Il responsabile delle Nazioni Unite per i diritti umani chiede a Israele di porre fine al “sistema di apartheid” in Cisgiordania

Redazione MEE

8 gennaio 2026 – Middle East Eye

Il commento segue la pubblicazione del rapporto delle Nazioni Unite che documenta l’intensificarsi della “discriminazione” israeliana nei confronti dei palestinesi

Mercoledì, in un nuovo rapporto, le Nazioni Unite hanno affermato che Israele sta violando il diritto internazionale con l’attuazione di un sistema assimilabile all’apartheid e hanno avvertito che le pratiche discriminatorie hanno subito una forte accelerazione dalla fine del 2022, in un contesto di crescente violenza, repressione e impunità nella Cisgiordania occupata.

Nel rapporto, intitolato “Amministrazione discriminatoria da parte di Israele della Cisgiordania occupata e di Gerusalemme Est”, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha sostenuto che la “discriminazione sistematica” multi-decennale contro i palestinesi si sta intensificando e ha invitato il Paese a porre fine al suo “sistema di apartheid”.

In una dichiarazione, l’Alto Commissario dell’ONU per i diritti umani, Volker Turk, ha affermato: “Esiste un sistematico soffocamento dei diritti dei palestinesi in Cisgiordania”.

Il rapporto di 42 pagine tratta i seguenti argomenti: uccisioni illegali di palestinesi; restrizioni discriminatorie alla libertà di movimento; aumento del numero di detenzioni di palestinesi e torture sui detenuti; espansione degli insediamenti e appropriazione delle risorse palestinesi; repressione della libertà di espressione; demolizione di abitazioni; trasferimenti forzati di palestinesi.

Si tratta di una forma particolarmente grave di discriminazione razziale e segregazione che ricorda il genere di sistema di apartheid già visto in passato, ha affermato Turk.

Sebbene molti esperti indipendenti affiliati alle Nazioni Unite abbiano descritto la situazione nella Cisgiordania occupata come “apartheid”, questa sarebbe la prima volta che un responsabile dell’ONU per i diritti umani utilizza questo termine. Si riferisce alla politica di segregazione razziale e discriminazione che il governo della minoranza bianca in Sudafrica ha applicato contro la popolazione a maggioranza non bianca del paese dal 1948 fino all’inizio degli anni ’90.

Il rapporto afferma che le autorità israeliane “trattano i coloni israeliani e i palestinesi residenti in Cisgiordania sulla base di due distinti corpi di leggi e politiche”.

“I palestinesi continuano a essere sottoposti a confische di terre su larga scala e alla privazione dell’accesso alle risorse”, si legge.

Il rapporto afferma che i palestinesi sono perseguiti dai tribunali militari, dove i diritti a un processo equo e a un giusto procedimento sono sistematicamente violati, mentre i coloni israeliani beneficianodel sistema, godendo degli stessi diritti di cui godono gli israeliani all’interno di Israele.

Turk ha chiesto a Israele di “abrogare tutte le leggi, le politiche e le pratiche che perpetuano la discriminazione sistemica contro i palestinesi basata su razza, religione o origine etnica”.

La missione israeliana a Ginevra ha respinto il rapporto definendolo assurdo e distortoe ha affermato che esso esemplifica la fissazione intrinsecamente politica dell’ufficio dei diritti umani delle Nazioni Unite … nel diffamare Israele”.

Uccisione di palestinesi

Il rapporto rileva che il governo israeliano ha “ulteriormente ampliato” l’uso illegale della forza, le detenzioni arbitrarie e la tortura, la repressione della società civile e le indebite restrizioni alla libertà di stampa, le gravi restrizioni alla circolazione, l’espansione degli insediamenti coloniali e le relative violazioni nella Cisgiordania occupata dopo gli attacchi guidati da Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023 e la successiva guerra a Gaza, che è stata riconosciuta come genocidio dalle Nazioni Unite, dalle organizzazioni per i diritti umani e dagli studiosi del genocidio.

Le Nazioni Unite hanno inoltre documentato una continuazione e unescalation della violenza dei coloni [israeliani], in molti casi con lacquiescenza, il sostegno e la partecipazione delle forze di sicurezza israeliane (ISF)”.

Il rapporto afferma che tra il 2005 e il 20 settembre 2025 l’esercito israeliano ha ucciso 2.321 palestinesi (1.760 uomini, 65 donne e 496 bambini) nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est occupata, e ne ha feriti migliaia, in molti casi causando ferite e disabilità permanenti.

Nello stesso periodo, sono stati uccisi 205 israeliani (148 uomini, 32 donne e 25 bambini). Più di un terzo di loro, 69, erano membri dell’esercito israeliano, e gli attacchi si sono verificati durante tensioni o in seguito ad attacchi da parte di singoli palestinesi.

Dall’inizio della guerra di Israele contro Gaza, le truppe e i coloni israeliani hanno ucciso più di 1.000 palestinesi nella Cisgiordania occupata, registrando un forte aumento.

Le Nazioni Unite hanno anche documentato un aumento delle esecuzioni extragiudiziali da parte dell’esercito israeliano, con “impunità quasi totale”, in Cisgiordania. Secondo il rapporto su oltre 1.500 uccisioni di palestinesi registrate tra gennaio 2017 e settembre scorso, le autorità israeliane hanno aperto solo 112 indagini, che hanno portato a una sola condanna.

La relazione menziona anche uccisioni gratuite con uso di forza letale. Nel novembre 2023 i soldati di un convoglio blindato si sono fermati per sparare alla nuca di Adam Samer Othman al-Ghoul, un bambino di otto anni che stava scappando, e per centrare due volte al petto Basil Suleiman Tawfiq Abu al-Wafa, quindicenne, mentre cercava di accendere un piccolo ordigno non identificato che, secondo il rapporto, non avrebbe rappresentato alcuna minaccia per un veicolo blindato”.

I soldati non hanno fornito assistenza medica ai ragazzi, lasciandoli incustoditi mentre morivano.

In Cisgiordania vivono circa 3,3 milioni di palestinesi, mentre circa 700.000 coloni israeliani risiedono in insediamenti illegali secondo il diritto internazionale.

Restrizioni alla circolazione

Dall’inizio della guerra israeliana a Gaza le autorità israeliane “hanno esteso e intensificato le restrizioni esistenti” alla circolazione dei palestinesi nei territori occupati.

L’ONU afferma che le restrizioni sembrano “perseguire illegalmente due obiettivi principali: frammentare ulteriormente il territorio e la società palestinese per facilitarne il controllo da parte dell’esercito israeliano e creare ed espandere aree riservate alle forze di sicurezza israeliane e ai coloni, comprese le strade, per garantire la ‘sicurezza’ dei coloni”.

Le restrizioni discriminatorie alla circolazione hanno avuto un impatto negativo sui diritti economici, sociali e culturali dei palestinesi, violando il loro diritto al lavoro e impedendo l’accesso alle loro terre, causando gravi difficoltà finanziarie e ostacolando il loro diritto a un adeguato tenore di vita.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha rilevato che al 31 gennaio 2024 le misure imposte dalle autorità israeliane nella Cisgiordania occupata hanno causato la perdita di 306.000 posti di lavoro. Nel primo trimestre del 2025 il tasso di disoccupazione in Cisgiordania si attestava al 31,7% per gli uomini e al 33,7% per le donne.

Secondo il Global Education Cluster [coordinamento umanitario attivato dalle Nazioni Unite per garantire laccesso allistruzione in situazioni di emergenza, ndt.] l’aumento delle restrizioni alla circolazione, le operazioni militari israeliane e la violenza dei coloni hanno causato una riduzione dell’85% della mobilità in tutta la Cisgiordania occupata, colpendo almeno 782.000 studenti da ottobre 2023 ad agosto 2024 e causando la cancellazione delle lezioni e il ricorso all’apprendimento a distanza, non accessibile a tutti.

La chiusura di 12 scuole ONU nella Gerusalemme Est occupata e nei campi profughi nella Cisgiordania settentrionale ha avuto un impatto su 6.630 studenti palestinesi.

Donne e ragazze sono state colpite in modo sproporzionato, poiché le famiglie hanno smesso di mandare le bambine a scuola, soprattutto durante i periodi di violenza intensificata, temendo violenze di genere e umiliazioni durante le estese perquisizioni ai posti di blocco.

Detenzione

Le Nazioni Unite rilevano inoltre che le autorità israeliane hanno utilizzato la detenzione arbitraria come mezzo di controllo sulla popolazione palestinese.

È emerso che le autorità israeliane hanno deliberatamente sottoposto i palestinesi a condizioni disumane di detenzione, a maltrattamenti e torture, tra cui violenze sessuali e di genere su larga scala contro uomini e donne, come stupri e minacce di stupro; percosse sui genitali e altre torture a sfondo sessuale; ripetute, inutili e umilianti perquisizioni corporali; nudità forzata; e contatti fisici inappropriati.

Il rapporto cita il caso di due detenuti maschi rilasciati alla fine di settembre, i quali hanno riferito all’ONU di essere stati sottoposti, insieme ad altri detenuti, a uno stupro anale con un oggetto.

Il rapporto conclude di aver trovato motivi ragionevoli per ritenere che tale separazione, segregazione e subordinazione intendano essere permanenti… al fine di mantenere l’oppressione e il dominio sui palestinesi”.

L’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha esortato Israele a porre fine alla sua presenza illegale nei territori palestinesi occupati, smantellando tutti gli insediamenti ed allontanando tutti i coloni, e a rispettare il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Una associazione della stampa condanna Israele per il mantenimento del divieto di accesso a Gaza per i media

Redazione di MEMO

7 gennaio 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che l’associazione no-profit della stampa estera [Foreign Press Association, FPA] con sede negli Stati Uniti ha espresso “profonda delusione” nei confronti del governo israeliano perché continua a impedire ai media internazionali libero accesso alla Striscia di Gaza.

Invece di presentare un piano per permettere l’ingresso indipendente a Gaza dei giornalisti e per permetterci di lavorare insieme ai coraggiosi colleghi palestinesi, il governo [israeliano, ndt.] ha deciso ancora una volta di tagliarci fuori,” ha affermato in una dichiarazione l’associazione di corrispondenti esteri con sede negli Stati Uniti. “Questo avviene anche adesso che è in corso il cessate il fuoco.”

Da quando nel 2023 è cominciata la guerra le autorità israeliane hanno ristretto l’accesso indipendente a Gaza ai giornalisti internazionali, permettendo solo a un numero limitato di reporter di entrare sotto scorta militare e su base individuale.

Secondo la stampa israeliana domenica il governo ha detto alla Corte Suprema che il divieto deve rimanere in vigore a causa di quelli che sono descritti come “rischi per la sicurezza.”

L’FPA ha affermato che vuole sottoporre alla corte una “vigorosa risposta” nei prossimi giorni.

L’FPA è fiduciosa che la corte farà giustizia a fronte della continua violazione dei principi fondamentali della libertà di parola, del diritto dell’opinione pubblica di sapere e della libertà di stampa,” si afferma nella dichiarazione.

All’inizio di dicembre 2025 l’ufficio governativo dei media di Gaza ha detto che 257 giornalisti palestinesi sono stati uccisi durante il genocidio israeliano a Gaza, cominciato l’8 ottobre 2023 e durato due anni fino all’accordo per il cessate il fuoco che è entrato in vigore a ottobre 2025.

Da quando tale accordo è diventato effettivo secondo il ministero della Salute [di Gaza, ndt.] l’esercito israeliano ha commesso centinaia di violazioni, uccidendo 420 palestinesi e ferendone 1.184 altri.

Il cessate il fuoco ha posto fine alla guerra di due anni che ha ucciso circa 71.400 palestinesi, molti dei quali donne e bambini, ferito più di 171.200 altri e lasciato l’enclave in macerie.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Sono tornati in Cisgiordania i coloni che Israele aveva evacuato nel 2005

Majd Jawad

5 gennaio 2026 Mondoweiss

Israele ha iniziato a ricostruire le quattro colonie evacuate nel 2005 dalla Cisgiordania settentrionale. I coloni e l’esercito stanno cercando di espellere i palestinesi che vivono nella zona, rendendo la terra “impossibile da abitare”, affermano gli abitanti.

Muhammad Jaradat non avrebbe mai immaginato che il 2025 sarebbe stato l’ultimo anno in cui avrebbe potuto visitare le colline della Cisgiordania settentrionale con il suo gruppo di escursionisti.

“Tornavamo una o due volte l’anno, colpiti dalla bellezza dei carrubi e delle querce”, ha detto con pacato dolore.

Jaradat, fondatore del gruppo Tijawal wa Tirhal di Jenin, racconta che con i suoi compagni di escursione si erano presi la libertà di esplorare le ondulate pianure e le foreste che punteggiano il paesaggio che si estende intorno a Jenin. “La nostra prima escursione è stata nelle terre di Umm al-Tout quasi 13 anni fa”, ha raccontato a Mondoweiss. “Eravamo soliti esplorare anche le terre di Jenin, Sanur e Raba”.

“Non camminiamo solo per svago”, ha detto Jaradat. “Camminiamo per affermare il nostro diritto su queste colline. Ogni carrubo ha un nome. Ogni collina porta con sé una storia”. Le aree visitate da Jaradat e dal suo gruppo erano occupate illegalmente dalle quattro colonie israeliane di Ganim, Kadim, Homesh e Sa-Nur, prima che Israele le evacuasse unilateralmente nel 2005, in seguito all’approvazione della cosiddetta Legge sul Disimpegno.

Ma le colonie ci sono di nuovo e l’accesso alle terre palestinesi circostanti è stato progressivamente limitato dalle autorità israeliane a partire dal 2023, quando la Knesset israeliana ha avviato il processo di ri-legalizzazione delle colonie attraverso successivi emendamenti alla Legge sul Disimpegno del 2005.

Da allora, il governo israeliano ha legalizzato retroattivamente 19 avamposti di insediamento in ​​Cisgiordania, incluse le quattro colonie evacuate nel nord. Sul piano giuridico Israele ha di fatto annullato la Legge sul Disimpegno avendola revocata del tutto nel luglio 2024. Dopo un anno Israele ha annunciato l’intenzione di costruire 22 nuove colonie a giugno, anche dove un tempo si trovavano Sa-Nur e Homesh.

L’obiettivo di questa mossa fa parte dell’intenzione più ampia complessiva di Israele di annettere ampie zone della Cisgiordania dopo aver costretto i suoi abitanti ad abbandonare le loro terre. Intende farlo rendendo la vita insopportabile ai palestinesi nelle aree destinate alla ri-colonizzazione, finché non se ne andranno “volontariamente”.

Sanur e Homesh: le colline sopra Nablus e Jenin

Il villaggio palestinese di Sanur, situato in cima a Tal al-Tarsala, da tempo ricopre un’importanza strategica per l’esercito israeliano. Situato su un terreno elevato nella Cisgiordania settentrionale, domina le principali strade che collegano Jenin e Nablus. La vicina ex colonia israeliana di Sa-Nur, che ha preso il nome dal villaggio palestinese, in precedenza profittava della presenza di un’importante base militare che controllava ampie zone della regione prima del disimpegno del 2005.

A seguito della recente decisione del governo israeliano di rioccupare l’area, un reparto militare è stato schierato nell’area intorno a Sanur, in preparazione della creazione di una base militare permanente e per facilitare il ritorno delle famiglie dei coloni.

L’operazione fa parte del piano più ampio di trasferire il quartier generale della Brigata Menashe, l’unità militare israeliana responsabile della Cisgiordania settentrionale, dall’interno di Israele al territorio occupato.

Un’altra parte dei preparativi riguarda la costruzione della cosiddetta “Variante di Silat”, una strada finanziata con circa 20 milioni di shekel [circa 5 milioni e mezzo di euro] dal Ministero delle Finanze israeliano sotto la direzione di Bezalel Smotrich del Partito del Sionismo Religioso.

La scorsa settimana Smotrich ha annunciato l’avvio dei piani per la costruzione di 126 nuove unità abitative nell’ambito della rinata colonia di Sa-Nur, descrivendo l’iniziativa come “correzione di un’ingiustizia storica” ​​e “l’attuazione di una visione sionista sul campo”. Ha sottolineato che il ritorno a Sa-Nur non avverrà attraverso slogan, ma attraverso “piani, budget, strade e passi concreti”.

Unaltra colonia destinata a rinascere è Homesh, costruita su terreni appartenenti ai villaggi palestinesi di Burqa, Silat al-Dhahr e Bazariya. Homesh occupa una collina altrettanto strategica tra Jenin e Nablus, e la sua evacuazione nel 2005 è stata fortemente osteggiata dai coloni. Da allora, il sito è rimasto un punto di costante scontro tra palestinesi e coloni, spesso sostenuti dall’esercito.

Ma oggi le schermaglie con i coloni non sono più necessarie perché i palestinesi delle vicinanze si sentano minacciati: il semplice fatto di avvicinarsi ai propri terreni agricoli è spesso sufficiente per provocare l’arrivo dei soldati israeliani.

Negli ultimi anni gli abitanti di Burqa, Silat al-Dhahr e Bazariya hanno documentato decine di episodi in cui contadini e pastori sono stati oggetto di aggressioni verbali e fisiche.

Ahmad Abu Fahd, un contadino di Silat al-Dhahr, afferma che negli ultimi anni l’accesso alla sua terra è stato fortemente limitato. “Ogni mattina ci poniamo la stessa domanda: ci sarà permesso oggi raggiungere la nostra terra o i coloni ci bloccheranno di nuovo?”, dice mentre scruta le colline che dominano i suoi campi. “Da quando [la colonia di] Homesh è tornata, ogni passo verso le nostre terre è diventato un azzardo. A volte arrivano con la protezione dell’esercito. A volte ci inseguono, lanciano pietre e ci costringono ad andarcene a mani vuote”.

Per le comunità che circondano Homesh la minaccia va oltre le ferite fisiche o i danni ai raccolti. L’imprevedibilità stessa – non sapere mai quando la terra sarà accessibile, quando arriveranno i soldati o quando scoppierà la violenza – è diventata uno strumento di dominio.

“Non hanno bisogno di espellerci tutti in una volta”, ha detto a Mondoweiss un abitante che ha preferito rimanere anonimo. “Rendono semplicemente invivibile la terra.”

Kadim e Ganim: il fianco scoperto di Jenin

A metà dicembre gli abitanti di Jenin sono rimasti sorpresi dalle luci intense che brillavano sulle colline di Ganim e Kadim. Non si trattava degli accampamenti temporanei che i coloni avevano occasionalmente eretto in precedenza, ma di celebrazioni organizzate da gruppi di coloni in occasione di festività religiose ebraiche, che chiedevano apertamente una rinnovata presenza ebraica in loco.

La cosa è accaduta solo pochi giorni dopo la decisione di Israele di consentire loro di tornare sul posto, segnando il primo passo verso il ripristino del controllo con due colonie situate a poche centinaia di metri dalle case palestinesi nei quartieri orientali di Jenin.

Nelle ultime settimane l’area di Jenin e altre parti della Cisgiordania settentrionale sono state sottoposte a un’ampia operazione militare israeliana volta a creare una “nuova realtà di sicurezza” nell’area, che avrebbe consentito il ripristino delle colonie già evacuate. La campagna militare ha suscitato la condanna internazionale dopo uno specifico episodio a Jenin in cui soldati israeliani sono stati ripresi dalle telecamere mentre giustiziavano due uomini palestinesi che si erano già arresi all’esercito.

Prima del 2005 le colonie di Ganim e Kadim erano state fondate con uno scopo sia di sicurezza che agricolo e in seguito si sono gradualmente evolute in comunità residenziali permanenti che ospitavano famiglie di coloni religiosi e nazionalisti. L’esercito israeliano forniva protezione e infrastrutture essenziali, strade, elettricità e acqua, contribuendo a consolidare la presenza delle colonie sul territorio.

Prima della decisione di ritirarsi, gli abitanti palestinesi della zona ricordano che l’attività militare su queste colline e nei dintorni precedeva spesso le incursioni a Jenin. Secondo loro le colonie non erano mai semplicemente siti civili, ma luoghi in cui la presenza di soldati spesso segnalava un raid imminente.

Con la chiusura delle strade dirette, in assenza di percorsi alternativi accessibili, spostamenti che un tempo coprivano solo quattro chilometri si sono tramutati in deviazioni di decine di chilometri. Quando le colonie furono evacuate nel 2005, le loro strutture prefabbricate furono smantellate e rimosse, lasciando il terreno bonificato ma ben lungi dall’essere restituito ai proprietari palestinesi.

I tentativi dei coloni di tornare a Ganim, Kadim, Homesh e Sanur hanno perseguito una strategia deliberata e cumulativa. Tutto è iniziato con ripetute incursioni nei siti evacuati, in particolare a Homesh, dove negli ultimi anni i coloni si accampavano per la notte e erigevano tende temporanee sotto la protezione dell’esercito.

I ripetuti tentativi di rioccupare la cima della collina hanno portato nel 2007 alla formazione dei gruppi di coloni “Homesh First”, che periodicamente tornavano sulla cima con l’aiuto di reti di coloni che fornivano cibo, acqua e assistenza logistica, consentendo a un gruppo consistente, sebbene ufficialmente illegale, di radicarsi.

Questa presenza si è poi espansa attraverso la fondazione di istituzioni religiose ed educative, in particolare la yeshiva [scuola religiosa, ndt.] di Homesh. Ciò che era iniziato con le tende si è gradualmente evoluto in roulotte, segnando un chiaro passaggio verso una colonia civile permanente e segnalando la trasformazione di Homesh da sito militare formalmente evacuato a una colonia civile di fatto.

Secondo un rapporto di Yesh Din Volunteers for Human Rights, tra il 2015 e il 2018 la presenza di coloni in zone soggette a restrizioni è stata documentata più di 40 volte, talora in gruppi di decine o centinaia. Le indagini della polizia sulla presenza di coloni su terreni palestinesi privati ​​sono state sistematicamente chiuse, a dimostrazione della tolleranza istituzionale per queste violazioni della legge.

Tra il 2017 e il 2020 Yesh Din ha documentato 21 episodi di violenza scoppiati nel sito di Homesh, contro palestinesi di Burqa, Silat al-Dhahr, al-Funduqomiya e Bazariya.

Sul campo sono state tracciate nuove strade per le colonie e nei quattro siti sono state installate infrastrutture temporanee. Amir Dawud, ricercatore della Commissione per la Resistenza al Muro e alle Colonie dell’Autorità Nazionale Palestinese, spiega che queste strade sono progettate per impedire agli agricoltori l’accesso alle loro terre, interrompere la continuità geografica nel nord e frammentare lo spazio palestinese in preparazione di nuove colonie non solo come enclave civili, ma anche come zone militari.

Resistenza popolare e continui ritorni

Nonostante la dura realtà, i palestinesi continuano ad affermare la loro presenza. Muhammad Jaradat racconta delle iniziative guidate dai giovani per ripiantare gli alberi sradicati dai coloni e organizzare campagne di pulizia nelle aree evacuate prima di nuove chiusure.

“Prima della decisione di ricostituire le colonie usavamo queste terre come spazi condivisi”, ricorda Jaradat. “Le famiglie venivano per i picnic, i bambini giocavano a calcio e la comunità si riuniva per piccoli eventi. Abbiamo anche lavorato per restaurare vecchie case vicino a Ganim e Kadim e organizzato attività culturali e sportive. Era un lavoro silenzioso, ma ogni passo manifestava l’intenzione di confermare la nostra presenza e il nostro legame con la terra nonostante le restrizioni militari”.

A Homesh, il più conteso dei quattro siti, i proprietari terrieri del villaggio palestinese di Burqa hanno presentato una petizione all’Alta Corte di Giustizia israeliana chiedendo il pieno e illimitato accesso ai loro terreni privati ​​nell’ex colonia. I ricorrenti chiedevano non solo il ripristino dei loro diritti di proprietà, ma anche garanzie per la loro sicurezza, avviando una lunga serie di procedimenti legali volti a garantire sia l’accesso ai loro terreni che la protezione da potenziali minacce.

La battaglia legale si è rivelata un successo che esiste però solo sulla carta. L’ordinanza di sequestro è stata revocata e l’area è stata rimossa dall’elenco delle località elencate nei consigli regionali [che gestiscono dal punto di vista amministrativo le colonie, ndt.], ma nella pratica permane la presenza israeliana in una colonia illegale e non autorizzata.

Lo stesso vale per le altre colonie, che creano di fatto una presenza di coloni che colpisce direttamente i proprietari terrieri palestinesi: intorno a Sanur gli agricoltori che tentano di coltivare i loro terreni o raccogliere le olive sono regolarmente soggetti a complessi regimi di permessi e a frequenti dinieghi di accesso.

Secondo Dawud la ricostruzione delle colonie di Homesh, Sa-Nur, Ganim e Kadim è un microcosmo della visione più ampia di Israele per la Cisgiordania.

“Israele cerca di creare cantoni isolati circondati da insediamenti e basi militari”, spiega, aggiungendo che ciò creerebbe una “cintura di sicurezza” che separa la Cisgiordania settentrionale e centrale e mina ogni possibilità di sovranità palestinese.

Tuttavia i contadini continuano a tornare.

“Le foreste di Umm al-Tout e le colline di Tal al-Tarsala continueranno ad assistere a questa lotta tra volontà diverse”, ha detto Jaradat. ” Aspettano il giorno in cui l’escursionismo tornerà senza il timore del proiettile di un cecchino o della pietra di un colono. Allora i carrubi e le querce torneranno ai loro legittimi custodi”.

Majd Jawad è un giornalista e ricercatore di Jenin, Palestina, con un master in Democrazia e Diritti Umani conseguito presso l’Università di Birzeit e una laurea triennale in giornalismo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Gli ospedali di Gaza sono ‘strapieni’ e i pazienti si trovano di fronte ad una grave penuria di farmaci

Redazione di Palestine Chronicle

6 gennaio 2026 – Palestine Chronicle

Il direttore dell’ospedale Al-Shifa ha chiesto forniture urgenti di farmaci e attrezzature mediche e l’apertura dei confini per i pazienti, avvertendo che ogni ritardo significa nuovi decessi.

Secondo il dott. Mohammed Abu Salmiya, direttore del complesso sanitario di Al-Shifa, nonostante l’accordo di cessate il fuoco gli ospedali di Gaza affrontano una situazione critica con un crescente numero dei pazienti, una grave carenza di medicinali e decessi quotidiani.

In un’intervista ad Al- Jazeera il dott. Abu Salmiya ha detto che il numero delle ferite dovute ai bombardamenti israeliani è diminuito, “c’è stato un significativo incremento degli ingressi in ospedale a causa dell’attuale epidemia di influenza” a Gaza, “che sta colpendo in modo sproporzionato le fasce più vulnerabili.”

Queste comprendono i malati, gli anziani, le donne incinte e i bambini sotto l’anno di età, ha aggiunto.

Gli ospedali “adesso sono strapieni” di questi pazienti, e il tasso di occupazione (dei posti letto) arriva a “oltre il 150%.”

Carenza di medicinali

A causa della mancanza di medicinali, ha sottolineato, “la fase che stiamo attualmente attraversando è una delle peggiori in questa guerra di sterminio.”

Gli ospedali stanno lavorando ad oltre il 150% della loro capacità, assieme ad una grave carenza di medicinali e forniture mediche, ha affermato.

Il dott. Abu Salmiya ha detto che il 55% dei farmaci essenziali e il 70% delle forniture mediche sono indisponibili, sottolineando che alcune specializzazioni mediche sono carenti al 100%. Ciò, ha specificato, ostacola l’apporto delle cure necessarie anche nei casi di emergenza.

Inoltre circa il 50% i pazienti in dialisi renale non riceve le terapie farmacologiche, con decessi quotidiani continui, dovuti alla indisponibilità di oltre il 70% dei farmaci necessari.

Ha sottolineato che i pazienti oncologici stanno affrontando carenze simili che mettono a rischio le loro vite, mentre “decine di migliaia” di interventi chirurgici programmati sono stati bloccati a causa del divieto di ingresso in ospedale delle forniture mediche essenziali, in particolare per la chirurgia ortopedica, toracica e vascolare.

Restrizioni degli aiuti

[Il medico] ha affermato che gli aiuti che entrano coprono solo una quota limitata del fabbisogno.

Ha spiegato che la percentuale di farmaci che entrano in ospedale non supera il 20% e alcuni di questi farmaci non sono adeguati alle necessità urgenti degli ospedali.

Perciò ora all’interno dei nostri ospedali assistiamo ad un aumento dei decessi”, ha affermato il dott. Abu Salmiya.

Riguardo ai trasferimenti ospedalieri, ha spiegato che più di 20.000 pazienti hanno completato le procedure per andare all’estero per le cure, ma non hanno ottenuto il permesso di partire.

Questo ha causato finora la morte di circa 1.200 pazienti, compresi pazienti oncologici e bambini affetti da gravi malattie.

Le sfide del freddo

Il dott. Abu Salmiya ha anche affermato che, in seguito all’interruzione delle cure e al diffondersi di malattie respiratorie, gli ospedali sono di fronte ad un aumento significativo dei decessi tra i pazienti con patologie croniche e tra gli anziani.

A causa del clima freddo nella Striscia di Gaza le persone vivono in tende che non offrono protezione dal freddo”, ha affermato.

Al-Jazeera in lingua araba ha informato che le organizzazioni sanitarie di Gaza hanno messo in guardia dal collasso quasi totale del sistema sanitario a causa delle estese distruzioni di ospedali, dell’esaurimento di farmaci e delle continue restrizioni all’ingresso di attrezzature mediche.

Citando il Ministero della Sanità di Gaza, il rapporto afferma che un alto numero di ospedali è del tutto o parzialmente fuori servizio, mentre le restanti strutture operano con risorse limitate, tra una grave scarsità di carburante, acqua e attrezzature mediche essenziali.

Richiesta urgente a Israele

Le organizzazioni mediche internazionali hanno anche messo in guardia dalla diffusione di malattie infettive e dalla malnutrizione, in special modo tra i bambini, dato il sovraffollamento nei rifugi e il collasso dei servizi di assistenza sanitaria primaria, cosa che minaccia una probabile ondata di decessi.

Il dott. Abu Salmiya ha ribadito che l’interruzione dell’operazione militare di Israele nella Striscia non significa la cessazione delle morti. Ha richiesto la consegna urgente di farmaci e attrezzature mediche e l’apertura dei valichi per i pazienti, avvertendo che ogni ritardo comporta nuove vittime che avrebbero potuto essere salvate.

Dal 7 ottobre 2023 l’esercito israeliano, con l’appoggio statunitense, ha scatenato una guerra genocida contro il popolo di Gaza. Finora questa campagna ha causato la morte di oltre 71.200 palestinesi e più di 171.000 feriti. La stragrande maggioranza della popolazione è stata sfollata e la distruzione delle infrastrutture non ha precedenti dalla seconda guerra mondiale. Migliaia di persone sono ancora disperse.

In aggiunta all’attacco militare, il blocco israeliano ha provocato una carestia provocata volontariamente, portando alla morte di centinaia di palestinesi – soprattutto bambini – e mettendone in pericolo di morte altre centinaia di migliaia.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Genocidio dietro le sbarre: 32 palestinesi uccisi nelle carceri israeliane nel 2025

Mera Aladam

30 dicembre 2025 – Middle East Eye

Associazioni palestinesi per i diritti affermano che negli ultimi due anni in Cisgiordania e Gerusalemme sono stati registrati 21.000 arresti

Importanti associazioni palestinesi per i diritti dei prigionieri hanno accusato Israele di commettere un “genocidio sistematico” nei confronti dei detenuti, con almeno 32 decessi di prigionieri registrati nel 2025.

Secondo un rapporto annuale pubblicato dalla Commissione Palestinese per le Questioni dei Detenuti, dalla Società dei Prigionieri Palestinesi (PPS) e da Addameer, i prigionieri sono morti a causa di “sistematiche politiche gravemente disumane”.

Queste strutture sono state trasformate in luoghi di tortura, finalizzati a spezzare fisicamente e mentalmente i prigionieri attraverso sofferenze prolungate e deliberate e politiche di pene capitali al rallentatore”, afferma il rapporto.

Secondo informazioni rivelate da Israele, da ottobre 2023 sono stati documentati almeno 100 decessi di prigionieri. Le identità di 86 di loro sono state rese note, mentre il totale reale dei morti palestinesi nelle prigioni israeliane resta ignoto.

Il rapporto specifica che 94 corpi di palestinesi – 83 dei quali sono morti durante la guerra genocidaria di Israele a Gaza – continuano ad essere trattenuti dalle autorità israeliane.

Gli scorsi due anni hanno registrato “un livello senza precedenti di brutalità ed esecuzioni sistematiche di prigionieri”, affermano le associazioni per i diritti umani, aggiungendo che il totale dei decessi durante tale periodo equivale al numero di prigionieri uccisi sotto custodia israeliana negli ultimi 24 anni.

Questi fatti provano che ciò che sta accadendo ai prigionieri palestinesi è un sistematico genocidio”, sottolinea il rapporto.

I detenuti sono sottoposti a tortura, fame, negligenza medica, violenza sessuale, isolamento di massa e privazione di tutte le fondamentali esigenze umane.

Le istituzioni per i prigionieri affermano che l’intensità dei crimini e le brutalità documentate per due anni hanno oltrepassato tutti i limiti giudiziari, violando tutte le leggi, le norme e le convenzioni internazionali.”

Arresti di massa, esecuzioni sul campo

Inoltre il rapporto mette in luce arresti di massa in tutta la Cisgiordania occupata e a Gaza.

Da ottobre 2023 sono stati registrati oltre 21.000 arresti in Cisgiordania e a Gerusalemme, inclusi 1.655 arresti di minori e 650 di donne. Nel solo 2025 sono stati registrati 7.000 arresti.

La cifra non comprende gli arresti a Gaza o nelle comunità palestinesi che vivono in Israele.

Secondo il rapporto giornalisti palestinesi e personale medico sono tra i gruppi più pesantemente presi di mira.

Le associazioni aggiungono che questi continui arresti e interrogatori su larga scala sono accompagnati da sistematiche esecuzioni sul campo, pesanti pestaggi, estese distruzioni intenzionali, saccheggi di case, confische di veicoli, denaro e oro, uso di scudi umani, nonché da terrorismo organizzato e demolizioni di case appartenenti a parenti di detenuti palestinesi.

A dicembre 2025 più di 9.300 palestinesi sono detenuti nelle carceri israeliane, anche se la cifra reale è probabilmente più alta, poiché Israele non rilascia informazioni su centinaia di persone catturate a Gaza. Circa metà di loro (4.750) sono detenute senza processo né accuse.

Il rapporto sottolinea che da ottobre 2023 alle famiglie dei prigionieri catturati a Gaza è stata negata qualunque informazione ufficiale circa il luogo dove si trovano i loro cari.

L’impunità sistematica è cruciale per l’apparato di occupazione, rispecchiando la complicità giudiziaria nel coprire i crimini contro i prigionieri palestinesi e rafforzando le politiche di apartheid e persecuzione”, aggiunge il rapporto.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele blocca decine di organizzazioni umanitarie che lavorano a Gaza, martoriata dalla guerra

Redazione di Al Jazeera

30 dicembre 2025 – Al Jazeera

Tra le organizzazioni di aiuto che devono affrontare il divieto ci sono MSF e Oxfam, mentre i Paesi europei suonano l’allarme per la terribile situazione umanitaria

Israele afferma che sospenderà più di trenta organizzazioni umanitarie, compresi Medici Senza Frontiere, perché non hanno rispettato le nuove regole per le associazioni umanitarie che lavorano nella Striscia di Gaza devastata dalla guerra.

Secondo le autorità israeliane le organizzazioni soggette al bando, che inizia giovedì [1 gennaio 2026, ndt.], non soddisfano i nuovi requisiti relativi alla condivisione delle informazioni sui propri dipendenti, fondi e attività.

Altre importanti organizzazioni colpite includono il Norwegian Refugee Council [Consiglio Norvegese per i Rifugiati], CARE International, l’International Rescue Committee [Comitato di Soccorso Internazionale] e sezioni di importanti organizzazioni benefiche come Oxfam e Caritas.

Israele accusa Medici Senza Frontiere, nota con l’acronimo francese MSF, di non aver chiarito il ruolo di alcuni membri del suo personale, sostenendo che hanno collaborato con Hamas.

“Il messaggio è chiaro: l’assistenza umanitaria è benvenuta. Approfittare delle strutture umanitarie per il terrorismo non lo è,” ha detto il ministro per le Questioni della Diaspora Amichai Chikli [del Likud, il partito di Netanyahu, ndt.].

MSF, una delle maggiori organizzazioni mediche che operano a Gaza, dove il settore sanitario è stato preso di mira e in buona misura distrutto, afferma che la decisione israeliana avrà un impatto catastrofico sul suo lavoro nell’enclave, in cui si occupa di circa il 20% dei posti letto in ospedale e di 1/3 delle nascite. L’organizzazione nega anche le accuse israeliane riguardo al suo personale.

“MSF non avrebbe mai assunto consapevolmente persone impegnate in attività militari,” sostiene. Le organizzazioni internazionali dicono che le regole israeliane sono arbitrarie. Israele sostiene che 37 organizzazioni che lavorano a Gaza non avranno il rinnovo dei permessi.

Condizioni spaventose”

Le organizzazioni umanitarie forniscono aiuto per una molteplicità di servizi sociali, compresa la distribuzione di cibo, le cure mediche, la salute mentale e interventi per i disabili e servizi educativi.

Amjad Shawa, della Rete di ONG per la Palestina, afferma che la decisione di Israele fa parte dei suoi costanti tentatici “di aggravare la catastrofe umanitaria” a Gaza.

“I limiti imposti alle attività umanitarie a Gaza sono intesi a continuare nel progetto di cacciare fuori i palestinesi, deportare Gaza. È una delle cose che Israele continua a fare,” dice Shawa ad Al Jazeera.

Il dottor James Smith, medico britannico volontario a Gaza a cui in seguito le autorità israeliane hanno negato il permesso di ritornarvi, ha condannato le restrizioni sulle organizzazioni umanitarie: “Una situazione che è già orripilante sarà resa ancora peggiore. I cambiamenti saranno immediati e feroci,” ha detto Smith ad Al Jazeera.

L’iniziativa di Israele giunge quando almeno 10 Paesi hanno manifestato “serie preoccupazioni” per un “ulteriore deterioramento della situazione umanitaria” a Gaza, descrivendola come “catastrofica”.

“Con il sopraggiungere dell’inverno i civili a Gaza devono affrontare condizioni spaventose con forti precipitazioni e un crollo delle temperature,” hanno affermato in un comunicato congiunto Gran Bretagna, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Giappone, Norvegia, Svezia e Svizzera.

“Un milione e trecentomila persone hanno ancora bisogno di un’urgente assistenza abitativa. Più di metà delle strutture sanitarie sono solo parzialmente funzionanti e devono far fronte alla carenza di attrezzature e forniture mediche essenziali. Il collasso totale delle infrastrutture sanitarie ha reso 740.000 persone vulnerabili a inondazioni infette.” Questi Paesi sollecitano Israele a garantire che le ONG internazionali possano operare a Gaza in modo “sostenibile e pianificabile” e chiedono l’apertura di valichi via terra per incrementare il flusso di aiuti umanitari.

Il ministero degli Affari Esteri israeliano ha definito il comunicato congiunto “falso ma non imprevisto” e “parte di uno schema ricorrente di critiche avulse dalla realtà e di richieste solo a Israele ignorando nel contempo deliberatamente la fondamentale richiesta ad Hamas di cedere le armi.”

A Gaza le necessità sono enormi”

Quattro mesi fa più di 100 organizzazioni umanitarie hanno accusato Israele di impedire l’ingresso a Gaza di aiuti salvavita e gli hanno chiesto di porre fine al suo “uso bellico degli aiuti” in seguito al rifiuto di consentire l’ingresso nella Striscia di Gaza devastata ai camion carichi di aiuti.

Da quando Israele ha lanciato la sua guerra genocida contro Gaza nell’ottobre 2023 più di 71.000 palestinesi sono stati uccisi. Centinaia sono morti a causa della gravissima mancanza di cibo e altre migliaia per malattie curabili a causa della mancanza di forniture sanitarie.

Israele sostiene di rispettare gli impegni umanitari disposti dall’ultimo cessate il fuoco, che è entrato in vigore il 10 ottobre, ma le organizzazioni umanitarie mettono in discussione le cifre fornite da Israele ed affermano che nella devastata enclave per più di due milioni di palestinesi sono disperatamente necessari molti più aiuti.

Israele ha modificato a marzo il suo processo di registrazione per le organizzazioni umanitarie, che include la richiesta di presentare una lista del personale, inclusi i palestinesi a Gaza.

Alcune organizzazioni umanitarie hanno affermato che non avrebbero fornito una lista del personale palestinese nel timore che questi dipendenti verrebbero presi di mira da Israele.

“Ciò deriva da un punto di vista giuridico e per la sicurezza. A Gaza abbiamo visto uccidere centinaia di operatori umanitari,” ha affermato Shaina Low, consulente per la comunicazione del Norwegian Refugee Council.

Ancore di salvezza disperatamente necessarie

La decisione di non rinnovare i permessi delle organizzazioni umanitarie implica il fatto che i loro uffici in Israele e nella Gerusalemme est occupata saranno chiusi e le organizzazioni non saranno in grado di inviare personale internazionale o aiuti a Gaza.

“Nonostante il cessate il fuoco le necessità a Gaza sono enormi, eppure a noi e a decine di altre organizzazioni viene e continuerà a venir impedito di portarvi l’assistenza umanitaria indispensabile,” ha detto Low. “Non essere in grado di inviare personale a Gaza significa che tutto il carico di lavoro ricadrà sui nostri collaboratori locali, che sono stremati.”

Secondo il ministero la decisione di Israele implica il fatto che giovedì le organizzazioni umanitarie vedranno i loro permessi revocati e, se si trovano in Israele, se ne dovranno andare entro il primo marzo. Non è la prima volta che Israele cerca di reprimere le organizzazioni umanitarie internazionali. Durante la guerra ha accusato l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, l’UNRWA, di essere stata infiltrata da Hamas e Hamas di utilizzare strutture dell’UNRWA e di impossessarsi dei suoi aiuti. L’ONU lo ha negato.

A ottobre la Corte Internazionale di Giustizia ha emanato un parere consultivo in cui ha affermato che Israele deve appoggiare le attività di soccorso dell’ONU a Gaza, comprese quelle effettuate dall’UNRWA.

La Corte ha rilevato che le accuse israeliane contro l’UNRWA, compreso il fatto che sarebbe stata complice dell’attacco del 7 ottobre 2023 guidato da Hamas, sono senza fondamento.

La Corte ha anche affermato che, in quanto potenza occupante, Israele deve garantire che le “necessità fondamentali” della popolazione palestinese di Gaza siano soddisfatte, “compresi i rifornimenti indispensabili per la sopravvivenza,” come cibo, acqua, un riparo, carburante e medicine.

Dopo le accuse israeliane alcuni Paesi hanno smesso di finanziare l’UNRWA, compromettendo una delle ancore di salvezza di cui a Gaza c’è disperatamente bisogno.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il governo israeliano annuncia il boicottaggio del quotidiano Haaretz accusandolo di appoggiare i ‘nemici’

Redazione di MEMO

30 dicembre 2025 – Middle East Monitor

Per la prima volta dalla fondazione dello Stato di Israele, il governo ha annunciato il boicottaggio del quotidiano Haaretz, accusandolo di supportare i “nemici” durante il tempo di guerra.

Secondo Galei Tzahal [la radio dell’esercito israeliano, ndt.], il governo ha deciso di non avere più rapporti con Haaretz relativamente sia agli annunci pubblicitari sia alle questioni editoriali. Ministri, agenzie di pubblicità e società finanziate dallo Stato hanno avuto indicazioni di interrompere ogni rapporto con il quotidiano.

Nel reportage di una radio israeliana si afferma che il boicottaggio è stato implementato con una decisione del governo presa a novembre del 2024 che ha anche previsto l’isolamento del quotidiano dagli account ufficiali degli uffici stampa di alto grado all’interno dell’esercito israeliano.

In una dichiarazione il governo israeliano ha affermato che durante la guerra a Gaza Haaretz ha pubblicato editoriali che “hanno danneggiato la legittimità dello Stato di Israele nel mondo e il suo diritto all’autodifesa.”

Nella dichiarazione si afferma che il governo “non accetterà una situazione in cui l’editore di un quotidiano ufficiale chieda di sanzionarlo e supporti i nemici dello Stato durante una guerra”. Su questa base ha affermato che tutti i rapporti con il quotidiano verranno interrotti e nessuna dichiarazione ufficiale verrà rilasciata attraverso di esso.

Secondo [il quotidiano, ndt.] Yediot Aharonot il passo arriverebbe dopo che la Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] ha approvato in prima lettura una legge che impone nuove restrizioni sulla libertà di opinione e di espressione.

Il quotidiano in lingua ebraica ha riferito che la legge, denominata “Riforma del sistema dei media”, è stata proposta dal ministro delle comunicazioni Shlomo Karhi [del partito di maggioranza, il Likud, ndt.] ed ha passato il voto iniziale della Knesset in seduta plenaria.

La legislazione estende i poteri delle corti rabbiniche a spese dell’autorità della procuratrice generale israeliana, Gali Baharav-Miara, che si è opposta alla legge. Essa ha avvertito che la legge “include misure che aggravano i rischi per l’immagine della libertà di stampa in Israele”.

Essa ha detto che “c’è una vera e propria preoccupazione riguardo ad una significativa influenza e interferenza commerciale e politica nel lavoro dei mezzi di comunicazione”.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Israele ha distrutto Mohammad Bakri per aver osato esprimere la sofferenza palestinese così com’è

Gideon Levy

28 dicembre 2025 Haaretz

Israele si è girata dall’altra parte mentre la società palestinese israeliana piangeva la morte di Mohammad Bakri, una delle sue figure più celebri: attore, regista e icona culturale, patriota palestinese e uomo dall’animo nobile

Venerdì la sala adiacente alla moschea nel villaggio di Bi’ina, in Galilea, era affollata. Migliaia di persone tristi in volto venivano a rendergli omaggio e se ne andavano; ero l’unico ebreo tra loro.

La società palestinese israeliana piange la morte di uno dei suoi più grandi esponenti, attore, regista ed eroe culturale, patriota palestinese e uomo dall’animo nobile, Mohammad Bakri, e Israele, nella morte come nella vita, gli ha voltato le spalle. Solo un’emittente televisiva ha dedicato un servizio alla sua scomparsa. Un pugno di ebrei è sicuramente andato a porgere le condoglianze alla sua famiglia, ma venerdì pomeriggio non ce n’era nessuno.

Bakri è stato sepolto mercoledì a tarda notte, su richiesta della famiglia, senza che ci fosse stato alcuno spazio in Israele per elogiarlo, ringraziarlo per il suo lavoro, chinare il capo in segno di apprezzamento e chiedergli perdono.

Si meritava tutto. Bakri era un artista e un combattente per la libertà, di quelli di cui si parla nei libri di storia e a cui si intitolano vie. Non c’era posto per lui nell’Israele ultranazionalista, nemmeno dopo la sua morte.

Israele lo ha annientato solo perché ha osato esprimere la sofferenza palestinese così com’è. Molto prima dei giorni bui di Benjamin Netanyahu e Itamar Ben-Gvir, 20 anni prima del 7 ottobre e della guerra a Gaza, Israele lo ha trattato con un fascismo che non farebbe vergognare i ministri del Likud Yoav Kisch e Shlomo Karhi [ministri dell’Istruzione e delle Comunicazioni nell’attuale governo Netanyahu, ndt.].

L’insigne establishment giudiziario israeliano si è unito per condannare la sua opera. Un giudice del tribunale distrettuale di Lod ha vietato la proiezione del suo film Jenin, Jenin. Il procuratore generale dell’epoca si è unito alla guerra e l’illuminata Corte Suprema ha stabilito che il film era stato realizzato con “motivazioni scorrette “: questo era il livello delle argomentazioni addotte dal faro della giustizia.

E tutto a causa di una manciata di riservisti che si sentirono offesi” dal suo film e cercarono di pareggiare i conti. Non furono gli abitanti del campo profughi di Jenin a essere offesi, ma il soldato Nissim Magnaji. La sua richiesta fu accolta e Bakri fu distrutto. Tutto questo accadde molto prima dell’attuale Medioevo.

Pochi accorsero in suo aiuto. Gli artisti tacquero e l’affascinante interprete di Beyond the Walls [nel ruolo di prigioniero palestinese nel film israeliano del 1984 che gli valse riconoscimenti internazionali, ndt.] fu gettato in pasto ai cani. Non si riprese mai più.

Una volta pensavo che Jenin, Jenin un giorno sarebbe stato proiettato in ogni scuola del Paese, ma oggi è chiaro che questo non accadrà, non nell’Israele di oggi e presumibilmente nemmeno in futuro.

Ma il Bakri che conoscevo non provava rabbia né odio. Non l’ho mai sentito esprimere una sola parola di odio verso coloro che lo ostracizzavano, verso coloro che facevano del male a lui e al suo popolo. Suo figlio Saleh una volta disse: “[Israele] ha distrutto la mia vita, la vita di mio padre, la mia famiglia, la vita della mia Nazione”. Non credo che suo padre si sarebbe mai espresso a quel modo.

Venerdì questo ammirevole figlio si ergeva imponente, con una kefiah sulle spalle, e lui e i suoi fratelli, di cui il padre era così orgoglioso, salutavano coloro che erano venuti a porgere le loro condoglianze per la morte del padre.

Come lo amavo. In una piovosa notte invernale al campus del Monte Scopus dell’Università Ebraica di Gerusalemme, quando la gente ci gridava “traditori” dopo la proiezione di Jenin, Jenin, e all’Israel Film Center Festival al Marlene Meyerson JCC di Manhattan a New York a cui era invitato ogni anno, e dove anche c’erano manifestanti che gridavano. All’ex Café Tamar di Tel Aviv, in cui passava di solito il venerdì, e nei dolorosi saggi che pubblicava su Haaretz. Liberi da cinismo, innocenti come un bambino e pieni di speranza, proprio come lui.

Il suo ultimo e breve film Le Monde, scritto da sua figlia Yafa, è ambientato a una festa di compleanno in un lussuoso hotel. Una ragazza distribuisce rose agli ospiti, un violinista suona “Tanti auguri a te”, in TV si vede Gaza bombardata e Bakri si alza con l’aiuto di una giovane donna che si era seduta accanto a lui e se ne va. È cieco.

Tre settimane fa mi ha scritto per dirmi che aveva intenzione di venire nella zona di Tel Aviv per il funerale di un uomo a lui caro, il regista Ram Loevy, e io gli ho risposto che ero malato e che non avremmo potuto incontrarci. Per quanto ne so, alla fine non è andato nemmeno lui al funerale.

“Stai bene e prenditi cura di te”, mi ha scritto l’uomo che non si è mai preso cura di sé.

Bakri è morto, il campo di Jenin è stato distrutto e tutti i suoi abitanti sono stati espulsi, di nuovo senza casa a causa di un altro crimine di guerra. Ma la speranza ha continuato a battere nel cuore di Bakri, fino alla sua morte; su questo non eravamo d’accordo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Hamas è orgogliosa dei suoi “successi”, ma non ha convinto gli abitanti di Gaza che ne pagano il prezzo

Amira Hass

27 dicembre 2025 – Haaretz

In un documento autocelebrativo, pubblicato dall’organizzazione in occasione del secondo anniversario dell’attacco del 7 ottobre, Hamas non spiega come la lotta armata, che definisce necessaria, non abbia mai fermato quello che definisce l’Israele colonialista

Proprio come le istituzioni efficienti – governative o non governative – che presentano rapporti periodici sulle proprie attività e risultati, Hamas ha appena pubblicato una valutazione dell’attacco del 7 ottobre e delle sue conseguenze fino al cessate il fuoco siglato due anni dopo.

Come tali istituzioni Hamas sta presumibilmente pensando alle parti interessate che leggeranno il suo rapporto. Nel documento pubblicato mercoledì – 36 pagine in arabo, 42 in inglese – è chiaro che la popolazione della Striscia di Gaza non è tra le parti interessate. Non può essere parte integrante del quadro di successi e resilienza descritto nel testo.

Nel corso di conversazioni con amici e familiari, pur non destinate alla pubblicazione o alla discussione nei media israeliani, anche i fedeli sostenitori di Hamas nell’enclave nutrono dubbi sull’attacco e sulle motivazioni che lo hanno determinato. E non ottengono risposte.

Coloro che non sono sostenitori di Hamas a Gaza, persone che chiedono a Hamas di fare un bilancio su di sé, non troveranno alcun cenno a questo nel testo. Troveranno “disprezzo per il loro sangue e sofferenza… un palese ignorare la realtà, un tentativo di convincere la gente che la più grande tragedia nella storia moderna della Palestina e di Gaza è stata una ‘esigenza nazionale’ e una conquista storica”, come ha scritto un abitante di Gaza rimasto nella Striscia.

Una donna che ha lasciato l’enclave all’inizio della guerra e ha letto il documento di Hamas ne conclude che “queste persone non ammetteranno mai i loro disastrosi errori e non sentiranno mai la sofferenza e le tragedie del nostro popolo, poiché sono insensibili e privi di coscienza”.

Gli autori di questi commenti non hanno mai sostenuto l’organizzazione rivale, Fatah, e non possono essere sospettati di essere filoisraeliani. Entrambi – come tutti i palestinesi e non solo loro – sottoscriverebbero volentieri la cornice principale del rapporto sulla storia del conflitto: il sionismo come movimento di insediamento coloniale, con Israele come entità per natura espropriatrice ed espulsiva. Non dimenticano nemmeno per un istante che Israele ha scelto, come politica, di uccidere i loro familiari, gli amici e i vicini, distruggendo al contempo le loro case e l’intera Gaza.

Ma sono anche tra i non pochi a Gaza che chiedono ad Hamas di assumersi le proprie responsabilità e di non crogiolarsi sugli allori autocelebrativi per il “glorioso attraversamento” del confine e per i 20 “risultati più importanti” del 7 ottobre (il che significa che ce ne sono altri), come indicato nel rapporto. Tra i risultati elencati ci sono l’isolamento di Israele, la sua disintegrazione interna e il sabotaggio del processo di normalizzazione con i paesi arabi.

Chiunque cerchi voci critiche come quelle sopra menzionate può trovarle, ma non sono le voci dominanti e certamente non ottengono il posto che meritano nei resoconti di importanti media arabi come Al Jazeera.

A differenza dei cittadini di Gaza sopra menzionati che hanno definito le dichiarazioni di Hamas “illusioni”, altri probabilmente rimarranno colpiti dalla realtà alternativa che emerge dal rapporto dell’organizzazione, intitolato “La nostra narrazione: Il Diluvio di Al Aqsa: due anni di determinazione e volontà di liberazione”.

Con il suo documento Hamas si rivolge a: i palestinesi della diaspora; la Ummah (il mondo musulmano), un termine ripetuto più volte nel rapporto; i palestinesi della Cisgiordania e al vasto movimento di solidarietà a sostegno della Palestina e di Gaza, menzionato come uno dei risultati raggiunti. Queste comunità ci ricordano che il governo di Hamas a Gaza è percepito come un punto di partenza. L’organizzazione continua ad aspirare a una posizione che gli consenta di guidare l’intera nazione palestinese in qualità di membro dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che necessita di essere riformata dopo essere stata completamente svuotata di significato dall’Autorità Nazionale Palestinese guidata da Mahmoud Abbas.

Ma Hamas non intende aspettare che tutto questo si realizzi. Sta rafforzando la propria posizione nei luoghi in cui ciò è possibile. Il successo apparente della lotta armata è uno strumento per consolidare questa forza.

“La lotta armata”, come immagine speculare della glorificazione degli eserciti ufficiali negli Stati regolari, rimane un ethos fondamentale e una componente vitale nella costruzione del potere politico nelle organizzazioni che ambiscono a tale potere. Ciò era vero per i palestinesi e per altre nazioni in altri periodi. Poiché la Ummah è un destinatario importante, il testo collega delicatamente questo ethos all’Islam. Chiunque non ascolti le voci di critica e rabbia a Gaza potrebbe rimanere colpito dagli elogi del rapporto all’uso delle armi, ignorandone le falsità e contraddizioni.

Portando avanti la lunga tradizione di esagerare il numero di israeliani morti negli scontri militari con Hamas, gli autori affermano che a Gaza siano stati uccisi 5.942 soldati israeliani. Questo numero è attribuito al Capo di Stato Maggiore delle IDF, Eyal Zamir.

Complessivamente, secondo i “resoconti medici” citati nel testo, Israele avrebbe subito 13.000 vittime su tutti i fronti (Libano, Cisgiordania e Gaza). Il rapporto è mendace anche riguardo alla coesione sociale di Gaza. All’ombra di incessanti bombardamenti, della distruzione dalle case, dell’impoverimento e della morte, la società di Gaza ha vissuto fenomeni prevedibili di disintegrazione interna, sfruttamento della debolezza e speculazione bellica ad un livello sconfortante.

Il testo mente anche quando elogia il rifiuto degli abitanti di Gaza di arrendersi ai tentativi di espulsione da parte di Israele. La gente semplicemente non ha potuto andarsene. Chi è riuscito a farlo ha lasciato l’enclave e molti continuano a sognare di andarsene. Questi fatti sono incompatibili con la narrazione.

Una delle spiegazioni fornite dagli autori del rapporto riguardo alla scelta della lotta armata sottolinea un fatto: Israele ha sabotato l’attuazione degli Accordi di Oslo continuando a costruire insediamenti. Gli autori omettono opportunisticamente di menzionare che negli anni ’90 Hamas era altrettanto determinata a sabotare gli accordi e il programma di Yasser Arafat, come dimostra la serie di attentati suicidi compiuti dall’organizzazione.

Gli autori considerano il 7 ottobre come un capitolo nella storia della lotta armata, ma dimenticano di esaminare i risultati dei capitoli precedenti in cui non si riuscì a impedire la conquista del territorio da parte di Israele, dato che Israele fece esattamente ciò che si voleva evitare. Gli attentati suicidi degli anni ’90 furono utilizzati da Israele come spiegazione o pretesto per fermare il trasferimento del territorio dell’Area C della Cisgiordania ai palestinesi.

Gli attacchi del primo decennio del secolo portarono alla costruzione del muro di separazione e alla definitiva separazione di Gaza dalla Cisgiordania. Nel secondo decennio, Hamas e la Jihad Islamica non tentarono nemmeno di respingere la crescente violenza dei coloni in Cisgiordania e l’espansione degli insediamenti.

L’obiettivo di Hamas – secondo cui è impossibile isolarli e farli scomparire – è liberare tutta la Palestina oppure ottenere uno Stato palestinese accanto a Israele? Come nei messaggi che ha diffuso fin dalla sua fondazione nel 1987, anche quello attuale è ambiguo e confuso.

Nel rapporto il tono prevalente è a favore della liberazione di tutta la Palestina. In una rassegna storica che inizia dal 1948 e anche prima si afferma che “il progetto sionista … non ha compreso che il suo destino sarà come quello di ogni ondata di invasione che ha preso di mira la nostra benedetta e santa terra nel corso della storia: o ne verrà espulso o vi verrà sepolto”.

D’altra parte rileva come risultato positivo il crescente numero di paesi che hanno riconosciuto lo Stato di Palestina” entro i confini del 1967. Il documento indica ciò che occorre fare per fermare la giudaizzazione” a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme, ma non fa riferimento a ciò che sta accadendo all’interno dello stesso Israele. In una frase tipicamente vaga il rapporto descrive una visione di libertà, liberazione della terra compresa la città santa di Gerusalemme, e la creazione del nostro Stato”.

Il rapporto è inutile ai fini di negoziati diretti o indiretti con Israele. La sicurezza di sé che traspare – reale o finta che sia – conferma ciò che afferma: Hamas non ha intenzione di lasciare la scena.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Gli edifici sventrati di Gaza sono l’ultima risorsa per le famiglie in cerca di riparo

Huda Skaik

23 dicembre 2025 – The Electronic Intifada

Intorno all’ospedale Al-Shifa di Gaza City intere strutture ed edifici sono accartocciati, con i muri che sono inclinati ad angolo acuto. I pavimenti e i soffitti cedono, come se si stessero sgretolando, e le scale sono sospese a mezz’aria.

Queste rovine inzuppate dalla pioggia non sono adatte ad essere abitate; sono così instabili che una raffica di vento o una notte di pioggia intensa potrebbero farle crollare. Eppure, a causa della mancanza di tende e di spazio disponibile nei rifugi di Gaza, gli sfollati vivono al loro interno.

Sono andata in scuole e rifugi, ma nessuno ci ha accettati,” afferma Sumaya Nabhan, 32 anni.

“Semplicemente non c’era spazio. Ho un marito ferito e tre figli. Se avessi una tenda, anche se significasse vivere per strada, la preferirei a questo edificio.”

Prima del genocidio Nabhan e la sua famiglia vivevano in una modesta abitazione con una sola stanza nella zona di Tel al-Zaatar, nella Striscia di Gaza settentrionale, ma quella casa è stata distrutta dai bombardamenti israeliani.

Da sette mesi occupano questo edificio pericolante nel quartiere di al-Rimal, che pende così tanto verso destra che gli occupanti istintivamente cercano di mantenere l’equilibrio per contrastare la pendenza.

“Persino il bollitore del tè è inclinato”, dice Nabhan.

Nabhan e suo marito hanno rimosso le macerie quanto basta per potersi infilare all’interno dell’edificio, ma ogni volta che piove il tetto perde come un tubo rotto e di notte entrano cani randagi.

“Resto sveglia tutta la notte per proteggere i miei figli dai cani”, dice.

“Cosa significa questa casa per me?” afferma. “Un rifugio. Niente nella vita conta di più, nemmeno il cibo.”

Secondo la Protezione Civile palestinese almeno 17 edifici residenziali sono crollati in seguito alle tempeste invernali che hanno colpito Gaza nel mese di dicembre, mentre l’UN Agency for Palestine Refugees [agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi] (UNRWA) ha segnalato 16 decessi come conseguenza delle stesse tempeste, in alcuni casi a causa del crollo di edifici allagati su famiglie che vi avevano trovato rifugio”.

Utenti di social media e organi di informazione hanno documentato il crollo di numerosi edifici a Gaza, con palestinesi rimasti intrappolati sotto le macerie di edifici che, danneggiati dai bombardamenti israeliani, sono poi collassati sotto la pioggia invernale.

Sumaya Nabhan afferma di essere ossessionata dal pericolo di vivere in un simile edificio.

Purtroppo le sue possibilità di trovare un alloggio sono molto limitate, dato che, secondo un’analisi delle immagini satellitari fatta dall’ONU, nell’ottobre 2025 l’81% degli edifici a Gaza è danneggiato.

“Vivo con tristezza e disperazione”, dice. “A volte desidero la morte piuttosto che questo”.

Il suo unico sogno ora è “una tenda chiusa”.

“Mi sento come se vivessi in un posto inadatto agli esseri umani”, afferma.

Come uno scivolo in un parco divertimenti

Nella stessa strada di al-Rimal dove vivono Nabhan e la sua famiglia, anche Serene al-Farra, 31 anni, occupa con il marito e i due figli una struttura parzialmente crollata.

Prima del genocidio la sua casa a Tel al-Zaatar era un luogo stabile e semplice, con “due stanze, un soggiorno, una cucina e un bagno”. Amava soprattutto il soggiorno.

Ma la loro casa fu distrutta nei primi giorni del genocidio e da allora si sono trasferiti da un posto all’altro, fino a stabilirsi, nel maggio 2025, in questa struttura vicino all’ospedale Al-Shifa.

Ci sentiamo abbastanza al sicuro anche sotto le macerie”, dice, ma quando si entra sembra di stare su uno scivolo in un parco giochi”.

L’edificio è talmente inclinato che gli occupanti più anziani, come i suoi genitori, spesso non riescono a stare in piedi.

Già nell’ottobre 2023 i raid aerei israeliani “rasero al suolo” il quartiere di al-Rimal, un tempo brulicante di vita: le riprese aeree di quel periodo mostravano una distruzione diffusa e cumuli di macerie.

Da allora non è cambiato molto, poiché interi isolati sono ancora irriconoscibili e il cessate il fuoco non ha contribuito in alcun modo a ridurre il pericolo di crollo di queste abitazioni.

Al-Farra racconta che quando piove la casa si allaga, quindi infila coperte negli angoli per assorbire l’acqua, cercando di evitare che raggiunga i suoi figli mentre dormono.

Non ci sono finestre, quindi il freddo è insopportabile,” dice. Non abbiamo un bagno. Per costruirne uno dovremmo scavare attraverso due piani crollati”.

Afferma che il suo carattere è completamente cambiato.

“Sono più irritabile e più apprensiva verso i miei figli.”

Teme che da un momento all’altro un muro crolli sul figlio mentre è chinato sul quaderno cercando di disegnare, o sulla figlia mentre gioca.

«Se mi sento al sicuro? No. Provo solo paura.»

Il suo desiderio è semplice come quello di Nabhan: “Una stanza. Una tenda. Qualsiasi cosa sia stabile.”

Pietre che cadono

Islam al-Faram, 37 anni, ha piantato una tenda in quello che un tempo era il cortile davanti alla sua casa, tra due strutture parzialmente crollate e pericolosamente inclinate.

“Da lì cadono detriti”, dice riferendosi agli edifici vicini. “Oggi delle pietre ci sono cadute addosso a causa della pioggia.”

Al-Faram e suo marito hanno rimosso le macerie dalla loro vecchia casa ad al-Rimal per poter montare dei teloni dove un tempo c’era il cortile. Hanno deciso di rimanere qui perché questa era la loro casa, anche se resta solo il terreno sottostante.

“Questo posto custodisce i nostri ricordi”, dice. “Anche se siamo in una tenda, sembra che parte della nostra anima sia ancora qui”.

Ma la tenda ha portato con sé le sue difficoltà: “Quando soffia il vento, vola via tutto. Quando piove, l’acqua inonda l’interno. Lavare, cucinare, tutto è una lotta“.

Afferma di sentirsi più al sicuro qui che in un rifugio affollato dove “non c’è nemmeno spazio per respirare”.

“Mi sento al sicuro perché qui c’era la mia casa”, sostiene.

La figlia di Al-Faram, Ghina, di 8 anni, dice: “Voglio guardare di nuovo la TV”.

Quando a dicembre è arrivata la pioggia l’acqua ha allagato la tenda e le macerie delle case circostanti, ormai pericolanti, sono crollate nelle vicinanze.

“A volte ho paura”, afferma Ghina.

La sua distrazione preferita è giocare a nascondino con suo cugino.

Le manca “molto” la scuola.

Huda Skaik è una studentessa di inglese e giornalista che vive a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)