Inventare il nuovo antisemitismo

Em Hilton

16 gennaio 2023+972 magazine

Israele ei suoi sostenitori hanno a lungo promosso l’agenda secondo cui l’antisionismo è una forma di razzismo antiebraico. Un nuovo libro mostra come questo sforzo sia avvenuto a spese sia dei palestinesi che degli ebrei della diaspora.

Whatever Happened to Antisemitism?: Redefinition and the Myth of the ‘Collective Jew,’” by Antony Lerman, Pluto Press, June 2022, pp. 336.

Antony Lerman, “Cosa accidenti è successo alll’antisemitismo? Ridefinizione e mito dell’ebreo collettivo’”, Pluto Press, giugno 2022, pp. 336.

Stiamo vivendo un momento particolarmente preoccupante nella lotta globale contro l’antisemitismo. In mezzo al risorgente autoritarismo di destra, le teorie antisemite del complotto vengono poste alla base delle campagne elettorali in tutto il mondo; gli attacchi violenti agli ebrei in Europa  sembrano in aumento e vanno di pari passo con gli attacchi ad altre minoranze; negli Stati Uniti i politici nazionalisti bianchi continuano a gettare la maschera, mentre personaggi pubblici con numeri enormi di follower professano il loro sostegno al nazismo.

Eppure nel frattempo la comprensione pubblica di ciò che costituisce antisemitismo è più confusa che mai. Le accuse di antisemitismo vengono regolarmente lanciate – molto spesso da Israele stesso – per mettere a tacere chi critica Israele  e per attaccare qualsiasi forma di difesa della Palestina come se fosse motivata esclusivamente dal razzismo antiebraico. Nel Regno Unito questa politicizzazione della questione dell’antisemitismo, che si esprime in gran parte come una battaglia di definizioni, ha ridotto a una partita di calcio politica e a stucchevoli politiche sull’identità la un tempo intellettualmente rigorosa ricerca per comprendere come si manifesti l’antisemitismo.

È in questo contesto che dobbiamo esaminare il nuovo libro dello scrittore britannico Antony Lerman, “Whatever Happened to Antisemitism?”. Offrendo un’esplorazione storica e analitica dei tentativi di ridefinire l’antisemitismo nel contesto moderno, il libro si concentra in particolare sullo sviluppo negli ultimi decenni del concetto di “nuovo antisemitismo” – un approccio politicizzato che mira a fondere le critiche a Israele e al sionismo con precedenti interpretazioni dell’antisemitismo che cercavano di fare una distinzione tra i due.

Il saggio di Lerman è completo e ben documentato. Il libro inizia con un riepilogo dei principali eventi relativi all’imbroglio dell’antisemitismo nel Partito Laburista durante tutto il periodo in cui Jeremy Corbyn ne fu il leader (2015-20): la confusione sulle definizioni di antisemitismo e l’uso e l’abuso della nozione di stereotipi antisemiti. Mentre i lettori potrebbero essere riluttanti a immergersi ancora una volta nei vari attacchi [all’interno del Labour, ndt.] di quella stagione politica – dall’evento di lancio del Rapporto Chakrabarti sull’antisemitismo, che l’ex deputata laburista ebrea Ruth Smeeth lasciò in lacrime, al commento di Corbyn, secondo cui i sionisti britannici  “non capiscono l’ironia inglese” –, il libro mostra l’acume dell’analisi di Lerman nel collocare quella che è nota come la “crisi dell’antisemitismo laburista” all’interno della più ampia strategia internazionale della destra per ridefinire l’antisemitismo in funzione della propria agenda politica piuttosto che lanciarsi in una nuova controversia autonoma su un terreno già battuto.

Il libro quindi passa a una rivisitazione storica della costruzione del “nuovo antisemitismo” da parte delle organizzazioni sioniste e dei successivi governi israeliani. Ciò è avvenuto in gran parte come risposta al cambiamento del clima politico seguito all’inizio dell’occupazione israeliana nel 1967, e in particolare all’ormai famosa risoluzione 3379 delle Nazioni Unite, approvata nel novembre 1975 e poi revocata, che dichiara che “il sionismo è una forma di razzismo e discriminazione razziale”. Come sostiene Lerman, la mossa simboleggiava una crescente ostilità verso Israele sulla scena internazionale, che costrinse il governo israeliano e gli accademici sionisti a elaborare una nuova strategia per puntellare la legittimità dello Stato.

La loro soluzione fu cercare di dimostrare come la critica a Israele sia, di fatto, un attacco al popolo ebraico in tutto il mondo, sostenendo che lo Stato [di Israele] rappresenta “l’ebreo collettivo” nella famiglia delle Nazioni. I fautori di questo “nuovo antisemitismo”, spiega Lerman, hanno suggerito che [secondo gli oppositori di Israele, ndt] “il diritto di stabilire e conservare uno Stato sovrano e indipendente è prerogativa di tutte le Nazioni, tranne che di quella ebraica”.

Lerman si affretta a sottolineare che l’intervento di Israele nei tentativi precedentemente condotti da organizzazioni ebraiche di tutto il mondo per affrontare l’antisemitismo nei propri Paesi non ha tenuto molto conto della sicurezza degli ebrei che vi vivono; l’esempio di Israele che vende armi alla giunta militare argentina che ha fatto sparire 20.000 dissidenti politici – 2.000 dei quali ebrei – tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 chiarisce bene questo punto.

Sancire che la critica a Israele è antisemitismo

In questo contesto Lerman esamina lo sviluppo della miriade di organizzazioni, istituzioni e organizzazioni no-profit dedicate all’identificazione e alla risposta all’antisemitismo contemporaneo che hanno adottato la premessa del “nuovo antisemitismo” e l’hanno incorporata nella loro difesa [degli ebrei, ndt.] e nei loro sforzi educativi. Questi organismi, sostiene, hanno compiuto un notevole sforzo, spesso in collaborazione con il governo israeliano o istituzioni affiliate, per ridefinire il modo in cui il fanatismo antiebraico è inteso a livello politico e socioculturale, lavorando per sancire fermamente che la critica a Israele o al sionismo è la versione moderna di un odio classico.

Questo era e continua ad essere chiaramente un progetto internazionale: gruppi come l’Anti-Defamation League e l’American Jewish Committee negli Stati Uniti, il World Jewish Congress (precedentemente con sede a Ginevra, ora a New York) e il Community Security Trust nel Regno Unito hanno convogliato e sviluppato risorse e analisi dell’antisemitismo che hanno spinto per il riconoscimento del “nuovo antisemitismo”. Altre organizzazioni, come il Britain Israel Communications and Research Center e il Canadian Institute for the Study of Antisemitism, sono state istituite sulla scia della Seconda Intifada e, secondo Lerman, si sono “concentrate su ‘nuovo antisemitismo’ e ‘antisionismo antisemitico.'”

Sebbene sia importante comprendere la natura interconnessa di questi problemi, Lerman entra nel merito con una quantità estremamente densa di informazioni sulle discussioni tra i vari gruppi ebraici storici, il che rischia di enfatizzare eccessivamente la rilevanza di dibattiti che potrebbero non aver avuto un impatto oltre la ristretta cerchia della politica o del discorso intracomunitario. Si potrebbe anche sostenere che a volte Lerman insiste troppo sull’idea che le organizzazioni ebraiche britanniche abbiano scarso interesse per il benessere e la sicurezza delle comunità che servono, e siano puramente motivate dal loro rapporto con Israele. È forse più giusto suggerire che il loro desiderio di sostenere Israele e il sionismo come pilastro cruciale dell’identità ebraico-britannica abbia avuto la priorità rispetto alle minacce materiali contro le comunità che vivono nel Regno Unito.

Tuttavia il livello di approfondimento di questa sezione del libro mette in evidenza gli ampi sforzi delle istituzioni accademiche israeliane e delle istituzioni governative – come il Ministero degli Affari Strategici, recentemente rimesso in funzione, responsabile della campagna internazionale di Israele contro il movimento BDS – per distogliere l’attenzione dall’ antisemitismo che colpisce principalmente le comunità ebraiche al di fuori di Israele e concentrarsi sul presunto pericolo che la delegittimazione di Israele rappresenterebbe per l’ebraismo globale. Lerman non sottovaluta l’impatto di questo sforzo e le considerevoli risorse che Israele vi ha riversato: non solo ha generato confusione nell’opinione pubblica su cosa sia l’antisemitismo, ma è anche servito a restringere la discussione pubblica su come comprenderlo e, cosa più importante, su come affrontarlo quando si presenta.

E’ inquietante l’ipotesi che la lotta contro l’antisemitismo dalla fine del XX secolo fosse invischiata con e subordinata agli interessi del sionismo in modo tale che le interpretazioni contrastanti dell’antisemitismo contrapponessero la sicurezza e il benessere degli ebrei in tutto il mondo alla forza di uno Stato-Nazione. Ma, come mostra Lerman, queste sono le inevitabili conseguenze della politicizzazione della lotta all’antisemitismo.

Abbiamo visto questa competizione manifestarsi in modo più netto dall’inizio del nuovo secolo: dal primo ministro Benjamin Netanyahu, che afferma abitualmente di parlare a nome di tutto il popolo ebraico mentre si allinea con alcuni dei leader più antisemiti del mondo; all’ex primo ministro Naftali Bennett, che sfrutta l’orribile sparatoria nella sinagoga di Pittsburgh per giustificare l’aggressione israeliana contro i palestinesi a Gaza; a Yair Lapid, che critica come antisemita il rapporto, sostenuto da prove inequivocabili, di Amnesty International sull’apartheid israeliano. Interventi come questi da parte dei leader israeliani hanno ulteriormente alimentato la confusione e lo scetticismo sull’antisemitismo come fenomeno reale, distogliendo l’attenzione e le risorse dall’effettivo antisemitismo che si manifesta ovunque. Lerman mostra come, anteponendo gli interessi del suo progetto nazionale agli interessi degli ebrei di tutto il mondo,  i tentativi di Israele di ridefinire l’antisemitismo per adattarlo ai suoi obiettivi politici stiano attivamente rendendo gli ebrei meno sicuri.

IHRA: Il nuovo gold standard sull’antisemitismo

Negli ultimi anni la guerra sulle definizioni di antisemitismo ha portato questo tema al centro del dibattito pubblico. Lo sviluppo della definizione operativa dell’Osservatorio dell’Unione europea sul razzismo e la xenofobia nei primi anni 2000, che in seguito si è trasformata nella definizione operativa dell’International Holocaust Remembrance Alliance [Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto] (IHRA), è stato un tentativo di generare una definizione unificante di antisemitismo, ma così facendo ha incluso varie critiche a Israele come esempi di tale sentimento antiebraico.

La definizione dell’IHRA è stata propagandata come il gold standard sull’antisemitismo, consentendo ai suoi sostenitori di screditare e respingere qualsiasi comprensione alternativa di come funziona l’antisemitismo. Il successo del sostegno all’IHRA è evidente nel contesto britannico: quasi tutti i principali partiti politici del Regno Unito l’hanno adottata, insieme a numerosi istituti di istruzione superiore e persino organizzazioni sportive come la Football Association. Eppure la definizione dell’IHRA è stata assente dalle risposte a incidenti antisemiti di alto profilo nella vita pubblica del Regno Unito, come il licenziamento dell’ex accademico dell’Università di Bristol David Miller [sociologo cacciato per aver sostenuto che Israele cerca di imporre la propria volontà al resto del mondo, ndt.]. Con questo in mente Lerman vuole che comprendiamo non solo l’inutilità del tentativo di creare una definizione universalmente accettata di antisemitismo, ma anche che i tentativi dei sostenitori dell’IHRA di espandere la comprensione del razzismo antiebraico per includervi le critiche a Israele o al sionismo in realtà rende gli ebrei più vulnerabili.

Negli ultimi due anni gruppi di studiosi hanno tentato di combattere l’influenza dell’IHRA producendo definizioni alternative di antisemitismo, tra cui la Definizione Nexus e la Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo (JDA), che non vedono l’antisionismo come necessariamente equivalente all’antisemitismo. Per Lerman, tuttavia, queste non sono riuscite a rappresentare una “sfida decisiva” all’IHRA, proprio perché tali iniziative sono viste come un tentativo politico piuttosto che accademico.

In questo contesto, Lerman descrive come parti dell’accademia che si dedicano allo studio degli ebrei, dell’antisemitismo e del razzismo siano state a volte reclute volontarie nella battaglia per difendere il sionismo e proteggere Israele dalle critiche. “Non esento lo studio accademico dell’antisemitismo contemporaneo dall’essere afflitto e dal contribuire allo stato di confusione intorno alla comprensione dell’antisemitismo… e dal ridurre tutte le critiche a Israele all’antisionismo antisemita”, scrive. L’impatto di questo sviluppo è stato duplice.

In primo luogo, è sempre più ovvio, in particolare nel contesto britannico, come il manto della ricerca accademica sia utilizzato per legittimare le motivazioni politiche alla base della definizione dell’IHRA. In effetti, gli sviluppi successivi alla pubblicazione di “Whatever Happened” hanno ulteriormente esemplificato le intenzioni di coloro che insistono, attraverso studi accademici, sul fatto che l’antisionismo è antisemitismo.

L’istituzione, alla fine del 2022, del London Centre for the Study of Contemporary Antisemitism (LCSCA) illustra il punto di vista di Lerman. Sul suo sito web la LCSCA dichiara sua missione “sfidare le basi intellettuali dell’antisemitismo nella vita pubblica e affrontare l’ambiente ostile per gli ebrei nelle università”. Tuttavia uno sguardo più attento rivela ciò che sta alla base di questa missione, poiché l’organizzazione definisce esplicitamente l’antisionismo come “un’ideologia antiebraica”. Oltre a fornire credenziali accademiche per il perseguimento della ridefinizione dell’antisemitismo per includervi la critica a Israele, iniziative come queste promuovono anche l’idea che l’antisemitismo sia un’ideologia radicata nella politica di sinistra (molti degli oratori invitati all’evento di lancio dell’LCSCA, che è stato rinviato in seguito alla morte della regina Elisabetta II, erano accaniti critici del partito laburista di Corbyn).

Questi sforzi ad ampio raggio per politicizzare la lotta all’antisemitismo nel discorso pubblico britannico hanno avuto conseguenze significative. Lerman si concentra sul trattamento degli ebrei di sinistra nel partito laburista – alcuni dei quali sono stati espulsi per il loro sostegno a figure laburiste accusate di antisemitismo – da quando Keir Starmer ha sostituito Corbyn, e li cita come i principali obiettivi di questa strategia nel Regno Unito. Ma questi sforzi vanno oltre le fazioni del Labour. Stimati studiosi dell’antisemitismo che non aderiscono alla politica del “nuovo antisemitismo”, come il professor David Feldman, direttore del Birkbeck Institute for the Study of Antisemitism di Londra, sono stati ampiamente attaccati dall’establishment ebraico-britannico per aver criticato la definizione dell’IHRA e la strategia che la guida e sottolineato come pregiudichi la nostra comprensione e capacità di affrontare l’antisemitismo. (Feldman è uno dei firmatari della JDA.)

Allo stesso modo, i sostenitori della definizione dell’IHRA hanno preso di mira gli accademici il cui lavoro riguarda la Palestina, tentando di restringere ulteriormente i parametri del legittimo discorso accademico. Alla fine del 2021, Somdeep Sen, autore di diversi libri sulla politica palestinese, si è ritirato da un seminario all’Università di Glasgow dato che gli era stato ordinato di divulgare in anticipo il materiale delle sue lezioni ed era stato ammonito di non violare le leggi nazionali antiterrorismo dopo che l’Associazione Ebraica dell’università aveva espresso preoccupazione per il suo invito. E l’anno scorso, l’accademica palestinese residente nel Regno Unito Shahd Abusalama è stata sospesa dalla sua posizione di docente presso la Sheffield Hallam University dopo che sono emersi post sui social media in cui difendeva uno studente che aveva fatto un cartello con scritto “Ferma l’Olocausto palestinese” – il che, secondo il suo datore di lavoro, violava l’IHRA.

Come attesta Lerman, questa repressione dei discorsi critici nei confronti di Israele nel mondo accademico sono possibili grazie all’ambiguità della definizione dell’IHRA sull’identificazione dell’antisemitismo, che alla fine crea un effetto intimidatorio. In effetti l’ambiguità è il punto che fa leva sul desiderio delle persone più ragionevoli di non essere percepite come antisemite. Questa indeterminatezza è ciò che rende la definizione dell’IHRA così efficace non solo nel generare confusione su cosa sia l’antisemitismo, ma anche nel deviare il discorso dal danno che Israele perpetra quotidianamente contro i palestinesi. La decisione del Tower Hamlets Council [consiglio distrettuale di quartiere, ndt.] di Londra di cancellare “The Great Bike Ride for Palestine” nel 2019 per paura di essere considerato antisemita ne è un esempio.

Il secondo impatto che Lerman identifica sottolinea ulteriormente come la politicizzazione della lotta all’antisemitismo diminuisca e cancelli le esperienze vissute di molti ebrei, compresi quelli che hanno effettivamente sperimentato l’antisemitismo. Espandere la definizione di ciò che costituisce l’antisemitismo rischia di indebolirla, rendendo in ultima analisi inutili questi tentativi. Citando il filosofo ebreo britannico Brian Klug, Lerman sostiene: “Se tutto è antisemitismo, allora niente è antisemitismo”.

Lerman dà il meglio di sé nel capitolo sul mito dell'”ebreo collettivo”, che analizza come il tentativo di ritrarre Israele come l’ebreo nella famiglia delle Nazioni abbia alla fine minato la lotta per smantellare l’attuale antisemitismo. Sostiene che questa distorsione dell’antisemitismo per consentire a Israele di agire impunemente è avvenuta non solo (e in modo più pertinente) a scapito dei diritti umani e delle libertà dei palestinesi, ma anche  della sicurezza e del benessere del popolo ebraico in tutto il mondo.

Le affermazioni di Lerman sono viscerali e piuttosto caustiche. Dissezionare questo processo alla fine mette a nudo l’assurdità quasi comica dell’attuale clima politico, e come la cinica strumentalizzazione dell’antisemitismo da parte di Israele e della sua industria dell’hasbara [gli sforzi di pubbliche relazioni per diffondere all’estero informazioni positive sullo Stato di Israele e le sue azioni, ndt.] significhi che la sicurezza ebraica è passata in secondo piano rispetto al desiderio di affermare un progetto di supremazia etnica tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Forse il punto più prezioso di questo libro per gli attivisti progressisti è lo studio di come il nazionalismo ci renda tutti meno sicuri, sostenendo con vigore l’importanza di proteggere i valori universali e di incrementare la solidarietà collettiva di fronte all’eccezionalismo e all’ipernazionalismo

Respingere la definizione di “nuovo antisemitismo”

Il problema che Lerman identifica in “Whatever Happened” è enorme nella misura in cui può sembrare insormontabile. La diffusione del concetto di “nuovo antisemitismo” è sofisticata e dotata di adeguate risorse. È comprensibile che quando si tratta di tentare di sfidare l’identificazione tra Israele ed ebrei – e tra antisemitismo e antisionismo – Lerman sia deluso, come quando descrive gli accenni di resistenza ebraica dopo l’Operazione Piombo Fuso, l’attacco di Israele a Gaza nel 2008 -2009, come “di breve durata”. Sebbene Lerman comprenda l’urgenza e la necessità di respingere queste tendenze, rimane chiaramente scettico sulla nostra capacità collettiva di farlo. Ma gli ostacoli alle lotte di liberazione sono stati quasi sempre percepiti come insormontabili, finché non lo sono più stati.

Anche se Lerman forse non vede come suo compito offrire una visione di ciò che potrebbe essere, il suo libro è anche un intervento contro lo status quo, benché ridotto rispetto a quanto descrive. Ora c’è un’opportunità per valutare le prove presentate da Lerman e invitare coloro che lavorano per combattere il concetto di “nuovo antisemitismo” a riunirsi e identificare ulteriori punti con cui respingerla.

Quindi il valore fondamentale di questo libro per la comprensione del dibattito politico del nostro tempo è il fatto che dimostra non solo che lo sviluppo del progetto del “nuovo antisemitismo” è essenzialmente una questione politica piuttosto che accademica, ma anche che Israele, i suoi sostenitori e altre figure politiche di destra al fine di servire la propria agenda politica hanno sfruttato i timori delle comunità ebraiche di tutto il mondo per confondere le acque rispetto al compito vitale di smantellare l’antisemitismo. “Whatever Happened” fornisce una storia e un contesto di valore inestimabile per coloro che cercano di dare un senso a come la battaglia sulle definizioni di antisemitismo sia stata al centro di un processo per tentare di legare l’identità ebraica a un progetto nazionalista, sia tra gli ebrei che nella società in generale.

Em Hilton è una scrittrice e attivista ebrea che vive tra Tel Aviv e Londra. È la co-fondatrice di Na’amod: British Jews Against Occupation e fa parte del comitato direttivo del Center for Jewish Non-Violence.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Un testo indispensabile per affrontare la ‘guerra delle narrazioni’

Recensione di Romana Rubeo

Dicembre 2022,

Le Parole Divise, Israele/Palestina: Narrazioni, a Confronto. Di Amedeo Rossi, Edizioni Q, Roma, 2022

In “Le Parole Divise, Israele/Palestina: Narrazioni, a Confronto” Amedeo Rossi compie un’operazione tanto mirabile quanto delicata: l’autore stila una sorta di glossario della causa israelo-palestinese, fornendo spiegazioni accurate dei concetti chiave che ne plasmano la narrazione.

Nel condurre questa operazione l’autore non parte da un terreno di assoluta neutralità, ma dalla analisi di testi fortemente filosionisti, che contengono miti e narrazioni da sfatare e scardinare, al fine di riportare la discussione su un terreno di confronto che sia scevro da fanatismi di sorta.

Ormai non esistono più ambiti in cui sia possibile affrontare una discussione pacata tra le due parti,” scrive infatti Rossi nell’introduzione, ponendo tra gli obiettivi del testo proprio “l’ambizione di mettere alcuni punti fermi (…) nel contesto italiano”.

Il testo ha un primo, importantissimo merito: capire che il cosiddetto “conflitto” israelo-palestinese è anche una guerra di narrazioni, di linguaggi, di quelle parole, appunto, evocate già nel titolo.

Da sempre i sostenitori dello stato di Israele pongono molta attenzione a tutto il corredo concettuale e linguistico che ha accompagnato l’impresa coloniale sionista.

Utilizzare un linguaggio che vada a edulcorare le efferatezze della storia non è, d’altra parte, un elemento di novità: ogni narrazione coloniale o neocoloniale ha fatto abbondante uso di questa pratica. Basti pensare ai racconti tesi a dipingere ogni azione coloniale come un’impresa di civilizzazione di popoli altresì “selvaggi” e “barbari”; ma anche, per fornire un esempio più recente, al linguaggio strumentale impiegato durante l’invasione statunitense dell’Afghanistan o dell’Iraq, in cui i concetti di “esportazione della democrazia” e “guerra al terrorismo” servivano a presentare una ricostruzione degli eventi falsata e fortemente manipolata.

L’ideologia sionista si pone in questo solco e ha il merito (se di merito si può parlare) di perfezionare questa manipolazione a livelli estremi. Lo stato di Israele, ben consapevole dell’importanza di tale aspetto del cosiddetto conflitto, impiega fondi ingenti per il mantenimento di un apparato istituzionale teso a perfezionare la hasbara, la propaganda israeliana funzionale a presentare all’esterno un’immagine assolutamente positiva dello stato sionista.

Tutti i miti fondanti di Israele, anche quello del “deserto da far fiorire” che Rossi ricorda nell’incipit del suo volume, sono parte integrante di questa vasta operazione, che può essere immaginata come un’appendice delle azioni militari e politico-istituzionali intraprese nel corso della storia dal regime di Tel Aviv.

Se sul piano militare la buona riuscita di qualsiasi operazione ha bisogno di un esercito strutturato, anche sul piano retorico questa guerra di narrazioni necessita di veri e propri soldati che la portino avanti con risolutezza.

È su questo terreno, che non concede spazi alla dialettica, ma che si presenta, appunto, con i ranghi ben serrati, che vanno interpretati gli scritti dei tre autori magistralmente analizzati da Rossi nel suo volume: Fiamma Nirenstein, Pierluigi Battista e Claudio Vercelli.

“Quasi nessuna delle molte affermazioni fatte da questi autori riguardo a questioni fondamentali della storia e dell’attualità di cui parlano”, si sorprende Rossi, “viene accompagnata da citazioni di testi autorevoli che le possano confermare”. Questo perché, appunto, non è la veridicità della storia a contare, bensì la narrazione edulcorata che, di quella storia, si deve fornire.

Diverso è l’approccio di Amedeo Rossi che, spogliandosi di ogni velleità orientalista e spinto invece da un profondo amore per la verità e la ricerca, elenca ben ventotto concetti chiave, da “Acqua” o “Aliyah”, passando per “Apartheid”, “Intifada”, “Nakba”, “Profughi”, “Shoa” e persino “Terrorismo”.

Pur nella sinteticità richiesta dalla natura di questo testo, a ogni significante viene attribuito un significato che è frutto di approfondite e validissime ricerche. Basterà, al lettore, sfogliare la bibliografia pregevole di questo testo per comprendere che l’autore non si è limitato a fornire ‘opinioni’ sulla base delle sue aprioristiche convinzioni personali – esercizio che ben riesce a chi, in questo libro, viene contestato – ma ha scavato a fondo per corredare le sue dichiarazioni da fonti autorevolissime.

Un esempio lampante della contrapposizione tra una narrazione che muove da fonti fortemente pregiudizievoli e una ricostruzione basata su fonti storiche e di diritto internazionale è il capitolo dedicato a Gerusalemme.

Per spiegare la connessione tra popolo ebraico e Gerusalemme – che nessuno, per inciso, intende negare – Battista si avvale del “puntiglio filologico” di Elie Wiesel, il quale afferma che la città sia citata una sola volta nel Corano e ben 600 volte nelle Sacre Scritture.

Al di là della fallacia lapalissiana di un’argomentazione di tipo spirituale-religioso per difendere pratiche di occupazione contrarie al diritto internazionale, fa riflettere che Battista scelga, come sua fonte Wiesel, per quella che lui definisce una “mitezza universalmente riconosciuta”.

Il “mite” Wiesel era, in realtà, un negazionista delle efferatezze compiute dall’esercito israeliano su Gaza, al punto che nel 2008 persino il Times si rifiutò di pubblicare un suo annuncio (finanziato dall’associazione ‘This World: The Values Network’) in cui si attribuiva la responsabilità della morte dei bambini palestinesi ad Hamas. Vale la pena ricordare che durante quel sanguinoso eccidio almeno 2.000 palestinesi furono trucidati dall’esercito israeliano, e tra loro centinaia di bambini.

Anche sui media israeliani Wiesel viene ricordato per aver deliberatamente scelto di negare, con fermezza, le sofferenze del popolo palestinese, disumanizzandolo oltre ogni limite accettabile.

Fiamma Nirenstein, dal canto suo, non si cura nemmeno di trovare una fonte autorevole e fornisce mere opinioni basate su sue personalissime convinzioni. A partire dall’assunto secondo cui agli ebrei è impedito professare la loro fede, fino ad arrivare a sostenere che Israele non ha alcuna intenzione di “cambiare lo status quo che vige sui luoghi santi di Gerusalemme”.
Rossi controbatte argomentando che, in realtà, era una disposizione rabbinica a vietare agli ebrei, “almeno fino al 1967 (…), di recarsi a pregare sul ‘Monte del Tempio’”: inoltre, l’autore fornisce una dettagliata ricostruzione delle operazioni di ‘ebraicizzazione’ della città, che sono messe nero su bianco da varie organizzazioni sioniste e che vengono denunciate a più riprese non solo dagli islamisti, tanto temuti da Nierenstein, ma anche dai cristiani in terra di Palestina.

Nel 2019, ad esempio, il capo della Chiesa greco-ortodossa a Gerusalemme, l’arcivescovo Atallah Hanna, ebbe a dire, durante una riunione con Médecins Sans Frontières, che “tutto è in pericolo, a Gerusalemme. I siti islamici e cristiani sono sotto attacco perché si vuole cambiare la nostra città, nascondere la sua identità, e marginalizzare l’esistenza degli arabi e dei palestinesi.”

Così come per quello dedicato alla Città Santa, ogni capitolo di questo libro contiene riflessioni autorevoli per smentire e scardinare le posizioni ultrasioniste che, soprattutto nel dibattito italiano, vengono fatte passare per “senso comune”, spesso senza alcun contraddittorio.

“Le parole divise” è, in conclusione, un testo importante, sia per coloro che si avvicinano per la prima volta allo studio di questa annosa questione, sia per chi, pur avendo già adeguati strumenti di analisi, voglia approfondirne i vari aspetti e trovare spunti di riflessione ben esporti e articolati.

Se è vero che esiste una vera e propria guerra delle narrazioni, questo libro è fondamentale per non entrare in un terreno tanto spinoso completamente disarmati.

– Romana Rubeo è una giornalista italiana, caporedattrice del “The Palestine Chronicle”. I suoi articoli appaiono in varie pubblicazioni online e riviste accademiche. Laureata in Lingue e Letterature Straniere, è specializzata in traduzioni giornalistiche e audiovisive.




Apartheid in Palestina. Origini e prospettive della questione palestinese,

Gabriel Traetta. Apartheid in Palestina.Origini e prospettive della questione palestinese DeriveApprodi, Roma 2022

Recensione di Amedeo Rossi

25 settembre2022

Il libro rappresenta una denuncia della situazione che nel corso dei decenni è andata progressivamente deteriorandosi in Medio Oriente. Nelle due autorevoli prefazioni Luisa Morgantini e Wasim Dahmash evidenziano uno dei pregi di questo libro: “Chiamare le cose con il proprio nome”, come afferma Dahmash, cioè “colonialismo d’insediamento, apartheid, occupazione militare”, come enumera Morgantini. Inoltre, aggiungono, la peculiarità di questo libro è il riferimento puntuale al contesto internazionale. L’autore ne tratta con cognizione di causa, avendo collaborato con l’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite specificamente dedicata ai profughi palestinesi. E il fulcro di questo lavoro è proprio la contraddizione tra dichiarazioni di principio, denunce e risoluzioni ONU e la sostanziale inanità, quando non connivenza e sostegno, della comunità internazionale nei confronti di Israele a rappresentare.

La tragedia di cui i palestinesi sono vittime è maturata soprattutto a partire dal Mandato britannico e dalla dichiarazione Balfour, che impegnava l’impero a favorire la costituzione di un “focolare ebraico” in Palestina. Fin da allora alla popolazione autoctona è stato riservato un ruolo marginale, ignorandone il diritto all’autodeterminazione e liquidandola come “popolazione non ebraica” da tutelare solo dal punto di vista religioso e sociale. È singolare che i sostenitori di Israele citino questa dichiarazione come una delle fonti di legittimazione di Israele, nonostante si tratti di un documento di chiaro stampo colonialista. E d’altra parte il colonialismo di insediamento è una delle caratteristiche che definiscono l’impresa sionista.

Il secondo momento cruciale su cui si sofferma Traetta è rappresentato dalla risoluzione 181 dell’ONU che nel 1947 stabilì la spartizione della Palestina tra uno Stato ebraico e un altro arabo, ignorando la situazione demografica sul terreno e le legittime aspirazioni del popolo palestinese. Si tratta, scrive l’autore, “dell’unico caso nella storia delle Nazioni Unite e del diritto internazionale in cui è stato conferito a un movimento politico-coloniale il diritto di fondare uno Stato e per di più a evidente discapito del popolo indigeno.” Ciò fu possibile grazie alla maggiore capacità del gruppo dirigente sionista rispetto alla controparte araba di muoversi nel contesto internazionale e trovare quindi legittimazione alle proprie pretese non solo in Occidente, ma anche nel blocco socialista. Infatti, pur nell’imminenza della Guerra fredda, la risoluzione 181 venne votata sia dagli Stati Uniti che dal blocco socialista in via di formazione. Da allora lo Stato ebraico ha continuato a violare impunemente le disposizioni delle Nazioni Unite, a cominciare proprio dalla stessa risoluzione 181. I territori occupati andavano ben oltre quelli destinati al cosiddetto Stato ebraico, ma vennero annessi senza conseguenze. La capitale venne spostata da Tel Aviv a Gerusalemme ovest, che era invece destinata ad essere un territorio gestito dalla comunità internazionale. Infine, Israele si rifiutò di consentire il ritorno delle centinaia di migliaia di profughi palestinesi, nonostante nell’atto di adesione all’ONU accettasse di riaccoglierli.

Dal problema dei profughi nacque nel dicembre 1949 la United Nation Relief and Works Agency for Palestinian Refugees in the Near East (l’UNRWA), incaricata di fornire una serie di servizi ai profughi palestinesi. Logicamente a questa agenzia Traetta dedica particolare attenzione, in quanto essa sintetizza tutte le contraddizioni e le incongruenze della comunità internazionale rispetto al conflitto israelo-palestinese. Egli evidenzia che l’UNRWA non ha un mandato specifico: “Non esiste infatti una dichiarazione esplicativa del termine unica ed esaustiva, ma vari documenti e risoluzioni ONU contengono elementi che, se correlati, forniscono la descrizione dell’istituto del mandato.” Il risultato è che “le risoluzioni sulle quali poggiano i mandati utilizzano prevalentemente […] una terminologia che lascia spazio all’arbitrio e non prevede l’esecutività della richiesta.”

Questa voluta ambiguità si manifestò anche nel 1967, quando circa altri 350.000 palestinesi vennero cacciati dalla Cisgiordania e da Gaza. L’ulteriore pressione sull’UNRWA ne accrebbe il ruolo dal punto di vista quantitativo, ma Israele scaricò sui finanziatori internazionali dell’agenzia il costo della sua espansione territoriale.

Nel 2000 l’UNRWA aveva 30.000 dipendenti, al 95% palestinesi (rappresentando quindi una fonte di lavoro imprescindibile per i rifugiati) e forniva ai suoi beneficiari servizi nei campi della salute, dell’istruzione, della formazione, dei servizi sociali, ecc. Tuttavia queste attività sono soggette alla disponibilità di fondi, a loro volta subordinati alle erogazioni da parte dei Paesi donatori, che per ragioni di politica internazionale possono decidere di ridurre o negare gli stanziamenti. È quanto ha fatto l’amministrazione Trump, che ha contribuito alla campagna di discredito e il boicottaggio promosso da Israele per eliminare alla radice la questione dei profughi palestinesi.

Nella seconda parte del libro Traetta parla delle radici colonialiste dello Stato di Israele e delle sue innumerevoli violazioni delle leggi internazionali, della Convenzione di Ginevra e delle risoluzioni ONU. Ricorda che dal 2008 Israele nega impunemente al relatore speciale ONU l’accesso sia al suo territorio che a quelli occupati. Non c’è quindi da stupirsi che oltre il 50% delle risoluzioni di denuncia per violazioni dei diritti umani, sia da parte del Consiglio ONU per i diritti umani che dell’Assemblea generale riguardino Israele.

Una serie di pratiche e di politiche discriminatorie in atto già dalla fondazione dello Stato nel 1948 hanno dato vita a sistema di apartheid istituzionalizzato sia nei territori occupati che sul territorio israeliano. Lo hanno affermato nel 2021 rapporti dell’ONU, di ong internazionali come Amnesty International e Human Rights Watch e israeliane come B’Tselem, ma i palestinesi lo denunciano da decenni. Ancora più grave è la situazione a Gaza, sottoposta dal 2007 a un assedio asfissiante che sta distruggendo l’economia, l’ambiente e la vita stessa di 2 milioni di persone. I periodici attacchi israeliani hanno provocato migliaia di vittime e preso di mira le infrastrutture fondamentali per la sopravvivenza della popolazione, compresi i servizi dell’UNRWA. Nel 2019, durante la Grande Marcia del Ritorno, i cecchini israeliani hanno fatto strage dei manifestanti. A questo proposito Traetta cita il rapporto del relatore speciale ONU, secondo il quale, nonostante la comunità internazionale sia pienamente consapevole di quanto sta avvenendo in Palestina, essa si dimostra “riluttante ad agire in merito a tali prove schiaccianti e a utilizzare gli abbondanti strumenti politici e legali a sua disposizione per porre fine all’ingiustizia.”

Proprio tra il 2018 e il 2020, afferma l’autore, ci sono stati tre cambiamenti epocali che hanno riconosciuto come legittime le violazioni operate da Israele: lo spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme, la legge sullo Stato-Nazione ebraico e infine l’Accordo del secolo proposto dall’amministrazione Trump, che ha escluso la partecipazione dei palestinesi persino dalla definizione dei suddetti “accordi”. Questi avvenimenti non solo rafforzano il progetto sionista, ma fanno a pezzi le leggi internazionali e ogni norma che pretenda di regolare i rapporti tra gli Stati e i popoli. Come afferma in chiusura Traetta, “la questione palestinese ricorda al mondo intero, ogni giorno, quanto l’ordinamento internazionale contemporaneo sia una farsa: nel nome del diritto internazionale, i cinque membri permanenti possono utilizzare secondo le proprie esigenze nazionali il potere vastissimo conferito loro dal Consiglio di sicurezza ma al tempo stesso, tramite il diritto di veto, sono immuni dalla possibilità di esserne oggetto.”

Come dimostra questo libro, la questione palestinese non riguarda solo un’area relativamente marginale del mondo, ma i diritti di tutti, e non è un problema di carattere umanitario, ma è eminentemente politico.




Vita e morte di un quartiere di Gerusalemme.

Lemire V., Au pied du Mur. Vie et mort du quartier maghrébin de Jérusalem (1187-1967), Seuil, Paris, 2022, ‎ 416 pagine.

Recensione di Amedeo Rossi

22 giugno 2022

In questo libro lo storico francese Vincent Lemire ricostruisce la vicenda del quartiere marocchino (o più precisamente maghrebino) di Gerusalemme attraverso i suoi oltre 8 secoli di vita. Va detto subito che questo saggio non rompe solo il “muro del silenzio”, come lo definisce Lemire, riguardo alla vicenda del quartiere maghrebino di Gerusalemme. È anche un saggio estremamente dettagliato e un esempio di uso delle fonti più disparate: lavoro d’archivio in svariati Paesi e in molte lingue (tra cui l’ebraico e l’arabo), materiale fotografico e articoli di giornale, lettere private, fonti orali, controversie giudiziarie e petizioni, oltre a una vastissima bibliografia. Nel libro sono frequentemente presenti immagini a testimonianza di questa ricerca capillare, che ha dato vita a una ricostruzione che mette in rapporto l’oggetto di studio (il quartiere) con le vicende più generali dell’area mediorientale e non solo. A fine anno è annunciata la pubblicazione in inglese. Si spera che presto sia disponibile anche un’edizione italiana.

Nato su iniziativa di Salah al-Din (Saladino), il quartiere era inizialmente destinato ad ospitare i pellegrini che dal Maghreb si recavano alla Mecca. Per questo venne affidato a un waqf (fondazione benefica religiosa), che prese il nome dal mistico sufi Abu Madyan, la cui famiglia era originaria di Tlemcen, in Algeria. Con il tempo alcuni pellegrini si stabilirono nel quartiere e divennero parte della comunità gerosolimitana. La sua posizione centrale, a ridosso della Spianata delle Moschee (Haram al-Sharif, il Monte del Tempio per gli ebrei) lo rese un luogo pienamente integrato nella vita urbana, che condivise quindi la sorte di Gerusalemme, sottoposta nel corso dei secoli alla dominazione araba, ottomana e infine britannica. Cosmopolita come il resto della città, dal libro emerge l’immagine di un quartiere vivace e differenziato sia dal punto di vista sociale che economico.

Fu nel periodo del mandato britannico che iniziò a delinearsi il drammatico destino che lo attendeva. L’impero intendeva favorire l’immigrazione sionista in Palestina. A sua volta i dirigenti del nazionalismo ebraico utilizzarono il messianismo biblico come legittimazione delle proprie pretese di conquista e nel contempo come forza attrattiva per incentivare l’emigrazione nella “Terra promessa”. Il quartiere si trovava a ridosso del cosiddetto Muro del Pianto, i contrafforti occidentali della Spianata delle Moschee che dal XVI secolo erano diventati luogo di preghiera per gli ebrei. Paradossalmente, nota l’autore, “il quartiere maghrebino si trovò nelle immediate vicinanze del propulsore che galvanizzava le identità religiose di Gerusalemme fin dai suoi inizi”.

Nel 1927 una forte esplosione fece tremare il quartiere, con uno scambio di accuse tra le due comunità. Come si è scoperto di recente, in realtà si trattò di un attentato organizzato dalla milizia sionista Haganà per intimidire la popolazione del quartiere in seguito a numerosi incidenti con i fedeli che si recavano al Muro del Pianto. Fu sempre in seguito a uno scontro avvenuto nel quartiere maghrebino tra nazionalisti ebrei che rivendicavano il possesso di quello che secondo loro era il Monte del Tempio e i fedeli musulmani che scoppiò la rivolta araba del 1929. “Il quartiere maghrebino”, scrive Lemire, “era ormai al centro del conflitto, e rimarrà in questa pericolosa posizione fino alla sua distruzione nel giugno 1967.”

La guerra del 1947-49 e la conseguente nascita di Israele rappresentarono un duro colpo per i suoi abitanti. Pur rimanendo sul lato giordano della città, le attività benefiche del waqf Abu Madyan vennero notevolmente ridotte a causa dell’occupazione israeliana dei terreni di Ain Karem, da cui l’ente benefico ricavava buona parte delle risorse necessarie ad aiutare i propri assistiti.

È in questo contesto che compare un altro attore, il colonialismo francese, che negli anni ’50 si erse a difensore dei cittadini originari dei suoi possedimenti nel Maghreb per contrastare le crescenti spinte indipendentiste del nazionalismo arabo. L’intervento francese fu però contraddittorio, anche a causa dei rapporti di collaborazione con Israele, come nel caso della crisi di Suez del 1956 e della lotta contro l’FNL algerino, a cui parteciparono attivamente i servizi di intelligence israeliani. In quegli anni la Francia stava anche contribuendo al programma atomico di Israele. L’indipendenza dell’Algeria pose fine a questa attività diplomatica francese.

La guerra dei Sei giorni e l’occupazione israeliana decretarono la fine del quartiere. Tra il 10 e l’11 giugno (il conflitto era finito proprio il 10) i bulldozer israeliani rasero al suolo quasi tutto il quartiere. Agli abitanti vennero concesse 2 ore per lasciare le proprie case. Nella demolizione morirono, a seconda delle fonti, da una a tre persone. Con un formalismo tipico del modus operandi di Israele, prima dell’operazione venne riunita una commissione composta da tre architetti, uno storico e un archeologo. “L’obiettivo”, scrive Lemire,” è evidentemente di occultare le responsabilità politiche mettendo in primo piano le competenze scientifiche.” La commissione suggerì di preservare il 60% degli edifici. L’intervento di demolizione interesserà invece quasi tutto il quartiere. La responsabilità di non aver seguito il parere degli esperti venne attribuita dall’esercito e dal potere politico locale (Comune di Gerusalemme) e statale all’iniziativa di un gruppo di imprenditori edili. La motivazione ufficiale: si sarebbe trattato di un quartiere di baracche, quindi di un’operazione di risistemazione urbanistica per ragioni di igiene e sicurezza, in quanto gli edifici sarebbero stati pericolanti. La situazione era ben diversa, come dimostrano le testimonianze personali, la documentazione d’archivio anche israeliana e il materiale fotografico che accompagnano la narrazione del libro. Ma l’operazione propagandistica funzionò, persino riguardo alla corretta risistemazione degli abitanti del quartiere, 650 persone, che invece vennero abbandonati a se stessi. Un patrimonio storico plurisecolare di 135 edifici venne distrutto, e al suo posto rimase la spianata che si trova a ridosso del Muro del Pianto.

Ciò che rimase del quartiere, l’isolato noto come Dar Abu Said, venne demolito nel giugno 1969, sostenendo anche in questo caso che si trattava di edifici pericolanti. In questo caso ci fu uno scontro tra il ministero degli Affari religiosi e parte del governo da una parte e dall’altra l’amministrazione comunale, il Dipartimento delle Antichità e il ministero degli Esteri, che si opponevano per varie ragioni all’operazione. Uno solo degli edifici da demolire effettivamente presentava una crepa, definita “utile” dal Menachem Begin, allora ministro senza portafoglio, poi primo ministro di Israele nonché premio Nobel. Ma era stata provocata da lavori di scavo di caterpillar israeliani. Ciò fu sufficiente a giustificare la distruzione. Quella che lo storico chiama “ebrezza messianica” che si era impadronita di Israele dopo la vittoria del 1967 ebbe la meglio.

Nelle conclusioni Lemire afferma che “la funzione dello storico è capire e non giudicare, indagare e stabilire i fatti e non giudicarli sul piano morale né definirli su un piano giudiziario.” E citando il grande storico Marc Bloch insiste: “Quando lo studioso ha osservato e spiegato, il suo compito è finito.” Se ciò può valere per il ricercatore, il lettore non può esimersi dal constatare che la pratica della pulizia etnica ha accompagnato fin dalla sua nascita lo Stato di Israele. Quanto avvenuto al quartiere maghrebino era già toccato in sorte a centinaia di villaggi palestinesi nel 1947-49 (la Nakba), si ripeté durante e dopo la guerra del 1967 (la Naksa) e da allora continua a segnare le vicende dell’occupazione israeliana in Cisgiordania e a Gaza, come allora nella sostanziale indifferenza della comunità internazionale. Questo libro non può che destare nel lettore indignazione e condanna.




Storia della Brigata ebraica. Gli ebrei della Palestina che combatterono in Italia nella Seconda guerra mondiale,

G.Fantoni 

Einaudi, Torino, 2022.

25 aprile 2022, Recensione di Amedeo Rossi

Dopo la pausa forzata dovuta all’epidemia di COVID-19, è ripresa come ogni anno la polemica relativa alla presenza di bandiere palestinesi e di quelle israeliane durante le commemorazioni del 25 aprile, anche se questa volta messe in ombra dalle contestazioni dalle bandiere NATO.

Pubblicato nel gennaio scorso, questo libro rappresenta probabilmente il saggio più completo ed aggiornato sull’argomento e aiuta a fare chiarezza su una serie di questioni non esclusivamente accademiche. Il saggio è diviso in due parti: la prima ricostruisce le varie vicende che portarono alla costituzione della brigata e partecipazione ad alcuni eventi bellici in Italia, nonché le sue attività successive nel nostro Paese e in Austria e Belgio; la seconda si occupa delle ragioni per cui in Italia questa vicenda ha provocato un accanito dibattito e tante polemiche.

Uno dei motivi del lungo oblio che ne ha oscurato la memoria è dovuto alla consistenza numerica (4.000 militari) e il fatto che partecipò alla campagna d’Italia quando ormai le truppe tedesche erano in ritirata. Essa combatté sostanzialmente in due scontri, in Romagna e poi in Emilia, mentre per il resto il suo apporto fu assolutamente trascurabile. Dopo la fine della guerra si dedicò all’assistenza ai profughi ebrei sopravvissuti alle persecuzioni e al tentativo di portare quelli atti alle armi in Palestina per ridurre il divario demografico rispetto alla popolazione arabo-palestinese. Alcuni componenti della brigata furono protagonisti di vendette contro ex-SS e anche civili tedeschi per le terribili sofferenze e le stragi perpetrate dai nazisti a danno degli ebrei.

La parte più interessante e significativa del libro è però la seconda. A parere di Fantoni si tratta di un tipico caso di uso politico della storia: “La Brigata ebraica serviva infatti a rilanciare la storiografia israeliana classica, essenzialmente basata su una lettura sionista della storia del mandato [britannico] palestinese e della fondazione di Israele.”

Questo recupero della memoria della Brigata, ricorda l’autore, è avvenuto prima in area anglosassone, tuttavia è in Italia che ha avuto le maggiori ripercussioni nel dibattito pubblico, in primo luogo per ragioni interne. La fine della Prima Repubblica ha dato il via ad un “uso sfacciato della storia nell’agone politico” sottolinea. Basti pensare alle varie commemorazioni che hanno ridefinito le occasioni di celebrazione ridefinendo il nostro passato, ultima ma non meno problematica l’istituzione della “Giornata nazionale della memoria e del sacrificio alpino”, il 26 gennaio di ogni anno, in ricordo della battaglia di Nikolajewka.

Le polemiche sulla Brigata ebraica si inquadrano in questo contesto. La destra, vecchia e nuova, intende evitare le accuse di antisemitismo legate alla storia del fascismo e indicare come suo principale, se non esclusivo, torto le leggi razziali. La “sinistra” vede nell’appoggio a Israele e alla sua narrazione l’opportunità di ribadire l’appartenenza al blocco occidentale.

Anche Israele ha tutto l’interesse a utilizzare la memoria della Brigata ebraica. Sottolineando la partecipazione sionista alla lotta contro il nazi-fascismo ribadisce la propria collocazione nel campo delle democrazie occidentali, e nel contempo intende sottolineare il presunto filo-fascismo e filo-nazismo degli arabi in generale e dei palestinesi in particolare.

In Italia, ricorda Fantoni, la questione della Brigata ebraica è diventata fonte di polemiche a partire dal 2004, quando era ormai evidente il fallimento del cosiddetto processo di pace (gli accordi di Oslo) Era necessario far dimenticare alla comunità internazionale il fatto che in quei 10 anni la colonizzazione dei territori occupati, la ragione principale del fallimento di Oslo, era continuata. Nel contempo le opere dei nuovi storici israeliani avevano iniziato a demolire tutti i miti fondativi del cosiddetto Stato ebraico costruiti dalla narrazione sionista. Sostenere che l’avversione degli arabi, e dei palestinesi in particolare, non era dovuta alla pulizia etnica, alla colonizzazione, all’oppressione ma all’antisemitismo intrinseco alla loro mentalità e alla religione islamica era funzionale a ribaltare le possibili critiche. Ciò sollevava Israele da ogni responsabilità, ed anzi lo legittimava a resistere. Da qui l’insistenza di storici e politici sionisti sul legame tra Hitler e Mohammed Amin al-Husseini, il Gran Muftí di Gerusalemme, indicato come l’unico rappresentante politico dei palestinesi.

Il libro di Fantoni confuta in modo dettagliato non solo queste affermazioni palesemente false, ma anche l’effettiva rappresentatività di Husseini rispetto al mondo politico palestinese dell’epoca, ricordando anche che molti arabo-palestinesi combatterono nelle file degli eserciti alleati. Lo stesso Ben-Gurion ebbe il coraggio di ammettere: “Ci sono stati l’antisemitismo, i nazisti, Hitler, Auschwitz, ma loro [i palestinesi] in questo cosa c’entravano? Essi vedono una sola cosa: siamo venuti e abbiamo rubato il loro paese. Perché dovrebbero accettarlo?” Un altro elemento che viene sollevato a sfavore dei palestinesi, afferma giustamente l’autore, è il fatto che sono in maggioranza musulmani, e quindi stigmatizzati in quanto tali.

Oltre a ribadire la scarsa importanza di un personaggio ambiguo e screditato come il Gran Muftí, Fantoni accenna alle simpatie di Jabotinsky e di altri dirigenti della destra sionista nei confronti di Mussolini. È un riferimento che sarebbe stato utile approfondire, in quanto i rapporti tra i capi sionisti sia di destra che di “sinistra” con fascismo e nazismo furono tutt’altro che cristallini. Ad esempio essi non interruppero mai i rapporti economici con la Germania nazista, e Jabotinsky non si limitò a “esprimere in alcune lettere ammirazione per il fascismo italiano”, ma arrivò ad incolpare delle leggi razziali le attività degli ebrei antifascisti.

In conclusione, riguardo allo specifico problema delle polemiche che accompagnano le celebrazioni del 25 aprile, Fantoni sostiene una posizione in parte condivisibile: da anni si assiste ad un attacco condotto sia dalla destra che dal centro-sinistra nei confronti di questa ricorrenza e dell’ANPI. A suo parere la soluzione sarebbe non alimentare ulteriori polemiche, limitandosi a salvaguardare la memoria dei combattenti che liberarono il nostro Paese dalla dittatura, per “disinnescare una polemica che contribuisce a danneggiare un fronte antifascista già parecchio indebolito”. Quindi niente bandiere palestinesi o israeliane, ma neppure di altri Paesi che sono stati o sono protagonisti di una coraggiosa resistenza all’oppressione? Il punto m) dell’articolo 2 dello Statuto dell’ANPI cita tra gli scopi dell’associazione “dare aiuto e appoggio a tutti coloro che si battono, singolarmente o in associazione, per quei valori di libertà e di democrazia che sono stati fondamento della guerra partigiana e in essa hanno trovato la loro più alta espressione.” Se quella dei partigiani è una memoria viva è perché si perpetua in chi oggi combatte la stessa battaglia ovunque nel mondo e in chi con queste lotte solidarizza, non perché si rinnova con una ritualità puramente celebrativa. Per questo pare scontata quanto consolatoria la conclusione del libro: “Gli storici […] possono avere un ruolo importante per costruire un futuro di comprensione e di pace, in Palestina come altrove. Questo libro vuole essere un contributo in tale direzione.” Proprio la ricerca storica, compresi i nuovi storici israeliani, spesso citati nel libro, ha indicato chiaramente le responsabilità nel conflitto. Una parte sempre più consistente dell’ebraismo, soprattutto negli USA, le sta riconoscendo. La differenza tra chi difende senza distinguo Israele e chi propugna invece gli ideali universalistici incarnati nella Resistenza italiana è stata a suo tempo sintetizzata efficacemente da Philip Wohlstetter, intellettuale ebreo statunitense: “Per [Elie] Wiesel era ‘mai più a noi’; per [Primo] Levi ‘mai più a nessuno’.”

Chi celebra insieme alla Liberazione le lotte attuali degli altri popoli non può che concordare con Primo Levi. Ed è su questa contrapposizione che si giocano le polemiche sulla presenza delle bandiere palestinesi o su quelle della Brigata ebraica alle manifestazioni del 25 aprile.




Recensione Dear Palestine

Guerra arabo-israeliana (1947-1950)

Saccheggi, razzismo, espulsioni…La conquista della Palestina raccontata dai combattenti

Sono state scritte parecchie storie della prima guerra arabo-israeliana (1948-1950), ma questa è senza dubbio la prima in cui uno storico fa parlare, attraverso le loro lettere, i combattenti dei due campi. Questa corrispondenza mostra le divisioni interarabe e getta un’ombra sul comportamento dei soldati israeliani, sulla loro brutalità e sul loro razzismo, non solo nei confronti degli arabi ma anche degli ebrei marocchini e iracheni andati a combattere per Israele.

 

Sylvain Cypel

14 ottobre 2021 – Orient XXI

 

Shay Hazkani, Dear Palestine. A Social History of the 1948 War [Cara Palestina. Una storia sociale della Guerra del 1948], Stanford University Press, 2021.

 

Cara Palestina, l’opera di Shay Hazkani, storico israeliano dell’università del Maryland, costituisce uno dei primi studi di storia sociale della guerra che, tra il 1947 e il 1949, oppose da una parte le milizie armate dell’yishuv (la comunità ebraica nella Palestina mandataria britannica), poi l’esercito dello Stato di Israele dopo la sua creazione, il 15 maggio 1948, e dall’altra le milizie palestinesi e soprattutto i gruppi armati arruolati nei Paesi vicini, poi gli eserciti arabi (fondamentalmente quello egiziano e quello giordano).

In questo libro il lettore imparerà poco dello svolgimento degli avvenimenti di quella guerra, ma molto di ciò che spesso i racconti cronologici e fattuali delle guerre nascondono, cioè il contesto socioculturale nel quale sono immersi i suoi protagonisti. Per svelarlo l’autore privilegia due fonti principali: da una parte la formazione delle truppe e delle argomentazioni (compresa la propaganda) degli stati maggiori di ognuno dei campi, dall’altra lo sguardo dei combattenti su quella guerra e ciò che esso dice della sua realtà. Hazkani lo fa in parte basandosi sui discorsi dei responsabili militari, ma soprattutto – ed è la principale originalità del libro – sulle lettere dei soldati alle famiglie, come sono state conservate in vari archivi militari dopo che erano state lette dalla censura. Queste spesso sono più ricche da parte israeliana, ma l’autore riesce nonostante tutto a fare uno studio relativamente equilibrato tra i due campi.

Volontari dall’estero

Egli assegna uno spazio importante alle reclute a cui i capi militari hanno fatto appello fuori dal Paese. Da una parte i “Volontari dall’estero” (il cui acronimo in ebraico era Mahal), giovani ebrei che si arruolarono in Europa, negli Stati Uniti e anche in Marocco per aiutare militarmente il nascente, poi costituito, Stato di Israele. Si vedrà che questo gruppo offre uno sguardo sulla guerra spesso diverso da quello dei “sabra”, i giovani nati ed educati nell’yishuv. Dall’altra diverse milizie di volontari arabi arruolati in Siria, Transgiordania, Iraq e Libano per sostenere i palestinesi. Egli privilegia in particolare quella più attiva, l’Esercito di Liberazione Arabo (ALA, in arabo l’Armata Araba di Salvezza), comandata da Fawzi Al-Kaoudji. Anche qui lo sguardo sulla guerra e sul suo contesto da parte di queste reclute è spesso inaspettato.

Lo studio delle lettere come l’analisi dei discorsi dei responsabili militari fa emergere un fatto. Al di là del rapporto di forze militare, l’unità e la chiarezza di obiettivi erano dal lato israeliano, la disunione e la confusione da quello palestinese, a parte l’idea principale del rifiuto di una partizione della Palestina, giudicata sia ingiusta che profondamente iniqua (gli ebrei, all’epoca il 31% della popolazione, si vedevano assegnare il 54% del territorio palestinese). Indipendentemente dai dissensi interni, tutte le forze sioniste intendevano costruire uno Stato da cui sarebbe stato escluso il maggior numero possibile dei suoi abitanti palestinesi (il piano di partizione prevedeva che lo “Stato Ebraico” includesse…il 45% di palestinesi!). Hazkani mostra quanto la direzione politica e militare dello Stato ebraico fosse determinata, ancor prima di dichiararlo, a “ripulirlo” il più possibile sul piano etnico ed anche quanto questa aspirazione fosse condivisa dalla gran parte delle truppe.

Divisioni tra arabi e palestinesi

E [l’autore] mostra con parecchi esempi quanto la divisione e la diffidenza regnassero nel campo dei palestinesi e dei loro alleati. Come scrisse dal febbraio 1948 Hanna Badr Salim, l’editore ad Haifa del giornale Al-Difa (La Difesa), “abbiamo dichiarato guerra al sionismo, ma, impegnati a combatterci tra di noi, non eravamo preparati.” I responsabili dell’ALA diffidavano delle forze palestinesi guidate da Abdel Kader Al-Husseini. Così un alto ufficiale dell’ALA raccomandò di nominare alla testa dei reggimenti ufficiali egiziani, siriani o iracheni, ma non palestinesi, di cui non si fidava. Da parte sua Husseini preferiva limitare la mobilitazione a piccoli gruppi composti solo da reclute palestinesi sicure. Di fatto l’atteggiamento delle forze arabe straniere nei confronti dei palestinesi era spesso pesantemente critico. Delle lettere di soldati arabi evocano le brutalità commesse da queste truppe contro persone che si supponeva fossero andate a liberare.

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Ma la diffidenza era essenzialmente di ordine politico. Da parte palestinese la preoccupazione principale era evidentemente di non perdere la Palestina. Da parte di chi interveniva dall’esterno, con forze più preparate, le preoccupazioni erano molto diverse e ambigue.

Alcuni combattevano per raggiungere un accordo migliore con i sionisti, altri vedevano in questa lotta una prima tappa per il rovesciamento dei regimi alleati dei colonizzatori occidentali, altri ancora intendevano inviare i loro oppositori a combattere in Palestina per ridurre la loro influenza.” Tra il siriano Salah Bitar, fondatore del partito Ba’th nel 1947, un nazionalista arabo che intendeva fare della Palestina il trampolino di una “nuova civiltà araba”, e Nouri Saïd, uomo legato ai britannici in Iraq, che cercava di utilizzare la lotta filopalestinese per distogliere dalla mobilitazione popolare contro Londra (e dunque contro se stesso), la differenza di interessi era totale. Sul terreno delle operazioni, nota Hazkani, i capi dell’ALA erano “per la maggior parte più preoccupati di fare in modo che il fervore anticolonialista dei volontari arabi non si trasformasse in una lotta ulteriore contro i regimi arabi.

Quanto alla propaganda utilizzata dalle forze arabe, contrariamente alla tesi presentata dai vincitori israeliani, “i miei lavori” scrive Hazkani, “suggeriscono che nell’ALA l’antisemitismo era trascurabile.” Ne fa qualche esempio, ma li giudica poco presenti nelle lettere dei combattenti arabi. Analogamente “le lettere mostrano che molti di loro erano lungi dall’essere dei fanatici del jihadismo radicale.” Ma, evidenzia, più si profilava la sconfitta, più dalle lettere emergeva la dimensione di guerra santa contro gli ebrei. Tuttavia dalla loro lettura Hazkani conclude che termini come “sterminio” o “gettare gli ebrei a mare” vi sono assenti.

Allo stesso modo egli smentisce totalmente l’argomento così spesso avanzato da Israele dopo questa guerra secondo cui i dirigenti arabi avrebbero invitato i palestinesi a fuggire per lasciar loro campo libero. Al contrario il 24 aprile 1948, quando i palestinesi avevano subito poco prima delle sconfitte disperanti – in una settimana venne ucciso in combattimento Abdel Kader Al-Husseini, la lotta per la Galilea volse a favore delle forze ebraiche e ci fu il massacro di Deir Yassin –  Kaoudji pubblicò un ordine in cui definì “codardo” ogni palestinese che fuggiva da casa.

Un uso smodato della Bibbia

Da parte loro, nel campo della formazione, anche ideologica, delle truppe, le milizie ebraiche e poi l’esercito israeliano si mostrarono immensamente più preparate dei loro avversari. Copiando la logica dell’Armata rossa, il campo sionista instaurò il dualismo tra l’ufficiale e il commissario politico (il “politruk”). Fin dal 1946 un’opera dello scrittore sovietico Alexander Bek sulla difesa di Mosca nel 1941 venne tradotta e diffusa tra le forze israeliane per rafforzarvi lo “spirito di corpo” (‘l’esprit de corps’, in francese nel libro) e la determinazione a utilizzare tutti i mezzi per vincere. Nell’agosto 1948 Dov Berger, capo dell’hasbara (la propaganda israeliana), distribuì agli ufficiali dei “manuali educativi” nei quali le reclute ricevevano tutte una formazione politica identica. Si noterà che i responsabili militari, all’epoca quasi tutti usciti da contesti sionisti-socialisti, fecero un uso smodato della Bibbia per strutturare l’ostilità delle truppe nei confronti del mondo arabo circostante, già equiparato ad “Amelek e alle sette nazioni”, queste tribù descritte nella Bibbia come le più ostili agli ebrei. L’autore evidenzia che “la suggestione che la guerra del 1948 fosse comparabile alle guerre di sterminio che compaiono nella Bibbia non era affatto una visione marginale, essa veniva ripetuta nel BaMahaneh”, il giornale dell’esercito israeliano.

Perciò non c’è da stupirsi del successo riscosso dal “politruk” Aba Kovner tra le truppe. Egli era un eroe, scappato dal ghetto di Vilna, dove aveva tentato senza successo di organizzare contro i nazisti una rivolta come quella del ghetto di Varsavia. Membro dell’Hachomer Hatzaïr (La Giovane Guardia), la frangia filosovietica del sionismo, era riuscito a fuggire e a raggiungere le colonne dell’Armata rossa. Poeta di talento e cugino di Meïr Vilner, capo del partito comunista [israeliano, ndtr.], nel 1948 Kovner divenne responsabile dell’educazione della celebre brigata Givati. Citando i suoi Bollettini di combattimento, Hazkani mostra come attizzasse i sentimenti più crudeli, e anche i più razzisti, dei soldati, giustificando in anticipo i crimini peggiori. “Massacrate! Massacrate! Massacrate! Più uccidete dei cani assassini, più vi migliorerete. Più migliorerete il vostro amore per ciò che è bello e buono e per la libertà.” Gli alti gradi respingeranno i suoi costanti appelli al massacro degli arabi, compresi i civili. Ma le affermazioni di Kovner continuarono a essere riprodotte nel giornale dell’esercito israeliano. Non sarà che alla fine della guerra, evidenzia Hazkani, che lo stato maggiore esigerà “un’applicazione più rigida delle regole contro l’assassinio e la brutalità” da parte della truppa.

Né il socialismo né la morale

Contrariamente ad autori che l’hanno preceduto, Hazkani stima che gli abusi israeliani furono più sistematici di quanto finora si è creduto. Numerosi villaggi palestinesi vennero rasi al suolo dopo che era stata portata a termine la “pulizia” della loro popolazione. Avvennero massacri di civili. Egli cita una nota della censura militare israeliana del novembre 1948: “Le vittorie e le conquiste sono state accompagnate da saccheggi e assassinii, e molte lettere dei soldati mostrano un certo choc.” Ma la maggior parte dei sabra avvallava queste azioni in quella che l’Ufficio della Censura definisce una “intossicazione della vittoria”. Nel novembre 1948, dopo un’esplosione di violenze, preoccupato per il rischio di perdere il controllo sui soldati, lo stato maggiore ordinò che questi crimini e saccheggi cessassero. Il soldato David scrisse ai suoi genitori: “Non era il socialismo né la fraternità tra i popoli, né la morale: era rubare e scappare.” La soldatessa Rivka concorda: “Tutto è stato saccheggiato. Sono stati rubati come bottino cibo, denaro, gioielli. Certi soldati si sono fatti una piccola fortuna.

Nell’esercito qualche combattente si sentiva offeso. Tra loro i volontari stranieri occupano una parte importante. Le loro lettere descrivono stupore, e persino disgusto, di fronte al comportamento dei sabra, che percepiscono come mancanza di sensibilità nei confronti dei palestinesi. Un sondaggio ordinato dallo stato maggiore alla fine della guerra constatò che il 55% dei volontari ebrei stranieri aveva una visione molto negativa dei giovani israeliani, percepiti come arroganti e brutali.

I sabra sono orrendi,” scrive Martin, un ebreo americano, che aggiunge: “Qui viene istituito un Golem [creatura mitica che inizialmente difende gli ebrei ma poi impazzisce e colpisce tutti indiscriminatamente, ndtr.]. Gli ebrei israeliani hanno scambiato la loro religione per una pistola.” “Io non voglio più partecipare a questa gioco e voglio tornare appena possibile,” scrive Richard, un volontario sudafricano.

Cosciente delle reticenze espresse da una parte delle truppe, il dipartimento dell’educazione dell’esercito aveva distribuito loro un fascicolo intitolato Risposte alle domande frequentemente poste dai soldati. La prima era: “Perché non accettiamo il ritorno dei rifugiati arabi durante le tregue?” Risposta degli educatori militari: “Comprendiamo meglio di chiunque altro la sofferenza di questi rifugiati. Ma chi è responsabile della propria situazione non può esigere che noi risolviamo il suo problema.” Con un tale viatico, non c’è da stupirsi della lettera di uno di questi sabra che, nello stesso momento, scrive alla sua famiglia: “Abbiamo ancora bisogno di un periodo di battaglie per riuscire ad espellere gli arabi che rimangono. Allora potremo tornare a casa.

L’ultimo aspetto innovativo del libro è quello che Hazkari dedica agli “ebrei orientali” in questa guerra, in particolare agli ebrei marocchini, che ne furono all’epoca l’incarnazione, ma anche agli ebrei iracheni. I marocchini, se ne sa poco, costituirono il 10% degli ebrei che arrivarono in Palestina e poi in Israele nel 1948-49. Molto presto dovettero affrontare un razzismo spesso sconcertante da parte dei loro correligionari ashkenaziti (originari dell’Europa centrale), che allora costituivano il 95% dell’immigrazione. Nel luglio 1949 la censura notò che “gli immigrati del Nord Africa sono il gruppo più problematico. Molti vogliono tornare nei loro Paesi d’origine e avvertono i loro parenti di non emigrare.” Di fatto le lettere dei soldati marocchini mostrano un’amarezza spesso notevole.

Gli ebrei marocchini? “Selvaggi e ladri”

Yaïsh scrive che “gli ebrei polacchi pensano che i marocchini sono selvaggi e ladri”; la recluta Matitiahou si lamenta: “I giornali scrivono che i marocchini non sanno neppure usare la forchetta.” “Noi siamo ebrei e ci trattano come arabi,” scrive il soldato Nissim alla sua famiglia, riassumendo il sentimento corrente, anch’esso intriso di razzismo. Hazkani nota che “la visione di questi immigrati cambiava rapidamente” una volta arrivati in Israele. “Gli ebrei europei, che hanno terribilmente sofferto a causa del nazismo, si vedono come una razza superiore e considerano i sefarditi come inferiori” scrive Naïm. Yakoub aggiunge: “Siamo venuti in Israele credendo di trovare un paradiso. Vi abbiamo trovato degli ebrei con un cuore da tedeschi.” Di fatto Hazkani cita una lunga inchiesta di Haaretz, giornale delle élite israeliane, secondo cui gli ebrei venuti dal Nord Africa, affetti da “pigrizia cronica”, erano “appena al di sopra del livello degli arabi, dei neri e dei berberi.

Nelle lettere si trova un’adesione agli obiettivi della guerra anche nelle reclute ebree maghrebine. “Certi soldati marocchini ricavano una grande fierezza dal fatto di aver ucciso decine di arabi” e dall’averlo raccontato alle loro famiglie, notò persino con soddisfazione il capo di stato maggiore Ygael Yadin – che peraltro aveva definito gli ebrei orientali dei “primitivi”. Ma la preoccupazione dei dirigenti israeliani era tale, afferma Hazkani, che le autorità confiscarono i passaporti di questi immigrati recenti per evitare il loro ritorno. Quanto ai soldati originari dell’Iraq, lo stesso generale Yadin espresse pubblicamente la sua preoccupazione: essi “non manifestano nei confronti degli arabi il livello di animosità che ci si aspetta da loro.

Infine, se resta ancora un elemento importante da ricavare da questo libro molto ricco, è che l’enorme sconfitta del campo palestinese, successiva a quella della rivolta contro l’occupante britannico nel 1936-39, ebbe indubbiamente un impatto fondamentale sul bilancio politico dei palestinesi: quello di fidarsi in primo luogo di se stessi in futuro. Così Burhan Al-Din Al-Abbushi, poeta di una grande famiglia di Jenin, è palesemente severo con il nemico tradizionale, l’Inglese e il sionista.

Ma Hazkani mostra che “la sua critica più dura è riservata ai dirigenti palestinesi e arabi.” Antoine Francis Albina, un palestinese cristiano espulso da Gerusalemme, offre una critica radicale: “Non dobbiamo accusare nessuno salvo noi stessi.” Il più grande errore dei palestinesi secondo lui: essersi fidati dei regimi arabi. Quanto agli israeliani, “nel mondo successivo all’Olocausto, la maggior parte dei soldati di origine ashkenazita si convinse che il matrimonio tra ebraismo ed uso della forza era una necessità, e celebrarono l’emergere di un ‘ebraismo muscolare’.

Ci volle una quindicina d’anni ai palestinesi per cominciare a superare la “catastrofe” del 1948. Quanto agli israeliani, 70 anni dopo ashkenaziti e sefarditi insieme nella loro maggioranza festeggiano il trionfo di questo ebraismo muscolare. E i loro critici israeliani contemporanei ne sono più che mai sgomenti.

Sylvain Cypel

È stato membro del comitato di redazione di Le Monde [principale giornale francese, ndtr.] e in precedenza direttore della redazione del Courrier international [settimanale francese simile ad Internazionale, ndtr.]. È autore de Les emmurés. La société israélienne dans l’impasse  [I murati vivi. La società israeliana a un punto morto] (La Découverte, 2006) e de L’État d’Israël contre les Juifs [Lo Stato di Israele contro gli ebrei] (La Découverte, 2020).

 

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Nel ’48 soldati e civili ebrei saccheggiarono in massa le proprietà dei loro vicini arabi. Le autorità fecero finta di niente

Ofer Aderet

3 ottobre 2020 – Haaretz

Frigoriferi e caviale, champagne e tappeti, il primo studio complessivo in assoluto dello storico Adam Raz rivela in quale misura gli ebrei saccheggiarono le proprietà arabe durante la Guerra d’Indipendenza e spiega perché Ben Gurion affermò: “La maggior parte degli ebrei è composta da ladri”

Trasformammo un armadio di mogano in un pollaio e portammo via la spazzatura con un vassoio d’argento. C’era una porcellana con decorazioni dorate e noi decidemmo di stendere un telo sul tavolo, disponemmo sopra la ceramica e l’oro e, quando il cibo fu terminato, tutto venne portato nello scantinato. In un altro luogo trovammo una dispensa con 10.000 scatole di caviale, questo risulta dal loro conteggio. Dopo di che i ragazzi non poterono più mangiare di nuovo caviale per il resto della vita. Da un lato c’era una sensazione di vergogna per questo comportamento, e dall’altro di sregolatezza. Passammo lì 12 giorni, quando Gerusalemme pativa di una terribile scarsità di mezzi, e noi stavamo ingrassando. Mangiavamo pollo e prelibatezze incredibili. Nel (quartier generale di) Notre Dame [ospizio francese per i pellegrini cattolici, ndtr.], qualcuno si faceva la barba con lo champagne.”

– Dov Doron, testimonianza sui saccheggi a Gerusalemme.

***

Il 24 luglio 1948, due mesi dopo la Fondazione dello Stato di Israele, David Ben-Gurion, capo del governo provvisorio, espresse una pesantissima critica riguardo al suo popolo: “Risulta che la maggior parte degli ebrei è composta da ladri…Lo dico in modo deliberato e chiaro, perché purtroppo è la verità.” I suoi commenti compaiono nero su bianco negli appunti di un incontro del Comitato Centrale del Mapai [principale partito sionista, ndtr.], il predecessore del partito Laburista, conservati nell’archivio del partito Laburista.

Gente della valle di Jezreel ruba! I pionieri dei pionieri, genitori dei figli del Palmach (forse speciali pre-statali)! E tutti quanti vi hanno partecipato, baruch Hashem [Sia benedetto il nome di dio], la gente del (moshav [comunità agricola cooperativa, ndtr.]) Nahalal!… Questo è un brutto colpo. È terrificante, perché dimostra una carenza di base. Furto e rapina, e da dove ci viene questo? Perché la gente di questa terra, costruttori, creatori, pionieri, arriva a gesti di questo tipo? Cos’è successo?”

Il documento è stato riportato alla luce dallo storico Adam Raz nel corso della sua ricerca per il suo nuovo libro che, come suggerisce il titolo, affronta una questione molto pesante, delicata e pericolosa: “Saccheggio di proprietà arabe durante la Guerra d’Indipendenza” (Carmel Publishing House, in collaborazione con l’Akevot Institute for Israeli-Palestinian Conflict Research [Centro Israeliano per la Ricerca Archivistica, ndtr.], in ebraico). Il compito che ha intrapreso è arduo: raccogliere per la prima volta in un unico testo ogni informazione disponibile sui saccheggi di proprietà arabe da parte degli ebrei durante la guerra di indipendenza israeliana del 1947-48, da Tiberiade nel nord a Be’er Sheva nel sud; da Giaffa a Gerusalemme attraversando i villaggi, le moschee e le chiese sparse tra di esse. Raz ha analizzato attentamente oltre trenta archivi in tutto il Paese, ha sfogliato i giornali dell’epoca ed ha esaminato tutta la letteratura esistente sull’argomento. Il risultato è sconvolgente.

Molti israeliani, sia civili che militari, vennero coinvolti nel saccheggio delle proprietà della popolazione araba,” dice Raz ad Haaretz. “La spoliazione si diffuse come un incendio tra l’opinione pubblica.” Ciò comprese quanto contenevano migliaia di case, negozi e fabbriche, equipaggiamento meccanico, prodotti agricoli, bestiame e molto altro, continua. Vennero inclusi anche pianoforti, libri, vestiti, gioielli, mobili, elettrodomestici, macchinari e auto. Raz ha lasciato ad altri le ricerche sul destino di terre ed edifici abbandonati dai 700.000 mila arabi che scapparono o vennero espulsi durante la guerra. Si concentra solo su beni mobili, cose che potevano essere infilate in borse o caricate su veicoli.

Ben-Gurion non fu l’unico personaggio importante che Raz cita. Anche Yitzhak Ben-Zvi, decenni prima compagno di studi giuridici di Ben-Gurion e in seguito secondo presidente di Israele, citò il fenomeno. Secondo il suo resoconto, quelli che si impegnarono nei saccheggi erano “ebrei per bene che vedono il furto come naturale e consentito.” In una lettera datata 2 giugno 1948 a Ben-Gurion citata da Raz, Ben-Zvi scrisse che quello che stava avvenendo a Gerusalemme danneggiava “mortalmente” l’onore del popolo ebraico e delle forze combattenti.

Non posso restare in silenzio riguardo ai furti, sia organizzati da gruppi non organizzati, che da parte di singoli individui,” scrisse. “Il furto è diventato un fenomeno generalizzato… Chiunque sarà d’accordo sul fatto che i nostri ladri si sono lanciati sui quartieri abbandonati come cavallette su un campo o un orto.”

L’accurato lavoro d’archivio di Raz ha scoperto un numero infinito di citazioni, che rendono penosa la lettura, di personaggi più o meno importanti tra la popolazione e le istituzioni israeliane, dai leader fino ai soldati semplici.

In un documento d’archivio del Custode delle Proprietà degli Assenti (cioè di proprietà di palestinesi che lasciarono le loro case o il Paese dopo l’approvazione della risoluzione ONU del 29 novembre 1947 per la partizione e che vennero espropriati dal governo israeliano), Raz ha individuato un rapporto del 1949 di Dov Shafrir, il custode ufficiale, che afferma: “La fuga di massa nel panico degli abitanti arabi, che hanno lasciato dietro di sé immense proprietà in centinaia e migliaia (di) appartamenti, negozi, magazzini e laboratori, l’abbandono di raccolti nei campi e di frutti in giardini, orti e vigne, tutto ciò nel tumulto della guerra…ha messo di fronte l’Yishuv (la comunità ebraica in Palestina prima del 1948) a una grave tentazione materiale… in moltissimi sono scattati desiderio di vendetta, giustificazioni morali e lusinghe materiali …Gli avvenimenti sul terreno si sono scatenati senza controllo.”

La testimonianza di Haim Kremer, che fu arruolato nella Brigata Negev del Palmach e venne mandato a Tiberiade per impedire i saccheggi, è stata trovata nell’archivio Yad Tabenkin [del movimento dei kibbutz, ndtr.] , a Ramat Gan. “Come cavallette, gli abitanti di Tiberiade sono entrati nelle case… Abbiamo dovuto ricorrere a pugni e randelli per respingerli e obbligarli a lasciare le cose sul posto,” affermò Kremer.

Il diario di Yosef Nachmani, un abitante di Tiberiade che era stato un fondatore dell’organizzazione di difesa ebraica Hashomer, venne depositato nel suo archivio e contiene la seguente introduzione sugli avvenimenti nella sua città nel 1948: “La folla di ebrei si è scatenata ed ha iniziato a saccheggiare i negozi…A decine, in gruppi, gli ebrei hanno proceduto a rubare nelle case e nei negozi degli arabi.”

Anche molti soldati “non si sono trattenuti e si sono uniti ai festeggiamenti,” scrisse nelle sue memorie Nahum Av, il comandante dell’Haganah [principale milizia sionista, ndtr.] nella città vecchia di Tiberiade. Soldati ebrei, che avevano appena combattuto contro gli arabi vennero posti all’ingresso della città vecchia, scrisse, per impedire che gli abitanti ebrei facessero irruzione nelle case degli arabi. Erano armati “per affrontare gli ebrei che cercavano di entrare a forza nella città con l’intento di rubare e saccheggiare.” Durante tutto il giorno “la folla si è affollata attorno alle barriere e cercava di entrare. I soldati sono stati obbligati a resistere con la forza.”

A questo proposito Kremer notò che “c’era concorrenza tra diverse unità dell’Haganah… che sono arrivate in auto e in barca ed hanno preso ogni sorta di oggetti… frigoriferi, letti e via di seguito.” Egli aggiunse: “Naturalmente a Tiberiade la folla di ebrei è entrata per fare altrettanto. Ha lasciato su di me un’impressione molto sgradevole, l’abbruttimento di tutto ciò. Insudicia la nostra bandiera… La nostra lotta è minata a livello etico… è ignobile… che declino morale.”

Si vide gente “vagare tra i negozi saccheggiati e prendere qualunque cosa fosse rimasta dopo il vergognoso furto,” aggiunse Nahum Av nel suo resoconto. “Ho pattugliato le strade ed ho visto una città che fino a non molto tempo fa era stata più o meno normale. Invece ora è una città fantasma, depredata, i suoi negozi svaligiati e le case svuotate dei loro abitanti… Lo spettacolo più vergognoso è stato quello della gente che rovistava tra i mucchi rimasti dopo il grande saccheggio. Si vedono le stesse scene umilianti ovunque. Ho pensato: come può essere? Non si sarebbe mai dovuto permettere che ciò accadesse.”

Netiva Ben-Yehuda, leggendaria combattente del Palmach che partecipò alla battaglia di Tiberiade, fu inflessibile nella sua descrizione degli avvenimenti. “Queste immagini ci erano già note. È il modo in cui le cose sono sempre state fatte a noi, durante l’Olocausto, durante la guerra mondiale e in tutti i pogrom. Oh, come conosciamo bene queste immagini. E qui, qui, abbiamo fatto queste cose orribili ad altri,” scrisse. “Abbiamo caricato ogni cosa sul camioncino, con un terribile tremore delle mani. E non a causa del peso. Le mie mani stanno ancora tremando, solo perché ne sto scrivendo.”

Tiberiade, conquistata dalle forze ebraiche nell’aprile 1948, fu la prima città mista arabo-ebraica ad essere presa nel corso della Guerra d’Indipendenza. Fu “un archetipo in miniatura di quanto sarebbe avvenuto nei mesi seguenti nelle città arabe e miste del Paese,” afferma Raz. Nel corso della sua ricerca ha scoperto che non esiste nessun dato ufficiale sui saccheggi, sulle loro dimensioni quantitative ed economiche. Ma chiaramente queste azioni avvennero in modo esteso in ognuna di queste città.

In effetti Raz ha trovato resoconti simili a quelli riguardanti Tiberiade nella documentazione della battaglia di Haifa, che ebbe luogo qualche giorno dopo, il 21 e il 22 aprile. “Mentre con una mano lottavano e conquistavano, con l’altra i combattenti trovavano il tempo di saccheggiare, tra le altre cose, macchine da cucire, giradischi e vestiti,” secondo Zeev Yitzhaki, che combatté nel quartiere di Halisa, in città.

La gente ha arraffato tutto quello che ha potuto… Quelli più intraprendenti hanno aperto i negozi abbandonati ed hanno caricato le mercanzie in ogni veicolo. Regnava l’anarchia,” aggiunse Zadok Eshel, della brigata Carmeli. “Insieme alla gioia per la liberazione della città e il sollievo dopo mesi di incidenti sanguinosi, è stato scioccante vedere la smania dei civili nell’approfittare del vuoto di potere e fare irruzione nelle case delle persone che un fato crudele ha trasformato in rifugiati.”

Yosef Nachmani, che visitò Haifa dopo che era stata conquistata dalle forze ebraiche, scrisse: “Anziani e donne, indipendentemente dall’età e dallo status religioso, sono tutti impegnati a saccheggiare. E nessuno li ferma. Ciò si ritorcerà su di noi e sull’educazione dei giovani e dei bambini. La gente ha perso ogni vergogna, azioni come queste minano le fondamenta morali della società.”

Saccheggi e furti furono così diffusi che il procuratore generale che accompagnò le forze combattenti ad Haifa, Moshe Ben-Peretz, nel giugno del 1948 affermò: “Non è stato lasciato niente da prendere agli arabi. Semplicemente un pogrom… E tutti i comandanti hanno una scusa: ‘Sono arrivato qui solo due settimane fa’, ecc. Non c’è nessuno da arrestare.”

***

C’erano tante case in rovina e mobili sfasciati abbandonati tra i mucchi di macerie. Le porte delle case da entrambi i lati della strada erano scassinate. Molti oggetti presi dalle case erano sparpagliati sui marciapiedi… Nell’ingresso della casa c’era una culla rovesciata e vicino una bambola nuda, un po’ rotta, con la faccia a terra. Dov’è il bambino? In quale esilio è finito? Quale esilio?”

Moshe Carmel, comandante della brigata Carmeli, sul saccheggio di Haifa.

Membri della Camera di Commercio e dell’Industria dell’Yishuv avevano messo in guardia sulla possibilità di saccheggi: “In futuro dovremo rispondere alla storia, che si occuperà dell’argomento,” scrissero all’Emergency Committee, l’istituzione [sionista] di governo pre-statale. In un documento intitolato “Epidemia di saccheggi e furti”, il personale dei servizi giudiziari dell’esercito, parte del sistema della giustizia militare, notò: “Questa piaga si è diffusa in tutte le unità e in tutti i ranghi degli ufficiali… I furti e i saccheggi hanno assunto dimensioni impressionanti e i nostri soldati sono impegnati in questa attività, con dimensioni che danneggiano la loro preparazione alla battaglia e il loro senso del dovere.”

Anche membri del partito Comunista si espressero sull’argomento. In un memorandum all’Amministrazione del Popolo (il governo provvisorio) e al quartier generale dell’Haganah, il partito riferì di “una campagna di saccheggi, rapine e furti di proprietà degli arabi di dimensioni impressionanti.” In effetti “la grande maggioranza delle case degli abitanti arabi è stata svuotata di ogni cosa di valore, le merci e i beni sono stati rubati dai negozi e le macchine portate via da laboratori e fabbriche.”

Dopo la conquista di Haifa Ben-Gurion scrisse nel suo diario riguardo a “ruberie totali e complete” nel quartiere di Wadi Nisnas perpetrate dall’Irgun, la milizia pre-statale guidata da Menachem Begin e da forze dell’Haganah: “Ci sono stati casi in cui gente dell’Haganah, compresi i comandanti, sono stati trovati con oggetti rubati,” scrisse. Pochi giorni dopo, in un incontro dell’esecutivo dell’Agenzia Ebraica, Golda Meir notò che “nel primo giorno o due (dopo la conquista della città) la situazione nella zona conquistata è stata cupa. In particolare nel settore occupato dall’Irgun nelle case non è rimasto neppure un ago.”

Informazioni sui saccheggi comparvero anche sulla stampa. Alla fine del 1948 Aryeh Nesher, il corrispondente di Haaretz da Haifa, scrisse: “Risulta che il popolo ebraico ha imparato anche questa professione (il furto), e molto approfonditamente, come è abitudine degli ebrei. ‘Il lavoro ebraico’ ora esiste anche in questo mestiere. In effetti il flagello dei furti ha colpito Haifa. Ogni settore dell’Yishuv vi ha preso parte, indipendentemente dalla comunità etnica e dal Paese d’origine. Nuovi immigrati ed ex-ospiti della prigione di San Giovanni d’Acri, abitanti da lungo tempo originari dell’Est e dell’Ovest, indistintamente… E dov’è la polizia?” Un inviato di Maariv, che nel luglio 1948 partecipò a una visita a Gerusalemme scrisse: “Portate giudici e polizia nella Gerusalemme ebraica, perché siamo diventati come tutte le altre Nazioni.”

***

Lungo la strada non c’è una casa, un negozio, un’officina da cui non sia stato portato via tutto… Cose di valore o che non valgono niente, letteralmente tutto! Rimani con un’impressione scioccante di questa immagine di rovine e mucchi di detriti, tra cui si aggirano uomini che frugano tra gli stracci per prendersi qualcosa in cambio di nulla. Perché non prendere? Perché avere pietà?”

Ruth Lubitz, testimone del saccheggio di Giaffa

Raz, 37 anni, fa parte dell’Akevot Institute (che si dedica a questioni sui diritti umani relative al conflitto) e cura il giornale Telem per la Fondazione Berl Katznelson [legata al partito laburista, ndtr.]. (Egli collabora anche spesso ad Haaretz con articoli di storia). Benché non abbia conseguito un dottorato, il suo curriculum include un certo numero di studi che potrebbero benissimo essere serviti come base per una tesi di dottorato – sul massacro di Kafr Qasem [nel 1956 le truppe israeliane uccisero 48 palestinesi con cittadinanza israeliana, tra cui 6 donne e 23 minorenni dagli 8 ai 17 anni, ndtr.], sul progetto nucleare israeliano e su Theodor Herzl. Sul saccheggio di proprietà di arabi da parte degli ebrei si è già scritto, ma pare che Raz sia il primo ad aver dedicato un’intera monografia all’argomento.

A differenza di altri ricercatori che hanno scritto della guerra, vedo il saccheggio come un avvenimento di un’importanza molto maggiore di quanto è stato detto in precedenza in merito,” nota lo storico. “Nel libro mostro quanto fosse sconvolta la maggioranza dei decisori politici riguardo al saccheggio ed al pericolo che ciò poneva alla società ebraica, e il livello in cui ciò era una questione controversa tra loro.”

Egli sostiene anche che ci sia stata una “congiura del silenzio” sul fenomeno. Dice che in seguito a ciò persino ora, nel 2020, i colleghi che hanno letto il libro prima della sua pubblicazione sono rimasti “sorpresi dalle sue dimensioni”.

Egli descrive la spoliazione delle proprietà arabe da parte degli ebrei come un fenomeno “particolare”, perché i saccheggiatori erano civili (ebrei) che rubavano ai loro vicini civili (arabi). “Non erano ‘nemici’ astratti che arrivavano dal mare, ma i vicini di ieri,” afferma.

Su quale base affermi che questo fu un avvenimento particolare? La storia mostra che nella Seconda Guerra Mondiale anche la popolazione polacca saccheggiò le proprietà dei vicini ebrei, che avevano vissuto vicino a loro pacificamente per secoli. Che sia questa una reazione non limitata al nostro caso? Non è forse la natura umana?

Raz: “Il saccheggio in tempi di guerra è un antico fenomeno storico che è documentato in testi di migliaia di anni fa. Il mio libro non affronta il fenomeno in generale, ma nel caso israeliano-arabo-palestinese. È stato importante per me sottolineare che il saccheggio di proprietà arabe fu diverso dal ‘normale’ saccheggio di guerra. Non erano, per esempio soldati americani che depredavano i vietnamiti o tedeschi a migliaia di chilometri da casa. Furono civili che saccheggiarono i loro vicini della casa di fronte alla loro. Non intendo che conoscessero necessariamente Ahmed o Noor, le cui proprietà stavano rubando, ma che i vicini erano parte di un tessuto sociale civile condiviso.

Gli ebrei di Haifa e dei dintorni che saccheggiarono le proprietà di circa 70.000 arabi ad Haifa, per esempio, conoscevano gli arabi le cui case stavano depredando. Questo era sicuramente anche il caso delle città miste e dei villaggi che si trovavano nei pressi di kibbutz [comunità sioniste con proprietà collettiva, ndtr.] e moshav. Il libro è pieno di esempi che attestano il fatto che i saccheggiatori sapevano che quello che stavano facendo era immorale. Oltretutto la gente sapeva che la maggioranza della comunità palestinese non aveva partecipato attivamente agli scontri. Nella maggioranza dei casi, di fatto, il saccheggio avvenne dopo la battaglia, nei giorni e nelle settimane seguenti la fuga e l’espulsione dei palestinesi.”

Comunque non è l’unico caso di questo genere.

Come storico non sono un sostenitore della storia comparata e non ritengo che dai saccheggi avvenuti nella storia si possa ricavare molto riguardo al caso israeliano.”

***

Da Haifa il libro di Raz si sposta a Gerusalemme, dove i saccheggi andarono avanti per mesi, dice. Cita il diario di Moshe Salomon, un comandante di compagnia che combatté in città: “Fummo tutti travolti da questo, soldati semplici ed ufficiali. Ognuno venne preso da una brama di possesso. Frugarono in ogni casa e qualcuno trovò cibo, altri oggetti di lusso. La mania prese anche me e riuscii a fatica a trattenermi. A questo proposito non ci sono limiti a quello che la gente può fare…È lì che iniziano la morale e l’inclinazione dell’uomo, quindi si può capire il senso della teoria secondo cui in guerra i valori morali e l’umanità sfumano.”

Yair Goren, un abitante di Gerusalemme, raccontò che “la caccia al bottino fu intensa…Uomini, donne e bambini correvano di qua e di là come topi drogati. Molti litigavano su una cosa o l’altra in uno dei mucchi, o sul numero di oggetti, e ciò arrivò al punto di scontri sanguinosi.”

L’ufficiale operativo della brigata Harel, Eliahu Sela, descrisse come “un pianoforte e poltrone dorate e cremisi vennero caricati sui nostri camion. Fu orribile. Orribile. Dei combattenti videro una radio e dissero: ‘Ehi, ho bisogno di una radio.’ Poi videro un servizio di piatti. Buttarono via la radio e presero quelli… Soldati si avventarono su delle lenzuola. Continuarono ad ammucchiare (cose) nei loro cappotti.”

David Werner Senator, uno dei dirigenti di Brit Shalom, che invocava la coesistenza di arabi ed ebrei in un unico Stato e importante funzionario dell’Università Ebraica di Gerusalemme, descrisse quello che vide: “In questi giorni, quando passi per le vie di Rehavia (un quartiere elegante di Gerusalemme), vedi ovunque anziani, giovani e bambini che tornano da Katamon o da altri quartieri con borse piene di oggetti rubati. Il bottino è vario: frigoriferi e letti, orologi e libri, biancheria intima e vestiti… Che disgrazia e che rovina morale hanno portato su di noi i ladri ebrei! È ovvio, una terribile dissolutezza si diffonde tra giovani e anziani.”

Un ufficiale operativo della brigata Etzioni, Eliahu Arbel, descrisse soldati “avvolti in tappeti persiani” che avevano rubato. Una notte si imbatté in un veicolo blindato sospetto. “Scoprimmo che era pieno di frigoriferi, giradischi, tappeti e qualunque altra cosa.” L’autista gli disse: “Dammi il suo indirizzo, ti porterò tutto quello che vuoi a casa.” Arbel continua: “Non sapevo cosa fare. Arrestarlo? Ucciderlo? Gli ho detto: ‘Vattene al diavolo, via di qui!’ E se n’è andato.” Ricorda che in seguito “un abitante del quartiere disse a mia moglie che in un certo negozio un frigorifero elettrico costava poco. Sono andato al negozio e là ho incontrato l’uomo del veicolo blindato. Ha detto: ‘Per lei, 100 lire!’ ‘Non ti vergogni?!’ gli ho detto. Ha risposto: ‘Se tu sei un idiota, io dovrei vergognarmi?”

***

Ho portato qualche bella cosa da Safed. Per Sara e per me ho trovato vestiti arabi finemente ricamati e qui possono essere adattati a noi. Coltelli e fazzoletti, braccialetti e collane, un tavolo placcato in oro e argento e un sevizio di splendide tazzine da caffè d’argento, e soprattutto ieri Sara ha portato un grande tappeto persiano nuovissimo e stupendo, di una bellezza mai vista. Una sala come questa può competere con quelle di tutti i ricchi di Tel Aviv.”

Un combattente del Palmach sul saccheggio di Safed

Nel libro di Raz ci sono riferimenti solo marginali al fenomeno opposto: casi in cui gli arabi saccheggiarono proprietà ebraiche.

In una nota a piè di pagina hai scritto che “anche gli arabi saccheggiarono e razziarono durante la guerra.” Ci si potrebbe anche chiedere perché non descrivi il saccheggio di proprietà ebraiche in Paesi arabi dopo che gli ebrei fuggirono o vennero espulsi da lì. Non sarebbe stato corretto parlare di questo?

Il libro è un documento storico, non un atto d’accusa. Lascia che ti racconti una storia. In seguito alla pubblicazione del mio libro sul massacro di Kafr Qassem sono stato invitato a tenere una lezione all’università di Ariel ([una colonia] in Cisgiordania). Alla fine tra il pubblico qualcuno, che evidentemente era infastidito da quello che ho detto, mi ha chiesto: “Perché non scrivi sul massacro perpetrato dagli arabi contro gli ebrei di Hebron nel 1929?” Bene, il titolo di questo libro è ‘Saccheggi di proprietà arabe da parte di ebrei nella Guerra d’Indipendenza.’ Non è ‘Saccheggi e furti nella storia del conflitto arabo-israeliano dalla prima Aliyah al piano Trump.’

Penso che i saccheggi di proprietà arabe durante la guerra siano un caso particolare e distintivo, almeno abbastanza particolare da scriverci un libro. Penso che questa spoliazione di proprietà abbia esercitato, e continui ad esercitare, una considerevole influenza sui rapporti tra i due popoli che condividono questa terra. Sulla base di un’ampia documentazione il libro mostra che una parte integrante della popolazione ebraica partecipò al saccheggio e al furto delle proprietà di più di 600.000 persone. Non assomiglia ai pogrom e ai furti commessi dagli arabi durante le rivolte palestinesi. Il saccheggio di proprietà ebraiche negli Stati arabi, di per sé un argomento affascinante, non è neppure collegato al mio libro, il cui primo capitolo intende descrivere il saccheggio come un fenomeno generalizzato nell’arco di molti mesi e il cui secondo capitolo spiega come queste azioni fossero intrecciate a un approccio politico.”

Scrivi che “non c’è paragone tra le dimensioni del saccheggio” da parte di arabi e quello degli ebrei e che in ogni caso la maggior parte dei saccheggiatori arabi “proveniva da Paesi vicini e non erano abitanti del posto.” Qual è la base di questa affermazione?

La questione è semplice. Gli abitanti arabi fuggirono o furono espulsi rapidamente. Non ebbero il tempo o la possibilità di occuparsi di armadi, frigoriferi, pianoforti e delle proprietà nelle migliaia di case e negozi che erano stati abbandonati. Fuggirono di corsa e la grande maggioranza di loro pensava che sarebbe tornata in breve tempo. Il Paese venne svuotato della sua popolazione araba in pochissimi giorni, e civili e soldati si affrettarono a saccheggiare i loro beni.

Anche le forze combattenti arabe, la grande maggioranza delle quali non era del posto, si dedicarono al saccheggio. Ma l’ordine di grandezza è completamente diverso. E, ovviamente, le conquiste dei combattenti arabi furono, fortunatamente, molto poche. Il kibbutz Nitzanim, preso dalle forze egiziane, venne saccheggiato e subì una massiccia distruzione. Faccio presente che in certi luoghi (cioè nei casi di Giaffa o del Blocco di Etzion) le forze arabe furono impegnate a saccheggiare. Nella confusione della precipitosa evacuazione, perfino i britannici compirono alcuni saccheggi. Ma non allo stesso livello. Bisogna capire che le forze ebraiche presero Tiberiade, Haifa, Gerusalemme ovest, Giaffa, San Giovanni d’Acri, Safed, Ramle, Lod e altre località. D’altra parte i combattenti arabi presero, per esempio, il kibbutz Yad Modechai, Nitzanim e il Blocco di Etzion.

Haifa, per esempio, prima della guerra aveva una popolazione di 70.000 ebrei ed altrettanti arabi. Dopo la conquista dell’Haifa araba vennero lasciati in città 3.500 arabi. Le proprietà di 66.500 arabi che fuggirono dalla città vennero saccheggiate dagli ebrei, non dalla minoranza araba sconfitta e terrorizzata.”

Cosa accadde ai saccheggiatori? I documenti d’archivio mostrano che da decine a centinaia di procedimenti giudiziari vennero aperti contro sospetti depredatori, sia civili che militari. Tuttavia, evidenzia Raz, “in genere le condanne furono comunque lievi, se non ridicole,” spaziando da multe a sei mesi di carcere. A quanto pare l’opinione di Raz venne condivisa da alcuni ministri del governo, come attestato da carteggi del 1948.

Il ministro della Giustizia Pinhas Rosen scrisse: “Tutto quello che è stato fatto in questa zona è una disgrazia per lo Stato di Israele e non c’è una risposta adeguata da parte del governo.” Il suo collega, il ministro dell’Agricoltura Aharon Zisling, lamentò che “nei pochi casi di processi le maggiori ruberie … ricevettero una punizione molto mite.” Il ministro delle Finanze Eliezer Kaplan chiese “se questo è il modo di combattere contro ruberie e furti.”

***

La gente che è arrivata con camion è andata di casa in casa ed ha portato via le cose di valore: letti, materassi, armadi, utensili da cucina, bicchieri, sofà, tende e altri oggetti. Quando sono tornato a casa volevo proprio chiedere a mia madre perché lo avessero fatto, dopotutto quelle proprietà erano di qualcuno… Ma non ho osato farlo. La vista della città vuota e il fatto che siano stati presi i beni dei suoi abitanti, e le domande che tutto questo aveva suscitato in me, mi hanno tormentato per anni.”

Fawzi al-Asmar a proposito del saccheggio di Lod

Seguendo la discussione complessiva sul saccheggio che ci fu nel Paese, Raz si occupa delle sue implicazioni politiche. “Questo non è solo un resoconto dei saccheggi, è una vicenda politica,” scrive. Le razzie, sostiene, “erano tollerate” dai dirigenti politici e militari, e soprattutto da Ben-Gurion, nonostante le sue condanne in contesti ufficiali. Oltretutto, secondo Raz, il saccheggio “giocò un ruolo politico nel definire il carattere della società israeliana. Le venne consentito di procedere rapidamente senza interferenze. Questo fatto richiede una spiegazione politica.”

E secondo te qual è questa spiegazione?

Il saccheggio fu un mezzo per realizzare la politica di svuotare il Paese dei suoi abitanti arabi. Primo, il saccheggio trasformò, in senso letterale, i predatori in criminali. Secondo, trasformò, volenti o nolenti, quelli che perpetrarono azioni individuali in complici della situazione politica, partner passivi nell’approccio politico e di politiche che cercavano di svuotare la terra dai suoi abitanti arabi, con un interesse acquisito nel non consentire loro di tornare.”

Ciò può essere stato così in alcuni casi, ma pensi davvero che per strada le persone qualunque che vedevano un bellissimo tavolo e lo rubavano considerassero la faccenda con attenzione e si dicessero: “Sto rubando questo tavolo in modo che i suoi proprietari non possano tornare, per ragioni politiche” ?

La persona che derubava la proprietà del suo vicino non era consapevole del processo per cui lui era complice di una linea politica che intendeva impedire il ritorno degli arabi. Ma nel momento in cui entri nell’edificio del tuo vicino e porti via i beni di una famiglia araba che è vissuta lì fino al giorno prima, sei meno motivato a che essa ritorni entro un mese o un anno. La collaborazione passiva tra uno specifico approccio politico e il singolo saccheggiatore ebbe anche un’influenza a lungo termine. Rafforzò l’idea politica che fece propria la segregazione tra i popoli negli anni dopo la guerra.”

Senza giustificare i ladri, cosa pensi si sarebbe dovuto fare con queste proprietà? Trasferirle alla Croce Rossa? Distribuirle agli ebrei in modo “ordinato”?

La questione non è cosa io, lo storico, avrei voluto che succedesse ai beni degli arabi. È inutile fare raccomandazioni 70 anni dopo gli eventi. Il libro mostra che ci furono dirigenti che criticarono quello che stava avvenendo in quel momento, sia a livello degli eventi sul terreno che politico. Pensavano che il fatto che Ben-Gurion avesse consentito i saccheggi intendesse creare una particolare situazione politica e sociale, e fosse uno strumento nelle mani di Ben-Gurion per raggiungere questi obiettivi. La ragione (di un simile approccio) risiede nel fatto che c’è una sostanziale differenza tra il saccheggio da parte di masse di cittadini ebrei delle proprietà dei palestinesi che lasciarono le loro case, negozi e fattorie e l’acquisizione delle proprietà da parte di un’istituzione legittima. Socialmente e politicamente c’è una notevole differenza.

E questo fu esattamente il fulcro delle critiche a Ben-Gurion: che il saccheggio stava creando una società corrotta ed era funzionale alla linea di segregazione tracciata tra arabi ed ebrei. Ministri e decisori politici, come Bechor Shalom-Sheetrit, ministro degli Affari delle Minoranze, Zisling e Kaplan, criticavano la depredazione da parte di singoli individui. Secondo loro avrebbe dovuto essere creata un’autorità operativa e con un potere concreto per mettere insieme tutti i beni e sovrintendere alla loro distribuzione e utilizzo. Ben-Gurion si oppose a questa idea e la sabotò.”

Cosa ti rimane a livello personale della ricerca complessiva che hai condotto, al di là della documentazione storica? Come persona, come ebreo, come sionista?

Fino ad oggi il saccheggio delle proprietà degli arabi e la congiura del silenzio a questo riguardo costituiscono azioni con cui l’opinione pubblica ebraica e quella sionista, di cui faccio parte, devono fare i conti. In questo contesto Martin Buber [filosofo, teologo e pedagogista austriaco naturalizzato israeliano, sostenitore del sionismo “spirituale”, ndtr.] affermò (in una lettera scritta all’epoca): ‘La redenzione interiore non può essere raggiunta se non quando guardiamo in faccia il carattere letale della verità.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Cinema palestinese: Mai Masri, pioniera su tutti i fronti

Marina Da Silva

19 settembre 2020 – Orient XXI

Pubblicato in inglese, Love and resistance in the films of Mai Masri [Amore e resistenza nei film di Mai Masri] di Victoria Brittain rende finalmente omaggio al formidabile lavoro, ininterrotto, della prima regista palestinese.

Con 3000 notti, suo primo film di finzione uscito nel 2015, in cui tratta della detenzione delle donne palestinesi in Israele, Mai Masri ottiene un clamoroso successo. Del resto la carriera della prima regista palestinese, essenzialmente costituita da documentari e da opere impegnate, non è iniziata ieri. In ‘Love and resistance in the films of Mai Masri’, (purtroppo non ancora tradotto in francese [né in italiano, ndtr.], la giornalista Victoria Brittain si lancia in un’analisi appassionata del lavoro e del percorso della regista. Pubblicato per le edizioni Palgrave Macmillan, in una collana che si occupa di illustrare il cinema del mondo arabo nel suo contesto storico, geografico e culturale, la prefazione è dedicata “agli artisti, poeti, scrittori, registi palestinesi che hanno mantenuta viva la memoria e la speranza”. L’autrice sintetizza e spiega il percorso di Mai Masri e del suo compagno di lavoro e di vita Jean Chamoun, deceduto a Beirut nel 2017. Si erano incontrati nel 1981 nella capitale libanese, appena prima dell’invasione israeliana, e non si sarebbero più lasciati, legati dal loro amore e dalla certezza del potere di trasformazione del cinema, che avrebbero messo in pratica sul campo della guerra e dell’occupazione.

Nelle prigioni israeliane

Victoria Brittain ha scelto di ripercorrere l’opera di Mai Masri in modo non esaustivo né cronologico, come se volesse coglierne immagini dense, nei suoi film e nella sua vita, che gettano luce le une sulle altre. Il primo capitolo è ampiamente dedicato a 3000 notti, al suo processo di realizzazione – girato in un carcere dismesso in Giordania – e che ha maturato in lei per una ventina d’anni, alimentato dalla sua conoscenza intima della detenzione che mutila tutte le famiglie palestinesi, e che è una metafora dell’occupazione.

Quando era tornata a Nablus per filmare la prima intifada era già stata colpita dalla storia di una donna che aveva partorito in prigione, ammanettata e circondata da soldati, che si sarebbe incarnata nella figura di Layal, la protagonista: “Nel 2015, quando è stato realizzato il film, nelle prigioni israeliane si trovavano 6000 palestinesi, uomini, donne e minori. È la storia di una di loro.” Il film si avvale anche della sua relazione di vicinanza con ex detenute, tra cui Kifah Afifi o Soha Bechara, rinchiuse nel sinistro campo di tortura di Khyam nel sud del Libano. Mai Masri tornerà a girare con loro dopo la liberazione del sud del Libano, nel 2000 (Donne oltre la frontiera), conservando per sempre, contro l’oblio, le immagini e la memoria del campo che sarebbe stato distrutto dall’esercito israeliano durante l’invasione del 2006.

Donne e bambini in prima linea

Il capitolo intitolato “Gli israeliani e la mia casa – Nablus e Shatila: Sotto le macerie (1983); I bambini del fuoco (1990)” lega tra loro due opere a prescindere dalla data della loro realizzazione. La presenza di donne e bambini e la brutalità con cui vengono precipitati nella guerra sono ricorrenti nei film che spesso ha girato sotto il frastuono delle bombe e vivendo lei stessa le peggiori situazioni di esposizione al pericolo.

Che si tratti della Palestina occupata o dei campi dei rifugiati, non smette di mostrare il loro destino comune: in “Tortura e amore nel sud del Libano: Fiori selvatici donne del sud del Libano, 1986; Donne oltre le frontiere, 2004”, dove si ascolta Kifah Afifi rievocare la brutalità del campo di Khyam: “Sono morta cento volte ogni giorno in quella cella”, e Soha Bechara, che ha messo in gioco la propria vita per la liberazione del suo Paese, ripetere: “Non dimentichiamo la Palestina”.

La Linea Verde: la generazione della guerra – Beirut (1989)” documenta più da vicino la guerra civile libanese e gli scontri fratricidi al di là della linea di confine est-ovest della capitale, considerato “uno dei film contro la guerra più potenti del cinema arabo”, secondo il quotidiano L’Orient le jour.

Gli scomparsi della guerra civile libanese

Con “Gli scomparsi: Sogni sospesi (1992); Lanterne di memoria (2009)” entrano nell’obbiettivo della cinepresa i 17.000 scomparsi della guerra civile. A 25 anni di distanza i film testimoniano il lavoro accanito delle famiglie per ritrovare i loro cari. Wadad Hilwani, uno dei personaggi di Sogni sospesi, alla ricerca del suo sposo, crea insieme ad altri una dinamica che si ispira alla “lezione dell’Argentina, dove le madri di Plaza de Mayo hanno costretto il governo a rivelare ciò che sapeva.” La costruzione di questo processo politico di rivendicazione delle famiglie finirà per costringere a sua volta lo Stato libanese a porre la questione all’interno dell’agenda politica del Paese.

Lanterne di memoria è dedicato più specificamente al ritorno in Libano di Samir Qantar, militante del Fronte per la Liberazione della Palestina, liberato nel 2008 nel quadro di uno scambio di prigionieri negoziato da Hezbollah. Prigioniero per 27 anni, è accolto come un eroe nazionale. Verrà assassinato dagli israeliani durante un raid in Siria nel 2015.

La Palestina nei campi

In “La mia Palestina: I ragazzi di Shatila (1998)” Victoria Brittain spiega che Mai Masri indulge sul campo profughi palestinese più emblematico, presso il quale viveva, con l’obbiettivo di riferirsi ai massacri che vi furono commessi nel settembre 1982. Con tenacia, e il più delle volte con la complicità di Jean Chamoun, la regista esplora la memoria storica personale e collettiva dei palestinesi, la collega al presente, rifiuta di rinunciare al sogno e alla speranza del ritorno. In “E’ il mio Paese: Frontiere di sogni e di paure (2001)” accompagna nell’arco di cinque anni un percorso di incontro tra ragazzi dei campi di Shatila e di Dheisheh, vicino a Betlemme, descrivendo i legami che riescono a tessere al di là delle frontiere.

Contro la negazione e l’oblio

C’è poi “Museo della memoria: Diari di Beirut” (2006) sulla morte di Rafik Hariri; “Lasciate che gli arabi vedano: 33 giorni” (2007), sulla guerra del 2006. Mai Masri è dovunque, in tutti i momenti forti, quelli chiari e quelli bui. Farà anche il ritratto di Hanan Ashrawi, scrive l’autrice in “Andando avanti: Hanan Ashrawi – una donna del suo tempo (1995)”. Racconta non solo la storia delle persone, ma dà loro un volto e ci fa entrare in relazione con loro. Registra tutte le lotte, in Palestina e in Libano, accompagna una nuova generazione che lotta in continuità con coloro che hanno conosciuto il trauma del 1948, inventando forme artistiche per “prendere il controllo della narrazione”, contro la narrativa che nega la loro esistenza.

Nella sua conclusione Victoria Brittain mostra come, al di là di tutte le vicende di distruzione, violenza e tortura, Mai Masri si sia sempre sforzata di individuare i momenti di vita e di resistenza. “I suoi film sono l’antitesi degli stereotipi che disumanizzano e tolgono i loro diritti ai palestinesi”. Ciò rende uniche le sue immagini che, lungi dalla disperazione e dall’afflizione, si ostinano a cercare, anche nella più grande sofferenza, l’amore e la bellezza. In questo, dice Victoria Brittain, “lei non documenta solo ciò che viene fatto subire ai palestinesi dal 1948, ma mostra chi sono veramente.”

Marina Da Silva

Giornalista e militante di base.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Come le università fungono da avamposti del controllo colonialista israeliano

Josh Ruebner

11 agosto 2020 – The Electronic Intifada

Enforcing Silence: Academic Freedom, Palestine and the Criticism of Israel [Imporre il silenzio: libertà accademica, Palestina e le critiche contro Israele], David Landy, Ronit Lentin e Conor McCarthy (a cura di), Zed Books (2020).

Oggi sono poche le persone in ambito accademico che possano raccontare meglio di Rabab Abdulhadi l’oppressione amministrativa e le aggressioni giudiziarie che sono pena e tormento per molti professori.

Abdulhadi, docente associata presso la San Francisco State University [università dello Stato della California], è stata oggetto di tre fallite denunce da parte del filoisraeliano Lawfare Project [organizzazione lobbystica filoisraeliana USA, ndtr.] intese a mettere a tacere la sua militanza per i diritti dei palestinesi.

La sua introduzione a questa raccolta di saggi sui tentativi di Israele e dei suoi sostenitori di zittire il dibattito accademico è appropriata: “Non vedo la mia vicenda come una questione privata o un’esperienza individuale: riflette e rappresenta storie comuni a noti intellettuali dentro e fuori l’ambito accademico che intendano esprimersi a favore della giustizia per la e nella Palestina.”

Il fatto che non abbia potuto contribuire al volume con un capitolo, come aveva precedentemente previsto, è proprio un esempio del fenomeno descritto in dettaglio nelle pagine del libro. Il tempo che avrebbe avuto a disposizione per scriverlo è stato impegnato a rispondere a un ricorso amministrativo inviatole con la minaccia di un’azione disciplinare a causa del suo impegno.

In un altro capitolo del volume David Landy, professore associato di Sociologia al Trinity College di Dublino, fa riferimento a questa strategia come “attacchi price tag [prezzo da pagare, termine usato da coloni israeliani estremisti negli attacchi contro i palestinesi, ndtr.] contro chi critica Israele, nel senso che chi critica sarà costretto a pagare per ogni critica fatta a Israele.”

Correttamente Landy identifica questi attacchi – il termine è preso dalle aggressioni dei coloni contro i palestinesi e le loro proprietà nella Cisgiordania occupata – “come estensione delle pratiche di controllo colonialista.”

Analogamente altri contributi al libro considerano la repressione di ogni discorso accademico critico nei confronti di Israele come una logica derivazione delle politiche di dominio del colonialismo d’insediamento contro il popolo nativo palestinese.

Ronit Lentin, docente associata di sociologia in pensione, anche lei del Trinity College di Dublino, specifica come Israele abbia “reclutato con successo professori universitari israeliani come collaboratori partecipi nella colonizzazione della Palestina.” Scrive che questo modello serve come “risorsa, o schema, per ostacolare la libertà accademica e la libera discussione sulla colonizzazione israeliana della Palestina nel resto del mondo.”

Altri tentativi di esportare il controllo colonialista di Israele sul popolo palestinese sono più sottili, come documenta Hilary Aked nel suo saggio sul proliferare dei dipartimenti di studi su Israele nelle università della Gran Bretagna.

Questi dipartimenti sono ben finanziati da una piccola congrega di donatori filo-israeliani a corollario della propaganda ufficiale “Brand Israel” [Marchio Israele] che intende “approfondire il discorso su Israele in modo che il Paese non venga visto solo attraverso la prospettiva della violenza di stato,” spiega Aked.

Eliminazionismo”

In questa raccolta sono ampiamente documentati in modo persuasivo gli attacchi ben finanziati e orchestrati contro il dibattito accademico critico con Israele.

Il caso di Steven Salaita ritorna continuamente in quasi tutti i saggi del libro. Salaita venne licenziato da un incarico appena ottenuto all’Università dell’Illinois a Urbana-Champaign e cacciato dal corpo accademico per i suoi tweet “incivili” in risposta al massacro di bambini palestinesi da parte di Israele a Gaza nel 2014.

Il licenziamento di Salaita fu una propaggine delle “macchinazioni punitive degli eliminazionisti del colonialismo di insediamento,” scrive nel contributo più provocatorio ed importante del libro C. Heike Schotten, che insegna scienze politiche all’università del Massachussett di Boston.

La logica è quella di eliminare i nativi attraverso la totale assimilazione nella “missione civilizzatrice” del colonizzatore o con la loro cancellazione se si rifiutano.

Assunto per insegnare nel dipartimento di studi sui nativi, Salaita venne licenziato perché rappresentava [in quanto figlio di due immigrati ispanici ma di origine palestinese e giordana, ndtr.] e insieme sosteneva l’esistenza e la resistenza dei popoli nativi (in Palestina o altrove), e sono esattamente questa rappresentatività e questo sostegno ad essere inconcepibili,” afferma Schotten (corsivo nell’originale).

Anche l’influenza neoliberista, l’integrazione nella logica di mercato e la mercificazione delle università rende il corpo insegnante suscettibile di pressioni interne ed esterne affinché righi dritto su Israele.

Nick Riemer, docente di inglese e linguistica all’Università di Sidney, sostiene che le amministrazioni delle università utilizzano le lamentele dei sionisti come “strumento per il controllo sociale nei campus.”

Quelle rimostranze forniscono “argomentazioni contro membri del corpo docente che sono in genere anche impegnati in una serie di altre attività che li mettono regolarmente in conflitto con le autorità universitarie”, come la partecipazione sindacale e lo schierarsi apertamente contro l’amministrazione dell’università.

Sinead Pembroke, che ha conseguito un dottorato in sociologia all’University College di Dublino, critica il crescente ricorso a personale docente a contratto come misura per limitare i costi, privando molti accademici di un rapporto stretto con i colleghi e di protezione legale qualora vengano presi di mira per le loro opinioni politiche. In conseguenza di ciò molti si autocensurano.

Controintuitivo

Molti dei saggi del libro mettono in dubbio l’utilità di appellarsi alla libertà accademica per proteggere il dibattito sulla Palestina.

A prima vista ciò sembra controintuitivo, in quanto i docenti universitari potrebbero sostenere in modo credibile e convincente la loro prerogativa di fare ricerca, insegnare e parlare come meglio credono senza intromissioni.

Tuttavia questi stessi principi potrebbero essere utilizzati dai sionisti nella loro opposizione al movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) in appoggio ai diritti dei palestinesi.

La nozione di libertà accademica “non offre la necessaria chiarezza politica per mostrare cosa sia effettivamente in gioco nella differenza tra i sostenitori e gli oppositori del boicottaggio,” scrive Riemer.

Invece, aggiunge Riemer, “la ragione più efficace per boicottare e difendere chi boicotta è porre fine all’apartheid contro i palestinesi,” chiedendo a chi propone il BDS di favorire un discorso fondato sui valori (corsivo nell’originale).

E, come nota John Reynolds, del dipartimento giuridico dell’Università Statale d’Irlanda Maynooth, la libertà accademica è utilizzata sempre più spesso dalla destra per dare corpo a razzismo e suprematismo. “Quando si tratta di esprimere posizioni anticolonialiste e antirazziste, la libertà accademica risulta vulnerabile e condizionata,” afferma.

Al contrario, “gli argomenti riguardanti la libertà accademica messi al servizio del colonialismo” hanno avuto una rinascita “che diffonde forme e progetti di destra molto particolari,” come l’apologia di atrocità colonialiste.

Studenti e governo

Questa raccolta avrebbe potuto prestare maggiore attenzione alla repressione sia amministrativa che fuori dalle università contro studenti che si organizzano per appoggiare i diritti dei palestinesi.

Gli studenti attivisti sono sottoposti a una sopraffazione forse ancor più dura rispetto al corpo docente, attraverso misure disciplinari amministrative, con i discorsi di monitoraggio di personale professionale filo-israeliano nei campus e con la deleteria schedatura da parte di siti in rete come “Canary Mission” [che si dedica a schedare, denunciare e calunniare chi sostiene la causa palestinese, ndtr.].

Il libro collettivo avrebbe anche beneficiato di un approfondimento sui tentativi autoritari del governo USA di assimilare le critiche contro Israele al fanatismo antiebraico con lo scopo di ridurre i finanziamenti alle università considerate troppo permissive nei confronti di discorsi che critichino lo Stato.

Questa problematica intrusione e prevaricazione del governo è incarnata da Kenneth Marcus, recentemente nominato sottosegretario per i diritti civili presso il ministero dell’Educazione USA.

Marcus ha aperto la strada alla strategia di sporgere reclami, con il ministero che sostiene falsamente che gli studenti ebrei vengono maltrattati e discriminati a causa delle critiche contro Israele nei campus.

Prestando servizio nell’amministrazione Trump, Marcus ha portato avanti questo programma pretestuoso con conseguenze potenzialmente di lunga durata Se non prende in considerazione queste pressioni da parte del governo, qualunque discussione riguardo al far tacere le università sulla Palestina è incompleto.

Josh Ruebner è professore associato del Dipartimento di Studi su Giustizia e Pace presso la Georgetown University [prestigiosa università privata USA con sede a Washington, ndtr.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Lo Stato d’Israele contro gli ebrei

Cypel S., L’État d’Israël contre les juifs, La Découverte, Paris, 2020.

Recensione di Amedeo Rossi

16 aprile 2020

Sylvain Cypel è un giornalista ed intellettuale francese, a lungo inviato di Le Monde negli USA ed autore nel 2006 di un altro importante libro sul conflitto israelo-palestinese: “Les emmurés : la société israélienne dans l’impasse” [I murati vivi: la società israeliana nel vicolo cieco], non tradotto in italiano. Attualmente collabora con il sito Orient XXI di Alain Gresh.

Avendo vissuto a lungo durante la giovinezza in Israele e con un padre sionista, l’autore conosce bene la società e la politica di quel Paese. Non a caso il libro inizia con un ricordo familiare: nel 1990 l’ottantenne genitore gli disse: “Vedi, alla fine abbiamo vinto”, riferendosi al sionismo. “Mi ricordo”, scrive Cypel, “di essere rimasto zitto. E di aver tristemente pensato che quella storia non era finita e che dentro di lui mio padre lo sapesse.”

È proprio di questa riflessione iniziale che parla il libro. Chi segue assiduamente le vicende israelo-palestinesi vi troverà spesso cose già note. Molti degli articoli citati si trovano sul sito di Zeitun. Tuttavia, sia per la qualità letteraria che per la profondità di analisi il lettore non rimane deluso. Ogni capitolo è introdotto da un titolo ricavato da una citazione significativa da articoli o interviste che ne sintetizza molto efficacemente il contenuto: dal molto esplicito “Orinare nella piscina dall’alto del trampolino”, per evocare la sfacciataggine di Israele nel violare leggi e regole internazionali, a “Non capiscono che questo Paese appartiene all’uomo bianco”, riguardo al razzismo che domina la politica e l’opinione pubblica israeliane, fino a “Sono stremato da Israele, questo Paese lontano ed estraneo”, in cui l’autore descrive il sentimento di molti ebrei della diaspora nei confronti dello “Stato ebraico”.

Da questi esempi si intuisce che gli argomenti toccati nelle 323 pagine del libro sono molto vari e concorrono ad una descrizione desolante della situazione, sia in Israele che all’estero, ma con qualche spiraglio di speranza.

Cypel denuncia l’incapacità dell’opinione pubblica e ancor più della politica israeliane di invertire la deriva nazionalista e etnocratica del Paese. Ne fanno le spese non solo i palestinesi e gli immigrati africani, stigmatizzati da ministri e politici di ogni colore con epiteti che farebbero impallidire Salvini, ma anche gli stessi ebrei israeliani. Non a caso uno dei capitoli si intitola “Siamo allo Stato dello Shin Bet”, il servizio di intelligence interno. Sono colpiti i dissidenti israeliani, come Ong e giornalisti, le voci che si oppongono alle politiche nei confronti dei palestinesi e delle minoranze in generale, e quelli all’estero, come i sostenitori a vario titolo del movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro Israele). Quest’ultimo viene indicato nel libro come una reale ed efficace minaccia allo strapotere internazionale della Destra, termine che include quasi tutto il quadro politico israeliano. Varie leggi proibiscono l’ingresso e cercano di impedire il finanziamento di queste voci dissidenti, mentre Israele promuove anche i gruppi più esplicitamente violenti e razzisti, tanto che Cypel parla di un “Ku Klux Klan” ebraico. A proposito di un episodio di censura a danno di B’Tselem da parte della ministra della Cultura Miri Regev, l’autore cita la presa di posizione critica persino dell’ex-capo dello Shin Bet Ami Ayalon: “La tirannia progressiva è un processo nel quale uno vive in democrazia e, un giorno, constata che non è più una democrazia.”

Ciò non intacca minimamente l’incondizionato sostegno degli USA di Trump come quello, anche se meno esplicito, dell’UE. Questa corsa verso l’estrema destra è dimostrata anche dagli ottimi rapporti tra il governo israeliano e gli esponenti più in vista del cosiddetto “sovranismo”: oltre a Trump, il libro cita altri presidenti delle ormai molte “democrazie autoritarie” in tutto il mondo. Ancora peggio avviene in Europa, dove i migliori amici di Netanyahu sono anche esplicitamente antisemiti: Orban in Ungheria e il governo polacco, persino Alternative für Deutchland, partito tedesco con tendenze esplicitamente nazistoidi, oltre a Salvini e all’estrema destra francese, hanno ottimi rapporti con i governanti israeliani. Questi personaggi sono stati accolti al Museo dell’Olocausto per mondarsi dall’accusa di antisemitismo e poter continuare a sostenere posizioni xenofobe e razziste. Non è solo l’islamofobia a cementare questa alleanza. È il comune richiamo al suprematismo etnico-religioso che fa di Israele un modello per questi movimenti di estrema destra, ed al contempo lo “Stato ebraico” ne rappresenta la legittimazione: se può disumanizzare palestinesi e immigrati e può opprimerli impunemente, violando le norme internazionali che dovrebbero impedirlo, perché non potremmo fare altrettanto in Europa e altrove contro immigrati, musulmani, nativi? Riguardo alle giustificazioni di questa imbarazzante alleanza, Cypel cita quanto affermato da una deputata del Likud: “Forse sono antisemiti, ma stanno dalla nostra parte.” “Ovviamente”, aggiunge l’autore, costei è “una militante attiva della campagna per rendere reato l’antisionismo come la forma contemporanea dell’antisemitismo.”

A queste posizioni si adeguano le comunità ebraiche europee, in particolare in Francia, Paese in cui risiede la comunità della diaspora ebraica più numerosa dopo quella statunitense. Il Consiglio Rappresentativo delle Istituzioni Ebraiche di Francia (CRIF) “formalmente rappresenta l’ebraismo francese; de facto, è in primo luogo il gruppo lobbysta di uno Stato estero e si vive come tale,” afferma il libro. Cypel attribuisce questo fenomeno alla mediocrità della vita culturale ebraica in Francia ed alla tendenza a rinchiudersi in quartieri ghetto, sfuggendo alla convivenza con le altre componenti della popolazione. Inoltre la tendenza al conformismo deriva anche dalla paura di venire isolati dal resto della comunità: “Le persone preferiscono non esprimere il proprio disaccordo, per timore di essere accusate di tradimento.” L’autore cita vari episodi di censura, persino il tentativo fallito da parte dell’ambasciata israeliana a Parigi e del CRIF di impedire la messa in onda su una rete nazionale di un documentario (peraltro senza neppure averlo visto) sui giovani gazawi mutilati dai cecchini israeliani. La motivazione? “Avrebbe potuto alimentare l’antisemitismo,” ha sostenuto l’ambasciata. Purtroppo lo stesso atteggiamento caratterizza le istituzioni della comunità ebraica italiana, o di quella britannica, come dimostrato dalla campagna di diffamazione contro Corbyn. Quindi sembra trattarsi di una posizione che riguarda buona parte dell’ebraismo europeo.

L’unico spiraglio di speranza all’interno del mondo ebraico viene invece dagli USA. Non solo, sostiene Cypel, non vi si è perso il tradizionale progressismo moderato, ma anzi l’occupazione e gli stretti legami tra Trump (legato a suprematisti, razzisti e fanatici religiosi) e Netanyahu hanno allontanato molti ebrei, soprattutto tra i giovani, dal sostegno incondizionato a Israele. Nei campus, afferma l’autore, circa metà dei militanti del BDS sono ebrei. Molti intellettuali ebrei si sono dichiarati contrari alla legge sullo “Stato-Nazione”, e, dopo l’approvazione di una norma che vieta l’ingresso in Israele ai sostenitori del BDS, più di 100 personalità importanti, tra cui alcuni esplicitamente filosionisti, hanno firmato una petizione di denuncia. Questo allontanamento si manifesta anche in un sostanziale disinteresse nei confronti dello “Stato ebraico”, oppure nella dissidenza religiosa da parte degli ebrei riformati, in maggioranza negli USA, secondo i quali il ruolo del popolo ebraico è quello di migliorare il mondo e l’umanità. Un obiettivo ben lontano da quello della supremazia etnico-religiosa rivendicata da ortodossi ed ultraortodossi in Israele.

Nonostante la sua superiorità incontrastata, secondo Cypel la società israeliana è in preda all’inquietudine e al pessimismo rispetto al futuro, all’“impotenza della potenza”. L’ha espressa chiaramente lo storico Benny Morris sostenendo una tesi apparentemente paradossale: “Tra trenta o cinquant’anni [i palestinesi] ci avranno sconfitti.” È la vaga percezione di vivere una situazione segnata dalla mistificazione, che fa provare a molti israeliani un senso di precarietà e di timore per il futuro, che però al momento gioca a favore di una destra sempre più estrema.

Il libro si chiude con un omaggio a Tony Judt, il primo importante intellettuale ebreo americano a sostenere l’opzione di uno Stato unico per ebrei e palestinesi. Nell’ottobre 2003 definì Israele uno Stato anacronistico, nel suo nazionalismo etnico religioso ottocentesco, di fronte alla sfida della mondializzazione.

Cypel conclude con un auspicio che non si può che condividere: “Quello che si può augurare agli ebrei, che siano o meno israeliani, è che prendano coscienza di questa realtà e ne traggano le conseguenze, invece di continuare a nascondere la testa sotto la sabbia.” Questo libro contribuisce a questo svelamento, e c’è da augurarsi che venga pubblicato anche in Italia.

(Le citazioni tratte dal libro sono state tradotte in italiano dal recensore)