Il ministro di estrema destra Ben-Gvir sovrintende alla distruzione all’interno del complesso dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati

Redazione Palestine Chronicle

20 gennaio 2026 – The Palestine Chronicle

Le autorità israeliane hanno demolito le strutture all’interno della sede centrale dell’UNRWA a Gerusalemme Est, segnando una grave escalation contro l’agenzia delle Nazioni Unite e il suo ruolo al servizio dei rifugiati palestinesi.

Martedì le autorità di occupazione israeliane hanno effettuato operazioni di demolizione all’interno della sede dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Impiego dei Rifugiati Palestinesi (UNRWA) nella Gerusalemme Est occupata, in un’azione descritta dai funzionari palestinesi come una pericolosa escalation contro un organismo umanitario internazionale.

Le demolizioni hanno avuto luogo all’interno del complesso dell’UNRWA nel quartiere di Sheikh Jarrah. Secondo testimoni e palestinesi, sono state eseguite alla presenza del Ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, Itamar Ben-Gvir, esponente dell’estrema destra.

Mentre le squadre israeliane si muovevano per distruggere le strutture all’interno della sua sede di Gerusalemme Est, l’UNRWA ha dichiarato di trovarsi di fronte a un “attacco senza precedenti”,

All’interno del complesso ONU

Secondo il Governatorato di Gerusalemme, i bulldozer israeliani hanno demolito uffici mobili e altre strutture all’interno del complesso dell’UNRWA. Il Governatorato ha affermato che, mentre i lavori di demolizione continuavano, le forze israeliane hanno anche issato la bandiera israeliana sul complesso, sostituendo quella delle Nazioni Unite.

I funzionari palestinesi hanno descritto l’iniziativa come parte di una “politica sistematica e ufficiale” che prende di mira un’agenzia delle Nazioni Unite che gode di immunità giuridica internazionale e svolge un ruolo insostituibile nel fornire servizi ai rifugiati palestinesi.

L’UNRWA assiste circa 192.000 rifugiati palestinesi nella sola Gerusalemme, fornendo istruzione, assistenza sanitaria e servizi sociali.

Ben-Gvir elogia la demolizione

Ben-Gvir ha accolto con favore la demolizione degli uffici dell’UNRWA, descrivendola come una “giornata storica” ​​e una celebrazione di quella che ha definito la sovranità israeliana su Gerusalemme.

Il vicesindaco israeliano Aryeh King si è spinto oltre, pubblicando sui social media che la rimozione dell’UNRWA da Gerusalemme era ora in corso, utilizzando un linguaggio provocatorio per descrivere l’agenzia.

Contesto giuridico e politico

La demolizione fa seguito alle misure legislative israeliane contro l’UNRWA.

Nell’ottobre 2024 la Knesset israeliana ha approvato una legge che vieta le operazioni dell’UNRWA e proibisce alle autorità israeliane di collaborare con l’agenzia.

Una seconda legge adottata a dicembre ha ordinato l’interruzione dei servizi di elettricità e acqua alle proprietà utilizzate dall’UNRWA.

Gli organismi internazionali hanno ripetutamente avvertito che lo smantellamento dell’UNRWA avrebbe conseguenze catastrofiche per milioni di rifugiati palestinesi che dipendono dai suoi servizi a Gerusalemme, in Cisgiordania, a Gaza, in Libano, in Giordania e in Siria.

UNRWA

L’UNRWA è stata istituita dalle Nazioni Unite nel 1949 per fornire assistenza e protezione ai palestinesi sfollati durante la creazione di Israele.

Israele ha a lungo cercato di indebolire l’agenzia, considerando la sua esistenza come un riconoscimento dei diritti dei rifugiati palestinesi secondo il diritto internazionale.

La demolizione delle strutture dell’UNRWA a Gerusalemme Est avviene nel contesto di una più ampia campagna israeliana contro le istituzioni palestinesi nella città, che include chiusure forzate, demolizioni e restrizioni volte a ridisegnare il panorama demografico e politico di Gerusalemme.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Le esportazioni agricole israeliane rischiano un imminente “collasso” poiché il mondo rifiuta i suoi prodotti a causa del genocidio di Gaza

Jonathan Ofir

19 gennaio 2026 – Mondoweiss

I coltivatori israeliani segnalano che le esportazioni agricole del Paese stanno affrontando un imminente “collasso” dovuto all’opposizione internazionale al genocidio di Gaza. Recenti reportage mostrano l’impatto del boicottaggio contro Israele e perché il “marchio” Israele potrebbe non riprendersi mai più.

Negli ultimi mesi la rete pubblica israeliana ha messo in onda vari reportage sul grave problema in Israele per l’esportazione di frutta, soprattutto sui mercati europei. Trasmessi da Kan 11 [canale pubblico israeliano, ndt.], i servizi indicano quello che gli stessi agricoltori descrivono come un imminente “collasso”, testimoniando involontariamente l’importanza del continuo boicottaggio internazionale contro Israele.

Uno dei reportage della rete pubblica afferma che ora Israele si trova accanto alla Russia nell’ “alleanza dei boicottati”. È difficile identificare un unico soggetto responsabile di questa situazione di isolamento, ma l’Europa ha una parte importante nella vicenda.

“Non vogliono i nostri manghi,” dice a Kan 11 un coltivatore di manghi in uno dei servizi. “In Europa trattano con noi solo se gli manca qualcosa. Solo allora comprano da noi. Se hanno un’alternativa evitano di farlo.”

Un altro aspetto della faccenda è Ansar Allah dello Yemen, più comunemente noto come “gli Houti”. Il blocco del Mar Rosso a sud — nonostante l’accordo di maggio con gli USA, che non li ha fatti desistere dal minacciare Israele — ha obbligato le compagnie di navigazione a ricorrere a rotte più lunghe e costose. Ciò ha compromesso anche il mercato asiatico.

Ma, nonostante non ci sia un unico fattore evidente, il genocidio israeliano a Gaza rimane chiaramente una causa comune ai vari fattori. Gli israeliani lo negano e contemporaneamente dichiarano il proprio appoggio, come evidenziato lo scorso anno da un ampio sondaggio che ha mostrato che la grande maggioranza di israeliani crede che non ci siano “innocenti a Gaza”.

A causa dell’arroganza nazionale degli israeliani, e della loro sensazione di aver il diritto di commettere un genocidio con il pretesto dell’“autodifesa”, la prima vittima della crisi delle esportazioni è l’ego collettivo israeliano. Nei reportage si vedono agricoltori che piangono e naturalmente la simpatia nazionale va ai coltivatori di agrumi e manghi, anche se uno di loro, un generale in congedo, dice a tutti quanto “ne abbia abbastanza” dei palestinesi.

In altre parole la reazione israeliana contro il boicottaggio globale accentua implicitamente l’odio verso i palestinesi e il disprezzo verso quanti non stanno con Israele.

Ma quello che di fatto subisce dei danni in Israele non è un settore economico piuttosto che un altro, ma il marchio Israele, che potrebbe non riprendersi.

Ironicamente la migliore rappresentazione di questo marchio sono gli “aranci Jaffa”, un marchio che di per sé rappresenta l’espropriazione della cultura palestinese da parte del colonialismo di insediamento israeliano, praticamente sparito dal mercato internazionale.

Prendiamo in considerazione due importanti servizi televisivi, uno sugli agrumi e l’altro sui manghi, che rappresentano due dei principali prodotti agricoli esportati da Israele.

Dove sono le arance?”

Il primo servizio di Kan 11, messo in onda alla fine di novembre 2025 e diffuso con il titolo di “Fine della Stagione delle Arance”, citando una canzone popolare israeliana, si concentra sugli agrumeti del kibbutz Givat Haim Ichud. Per inciso, è il kibbutz in cui sono nato e cresciuto.

Il campo si trova proprio vicino al punto in cui è ancora possibile trovare i cactus del villaggio di Khirbet al-Manshiyya in cui si è consumata la pulizia etnica [a danno dei palestinesi]. Il coltivatore del frutteto del kibbutz, Nitzan Weisberg, spiega che tutti gli agrumeti sono a rischio di essere sradicati per la mancanza di commesse per l’esportazione.

Weisberg ha iniziato a gestire le coltivazioni del kibbutz due anni fa e inizialmente aveva tagliato metà degli alberi di agrumi nel tentativo di rendere di nuovo conveniente il settore.

Ma poi hanno cominciato ad essere cancellati gli ordini dall’Europa e ora non può neppure vendere la produzione della metà rimasta. “Nonostante la sua alta qualità la frutta israeliana è attualmente meno richiesta in Europa,” afferma. “Dall’inizio della guerra (a Gaza) di fatto stiamo producendo in perdita.”

Se le cose peggiorano, dice Weisberg, ciò porterà al “collasso”.

Il giro prosegue appena dall’altra parte della strada, nelle coltivazioni del kibbutz Ein Hahoresh, dove è nato lo storico Benny Morris. Lì Gal Alon, un coltivatore di agrumi di terza generazione, parla di come la sua famiglia abbia deciso di non esportare niente dall’inizio della guerra. Quello dei mercati esteri è “un mondo molto difficile e aggressivo,” sostiene, quindi ha deciso di basarsi solo sul mercato interno.

La troupe televisiva poi si sposta di tre chilometri verso Hibat Zion, un moshav (insediamento agricolo) dove il coltivatore Ronen Alfasi sta contrattando il prezzo dei pompelmi con un mediatore che vuole venderli sui mercati di Gaza. Alfasi dice che i prodotti confezionati saranno troppo cari per loro, benché i suoi magazzini e depositi refrigerati siano pieni. Mostra che i frutti sugli alberi hanno superato il limite delle loro dimensioni e non potranno essere commercializzati come frutta, ancor meno per l’esportazione. Dovranno essere venduti localmente per farne dei succhi.

Il reportage nota anche che solo qualche arancio è coltivato. Ce ne sono alcuni, ma solo per il mercato locale. Il marchio “arancia Jaffa” è storico, ma era stato reso famoso in tutto il mondo dagli agricoltori palestinesi a metà dell’‘800, prendendo il nome dalla città portuale di Jaffa che li esportava, una città che subì una pulizia etnica quasi totale da parte delle milizie sioniste nel 1948. Allora Israele si impossessò del marchio, una parte della stessa appropriazione culturale che considera hummus e falafel come israeliani.

“Prima della guerra esportavamo alcune (arance) in Scandinavia,” dice Daniel Klusky, segretario generale dell’associazione israeliana dei coltivatori di agrumi. “Ma dopo la guerra non ne abbiamo esportato neppure un container.”

Alleanza dei boicottati”

Ronen Alfasi afferma che la maggior parte dei raccolti del suo settore venivano esportati in Paesi asiatici, ma cita il “problema logistico contro gli Houti” come la ragione per la quale “tutte le tratte della logistica sono cambiate.” Si sono cercati percorsi più lunghi e più costosi, dice Alfasi, con container che arrivano con un ritardo da 90 a 100 giorni. “E arrivano con gravi problemi di qualità,” racconta.

L’unico mercato rimasto, afferma Alfasi, è la Russia. Benché come coltivatore di agrumi stia perdendo soldi, sta esportando in Russia solo per coprire le spese di magazzino.

A un certo punto l’intervistatore gli fa una domanda scomoda: “Possiamo dire che la Russia è l’unico mercato che tratta ancora con noi?”

“Trattano ancora con noi,” dice Alfasi, “ma in Europa molto meno… trattano con noi solo se gli manca qualcosa. Se hanno un’alternativa evitano di comprare da noi.”

“E si dice esplicitamente che è a causa della… situazione nazionale di Israele?” chiede più esplicitamente l’intervistatore.

“Sì,” risponde chiaramente Alfasi.

“Quindi gli europei non ci prendono in considerazione e i mercati asiatici sono bloccati. Almeno i russi comprano ancora qualche prodotto da noi: l’alleanza dei boicottati,” conclude l’intervistatore [Israele è l’unico Paese occidentale che non ha aderito al boicottaggio della Russia, ndt.].

Manghi marciti

Il quadro è simile in un altro reportage di Kan sulla raccolta dei manghi nel nord della fine di agosto 2025. Qui viene presentato un generale a riposo ed ex-portavoce dell’esercito, Moti Almoz, ora coltivatore di manghi. Lo si vede mentre urla ordini ai lavoratori utilizzando un gergo militare.

I frutti sembrano abbastanza buoni, ma la voce narrante descrive la stagione come “una delle più dure vissute dai coltivatori di mango in Israele”. “Si parla di un vero collasso.” Almoz dice che non è a causa della cattiva produzione, questa stagione ha avuto “un raccolto pazzesco”, sostiene, ma piuttosto perché “il 25% è per terra.”

“Perché non li ha raccolti?” chiede l’intervistatore.

“Perché non avrei potuto farci niente. Dopo che i refrigeratori sono pieni e i mercanti hanno preso quello che avevano ordinato… la gente in Israele deve mangiare anche carne, un po’ di pane e formaggio. Non può mangiare solo manghi.”

Il reportage dice che quest’anno molti mercati agricoli si sono chiusi per i produttori di mango e Almoz nota che sta perdendo centinaia di migliaia di shekel, mentre le fattorie più grandi stanno perdendo milioni. Dodi Matalon, un agricoltore delle piantagioni collettive di mango dei kibbutz Moran e Lotem, dice che quest’anno non hanno neppure mandato frutta ai magazzini perché non sarebbe stato conveniente. Invece la gente arriva con la propria auto e compra casse direttamente dal campo. “Spero che ci aiuterà a rimanere almeno a galla,” commenta Matalon. “Ma non ci salverà”.

Su 1.200 tonnellate di frutta 700 rimarranno sugli alberi, cadranno a terra e marciranno. “Una crisi come questa non l’avevamo mai vissuta prima,” spiega Matalon.

Poi arriva l’inquadramento della voce narrante. Come l’altro reportage anche questo fa allusione al genocidio. “Questa crisi è stata creata dalla combinazione di vari fattori arrivati simultaneamente, e in maggioranza sono relativi alla guerra,” afferma il narratore. “Gaza, che detiene il 15% del mercato, è completamente chiusa. Anche i palestinesi della Cisgiordania comprano molto meno. Ma il colpo più duro è arrivato dall’estero: il 30% dei manghi israeliani va all’esportazione, soprattutto in Europa, ma quest’anno i porti hanno iniziato a chiudere.”

“A causa della guerra a Gaza stanno riducendo l’entità degli acquisti da Israele,” dice Almoz. “Non vogliono i nostri manghi.”

Matalon afferma che in Europa ci sono “piccole etichette che indicano da dove arriva il prodotto,” notando che “possiamo vedere che questo ha un effetto.”

Egli crede che il peggioramento dello stato dell’agricoltura da esportazione israeliana richiede un intervento del governo, se la si vuole salvare, oppure, avverte, “ci ritroveremo semplicemente senza esportazioni agricole.”

Andrebbe in rovina piuttosto che vendere ai gazawi

La voce narrante dice che Almoz è un vecchio militante del partito laburista, un “falco della sicurezza” che è diventato ancora più falco dal 7 ottobre. La posizione predominante di questo genere di persone è stata espressa nel marzo 2024 dal capo del movimento dei kibbutz Nir Meir: “Molti degli abitanti dei kibbutz che hanno subito il 7 ottobre non sopportano di sentir parlare arabo e vogliono vedere Gaza cancellata.”

Almoz ripete sentimenti simili, sostenendo che dopo il 7 ottobre “dobbiamo ripensare tutto, tutto. Io ero uno che diceva che più lavoratori (palestinesi) in Israele avrebbero significato meno terrorismo.”

“Ti sbagliavi?” gli chiedono.

“Certo, cosa credi? Ne ho abbastanza di loro,” dice enfaticamente. “Stai parlando con una persona che ne ha abbastanza di loro. Qualunque cosa tu mi possa dire, che potrebbero cambiare… è una favoletta…”

In effetti Almoz dice di non voler vendere a Gaza anche se ciò gli farebbe guadagnare qualcosa: “Se c’è una sola possibilità che io perda soldi perché questo (mango) si potrebbe trasformare in un beneficio per Hamas, allora preferisco perdere soldi.”

Nel reportage Matalon è scoppiato letteralmente a piangere, ma per il momento il senso generale di supponenza in Israele ha impedito a lui e a quelli come lui di riconoscere che il genocidio ha un prezzo. Questi sono i frutti amari del genocidio.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Cos’è il “Consiglio per la Pace” di Trump e chi governerà Gaza?

Faisal Edroos

19 gennaio 2026 – Middle East Eye

Una potenziale alternativa alle Nazioni Unite guidata dagli Stati Uniti, il Consiglio e gli organismi che operano sotto di esso emarginano i palestinesi e rafforzano gli esponenti filo-israeliani.

In base ad una copia del suo Statuto visionata da Middle East Eye l’iniziativa “Consiglio per la Pace” del presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbe competere con le Nazioni Unite e mediare in altri conflitti globali.

L’organismo è stato originariamente concepito come parte dell’iniziativa di Trump volta alla creazione di un nuovo quadro di governance per la Striscia di Gaza devastata dalla guerra sulla scia del genocidio israeliano in corso da due anni.

Ma il testo del suo Statuto, che non menziona l’enclave palestinese, evoca un “organismo internazionale per la costruzione di una pace più agile ed efficace”, suggerendo che il suo ambito di azione potrebbe essere molto più ampio.

“Il Consiglio per la Pace è un’organizzazione internazionale che mira a promuovere la stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti”, afferma lo Statuto.

“Una pace duratura richiede giudizio pragmatico, soluzioni di buon senso e il coraggio di abbandonare approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito”, aggiunge.

Lo Statuto conferisce a Trump ampi poteri in qualità di presidente del Consiglio per la Pace, consentendogli di nominare e rimuovere gli Stati membri, una decisione che può essere annullata solo da una maggioranza di due terzi dei membri.

Vi si legge che i paesi che aderiscono al consiglio ricopriranno un mandato limitato di tre anni, a meno che non contribuiscano con oltre un miliardo di dollari entro il primo anno di attività.

Da quando è stato presentato sono stati invitati ad aderire diversi capi di Stato e di governo e, secondo fonti di MEE, il primo tra questi è stato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

Il 18 gennaio Egitto, India, Pakistan e Arabia Saudita sono stati tra le decine di paesi che hanno dichiarato di essere stati invitati e di stare valutando la questione.

Tuttavia al 19 gennaio non era ancora chiaro se fosse stato invitato anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu [in realtà il 21 gennaio è stato comunicato il sì di Netanyahu all’adesione, ndt.].

Cos’è il comitato esecutivo costituente per Gaza?

Alla base della struttura gerarchica del Consiglio per la Pace si trova il comitato esecutivo costituente” per Gaza.

Il 16 gennaio la Casa Bianca ha presentato il comitato esecutivo costituente, un organismo che, a suo dire, guiderà la prossima fase di governance e ricostruzione nel territorio devastato dalla guerra.

La Casa Bianca ha affermato che il comitato esecutivo costituente, composto da sette membri, è formato da persone con “esperienza in diplomazia, sviluppo, infrastrutture e strategia economica”.

Ha specificato che ciascun membro del consiglio sarebbe stato responsabile di una serie di compiti fondamentali per la stabilizzazione di Gaza”, tra cui lo sviluppo delle capacità di governance, le relazioni regionali, la ricostruzione, l’attrazione di investimenti, i finanziamenti su larga scala e la mobilitazione di capitali”.

Tuttavia al 19 gennaio non era ancora chiaro chi sarebbe stato responsabile di quali priorità.

Nella sua dichiarazione la Casa Bianca ha anche annunciato la nomina di due controversi consiglieri senior che riferiranno al comitato e supervisioneranno “la strategia e le operazioni quotidiane”.

Ha inoltre nominato un Alto Rappresentante per Gaza, annunciato i membri di un Consiglio Esecutivo separato per Gaza e indicato il comandante della Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF), un organismo la cui composizione resta avvolta nell’incertezza da mesi.

Gli annunci hanno immediatamente attirato critiche da parte di analisti e organizzazioni per i diritti umani palestinesi, che hanno sottolineato come nessuno dei suoi membri più importanti sia palestinese e come quasi tutti i componenti siano strettamente legati a Israele.

Non c’è stata alcuna risposta immediata da parte di Hamas, che in precedenza aveva dichiarato di essere pronta ad abbandonare i suoi compiti di governo nell’enclave, come delineato nel piano di Trump di ottobre.

Tuttavia la Jihad Islamica, la seconda organizzazione più rappresentativa a Gaza, ha criticato la composizione del consiglio, affermando che le nomine “sono in linea con le direttive israeliane” e servono gli interessi di Israele.

Chi sono i sette membri del consiglio esecutivo fondatore?

Marco Rubio

Il Segretario di Stato americano Marco Rubio è stato indicato come primo membro del comitato esecutivo fondatore.

Da sempre sostenitore di Israele, Rubio si è ripetutamente opposto all’imposizione di vincoli agli aiuti militari statunitensi al Paese.

Come senatore, Rubio ha sponsorizzato il Combating BDS Act per contrastare il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni che prendeva di mira Israele, sostenendo che boicottaggi e sanzioni discriminassero ingiustamente Israele e ne minassero la sicurezza e la posizione diplomatica.

All’indomani degli attacchi del 7 ottobre ha ripetutamente sostenuto gli attacchi israeliani a Gaza, definendo la guerra cruciale per la sicurezza di Israele.

Ha ripetutamente sostenuto che Hamas deve essere “sradicata” e ha respinto le indagini internazionali sulla condotta dell’esercito israeliano.

Dal momento della sua nomina a Segretario di Stato Rubio ha ribadito questa posizione, ma ha elogiato la prima fase dell’accordo di cessate il fuoco come il piano “migliore” e “unico”.

Jared Kushner

Jared Kushner, genero del presidente degli Stati Uniti, ha acquisito notorietà internazionale nel 2020 come uno degli artefici dell’ampiamente deriso “Accordo del Secolo” [piano di pace presentato da Donald Trump nel 2020 per risolvere il conflitto israelo-palestinese. Proponeva uno Stato palestinese limitato, Gerusalemme come capitale indivisa di Israele e il mantenimento delle colonie israeliane in Cisgiordania, ndt.].

Nonostante non avesse alcuna esperienza pregressa in politiche di governo o relazioni internazionali il suo controverso piano prevedeva l’annessione di ampie zone della Cisgiordania occupata e della Valle del Giordano in cambio del riconoscimento di uno Stato palestinese disarticolato, senza alcun controllo sui propri confini o spazio aereo.

Kushner si è scagliato contro i palestinesi quando hanno respinto il piano, definendoli “stupidi” e persino consigliando loro di “farsi una doccia fredda” e di valutarlo più attentamente.

L’anno scorso il piano ampiamente screditato di Trump di espellere con la forza i palestinesi e trasformare Gaza in una “riviera” di proprietà degli Stati Uniti riecheggiava quasi parola per parola i progetti precedentemente prospettati da Kushner per l’enclave.

Kushner ha lanciato per primo l’idea nel 2024 durante un discorso all’Università di Harvard, affermando che avrebbe “fatto del suo meglio per far evacuare la popolazione e poi ripulire la zona”.

“La proprietà costiera di Gaza potrebbe essere molto preziosa… se le persone si concentrassero sulla creazione di mezzi di sostentamento”, affermò all’epoca.

Secondo il piano ai palestinesi sarebbero stati pagati 5.000 dollari per lasciare la loro terra e Gaza sarebbe stata trasformata con la creazione di resort di lusso e isole artificiali.

Steve Witkoff

Steve Witkoff, un miliardario imprenditore immobiliare ebreo-americano, non aveva alcuna formazione diplomatica ufficiale prima di essere nominato inviato di Trump in Medio Oriente. Ma il 68enne ha ricevuto ampi elogi per aver portato a termine l’accordo di cessate il fuoco di ottobre.

Durante un incontro con i leader di Hamas a Sharm el-Sheikh, Witkoff ha condiviso nel corso dei negoziati con Khalil al-Hayya, alto dirigente dell’organizzazione palestinese, il dolore per la perdita del figlio a causa di un’overdose [Witkoff ha ricordato l’episodio, avvenuto nel 2011, nel formulare le condoglianze a Khalil al-Hayya per la morte del figlio, rimasto ucciso da un raid delle forze armate israeliane a Doha, ndt.].

All’inizio di questo mese Witkoff ha annunciato l’inizio della seconda fase del piano di Trump per porre fine alla guerra a Gaza, aggiungendo di aspettarsi che Hamas “rispettassei pienamente i suoi obblighi” previsti dall’accordo, altrimenti avrebbe dovuto affrontare “gravi conseguenze”.

Tony Blair

L’ex Primo Ministro britannico Tony Blair era stato a lungo indicato come potenziale membro del comitato che avrebbe supervisionato la situazione di Gaza nel dopoguerra, nonostante avesse trascinato il suo Paese nella disastrosa invasione e occupazione dell’Iraq del 2003.

A parte il suo ruolo nella guerra in Iraq, il suo mandato come inviato di pace in Medio Oriente non è riuscito a raggiungere una soluzione di pace duratura per Israele-Palestina ed è stato ampiamente criticato da entrambe le parti.

Dopo aver lasciato la carica, l’organizzazione di consulenza di Blair, il Tony Blair Institute (TBI), è stata oggetto di ampie critiche per aver fornito assistenza a una serie di governi autocratici, tra cui Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.

L’istituto ha smentito le notizie secondo cui Blair avrebbe fornito consulenza al Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi nel 2014, dopo che il generale aveva deposto il primo leader democraticamente eletto del Paese, Mohamed Morsi.

Il TBI ha anche ricevuto denaro da un truffatore finanziario legato agli insediamenti illegali israeliani e a una rete islamofoba americana.

Da quando ha lasciato l’incarico Blair è stato anche sponsor onorario della filiale britannica del Jewish National Fund (JNF) di Israele, che ha dovuto affrontare pesanti critiche per le sue attività, tra cui la donazione di 1 milione di sterline (1,15 milioni di euro) a quella che è descritta come “la più grande milizia di Israele”, e la cancellazione della Palestina dalle sue mappe ufficiali.

Il TBI è stato più recentemente associato a un piano postbellico per Gaza, ampiamente disapprovato, che prevedeva la trasformazione della Striscia in un centro commerciale e lo sfollamento forzato dei palestinesi dall’enclave devastata dalla guerra.

Ajay Banga

Ajay Banga, presidente della Banca Mondiale, è uno dei due esperti finanziari che entrano a far parte del comitato esecutivo costituente.

Dopo aver iniziato la sua carriera presso Nestlé India, ha poi svolto un ruolo decisivo nel lancio dei franchising di fast food di PepsiCo, Pizza Hut e KFC in India, durante la liberalizzazione dell’economia del paese.

In seguito ha svolto il ruolo di consulente per diversi politici statunitensi, tra cui l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama, per essere poi nominato nel 2023 alla guida della Banca Mondiale dall’ex presidente degli Stati Uniti Joe Biden.

Nel 2024 Banga ha elogiato il Primo Ministro indiano Narendra Modi per quella che ha definito la costruzione di un solido rapporto con gli Stati Uniti.

Anni prima Banga aveva ricevuto il Padma Shri, una delle più alte onorificenze indiane, precedentemente conferita dal governo indiano a Jawaharlal Nehru.

Marc Rowan

L’imprenditore miliardario Marc Rowan è l’altro esperto finanziario che entrerà a far parte del consiglio direttivo

In qualità di amministratore delegato di Apollo Global Management, la sua società di investimento privato, è fortemente impegnato in attività commerciali in Israele.

La sua società ha precedentemente collaborato con aziende come Phoenix Holdings, ora nota come Phoenix Financial, che, secondo i dati consultati da Middle East Eye, nel marzo 2025 deteneva azioni di società accusate dalle Nazioni Unite di operare in insediamenti illegali nei territori palestinesi occupati.

In diverse interviste Rowan, 63 anni, si è definito un “orgoglioso sostenitore dello Stato di Israele” e ha definito Israele un “rifugio” per gli ebrei.

Attualmente è presidente del consiglio di amministrazione della UJA-Federation di New York, una delle più grandi organizzazioni filantropiche locali al mondo, che avrebbe inviato fondi a organizzazioni che sostengono le colonie israeliane.

Nell’ottobre 2023, diverse settimane dopo che la sua alma mater, l’Università della Pennsylvania, aveva organizzato un festival pro-palestinese, Rowan chiese le dimissioni del preside e del presidente del consiglio di amministrazione dell’università.

Nonostante l’evento si sia tenuto settimane prima degli attentati del 7 ottobre, entrambi i funzionari si sono poi dimessi.

Nel dicembre 2025, durante una raccolta fondi che raccolse circa 57 milioni di dollari per cause pro-Israele, Rowan ha accusato Zohran Mamdani, che si stava candidando a sindaco di New York, di essere un “nemico” degli ebrei .

Mamdani ha poi vinto la competizione con una vittoria schiacciante diventando sindaco di New York.

Robert Gabriel

Anche Robert Gabriel, relativamente sconosciuto, è stato nominato nel comitato esecutivo.

Gabriel è stato consulente politico nella prima campagna presidenziale di Trump e durante le rivolte del 6 gennaio scrisse un messaggio a una persona anonima, dicendo: “Sono sicuro che il POTUS [il Presidente degli Stati Uniti] sia entusiasta di questo“.

Secondo Politico Gabriel ha lavorato a stretto contatto con la responsabile dello staff Susie Wiles in qualità di “consigliere principale” e durante la campagna presidenziale del 2024 è stato il suo assistente.

Chi sono i consulenti senior nominati nel “Consiglio per la Pace“?

La Casa Bianca ha annunciato che sono stati nominati anche due consulenti senior per gestire la strategia e le operazioni quotidiane del Consiglio per la Pace: Aryeh Lightstone e Josh Gruenbaum.

Lightstone è stato consulente senior di David Friedman, un convinto difensore del movimento israeliano delle colonie illegali, quando questi era ambasciatore degli Stati Uniti in Israele tra il 2017 e il 2021.

È stato anche un ex direttore esecutivo di Shining Light, un’organizzazione statunitense per la raccolta fondi legata alla destra israeliana.

Secondo Haaretz Lightstone è stato anche profondamente coinvolto nella creazione della controversa Gaza Humanitarian Foundation.

Meno noto al grande pubblico è Gruenbaum, descritto dalla Casa Bianca come consulente senior responsabile del coordinamento operativo.

Tuttavia Gruenbaum è noto per aver collaborato con Kushner al piano “riviera” di Trump per Gaza.

Chi è l’Alto Rappresentante per Gaza?

La Casa Bianca ha anche annunciato che l’ex inviato delle Nazioni Unite Nikolay Mladenov è stato nominato Alto Rappresentante per Gaza e fungerà da collegamento chiave tra il Consiglio Esecutivo Costituente per Gaza e il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (NCAG), un comitato tecnico composto da funzionari palestinesi che dovrebbe gestire l’enclave.

Mladenov, che risiede negli Emirati Arabi Uniti, ha stretto buoni rapporti con Kushner quando quest’ultimo stava negoziando gli Accordi di Abramo del 2020, che hanno visto Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan normalizzare i rapporti con Israele, come precedentemente riferito a MEE da funzionari arabi e occidentali.

Kushner ha dichiarato al New York Times che l’amministrazione Trump ha dato fiducia al diplomatico bulgaro durante i negoziati e ha tenuto conto dei suoi commenti costruttivi”.

Cos’è il Consiglio Esecutivo per Gaza?

La Casa Bianca ha anche nominato un “Consiglio Esecutivo per Gaza” composto da 11 membri, incaricato di garantire il coordinamento regionale e internazionale.

Non è chiaro quali responsabilità avrebbero il consiglio o i suoi membri.

Secondo l’elenco pubblicato dalla Casa Bianca il consiglio include Blair, Kushner, Rowan e Witkoff, molte delle stesse figure presenti nel consiglio esecutivo.

Il Consiglio Esecutivo per Gaza comprenderebbe anche alti funzionari degli Stati della regione, tra cui il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, il diplomatico del Qatar Ali Al-Thawadi, il funzionario dell’intelligence egiziana Hassan Rashad e il ministro degli Emirati Arabi Uniti Reem al-Hashimy.

Anche Sigrid Kaag, politica olandese e coordinatrice delle Nazioni Unite a Gaza, è stata nominata per un ruolo.

Il canale israeliano Channel 12 ha riferito che anche l’imprenditore israelo-cipriota Yakir Gabay, che ha avuto stretti legami con Blair e Kushner, avrebbe fatto parte del consiglio.

Cos’è il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza?

Istituito a ottobre nell’ambito del piano di pace in 20 punti di Trump per Gaza.

Annunciato formalmente il 15 gennaio, i suoi membri devono ancora essere confermati ufficialmente, ma, secondo un elenco visionato da MEE, il comitato sarà guidato da Ali Shaath, ex viceministro palestinese per la pianificazione.

Parlando ai giornalisti il ​​18 gennaio Shaath ha affermato che l’organismo cercherà di ripristinare i servizi essenziali a Gaza e di coltivare una società “radicata nella pace”.

“Sotto la guida del Consiglio per la Pace, presieduto dal Presidente Donald J. Trump, e con il supporto e l’assistenza dell’Alto Rappresentante per Gaza, la nostra missione è quella di ricostruire la Striscia di Gaza non solo nelle infrastrutture, ma anche nello spirito”, ha affermato Shaath.

Ha aggiunto che il NCAG si concentrerà sul rafforzamento della sicurezza nell’enclave, di cui poco meno della metà è controllata da Hamas.

In seguito all’accordo di cessate il fuoco di ottobre Israele controlla almeno il 53% di Gaza occupando il territorio a est di un confine invisibile e in continua espansione noto come “Linea Gialla”.

Secondo l’elenco visionato da MEE gli altri membri dell’NCAG includono Omar Shamali, che supervisionerà le comunicazioni, Abdul Karim Ashour, incaricato dell’agricoltura, Aed Yaghi, responsabile del malandato sistema sanitario dell’enclave, e Aed Abu Ramadan, che guiderà l’industria e l’economia.

L’elenco indica inoltre che Jabr al-Daour si occuperà delle questioni relative all’istruzione, Bashir al-Rayes delle finanze, Ali Barhoum dell’acqua e dei comuni, Hanaa Tarzi dei soccorsi e della solidarietà e Adnan Salem Abu Warda della magistratura.

Precisa inoltre che Rami Tawfiq Helles si occuperà delle dotazioni e degli affari religiosi, Osama Hassan al-Saadawi supervisionerà l’edilizia abitativa e i lavori pubblici, mentre Samira Helles si occuperà dell’energia e dei trasporti.

Infine Sami Nasman, alto funzionario della sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese in pensione e critico di lunga data di Hamas, diventerà ministro della sicurezza.

Nel 2015 un tribunale di Gaza aveva condannato Nasman in contumacia a 15 anni di carcere per aver istigato al “caos” e presumibilmente orchestrato tentativi di assassinio contro i leader di Hamas.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




UNRWA: rischi di malattie a Gaza ai massimi livelli a causa della carenza di vaccini

Redazione di MEMO

19 gennaio 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che lunedì l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi (UNRWA) ha avvertito che i rischi di malattie nella Striscia di Gaza hanno raggiunto livelli record, dato che ai minori continuano a mancare vaccinazioni essenziali in mezzo a due anni di guerra, condizioni invernali difficili e il collasso del sistema sanitario.

Il commissario generale dell’UNRWA Philippe Lazzarini ha affermato che dall’inizio del conflitto i minori a Gaza sono stati ripetutamente privati dei cicli di immunizzazione necessari per proteggerli da malattie che possono essere prevenute.

In più di due anni di guerra a Gaza i minori hanno ripetutamente saltato le vaccinazioni di cui hanno bisogno per avere garantita la salute,” ha detto Lazzarini in una dichiarazione.

Ha affermato che le difficili condizioni atmosferiche invernali, incluse basse temperature, pesanti precipitazioni e inondazioni, stanno aggravando i rischi nell’enclave.

Queste condizioni si aggiungono ai già elevati rischi di malattie causate dall’acqua e dai servizi di sanitizzazione scadenti, ai rifugi sovrappopolati e al collasso del sistema sanitario,” ha aggiunto.

Lazzarini ha detto che domenica lo staff dell’UNRWA, in coordinamento con l’UNICEF, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e partner locali, ha cominciato il secondo ciclo di una campagna di vaccinazione di recupero avente come soggetti i bambini sotto i tre anni.

La vaccinazione in tali condizioni è più che mai importante,” ha detto, sottolineando che l’UNRWA continua a lavorare per salvare vite a Gaza.

L’esercito israeliano da ottobre 2023 ha ucciso più di 71.000 persone, molte delle quali donne e minori e ne ha ferite oltre 171.000 in una brutale offensiva che ha lasciato la Striscia di Gaza in macerie.

Nonostante un cessate il fuoco cominciato il 10 ottobre, secondo il ministero della sanità di Gaza l’esercito israeliano ha continuato i suoi attacchi, uccidendo 465 palestinesi e ferendone 1.287 altri.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




“Questa è una nuova Nakba”: come oltre 100 palestinesi della Cisgiordania hanno dovuto lasciare le proprie case in un solo giorno

I contadini, sottoposti a costanti soprusi, demoliscono le case e vendono le greggi mentre alcuni volontari organizzano “spostamenti protetti” per tenere lontane le pecore dei coloni. “Uomini in perfetta forma fisica hanno bisogno di attivisti sessantenni o ragazzi di 20 anni per proteggerli” dice l’osservatore Amir Pansky, definendola la più disgustosa pulizia etnica possibile

Matan Golan

13 gennaio 2026 – Haaretz

A Ras Ein al-Auja il suono della saldatura del metallo è continuato tutta la notte. Sempre più famiglie hanno iniziato a impacchettare le proprie cose preparandosi a lasciare le loro case a causa delle crescenti vessazioni subite da parte dei vicini avamposti dei coloni.

Domenica pomeriggio Yousef ha venduto il suo gregge di pecore. I suoi vicini hanno demolito il recinto, mentre altri hanno fatto altrettanto con la casa. Allo stesso tempo attivisti di sinistra sono stati chiamati per fornire agli abitanti protezione mentre se ne andavano.

Uno degli uomini è scoppiato a piangere vicino al camion carico di quello che aveva in casa. “Questa è una nuova Nakba,” dice il suo vicino, Husseini. “Ognuno se ne sta andando in zone diverse. Alcuni ad Auja, altri a Gerico, a Taybeh o nella zona meridionale del Monte Hebron. Abbiamo vissuto qui per 40 anni, dopo essere stati obbligati a lasciare Masafer Yatta [nel sud della Cisgiordania, ndt.] nel 1967, ma ovunque andiamo ci seguiranno, questo ci hanno detto i coloni.”

Il gregge di pecore della famiglia è stato caricato su un camion a due piani, le pecore sotto e gli agnelli sopra. “Porteremo le pecore lontano sulle montagne,” dice Husseini, indicando verso ovest. Dallo scoppio della guerra i coloni hanno impedito loro di uscire al pascolo, obbligandoli a comprare fieno per il gregge con i propri soldi. Oltre a temere i vicini che vivono negli avamposti dei dintorni, gli abitanti di Ras Ein al-Auja affermano di non poter continuare a vivere in questo modo dal punto di vista economico. “Non abbiamo futuro,” dice una persona del posto.

Husseini racconta che i coloni che sono passati vicino a casa sua la settimana scorsa gli hanno gridato: “Vi abbiamo sconfitti.” Dice che gli abitanti sapevano che stava per arrivare l’ora di partire. “É lo stesso gruppo di coloni, agiscono in base a un piano. Il governo sta con loro, così come l’esercito e la polizia. Ogni volta si concentrano su una comunità diversa, la obbligano ad andarsene e poi prendono la terra su cui essa si trovava,” aggiunge. “Alla fine nulla importa, né i medi né le pressioni internazionali, ci riescono. Dopo averci tagliati fuori e impedito di sopravvivere non rimane altro da fare. È questa la democrazia di cui sono così orgogliosi?”

La comunità è divisa in varie aree. Nella primavera del 2024 i coloni hanno fondato un nuovo avamposto a centinaia di metri da quella a nord ovest, con una mandria di cammelli e un gregge di pecore. Circa una settimana e mezza fa i coloni hanno costruito un’espansione dell’avamposto nei pressi delle case dei contadini. Giovedì circa 100 persone hanno deciso di lasciare le proprie case,

ma non tutte le famiglie. Alcuni hanno detto di voler rimanere e guardano i loro vicini prepararsi ad andarsene. Nel pomeriggio di venerdì le greggi dei coloni sono tornate a scorrazzare nelle zone che circondano la comunità.

Per la prima volta attivisti di sinistra hanno fornito “spostamenti protetti” ininterrottamente nel villaggio per tener lontane le greggi di coloni dalle zone residenziali, mentre altri avevano il compito di consentire agli uomini che avevano lavorato 12 ore per demolire le strutture di riposare un po’ per il giorno successivo. Dopo che un gregge dei coloni si è fermato nel villaggio gli attivisti sono stati chiamati per portarlo via. I bambini hanno chiesto a uno degli attivisti, trattato dai contadini come un membro della famiglia, se anche questa volta aveva portato nella sua macchina palloni da calcio. Stavolta non lo aveva fatto.

“È straziante,” afferma Amir Pansky di Looking the Occupation in the Eye [Guardare l’occupazione negli occhi, organizzazione israeliana contro l’occupazione, ndt.] con gli occhi lucidi: “Non è la prima espulsione che vedo, ma è la peggiore. Ci sono persone con cui siamo stati per tre anni, conosciamo le famiglie, i genitori. E’ semplicemente del tutto surreale.”

Pansky dice che il governo potrebbe evacuare ufficialmente il villaggio e sostenere i costi, ma invece si nasconde dietro a tredicenni che se ne occupano al suo posto. “Uomini (palestinesi) nel fiore degli anni hanno bisogno di attivisti sessantenni o ragazzi di 20 anni che li proteggano dai pastori inviati dai consigli regionali [strutture amministrative dei coloni, ndt.] e da organizzazioni sioniste religiose,” aggiunge. “Questa è la forma più degradante di espulsione etnica che si possa immaginare.”

Vestiti lavati pendono dai fili per stendere i panni e su barriere di metallo di ogni casa in previsione di peregrinazioni e dell’ignoto. Una donna con un vestito colorato sta sulla soglia della sua casa di lamiera mentre le sue figlie saltano su un logoro divano. “Mio marito va a lavorare e io rimango con le piccole,” dice. “Originariamente recintavamo il cortile per segnare i confini della casa, ma abbiamo aggiunto i cancelli a causa dei coloni. Stanno sempre girovagando qui intorno, a volte entrano perfino dentro. Abbiamo sempre sperato che loro, i coloni, e non noi, se ne andassero. È una buona zona, è duro lasciare una terra così fertile,” aggiunge.

La parte occidentale della comunità è stata abbandonata da giovedì. Solo qualche cane spaventato vaga tra ciò che rimane dell’espulsione. Nel campo arato in cui i bambini giocavano a calcio non rimane che un pallone giallo.

Lunedì, quando il sole è sceso, le greggi dei coloni hanno attraversato il villaggio. Un giovane delle colline [gruppo di giovanissimi coloni estremisti molto violenti, ndt.] mascherato ha fatto una “V” con le dita nei pressi delle rovine delle case accompagnato dal compiacimento dei coloni con sorrisi nervosi sul volto. L’autista del veicolo di una pattuglia dell’esercito fa segno verso i giornalisti con il gesto delle tre dita. Dall’altro lato della strada una ragazzina in tuta da ginnastica rosa controlla gli oggetti sul terreno, preparandosi a lasciare il posto che è stata la sua casa.

L’IDF ha dichiarato che “alla luce delle crescenti frizioni nella zona l’esercito rafforzerà la sua presenza operativa a Ras Ein al-Auja.” Secondo l’esercito “forze dell’IDF sono entrate nella zona in base alle richieste e alle necessità operative per impedire scontri tra la popolazione e conservare l’ordine e la sicurezza nella zona.”

L’IDF sottolinea che “la condotta delle forze come descritta nell’articolo non è accettabile ed è oggetto di controllo. Ai soldati dell’IDF è richiesto di agire in base agli ordini e ai regolamenti.” Aggiunge che “il processo di verifica della proprietà delle terre non è ancora stato completato.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele pronto ad avviare la costruzione di una tangenziale nel cuore della Cisgiordania

Emma Graham-Harrison

Martedì 13 gennaio 2026 – The Guardian

Il progetto stradale, parte del progetto per un nuovo insediamento illegale nell’area E1 a est di Gerusalemme, è considerato uno strumento di annessione

Israele prevede di iniziare il mese prossimo i lavori di una tangenziale che chiuderà il cuore della Cisgiordania occupata ai palestinesi e consoliderà di fatto l’annessione di un’area fondamentale per la vitalità di un futuro Stato palestinese.

La strada è un elemento chiave del progetto di un nuovo vasto insediamento illegale nell’area E1 a est di Gerusalemme che frammenterebbe la Cisgiordania occupata. Il ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich, ha affermato che i piani mirano a “seppellire l’idea di uno Stato palestinese”.

Concepita come un corridoio di transito chiuso ai veicoli palestinesi, la tangenziale fornirà a Israele un pretesto per impedire ai palestinesi di accedere alle strade esistenti nell’area dell’insediamento pianificato, dove saranno ammessi solo i veicoli israeliani.

La tangenziale venne soprannominata “strada della sovranità” quando la costruzione iniziale fu approvata nel 2020 dall’allora ministro della Difesa, Naftali Bennett, che celebrò il ruolo del progetto come strumento di annessione. “Stiamo applicando la sovranità nei fatti, non nelle parole”, affermò all’epoca. L’attuale ministro della Difesa, Israel Katz, ha affermato lo scorso anno che la costruzione di strade e l’espansione degli insediamenti avrebbero rafforzato la “presa” di Israele sulla Cisgiordania occupata.

L’area E1 copre circa il 3% della Cisgiordania occupata, un triangolo di terra tra Gerusalemme, Betlemme e Ramallah, fondamentale per lo sviluppo e la prosperità di un futuro Stato palestinese.

Gli oppositori chiamano la tangenziale “strada dell’apartheid” perché costringe palestinesi e israeliani a sistemi di trasporto separati.

Sarà anche uno strumento per la pulizia etnica delle restanti comunità palestinesi nella zona, ha affermato Hagit Ofran, esperta di insediamenti presso il gruppo di pressione israeliano Peace Now. “Vogliono la terra, non vogliono che ci sia la gente”, ha affermato.

Se il nuovo insediamento israeliano verrà costruito di fatto separerà per i palestinesi il nord e il sud della Cisgiordania occupata, e isolerà ulteriormente Gerusalemme Est occupata dalle altre comunità palestinesi.

Costruire una strada per il transito dei palestinesi in quest’area non compenserebbe l’impatto dell’annessione della terra stessa da parte dei i coloni israeliani, ha affermato Ofran. L’imminente inizio dei lavori è stato comunicato ai palestinesi interessati dalla strada, che avevano presentato istanza ai tribunali israeliani per bloccare la tangenziale. Il loro avvocato, Neta Amar-Sheif, ha ricevuto la scorsa settimana una lettera che concedeva 45 giorni di tempo per opporsi ai lavori.

Il tracciato previsto per la strada attraversa le case della comunità di As Saraiya, destinate alla demolizione. Altre comunità, tra cui Elazariya, Abu Dis e Sawahra, saranno isolate all’interno del blocco degli insediamenti israeliani.

“In teoria, potrebbero decidere di istituire un posto di blocco a Elazariya e concedere permessi per le auto dei residenti nella zona, ma non è possibile sostenere una vita comunitaria se ci si trova in un’enclave di israeliani”, ha detto Ofran.

“Quello che probabilmente accadrà è che queste comunità saranno isolate dal loro ambiente circostante e immediatamente sfrattate o espulse”.

La costruzione della strada procede mentre Israele si prepara a iniziare a costruire oltre 3.000 case nell’area E1, adiacente all’insediamento esistente di Ma’ale Adumim. Chiunque viaggi dall’area E1 verso Israele ora deve attraversare un checkpoint per raggiungere Gerusalemme. Una volta che i palestinesi saranno esclusi dalle strade di questa zona il checkpoint verrà rimosso, consentendo agli israeliani di entrare a Gerusalemme senza interruzioni.

“Possono iniziare i lavori senza asfaltare la strada, possono persino costruire l’E1 senza la strada, ma sarà molto difficile per il traffico”, ha detto Ofran. “Se si vuole davvero attrarre persone, allora serve la strada. Fa parte dell’idea generale.”

Quando Israele ha dato l’approvazione formale al progetto E1 l’anno scorso, più di 20 paesi, tra cui Regno Unito, Francia, Canada e Australia, hanno condannato tale decisione come un’inaccettabile violazione del diritto internazionale che rischiava di alimentare la violenza.

Nel 2024, la Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite ha stabilito che l’occupazione israeliana dei territori palestinesi è illegale e, in un molto argomentato parere consultivo, ha ordinato a Israele di porvi fine “il più rapidamente possibile” e di effettuare riparazioni complete. Da allora, tuttavia, il governo israeliano ha perseguito un programma aggressivo di espansione degli insediamenti in tutta la Cisgiordania, con scarsa opposizione interna da parte dei principali partiti politici.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Non posso contribuire a mettere a tacere degli scrittori, e per questo mi dimetto da direttrice della settimana degli scrittori di Adelaide

Louise Adler

12 gennaio 2026 – The Guardian

La cancellazione dell’invito all’autrice australiano-palestinese Randa Abdel-Fattah indebolisce la libertà di espressione ed è un’avvisaglia di una nazione meno libera

La decisione della direzione del festival di Adelaide – nonostante la mia forte opposizione – di annullare l’invito alla scrittrice australiano-palestinese Randa Abdel-Fattah alla settimana degli scrittori di Adelaide indebolisce la libertà di espressione ed è un’avvisaglia di una nazione meno libera, in cui l’attività di lobbying e la pressione politica determinano chi possa parlare e chi no.

In seguito alle atrocità di Bondi [l’attacco antisemita sulla spiaggia di Bondi, ndtr.] i governi statale e federale si sono affrettati a rabbonire la banda dei “te lo avevamo detto”. Con allarmante noncuranza le proteste vengono messe fuorilegge, la libertà di espressione viene limitata e i politici si precipitano a vietare frasi e slogan.

Adesso i leader religiosi devono essere sorvegliati dalla polizia, le università monitorate, le emittenti pubbliche controllate e le arti ridotte all’osso. Hai mai criticato Israele? Joe McCarthy [il responsabile della caccia alle streghe anticomunista negli USA degli anni ’50, ndt.] si congratulerebbe con gli eredi delle sue tattiche.

Gli artisti sono sempre stati un problema per lo Stato e i gruppi di interesse, ma in conseguenza della guerra di Gaza le contrapposizioni si sono intensificate. Sfruttando la retorica della coesione sociale, le crisi si sono moltiplicate: l’approvazione del finanziamento del governo israeliano al festival di Sydney nel 2022, le sanzioni comminate a giovani attori che indossavano delle kefiah alla Compagnia del Teatro di Sydney, il concerto di Jayson Gillham cancellato dalla Melbourne Symphony Orchestra, l’iniziale rimozione di Khaled Sabsabi come rappresentante dell’Australia alla Biennale di Venezia, l’annullamento da parte della Biblioteca Statale [dello Stato] di Victoria di un programma di scrittura giovanile, la cancellazione del festival degli scrittori di Bendigo [città australiana, ndt.] e una quantità di organizzazioni artistiche che hanno sommessamente ceduto alle pressioni per inserire in programma un artista piuttosto che un altro. A mio parere commissioni composte da persone con poca esperienza artistica e cieche alle implicazioni morali dell’abbandonare il principio di libertà di espressione sono state spaventate dalla pressione esercitata da politici interessati alle proprie prospettive elettorali e da continue e coordinate campagne di invio di lettere.

Nel 2023 l’AWW [Adelaide Writers Week, settimana degli scrittori di Adelaide, ndt.] ha programmato alcune sessioni dedicate agli scrittori palestinesi contemporanei. I propagandisti si sono precipitati a riesumare, travisare e citare erroneamente i post sui social media per creare le condizioni per sospendere gli inviti agli scrittori. Il premier dell’Australia meridionale, Peter Malinauskas, si è indignato per i tweet di uno scrittore, esprimendo la sua personale contrarietà, come era suo diritto in quanto cittadino in un Paese democratico.

È stato confortante ascoltare il suo successivo discorso al pubblico di un gremito Municipio. Ha condiviso il suo pensiero sulle arti, sul loro ruolo nella società e sulle responsabilità dell’attuale governo. Ha confessato di aver pensato di ritirare il finanziamento. Infine ha concluso che “se i politici decidono che cosa sia culturalmente appropriato…questo ci porta ad un futuro in cui i politici possono direttamente sopprimere eventi che sono fondati proprio sulla libertà di espressione… questa è una strada che ci conduce nel territorio della Russia di Putin.”

Il suo discorso resta un modello per dirigenti politici che si confrontano con produzioni artistiche che potrebbero offenderli personalmente, danneggiare le loro prospettive elettorali o turbare agguerriti gruppi di interesse.

La direzione del Festival di Adelaide adesso ha annullato il mio invito a Abdel-Fattah, che doveva parlare del suo ultimo racconto, ‘Disciplina’, a causa di preoccupazioni riguardo alla “sensibilità culturale” – e il premier ha appoggiato questa decisione. Di conseguenza, al momento in cui scrivo, più di 180 scrittori si sono ritirati (dal festival).

Si può solo supporre che a tempo debito queste preoccupazioni potrebbero essere addotte anche da oppositori della libertà di espressione per chiedere la cancellazione o la messa a tacere di altri che hanno chiesto giustizia per il popolo palestinese, scrittori che includono Kenneth Roth, Francesca Albanese e Najwan Darwish. Molti anni fa l’ex premier Don Dunstan ha vantato Adelaide come “la Atene del sud”. Adesso lo slogan turistico dell’Australia del sud potrebbe essere “Benvenuti nella Mosca sul Torrens [fiume dell’Australia meridionale, ndt.]

La dichiarazione della direzione cita la coesione della comunità, un’ansia spesso richiamata che dovrebbe essere considerata con scetticismo. È un termine manageriale finalizzato a inibire il pensiero. Chi, dopotutto, si esprimerebbe in favore della divisione sociale? Presumibilmente solo un terrorista o un nichilista. La ragion d’essere dell’arte e della letteratura è scompigliare lo status quo: non bisogna essere uno studioso di storia per sapere che l’arte al servizio della “coesione sociale” è propaganda.

A quanto pare le arti sono diventate “pericolose” e gli artisti sono un pericolo per il benessere psico-sociale della comunità. Ma, per essere del tutto chiari, l’abitudine di invocare “la sicurezza” è un modo per dire “non voglio ascoltare la tua opinione”. In questo caso sembra si applichi solo ad un’invitata palestinese.

Gli sforzi sempre più estremi e repressivi dei lobbisti filoisraeliani per soffocare anche le più blande critiche hanno avuto un effetto dissuasivo sulla libertà di espressione e sulle istituzioni democratiche. Il nuovo mantra “Bondi ha cambiato tutto” ha offerto un’altra arma coercitiva a questa lobby, ai suoi stenografi sui media e ad una classe politica senza spina dorsale. Perciò nel 2026 la direzione, in un contesto di forte pressione politica, ha emesso un editto secondo cui un autore deve essere cancellato.

Nella storia dei 65 anni della settimana degli scrittori di Adelaide non vi sono stati disordini, eccettuate occasionali zuffe per le code al caffè o lamentele sul perché i croissant fossero ripieni di zucca. Si potrebbe chiedere se qualcuna delle persone “preoccupate” si sia avventurata nei giardini del ‘Pioneer Women’Memorial’ [parco e attuale sede del festival, ndt.], dove oltre 160.000 entusiasti si sono riuniti ogni anno dal 2023.

Ovviamente non c’è modo di proteggere chiunque di noi da un singolo estremista violento (anche se leggi più severe sul possesso di armi sono un ovvio punto di partenza). Ma la realtà è che i cittadini che vengono all’AWW sono estremamente educati (al di là della gara per assicurarsi un posto), ascoltano con il massimo rispetto gli scrittori e poi entrano nella tenda dei libri per comprarne un sacco.

Ma nulla di tutto ciò ha influenzato la decisione: una scrittrice deve essere esclusa su pressione di lobbisti filoisraeliani, burocrati e politici opportunisti.

Io non posso contribuire a mettere a tacere degli scrittori per cui, con immensa tristezza, mi dimetto dalla mia carica di direttrice dell’AWW. Gli scrittori e la scrittura hanno importanza, anche quando espongono idee che ci mettono a disagio e ci sfidano.

Ora più che mai, quando i nostri organi di informazione chiudono, i nostri politici diventano ogni giorno più timorosi del potere reale e l’Australia diventa più ingiusta e diseguale, abbiamo bisogno di scrittori.

AWW è il canarino nella miniera. Amici e colleghi artisti, state attenti al futuro.

Stanno venendo a cercarvi.

Louise Adler è stata direttrice della settimana degli scrittori di Adelaide dal 2023 al 2026. Fa parte del comitato consultivo del Consiglio Ebraico dell’Australia.

[Nota redazionale: l’Adelaide Writers’ Week 2026 è stata annullata a causa della rinuncia per protesta di moltissimi autori invitati contro l’esclusione di Randa Abdel-Fattah]

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Ben-Gvir fa irruzione nuovamente nella moschea di Al-Aqsa mentre stanno crescendo le violazioni israeliane

Redazione di MEMO

13 gennaio 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che una agenzia palestinese ha affermato che martedì il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir ha fatto ancora una volta irruzione, sotto pesante protezione della polizia nel complesso della moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme Est.

In una breve dichiarazione la Direzione dei Beni Islamici a Gerusalemme ha detto che Ben-Gvir è entrato nella Spianata delle Moschee nel pomeriggio accompagnato dalle forze di polizia israeliane.

Tali incursioni di Ben-Gvir sono generalmente portate avanti senza un annuncio pubblico preliminare. I ministri israeliani sono i soli ad avere il permesso di entrare nel complesso di Al-Aqsa con una approvazione preventiva da parte dell’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu.

Da quando all’inizio del 2023 è entrato in carica [come ministro], Ben-Gvir ha fatto irruzione nella moschea di Al-Aqsa circa 14 volte. L’incursione di martedì costituisce la prima del 2026 nel complesso religioso.

Il ministro estremista ha continuato queste provocazioni nonostante ripetute condanne arabe, islamiche e internazionali.

Dal 2003 la polizia israeliana permise a coloni illegali israeliani di fare irruzione nella struttura della moschea di Al-Aqsa.

La Direzione dei Beni Islamici a Gerusalemme ha ripetutamente condannato queste irruzioni e chiesto la loro immediata cessazione, senza risposta dalle autorità israeliane.

Secondo un rapporto del ministero palestinese dei Beni e Affari Religiosi, nel solo 2025 coloni israeliani illegali hanno effettuato 280 incursioni sulla Spianata delle Moschee.

Un alto funzionario della Direzione dei Beni Islamici, parlando ad Anadolu a condizione dell’anonimato, ha affermato che lo scorso anno più di 65.364 coloni estremisti ha fatto irruzione nel luogo estremamente critico.

Il rapporto documenta una netta recrudescenza delle violazioni israeliane contro siti sacri islamici e cristiani a Gerusalemme e nella Cisgiordania occupata.

Esso osserva che le irruzioni ad Al-Aqsa sono state accompagnate dall’esecuzione all’aperto dentro il complesso di rituali talmudici, inclusi completa prostrazione, suonare il corno sacro [shofar in ebraico, ndt.], indossare abiti da preghiera e l’organizzazione di preghiere collettive in determinate ore e luoghi, in quello che viene descritto come un chiaro tentativo di imporre una divisione temporale e spaziale presso la moschea.

Il ministero afferma che queste incursioni sono state portate avanti sotto la supervisione e la protezione della polizia israeliana, che abitualmente impedisce alle guardie di Al-Aqsa che dipendono dalla Direzione dei Beni Islamici di effettuare il loro lavoro dentro le mura.

I palestinesi affermano che Israele sta intensificando gli sforzi per giudaizzare Gerusalemme Est, inclusa la moschea di Al-Aqsa, e cancellare la sua identità araba e islamica.

Il ministero documenta anche attacchi di gruppi estremisti ebrei contro pellegrini cristiani, inclusi sputi, molestie e impedimento di accedere alla Chiesa della Natività e alla Chiesa del Santo Sepolcro durante le festività religiose.

La moschea di Al-Aqsa è il terzo luogo sacro al mondo per i musulmani. Gli ebrei chiamano l’area Monte del Tempio, affermando che anticamente era il sito di due templi ebraici.

Israele ha occupato Gerusalemme Est, dove si trova Al-Aqsa, durante la guerra arabo-israeliana del 1967. Ha annesso tutta la città nel 1980 con una azione che non è stata mai riconosciuta dalla comunità internazionale.

In un fondamentale parere consultivo del luglio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato illegale l’occupazione israeliana dei territori palestinesi e ha chiesto l’evacuazione di tutte le colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Mentre a Gaza il genocidio continua la Cisgiordania è spinta verso una nuova Nakba

Penny Green

11 gennaio 2026 – Middle East Eye

La distruzione dei campi profughi di Jenin e Tulkarem da parte di Israele sta strappando le famiglie alle loro case, svuotando le comunità e accelerando la cancellazione dei palestinesi.

Il genocidio del popolo palestinese da parte di Israele non si è mai limitato alla sola Gaza.

In nessun luogo ciò è così evidente come nei campi profughi di Jenin, Nur Shams e Tulkarem, devastati, sfregiati dalle bombe, spettrali, distrutti e svuotati da Israele come duro monito per i palestinesi sulle conseguenze della resistenza all’occupazione e al genocidio.

Questo progetto coloniale pluridecennale in Palestina presenta molteplici livelli di annientamento. Mentre il mondo, sebbene attraverso una lente distorta, si è concentrato sulla catastrofe che ha colpito Gaza, Israele ha fatto in modo che in Cisgiordania i suoi piani per l’eliminazione dei palestinesi procedessero rapidamente.

L’espansione degli insediamenti coloniali, gli attacchi dei coloni, protetti dalle forze israeliane, contro gli agricoltori, i furti sistematici di bestiame, la distruzione delle scuole e delle case dei villaggi e lo sradicamento forzato dei palestinesi nei quartieri di Sheikh Jarrah e Silwan a Gerusalemme Est costituiscono tentativi sistematici volti a distruggere, in tutto o in parte, il popolo palestinese e il suo legame con la sua antica patria.

Durante una recente visita nella Cisgiordania settentrionale ho assistito alla distruzione fisica dei campi profughi e sono rimasta colpita da quanto le vite dei palestinesi rispecchino in quel luogo la devastazione affrontata dai profughi a Gaza.

È stato un chiaro richiamo al fatto che questo genocidio prende di mira tutti i palestinesi della Palestina storica.

Tra il 21 gennaio e il 9 febbraio 2025 Israele ha lanciato l’Operazione Muro di Ferro, prendendo di mira presunti “elementi terroristici” in tre campi profughi nella Cisgiordania settentrionale.

Il presidente del Comitato Pubblico di Nur Shams, Nihad Shawish, 52 anni, ci ha detto: “Proprio come a Gaza, stanno cercando di affermare che il campo profughi è un centro di terrorismo. Ma in realtà la resistenza è composta solo da poche persone in cerca di libertà”. E, proprio come a Gaza, tutti i palestinesi sono considerati da Israele “terroristi” e obiettivi da eliminare.

Nel corso dell’operazione, durata 19 giorni, circa 40.000 rifugiati provenienti dai campi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams sono stati allontanati con la forza dalle loro case da forze speciali israeliane pesantemente armate, con l’uso veicoli blindati, droni e bulldozer.

L’Unrwa, l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi, ha descritto l’offensiva israeliana come “la più prolungata ed estesa ondata di espulsioni dal 1967”. Si stima che il 43% dei campi profughi di Jenin, il 35% di Nur Shams e il 14% di quelli di Tulkarem siano stati distrutti o gravemente danneggiati.

Gli edifici su entrambi i lati dei vicoli nel campo di Nur Shams, che si estendeva dalla strada principale di collegamento tra Nur Shams e Tulkarem fino alla sommità del campo, sono stati bombardati o rasi al suolo per allargare i viottoli larghi due metri e trasformarli in strade larghe 12 metri accessibili ai carri armati. Tutti gli abitanti sono stati espulsi.

Viaggi dell’apartheid

Anche il viaggio verso questi campi devastati mette in luce, a ogni svolta, la brutale realtà dell’apartheid israeliano.

Attraversare la Cisgiordania è una sfida quotidiana di resistenza per i palestinesi. Un sistema stradale dell’apartheid significa che, mentre le illegali colonie israeliane sono collegate da scorrevoli autostrade per Gerusalemme e Tel Aviv, i palestinesi sono costretti a viaggiare su strade dissestate e tortuose e ad attraversare tunnel bloccati da infiniti posti di blocco e da imponenti barriere stradali gialle.

Un viaggio che richiederebbe 20 minuti sulle strade dei coloni per i palestinesi dura tre ore o più.

Durante il tragitto da Ramallah a Tulkarem ci siamo imbattuti in un nuovo spettacolo del suprematismo israeliano: enormi bandiere israeliane fiancheggiavano entrambi i lati dell’autostrada ogni 10 metri. Per gli osservatori esterni potrebbero riflettere una crescente insicurezza da parte di Israele, ma per i palestinesi sono semplicemente un’altra forma di intimidazione.

Abbiamo attraversato il bellissimo villaggio di Sinjal, ora circondato da recinzioni di filo spinato alte 30 metri. Tutti gli ingressi, tranne due, sono stati sigillati permanentemente da Israele, mentre i restanti due possono essere chiusi in qualsiasi momento a discrezione delle forze israeliane. Gli abitanti del villaggio non hanno alcuna spiegazione sul perché siano stati presi di mira in modo così feroce, se non che si tratti di “un altro atto di occupazione”.

Dalla mia ultima visita nel 2022 il progetto di insediamento coloniale si è ampliato notevolmente.

Incoraggiato dall’impunità internazionale e da un governo di estrema destra in cui i coloni detengono ministeri chiave, Israele ha approvato la legalizzazione o la costruzione di 69 nuovi insediamenti.

“Stiamo promuovendo una sovranità di fatto”, ha dichiarato il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich annunciando i piani per oltre 3.400 case nelle colonie nell’ambito del progetto E1, che collegherebbe vasti blocchi di insediamenti coloniali nella Gerusalemme Est occupata a Maale Adumim, isolando così fisicamente i palestinesi di Gerusalemme Est da quelli della Cisgiordania occupata.

Abbiamo attraversato il grande insediamento illegale di Eli, in continua espansione, arroccato su una collina, con le sue orribili case dai tetti rossi, esse stesse una dichiarazione di intenti genocidi, una minaccia al benessere degli abitanti palestinesi del villaggio, che hanno visto i loro ulivi sradicati e hanno subito violenti attacchi.

Eli è anche noto per la sua accademia pre-militare Bnei David, che addestra coloni per il grado di ufficiali in unità di combattimento d’élite.

Abbiamo attraversato stazioni di servizio che i palestinesi non possono utilizzare e nuovi avamposti coloniali che deturpano antichi terrazzamenti e uliveti. Questi orribili avamposti illegali inevitabilmente si trasformeranno in orribili insediamenti coloniali illegali.

Una strada vicina, visibile ma non percorribile, ci avrebbe portato a Tulkarem in meno della metà del tempo. Ma Israele l’ha vietata a tutti i palestinesi.

Invece abbiamo percorso strade dissestate, fermandoci a posti di blocco improvvisi dove giovani soldati minacciosi decidevano se il nostro viaggio sarebbe continuato o terminato. A un certo punto abbiamo preso una strada alternativa per evitare un ulteriore posto di blocco.

Questi continui atti di apartheid sono progettati per rendere la vita dei palestinesi così insopportabile da costringerli ad abbandonare la loro terra.

Gaza in Cisgiordania

Percorrendo una strada sterrata dissestata abbiamo finalmente raggiunto Tulkarem. Le rovine del campo profughi di Nur Shams, la cui intera popolazione era stata espulsa con la forza a gennaio, si trovavano alla nostra sinistra.

Il campo è ora una spettrale città fantasma, con circa un terzo dei suoi edifici completamente o in gran parte distrutti. Grandi aree vuote sono state scavate nel cuore di Nur Shams dalle ruspe israeliane. Centinaia e centinaia di case sono state demolite probabilmente per creare accessi per veicoli blindati e carri armati.

Una Stella di David blu è stata dipinta con vernice spray su quella che un tempo era la casa di un rifugiato palestinese, ora utilizzata come base militare. Non è rimasto nessuno. Mentre salivo su un tumulo per scattare una fotografia, due passanti mi hanno intimato con urgenza di scendere. “I cecchini sparano a chiunque e senza preavviso”, hanno gridato.

I rifugiati hanno raccontato che, non appena hanno invaso i campi, le forze israeliane hanno interrotto tutte le comunicazioni e i servizi. Internet, elettricità e acqua sono scomparsi all’istante. Questi rifugiati espulsi sono stati letteralmente gettati nel nulla. Alcuni hanno trovato parenti da cui stare, mentre molti altri hanno cercato rifugio in moschee, scuole abbandonate, sale per matrimoni e altri spazi pubblici. Ora vivono ai limiti della sopravvivenza.

È stato proprio come la Nakba, soprattutto perché non sapevamo dove stavamo andando… nessuno sapeva dove saremmo stati costretti a dirigerci”, ha detto Nihad.

I rifugiati che hanno trovato rifugio nella scuola rimasta in costruzione di El Muowahad nel villaggio di Thenaba, tra Nur Shams e Tulkarem, hanno descritto il terrore dei raid da parte di soldati armati fino ai denti, degli elicotteri d’attacco Apache che sorvolavano il campo, dei droni suicidi che esplodevano e della fuga frenetica dalle loro case con addosso solo i vestiti che indossavano.

“Il 26 gennaio hanno iniziato a far saltare in aria le nostre case e in sette giorni il campo è stato completamente svuotato”, ha ricordato Khaled, 50 anni, seduto esausto su una sedia di plastica nel corridoio della scuola in cui vive insieme a 21 famiglie del campo di Tulkarem.

“Nessuno se lo aspettava”, ha continuato. “Non ho portato via da casa nemmeno una maglietta. Ora è demolita.” Le case rimaste in piedi sono state date alle fiamme. Le espulsioni sono state violente. “Anche quando la Mezzaluna Rossa ci ha dato le medicine di cui avevamo bisogno i soldati ce le hanno strappate e le hanno gettate a terra”, ci ha raccontato Hakem, aggiungendo che più di 1.800 case nel campo di Tulkarem sono state distrutte.

Da quasi 12 mesi 122 rifugiati sfollati vivono nella scuola in costruzione condividendo locali angusti a gruppi di 10-12 persone. Le strutture sono poche o inesistenti,” ha spiegato Khaled.

“Quando siamo arrivati non c’era elettricità, quindi l’abbiamo collegata noi stessi.” A piano terra quattro bagni sono condivisi da uomini, donne e bambini. C’è una sola doccia. “Ci mettiamo tutti in fila come prigionieri”, ha aggiunto.

Una lavatrice serve tutte le famiglie. I vestiti sono appesi a ogni ringhiera mentre le persone cercano di aggrapparsi a piccoli rituali quotidiani mentre il loro campo giace in rovina a pochi metri di distanza.

“La vita nel campo era dura”, mi ha detto Nadia, 38 anni, “ma non quanto questa“.

Paesaggio distopico

A Tulkarem e Nur Shams le condizioni già disastrose per i rifugiati continuano a peggiorare. Inizialmente l’Unrwa forniva cibo e servizi, ma questo servizio è stato interrotto con l’entrata in vigore del divieto israeliano di operare nei territori palestinesi occupati.

“Il mio frigorifero è vuoto”, ci ha detto Hakem. “Lavoravamo tutti nelle città occupate, da Giaffa ad Haifa, da Gerusalemme a Tel Aviv. Ora viviamo sotto assedio senza possibilità di lavoro.”

Inoltre un ordine militare vieta loro di ricostruire le loro case distrutte. “Voglio solo tornare a vivere sulle macerie della mia casa”, ha aggiunto Hakem. “Cos’altro possiamo fare?”

Nadia mi ha mostrato un video girato da un vicino dopo che il campo era stato svuotato. Gli unici suoni in questo paesaggio distopico erano passi che scricchiolavano sui detriti e il suono spettrale del canto degli uccelli.

Hasan Khreisheh, un politico di Tulkarem che collaborava con le famiglie sfollate, ha descritto quanto accaduto nei campi della Cisgiordania settentrionale come qualcosa in linea con il progetto israeliano a Gaza, ma in una forma di “eliminazione silenziosa”.

Per il diciassettenne Ayhem, la cui istruzione è terminata quando la sua casa è stata demolita e la sua famiglia è stata costretta ad andarsene “è molto simile a quello che è successo a Gaza. Quando vedo Gaza in televisione, vedo esattamente quello che stiamo vivendo”. Dorme con nove membri della famiglia in una piccola aula scolastica. “Non ho vita sociale. I miei amici sono stati tutti costretti a trasferirsi in altre zone e il mio migliore amico è stato ucciso. Ho perso tutto.”

Vicino alla scuola si trova ciò che resta dell’ufficio del Comitato Pubblico di Nur Shams. Nonostante il trauma subito 10 volontari continuano a lavorare per sostenere le persone espulse dal campo. Dalla terrazza sul tetto osserviamo la devastazione di quelle che un tempo erano state le loro case.

“La mia casa è inabitabile”, dice Fatma, 70 anni, “ma sono pronta ad andare a vivere sopra le macerie. La dignità dell’essere umano è nella casa. Vedo la mia casa da qui, ma non posso raggiungerla.”

Nihad, il capo del Comitato, descrive la portata dell’assalto militare. La campagna israeliana all’interno dei sei quartieri di Nur Shams è iniziata il 9 gennaio. Centinaia di soldati, carri armati, veicoli militari e droni hanno preso d’assalto il campo costringendo tutti gli abitanti ad andarsene.

Chiunque si rifiutasse veniva ucciso fuori dalla propria abitazione per spingere le persone ad andarsene,” afferma. Le forze armate controllavano le vie che potevamo percorrere. Siamo stati costretti a metterci in fila e venivamo ripresi dai droni. Chiunque uscisse dalla fila veniva ucciso”.

“L’occupazione israeliana ha deciso di smantellare i campi”, continua. “A Nur Shams, con una popolazione di 13.000 abitanti, avevamo 400 edifici. Ogni edificio aveva più piani e unità abitative. Anche se una casa non è stata demolita con bulldozer ed esplosioni, le forze armate l’hanno incendiata per renderla inabitabile. Circa 2.300 famiglie sono state costrette ad andarsene e il 70% di loro vive in povertà.”

“All’interno dei campi non c’è acqua né elettricità. Mancano fognature e strade. L’intera infrastruttura è stata distrutta”, aggiunge Fatma.

Nihad lo dice senza mezzi termini: “Il campo è stato assassinato”.

Hanno anche preso di mira e distrutto il centro per i giovani, l’asilo, la sala matrimoni e il centro per disabili.

“Ritorno alle macerie”

Fatma, una leader molto rispettata della comunità di Nur Shams, descrive la sua esperienza la mattina dell’attacco: “Sono arrivati ​​alle 7 del mattino del 9 febbraio. Erano già dentro il campo. Hanno demolito metà della mia casa, ma noi siamo rimasti. Hanno usato uno dei nostri vicini come scudo umano. Sono venuti con i cani per perquisirci. Poi hanno preso possesso della nostra casa e l’hanno usata come caserma militare. Alla fine c’erano forse 100 soldati in casa mia”.

Fatma ha il cancro. I soldati hanno strappato i suoi certificati medici e distrutto la sua cisterna dell’acqua. “Hanno sparato al nostro piccolo televisore. Hanno distrutto la mia lavatrice e il mio frigorifero, che non avevo ancora finito di pagare.”

Mentre distruggevano case, mezzi di sussistenza e spazi comunitari, i soldati israeliani hanno commesso anche una serie di altri crimini, tra cui saccheggi palesi.

Hanno rubato le nostre cose davanti ai nostri occhi”, riferisce Fatma. “Mi hanno preso la borsa e rubato i 2.650 shekel che mi erano stati dati da una fondazione di Hebron per riparare la mia casa, oltre a due anelli d’oro, una collana, un braccialetto e una medaglia.”

Nonostante molti rifugiati affermino che torneranno alle macerie”, la realtà è desolante. La distruzione dei campi, l’espulsione dei loro abitanti e la più ampia campagna di Israele volta a rimuovere i palestinesi dalla loro terra rendono remote le loro possibilità di ritorno.

“‘Tornare alle macerie’ è solo uno slogan”, afferma Khaled. “Come possiamo tornare? Le forze israeliane sceglieranno chi può tornare, e chiunque abbia legami con i combattenti non potrà mai farlo. Ogni giorno c’è una nuova decisione che prende di mira le famiglie dei combattenti della resistenza. E ogni giorno vengono sottoposti a punizioni collettive”.

Khreisheh osserva che Israele ha recentemente annunciato che ad alcuni rifugiati potrebbe essere permesso di tornare, ad eccezione “delle famiglie dei martiri, dei feriti, dei prigionieri o dei militanti politici“. Questo, in pratica, escluderebbe quasi tutti.

Anche prendere in affitto un alloggio altrove in Cisgiordania è diventato sempre più difficile per i palestinesi sfollati. “Non abbiamo soldi e non abbiamo un posto dove andare”, dice Khaled. Ma la povertà è solo una parte del problema. I proprietari hanno paura di affittare ai rifugiati dei campi profughi

“Ogni volta che proviamo a prendere in affitto una casa”, spiega, “prima ci contano, poi ci chiedono da dove veniamo. Quando diciamo ‘Nur Shams’ o ‘campo di Tulkarem’, rispondono invariabilmente: ‘Non affitto casa a nessuno dei campi’. In un certo senso, lo capisco. Se un parente è in prigione, è un combattente o è stato ucciso, i proprietari temono incursioni. Quindi non ci concedono l’affitto.”

Tutti sono rifugiati

Tutti gli abitanti dei campi sono rifugiati, il loro status deriva dalle espulsioni di massa della Nakba del 1948 e dalla guerra israeliana del 1967.

Lo status di rifugiato, che giustamente si trasmette di generazione in generazionie, è inscindibile dal diritto al ritorno dei palestinesi. Attraverso il diritto internazionale e almeno cinque risoluzioni delle Nazioni Unite, tra cui l’articolo 11 della risoluzione 194 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ai palestinesi è garantito il diritto al ritorno nelle terre da cui sono stati espulsi.

Un elemento centrale del progetto israeliano è sempre stato quello di impedire ai rifugiati del 1948 e ai loro discendenti di tornare alle proprie case.

Eppure tutti i rifugiati con cui ho parlato consideravano il loro status come la migliore garanzia per il ritorno.

In tutto il mondo vivono in esilio oltre sette milioni di rifugiati palestinesi. Per Israele la possibilità del loro ritorno è un incubo demografico e cerca di impedirlo a tutti i costi.

Khreisheh chiarisce che la distruzione dei campi profughi in Cisgiordania fa parte di un più ampio progetto genocida volto a eliminare l’idea stessa di campo profughi e lo status politico che conferisce. Molti altri hanno ribadito la stessa opinione.

I rifugiati e i loro discendenti sono gli unici testimoni della Nakba del 1948,” molti mi hanno detto, e ora Israele vuole far sparire i campi dei testimoni ed eliminare la questione palestinese”.

“Tutti coloro che sono fuggiti racconteranno una storia triste e dolorosa”, dice un rifugiato. “Case e terre rubate. Hanno replicato quanto accaduto nel 1948. La scena si sta ripetendo”.

“Stiamo passando da un dolore all’altro”, aggiunge un altro. “Questa occupazione vuole sradicare la gente da questa terra. Vogliono sbarazzarsi di tutti i testimoni dei crimini commessi fin dal 1948″.

La distruzione dei campi di Jenin, Nur Shams e Tulkarem è un atto di genocidio calcolato. Distruggendo le comunità, smantellando l’Unrwa ed espellendo i rifugiati, Israele cerca non solo di espropriare i palestinesi delle loro case, ma di cancellare la loro storia, i loro diritti e le loro future rivendicazioni di giustizia, incluso il diritto al ritorno.

Come ha detto Nihad: “Vogliono porre fine allo status di rifugiato eliminando il campo, distruggendo la possibilità del diritto al ritorno e, per estensione, ogni possibilità di autodeterminazione palestinese”.

A Nur Shams il nostro obiettivo non è solo quello di tornare al campo, ma di tornare ai nostri villaggi d’origine. Questo è un nostro diritto storico. Non rinunceremo mai a questo diritto. Il campo è solo una tappa intermedia per noi. Tutti speriamo di poter tornare alle nostre terre d’origine”.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Appello urgente per salvare le vite degli scioperanti della fame di Palestine Action

Former hunger strikers

11 gennaio 2026 Al Jazeera

Ex scioperanti della fame provenienti da Irlanda, Palestina e dalla Baia di Guantanamo chiedono al governo del Regno Unito di intervenire immediatamente

Al Governo del Regno Unito:

Noi firmatari vi scriviamo oggi come sopravvissuti alla violenza di Stato.

Siamo un collettivo di ex scioperanti della fame provenienti da Palestina, Irlanda e dalla Baia di Guantanamo. Gli scioperi della fame finiscono solo quando il potere interviene, o quando le persone muoiono. Abbiamo imparato – con il dolore, i danni permanenti e guardando i nostri compagni cadere – come si comportano gli Stati quando i prigionieri non hanno altra scelta che rifiutare l’unico diritto loro concesso: il cibo.

Perciò scriviamo in totale solidarietà con gli scioperanti della fame detenuti oggi nelle carceri britanniche: Qesser Zuhrah, Amu Gib, Heba Muraisi, Kamran Ahmed, Teuta Hoxha, Jon Cink, Lewie Chiaramello e Muhammad Umer Khalid. Sono incarcerati in custodia cautelare, senza processo e senza condanna. Per alcuni la custodia cautelare dura da oltre un anno e nella maggior parte dei casi non saranno processati per altri due anni.

Il governo del Regno Unito ha scelto la custodia cautelare prolungata, l’isolamento e la censura. Ha scelto di limitare i contatti con i familiari, di permettere il rifiuto delle cure mediche e di usare il linguaggio del terrore in un subdolo tentativo di privare deliberatamente questi prigionieri della solidarietà pubblica e dei diritti fondamentali prima ancora che abbia luogo qualsiasi processo.

Non possiamo dimenticare ciò per cui si stanno esponendo oggi gli scioperanti della fame. Sono per la Palestina. Sono per lo smantellamento dell’infrastruttura di armi che uccide i palestinesi. Sono per la fine del regime di apartheid attuato dal governo israeliano. Sono solidali con i prigionieri palestinesi. Sono per la completa liberazione della Palestina, dal fiume al mare.

Per anni i prigionieri palestinesi all’interno delle carceri israeliane sono stati sottoposti ad abusi sistematici tra cui torture ben documentate, violenza sessuale estrema, assenza di cure mediche e morte in detenzione. Eppure il governo del Regno Unito, attraverso il suo incrollabile sostegno allo Stato israeliano, continua a scegliere di essere complice di quelle azioni. Sceglie di continuare ad armare Israele e proteggere i funzionari israeliani dall’obbligo di rispondere delle proprie scelte mentre i corpi dei palestinesi – uomini, donne e bambini – vengono violati e distrutti nelle loro strade, nelle loro case e dietro le sbarre.

I prigionieri politici di Palestine Action hanno iniziato lo sciopero della fame quando non hanno più avuto altra scelta. La decisione dello Stato di affidarsi alla categoria di “terrore” per imporre la repressione sistematica di coloro che si rifiutano di conformarsi non ha lasciato loro altre alternative nel tentativo di ottenere i diritti che spettano loro per legge.

Non si tratta di un fenomeno nuovo: l’uso della parola “terrore” è stato a lungo utilizzato per creare paura, per avvelenare la percezione pubblica, per giustificare la ripetuta violazione anche dei diritti umani più elementari. Una volta attribuita questa etichetta, i diritti diventano condizionali, la libertà diventa negoziabile e la presunzione di innocenza svanisce. Lo stato di diritto che si proclama con orgoglio di difendere viene rapidamente profanato di fronte a una sola parola, utilizzata da politici senza scrupoli determinati a proteggere i propri interessi: “terrorista”.

La messa al bando di Palestine Action non riguardava la sicurezza. Riguardava il controllo. Le ripetute e flagranti violazioni del principio sub judice [una causa sotto esame di un tribunale non può essere discussa pubblicamente per non influenzare il processo, ndt.] non miravano a convincere l’opinione pubblica che si trattasse di un’organizzazione pericolosa; rappresentavano piuttosto una condanna dei prigionieri prima del processo. Si trattava di isolarli, criminalizzare la solidarietà e lanciare un monito a chiunque possa parlare o organizzarsi contro la macchina da guerra israeliana.

Nessun processo celebrato in un clima di paura creata dallo Stato può essere considerato equo, e nessuna giuria esposta a decenni di retorica terroristica può operare senza pregiudizi. Questi prigionieri sono stati diffamati nel momento in cui l’annuncio del loro arresto ha menzionato un “collegamento al terrorismo”, nonostante un processo non abbia mai avuto luogo.

Chiediamo pertanto quanto segue:

1. Un incontro ministeriale urgente con le famiglie e i rappresentanti legali per concordare azioni che preservino la vita degli scioperanti della fame. La libertà su cauzione immediata per i prigionieri di Palestine Action (noti come Filton 24) e per tutti gli scioperanti della fame.

2. La cessazione delle accuse di terrorismo volte a criminalizzare il dissenso.

3. Condizioni di processo eque, libere da narrazioni basate sulla paura e da interferenze politiche.

4. Accesso immediato a cure mediche liberamente scelte dai prigionieri.

5. La fine della censura e delle restrizioni alle visite dei familiari.

Nel 1981 la Gran Bretagna scelse di lasciare morire gli scioperanti della fame irlandesi nel carcere di Long Kesh. Negli anni 2000 la Gran Bretagna scelse il silenzio sulla difficile situazione dei detenuti nella Baia di Guantanamo. Per decenni la Gran Bretagna, insieme ad altri governi, ha continuato a scegliere l’inazione in Palestina. Ogni volta i funzionari britannici affermavano la responsabilità essere altrove. Ogni volta la storia ha registrato la verità.

Le suffragette, nonostante fossero state alimentate forzatamente ed etichettate come terroriste, sono oggi celebrate come eroine e combattenti per la libertà. I ​​prigionieri di Long Kesh, nonostante le diffamazioni che subirono, sono ora considerati una parte vitale della pace raggiunta con l’Accordo del Venerdì Santo. I prigionieri della Baia di Guantanamo, nonostante il trattamento disumano e il consenso pubblico alla tortura, rimasero senza processo e furono in gran parte rilasciati senza condanna.

Così come furono assolti tutti loro, la storia assolverà anche i prigionieri di Palestine Action che hanno cercato di fermare il massacro di persone innocenti, contro la volontà e gli interessi del governo britannico.

Non siamo semplici osservatori, ma testimoni dell’ingiustizia attualmente perpetrata dalle braccia dello Stato contro persone che la storia senza dubbio assolverà, come ha fatto con gli scioperanti della fame che li hanno preceduti.

Firmatari:

Shadi Zayed Saleh Odeh, Palestine

Mahmoud Radwan, Palestine

Othman Bilal, Palestine

Mahmoud Sidqi Suleiman Radwan, Palestine

Loay Odeh, Palestine

Tommy McKearney, Ireland

Laurence McKeown, Ireland

Tom McFeely, Ireland

John Nixon, Ireland

Mansoor Adayfi (GTMO441), Guantanamo

Lakhdar Boumediene, Guantanamo

Samir Naji Moqbel, Guantanamo

Moath Al-Alwi, Guantanamo

Khalid Qassim, Guantanamo

Ahmed Rabbani, Guantanamo

Sharqawi Al-Hajj, Guantanamo

Saeed Sarim, Guantanamo

Mahmoud Al Mujahid, Guantanamo

Hussein Al-Marfadi, Guantanamo

Osama Abu Kabir, Guantanamo

Abdul Halim Siddiqui, Guantanamo

Ahmed Adnan Ahjam, Guantanamo

Abdel Malik Al Rahabi, Guantanamo

Ahmed Elrashidi, Guantanamo

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)