Gli agricoltori di Gaza iniziano il duro lavoro di ricostruzione di un settore agricolo devastato dal genocidio israeliano.

Ansam al-Qitaa

8 giugno 2026 – Mondoweiss

I due appezzamenti di terreno che Jalal Arafat possiede da decenni si trovano ai lati opposti della linea che ha ridisegnato la mappa di Gaza dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025. Uno è fuori dalla sua portata, a tre metri da quella che ora è conosciuta come la “Linea Gialla”, che taglia Gaza approssimativamente a metà. L’altro, 800 metri più lontano, venne utilizzato da Israele come sede di baracche militari durante l’invasione del quartiere di al-Zaytoun a Gaza City.

Dopo una pausa delle ostilità nei pressi del secondo appezzamento, Arafat, nonostante gli avvertimenti, vi fece ritorno. L’area era stata ridotta a quello che lui stesso descrisse come “dune di sabbia distrutte”. Nonostante questa tremenda condizione, con l’aiuto dei figli bonificò il terreno, lo livellò e piantò fichi e ulivi, scelti per il loro scarso fabbisogno idrico e per la loro capacità di sopravvivere con l’acqua che arriva dal sottosuolo.

In tutta la Striscia assediata decine di agricoltori stanno facendo lo stesso. Tornano a piedi nei campi ricoperti di macerie, cingoli di carri armati e ordigni inesplosi. Trasportano l’acqua sulle spalle per lunghe distanze. Lo fanno perché per molti questo è tutto ciò che rimane loro.

Alcuni sono sostenuti in questa impresa dal Ministero dell’Agricoltura di Gaza, che a maggio ha avviato un progetto di bonifica d’emergenza nei quartieri meridionali di Gaza di al-Mughraqa, al-Sheikh Ajleen e in alcune zone di al-Zaytoun, in collaborazione con la Palestinian Agricultural Relief Society, l’Agricultural Relief Society, la Cooperative Association for Grape and Vegetable Producers e Oxfam.

L’obiettivo è rimettere in produzione 400 ettari e sostenere centinaia di agricoltori nella prima fase, ripristinando tra il 60 e il 70% della loro capacità produttiva prebellica. I lavori iniziano con lo sminamento per garantire che i terreni siano privi di ordigni inesplosi, seguito da livellamento, aratura, fertilizzazione e piantumazione.

“L’albero, se riceve cure, acqua e ciò di cui ha bisogno per crescere, sopravvive”, ha dichiarato Arafat, che ha aderito all’iniziativa, a Mondoweiss. E così fa l’essere umano. Dal nulla può costruire una nuova vita e rimettere in sesto tutto ciò che l’occupazione ha distrutto.”

Un’operazione di recupero coordinata

Ad al-Zaytoun le squadre della Palestinian Agricultural Relief Society hanno rimosso le macerie da 66 dunam (6,6 ettari) di terreno agricolo dove all’inizio dell’anno non era rimasta una sola piantina.

Hanno riaperto le strade agricole sepolte sotto i detriti, ripristinato i pozzi e posato le condutture idriche, consentendo agli agricoltori di tornare ai campi che avevano abbandonato durante la guerra. Nel giro di pochi mesi zucchine e cetrioli sono ricominciati a crescere su terreni che erano stati dati per spacciati.

“La distruzione non si è limitata ai terreni agricoli. Ha colpito le infrastrutture agricole, l’allevamento e la pesca, e ha influito direttamente sulla capacità produttiva del settore”, ha affermato Noha al-Sharif, responsabile per la comunicazione e la difesa dei diritti presso la Palestinian Agricultural Relief Society a Gaza.

L’organizzazione sta lavorando anche ad al-Sheikh Ajleen, il distretto viticolo a sud di Gaza City.

«Nella prima fase ci siamo rivolti ad almeno 150 agricoltori e ora stiamo ampliando il progetto per includerne di nuovi», afferma al-Sharif.

L’associazione ha fornito fertilizzanti, nutrienti e componenti per l’irrigazione di provenienza locale, e le piantine di vite stanno tornando a popolare i terreni che erano stati completamente devastati. Un lavoro simile è in corso nella parte settentrionale di Gaza City, nelle zone di al-Zarqa e al-Amn al-Aam.

Secondo al-Sharif la Palestinian Agricultural Relief Society ha creato circa 240 orti domestici all’interno delle case distrutte dove le famiglie sono tornate, fornendo piantine, semi e serbatoi d’acqua in modo che gli abitanti possano coltivare ortaggi e verdure a foglia verde per il proprio consumo.

«Questo ha alleviato il peso economico sulle famiglie, riducendo la necessità di acquistare verdure al mercato, con prezzi così alti e merci così scarse», dice al-Sharif.

L’organizzazione, con l’aiuto di partner internazionali, sta inoltre introducendo l’agricoltura all’interno degli stessi campi profughi. Hanno creato orti nei pressi e allinterno dei campi in gran parte dei distretti di Gaza, hanno fornito agli abitanti gli attrezzi e i materiali necessari per la loro manutenzione e hanno collaborato con i responsabili dei campi profughi per integrare la coltivazione di prodotti alimentari nella vita quotidiana.

Sono stati organizzati seminari di sensibilizzazione rivolti alle famiglie i cui figli mostrano segni di malnutrizione, per spiegare come utilizzare gli alimenti nel modo più nutriente possibile.

Abbiamo voluto trasformare i campi da luoghi estenuanti e psicologicamente logoranti in ambienti più vivaci, introducendovi spazi verdi e attività agricole”, dichiara a Mondoweiss.

L’organizzazione sta pianificando interventi più estesi nel prossimo futuro, ma al-Sharif sottolinea che la ripresa di cui il settore agricolo di Gaza ha bisogno non può essere raggiunta solo con l’improvvisazione locale: “Il successo di questi sforzi richiede un’azione internazionale urgente per esercitare pressioni sull’ingresso di beni agricoli a Gaza, tra cui sementi, fertilizzanti, attrezzature e reti di irrigazione, in modo che gli agricoltori possano ripristinare la loro capacità di produrre e preservare ciò che resta della sicurezza alimentare nella Striscia”.

Al di là di ciò che gli sforzi locali possono risolvere

Israele continua a impedire l’ingresso a Gaza di fertilizzanti, sementi, reti di irrigazione e macchinari, lasciando che gli sforzi di ripresa rimangano a carico di ciò che si può recuperare dalle risorse locali.

Secondo l’Ufficio stampa del governo di Gaza il 96% dei terreni agricoli coltivati ​​è crollato da 9.300 ettari prima della guerra a 400 ettari oggi. Le perdite dirette per il settore agricolo e zootecnico sono stimate in 2,8 miliardi di dollari, con il 94% dei terreni agricoli danneggiati e l’85% delle serre distrutte.

Gli agricoltori descrivono prezzi che hanno reso impossibile una ripresa autonoma. Una confezione da 250 grammi di pesticida è passata da 500 shekel (149 euro) a 3.000 shekel (892 euro). Un carico di fertilizzante è passato da 1.000 shekel (298 euro) a 20.000 shekel (5.951 euro).

Secondo una recente valutazione della ricostruzione condotta dalla Banca Mondiale la sola ripresa dei sistemi agricoli e alimentari di Gaza costerà circa nove miliardi di dollari [7,80 miliardi di euro, ndt.], gran parte dei quali destinati a sfamare la popolazione di Gaza fino alla ricostruzione della produzione locale.

Samaher Abu Jameh, un’agricoltore, ha affermato che la guerra ha distrutto la maggior parte dei terreni e delle infrastrutture agricole di Gaza, lasciando vaste aree incoltivabili a causa di munizioni inesplose e detriti pericolosi. “Il protrarsi della guerra, l’impossibilità per gli agricoltori di accedere alle proprie terre e la mancanza di un adeguato sostegno hanno portato a un calo significativo della produzione agricola e hanno impedito a molti di continuare il proprio lavoro”, ha dichiarato.

Le forze israeliane, aggiunge Abu Jameh, hanno preso il controllo di vaste aree a est di Salah al-Din Road. Gli impianti solari che alimentavano le pompe idrauliche sono stati distrutti insieme ai pozzi. Serre, attrezzi, pesticidi, fertilizzanti, sementi e piantine scarseggiano. Molti agricoltori sono costretti a utilizzare attrezzature vecchie e danneggiate non avendo altro a disposizione.

Le analisi satellitari della FAO e dell’UNOSAT mostrano che il 98% delle aree coltivate ad alberi a Gaza è stato distrutto, insieme al 90% delle serre e all’82,8% dei pozzi agricoli. Prima della guerra il settore agricolo impiegava circa 560.000 persone.

“Gli agricoltori di Gaza stanno vivendo una vera catastrofe che minaccia la sicurezza e sovranità alimentare”, ha affermato Saed Ziada, coordinatore del settore agricolo presso la rete delle organizzazioni non governative palestinesi. “Quasi tutti faticano a trovare una fonte di reddito in condizioni economiche disastrose”.

Ziada cita la recente iniziativa a sostegno del settore attraverso il recupero dei terreni, la distribuzione di sementi, le reti di irrigazione e altre forme di supporto in natura e finanziario. Tuttavia afferma che l’entità di questi aiuti rimane ben al di sotto del necessario.

“Le istituzioni sono presenti in un modo o nell’altro, nonostante i finanziamenti limitati”, dice. “Ma i bisogni sono di gran lunga superiori alle risorse disponibili”.

Gli agricoltori che non possono ricominciare

Rushdi Ayyad, un agricoltore di Al-Zaytoun, possiede 11 dunam (1,1 ettari) di terreno agricolo, ora a circa 800 metri dalla Linea Gialla, che sono stati distrutti. Non riesce a raggiungere la zona da quasi due anni e mezzo, essendo stato sfollato con la forza a Deir al-Balah, nel centro della Striscia..

Non ci sono le condizioni essenziali per la vita né per ripristinare le coltivazioni” afferma. “Non c’è una fonte di reddito che ci aiuti a bonificare la terra e nessuna concreta possibilità di ricominciare”

Il terreno ospitava alberi di oltre 25 anni, da cui lui, la sua famiglia e diversi lavoratori dipendevano come unica fonte di reddito. Tra le perdite più dolorose c’è un ma’rish, un pergolato per viti, di tre dunam (0,3 ettari), la cui costruzione gli era costata circa 40.000 dollari [35.000 euro, ndt.].

E poi c’è il costo del recupero. Anche la bonifica dei terreni dai detriti militari, afferma, è al di là delle possibilità di qualsiasi agricoltore.

“Viviamo già al di sotto della soglia di povertà”, dichiara a Mondoweiss. “Oggi dipendiamo da una takiya [una mensa comunitaria] solo per mangiare”.

Nel corso di sei guerre e incursioni tra il 2008 e il 2021 Ayyad era riuscito ogni volta a riacquisire la sua terra e a ricominciare da capo.

“Questa volta è completamente diverso”, dice. “Non posso ricominciare da capo.”

Ziada afferma che il legame dei palestinesi con la terra racchiude dimensioni di identità, appartenenza e tenacia.

La maggior parte dei terreni agricoli ancora coltivati, spiega, si trova nelle zone più vicine alla Linea Gialla, ma “nonostante il pericolo di raggiungerla, qualsiasi agricoltore che riesca ad arrivare alla propria terra e a procurarsi acqua e beni di prima necessità si affretterà a coltivarla, perché abbiamo urgente bisogno di una fonte di reddito per noi stessi e per le nostre famiglie”.

Le indagini effettuate dalla sua rete rivelano che molti agricoltori si sono indebitati o hanno venduto parte delle loro proprietà per acquistare beni agricoli nella speranza di provvedere al cibo per le loro famiglie e a una fonte di reddito che li aiuti a sopravvivere.

“E poi c’è la paura che incombe su ogni solco tracciato”, spiega. «Un contadino potrebbe seminare, aspettare il raccolto e poi vedere una nuova incursione o operazione militare costringerlo alla fuga, con la perdita del raccolto di un’intera stagione».

Nonostante tutto questo Arafat continua a seminare. Parla della terra di sua madre e di suo padre, il luogo da cui trae il pane quotidiano.

Vede la distruzione come un altro capitolo di quello che ha definito «un piano metodico per distruggere il settore agricolo», parte di un modello più ampio di sfollamento e costruzione di insediamenti iniziato nel 1948, che a suo dire mira a «sradicare i palestinesi dalla loro terra».

Ma «il contadino palestinese non conosce altra via se non l’agricoltura, che ha ereditato dai suoi padri e nonni», spiega. «Vogliamo investire nella terra. La terra, per sua natura, genera. L’albero porta il frutto e il frutto ci restituisce vita e benessere».

Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Egab [piattaforma globale che offre supporto editoriale ai giornalisti locali, ndt.]

Ansam al-Qitaa è una giornalista palestinese di Gaza che lavora nel giornalismo cartaceo, radiofonico e mobile. Appassionata di storie di interesse umano e desiderosa di mettere in luce le difficoltà delle persone, crede nel potere delle parole e delle immagini di generare un cambiamento.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La Francia vieta ufficialmente la partecipazione israeliana alla fiera della difesa Eurosatory

Redazione di MEMO

2 giugno 2026 – Middle East Monitor

La Francia ha deciso di proibire la partecipazione ufficiale israeliana alla prossima fiera della difesa Eurosatory a Parigi, una scelta che ha attirato critiche da parte di Israele.

Secondo il ministero francese della Difesa la decisione blocca la creazione di un padiglione ufficiale nazionale israeliano ed esclude la partecipazione agli eventi della fiera dei rappresentanti del governo israeliano.

Il ministero ha affermato che le società della difesa israeliane avranno ancora il permesso di esporre certe tecnologie per la difesa aerea. Tuttavia lo show di armi offensive e dei sistemi militari offensivi rimarranno proibiti.

In risposta il ministero israeliano della Difesa ha descritto la decisione francese come “vergognosa e riprovevole.” Il ministro ha detto che la misura è stata motivata da considerazioni politiche e commerciali e ha sostenuto che ad Israele sono state imposte restrizioni che non sono applicate ad altre Nazioni partecipanti.

Secondo il ministero israeliano la decisione costituisce un allontanamento dalle pratiche normalmente seguite dalle fiere internazionali della difesa e corrisponde ad un trattamento discriminatorio dei partecipanti israeliani.

Il ministero ha inoltre affermato che la Francia sta agendo contro i principi che auspica pubblicamente e ha osservato che i sistemi militari israeliani sono stati usati contro quelli che vengono descritti come organizzazioni terroristiche e attori ostili che minacciano la sicurezza regionale.

La disputa segue un periodo di crescente tensione tra Parigi e Tel Aviv. Secondo il ministero della Difesa israeliano in aprile Israele ha sospeso gli acquisti per la difesa e le transazioni relative alla difesa che coinvolgono la Francia, citando politiche francesi che, ha detto, hanno danneggiato gli interessi di sicurezza israeliani, incluse le restrizioni relative alle operazioni militari che riguardano l’Iran.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Arrestato un medico di Gaza, che ha perso moglie e quattro figli, mentre si recava in Italia

Redazione di Palestine Chronicle

Giovedì 2 giugno 2026 – Palestine Chronicle

Un medico di Gaza che ha perso tutta la sua famiglia è stato arrestato mentre si recava in Italia, e gli attacchi israeliani continuano

Unico superstite della famiglia arrestato

Secondo fonti palestinesi locali, le forze di occupazione israeliane hanno arrestato un medico e studente di medicina di Gaza mentre si recava in Italia per proseguire gli studi.

Martedì Quds News Network ha riferito che il dottor Mahmoud Talal al-Najjar era stato fermato lunedì dopo aver lasciato Gaza attraverso il valico di Kerem Abu Salem e portato in un luogo sconosciuto.

La sua famiglia afferma di non aver ricevuto alcuna informazione sul suo destino o sul luogo di detenzione.

Secondo Attia al-Najjar, fratello del medico, Mahmoud era finalmente riuscito a ottenere i permessi necessari per lasciare Gaza dopo mesi di sforzi ed era atteso all’Università di Tor Vergata a Roma, dove avrebbe dovuto continuare gli studi di medicina e la specializzazione.

L’arresto ha suscitato particolare attenzione perché al-Najjar è l’unico superstite della sua famiglia.

Il 25 ottobre 2024, un attacco israeliano aveva colpito la casa di famiglia a Jabalia, nel nord di Gaza, uccidendo la moglie, Alaa Salem, e i loro quattro figli: Reenat, Yazan, Muhammad e Amr.

L’attacco aveva ucciso anche un fratello e alcuni membri della famiglia del fratello, nonché lo zio e alcuni membri della famiglia dello zio.

Secondo i parenti, al-Najjar aveva pubblicato tre articoli di ricerca accademica e sperava di completare la sua specializzazione all’estero prima di tornare a servire i palestinesi a Gaza.

Le uccisioni israeliane continuano

L’arresto è avvenuto mentre gli attacchi israeliani continuano in tutta la Striscia di Gaza, nonostante l’accordo di cessate il fuoco.

Fonti locali hanno confermato l’uccisione di Ali Yasser al-Adini, colpito a morte dalle forze israeliane vicino a Hamad City, a nord-ovest di Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza.

In precedenza, un palestinese era stato ucciso e altri due feriti quando un drone israeliano aveva colpito il posto di blocco di Al-Farouq nel quartiere di Al-Zawaida, nella Striscia di Gaza centrale.

Fonti hanno identificato la vittima come Khamis Juwaifel. I feriti sono stati trasportati in ospedale per le cure.

Le forze di occupazione israeliane hanno inoltre condotto operazioni di demolizione a est di Khan Younis e a est di Gaza City, mentre bombardamenti di artiglieria e sparatorie hanno preso di mira diverse aree nella parte orientale della Striscia.

Le forze israeliane continuano a violare il cessate il fuoco con attacchi di droni, bombardamenti, demolizioni e attacchi contro aree civili.

Rimangono in vigore anche le restrizioni alla circolazione di aiuti umanitari, merci e spostamenti.

Secondo i dati diffusi dal Ministero della Salute palestinese, 935 palestinesi sono stati uccisi e 2.860 feriti dall’entrata in vigore del cessate il fuoco il 10 ottobre. Il ministero ha inoltre segnalato 781 dimissioni nello stesso periodo.

Il ministero ha affermato che il bilancio complessivo della campagna militare israeliana a Gaza, iniziata il 7 ottobre 2023, ha raggiunto i 72.797 morti e 172.967 feriti, sottolineando il devastante impatto umano della guerra nonostante gli accordi di cessate il fuoco rimangano formalmente in vigore.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Gli ospedali chiudono e si esauriscono i medicinali. Dopo Gaza adesso Israele sta provocando il collasso del sistema sanitario in Cisgiordania

Amira Hass

31 maggio 2026 – Haaretz

Nelle farmacie pubbliche manca la maggior parte dei farmaci e molti pazienti non possono permettersi di acquistarli sul mercato privato. La confisca da parte di Israele delle entrate doganali ha peggiorato in modo significativo il debito del Ministero della Sanità palestinese, che avverte: presto non saremo più in grado di fornire i servizi sanitari essenziali.

Il sistema sanitario palestinese teme un peggioramento della condizione dei pazienti con malattie croniche in Cisgiordania ed un aumento del tasso di mortalità, a causa delle gravi difficoltà di bilancio dell’Autorità Palestinese e dell’impoverimento della sua popolazione. Il debito accumulato dal Ministero della Sanità palestinese nei confronti dei fornitori esterni, 2,6 miliardi di shekel [780 milioni di euro ca.], equivale quasi al suo bilancio attuale, 2,89 miliardi di shekel [870 milioni € ca.]

Come tutti i dipendenti del settore pubblico, anche i medici e gli infermieri ricevono metà del salario, o anche meno. La maggior parte dei farmaci non è disponibile nelle farmacie pubbliche e le scorte di farmaci salva-vita, come quelli per il cancro e le malattie renali, si stanno riducendo. Molti pazienti coperti dall’ assicurazione sanitaria pubblica non possono permettersi di acquistare le medicine nel mercato privato.

Gli operatori sanitari all’interno e fuori dal sistema pubblico definiscono la situazione “sull’orlo del collasso”. La settimana scorsa, prima della festività di Eid al-Adha [Festa del Sacrificio, seconda festività più importante del calendario islamico, ndt.], il Ministero della Sanità palestinese ha segnalato che la capacità di fornire servizi medici essenziali è a rischio, sottolineando che la crisi nel settore pubblico ha creato una reazione a catena, danneggiando anche istituzioni sanitarie di organizzazioni non governative e il settore privato.

Le due cause dirette e principali di questa situazione sono il sequestro da parte del Ministero delle Finanze israeliano delle entrate doganali sulle importazioni dell’Autorità Palestinese (detratti automaticamente dal Ministero i pagamenti dell’AP per la fornitura di prodotti come acqua e elettricità), e il divieto per circa 170.000 palestinesi di ritornare al loro lavoro in Israele.

Dall’inizio di maggio i medici e gli infermieri del settore pubblico palestinese in Cisgiordania sono scesi in sciopero per non aver ricevuto il salario pieno da diversi anni. Anche prima dello sciopero il personale lavorava solo part-time, come altri dipendenti del settore pubblico.

Gli ospedali pubblici forniscono solo cure salva-vita e la loro qualità è compromessa a causa della carenza di personale, dell’insufficienza di medicine e di attrezzature mediche disponibili e della difficoltà nel reperire risorse per la normale manutenzione e le riparazioni delle attrezzature esistenti. Lo sciopero coinvolge anche 447 cliniche del Ministero della Sanità, su un totale di 590 operative in Cisgiordania. Perciò sono anche compromessi i servizi di cura e monitoraggio per le donne incinte, le madri e i neonati, i bambini disabili e gli scolari.

Il debito di circa 2.6 miliardi di shekel (780 milioni di euro) accumulato dal Ministero della Sanità è suddiviso equamente tra gli ospedali non governativi – dove i pazienti sono indirizzati per le cure – e circa 30 aziende farmaceutiche di produzione e importazione.

Questa è l’opinione del Ministro della Sanità palestinese dr. Majed Abu Ramadan, che ha presentato queste osservazioni la settimana scorsa ad un incontro con rappresentanti delle aziende farmaceutiche. I rappresentanti hanno appreso da lui che su 1.260 tipi di farmaci che il Ministero della Sanità acquista regolarmente attualmente ce ne sono 260 nei magazzini e sugli scaffali.

Uno dei partecipanti a questo incontro era l’ex Ministro della Sanità dr. Fathi Abu Moghli, oggi membro dell’Associazione Produttori Farmaceutici. “Il dr. Abu Ramadan ha chiesto alle case farmaceutiche di resistere e continuare a fornire farmaci al Ministero, nonostante il debito a loro dovuto, che ha raggiunto 1.3 miliardi di shekel (390 milioni di euro)”, ha detto a Haaretz Abu Moghli, aggiungendo che molte aziende non sarebbero in grado di soddisfare questa richiesta poichè non dispongono più del capitale necessario ad acquistare i medicinali all’estero.

Il direttore dell’Associazione Produttori Farmaceutici, Muhannad Habash, ha detto che nel 2025 le aziende hanno fatto quanto loro possibile per continuare a fornire medicinali a credito, ma stanno faticando a farlo ancora quest’anno. In un’intervista a Radio Al-Raya Habash ha detto che dall’inizio dell’anno il Ministero della Sanità ha pagato solo 16 milioni di shekel (4 milioni e 800mila euro) ai fornitori farmaceutici.

Uno dei sei impianti produttivi farmaceutici in Cisgiordania è Dar al-Shifa (Pharmacare) il cui direttore, Bassem Khoury, afferma che il Ministero della Sanità gli deve circa 20 milioni di shekel. “Ma continueremo a fornire al Ministero i farmaci che produciamo, come antibiotici per bambini e farmaci per la cura del diabete e la pressione alta, poichè è un nostro dovere verso la comunità”, ha dichiarato a Haaretz Khoury, aggiungendo che il debito del Ministero della Sanità verso altre aziende è molto più alto.

L’altra metà dell’ingente debito è verso gli ospedali privati. “Gli ospedali pubblici hanno bravi medici, ma la lista d’attesa per gli interventi è molto lunga”, ha detto a Haaretz S., un chirurgo palestinese che lavora in ospedali non profit a Gerusalemme e in Cisgiordania. Abu Moghli afferma che a causa delle croniche difficoltà di bilancio il Ministero della Sanità non è stato in grado di aumentare il numero del personale medico nel corso degli anni, nonostante molti laureati in medicina e infermieristica siano disoccupati.

Lo scarso numero di medici nel sistema pubblico è uno dei motivi per cui il Ministero della Sanità indirizza i pazienti agli ospedali privati, come An-Najah a Nablus (un ospedale universitario), Istishari Arab Hospital a Ramallah e due ospedali a Gerusalemme est, Makassed Hospital e Augusta Victoria Hospital, l’accesso ai quali necessita di un permesso israeliano di spostamento. I pazienti sono anche indirizzati per le cure in Giordania e, meno frequentemente che in passato, in Israele.

Nel 2024 vi sono stati 96.000 deferimenti per cure esterne, che costano al Ministero della Sanità palestinese circa 960 milioni di shekel (290 milioni di euro). Fino a ottobre 2023 il Ministero ha anche coperto il trasferimento di pazienti dalla Striscia di Gaza alla Cisgiordania e a Gerusalemme.

A causa del debito dell’Autorità Palestinese verso gli ospedali privati, ha detto il chirurgo S. a Haaretz, questi ospedali sono anche costretti a ridurre i salari dei propri dipendenti e alcuni loro conti bancari sono scoperti. Ai pazienti viene addirittura richiesto di pagare parte dei dispositivi essenziali per la chirurgia disponibili, ha detto. Alcuni pazienti contraggono prestiti o contano sull’aiuto di amici per acquistare i loro farmaci regolari.

Medici e pazienti testimoniano che per via della chiusura delle cliniche la pressione nei pronto soccorso negli ospedali pubblici e negli istituti medici non governativi non ha fatto che crescere. Lo stress e le lunghe attese per gli esami medici creano tensione tra i pazienti e i loro familiari, gli altri pazienti e il personale medico. Sono anche stati riportati casi di violenza verso i medici.

La crisi del sistema sanitario è dovuta a due fattori addizionali, segnala il dr. Mustafa Barghouti, direttore della Palestinian Medical Relief Society, che fornisce servizi medici non profit. Secondo lui il numero di persone che richiedono cure presso le cliniche dell’organizzazione è anch’esso aumentato. Un fattore è dato dallo sforzo diretto e dichiarato da parte di Israele di cacciare dall’area l’UNRWA – UN Relief and Works Agency for Palestine Refugees in Medio Oriente – e organizzazioni di aiuti internazionali come Doctors Without Borders, nonchè l’ordine di chiusura di parecchie organizzazioni della società civile palestinese. Tutte queste organizzazioni sono state costrette a ridurre le prestazioni mediche che fornivano o agevolavano.

Un altro fattore, ha spiegato, sono gli oltre 1.000 checkpoint e posti di blocco permanenti sulle strade della Cisgiordania, che impediscono l’accesso veloce alle cure e costringono il personale medico e le ambulanze a percorrere strade complicate e tortuose o a trasferire i pazienti e i feriti da spari israeliani utilizzando la modalità “back-to back” in base alla quale un paziente viene portato con un veicolo o una barella ad un cancello chiuso o un posto di blocco all’uscita da una località e poi trasferito su un’ambulanza all’altro lato. Questo è un aggravio di bilancio e inoltre compromette la disponibilità del personale. L’allungamento del tempo di viaggio, che include lunghe attese ai checkpoint gestiti dai soldati, accresce anche i costi del viaggio e a volte il personale medico è costretto a pagare personalmente le spese e a lottare per avere i rimborsi.

S. ricorda un medico specialista che non è riuscito a eseguire un’operazione urgente all’ospedale di Hebron a causa di un’incursione dell’esercito nel suo villaggio e della chiusura dell’accesso.

B., madre di un figlio affetto da paralisi cerebrale, non lo manda più in una scuola speciale a Ramallah perché la strada diretta per uscire dal loro villaggio dal 7 ottobre è stata chiusa da una grata di ferro sbarrata. “La corsa con un taxi speciale è diventata più costosa e mio marito ha smesso di lavorare in Israele. Per un po’ ho potuto ancora pagare i farmaci per mio figlio, ma non li compro da due settimane.”, ha detto. Secondo il dr. Barghouti: “Se si mettono insieme tutti i fattori che determinano la crisi del sistema sanitario la conclusione è che questo è il risultato di un piano accurato e calcolato

Il Ministero della Sanità ha creato una squadra di emergenza guidata dal direttore generale del ministero, Wael al-Sheikh (fratello di Hussein al-Sheick, vicepresidente dell’Autorità Palestinese). Ogni tanto una donazione risolve un’emergenza o l’altra. L’Unione Europea assiste l’ospedale Augusta Victoria e, secondo Abu Moghli, ha anche promesso di trasferire 23 milioni di euro agli ospedali della Cisgiordania e una analoga cifra ai fornitori farmaceutici. Ma queste somme sono trascurabili a confronto del debito totale del ministero.

L’economia palestinese era vacillante anche prima che la confisca delle entrate doganali diventasse una prassi. Già nel 2013 un rapporto della Banca Mondiale affermò che il controllo israeliano sulla maggior parte della Cisgiordania impedisce la realizzazione delle potenzialità economiche della società palestinese e le provoca perdite che ammontano a diversi miliardi di dollari all’anno (3,4 miliardi di dollari nel 2011). Queste costanti perdite hanno creato una dipendenza dalle donazioni estere, che sono diminuite nel corso degli anni, e hanno avuto un impatto diretto sui limitati bilanci per lo sviluppo e sui magri bilanci dei ministeri sociali, come quelli dell’educazione e della sanità.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Secondo un sondaggio quasi la metà dei giovani ebrei statunitensi vorrebbe sostituire Israele con uno Stato binazionale.

The Forward e Arno Rosenfeld

31 maggio 2026 Haaretz

I dati segnalano un cambiamento generazionale nel sostegno statunitense a uno Stato binazionale in Israele, in accordo con una delle principali rivendicazioni delle proteste antisioniste nei campus universitari e non solo. Questo anche se la maggior parte delle principali organizzazioni ebraiche classifica la richiesta di un unico Stato come espressione di antisemitismo

Secondo un sondaggio condotto dal Jewish Voter Resource Center [osservatorio sui dati dell’elettorato ebraico, ndt.] quasi la metà degli ebrei americani sotto i 35 anni ritiene che il conflitto israelo-palestinese dovrebbe essere risolto creando un unico Stato che comprenda Israele, la Cisgiordania e Gaza, con un governo eletto sia da israeliani che da palestinesi.

I risultati segnalano un cambiamento generazionale nel sostegno statunitense a uno Stato binazionale in Israele, riflettendo una delle principali rivendicazioni delle proteste antisioniste nei campus universitari e non solo, anche se la maggior parte delle principali organizzazioni ebraiche classifica le richieste di un unico Stato come espressione di antisemitismo.

“La crescente disaffezione dei giovani ebrei americani nei confronti di Israele è una diretta conseguenza delle politiche di Bibi Netanyahu e del modo in cui l’establishment ebraico americano ha preteso lealtà incondizionata verso Israele, a prescindere dal fatto che sia giusto o sbagliato”, ha affermato Jeremy Ben-Ami, presidente di J Street, un gruppo di pressione progressista. “Stanno raccogliendo i frutti di ciò che hanno seminato; questo è il risultato.”

Ben-Ami ha citato, tra le altre cose, la distruzione causata dalla guerra di Israele a Gaza, in cui si stima siano stati uccisi 70.000 palestinesi e distrutto oltre l’80% delle infrastrutture dell’enclave, e la crescente violenza perpetrata dai coloni ebrei in Cisgiordania.

I dati alimentano inoltre un dibattito sempre più acceso sulla percentuale di ebrei negli Stati Uniti che si definiscono sionisti. Le Federazioni ebraiche del Nord America hanno preso a diffondere all’inizio di quest’anno dati che mostrano come circa il 90% degli ebrei americani continui a sostenere l’esistenza di Israele come Stato ebraico e democratico, mentre solo il 37% si definisce “sionista”.

Il sondaggio del Jewish Voter Resource Center, pubblicato giovedì, mette in discussione questi risultati. Secondo l’indagine, il 24% degli adulti ebrei intervistati sostiene la soluzione al conflitto con uno Stato unico, quasi il doppio rispetto al 13% che solo due anni fa si dichiarava favorevole ad uno Stato binazionale. Sebbene per il sondaggio del 2024 non siano disponibili dati disaggregati per fasce d’età, un’indagine dell’American Jewish Committee del 2022 ha rilevato che il 23% degli ebrei americani di età compresa tra i 25 e i 40 anni era favorevole a uno Stato binazionale.

Secondo il nuovo sondaggio metà degli ebrei non ortodossi sotto i 35 anni, il 51%, sostiene uno Stato binazionale.

Le Federazioni ebraiche del Nord America hanno rifiutato di commentare.

Questa brusca inversione di tendenza si verifica in un momento di trasformazione nel modo in cui gli americani vedono Israele; dal 2022 il gradimento verso Israele è crollato in quasi tutti i gruppi demografici, e il crollo si è esteso anche agli ebrei. Un sondaggio del Washington Post ha rilevato che il 61% degli adulti ebrei ha affermato che Israele ha commesso crimini di guerra contro i palestinesi a Gaza, mentre il 39% lo ritiene colpevole di genocidio.

Questo cambiamento nell’opinione pubblica acuisce ulteriormente la spaccatura tra gli ebrei israeliani e quelli americani. Mentre molti ebrei negli Stati Uniti sono indignati dalla condotta di Israele a Gaza in seguito all’attentato terroristico di Hamas del 7 ottobre, gli ebrei israeliani hanno manifestato un senso di crescente vulnerabilità e alcuni hanno interpretato il massacro come la fine di ogni possibilità per Israele di rinunciare al controllo sui territori occupati o di concedere pari diritti ai palestinesi.

Un sondaggio condotto dall’Università di Tel Aviv lo scorso anno ha rilevato che solo il 15% degli ebrei israeliani sosteneva la soluzione dei due Stati, mentre il 29% voleva annettere la Cisgiordania e Gaza senza offrire la cittadinanza ai palestinesi che vi risiedono. Solo l’1% degli ebrei israeliani era favorevole a “uno Stato binazionale con diritti civili”.

Interpellati più nel dettaglio sulla possibilità di una soluzione a uno Stato, il 3% degli ebrei israeliani ha dichiarato che la sosterrebbe solo se ai palestinesi venissero concessi pari diritti, mentre il 37% ha affermato di sostenerla anche se ai palestinesi non venissero concessi pieni diritti.

Jeremy Pressman, studioso del conflitto israelo-palestinese presso l’Università del Connecticut, ha affermato che i giovani ebrei americani non hanno mai vissuto Israele come potenza vulnerabile e svantaggiata, a differenza delle generazioni più anziane che hanno assistito alla nascita dello Stato o alla sua vittoria nelle guerre arabo-israeliane del 1967 e del 1973; sono cresciuti al contrario in gran parte sotto governi di destra e hanno assistito alla violenza israeliana contro i palestinesi sui social media. “Questo crea un divario tra la visione dominante del conflitto da parte degli ebrei israeliani e la visione di centrosinistra, o talvolta di estrema sinistra, degli ebrei americani”, ha dichiarato Pressman in un’intervista.

Il Jewish Voter Resource Center, affiliato al Jewish Democratic Council of America, ha intervistato 800 elettori ebrei registrati [al voto], con un margine di errore di +/- 3,5 punti percentuali e di +/- 6,9 punti percentuali per gli ebrei sotto i 35 anni.

A Boston Asher Kaplan Leba, leader della Rete delle Sinagoghe del Massachusetts su Israele/Palestina, ha affermato che molti ebrei sono disillusi riguardo alla soluzione a due Stati poiché il governo israeliano ha intrapreso azioni come l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania che sembrano renderne più difficile l’attuazione.

“È stata la mia posizione per molti anni”, ha detto Leba, 32 anni. “Ma non voglio passare il resto della mia vita adulta ad aspettare che i despoti etno-nazionalisti che controllano Israele, con i quali non condivido alcun valore, cambino.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Perché i nemici europei di ebrei e palestinesi hanno sposato il sionismo

Joseph Massad

31 maggio 2026 – Middle East Eye

Imperialisti protestanti, governi antisemiti e coloni sionisti, tutti hanno cercato di privare i palestinesi della loro patria. Dopo due secoli non ci sono ancora riusciti.

In seguito all’espulsione dei crociati cattolici e allo smantellamento della loro colonia di insediamento “Regno Latino” nei secoli XII° e XIII°, la Palestina è rimasta nel mirino dei cristiani fanatici d’Europa. Ai seguaci della nuova incarnazione della Cristianità, il protestantesimo, si unirono poi gli imperialisti fanatici alla fine del XVIII° secolo.

Da allora i nemici europei del popolo palestinese hanno insistito nei tentativi di privarli della loro patria.

Napoleone Bonaparte conquistò la Palestina centro-meridionale, marciando da Gaza a Giaffa tra il febbraio e il maggio del 1799 prima di essere sconfitto ad Acri. Il suo proclama dell’aprile 1799, ispirato da pensatori ugonotti, i protestanti francesi, sollecitava gli ebrei europei a colonizzare il Paese, ma rimase inascoltato.

Nel contempo dalla fine del XVIII° secolo i britannici cercarono attivamente di convertire gli ebrei europei al protestantesimo anglicano e mandarli in Palestina per derubare i palestinesi della loro patria, per accelerare contemporaneamente il ritorno di Gesù Cristo.

Oltre ai regimi britannico e francese i nemici dei palestinesi includevano gli evangelici bianchi protestanti americani, gli evangelici inglesi, i protestanti scozzesi e gli evangelici tedeschi, e nel XIX° secolo tutti fondarono colonie di protestanti bianchi in Palestina.

Alla fine del XIX° secolo ad essi si unirono coloni ebrei russi, l’Organizzazione Sionista fondata da Theodor Herzl nel 1897 ed ebrei borghesi europei che finanziarono entrambi.

Prima della fine della Prima Guerra Mondiale a questi implacabili nemici del popolo palestinese si sarebbero aggiunti i regimi della maggioranza dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti. Tutti ancor oggi continuano ad essere altrettanto determinati nel derubare i palestinesi della loro patria.

Per essere chiari, tutti questi nemici dei palestinesi erano altrettanto nemici degli ebrei europei. Politici britannici e protestanti evangelici bianchi intendevano insediarsi in Palestina e convertire gli ebrei europei in modo che, in quanto fedeli protestanti, potessero unirsi a loro per colonizzare il Paese.

L’impero protestante britannico era il principale sostenitore dei tentativi di convertire gli ebrei europei prima di sbarazzarsi di loro come coloni in Palestina.

Nemici condivisi

L’Organizzazione Sionista era correttamente considerata nemica degli ebrei da tutti i principali settori della società ebraica europea e americana.

Essi comprendevano, tra gli altri, i rabbini sia dell’ebraismo ortodosso che riformato, che cacciarono Herzl e il suo primo congresso sionista da Monaco nel 1897; gli ebrei liberali assimilati in Gran Bretagna, USA, Francia e Germania; gli ebrei socialisti e comunisti dell’Europa orientale e in Russia.

La borghesia ebraica dell’Europa occidentale e l’intelligentsia degli ebrei assimilati si opposero all’immigrazione nell’Europa occidentale degli ebrei poveri dell’Europa orientale temendo che ciò avrebbe danneggiato le conquiste degli ebrei europei occidentali e alimentato l’antisemitismo.

Volevano invece cacciarli tutti quanti dall’Europa, un obiettivo condiviso dai governi antisemiti dell’Europa occidentale, facilitando e finanziando la loro emigrazione verso le Americhe o in Palestina come coloni.

Invece di aiutarli a superare la povertà e lottare per i loro diritti nei propri Paesi, come intendeva fare l’antisionista Sindacato Internazionale degli Ebrei, il Bund, organizzazione sindacale fondata anch’essa nel 1897, finanziarono la loro partenza.

Tutti questi gruppi e Paesi oggi affermano di amare gli ebrei, equiparando questo loro sostegno al quello riservato al sionismo, a cui molti ebrei continuarono ad opporsi fino alla Seconda Guerra Mondiale in quanto movimento antiebraico sponsorizzato dalle potenze antisemite. Alcuni sostengono persino di amare i palestinesi, identificando il loro sostegno con quello per il regime collaborazionista dell’Autorità Palestinese alla Quisling [politico norvegese che collaborò con gli occupanti nazisti e diventato sinonimo di traditore, ndt.]

In effetti tutti di loro continuano ad essere nemici di entrambi i popoli. L’asserito amore degli USA e degli europei per l’antiebraica Organizzazione Sionista e l’antipalestinese Autorità Palestinese segue la stessa logica.

Ridefinire l’antisemitismo

Ironicamente dopo il 1917, e soprattutto dopo il 1945, l’antisemitismo dei cristiani, del sionismo ebraico e dell’imperialismo protestante è stato identificato da chi lo sostiene come una posizione “filo-ebraica”, mentre gli ebrei antisionisti risultano essere rappresentati da questi stessi sionisti antisemiti, soprattutto dopo il 1967, come “antisemiti” ed “ebrei che odiano se stessi”.

Allo stesso modo la lotta anticolonialista dei palestinesi contro la colonizzazione cristiana ed ebraica del loro Paese e la tutela imperialista fin dal XIX°secolo viene dipinta da questi stessi poteri imperialisti, colonialisti e antisemiti come una “lotta antisemita”.

Contro le opinioni di molti ebrei il sionismo ha sostenuto di rappresentare tutti gli ebrei, cercando nel contempo di colonizzare la Palestina in loro nome. La resistenza palestinese a questa colonizzazione è poi stata etichettata non come una “lotta anticolonialista” ma come un’ostilità verso il suo presunto “carattere ebraico”.

Questa propaganda illogica ha convinto, e ancora lo fa, solo antisemiti, imperialisti e loro sostenitori razzisti.

È vero che dal 1948, e ancor di più dal 1967, la maggioranza degli ebrei europei e statunitensi si è convertita dall’antisionismo al non-sionismo e filo-sionismo. Eppure nel corso dell’ultimo quarto di secolo una parte importante dell’ebraismo occidentale ha rivendicato le sue posizioni antisioniste e ora si oppone fermamente alla colonizzazione e alle guerre genocide di Israele.

Tra i palestinesi, nonostante la subalternità della loro lotta per la liberazione iniziata a metà degli anni ‘70, un processo culminato nella resa finale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina a Israele nel 1993 [si riferisce a gli accordi di Oslo, ndt.], molti continuano a resistere quotidianamente contro le predazioni colonialiste e gli inimmaginabili sadismo e razzismo coloniali e genocidi di Israele.

Eppure i nemici di entrambi i popoli continuano ad impegnarsi nel sostegno al sionismo, il movimento ebraico più antisemita nella storia dell’ebraismo, e all’Autorità Palestinese vichysta [riferimento al governo filo-nazista francese di Vichy, ndt.], la cui totale subordinazione ai e collaborazione con i progetti imperialisti di USA ed Europa è ugualmente senza precedenti nella storia palestinese.

Questo oggi è l’impasse che sta davanti agli sponsor statunitensi ed europei di Israele. Essi continuano ad essere incrollabilmente impegnati a favore di un mondo in cui possono obbligare tutti i palestinesi a sottomettersi alle politiche colonialiste e genocide di Israele e minacciare di scomunica tutti gli ebrei antisionisti.

La resistenza continua

La guerra scatenata contro i palestinesi e i loro sostenitori ebrei e cristiani, per non parlare di quelli musulmani, non si è mai placata dall’inizio del XIX° secolo, nonostante il suo totale fallimento nell’ottenere il furto totale della patria palestinese o nel garantire la sopravvivenza del colonialismo di insediamento israeliano.

Mentre questo mese Israele ha segnato il suo settantottesimo compleanno, i media occidentali e i loro magnati, affaristi occidentali, ossequiose università occidentali impegnate a sopprimere la libertà accademica e a confermare le loro convinzioni sulla sicurezza nazionale, e i poteri repressivi e giudiziari dei regimi oppressivi di USA ed Europa hanno continuato a mobilitarsi con il compito di salvaguardarlo.

Dopo due secoli di sostegno e complicità con il furto della Palestina, questi nemici del popolo palestinese non sono riusciti a portare a termine il loro compito colonialista. Eppure il loro impegno per privare i palestinesi della loro patria rimane come sempre accanito.

La resistenza palestinese ha dimostrato di non essere meno tenace. Come quella dei suoi predecessori del XII° e XIII° secolo, che cacciarono i colonialisti cattolici crociati, non è mai finita da quando i colonialisti americani evangelici protestanti hanno formato molte colonie in Palestina nel XIX° secolo. La prima, “Mount Hope” [Monte Speranza] venne fondata a Giaffa nel 1851, seguita dalla “American Mission Colony” [Colonia della Missione Americana] nel 1854 e molte altre in seguito, tutte alla fine smantellate.

Questa resistenza contro gli altrettanto fanatici colonialisti sionisti e le loro strutture su tutto il territorio dei palestinesi, chiamato Israele, continua tuttora. Sono questa resistenza e la solidarietà globale che essa ha promosso, anche tra gli ebrei d’Occidente, che si oppone ai progetti predatori orditi continuamente dai nemici colonialisti occidentali dei palestinesi e dai loro agenti locali.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Joseph Massad è docente di politica araba contemporanea e storia intellettuale alla Columbia University, a New York. È autore di molti saggi ed articoli accademici e giornalistici. I suoi libri includono Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan [Effetti del colonialismo: la formazione dell’identità nazionale in Giordania]; Desiring Arabs [Arabi desideranti]; The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians, [La persistenza della questione palestinese: saggio su sionismo e palestinesi] e più di recente Islam in Liberalism [L’Islam nel liberalismo].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Rapporto del Segretario Generale delle Nazioni Unite accusa le forze israeliane di stupro e abuso sessuale su detenuti palestinesi

Liza Rozovsky

29 maggio 2026 – Haaretz

Il Segretario Generale dell’ONU António Guterres ha aggiunto le forze di sicurezza israeliane alla lista delle Nazioni Unite di soggetti accusati di violenza sessuale nei conflitti. Il rapporto cita diversi casi di stupro e altre violenze sessuali commesse dalle forze israeliane contro detenuti palestinesi in custodia e durante gli interrogatori.

Secondo una relazione annuale presentata al Consiglio di Sicurezza di cui Haaretz ha preso visione il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres ha aggiunto le forze di sicurezza israeliane a una lista ONU di soggetti accusati di violenza sessuale nei conflitti.

Il rapporto afferma che le Forze di Difesa, il Servizio Carcerario e l’Unità Antiterrorismo della Polizia di Frontiera di Israele sono responsabili di abusi denunciati contro i palestinesi, principalmente nei centri di detenzione, e invita Israele a prevenire tali violazioni e a perseguire i responsabili.

In base al rapporto del Segretario Generale sulla violenza sessuale in situazioni di conflitto, nel 2025 le Nazioni Unite hanno verificato numerosi casi di violenza sessuale connessi al conflitto israelo-palestinese, inclusi casi di tortura. Il rapporto afferma che le Nazioni Unite hanno identificato 31 vittime provenienti dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania: quattordici uomini, sette donne, nove minorenni e una ragazza. Tredici di questi casi si sono verificati nel 2025, mentre diciotto nel 2023 e nel 2024.

“Le violazioni citate consistono in stupri, anche con oggetti, stupri di gruppo, tentati stupri, violenze fisiche ai genitali, sparatorie mirate ai genitali, toccamenti al seno e ai genitali, perquisizioni corporali e ispezioni delle cavità corporee condotte senza apparente giustificazione per ragioni di sicurezza, nudità forzata e minacce di stupro”, si legge nel rapporto.

Secondo il rapporto nove vittime, la maggior parte delle quali abitanti di Gaza, sono state sottoposte a stupri e stupri di gruppo, in alcuni casi ripetutamente.

Il rapporto afferma che la maggior parte dei reati è stata commessa durante la detenzione e l’interrogatorio di palestinesi in diverse strutture, tra cui campi militari come la base di Sde Teiman e il centro di detenzione di Etzion, nonché nelle prigioni israeliane di Megiddo, Ofer, Ramla, HaSharon, Shatta, Nafha e Damon e nella stazione di polizia di Gush Etzion.

Riferisce inoltre che le forze di sicurezza hanno aggredito palestinesi ai posti di blocco e durante le operazioni militari in Cisgiordania, aggiungendo che tra le vittime figurano giornalisti e difensori dei diritti umani.

Il rapporto indica che molti dei casi denunciati riguardano molteplici forme di violenza sessuale avvenute simultaneamente e in alcuni casi documentate tramite filmati o fotografie, tra cui almeno uno stupro. Descrive gli abusi subiti dalle detenute come minacce di stupro, nudità forzata, contatti fisici indesiderati e umilianti perquisizioni corporali effettuate senza evidente giustificazione per motivi di sicurezza.

Uomini e ragazzi sarebbero stati vittime di stupro o tentato stupro e di violenze dirette ai genitali, «con la conseguenza che cinque vittime di sesso maschile hanno sofferto di gravi emorragie rettali o gonfiori per diversi giorni o settimane e in alcuni casi non hanno ricevuto cure mediche».

Il documento afferma inoltre che gli effetti a lungo termine della violenza sessuale sui detenuti rilasciati e rimpatriati a Gaza sono stati aggravati dalle pessime condizioni di vita e aggiunge che la crisi umanitaria e i ripetuti spostamenti di massa nell’enclave hanno esposto donne e ragazze a un rischio maggiore di violenza sessuale.

La relazione cita inoltre le conclusioni della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta dell’ONU sui Territori palestinesi occupati, inclusa Gerusalemme Est, e su Israele, che, vi si legge, ha ripetutamente documentato quella che definisce una “sistematica mancanza di assunzione di responsabilità” per le violazioni contro i palestinesi, contribuendo così a creare “un clima di impunità“.

Si fa riferimento a un caso in cui cinque riservisti israeliani sono stati incriminati nel febbraio 2025 per una grave aggressione avvenuta nel campo militare di Sde Teiman, ma si afferma che l’atto d’accusa non includeva accuse di violenza sessuale o stupro, nonostante le prove presentate, tra cui materiale video e referti medici. Il rapporto aggiunge che tutte le accuse sono state ritirate nel marzo 2026, ammonendo che tali esiti rischiano di “rafforzare un clima di impunità che potrebbe favorire il ripetersi di reati di violenza sessuale nel corso del conflitto”.

Le forze di sicurezza israeliane sono state menzionate insieme ad Hamas, che è stato inserito nella lista nera delle Nazioni Unite lo scorso anno per le violenze sessuali commesse dai suoi membri il 7 ottobre e nei confronti degli ostaggi.

L’elenco comprende anche una serie di attori statali e non statali, tra cui Hayat Tahrir al-Sham [organizzazione politica-paramilitare sunnita coinvolta nella guerra civile in Siria, ndt.], lo Stato Islamico, le forze governative siriane guidate da Bashar al-Assad, l’esercito sudanese e le milizie alleate, l’esercito nazionale somalo e al-Shabaab, nonché le forze armate russe.

Sulla base del documento il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha scritto di aver avvertito l’ anno scorso sia la Russia che Israele di porre fine agli atti di violenza sessuale e di adottare misure per prevenire gli abusi istituzionali e assicurare i responsabili alla giustizia. Ha affermato che i due Paesi non hanno adottato misure preventive adeguate e hanno continuato a bloccare l’accesso agli organismi di monitoraggio delle Nazioni Unite competenti.

Il rapporto rileva che i casi verificati riflettono probabilmente solo una parte di un modello più ampio. Le Nazioni Unite affermano che le loro conclusioni dovrebbero essere considerate indicative piuttosto che esaustive, citando quello che descrivono come un continuo diniego di accesso da parte di Israele alle strutture di detenzione e a Gaza. Dicono inoltre che le segnalazioni di violenze sessuali rimangono difficili a causa di quelle che definiscono minacce esplicite da parte delle forze armate e di sicurezza israeliane volte a costringere i detenuti a non denunciare gli abusi.

Il rapporto rileva inoltre che la rappresentante speciale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale nei conflitti, Pramila Patten, è rimasta in contatto con il governo israeliano e la società civile in seguito all’avvertimento lanciato ad Israele lo scorso anno, secondo il quale il Paese avrebbe potuto essere inserito nella lista nera. Tuttavia, Israele non ha fornito informazioni che indicassero l’adozione delle misure previste dalle Nazioni Unite.

Nel gennaio 2025 Haaretz ha riportato che Patten aveva cercato di approfondire la sua indagine sulla violenza sessuale contro gli israeliani durante il massacro del 7 ottobre perpetrato da Hamas, ma non aveva potuto effettuare una seconda visita in Israele dal momento che le autorità le avevano negato l’accesso alle strutture in cui sono detenuti i palestinesi. Patten è anche autrice del rapporto delle Nazioni Unite più completo fino ad oggi sulla violenza sessuale nel corso dell’attacco del 7 ottobre perpetrato da Hamas.

Guterres ha esortato il governo israeliano a “cessare immediatamente ogni atto di violenza sessuale” e ad attuare rapidamente gli impegni volti ad affrontare e prevenire tali abusi. Ha inoltre chiesto che i responsabili delle violenze sessuali nel massacro del 7 ottobre siano chiamati a risponderne, sottolineando al contempo l’importanza del giusto processo. Il rapporto afferma che le Nazioni Unite non hanno ricevuto informazioni da Israele in merito a eventuali incriminazioni per violenza sessuale contro palestinesi detenuti per il loro presunto ruolo nell’attacco del 7 ottobre.

Nella relazione il Segretario generale delle Nazioni Unite ha ribadito il suo appello a Israele affinché “cessi immediatamente ogni atto di violenza sessuale” e attui “impegni con scadenza definita” per prevenire tali abusi. Ha inoltre esortato Israele a garantire “accesso illimitato” agli organi delle Nazioni Unite per indagare sulle presunte violazioni, comprese le violenze sessuali legate al conflitto, e ha chiesto che i responsabili dei crimini commessi durante gli attentati del 7 ottobre e successivamente siano chiamati a risponderne “nel rispetto del giusto processo”, esortando al contempo Hamas ad adottare misure per contrastare la violenza sessuale.

Secondo il rapporto le Nazioni Unite non hanno ancora ricevuto da Israele informazioni relative alle incriminazioni per violenza sessuale mosse contro i palestinesi detenuti in Israele con l’accusa di aver partecipato al massacro del 7 ottobre. Il rapporto sottolinea inoltre che Israele dovrebbe garantire che i prigionieri palestinesi siano trattati «in modo dignitoso» e indagare e perseguire tutte le accuse di violenza sessuale nei confronti dei detenuti.

I crimini sessuali di Hamas sono stati descritti in dettaglio anche negli ultimi due rapporti annuali, pubblicati nel 2024 e nel 2025. Questa volta il rapporto si è concentrato sulla violenza sessuale contro gli ostaggi israeliani tenuti prigionieri dal gruppo combattente a Gaza.

In base a quanto riportato, dopo il rilascio di oltre 50 ostaggi sulla base di due accordi nel 2025 sei ostaggi hanno testimoniato pubblicamente di aver subito violenza sessuale. Una donna, rilasciata a gennaio, ha testimoniato in merito di numerosi episodi di violenza sessuale. Nel marzo 2025 altre due donne, rilasciate nel 2023, hanno testimoniato su atti violenza sessuale. Anche tre uomini, rilasciati nell’ottobre 2025, hanno riferito di aver subito violenza sessuale.

Il rapporto sottolinea che le Nazioni Unite non sono state in grado di verificare queste testimonianze perché Israele non ha permesso agli organi competenti dell’organizzazione di condurre le indagini.

Intervenendo venerdì in una conferenza stampa sui risultati del rapporto, Patten ha detto che Israele era stato informato in anticipo della sua inclusione nella lista nera e aveva risposto al rapporto a marzo negando la presenza di «qualsiasi forma di violenza sessuale» nei confronti dei palestinesi e inviando un documento contenente le proprie prassi giuridiche e le direttive destinate alle Forze di Difesa Israeliane (IDF) e alle forze dell’ordine.

Tuttavia il documento “non conteneva informazioni su alcuna indagine, processo o condanna completa per casi di violenza sessuale”, ha dichiarato Patten, aggiungendo che il caso di Sde Teiman, in cui filmati trapelati mostrano abusi su una detenuta palestinese nella struttura, è emblematico.

“Non solo nell’atto d’accusa non c’era menzione di violenza sessuale, ma le incriminazioni sono state addirittura ritirate del tutto dal procuratore generale militare”, ha concluso.

L’anno scorso i riservisti sono stati accusati di maltrattamenti aggravati e lesioni personali gravi nei confronti del detenuto. Secondo l’atto d’accusa lo avrebbero picchiato, trascinato sul pavimento, calpestato e colpito con un taser. Il detenuto ha riportato fratture alle costole, un polmone perforato e una perforazione del colon.

Sempre l’anno scorso l’uomo è stato rilasciato dalla custodia delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) e rimandato a Gaza senza che le autorità israeliane avessero raccolto la sua testimonianza sui presunti maltrattamenti subiti dalle guardie israeliane.

“Questo è il caso, come forse ricorderete, che ha scatenato manifestazioni da parte di alcuni membri della Knesset per protestare contro l’arresto dei soldati, tra cui attacchi al campo di Sde Teiman, e a coloro che indagavano sul caso”, ha dichiarato Patten venerdì.

Nel luglio 2024 centinaia di persone hanno protestato davanti alla struttura contro l’arresto dei soldati in una manifestazione culminata con l’irruzione nella base da parte di un gruppo di manifestanti guidati dal deputato di estrema destra Zvi Succot.

L’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite Danny Danon e il Ministero degli Esteri israeliano hanno criticato il Segretario Generale dell’ONU per la decisione. Il Ministero degli Esteri, sul sito X, ha definito la decisione un “tentativo di creare una falsa simmetria tra Israele e le reali atrocità sessuali commesse da Hamas”.

Danon e il Ministero degli Esteri hanno dichiarato che avrebbero “interrotto i rapporti” con il Segretario Generale fino alla nomina di un nuovo Segretario Generale dell’ONU.

Nel frattempo il Ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha annunciato di aver chiesto al Procuratore Generale del Paese di aprire un’indagine penale sul trattamento riservato dalle forze israeliane agli attivisti francesi che hanno partecipato all’ultima flottiglia diretta nella Striscia di Gaza.

Barrot ha dichiarato in un’intervista a France Inter che la decisione è stata presa in seguito a una relazione del Console Generale in Turchia, secondo la quale gli attivisti sarebbero stati vittime di violenze sessuali, umiliazioni e percosse.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Molte fonti affermano che USA e Israele ‘lavorano attivamente’ per strappare alla Giordania la custodia di Al-Aqsa.

Faisal Edroos, Londra – Sean Mathews, Atene – Lubna Masarwa, Gerusalemme

25 maggio 2026 Middle East Eye 

Il piano ha sollevato il timore che il ruolo della Giordania a Gerusalemme possa essere messo da parte a favore di un nuovo accordo in linea con gli interessi di Israele.

Diverse fonti hanno riferito a Middle East Eye che USA e Israele stanno “lavorando attivamente” per strappare alla Giordania la sua storica custodia del complesso della moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme e stanno perseguendo un nuovo accordo che vedrebbe la gestione del venerato sito musulmano strettamente allineata agli interessi di Israele.

Funzionari USA, giordani e palestinesi, come anche fonti occidentali e del Golfo arabo, hanno detto a MEE che secondo il piano, sostenuto dal genero del presidente Donald Trump Jared Kushner, che non ricopre un ruolo ufficiale nell’amministrazione, e dall’ambasciatore degli USA in Israele Mike Huckabee, l’autorità del Waqf islamico [fondazione pia col fine di conservare il bene inalienabile, ndt.] appoggiato dalla Giordania terminerebbe rapidamente e un nuovo ente creato dal governo israeliano dichiarerebbe la moschea di Al-Aqsa un “centro multiconfessionale”. Secondo i funzionari, che hanno richiesto l’anonimato per discutere questioni sensibili, il “nuovo accordo” garantirebbe agli ebrei “uguale accesso” al sito musulmano e consentirebbe formalmente di pregare ad un vasto gruppo di ebrei.

Inoltre Israele avrebbe un’importante voce in capitolo nella nomina degli imam, dei predicatori e degli alti funzionari della moschea e sarebbe anche coinvolto nell’approvazione dei contenuti dei sermoni del venerdì.

Due funzionari USA hanno riferito a MEE che Washington ha stilato una bozza su come concepiscono il futuro della moschea. Hanno detto che l’amministrazione Trump gradirebbe vedere la moschea di Al-Aqsa disgiunta dalla propria identità musulmana e il sito trasformato in un monumento di attrazione turistica che ospita tutte le tre religioni abramitiche.

Un funzionario occidentale ed una fonte informata del governo giordano hanno detto a MEE che, in base alla proposta che avevano visionato, i Paesi arabi avrebbero la garanzia di una supervisione “a rotazione” del complesso della moschea di Al-Aqsa.

Hanno detto che sia il Bahrein, l’Egitto e il Marocco che gli Emirati Arabi Uniti (EAU) sono stati informati della proposta statunitense.

Secondo le due fonti del Golfo arabo e un’altra fonte vicina alle posizioni del governo giordano l’Arabia Saudita, che condivide con la Giordania un’antica storia ed una forte alleanza, è contraria alla proposta.

Le fonti hanno affermato che inizialmente Israele aveva ventilato l’idea insieme all’amministrazione Trump circa dieci anni fa ma che, subito dopo che Huckabee l’anno scorso ha assunto l’incarico di ambasciatore USA, ha “ripetutamente” chiesto a Washington di dare seguito al piano.

Il rappresentante degli USA, un devoto cristiano evangelico ed ex ospite di talk show, è da tempo un sostenitore di Israele che ha fermamente appoggiato le colonie israeliane illegali nei territori palestinesi occupati.

La fonte vicina alle posizioni del governo di Amman ha detto a MEE che “gli americani si sono arrabbiati per il fatto che i giordani reclamino la propria custodia e sollevino proteste contro le azioni israeliane ad Al-Aqsa.”

Proprio questo mese il parlamento giordano ha condannato le iniziative di Israele di impadronirsi delle proprietà palestinesi e dei possedimenti islamici in un’area adiacente alla moschea di Al-Aqsa.

Tutte le fonti con cui MEE ha parlato hanno affermato che la nuova proposta lascia nell’incertezza il destino dei luoghi santi cristiani di Gerusalemme.

La monarchia hascemita è custode anche della chiesa del Santo Sepolcro e della chiesa dell’Ascensione. Inoltre la Giordania ha un effettivo diritto di veto sulla nomina del Patriarca greco ortodosso di Gerusalemme.

Questo piano non dice niente riguardo ai siti cristiani, cosa che solleva una nuova serie di preoccupazioni.”, ha detto una delle fonti.

Un funzionario del governo giordano ha sottolineato che la posizione di Amman su Gerusalemme ed i suoi luoghi santi “resta ferma” e ha detto che la custodia hascemita è riconosciuta a livello internazionale in base a trattati e accordi, compreso l’art. 9 del trattato di pace tra Giordania e Israele del 1994.

Ha aggiunto che la Giordania sta coordinandosi con i partner palestinesi, arabi e internazionali per preservare “l’identità araba, islamica e cristiana” dei siti e impedire qualunque alterazione dello status quo storico e giuridico.

Cardine della stabilità’

La moschea di Al-Aqsa è stata gestita per decenni in base ad uno status quo, o accordo internazionale, che preservava il suo status religioso come sito esclusivamente islamico.

In base ad accordi stipulati dopo la guerra del 1967 la Giordania e Israele hanno concordato che il Waqf islamico avrebbe amministrato le questioni interne al complesso, mentre Israele avrebbe controllato la sicurezza esterna.

Ai non musulmani è consentito visitare il sito in determinati orari, ma non possono pregarvi.

Per gli ebrei il sito è conosciuto come il Monte del Tempio, dove molti credono che un tempo sorgessero due antichi templi ebraici: il tempio costruito da re Salomone (Suleiman in arabo), distrutto dai babilonesi e il secondo tempio, distrutto dai romani.

Funzionari giordani e palestinesi hanno affermato che l’accordo proposto sembrava vagamente ispirato alle politiche di Israele nella moschea Ibrahimi di Hebron, dove le restrizioni imposte dopo il massacro del 1994 da parte di un colono israeliano condussero infine ad una divisione formale del sito tra musulmani ed ebrei.

Dopo il massacro Israele ha destinato il 63% al culto ebraico e il 37% ai musulmani, nonostante il sito fosse venerato da musulmani, cristiani ed ebrei come luogo di sepoltura del profeta Abramo ed altri patriarchi.

Per la Giordania la custodia della moschea di Al-Aqsa e del più ampio complesso è centrale per la legittimità stessa della monarchia hashemita.

La famiglia regnante giordana fa risalire la propria custodia dei luoghi sacri musulmani e cristiani a Gerusalemme al 1924, quando la Palestina si trovava sotto il mandato britannico.

La Gran Bretagna e la Francia si spartirono gran parte del Levante dopo aver sconfitto l’impero ottomano durante la prima guerra mondiale, il che portò al crollo formale del Califfato islamico nel 1924.

Agli hascemiti fu concessa la custodia in Gerusalemme dopo aver perduto il controllo delle due città più sacre dell’islam, Mecca e Medina, a favore della famiglia Al Saud.

Il ruolo della Giordania come custode fu in seguito riconosciuto nel trattato di pace con Israele del 1994, che riconobbe il “ruolo speciale” di Amman nei luoghi sacri islamici di Gerusalemme.

Ma per anni funzionari giordani e dirigenti palestinesi hanno segnalato che l’accordo è stato costantemente compromesso da successivi governi israeliani incitati da gruppi di estrema destra che cercavano di ottenere un più ampio controllo ebraico sul complesso.

Incursioni della polizia israeliana all’interno del complesso della moschea, sempre più numerose visite da parte di attivisti ebrei ultranazionalisti e ripetuti inviti di ministri israeliani al diritto degli ebrei di pregare nel sito hanno alimentato le accuse che Israele stia gradualmente cambiando lo status quo.

Anche funzionari del Waqf hanno più volte riferito a MEE che, oltre ad imporre severe restrizioni ai fedeli palestinesi, Israele ha reso difficile al Waqf eseguire i necessari lavori di manutenzione e riparazione.

Mustafa Abu Sway, vicecapo del consiglio del Waqf, non ha voluto commentare il declino dell’influenza della Giordania nella Città Vecchia, ma ha detto che la custodia hascemita è “un pilastro della stabilità nella regione.”

Ha detto che i palestinesi ritengono la custodia “un’ancora di salvezza a livello strategico” e ha sottolineato che la Giordania ha sistematicamente difeso lo storico status quo presso le sedi internazionali, compresa l’Unesco.

La custodia hascemita è un pilastro della stabilità nella regione, metterla a rischio significa mettere a rischio i principi stessi della pace.”

Da parte sua il Governatorato di Gerusalemme ha detto di non essere stato informato di alcuna proposta del genere, ma ha affermato di “respingerla totalmente”.

Ha dichiarato che vi era stato un “pericoloso incremento” dell’interferenza israeliana nel lavoro del Waqf, comprese restrizioni ai custodi e allo staff e crescenti incursioni dei coloni all’interno del complesso.

La Giordania pianifica una soluzione alternativa

Due fonti del golfo arabo hanno riferito a MEE che il governo della Giordania sostenuto dagli USA sta probabilmente contando sull’appoggio regionale per contrastare la proposta statunitense-israeliana.

Nonostante il crescente avvicinamento di Amman agli EAU, le fonti asseriscono che è inconcepibile che Riyad resti in silenzio o rifiuti di contrastare pubblicamente una tale proposta.

L’Arabia Saudita capisce bene che se venissero prese iniziative contro la custodia hascemita si infiammerebbe l’intera regione”, ha affermato una fonte del Golfo arabo. Un’altra fonte del Golfo ha detto che Riyad considera la custodia come “un pilastro della stabilità regionale”, aggiungendo: “I sauditi possono essere in disaccordo con la Giordania su alcune questioni, ma riguardo a Gerusalemme e Al-Aqsa comprendono le conseguenze di uno smantellamento dell’attuale accordo.”

Secondo queste fonti il Principe della Giordania Hussein Bin Abdullah negli ultimi anni ha sviluppato un “buon rapporto” con la sua controparte saudita, il Principe Mohammed Bin Salman, e i legami si sono approfonditi da quando un gruppo di Paesi arabi ha normalizzato i rapporti con Israele.

Ma entrambe le fonti hanno detto che non è chiaro come risponderà il regno nel caso gli EAU o il Bahrein appoggiassero pubblicamente la proposta.

Dopo la firma degli Accordi di Abramo nel 2020 sia Abu Dhabi che Manama hanno costantemente approfondito i legami politici, economici e di sicurezza con Israele, anche se l’irritazione della regione riguardo alle azioni di Israele a Gerusalemme e Gaza è aumentata.

In particolare gli EAU si sono posti come il partner arabo più vicino a Israele, ampliando la cooperazione nel commercio, nella tecnologia, nell’energia e nella difesa.

Le iniziative religiose e diplomatiche legate agli Emirati hanno anche incoraggiato l’idea di una “coesistenza multi-confessionale” con modalità che i funzionari palestinesi e giordani temono possano essere usate per legittimare cambiamenti nello storico status quo della moschea di Al-Aqsa.

Nel 2023 gli EAU hanno creato il proprio centro multi-confessionale che include una chiesa cattolica, una sinagoga ebraica e una moschea islamica.

Analogamente il Bahrein ha mantenuto stretti rapporti con Israele e ha difeso il proprio impegno a fianco di Israele ove necessario per contrastare l’Iran.

I funzionari del Bahrein inoltre hanno generalmente evitato di criticare pubblicamente le politiche israeliane a Gerusalemme, una posizione che ha alimentato preoccupazioni sulla possibilità che siano sempre più inclini ad accettare le richieste israeliane sui siti sacri.

Gli EAU e il Bahrein capiscono quanto sia esplosiva questa questione nel mondo arabo e musulmano”, ha dichiarato una delle fonti.

Dato che sono strettamente allineati a Israele, dovrebbero essere cauti nel sostenere pubblicamente i cambiamenti dello status quo”, hanno aggiunto.

MEE ha contattato i ministri degli esteri di Bahrein, Egitto, Marocco, Arabia Saudita e EAU per avere un commento, ma al momento non ha ricevuto risposte.

Dopo la pubblicazione di questo articolo un funzionario USA ha emesso una concisa dichiarazione negando che la Casa Bianca stia attivamente lavorando per togliere alla Giordania la sua custodia, definendo il rapporto “totalmente falso.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’ex-procuratrice capo della CPI afferma di aver subito pressioni e minacce a causa delle inchieste sulla Palestina

Redazione di MEMO

26 maggio 2026 – Middle East Monitor

L’ex-procuratrice capo della Corte Penale Internazionale (CPI), Fatou Bensouda, ha affermato di aver ricevuto pressioni e minacce per le inchieste relative alla Palestina, inclusi contatti diretti con l’ex-capo del Mossad Yossi Cohen.

In una intervista ad Al Jazeera, Bensouda ha detto che Cohen l’ha incontrata due volte – a Monaco e a New York – ed ha esplicitamente chiesto che fermasse le inchieste riguardanti la Palestina. Lei ha descritto la richiesta come una interferenza diretta nel lavoro della corte.

Secondo Bensouda, la pressione successivamente è aumentata trasformandosi in minacce aventi come oggetto membri della sua famiglia. Ha affermato che suo marito è stato seguito e sono state raccolte informazioni su di lui per quello che lei pensa sia stato un tentativo di influenzare le sue decisioni.

Bensouda ha affermato che ha informato le autorità olandesi riguardo alle minacce ma non ha ricevuto quella che riteneva una protezione adeguata.

Ha anche detto che gli Stati membri della CPI non hanno fornito sufficiente supporto politico di fronte alla pressione israeliana relativa alle inchieste sulla Palestina.

L’ex-procuratrice capo ha sottolineato che la Corte deve continuare il suo lavoro in modo indipendente nonostante le pressioni politiche, argomentando che la giustizia internazionale non dovrebbe essere subordinata agli interessi politici.

Queste affermazioni sono giunte durante le polemiche in corso riguardanti le inchieste della CPI sul conflitto israelo-palestinese.

Precedentemente la CPI aveva emesso mandati di cattura contro Benjamin Netanyahu e l’ex-ministro della difesa Yoav Gallant per le accuse relative a crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Questo è il volto di Israele.

Yara Hawari

21 maggio 2026 Al Jazeera

Il video di Ben Gvir sugli attivisti della flottiglia legati ha mostrato Israele senza maschera.

Questa settimana Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, ha pubblicato sui social media un video in cui schernisce gli attivisti della flottiglia detenuti dalle forze israeliane.

In una clip un’attivista ammanettata grida “Palestina libera” mentre Ben-Gvir le passa accanto. Viene immediatamente afferrata per i capelli e spinta a terra dal personale di sicurezza. Ben-Gvir osserva la scena con aria compiaciuta. In un’altra clip decine di detenuti vengono mostrati legati e inginocchiati con la fronte a terra, costretti in posizioni di stress mentre l’inno nazionale del regime israeliano risuona da un altoparlante. Ben-Gvir sventola una grande bandiera israeliana e urla loro: “Benvenuti in Israele, qui siamo noi a comandare”.

Ben-Gvir sa di potersi permettere questo senza subire gravi conseguenze. Perché mai dovrebbe pensare il contrario? Il suo paese l’ha appena fatta franca dopo un genocidio trasmesso in diretta streaming a un pubblico globale.

Non sono mancate le condanne, in particolare da parte dei governi i cui cittadini figurano tra i detenuti. Il primo ministro italiano, Giorgia Meloni, ha definito le immagini “inaccettabili” e una violazione della dignità umana. Il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, ha dichiarato che non avrebbe tollerato i maltrattamenti subiti dai cittadini del suo paese e ha annunciato che avrebbe esercitato pressioni a (livello de) ll’Unione Europea per sanzioni specifiche contro Ben-Gvir, avendogli già vietato l’ingresso in Spagna. Persino l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, Mike Huckabee, ha affermato che Ben-Gvir aveva “tradito la dignità della sua nazione”.

Ma, per quanto genuina sia l’indignazione, sanzionare Ben-Gvir colpisce solo un ingranaggio di una macchina genocida ben più ampia. È la stessa tattica impiegata dagli Stati europei di fronte alla costruzione di insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata: sanzionare una manciata di coloni violenti lasciando intatta la struttura statale che pianifica, finanzia e protegge l’impresa degli insediamenti. Il gesto crea l’apparenza di conseguenze senza minacciare il sistema che le produce.

Questo non è denunciare le responsabilità. È la comunità internazionale che traccia una linea di demarcazione abbastanza distante dalla propria complicità in modo da sentirsi pulita. Ben-Gvir non ha costruito le prigioni, non ha ordinato le torture sistematiche al loro interno, né ha imposto il blocco che la flottiglia stava cercando di rompere. È un ministro di un governo che ha perpetrato un genocidio con il sostegno materiale e diplomatico di molti degli stessi Stati occidentali che ora si schierano per denunciarlo. Rimuoverlo dall’equazione non cambia nulla. Le prigioni restano. Il blocco resta. E il genocidio continua.

Il video ha toccato un nervo scoperto anche in Israele. Netanyahu ha rimproverato pubblicamente Ben-Gvir, affermando che la sua condotta “non è in linea con i valori e le norme di Israele”. Il ministro degli Esteri Gideon Saar si è rivolto direttamente a lui su X: “Con questa vergognosa dimostrazione hai consapevolmente arrecato danno al nostro Stato, e non è la prima volta”. Saar ha aggiunto che Ben-Gvir ha “vanificato gli enormi sforzi, professionali e di successo, compiuti da moltissime persone”. Per Saar e Netanyahu il problema non è ciò che Ben-Gvir sta facendo, ma il fatto che lo stia mostrando con tanta sfrontatezza. La preoccupazione è l’immagine: un video ha reso visibile, a un pubblico europeo e con la partecipazione di cittadini europei, una prassi consolidata nei confronti dei palestinesi.

E ciò che il video mostra non è un caso isolato. Oltre 9.600 palestinesi sono attualmente detenuti nei centri di detenzione del regime israeliano. Di questi, più di 3.500 sono in detenzione amministrativa, imprigionati a tempo indeterminato senza accusa né processo. Tra i detenuti ci sono centinaia di bambini. I prigionieri sono sottoposti a sistematica privazione di cibo, percosse, negazione di cure mediche e violenze sessuali che vanno dallo spogliarello forzato allo stupro. Almeno 84 prigionieri palestinesi sono morti sotto la custodia israeliana dall’ottobre 2023 a causa di torture, fame e negligenza medica. Quasi ogni famiglia palestinese ha un caro che è stato imprigionato a un certo punto della vita: un’esperienza che si ripercuote per generazioni e lascia profonde cicatrici su famiglie e comunità anche molto tempo dopo il rilascio.

Saar ha concluso il suo messaggio a Ben-Gvir insistendo sul fatto che questo “non è il volto di Israele”. Si sbaglia. Questo è il volto di Israele. È violento. È orribile. Ed è crudele.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)