni una psichiatra impegnata. Il suo rapporto con questo posto è complicato e doloroso, quasi impossibile.

Marton non modera le sue parole quando si tratta delle organizzazioni di sinistra e per la pace, che vede come una specie di “società umanitaria”, attribuendo scarsa importanza ad un attivismo che non faccia i conti direttamente con la violazione dei diritti umani, il cui nucleo centrale sono i diritti politici.

Per tutta la sua vita si è indignata per l’ingiustizia e la segregazione. Tra la lotta contro lo sciovinismo, il patriarcato e quella di tutta una vita contro l’occupazione, rifiuta di rimanere in silenzio.

Ho incontrato Marton per un’intervista nella sua casa di Tel Aviv in occasione dei suoi 80 anni. Avevo previsto che non mi sarebbe stato facile. Avevo ragione.

Come psichiatra con anni di esperienza voglio iniziare con quella che ritengo una grande domanda. Perché siamo così ossessivamente legati alla disumanizzazione degli arabi? Perché sembra che il maggior desiderio di questo posto sia negare ai palestinesi qualunque tipo di riconoscimento e di legittimazione? In fin dei conti a questo punto non ha uno scopo concreto, abbiamo già vinto.

Cosa intende con ‘non ha uno scopo concreto?’ Non ha senso. Serve agli interessi sionisti. A ogni singolo [interesse].

Mi spieghi

Innanzitutto, siamo colonialisti. Il sionismo è colonialista. E la prima cosa che un buon colonialista fa è spogliare. Spogliare di cosa? Di tutto quello che può. Di quello che è importante, di tutto quello che gli serve. Della terra. Delle risorse naturali. E, naturalmente, dell’umanità. Dopotutto è ovvio che per controllare qualcun altro devi portargli via la sua umanità.”

Ma questo progetto non è terminato? Non è che noi adesso siamo in guerra e stiamo per conquistare un nuovo territorio. La “Guerra di indipendenza” [denominazione sionista della guerra contro palestinesi ed arabi nel 1947-48, ndt.] è finita molto tempo fa. Abbiamo vinto. Abbiamo già tracciato dei confini. Perché abbiamo ancora bisogno di quella mentalità?

Quali confini? Non ci sono confini, non ci saranno confini, e non vedo che ci sia una qualunque intenzione di tracciarli ora. Ma, oltre a ciò, la spoliazione è un compito senza fine. Quel popolo occupato, quel popolo spogliato, che sia all’interno o all’esterno della Linea Verde [il confine tra Israele e Giordania fino alla guerra del ’67 e all’occupazione israeliana della Cisgiordania, ndt.], non è d’accordo. Non si arrende. Non accetta di essere spogliato della sua terra, della sua acqua, della sua umanità. Come ha detto Hannah Arendt: “Senza diritti politici non c’è essere umano. I diritti politici vengono prima di ogni altra cosa. Prima del diritto di proprietà, di movimento, di riunione e associazione. Quelli sono tutti molto belli, ma sono secondari. Senza diritti politici, tutto quello che fai è beneficienza. Senza diritti politici, non c’è niente.”

La famiglia di Ruchama è arrivata in Israele da una regione rurale della Polonia. Entrambi i suoi genitori sono cresciuti in famiglie religiose, come la maggioranza degli ebrei in quei tempi, sicuramente quelli che vivevano fuori dalle grandi città. Dice che suo padre era così affascinato dalle idee comuniste che per mesi risparmiò segretamente denaro per poter andare in Russia negli anni ’20.

La notte prima che se ne andasse,” racconta, “suo padre entrò nella sua stanza e disse: ‘So che hai risparmiato denaro e so per fare cosa. Voglio chiederti che tu mi prometta una cosa. Vuoi andartene? Vai. Vai in America, vai in Palestina. Promettimi solo che non andrai in Russia. Ti uccideranno.’ Mio padre fece la promessa e la mantenne.”

I suoi genitori si sono stabiliti nel quartiere di Geula a Gerusalemme. Lei è nata nel 1937. Si ricorda il Mandato britannico a Gerusalemme?

Certo. Ricordo i soldati australiani che pattugliavano le strade, e che camminavo verso il “Muro del Pianto” con mia nonna. Avremmo camminato attraverso la Città Vecchia, oltre il mercato arabo; non avevamo paura. Non c’era neanche una grande amicizia, ma non c’era paura.

A Gerusalemme ogni notte c’era il coprifuoco. Ricordo una notte in cui rimasi a dormire da un’amica fin dopo il coprifuoco, scesi in strada e iniziai a camminare verso casa. Un soldato australiano mi chiamò, ma non capii quello che mi stava dicendo, in quanto non parlavo inglese. Mi raggiunse e cercò di capire cosa stessi facendo là, dove stessi andando.

Era un gigante, probabilmente alto 2 metri. Non so come successe, ma mi prese per mano e mi accompagnò a casa. Una ragazzina con un gigantesco soldato australiano.

La nonna che soleva portarmi con sé verso il Muro del Pianto venne uccisa da una bomba all’inizio della Guerra di Indipendenza. Uscì per prendere acqua con un secchio da un vicino che aveva bambini piccoli e venne colpita da una bomba sparata dagli arabi. Poco dopo ci spostammo a Tel Aviv, che era un mondo totalmente diverso.

Tel Aviv era molto diversa da Gerusalemme. Aveva un’atmosfera di stravaganza e di sfrenatezza. Vivevamo in una zona ai confini della città: c’erano pochissime case là. Era circondata da orti, da giardini arabi e da campi di canna da zucchero che crescevano lungo il fiume Yarkon [in arabo El-Auja, il “sinuoso”, ndt.]. Era un altro mondo.”

Aveva degli amici a Tel Aviv? Non deve essere stato facile.

Io non conoscevo nessuno lì, ovviamente. E genitori e figli di quella generazione difficilmente parlavano tra loro. Ma nella casa di fronte a noi, l’unica casa vicina, c’era una famiglia araba. Avevano un orto, un giardino e un piccolo gregge di pecore e capre.

Avevano due bambini, Zeidin, che aveva circa un anno meno di me, e Fatima, che era un po’ più grande di me. Erano i miei migliori amici. Eravamo soliti giocare insieme, passare insieme le giornate negli orti e in mezzo alla natura. Gli volevo bene.

Alla fine del 1947 arrivarono dei soldati e cacciarono la famiglia. Mi ricordo che stavo lì a guardare svolgersi quella scena. Caricarono i loro pochi averi e la vecchia nonna su un asino e partirono verso l’est. La loro casa esiste ancora – è stata trasformata in una sinagoga.”

Anche durante la guerra del Sinai del 1956 [combattuta da Francia, Inghilterra ed Israele contro l’Egitto di Nasser, che aveva nazionalizzato il canale di Suez, ndt.] lei ha assistito a scene che l’hanno profondamente segnata.

L’assassinio di prigionieri da parte dei soldati della mia unità, la ‘Givati’.”

Cosa successe lì?

Nei giorni che seguirono l’invasione israeliana della penisola del Sinai, i soldati egiziani continuavano ad arrendersi. Venivano fuori dalle dune di sabbia, a volte a piedi nudi, bruciati dal sole del deserto, sporchi e sudati, con le mani in alto.

I nostri soldati gli sparavano. A decine di loro, forse più. E’ proprio quello che ho visto. Scendevano dalle dune e i soldati prendevano i fucili e li uccidevano.”

E cosa ne facevano? Li lasciavano semplicemente lì sulla sabbia?

Sì. Questo mi fece stare male. Fisicamente male. Vomitai ed ero in uno stato terribile. Andai dal mio comandante e gli chiesi di andarmene. Gli raccontai che era a causa di quello che era successo. Non c’è bisogno di dirlo, lui “non sapeva” assolutamente di cosa stessi parlando. Ma mi autorizzò ad andarmene e chiesi un passaggio per tornare a casa.

Volevo parlare di quello che era successo. Volevo pubblicarlo, ma nessuno accettò. Mi dissero di lasciar perdere. Avevo amici che lavoravano per dei giornali, e pensai, ingenuamente, che avrebbero voluto pubblicarlo. Nessuno accettò di occuparsene. Quando avevo 19 anni sapevo già che quello che mi dicevano del sionismo e dell’esercito era un sacco di menzogne.”

Una ricerca su internet sull’uccisione di prigionieri durante la guerra del Sinai porta a una serie di siti, compresa un’intervista al generale Arieh Biro, che ammise che lui e i suoi soldati uccisero prigionieri egiziani durante la guerra. Posso solo presumere che le uccisioni che ebbero luogo furono molto più frequenti e gravi di quelle scoperte dall’ “inchiesta” ordinata da Shimon Peres nel 1995.

Dopo l’esercito lei è andata alla facoltà di medicina. All’epoca c’erano quote per le donne. 

Sì. C’era un numero stabilito e non volevano che molte donne diventassero medico. Per cui le limitavano a una quota del 10%. Ho condotto una lotta contro ciò insieme ad altri studenti e membri della facoltà, che portò alla cancellazione della quota. Da allora le donne sono ammesse alla facoltà di medicina in Israele in base ai loro titoli, proprio come gli uomini.”

Dopo tutti i suoi anni di lavoro con la psicologia umana e il conflitto, vede qualche cambiamento? Se ho capito bene [quello che lei ha detto], nonostante tutte le notevoli capacità propagandistiche che Israele ha sviluppato, nonostante il continuo lavaggio del cervello, da quanto sta dicendo sembra che fosse lo stesso negli anni ’50.

In primo luogo il sionismo e quello che un essere umano è sono due cose che non si incontrano. Ma qui non c’è stato un cambiamento essenziale. E’ sempre lo stesso. E’ vero che la macchina della propaganda sionista renderebbe orgogliosi i sovietici, ma l’essenza delle convinzioni su questioni fondamentali, sul trattamento degli arabi e sul loro posto – queste convinzioni non sono cambiate.”

Una salute mentale rivoluzionaria

A 80 anni Marton è ancora una psichiatra in attività. Nei suoi molti anni di professione ha sostenuto e fatto campagna per portare la cura della salute mentale fuori dagli ospedali psichiatrici e all’interno della società.

Sono rimasto molto sorpreso che ci fosse qualcuno in Israele che parlasse di cure psichiatriche come parte della comunità. Ciò significa davvero normalizzare la salute mentale.

Perché non ci dovrebbe essere un consultorio psichiatrico all’interno degli ambulatori di quartiere? Ci dovrebbero essere un optometrista, un otorinolaringoiatra e uno psichiatra. Esattamente nello stesso posto, allo stesso piano, nello stesso corridoio, in base allo stesso concetto.”

Lei ha creduto in questo fin dall’inizio della sua carriera e ha fatto passi concreti per realizzarlo.

Sono stata la prima persona in Israele che ha fatto una proposta al sistema sanitario – sono andata fin da Shimon Peres e da altri, ho detto loro che i consultori psichiatrici non devono essere all’interno degli ospedali psichiatrici. Non è altro che un disastro. Le persone hanno un terribile stigma che le scoraggia dall’entrare in un ospedale psichiatrico.

C’era un direttore, Davidson (il prof. Shamai Davidson, direttore dell’ospedale “Shalvata” dal 1973 al 1986. Arrivò in Israele da Dublino nel 1955), era veramente un santo, comprese veramente e appoggiò l’idea di cure psichiatriche inserite nella comunità. Il concetto di comunità è una cosa che si era portato dalla diaspora. Mi stette ad ascoltare con il cuore aperto e fu colui che portò avanti quella rivoluzione e che portò all’apertura di un ambulatorio per il trattamento psichiatrico a Morasha, e poi a Ramat Hasharon, e da lì si è diffuso.

A tutt’oggi il progetto non è stato completato. Ma abbiamo rotto quel muro iniziale.

Sa quante persone non chiedono un aiuto perché l’ambulatorio è situato all’interno di un ospedale psichiatrico? E quindi cosa succede? Crollano e vengono ospedalizzate. Grandioso! Abbiamo ottenuto quello che volevamo.”

Sto ascoltando quello che dice, e penso: c’è qualcosa di giustificato in merito al timore della gente nei confronti del sistema psichiatrico. Qualcosa riguardo alla percezione di se stesso e del paziente da parte del sistema – è qualcosa di insano.

E’ verissimo. Quello era ciò per cui stavo lottando. Ma oggi i miei giorni di lotta sono passati. Dopo 30 o 40 anni ne ho avuto abbastanza. Forse non sono riuscita in tutto, ma in alcune cose sì. Sono molto orgogliosa di questo.”

Lei pensa al conflitto israelo-palestinese o alla storia del sionismo in termini psicologici? La storia dell’uccisione di prigionieri, per esempio, simile a quello che ho sentito da persone a me vicine, mi riempie di profonda vergogna.

Sono affascinata dall’argomento della vergogna. E’ un sentimento su cui ho lavorato per la maggior parte degli anni. Credo che senza vergogna non ci sia speranza per il mondo – non ci sia essere umano. Senza vergogna una persona può fare qualunque cosa. Una delle cose che ci sono successe è che abbiamo perso ogni vergogna. I soldati che sparavano ai prigionieri non si vergognavano. E’ per questo che fecero quello che fecero.”

In quale altro posto lei vede esempi di questa mancanza di vergogna?

Nella mia professione. I palestinesi coinvolti nel terrorismo, o quanto meno accusati di questo, sono mandati ad un esame psichiatrico. Si sorprenderà di saperlo, ma semplicemente non ci sono palestinesi con problemi mentali – almeno non del tipo che gli impedisca di essere giudicati da Israele. I palestinesi non hanno il diritto di essere pazzi.”

Psichiatri israeliani esaminano imputati palestinesi e sanno che soffrono di vari problemi psichiatrici, eppure li dichiarano in grado di essere processati?

Certo che lo sanno. E come so che loro lo sanno? Perché dopo che sono stati giudicati e mandati in carcere, ricevono medicine per la schizofrenia. E non si tratta di errori dovuti all’ignoranza. Sto parlando di bravi medici. Ciononostante fanno diagnosi ridicole e sbagliate.

Ci sono andata ed ho visto con i miei occhi. Ho parlato ai prigionieri. All’epoca ho scritto di questo sul giornale. Sono stata sanzionata dall’ordine dei medici israeliani per aver fatto i nomi dei medici coinvolti in queste diagnosi. Avevano intenzione di denunciarmi, ma hanno deciso di lasciar perdere per non rendere noti tutti gli sporchi trucchi che si svolgono a porte chiuse. Allora sono stata obbligata a scrivere una lettera di scuse. Ho scritto la lettera, che includeva due righe di scuse, seguite da un resoconto completo delle cose che ho saputo, comprese le diagnosi sbagliate e quello che c’era dietro. Finora quella lettera non è mai stata pubblicata.”

Quella non è stata la fine dei problemi di Marton e “Physicians for Human Rights-Israel” (PHRI) con l’ordine dei medici israeliani e con le istituzioni israeliane. Nel 2009 l’ordine ha annunciato che avrebbe rotto i rapporti con “PHRI” dopo che l’organizzazione ha accusato dottori israeliani di partecipare alle torture. Inoltre l’amministrazione tributaria ha rifiutato di rinnovare lo status come associazione pubblica dell’organizzazione per fini fiscali, da quando ha pubblicato una dichiarazione secondo la quale l’occupazione è una violazione dei diritti umani – compreso il diritto alla salute. Secondo l’amministrazione tributaria, queste affermazioni sono ritenute “politiche”.

La medicina è una questione politica

Com’è nato “Medici per i Diritti Umani – Israele”?

Quando ho deciso di fare qualcosa di concreto, qualcosa di politico, ho utilizzato quello che avevo a disposizione: la medicina. Ho contattato un’organizzazione di medici palestinesi. Volontari palestinesi andavano sul terreno a curare le persone, e mi sono unita a loro.

In seguito ho iniziato ad organizzare volontari israeliani. Ho dovuto pregare persone di venire con me il sabato mattina. All’inizio sono riuscita a trovare due persone, che sembravano un grande risultato. Ora vanno (in Cisgiordania) circa 30 volontari con un ambulatorio mobile.

Ho stabilito io le regole dell’organizzazione: siamo sempre insieme noi e i palestinesi. Non è mai una delegazione di bianchi colonialisti che vanno a salvare i nativi. Lavoriamo insieme in pieno accordo con i nostri colleghi palestinesi: sono loro a dire dove hanno bisogno di noi e nell’assoluta maggioranza dei casi è lì che andiamo.”

E dove lavorate? Non è che abbiano ambulatori organizzati.

Ambulatori? C’è a malapena qualche ambulatorio in quei villaggi, e quelli che ci sono sono piccoli e inutilizzabili per gruppi numerosi come il nostro. Utilizziamo scuole e uffici delle amministrazioni locali. E non c’è bisogno di fare grandi annunci – la voce gira nel villaggio e in quelli vicini. La prima cosa il sabato mattina è che c’è già troppa gente.”

Che tipo di cure fornite?

Tutto quello che si può fare sul campo, compresi interventi chirurgici relativamente semplici. Portiamo con noi medicine regalate, e scriviamo prescrizioni per quelle che non abbiamo. Quando c’è la necessità di esami complicati li inviamo a diversi ospedali dell’Autorità Nazionale Palestinese e in Israele. Anche ciò ha implicato molti anni di lotta.”

Lo Stato di Israele non si è mai ritenuto responsabile della salute di quelli che occupa.

E’ vero. Ma fino a Oslo, o alla Prima Intifada, c’erano ospedali palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, che dopo il 1967 erano diventati ospedali pubblici israeliani. C’era un bilancio molto ridotto per la salute, niente a che vedere con un Paese normale. Ma, per esempio, c’era uno stanziamento di fondi per le vaccinazioni. Paradossalmente nei campi dei rifugiati la situazione era molto migliore, dato che erano sotto la responsabilità dell’UNRWA [l’agenzia ONU per i profughi palestinesi, ndt.].

Quando scoppiò la Prima Intifada una delle decisioni prese dall’allora ministro della Difesa Yitzhak Rabin fu di bloccare il bilancio dei servizi medici palestinesi. Quando lo venni a sapere mi precipitai a Londra e mi presentai agli uffici della BBC. Parlai loro della situazione nei territori occupati e inviarono un’equipe per fare un breve servizio sulla decisione e sulle sue conseguenze, ossia gente che moriva in casa per la mancanza di cure mediche. Il clamore convinse Rabin a ripristinare almeno una parte degli stanziamenti.”

Vai a casa, vestiti

Pochi giorni fa sul giornale c’era una foto del capo del Mossad che visitava la casa del consigliere per la sicurezza nazionale degli USA. Nella foto tutte le persone erano uomini. Sono molto contento di dire che una simile foto oggi mi sembra strana.

Ciò mi riporta all’argomento della segregazione. E’ così che alle persone si insegna a pensare di se stesse. Quella separazione, il fatto che ci sia una tribuna per le donne (nella sinagoga) ed ora vogliano la separazione [tra i sessi] anche nell’esercito e nelle università. La segregazione è la radice di ogni male.

Le mie prime battaglie non sono state sul problema palestinese. Sono state femministe, anche se all’epoca non le chiamavo così.

Lei è una donna orgogliosa.

Non abbastanza. Sono troppo orgogliosa per chiedere un riconoscimento e a volte sono piena di risentimento per non averlo ottenuto. Per esempio, sono stata la prima ad introdurre il concetto di “diritti umani” nel dibattito israeliano. Prima c’erano i “diritti civili”, ma i diritti umani come concetto politico sono stati merito mio.”

Eppure lei ancora non se la sente di chiedere che le venga riconosciuto.

E’ vero. Forse è il risultato della mia educazione femminile. Non femminista, femminile. Quella che insegna alle donne a non farsi notare. Ad essere gentili, a sorridere, a non essere arrabbiate. A non iniziare mai una frase con la parola “Io”. E’ così che sono educate le donne.”

Lei è indignata dallo sciovinismo [maschile]. Non è molto diverso dalla sua indignazione contro l’occupazione.

Per tutta la mia vita ho dovuto lottare contro stigmi e norme separate per le donne. Con il fatto che alle donne non fosse permesso mettersi i pantaloni nella facoltà di medicina nella fredda Gerusalemme. Quando mi sono presentata con i pantaloni una docente mi ha detto: ‘Tu, signorina, vai a casa, vestiti come si deve e torna indietro.’ Sono andata a casa e non sono tornata. Ho scatenato un putiferio ed alla fine ho vinto.”

Critiche a ogni parte

Lei è molto critica con la Sinistra israeliana e con il modo in cui si oppone all’occupazione.

Non c’è una Sinistra israeliana. Quello che dobbiamo fare è ricostruire da zero le organizzazioni dei diritti umani israeliane in modo che siano disposte a lottare per porre fine all’apartheid. Apartheid che distingue tra quelli che hanno tutto e quelli che non hanno niente. Quelli a cui è consentito tutto e quelli a cui tutto è proibito. Se non vogliono intraprendere questa lotta, per cosa stanno lottando? Per la loro stessa immagine.

Non puoi combattere contro il colonialismo, l’occupazione, l’apartheid – chiamalo come vuoi- avendo un ruolo alla corte del governo, in base al programma del governo. Devi rompere questi confini.”

Effettivamente il partito Laburista ha mantenuto l’occupazione per ben 10 anni e non ha fatto niente a questo proposito.

Non dica che il Mapai [il predecessore del partito Laburista, in cui è confluito nel 1968, ndt.] non ha fatto niente. Sono stati quelli che hanno fondato le colonie. Begin [fondatore del Likud e dal 1977 al 1983 primo capo del governo israeliano di destra, ndt.] è stato l’unico leader giusto che abbiamo avuto. Dico sul serio. Sotto il suo governo la tortura è stata totalmente vietata. Quando il capo dello Shin Bet andò da lui e gli chiese: ‘Signore, neanche uno schiaffo?’ disse: ‘No, neanche uno schiaffo.’”

Begin vietò di demolire case, vietò le espulsioni. E’ stato l’unico uomo giusto a Sodoma. Non c’è mai stato un solo uomo giusto né prima né dopo di lui.”

Ho sempre pensato, ed ancora penso, che la normale Destra revisionista [i seguaci della corrente di destra del sionismo, ndt.] moderata sia il campo con le migliori possibilità di trattare gli arabi in modo umano.

Non voglio un trattamento umano degli arabi. Voglio diritti politici. Poi puoi essere umano o quello che vuoi. Senza diritti politici continui ad essere un colonialista, un occupante, un sostenitore dell’apartheid.

Un’organizzazione dei diritti umani che non voglia lottare per questo sta ululando alla luna. E’ priva di senso.”

In un certo senso lei sta parlando anche di se stessa. E’ una resa dei conti personale.

E’ vero. Le sto parlando dopo 30 o forse 50 anni di lotta contro l’occupazione. Abbiamo bisogno di aiuto esterno. E sto parlando soprattutto di una cosa: il BDS [il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni contro Israele, ndt.].”

Lavorare per questa causa in Israele non è facile.

Ride. “E’ una questione che riguarda i traditori, e i traditori di oggi sono gli eroi di domani. Chiunque non voglia pagare quel prezzo non sa come lottare. Se non paghi un prezzo tu stai lottando solo per la tua bella immagine. Finché l’occupazione continuerà, finché continuerà l’apartheid, non importa se tu sei un po’ più o un po’ meno bello.”

Si ferma un momento a pensare.

Dobbiamo lottare contro l’idea della segregazione, perché è una separazione tra me e la politica, tra gli arabi e la loro terra, tra gli arabi e la loro dignità umana. La segregazione è la ferita. E’ l’asse attorno al quale girano le cose.”

Anche se gli ebrei portarono qui con sé l’idea della segregazione. In fin dei conti, c’è ogni sorta di segregazione tra gli stessi ebrei, in base a divisioni etniche, religiose e politiche.

Sicuramente qui c’è segregazione a tutti i livelli. Dopotutto, qui siamo divisi tra ebrei di prima e di seconda categoria, e sotto di loro ci sono i palestinesi cittadini di Israele, e i palestinesi in Cisgiordania sono ancora più in basso. E proprio in fondo alla scala ci sono i richiedenti asilo e i rifugiati (“Medici per i Diritti Umani” ha una “clinica aperta” che fornisce cure mediche ai rifugiati e ai richiedenti asilo).

La segregazione esiste all’interno della nostra società come un principio politico fondamentale. Se cancelliamo la segregazione, poi che succede? Sarà un disastro politico per il regime – non solo per la Destra.

Se penso a quello che la mia organizzazione ha fatto – ai viaggi a Gaza, alla distribuzione di medicinali per la solidarietà, al tentativo di infrangere la segregazione – quello è stato il nostro maggior risultato.”

Alon Mizrahi è uno scrittore e un blogger presso “Local Call” [“Chiamata locale, sito in ebraico di +972, ndt.], dove il suo articolo è stato per la prima volta pubblicato in ebraico. E’ stato tradotto dall’originale in ebraico da Shoshana London Sappir.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Hamas si impegna a sciogliere il comitato amministrativo e a tenere elezioni

Ma’an News – 17 settembre 2017

Betlemme (Ma’an) – Hamas, il partito che di fatto governa la Striscia di Gaza, si è impegnato a sciogliere il proprio comitato amministrativo, che gestisce l’enclave costiera assediata, ed ha affermato di essere pronto a tenere elezioni generali, come passo per la riconciliazione con l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) guidata da Fatah.

Una dichiarazione del movimento Hamas ha affermato che la decisione è una risposta ai recenti sforzi diplomatici dell’Egitto per riconciliare le fazioni rivali, mentre il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ha chiesto ad Hamas di porre fine al comitato amministrativo, di restituire il controllo del piccolo territorio all’ANP e di tenere elezioni presidenziali e legislative.

Hamas e l’ANP guidata da Fatah sono stati coinvolti in un conflitto più che decennale dal 2006, quando Hamas vinse le elezioni legislative palestinesi e scoppiò un sanguinoso conflitto tra i due gruppi.

Nonostante numerosi tentativi di riconciliarli, i dirigenti palestinesi hanno ripetutamente mancato di dare seguito alle promesse di riappacificazione e di tenere le elezioni a lungo attese, in quanto entrambi i movimenti si sono spesso incolpati a vicenda dei numerosi errori politici.

Il movimento Hamas domenica ha affermato di aver sciolto il comitato amministrativo, formato all’inizio di quest’anno con grande indignazione dell’ANP, di accettare per la prima volta dal 2006 di tenere elezioni generali, di iniziare colloqui con Fatah e consentire al governo di riconciliazione nazionale di gestire Gaza.

Nell’aprile 2014 Hamas ha firmato un accordo di riconciliazione con l’OLP, che doveva preparare la strada ad elezioni generali entro la fine del 2014. Tuttavia quell’anno un devastante attacco israeliano di 50 giorni contro Gaza, così come una disputa sul pagamento dei salari a decine di migliaia di [membri delle] forze di sicurezza di Hamas, hanno bloccato subito il proseguimento dell’accordo verso la riconciliazione.

La crisi politica palestinese da allora non ha fatto che continuare a peggiorare, ed Hamas ha detto di aver formato il comitato dopo che il governo di intesa non si era preso la responsabilità dell’amministrazione di Gaza. L’ANP ha sostenuto che Hamas stava cercando di formare un “governo ombra” per rendere Gaza indipendente dalla Cisgiordania.

Negli ultimi mesi l’ANP è stata anche accusata di aver fatto cadere deliberatamente l’impoverita Striscia di Gaza ancor più in una catastrofe umanitaria – tagliando i finanziamenti per il combustibile da Israele, le medicine e i salari degli impiegati civili e degli ex-prigionieri – per strappare ad Hamas il controllo sul territorio.

Lo scorso mese Abbas ha minacciato di intraprendere ulteriori misure repressive contro il territorio impoverito se Hamas non avesse ottemperato senza condizioni alle richieste dell’ANP per porre fine al comitato amministrativo, restituire il controllo dell’enclave all’ANP e tenere elezioni presidenziali e legislative.

In seguito all’accettazione di queste condizioni basilari da parte di Hamas domenica, l’importante dirigente di Fatah Mahmoud Aloul ha detto all’agenzia di stampa Reuters di accogliere favorevolmente ma con cautela la posizione di Hamas. “Se questa è la dichiarazione di Hamas, allora si tratta di un segnale positivo,” avrebbe detto. “Noi del movimento Fatah siamo pronti a mettere in atto la riconciliazione.”

L’agenzia di stampa “Wafa”, dell’ANP, ha detto che anche il membro del comitato centrale di Fatah Azzam al-Ahmed ha plaudito alla decisione di Hamas di sciogliere il comitato amministrativo.

Al-Ahmed, che attualmente si trova al Cairo per i colloqui di riconciliazione con Hamas condotti dall’Egitto, ha detto a “Wafa” che si è tenuta una lunga riunione tra la delegazione di Fatah al Cairo e il capo dei servizi segreti egiziani, il ministro Khaled Fawzi, in cui hanno rinnovato i continui sforzi esercitati dall’Egitto per porre fine alla divisione interna palestinese.

Secondo il reportage di “Wafa” Al-Hamed ha confermato notizie secondo cui la delegazione di Fatah si è incontrata con i dirigenti di Hamas e “ha salutato l’appello di Hamas per un governo di unità che riprenda il suo lavoro normale a Gaza, così come il suo accordo per tenere elezioni presidenziali e legislative.”

Wafa” ha detto che il dirigente di Fatah ha anche affermato che ci saranno incontri bilaterali tra dirigenti di Fatah e di Hamas, seguiti da una riunione di tutte le fazioni palestinesi che hanno siglato l’accordo di riconciliazione del maggio 2011 “al fine di iniziare passi concreti per mettere in atto l’accordo,” ed ha espresso la speranza che nei prossimi giorni si possa “assistere a passi concreti e tangibili.”

Anche Nickolay Mladenov,  coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, ha rilasciato una dichiarazione in cui ha accolto positivamente l’annuncio di Hamas. “Plaudo al recente comunicato di Hamas in cui annuncia lo scioglimento del comitato amministrativo a Gaza e il consenso a permettere al governo di unità nazionale di prendere il controllo a Gaza,” ha affermato.

Mi congratulo con le autorità egiziane per i loro incessanti sforzi per determinare questa situazione positiva. Tutti i partiti devono cogliere questa opportunità per ristabilire l’unità ed aprire una nuova pagina per il popolo palestinese,” ha proseguito l’inviato dell’ONU. “Le Nazioni Unite sono pronte ad assistere qualunque tentativo a questo proposito. E’ fondamentale che la grave situazione umanitaria a Gaza, in particolare la durissima crisi elettrica, sia affrontata come una priorità.”

Questo sviluppo è arrivato inoltre dopo che la scorsa settimana il capo del comitato centrale del movimento Hamas Ismail Haniyeh ed altri importanti membri di Hamas si sono incontrati con funzionari dell’intelligence egiziana al Cairo, con colloqui centrati sulla disponibilità di lavorare per l’unità nazionale.

La dirigenza di Hamas ha detto agli egiziani di essere disposta a consentire al governo di riconciliazione nazionale palestinese di farsi carico di Gaza e di svolgere le elezioni, purché tutte le fazioni palestinesi tengano una conferenza al Cairo dopo l’elezione di un governo nazionale che si faccia carico della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e di Gerusalemme est.

Una fonte egiziana vicina ai servizi di sicurezza ha detto al giornale israeliano “Haaretz” che Hamas sta cercando di dimostrare all’Egitto che non sta ostacolando la riconciliazione e sta accogliendo le richieste, sperando di raccoglierne i frutti se e quando i colloqui dovessero essere messi in dubbio da parte dell’ANP.

Negli scorsi mesi Hamas ha cercato di migliorare i rapporti con il Cairo, incrementando la sicurezza sulle frontiere, compresa la costituzione di una zona cuscinetto militare, nella speranza che l’Egitto attenui l’applicazione del brutale assedio decennale israeliano del territorio ed apra il valico di Rafah.

Sabato anche una delegazione di Fatah inviata da Abbas al Cairo ha discusso dei tentativi egiziani per riconciliare i palestinesi.

Nel contempo domenica Abbas è arrivato a New York per partecipare ai lavori della settantaduesima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Mercoledì, prima del discorso del presidente palestinese giovedì all’ONU, incontrerà il presidente USA Donald Trump.

(traduzione di Amedeo Rossi)




La Russia cerca la riconciliazione tra Hamas e Fatah per salvare Assad e indebolire l’Iran

Zvi Bar’el– 13 settembre 2017, Haaretz

Unico attore in grado di lavorare per un miracolo diplomatico, il coinvolgimento regionale di Mosca è degno di nota e prova che la riconciliazione palestinese è in cima ai suoi programmi.

 Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha avuto un fine settimana impegnativo. Durante una visita di tre giorni in Medio Oriente ha incontrato re Salman dell’Arabia Saudita e re Abdullah di Giordania, ha parlato per telefono con il presidente egiziano Abdel-Fattah al-Sissi e ha cercato di sanare la frattura tra gli Stati del Golfo e il Qatar, di raggiungere una posizione unitaria sulla crisi siriana e di porre fine alle divisioni tra Fatah e Hamas.

Durante una conferenza stampa con il ministro degli Esteri saudita Adel al-Jubeir, Lavrov ha rivelato che la Russia sta avendo colloqui con i Paesi arabi che hanno rapporti con Hamas per riuscire a tornare all’accordo di riconciliazione che hanno firmato Hamas e Fatah, compresa la formazione di un governo palestinese di unità. Due giorni dopo Hamas ha detto di essere disposto a smantellare il consiglio amministrativo [il governo di fatto di Gaza da quando Hamas ha espulso i dirigenti di Fatah e preso il potere, ndt.], che ha creato nella Striscia di Gaza come governo alternativo, e a raggiungere un accordo per formare un governo palestinese unitario.
Sarebbe prematuro aspettare con il fiato sospeso che questa dichiarazione venga messa in pratica. Ma il nuovo coinvolgimento della Russia è degno di nota. Contrariamente agli accordi che Hamas ha raggiunto il mese scorso con l’Egitto, in base ai quali il consiglio amministrativo di Gaza sarebbe stato guidato da Mohammed Dahlan – un membro di Fatah e rivale del presidente palestinese Mahmoud Abbas –  e che comprenderebbe  sia membri di Hamas che di Fatah, Hamas sta di nuovo parlando di un governo di unità.
Questo annuncio significa che sta annullando i suoi accordi con l’Egitto? Secondo fonti di Hamas, ci sono due processi paralleli.
Per il momento il consiglio amministrativo continuerà a negoziare con l’Egitto, con Dahlan come mediatore, nel tentativo di ottenere la riapertura permanente del valico tra Egitto e Gaza, forse tra un mese. Le spese giornaliere del consiglio saranno finanziate dagli Emirati Arabi Uniti, che hanno già destinato 15 milioni di dollari a questo scopo e hanno promesso la stessa somma nei prossimi mesi.
Allo stesso tempo Hamas riprenderà i colloqui con l’Autorità Nazionale Palestinese su come spartirsi i posti di governo e prepararsi a nuove elezioni presidenziali e legislative palestinesi.
Il coinvolgimento della Russia sia nel conflitto interno palestinese che in quello tra palestinesi ed israeliani non è slegato dalla sua strategia regionale, soprattutto dalla gestione della crisi siriana, che ora si trova esclusivamente nelle mani della Russia. Giordania, Arabia saudita, Egitto, Turchia e Israele, tutti comprendono che l’unica grande potenza in grado di lavorare ad un miracolo in Siria è la Russia. Quindi ognuno di loro ora sta cercando di garantirsi da Mosca che i propri interessi vengano salvaguardati.
Aiutare Assad
La Giordania, come Israele, non è d’accordo con la Russia sullo status dell’Iran in Siria. Attualmente l’esercito siriano non è presente nel sud del Paese, ma la Giordania teme che questa situazione cambi. Quindi ha sollecitato, ed apparentemente si è garantita, una promessa da parte di Lavrov che se l’esercito siriano ritornerà nelle zone vicine al confine giordano, non consentirà alle forze filo-iraniane, comprese le milizie straniere sciite ed Hezbollah, di schierarsi lungo queste zone sul confine.
In cambio la Siria ha chiesto alla Giordania di mantenere stretti rapporti con il regime di Assad, di aprire i passaggi di frontiera tra i due Paesi e, in seguito, di riprendere relazioni diplomatiche con il regime.
La Russia, che ha realizzato un’inversione di marcia nella situazione militare del regime e nell’estensione del territorio che esso controlla, sta ora investendo la maggior parte dei propri sforzi in mosse diplomatiche che intendono attribuire una legittimazione araba ed internazionale al presidente siriano Bashar Assad. Da qui l’importanza della visita di Lavrov in Medio Oriente.
La verifica di questi tentativi ci sarà questo fine settimana ad Astana, la capitale kazaka, quando funzionari del governo siriano e rappresentanti dell’opposizione hanno in programma di tenere il loro sesto incontro. Se questa tornata di colloqui dovesse avere successo, sarà possibile stabilire una data per una conferenza a Ginevra per discutere un trattato di pace.
Ma nel suo tentativo di costruire un sostegno arabo alle sue iniziative in Siria, la Russia deve superare due seri ostacoli. Il primo è la divisione tra gli Stati del Golfo e l’Egitto da una parte e il Qatar dall’altra, il secondo è lo stallo diplomatico tra l’Arabia Saudita e l’Iran.
Dato che i tentativi americani di riconciliare l’Arabia saudita e il Qatar, in cui il presidente USA Donald Trump ha giocato un ruolo attivo, sono falliti e l’amministrazione USA sembra essere in ibernazione riguardo al conflitto israelo-palestinese, la Russia ha colto questi due conflitti come leva per portare avanti i propri interessi. Ed è per questo che Hamas è diventato importante, benché non sia considerato un attore strategico che possa influenzare la politica regionale. Poiché Hamas è una pedina nella partita a scacchi tra Riyad e Teheran, è diventato essenziale coinvolgerlo per gli scopi di un gioco più grande.
Hamas, Iran ed Egitto
Lo scorso anno Hamas ha intensificato le sue aperture nei confronti dell’Iran, che in cambio ha promesso aiuto all’organizzazione. Secondo informazioni dei media arabi, l’Iran ha fornito al ramo libanese di Hamas circa 20 milioni di dollari ed ha anche ripreso l’addestramento militare dei miliziani di Hamas da parte di Hezbollah.
Funzionari di Hamas sia a Gaza che all’estero ogni tanto hanno emesso comunicati in cui hanno sostenuto che i rapporti con l’Iran dovrebbero essere presto ripresi o che l’Iran ha offerto ulteriore aiuto. Ma queste affermazioni contraddicono gli sforzi diplomatici di Hamas, che intendono ristabilire le relazioni con l’Egitto. Questa discrepanza attesta dell’accesa disputa tra l’ala militare di Hamas, che sta spingendo per riprendere i legami con l’Iran, e la sua ala politica, guidata da  Ismail Haniyeh e da Yahya Sinwar, che sta promuovendo i rapporti con l’Egitto e con il mondo arabo.
Anche l’Iran sta soffrendo una disputa interna sull’aiuto ad Hamas, tra i conservatori radicali e le Guardie della Rivoluzione. Mentre queste ultime stanno spingendo per riprendere questo aiuto, i radicali sono contrari sulla base del fatto che, dato che Hamas ha tradito la Siria, non merita aiuto.
Ecco perché la Russia attribuisce una tale importanza alla riconciliazione palestinese, che bloccherebbe un rinnovato avvicinamento tra Hamas e l’Iran e in tal modo soddisferebbe i desideri di Arabia saudita, EAU ed Egitto. Se la Russia potrà realizzare una simile riconciliazione, raggiungerà una doppia vittoria.
In primo luogo sarà vista come l’unico Paese in grado di risolvere conflitti nella regione, dato soprattutto il suo recente “successo” in Siria. In secondo luogo, avrà portato un importante contributo esplicito per bloccare l’influenza iraniana – e benché la Russia e l’Iran abbiano un interesse comune nel preservare il regime di Assad, la Russia non è entusiasta dell’influenza iraniana nella regione.
La successiva domanda è come Israele dovrebbe rispondere ai tentativi della Russia. Israele si è tradizionalmente opposto alla riconciliazione tra Hamas e Fatah, principalmente perché la divisione gli permette di sostenere che Abbas non rappresenta tutti i palestinesi, e quindi non può essere un partner per la pace (oltre alle sue altre solite scuse, come accusarlo di incitare ed appoggiare il terrorismo). La separazione tra Gaza e la Cisgiordania consente inoltre ad Israele di condurre una politica di oppressione in entrambi i territori.
Ma se la Russia decide che una riconciliazione palestinese è fondamentale per i suoi interessi regionali, Israele avrà dei problemi nel mantenere questa opposizione, soprattutto dal momento che ha bisogno delle garanzie russe contro il consolidamento dell’Iran in Siria. E’ per questo che Israele ha mantenuto il silenzio stampa sulle iniziative della Russia – un silenzio accompagnato dagli auspici che ancora una volta i palestinesi guastino tutto da soli ed evitino ad Israele la necessità di prendere una decisione.
(traduzione di Amedeo Rossi)



Partito israeliano approva un piano di annessione per obbligare i palestinesi ad andarsene

Yotam Berger – 13 settembre 2017, Haaretz

Con l’approvazione di Netanyahu, il congresso di un partito di destra discute il proprio piano per annettere i territori palestinesi e proporre un ultimatum di resa o espulsione.

Martedì il congresso della fazione “Unione Nazionale”, che ha eletto dei parlamentari nel partito Habayit Hayehudi [“Casa Ebraica”, partito di estrema destra dei coloni, ndt.], presente nella Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] ha approvato un piano per annettere in pratica i territori, favorendo nel contempo la partenza degli abitanti palestinesi o consentendo loro di rimanere, ma senza diritto di voto.

L’approvazione del piano, denominato dai suoi sostenitori il “Piano per la decisione”, è stata attivamente promossa dal deputato di Habayit Hayehudi Bezalel Smotrich. Esso intende “modificare il discorso e presentare una vera alternativa ad ogni piano basato sulla divisione della terra,” secondo una dichiarazione di “Unione Nazionale”.

Dopo un centinaio di anni di gestione del conflitto, è giunto il momento di prendere una decisione,” ha detto Smotrich all’assemblea. “I principi (della Sinistra) nell’arco di pochi anni sono stati accettati da una parte crescente della dirigenza israeliana. Prima a sinistra, e poi, sfortunatamente, anche a destra, che nella sua grande maggioranza ha perso la propria fede nella giustezza del nostro percorso ed è stata trascinata verso la soluzione dei due Stati.

La prospettiva del ‘Piano per la decisione’ non è nuova,” ha detto Smotrich. “Queste sono le fondamenta su cui è stato costruito il sionismo. Non accettiamo che qui ci siano due narrazioni che sono uguali. C’è una parte che è giusta e un’altra che sta minando il diritto di Israele ad esistere come Stato ebraico.”

Smotrich ha aggiunto: “Dobbiamo inculcare nella consapevolezza degli arabi e del mondo intero che non ci sono possibilità di costituire uno Stato arabo sulla Terra di Israele.”

Il piano è stato approvato all’unanimità dai delegati presenti, che includevano i parlamentari di Habayit Hayehudi Smotrich e Moti Yogev e il ministro dell’Agricoltura Uri Ariel. Il segretario del partito Naftali Bennett, tuttavia, non è stato presente al congresso, né ha inviato un messaggio registrato, mentre lo ha fatto il primo ministro Benjamin Netanyahu.

Il piano di Smotrich presenta una specie di ultimatum di resa o espulsione ai palestinesi in cui “verranno offerte due alternative agli arabi della Terra di Israele:

1. Chiunque sia pronto e disposto a rinunciare alla realizzazione delle proprie aspirazioni nazionali potrà rimanere qui e vivere come singolo individuo nello Stato ebraico.

2. Chiunque non sia pronto e disposto a rinunciare alla realizzazione delle proprie aspirazioni nazionali riceverà da noi assistenza per emigrare in uno degli Stati arabi.”

C’è anche una terza possibilità.

Chiunque insista a scegliere la terza ‘opzione’ – continuare a far ricorso alla violenza contro l’esercito israeliano, lo Stato di Israele e la popolazione ebraica, sarà risolutamente preso in consegna dalle forze di sicurezza con maggiore decisione di ora e in condizioni più sicure per noi.”

Il piano invoca inoltre una “decisione per la colonizzazione.”

Smotrich propone di offrire “autogoverno” agli arabi nei territori occupati, che “verrebbero divisi in tre governi municipali regionali che saranno nominati con elezioni democratiche,” su base distrettuale.

Secondo il piano, “questi governi si adattano alla struttura culturale e della famiglia estesa della società araba.” L’obiettivo è “di smantellare la collettività nazionale palestinese.” Viene sottolineato che “gli arabi di Giudea e Samaria [denominazione israeliana della Cisgiordania occupata, ndt.] saranno in grado di condurre la loro vita quotidiana, ma in un primo tempo non potranno votare per il parlamento israeliano.”

Come lo stesso Smotrich ha scritto nel passato in merito al piano, “la grande sfida in questo contesto sarà la sfida democratica: la necessità di persuadere il mondo che tra tutte le diverse alternative, quella dei diritti democratici senza il diritto di voto al parlamento è la meno peggio. Certamente è una sfida, ma possiamo affrontarla.”

Razzisti? Noi?

I membri di “Unione Nazionale” sembrano offendersi quando gli viene chiesto di spiegare perché il loro piano non è razzista. “Dio ce ne guardi,” dice il segretario del partito Ofir Sofer. “E’ chiaro che ci sono delle difficoltà nel discuterlo utilizzando i concetti che abbiamo oggi. Ma non è razzismo,” afferma.

  Sofer aggiunge che, benché il piano utilizzi il termine “gli arabi della Terra di Israele,” non significa che gli arabo-israeliani perderebbero la loro cittadinanza.

Il piano propone la cittadinanza,” aggiunge. “La propone a lungo termine. (Anche oggi) gli arabo-israeliani non fanno il servizio militare e gli arabi di Gerusalemme est non votano per la Knesset. Per questo penso che non si tratti di razzismo. Non puoi creare due situazioni contraddittorie – la colonizzazione e l’Autorità Nazionale Palestinese. Ma non voterei mai per un piano razzista.”

Sofer contesta anche l’uso del termine “espulsione”. “Quando abbiamo parlato di espulsione?” chiede. “Stiamo parlando di incoraggiare l’emigrazione. E’ successo per gli eritrei, ecc. Qui ci stiamo riferendo esattamente ai militanti del terrorismo, a quelli che appoggiano il terrorismo. Lei è a favore di incoraggiare l’emigrazione degli eritrei e non dei terroristi?”

Per quanto riguarda una spiegazione su cosa significherà “preso in consegna dalle forze di sicurezza“ con cui il piano mette in guardia quelli che rifiutano di andarsene e conservano aspirazioni nazionali, sia il piano che Sofer sono vaghi.

Il programma di Smotrich può suonare effimero, ma ha ricevuto il riconoscimento da parte di Netanyahu, che ha inviato un messaggio videoregistrato al congresso.

Sono contento di sentire che avete dedicato le discussioni del congresso al tema del futuro della Terra di Israele. Fino a non molti anni fa, questo Paese era spopolato ed abbandonato, ma da quando siamo tornati a Sion, dopo generazioni in esilio, la Terra di Israele sta fiorendo,” ha detto Netanyahu nel saluto registrato.

Il primo ministro ha aggiunto: “In meno di 70 anni siamo riusciti a costruire un Paese prospero, leader mondiale in economia, tecnologia, sicurezza, agricoltura, sicurezza informatica, salute e in molti altri campi. Stiamo costruendo il Paese e ci stiamo insediando sulle montagne, nelle valli, in Galilea, nel Negev e anche in Giudea e Samaria, perché questo è il nostro Paese. Ci è stato concesso il privilegio di vivere sulla terra, ed abbiamo l’obbligo di conservarla con cura.”

Il saluto del premier ha ricevuto applausi piuttosto scarsi. La spiegazione più comune di questo tra gli attivisti di “Unione Nazionale” è la loro convinzione che Netanyahu non creda realmente al piano, ma stia semplicemente tentando di superare a destra Bennett, di Habayit Hayehudi. “Sta facendo l’occhiolino alla Destra,” dice un delegato. “Capisce che i voti sono a destra,” dice un altro.

Per il ministro dell’Agricoltura Ariel, non è sufficiente che Netanyahu stia prestando attenzione.

Il ‘Piano per la decisione’ è importante, soprattutto dal punto di vista della consapevolezza,” dice Ariel. “Non basta che ci sia mezzo milione di ebrei in Giudea e Samaria, e con l’aiuto di dio ce ne sarà un milione. Dobbiamo raggiungere la consapevolezza, riconoscere la giustezza (del potere e della colonizzazione israeliani in Cisgiordania). Dire: ‘Onorevole primo ministro, signor Netanyahu, non ci sono e non ci saranno mai due Stati tra il Giordano e il mare.’ Gliel’ho detto varie volte: ‘Tu sai che non ci saranno mai due Stati.’ Ma le discussioni giorno e notte sui due Stati indeboliscono ed erodono la consapevolezza della giustizia del nostro cammino, che la Terra di Israele è nostra.”

L’assenza di Bennett dal congresso non è stata casuale; quelli che lo conoscono dicono che il ministro dell’Educazione non è molto entusiasta delle proposte di Smotrich. Pochi anni fa Bennett ha presentato il suo “Piano di pacificazione”, che includeva l’annessione di alcune parti dei territori, ma nessun meccanismo di trasferimento della popolazione.

Benché Habayit Hayehudi e “Unione Nazionale” siano strettamente legati e abbiano corso insieme per la Knesset, i seguaci di Bennett dicono che egli sa che non riuscirà mai a raggiungere i vertici politici a cui aspira – in altre parole, la carica di primo ministro – in una lista unitaria con “Unione Nazionale”. Pensa che una lista che include convinzioni politiche come quelle di Smotrich non potrà mai essere un partito di governo. La loro alleanza è stata strategica, ma se egli avrà l’opportunità di candidarsi con un partito che possa attrarre più voti centristi, sarà felice di separarsi [da “Unione Nazionale”].

Ariel ne è ben consapevole. Per questo, nel suo discorso, ha chiesto a Bennett di mantenere l’alleanza. “Faccio un appello al mio collega ed amico, il ministro Bennett – l’unità è un valore. E quando si tratta di questioni politiche, può portare a risultati molto maggiori di altre cose. Per questo noi dell’’Unione Nazionale’ stiamo lottando per l’unità del nostro campo.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Perché l’ONU ha partecipato ad una conferenza israeliana con un simpatizzante del nazismo?

 

Maureen Clare Murphy -14 September 2017, Electronic Intifada

Che cosa ci faceva il coordinatore speciale dell’ONU per il processo di pace in Medio Oriente in una conferenza sull’antiterrorismo insieme a sostenitori del genocidio e ideologi di destra che vedono il mondo come un conflitto tra la civiltà giudaico-cristiana e i suoi nemici?

Di per sé la presenza di Nickolay Mladenov alla conferenza annuale dell’Istituto Internazionale per l’Antiterrorismo ad Herzliya [sede di un’università privata che ha stretti rapporti con i servizi di sicurezza e l’esercito israeliani, ndt.] è sconvolgente, così come le sue affermazioni come oratore principale.
 
Durante una parte improvvisata prima di esporre le sue osservazioni scritte, Mladenov ha affermato che in futuro l’Europa, come Israele, dovrà sempre più discutere dell’“equilibrio tra diritti umani individuali e sicurezza, tra lo Stato e l’individuo e tra quello che si può e si deve fare e quello che non si può e non si deve fare, in base alle leggi dello Stato e al diritto internazionale nella lotta contro il terrorismo.”
 
Che i diritti non si possano negoziare, ma siano da “bilanciare”, è una strana nozione da suggerire da parte di un importante funzionario dell’ONU.
 
Il discorso di Mladenov è stato esposto alla presenza della ministra della Giustizia israeliana, Ayelet Shaked, che a suo tempo ha promosso un appello genocida a favore del massacro delle madri palestinesi “che fanno nascere piccoli serpenti.”
Ha condiviso questo appello sulla sua pagina Facebook nel 2014, poco prima dell’attacco israeliano contro Gaza che ha ucciso più di uno ogni 1.000 palestinesi che vivono lì.
 
Diritti individuali versus sionismo
 
Shaked più di recente ha denigrato il sistema giudiziario che lei stessa dirige, per quello che ha definito il suo rispetto dei diritti umani a spese del sionismo, l’ideologia dello Stato di Israele.
 
Il sionismo non può continuare, e, lo affermo in questa sede, non continuerà ad inchinarsi al sistema dei diritti individuali intesi in modo universalistico che li separa dalla storia della Knesset (il parlamento israeliano) e dalla storia del diritto che tutti noi conosciamo,“ ha dichiarato Shaked.
 
Ha descritto la cosiddetta “Legge sullo Stato-Nazione” di Israele – che impone all’Alta Corte israeliana di favorire il “carattere ebraico” dello Stato rispetto a quello “democratico” – come una “rivoluzione morale e politica.”
E’ stato in presenza di estremisti etnocratici come Shaked, che rifiutano il concetto di diritti universali, che Mladenov ha affermato che “resistere fermamente contro il terrorismo deve essere parte integrante di ogni processo di pace,” e che “dobbiamo opporci al terrorismo ogniqualvolta e ovunque si manifesti.”
 
Uno dei co-relatori di Mladenov alla conferenza è stato Gilad Erdan, ministro israeliano degli Affari Strategici che supervisiona un programma di “attività segrete” per combattere il movimento non violento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) in appoggio ai diritti dei palestinesi.
 
Secondo un importante analista israeliano, queste attività possono riguardare “campagne diffamatorie, persecuzione e minacce alla vita degli attivisti” così come “infrangere e violare la loro privacy.”
 
Minacce contro i difensori dei diritti umani
 
Erdan ha promesso che gli attivisti del BDS “sapranno che pagheranno un prezzo per questo,” minacciando esplicitamente il difensore dei diritti umani e co-fondatore del movimento BDS Omar Barghouti.
Erdan ha anche dichiarato che “ogni terrorista dovrebbe sapere che non sopravviverà agli attacchi che sta per perpetrare,” una politica di “sparare a vista” messa in atto contro decine di presunti assalitori palestinesi, compresi bambini, che corrisponde di fatto ad una sentenza di morte – nonostante il bando alla pena capitale in Israele.
 
Mladenov concorda con la politica israeliana secondo cui il “bilanciamento” tra diritti individuali e sicurezza necessita di un compromesso persino riguardo al diritto alla vita di un individuo?
 
In ogni caso sembra che Mladenov pensi che i palestinesi non abbiano il diritto all’autodifesa o alla resistenza.
 
Durante il suo discorso si è vantato di un rapporto redatto lo scorso anno dal cosiddetto “Quartetto per la Pace in Medio Oriente” (cioè l’ONU, l’UE, gli USA e la Russia) che identifica “l’incremento della militanza” da parte di gruppi palestinesi e, con le parole di Mladenov, “quello che sta succedendo a Gaza”, come un ostacolo alla pace.
 
Le sue osservazioni fanno eco alla posizione presa dal suo collega Robert Piper, il capo coordinatore delle questioni umanitarie dell’ONU in Palestina. L’ufficio di Piper quest’anno ha pubblicato un rapporto segnalando l’allineamento dell’organizzazione mondiale con Israele ed i suoi sostenitori internazionali nello spingere per la resa totale di Gaza.
 
Quel rapporto reputa illegittimo il governo di Hamas lì – nonostante la vittoria del partito nelle ultime elezioni legislative palestinesi – a causa del suo rifiuto di ottemperare alla richiesta del Quartetto di “riconoscere il diritto di Israele ad esistere e di rinunciare alla violenza.” Una richiesta simile di rinunciare alla violenza e di riconoscere il diritto all’esistenza dei palestinesi non è stata fatta ad Israele .
 
 
Resistenza al terrorismo di Stato
 
Alla conferenza di Herzliya Mladenov ha detto che Israele ha “convissuto per decenni con il terrorismo”, ma non ha ricordato che lo Stato stesso [di Israele] è stato fondato sul terrorismo e sulla pulizia etnica.
 
Né ha riconosciuto che i palestinesi, come qualunque altro popolo occupato, hanno il diritto all’autodifesa – un diritto riconosciuto dalle leggi internazionali.
 
Ma l’antiterrorismo è il paradigma attraverso il quale Stati come gli USA ed Israele – utilizzando una violenza massiccia e indiscriminata contro civili, di cui non sono mai stati chiamati a rispondere – portano avanti i propri interessi egemonici.
 
Un’occupazione militare infinita e bellicosa consente inoltre ad Israele di vendere la sua esperienza “antiterroristica” e i suoi armamenti come “collaudati in battaglia” – sulla pelle dei palestinesi.
 
L’antiterrorismo è il ringhioso smalto del “marchio Israele” e sembra che l’ONU se lo sia comprato.
 
Durante il suo discorso Mladenov ha ricordato che il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha recentemente formato un ufficio per l’antiterrorismo – un impegno che ha comportato “approfondite discussioni” con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e con esponenti dell’esercito israeliano.
 
Mladenov ha solo accennato alla necessità di un orizzonte politico che conservi la speranza di un futuro migliore in Medio Oriente.
 
 “Sacrifici umani”
 
Non ha evocato uno scontro di civiltà come David Friedman, il curatore fallimentare [di un casinò di Trump, ndt.] e finanziatore delle colonie, che funge da inviato di Trump in Israele.
 
Durante il suo discorso alla conferenza Friedman ha ripetutamente fatto riferimento al “terrorismo islamista radicale.”
 
Friedman che, come Mladenov, ha espresso le proprie opinioni nell’anniversario degli attacchi dell’11 settembre negli USA, ha affermato: “Sappiamo che gli israeliani non solo condividono il nostro lutto di fronte al terrorismo, ma anche la nostra determinazione a colpire i terroristi islamici radicali ovunque siano e di garantire che le loro tattiche non diventino mai dei successi politici.”
 
Ha letto un elenco di attacchi condotti da palestinesi contro israeliani, e di telefonate di condoglianze che ha recentemente fatto alle famiglie di israeliani uccisi da aggressori palestinesi, compresi due poliziotti che, ha detto, sono stati accoltellati da “terroristi islamisti radicali” – confondendo i palestinesi che resistono all’occupazione militare israeliana con i combattenti dello Stato Islamico in Siria. Friedman ha sostenuto che gli israeliani non sono i soli nella regione a soffrire in conseguenza del terrorismo, ma non si riferiva ai palestinesi uccisi dalle forze di occupazione israeliane.
 
Riprendendo l’ormai sfatato argomento secondo cui le scuole palestinesi insegnano “l’istigazione” [alla violenza contro gli israeliani, ndt.], Friedman ha affermato: “I ragazzi palestinesi che imparano a odiare gli ebrei invece di imparare matematica e scienze sono i sacrifici umani della causa dell’estremismo radicale.”
 
Non importa che le forze israeliane abbiano ucciso più di trenta bambini palestinesi nel 2016 – facendone così l’anno più sanguinoso per i bambini palestinesi in Cisgiordania da più di un decennio – ed ucciso decine di bambini nelle loro case a Gaza nell’estate del 2014.
 
La maggiore attenzione dei media nei confronti della conferenza sull’antiterrorismo a Herzliya ha riguardato la partecipazione di Sebastian Gorka, il consigliere di Donald Trump recentemente destituito e pseudo-intellettuale con legami con gruppi nazisti e violentemente anti-semiti in Europa.
 
Gorka ha ricevuto una calda accoglienza quando ha assicurato ad un pubblico che  ne ha condiviso il discorso che “America ed Israele sono Stati fondatori della civilizzazione giudaico-cristiana e insieme sfideremo i nostri comuni nemici.”
Che cosa ha a che vedere un inviato ONU per la pace con una simile compagnia?
 
(traduzione di Amedeo Rossi)
 



L’arresto del militante della Cisgiordania Issa Amro rivela il comune interesse dell’ANP e di Israele nel dissuadere azioni di disobbedienza civile

Amira Hass, 11 settembre 2017,Haaretz

Si dice che il coordinamento della sicurezza palestinese con Israele sia stato drasticamente ridotto su ordine del Presidente Mahmoud Abbas. Allora perché l’Autorità Nazionale Palestinese ha arrestato Issa Amro, una delle costanti spine nel fianco del potere occupante israeliano ad Hebron?

Attraverso il suo arresto l’ANP ha palesato i suoi interessi comuni con Israele ed ha dimostrato ancora una volta che la sua stessa esistenza è diventata la sua ragion d’essere. Ha inoltre rivelato stupidità politica e disprezzo per la lotta popolare palestinese contro chi ruba la terra ed espelle la popolazione.

La scorsa settimana un tribunale palestinese a Hebron ha prorogato la sua detenzione di quattro giorni, prima di rilasciarlo domenica su cauzione. Amro è accusato di turbare la quiete pubblica, in in base alla controversa nuova ‘legge elettronica’ approvata recentemente dal governo di Ramallah. E’ accusato anche di aver provocato disordini interni e di aver offeso i più alti vertici dell’ANP.

Amro è co-fondatore di ‘Giovani contro le colonie’. Il gruppo documenta il folle comportamento dei coloni di Hebron e dei soldati che li difendono. Ha anche dato vita ad iniziative sociali per rafforzare la presenza palestinese nella Città Vecchia [di Hebron].

‘Giovani contro le colonie’ costituisce un modello di disubbidienza civile e mette un bastone tra le ruote ai piani israeliani di espulsione [dei palestinesi]. E’ un piccolo gruppo con grandi idee, divisioni, fallimenti e successi. Ha anche fatto crescere la consapevolezza tra gli ebrei della diaspora riguardo alla folle forma di apartheid che l’esercito, l’Amministrazione Civile [il governo militare israeliano nei territori palestinesi occupati, ndt.] ed i coloni di Hebron hanno creato.

Non per niente Israele arresta gli oppositori contro l’occupazione a Hebron e disperde con la forza le loro marce di protesta (che a volte coinvolgono attivisti israeliani). Non per niente un anno fa il procuratore militare israeliano ha costruito accuse contro Amro sulla base di vecchi reati (risalenti a prima del 2013), come manifestazioni, contestazioni ai soldati, spintoni al coordinatore della sicurezza militare della colonia di Kiryat Arba e incidenti simili, che solo una giunta militare potrebbe trasformare in un’incriminazione.

Poiché i presunti crimini sono stati commessi tanto tempo fa, il tribunale non ha potuto disporre l’arresto di Amro fino al termine delle procedure. A volte l’imbarazzo lega le mani anche alla giunta.

L’incriminazione israeliana nei confronti di Amro è finalizzata soprattutto a dissuadere altri giovani palestinesi dall’ unirsi alla disobbedienza civile a Hebron, dall’ osare resistere ai coloni ed alla loro costante violenza razzista e dall’ incrementare la loro presenza nella vecchia e tormentata Hebron.

L’esercito israeliano, i coloni e la polizia preferiscono i giovani palestinesi disperati ed isolati che, senza un piano, una strategia o una prospettiva, vanno ai checkpoint a suicidarsi per mano di un soldato o di un colono.

Il vero pericolo per l’esercito a difesa dei coloni sono i militanti che possono aprire un varco alla speranza, che possono pianificare diversi passi avanti e mirare ad una partecipazione di massa.

Il lavoro sporco, a quanto sembra, viene fatto anche da altri. I servizi di sicurezza palestinesi hanno arrestato Amro lo scorso lunedì mattina. Il giorno prima aveva pubblicato due moderati post su Facebook, invocando il rispetto dei principi di libertà di espressione e opinione. L’espressione più forte nel suo post affermava che i servizi di sicurezza palestinesi arrestano la gente sulla base di ordini dall’alto. Si riferiva all’arresto di uno dei dirigenti della stazione radio Minbar Al Hurriya [una delle radio più seguite a Gaza, ndt.], alcuni giorni dopo che l’esercito israeliano l’aveva chiusa.

Il direttore, Ayman al-Qawasmi aveva invitato Abbas ed il primo ministro palestinese Rami Hamdallah a dimettersi in quanto incapaci di difendere le istituzioni palestinesi. Qawasmi è stato rilasciato mercoledì scorso. Come già detto, domenica il tribunale palestinese ha rilasciato Amro su cauzione di 5.000 shekels (1.190 €).

Giovedì, diplomatici, rappresentanti di Amnesty International e giornalisti esteri si sono presentati alla prima udienza della causa di Amro – lo stesso gruppo che assiste alle udienze contro di lui nei tribunali militari israeliani. Tuttavia la causa presso il tribunale di Hebron si è tenuta a porte chiuse, per cui hanno dovuto restare fuori.

Nonostante il tribunale palestinese sia tornato sulle sue decisioni, il danno è stato fatto. L’ANP ha già fatto un regalo ai sostenitori israeliani delle espulsioni. Dal punto di vista dell’ANP, l’arresto di Amro è stato una follia perché, più di ogni altro atto antidemocratico, era chiaro che avrebbe attirato l’attenzione generale e gettato su di esso una luce negativa. Fosse anche solo per ragioni di convenienza, l’ANP avrebbe dovuto ricordarsi che stava arrestando un militante molto noto, la cui attività gode di grande rispetto all’estero.

Se l’ANP avesse tenuto in qualche conto la lotta popolare, avrebbe capito sin dall’inizio che un simile arresto l’avrebbe danneggiata. Ma alla fin fine l’ANP rifiuta le lotte popolari come strumento di cambiamento. Se ne serve solo come un ornamento per recuperare la reputazione di Fatah e dell’ANP come soggetti esclusivi della lotta per l’indipendenza.

Le autorità che lo hanno arrestato, dal vertice alla base, hanno pensato solo a sé stesse; alla loro sopravvivenza come apparato di comando; ai loro stipendi; alle loro promozioni. Le critiche esplicite deturpano la parvenza dell’apparato come rappresentante patriottico del popolo. Le critiche sono a volte indirizzate alla mancanza di libertà di espressione, a volte alla sospensione o ai brogli delle elezioni e a volte ai vantaggi economici di una ristretta classe al potere.

Quelle voci devono essere messe a tacere per il bene del sistema, che dipende direttamente dal mantenimento degli accordi eternamente temporanei con Israele. Perciò la lotta popolare ed i suoi militanti devono essere controllati e contenuti, in modo che non creino situazioni che minaccino accordi scaduti da molto tempo e che servono solo alla perpetuazione dell’occupazione.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Le condanne dell’occupazione israeliana non sono sufficienti

Amira Hass

6 settembre 2017, Haaretz

Europei, le vostre denunce non sono considerate da Israele una priorità. Dovete adottare sanzioni che provochino danni.

Olanda, Belgio e Francia: non è sufficiente condannare solo a parole la politica di distruzione da parte di Israele, che danneggia impianti e edifici finanziati con il denaro dei vostri contribuenti. Va bene che siate arrabbiati, ma il ritmo con cui si accumula la vostra rabbia rimane ampiamente in ritardo rispetto alla velocità ed al ritmo pericoloso dei bulldozer dell’Amministrazione Civile (il governo militare dei territori palestinesi occupati, ndt.) in Cisgiordania e delle forze di difesa delle colonie.

Le condanne non vengono viste come una priorità. Dovete intraprendere azioni concrete. Sì, aperte e dichiarate sanzioni che hanno la possibilità di diventare più dure. Sanzioni che provochino danni. Potrebbe essere l’ultima opportunità per scuotere dalla sua indifferenza e criminale compiacenza l’israeliano medio, compresi uomini d’affari, turisti, studiosi, agricoltori e tifosi del calcio estero.

Smettete di aver paura del ricatto emotivo israeliano. Israele fa leva sulla memoria delle nostre famiglie assassinate in Europa per accelerare l’espulsione dei palestinesi dalla maggior parte del territorio della Cisgiordania alle enclave dell’Autorità Nazionale Palestinese. E’ questa l’intenzione che sta dietro a tutte le demolizioni, le confische e i divieti di costruzione, di pascolo e di irrigazione dei campi. Chiunque pianifica ed attua queste piccole, graduali espulsioni sta già pensando alla grande espulsione, verso la Giordania. E che cosa farete allora? Emetterete condanne ed invierete cisterne d’ acqua e tende a chi è stato espulso?

Il 24 agosto il ministro degli Esteri Didier Reynders ed il vice primo ministro e ministro della Cooperazione allo Sviluppo Alexander De Croo belgi hanno reso pubblica una condanna ufficiale della confisca delle roulotte che dovevano essere utilizzate per la scuola dal primo al quarto grado nel villaggio palestinese di Jubbet Adh-Dhib, e della confisca di pannelli solari per la scuola nell’accampamento beduino di Abu Nuwwar.

I belgi hanno sottolineato di essere tra coloro che hanno finanziato quelle strutture. “Il Belgio continuerà a lavorare insieme ai suoi partner, come in passato, per chiedere alle autorità israeliane di interrompere queste demolizioni”, recita il comunicato del ministero degli Esteri.

Uno dei partner è l’Olanda, il cui parlamento ha dedicato del tempo per discutere delle demolizioni israeliane, più di quanto abbia fatto la Knesset (il parlamento israeliano, ndtr.). Questo è ciò che i ministri del governo olandese hanno riferito il mese scorso ai membri del parlamento, relativamente alla confisca dei pannelli solari a Jubbet Adh-Dhib in giugno: il primo ministro Benjamin Netanyahu ha promesso in una lettera di restituire i pannelli solari all’Olanda. (Il portavoce dell’ufficio del primo ministro non ha né confermato né smentito l’informazione).

Dopo la confisca, il villaggio è stato condannato ad avere solo due ore di elettricità al giorno, prodotta da un generatore. Negli ultimi 20 anni il villaggio ha sottoposto almeno quattro richieste all’Amministrazione Civile per essere collegato alla rete elettrica e tutte sono state respinte. L’esperienza insegna che Israele non concede, o difficilmente lo fa, permessi di costruzione nell’area C (che copre circa il 60% della Cisgiordania, ed è sotto totale controllo israeliano). Il tentativo olandese di ottenere un permesso dall’Amministrazione Civile per un progetto, una prova del nove, non ha condotto a risultati positivi. In quanto forza occupante, ad Israele è vietato distruggere e confiscare le proprietà, tranne che in caso di necessità in tempo di guerra.

Anche la Francia ha annunciato orgogliosamente di essere stata partner nella costruzione umanitaria nell’area C e ad Abu Nuwwar. Anche la Francia ha condannato le ultime demolizioni ed ha chiesto che venissero restituite le strutture confiscate. In sei mesi Israele ha demolito 259 strutture palestinesi in Cisgiordania e Gerusalemme est, afferma il comunicato di condanna francese. Nello stesso periodo il governo israeliano ha approvato la costruzione di oltre 10.000 unità abitative nelle colonie – tre volte di più che in tutto l’anno scorso.

Quindi la distruzione delle comunità palestinesi, l’evacuazione della famiglia Shamasneh dalla sua casa a Gerusalemme e i piani del ministro della Difesa Avigdor Lieberman di demolire Sussia e Khan al-Akhmar sono l’altra faccia della medaglia della costruzione delle colonie.

E’ così che Israele attua un’espulsione graduale. In assenza di sanzioni, può tirare un profondo respiro di sollievo e la sua fiducia nella propria capacità di attuare il suo piano è salda. Chi meglio di voi, e soprattutto della vostra vicina Germania, sa a cosa conducono i piani di espulsione limitata, e quale mentalità criminale producono nella società che li progetta?
(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Tre anni dopo la guerra: parlano i giovani di Gaza

Ramzy Baroud

5 settembre 2017, Ma’an News

Quando è ora di andare a letto ho paura di spegnere la luce. Non sono un fifone, è solo che ho paura che quella lampadina che pende dal soffitto sia l’ultima luce che rimane (accesa) nella mia vita.”

Poco dopo aver scritto queste parole Moath al-Haj, giovane artista del campo profughi di Gaza, è morto nel sonno. Dopo che era sparito per due giorni gli amici di Moath hanno buttato giù la sua porta e lo hanno trovato rannicchiato nella coperta nel posto in cui da 11 anni viveva da solo.

Moath abitava nel campo profughi di al-Nuseirat, uno dei più affollati di Gaza, un nome che è legato a sofferenze storiche, guerre ed a una leggendaria resistenza. Cresciuto negli Emirati Arabi Uniti, Moath è tornato a Gaza per frequentare l’università Islamica, ma è rimasto lì, subendo tre guerre e un blocco durato dieci anni.

Comunque il giovane conservava una parvenza di speranza, come rappresentato nei suoi molti disegni e dai suoi toccanti commenti.

Moath ha imparato a vivere in un mondo tutto suo fin da quando era piccolo. Il mondo esterno gli sembrava imprevedibile e, a volte, crudele.

Quando sua madre è morta, Moath aveva solo un anno. Suo padre è morto di tumore negli Emirati Arabi Uniti e, a causa di circostanze al di fuori del suo controllo, Moath ha vissuto da solo. A stare con lui erano i suoi amici del quartiere, ma per lo più erano le sue espressioni artistiche schive, eppure profonde.

Sorridi, che la guerra si vergogni,” era una delle sue vignette. In essa una ragazzina con un vestito a fiori dà la schiena al lettore, guardando altrove.”

I personaggi delle opere artistiche di Moath avevano sempre gli occhi chiusi, come se rifiutassero di vedere il mondo intorno a loro, e insistevano ad immaginare un mondo migliore nei loro stessi pensieri.

Dopo un esame accurato del suo corpo, i dottori hanno concluso che Moath è morto in seguito ad un infarto. Il suo cuore, pesante per le disgrazie individuali e collettive, ha semplicemente ceduto. E così uno dei migliori giovani di Gaza è stato seppellito in un cimitero sempre affollato. I media sociali si sono riempiti di dichiarazioni di condoglianze, fatte da giovani palestinesi di Gaza, sconvolti dalla notizia che Moath è morto, che la sua ultima luce si è spenta e che la vita del giovane è finita, mentre l’assedio e la situazione di guerra rimangono.

Nella stessa settimana, i palestinesi hanno commemorato i tre anni dalla fine della guerra devastante di Israele contro la Striscia. La guerra ha ucciso più di 2.200 palestinesi, la maggior parte dei quali civili, e 71 israeliani, la maggioranza dei quali soldati.

La guerra ha lasciato Gaza in rovina, in quanto più di 17.000 case sono state totalmente distrutte e migliaia di altre strutture, compresi ospedali, scuole e fabbriche sono state demolite o gravemente danneggiate.

La guerra ha totalmente distrutto qualunque parvenza di attività economica avesse la Striscia di Gaza. Oggi l’80% di tutti i palestinesi di Gaza, la maggioranza dei quali dipende dagli aiuti umanitari, vive al di sotto del livello di povertà.

C’è un’intera generazione di palestinesi di Gaza che cresce senza conoscere altro che guerra ed assedio e che non ha mai visto il mondo al di là dei confini letali di Gaza.

Queste sono le voci di alcuni di questi giovani gazawi, che hanno gentilmente condiviso le loro tragiche storie personali, sperando che il mondo ascolti la loro richiesta di libertà e di giustizia.

Isra Migdad è uno studente di finanza islamica:

Dopo che la nostra casa è stata parzialmente danneggiata durante la guerra israeliana del 2014 c’è voluto un anno e mezzo alla mia famiglia per ricostruirla, a causa del ritardo nel materiale da costruzione a cui viene concesso entrare nella Striscia di Gaza e dei prezzi proibitivi di questo materiale, quando si riesce a trovare. Ho perso la borsa di studio per il mio master nel 2014 a causa del blocco e della difficile situazione finanziaria della mia famiglia dopo la guerra.

Ho passato gli ultimi tre anni a presentare domande per una borsa di studio, solo per apprendere che molte università in Europa non sanno niente, o molto poco, dell’assedio israeliano contro Gaza e della continua chiusura dei confini. Ho ottenuto un’altra borsa di studio, solo per riperderla, dato che non ho avuto abbastanza tempo per completare le procedure per il viaggio e per contrattare l’uscita da Gaza.

Sì, voglio una vita migliore, ma amo anche Gaza. Eppure la situazione sta diventando più dura ogni giorno che passa. E’ difficile trovare un lavoro stabile e, anche se si riesce ad avere un’occasione altrove, è quasi impossibile uscire.”

Ghada Abu Karsh, 23 anni, ha studiato letteratura inglese e lavora attualmente come traduttrice:

Giorno dopo giorno la situazione a Gaza diventa sempre più complicata e persino peggiore di prima. Dall’ultima guerra ad oggi niente sembra migliorare. Assolutamente niente.

Durante il mio lavoro al Centro Palestinese per il Commercio (Pal-Trade), che si occupa dell’economia palestinese, vedo ogni giorno gente che lotta in ogni settore economico. La crisi elettrica sta distruggendo gli affari ovunque. Il settore agricolo è in rovina in quanto i coltivatori non possono esportare i propri prodotti e non hanno accesso neppure al mercato palestinese in Cisgiordania.

Nonostante gli impegni da parte di importanti donatori di sostenere la ricostruzione in seguito al conflitto del 2014, la situazione per i palestinesi che vivono a Gaza non è mai stata peggiore. Oltretutto la gente a Gaza sta affrontando una pesante carenza di acqua potabile e di un sistema sanitario adeguato ed equo. Persino il mare è inquinato a causa dei liquami che vi vengono scaricati quotidianamente. Ci sono poche speranze di un miglioramento delle condizioni in prospettiva.”

Banyas Harb è un’insegnante:

La chiusura ed il blocco senza precedenti imposti a Gaza hanno creato una sensazione di impotenza. Il problema più frustrante di cui i giovani stanno soffrendo è la chiusura del valico di Rafah [verso l’Egitto, ndt.]. I giovani a Gaza rappresentano circa un terzo della popolazione palestinese, eppure meno del 10% di tutti i giovani può vedere quello che c’è oltre Gaza. Ci sentiamo abbandonati. Soli.”

Kholod Zughbor ha una laurea in Letteratura inglese presso l’università “Alazhar” a Gaza:

L’assedio contro Gaza è in atto dal 2006. La situazione è stata terribile qui, anche prima che iniziassero le guerre. La disoccupazione tra i giovani di Gaza è stimata al 60%.

Ho assistito a tre guerre. Ho visto la vita peggiorare progressivamente, soprattutto dopo l’ultima guerra. Tre anni dopo la guerra del 2014 la situazione è diventata più dura e misera. La Striscia di Gaza è ancora lontana dal pieno ricupero, e quello che è stato costruito è solo una goccia nell’oceano di rovine.”

Sondos ha una laurea in Letteratura inglese. E’ un’assistente sociale:

In quanto assistente sociale, ho visitato oltre 350 famiglie che sono state colpite dalla guerra e dalle sue conseguenze. Sono gravate da serie conseguenze psicologiche e sono costantemente offuscate dalla sensazione di una catastrofe impellente. In ogni casa che ho visitato c’è una storia straziante di povertà, disoccupazione, paura del futuro, di un’altra guerra israeliana.

Senza pressioni dall’estero su Israele, i gazawi continueranno a rivivere questo incubo nella loro prigione a cielo aperto. Non possono né ricostruire le loro case distrutte, né importare i beni di prima necessità, né avere accesso in modo regolare all’elettricità ed all’acqua potabile.

Ma Gaza continuerà ad aggrapparsi alla vita e non si lascerà prendere dalla disperazione. I nostri giovani continueranno a cercare un’educazione migliore e lavoreranno per ottenere i loro obiettivi, indipendentemente dai problemi. Continueranno a utilizzare la loro immaginazione per superare tutti gli ostacoli, come abbiamo fatto per molti anni. Coraggio e determinazione sono le nostre qualità più preziose.”

Ramzy Baroud è un editorialista, scrittore e fondatore di PalestineChronicle.com stimato a livello internazionale. Il suo ultimo libro è “Mio padre era un combattente per la libertà: la storia non raccontata di Gaza.”

Yousef Aljamal, scrittore e studente di dottorato di Gaza, ha contribuito a questo articolo.

(traduzione di Amedeo Rossi)