Ecco perché Israele permette il più alto numero mai raggiunto di omicidi nelle sue città palestinesi.

Neve Gordon

5 febbraio 2026 – Al Jazeera

Israele tollera la violenza contro i suoi cittadini palestinesi per cacciarli via, mentre usa l’antisemitismo come arma per attirare gli ebrei.

Mentre i media internazionali si sono giustamente concentrati sul genocidio e sulle enormi dimensioni dell’espulsione da Gaza, e sulla pulizia etnica in Cisgiordania e a Gerusalemme Est occupata, poca o nessuna copertura mediatica al di fuori di Israele hanno avuto i 300 omicidi, 252 dei quali hanno riguardato vittime palestinesi, avvenuti in territorio israeliano nel 2025. Questo anche se lo scorso anno ha visto il maggior numero di omicidi mai registrato tra i cittadini palestinesi di Israele, che costituiscono il 21% della popolazione israeliana ma subiscono l’80% degli omicidi. Questo vuol dire un omicidio ogni 36 ore.

I media internazionali si sono anche occupati della crescita dell’antisemitismo nel mondo, anche se poco o per nulla si sono occupati di come Israele ha esagerato e strumentalizzato la concezione sionista di antisemitismo per creare panico morale tra gli ebrei ovunque. In effetti, quando parlo con amici ebrei in Israele, mi chiedono spesso come faccia io, che vivo a Londra, a far fronte all’antisemitismo. Dato che ricevono le notizie dai media israeliani, gli si può perdonare la convinzione che gli ebrei in tutto il mondo siano in imminente pericolo.

Questi due fenomeni, l’epidemia di delitti nella comunità palestinese in Israele e l’uso dell’antisemitismo come arma per amplificare le paure degli ebrei, potrebbero sembrare non avere nessun legame. Tuttavia, c’è chiaramente un filo che li unisce, un filo che si chiama ingegneria demografica.

Gli atti fondativi

L’ingegneria demografica è un elemento centrale del progetto sionista. Durante la guerra del 1948, circa 750.000 palestinesi sono stati espulsi in quella che il diplomatico statunitense Fayez Sayegh ha chiamato “eliminazione razziale”. Come parte di questo processo le città palestinesi furono spopolate e circa 500 villaggi furono distrutti. Nel 1951, i profughi palestinesi erano stati “sostituiti” da un pari numero di immigrati ebrei, sia europei sopravvissuti all’Olocausto che mizrahi provenienti dai Paesi arabi, trasformando in questo modo la composizione razziale dello Stato senza modificare il numero complessivo di abitanti.

Dopo la guerra, Israele non solo ignorò completamente la Risoluzione 194 delle Nazioni Unite che afferma il diritto dei palestinesi che erano stati resi profughi nel 1948 a ritornare alle loro case, ma nel 1950 approvò la Legge del ritorno, che conferiva “a tutti gli ebrei del mondo il diritto a emigrare in Israele ottenendone la cittadinanza, indipendentemente dal loro Paese di origine o dal fatto che potessero dimostrare qualche legame con Israele-Palestina, mentre privava di un diritto simile i palestinesi, compresi quelli che avevano un documentato legame ancestrale con il Paese”.

Nel corso degli anni numerosi politici e personalità influenti israeliane hanno descritto quello che Israele stava facendo nei territori che aveva occupato nel 1967 come un completamento del lavoro lasciato incompleto nel 1948: “Una seconda, vera Nakba per finire il lavoro di (David) Ben-Gurion (ex primo ministro israeliano)”, è stata la battuta di un giornalista. Contemporaneamente, dentro Israele, un diverso tipo di strategia demografica si sta manifestando, anche se l’obiettivo generale rimane lo stesso.

Criminalità come spinta per andarsene

Itamar Ben-Gvir non è certamente il primo ministro della Sicurezza Nazionale che ha permesso a delle gang criminali di terrorizzare le comunità palestinesi. Ma sotto la supervisione di Ben-Gvir gli omicidi hanno raggiunto livelli record. E il 2026 sembra seguire la stessa tendenza, con 31 palestinesi assassinati nel primo mese.

Da una parte, Israele ha usato la criminalità in aumento per dipingere i propri cittadini palestinesi come incivili e barbari, estendendo anche a loro la disumanizzazione dei palestinesi senza Stato a Gaza e in Cisgiordania. Dall’altra, ha permesso a dei criminali di terrorizzare le città palestinesi.

In effetti, la polizia ha risolto solo il 15% degli omicidi nelle comunità palestinesi facendo poco, o niente, per impedire ai criminali di raccogliere dalle attività commerciali “spese di protezione” che si stima privino la comunità di circa due miliardi di shekel (600 milioni di euro) all’anno.

Il 22 di gennaio i palestinesi hanno lanciato la più grande dimostrazione dal 2019, sventolando bandiere nere e cantando slogan che accusano la polizia di totale abbandono. Il giorno seguente gli organizzatori hanno proclamato uno sciopero generale, mentre uno degli organizzatori, Mohammed Shlaata, ha detto chiaramente che la responsabilità della violenza è delle autorità: “Siamo in una situazione di emergenza”, ha detto. “Puntiamo chiaramente il dito, la colpa è della polizia”.

Alcuni amici palestinesi con cui ho parlato mi hanno detto che temono per la vita dei loro figli e vogliono che lascino il Paese, mentre altri hanno fatto i bagagli e se ne sono andati. È vero, quelli che se ne sono andati sono pochi, ma i cittadini palestinesi stanno raggiungendo il limite.

Antisemitismo e migrazione negativa

Mentre il governo non fa nulla per reprimere le attività criminali e l’illegalità nelle comunità palestinesi in Israele, esagera e strumentalizza la concezione sionista di antisemitismo per riaffermare costantemente il vittimismo ebraico.

Mentre molto è stato scritto sull’uso di una falsa nozione di antisemitismo, che confonde le critiche a Israele e al sionismo con la persecuzione degli ebrei per mettere a tacere i palestinesi e le voci a loro favore, si sente parlare molto meno dell’utilizzo dell’antisemitismo riguardo al problema israeliano della migrazione negativa, cioè degli ebrei che se ne vanno da Israele.

Dal 2023 sono più gli ebrei che hanno lasciato il Paese di quelli che sono entrati. Nel 2024 se ne sono andati da Israele 26.000 cittadini in più rispetto agli immigrati che sono arrivati; nel 2025 la differenza è salita a 37.000. In altre parole, la migrazione negativa è salita del 42% e le autorità israeliane sono preoccupate che questa tendenza stia prendendo piede o addirittura stia accelerando.

Di conseguenza, sia ai cittadini israeliani che alla diaspora ebraica viene raccontato che l’antisemitismo in tutto il mondo è fuori controllo. Agli ebrei viene detto che l’orribile massacro di Bondi in Australia è l’indicatore di una nuova tendenza, che nel Regno Unito l’antisemitismo è stato normalizzato, e che gli ebrei europei hanno paura di indossare la kippah.

Senza dubbio l’antisemitismo è molto aumentato negli ultimi due anni, e c’è ovviamente un nucleo di verità in queste storie. Ma, al contrario del vero e reale panico tra i cittadini palestinesi, che lo Stato ha ignorato, nel caso dell’antisemitismo lo Stato esagera in modo drammatico e strumentalizza i fatti per produrre panico morale. Il messaggio è chiaro: gli ebrei nel mondo dovrebbero temere per la loro vita, e quindi quelli che vivono in Israele dovrebbero pensarci bene prima di andarsene, mentre il solo modo in cui gli ebrei della diaspora possono essere al sicuro è emigrando in Israele.

Il suprematismo come collante

Il collante che tiene assieme tutte le strategie demografiche dispiegate da Israele è la convinzione nell’eccezionalismo e nel suprematismo ebraico. Il genocidio a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania sono giustificati attraverso la disumanizzazione dei palestinesi; il fatto che gli omicidi e la criminalità nelle comunità palestinesi dentro Israele siano ignorati ha le sue radici nella discriminazione razziale che continua dal 1948, e Israele usa il razzismo contro gli ebrei come un’arma per contrastare la migrazione negativa. L’obiettivo ultimo è di garantire il carattere razziale-religioso di Israele come esclusivamente ebraico, il sogno di uno Stato puramente ebraico.

(traduzione dall’inglese di Federico Zanettin)




La battaglia legale per aprire Gaza alla stampa straniera è fallita. È il momento di cambiare strategia

Amos Brison

6 febbraio 2026 – +972 Magazine

Mentre la Corte Suprema israeliana conferma il divieto imposto dal governo ai media stranieri, i giornalisti palestinesi ne pagano il prezzo. Ulteriori iniziative legali sono inutili

Da oltre due anni l’Associazione della Stampa Estera (FPA) si batte contro il governo israeliano presso la Corte Suprema per il divieto assoluto di ingresso autonomo di giornalisti stranieri nella Striscia di Gaza. In tutto questo tempo il governo israeliano non ha vacillato nella sua posizione e la Corte si è dimostrata poco disposta a forzare la mano.

L’ultima udienza in questa vicenda kafkiana si è tenuta il 26 gennaio. In una dichiarazione presentata alla Corte l’avvocato del governo, Jonathan Nadav, ha sostenuto che “l’ingresso dei giornalisti rappresenta ancora un rischio per la sicurezza, sia per i giornalisti stessi che per le forze militari”. Né il recupero del corpo dell’ultimo ostaggio israeliano, né l’apertura limitata del valico di frontiera di Rafah, ha sottolineato, giustificano alcun cambiamento in questa politica.

L’FPA, che rappresenta circa 400 giornalisti stranieri con sede in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati, ha presentato ricorso alla Corte Suprema per la prima volta nel dicembre 2023 e di nuovo all’inizio del 2024, dopo che il suo primo ricorso era stato respinto. Da allora la Corte ha concesso allo Stato non meno di 10 proroghe per presentare la sua risposta, consentendo di fatto al governo di eludere del tutto la questione.

Questa volta la pazienza della Corte nei confronti dello Stato sembrava essersi esaurita. La giudice Ruth Ronnen ha fatto pressioni sui rappresentanti dello Stato affinché chiarissero quali cambiamenti concreti sul terreno sarebbero stati necessari per revocare il divieto di accesso ai media stranieri. “Non si può più dire che il rischio sia invariato”, ha affermato, riferendosi al cessate il fuoco in vigore da oltre tre mesi. “Dovete spiegare cos’altro deve accadere perché l’ingresso dei giornalisti sia consentito. Non basta addurre preoccupazioni per la sicurezza senza spiegarle”.

Nadav ha risposto che avrebbe potuto fornire ulteriori dettagli solo in una sessione a porte chiuse, una richiesta che la Corte ha accolto, negando però a Gilad Shaer, l’avvocato che rappresentava la FPA, l’accesso alle informazioni presentate loro in segreto. Dopo la sessione a porte chiuse la Corte ha nuovamente rifiutato di emettere una sentenza, ordinando invece allo Stato di presentare un altro aggiornamento entro due mesi.

“La FPA è profondamente delusa dal fatto che la Corte Suprema israeliana abbia nuovamente rinviato la decisione sulla nostra richiesta”, ha affermato l’organizzazione in una dichiarazione ufficiale in risposta alla mancata decisione della Corte. “Non esistono argomentazioni relative alla sicurezza che giustifichino il divieto assoluto di Israele di consentire ai giornalisti stranieri di accedere autonomamente a Gaza, in un momento in cui ciò è reso possibile a operatori umanitari e altri funzionari. Il diritto del pubblico all’informazione non dovrebbe essere ridotto a un fattore secondario”.

Tania Kraemer, corrispondente di Deutsche Welle a Gerusalemme e attuale presidente della FPA, ha scritto ai membri il giorno dopo l’udienza, informandoli che la Corte aveva fissato il prossimo procedimento per il 31 marzo e che gli avvocati dell’organizzazione intendevano presentare ricorso contro la decisione. Tuttavia in un aggiornamento inviato ai membri dopo una riunione del consiglio direttivo del 4 febbraio non vi era alcuna indicazione di ulteriori passi concreti oltre all’intenzione di “lanciare una campagna sui social media se ne avremo la capacità“.

Si potrebbe quasi provare compassione per la FPA, che da oltre due anni si trova in una situazione difficile, stretta tra un governo israeliano ostinato e una Corte Suprema debole. Tuttavia, tale comprensione lascia rapidamente il posto alla rabbia e alla disperazione quando si scorre l’elenco delle dichiarazioni dell’organizzazione, costellato da una serie pressoché infinita di comunicati quasi identici che esprimono delusione” nei confronti del governo, sgomento” per l’ennesimo rinvio da parte della Corte, “speranza” che i giudici si oppongano con fermezza allo Stato” e, immancabilmente, indignazione e sgomento” per le continue uccisioni di giornalisti di Gaza.

Invece di cambiare approccio l’FPA continua a giocare secondo le regole e a rimettersi alla Corte Suprema, nonostante non vi siano indicazioni che forzerà mai la mano del governo. Così facendo l’FPA non solo non riesce a raggiungere il suo obiettivo di revocare il divieto di accesso alla stampa a Gaza, ma contribuisce anche a legittimare la percezione esterna di un “controllo giudiziario” in buona fede, un pilastro dell’autoproclamata democrazia liberale di Israele.

“Il consiglio dell’FPA è debole, e Israele lo sa”

Un caso giudiziario simile, al di fuori dell’ambito dell’accesso alla stampa, offre un utile precedente. Lo scorso settembre quattro organizzazioni israeliane per i diritti umani – Gisha, HaMoked, l’Associazione per i diritti civili in Israele e Medici per i diritti umani-Israele – hanno preso la straordinaria decisione di ritirare una petizione urgente all’Alta Corte che chiedeva l’immediato invio di sufficienti aiuti umanitari a Gaza. Depositata a maggio, la petizione era rimasta in sospeso per oltre tre mesi senza un’udienza poiché la Corte si era ripetutamente rifiutata di esercitare un controllo giudiziario su una politica che aveva portato ad una carestia di massa.

Nello spiegare i motivi della decisione le organizzazioni hanno affermato di non poter più partecipare a quello che era diventato una “inutile procedura” che consentiva allo Stato di continuare ad agire senza alcun controllo appellandosi alla mera esistenza del controllo giudiziario come garanzia di responsabilità. [Questa è un procedura] da cui solo lo Stato trae vantaggio”, hanno scritto gli avvocati di Gisha nella loro richiesta di ritiro della petizione. Continua a esercitare una forza incontrollata, ad affamare persone innocenti e a negare loro gli aiuti umanitari salvavita… mentre pubblicamente si lava le mani da ogni responsabilità”.

Le ONG hanno osservato che questi ripetuti rinvii hanno aiutato Israele anche nelle sue battaglie legali presso i tribunali internazionali. Sebbene i rappresentanti dello Stato abbiano sostenuto dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia che il suo sistema giuridico rimaneva aperto a chiunque volesse contestare le sue azioni, questo importantissimo caso è rimasto irrisolto e lo Stato non è mai stato chiamato a rendere conto del proprio operato.

Potrebbe la FPA emulare l’esempio di queste ONG israeliane? Le circostanze sono certamente diverse: gran parte del lavoro quotidiano dell’FPA – facilitare l’accesso, l’accreditamento e la comunicazione tra giornalisti stranieri e autorità israeliane – dipende dal continuo impegno con gli stessi organismi che ora contesta, rendendo il disimpegno un passo particolarmente significativo per i suoi membri.

Eppure l’FPA ha l’obbligo di chiedersi quali risultati abbia effettivamente ottenuto il suo attuale approccio, sia per i suoi membri che per le popolazioni più vulnerabili di questo Paese. Considerando la facilità con cui Israele respinge i ricorsi dell’FPA alla Corte Suprema – con l’attivo supporto di quest’ultima – la risposta sembra chiara.

Continuare a partecipare a questa farsa non serve a nessuno tranne che al governo israeliano. Non fa altro che permettere al Primo Ministro Benjamin Netanyahu e ai suoi alleati di estrema destra di ostentare una facciata democratica partecipando a procedimenti legali, certi che la Corte concederà infinite proroghe che impediranno qualsiasi cambiamento significativo nella politica.

“Il consiglio direttivo dell’FPA è debole, e Israele lo sa”, ha affermato un membro dell’FPA che ha parlato con +972 in condizione di anonimato. “Ci sono voci all’interno dell’FPA che hanno chiesto, e continuano a chiedere, interventi più incisivi, come una cessazione dell’inserimento di giornalisti al seguito dell’esercito israeliano [a Gaza] o un boicottaggio dell’ufficio del Primo Ministro”. Secondo un altro membro dell’FPA il consiglio ha respinto una proposta di “suggerire ai responsabili editoriali delle agenzie di informazione di accettare il boicottaggio di interviste, conferenze stampa e briefing di approfondimento con ufficiali dell’esercito fino a quando ai media stranieri non verrà concesso un accesso indipendente a Gaza”.

Un altro membro dell’FPA, anche lui in forma anonima, ha descritto l’attuale procedura di richiesta come “un’evasione penosamente debole e patetica della responsabilità giornalistica da parte dei ‘principali’ media tradizionali mondiali, mentre l’attacco genocida prosegue. La storia giudicherà in modo molto severo questo episodio vergognoso, che ha visto anche il massacro e la mutilazione di diverse centinaia di giornalisti. E in cima alla lista delle colpe ci saranno i principali media internazionali che hanno insultato il buon senso con questo contenzioso puramente dimostrativo“.

Una questione di vita o di morte

Finché Israele continuerà a impedire ai media internazionali di entrare a Gaza i giornalisti palestinesi sul terreno rimarranno gli unici occhi del mondo esterno a documentare la vita sotto continui bombardamenti, sfollamenti e assedio, con un immenso rischio personale. Sostenere il loro lavoro non è quindi solo una questione di solidarietà professionale, ma di necessità.

Ma il fatto stesso che i giornalisti palestinesi siano stati lasciati soli a sopportare questo fardello è di per sé un’accusa. I recenti sviluppi chiariscono che il continuo divieto israeliano di accesso a Gaza ai media stranieri comporta conseguenze di vita o di morte.

Solo pochi giorni prima dell’udienza, il 21 gennaio, l’esercito israeliano ha effettuato uno degli attacchi più mortali contro Gaza dall’entrata in vigore del cosiddetto cessate il fuoco lo scorso ottobre, aggiungendo altri 11 morti ai circa 500 palestinesi uccisi dal fuoco israeliano negli ultimi quattro mesi.

Tra le vittime due ragazzi di 13 anni, uno ucciso da un attacco di droni israeliani nel centro di Gaza e l’altro a colpi d’arma da fuoco dalle truppe israeliane a Khan Younis. Altri tre – Muhammad Salah Qishta, Abdel Raouf Sha’at e Anas Ghneim – erano giornalisti in missione per il Comitato Egiziano per il Soccorso a Gaza. Sono stati uccisi da un attacco aereo israeliano che ha colpito l’auto su cui viaggiavano mentre si recavano a documentare le condizioni in un campo profughi di recente istituzione nella zona di Al-Zahra, a sud di Gaza City.

I giornalisti, che il portavoce dell’esercito israeliano ha successivamente descritto come “sospetti che operavano con un drone affiliato ad Hamas”, si trovavano a diversi chilometri dalla cosiddetta “Linea Gialla” quando sono stati colpiti pur non potendo plausibilmente rappresentare una minaccia per le forze israeliane. E come mostrano le immagini successive all’attacco, il veicolo era chiaramente contrassegnato come appartenente al Comitato Egiziano.

Dopo il massacro l’FPA ha condannato la condotta di Israele. “Ancora una volta dei giornalisti sono stati uccisi da attacchi militari israeliani mentre svolgevano i loro doveri professionali”, ha affermato l’organizzazione. “Troppi giornalisti a Gaza sono stati uccisi senza giustificazione, mentre Israele continua a negare ai media internazionali indipendenti l’accesso al territorio”.

Tralasciando la questione di cosa possa costituire una “giustificazione” per l’uccisione di giornalisti, è chiaro che l’attuale strategia dell’FPA non è riuscita a fare nulla per proteggere i colleghi palestinesi. Quanti altri giornalisti palestinesi saranno uccisi prima della scadenza fissata dal tribunale per lo Stato alla fine di marzo, scadenza che quasi certamente non sarà meno aleatoria di quelle precedenti?

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Le donne palestinesi raccontano del “viaggio dell’orrore” al valico di Rafah a Gaza

Redazioni di Al Jazeera e Reuters

4 febbraio 2026 Al Jazeera

Le donne palestinesi raccontano l’atroce esperienza vissuta per mano dell’esercito israeliano al valico di frontiera di Rafah riaperto a Gaza

Le donne palestinesi hanno descritto l’attraversamento del valico di Rafah di ritorno dall’Egitto a Gaza come un “viaggio dell’orrore” – le poche autorizzate a tornare nel territorio devastato dalla guerra separate dai figli, ammanettate, bendate e interrogate “sotto tiro” per ore.

Per le 12 donne e bambini palestinesi autorizzati lunedì a entrare a Gaza attraverso il valico di Rafah, il viaggio di ritorno a casa è stato “lungo ed estenuante, segnato da attesa, paura e incertezza”, ha dichiarato Ibrahim Al Khalili di Al Jazeera in un servizio da Khan Younis nel sud di Gaza.

Il piccolo gruppo di rimpatriati è stato sottoposto a rigide procedure di sicurezza da parte delle forze israeliane che detengono il potere al valico di Rafah per determinare “quando e se” le persone potranno tornare alle loro case in territorio palestinese, ha affermato Al Khalili.

“Ci hanno portato via tutto. Cibo, bevande, tutto. Ci hanno permesso di tenere solo una borsa”, ha detto una delle rimpatriate, parlando ad Al Jazeera del suo calvario di lunedì per mano dell’esercito israeliano.

“L’esercito israeliano ha chiamato prima mia madre e l’hanno presa. Poi hanno chiamato me e mi hanno presa”, ha detto la donna.

“Mi hanno bendato e coperto gli occhi. Mi hanno interrogato nella prima tenda, chiedendomi perché volessi entrare a Gaza. Ho detto loro che volevo rivedere i miei figli e tornare nel mio Paese. Hanno cercato di esercitare una pressione psicologica, volevano separarmi dai miei figli e costringermi all’esilio”, ha detto.

“Dopo avermi interrogato lì mi hanno portato in una seconda tenda e mi hanno fatto domande politiche, che non avevano nulla a che fare [con il viaggio]… Mi hanno detto che avrei potuto essere arrestata se non avessi risposto. Dopo tre ore di interrogatorio sotto tiro, siamo finalmente saliti sull’autobus. L’ONU ci ha accolti; poi ci siamo diretti all’ospedale Nasser. Grazie a Dio ci siamo riuniti ai nostri cari”, ha aggiunto.

Tre donne hanno raccontato ai giornalisti di essere state bendate, ammanettate e interrogate per ore dalle forze israeliane, ha riferito Reuters.

Lunedì si prevedeva che circa 50 palestinesi sarebbero entrati nell’enclave, ma al calar della notte, solo 12 persone – tre donne e nove bambini – erano state autorizzate a passare attraverso il valico riaperto dalle autorità israeliane, ha riferito Reuters citando fonti palestinesi ed egiziane.

Ancora peggio, delle 50 persone in attesa di lasciare Gaza lunedì per lo più per cure mediche urgenti, solo cinque pazienti con sette parenti ad accompagnarli sono riusciti a superare i controlli israeliani ed entrare in Egitto.

Martedì solo altri 16 pazienti palestinesi sono stati autorizzati ad attraversare il confine con l’Egitto via Rafah, ha dichiarato Hind Khoudary di Al Jazeera in un servizio da Khan Younis.

Il numero di palestinesi autorizzati ad attraversare il confine a Rafah è di gran lunga inferiore ai 50 palestinesi che, secondo i funzionari israeliani, sarebbero autorizzati a viaggiare in entrambe le direzioni ogni giorno, ha aggiunto Khoudary.

“Non c’è alcuna spiegazione sul motivo per cui gli attraversamenti a Rafah siano così lenti”, ha detto Khoudary. “Il processo sta richiedendo tempi estremamente lunghi”.

“Ci sono circa 20.000 persone in attesa [a Gaza] di cure mediche urgenti all’estero”, ha aggiunto.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La Mezzaluna Rossa afferma che Israele ha revocato il coordinamento per l’evacuazione dei pazienti

Redazione di MEMO

4 febbraio 2026 – Middle East Monitor

Mercoledì la Mezzaluna Rossa ha affermato che funzionari israeliani hanno revocato il coordinamento per evacuare dalla Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah il terzo gruppo di pazienti e persone ferite, provocando lo slittamento della loro partenza che era stata pianificata per mercoledì.

In una dichiarazione all’agenzia di stampa Anadolu Raed Al-Nems, il portavoce della Mezzaluna Rossa a Gaza, ha detto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità li ha informati della cancellazione senza fornire motivazioni.

Al-Nems ha affermato che il personale della Mezzaluna Rossa era pronto ad evacuare i pazienti dall’ospedale Al-Amal ad essa affiliato a Khan Younis, nella Striscia di Gaza meridionale, ma l’annullamento all’ultimo minuto del coordinamento ha impedito che l’operazione fosse portata a termine.

L’organizzazione sta aspettando il ripristino del coordinamento nella speranza che il terzo gruppo di pazienti e feriti possa essere evacuato giovedì, date le difficili condizioni umanitarie e di salute affrontate dai pazienti dentro la Striscia di Gaza, ha aggiunto.

Mercoledì mattina presto 40 palestinesi – inclusi donne e minori – sono ritornati nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah con l’Egitto, mentre un numero simile è partito il terzo giorno da quando il valico è stato parzialmente riaperto sotto severe restrizioni israeliane.

Lunedì è stata riattivata l’operatività del valico di Rafah. Secondo un corrispondente di Anadolu, che cita fonti autorevoli, il primo giorno 12 palestinesi sono ritornati a Gaza e 20 sono partiti, mentre il secondo giorno, martedì, 40 sono arrivati e 40 sono partiti.

Il cessate il fuoco ha posto fine ad una offensiva israeliana che è cominciata ad ottobre 2023 ed è durata due anni, uccidendo più di 71.000 palestinesi e ferendone oltre 171.000, distruggendo circa il 90% delle infrastrutture di Gaza. Israele inoltre continua a effettuare attacchi in violazione dell’accordo del cessate il fuoco.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Costretti a consegnare un figlio all’esercito israeliano in cambio di un altro; otto mesi dopo muore in prigione

Lubna Masarwa

2 febbraio 2026 – Middle East Eye

I palestinesi maltrattati nelle carceri israeliane muoiono in proporzioni senza precedenti per negligenza medica e i loro corpi non vengono restituiti alle famiglie

I genitori di Ahmad Tazaza sono tormentati dal dolore e dal senso di colpa per la morte del figlio, avvenuta lo scorso agosto nella famigerata prigione israeliana di Megiddo.

Quando lo hanno consegnato alle autorità israeliane nella Cisgiordania occupata nel gennaio 2025, Ahmad era un giovane di 20 anni in buona salute, senza precedenti clinici noti.

I suoi genitori affermano di non sapere ancora perché il loro figlio, il più giovane di tre fratelli, fosse ricercato. Ma le circostanze della sua detenzione non sono dissimili da quelle affrontate da migliaia di altri giovani palestinesi.

Ahmad è stato trattenuto in stato di detenzione amministrativa, una forma di detenzione arbitraria a tempo indeterminato senza accusa, processo o contatti con avvocati. Sulla base dei dati ufficiali del Servizio Penitenziario Israeliano, nel settembre 2025 erano 10.465 gli uomini palestinesi detenuti come “prigionieri di sicurezza”, di cui 7.425 provenienti dalla Cisgiordania e Gerusalemme Est.

Per molti mesi la casa di Tazaza nella città di Qabatiya, nella Cisgiordania settentrionale, era stata ripetutamente presa di mira dalle forze di sicurezza israeliane che lo cercavano e la famiglia veniva molestata e minacciata.

“Hanno distrutto la casa e spaccato tutto”, ha raccontato a Middle East Eye Najah Abdul Qader, la madre di Ahmad.

“Non era a casa; lavorava al mercato e quella notte stava dormendo lì. Hanno preso suo fratello e suo padre. La mattina dopo li hanno rilasciati e hanno detto: ‘Vogliamo lui'”.

In una telefonata successiva, racconta Qader, un soldato israeliano aveva minacciato di bombardare la casa se Ahmad non si fosse consegnato. In un’occasione precedente era già riuscito a salvarsi per un pelo saltando fuori da un’auto mentre veniva schiacciata da un bulldozer israeliano.

Alla fine, non essendo riusciti a trovarlo, le forze israeliane sono arrivate e hanno arrestato suo fratello una seconda volta. Saeed Tazaza, il padre di Ahmad, ricorda con le lacrime agli occhi cosa è successo dopo.

“Ci hanno detto: ‘Non lo rilasceremo finché non ci porterete il vostro [altro] figlio’. Suo fratello è sposato e ha due figli. Così abbiamo detto ad Ahmad che volevamo vederlo. Lo abbiamo raggiunto e portato via con noi.”

Accompagnati dall’altro figlio, i genitori di Ahmad lo hanno consegnato al checkpoint di Salem, vicino a Jenin.

“Lo abbiamo consegnato”, afferma Qader. “Ci ha guardato e ho capito che non sarebbe tornato. Ho capito che non avrebbe fatto ritorno quando si è voltato prima di andar via.”

Mentre Ahmad scompariva i genitori si dicevano di avergli salvato la vita; che avrebbe trascorso un po’ di tempo in prigione e poi sarebbe stato rilasciato.

“Ho consegnato mio figlio perché avevo paura per lui. Avevo paura che morisse”, dice suo padre. “Siamo stati costretti e lo abbiamo consegnato. Cosa potevamo fare? Questo è il nostro destino.”

Aggiunge Qader: “Mi aveva detto: ‘Mamma, in prigione torturano la gente’. Gli ho risposto: ‘Lascia che ti torturino, ma non ucciderti, non spararti’. Oggi per strada sparano a persone che non hanno fatto nulla.

Ora me ne pento. L’ho consegnato alla morte con le mie stesse mani. Ho consegnato mio figlio al nemico. Ma la verità è che volevamo proteggerlo.”

Cure mediche negate

Secondo il rapporto post-mortem visionato da MEE Ahmad Tazaza è morto il 3 agosto 2025 a 21 anni nel carcere di Megiddo.

Il rapporto, datato 8 agosto, è stato redatto da un medico che lavora per Physicians for Human Rights Israel (PHRI), un’organizzazione per i diritti umani che, quando consentito dalle autorità israeliane, invia osservatori a monitorare le autopsie dei prigionieri palestinesi.

Vi si legge che al momento della detenzione Tazaza era in “buone condizioni di salute”.

Secondo i verbali della prigione aveva sofferto di diarrea e scabbia e qualche giorno prima di morire aveva lamentato mal di gola. Il 2 agosto è stato visitato dal medico di turno, che ha notato delle macchie di sangue sui pantaloni.

Il referto affermava: “Durante la visita il signor Tazaza ha chiesto di andare in bagno e in seguito è crollato a terra, perdendo conoscenza e funzioni vitali. Sono stati avviati tentativi di rianimazione, ma nonostante l’intubazione e la rianimazione cardiopolmonare, è stato dichiarato morto”.

Secondo il referto l’autopsia ha rivelato possibili indicatori di una grave patologia tumorale del sangue, come leucemia acuta o linfoma aggressivo. Non c’erano prove di “cause di morte improvvisa”, si leggeva.

Tuttavia, in assenza del corpo, che è ancora detenuto dalle autorità israeliane, i genitori di Ahmad contestano fermamente la versione sulla sua morte presentata dal referto dell’autopsia.

Durante gli otto mesi di detenzione non hanno potuto vedere Ahmad né parlargli, e si sono affidati principalmente alle notizie su di lui riferite da altri prigionieri dopo il loro rilascio.

Sono stati informati della sua morte da un ufficiale di collegamento del Comitato Internazionale della Croce Rossa, sebbene dal 7 ottobre 2023 il CICR non abbia più avuto accesso ai palestinesi nelle carceri israeliane.

I detenuti erano sottoposti a violenza e abusi frequenti, sistematici e organizzati”, tra cui violenze sessuali e aggressioni da parte di cani.

Le condizioni di vita sono state descritte come disumane”, con i prigionieri rinchiusi in celle sporche e sovraffollate, privati di cibo adeguato e di cure mediche, il che costituisce di per sé una forma di tortura, ha affermato B’Tselem. Degli 84 prigionieri della cui morte in prigione B’Tselem era a conoscenza, solo quattro corpi sono stati rilasciati.

Domenica il quotidiano israeliano Haaretz, citando i dati raccolti da Al-Quds Legal Aid and Human Rights Center (JLAC), un’organizzazione per i diritti dei palestinesi con sede a Ramallah, ha riferito che Israele trattiene al momento i corpi di almeno 776 palestinesi identificati e di 10 cittadini stranieri, compresi gli almeno 88 deceduti sotto custodia israeliana.

Ha affermato che i dati indicano che Israele sta trattenendo i corpi nell’ambito di una deliberata “politica di vendetta e per infliggere intenzionalmente sofferenza alle famiglie”.

A novembre il PHRI ha riferito che almeno 94 palestinesi sono morti nelle carceri israeliane tra ottobre 2023 e agosto 2025, nell’ambito di quella che ha descritto come una politica ufficiale contro i palestinesi detenuti che ha portato a un numero di decessi senza precedenti.

Ha affermato che il servizio carcerario e l’esercito israeliani hanno sistematicamente insabbiato le circostanze dei decessi dei prigionieri, omettendo inoltre di avvisare le famiglie, rifiutando la restituzione delle salme, ritardando le autopsie ed eseguendole senza la presenza di un medico nominato dai familiari.

Naji Abbas, referente del PHRI per i prigionieri e i detenuti ha dichiarato a MEE che da novembre il numero di decessi confermati è salito ad almeno 101,

specificando: “Nell’ultimo anno la causa principale è stata la negligenza medica.

Quando parliamo di negligenza medica non ci riferiamo all’accezione prebellica del termine, ovvero ritardi negli appuntamenti, cancellazioni o procrastinazione.

Stiamo parlando di una politica, a tutti gli effetti ufficiale, volta a impedire le cure mediche. Oggi il prigioniero o il detenuto palestinese non ha la possibilità di vedere un medico quando e dove ne ha bisogno. Questa possibilità non esiste.”

Anche degli ex detenuti hanno raccontato a MEE di come durante la detenzione siano state loro negate le cure per gravi patologie.

Muhammed Shalamesh è stato arrestato a 17 anni nel gennaio 2024 e ha trascorso i successivi due anni in prigione, in regime di detenzione amministrativa.

Durante quel periodo Shalamesh ha dichiarato di essere stato ripetutamente sottoposto a percosse e costretto ai lavori forzati per quattro mesi.

Ha anche detto di aver sofferto di dolori cronici sempre più forti perché gli è stata negata la cura per le ferite riportate quando fu colpito a fuoco dai soldati israeliani all’ingresso del campo profughi di Jenin nel giugno 2023.

Shalamesh solleva la felpa nera e la maglietta bianca per mostrare le cicatrici dei proiettili che lo hanno colpito al petto e all’addome. La maggior parte del dito medio della mano destra, dove è stato colpito da un terzo proiettile, è mancante.

“A poco a poco il dolore è aumentato, il dolore causato dalle ferite ha continuato a peggiorare. Ho continuato a soffrire finché non sono più riuscito a stare in piedi”, dice.

“Sono andato dal medico e gli ho detto che avevo bisogno di cure e che non riuscivo a dormire la notte. Mi ha risposto: ‘Sei venuto qui per morire, non per essere curato’.

“Gli ho chiesto: ‘Non mi vuoi curare?’. E lui ha risposto: ‘No. Se potessi ti ucciderei’.”

Le condizioni di Shalamesh hanno continuato a peggiorare. Dice di essere stato picchiato con manganelli di ferro all’interno del furgone durante il trasferimento al carcere del Negev.

Shalamesh racconta che alla fine gli sono stati somministrati antidolorifici, ma solo dopo un grave peggioramento delle sue condizioni e pochi giorni prima del suo rilascio e trasferimento all’ospedale penitenziario di Ramle.

Quando hanno visto che le mie condizioni erano peggiorate, hanno iniziato a curarmi, ma non era una cura adeguata. Hanno pensato che stavo per essere liberato e che le mie condizioni erano peggiorate al punto che avrei potuto morire in prigione”, dice.

Nonostante fossi ferito sono stato trattato come tutti gli altri. Ho visto persone morire in prigione per mancanza di cure, soprusi, percosse e assenza di assistenza medica. Avevo paura di morire da un momento allaltro per mancanza di cure”.

“Come nel 1800”

Ahmad Zaoul e sua moglie, Um Khalil Zaoul, stanno ancora aspettando delle risposte sulla morte del loro figlio ventiseienne, Sakhr Zaoul, avvenuta nel carcere di Ofer il 14 dicembre 2025.

Sakhr, la cui famiglia è originaria di Husan vicino a Betlemme, si trovava a Ofer da sole due settimane, essendo stato trasferito lì dal carcere di Etzion, dove era rimasto dal giorno del suo arresto a giugno.

Aveva già trascorso tre anni in prigione ed era classificato come detenuto di sicurezza, in detenzione amministrativa.

Prima del suo arresto Sakhr non aveva problemi di salute, ha detto suo padre, e stava progettando di aprire in proprio un ristorante.

Durante la detenzione facevamo affidamento su coloro che venivano rilasciati per avere sue notizie. Ci dicevano che stava bene ed era in buona salute. Ma nelle ultime due settimane non abbiamo ricevuto alcuna notizia”, riferisce a MEE.

Dopo la sua morte i genitori di Sakhr hanno appreso da ex detenuti che il figlio si era ammalato ma non aveva ricevuto assistenza medica.

Ci è stato detto che la sua condizione era caratterizzata da gonfiore, vomito di sangue e febbre alta”, dice Shmad Zaoul.

Il referto dell’autopsia di Sakhr riporta che al momento dell’arresto era “in buona salute” e che sei giorni prima della morte gli erano stati prescritti antibiotici.

All’1:00 del 14 dicembre, il personale medico del carcere è stato chiamato per soccorrerlo, ma poco dopo ha vomitato sangue ed è collassato. Alle 2:30 del mattino è stato dichiarato morto.

Il referto rileva che Sakhr era stato sottoposto a un intervento chirurgico al cuore da bambino e il decesso potrebbe essere stato causato da un’emottisi – un riversamento di sangue nei polmoni – causata da complicazioni legate all’operazione.

Ma il corpo di Sakhr non è stato restituito alla famiglia e i suoi genitori ritengono che la sua morte sia più probabilmente legata alla violenza inflitta ai detenuti e alle condizioni di vita nelle prigioni.

“Uccidono i nostri figli e poi cercano scuse, dicendo che forse era malato”, dice Um Khalil Zaoul.

“Mio figlio è stato operato a sei anni. È cresciuto, è stato imprigionato ed è stato picchiato mille volte. E ora dicono che è morto a causa di un’operazione subita a sei anni?

Se l’operazione lo ha danneggiato, allora liberatelo perché lo possa curare, mandare in ospedale, fatemelo sapere, non lasciate che mi svegli una mattina per scoprire di non avere più un figlio”.

Naji Abbas, del PHRI, osserva che i referti autoptici visionati dalle famiglie di Ahmad Tazaza e Sakhr Zaoul riportano risultati preliminari e che sono necessarie ulteriori indagini per determinare con maggiore certezza le cause della morte.

Pur riconoscendo che le loro conclusioni continueranno a essere contestate e messe in discussione fintanto che le autorità israeliane continueranno a trattenere i corpi, Abbas afferma che la morte di entrambi mette in luce la minaccia mortale rappresentata dalla negligenza medica deliberata/intenzionale nei confronti di tutti i prigionieri palestinesi.

Sostiene Abbas: “Questa politica, combinata con la fame e le aggressioni, mette a rischio tutti i 10.000 prigionieri. Oggi anche la più piccola infezione può portare alla morte. Questa realtà ci riporta al 1800. Persino un’infezione cutanea, entrando nel flusso sanguigno per via di una ferita, può portare all’arresto delle funzioni vitali”.

I vestiti di Ahmad Tazaza sono ancora appesi nell’armadio di casa, dice a MEE la madre Najah Abdul Qader, aggiungendo di aver vissuto dalla sua morte “giorni neri, ogni giorno. Mi addormento piangendo e mi sveglio piangendo. Se il pianto potesse riportarlo in vita piangerei giorno e notte”.

Senza un corpo da seppellire i genitori di Ahmad si aggrappano alla speranza che possa essere vivo, ripetendosi una storia che hanno sentito su un prigioniero ricomparso a Betlemme dopo essere stato precedentemente dato per morto.

“Voglio vederlo. Voglio vederlo anche se è morto”, dice Qadir.

“Dicono che sia morto, ma io non ci credo. Se Dio vorrà, verrà fuori che è ancora vivo. Voglio vederlo. Se è morto, seppellirlo con le proprie mani e sapere che ha una tomba pacifica il cuore.

“Perché lo tengono? Cosa vogliono da lui?”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La crisi alimentare di Israele: ripercussioni dei costi economici di una guerra perpetua

 Ranjan Solomon

31 gennaio 2026 – Middle East Monitor

Il prolungato conflitto di Israele ha provocato una crisi interna che riceve molta meno attenzione delle sue conseguenze militari o diplomatiche: un problema sempre più grave di insicurezza alimentare. Secondo le stime delle organizzazioni israeliane per la sicurezza alimentare circa il 39% del cibo prodotto o consumato nel Paese viene sprecato, uno scompenso sistematico che è costato all’economia circa 26 miliardi di shekel (circa 7 miliardi di dollari) nel solo 2024.

La portata degli sprechi è in netto contrasto con l’aumento della deprivazione. Circa un milione e mezzo di persone in Israele sta affrontando l‘insicurezza alimentare, anche se il cibo in eccesso viene sprecato attraverso le catene di distribuzione. Negli ultimi 10 anni le perdite complessive derivanti dagli sprechi di cibo hanno toccato 211 miliardi di shekel, drenando il benessere delle famiglie e parallelamente le risorse pubbliche (Istituto Nazionale di Previdenza di Israele).

In termini macroeconomici nel solo 2024 lo spreco alimentare ha raggiunto quasi l’1,3% del PIL di Israele, mentre la media degli scarti delle famiglie si avvicina alla cifra di 2.900 dollari all’anno. Questi numeri sottolineano quanto l’inefficienza e l’ineguaglianza siano arrivate a coesistere all’interno dello stesso sistema economico.

L’insicurezza alimentare non è solamente un problema di fame. Le valutazioni sulla salute e il benessere stimano costi sanitari e ambientali al di sopra di 2.7 miliardi di dollari, provocati da malnutrizione, malattie legate allo stress e dall’impatto ambientale dello spreco su larga scala.

La guerra ha acutamente intensificato queste pressioni. La carenza di manodopera in agricoltura, provocata dalla mobilitazione di massa e dalle restrizioni ai lavoratori palestinesi e stranieri, ha scompigliato i cicli di piantagione e raccolto. Come risultato sono aumentati i prezzi della frutta e della verdura, collocando il cibo fresco fuori dalla portata delle famiglie a basso reddito.

Anche prima del conflitto in corso Israele ha avuto a che fare con alti prezzi alimentari provocati dalla concentrazione del mercato, dalla debole competitività e dalle barriere doganali protettive. Le condizioni belliche hanno ingigantito questi problemi strutturali, rendendo la produzione alimentare interna più fragile e più costosa.

Mentre l’attenzione internazionale si è ampiamente concentrata sulle spese militari, la forte contrazione economica ha ricevuto una minore considerazione. Nell’ultimo trimestre del 2023 il PIL di Israele è diminuito del 20,7%, segnando una delle più acute regressioni trimestrali nella storia del Paese.

Al tempo stesso la spesa militare è aumentata, salendo da circa 1,8 miliardi di dollari a 4,7 alla fine del 2023. La banca di Israele stima il totale dei costi legati alla guerra nel periodo 2023-2025 a circa 55,6 miliardi di dollari, un fardello che peserà per anni sulla spesa pubblica.

Le conseguenze sociali sono ora visibili. Secondo le organizzazioni di assistenza sociale e le valutazioni della società civile più di un quarto delle famiglie israeliane affrontano l’insicurezza alimentare. Ciò che un tempo si concentrava nelle comunità ai margini si è allargato ad una condizione strutturale che colpisce le famiglie della classe lavoratrice, i percettori di prestazioni sociali e le famiglie colpite dall’inflazione e dall’instabilità causata dalla guerra.

Questa crisi non è accidentale né temporanea. Riflette il contraccolpo interno di una prolungata militarizzazione e guerra. Un’analisi del dicembre 2025 ha rilevato che quasi il 60% dei beneficiari di sussidi governativi ha lamentato un deterioramento nella propria situazione finanziaria da quando si è intensificata la guerra, mentre la spesa alimentare per le famiglie a basso reddito è quasi raddoppiata.

L’insicurezza alimentare in Israele è quindi diventata un risultato della politica, non una marginale questione di welfare. In condizioni di conflitto permanente le priorità dello Stato vengono ricalibrate. La spesa militare viene considerata non negoziabile, mentre la protezione sociale viene rimandata, ristretta o resa discrezionale. La fame è ricontestualizzata come uno sgradevole effetto collaterale della politica di sicurezza nazionale piuttosto che come un insuccesso politico che richiede una correzione strutturale.

La geografia inasprisce il problema. Circa il 30% del terreno agricolo di Israele si trova in zone di conflitto vicino a Gaza e lungo il confine nord. Le aziende agricole in queste regioni sono state abbandonate, i cicli di allevamento sconvolti e i sistemi di produzione a lungo termine interrotti.

L’agricoltura israeliana a lungo si è avvalsa di manodopera straniera e immigrata, soprattutto per i raccolti stagionali. La guerra ha drasticamente ridotto questa forza lavoro, rivelando la fragilità della produzione alimentare interna. Ne sono conseguiti ritardi nella semina, rendimenti ridotti e aumento dei costi. Per compensare, Israele ha accresciuto le importazioni, legando più strettamente la sicurezza alimentare alle volatili catene di approvvigionamento globale e all’andamento dei prezzi. Per le famiglie a basso reddito le conseguenze sono state immediate. I prezzi alimentari in aumento hanno eroso il potere di acquisto, mentre l’assistenza statale non è riuscita a stare al passo con l’inflazione. Ciò che ne è conseguito non è una carestia di massa, bensì una fame persistente e strutturale, gestita in modo burocratico anziché affrontata politicamente.

È qui che diventa utile per l’analisi il concetto di contraccolpo. Contraccolpo non è un giudizio morale: è la tardiva conseguenza interna delle scelte di politica estera. Nel caso di Israele il prolungato impegno militare e le strategie basate sull’assedio hanno rimodulato il mercato del lavoro interno, i sistemi di welfare e la stessa sopravvivenza delle famiglie.

Al tempo stesso la chiarezza dell’analisi richiede una netta distinzione tra l’insicurezza alimentare interna di Israele e la catastrofe umanitaria che si dispiega a Gaza. Alla fine del 2025 gli enti umanitari internazionali hanno riconosciuto che Gaza subisce una carestia causata dall’uomo, con oltre mezzo milione di persone che soffrono gravemente la fame. La crisi di Gaza è il diretto risultato dell’assedio, del blocco, della distruzione dei sistemi alimentari e dello sbarramento degli aiuti umanitari. Invece l’insicurezza alimentare di Israele è interna e dovuta alla politica. Una è uno strumento di guerra, l’altra è una conseguenza del suo finanziamento. Confonderle oscura le responsabilità invece di far chiarezza sulle sofferenze.

La risposta del governo israeliano è stata soprattutto tecnica: sussidi di emergenza, limitati programmi di assistenza alimentare e sussidi a breve termine. Queste misure gestiscono la scarsità senza affrontarne i fattori determinanti strutturali. Non vi sono state serie rivalutazioni delle priorità di spesa militare, né piani complessivi per stabilizzare la manodopera agricola, né il riconoscimento che la guerra prolungata corrode il contratto sociale.

I cittadini sono sempre più incoraggiati a sopportare le privazioni come dovere civico, mentre il fallimento sistemico è mascherato dalla retorica della resilienza. Nel tempo ciò produce tensioni riguardo alla legittimità. Uno Stato in grado di sostenere uno dei sistemi militari più avanzati al mondo e nel contempo non riesce a garantire la sostenibilità alimentare per oltre un quarto della sua popolazione rivela un profondo squilibrio nelle priorità.

La comparsa della crisi alimentare di Israele non è un’anomalia. È il costo interno dell’organizzare la società attorno ad un conflitto permanente. La militarizzazione non consuma solo il bilancio, ma la coesione sociale e la responsabilità politica. La guerra ha dei costi che non possono essere esternalizzati all’infinito.

Non si tratta di karma, né di valutazione morale. È aritmetica politica. La fame di oggi in Israele è un contraccolpo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’ inglese di Cristiana Cavagna)




L’IDF ammette di aver ucciso 70.000 palestinesi a Gaza. Quali altre accuse potrebbero rivelarsi fondate?

Nir Hasson

29 gennaio 2026 – Haaretz

La disputa sul numero delle vittime potrebbe essere prossima alla conclusione, ma si prevede che il dibattito sulle loro identità continuerà ad andare avanti. L’opinione pubblica israeliana deve chiedersi cosa voglia dire questo tardivo riconoscimento per la credibilità dell’esercito e del governo in merito alla condotta di Israele a Gaza.

Il tardivo riconoscimento da parte di Israele del bilancio delle vittime riportato dal Ministero della Salute di Gaza non dovrebbe sorprendere. Sebbene i funzionari israeliani abbiano attentamente esaminato i dati dall’inizio della guerra, nessun importante portavoce israeliano li ha contestati per diversi mesi.

Il dibattito sulla credibilità del Ministero si svolge quasi esclusivamente sui social media e sui principali media israeliani. Ogni singolo governo, organizzazione no-profit e studioso che si occupa di Gaza accetta i dati del Ministero e li considera molto affidabili.

Per capire perché i rapporti del Ministero della Salute siano affidabili dobbiamo prima chiederci quali informazioni contrarie esistano. Ma non ci sono rapporti in contrasto. L’ultima guerra a Gaza, iniziata il 7 ottobre 2023, è la prima guerra nella storia israeliana in cui le IDF non hanno pubblicato dati ufficiali sulle vittime della parte avversa.

Invece il Ministero della Salute di Gaza ha pubblicato non solo il bilancio complessivo delle vittime, ma ha anche compilato un elenco dettagliato della maggior parte dei decessi, compresi i loro nomi completi, i nomi dei loro padri e nonni, le date di nascita e i numeri di identificazione.

L’elenco ottenuto da Haaretz, che comprende i palestinesi uccisi a Gaza da ottobre 2023 a ottobre 2025, include i dettagli di 68.844 vittime, pari al 96% del bilancio delle vittime fornito dal Ministero della Salute.

Complessivamente l’elenco contiene circa mezzo milione di informazioni verificabili. Le vittime conteggiate nel bilancio, ma di cui non vengono riportati i dettagli, sono corpi non identificati o di cui il Ministero della Salute non dispone di dati completi.

Il Ministero afferma che 80% dei dati utilizzati per compilare l’elenco sono stati forniti dagli obitori degli ospedali della Striscia. Il resto dei decessi è stato inserito nel bilancio in seguito alle segnalazioni dei familiari. Tuttavia il Ministero ha spiegato che questi decessi sono stati inseriti solo a seguito di un’indagine legale che ha esaminato le prove dei decessi.

Nei mesi immediatamente successivi all’inizio della guerra gli elenchi del Ministero risultavano meno affidabili e i ricercatori avevano riscontrato errori e duplicazioni. Tuttavia nel corso dell’ultimo anno gli errori sono stati corretti. Alcuni nomi registrati sono stati rimossi per essere riesaminati e non tutti sono stati nuovamente inseriti nell’elenco.

A seguito di queste modifiche la credibilità delle liste è notevolmente cresciuta e i ricercatori che hanno tentato di contestarle non hanno trovato errori di rilievo. Alcuni studiosi ritengono che il bilancio complessivo delle vittime della guerra – compresi coloro che sono morti a causa delle sue conseguenze e coloro che sono rimasti uccisi e sepolti sotto le macerie – sia significativamente superiore a 70.000. In effetti studi accademici degli ultimi mesi stimano che la guerra abbia causato la morte di oltre centomila palestinesi.

L’opinione pubblica israeliana deve chiedersi cosa indichi il tardivo riconoscimento da parte dell’IDF del numero di vittime palestinesi rispetto alla credibilità delle affermazioni dell’esercito e del governo riguardo ad altri aspetti dei combattimenti a Gaza: dalle norme di ingaggio agli abusi sui detenuti palestinesi, ai saccheggi, alla posizione degli ospedali rispetto alle strutture di Hamas, e all’enormità delle distruzioni.

La disputa sul numero delle vittime potrebbe essere prossima alla conclusione, ma si prevede che continueranno a trascinarsi le polemiche sulla loro identità. Tuttavia il riconoscimento da parte delle IDF del conteggio del Ministero della Salute non fa che convalidare l’affermazione secondo cui i dati israeliani sul tasso di vittime civili non corrispondono alla realtà.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha affermato che il rapporto tra combattenti e civili è di 1:1 o 1:1,5. L’organizzazione no-profit britannica Action on Armed Violence [Azione contro la violenza armata, n.d.t.] ha pubblicato questa settimana uno studio che lo smentisce secondo cui per ogni combattente ucciso dal fuoco israeliano cinque civili sono stati uccisi, il che significa che l’83% di tutte le vittime sono state civili.

Lo studio di Action on Armed Violence è uno dei tanti che stimano che il tasso di vittime civili sia significativamente più alto di quello dichiarato da Israele. Proprio come i funzionari israeliani stanno iniziando ad accettare il bilancio delle vittime palestinesi inizialmente respinto, potrebbero anche ammettere la validità dell’elevato tasso di vittime civili. Accettare il conteggio del ministero significa anche accettare l’autenticità del suo elenco di nomi. Molti dei nomi inseriti sono di donne, minori e neonati.

Molti degli uomini uccisi probabilmente non erano combattenti. In qualsiasi guerra gli uomini rappresentano una parte significativa dei civili uccisi e anche a Gaza corrono rischi maggiori per portare cibo e raccogliere legna da ardere. Inoltre le IDF hanno trovato molto più facile definirli come militanti.

Riconoscere la credibilità della lista palestinese è il primo passo per ammettere ciò che abbiamo fatto a Gaza negli ultimi due anni: uccidere decine di migliaia di palestinesi, distruggere intere città, sfollare quasi due milioni di persone e farne morire di fame centinaia.

Uno sguardo più attento all’elenco rivela la gravità delle atrocità: 17 bambini sono morti il ​​giorno stesso della nascita, 115 entro un mese e 1.054 prima di aver compiuto un anno.

Le atrocità sono aggravate dal fatto che, per molti israeliani, non sono affatto atroci. Decine di israeliani hanno sfacciatamente pubblicato commenti di gioia e giubilo per la morte per ipotermia di Ayesha, una neonata di appena poche settimane.

Ofek Azulay ha scritto che si tratta di una notizia meravigliosa. Arella Schreiber ha scritto: “Bellissimo”. Avshalom Weinberg ha scritto: “Che ce ne siano molte altre”. Tzipi David ha scritto: “Fantastico”. Barak Levinger ha aggiunto: “La morte a sangue freddo è giusta per chi ha ucciso a sangue freddo”. E questi commenti sono solo la punta dell’iceberg.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il governo israeliano informa la Corte Suprema che non permetterà ai pazienti di Gaza di ricevere cure in Cisgiordania o a Gerusalemme

Redazione di MEMO

27 gennaio 2025 – Middle East Monitor

Secondo il quotidiano Haaretz nella versione in ebraico, Israele ha informato la Corte Suprema che non permetterà l’evacuazione di pazienti gravemente ammalati dalla Striscia di Gaza verso ospedali nella Cisgiordania o a Gerusalemme Est occupate, citando quelli che ha definito come problemi di sicurezza.

La posizione del governo è stata inviata lunedì in risposta all’esposto presentato da organizzazioni israeliane per i diritti umani che cercano di costringere le autorità a permettere ai pazienti di Gaza di accedere alle cure mediche negli ospedali della Cisgiordania e di Gerusalemme.

Secondo Haaretz il governo ha detto alla Corte che “continua a rifiutare” di approvare il trasferimento di abitanti di Gaza gravemente malati per cure in quelle aree, argomentando che i loro spostamenti potrebbero rappresentare rischi per la sicurezza, incluso il presunto trasferimento di informazioni e “l’esportazione di una struttura terroristica.”

Nonostante il mantenimento di un blocco contro Gaza, le autorità israeliane hanno suggerito che invece i pazienti dovrebbero viaggiare verso un Paese terzo per ricevere le cure.

Il governo ha dichiarato che migliaia di palestinesi di Gaza sono già stati trasferiti all’estero per cure mediche in nazioni tra cui Emirati Arabi Uniti, Romania, Giordania, Turchia, Francia, Italia, Belgio, Egitto, Lussemburgo, Malta e Norvegia.

Attivisti per i diritti umani hanno avvertito che tale politica nega di fatto cure salvavita a molti pazienti a Gaza, dove il settore della sanità è stato devastato e deve affrontare gravi carenze di medicine, strumentazione e servizi specializzati.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La “sindrome della tenda bagnata” sta uccidendo i neonati di Gaza

Michal Feldon

26 gennaio 2026 – +972 Magazine

Le restrizioni israeliane su strutture di riparo e medicinali hanno lasciato indifese le famiglie sfollate, mentre i neonati soccombono all’esposizione alle intemperie e a malattie prevenibili.

La scorsa settimana Mohamed Abu Jarad è tornato nella sua tenda nel quartiere di Al-Daraj a Gaza City e ha trovato la figlia di tre mesi, Shaza, congelata e senza più respiro. La famiglia ha portato d’urgenza la bambina in ospedale, dove i medici ne hanno dichiarato il decesso per ipotermia.

Questa tragedia è avvenuta solo una settimana dopo la morte per ipotermia di Aisha Ayesh Al-Agha, di un mese, a Khan Younis, e due settimane dopo il decesso per il freddo di altri due bambini palestinesi nel nord e nel centro della Striscia, a poche ore di distanza l’uno dall’altro: Mahmoud Al-Akra, di appena una settimana, e Mohammed Wissam Abu Harbid, di due mesi.

Secondo le autorità sanitarie locali e Save the Children quest’inverno sono morti per ipotermia e freddo estremo 10 bambini di età inferiore a un anno, portando il totale dall’inizio dell’attacco israeliano all’enclave nell’ottobre 2023 a circa due decine. Tutte le vittime vivevano in tende, e le loro famiglie non sono riuscite a tenerli al caldo a causa delle gelide temperature invernali.

I medici esperti di Gaza hanno coniato un nuovo termine per descrivere queste tragiche perdite. In un’intervista rilasciata all’inizio di questo mese il Dott. Abdul Raouf Al-Manama, professore di microbiologia presso l’Università Islamica di Gaza, ha usato l’espressione “sindrome della tenda bagnata” per lanciare l’allarme sull’intensificarsi della crisi sanitaria a Gaza. Una condizione piuttosto che una specifica malattia, ha spiegato, causata da condizioni di vita difficili, tra cui freddo estremo, umidità e scarsa ventilazione, tutti fattori che caratterizzano la vita all’interno delle tende.

Chi vive in tenda è esposto a molteplici rischi per la salute. Principalmente è vulnerabile a malattie respiratorie, tra cui infezioni ricorrenti delle vie respiratorie, bronchite, polmonite e peggioramento dell’asma. L’umidità e la mancanza di condizioni igieniche nelle tende, insieme all’accesso limitato a docce, indumenti asciutti e lavaggio delle mani, tendono anche a causare malattie della pelle, tra cui infezioni fungine, impetigine (un’infezione batterica), eruzioni cutanee e prurito.

È questo afflusso di stress simultanei sull’organismo a causare la “sindrome della tenda bagnata”, che colpisce principalmente bambini piccoli, anziani, donne incinte, malati cronici e persone con disabilità. E l’attuale situazione umanitaria a Gaza fa sì che centinaia di migliaia di persone siano a rischio.

Quasi tutti gli abitanti della Striscia sono attualmente sfollati, con 1,5 milioni di persone tre quarti della popolazione che vivono in tende o strutture provvisorie. La maggior parte dei campi profughi è esposta alle inondazioni; solo il mese scorso e non oltre 30.000 tende sono state distrutte o gravemente danneggiate a causa del maltempo, lasciando circa 250.000 persone senza riparo.

Nonostante il cessate il fuoco Israele impedisce l’ingresso a Gaza di roulotte, alloggi temporanei o materiali da costruzione, classificandoli come articoli “a duplice uso” utilizzabili, a suo dire, per scopi militari da Hamas. E sebbene l’esercito israeliano affermi di aver facilitato l’ingresso di “quasi 380.000 tende familiari, teloni e materiali per ripari” dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, le organizzazioni umanitarie affermano che si trattasse soprattutto di teloni, con l’arrivo di poco più di 90.000 tende, ben lungi da poter soddisfare le terribili esigenze della popolazione di Gaza dopo oltre due anni di genocidio.

Lezioni dall’estero

Sebbene nella letteratura medica non vi siano precedenti riferimenti ad una “sindrome della tenda bagnata”, le malattie associate alla condizione di profughi che vivono in tende in condizioni igieniche precarie sono comuni nelle zone di guerra e disastri. Negli ultimi anni il fenomeno è stato riscontrato in Afghanistan, Yemen e Siria.

La ricerca di un’analogia medica comparabile nel mondo occidentale mi ha portato a studiare le popolazioni senza fissa dimora negli Stati Uniti e in Canada durante la pandemia di COVID-19. Tra i senzatetto il tasso di infezione era molto più elevato. Anche le segnalazioni di complicazioni e ricoveri in terapia intensiva erano 20 volte superiori a quelle della popolazione generale e i tassi di mortalità cinque volte superiori a quelli delle persone che vivevano in case sicure.

Da molti anni l’opinione medica è unanime sul fatto che le condizioni di umidità favoriscano la crescita di muffe e batteri, aumentando di conseguenza il rischio di infezioni respiratorie, asma, allergie e, infine, gravi malattie polmonari croniche. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie hanno pubblicato linee guida nel 2009 e nel 2015, riconoscendo tali rischi, onde evitare condizioni di umidità inadeguate nei luoghi di lavoro e nelle abitazioni.

Nel 2020 a Manchester, in Inghilterra, Awaab Ishak, un bambino di 2 anni, è morto a causa di una malattia respiratoria inspiegabile. Due anni dopo un’autopsia tardiva ha stabilito che il decesso era stato causato dall’esposizione a muffa nera sviluppatasi a causa di una ventilazione inadeguata e di un’eccessiva umidità nel monolocale della sua famiglia.

In risposta, nel 2023 il governo britannico ha emanato un emendamento alla legge sull’edilizia popolare la “Legge Awaab” che stabilisce che i proprietari di immobili devono rimediare ai rischi di umidità e muffa in qualsiasi immobile residenziale di loro proprietà. Inoltre nell’agosto 2024 il Ministero della Salute del Regno Unito ha aggiornato le sue linee guida sulla questione, stabilendo che, oltre a causare malattie respiratorie come nel caso di Awaab, condizioni abitative scadenti influiscono anche sulla salute della pelle, degli occhi e della mente.

Mentre la morte di un singolo bambino a causa di condizioni abitative inadeguate ha portato a cambiamenti nelle politiche pubbliche nel Regno Unito, centinaia di migliaia di persone a Gaza vivono in tende senza pavimenti o tetti, letti o coperte, elettricità o riscaldamento, e poco si sta facendo per garantire che le vittime della scorsa settimana siano le ultime.

Mancanza di strumenti essenziali

L’ondata di influenza A che ha colpito Israele a novembre e dicembre si è recentemente diffusa anche a Gaza. Di conseguenza i principali ospedali Al-Shifa a nord e Nasser a sud hanno segnalato un aumento significativo dei ricoveri e della morbilità, nonché complicazioni influenzali come bronchite, attacchi d’asma e polmonite.

Come pediatra che lavora in un grande ospedale pubblico nel centro di Israele non ricordo di aver visto un tasso di morbilità influenzale così grave come quello delle ultime settimane, a partire dalla pandemia di influenza suina del 2009. E ogni volta che ho trasferito un bambino con una complicazione influenzale come una polmonite estesa o un grave attacco d’asma da un reparto pediatrico alla terapia intensiva, pensavo a quanto possa essere mortale un’epidemia influenzale simile a Gaza.

All’interno della Striscia non solo le terribili condizioni di vita impediscono la guarigione dai virus respiratori, ma c’è anche una grave carenza di strumenti essenziali, inclusiolorifici, farmaci antipiretici e dispositivi medici necessari per il trattamento dell’asma.

All’inizio del mese il Dott. Ezz Al-Din Shahab, un medico di famiglia nel nord della Striscia che è in contatto con molti di noi in Israele, mi ha felicemente informato che i distanziatori piccoli dispositivi di plastica con una mascherina che si attaccano a un inalatore per somministrare il farmaco in modo più efficace erano arrivati ​​nella Striscia dopo un’attesa lunghissima. Questo è attualmente l’unico modo per curare i bambini piccoli di Gaza sofferenti di asma, poiché non c’è elettricità per far funzionare i nebulizzatori.

Ma il sollievo seguito al messaggio di Shahab è durato poco. Due settimane fa il Dott. Ahmed Al-Farra, primario del reparto di pediatria e maternità dell’Ospedale Nasser, mi ha informato che non ci sono inalatori Ventolin da nessuna parte nella Striscia, il che significa che, sebbene ci siano i distanziatori, non c’è nulla a cui collegarli.

La mancanza di attenzione della ricerca scientifica verso la morbilità causata dalle cattive condizioni abitative tra gli sfollati nelle zone di guerra e disastri non sorprende. Sebbene le ragioni siano molteplici, la principale è la mancanza di sufficienti dati clinici.

La portata della distruzione del sistema sanitario di Gaza da parte di Israele ha reso impossibile la documentazione informatizzata; persino la documentazione cartacea non è sempre stata possibile, costringendo i medici stranieri che si sono offerti volontari a Gaza a portare con sé carta e penna.

Le poche informazioni raccolte al di fuori della Striscia sulla situazione sanitaria al suo interno si basano su descrizioni di casi o resoconti verbali di squadre di medici sul campo, ma l’assenza di dati impedisce che questi resoconti possano essere inseriti in una ricerca formale. Pertanto presumo che non saremo mai in grado di dimostrare ufficialmente l’esistenza della “sindrome della tenda bagnata” in un modo che consenta la pubblicazione su riviste scientifiche e sensibilizzi gli operatori sanitari e umanitari.

Ma dubito che siano necessarie “prove” scientifiche per convincersi che le condizioni di vita nelle tende soprattutto durante la pioggia, il freddo e le inondazioni che l’inverno porta con sé – combinate con il collasso quasi totale del sistema sanitario di Gaza abbiano creato una catastrofe umanitaria. E ancora, nel pieno del suo terzo inverno, non c’è alcun segnale che possa cessare.

Il dott. Michal Feldon è un esperto pediatra presso lo Shamir Medical Center.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele sta combattendo un’altra guerra, una guerra che non fa notizia

Mariam Barghouti

20 gennaio 2026 Al Jazeera

Nella Cisgiordania occupata Israele ha mobilitato tutte le sue risorse militari e coloniali per rendere impossibile la vita ai palestinesi

Mentre gli Stati Uniti concentrano gli sforzi sul mantenimento dell’aggressione israeliana a Gaza attraverso la messa in scena di un cessate il fuoco, un’altra guerra è in corso in Cisgiordania.

Negli ultimi due anni Israele ha intensificato le sue “operazioni di controinsurrezione” in Cisgiordania per “contrastare il terrorismo palestinese”. L’uso di termini come “operazioni di controinsurrezione” non è casuale. Israele sfrutta termini militari per nascondere le intenzioni e manipolare la realtà. Dall’Operazione Muro di Ferro all’Operazione Campi Estivi e all’Operazione Cinque Pietre fino alla più recente operazione “antiterrorismo” ad al-Khalil (Hebron), le azioni vengono presentate e riportate come temporanee, mirate e di risposta.

Ma non lo sono. L’intensificazione dell’aggressione militare – insieme alla violenza delle milizie dei coloni, alla distruzione delle infrastrutture, alle demolizioni di case e al crescente numero di posti di blocco e checkpoint – mira a creare dati di fatto sul campo che rendano la vita impossibile ai palestinesi, proprio come a Gaza.

Le zone di guerra in Cisgiordania

Nel 2025 l’assalto militare israeliano in Cisgiordania ha provocato la più grande campagna di sfollamento di massa che i palestinesi abbiano mai affrontato dal 1967, con quasi 50.000 palestinesi cacciati con la violenza dalle loro case.

L’esercito israeliano ha distrutto i campi profughi di Jenin e Tulkarem e ha negato ai loro residenti il ​​diritto al ritorno. Ora ha di fatto trasformato i due campi nel suo quartier generale militare al nord.

Le truppe israeliane hanno anche intrapreso la quasi totale distruzione delle infrastrutture, tra cui strade, sistemi fognari e la rete elettrica. Almeno il 70% delle strade della città di Jenin è stato spianato con i bulldozer e la maggior parte delle condutture idriche e delle reti fognarie a Jenin e Tulkarem sono state distrutte nel giro di poche settimane, con perdite economiche per milioni di dollari.

In tutto il distretto migliaia di famiglie sono state private sia dell’acqua che dell’elettricità. E ancora oggi le famiglie sfollate vivono in aree difficili da raggiungere, con pochissime infrastrutture civili.

Parallelamente l’esercito israeliano ha ampliato la geografia della sua violenza. Le truppe israeliane ora effettuano incursioni regolari nelle città centrali della Cisgiordania, tra cui Ramallah e Ariha (Gerico), e nel sud di al-Khalil (Hebron) e a Betlemme. In questi attacchi i palestinesi vengono assediati, terrorizzati e talvolta giustiziati dai soldati israeliani che operano impunemente.

Questa settimana l’esercito israeliano ha lanciato un’operazione su larga scala ad al-Khalil (Hebron) con il pretesto di riportare la legge e l’ordine. L’intera città è stata messa sotto assedio con carri armati israeliani a pattugliare le strade, mentre uomini e ragazzi vengono arrestati, sottoposti a interrogatori sul campo e trattenuti in condizioni brutali.

Ma la violenza israeliana non si limita alle incursioni e alle operazioni dell’esercito. Dove va l’esercito, seguono i coloni. Con vero spirito coloniale, l’esercito funge da apripista e accompagna gli attacchi delle milizie dei coloni israeliani contro la popolazione e le proprietà palestinesi e dà il via all’annessione delle terre dei pastori. Negli ultimi due anni gli israeliani che vivono illegalmente in Cisgiordania sono stati dotati di armi di livello militare che vanno dagli M16 di fabbricazione statunitense alle pistole e ai droni, e le usano a loro piacimento.

È ormai chiaro che le operazioni di “controinsurrezione” di Israele non mirano a ottenere la vittoria “sul campo di battaglia”. Sono uno sforzo coordinato con i coloni per riprogettare l’ambiente territoriale e sociale in Cisgiordania in modo che non possano esserci dissenso o resistenza.

Quando una logica di controinsurrezione viene applicata a una popolazione civile occupata è un modo di trasformare case, strade e pratiche quotidiane in strumenti di controllo.

L’infrastruttura della paura

Lo scorso gennaio i coloni israeliani hanno affisso manifesti sulle strade principali della Cisgiordania. Recavano scritto a caratteri cubitali: “Non c’è futuro in Palestina”. I palestinesi hanno capito quello che era: una dichiarazione di guerra. Siamo ora nel pieno svolgimento.

Ogni settimana, in media, nove palestinesi vengono uccisi, altri 88 feriti, 180 arrestati, una dozzina torturati in interrogatori sul campo, a cui si aggiungono una media di 100 attacchi di coloni israeliani, 300 raid e assalti militari e 10 demolizioni di case e proprietà palestinesi. Tutto questo è fatto in una sola settimana.

Questi dati non riflettono solo l’aumento del livello di violenza, ma anche la sua frequenza. L’obiettivo di questa intensificazione è erodere qualsiasi senso di normalità per i palestinesi.

Migliaia di raid nel corso di un anno, uniti all’espansione delle colonie, alle nuove tangenziali, a centinaia di nuovi posti di blocco militari e alla sorveglianza sistemica, non sono episodici; hanno trasformato la violenza da eccezione a routine, normalizzando la disgregazione in condizione dell’amministrazione.

La violenza coloniale dei coloni detta legge nella vita dei palestinesi; determina quando le persone dormono, dove giocano i bambini, quando possono andare a scuola, se le attività commerciali aprono e come viene immaginato il futuro. Impone la necessità di una costante ricalibrazione. Prosciuga ed esaurisce.

In tutta la Cisgiordania la vita quotidiana palestinese è strutturata attorno a violente interruzioni. Israele non solo sta ridisegnando la mappa attraverso l’annessione di fatto, ma sta usando la paura come infrastruttura per ridisegnare i confini di dove i palestinesi possano vivere in sicurezza.

Questo influenza ogni aspetto della vita. Come giornalista palestinese, ogni volta che mi metto in viaggio mi ritrovo ad affrontare una familiare e paralizzante ansia per ciò che potrebbe accadere. Raramente percorro la stessa strada due volte. Un giorno è chiuso un villaggio; il giorno dopo un’intera città. Un viaggio di un’ora si trasforma in un viaggio di tre ore, a volte quattro. Devio continuamente attraverso le montagne, mentre cancelli e posti di blocco israeliani compaiono a ogni entrata e uscita di ogni villaggio e città palestinese.

La nostra vita in Cisgiordania si misura in deviazioni. Che non solo evidenziano il furto sistematico e accelerato di territorio e risorse vitali da parte di Israele, ma servono anche a rubare tempo e a impoverire le capacità socioeconomiche. Israele non solo ha interrotto la continuità territoriale in Cisgiordania, ha distrutto anche la vita sociale, il radicamento psicologico e le possibilità politiche.

E così, mentre alcuni palestinesi vengono cacciati sotto la minaccia delle armi, gli altri vengono cacciati attraverso l’infrastruttura della paura.

Israele è riuscito a creare un ambiente ostile in cui persino le case possono trasformarsi in campi di battaglia in pochi minuti. Allo stesso tempo, la violenza delle milizie armate israeliane e la proliferazione di avamposti soffocano aree urbane come Nablus, Ramallah, Betlemme e al-Khalil (Hebron).

L’esercito israeliano ha persino iniziato a saccheggiare sistematicamente i negozi di cambiavalute e a rubare oggetti di valore, come oro e argento, dalle case. Questo è importante quanto il terrore quotidiano, perché Israele non solo sta distruggendo le infrastrutture fisiche, ma sta anche rendendo impossibile la ripresa e la ricostruzione.

Frammentare un popolo

Una terra disconnessa è un popolo disconnesso. Le città palestinesi in Cisgiordania si stanno riducendo e vengono inglobate in uno Stato coloniale israeliano in continua espansione.

L’anno scorso Israele ha formalizzato i piani per sviluppare il progetto della colonia illegale E1 e quest’anno si prevede che porterà avanti il ​​piano di espansione delle colonie vicino a Gerusalemme, nella Valle del Giordano e attorno a Ramallah. Questi sviluppi separerebbero di fatto Gerusalemme Est occupata dalla Cisgiordania e il nord dal sud. I coloni israeliani stanno ora issando bandiere israeliane su strade e case palestinesi come simbolo di conquista.

La Cisgiordania è fondamentale per comprendere che la guerra non arriva solo con le bombe; a volte arriva con posti di blocco, permessi, restrizioni urbanistiche, violenza sponsorizzata dallo Stato e il dirottamento di risorse vitali dai palestinesi alle colonie. Non si tratta semplicemente della frammentazione del territorio in preparazione della colonizzazione, ma del lento degrado della capacità della popolazione nativa di esistere come collettività. La Cisgiordania è il luogo in cui la guerra si scatena sotto la soglia delle notizie, senza alcuna linea del fronte.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Mariam Barghouti è una scrittrice palestinese-americana residente a Ramallah.

I commenti politici di Barghouti sono apparsi, tra gli altri, sull’International Business Times, sul New York Times e su TRT-World.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)