Generale israeliano in pensione: nella guerra contro Gaza Israele ha raggiunto il punto di non ritorno

Redazione di MEMO

7 ottobre 2025 – Middle East Monitor

Il generale di divisione israeliano in pensione Yitzhak Brick ha avvertito che Israele ha raggiunto il “punto di non ritorno” nella sua guerra contro la Striscia di Gaza, affermando che l’esercito ha esaurito la sua forza senza spezzare la resistenza palestinese.

In considerazioni pubblicate dal giornale in ebraico Maariv, Brick ha detto che in circa due anni di guerra Israele non ha ottenuto neppure uno dei suoi obiettivi strategici.

Ha accusato sia i leader politici che quelli militari di ingannare l’opinione pubblica con la “propaganda mediatica” riguardo ad una vittoria imminente.

L’esercito israeliano ha terminato la sua energia senza essere stato in grado di rompere la schiena della resistenza palestinese,” ha affermato Brick. “I leader ingannano la gente dichiarando che la vittoria decisiva è vicina, mentre in realtà, Israele è impantanato in una prolungata guerra d’attrito che minaccia di provocare un collasso interno.”

Brick ha aggiunto che Israele non ha raggiunto i suoi obiettivi chiave, incluso distruggere Hamas, ristabilire la deterrenza e rendere sicuri i confini degli insediamenti vicino a Gaza. Ha rivelato che l’esercito ha distrutto circa il 20% della rete di tunnel di Hamas – una componente chiave dell’infrastruttura militare del gruppo.

Ha inoltre osservato che le valutazioni che suggeriscono che Hamas sarebbe vicino alla sconfitta sono “sbagliate e fuorvianti,” affermando che secondo i rapporti di sicurezza interni il movimento ha ricostruito le sue capacità militari e adesso schiera oltre 30.000 combattenti.

Brick ha inoltre criticato la pesante dipendenza da attacchi aerei, sostenendo che la potenza aerea da sola non può portare alla vittoria. “Le forze di terra soffrono della mancanza di preparazione e organizzazione,” ha affermato. “La guerra in corso non può essere combattuta senza un chiaro piano strategico.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Israele arresta due bambini palestinesi a Hebron con l’accusa di “spionaggio”

Mera Aladam

1 ottobre 2025 – Middle East Eye

Un residente afferma che i bambini, di cinque e sei anni, “vivono ora nella paura” dopo il loro rilascio

Lunedì le forze israeliane hanno arrestato due bambini palestinesi sospettati di “spionaggio” nella Città Vecchia di Hebron a sud della Cisgiordania occupata.

I bambini, di cinque e sei anni, sono stati trattenuti per 30 minuti prima di essere rilasciati dopo l’intervento di abitanti palestinesi e attivisti stranieri.

Le forze israeliane hanno arrestato i bambini sostenendo che stessero spiando una casa occupata da un colono israeliano.

L’agenzia di stampa palestinese Wafa ha riferito che i bambini palestinesi stavano invece giocando a calcio vicino a casa loro.

Parlando all’agenzia Anadolu Badr al-Tamimi, abitante del quartiere di Ain al-Askar vicino alla Moschea Ibrahimi, ha affermato che i bambini erano in preda al panico durante l’incidente, aggiungendo che “ora vivono nella paura”.

“Le forze di occupazione stavano eseguendo lavori di ristrutturazione in una casa che avevano sequestrato poco tempo fa”, ha spiegato, esprimendo shock per le accuse rivolte ai due bambini.

“I bambini, senza volerlo, si sono fermati davanti alla casa mentre la porta era aperta. Le forze di occupazione hanno affermato che si trattava di spionaggio.”

In un filmato che circola online si vedono i due bambini piangere mentre si tengono per mano durante il loro arresto da parte di un soldato israeliano armato.

Un altro video mostra abitanti del posto circondati dalle forze israeliane mentre cercano di ragionare con loro, ma vengono subito cacciati via.

In un post su X l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani nella Palestina occupata ha affermato che la detenzione di bambini dimostra la “crudele realtà quotidiana sul campo per i palestinesi”.

“I diritti dei bambini palestinesi alla vita, alla salute, all’istruzione, alla libertà di movimento e ad altri diritti vengono negati quotidianamente. Ogni giorno i bambini vengono uccisi, feriti o arbitrariamente detenuti dalle forze israeliane nei Territori Palestinesi Occupati (TPO)”, si legge nella dichiarazione.

I palestinesi nei Territori Occupati sono da tempo soggetti a severe restrizioni, coprifuoco e arresti.

Da quando il genocidio a Gaza è iniziato quasi due anni fa, l’assedio in Cisgiordania non ha fatto altro che intensificarsi, con arresti di massa e campagne di detenzione che sono diventati una realtà quasi quotidiana per i palestinesi, compresi i bambini.

Più di 20.000 bambini sono stati uccisi dagli attacchi israeliani a Gaza dall’ottobre 2023.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Analisi: in un solo mese la Gran Bretagna ha inviato più di 100.000 proiettili durante il genocidio a Gaza

Redazione di MEMO

30 settembre 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu riferisce che secondo una nuova inchiesta di Canale 4 [tv pubblica britannica ma senza finanziamenti dallo Stato, ndt.] ad agosto durante l’offensiva genocida israeliana in corso a Gaza è stato inviato dalla Gran Bretagna ad Israele un totale di 110.000 proiettili.

L’invio, valutato circa 20.000 sterline (circa 23.000 euro), è parte di un più vasto incremento dell’esportazione di armi del Regno Unito a Israele, con un totale di consegne questo agosto superiori a 150.000 sterline – la seconda spedizione mensile più grande dal gennaio 2022.

Secondo il rapporto, in base al cifrario doganale israeliano i beni ricevuti attraverso un unico invio sono stati classificati come “proiettili”.

Altre spedizioni quel mese includevano ricambi per “carri armati”, “per pistole o fucili” e una ampia categoria definita come “altro” che copre proiettili, esplosivi e munizioni.

La nostra analisi delle cifre dell’agenzia delle entrate mostra armamenti per un valore attorno a 400.000 sterline in arrivo dal Regno Unito che sono passati attraverso la dogana israeliana a giugno 2025 – la più grande quantità in un singolo mese da quando, più di tre anni fa, sono disponibili i tracciamenti,” afferma il rapporto.

Il governo inglese ha annunciato a settembre 2024 di aver sospeso 29 licenze di esportazione di armi verso Israele che si ritiene “potrebbero essere usate per gravi violazioni del diritto umanitario internazionale.”

Circa 250 licenze oltre 160 delle quali sono elencate come “militari,” rimangono attive.

Allora il governo aveva affermato che stava per bloccare la vendita di “beni usati nell’attuale conflitto a Gaza destinati all’esercito israeliano.”

Il rapporto è arrivato il giorno dopo che il partito Laburista che governa la Gran Bretagna ha approvato una mozione in cui si dichiara che le Nazioni Unite hanno concluso che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza – una conclusione che contrasta nettamente con il rifiuto del governo di dichiarare il genocidio.

Da ottobre 2023 l’esercito israeliano ha ucciso a Gaza oltre 66.000 palestinesi, molti dei quali donne e bambini. Gli incessanti bombardamenti hanno reso l’enclave praticamente inabitabile, portato alla fame e diffuso malattie.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il “Piano di pace” di Trump per Gaza: il buono, il brutto e il cattivo

Ramzy Baroud e Romana Rubeo

29 settembre 2025 The Palestine Chronicle

Questa analisi esamina il “Piano di pace” di Trump per Gaza, delineandone i potenziali vantaggi, le insidie ​​e le contraddizioni di fondo

È ancora troppo presto per emettere un verdetto definitivo sulla proposta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per porre fine alla guerra e al genocidio israeliani a Gaza.

Da diversi giorni circolano sui media indiscrezioni sulla natura della proposta, per lo più attribuite a funzionari statunitensi anonimi. Lunedì la Casa Bianca ha finalmente rivelato i punti principali del piano. L’idea è stata presentata dallo stesso Trump durante una conferenza stampa a Washington congiunta con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Anche lì hanno continuato a emergere contraddizioni. Ad esempio, l’ultima versione della proposta richiede che la Resistenza palestinese “abbandoni le armi”, mentre precedenti indiscrezioni si riferivano specificamente alla rinuncia di Hamas alle “armi d’attacco”, un termine vago e indefinito.

Finora né Hamas né alcun altro partito all’interno della Resistenza Palestinese ha rilasciato una risposta formale. In precedenza tuttavia un alto funzionario di Hamas, Husam Badran, aveva dichiarato ad Al-Jazeera che l’ex Primo Ministro britannico Tony Blair – che si vociferava avrebbe avuto un ruolo in qualsiasi meccanismo di ricostruzione o di transizione – non era benvenuto a Gaza in nessuna circostanza.

Alla luce di tutto ciò ecco alcuni commenti iniziali sulla proposta e sulla sua capacità di soddisfare– o meno – le aspettative di Israele e della Resistenza Palestinese.

Il Buono

Per prima cosa Israele non occuperà né annetterà la Striscia di Gaza.

Se sia Washington che Tel Aviv fossero sinceri su questo punto, si tratterebbe di un risultato importante per la Resistenza palestinese. Fin dall’inizio del genocidio le organizzazioni palestinesi hanno ripetutamente affermato che non si permetterà a Israele di occupare un solo centimetro di Gaza.

Inoltre Netanyahu ha dichiarato innumerevoli volte che l’obiettivo finale di Israele è il controllo totale della Striscia e che non cederà su questo punto. Se il piano di Trump lo costringesse a farlo, questo segnerebbe una battuta d’arresto decisiva per gli obiettivi bellici di Israele.

In secondo luogo nessuno sarà costretto a lasciare Gaza e coloro che se ne andranno avranno il diritto di tornare.

Anche questo è un risultato notevole per i palestinesi, considerando che l’obiettivo a lungo termine di Israele è lo spopolamento di Gaza. Leader e funzionari israeliani hanno già apertamente e ripetutamente proposto il trasferimento di massa dei cittadini di Gaza in Egitto e in altri paesi.

I palestinesi sono ben consapevoli che una seconda Nakba distruggerebbe il loro progetto nazionale. Gaza è il cuore pulsante della resistenza palestinese; una pulizia etnica qui azzopperebbe il più ampio movimento di liberazione palestinese e consentirebbe a Israele di spostare completamente la sua attenzione sulla Cisgiordania. Impedire questo risultato è quindi un successo strategico.

In terzo luogo gli aiuti potranno entrare a Gaza senza ostacoli attraverso le Nazioni Unite e le sue agenzie affiliate.

Questo è un’altra importante conquista non solo per i palestinesi ma anche per la comunità internazionale, che ha costantemente respinto i tentativi di Stati Uniti e Israele di emarginare l’UNRWA e sostituirla con entità sospette come la cosiddetta Gaza Humanitarian Foundation (GHF).

Se questa proposta venisse attuata invertirebbe la campagna pluriennale di Israele contro l’UNRWA e riaffermerebbe la centralità delle Nazioni Unite nella fornitura di aiuti umanitari ai palestinesi.

Il Cattivo

Per prima cosa l’istituzione del Board of Peace [Consiglio di Pace], un nuovo organismo internazionale che supervisionerebbe la ricostruzione di Gaza. Secondo quanto riferito l’organismo sarebbe presieduto dallo stesso Trump con il coinvolgimento dell’ex primo ministro Blair [processato per crimini di guerra legati all’invasione dell’Iraq del 2003, ndt.], del genero di Trump Jared Kushner e dei partner regionali.

Dati i noti precedenti di Blair in Medio Oriente, il suo incrollabile sostegno a Israele e i suoi stretti legami con Netanyahu, un simile scenario distorcerebbe quasi certamente gli sforzi di ricostruzione a favore degli interessi israeliani e rafforzerebbe gli attori opportunisti all’interno di Gaza. Fonti locali hanno già espresso il timore che possano coinvolgersi reti criminali e uomini d’affari affiliati a figure di delinquenti come Yasser Abu Shabab [militante palestinese e leader delle Forze popolari, un gruppo armato anti-Hamas nella Striscia di Gaza autorizzato e finanziato da Israele, ndt.vedi Zeitun]

Questo è un punto spinoso e sarà difficile, se non impossibile, da valutare. Tecnicamente la Resistenza depone le armi in assenza di una guerra importante o di un’escalation militare, e le riprende – a parte poche eccezioni – solo quando Israele lanci una grave aggressione alla Striscia.

Poiché le fazioni palestinesi non operano apertamente né conservano le loro armi in arsenali pubblicamente noti non è chiaro come osservatori “indipendenti” possano anche solo iniziare a verificare un simile processo. In linea di principio tuttavia questa condizione darebbe a Netanyahu un pretesto per presentare la proposta come una vittoria, anche se niente fosse concretamente cambiato sul campo.

Terzo, l’ultimatum di 72 ore e il graduale ritiro israeliano.

Secondo la proposta i palestinesi devono rilasciare tutti i prigionieri israeliani entro 72 ore, senza alcuna garanzia che Israele rispetti i propri obblighi, tra cui il ritiro completo e il rilascio di migliaia di prigionieri palestinesi.

Data la lunga storia di violazioni degli accordi di cessate il fuoco da parte di Netanyahu, è altamente improbabile che la Resistenza accetti questa clausola alla lettera. Per loro, il rischio di cedere la loro merce di scambio più forte senza ricevere garanzie vincolanti sarebbe troppo grande.

Il Brutto

Il contesto generale rende la proposta ancora più dubbia. Il genocidio israeliano a Gaza è stato reso possibile – militarmente, politicamente e finanziariamente – da due successive amministrazioni statunitensi. Washington ha permesso a Israele di violare ripetutamente il cessate il fuoco di gennaio-marzo, rendendo inutili le garanzie statunitensi.

Inoltre gli Stati Uniti non sono riusciti a frenare l’escalation regionale di Israele. Israele ha esteso il conflitto a Libano, Yemen, Siria e Iran, senza alcuna reale resistenza da parte degli Stati Uniti, anzi con il loro totale sostegno.

Il 9 settembre gli Stati Uniti hanno persino permesso a Netanyahu di bombardare nella più totale impunità il loro più stretto alleato al di fuori della NATO, il Qatar, nonostante le forze americane fossero di stanza vicino all’area presa di mira da Israele.

In questo contesto è difficile considerare gli Stati Uniti come un garante neutrale e affidabile. Questa proposta potrebbe invece essere una manovra politica per ottenere attraverso la diplomazia ciò che Israele non è riuscito a ottenere militarmente: l’indebolimento o l’eliminazione della Resistenza palestinese.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Un atto efferato”: una commissione parlamentare della Knesset ha votato a favore di una legge per giustiziare prigionieri palestinesi

Redazione di MEE

29 settembre 2025 – Middle East Eye

Associazioni palestinesi condannano l’iniziativa come un tentativo di consolidare la continua uccisione di prigionieri nelle carceri israeliane trasformandola in legge.

Una commissione parlamentare israeliana ha votato a favore di una legge che consente di giustiziare i prigionieri palestinesi.

In base a questa legge i giudici potrebbero condannare alla pena capitale i palestinesi che uccidono israeliani in base a motivazioni cosiddette “nazionaliste”.

La legge non si applicherebbe a israeliani che uccidano palestinesi in circostanze analoghe.

La legge, presentata da Limor Son Har-Melech, parlamentare di Otzma Yehudit, il partito di Itamar Ben Gvir, è stata approvata domenica dalla Commissione per la Sicurezza Nazionale della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] con quattro parlamentari che hanno votato a favore e uno contro.

Il voto spiana la strada al fatto che la proposta di legge venga portata alla prima delle tre votazioni in parlamento per diventare definitivamente legge.

Le associazioni per i diritti dei prigionieri palestinesi, la Commissione per gli Affari di Detenuti ed Ex-detenuti e l’Associazione dei Detenuti Palestinesi, hanno descritto la legge come un “atto efferato senza precedenti”.

La legge è stata criticata anche all’interno di Israele ma per ragioni diverse, compresa la sua possibile inefficacia giuridica e le possibili ripercussioni sugli ostaggi detenuti a Gaza.

Gal Hirsch, il coordinatore governativo per le questioni degli ostaggi, ha criticato la proposta di legge e avvertito che potrebbe danneggiare gli israeliani attualmente tenuti a Gaza da Hamas.

Hirsch ha affermato che le discussioni riguardo alla legge “non ci aiutano” e ha chiesto al primo ministro Benjamin Netanyahu di interrompere l’iter in parlamento finché potrà presentare al governo le sue valutazioni in merito.

Le famiglie degli ostaggi condannano la legge

Anche le famiglie degli ostaggi hanno condannato la legge.

“Degli ostaggi rilasciati ci hanno detto chiaramente che ogni trovata mediatica relativa alla pena di morte per i terroristi porta a peggiori condizioni di vita e violenze contro gli ostaggi,” ha detto su X Lishay Miran Lavi, moglie del prigioniero Omri Miran.

“Netanyahu, Gal Hirsch e Ben Gvir lo sanno. Ma Ben Gvir oggi voleva apparire in televisione. In un Paese che si rispetti il primo ministro avrebbe subito licenziato Ben Gvir.”

Ben Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale di Israele, che ha a lungo sostenuto la pena di morte e condizioni di detenzione più dure per i palestinesi, ha detto che si rifiuta di ritardare la discussione della legge anche dopo essere stato avvicinato da “gente dell’ufficio del primo ministro.”

Ha sostenuto che la pena di morte “porta alla deterrenza” e invia ad Hamas il messaggio che “c’è un prezzo da pagare per quello che ha fatto.”

Poiché sovrintende agli affari carcerari, il ministro Ben Gvir ha posto i detenuti palestinesi in condizioni di una durezza senza precedenti, comprese torture, mancanza di cibo e aggressioni sessuali.

Negli ultimi due anni sono stati identificati almeno 76 detenuti palestinesi morti nelle carceri israeliane, benché ci sia il timore che il numero reale sia significativamente maggiore.

Domenica in un comunicato le associazioni per i diritti dei prigionieri palestinesi hanno affermato che quest’ultima legge intende legalizzare l’uccisione di detenuti già in corso.

“Alla luce del livello senza precedenti di efferatezza praticata dal sistema dell’occupazione l’approvazione di questa legge non è più una sorpresa,” affermano le associazioni in una dichiarazione congiunta.

“L’occupazione non si accontenta di aver ucciso decine di prigionieri e detenuti dall’inizio della guerra di sterminio. Oggi intende rafforzare il crimine delle esecuzioni capitali adottando una legge specifica per questo.

Questa legge si aggiunge a un sistema legislativo repressivo che da decenni ha preso di mira ogni aspetto della vita dei palestinesi. È un ulteriore passo per consolidare i crimini e cercare di legittimarli.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il BDS afferma che Carrefour lascia il Bahrain e il Kuwait per la pressione del boicottaggio

Redazione di MEMO

23 settembre 2025 – Middle East Monitor

Lunedì il Comitato Nazionale Palestinese del movimento per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) ha affermato che il gigante francese del commercio Carrefour ha abbandonato completamente il Bahrain e il Kuwait sotto la pressione di continue campagne di boicottaggio.

Secondo una dichiarazione del BDS, le attività di Carrefour in entrambi i Paesi – gestite dall’Emirati Majid Al Futtaim Group – sono state interrotte dopo aver subito “pesanti perdite finanziarie” e un danno di reputazione collegati alla complicità in azioni israeliane contro i palestinesi.

La campagna globale di boicottaggio contro Carrefour è stata lanciata nel dicembre 2022, dopo la rivelazione che Carrefour Israele ha fornito cibo e pacchi regalo ai soldati israeliani e ha organizzato raccolte fondi a loro favore. Il BDS ha anche accusato la catena di aver avviato la collaborazione con banche e società tecnologiche israeliane coinvolte in violazioni dei diritti umani.

La campagna #LetsBoycottCarrefour da allora si è estesa in tutto il mondo arabo ed oltre, con proteste, petizioni, impegni pubblici, iniziative culturali e mobilitazioni online. Nonostante le restrizioni in alcuni Paesi, secondo il movimento, le azioni dal basso si sono intensificate.

Il movimento BDS ha anche citato dati economici, affermando che i profitti netti del gruppo Carrefour nel 2024 si sono ridotti del 50% rispetto al 2023, mentre Majid Al Futtaim ha riferito il 47% di perdite nei profitti al dettaglio a causa della riduzione della fiducia dei consumatori in mercati come la Giordania, il Marocco, l’Egitto, la Tunisia, il Bahrain, il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Gli USA potrebbero presto colpire l’intera Corte Penale Internazionale con sanzioni

Reuters

22 settembre 2025 – Haaretz

Sanzioni applicate alla Corte come ente potrebbero condizionare le sue operazioni correnti, dalla capacità di pagare il proprio staff all’accesso ai conti bancari e al software di routine

Gli Stati Uniti stanno pensando di imporre sanzioni entro questa settimana contro l’intera Corte Penale Internazionale, mettendo in pericolo le operazioni correnti della Corte come rappresaglia per le indagini su sospetti crimini di guerra israeliani.

Washington ha già imposto sanzioni mirate contro diversi procuratori e giudici della Corte, ma inserire nell’elenco delle sanzioni la Corte stessa costituirebbe una grave escalation.

Sei fonti a conoscenza del problema, tutte anonime in quanto si tratta di una questione diplomatica sensibile che non è stata resa pubblica, hanno affermato che una decisione su tali “sanzioni all’ente” è prevista a breve tempo.

Una fonte ha detto che funzionari della Corte hanno già tenuto incontri interni per discutere dell’impatto di potenziali sanzioni generali. Due altre fonti hanno detto che si sono tenuti incontri anche con diplomatici di stati membri della Corte.

Un funzionario USA, parlando in condizioni di anonimato in quanto si tratta di questioni sensibili, ha confermato che sono state valutate sanzioni estese all’ente, ma non è stata dettagliata la tempistica della possibile iniziativa.

Un portavoce del Dipartimento di Stato ha accusato la Corte di rivendicare ciò che ha affermato essere la sua “presunta giurisdizione” sul personale USA ed israeliano e ha detto che Washington sta per compiere ulteriori passi, anche se non ha specificato esattamente quali.

(La CPI) ha l’opportunità di cambiare corso apportando cambiamenti cruciali ed appropriati. Gli USA intraprenderanno ulteriori passi per proteggere i nostri coraggiosi militari ed altri, finchè la CPI continuerà a rappresentare una minaccia ai nostri interessi nazionali”, ha affermato il portavoce.

Sanzioni applicate alla Corte come ente potrebbero compromettere le sue operazioni correnti, dalla capacità di pagare il proprio staff all’accesso ai conti bancari e al software di routine sui suoi computer.

Per mitigare i potenziali danni lo staff della CPI ha ricevuto in questo mese i salari in anticipo per tutto il 2025, hanno detto tre delle fonti, anche se non è la prima volta che la Corte ha pagato i salari in anticipo per precauzione in caso di sanzioni.

Hanno aggiunto che la Corte sta anche cercando fornitori alternativi per servizi bancari e software.

La CPI, che ha sede all’Aja, ha incriminato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, come anche figure dell’organizzazione combattente Hamas, per presunti crimini commessi durante la guerra di Gaza.

Washington ha in precedenza comminato sanzioni a funzionari della Corte per il loro ruolo in quei casi e in una distinta indagine per sospetti crimini in Afghanistan, che inizialmente aveva riguardato azioni da parte delle truppe USA.

Tre fonti diplomatiche hanno detto che alcuni dei 125 Stati membri della CPI tenteranno di respingere sanzioni addizionali degli USA durante l’Assemblea Generale dell’ONU a New York in questa settimana.

Ma quattro fonti diplomatiche all’Aja e a New York hanno affermato che tutto indica che Washington incrementerà i suoi attacchi alla CPI.

La via delle sanzioni individuali è esaurita. Ora la domanda è quando, piuttosto che se, verrà compiuto il prossimo passo”, ha affermato un alto diplomatico.

Il Segretario di Stato USA Marco Rubio ha definito la Corte “una minaccia alla sicurezza nazionale che è stata uno strumento di guerra legale” contro gli Stati Uniti e il loro alleato Israele.

La Corte è stata creata nel 2002 con un trattato che le conferisce giurisdizione a perseguire il genocidio, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra, sia che siano stati commessi da un cittadino di uno Stato membro sia che abbiano avuto luogo sul territorio di uno Stato membro.

Israele e gli Stati Uniti non sono Stati membri. La Corte riconosce lo Stato di Palestina come membro e ha sentenziato che questo le conferisce giurisdizione sulle azioni commesse sul territorio palestinese. Israele e gli Stati Uniti lo negano.

A febbraio la Casa Bianca ha imposto sanzioni contro il Procuratore generale della Corte, Karim Khan, che aveva richiesto i mandati di cattura contro Netanyahu e Gallant. Khan è in congedo a fronte di una inchiesta in corso su accuse di abusi sessuali, che lui nega.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




A Gaza la cosiddetta “evacuazione dei civili” è un cammino tra bombe e morte

Amira Hass

17 settembre 2025 – Haaretz

Gaza sta per essere cancellata dalle mappe, pietra dopo pietra. “Le parole stanno perdendo il loro significato e non possono più trasmettere quello che sta succedendo,” scrive un abitante.

“Ho mandato la mia famiglia a sud,” mi ha scritto un amico ieri mattina, “ma io sono rimasto a Gaza City per dire addio alle sue strade e per piangerla. Sto seduto da solo nella casa di mio padre, pensando ai pochi luoghi simbolici ancora in piedi. Non so cosa farò domani. Prevarrà la nostalgia della mia famiglia e mi dirigerò a sud? O avrò il coraggio di rimanere finché il mio sangue, le mie ossa e la mia carne si mescoleranno alla polvere e alla cenere di Gaza mentre viene cancellata dalla faccia della terra, pietra dopo pietra?” Fino alla notte scorsa era ancora nella sua casa a Gaza City. In risposta alla mia preghiera – in cui gli dicevo di sperare di venire a sapere che aveva già raggiunto la sua famiglia – ha ripetuto che probabilmente oggi o domani sarebbe andato a sud.

Ogni momento potrebbe essere l’ultimo.

Ieri pomeriggio la famiglia Zaqout (originaria di Ashdod/Isdud) ha annunciato che 23 dei suoi membri sono stati uccisi in un attacco aereo israeliano la mattina presto, insieme ad altre 24 persone di famiglie vicine che erano rimaste nelle proprie case o tende nel quartiere di Sheikh Radwan, a nord-ovest della città. Nel pomeriggio non tutti i corpi erano stati recuperati e neppure localizzati.

La figlia di altri amici, insieme ai suoi bambini e alla famiglia del marito, è partita ieri verso sud dalla casa semidistrutta in cui ha continuato a vivere persino durante le invasioni sul terreno degli ultimi due anni.

Ci è voluto tempo: tempo per trovare un’auto, per trovare il denaro per pagare un autista, per decidere cosa prendere e cosa lasciarsi dietro, per convincere il figlio più grande che non poteva portarsi i giocattoli e i libri.

Al pomeriggio procedevano lentamente verso sud lungo la strada costiera, ammassati in un’auto tra migliaia di altri veicoli e carretti. Nessuno esprimeva ad alta voce la paura che li assillava miglio dopo miglio, che una bomba o un missile potesse colpire anche loro lungo la strada.

Dopotutto quello che eufemisticamente l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] chiama l’“evacuazione di civili da Gaza City” è accompagnata da un’incessante raffica di attacchi aerei, bombardamenti ed esplosioni.

A conferma di ciò ieri alle 18,36 l’agenzia di notizie Wattan [palestinese con sede a Ramallah, ndt.] ha informato che cinque persone sono state uccise nei pressi di piazza al-Katiba, nella parte occidentale della città, da un missile mentre viaggiavano in un’auto che stava trasportando verso sud degli sfollati.

Alle 18,24 la stessa agenzia riportava del bombardamento della moschea Al-Aybaki nel quartiere al-Tuffah, nell’est della città.

Alle 18,18 sono giunte informazioni di esplosioni in edifici del quartiere di Shujaiyeh, sempre a est.

Alle 18,10 c’è stata la notizia di attacchi di elicotteri nei pressi dell’incrocio Ansar a ovest – non sono stati dati ulteriori dettagli sul tipo di munizioni.

Alle 17,52 un missile sparato da un drone ha colpito la scuola Hamama a Sheikh Radwan, nel nord della città, dove si erano rifugiati degli sfollati.

Alle 17,32 un video ha accompagnato un’informazione scritta su un intenso bombardamento di edifici residenziali nel campo di rifugiati di Shati: si vedono grigi isolati di cemento, un fischio acuto attraversa l’aria, un incendio che divampa, poi sale del fumo. In sottofondo si sentono le voci di un uomo e vari bambini.

“Vibrazione. All’inizio neppure una voce ma un brivido nella spina dorsale. E poi una voce. Razzi colpiscono la casa che ho davanti,” ha scritto nel fine settimana Anees Ghanima su Facebook, descrivendo un altro bombardamento.

A intervalli di pochi minuti arriva questo tipo di aggiornamenti.

Alle 18,31 l’agenzia di notizie Wattan ha informato che secondo fonti ospedaliere dall’alba il fuoco israeliano ha ucciso 89 persone, 79 delle quali a Gaza.

Una giovane donna della famiglia Samouni, sopravvissuta al bombardamento del 2009 ordinato dall’allora colonello della brigata Givati Ilan Malka, pronuncia la parola “difficile” circa 20 volte durante il nostro colloquio telefonico. È la settima o ottava volta che è stata sfollata con i suoi tre figli di un’età dai nove mesi ai cinque anni, suo marito e la sua famiglia. Ogni volta ha detto che “stavolta è peggio”.

Quattro giorni fa hanno lasciato a piedi il campo profughi di Shati, dove hanno vissuto per mesi in una tenda, in un accampamento sovraffollato di tende e baracche. Un’auto ha portato prima i loro averi in un posto a Deir al-Balah ed è tornata a prenderli. Se lei dice che questa volta è peggio sa quello che dice.

Ha ancora nel cranio frammenti del bombardamento del 2009 nel quartiere di Zeitoun. Continua a soffrire di emicranie e di capogiri. All’epoca su ordine dei soldati lei e circa 100 membri della sua famiglia allargata furono cacciati dalle loro case e obbligati a stare in un edificio inabitabile. Il giorno dopo il colonnello Malka decise, in base alle immagini di un drone, che assi di legno prese dal cortile per accendere un fuoco e preparare il tè erano lanciarazzi. Ventuno persone vennero uccise da un attacco missilistico contro l’edificio. I feriti furono decine.

Oggi a Gaza chiunque – sfollato, ferito o che seppellisce i propri figli, alla ricerca di un pezzo di terra libero per piantarvi una tenda – è un sopravvissuto alle invasioni, agli attacchi e alle guerre precedenti. A Gaza ogni persona ha conosciuto ogni genere di paura. Ma prima forse c’erano ancora parole per descriverla.

“Le parole stanno perdendo il loro significato e non possono più trasmettere quello che avviene,” ha scritto sulla sua pagina Facebook un mio conoscente di Gaza City, Abed Alkarim Ashhour.

Dall’inizio della guerra ha tenuto un diario in cui ha scritto poco di sé e ha cercato di descrivere la situazione intorno a lui con un linguaggio moderato.

“Le immagini non sono sufficienti. I resoconti sono limitati. Le notizie in breve raccontano solo una piccola parte della verità. Per comprendere davvero quello che sta avvenendo devi essere qua, anche solo per qualche ora. Ascoltare il rombo degli aerei sulla tua testa. Tremare per ogni esplosione e soffocare per la polvere densa e il fumo. Solo allora capirai che la sofferenza è più pesante di quanto il linguaggio possa tollerare. Qui a Gaza persino il silenzio grida.”

Due giorni fa un ragazzo e una ragazza sono stati visti in strada sotto la finestra di Fedaa Zeyad che, secondo la sua pagina Facebook, ha studiato letteratura e critica letteraria all’università Al-Azhar. A quanto pare i genitori dei ragazzi avevano chiesto loro di tenere d’occhio le loro cose mentre andavano a cercare un luogo dove sistemarsi per la strada.

Immagino che fossero persone fuggite dalle proprie abitazioni dopo aver ricevuto ordini telefonici registrati dell’esercito che intimavano di andarsene prima che le case venissero bombardate.

[Questa testimonianza di Zeyad, così come quella succitata di Anees Ghanima, è stata tradotta in ebraico da Tamar Goldschmidt e postata sulla sua pagina Facebook, come lei ha fatto con molte decine di post di palestinesi nel corso degli anni.]

Ecco come Zeyad lo racconta, parafrasato dall’originale:

“Mentre spostava i loro averi la madre ha detto: ‘Non preoccuparti, Fatima…’ e il padre a sua volta: ‘Fai il bravo, Hussein, finché non ritorno!’ Volevo allontanarmi dalla finestra, ma temevo che avrebbero avuto paura. Ogni volta che la ragazza diventava inquieta e cercava di vedere se i suoi genitori stavano tornando, il ragazzo le diceva: ‘Stai qui, tra poco bombaranno.’

In strada, sull’altro marciapiede, un’altra famiglia si era sistemata appendendo una tenda di tessuto su un’auto. Si poteva sentire una ragazza gridare: ‘Hai dimenticato le scarpe! Quelle bianche erano dietro la porta della camera da letto.’

‘Adesso vai a dormire e te le porterò domani, se non bombardano,’ ha promesso sua madre. L’aereo è riapparso sulla città rombando terrorizzante sopra il respiro dei due ragazzini, Fatima e Hussein.

Fatima ha chiesto: ‘Ci vorrà molto?’ E Hussein ha risposto: ‘Guarda che bella giornata!’, perché si era alzata una fresca brezza.

Tutti si sono tranquillizzati, salvo che per l’aereo, che rombava terrorizzante accanto alle teste dei ragazzini, alla mia testa, a quella della ragazza in attesa che il giorno dopo non cadessero bombe per non perdere le sue scarpe, alla testa della città che ora giace più vicina al suolo.

L’aereo ha divorato persino la brezza che per breve tempo aveva placato la paura di Fatima.

Questo è il destino di molte famiglie che dopo l’ordine di evacuazione sono uscite alla ricerca di un riparo. In strada.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La Spagna boicotterà Eurovision se Israele parteciperà alla manifestazione durante la guerra a Gaza

Redazione di MEMO

16 settembre 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che martedì l’emittente pubblica spagnola ha annunciato che la Nazione non parteciperà all’Eurovision Song Contest se Israele rimarrà nella competizione mentre continua la guerra contro Gaza.

La decisione è stata approvata dal consiglio d’amministrazione della Radiotelevisión Española [Radio Televisione Spagnola] (RTVE) in seguito ad una proposta del suo presidente: è passata con 10 voti a favore, quattro contrari e un’astensione.

La Spagna si unisce a Irlanda, Slovenia, Islanda e Olanda nel chiedere l’esclusione di Israele.

Diventa anche il primo membro dei cosiddetti Cinque Grandi – i Paesi che forniscono il più ampio contributo finanziario all’Unione delle Emittenti Europee (European Broadcasting Union, EBU) – ad effettuare questo passo. Il gruppo include anche Regno Unito, Francia, Italia e Germania che entrano di diritto nella finale della competizione indipendentemente dai loro risultati precedenti.

L’EBU, che organizza l’Eurovision, deve decidere a dicembre se escludere Israele come chiesto da RTVE.

Se la Spagna boicotterà la competizione sarà la prima volta nella sua storia che non parteciperà a Eurovision.

All’inizio dell’anno RTVE ha inviato una lettera all’EBU sollecitando un dibattito sulla partecipazione di Israele. Durante la partecipazione di Israele alla competizione del 2025 commentatori e sottotitoli hanno criticato apertamente la guerra a Gaza.

Nell’edizione di quest’anno Israele si è classificata al secondo posto e ha vinto il voto del pubblico.

Lunedì il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez ha chiesto che Israele venga escluso dalle competizioni sportive internazionali dopo che le massicce proteste pro-Palestina a Madrid hanno costretto alla cancellazione dell’ultima tappa della gara ciclistica La Vuelta e della relativa cerimonia di premiazione.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il bilancio delle morti del genocidio di Gaza è stato rivisto al rialzo: ora supera le 680.000 unità, di cui quasi mezzo milione di bambini.

Skwawkbox,

12 settembre 2025, The Canary

Come già riferito in un precedente articolo, il numero delle persone uccise durante la guerra genocida di Israele contro i civili a Gaza supera di molto le cifre fornite dai media durante gli ultimi quasi due anni. Erano 450.000 all’inizio dell’estate, quasi tutti civili, secondo i dati dello stesso esercito israeliano.

Ma l’ultima analisi pubblicata nella rivista di medicina The Lancet rivela un bilancio molto maggiore, in cui la proporzione di minori tra le vittime del terrorismo israeliano è anche maggiore delle precedenti stime che lo ponevano al 50 percento.

La campagna genocida di Israele vede aumentare il bilancio dei morti

Nella totale distruzione di Gaza compiuta da Israele ci sono circa 120.000 corpi ancora non recuperati e quindi non inclusi nei conteggi ufficiali delle persone decedute, ma l’impatto della carestia e delle malattie dopo che per mesi Israele ha bloccato l’ingresso di generi alimentari e medicinali essenziali ha ormai superato i numeri di coloro che sono stati assassinati violentemente dall’occupazione.

Uno studio di The Lancet basato sulla carneficina compiuta durante i primi nove mesi del massacro di Gaza da parte di Israele ha stabilito che il numero totale di morti violente fino ad aprile 2025, quasi cinque mesi fa, era di 136.000 persone. The Lancet ha inoltre stimato che ad ogni morte causata direttamente dalla violenza corrispondano almeno altre quattro morti ‘indirette’ causate dalla carestia, dalle malattie e da altre cause collegate al genocidio. Anche considerando questa cifra “al ribasso”, alle 136.000 morti violente fino ad aprile corrispondono altri 544.000 palestinesi morti a causa delle privazioni imposte.

Questo significa che il bilancio totale di morti causate dal genocidio israeliano fino ad ora raggiungerebbe la sconvolgente cifra di 680.000 persone, al 25 aprile di quest’anno, diventate molte di più dopo altri cinque mesi di omicidi di massa e carestia.

Inoltre, come ha notato l’avvocato Ali Jamal Awad, secondo lo studio di The Lancet il numero di bambini uccisi corrisponde a una percentuale molto maggiore del cinquanta percento stimato in precedenza.

Il 3 settembre 2025 il dottor Gideon Polya e il professor Richard Hill hanno calcolato il numero totale di morti a Gaza dal 7 ottobre.

Mi tremano le dita mentre lo scrivo.

In base a tutti i dati raccolti, il bilancio di morti a Gaza è di almeno 680.000.

Ma anche peggio, 380.000 sono bambini sotto i cinque anni, 99.000 hanno cinque o più anni, 63.000 sono donne e 138.000 sono uomini.

Israele ha dato inizio al genocidio a Gaza dopo aver accusato i combattenti palestinesi di avere decapitato e messo nel forno dei bambini il 7 ottobre del 2023. Nulla di questo era vero. Ma lo stato terrorista ha compiuto un massacro di bambini di una portata che si vorrebbe inconcepibile, e più di dieci volte maggiore dei “63.000” che la BBC e altri media del Regno Unito continuino ad usare, un numero già orrendo ma che non si avvicina nemmeno alla realtà dei fatti.

(Traduzione dall’inglese di Federico Zanettin