Israele avvia una nuova operazione militare nella Cisgiordania settentrionale

Mohamad Torokman, Alexander Cornwell e Nidal Al-Mughrabi

26 novembre 2025 – Reuters

TUBA, Cisgiordania/GERUSALEMME – Mercoledì le forze di sicurezza israeliane hanno occupato delle postazioni dentro la città di Tuba, in Cisgiordania, e hanno intimato ad alcuni palestinesi di lasciare le proprie case, l’ultimo attacco di una campagna durata un mese nelle città della Cisgiordania settentrionale.

Il governatore di Tuba Ahmed Al-Asaad ha raccontato all’agenzia Reuters che le forze israeliane, supportate da un elicottero che ha aperto il fuoco, hanno circondato la città e si sono schierati in vari quartieri.

L’incursione sembra essere lunga; le forze di occupazione (israeliane) hanno fatto sfollare le persone dalle loro case, occupato i tetti degli edifici e stanno effettuando arresti,” ha affermato.

L’esercito israeliano ha detto che l’operazione portata avanti con la polizia e le forze dell’intelligence è cominciata mercoledì mattina in seguito a “una identificazione di intelligence preliminare dei tentativi di creare” roccaforti e infrastrutture di miliziani.

L’esercito ha affermato di aver localizzato “una sala operativa d’osservazione” durante le sue ricerche in decine di case nella Cisgiordania occupata.

Veicoli israeliani sono stati visti attraversare la città, con le truppe armate di fucili e lanciarazzi che pattugliavano le strade. Soldati sono stati visti anche nella vicina città di Tammun.

PALESTINESI ARRESTATI, LE TRUPPE HANNO PREDISPOSTO POSTI DI BLOCCO

Al-Asaad ha detto che le forze israeliane hanno ordinato a coloro che hanno cacciato dalle loro case di non ritornarvi fino alla fine dell’operazione che, ha anticipato, potrebbe durare molti giorni.

Stanno continuando a completare il controllo della città,” ha raccontato alla Reuter, con le forze israeliane che stanno predisponendo posti di blocco e che hanno arrestato finora almeno 22 palestinesi.

La Cisgiordania è la patria per 2,7 milioni di palestinesi che hanno un autogoverno limitato sotto l’occupazione militare israeliana. Centinaia di migliaia di israeliani vi si sono insediati.

L’attacco di mercoledì estende ulteriormente le operazioni militari avviate quest’anno dalle forze israeliane in parti della Cisgiordania settentrionale, iniziate dalla città di Jenin a gennaio dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è tornato alla Casa Bianca.

Migliaia di palestinesi sono stati espulsi dalle proprie case con le forze israeliane che sgomberavano i campi profughi e mantenevano la loro più lunga presenza da decenni in alcune città della Cisgiordania. Questo mese Human Rights Watch ha accusato Israele di crimini di guerra e crimini contro l’umanità riguardo alle espulsioni forzate. Israele nega di aver commesso tali crimini.

Negli ultimi mesi anche la violenza dei coloni sui palestinesi è cresciuta in Cisgiordania. I coloni sono raramente arrestati o perseguiti, sebbene l’ondata di attacchi abbia provocato le critiche del primo ministro Benjamin Netanyahu.

Hamas, che il mese scorso ha accettato il cessate il fuoco con Israele a Gaza, ha condannato l’ultima operazione in Cisgiordania e ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire per fermarla.

Da quando Hamas ha effettuato l’attacco del 7 ottobre contro Israele da Gaza due anni fa, Israele ha drasticamente ridotto la possibilità di circolazione in Cisgiordania con nuovi posti di controllo eretti e alcune comunità palestinesi sono state concretamente rinchiuse da cancelli e posti di blocco.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




B’Tselem: i coloni non vengono puniti per le 21 uccisioni durante la ‘pulizia etnica’ in Cisgiordania

 Mera Aladam

25 novembre 2025 – Middle East Eye

Con il bilancio dei morti in Cisgiordania salito a 1.000 dall’ottobre 2023, i palestinesi dicono che ‘la morte è inevitabile’.

I coloni israeliani non sono stati puniti per le 21 uccisioni di palestinesi nel corso degli ultimi due anni, in quella che B’Tselem descrive come una campagna di “pulizia etnica” nella Cisgiordania occupata. L’associazione [israeliana] per i diritti umani nota che dal 7 ottobre 2023 l’esercito ha messo in atto “regole d’ingaggio sempre più lassiste e scriteriate per l’uso delle armi da fuoco” nei territori palestinesi, compreso l’utilizzo di bombardamenti aerei.

L’esercito ha anche armato “migliaia di coloni” ignorando i loro sanguinosi attacchi quasi quotidiani contro i civili palestinesi.

Lunedì in un post sulle reti sociali B’Tselem ha affermato che dall’ottobre 2023 ci sono stati 21 casi di coloni che hanno ucciso palestinesi, ma “neppure uno dei responsabili è stato condannato.”

Secondo i calcoli di B’Tselem da allora le forze israeliane e i coloni hanno ucciso nel complesso più di 1.004 palestinesi in Cisgiordania, inclusi 217 minori.

Nella Striscia di Gaza le forze israeliane hanno ucciso circa 70.000 palestinesi, tra cui almeno 20.000 minori, mentre altre 10.000 persone sono disperse e presumibilmente morte.

“Stiamo assistendo all’abbandono totale della vita dei palestinesi,” ha affermato Yuli Novak, la direttrice esecutiva di B’Tselem.

“Giorno dopo giorno la situazione in Cisgiordania sta peggiorando e non potrà che peggiorare ulteriormente perché non c’è un meccanismo interno o esterno che limiti o blocchi la politica di continua pulizia etnica di Israele.” Ha invitato la comunità internazionale a porre fine all’ “impunità” di Israele.

Lunedì durante un’incursione nei pressi di Nablus le forze israeliane hanno colpito e ucciso Abdul Raouf Ishtayeh. Il giorno prima coloni e soldati israeliani hanno fatto irruzione nel villaggio di Deir Jarir, a est di Ramallah, e hanno aperto il fuoco contro palestinesi, uccidendo il ventenne Bara Khairy Ali Maali.

“Con questa totale impunità coloni armati attaccano quotidianamente i palestinesi, bruciano case, terreni agricoli e coltivazioni, saccheggiando proprietà e uccidendo abitanti,” afferma B’Tselem. “Benché ogni giorno avvengano decine di queste aggressioni, e molte siano riprese in video e ben documentate, raramente le autorità preposte all’applicazione della legge avviano indagini.”

Rimanere o rimanere”

Un’abitante di Tulkarem, che desidera rimanere anonima per problemi di sicurezza, ha detto a Middle East Eye che la situazione in Cisgiordania sta diventando sempre più difficile per i palestinesi, molti dei quali vivono nella paura e nell’angoscia.

Di recente la sua zona è stata colpita da un’ondata di restrizioni, arresti e incursioni violente da parte di Israele: “Negli ultimi due anni, dal 7 ottobre, il numero dei posti di blocco è salito a 707, ostacolando gravemente gli spostamenti dei cittadini” afferma, aggiungendo che agli ingressi e alle uscite di varie città palestinesi sono stati piazzati cancelli di ferro controllati dalle forze israeliane.

Nel contesto di continue violenze le truppe israeliane hanno anche occupato vari campi profughi, espellendone gli abitanti.

Le espulsioni sono state aggravate da quella che gli abitanti di Tulkarem descrivono come una “gravissima situazione economica” in seguito ai ritardi nel trasferimento delle imposte [da Israele] all’Autorità Palestinese. “In Cisgiordania ciò ha portato al mancato pagamento di stipendi ai dipendenti pubblici palestinesi, che stanno lottando per sopravvivere con il minimo indispensabile delle necessità fondamentali,” afferma. “Non hanno sicurezza né introiti stabili.”

Su come i locali si preparano agli imminenti attacchi l’abitante afferma che non ci sono “alternative” se non rimanere “saldi e risoluti” sulla loro terra.

“In termini palestinesi, la nostra sensazione è che la morte è inevitabile e possa dio accettare i martiri e concedere loro la pace,” sostiene. “Per i palestinesi non ci sono alternative: rimanere o rimanere.”

Aggiunge che le famiglie “non si possono permettere il lusso della tristezza o di prendere in considerazione alternative” quando piangono la morte di familiari o resistono alle difficoltà quotidiane sotto l’occupazione israeliana.

Violenza “frequente e organizzata” dei coloni

Ameer Dawood, della Colonization and Wall Resistance Commission [Commissione di Resistenza contro la Colonizzazione e il Muro] (CWRC), descrive l’incremento delle violenze dei coloni negli ultimi due anni come “sia allarmante sia senza precedenti per livello e intensità.”

Tra gli attacchi documentati dalle squadre della CWRC negli ultimi tempi ci sono incendi, aggressioni fisiche contro palestinesi, pestaggi di volontari internazionali e distruzione di coltivazioni e strutture agricole.

“Fanno parte di un modello costante di violenza in aumento che si è intensificato lo scorso anno,” dice a MEE Dawood, direttore generale per l’informazione e il monitoraggio del CWRC.

Aggiunge che il fatto che i coloni prendano di mira i contadini è “economicamente dannoso e psicologicamente devastante.”

“I coloni responsabili di questi attacchi agiscono sempre più con un esteso senso di impunità, spesso con la protezione o la presenza delle forze di sicurezza israeliane,” spiega.

Nel contempo, aggiunge, recenti cambiamenti politici hanno effettivamente dato ai gruppi guidati dai coloni più potere sulla sicurezza e sulla gestione della terra, rafforzando fazioni estremiste e consentendo che avvengano azioni violente senza conseguenze.

Dawood avverte che, senza un immediato intervento per imporre la legge o arginare il potere concesso ai gruppi di coloni estremisti, il “modello di violenza” probabilmente continuerà.

“Senza che siano chiamati a risponderne, gli attacchi probabilmente diventeranno più frequenti, più organizzati e più pericolosi, destabilizzando ulteriormente le comunità rurali e aggravando la crisi umanitaria e politica in Cisgiordania.”

E sottolinea che l’escalation non deve essere considerata come “spontanea”, ma piuttosto come il “risultato di decisioni strutturali che hanno consentito e normalizzato la violenza dei coloni.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Oltre 100.000 palestinesi probabilmente uccisi a Gaza, afferma un importante istituto tedesco

Redazione MEE

25 novembre 2025-Middle East Monitor

Il Max Planck Institute rileva che il bilancio delle vittime della guerra a Gaza è considerevolmente superiore alle cifre fornite dal Ministero della Salute palestinese

Almeno 100.000 palestinesi sono stati verosimilmente uccisi nella guerra israeliana a Gaza, secondo un nuovo studio pubblicato da uno dei principali istituti di ricerca tedeschi, il Max Planck Institute for Demographic Research (MPIDR) [Istituto Max Plank per la ricerca demografica].

L’MPIDR ha pubblicato martedì un rapporto che stabilisce che il numero di persone uccise nella Striscia di Gaza è notevolmente superiore alle cifre fornite dal Ministero della Salute palestinese.

L’MPIDR è la seconda più grande istituzione europea per la ricerca demografica e una delle più grandi al mondo.

Lo studio stima che 78.318 persone siano state uccise a Gaza tra il 7 ottobre 2023 e la fine del 2024 come conseguenza diretta della guerra. In un’analisi successiva, gli autori hanno scoperto che il numero di morti provocate dal conflitto a Gaza aveva probabilmente superato le 100.000 unità entro il 6 ottobre 2025.

Secondo il Ministero della Salute palestinese a Gaza almeno 69.733 persone sono state uccise dalla guerra israeliana contro Gaza.

Il rapporto del MPIDR cita alcune delle fonti pubbliche utilizzate per la raccolta dei dati: il Ministero della Salute di Gaza, il Centro d’Informazione Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati (B’Tselem), due enti delle Nazioni Unite, ovverosia l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari e il Gruppo Interagenzia per la Stima della Mortalità Infantile, e l’Ufficio Centrale Palestinese di Statistica.

Si legge nel documento che “L’aspettativa di vita a Gaza è diminuita del 44% nel 2023 e del 47% nel 2024 rispetto a quanto sarebbe stata senza la guerra, equivalenti a perdite rispettivamente di 34,4 e 36,4 anni”.

La guerra di Israele contro Gaza è iniziata dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 guidato da Hamas al sud di Israele.

Genocidio

Nei due anni successivi Israele ha ridotto l’enclave in macerie con un attacco che le Nazioni Unite, esperti di diritti umani, studiosi del genocidio e decine di leader mondiali hanno concluso essere un genocidio.

Il recente rapporto pubblicato dalla conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo afferma che il bombardamento dell’enclave ha creato un “abisso creato dall’uomo”.

Sebbene il bilancio delle vittime dell’Istituto Max Planck sia molto più alto di quello registrato dal Ministero della Salute palestinese, lo studio si è astenuto dal pronunciarsi sulla questione se l’attacco di Israele costituisca un genocidio.

“Lo studio ha anche rilevato che la distribuzione per età e genere delle morti violente a Gaza tra il 7 ottobre 2023 e il 31 dicembre 2024 assomigliava molto ai modelli demografici osservati in diversi genocidi documentati dal Gruppo inter-agenzia delle Nazioni Unite per la stima della mortalità infantile (UN IGME).”

“Poiché genocidio è un termine giuridico molto specifico devono essere soddisfatti alcuni criteri aggiuntivi affinché sia ​​applicabile. Questo non era l’obiettivo di questo studio”, si legge nel rapporto. Gli studiosi, tuttavia, hanno dettagliato il modello statistico utilizzato per determinare quella che hanno definito la “mortalità correlata al conflitto” a Gaza.

“Le nostre stime dell’impatto della guerra sull’aspettativa di vita a Gaza e in Palestina sono significative, ma probabilmente rappresentano solo un limite inferiore dell’effettivo carico di morti” ha affermato Ana C. Gomez-Ugarte, una delle autrici del rapporto. “La nostra analisi si concentra esclusivamente sulle morti dirette legate al conflitto. Gli effetti indiretti della guerra, spesso più gravi e duraturi, non vengono quantificati nelle nostre considerazioni”, ha aggiunto.

L’11 ottobre è iniziato un cessate il fuoco a Gaza, mediato dagli Stati Uniti. Tuttavia Israele ha continuato a colpire l’enclave, violando l’accordo.

Secondo le autorità di Gaza, almeno 339 palestinesi sono stati uccisi da attacchi israeliani in quasi 500 violazioni del cessate il fuoco.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Nei campus israeliani lo Stato definisce un altro nemico interno

Yael Berda 

21 novembre 2025 +972 Magazine

Mentre i meccanismi di controllo dell’occupazione si infiltrano nella sfera civile, gli ebrei dissidenti sono i prossimi della lista e la libertà accademica non offre alcuna protezione

Nell’Israele del 2025 i confini tra le aree in cui si esercita il potere del regime stanno diventando sempre più labili. I meccanismi di controllo sui palestinesi nella Cisgiordania e a Gaza occupate – legge militare accanto a legge civile, potere incondizionato accanto a istituzioni formali – si insinuano all’interno, colpendo i cittadini palestinesi di Israele e in misura crescente i dissidenti ebraico-israeliani che rifiutano di conformarsi alla politica statale.

Non si tratta di un cambiamento improvviso, piuttosto di un processo progressivo. Nel corso dei decenni il regime di occupazione ha sviluppato tecnologie di controllo, sorveglianza e riconoscimento per sottomettere i palestinesi che si sono gradualmente trasformate in strumenti di governo della sfera civile israeliana.

Un elemento centrale di questo processo è il meccanismo di definizione dei nemici. Non si tratta solo di una pratica di controllo militare, ma di un potente strumento politico che ridefinisce i limiti della legittimità. In questo senso due recenti attacchi alla libertà di espressione nei campus universitari israeliani non rappresentano delle eccezioni; sono la naturale prosecuzione di modelli consolidati nel tempo.

Il 6 novembre Alec Yefremov, insegnante di educazione civica in una scuola superiore di Tel Aviv, ha partecipato alla cerimonia di laurea della sorella presso l’Università Ebraica di Gerusalemme. Era presente, per festeggiare la laurea della moglie, anche il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir. Quando ha visto il leader del partito Otzma Yehudit (Potere Ebraico), Yefremov gli ha gridato che è un razzista, kahanista che idolatra Baruch Goldstein che nel 1994 uccise a colpi d’arma da fuoco 29 palestinesi nella moschea Ibrahimi di Hebron.

Yefremov è stato espulso dalla cerimonia dalle guardie di sicurezza dell’università, per poi essere ammanettato dalla polizia e portato via per essere interrogato con l’accusa di “insulto a pubblico ufficiale” e “disturbo dell’ordine pubblico”. È stato perquisito fisicamente presso la stazione di polizia e successivamente rilasciato con il divieto di entrare per 15 giorni nel campus universitario. L’Università Ebraica ha rilasciato una dichiarazione in cui condannava l’arresto di Yefremov e la polizia israeliana, e con l’appoggio dei politici dell’opposizione ha avviato un’indagine interna sull’arresto e sulla perquisizione corporale. (Tali indagini solitamente non portano a nulla.)

Una settimana dopo Almog Cohen, vicepresidente dell’ufficio del Primo Ministro israeliano, è arrivato infuriato ad una conferenza presso l’Università Ben-Gurion del Negev, nella città meridionale di Be’er Sheva.

Forte dell’immunità e di un senso di possesso dello spazio, Cohen – insieme ad attivisti del movimento di estrema destra Im Tirzu, che hanno filmato e poi messo il video online – è arrivato a interrompere la conferenza di informatica di Sebastian Ben Daniel, critico abituale della politica israeliana (e collaboratore di lunga data di +972 con lo pseudonimo di John Brown).

“Sono andato questa mattina all’Università Ben-Gurion a causa delle dichiarazioni antisemite del docente Sebastian Ben Daniel, che ha definito gli eroici soldati delle IDF ‘assassini di bambini, criminali di guerra, neonazisti’ “, ha dichiarato Cohen in seguito. “Non permetterò ad uno pagato con fondi pubblici di esprimersi in questo modo, quando molti dei suoi studenti – di destra o di sinistra – sono essi stessi riservisti”. L’università ha sporto denuncia alla polizia contro Cohen e ha dichiarato: “I nostri campus devono rimanere spazi sicuri per lo studio, l’insegnamento, la ricerca e lo scambio di idee, [ed essere] luoghi in cui gli studenti possono imparare e istruirsi, i docenti possono insegnare e i ricercatori possono condurre ricerche senza timore di violenze fisiche o verbali”.

Seppure diversi, questi due episodi sono espressione dello stesso fenomeno. Illustrano l’erosione del confine tra autorità legittima e potere assoluto, persino all’interno della Linea Verde e persino contro gli ebrei.

Potere nudo e crudo

In un articolo accademico che ho scritto dieci anni fa, intitolato “Sul nemico oggettivo e il vuoto politico”, dimostravo come in Israele funzioni un meccanismo di denuncia in base al quale una minaccia viene definita non sulla base di azioni o prove, ma semplicemente etichettandola come tale. Un indizio, una parola, una storia su Instagram o, a volte, persino il silenzio sono sufficienti per collocare qualcuno nella categoria di “nemico”, valutando esclusivamente in base alle immagini, alle percezioni e alle emozioni che suscitano, eliminando la necessità di prove.

Questa è da tempo la realtà nei territori occupati: i palestinesi sono definiti naturalmente sospetti e la legge è elaborata di conseguenza. Ma una volta che l’identificazione di nemici diventa strumento centrale di governo, si cercano di continuo nuovi obiettivi.

Negli ultimi anni i cittadini palestinesi di Israele sono stati gradualmente incorporati in questa definizione, subendo incriminazioni per dei post sui social media, restrizioni alla libertà di parola e interrogatori di polizia per dichiarazioni pubbliche. Adesso gli oppositori ebrei del regime – inclusi docenti critici e studenti politicamente attivi – si trovano vittime dello stesso meccanismo.

Si può capire questa situazione anche attraverso quello che il politologo ebreo tedesco Ernst Fraenkel ha definito il concetto di “doppio Stato”, una condizione in cui lo Stato gestisce due sistemi contemporaneamente: uno normativo che parla il linguaggio delle leggi, delle procedure e dei regolamenti e, accanto a questo, un sistema discrezionale che agisce con nuda e cruda autorità in nome della “sicurezza”, dell’ “interesse nazionale” o dell’ “ordine pubblico”.

L’arresto di Yefremov e l’attacco alla conferenza di Ben Daniel sono allegorie che illustrano bene questo meccanismo: se il primo è mascherato da una facciata di legalità e procedura amministrativa, il secondo espone la forza cruda, immediata e sproporzionata del regime.

La sfera accademica dovrebbe essere protetta dal principio della libertà di ricerca intellettuale, che è già stato gravemente eroso, eppure la forza discrezionale del potere politico vi penetra senza ostacoli. Il modello a lungo utilizzato nei territori occupati – diritto militare accanto al diritto civile, potere illimitato accanto alle istituzioni formali – ora si insinua all’interno quasi senza resistenza. E quando entrambi i sistemi operano in tandem, crolla la distinzione tra “legale” e “lecito”.

Quando il controllo, la sorveglianza e la retorica del “nemico interno” si trasformano in strumenti di gestione [della società, n.d.t.] civile non c’è più limite: il nemico esterno di ieri diventa quello interno di domani. Una volta che questa logica viene interiorizzata dalla polizia, dai politici e dai membri delle istituzioni accademiche stesse, ciò a cui assistiamo nei campus non è un'”escalation”, ma una dimostrazione diretta del sistema in atto.

Quando il problema è l’ordine

Le risposte a questi due incidenti parlano lo stesso linguaggio in codice. La dichiarazione dell’Associazione dei Rettori Universitari, che condannava l’intrusione di Cohen nell’aula magna dell’Università Ben-Gurion e chiedeva di preservare spazi di apprendimento sicuri, può essere apparsa dura, ma evitava di affrontare il meccanismo che produce la violenza.

Parlava di “tolleranza zero per il disordine”, come se il problema risiedesse in una condotta indisciplinata piuttosto che in un regime politico che esercita un potere incondizionato sugli spazi del sapere. Faceva appello al governo affinché condannasse l’atto come se non fosse proprio questo governo a marchiare i docenti come nemici e a consentire l’incursione del potere discrezionale nella sfera accademica. Così, la capacità delle istituzioni di stabilire confini viene erosa: adottano il linguaggio del regime invece di sfidarlo.

La risposta degli ex rettori universitari e dei premi Nobel è stata più decisa e precisa, ma ancora confinata all’interno di un paradigma liberale che invita le istituzioni indebolite a difendersi. Ha espresso profonda preoccupazione per la libertà di espressione e la resilienza civica, ma non ha riconosciuto che il sistema normativo stesso non può più arginare la portata del potere discrezionale. E ha anche invocato un “ripristino dell’ordine” – richiesta futile quando un’istituzione deve difendersi da una forza politica che detiene il meccanismo per definire il nemico. Il problema è precisamente l’ordine.

Ciò che si è verificato nei campus israeliani quindi non è semplicemente un “attacco alla libertà accademica”, ma la piena esposizione di questo meccanismo. La polizia non ha deviato dal suo percorso quando ha usato una forza sproporzionata contro Yefremov; ha agito secondo un modello a lungo sperimentato sui palestinesi. Cohen non ha fatto irruzione in un’aula magna perché era “senza freni”; lo ha fatto perché il regime israeliano gli ha segnalato che la sfera accademica non è più protetta.

Quando perfino il mondo accademico adotta il linguaggio dell’ordine, della sicurezza e del patriottismo non è più in grado di articolare un’opposizione efficace al potere statale, e cede invece autorità e legittimità allo Stato. E non ha senso chiedere al regime di smettere di considerarci nemici, perché il meccanismo produce nemici e ne ha bisogno per giustificare la propria esistenza.

L’unica risposta possibile è politica: riportare l’attenzione al linguaggio del potere, del controllo, della razza e del regime; ricostruire spazi di conoscenza e comunità indipendenti dall’approvazione statale; smascherare il meccanismo di definizione del nemico; formare partnership ebraico-palestinesi che smantellino le condizioni necessarie al funzionamento di questo meccanismo.

Yael Berda è professoressa associata di Sociologia e Antropologia presso l’Università Ebraica e ricercatrice presso la Middle East Initiative della Harvard Kennedy School. È autrice di “Burocrazia coloniale e cittadinanza contemporanea”, “La burocrazia dell’occupazione” e “Vivere l’emergenza: il regime dei permessi di soggiorno di Israele nella Cisgiordania occupata”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)

 




Nuovi dati rivelano che dal 7 ottobre 98 palestinesi sono morti sotto custodia israeliana.

Yuval Abraham

17 novembre 2025 – +972 Magazine

Le autopsie e le testimonianze di ex detenuti suggeriscono che molti siano morti a causa di torture, negligenza medica e privazione di cibo. Secondo un archivio dell’intelligence israeliana trapelato decine di loro erano civili.

Dal 7 ottobre 2023 almeno 98 palestinesi sono morti nelle carceri israeliane e nei centri di detenzione militari, in molti casi verosimilmente come conseguenza diretta di torture, negligenza medica e privazione di cibo da parte di soldati e agenti penitenziari. Dei detenuti di Gaza, che costituiscono la maggioranza, meno di un terzo è stato classificato dallo stesso esercito israeliano come costituito da combattenti, il che significa che Israele è responsabile della morte di decine di civili palestinesi sotto custodia.

Dati finora non resi pubblici sulle morti di palestinesi in detenzione sono stati ottenuti dallesercito israeliano e dal Servizio Penitenziario Israeliano (IPS) da parte di Physicians for Human Rights–Israel (PHRI), [ONG internazionale costituita da medici che si battono contro le atrocità di massa e le gravi violazioni dei diritti umani, ndt.], che oggi ha diffuso un rapporto rendendo note queste cifre. Secondo PHRI, 98 è probabilmente una cifra notevolmente sottostimata, dato che le organizzazioni per i diritti umani non sono in grado di localizzare centinaia di altre persone presumibilmente detenute a Gaza.

+972 Magazine, Local Call e The Guardian hanno incrociato i dati di PHRI con un database interno dell’intelligence militare israeliana, trapelato e pubblicato all’inizio di quest’anno, per determinare quanti dei detenuti deceduti a Gaza l’esercito considerasse appartenenti alle ali militari di Hamas o della Jihad Islamica Palestinese. (Il database non contiene informazioni su membri di altri gruppi armati a Gaza, che secondo i rapporti dell’IPS rappresentano meno del 2% di tutti i detenuti dell’enclave dal 7 ottobre).

Secondo i dati ottenuti da PHRI almeno 68 prigionieri provenienti da Gaza sono morti sotto custodia israeliana fino alla fine di agosto. L’archivio dell’intelligence, che comprende i dati ottenuti a maggio e che, secondo diverse fonti dei servizi segreti israeliani, l’esercito considera la banca dati più completa sui combattenti palestinesi a Gaza, indicava che 21 di questi detenuti erano combattenti, deceduti sotto custodia israeliana dallinizio della guerra. Nello stesso periodo sono state documentate 65 morti tra i detenuti provenienti da Gaza nelle prigioni e nei centri di detenzione israeliani, il che suggerisce che ben 44 dei prigionieri gazawi deceduti fossero civili.

+972, Local Call e The Guardian avevano precedentemente rivelato che l’archivio interno dell’esercito indicava che i civili costituissero l’83% di tutte le vittime a Gaza e i tre quarti di coloro che erano stati arrestati e trattenuti in stato detentivo.

Oltre ai 68 gazawi, PHRI riferisce che durante la guerra e fino all’agosto di quest’anno sono morti sotto custodia israeliana 23 palestinesi della Cisgiordania e tre con cittadinanza o residenza israeliana, per un totale di 94 detenuti. Da allora sono morti sotto custodia almeno altri quattro palestinesi, tre della Cisgiordania e uno di Gaza, portando il bilancio totale delle vittime note a 98. (Questo non include altri sette casi in cui i palestinesi sono stati colpiti dal fuoco dell’esercito e sono morti sotto custodia poco dopo essere stati arrestati e prima di raggiungere le strutture carcerarie).

Questa cifra è notevolmente più alta di quanto si pensasse in precedenza. I dati più recenti pubblicati all’inizio di novembre da tre organizzazioni per i diritti dei prigionieri palestinesi (Addameer, la Commissione per gli Affari dei Detenuti e degli Ex-Detenuti e la Società dei Prigionieri Palestinesi) stimavano che i detenuti deceduti nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani negli ultimi due anni siano stati 81.

Secondo Amani Sarahneh, dell’Associazione dei Prigionieri Palestinesi, tra il 1967 e l’ottobre 2023 il numero totale di palestinesi deceduti sotto custodia israeliana è stato di 237. Sebbene la documentazione relativa ai primi anni dell’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza fosse contraddittoria, il bilancio delle vittime tra i prigionieri e i detenuti palestinesi negli ultimi due anni rappresenta una netta escalation, a dimostrazione di come durante la guerra la violenza fisica, la tortura e altri abusi ai danni dei palestinesi siano diventati una normalità nel sistema carcerario israeliano.

Tuttavia PHRI osserva che 98 è probabilmente una cifra significativamente sottostimata. “Questo non è un quadro completo”, ha spiegato Naji Abbas, direttore del Dipartimento Prigionieri e Detenuti dell’organizzazione. “Siamo certi che ci siano altre persone morte in stato di detenzione delle quali non siamo a conoscenza”.

L’esercito israeliano ha fornito gli ultimi dati sui detenuti deceduti in strutture di detenzione militari nel maggio 2024, insieme a dati equivalenti pubblicati dall’IPS relativi alle carceri; in quel momento il bilancio totale delle vittime in entrambe le tipologie di strutture era di 60; ciò significa che il tasso di decessi di detenuti palestinesi sotto custodia israeliana durante i primi otto mesi di guerra era di circa uno ogni quattro giorni. Quattro mesi dopo l’IPS ha dichiarato, in risposta a una richiesta di accesso ai dati, che altri tre detenuti erano morti nelle carceri israeliane.

Dal settembre 2024 ulteriori informazioni sui decessi di palestinesi sotto custodia israeliana sono pervenute solo in risposta a richieste specifiche su singoli detenuti: in altre parole, l’esercito e l’IPS hanno confermato decessi specifici quando richiesto, ma non hanno fornito dati di propria iniziativa.

Nel frattempo, resta sconosciuto il destino di molti altri palestinesi che sarebbero stati arrestati dai soldati israeliani a Gaza. L’esercito ha informato l’organizzazione israeliana per i diritti umani HaMoked di non avere informazioni su centinaia di palestinesi che l’organizzazione sospetta siano stati arrestati dalle forze israeliane. In passato l’esercito ha comunicato alle organizzazioni per i diritti umani che alcuni individui non si trovassero sotto custodia israeliana, per poi riferire in seguito, in risposta a procedimenti legali, che erano morti.

Le famiglie a Gaza non ricevono notifiche ufficiali della morte dei loro parenti durante la detenzione israeliana e spesso ne vengono a conoscenza attraverso i media. I dati forniti dallo Stato a PHRI indicano che l’identità di almeno 18 cittadini di Gaza deceduti nelle carceri israeliane è sconosciuta e che nessuna notifica della loro morte è stata data alle loro famiglie.

Nonostante quasi 100 decessi registrati in condizioni di custodia cautelare e numerose testimonianze e altre prove di gravi abusi fisici, tra cui violenze sessuali generalizzate, come documentato in un nuovo schiacciante rapporto del Centro Palestinese per i Diritti Umani di Gaza, solo un soldato israeliano è stato processato: a febbraio  ed è stato condannato a sette mesi per aggressione a detenuti di Gaza. Altri cinque soldati sono stati accusati di maltrattamenti aggravati e di aver causato gravi lesioni personali a un prigioniero nel centro di detenzione di Sde Teiman, dopo che un filmato è trapelato ai media israeliani lo scorso anno.

Come riporta Haaretz, il massimo funzionario legale dell’esercito israeliano ha deliberatamente evitato di avviare indagini su presunti crimini di guerra commessi da soldati israeliani, anche in relazione alle morti di detenuti sotto custodia cautelare, per timore della prevedibile reazione della destra.

“Non ci sono state accuse per alcun caso di omicidio”, ha spiegato Abbas. “Questo non è solo un caso isolato. È sistemico e continuerà ad avvenire“.

Secondo i dati ottenuti da PHRI Sde Teiman è stato il centro di detenzione più letale, con la morte di 29 palestinesi dal 7 ottobre. Almeno altri due detenuti sono morti nel campo di Ofer (dove +972 ha rivelato testimonianze di gravi abusi, scosse elettriche e la diffusione dilagante di malattie), almeno uno nel campo di Anatot e almeno altri sette in diverse altre strutture di detenzione gestite dall’esercito nel sud di Israele. Cinque sono morti all’ospedale di Soroka dopo essere stati trasferiti da strutture di detenzione militari mentre erano ancora sotto custodia.

Per quanto riguarda le carceri normali gestite dall’IPS, almeno 16 detenuti sono morti nel carcere di Ketziot, almeno cinque nel carcere di Ofer, almeno sei nel carcere di Nitzan e nel Centro Medico dell’IPS (Marash), sette nel carcere di Megiddo, quattro nel complesso che comprende il carcere di Nafha e quello di Ramon, almeno uno nel carcere di Eshel, almeno tre in quello di Kishon e altri tre nel carcere di Shikma. Il luogo del decesso di altri otto è sconosciuto.

“Ogni notte sentivamo persone picchiate a morte”

+972, Local Call e The Guardian hanno esaminato 10 resoconti autoptici di palestinesi deceduti sotto custodia israeliana, redatti da medici che hanno assistito alle autopsie per conto delle famiglie dei deceduti. In cinque di questi c’erano prove di violenza come possibile causa di morte: numerose costole rotte, lividi sulla pelle o in prossimità degli organi interni e lacerazioni degli organi interni. Almeno tre decessi sono stati causati direttamente da negligenza, tra cui un caso di malnutrizione estrema, un caso di tumore del sangue non curato e un altro in cui un detenuto diabetico è stato privato di insulina.

Omar Daraghmeh, 58 anni, è morto nel carcere di Megiddo nell’ottobre 2023. Una TAC post-mortem ha rivelato un’estesa emorragia addominale, sollevando il sospetto che il decesso sia stato causato da aggressione fisica o da una caduta da un’altezza considerevole.

Anche l’autopsia di Abdel Rahman Mara’i, 33 anni, morto nello stesso carcere il mese successivo, ha rivelato segni di violenza: costole e sterno erano rotti, oltre alla presenza di lividi su tutto il corpo. Il medico che ha assistito all’autopsia di Mara’i ha attribuito la sua morte alle violenze subite.

Un detenuto che si trovava nella stessa cella di Mara’i ha raccontato a PHRI: “Circa 15 agenti [del carcere] lo hanno aggredito, tutti intorno a lui, picchiandolo violentemente. Lo hanno pestato per circa cinque minuti, soprattutto sulla testa”.

Sari Hurriyah, un avvocato palestinese con cittadinanza israeliana, arrestato nello stesso periodo di Mara’i a causa di post su Facebook, ha dichiarato al canale israeliano Channel 13 di aver assistito alla morte di Mara’i nella cella vicina. “Ogni notte sentivamo persone che venivano picchiate a morte, urlavano”, ha detto Hurriyah.

Secondo la testimonianza di Hurriyah, Mara’i ha gridato per ore dopo l’aggressione: “Sto male, ho dolore, non riesco a respirare, portatemi un medico”. Ma le guardie carcerarie sono semplicemente entrate nella sua cella e gli hanno detto di stare zitto, ha raccontato Hurriyah. Il giorno dopo, la sua voce si è spenta; le guardie si sono rese conto che era morto e lo hanno portato fuori dalla cella “in un sacco della spazzatura nero”.

Abdel Rahman Bahash, 23 anni, è morto nel carcere di Megiddo nel gennaio 2024. L’autopsia ha rilevato fratture multiple alle costole, una lesione alla milza, infiammazione e lesioni polmonari. Una possibile causa del decesso è stata l’insufficienza respiratoria dovuta a una lesione polmonare. Un altro detenuto ha raccontato che le guardie avevano aggredito Bahash; in seguito, lui aveva lamentato dolori al torace e alle costole, ma gli è stata negata qualsiasi cura medica. Quando non è riuscito più a stare in piedi, le guardie lo hanno portato via ed è morto pochi giorni dopo.

Walid Khaled Abdullah Ahmed, 17 anni, è morto nel carcere di Megiddo nel marzo 2025. Un medico presente all’autopsia ha riferito che non aveva quasi più massa grassa o muscolare e soffriva anche di colite e scabbia, il che ha fatto sospettare che fosse morto di fame. Suo padre ha dichiarato ad Haaretz: “Ho visto durante le udienze in tribunale che il ragazzo appariva magro, con il viso emaciato, come altri detenuti che soffrono di malnutrizione nelle carceri”. Secondo suo padre, Ahmed non aveva malattie pregresse.

Arafat Hamdan, 25 anni, è morto nel carcere di Ofer nell’ottobre 2023. Soffriva di diabete di tipo 1 e un detenuto che era con lui ha affermato che la morte è dovuta a negligenza: le sue condizioni sono gradualmente peggiorate fino a quando non ha smesso di mangiare e ha iniziato a perdere conoscenza a intermittenza.

“Abbiamo chiamato di nuovo il medico per visitarlo, e lui ci ha detto di chiamarlo quando Arafat fosse morto”, ha ricordato il detenuto in un rapporto di B’Tselem. “Dopo un’ora e mezza, abbiamo visto del liquido fuoriuscire dalla sua bocca. Uno dei detenuti gli ha controllato il polso e ha urlato che Arafat era morto”.

Mohammed Al-Zabar, 21 anni, è deceduto nel carcere di Ofer nel febbraio 2024. Fin dall’infanzia, soffriva di malattie intestinali e necessitava di una alimentazione specifica. L’autopsia ha indicato che è morto per mancanza dei nutrimenti necessari, con conseguente stipsi prolungata, senza che gli venissero somministrate cure mediche.

Secondo le testimonianze dei detenuti che stavano insieme a lui Thaer Abu Asab, 38 anni, è stato picchiato a morte nel carcere di Ketziot nel novembre 2023. Un detenuto ha raccontato a B’Tselem che le forze speciali hanno fatto irruzione nella cella e hanno iniziato a picchiare su tutto il corpo i detenuti con manganelli fino a farli sanguinare dalla testa. “Hanno colpito Thaer più forte”, ha raccontato. “Ha cercato di proteggersi la testa con le mani, ma ben presto ha dovuto cedere a causa dei colpi”.

Dopo che le guardie se ne sono andate Abu Asab è rimasto a terra, ancora sanguinante e privo di sensi. Il detenuto ha raccontato di aver cercato di chiamare una guardia per più di un’ora, ma nessuno si è fatto vivo. Alla fine, Abu Asab è stato portato fuori dalla cella e le guardie hanno informato i detenuti che era morto.

Il giorno seguente, ha continuato il carcerato, lo Shin Bet (l’agenzia per la sicurezza interna israeliana) ha interrogato uno a uno tutti i detenuti che stavano insieme ad Abu Asab e “ha affermato che avevamo creato scompiglio e ucciso Thaer, motivo per cui eravamo rimasti tutti feriti. Hanno detto che eravamo stati noi ad attaccarci a vicenda, non le guardie… Ha detto che avevamo ucciso Thaer e volevamo incastrare la prigione”.

L’IPS si è rifiutata di rispondere all’indagine dettagliata di +972 sui decessi menzionati nel nostro rapporto, indirizzandoci invece al Coordinatore delle Attività Governative nei Territori (COGAT) perché “il COGAT è responsabile dei detenuti palestinesi non condannati”. Il COGAT ha detto a +972 che la questione dei decessi sotto custodia non è di loro competenza.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato che negli ultimi due anni sono state detenute a Gaza persone “ragionevolmente sospettate di essere coinvolte in attività terroristiche. Nei casi di indizi rilevanti i prigionieri vengono sottoposti a ulteriori interrogatori, screening e detenzione in strutture apposite sul territorio israeliano”.

La dichiarazione afferma che i sospettati sono “trattenuti in base a ordini di detenzione emessi in conformità con la legge e, nei casi appropriati, vengono avviati contro di loro procedimenti penali. In altri casi vengono trattenuti in custodia cautelare a causa del rischio che rappresentano, al fine di tenerli lontani dai combattimenti, nel pieno rispetto della legge israeliana e delle Convenzioni di Ginevra”.

L’esercito ha ammesso che “ci sono stati decessi di detenuti, compresi quelli arrivati ​​feriti o con una condizione medica complessa preesistente”, aggiungendo che “ogni decesso viene indagato dalla polizia militare inquirente”, i cui risultati vengono sottoposti all’Ufficio dell’Avvocatura Generale Militare per la revisione.

Il portavoce ha aggiunto: “L’affermazione secondo cui i detenuti sarebbero ‘scomparsi’ da Gaza è falsa ed erronea”.

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Testo integrale della risoluzione statunitense per Gaza approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite

Redazione di MEE

18 novembre 2025-Middle East Eye

La risoluzione 2803 delle Nazioni Unite affida a Donald Trump il controllo di Gaza e, usando un linguaggio vago, afferma che se determinati obiettivi saranno raggiunti, potrebbe aprirsi la strada alla creazione di uno Stato palestinese

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato il piano in 20 punti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per Gaza che sostiene la creazione di una forza internazionale di stabilizzazione e un possibile “percorso verso l’autodeterminazione e la sovranità palestinese” se determinati obiettivi saranno raggiunti.

La risoluzione, approvata con 13 voti favorevoli e 0 contrari, con l’astensione di Cina e Russia, assegnerà a Donald Trump il controllo supremo di Gaza e vedrà il suo “consiglio di pace” supervisionare truppe multinazionali di mantenimento della pace, un comitato di tecnocrati palestinesi e una forza di polizia locale, per un periodo di due anni.

Non è chiaro chi altro farà parte del “consiglio per la pace”, ma Trump ha dichiarato sui social media che sarà “presieduto da me e includerà i leader più potenti e rispettati del mondo”.

La risoluzione afferma che le truppe di stabilizzazione contribuiranno a proteggere le aree di confine insieme a una forza di polizia palestinese addestrata e selezionata e che si coordinerà con altri paesi per garantire il flusso di aiuti umanitari a Gaza.

Afferma che questa forza dovrebbe consultarsi e cooperare strettamente con i vicini Egitto e Israele.

Chiede inoltre che essa garantisca “il processo di smilitarizzazione della Striscia di Gaza” e “lo smantellamento permanente delle armi dei gruppi armati non statali”. La risoluzione autorizza la forza di stabilizzazione a “utilizzare tutte le misure necessarie per adempiere al suo mandato”.

Hamas, che non ha accettato il disarmo, ha respinto la risoluzione affermando che non soddisfa i diritti e le richieste dei palestinesi e cerca di imporre un’amministrazione fiduciaria internazionale sull’enclave a cui i palestinesi e le fazioni della resistenza si oppongono.

“Assegnare alla forza internazionale compiti e ruoli all’interno della Striscia di Gaza, incluso il disarmo della resistenza, la priva della sua neutralità e la trasforma in una parte del conflitto a favore dell’occupazione,” ha affermato il gruppo.

La risoluzione afferma che le forze israeliane si ritireranno da Gaza “sulla base di standard, traguardi e tempi legati alla smilitarizzazione” che saranno concordati dalla forza di stabilizzazione, dalle forze israeliane, dagli Stati Uniti e dai garanti del cessate il fuoco.

La risoluzione, utilizzando un linguaggio vago e non impegnativo, afferma inoltre che se l’Autorità Nazionale Palestinese si riformasse “fedelmente” e la ricostruzione di Gaza procedesse, “potrebbero esserci le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la sovranità palestinese”.

È possibile leggere la risoluzione integrale qui:

Risoluzione 2803 (2025)

Adottata dal Consiglio di Sicurezza nella sua 10046ª riunione, il 17 novembre 2025

Il Consiglio di Sicurezza,

Accogliendo con favore il Piano Globale per porre fine al conflitto di Gaza del 29 settembre 2025 (“Piano Globale”), e applaudendo gli Stati che lo hanno firmato, accettato o approvato e accogliendo inoltre con favore la storica Dichiarazione di Trump per una pace e una prosperità durature del 13 ottobre 2025 e il ruolo costruttivo svolto dagli Stati Uniti d’America, dallo Stato del Qatar, dalla Repubblica Araba d’Egitto e dalla Repubblica di Turchia, nell’aver facilitato il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza,

Accertando che la situazione nella Striscia di Gaza minaccia la pace regionale e la sicurezza degli Stati confinanti e prendendo atto delle precedenti risoluzioni in merito del Consiglio di Sicurezza relative alla situazione in Medio Oriente, inclusa la questione palestinese,

1. Approva il Piano globale, riconosce che le parti lo hanno accettato e le invita ad attuarlo nella sua interezza, compreso il mantenimento del cessate il fuoco, in buona fede e senza indugio;

2. Accoglie con favore l’istituzione del Board of Peace (BoP) come amministrazione transitoria dotata di personalità giuridica internazionale, che definirà il quadro e coordinerà i finanziamenti per la riqualificazione di Gaza, conformemente al Piano Globale e ai pertinenti principi giuridici internazionali, fino a quando l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) non avrà completato in modo soddisfacente il suo programma di riforme, come delineato in diverse proposte, tra cui il piano di pace del Presidente Trump del 2020 e la proposta franco-saudita, e potrà riprendere il controllo di Gaza in modo sicuro ed efficace. Dopo che il programma di riforma dell’ANP sarà stato fedelmente portato a termine e la riqualificazione di Gaza sarà progredita, potrebbero finalmente crearsi le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese. Gli Stati Uniti avvieranno un dialogo tra Israele e i palestinesi per concordare un orizzonte politico per una coesistenza pacifica e prospera;

3. Sottolinea l’importanza della piena ripresa degli aiuti umanitari in cooperazione con il BoP nella Striscia di Gaza, in modo coerente con i pertinenti principi giuridici internazionali e attraverso organizzazioni cooperanti, tra cui le Nazioni Unite, il Comitato internazionale della Croce Rossa e la Mezzaluna Rossa, e garantendo che tali aiuti siano utilizzati esclusivamente per scopi pacifici e non dirottati da gruppi armati;

4. Autorizza gli Stati membri che partecipano al BoP e il BoP a: (A) stipulare gli accordi necessari per raggiungere gli obiettivi del Piano globale, compresi quelli relativi ai privilegi e alle immunità del personale della forza stabiliti nel paragrafo 7 di seguito; (B) istituire entità operative dotate, se necessario, di personalità giuridica internazionale e autorità transazionali per l’esecuzione delle sue funzioni, tra cui: (1) l’attuazione di un’amministrazione di governance transitoria, compresa la supervisione e il supporto di un comitato tecnocratico palestinese apolitico di palestinesi competenti della Striscia, come sostenuto dalla Lega araba, che sarà responsabile delle operazioni quotidiane del servizio civile e dell’amministrazione di Gaza; (2) la ricostruzione di Gaza e dei programmi di ripresa economica; (3) il coordinamento, il supporto e la fornitura di servizi pubblici e assistenza umanitaria a Gaza; (4) qualsiasi misura per facilitare il movimento delle persone dentro e fuori Gaza, in modo coerente con il Piano globale; (5) qualsiasi compito aggiuntivo necessario per supportare e attuare il Piano globale;

5. Intende che le entità operative di cui al paragrafo 4 di cui sopra opereranno sotto l’autorità transitoria e la supervisione del BoP e saranno finanziate attraverso contributi volontari da parte di donatori, veicoli di finanziamento del BoP e governi;

6. Invita la Banca Mondiale e altre istituzioni finanziarie a facilitare e fornire risorse finanziarie per sostenere la ricostruzione e lo sviluppo di Gaza, anche attraverso l’istituzione di un fondo fiduciario dedicato a tale scopo e gestito dai donatori;

7. Autorizza gli Stati membri che collaborano con il BoP e il BoP a istituire una Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF) temporanea a Gaza da schierare sotto un comando unificato accettabile per il BoP, con forze fornite dagli Stati partecipanti, in stretta consultazione e cooperazione con la Repubblica Araba d’Egitto e lo Stato di Israele, e ad adottare tutte le misure necessarie per svolgere il suo mandato nel rispetto del diritto internazionale, incluso il diritto internazionale umanitario. L’ISF collaborerà con Israele ed Egitto, fatti salvi i loro accordi esistenti, insieme a una nuova forza di polizia palestinese, opportunamente addestrata e selezionata, per contribuire a proteggere le aree di confine; stabilizzare il contesto di sicurezza a Gaza assicurando il processo di smilitarizzazione della Striscia di Gaza, inclusa la distruzione e l’impedimento della ricostruzione delle infrastrutture militari, terroristiche e offensive, nonché la dismissione permanente delle armi dei gruppi armati non statali; proteggere i civili, comprese le operazioni umanitarie; addestrare e fornire supporto a selezionate forze di polizia palestinesi; coordinarsi con gli Stati interessati per proteggere i corridoi umanitari; e intraprendere ulteriori compiti che possano essere necessari a supporto del Piano Globale. Man mano che la Forze Internazionali di Stabilizzazione (ISF) stabiliscono controllo e stabilità le Forze di Difesa Israeliane (IDF) si ritireranno dalla Striscia di Gaza in base a standard, traguardi e tempistiche legate alla smilitarizzazione che saranno concordati tra le IDF, le ISF, i garanti e gli Stati Uniti, fatta eccezione per una presenza perimetrale di sicurezza che rimarrà fino a quando Gaza non sarà adeguatamente protetta da qualsiasi minaccia terroristica. Le ISF dovranno: (A) assistere il BoP nel monitoraggio dell’attuazione del cessate il fuoco a Gaza e stipulare gli accordi necessari per raggiungere gli obiettivi del Piano Globale; (B) operare sotto la guida strategica del BoP e saranno finanziate attraverso contributi volontari da donatori, veicoli di finanziamento del BoP e governi;

8. Decide che il BoP e le presenze civili e di sicurezza internazionali autorizzate dalla presente risoluzione rimarranno autorizzate fino al 31 dicembre 2027, fatte salve ulteriori azioni da parte del Consiglio, e che qualsiasi ulteriore rinnovo dell’ autorizzazione dell’ISF avverrà in piena cooperazione e coordinamento con Egitto e Israele e con gli altri Stati membri che continueranno a collaborare con l’ISF;

9. Invita gli Stati membri e le organizzazioni internazionali a collaborare con il BoP per individuare opportunità di contribuire con personale, attrezzature e risorse finanziarie alle sue entità operative e all’ISF, a fornire assistenza tecnica alle sue entità operative e all’ISF e a dare pieno riconoscimento ai suoi atti e documenti;

10. Richiede al BoP di fornire ogni sei mesi al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite una relazione scritta sui progressi compiuti in relazione a quanto sopra;

11. Decide di conservare la propria competenza sulla questione.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




La decisione della Germania di accogliere asini – ma non bambini – da Gaza per essere curati ha suscitato indignazione

Leon Wystrychowski

18 novembre 2025 – Middle East Monitor

La notizia sembra uno scherzo di cattivo gusto, ma non è così. “Asinelli salvati da Gaza trovano casa a Oppenheim”, riferisce la Allgemeine Zeitung, un giornale regionale della Germania ovest. Su Instagram la sezione commenti sul post è stata velocemente bloccata a causa di “numerosi commenti inappropriati e pieni di odio”, verosimilmente critici nei confronti della decisione della Germania di accogliere quattro asinelli. Ma qual è il contesto più ampio?

Gli animali sono benvenuti – i gazawi no

Per molti la vicenda dei quattro asinelli “salvati” da Gaza è una prova ulteriore del disumano cinismo dei leader tedeschi. Da ottobre 2023 praticamente nessun essere umano di Gaza è stato accolto dalla Germania. Berlino non ha dato priorità al soccorso dal genocidio di Gaza ai cittadini palestinesi con passaporto tedesco, nonostante l’obbligo stabilito dal Ministero degli Esteri di evacuare i propri cittadini dalle zone di guerra e di crisi. Intanto la Germania ha addirittura concesso la cittadinanza a israeliani che erano stati fatti prigionieri durante le operazioni a Gaza dopo l’ottobre 2023, chiedendo con forza il loro rilascio in quanto “ostaggi tedeschi”.

Mentre nei mesi scorsi diversi Paesi occidentali – per esempio la Spagna nell’estate 2024 – hanno accolto gruppi di bambini di Gaza feriti o malati per ricevere cure, la Germania non ha fatto quasi niente. Si ritiene che solo due bambini di Gaza siano stati curati in Germania in più di due anni. Diverse città tedesche si sono offerte di accogliere un maggior numero di minori da Gaza ed hanno sostenuto di essere pronte a farlo, ma il governo federale ha bloccato questi piani, adducendo a pretesto la situazione “molto imprevedibile” di Gaza anche dopo il cessate il fuoco ufficiale. Il Ministero degli Esteri e quello degli Interni hanno citato anche “procedure complesse” e la necessità di passare al vaglio i membri della famiglia che avrebbero accompagnato [i minori]. Le ONG che aiutano i pazienti provenienti dall’estero devono garantire il loro ritorno e quello degli accompagnatori: se in seguito viene fatta domanda di asilo le ONG devono coprire i costi del procedimento legale, che spesso dura anni.

Anche l’articolo di Allgemeine Zeitung offre un esempio del grottesco doppio standard del discorso tedesco su Gaza. Comincia così: “Hanno sofferto la fame e la miseria, le percosse e la fatica.” A parte il fatto che questa impostazione suggerisce che i gazawi non sono solo potenziali “terroristi di Hamas” e “odiatori degli ebrei”, ma anche maltrattatori di animali, esso ignora la sistematica tortura dei palestinesi da parte dell’esercito israeliano, come documentato in recenti rapporti del Centro Palestinese per i Diritti Umani (PCHR), praticamente assente dai media tedeschi. L’empatia dimostrata verso gli asini in questo articolo supera di molto quella verso gli esseri umani a Gaza nei due anni trascorsi. Non sorprende che l’articolo eviti di menzionare chi sia responsabile della fame degli asini o delle deprivazioni di quasi due milioni di palestinesi. L’articolo si rallegra che gli asini “nonostante tutto quello che hanno passato, sono notevolmente fiduciosi” e “hanno addirittura iniziato a riprendersi un po’.” Una simile attenzione per la condizione psicologica della popolazione umana di Gaza è praticamente inesistente nei media tedeschi.

Il ‘greenwashing’ del genocidio da parte della Germania

C’è tuttavia un’altra dimensione al di là dell’ovvio cinismo: la storia di come questi asinelli sono arrivati in Germania. “Questi asini erano abbandonati, feriti, maltrattati o destinati alla morte”, comunica lo zoo di Oppenheim. (Non una parola sul perché sono stati abbandonati o che cosa sia successo ai loro originari proprietari). Gli animali sono stati “salvati” da organizzazioni israeliane per la difesa degli animali – per la precisione, un gruppo che pare abbia “salvato 50 asinelli a Gaza”. Come possa agire una ONG israeliana in una zona di guerra in corso non è chiaro, ma probabilmente è stato necessario un coordinamento con l’esercito.

Già la scorsa estate fonti di informazione hanno riferito che l’esercito israeliano stava trasportando centinaia di asini di Gaza in una fattoria chiamata “il Santuario per Ricominciare”. I media israeliani l’hanno definito “soccorso agli animali”. Secondo l’agenzia di notizie belga c’erano stati 10 di questi trasferimenti all’inizio di agosto. L’ “organizzazione di aiuto” israeliana si vanta di aver “salvato” circa 600 asini. In un altro rapporto su altri quattro asinelli portati in un ranch in Bassa Sassonia nel nord della Germania si rivela che dietro i trasferimenti in Germania c’è effettivamente l’organizzazione ‘Santuario per Ricominciare’. L’articolo aggiunge inoltre: “Gli asini dovevano lavorare duramente, erano trattati molto male e non avevano diritti. Le loro malattie non venivano curate.”

Dall’inizio del genocidio a Gaza gli asini sono diventati un mezzo di trasporto vitale. Con le limitazioni di carburante e le strade danneggiate, essi trasportano in modo sicuro i feriti e i malati agli ospedali, trasportano le persone nel viaggio di ritorno a casa e consegnano cose essenziali come acqua, cibo e rifornimenti. Ben lungi dall’essere sfruttati insensatamente o lasciati morire, gli animali malati e feriti a Gaza sono curati e salvati.

Un rapporto del Guardian di aprile 2025 ha sottolineato che una sola equipe medica ha soccorso oltre 7.000 asini da ottobre 2023. Intanto il giornalista Tarek Baè ha sottolineato su X che, secondo l’ONU, ad agosto 2024 il 43% di tutto il bestiame a Gaza era stato ucciso in seguito alla guerra di distruzione di Israele.

Visto in quest’ottica il “salvataggio” di asini da parte di soggetti israeliani sembra più un furto o un sequestro. Fa parte della strategia in atto dell’esercito israeliano: negare ai palestinesi i mezzi di produzione, soprattutto terra e ulivi, e i trasporti è centrale per il controllo coloniale e per la sistematica espulsione dei palestinesi. A lungo sono state usate giustificazioni ecologiche per mascherare questi piani, i critici parlano anche di “guerra ambientale”: dalla piantagione di alberi da parte del Fondo Nazionale Ebraico (JNF) alla creazione di riserve naturali che espellono i palestinesi e ne mettono a rischio le vite, fino al preteso “salvataggio” degli asini di Gaza. La Germania sta sostenendo la pulizia etnica dei palestinesi e il genocidio a Gaza non solo politicamente, economicamente, attraverso gli armamenti forniti a Israele, bloccando gli aiuti per Gaza, ma anche distruggendo gli ultimi mezzi di sopravvivenza nella Striscia di Gaza dietro la maschera di “greenwashing” (ecologismo di facciata, ndtr.).

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’ONU afferma che ci sono stati almeno nove tentativi respinti di consegnare tende a Gaza

Redazione di MEMO

17 novembre 2025 – Middle East Monitor

[L’agenzia di notizie] Anadolu riferisce che lunedì l’ONU ha sottolineato la gravissima situazione nella Striscia di Gaza in quanto i suoi tentativi di consegnare tende ai bisognosi sono stati ripetutamente respinti.

Citando l’Office of the Coordination of Humanitarian Affairs [Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari] (OCHA) il portavoce ONU, Stephane Dujarric durante una conferenza stampa ha avvertito che “la situazione umanitaria rimane molto difficile, con molte persone che lottano per avere accesso ai beni essenziali di cui hanno bisogno per sopravvivere.”

Ricordando le recenti forti piogge nell’enclave, Dujarric ha detto che “durante il fine settimana le organizzazioni umanitarie hanno avviato una rapida valutazione delle aree interessate e fornito un certo aiuto iniziale. Dal 10 ottobre almeno nove tentativi delle Nazioni Unite e dei nostri partner di portare tende nella Striscia sono stati respinti,” ha osservato.

Ha affermato che partner che lavorano sulla sicurezza alimentare riferiscono che “con la quantità di pacchi alimentari che entrano nella Striscia, aumentato negli ultimi giorni, pianificano di ricominciare la distribuzione di due razioni di cibo e un pacco di farina in tutta la Striscia.”

Tuttavia Dujarric ha anche osservato che la distribuzione nel nord di Gaza è stata recentemente limitata e ha detto: “All’inizio di questa settimana la distribuzione nel nord di Gaza è stata limitata a biscotti energetici e a un pacco di farina perché i partner che lavorano per portare le forniture hanno avuto degli ostacoli, inclusi il fatto che non sono stati considerati prioritari di convogli umanitari ai valichi, ritardi nei controlli doganali e la mancanza di accesso ai valichi settentrionali.”

Evidenziando il livello di distruzione nella Striscia di Gaza, Dujarric ha affermato che le squadre “hanno rimosso 100.000 tonnellate di detriti da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco,” ma ha aggiunto che “circa 58 milioni di detriti e macerie rimangono sparse in tutta la Striscia di Gaza e solo metà di questa quantità [di macerie] è al momento accessibile.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Cos’è la misteriosa organizzazione che porta i palestinesi di Gaza in Sud Africa?

Yashraj Sharma

16 novembre 2025 – Al Jazeera

Sono emersi dettagli sul controverso piano per far uscire i palestinesi da Gaza gestito da Al-Majd Europe

Giovedì mattina è atterrato in un aeroporto di Johannesburg, lasciando “esterrefatti” i funzionari sudafricani, un aereo charter che trasportava dalla martoriata Gaza 153 palestinesi, molti dei quali senza i documenti richiesti per il viaggio.

Dopo circa 12 ore di confusione, al gruppo, affidato alle cure di un’organizzazione benefica locale, è stato consentito di sbarcare.

Dall’organizzazione, che afferma sul suo sito in rete di organizzare “evacuazioni da zone di conflitto”, era stata richiesta ai passeggeri una considerevole somma di denaro.

Ecco tutto ciò che sappiamo finora del trasporto di questo gruppo e di chi c’è dietro Al-Majd Europe.

Cos’è successo in Sud Africa?

Secondo la polizia di frontiera sudafricana l’aereo pieno di persone è rimasto su una pista di atterraggio per circa 12 ore mentre le autorità sudafricane cercavano di capire perché non avessero timbri o ricevute di uscita quando hanno lasciato Gaza. Quando il servizio di immigrazione glielo ha chiesto non sapevano neppure dove sarebbero andati o quanto tempo pensavano di rimanere in Sud Africa.

Il governo ha consentito loro di lasciare l’aereo dopo che l’organizzazione benefica Gift of the Givers [Dono dei Donatori] ha offerto loro una sistemazione.

Fonti ufficiali hanno affermato che 23 palestinesi si sono diretti in altri Paesi, senza aggiungere ulteriori dettagli.

“Ci sono persone da Gaza che in qualche modo misterioso sono stati messi su un aereo che è passato da Nairobi ed è arrivato qui,” ha detto venerdì il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa.

Cos’è la compagnia che li ha fatti volare in Sud Africa?

Dietro al volo c’è Al-Majd Europe, accusata di agire in coordinamento con le autorità israeliane.

Il giornale israeliano Haaretz ha informato domenica che l’organizzazione è guidata da un israeliano-estone di nome Tomer Janar Lind. Il quotidiano ha affermato che Lind ha lavorato con un’unità dell’esercito israeliano incaricata del trasferimento forzato di palestinesi da Gaza per agevolare vari voli simili. Questa unità, che si chiama Voluntary Emigration Bureau [Ufficio dell’Emigrazione Volontaria], è stato creato all’inizio del 2025 dal ministero della Difesa israeliano per mettere in atto una politica di espulsione dei palestinesi dalla loro terra.

Secondo l’articolo di Haaretz, Lind non nega di aver organizzato voli per i palestinesi, ma si rifiuta di fornire altre informazioni.

“Non è affatto un evento casuale,” afferma Oroub el-Abed, docente associata in migrazioni internazionali e studi sui rifugiati dell’università Birzeit di Ramallah.

“E’ parte integrante di un modello colonialista di lunga data, la sistematica spoliazione dei nativi palestinesi che è stata perpetrata dai sionisti israeliani che vogliono svuotare la terra del suo popolo nativo utilizzando molteplici strategie,” dice ad Al Jazeera.

Il sito web di Al-Majd Europe afferma che è stata fondata nel 2010 in Germania e nella sua pagina iniziale c’è una finestra a comparsa che mette in guardia da individui che affermano di essere suoi agenti, condividendo numeri di telefono di “rappresentanti legittimi”.

Ma il sito non ha indirizzi o numeri di telefono e fornisce solo una sede a Sheikh Jarrah, nella Gerusalemme est occupata. Tuttavia Al Jazeera non è stata in grado di trovarvi un ufficio.

Il dominio del sito web, almajdeurope.org, è stato registrato solo nel febbraio di quest’anno, mentre vari link sul sito non portano da nessuna parte. L’indirizzo mail, info@almajdeurope.org, risponde con un messaggio automatico in cui si afferma che esso non esiste.

Namecheap, che ha registrato il dominio, è stato citato in vari rapporti sulla sicurezza informatica riguardo a truffe in rete per via del suo basso costo e della facilità del processo di iscrizione.

Al Jazeera ha anche saputo che a molte persone è stato detto di pagare con bonifici su conti bancari di singole persone, non dell’organizzazione.

Al-Majd Europe fa quello che dice di fare?

Tra i link che funzionano c’è una pagina con quattro “storie di impatto”.

Un post riguardante “Mona”, una ventinovenne di Aleppo, Siria, è datato 22 marzo 2023, benché il sito sia stato registrato solo 10 mesi fa.

Il racconto, affidato alla voce di “Mona”, esprime gratitudine ad Al-Majd per aver portato lei e sua madre “in un posto sicuro” quando si sono sentite minacciate in Libano, dove erano scappate nel 2013.

Il modulo in rete dice: “Solo per gli abitanti di Gaza attualmente all’interno della Striscia di Gaza!”

“Volete viaggiare e iniziare una nuova vita? Siamo qui per aiutarvi!”

Come sono finite su quel volo le persone?

Dopo aver pagato ad Al-Majd da 1.400 a 2.000 dollari a testa, con lo stesso prezzo per minori che per adulti, le famiglie palestinesi, compresa una donna incinta, sono salite sull’aereo senza sapere quale fosse la loro destinazione finale.

Venerdì Loay Abu Saif, che era a bordo del volo con sua moglie e i figli, ha raccontato ad Al Jazeera di aver sentito parlare di Al-Majd attraverso una pubblicità su una rete sociale.

Saif ha detto di non sapere quando avrebbero lasciato Gaza fino al giorno prima, quando gli è stato detto che i passeggeri avrebbero potuto prendere solo una piccola borsa, un telefonino e un po’ di denaro.

Sono stati portati in autobus da Rafah, nel sud di Gaza, fino al valico di Karem Abu Salem (noto in Israele come Kerem Shalom), dove sono stati controllati e poi trasferiti all’aeroporto israeliano di Ramon senza che le autorità israeliane timbrassero i loro documenti di viaggio.

Un’altra persona intervistata da Al Jazeera che vuole rimanere anonima ha detto: “I …richiedenti devono (avere una) famiglia (giovane). (Poi) i nomi vengono inviati per un controllo di sicurezza. Una volta che è completato, se la famiglia è approvata, le viene chiesto di pagare,” ha affermato.

“C’è stato prima un coordinamento con l’esercito israeliano perché gli autobus entrassero a Rafah,” ha sostenuto. “La procedura è stata solo di routine.”

Il gruppo è partito da Ramon con un velivolo rumeno e prima di atterrare a Johannesburg ha fatto scalo a Nairobi, in Kenia.

Ci sono stati voli simili in precedenza?

Il quotidiano israeliano Haaretz ha informato che c’è stato un volo simile il 27 maggio. Ha sostenuto che circa 57 palestinesi di Gaza sono saliti su autobus che li hanno portati all’aeroporto di Ramon attraverso il valico di Karem Abu Salem.

Secondo Haaretz il gruppo poi è salito su un volo charter rumeno di Fly Lili. L’aereo è arrivato a Budapest e da lì ha proseguito fino in Indonesia e Malaysia.

Il sito di Al-Majd sostiene anche di aver favorito il viaggio di “un gruppo di medici che lavorano in ospedali della Striscia di Gaza” che è andato in Indonesia “per ulteriori studi e formazione medica avanzata”. Tuttavia questo post è datato 28 aprile 2024.

Al Jazeera non può verificare in modo indipendente l’autenticità di questo post né la foto di gruppo che vi compare.

Il fondatore di Gift of the Givers, Imtiaz Sooliman, che ha sostenuto che Al-Majd è una delle “organizzazioni di facciata di Israele”, ha detto all’agenzia di stampa Associated Press [con sede negli USA, ndt.] che questo è stato il secondo aereo ad arrivare in Sud Africa.

Un altro volo è arrivato il 28 ottobre con più di 170 palestinesi a bordo, ma non è stato reso noto dalle autorità.

Cosa dicono i palestinesi?

L’ambasciata palestinese in Sud Africa ha affermato in un comunicato che il viaggio è stato organizzato da “un’associazione non registrata e ingannevole che sfrutta le tragiche condizioni umanitarie del nostro popolo a Gaza, ha ingannato famiglie, raccolto soldi da loro e agevolato il loro viaggio in modo irregolare e irresponsabile.”

Il ministero degli Affari Esteri dell’Autorità Palestinese ha avvertito i palestinesi, soprattutto quelli della Striscia di Gaza, riguardo a reti che cercano di portarli via dalle loro case in linea con gli interessi israeliani.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Tutto è ammesso”: i crimini di guerra israeliani a Gaza raccontati in un documentario britannico

Simon Speakman Cordall

11 novembre 2025 – Aljazeera

Il nuovo film, che presenta testimonianze dirette di soldati israeliani a Gaza, rivela un campionario di abusi sistematici.

Nel corso di un nuovo documentario che presenta testimonianze di soldati israeliani impiegati a Gaza, dopo circa 30 minuti dall’inizio un soldato riflette sull’enclave dopo mesi di guerra israeliana: “Caldo terribile. Sabbia. Fetore. E cani che vagano in branco. Mangiano cadaveri… È orribile… È una specie di apocalisse zombie. Niente alberi. Niente cespugli. Niente strade. Non c’è nulla”.

Il documentario Breaking Ranks: Inside Israels War [Rompere i ranghi: nel cuore della guerra israeliana, ndt.], andato in onda lunedì [10 novembre, ndt.] sulla rete britannica ITV, presenta le testimonianze di soldati israeliani: alcuni parlano della vergogna provata per aver partecipato a ciò che riconoscono essere un genocidio, altri descrivono senza esitazioni la natura di quella guerra.

Sono compresi i dettagli di regole sull’apertura del fuoco quasi del tutto avulse da possibili giustificazioni, la distruzione totale di proprietà e case, l’uso sistematico di scudi umani, la guerra con i droni e le uccisioni indiscriminate legate a un sistema di aiuti militarizzato.

“La gente non ci pensa”, dice alla telecamera uno dei soldati, citato come Eli. “Perché se ci pensi, vorresti suicidarti.

“Quando ti prendi un momento per pensarci, ti viene voglia di urlare”, dice, con il volto oscurato per nascondere la sua identità.

Fuoco libero

Nei suoi due anni di guerra genocida a Gaza Israele ha ucciso più di 69.000 persone e ne ha ferite centinaia di migliaia. Le agenzie internazionali affermano che ci vorranno decenni prima che l’enclave si riprenda, se mai ci riuscirà.

L’intelligence israeliana sostiene che l’83% delle persone uccise a Gaza erano civili.

“‘Non ci sono civili a Gaza’, lo sentiamo dire continuamente”, riferisce Daniel, comandante di un’unità corazzata israeliana. Un’altra collaboratrice, il maggiore Neta Caspin, descrive una conversazione con il rabbino della sua brigata.

Racconta: “[Lui] si è seduto accanto a me e ha passato mezz’ora a spiegarmi perché dobbiamo comportarci come loro [Hamas] il 7 ottobre 2023. Che dobbiamo vendicarci di tutti loro, civili compresi… che questo è il solo modo”.

Il 7 ottobre 2023 Il braccio armato di Hamas ha condotto un attacco contro Israele, durante il quale sono morte 1.139 persone e circa 250 sono state fatte prigioniere.

Il capitano Yotam Vilk del Corpo Corazzato descrive la sospensione di tutte le regole sull’apertura del fuoco contro i civili – secondo le quali questi dovrebbero disporre dei mezzi, dell’intenzione e della capacità di rappresentare una minaccia per i soldati israeliani.

“Non esistono mezzi, intenzioni e capacità a Gaza”, spiega Vilk. “Basta un semplice sospetto che i civili si muovano dove non è permesso'”, dice, descrivendo l’ambiente sovraffollato e caotico di Gaza, dove i limiti precisi ai movimenti sono noti quasi esclusivamente alle truppe israeliane.

“Chiunque oltrepassi il limite viene automaticamente considerato un criminale e può essere ucciso”, aggiunge Vilk.

Zanzare

Durante la sua guerra Israele ha negato il crescente numero di accuse di crimini di guerra da parte di molteplici organismi, sostenendo di aver indagato su qualsiasi accusa credibile.

Tuttavia ad agosto un rapporto dell’organismo di monitoraggio britannico Action on Armed Violence (AOAV) [azione contro la violenza armata] ha rivelato che, delle poche indagini sulle accuse di crimini di guerra da parte degli investigatori militari, tra cui l’uccisione di 15 paramedici ad aprile, poche hanno portato a una risposta.

Rispondendo alle smentite israeliane di non aver utilizzato scudi umani, il comandante carrista Daniel ha chiarito che l’esercito “sta mentendo”.

“Si chiama ‘protocollo zanzara'”, dice riferendosi alla pratica di routine di catturare civili palestinesi, agganciare loro un iPhone e usarli per esplorare a distanza presunti centri di Hamas.

“Ogni compagnia ha la sua ‘zanzara'”, aggiunge, alludendo ai palestinesi catturati come insetti. “Si tratta di tre palestinesi per battaglione, da nove a dodici per brigata, poi decine, se non centinaia, per divisione”.

Daniel ricorda che alcuni soldati della sua unità avevano deciso di rilasciare due adolescenti catturati come scudi umani, preoccupati di incorrere in una violazione del diritto internazionale, e aggiunge che allora un alto ufficiale aveva affermato: “I soldati non hanno bisogno di conoscere il diritto internazionale, ma solo lo ‘spirito [militare israeliano]“.

Distruzione

Secondo l’ONU durante i suoi due anni di guerra a Gaza Israele ha distrutto o danneggiato il 92% del patrimonio abitativo e sfollato più volte almeno 1,9 milioni di persone.

Tutte le istituzioni che compongono una società, dalle università agli ospedali, sono state prese di mira e distrutte. I video caricati sui social media dai soldati israeliani mostrano un’orgia di violenza, con case e beni palestinesi saccheggiati ed esposti al ridicolo dai soldati.

“Senti che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo e che puoi fare qualsiasi cosa”, ha detto un militare di leva che ha dichiarato di chiamarsi solo “Yaakov”. “Non per vendetta, ma semplicemente perché puoi”.

Altri partecipanti hanno raccontato di aver bruciato regolarmente le case palestinesi o di aver esultato davanti alle demolizioni.

Parlando dall’insediamento illegale israeliano di Beit El, nella Cisgiordania occupata, il giudice rabbinico Avraham Zarbiv, oggetto di una denuncia per crimini di guerra alla Corte Penale Internazionale, si è vantato di aver guidato un bulldozer per distruggere case e beni della gente durante la sua permanenza a Gaza.

“Pubblico molti video”, dice, prima di passare a uno in cui lo si vede alla guida di un bulldozer, mentre distrugge case in palese violazione del diritto internazionale.

“Fino alla fine, fino alla vittoria, fino all’insediamento coloniale. Non ci arrenderemo finché questo villaggio non sarà spazzato via”, dice nel video, spiegando alla telecamera come il suo filmato “sollevi il morale dei soldati”.

Proseguendo, Zarbiv si è attribuito il merito di aver introdotto la tattica di distruggere intere case, ormai diventata comune.

“Abbiamo cambiato il comportamento di un intero esercito”, si vanta. “Rafah è stata rasa al suolo. Jabalia è stata rasa al suolo. Beit Hanoon è stata rasa al suolo. Shujayea è stata rasa al suolo. E Khan Younis è stata rasa al suolo.”

Vergogna

Un altro soldato ha descritto lesperienza di restare seduto in uno scantinato, mezzo svestito, e uccidere palestinesi a distanza tramite un drone, incoraggiato da media e da unopinione pubblica che, come ha detto Yaakov, sergente di plotone e presente nel film, non sapevano né volevano sapere cosa stesse accadendo a Gaza.

Qualsiasi vita che non fosse israeliana contava poco, dice Eli, mentre Yaakov descrive come, da un’altra parte, i soldati del programma di aiuti privato israelo-americano, la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), “aprissero il fuoco, anche senza vedere una minaccia concreta”.

Alcuni dei partecipanti hanno riconosciuto di aver preso parte a un genocidio; altri hanno ammesso di aver causato sofferenze.

“Tutte le moschee, quasi tutti gli ospedali, quasi tutte le università, ogni istituzione culturale è stata distrutta”, ha detto Yaakov rivolgendosi alla telecamera.

Avete distrutto una società. Non è necessario ucciderli uno a uno per distruggere ogni traccia della società che c’era prima.

“Spero di poter trovare un modo per vivere senza provare vergogna qualsiasi cosa faccia.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)