Lo sciopero della fame palestinese è rivolto oltre le carceri

Amira Hass – 19 aprile 2017, Haaretz

Lo sciopero della fame da parte dei detenuti palestinesi è un mezzo di liberazione dagli effetti distruttivi delle tante celle che esistono all’esterno.

Lo sciopero della fame dei detenuti palestinesi, iniziato e guidato da Marwan Barghouti, ha un potenziale sovversivo rigenerante e non necessariamente contro il servizio carcerario israeliano. Come dicono parecchi rappresentanti dei carcerati fuori dalle prigioni, non si tratta di uno sciopero conflittuale o ideologico. Si tratta di diritti umani fondamentali che spettano persino ai prigionieri, persino a quelli che sono membri dell’’altra nazione.

Fornire loro un telefono pubblico, e farla finita con le guardie carcerarie che fanno molti soldi con il contrabbando di cellulari. Permettere loro di incontrasi con le famiglie senza affrontare il continuo iter angoscioso per ottenere un permesso una volta l’anno. Prolungate le visite e vedrete quale impatto positivo avrà sulla situazione. Quello che stanno cercando di dire i detenuti al servizio carcerario ed all’opinione pubblica israeliani è che entrambe le parti hanno interesse che le prigioni conservino un certo livello di decenza.

L’effettivo livello di sovversione è interno. Si può osservare nello sciopero un tentativo di fare in modo che i palestinesi si scuotano di dosso il loro fatalismo e la loro passività alla luce della sempre più potente ostilità di Israele e di far uscire i loro litigiosi dirigenti dall’acquiescenza nei confronti dello status quo e dalla loro illusione di sovranità.

Non è una cosa da poco nell’era della privatizzazione. Cosa sono gli scioperi della fame dei singoli se non una privatizzazione della lotta? Cosa sono gli attacchi all’arma bianca, le minacce con un coltello e gli investimenti con le auto se non la privatizzazione di una rivolta (o utilizzarla per sfuggire a problemi e frustrazioni personali e familiari, e persino per morire)? Gli scioperi della fame individuali di detenuti amministrativi [cioè senza un’imputazione, ndt] sono stati un peso per le organizzazioni di appoggio ai prigionieri, ma questi gruppi sono stati travolti dalla preoccupazione naturale per il benessere dei detenuti, ed hanno investito negli scioperi moltissimo tempo e discussioni che non hanno portato da nessuna parte. L’uso troppo frequente di scioperi della fame individuali li ha completamente usurati come strumento di mobilitazione, di impatto o di cambiamento.

La carcerazione di palestinesi è una politica pianificata di Israele. Ma, oltre alle prigioni normali, Israele ha creato e continua a creare ogni genere di altri mezzi per tener prigionieri i palestinesi. Questa, in fin dei conti, è la descrizione sintetica del vero processo di Oslo, non quello riflesso nelle promesse altisonanti. Agglomerati ed ancora agglomerati di carceri in mezzo a noi, e tutti noi – ebrei israeliani – siamo i secondini. Quindi l’esperienza della carcerazione, che si tratti di una prigione formale o di altro genere, è condivisa da tutti i palestinesi.

Ma con la frammentazione dello spazio dei palestinesi – utilizzando collaudati trucchi colonialisti che Israele ha aggiornato e raffinato, e a cui ha aggiunto un sacco di faccia tosta – ha creato decine di meccanismi diversi di incarcerazione, di unità geo-sociali con diversi livelli di mancanza di libertà e asfissia. Il culmine è naturalmente Gaza, dove due milioni di persone stanno scontando l’ergastolo. Ma anche nelle altre parti del Paese (compreso il territorio sovrano di Israele), i muri in cui sono imprigionati i palestinesi variano: norme burocratiche che cambiano continuamente, crescente discriminazione, Area C, arroganza, coloni violenti, un divieto di passaggio attraverso il ponte di Allenby [tra la Cisgiordania e la Giordania, ndt], umiliazioni all’aeroporto Ben Gurion, ecc.

Questa frantumazione in dozzine di unità carcerarie ha creato diversi livelli di coscienza tra le persone imprigionate in ognuna di esse, a seconda del livello di soffocamento e detenzione. Quelli per i quali il livello di incarcerazione è minore (libertà di viaggiare all’estero ma non a Gerusalemme, solo metà della terra del villaggio è stata rubata, il filo spinato e la base militare si trovano a un chilometro dalla loro casa invece che a mezzo chilometro) hanno un’ esperienza diversa del secondino israeliano rispetto ad una donna che vive nel quartiere di Tel Rumeida a Hebron, che è tagliata fuori dal mondo a 300 metri da casa sua. I dirigenti ufficiali, guarda caso, hanno esperienza del minor grado di detenzione. Il grado di urgenza per cambiare la situazione è diverso da una prigione all’altra.

Lo sciopero della fame è un mezzo di liberazione dagli effetti distruttivi delle molteplici celle carcerarie che esistono fuori. La sua sfida è la costruzione di una collettività di prigionieri come un’entità che definisca il programma palestinese, un’entità che veda i palestinesi fuori dalle prigioni come una collettività smembrata e frammentata che deve essere riunificata.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Israele nelle tenebre.

Gideon Levy, Haaretz 14 aprile 2017.

Nessun’altra nazione al mondo perquisisce bagagli alla ricerca di cibi proibiti, eccetto forse l’Iran. La polizia del Passover chametz [il cibo pasquale] è una cosa israeliana più di Mobileye o di Amos Oz.

Ecco come si presenta lo stato ebraico, quello che tanti Israeliani vogliono preservare ad ogni costo: una guardia armata che controlla i bagagli all’ingresso dell’ospedale. Ma non sta cercando ordigni esplosivi. Questa è una settimana di festività e la guardia cerca qualcos’altro: cerca chametz, i cibi lievitati che sono proibiti per la Pasqua ebraica.

Controlla ogni tipo di cibo che entra nell’ospedale ed è lui l’arbitro della legge ebraica, il supervisore della kashrut [la conformità di un cibo]. È proibito far entrare qualunque cosa desti il sospetto di essere treyf, cioè non kosher. Se c’è qualche dubbio, nel dubbio si proibisce. Se non è kosher nei giorni di Pasqua, o torna a casa o va nella spazzatura.

La nostra guardia è un ottimo ragazzo, un tipo amichevole, ma ora è un’autorità teologica. Come se non bastassero i 10.000 guardiani del kashrut che lavorano nei giorni normali nel democratico stato ebraico (che ha solo un millesimo di questi ispettori per la sicurezza nelle costruzioni), ora le guardie della sicurezza e quelle che ispezionano i vostri bagagli sono state aggiunte ai soldati dell’esercito di Dio. Il governo s’infiltra non solo nei bagagli ma anche nello stomaco.

Siamo nell’anno 2017, ma la situazione è medievale. Israele si può vantare quanto vuole di essere l’unica democrazia del Medio Oriente o di essere amico dei gay. Ma la verità è che è retrogrado. È coercitivo. Diventa sempre più tetro e arcigno. Nubi minacciose si addensano nel cielo. Nessun’altra nazione al mondo perquisisce bagagli alla ricerca di cibi proibiti, eccetto forse l’Iran. Il problema è che la polizia dello chametz è più israeliana di Mobileye; la guardia dello chametz è molto più israeliana di Amos Oz.

All’ingresso degli ospedali c’erano cartelli che dicevano: “Questo luogo è stato fatto kosher per la Pasqua, in ossequio alla legge religiosa. Vi chiediamo di non introdurre cibo chametz [lievitato] per tutta la durata della festività. È consentito introdurre frutta e verdura oppure prodotti in confezione chiusa recanti la certificazione di idoneità kosher per la Pasqua.” Firmato dal rabbino dell’ospedale, dal capo dei servizi religiosi e dall’amministrazione.

Lasciamo perdere l’obbligo di kashrut in tutte le cucine degli ospedali, un precetto a cui avremmo dovuto ribellarci già da anni. Ora è proibito anche introdurre gli avanzi del seder [cena rituale] di Pasqua, se non hanno il timbro di idoneità kashrut. Chi non è religioso ha il diritto di mangiare come gli pare, ma questa ovvia affermazione è considerata sovversiva in Israele.

In altre parole, nessun Israeliano ha il diritto di mangiare come vuole quando è in ospedale o in qualunque altra istituzione pubblica. Il fatto che almeno un quinto dei pazienti sono arabi, così come buona parte del personale medico, e ancora più numerosi sono i non-Ebrei o semplicemente i non-religiosi, tutto questo non interessa a nessuno. Che mangino matza [pane azzimo] fino a strozzarsi. Oppure non mangino proprio. Ci sono migliaia di prigionieri palestinesi che mangiano matza anche per due mesi dopo Pasqua per finire la produzione in eccesso: i pazienti arabi possono ben fare a meno del pane per una settimana. Volevate uno stato ebraico e l’avete avuto. Non lo volevate? il problema è vostro.

Gli Israeliani accettano questa situazione come fosse un decreto venuto dal cielo. Quasi nessuno protesta. Così vanno le cose in una società anestetizzata. Il fatto che tutto questo succede in una festività che per qualche motivo viene chiamata la festa della libertà, non fa altro che aggiungere una tocco grottesco a una situazione che non è affatto divertente. E quello che succede nella pratica è anche meno divertente: infatti la gente porta di nascosto cibo in ospedale. Una coscia di pollo in tasca; pesce gefilte nella giacca; hummus, patate fritte e insalata nel doppio fondo della borsa per la doccia. Questa settimana ho portato di contrabbando un quarto di pollo avvolto nei pantaloni del pigiama. Per alcuni pazienti, il cibo fatto in casa è il loro maggior conforto.

Potreste dire: ma insomma, è solo per una settimana all’anno. Oppure potreste dire: non è così terribile, alla fine si tratta solo di cibo. E ci vogliamo dimenticare la tradizione? Ma non si tratta solo di una settimana, la cosa è molto peggiore di quanto sembra. Perché mentre Israele si vanta di essere tanto progressista, non si accorge di come sta andando giù per la china verso le tenebre. Proprio così: un paese che si comporta in questo modo è nelle tenebre. Le tradizioni non si trasmettono con le guardie armate.

Il giorno in cui Israele sarà un po’ più democratico e un po’ meno ebraico, inshallah, ognuno potrà mangiare quel che gli pare, dove gli pare. Sembra una cosa irrealizzabile? In effetti, nell’Israele del 2017 è un’utopia.

(http://www.haaretz.com/misc/article-print-page/.premium-1.783140)

Traduzione di Donato Cioli

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“Pulizia etnica” di chi?: l’appropriazione israeliana della narrazione palestinese

Dina Matar, Al-Shabaka– 26 marzo 2017

Sintesi

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha recentemente sostenuto in un video postato sulla sua pagina Facebook che la richiesta palestinese di smantellare le colonie israeliane illegali nei Territori Palestinesi Occupati costituisce un atto di “pulizia etnica” contro i coloni ebrei israeliani. L’attribuzione di questo termine ai coloni da parte di Netanyahu ha colpito molti analisti ed ha creato un intenso dibattito sui media internazionali. Eppure questo discorso non è che l’esempio più recente di una strategia israeliana di appropriazione di una narrazione di vittimizzazione per sollecitare l’appoggio dell’opinione pubblica.

II primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha recentemente sostenuto in un video postato sulla sua pagina Facebook che la richiesta palestinese di smantellare le colonie israeliane illegali nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) costituisce un atto di “pulizia etnica” contro i coloni ebrei israeliani (1). Il termine, che è stato originariamente utilizzato come un eufemismo durante la campagna serba contro i bosniaci, è rapidamente passato a descrivere pratiche estremamente violente, uccisioni di massa ed espulsioni forzate durante conflitti e guerre. E’ stato usato anche da molti studiosi, così come nel dibattito pubblico, in riferimento alle pratiche sioniste contro la popolazione palestinese immediatamente prima e durante la Nakba del 1948. Queste pratiche comprendono la distruzione di oltre 500 villaggi palestinesi e l’espulsione di circa 730.000 palestinesi dalle loro case.

L’attribuzione di questo termine ai coloni israeliani da parte di Netanyahu ha raccolto più di un milione di visualizzazioni sulla sua pagina Facebook, e ne ha portati altri milioni attraverso la ridiffusione del video su altre piattaforme dei social media. Ciò ha colpito molti analisti, ha creato un intenso dibattito nei media internazionali e ha portato ad una condanna di una personalità come l’allora segretario generale dell’ONU Ban ki-moon, che lo ha definito “inaccettabile e oltraggioso.” Eppure questo discorso, benché più provocatorio del solito, non è che l’ultimo esempio di una strategia israeliana di appropriazione di una narrazione della vittimizzazione per sollecitare l’appoggio dell’opinione pubblica.

Questo commento delinea la storia delle pretese israeliane di questa narrazione dalle prime campagne del movimento sionista all’inizio del XX secolo fino ad oggi. Puntualizza i modi in cui questa strategia retorica è stata utilizzata per giustificare le azioni dello Stato di Israele a danno dei palestinesi. Si conclude con suggerimenti su come dirigenti, intellettuali, giornalisti e attivisti palestinesi possono opporsi alla strategia israeliana di appropriazione per sostenere le loro richieste per l’autodeterminazione ed i diritti umani dei palestinesi.

Narrazioni della vittimizzazione nel loro contesto

In ogni conflitto gli attori fanno ricorso alle narrazioni di vittimizzazione per giustificare le aggressioni, le invasioni e persino l’uccisione di civili. Una tale retorica intende stabilire il dualismo tra bene e male, tra vittima e carnefice. Ciò mobilita sostenitori contro “il nemico”. Come vediamo con Israele e in altri conflitti, le narrazioni di vittimizzazione servono a legittimare azioni violente e spesso preventive contro “il nemico”, perpetuando indefinitamente il ciclo di violenza e vittimizzazione.

I politici israeliani utilizzano narrazioni che privilegiano la vittimizzazione ebraica rispetto alle vite ed i diritti dei palestinesi.

Al contrario, le narrazioni palestinesi di vittimizzazione si basano sull’ingiustizia insita nella dichiarazione Balfour del 1917 [in cui la Gran Bretagna si impegnava ad appoggiare la creazione di un “focolare ebraico” in Palestina. Ndt.], che iniziò ad essere messa in atto prima e durante il Mandato britannico del 1923 e fino al piano di partizione ONU del 1947. Queste opinioni continuano fino ad oggi, e sono esacerbate dalla mancanza di volontà della comunità internazionale, e del mondo arabo, di imporre le leggi internazionali e i diritti umani fondamentali. Quindi la narrazione di vittimizzazione dei palestinesi non può essere discussa al di fuori di questo contesto e delle continue azioni politiche e militari israeliane contro i palestinesi nei TPO. La situazione include una diseguale dinamica di potere dovuta al fatto che Israele è la potenza più forte e l’occupante; un gran numero di vittime palestinesi, compresi bambini, in conseguenza di azioni ed attacchi israeliani; il controllo israeliano di spazio e territorio, così come di risorse e mobilità.

Di conseguenza, mentre un’analisi di come la storia delle persecuzioni contro gli ebrei e la loro vittimizzazione è stata, ed è tuttora, utilizzata per giustificare le azioni dello Stato di Israele non dovrebbe mai perdere di vista i fatti e il contesto di quella persecuzione molto concreta, allo stesso tempo è necessario esaminare attentamente l’utilizzo di questa narrazione per comprendere come un gruppo, gli ebrei israeliani, ha ottenuto la condizione di vittima, mentre un altro, i palestinesi, non l’ha avuta, rafforzando uno squilibrio di potere in cui i diritti degli ebrei israeliani sono favoriti a spese dei diritti dei palestinesi.

Dalla vittimizzazione alla pulizia etnica

La persecuzione degli ebrei in Europa è radicata nell’antisemitismo e nei molti modi in cui ha colpito le comunità ebraiche in luoghi e tempi diversi. Quanto alla narrazione della persecuzione, essa si può far risalire alla fine del XIX° secolo, quando Theodor Herzl, uno dei padri del sionismo, ha attinto alla storia delle persecuzioni contro gli ebrei in Europa per legittimare il progetto nazionalista dello Stato israeliano e le sue pratiche di colonialismo di popolamento. Dopo la Seconda guerra mondiale, questa storia di persecuzioni è stata di nuovo invocata per giustificare la fondazione dello Stato di Israele. Infatti, la Dichiarazione di Indipendenza di Israele afferma che

l’Olocausto … in cui milioni di ebrei in Europa sono stati spinti al macello dimostra ancora una volta oltre ogni dubbio l’esigenza impellente di risolvere il problema della mancanza di una patria e della dipendenza ebraiche attraverso la rinascita dello Stato ebraico sulla terra di Israele, che spalancherà le porte della patria ad ogni ebreo” (2).

Dalla creazione di Israele, le narrazioni storiche che danno valore alla vittimizzazione ebraica rispetto alle vite ed ai diritti palestinesi sono state utilizzate ripetutamente dai politici israeliani. Il primo ministro Golda Meir, ad esempio, ha affermato che gli ebrei hanno un “complesso di Masada”, un “complesso del pogrom” e un “complesso di Hitler”, e l’ex primo ministro Menachem Begin ha tracciato un parallelo tra i palestinesi ed i nazisti (3).

Alcuni studiosi hanno suggerito che i dirigenti israeliani e sionisti hanno manipolato la memoria delle persecuzioni contro gli ebrei, soprattutto in rapporto all’Olocausto, come strumento diplomatico nel loro rapporto con i palestinesi. Per esempio, lo storico israeliano Ilan Pappe, nel suo libro “L’idea di Israele”, sostiene che questi dirigenti hanno costruito un’idea degli israeliani come vittime, un’auto-rappresentazione che impedisce loro di vedere la situazione dei palestinesi. Questo, afferma, ha impedito una soluzione politica al conflitto arabo-israeliano (4).

In anni recenti nuove prove e studi hanno iniziato a mettere in dubbio le principali rivendicazioni del movimento sionista. Al contempo il movimento internazionale di solidarietà in appoggio dei palestinesi è andato crescendo, in parte grazie alle piattaforme digitali che permettono all’opinione pubblica internazionale un accesso diretto alla storia ed alla situazione vissuta dai palestinesi. Ciò ha spinto i dirigenti, i manager, i portavoce israeliani ed i loro mezzi di comunicazione a concentrarsi su differenti strategie per mantenere il controllo sull’opinione pubblica occidentale (5).

Queste includono l’uso di un discorso – come l’utilizzo da parte di Netanyahu della pulizia etnica – per fare riferimento a cittadini ebreo-israeliani come vittime di continue persecuzioni da parte dei palestinesi, con la consapevolezza che questi termini hanno specifici significati giuridici e, secondo le leggi internazionali, sono considerati crimini contro l’umanità. Ma sono i significati emotivi associati ai termini, soprattutto se sono intesi per agire come ricordi della lunga storia di persecuzione degli ebrei, che servono a promuovere la vittimizzazione degli ebrei israeliani a spese delle esperienze di oppressione dei palestinesi. Il termine “pulizia etnica” deve ancora essere utilizzato ufficialmente in Occidente riguardo alla Nakba, esponendolo così all’appropriazione da parte di Israele.

Più o meno in contemporanea con l’affermazione di Netanyahu sulla pulizia etnica, il ministro degli Affari Esteri israeliano ha ri-postato un video a questo proposito sulla sua pagina Facebook, che era stato originariamente reso pubblico nel 2013. Il video, intitolato “Benvenuti nella patria del popolo ebraico”, è stato pubblicizzato come una breve storia degli ebrei. Segue le vicende di una coppia di ebrei, chiamati Giacobbe e Rachele, quando la loro patria (la “Terra di Israele”) viene invasa da vari gruppi, compresi gli assiri, i babilonesi, i greci, gli arabi, i crociati, l’impero britannico e, alla fine, i palestinesi. Ciò quindi suggerisce che gli ebrei sono sopravvissuti ad una serie di brutali invasioni, con i palestinesi come unici invasori rimasti. Il video ha provocato una dura reazione da parte degli attivisti palestinesi e di quelli che lavorano per i loro diritti, a causa del chiaro tentativo di riscrivere la storia del conflitto, inquadrando gli ebrei israeliani come vittime al posto dei palestinesi e con l’utilizzo di un linguaggio razzista e violento nella raffigurazione dei palestinesi.

Il video di Netanyahu sulla pulizia etnica è l’ultimo di una serie di video ideati e prodotti da David Keyes, il portavoce di Netanyahu per i media esteri, che è stato nominato nel marzo 2016. Keyes è stato uno degli uomini chiave dell’incremento delle campagne di propaganda a favore di Israele sui social media. Dalla sua nomina, sono stati postati otto video con Netanyahu che affronta una vasta gamma di problemi. Tutti sono stati apprezzati dai suoi sostenitori in Israele e negli USA.

Con una simile attenzione verso l’Occidente, quindi non è forse sorprendente che nel video sulla pulizia etnica e in altri Netanyahu comunichi in inglese, con versioni disponibili sottotitolate in ebraico e in arabo.

Contrastare la strategia retorica di Israele

La storia delle persecuzioni contro gli ebrei è un problema che colpisce in profondità gli israeliani e, più in generale, la comunità internazionale, soprattutto in Europa. Tuttavia l’uso di termini come pulizia etnica per mano dei palestinesi da parte di Israele lo rappresenta falsamente come vittima ed i palestinesi come aggressori. Questa retorica può essere utilizzata nella prassi pericolosa di vedere qualunque critica delle azioni israeliane come antisemitismo o come ostile nei confronti di Israele. Ciò aiuta ad ostacolare i tentativi da parte dei palestinesi e dei movimenti di solidarietà con i palestinesi di rendere Israele responsabile delle sue azioni, come le uccisioni extragiudiziali e la costruzione illegale di colonie nei TPO.

Dato che le dispute sulla narrazione sono diventate più frequenti e più visibili nell’era digitale, e dati i modi in cui un particolare linguaggio può essere utilizzato per distogliere l’attenzione dagli sviluppi sul terreno, l’uso evidente del discorso della vittimizzazione da parte di Netanyahu non può essere ignorato. L’attenzione su questo sviluppo è particolarmente fondamentale in questo frangente, in cui Israele progetta di espandere le colonie e possibilmente di annettersi altro territorio occupato, e la determinazione e la capacità internazionali di risolvere il conflitto sono più che mai deboli. E’ anche necessario, e strategico, prestare una particolare attenzione in un anno che segna il centenario dalla dichiarazione Balfour, il cinquantennale della guerra del 1967 e i trent’anni dalla prima Intifada palestinese.

L’appropriazione del discorso sulla vittimizzazione da parte di Israele richiede un impegno più efficace da parte dei portavoce, delle élite politiche e degli attivisti palestinesi nella sfera pubblica per esporre la realtà delle azioni di Israele e sollecitare l’appoggio internazionale per la Palestina e per i palestinesi. Ciò non significa partecipare ad una futile battaglia su chi meriti di essere chiamato la vera vittima nel conflitto, ma costruire una campagna coordinata per confutare attraverso delle prove le pretese israeliane.

Una simile campagna dovrebbe contestare la narrazione israeliana utilizzando immagini ed il linguaggio dei diritti umani internazionali che facciano appello all’opinione pubblica ed ai dirigenti occidentali. Dovrebbe sempre basarsi su prove, fatti e contesti, per respingere i tentativi di disinformazione ed iniziative di travisamento. La campagna dovrebbe anche addestrare la dirigenza politica e il personale diplomatico palestinesi nell’uso di un discorso politico rivolto ai palestinesi, su scala regionale ed internazionale, per garantire che il dibattito non legittimi il discorso sionista, per esempio, con l’uso involontario di metafore antisemite. I palestinesi che guidano la campagna e i gruppi della solidarietà internazionale devono utilizzare Twitter e altre reti sociali per confutare i media principali con la situazione reale sul terreno nei TPO, rivolgendosi al contempo ai cittadini palestinesi di Israele e a quelli rifugiati ed esiliati, utilizzando il linguaggio dei diritti e delle leggi internazionali.

Infine, la campagna dovrebbe impegnare professionisti dei media per formare palestinesi e gruppi di sostegno su come controbattere alle narrazioni e affermazioni propagandistiche, nonché su come utilizzare i mezzi di comunicazione digitale per raggiungere un pubblico globale.

Solo con questi sforzi congiunti la strategia israeliana di appropriazione della narrazione palestinese può essere contestualizzata e quindi svelata come un discorso che intende mascherare la violenza del colonialismo di insediamento israeliano.

Note:

(1) Il numero dei coloni è stimato in 600.000. Vedi Ilan Pappe, “La pulizia etnica della Palestina”, Fazi, 2008. Vedi anche Isabel Kershner, “Benjamin Netanyahu Draws Fire After Saying Palestinians Support ‘Ethnic Cleansing’” [Benjamin Netanyahu provoca un incendio dopo aver detto che i palestinesi sostengono ‘una pulizia etnica’], New York Times, September 12, 2016.

(2) Dov Waxman, “The Pursuit of Peace and the Crisis of Israeli Identity: Defending/Defining the Nation” [Il perseguimento della pace e la crisi dell’identità israeliana: difendere/definire la Nazione), (London: Palgrave Macmillan, 2006).

(3) Waxman, 49-56.

(4) Ilan Pappe, “The Idea of Israel: A History of Power and Knowledge” [L’idea di Israele: una storia di potere e di conoscenza], (London: Verso, 2014)

(5) Come ha sostenuto Edward Said, è “il senso sionista del ‘mondo come sostegno e pubblico’ che ha fatto della lotta sionista per la Palestina una lotta che è stata lanciata, comunicata e alimentata nelle grandi capitali dell’Occidente,” con tanto successo – e che ha garantito, fino a un certo punto, la condiscendenza e la complicità dell’Occidente. Edward Said, “Permission to Narrate”(Permesso di Raccontare), Journal of Palestine Studies 13, 3 (Spring 1984): 27-48.

(6) Frank Luntz, “The Israel Project’s Global Language Dictionary” (Il dizionario linguistico del progetto globale di Israele), 2009.

Dina Matar

Membro di Al-Shabaka, Dina Matar è docente in comunicazione politica del Centro per gli Studi sui Film e i Media alla Scuola di Studi Orientali e Africani. Lavora sui rapporti tra cultura, comunicazione e politiche, con una particolare attenzione alla Palestina, al Libano e alla Siria. E’ autrice di “What it Means to be Palestinian: Stories of Palestinian Peoplehood”[Cosa significa essere palestinese: storie di gente palestinese] (Tauris, 2010); co-curatrice di “Narrating Conflict in the Middle East: Discourse, Image and Communication Practices in Palestine and Lebanon” [Raccontare il conflitto in Medio Oriente: discorso, immagine e pratiche comunicative in Palestina e in Libano), (Tauris, 2013) e co-autrice di “The Hizbullah Phenomenon: Politics and Communication” [Il fenomeno Hezbollah: politiche e comunicazione], (Hurst, 2014). Matar è anche co-fondatrice e redattrice del “The Middle East Journal of Culture and Communication” [Giornale del Medio oriente di Cultura e Comunicazione].

(traduzione di Amedeo Rossi)




La fase successiva nella guerra al BDS: perché Israele ha arrestato Omar Barghouti

Ramzy Baroud, Ma’an News30 marzo 2017

Lo Stato israeliano ha violato le leggi internazionali più di ogni altro Paese, tuttavia è stato raramente, se non mai, portato a rendere conto dei suoi crimini e dei sui abusi.

Le efficaci campagne di pubbliche relazioni di Israele attraverso partner mediatici occidentali ben disposti, insieme al costante lavoro e alle pressioni portate avanti dai suoi potenti sostenitori a Washington, Londra, Parigi ed altrove, hanno prodotto risultati magnifici.

Per un momento è sembrato che Israele fosse in grado di conservare l’occupazione e negare ai palestinesi i loro diritti indefinitamente, promuovendosi al contempo come “l’unica democrazia in Medio Oriente”.

Quelli che osavano sfidare questo paradigma distorto con la resistenza in Palestina erano eliminati o imprigionati; quelli che hanno sfidato Israele in pubblico ovunque nel mondo sono stati calunniati come “antisemiti” o “ebrei che odiano se stessi”.

Sembrava che le cose andassero avanti senza problemi per Israele. Con l’aiuto finanziario e militare americano-occidentale, le dimensioni, la popolazione e l’economia delle colonie illegali sono cresciute rapidamente. I partner commerciali di Israele sembravano dimenticare il fatto che i prodotti delle colonie fossero costruiti o coltivati su terra palestinese occupata illegalmente.

Quindi per molto tempo l’occupazione è stata molto redditizia, con poche condanne e pressioni. L’unica cosa che i dirigenti israeliani dovevano fare era rispettare il copione: i palestinesi sono terroristi, non abbiamo partner per fare la pace, Israele è una democrazia, le nostre guerre sono tutte fatte per auto-difesa, e via di questo passo. I media ripetevano all’unisono queste nozioni ingannevoli. I palestinesi, oppressi, occupati e diseredati, erano regolarmente demonizzati. Quelli che sapevano la verità sulla situazione dovevano affrontare il rischio di pronunciarsi apertamente – e di patirne le conseguenze – o rimanere in silenzio.

Ma, come si suol dire, “puoi prendere in giro tutti per un po’ di tempo, e alcuni per sempre, ma non puoi prendere in giro tutti per sempre.”

[Lo slogan] “Giustizia per i palestinesi”, che un tempo sembrava che fosse una “causa persa”, è stato massicciamente ripreso durante la Seconda Intifada (Rivolta) palestinese nel 2000.

Una crescente consapevolezza, dovuta all’impegno di molti intellettuali, giornalisti e studenti, ha visto l’arrivo in Palestina di migliaia di attivisti internazionali come parte dell’International Solidarity Movement (ISM).

Accademici, artisti, studenti, membri del clero e persone comuni sono venuti in Palestina e poi si sono sparsi in molte parti del mondo, utilizzando qualunque mezzo a disposizione per diffondere un messaggio concorde tra le loro numerose comunità.

E’ stato questo lavoro di base che ha reso possibile il successo del movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS).

Sorto nel 2005, il BDS è stato un appello delle organizzazioni della società civile palestinese alle persone di tutto il mondo perché partecipassero alla denuncia dei crimini israeliani e perché il governo e l’esercito israeliani e le imprese che traggono vantaggio dall’oppressione dei palestinesi ne fossero considerati responsabili. Sostenuto da un’ampia e crescente rete già consolidata, il BDS si è velocemente diffuso ed ha colto di sorpresa il governo israeliano.

Nell’ultimo decennio il BDS si è dimostrato in grado di resistere e ricco di risorse, aprendo nuovi canali e tribune per discutere di Israele, della sua occupazione, dei diritti dei palestinesi e della responsabilità morale di quanti appoggiano o ignorano le violazioni dei diritti umani da parte di Israele.

Ciò che più preoccupa Israele riguardo al BDS è quello che esso definisce il tentativo del movimento di “delegittimarlo”. Fin dalla sua creazione, Israele ha lottato per la legittimazione. Ma è difficile ottenere legittimazione senza rispettare le norme richieste ad un Paese per ottenerla. Israele vuole avere entrambe le cose: continuare la sua proficua occupazione, testare la sua nuova tecnologia bellica, arrestare e torturare, assediare ed assassinare e allo stesso tempo ottenere l’assenso internazionale.

Usando minacce, intimidazioni, taglio di fondi, gli Usa ed Israele hanno insistito, senza risultati, per far tacere le critiche a Israele, principale alleato degli Usa in Medio Oriente.

Solo qualche giorno fa un rapporto delle Nazioni Unite ha affermato che Israele ha istituito un “regime di apartheid”. Anche se l’autrice del rapporto, Rima Khalaf [a capo della Commissione ONU per l’Asia occidentale (ESCWA). Ndtr.], ha rassegnato le dimissioni in seguito a pressioni, il genio non può tornare nella bottiglia.

Progressivamente, il BDS è cresciuto fino a diventare l’incubatore di molte delle critiche internazionali a Israele. Il suo iniziale impatto ha riguardato artisti che rifiutano di esibirsi in Israele, poi imprese che hanno iniziato ad abbandonare le proprie attività in Israele, seguite da chiese ed università che hanno disinvestito dall’economia israeliana. Con il tempo Israele si è trovato a dover affrontare un’unica, grande sfida.

Quindi, cosa deve fare Israele?

Ignorare il BDS si è dimostrato pericoloso e costoso. Combattere il BDS è come scatenare una guerra contro la società civile. Peggio, più Israele tenta di distruggere il lavoro del BDS, più legittima il movimento, offrendogli nuovi spazi per il dibattito, per le notizie dei media e per la discussione pubblica.

Nel marzo 2016 una grande conferenza ha radunato insieme funzionari del governo israeliano, dirigenti dell’opposizione, esperti dei media, studiosi e persino personaggi dello spettacolo da Israele, dagli Usa e da altri Paesi. La conferenza è stato organizzata da una delle maggiori imprese mediatiche di Israele, Yediot Achronot. C’è stata una rara esibizione di unità tra i politici israeliani; centinaia di israeliani influenti e loro sostenitori che cercavano di costruire una strategia intesa a sconfiggere il BDS.

Sono state proposte molte idee.

Il ministro degli Interni israeliano, Aryeh Deri, ha minacciato di revocare la residenza [a Gerusalemme] a Omar Barghouti, cofondatore e una delle personalità più attive del BDS.

IIl ministro dell’Intelligence e dell’Energia Atomica, Israel Katz, ha invocato “un’eliminazione civile mirata” dei dirigenti del BDS, indicando in particolare Barghouti.

Il ministro della Pubblica Sicurezza, Gilad Erdan, ha chiesto che gli attivisti del BDS “ne paghino il prezzo”.

La guerra contro il BDS è iniziata ufficialmente, benché il lavoro di base per la lotta fosse già in atto.

Il governo del Regno Unito aveva annunciato all’inizio dell’anno che era illegale “rifiutare di acquistare beni e servizi da imprese coinvolte nel commercio di armi, di combustibili fossili, prodotti per fumatori o nelle colonie israeliane nella Cisgiordania occupata.”

Quello stesso mese, il Canada ha votato una mozione che ha reso il BDS un reato.

Un paio di mesi prima, il Senato Usa ha approvato la legge ” Consapevolezza dell’Anti-Semitismo”, che ha accorpato la definizione di antisemitismo per includervi le critiche contro Israele nei campus Usa, molti dei quali hanno risposto positivamente all’appello del BDS.

Infine il Regno Unito ha adottato una definizione simile equiparando i crimini di vero e proprio odio antiebraico alle critiche a Israele.

Più di recente, Israele ha votato una legge che pone un bando all’ingresso in Israele di persone accusate di appoggiare il movimento BDS. Considerando che entrare in Israele è l’unico modo per raggiungere i Territori Palestinesi Occupati, il bando israeliano intende recidere il forte rapporto che mette in contatto i palestinesi con il movimento globale di solidarietà.

La campagna contro il BDS è infine culminata con l’arresto e l’interrogatorio dello stesso Omar Barghouti.

Il 19 marzo le autorità fiscali israeliane hanno arrestato Barghouti e lo hanno accusato di evasione fiscale. Così facendo Israele ha svelato la natura del prossimo passo della sua lotta, utilizzando tattiche diffamatorie e incolpando dirigenti di punta sulla base di imputazioni che sono apparentemente apolitiche per distogliere l’attenzione dall’imminente e pressante dibattito politico.

Insieme ad altri passi, Israele pensa che sconfiggere il BDS sia possibile con la censura, i divieti di ingresso e tattiche intimidatorie.

Tuttavia la guerra di Israele contro il BDS è destinata a fallire e, come diretto risultato di questo fallimento, il BDS continuerà ad espandersi.

Israele ha mantenuto la società civile mondiale all’oscuro per decenni, vendendole una versione fuorviante della realtà. Ma nell’era dei media digitali e dell’attivismo su scala globale la vecchia strategia non mantiene più le sue promesse.

Nonostante quello che appare nel caso di Barghouti, il BDS non si indebolirà. E’ un movimento decentralizzato con reti locali, regionali, nazionali e globali sparse in centinaia di città in tutto il mondo.

Diffamare una persona, o un centinaio di persone, non modificherà il crescente movimento del BDS.

Israele si renderà presto conto che la sua guerra contro il BDS, contro la libertà di parola e di espressione, non può essere vinta. Si tratta di un tentativo inutile di imbavagliare una comunità globale che ora lavora all’unisono da Città del Capo, in Sudafrica, a Uppsala, in Svezia.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Esperti israeliani e palestinesi redigono una ‘road map’ per salvare l’economia palestinese

Amira Hass, 25 marzo 2017, Haaretz

Circa 2 milioni di palestinesi sono ammassati nei 365 chilometri quadrati della Striscia di Gaza. Nella Valle del Giordano, che conta 1.600 chilometri quadrati, ci sono 65.000 palestinesi (e altri circa 10.000 coloni israeliani). Teoricamente gli accordi di Oslo avrebbero dovuto consentire a molti abitanti di Gaza di spostarsi nella Valle del Giordano – per lavorare nelle infrastrutture e in agricoltura (anche se solo per attività stagionali), nell’edilizia, nel turismo e nell’industria.

Ma in realtà queste due aree palestinesi “contribuiscono” al deterioramento dell’economia palestinese nel suo complesso. In entrambe, la principale ragione del declino sta nelle draconiane restrizioni alla libertà di movimento, di accesso alle risorse e alle possibilità di commercio, costruzione, agricoltura e sviluppo imposte da Israele.

Queste affermazioni non sono affatto nuove, già la scorsa settimana un gruppo di 11 economisti palestinesi ed israeliani ha pubblicato due studi a questo riguardo. Gli studiosi delineano un piano per espandere l’attività economica palestinese nella Valle del Giordano e salvare l’economia di Gaza (prima del 2020, data entro la quale, se nulla cambia, questa enclave isolata sarà inabitabile, come hanno avvertito due anni fa le Nazioni Unite).

Per ragioni di cortesia, e forse perché gli studi sono stati elaborati in collaborazione con la Banca Mondiale, gli autori si occupano di sincere affermazioni di politici israeliani circa il desiderio di vedere un miglioramento nell’economia palestinese. In effetti, i due autori – Saeb Bamya e il professor Arie Arnon che, insieme al dottor Shanta Devarajan, capo economista al MENA (Medio Oriente e Nord Africa, ndtr.) della Banca Mondiale, hanno presentato i documenti mercoledì all’Istituto Truman di Gerusalemme – sono perfettamente coscienti che l’attuale situazione non è solamente il risultato di una casuale serie di errori umani.

Ma è stato il moderatore di una tavola rotonda, l’ex ambasciatore di Israele in Sudafrica Ilan Baruch, a non moderare i termini. “Vi è stata una deliberata politica israeliana tesa a creare deficit”, ha detto. “La comunità internazionale deve essere coinvolta – non come donatore, ma per esercitare pressioni [su Israele].”

Il giorno prima, gli studi sono stati presentati per la prima volta negli uffici della Banca Mondiale nel quartiere Dahiyat al-Barid di Gerusalemme, all’ombra del muro di separazione. Alcuni relatori hanno detto ai funzionari presenti: sono state elargite grosse somme di denaro per determinare un cambiamento, non per perpetuare lo status quo. Ma sembra che il denaro dei contribuenti dei vostri Paesi in realtà rafforzi la situazione di deterioramento. E questo deve cambiare.

A coloro che sono arrivati a pensare al blocco di Gaza come a un dato di fatto e che sono abituati a pensare che la Valle del Giordano appartenga ad Israele, le misure di semplice ricostruzione proposte dagli economisti sembreranno surreali. Permettere il regolare movimento di persone e camion direttamente tra Gaza e la Cisgiordania? Riaprire l’aeroporto di Gaza? Fornire acqua e maggiore elettricità alla Striscia? Ricostruire la flotta di pescatori e costruire un porto? Permettere ai palestinesi di coltivare altri 40.000 dunams ( 24,7 km²) nella Valle del Giordano? Lasciare che vi creino e sviluppino il turismo?

Un approccio differente da Oslo

Sembra inconcepibile. Ma secondo Arnon le raccomandazioni degli studi sono in realtà molto vicine all’approccio prospettato da alti dirigenti militari e della sicurezza israeliani, che comprendono i rischi per la sicurezza contenuti in un’economia palestinese in difficoltà. Quindi queste raccomandazioni sono un ulteriore tentativo di trovare persone responsabili in Israele che possano fare dei passi per scongiurare le disastrose previsioni.

Il Gruppo di Aix, che prende il nome dall’università francese in cui fu fondato nel 2002 (Università Paul Cézanne Aix-Marseille III), è stato creato per delineare scenari socioeconomici per la fase di status finale dei due Stati. Questo approccio è l’opposto di quello degli Accordi di Oslo, in cui sono state indicate in modo molto dettagliato fasi intermedie come percorso per realizzare un’ipotesi che non era definita.

Perciò, per il Gruppo di Aix, i due studi sono un nuovo lavoro che propone passi concreti per salvare e rivitalizzare l’economia a breve e medio termine, indipendentemente dalla situazione dei negoziati sullo status finale e con la consapevolezza della scarsa probabilità che tali colloqui possano ricominciare presto.

Ogni studio utilizza cifre e grafici per illustrare le tendenze economiche. Per esempio, nei 20 anni trascorsi dalla creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese nel 1994, il prodotto interno lordo pro capite a Gaza è stato in media di 1.200 dollari (calcolati a prezzi del 2004). Negli anni migliori, 1998 e 1999, è stato di 1.450 dollari. Il livello più basso è stato nel 2007 e 2008 con solo 900 dollari. Per fare un confronto, a quel tempo il dato è stato di 4.200 dollari in Giordania e di 20.000 dollari in Israele.

Il PIL per lavoratore illustra ulteriormente il peggioramento – da 24.000 dollari nel 2005 a 10.000 dollari oggi. Questo è anche il modo per calcolare la produttività nell’economia.

Secondo gli autori, che citano uno studio della Banca di Israele che ha rilevato che dal 2006 al 2009 l’occupazione nel settore manifatturiero è crollata del 33%, rispetto ad un aumento del 24% nel settore dei servizi, questo drastico peggioramento è dovuto soprattutto al blocco di Gaza. Intanto nel 2015 la disoccupazione giovanile a Gaza è arrivata al 57.6%; il tasso complessivo di disoccupazione è stato del 41%.

Un altro modo per osservare il deterioramento è considerare il valore delle importazioni pro capite. Nel 1997 questo dato era di 800 dollari a Gaza e 1.000 dollari in Cisgiordania. Nel 2015 era di 400 dollari a Gaza e 1.400 in Cisgiordania.

E le esportazioni pro capite? Queste sono sempre state basse. Ma anche questo valore ridotto è diminuito. Nel 2000 le esportazioni erano il 10% del PIL, con 15.255 camion che uscivano da Gaza. Questo dato è sceso al 6.8% nel 2005 (9.319 camion) e a 0 tra il 2008 e il 2010. E’ stato registrato un lieve incremento nel 2015 e 2016, con 1.400 camion in uscita da Gaza ogni anno (grazie all’Olanda, che ha fatto pressioni perché si permettesse a Gaza di esportare all’estero alcune delle sue produzioni agricole).

Scarso sostegno a Gaza da parte dell’ANP

Il blocco israeliano impedisce all’economia di Gaza di beneficiare del movimento di merci e di persone. I costi crescenti abbassano la produttività e scoraggiano gli investitori, oltre alle fatiscenti infrastrutture di Gaza. Gli investitori sono spaventati anche dai rischi militari e politici, sostengono gli autori, che non ignorano un fattore interno: i due distinti governi palestinesi e la rivalità tra Hamas e l’ANP.

Gli autori respingono la ricorrente affermazione dell’ANP che il 40% del suo budget viene investito a Gaza. In base ai loro calcoli, solo il 15% del budget non coperto da entrate doganali e da imposte sul valore aggiunto viene trasferito alla Striscia. Non è un grande aiuto, dicono gli autori, aggiungendo che generalmente le zone ricche sovvenzionano quelle più povere.

Quanto alla paura di Israele del rischio per la sicurezza che comporterebbe allentare il blocco, le argomentazioni degli autori poggiano su una logica elementare: il blocco draconiano non ha impedito ad Hamas di armarsi e non ha impedito i conflitti. La situazione socioeconomica in peggioramento non fa che aumentare il malessere e la rabbia, che alimentano gruppi e idee estremiste. Secondo gli autori un allentamento del blocco in ultima istanza ridurrà il sostegno ad Hamas.

Inoltre scrivono: “Il blocco di Gaza potrebbe non essere solo una punizione per Hamas, ma anche un modo per rafforzare il suo controllo su Gaza. E’ più facile controllare un territorio chiuso che uno aperto, dove le persone possono entrare ed uscire.”

La valle del Giordano non è separata dal resto della Cisgiordania, ma, in base al secondo studio, per 50 anni, e soprattutto negli ultimi 20 anni, Israele ha vietato ai palestinesi l’accesso, la costruzione e lo sviluppo in circa il 75% dell’area, con diversi pretesti: zone di esercitazione militare, riserve naturali, zone di sicurezza, terreni dello Stato. Circa il 90% della terra nella Valle del Giordano rientra sotto l’autorità di 24 colonie. Circa l’80% del territorio è in Area C, sotto l’esclusivo controllo israeliano.

Dei 160.000 dunams (16.000 ha., ndt.) nella Valle del Giordano, i palestinesi ne coltivano solo 42.000 (4.200, ndt). I coloni coltivano tra i 30.000 (3.000 ha, ndt) e i 50.000 dunams (5.000 ha, ndt), ed il resto è vietato ai palestinesi. Riguardo all’accesso all’acqua, questo dato da solo illustra adeguatamente la situazione: la quantità media di acqua usata da un colono è quasi 10 volte maggiore della quantità usata da un palestinese.

Ecco il risultato, secondo lo studio: “Questo sottosviluppo si manifesta in sviluppo rurale limitato e scarsa crescita economica, che produce un aumento della povertà, inadeguate condizioni sanitarie ed igieniche, deterioramento materiale ed ambientale. E’ la conseguenza di tante difficoltà ed ostacoli, compresa l’iniqua distribuzione delle risorse idriche, la distruzione di vitali infrastrutture idriche, mancanza di fognature e notevoli perdite di acqua.”

C’è un altro dato molto eloquente: l’aspettativa media di vita per i palestinesi nella Valle del Giordano è di 65 anni, a fronte di 71.8 nell’intera Cisgiordania.

Gli autori affrontano la questione della sicurezza e le restrizioni di movimento ad essa dovute. Affermano che la sicurezza si ottiene non solo con strumenti militari, ma riducendo la motivazione della parte avversa a lottare contro di te. La situazione di povertà crescente e di qualità della vita in continuo peggioramento crea un focolaio di rabbia e disperazione che potrebbe portare, prima o poi, ad ulteriori cicli di violenza.

Gli autori non trattano della mancanza di sicurezza per i palestinesi, che sono spesso attaccati da esercito e polizia, o dai coloni.

Infatti, proprio in questi giorni, gli abitanti di nuovi avamposti non autorizzati eppure prosperi nel nord della Valle del Giordano stanno facendo uso di intimidazioni e violenze per scacciare pastori e contadini palestinesi da un’ampia zona di territorio. Perciò gli autori farebbero bene ad aggiungere una raccomandazione: adottare metodi per sventare attacchi dei coloni, che probabilmente aumenteranno se le persone responsabili consentiranno ai palestinesi maggiore accesso alle loro terre.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Un sondaggio: la maggioranza degli israeliani ebrei è contraria alla fine di 50 anni di occupazione militare

28 marzo, 2017 Maannews

Betlemme (Ma’an) È stato reso noto un nuovo sondaggio del Jerusalem Center for Public Affairs[centro di ricerche indipendente israeliano con sede a Gerusalemme, ndt.] che rivela che la maggioranza degli israeliani si oppone a qualunque forma di ritiro israeliano dalla Cisgiordania occupata, mentre il 79% degli israeliani ritiene che sia importante mantenere Gerusalemme unita sotto il controllo di Israele, in contrasto con il diritto internazionale e con gli annosi negoziati internazionali di pace.

Il sondaggio, condotto su un campione di 521 israeliani ebrei di età superiore ai 18 anni, viene considerato rappresentativo dell’opinione degli adulti israeliani ebrei sul pluridecennale conflitto israelo-palestinese.

In base ai risultati del sondaggio, l’adesione degli israeliani ad un ritiro militare dalla Cisgiordania sotto occupazione israeliana, ora al suo cinquantennale, è gradualmente diminuita negli ultimi 12 anni, con una percentuale di quelli che sostengono il ritiro come parte di un accordo di pace che è passata dal 60% nel 2005 ad appena il 36% nel 2017.

Riguardo al completo ritiro da tutto il territorio della Cisgiordania occupata, il 77% degli israeliani si oppone a una simile decisione. Nel contempo, sempre in riferimento al ritiro dai territori, ma escludendo i grandi blocchi di colonie israeliane costruite sul territorio palestinese in violazione al diritto internazionale, la maggioranza degli israeliani (il 57 %) è ancora contraria.

Tuttavia, qualora venissero annessi ad Israele i blocchi delle colonie illegali e il futuro Stato palestinese rimanesse demilitarizzato, l’opposizione al ritiro israeliano dai territori palestinesi scenderebbe leggermente (44%).

Per quanto riguarda la valle del Giordano, un’area della massima importanza per il territorio palestinese e per qualunque futuro Stato palestinese, uno schiacciante 81% di israeliani afferma che sarebbe importante che il governo israeliano continuasse ad esercitare la sua sovranità su quel territorio.

Il sondaggio rivela anche che gli israeliani hanno un’aspettativa a lungo termine e consistente nella conservazione del pieno controllo della sicurezza sulla Cisgiordania occupata: il 76% degli intervistati dal sondaggio condivide il fatto che le autorità israeliane continuino a mantenere il controllodella Cisgiordania in base a varie considerazioni riguardo alla sicurezza.

Mentre il 79% degli israeliani ritiene che sia importante mantenere Gerusalemme unita sotto il controllo di Israele, il 52% si oppone a qualsiasi divisione tra “settori ebraici e arabi”. Alla domanda sullo status di Gerusalemme Est occupata e della sua possibile inclusione nello Stato di Palestina come capitale, l’opposizione alla divisione di Gerusalemme sale al 59%.

La grande maggioranza degli israeliani (l’83%) è contraria al trasferimento ai palestinesi della moschea di Al-Aqsa – nota tra gli ebrei come il Monte del Tempio.

Il destino di Gerusalemme è stato per decenni un punto nodale del conflitto israelo-palestinese, con numerose tensioni conseguenti alle minacce israeliane riguardo alla status dei siti religiosi non ebraici nella città e alla “giudeizzazione” di Gerusalemme Est mediante la costruzione di colonie e di massicce demolizioni di case.

In un contesto di violenza quotidiana dell’esercito israeliano e con l’escalation delle colonie illegali israeliane nei territori palestinesi, i palestinesi sono rimasti delusi dai tentativi di risolvere il conflitto che continua da decenni, avendo perso in molti la speranza in qualunque soluzione politica.

Il governo israeliano ha anche approvato rapidamente leggi che secondo l’opinione di molti critici sono specificatamente volte a un’annessione graduale della Cisgiordania occupata.

Lo scorso mese la Knesset ha approvato la legge di regolarizzazione degli avamposti, che stabilisce che qualunque colonia costruita in Cisgiordania “in buona fede” – senza sapere che la terra su cui è stata costruita è proprietà privata palestinese, possa essere ufficialmente riconosciuta da Israele in attesa di prove risibili per il sostegno del governo al suo insediamento e di qualche forma di compensazione ai proprietari palestinesi.

Nel frattempo, deputati israeliani di destra della Knesset hanno anche proposto un disegno di legge per l’annessione della grande colonia di Maale Adumim. Maale Adumim è la terza più grande colonia per numero di abitanti, comprendente un grande striscia di terra che s’insinua profondamente nel distretto di Gerusalemme della Cisgiordania occupata. Molti israeliani la considerano un sobborgo israeliano di Gerusalemme, nonostante sia situata sul territorio occupato palestinese in violazione del diritto internazionale.

Mentre gli esponenti della comunità internazionale hanno riposto la soluzione del conflitto israelo-palestinese sulla interruzione delle colonie illegali israeliane, al contrario i dirigenti israeliani hanno chiesto a gran voce un aumento delle costruzioni delle colonie nella Cisgiordania occupata e alcuni hanno sostenuto la loro completa annessione.

Numerosi attivisti palestinesi hanno criticato la soluzione a due Stati come insostenibile e improbabile per raggiungere una pace duratura, proponendo invece uno Stato binazionale con uguali diritti per israeliani e palestinesi.

(traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Rapporto ESCWA cancellato: “Le prassi israeliane nei confronti del popolo palestinese e la questione dell’apartheid”

Il rapporto completo della Commissione ONU economica e sociale per l’Asia Occidentale (ESCWA) di Richard Falk e Virginia Tilley è stato rimosso dal sito web della Commissione delle Nazioni Unite (ESCWA).

La redazione di Zeitun ritiene molto importante tradurre e pubblicare almeno la sintesi del rapporto, che denuncia il regime di apartheid che Israele esercita contro il popolo palestinese sia all’interno dei propri confini che nei territori occupati, compresa Gerusalemme est.

Compendio sintetico

Questo rapporto giunge alla conclusione che Israele ha stabilito un regime di apartheid che domina il popolo palestinese nel suo complesso. Consci della gravità di questa affermazione, gli autori del rapporto concludono che prove a disposizione dimostrano al di là di ogni ragionevole dubbio che Israele è responsabile di politiche e prassi che configurano il crimine di apartheid, in base alla definizione giuridica contenuta nella legislazione internazionale.

L’analisi contenuta in questo rapporto si basa sul corpus delle leggi e dei principi internazionali sui diritti umani, incluse la Carta delle Nazioni Unite (1945), la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) e la Convenzione Internazionale sull’Eliminazione di ogni Forma di Discriminazione Razziale (1965), che ripudiano l’antisemitismo ed altre ideologie di discriminazione razziale. Il rapporto basa la sua definizione di apartheid anzitutto sull’articolo II della Convenzione Internazionale sulla Soppressione e Punizione del Crimine di Apartheid (1973, d’ora in poi Convenzione sull’Apartheid):

Il termine “crimine di apartheid”, che include politiche e prassi simili alla segregazione e discriminazione razziale praticate in Sudafrica, si applica a …atti inumani compiuti allo scopo di stabilire e mantenere il dominio di un gruppo razziale di persone su un altro gruppo razziale e di opprimerlo in modo sistematico.

Benché il termine “apartheid” sia stato originariamente associato alla situazione specifica del Sudafrica, oggi rappresenta una fattispecie di crimine contro l’umanità in base al diritto internazionale consuetudinario e allo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, secondo cui per “il crimine di apartheid” si intendono atti inumani….compiuti nel contesto di un regime istituzionalizzato di oppressione e dominazione sistematica da parte di un gruppo razziale nei confronti di un altro gruppo o gruppi razziali e commessi con l’intenzione di perpetuare tale regime.

In questo contesto, il rapporto riflette il consenso degli esperti sul fatto che la proibizione dell’apartheid è universalmente applicabile e non è stata messa in discussione dalla fine dell’apartheid in Sudafrica e in Africa sud occidentale (Namibia) .

Le prassi israeliane nei confronti del popolo palestinese e la questione dell’apartheid.

L’approccio giuridico alla questione dell’apartheid adottato in questo rapporto non deve essere confuso con l’uso del termine nel discorso corrente come espressione dispregiativa. Considerare l’apartheid come singole azioni e prassi ( quale ad esempio “muro dell’apartheid”), come fenomeno generato da condizioni strutturali astratte come il capitalismo (“apartheid economico”), o comportamento sociale privato da parte di certi gruppi razziali verso altri (razzismo sociale), può essere opportuno in certi contesti. Tuttavia questo rapporto riconduce la sua definizione di apartheid al diritto internazionale, che comporta responsabilità per gli Stati, come specificato nelle norme internazionali.

La scelta delle prove si basa sulla Convenzione sull’Apartheid, che sancisce che il crimine di apartheid consiste in specifici atti inumani, ma tali atti acquisiscono lo status di crimini contro l’umanità solo se intenzionalmente finalizzati allo scopo fondamentale di dominazione razziale. Lo Statuto di Roma specifica nella sua definizione la presenza di un ‘regime istituzionalizzato’ che risponde all’ “intenzione” di dominazione razziale. Poiché “scopo” e “intenzione” sono centrali in entrambe le definizioni, questo rapporto, per stabilire oltre ogni dubbio la presenza di tale scopo fondamentale, prende in esame elementi apparentemente disgiunti dalla situazione palestinese – in particolar modo la dottrina per la costituzione dello Stato ebraico come declinata nella legge ed il progetto delle istituzioni statali israeliane.

Che il regime israeliano sia finalizzato a questo scopo fondamentale trova conferma nel corpo delle leggi, solo alcune delle quali, per ragioni di spazio, vengono prese in considerazione nel rapporto. Un esempio rilevante è la politica della terra. La Legge Fondamentale di Israele (Costituzione) sancisce che la terra di proprietà dello Stato di Israele, dell’Autorità Israeliana per lo Sviluppo o del Fondo Nazionale Ebraico non potrà essere trasferita in alcun modo, stabilendo che la sua gestione resti permanentemente sotto la loro autorità. La Legge della Proprietà dello Stato del 1951 prevede la devoluzione della proprietà (inclusa la terra) allo Stato in ogni area “in cui vige la legge dello Stato di Israele”. L’Autorità Israeliana per la Terra (ILA) gestisce la terra dello Stato, che consiste nel 93% della terra all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti di Israele e vi è per legge vietato l’uso, lo sviluppo o la proprietà da parte di non-ebrei. Queste leggi incarnano il concetto di “finalità pubblica”, come espresso nella Legge Fondamentale. Tali leggi possono essere modificate dal voto della Knesset (Parlamento israeliano), ma non la Legge Fondamentale: la Knesset vieta a tutti i partiti politici di mettere in discussione quella finalità pubblica. Di fatto, la legge israeliana rende illegale l’opposizione alla dominazione razziale.

L’ingegneria demografica è un altro settore della politica che serve allo scopo di mantenere Israele uno Stato ebraico. La più conosciuta è la legge israeliana che conferisce agli ebrei di tutto il mondo il diritto di entrare in Israele ed ottenere la cittadinanza israeliana, qualunque sia il loro Paese di origine ed a prescindere dal fatto che possano o meno dimostrare legami con Israele-Palestina, mentre d’altro lato nega ogni analogo diritto ai palestinesi, compresi quelli con documenti di possesso di antiche case nel Paese. L’Organizzazione Mondiale Sionista e l’Agenzia Ebraica dispongono di autorità legale come agenzie dello Stato di Israele per agevolare l’immigrazione ebraica e salvaguardare in primo luogo gli interessi dei cittadini ebrei su questioni che vanno dall’uso della terra ai piani di sviluppo pubblici ed altri aspetti considerati vitali per lo Stato ebraico. Alcune leggi con contenuti di ingegneria demografica sono formulate con linguaggio implicito, come anche quelle che consentono ai consigli ebraici di respingere le richieste di residenza da parte di cittadini palestinesi.

La legge israeliana permette normalmente ai coniugi di cittadini israeliani di trasferirsi in Israele, ma nega ingiustamente questa possibilità se si tratta di palestinesi dei territori occupati o che vivono all’estero. Su scala molto maggiore, è una prerogativa della politica israeliana rifiutare il ritorno di tutti i palestinesi rifugiati e in esilio (in totale circa sei milioni di persone) nel territorio sotto il controllo di Israele.

Per attribuire ad un regime la qualifica di apartheid devono essere presenti altre due caratteristiche di un regime sistematico di dominazione razziale. La prima riguarda l’identificazione delle persone oppresse come appartenenti ad uno specifico “gruppo razziale”. Questo rapporto recepisce la definizione della Convenzione Internazionale sull’Eliminazione di ogni Forma di Discriminazione Razziale, che definisce “discriminazione razziale” “ogni distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, la stirpe, o l’origine nazionale o etnica, che abbia l’obbiettivo o l’effetto di annullare o ridurre il riconoscimento, il godimento o l’esercizio, con pari dignità, dei diritti umani e delle libertà fondamentali nell’ambito politico, economico, sociale, culturale o altri della vita pubblica.” Su questa base il rapporto ritiene che nel contesto geopolitico della Palestina, ebrei e palestinesi possano essere considerati “gruppi razziali”. Inoltre la Convenzione Internazionale sull’Eliminazione di ogni Forma di Discriminazione Razziale viene espressamente citata nella Convenzione sull’Apartheid.

La seconda caratteristica sono la delimitazione ed il carattere del gruppo o dei gruppi coinvolti.

Lo status dei palestinesi come popolo titolato ad esercitare il diritto all’autodeterminazione è stato giuridicamente stabilito nel modo più autorevole dalla Corte Internazionale di Giustizia nel suo parere consultivo del 2004 sulle conseguenze legali della costruzione di un muro nei territori palestinesi occupati. Su questa base, il rapporto prende in esame il trattamento da parte di Israele del popolo palestinese nel suo complesso, considerando le chiare situazioni di frammentazione geografica e giuridica del popolo palestinese come una condizione imposta da Israele. (L’allegato II tratta la questione di una corretta identificazione del “Paese” responsabile della negazione dei diritti palestinesi previsti dalle leggi internazionali).

Il rapporto rileva che la frammentazione strategica del popolo palestinese è il principale metodo con il quale Israele impone un regime di apartheid. Anzitutto prende in esame le prassi israeliane verso il popolo palestinese e la questione dell’apartheid, di come la storia del conflitto, la divisione, l’annessione di diritto e di fatto e la prolungata occupazione in Palestina abbiano portato il popolo palestinese ad essere diviso in diverse zone geografiche amministrate da diversi ordinamenti legislativi. Questa frammentazione agisce nel senso di stabilizzare il regime israeliano di dominazione razziale sui palestinesi ed indebolire la volontà e la capacità del popolo palestinese di organizzare una resistenza unitaria ed efficace. Vengono utilizzati metodi differenti a seconda di dove vivono i palestinesi. Questo è il mezzo principale con cui Israele impone l’apartheid e al tempo stesso impedisce la presa di coscienza internazionale di come funziona il sistema in quanto insieme complementare per costituire un regime di apartheid.

Dal 1967 in poi, i palestinesi in quanto popolo sono vissuti in quelle che il rapporto definisce quattro “ ambiti”, in cui i vari settori della popolazione palestinese vengono chiaramente trattati in modo diverso, ma hanno in comune l’oppressione razziale che deriva dal regime di apartheid. Questi “ambiti” sono:

  1. Il diritto civile, con particolari restrizioni, che governa i palestinesi che sono cittadini di Israele;

  2. La legge di residenza permanente che governa i palestinesi residenti a Gerusalemme;

  3. La legge militare che governa i palestinesi, compresi quelli nei campi profughi, che vivono dal 1967 in una situazione di occupazione aggressiva in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza;

  4. La politica di negazione del ritorno dei palestinesi, sia rifugiati che esiliati, che vivono fuori dal territorio sotto controllo israeliano.

Il primo ambito comprende circa 1.7 milioni di palestinesi che sono cittadini di Israele. Nei primi 20 anni di esistenza del Paese hanno vissuto sotto la legge marziale ed ancor oggi vengono oppressi per il fatto di non essere ebrei. Questa politica di dominazione si manifesta attraverso peggiore qualità dei servizi, leggi che impongono zone soggette a restrizioni e limitate disponibilità di bilancio per le comunità palestinesi; limitazioni nelle opportunità di lavoro e professionali e il contesto prevalentemente segregato in cui ebrei e palestinesi cittadini di Israele vivono. I partiti politici palestinesi possono condurre campagne per limitate riforme e maggiori finanziamenti, ma la Legge Fondamentale proibisce loro di mettere in discussione la legislazione che perpetua il regime razziale. Questa politica è rafforzata dalle implicazioni derivanti dalla distinzione che avviene in Israele tra “cittadinanza” (ezrahut) e “nazionalità” (le’um): a tutti i cittadini di Israele viene attribuita la prima, ma solo agli ebrei la seconda. Diritti “nazionali” per la legge israeliana significa diritti nazionali ebrei. La lotta dei cittadini palestinesi di Israele per l’uguaglianza e per riforme civili in base alla legge israeliana è perciò tenuta separata da parte del regime da quella degli altri palestinesi.

Il secondo ambito comprende circa 300.000 palestinesi che vivono a Gerusalemme est, che subiscono discriminazioni nell’accesso all’educazione, alla sanità, al lavoro, alla residenza e ai diritti di edificazione. Subiscono anche espulsioni e demolizioni di case, funzionali alla politica israeliana di “bilanciamento demografico” a favore dei residenti ebrei. I palestinesi di Gerusalemme est sono classificati come residenti permanenti, il che li inserisce in una categoria separata creata per impedire che il loro peso demografico e soprattutto elettorale si possa sommare a quello dei cittadini palestinesi in Israele. In quanto residenti permanenti, non hanno una condizione giuridica che consenta loro di mettere in discussione la legge israeliana. Inoltre, identificarsi apertamente con i palestinesi dei territori occupati comporta il rischio politico di essere espulsi in Cisgiordania e di perdere il diritto anche solo di visitare Gerusalemme. Così, l’epicentro urbano della vita politica palestinese è intrappolato in una bolla giuridica che limita la capacità dei suoi abitanti di opporsi legalmente al regime di apartheid.

Il terzo ambito è il sistema di legislazione militare imposto su circa 4.6 milioni di palestinesi che vivono nei territori palestinesi occupati, 2.7 milioni in Cisgiordania e 1.9 milioni nella Striscia di Gaza.

I territori sono amministrati in un modo che corrisponde pienamente alla definizione di apartheid secondo la Convenzione sull’Apartheid: ad eccezione del genocidio, tutti gli evidenti “atti inumani” elencati nella Convenzione sono continuamente e sistematicamente perpetrati da Israele in Cisgiordania. I palestinesi sottostanno alla legge militare, mentre i circa 350.000 coloni ebrei sono sottoposti alle leggi civili di Israele. Il carattere razziale di questa situazione è confermato ulteriormente dal fatto che tutti i coloni ebrei della Cisgiordania godono della tutela del diritto civile israeliano per il fatto di essere ebrei, che siano o no cittadini israeliani. Questo sistema giuridico duale, di per sé problematico, è indicativo di un regime di apartheid se accompagnato dalla gestione discriminatoria su base razziale della terra e dello sviluppo condotta da istituzioni di nazionalità ebraica, che sono incaricate di amministrare “la terra dello Stato” nell’interesse della popolazione ebrea. A sostegno dei risultati complessivi di questo rapporto, l’allegato I illustra più in dettaglio le politiche e le prassi di Israele nei territori palestinesi occupati, che costituiscono violazione dell’articolo II della Convenzione sull’Apartheid.

Il quarto ambito è relativo ai milioni di palestinesi rifugiati ed esiliati contro la loro volontà, la maggior parte dei quali vive in Paesi limitrofi. Gli è vietato il ritorno alle loro case in Israele e nei territori palestinesi occupati. Israele difende la sua negazione al ritorno dei palestinesi con un linguaggio apertamente razzista: si presume che i palestinesi costituiscano una “minaccia demografica” e che il loro ritorno andrebbe ad alterare il carattere demografico di Israele al punto da annullarlo come Stato ebraico.

La negazione del diritto al ritorno gioca un ruolo essenziale nel regime di apartheid,

assicurando che la popolazione palestinese nella Palestina mandataria non cresca al punto da minacciare il controllo militare israeliano dei territori e/o da fornire ai palestinesi cittadini di Israele la leva demografica per richiedere (ed ottenere) pieni diritti democratici, annullando in tal modo il carattere ebraico dello Stato di Israele.

Benché il quarto ambito sia relativo alle politiche di negazione del diritto dei palestinesi al ritorno in base alle leggi internazionali, in questo rapporto esso viene trattato come parte integrante del sistema di oppressione e dominazione del popolo palestinese nel suo complesso, dato il suo ruolo cruciale in termini demografici nel mantenere il regime di apartheid.

Il rapporto rileva che, considerati nel loro insieme, i quattro ambiti costituiscono un regime complessivo sviluppato allo scopo di garantire la continua dominazione sui non-ebrei in tutta la terra sotto l’esclusivo controllo di Israele in qualunque campo. In una certa misura, le differenze di trattamento destinate ai palestinesi sono state provvisoriamente considerate accettabili dalle Nazioni Unite, in assenza di una valutazione circa la possibilità che configurassero una forma di apartheid. Alla luce dei risultati di questo rapporto, questo perdurante approccio internazionale che prende in considerazione aspetti separati necessita di una revisione.

Per rispetto della correttezza e della completezza, il rapporto esamina diverse contro-argomentazioni avanzate da Israele e dai sostenitori delle sue politiche, che negano che la Convenzione sull’Apartheid sia applicabile al caso Israele-Palestina. Esse comprendono le seguenti affermazioni: la determinazione di Israele a rimanere uno Stato ebraico è in linea con le prassi di altri Stati, come la Francia; Israele non è tenuto a trattare in modo uguale i palestinesi non cittadini e gli ebrei, proprio perché i primi non sono cittadini; il modo in cui Israele tratta i palestinesi non riflette alcuno “scopo” o “intenzione” di dominio, è piuttosto una condizione temporanea dettata ad Israele dalla realtà del perdurante conflitto e dalle esigenze di sicurezza. Il rapporto dimostra che nessuna di queste argomentazioni regge all’esame dei fatti. Un’ ulteriore rivendicazione del fatto che Israele non può essere considerato colpevole di crimini di apartheid poiché i cittadini palestinesi di Israele hanno diritto al voto, si basa su due errori di interpretazione giuridica: un paragone eccessivamente letterale con la politica di apartheid sudafricana e il fatto che la questione del diritto di voto è scollegata da altre leggi, soprattutto da quanto previsto dalla Legge Fondamentale, che vieta ai partiti politici di mettere in discussione il carattere ebraico, quindi razziale, dello Stato.

Il rapporto giunge alla conclusione che il peso delle prove giustifica oltre ogni ragionevole dubbio l’affermazione che Israele è colpevole di imporre un regime di apartheid al popolo palestinese, che comporta il commettere un crimine contro l’umanità, il cui divieto è considerato jus cogens (norma cogente, ndtr.) nel diritto internazionale consuetudinario. La comunità internazionale, soprattutto le Nazioni Unite e le relative agenzie, e gli Stati membri hanno l’obbligo legale di agire nei limiti delle loro possibilità per impedire e punire situazioni di apartheid che vengono sottoposte con competenza alla loro attenzione. Più specificamente, gli Stati hanno un compito collettivo: a) non riconoscere come legittimo un regime di apartheid; b) non aiutare o sostenere uno Stato nel mantenere un regime di apartheid; c) cooperare con le Nazioni Unite ed altri Stati per porre fine ai regimi di apartheid. Anche le istituzioni della società civile e i singoli individui hanno il compito morale e politico di usare i mezzi a loro disposizione per risvegliare l’attenzione su questa perdurante impresa criminale e di fare pressione su Israele per convincerlo a smantellare le strutture di apartheid, in conformità con il diritto internazionale. Il rapporto termina con raccomandazioni generali e specifiche alle Nazioni Unite, ai governi nazionali, alla società civile ed ai soggetti privati sulle azioni che dovrebbero intraprendere, alla luce della constatazione che Israele mantiene un regime di apartheid nell’esercitare il controllo sul popolo palestinese.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Come Israele utilizza il gas per rafforzare la dipendenza palestinese e promuovere la normalizzazione

Di Tareq Baconi – 12 marzo 2017, Al-Shabaka

Sintesi

L’occupazione israeliana dei territori palestinesi non esiste solo sul territorio. Dal 1967 Israele ha sistematicamente colonizzato le risorse naturali dei palestinesi e, nel campo degli idrocarburi, ha impedito ai palestinesi l’accesso alle loro riserve di petrolio e di gas.

Queste restrizioni hanno garantito la continua dipendenza dei palestinesi da Israele per le loro esigenze energetiche. I tentativi degli stessi palestinesi di sviluppare un proprio settore energetico non riescono a far fronte alla complessiva egemonia di Israele sulle risorse palestinesi. Al contrario, perseguono la crescita e la costruzione dello Stato all’interno della situazione dell’occupazione, rafforzando ulteriormente – anche se in modo involontario – l’equilibrio asimmetrico tra occupato ed occupante.

Il commentatore politico di Al-Shabaka Tareq Baconi inizia prendendo in considerazione il contesto dei recenti accordi sul gas. Continua discutendo come i tentativi di sviluppare il settore dell’energia palestinese non riesca a far fronte a questa situazione e si basi principalmente su pratiche che cercano di eludere l’occupazione e che intendono migliorare la qualità della vita nel contesto dell’occupazione. Come sostiene Baconi, in ultima istanza questi tentativi rafforzano il ruolo dei territori palestinesi come mercato vincolato a favore delle esportazioni di energia israeliane e getta le basi per una normalizzazione a livello regionale sotto la definizione di “pace economica”. Egli sottolinea che una pace durevole e la stabilità si otterranno solo se i fattori fondamentali che tengono i palestinesi soggetti al dominio di Israele vengono affrontati e propone una serie di raccomandazioni politiche su come farlo.

L’impatto politico dell’abbondanza di gas israeliana

Fino a pochi anni fa sia Israele che la Giordania facevano notevole affidamento sulle importazioni di gas egiziano. Nel 2011-2012 e soprattutto dopo la caduta del regime del presidente Hosni Mubarak, le esportazioni di gas dall’Egitto sono diventate intermittenti. Ciò era dovuto sia a problemi interni nel settore energetico egiziano che alla crescente instabilità nella penisola del Sinai, che ospita il principale percorso del gasdotto che rifornisce Israele e Giordania. Con la caduta delle importazioni dall’Egitto, Israele e Giordania hanno iniziato a cercare fonti alternative di rifornimento. Nel 2009 un consorzio israelo-americano di imprese dell’energia ha scoperto “Tamar”, un giacimento a circa 80 km al largo della costa di Haifa, che contiene circa 300 miliardi di m3 di gas. Con la sicurezza energetica israeliana a rischio, il consorzio si è mosso rapidamente verso la produzione ed il gas ha iniziato a scorrere nel 2013. Un anno dopo la scoperta di “Tamar” lo stesso consorzio ha identificato il giacimento di gas “Leviatano”, molto più grande, stimato per circa 450 miliardi di m3 di gas.

Nel giro di qualche anno Israele è passato dall’essere un importatore di gas dalla regione ad aver acquisito le potenzialità per diventare un esportatore. Ha guardato sia ai mercati locali che a Paesi confinanti e ad altri più lontani per identificare potenziali destinatari delle esportazioni. Nelle sue immediate vicinanze le implicazioni per procedere verso la normalizzazione economica sono state evidenti: come ha recentemente dichiarato il primo ministro Benjamin Netanyahu, produrre gas da “Leviatano” “fornirà gas a Israele e promuoverà la cooperazione con Paesi della regione.”

La Giordania è diventato il primo Paese che si è impegnato a comprare gas israeliano. Poco dopo la scoperta di “Leviatano” sono iniziati negoziati tra Giordania e Israele, e nel 2014 è stato firmato un Memorandum l’Intesa (MdI). Quello stesso anno accordi per la vendita di gas sono stati conclusi anche tra i gestori di “Tamar” e due operatori industriali giordani, la “Jordan Bromine” e le compagnie “Arab Potash”. Il MdI firmato con il governo giordano ha comportato l’impegno per la Giordania a comprare gas israeliano per un periodo di 15 anni. Questo è stato accolto con violente proteste in Giordania: molti militanti hanno rifiutato l’accordo con Israele, sopratutto a causa del massacro a Gaza di quell’anno, ed i parlamentari giordani hanno votato contro l’accordo. All’inizio del 2017 il gas ha iniziato a scorrere da Israele alla “Jordan Bromine” e alle “Arab Potash”, benché gli operatori abbiano mantenuto un basso profilo per evitare di riaccendere proteste.

La rabbia perché la Giordania stava finanziando il settore del gas israeliano è stata aggravata dal fatto che aveva altre prospettive per procurarsi il gas. In seguito alla riduzione del gas egiziano, la Giordania ha costruito un terminal per l’importazione di gas liquido ad Aqaba, sulle coste del Mar Rosso, che ha iniziato a funzionare nel 2015. Oltretutto la scoperta da parte dell’Egitto dell’enorme giacimento di gas “Zohr” nel 2016 ha ridato vita alla prospettiva del ritorno dell’Egitto al ruolo di fornitore regionale di gas. Ciononostante, ed indubbiamente in seguito a influenze esterne, la Giordania ha formalizzato il suo MdI con Israele nel settembre 2016, ignorando le obiezioni del parlamento e le proteste popolari.

Da quando Israele è diventato ricco di gas, la penosa situazione della Striscia di Gaza è divenuta più che mai dura. La Striscia di Gaza è stata sottoposta a blocco dal 2007. La “Gaza Power Generation Company” (GPGC), l’unica compagnia del suo genere in territorio palestinese, attualmente funziona con combustibile liquido comprato e trasportato nella Striscia di Gaza dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), in Cisgiordania. Per integrare l’energia fornita dalla GPGC, Gaza acquista elettricità dalla compagnia elettrica israeliana, così come dalla rete elettrica egiziana (1). Anche così il combustibile acquistato per generatori di energia a Gaza è insufficiente per soddisfare la domanda locale e, da quando Israele ha imposto il blocco, la Striscia ha sofferto di una cronica carenza di elettricità.

All’inizio del 2017 sono scoppiate proteste a Gaza, in quanto i suoi abitanti sulla costa si sono lamentati di avere elettricità solo per tre o quattro ore al giorno. Oltre alle terribili restrizioni che queste carenze comportano per aspetti della vita quotidiana, le interruzioni di elettricità hanno un impatto devastante sulle attività economiche del settore privato, dei servizi sanitari, dell’educazione e su servizi vitali come gli impianti di depurazione delle acque. Attività intermittenti in questi settori hanno conseguenze che sono sia immediate che durature, colpendo le nuove generazioni.

Le lamentele per la crisi energetica a Gaza sono dirette in ogni direzione. I manifestanti che si sono riversati nelle strade quest’inverno hanno incolpato il governo di Hamas, l’ANP e Israele. La rabbia era rivolta contro il governo di Hamas perché si sostiene che sposta fondi dall’acquisto del combustibile necessario per far funzionare l’unico impianto di energia di Gaza verso altre attività, compresa la costruzione di tunnel. I manifestanti esasperati hanno accusato l’ANP di appoggiare il blocco, controllando le forniture di combustibile e i trasferimenti a Gaza. La stessa compagnia dell’energia, un operatore di proprietà di un privato, è ripetutamente criticata perché trarrebbe profitti a spese dei normali cittadini di Gaza che soffrono per queste carenze. Per mitigare i mesi invernali particolarmente duri di fine 2016 e inizio 2017, interventi nel settore dell’energia di Gaza sono arrivati dalla Turchia e dal Qatar nella forma di forniture di combustibile che hanno consentito la ripresa della produzione di energia da parte della GPGC. Queste misure rappresentano al massimo un palliativo a breve termine, che porterà i gazawi verso un altro capitolo di una crisi cronica.

In quest’ondata di rabbia e di recriminazioni della popolazione, l’impatto del blocco israeliano sulla Striscia di Gaza e della più complessiva colonizzazione e del controllo delle risorse palestinesi da parte di Israele è poco presente, se non spinto in secondo piano.

Eppure i palestinesi hanno scoperto le riserve di gas circa un decennio prima dell’abbondanza di gas di Israele. Nel 1999 al largo delle coste di Gaza fu scoperto il giacimento “Gaza Marine” e la licenza di sfruttamento e produzione venne concessa al “BG Group”, la maggiore impresa britannica di petrolio e gas, finché non è stata acquisita dalla Shell. Nei primi giorni dalla scoperta questa ricchezza nazionale è stata salutata come un passo avanti che avrebbe potuto offrire ai palestinesi una ricchezza inaspettata. Quando gli accordi di Oslo, firmati nel 1993, sembravano ancora credibili, la scoperta di questa risorsa fu vista come qualcosa che avrebbe potuto fornire ai palestinesi una fondamentale risorsa verso l’autodeterminazione.

Con una stima di 30 miliardi di m3 di gas, il “Gaza Marine” non è sufficientemente grande per permettere l’esportazione. Ma i volumi di gas che contiene sono sufficienti per rendere il settore palestinese dell’energia interamente autosufficiente. Non solo i palestinesi non avrebbero dovuto importare il gas o l’elettricità israeliani o egiziani, ma la Striscia di Gaza non avrebbe sofferto di nessuna carenza di elettricità. Oltretutto l’economia palestinese avrebbe goduto di una significativa fonte di entrate.

Questo passo verso la piena sovranità non doveva avvenire. Nonostante continui tentativi dei possessori del giacimento e degli investitori di sviluppare il “Gaza Marine”, Israele pose rigide restrizioni che impedirono la messa in pratica di qualunque intervento. Ciò nonostante il fatto che l’esplorazione e la produzione dal “Gaza Marine” sarebbero state relativamente semplici grazie alla scarsa profondità del giacimento e alla sua collocazione nei pressi delle coste palestinesi (2). Secondo documenti scoperti da Al-Shabaka, Israele all’inizio impedì lo sviluppo di questo giacimento in quanto cercava di ottenere condizioni commercialmente favorevoli per il gas prodotto. Dopo che Israele scoprì risorse energetiche proprie iniziò a far riferimento a “questioni di sicurezza” che furono accentuate quando Hamas prese il controllo della Striscia di Gaza. Benché Netanyahu abbia preso in considerazione la concessione ai palestinesi per lo sviluppo del “Gaza Marine” nel 2012 come parte di una più complessiva strategia per stabilizzare la Striscia di Gaza, questi tentativi devono ancora concretizzarsi. In seguito alla recente acquisizione del BG Group da parte di Shell e al programma di cessione di investimenti globale di quest’ultima, è probabile che il “Gaza Marine” sarà svenduto.

Finché Israele non porrà fine al proprio dominio sull’economia palestinese, questa risorsa palestinese probabilmente rimarrà bloccata. In effetti, il modo in cui le scoperte di gas israeliano e palestinese hanno plasmato lo sviluppo economico in Israele e nei territori palestinesi illustra la disparità di potere tra le due parti. A differenza di Israele, che rapidamente si è garantito l’indipendenza energetica dopo la scoperta dei suoi giacimenti di gas, i palestinesi sono stati incapaci di accedere ad una risorsa che hanno scoperto quasi due decenni prima. Invece di affrontare le cause profonde del blocco e del regime di occupazione che ha impedito il loro controllo su risorse come il “Gaza Marine”, i palestinesi sono obbligati a cercare soluzioni immediate per ridurre la pressante penuria che devono affrontare. Benché ciò sia comprensibile nel contesto di una brutale occupazione, i tentativi di migliorare la qualità della vita sotto occupazione trascurano l’obiettivo strategico a lungo termine di garantire l’indipendenza energetica all’interno del più complessivo obiettivo di liberazione dall’occupazione e del raggiungimento dei diritti dei palestinesi.

Pace economica e normalizzazione

Le scoperte di gas di Israele sono spesso sbandierate come potenziali catalizzatori di una trasformazione regionale. Il posizionamento dello Stato di Israele come fornitore di energia ai vicini con scarse risorse è considerato un mezzo sicuro per facilitare l’integrazione economica tra Paesi come Giordania ed Egitto, così come con i palestinesi. I benefici economici che gasdotti a buon mercato possono offrire a questi Paesi sono visti come soluzione per ogni preoccupazione sociale e politica tra i loro cittadini riguardo alle relazioni con Israele. Questo modo di pensare parte dal presupposto che attraverso l’integrazione economica la stabilità che ne deriva diminuirebbe le prospettive di instabilità in una regione esplosiva, in quanto Israele ed i suoi vicini incominciano ad integrarsi in una interdipendenza.

La nozione di “pace economica” ha una lunga storia nella regione e si è manifestata in varie forme, comprese le recenti proposte di sviluppo economico del segretario di Stato John Kerry. Questa visione sembra favorita anche dall’ambasciatore dell’amministrazione Trump in Israele, David Friedman. Invece di affrontare direttamente l’impasse politico provocato dalla prolungata occupazione e da altre violazioni israeliane, queste proposte affrontano questioni relative alla qualità della vita, al commercio o alla crescita economica, presumibilmente come un passo avanti verso la pace. Con un punto di vista di questo genere, dopo le scoperte di gas israeliane, l’amministrazione Obama ha iniziato a verificare modi per posizionare Israele come fulcro energetico regionale.

Sostenitori di questo approccio, che separa i diritti nazionali e politici dagli incentivi economici, affermeranno che c’è un ovvio vantaggio economico perché il gas israeliano sia usato all’interno del territorio palestinese e in Giordania. Ora Israele ha un’eccedenza di gas e queste regioni sono ancora dipendenti dalle importazioni di energia. Nel caso dei territori palestinesi, esiste già una dipendenza da Israele, e non solo a Gaza: quasi l’80% del consumo dei palestinesi è fornito da Israele, con la Cisgiordania che importa quasi tutta la sua energia elettrica da Israele. Chi propugna la pace economica crede che le prospettive di instabilità si riducano quando si rafforza questa dipendenza reciproca.

Il dipartimento di Stato USA, guidato da una tale convinzione, ha facilitato molti negoziati per il gas tra Israele, Giordania e i palestinesi. L’inviato e coordinatore speciale per le Questioni Energetiche Internazionali, recentemente nominato, un incarico attraverso il quale gli USA hanno rafforzato il proprio settore della diplomazia energetica in tutto il mondo sotto l’amministrazione Obama, ha incoraggiato discussioni per permettere l’esportazione di gas israeliano alla Giordania ed ai palestinesi, con evidente successo.

In prospettiva la Giordania non è l’unico destinatario del gas israeliano. Nel 2010, l’ANP ha approvato piani per la creazione della “Compagnia Palestinese per la Generazione di Energia” (PPGC), la prima impresa di questo genere in Cisgiordania e la seconda nei territori palestinesi dopo la GPGC a Gaza. Situato a Jenin, questo impianto della potenza di 200 megawatt è gestito da investitori privati (compresi PADICO e CCC [società palestinesi. Ndtr.]), che stanno lavorando per rafforzare il settore palestinese dell’energia, garantendo la produzione di energia elettrica in Cisgiordania e riducendo l’alto costo delle importazioni di elettricità da Israele. PPGC ha iniziato negoziati con Israele per comprare gas dal giacimento “Leviatano” per produrre elettricità. I palestinesi hanno protestato contro questa decisione, invocando sforzi per sviluppare il “Gaza Marine” invece di basarsi sul gas israeliano. I colloqui sono falliti nel 2015, ma non è chiaro se si sia trattato di una sospensione solo temporanea.

I pericoli di una sovranità monca

C’è una serie di pericoli nazionali e regionali derivanti dalla spinta a una più stretta integrazione attraverso accordi sul gas in mancanza di azioni concomitanti sul piano politico.

Il primo pericolo è che la sicurezza energetica palestinese sia legata alla buona volontà di Israele. Israele può, ed in passato l’ha fatto, utilizzare il proprio potere per interrompere di fatto le forniture ai consumatori palestinesi. La più evidente (e violenta) manifestazione della volontà israeliana di negare l’energia ai palestinesi è stata la sua decisione di distruggere senza esitazione l’unica impresa di produzione di energia nella Striscia di Gaza durante i bombardamenti dell’enclave costiera nel 2006 e di nuovo nel 2014.

In secondo luogo questo approccio legittima l’occupazione israeliana, che presto entrerà nel suo cinquantesimo anno. Non solo non ci sono costi per il fatto che Israele impedisce la costruzione di uno Stato palestinese, ma c’è piuttosto un profitto diretto sotto forma di ricavi dalla vendita di gas a territori mantenuti per un tempo indefinito sotto il controllo territoriale israeliano.

Terzo punto, e forse il più importante, questo scambio e commercio di energia nel perseguimento della pace economica in assenza di ogni prospettiva politica rafforza semplicemente lo squilibrio di potere tra le due parti – l’occupante e l’occupato. Una simile integrazione trasmette una finzione di relazioni giuridiche sovrane tra una potenza occupante e un’economia imprigionata in Cisgiordania e a Gaza.

Si deve ripensare a simili iniziative per il miglioramento delle condizioni di vita che sono state attuate negli anni ’80, con il diretto incoraggiamento della Casa Bianca di Reagan, come a un’alternativa mancata all’impegno politico con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Gli sforzi costanti per eludere le richieste politiche dei palestinesi attraverso queste misure hanno consentito ad Israele di gestire, piuttosto che risolvere, il conflitto.

Il caso del gas dimostra nel modo più evidente come i tentativi di costruire lo Stato palestinese attraverso lo sviluppo di risorse nazionali siano stati tolti di mezzo in favore della riduzione delle crisi energetiche all’interno del quadro di una sovranità monca. Invece di affrontare l’incapacità palestinese di sfruttare le proprie risorse naturali, i diplomatici americani stanno attivamente lavorando con Israele per facilitare negoziati che migliorino la “qualità della vita” dei palestinesi, che alla fine li lasciano per sempre nelle mani di Israele.

Questo approccio porta con sé anche pericoli su scala regionale. La Giordania è attualmente dipendente da Israele per circa il 40% delle sue importazioni di energia. La volontà della Giordania di entrare in questo tipo di dipendenza, nonostante notevoli svantaggi geo-strategici, fa progredire la normalizzazione dei rapporti di Israele nella regione anche se mantiene la sua occupazione dei territori palestinesi. Questa disponibilità preannuncia parecchie minacce in un momento in cui l’amministrazione Trump sta proponendo il perseguimento di misure diplomatiche “dall’esterno all’interno” che potrebbero ignorare completamente i palestinesi.

Strategie di rifiuto

In condizioni normali la dipendenza mutua e lo sviluppo economico sono effettivamente garanzie contro l’instabilità e portano il vantaggio di migliorare la qualità della vita degli abitanti della regione. Tuttavia non devono essere visti come un fine in sé, e sicuramente non come un sostituto della realizzazione dei diritti dei palestinesi. Una simile de-politicizzazione può solo arrivare fino a un certo punto. Concentrarsi esclusivamente sulla pace economica ha conseguenze disastrose proprio perché ciò ignora il contesto storico più complessivo che ha portato alla dipendenza dei palestinesi, e forse della regione.

La crescita economica non eliminerà mai le richieste dei palestinesi per la sovranità e i diritti o la domanda di autodeterminazione. Questa è una lezione che è stata pienamente articolata con lo scoppio della prima Intifada quasi 30 anni fa, dopo decenni di relazioni economiche normalizzate tra Israele ed i territori sottoposti alla sua occupazione militare. Mentre la “pace economica” può fornire un diversivo a breve termine, ciò preparerà il terreno verso una maggiore stabilità solo se costruito sulle fondamenta dell’uguaglianza e della giustizia.

Il diritto dei palestinesi alle loro risorse è soggetto ai negoziati per lo status finale con gli israeliani. Gli attuali accordi condotti sul gas creeranno una infrastruttura di dipendenza che sarà difficile da districare nel caso di un accordo negoziato. Cosa più importante, dato che sono svanite le speranze di una soluzione negoziata per due Stati, questi accordi concretizzano semplicemente lo status quo.

Perciò, mentre le relazioni economiche devono essere perseguite per alleviare le sofferenze umane, come nel caso dell’incremento di forniture di combustibile e di elettricità a Gaza, l’OLP e l’ANP, come anche la società civile palestinese ed il movimento di solidarietà con la Palestina, devono continuare ad utilizzare tutti i mezzi a loro disposizione per operare a favore della giustizia e dei diritti per i palestinesi.

Nell’immediato futuro, se gli accordi per il gas continuano nonostante l’opposizione popolare, i negoziatori palestinesi coinvolti in una prospettiva di accordi per il gas con Israele devono quanto meno insistere su clausole che non escludano le prospettive di un futuro gas proveniente dal “Gaza Marine”. Ciò può essere fatto creando meccanismi legali che permettano l’introduzione dell’accesso di parti terze negli accordi di fornitura. Benché sia difficile negoziare simili condizioni, ciò è di vitale importanza, in quanto lascia spazio alla flessibilità riguardo a future forniture dal “Gaza Marine” e a una limitata dipendenza da Israele. I contratti per la fornitura di gas dovrebbero anche includere norme per la revisione dei termini dell’accordo nel caso di importanti sviluppi sul piano politico.

I negoziatori palestinesi dovrebbero anche guardare alla resistenza della società civile per rafforzare i suoi tentativi piuttosto che tentare di rifiutarli o schiacciarli. Ci sono modelli che possono essere emulati secondo cui negoziatori sono in grado di sfruttare il potere dei movimenti popolari contro alcuni di questi accordi. Quando si tratta di diritti all’acqua, per esempio, c’è un’unità operativa dedicata (EWASH [l’impresa palestinese delle acque. Ndtr.]) che coordina il lavoro di gruppi locali ed internazionali. EWASH ha portato avanti una campagna che ha messo in luce il furto di acqua da parte dei coloni israeliani a danno dei palestinesi ed ha sollevato la questione al Parlamento Europeo. Forse una coalizione simile potrebbe essere formata per mobilitarsi a favore della sovranità energetica.

Al contempo l’OLP/ANP deve usare questi negoziati economici come un mezzo per garantire che Israele sia chiamato a risponderne piuttosto che come un modo di accettare una dipendenza ancora maggiore. In particolare, lo status di Stato osservatore non membro che la Palestina si è garantito all’ONU deve essere utilizzato per fare pressione nelle sedi legali internazionali, come la Corte Penale Internazionale, per spingere Israele a rispettare le sue responsabilità come potenza occupante in base alle leggi internazionali. Ciò significa che gli compete la responsabilità di garantire il livello di vita degli abitanti sotto il suo controllo, compresa la fornitura di elettricità e combustibile, e che deve rendere conto delle decisioni di “chiudere i rubinetti”che potrebbe prendere.

Alcuni elementi di pace economica posso essere utili ai palestinesi nel breve termine a sostegno della crescita e dello sviluppo economico. Ma questi non possono arrivare al prezzo di uno stato di dipendenza indefinito e di sovranità monca. I palestinesi devono lavorare su due fronti: spingere per rendere l’occupazione israeliana responsabile nei consessi internazionali; devono assicurarsi che le prospettive di integrazione economica obbligata ed ogni tentativo da parte di Israele di imporre una realtà di Stato unico dell’apartheid siano accompagnati da un appello ai diritti ed all’uguaglianza. Qualunque sia la visione politica perseguita per Israele e per i palestinesi, la dirigenza palestinese deve formulare una strategia riguardo a questi accordi per il gas e contestualizzare la nozione di sviluppo economico all’interno della più complessiva lotta per la liberazione della Palestina.

Note

(1) Queste misure per la fornitura ed il trasporto di combustibile sono in linea con il Protocollo delle Relazioni Economiche, noto anche come “Protocollo di Parigi”, sancito tra Israele e l’OLP come parte degli accordi di Oslo.

(2) “Gaza Marine” non è l’unico giacimento che i palestinesi non sono stati in grado di sfruttare. Anche i campi di petrolio in Cisgiordania hanno affrontato problemi di accesso a causa di restrizioni da parte di Israele.

Tareq G. Baconi è esperto di politica di Al-Shabaka con sede negli USA. Il suo ultimo libro “Hamas: le politiche della resistenza, consolidamento a Gaza” è stato pubblicato dalla Stanford University Press. Tareq ha conseguito un dottorato di ricerca in Relazioni Internazionali presso il King College di Londra, che ha completato durante una carriera come consulente per l’energia. Ha anche titoli di studio dell’università di Cambridge (Relazioni Internazionali) e dell’Imperial College di Londra (ingegneria chimica). Tareq è un ricercatore associato presso il Progetto USA per il Medio Oriente. Suoi scritti sono stati pubblicati su “Foreing Affairs”, “Sada: Carnegie Endowment for International Peace”, sul “Guardian”, l’”Huffington Post”, il “Daily Star”, Al Ghad e “Open Democracy”.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Un documento segreto rivela che Israele espulse abitanti di Gaza subito dopo la guerra dei Sei Giorni

Yotam Berger, 15 marzo 2017, Haaretz

Il memorandum del Ministero degli Esteri rivela che l’esercito israeliano fu impegnato in un’azione di punizione collettiva, in cui scacciò dozzine di residenti del campo profughi e demolì case, per una mina antiuomo le cui tracce portavano al campo.

Un documento segreto del Ministero degli Esteri datato 15 giugno 1967 rivela che Israele espulse dei palestinesi dalla Striscia di Gaza come punizione collettiva per rappresaglia rispetto ad un tentato attacco alle truppe israeliane.

Il documento descrive una visita di funzionari del Ministero degli Esteri all’ufficio del governatore militare a Gaza e parla della decisione di espellere dozzine di palestinesi da Gaza verso il Sinai, dopo che era stata piazzata una mina antiuomo destinata a colpire le forze di sicurezza israeliane. Il documento classificato fu scritto da Avner Arazi, che all’epoca era in servizio al dipartimento per l’Asia del Ministero degli Esteri.

Il dottor Guy Laron, un docente del dipartimento di relazioni internazionali dell’Università Ebraica, ha detto ad Haaretz: “Non so niente di questo episodio, ma vi sono state espulsioni e massacri alla fine della guerra. Non facevano parte della storia ufficiale, ma sono accaduti.”

Ha detto di non aver letto di questo specifico episodio, ma ha citato un esempio relativo all’unità di commando Shaked avvenuto alla fine della guerra. “E’ accaduto sotto il comando di Benjamin Ben-Eliezer (poi deputato e più volte mnistro laburista, ndtr), il 10 o l’11 giugno. C’è anche la storia dei beduini di Rafah, avvenuta dopo, nel gennaio 1972. Furono espulsi migliaia di beduini, si stima dai 6.000 ai 20.000.”

Il documento è stato scoperto da membri di Akevot, l’istituto di ricerca sul conflitto israelo-palestinese. Il direttore esecutivo di Akevot, Lior Yavne, ha detto ad Haaretz: “Quello che è eccezionale in questa storia è che i funzionari del Ministero degli Esteri hanno immediatamente scritto un memorandum di intesa. Non era il loro compito. Dovevano firmare un accordo con UNRWA (agenzia ONU per i profughi palestinesi, ndtr.). Sembra che fossero turbati da quanto avevano visto.”

Il documento descrive la visita di Arazi a Gaza il 14 giugno, giorni dopo la fine della guerra dei Sei Giorni, in cui incontrò il governatore militare di Gaza. I funzionari ricevettero un’informativa sugli avvenimenti dei giorni seguiti alla presa di Gaza. “Il 12 o il 13 una mina antiuomo è esplosa nelle vicinanze di Gaza”, asserisce il documento. “L’indagine ha riscontrato che la mina era stata posata poco prima che esplodesse. Le tracce hanno condotto ad alcune case nel campo profughi di Al-Tarabshe (sic).”

Secondo il documento, gli israeliani chiesero agli abitanti delle case di segnalare le persone che avevano compiuto l’attacco. “Poco tempo dopo, sono comparse 110 persone che si sono dichiarate soldati dell’esercito di liberazione palestinese, assumendosi la responsabilità collettiva,” afferma il documento.

Arazi descrive le ripercussioni di questo atto. “Non hanno voluto sentir parlare di segnalare chi tra loro avesse compiuto l’azione”, ricorda. “Gli furono concesse tre ore per rivelare gli autori dell’azione, altrimenti sarebbero stati puniti tutti – fu deciso di trasferire nel Sinai tutti quelli che non avessero risposto al termine dell’ultimatum e abbandonarli! Pare che nel frattempo sia stata eseguita la punizione. L’esercito fece anche esplodere otto case alle quali conducevano le tracce.”

Il documento descrive anche altri episodi in cui l’esercito cercò di far pressione sulla popolazione palestinese perché consegnasse armi e soldati alle forze di sicurezza.

“Il governo ha chiesto ai residenti del campo profughi nella Striscia di consegnare tutte le armi in loro possesso”, è scritto nel documento. “Loro non hanno risposto a questo appello. Perciò il governo ha chiesto al rappresentante locale dell’Unrwa di indicare un deposito in cui chi possedeva armi potesse riporle nella notte senza essere ricercato o dover essere identificato. Questo metodo è stato più efficace.” E inoltre: “Nell’ipotesi che alcuni soldati egiziani si nascondessero in case del campo profughi, i residenti del campo sono stati invitati a consegnare questi soldati. Non vi è stata alcuna risposta.”

Laron sostiene che ci sono testimonianze oculari di espulsioni di massa dalla Cisgiordania appena finita la guerra. “E’ successo alla fine della guerra in Cisgiordania”, ha detto. “Probabilmente c’era qualche piano organizzato, riguardo al quale non sono stati diffusi documenti. Tuttavia, ci sono resoconti di soldati che arrivavano sui camion e spingevano i residenti ad andarsene, li trasportavano per espellerli”, ha aggiunto.

“Uri Avnery, nelle memorie che ha appena pubblicato, sostiene di aver incontrato soldati dell’unità che dicevano che quello era il loro lavoro – attuare un piano organizzato finalizzato all’espulsione dei residenti della Cisgiordania”, ha continuato Laron. “Il comandante generale, Uzi Narkiss, appena prima della guerra disse che, se ce lo permettessero, potremmo scacciare gli arabi dalla Cisgiordania in 48 ore. Senza dubbio furono esiliate migliaia di persone.”

Yavne, dell’istituto Akevot, ha detto che la testimonianza nel documento del governatore di Gaza nel 1967 dimostra che le demolizioni delle case e le espulsioni sono state usate come strumento di punizione nei territori da parte dell’esercito fin dai primi giorni dell’occupazione. Riguardo all’ufficiale che parlò con i funzionari del Ministero, Yavne ha aggiunto: “I giuristi dello stato tendono a negare che le demolizioni delle case siano parte di una politica di punizioni, ma la testimonianza del generale Gaon mostra la vera natura dell’azione di demolizione, che danneggia sempre coloro che non sono coinvolti nel conflitto.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




La morte di un palestinese accende le proteste contro la cooperazione dei dirigenti della Cisgiordania con Israele.

Amira Hass, 15 marzo 2017,Haaretz

Basil al-Araj, di 33 anni, è stato ucciso vicino a Ramallah da soldati israeliani, che affermano che lui fosse ricercato dalle forze di sicurezza. Le fonti palestinesi sostengono tutt’altro.

Basil al-Araj, trentatreenne di Betlemme, è stato ucciso da soldati israeliani e poliziotti di frontiera lunedì scorso, nell’appartamento in cui si nascondeva ad Al-Bireh, vicino a Ramallah. L’esercito asserisce che era ricercato dalle forze di sicurezza ed è rimasto ucciso in uno scontro a fuoco con i soldati arrivati ad arrestarlo. Fonti palestinesi sostengono che l’esercito ha sparato una granata nell’appartamento.

La sua morte ha riacceso il dibattito tra i palestinesi sulla cooperazione per la sicurezza tra l’Autorità Nazionale Palestinese ed Israele ed ha scatenato proteste, come al solito represse dai servizi di sicurezza dell’ANP. E questo, ancora una volta, ha innescato ulteriori proteste.

La repressione della ridotta protesta di domenica davanti al tribunale di Al-Bireh, a cui ha partecipato anche il padre di Al-Araj, non era insolita. I servizi di sicurezza dell’ANP hanno represso molte proteste.

Tuttavia sono state le circostanze ad essere inconsuete: dentro al tribunale sei giovani avrebbero dovuto affrontare un processo con l’accusa di detenere illegalmente armi e di aver messo in pericolo delle vite. Ma solo uno era presente. Altri quattro sono stati arrestati da Israele alcuni mesi fa. Il sesto era Al-Araj.

L’anno scorso tutti e sei sono stati detenuti in un carcere palestinese per circa sei mesi e rilasciati in seguito ad uno sciopero della fame. Poi quattro sono stati arrestati da Israele e Al-Araj è ha fatto perdere le sue tracce. Secondo quanto riportato dai palestinesi, nonostante avesse le prove che quei quattro si trovavano in prigioni israeliane, il giudice ha semplicemente rinviato il loro processo al 30 aprile, adducendo che si trattava di detenuti amministrativi che potrebbero essere rilasciati per quella data. Ha annullato l’incriminazione di Al-Araj solo dopo aver ricevuto il suo certificato di morte.

All’esterno, qualche dozzina di manifestanti, tra cui giovani donne e vecchi militanti contro l’occupazione israeliana, dimostravano contro la cooperazione per la sicurezza con Israele. I servizi di sicurezza dell’ANP hanno cercato di impedire all’emittente Falastin Al-Youm, legata alla Jihad islamica, di trasmettere la manifestazione in diretta.

Poi, nonostante la presenza di donne, i servizi di sicurezza hanno disperso i dimostranti con spintoni, brutali percosse, granate stordenti e gas lacrimogeni. Il gas si è diffuso nella strada dove si trovano anche una scuola ed un asilo.

Tra i feriti trasportati in ospedale c’era il padre del ragazzo morto. Uno dei quattro dimostranti arrestati per parecchie ore era Khader Adnan, famoso per il lungo sciopero della fame contro la sua detenzione senza processo in Israele. La polizia dell’ANP ha detto che i dimostranti sono stati dispersi perché bloccavano una strada importante.

Fotografie della repressione della protesta sono state diffuse nei social media, insieme ad appelli a tornare nelle strade, invece di limitarsi a denunce su Facebook. E’ stata indetta un’altra manifestazione per la giornata di ieri a Ramallah e sono stati sollecitati a parteciparvi giornalisti ed avvocati.

Anche una precedente manifestazione, svoltasi nel campo profughi di Deheishe per commemorare Al-Araj e protestare contro la cooperazione per la sicurezza con Israele, è stata dispersa con la forza. Questo ha spinto il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ad annunciare un boicottaggio delle elezioni amministrative previste in Cisgiordania a maggio.

Come al solito, le opinioni su Facebook erano divergenti. Alcuni avanzavano il sospetto che i servizi di sicurezza dell’ANP avessero aiutato Israele a rintracciare Al-Araj e sostenevano che anche la sua incriminazione costituisse cooperazione con l’occupazione. Altri denunciavano la dispersione della protesta, ma mettevano in guardia dalle accuse di tradimento e dal paragonare la polizia palestinese ai soldati israeliani. Gli attivisti di Fatah non si sono assunti la responsabilità per le azioni della polizia, tralasciando il fatto che la loro organizzazione è il partito al governo e che i suoi membri ricoprono ruoli chiave nei servizi di sicurezza.

Al-Araj, che era farmacista, faceva parte della sinistra palestinese. Ha partecipato a proteste popolari pacifiche contro il progetto di Israele di costruire un muro attraverso Al-Walaja, un villaggio ad ovest di Betlemme, ed espropriare i suoi terreni per costruire un parco pubblico per gli israeliani. Ha partecipato anche alle proteste popolari contro le colonie e la normalizzazione con Israele.

La lotta popolare pacifica è stata sconfitta: il muro è stato costruito, la popolazione ha perso le sue terre o ne è stata scacciata, le colonie si stanno espandendo e la cooperazione per la sicurezza dell’ANP con Israele continua. Gli amici di Al-Araj dicono che questa sconfitta lo ha spinto ad abbracciare i metodi della lotta palestinese del 1936 – armarsi, entrare in clandestinità, salire sulle colline, rischiare l’arresto e la morte. La strada tragica che lui ha intrapreso e che, nonostante tutto, la grande maggioranza non prende, è la prova del vicolo cieco in cui si trova la politica palestinese.

Come sempre, le ultime proteste e i tentativi di reprimerle hanno risvegliato la speranza che si potrà spezzare l’impasse nella politica palestinese, che il monopolio che Mahmuod Abbas detiene sulla politica all’interno dell’OLP, di Fatah e dell’ANP potrà essere indebolito. L’esperienza insegna che, dopo un’iniziale repressione delle proteste, l’ANP trova il modo di disperderle. Ma c’è un accumulo costante di amarezza, disgusto, disperazione e rabbia. Non c’è modo di sapere come, o per quanto tempo, i servizi di sicurezza dell’ANP saranno in grado di arginare questi sentimenti o di reprimere l’attività politica da essi generata.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)