Il Ministero della Salute di Gaza afferma che Israele ha ucciso 25 persone in attesa di aiuti, mentre il bilancio delle vittime supera i 56.000

Associated Press

24 giugno 2025 – Haaretz

Testimoni hanno riferito all’Associated Press che le forze israeliane hanno aperto il fuoco mentre la gente avanzava verso est per avvicinarsi ai camion dei soccorsi in arrivo.

Secondo quanto riferito da testimoni e fonti ospedaliere palestinesi martedì di primo mattino le forze armate israeliane e i droni hanno aperto il fuoco contro centinaia di persone in attesa, nel centro di Gaza, dei camion degli aiuti umanitari.

In risposta a un’inchiesta dell’Associated Press l’esercito ha dichiarato di aver esaminato i rapporti sulle vittime causate dal fuoco israeliano dopo che un gruppo di persone si è avvicinato alle truppe in un’area adiacente al corridoio est-ovest di Netzarim, che taglia in due la striscia di Gaza.

L’ospedale Awda nel campo profughi urbano di Nuseirat, che ha accolto le vittime, ha dichiarato che i palestinesi stavano aspettando i camion sulla Salah al-Din Road a sud di Wadi Gaza.

Testimoni hanno riferito all’Associated Press che le forze israeliane hanno aperto il fuoco mentre le persone avanzavano verso est per avvicinarsi ai camion in arrivo.

È stato un massacro”, ha detto Ahmed Halawa, aggiungendo che carri armati e droni hanno sparato contro la gente “persino mentre fuggiva. Molti sono rimasti uccisi o feriti”.

Hossam Abu Shahada, un altro testimone oculare, ha affermato che all’inizio droni hanno sorvolato la zona per sorvegliare la folla poi, mentre la gente si dirigeva verso est, si sono sentiti colpi d’arma da fuoco provenienti da carri armati e droni. Ha descritto una scena “caotica e sanguinosa” mentre la gente cercava di fuggire.

Dice di aver visto mentre fuggiva almeno tre persone a terra immobili e molte altre ferite.

L’ospedale Awda ha dichiarato che altri 146 palestinesi sono rimasti feriti. Tra loro, 62 sono in condizioni critiche e sono stati trasferiti in altri ospedali nel centro della Striscia di Gaza.

Nella città centrale di Deir al-Balah, l’ospedale Martiri di Al-Aqsa ha dichiarato di aver ricevuto i corpi di sei persone uccise nello stesso incidente.

Testimoni e funzionari sanitari palestinesi affermano che le forze israeliane hanno ripetutamente aperto il fuoco sulla folla alla ricerca disperata del cibo necessario, uccidendo nelle ultime settimane centinaia di persone. L’esercito afferma di aver sparato colpi di avvertimento contro persone che si sarebbero avvicinate alle sue forze con fare sospetto.

Questo è avvenuto mentre il Ministero della Salute palestinese dichiarava che l’operazione militare israeliana a Gaza ha ucciso più di 56.000 persone dall’inizio della guerra seguita all’attacco a sorpresa di Hamas nel sud di Israele il 7 ottobre 2023.

Il Ministero ha dichiarato che dall’inizio della guerra sono state uccise 56.077 persone mentre altre 131.848 sono rimaste ferite, affermando che tra le vittime 5.759 sono state uccise da quando Israele ha ripreso i combattimenti il ​​18 marzo interrompendo un cessate il fuoco di due mesi.

Il Ministero non fa distinzione tra civili e combattenti, ma afferma che più della metà delle vittime sono donne e bambini.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele sta costruendo un tunnel per tagliare fuori i palestinesi dal centro della Cisgiordania

Qassam Muaddi

23 giugno 2025 – Mondoweiss

Israele sta costruendo nel centro della Cisgiordania tunnel e per attraversarli ai palestinesi verrà chiesto un lasciapassare, rendendo accessibili solo agli israeliani vaste aree dei territori occupati. L’intenzione è eliminare la presenza dei palestinesi attorno a Gerusalemme.

Presto un tunnel sotterraneo sarà l’unico collegamento tra 1.5 milioni di palestinesi della parte meridionale della Cisgiordania e il resto del territorio. Questo progetto infrastrutturale recentemente approvato, denominato progetto “Fabric of Life” [Tessuto della Vita], di fatto dividerebbe la Cisgiordania in due parti.

Il transito dei palestinesi dei governatorati di Betlemme ed Hebron verso Gerico, nella Valle del Giordano, passerebbe attraverso un nuovo tunnel sotterraneo che Israele sta progettando di costruire per aggirare la zona desertica a est di Gerusalemme. Ciò significa che l’intera area tra Gerusalemme e i confini della Valle del Giordano diventerebbe accessibile solo agli israeliani.

Il progetto, approvato dal governo israeliano all’inizio di questo mese, costerà 90 miliardi di dollari, che Israele prevede di coprire con un fondo speciale alimentato con soldi sottratti alle tasse doganali raccolte per conto dell’Autorità Palestinese (AP). Questi soldi dovrebbero essere destinati a progetti di sviluppo per la popolazione palestinese in Cisgiordania, ma il progetto non riguarda il miglioramento della viabilità dei palestinesi, ma il consolidamento del controllo israeliano sull’area geografica della Cisgiordania a est di Gerusalemme. Il progetto Fabric of Life impedirebbe di fatto ogni possibilità di circolazione dei palestinesi in questa zona.

Il contesto più complessivo di Fabric of Life è solo una parte dei più ampi piani di sviluppo israeliani della “Grande Gerusalemme”, che Israele delineò per la prima volta all’inizio degli anni 2000 sotto l’allora primo ministro Ariel Sharon.

L’idea è semplice: connettere Gerusalemme est, che Israele annesse nel 1981 e tratta come parte del suo territorio, a una serie di colonie israeliane che si estendono a est della città attraverso il deserto di Gerusalemme, arrivando ai confini della Valle del Giordano. Ciò trasformerebbe i circa 12 km2 della Cisgiordania interessati dal progetto in un ampliamento dei confini orientali di Gerusalemme. Sulle mappe israeliane è noto come l’area E-1, che sta per “Est-1”.

Questa striscia di terra, lunga 35 km e larga 25, diventerebbe una parte dell’Israele vero e proprio, tagliando la Cisgiordania da ovest a est.

Nel 2007 Israele approvò un altro progetto simile, denominato “Sovereignty Road” [Strada della Sovranità], che include la costruzione di un altro tunnel sotterraneo che corre sotto la Strada-1 di Israele collegando la Cisgiordania meridionale al centro, rendendola l’unica via praticabile per i palestinesi e sgombrando la strada in superficie per uso esclusivo degli israeliani.

Mentre la Sovereignty Road aggira la periferia orientale di Gerusalemme, che rappresenta la continuità palestinese tra il centro e il sud, Fabric of Life farebbe altrettanto nel deserto a est, che costituisce la continuità palestinese tra Gerusalemme e la Valle del Giordano. Questi due progetti insieme svuotano tutta l’area della Cisgiordania a est di Gerusalemme dal transito dei palestinesi, isolando le comunità palestinesi che vivono ancora lì.

Com’è iniziato il progetto delle strade sotterranee

Il rilancio del progetto della “Grande Gerusalemme” è giunto con la coalizione di governo di destra di Benjamin Netanyahu, che si è affrettato a realizzare l’annessione della Cisgiordania a un ritmo accelerato con il pretesto dell’attuale guerra contro Gaza, scatenata da Israele in seguito agli attacchi del 7 ottobre. Ma tre anni prima degli attacchi, nel 2021, il governo israeliano aveva già proceduto con la prima parte del progetto Fabric of Life.

All’epoca il governo di Netanyahu approvò lo stanziamento di 14 milioni di shekel (circa 3,5 milioni di euro) per iniziare la prima fase del progetto, che consisteva nell’isolare due comunità palestinesi della periferia orientale di Gerusalemme: al-Aizariyah e Abu Dis. Le due cittadine, che nel corso degli anni si sono praticamente accorpate in una sola, si trovano nel punto in cui si uniscono i progetti dei tunnel, sia Sovereignty che Fabric of Life.

Fin dai tempi biblici entrambe le città sono state il naturale prolungamento di Gerusalemme. Il collegamento tra queste località e la città è stato un dato di fatto fino alla fine degli anni ’70, quando Israele fondò la colonia di Maale Adumim, che oggi ha lo status di comune sotto la sovranità israeliana e ospita oltre 40.000 israeliani.

Oggi l’unico collegamento che al-Aizariyah ha [con Gerusalemme] è il vicino comune di Abu Dis e le due cittadine sono di fatto una sola,” dice Sara (non è il suo vero nome), un’abitante di al-Aizariyah che parla a Mondoweiss in forma anonima: “Ci sono un ingresso comune alla rotonda d’entrata di Maale Adumim e un altro a sud verso Betlemme.”

Il progetto approvato dal governo israeliano nel 2021 includeva nella prima fase la chiusura con un muro dell’ingresso per al-Aizariyah alla rotonda di Maale Adumim. Ciò lascerebbe al-Aizariyah intrappolata tra quel nuovo muro e il muro di Abu Dis dall’altra parte, separandola da Gerusalemme. Le uniche uscite per entrambe le cittadine sarebbero verso sud, per Betlemme, e a nord, verso un checkpoint israeliano nella città di Zaayem.

Vivere in una “grande prigione”

Se abiti ad al-Aizariyah stai fondamentalmente vivendo in una grande prigione, con una strada principale permanentemente affollata,” dice Sara. “Puoi soddisfare le tue esigenze vitali quotidiane, ma uscirne è un processo talmente lungo e penoso che preferisci evitarlo finché non hai una buona ragione, come andare in ospedale o se lavori fuori città.”

Io lavoro in un centro culturale di al-Aizariyah, quindi non devo uscire dalla cittadina e prima dell’ottobre 2023 solevo andare a Ramallah una volta al mese solo per vedere amici, benché Ramallah sarebbe letteralmente a 15 minuti di distanza se non ci fossero sempre così tanti ingorghi,” sottolinea Sara.

Dall’inizio dell’attuale guerra la polizia israeliana ha chiuso arbitrariamente a qualsiasi ora l’ingresso della rotonda, a volte per minuti, a volte per ore, aumentando le code in città, il che rende sempre più difficile vivere ad al-Aizariyah e Abu Dis. Dall’ottobre 2023 ho vissuto tra la mia casa e il centro culturale e lascio al-Aizariyah sono una volta ogni tre o quattro mesi,” nota Sara. “Se questa non è una prigione, allora cos’è?”

Al centro culturale offriamo corsi di musica, arte e lingue a ragazzini di al-Aizariyah e Abu Dis e l’anno scorso abbiamo dovuto cancellare alcuni corsi perché gli insegnanti rimanevano bloccati per ore lungo il percorso a causa della chiusura di un posto di blocco o di un ingorgo. Alcuni colleghi che vengono da Betlemme o da Ramallah spesso devono lavorare da casa per la stessa ragione,” precisa.

Questa situazione è stata lo status quo ad al-Aizariyeh per anni, molto prima che Fabric of Life e Sovereignty Road iniziassero ad essere realizzati. Ma i progetti taglierebbero fuori ancora di più la cittadina, spostando il traffico dei palestinesi in uscita verso un tunnel che inizierebbe ad al-Aizariyah a sud-est e si dirigerebbe sottoterra lungo il suo margine orientale per 4,5 km, riemergendo in superficie dall’altro lato del checkpoint di Zaayem, nei pressi della cittadina palestinese di Anata, portando direttamente da lì a Ramallah. La seconda parte del progetto, Fabric of Life, è stata approvata all’inizio di maggio. Sposterebbe la circolazione dei palestinesi attraverso un altro tunnel che inizia nello stesso luogo a sud di al-Aizariyeh, ma porterebbe a est, dove i palestinesi riemergerebbero presso Gerico, evitando il deserto orientale di Gerusalemme.

Il posto di blocco di Zaayem, che attualmente limita la circolazione dei veicoli palestinesi sulla Road-1 costruita da Israele, verrebbe rimosso e la strada diventerebbe esclusivamente israeliana. L’impatto avrebbe ripercussioni oltre al-Aizariyeh e Abu Dis e includerebbe tutto il traffico palestinese tra Ramallah, Gerico e i governatorati meridionali di Betlemme ed Hebron, dove vive un milione e mezzo di palestinesi.

Un autista palestinese di minibus, che ha chiesto di rimanere anonimo per problemi di sicurezza, descrive il difficile percorso quotidiano tra Ramallah e Betlemme.

Ogni giorno lascio Ramallah verso sud, vado dritto proprio davanti al checkpoint di Qalandia, che ci separa da Gerusalemme, e mi dirigo al checkpoint di Zaayed,” dice a Mondoweiss. Da lì, afferma, continua lungo un tratto della Road 1, viaggiando accanto a coloni israeliani diretti a Maale Adumim. Poco prima dell’ingresso nella colonia gira a destra nelle vie congestionate di al-Aizariyah, raggiungendo alla fine il posto di blocco “Container” appena a nord di Betlemme.

L’autista dice che prima dell’ottobre 2023 riusciva a fare quattro viaggi di andata e ritorno al giorno, portando sette passeggeri per viaggio. “Era appena sufficiente a coprire le spese del minibus e guadagnarmi da vivere,” spiega. “Ma dopo la guerra contro Gaza l’esercito israeliano ha iniziato a chiudere più spesso Zaayem, Container e l’ingresso di Aizariyah, provocando ingorghi.”

Ora la situazione è peggiorata ulteriormente, fino al punto che riesce a fare solo un viaggio di andata e ritorno al giorno. “Ogni mattina, quando il minibus è pieno di passeggeri e lascio Ramallah, inizio a pensare alla lunga strada che ho davanti,” dice.

Che sia un ingorgo a Qalandia, un blocco improvviso a Zaayem o al checkpoint Container, spesso si ritrova a passare due o tre ore sulla strada con i suoi passeggeri: “E dico ancora una volta a me stesso che odio questo lavoro.”

Per il futuro esprime preoccupazioni riguardo ai tunnel di Sovereignty Road e Fabric of Life, che secondo lui potrebbero complicare ulteriormente la circolazione viaria per i palestinesi. In base ai cambiamenti prospettati aggirerebbe totalmente al-Aizariyah attraverso il sistema dei tunnel progettati, il che significherebbe che non sarà più in grado di far scendere i passeggeri direttamente ad al-Aizariyah o Abu Dis. “Dovranno tornarsene a casa da lì con i loro mezzi,” afferma.

Oltretutto teme che le nuove strade possano portare a restrizioni più severe. “Probabilmente il traffico peggiorerà,” aggiunge. “Quando non condivideremo la strada con i coloni per l’esercito israeliano non sarà un problema chiudere la strada per tutto il giorno. Ci vorrà solo un soldato per bloccare il tunnel.”

Sfoltire la popolazione palestinese nella “Grande Gerusalemme”

L’autista del minibus spiega anche come i progetti infrastrutturali incideranno sui palestinesi che vivono nella zona esclusa dalla circolazione dei palestinesi, decine di comunità beduine.

Smetterò di viaggiare nei pressi delle comunità beduine lungo la Road-1,” dice l’autista. “Vivono tra al-Aizariyah e Gerico e non potrò più trasportare passeggeri da quelle comunità.”

I passeggeri che non potranno prendere il minibus Ramallah-Betlemme sono gli abitanti di 25 comunità beduine nelle terre a est di Gerusalemme, dove Israele intende espandere il suo progetto Grande Gerusalemme. Queste sono proprio i villaggi che il tunnel di Fabric of Life escluderà da ogni linea viaria palestinese. Includono le famose comunità beduine di Khan al-Ahmar e Jabal al-Baba, che da anni Israele cerca di spostare.

Il fatto che questi villaggi si trovino sulla strada palestinese che passa dal centro verso il sud della Cisgiordania ha garantito la continuità della presenza palestinese in Cisgiordania, soprattutto nell’area cruciale che unisce il nord e il sud. L’isolamento di queste comunità, che nel corso degli anni hanno resistito all’espulsione in parte grazie all’accesso dei palestinesi ad esse, agevolerà la pulizia etnica.

L’isolamento e poi lo spostamento di queste comunità sarebbe la mossa finale prima di annettere tutta l’area E-1 ai nuovi confini di Gerusalemme, eliminando la continuità demografica palestinese in Cisgiordania ed ogni fondamento geografico di uno Stato palestinese.

Non è l’unico impatto a lungo termine del progetto dei tunnel. “La vita ad al-Aizariyah e Abu Dis è già abbastanza difficile e il sovraffollamento delle due cittadine è principalmente dovuto al fatto che sono a metà del percorso tra il centro e il sud,” evidenzia Sara. “Tra l’altro ciò contribuisce al commercio locale e la gente può ancora andare a lavorare e tornare a casa nonostante le difficoltà. Ma se questo progetto verrà realizzato saremo completamente isolati e ulteriormente esclusi. Immagino già lunghe chiusure e quelli che lavorano a Ramallah o a Betlemme si troveranno obbligati a traslocare in quelle città.”

Le condizioni di vita di cui fanno esperienza i palestinesi di al-Aizariyah sono le stesse di altre cittadine nella periferia di Gerusalemme, isolate dalla città da muri e posti di blocco di Israele, come Shu’fat, Qalandia e Anata. Isolarle ulteriormente rende solo più difficile viverci, spingendo i palestinesi a emigrare dalle comunità insieme ai loro vicini beduini. L’obiettivo più complessivo è “sfoltire” la presenza demografica dei palestinesi nella zona.

Qassam Muaddi

Qassam Muaddi è giornalista di Mondoweiss per la Palestina.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Con il pretesto della guerra contro l’Iran, Israele soffoca la Cisgiordania

Shatha Yaish

19 Giugno 2025 – 972magazine

Dopo aver colpito Teheran, l’esercito ha chiuso centinaia di cancelli per intrappolare i palestinesi nelle città e bloccarli sulle strade. Una prova di annessione a tutti gli effetti, anche se non dichiarata

Mentre gli israeliani si svegliavano presto lo scorso venerdì mattina per scoprire che il loro paese aveva iniziato una guerra con l’Iran, i palestinesi della Cisgiordania scoprivano che l’esercito israeliano aveva imposto loro il lockdown.

Chiusure e checkpoint sono stati la norma nel territorio già occupato da decenni, diventando ancora più numerosi e restrittivi all’indomani del 7 ottobre. Ma dopo aver colpito l’Iran l’esercito ha ridotto il movimento dei palestinesi fino a una paralisi quasi totale, sigillando città e paesi con cancelli di ferro, chiudendo checkpoint tra la Cisgiordania e Gerusalemme e bloccando il passaggio di frontiera di Allenby con la Giordania.

Israele ha giustificato il lockdown sostenendo di dover dirottare truppe su altri fronti. Tuttavia la ri-mobilitazione di riservisti – molti dei quali coloni – ha di fatto aumentato il numero di soldati nel territorio. Le Nazioni Unite ora riferiscono che molte delle chiusure sono state revocate, ma con diversi checkpoint chiusi e nuovi cancelli e posti di blocco eretti la mobilità palestinese rimane fortemente limitata.

Gruppi per i diritti umani hanno segnalato un’escalation di restrizioni e repressione contro i palestinesi anche a Gerusalemme Est, incluso un divieto totale di culto alla moschea di Al-Aqsa.

“Dal lancio dell’operazione militare israeliana in Iran, le autorità hanno implementato misure radicali e pesanti che ricordano il controllo aggressivo seguito al 7 ottobre”, hanno dichiarato in una nota questa settimana le ONG israeliane Ir Amim e Bimkom. “Queste azioni hanno gravemente interrotto la vita quotidiana, limitato la libertà di culto e violato i diritti fondamentali dei residenti palestinesi della città.”

La facilità con cui Israele è riuscito a tagliare quasi tutti i movimenti dentro e fuori dalle città e paesi palestinesi, grazie a un apparato di controllo che include quasi 900 checkpoint e cancelli, evidenzia l’estensione dell’impatto dell’occupazione in Cisgiordania e indica l’obiettivo più ampio di Israele per il territorio, mentre l’attenzione del mondo è concentrata altrove.

“Tutto è un’opportunità per Israele”, ha detto a +972 Magazine Honaida Ghanim, direttrice del Forum palestinese per gli studi israeliani con sede a Ramallah (comunemente noto con l’acronimo arabo “Madar”). “Questo governo coglierà qualsiasi momento per far avanzare ulteriormente il suo programma ideologico, specialmente in Cisgiordania.”

In realtà quello che stiamo vedendo ora è un’ulteriore prova di un’annessione in tutto tranne che nel nome, sostiene. “Sta già accadendo sul terreno; tutta l’infrastruttura lo indica”, ha detto Ghanim. “L’idea è frammentare la popolazione, spingendo la gente in sacche più piccole per renderla più facile da controllare.

“L’unica cosa che manca è la dichiarazione ufficiale. E quando arriverà, non farà che formalizzare ciò che di fatto c’è già.”

Ogni villaggio ha un cancello. Siamo bloccati”

Ahmad Abu Kamleh e il suo collega Naeem Al-Shobaki erano in viaggio per consegnare merci a un supermercato vicino a Ni’lin, un villaggio a ovest di Ramallah, quando il lockdown è entrato in vigore. Il loro minibus ha presto finito il gasolio mentre cercavano di aggirare i nuovi posti di blocco, e a quel punto sono rimasti bloccati.

Dopo due notti fermi fuori Ni’lin, dormendo nel loro minibus, hanno deciso di abbandonare il veicolo e cercare di tornare a casa a Burin, vicino Nablus, con altri mezzi. Prima hanno preso un taxi per parte del tragitto, poi hanno fatto l’autostop su tre diverse auto private, che li hanno portati attraverso almeno otto villaggi. In mezzo a un labirinto di posti di blocco e deviazioni forzate, quello che sarebbe stato un viaggio di 40 minuti si è trasformato in un calvario di sei ore.

“Mi sento morto dentro; solo il mio corpo è vivo”, ha detto Abu Kamleh a +972 dopo il suo viaggio da incubo. “Le strade erano quasi vuote, ma c’erano soldati ovunque. Ti senti spaventato a muoverti. Non è sicuro.”

Intanto a Sinjil, un villaggio nel nord della Cisgiordania, i residenti si sono trovati praticamente tagliati fuori dalle vicine città di Ramallah e Nablus.

Mahfouz Fawlha, un dentista del villaggio, ha una clinica a Ramallah, che ora fatica a raggiungere. “La clinica è a soli 15 minuti di distanza, ma ora il viaggio potrebbe richiedere più di due ore”, ha spiegato.

Dal 7 ottobre, l’esercito israeliano ha iniziato a erigere una recinzione di filo spinato per separare Sinjil dalla strada principale e dalle terre rurali dei residenti. “Ogni villaggio ora ha un cancello”, ha detto Fawlha. “Siamo bloccati.”

A Ramallah, Shadi e Diala (che hanno preferito non dare il loro cognome) avevano pianificato di battezzare la loro figlia questo weekend. Ma le chiusure stradali hanno impedito al prete maronita di raggiungere la città da Gerusalemme, mentre molti membri della famiglia non sono riusciti a partecipare. Sono invece riusciti a contattare un prete latino di Ramallah, che era disponibile all’ultimo minuto.

Mentre la cerimonia finiva il suono dei missili ha echeggiato nelle vicinanze. “Abbiamo deciso di andare avanti nonostante tutto”, ha detto Shadi. “Che cosa possiamo fare? Non sappiamo cosa succederà.”

Cancellare la questione palestinese

Nonostante il lockdown circostante, la vita a Ramallah durante il finesettimana è andata avanti in gran parte normalmente: i negozi hanno aperto, il traffico scorreva, e i caffè si sono gradualmente riempiti. Alcune persone si sono affrettate a comprare beni essenziali, formando file alle stazioni di servizio, ma l’umore è rimasto sottotono.

L’Autorità Nazionale Palestinese non ha fatto commenti immediati sull’escalation Israele-Iran, anche mentre i governi arabi emettevano condanne. Più tardi ha esortato alla calma e affermato che le scorte di beni di prima necessità sarebbero state sufficienti per soddisfare i bisogni dei residenti per almeno sei mesi.

Alcune ore dopo l’attacco iniziale di Israele all’Iran, la Protezione Civile palestinese ha emesso una dichiarazione chiedendo alla gente di non andare sui tetti per guardare oggetti volanti – un’istruzione che molti hanno ignorato mentre i social media si riempivano rapidamente di video di scie di fumo ed esplosioni nel cielo. Ha anche ricordato ai residenti che le schegge potevano causare ferite gravi o anche fatali a centinaia di metri dall’esplosione, e li ha esortati a non avvicinarsi o toccare detriti.

Lunedì un portavoce della Protezione Civile ha riferito che almeno 80 pezzi di schegge da missili intercettati erano caduti su comunità palestinesi in tutta la Cisgiordania. Domenica le schegge cadute sulla città di Al-Bireh, vicino Ramallah, hanno provocato l’incendio di un tetto.

Mentre gli israeliani che vivono negli insediamenti illegali in Cisgiordania hanno accesso a rifugi antiaerei, i palestinesi sono totalmente esposti ai frammenti di missili che cadono dal cielo.

Situazione analoga a Gerusalemme Est, dove a causa delle restrizioni di pianificazione e costruzione ci sono solo 60 rifugi pubblici per quasi 400.000 palestinesi. In confronto, Gerusalemme Ovest ha centinaia di rifugi pubblici per la sua popolazione prevalentemente ebraica e stanze sicure rinforzate sono anche comuni negli appartamenti.

Senza protezione adeguata, le famiglie vivono nella paura costante durante i periodi di conflitto più aspri, incerte su dove rifugiarsi se gli attacchi dovessero intensificarsi. E mentre la nuova guerra con l’Iran ha lasciato i palestinesi in ansia per il futuro, molti in Cisgiordania sentono di star già vivendo in uno stato costante di guerra da due anni – o molto più a lungo.

Per Ghanim di Madar, ciò che accadrà in Cisgiordania dipende in parte dall’esito dell’offensiva israeliana in Iran. “Se Israele ne uscirà rafforzato, si sentirà ancora più autorizzato a procedere”, ha spiegato.

“Non si tratta più di gestire il conflitto; si tratta di concluderlo – alle condizioni di Israele – cancellando completamente la questione palestinese”.

In risposta a questo articolo, un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato: “Dall’inizio dell’Operazione «Rising Lion» [«Leone Rampante», il riferimento è al cap. 23, v. 24 del Libro dei Numeri della Bibbia, dove si legge che tale leone non troverà pace finché non abbia “bevuto il sangue” della propria preda; inoltre il leone era raffigurato nella bandiera iraniana prima della rivoluzione del 1979, quindi è anche un messaggio politico, ndt.] e alla luce di avvertimenti su intenzioni di elementi terroristici in Giudea e Samaria [la Cisgiordania] di compiere attacchi contro civili israeliani sotto copertura della complessa situazione di sicurezza, sono state implementate restrizioni di movimento. Queste restrizioni variano in base alle valutazioni della situazione. Non si tratta di un lockdown, ma del dispiegamento di checkpoint e monitoraggio dei movimenti”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




La società di spedizioni internazionali Maersk disinveste da compagnie che collaborano con l’impresa di colonizzazione israeliana

Redazione di MEMO

17 giugno 2025 – Middle East Monitor

In seguito a una importante campagna di attivisti palestinesi e ad un crescente controllo della sua complicità in crimini di guerra, il gigante danese delle spedizioni Maersk ha annunciato piani per porre fine agli accordi con compagnie legate alle colonie israeliane nella Cisgiordania occupata illegalmente.

La decisione è stata presa un mese dopo che durante la sua assemblea generale annuale la grande impresa internazionale delle spedizioni ha votato per bloccare le spedizioni di armi ad Israele.

La decisione di disinvestire dalle colonie israeliane è stata resa pubblica sul sito web della Maersk in seguito a mesi di crescente pressione condotta dal Movimento dei Giovani Palestinesi (PYM) che ha accusato la Maersk di agevolare la catena di forniture militari israeliane, inclusa la consegna di componenti di armi.

Secondo la società la decisione è stata sollecitata da una revisione delle operazioni cargo relative alla Cisgiordania. Maersk ha affermato di aver migliorato le sue procedure di controllo “in relazione alle colonie israeliane” e di essersi attenuta al database delle Nazioni Unite sulle società impegnate in attività all’interno dei territori occupati.

Il database in questione è curato dall’ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ed è stato istituito in risposta alla risoluzione 31/36 del 2016 del Consiglio ONU per i Diritti Umani. La lista individua le società che sono coinvolte in o traggono beneficio dal complesso di colonie israeliane, inclusa la fornitura di servizi, infrastrutture o supporto finanziario.

Mentre Maersk non ha reso pubblici i nomi delle compagnie con cui cesserà di collaborare, la società ad Al Jazeera ha confermato la decisione. Gli attivisti hanno salutato con favore gli sviluppi come un primo passo ma hanno sollecitato ulteriori azioni.

Ciò invia un chiaro messaggio all’industria internazionale della logistica: la conformità con il diritto internazionale e i diritti umani fondamentali non è facoltativa,” ha detto Aisha Nizar del PYM. “Fare affari con le colonie illegali israeliane non è più sostenibile e il mondo sta osservando con attenzione chi sarà il prossimo.”

Nizar ha tuttavia criticato Maersk perché continua a trasportare forniture militari per le forze armate israeliane, inclusi ricambi per i caccia F-35. “Maersk continua a fare profitti dal genocidio del nostro popolo consegnando regolarmente componenti per F-35 usati per bombardare e massacrare i palestinesi,” ha detto. “Continueremo a fare pressione e a mobilitare le persone fin quando la Maersk non taglierà tutti i rapporti con il genocidio e smetterà di trasportare le armi ed i relativi componenti ad Israele.”

Gli attivisti hanno ripetutamente denunciato il coinvolgimento della Maersk nella economia di guerra di Israele. Proprio lo scorso anno la Spagna ha vietato alle navi che trasportano materiale militare ad Israele di attraccare nei suoi porti. All’inizio di questo mese il PYM ha pubblicato dati secondo i quali la Maersk stava usando il porto olandese di Rotterdam come fondamentale punto di transito per i componenti destinati al programma israeliano degli F-35, nonostante una sentenza olandese abbia proibito tali esportazioni.

Sebbene la Maersk insista a sostenere di adottare politiche che proibiscono la consegna di armi in zone di conflitto attivo, ha confermato ad Al Jazeera che la sua controllata negli Stati Uniti, la Maersk Line Limited, è ancora coinvolta nel trasporto di materiali per la catena di forniture globali degli F-35.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Israele ha vietato ai suoi cittadini di lasciare lo Stato

Redazione di MEMO

17 giugno 2025 – Middle East Monitor

Israele ha vietato ai suoi cittadini di volare fuori dallo Stato, citando preoccupazioni per la sicurezza in seguito all’inasprimento delle ostilità con l’Iran. Secondo Haaretz il governo ha ordinato alle linee aeree nazionali di non permettere ai cittadini israeliani di imbarcarsi su voli in uscita mentre cresce la paura riguardo a potenziali attacchi di ritorsione iraniani sugli aeroporti israeliani.

L’aeroporto Ben-Gurion, il principale scalo internazionale, è stato chiuso “senza ulteriore avviso.” Si dice che la decisione sia legata alle preoccupazioni tra i funzionari di sicurezza riguardo ai rischi di sovraffollamento e la possibilità di uccisioni di massa se l’Iran dovesse contrattaccare prendendo di mira gli aeroporti.

La ministra dei Trasporti israeliana Miri Regev ha annunciato la misura, dichiarando: “In questa fase non approviamo la partenza degli israeliani verso l’estero.” Ha chiarito che solo cittadini non israeliani – come diplomatici e turisti – possono al momento lasciare la Nazione.

Regev ha anche confermato che il governo sta preparando un’operazione per rimpatriare oltre 100.000 cittadini israeliani al momento bloccati all’estero, promettendo che ciò verrà condotto “per fasi e in modo pianificato.”

Tuttavia questa decisione politica ha scatenato una forte reazione. Benny Gantz, capo del partito Israeli National Unity e membro del gabinetto di guerra, ha condannato le dichiarazioni di Regev scrivendo su X [precedentemente Twitter, ndt.]: “Una donna anziana che aspetta un intervento chirurgico, una giovane vedova che ha lasciato suo figlio in Israele a piangere da solo – questi sono solo due delle migliaia di persone che hanno bisogno di tornare a casa. Il tuo compito, ministro, non è di giudicare ma di assicurare il loro ritorno in sicurezza.”

Le restrizioni sui viaggi seguono l’attacco senza precedenti contro l’aeroporto iraniano di Mashhad. Mentre l’Iran deve ancora contrattaccare contro le infrastrutture dell’aviazione israeliana, gli attacchi israeliani hanno incrementato i timori che gli aeroporti siano visti come obiettivi legittimi.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




“Non è per te”: i rifugi israeliani escludono i palestinesi mentre piovono bombe

Aseel Mafarjeh

17 giugno 2025 – Al Jazeera

In Israele i rifugi sono un’ancora di salvezza dagli attacchi missilistici iraniani, ma i cittadini palestinesi del Paese sono stati chiusi fuori.

Quando i missili iraniani hanno iniziato a piovere su Israele molti abitanti si sono precipitati a cercare riparo. Le sirene hanno suonato in tutto il Paese mentre la gente correva nei rifugi antiaerei.

Ma per alcuni palestinesi cittadini di Israele, due milioni di persone, ossia circa il 21% della popolazione, le porte si sono chiuse di colpo, ma non per la forza delle esplosioni né da nemici, ma da vicini e concittadini.

Molti cittadini palestinesi, per lo più abitanti in città, cittadine e villaggi all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti di Israele, durante quelle che finora sono state le peggiori notti del conflitto tra Iran e Israele si sono ritrovati ad essere esclusi da infrastrutture salvavita.

Per Samar al-Rashed, ventinovenne madre single che vive in un condominio abitato in grande maggioranza da ebrei nei pressi di Acri, la condizione di esclusione si è verificata venerdì notte. Samar era in casa con la figlia di 5 anni, Jihan. Quando le sirene hanno squarciato l’aria, avvertendo dell’arrivo dei missili, ha afferrato la figlia e si è messa a correre verso il rifugio dell’edificio.

“Non ho neppure avuto il tempo di prendere qualcosa,” ricorda. “Solo acqua, i nostri telefoni e la mano di mia figlia nella mia.”

La madre presa dal panico ha cercato di alleviare la paura della figlia nascondendo la sua, incoraggiandola dolcemente in arabo con voce pacata perché tenesse il ritmo dei suoi passi affrettati verso il rifugio mentre anche altri vicini scendevano le scale.

Ma arrivata alla porta del rifugio, afferma, un abitante israeliano, avendola sentita parlare in arabo, ha impedito che entrasse e le ha chiuso la porta in faccia.

“Sono rimasta attonita,” sostiene. “Parlo fluentemente l’ebraico. Ho cercato di spiegare, ma mi ha guardata con disprezzo e ha solo detto: “Non è per te”.

Samar afferma che in quel momento le profonde linee di divisione della società israeliana sono state messe a nudo. Ritornata al suo appartamento e guardando i missili lontani che illuminavano il cielo e ogni tanto si schiantavano al suolo, era terrorizzata sia da quello che vedeva che dai suoi vicini.

Una storia di esclusione

Da molto tempo i cittadini palestinesi di Israele hanno dovuto affrontare sistematiche discriminazioni nell’accesso alla casa, all’educazione, al lavoro e ai servizi pubblici. Benché abbiano la cittadinanza israeliana sono spesso trattati come cittadini di seconda classe e la loro lealtà è sistematicamente messa in dubbio nei discorsi pubblici.

Secondo Adalah-The Legal Center for Arab Minority Rights in Israel [Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele] più di 65 leggi discriminano direttamente o indirettamente i cittadini palestinesi. La legge sullo Stato-Nazione approvata nel 2018 ha consolidato questa disparità definendo Israele lo “Stato Nazione del popolo ebraico”, un’iniziativa che secondo i critici ha istituzionalizzato l’apartheid.

In tempi di guerra questa discriminazione spesso si intensifica.

Nei periodi di conflitto i cittadini palestinesi di Israele sono frequentemente sottoposti a politiche e restrizioni discriminatorie, tra cui arresti per post sulle reti sociali, rifiuto di accesso ai rifugi e aggressioni verbali nelle città miste.

Molti hanno già riferito di aver sperimentato tali discriminazioni.

Sabato sera ad Haifa il trentatreenne Mohammed Dabdoob stava lavorando nel suo negozio di riparazione di cellulari quando tutti i telefoni hanno suonato l’allerta simultaneamente, scatenando la sua ansia. Ha cercato di finire di aggiustare un cellulare rotto, che l’ha fatto ritardare. Poi si è affrettato a chiudere il negozio ed è corso verso il rifugio pubblico più vicino, sotto un edificio dietro al suo negozio. Avvicinatosi al rifugio ha trovato la porta blindata sbarrata.

“Ho provato con il codice. Non ha funzionato. Ho bussato alla porta, chiesto, in ebraico, che quelli che erano all’interno mi aprissero. Nessuno ha aperto,” afferma. “Dopo qualche attimo un missile è esploso lì vicino, spargendo schegge di vetro sulla strada. “Ho pensato che sarei morto.”

“C’erano fumo e urla, e dopo un quarto d’ora tutto quello che si poteva sentire erano le sirene della polizia e delle ambulanze. La scena era terrificante, come se vivessi un incubo simile a quello che è successo nel porto di Beirut,” aggiunge, in riferimento all’esplosione nel porto di Beirut nel 2020.

Bloccato dal grande spavento e dallo choc, dal posto in cui si era nascosto in un vicino parcheggio Mohammed ha visto che si scatenava il caos e poco dopo la porta del rifugio si è aperta. Mentre quelli che erano dentro il rifugio hanno iniziato a uscire alla spicciolata li ha guardati in silenzio. “Non c’è una vera sicurezza per noi,” dice. “Non dai missili e neppure dalla gente che si presume siano i nostri vicini.”

Discriminazioni nell’accesso ai rifugi

In teoria ogni cittadino israeliano dovrebbe avere lo stesso accesso alle misure di sicurezza pubblica, compresi i rifugi antiaerei. In pratica il quadro è molto diverso.

Città e villaggi palestinesi in Israele hanno molti meno spazi protetti delle località ebraiche. Secondo un rapporto del 2022 del Controllore dello Stato di Israele [ente governativo che verifica le politiche dello Stato, ndt.] citato dal quotidiano [israeliano] Haaretz, più del 70% delle case nelle comunità palestinesi in Israele, rispetto al 25% delle case di ebrei, è privo di una stanza di sicurezza o di uno spazio che sia a norma. Spesso i Comuni ricevono meno finanziamenti per la difesa civile e gli edifici vecchi non sono a norma.

Persino nelle città miste come Lydda (Lod), dove abitanti ebrei e palestinesi vivono uno vicino all’altro, la disuguaglianza è notevole.

Yara Srour, una studentessa dell’Università Ebraica di 22 anni, vive nel quartiere degradato di al-Mahatta, a Lydda. L’edificio di tre piani della sua famiglia, che risale a circa 40 anni fa, è privo dei permessi ufficiali e di un rifugio. In seguito al pesante bombardamento cui ha assistito sabato pomeriggio, che ha scioccato tutti attorno ad essa, domenica mattina presto la famiglia ha cercato di scappare verso un luogo più sicuro della città.

“Siamo andati nella parte nuova di Lydda, dove ci sono rifugi adeguati,” dice Yara, aggiungendo che sua madre, di 48 anni e con problemi alle ginocchia, faticava a muoversi. “Eppure non ci hanno lasciati entrare. Anche ebrei delle zone più povere sono stati mandati via. Era solo per i ‘nuovi abitanti’, quelli degli edifici moderni, per lo più famiglie ebraiche di classe media.”

Yara ricorda chiaramente l’orrore.

“Mia madre ha problemi articolari e non può correre come tutti noi,” afferma. “Abbiamo pregato, bussato alle porte, ma la gente ci ha solo guardati attraverso gli spioncini e ci ha ignorati, mentre vedevamo il cielo illuminato dalle fiamme dei missili intercettati.”

Paura, trauma e rabbia

Samar dice che l’esperienza di essere cacciata da un rifugio con sua figlia le ha lasciato una ferita psicologica: “Quella notte mi sono sentita completamente sola,” afferma. “Non l’ho raccontato alla polizia. A che sarebbe servito? Non avrebbe fatto niente.”

Più tardi quel pomeriggio una villa a Tamra è stata colpita, uccidendo quattro donne della stessa famiglia. Dal suo balcone Samar ha visto del fumo salire in cielo. “Sembrava la fine del mondo,” dice. “Eppure persino sotto attacco, siamo trattati come una minaccia, non come persone.”

Da allora lei e sua figlia sono andate a casa dei suoi genitori a Daburiyya, un villaggio della Bassa Galilea. Ora possono rintanarsi insieme in una camera di sicurezza. Con gli allarmi che si susseguono a distanza di poche ore Samar sta pensando di scappare in Giordania: “Voglio proteggere Jihan. Non conosce ancora questo mondo. Ma non voglio neppure lasciare la mia terra. Questo è il nostro dilemma: sopravvivere o rimanere e soffrire.”

Anche se dopo gli attacchi il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che “i missili iraniani prendono di mira tutti gli israeliani, sia ebrei che arabi,” la situazione sul terreno racconta una storia diversa.

Già prima della guerra i cittadini palestinesi di Israele venivano arrestati in modo sproporzionato per aver espresso opinioni politiche o reagito agli attacchi. Alcuni sono stati arrestati solo per aver postato emoji sulle reti sociali. Invece gli appelli alla giustizia sommaria contro i palestinesi su forum on line sono stati per lo più ignorati.

“Lo Stato si aspetta da noi lealtà in guerra,” afferma Mohammed Dabdoob. “Ma quando è il momento di proteggerci siamo invisibili.”

Per Samar, Yara, Mohammed e migliaia di persone come loro il messaggio è chiaro: sono cittadini sulla carta, ma in pratica stranieri.

“Voglio sicurezza come chiunque altro,” afferma Yara. “Sto studiando per diventare infermiera. Voglio aiutare la gente. Ma come posso prestare servizio in un Paese che non vuole proteggere mia madre?”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Per le donne palestinesi incinte i posti di blocco sono questione di vita o di morte

Hala H.

10 giugno 2025, +972 Magazine

Quando sono entrata in travaglio ho rimandato la partenza per ore, per paura dei soldati e dei coloni israeliani. Siamo arrivata all’ospedale di Hebron in tempo, ma non tutte sono così fortunate.

Da un anno e mezzo Israele sta imponendo un sistema di checkpoint e blocchi stradali sempre più soffocante in tutta la Cisgiordania. Durante il cessate il fuoco a Gaza lo scorso gennaio l’ingresso al mio villaggio, Umm Al-Khair è stato sbarrato, così come quello a tutte le città e i villaggi della Cisgiordania, come forma di punizione collettiva. Non essendoci nessun negozio vicino, le incombenze quotidiane come comprare un chilo di sale a Yatta, la città più vicina, si sono trasformate da una commissione di 20 minuti a un calvario di due ore. Anche se alla fine l’entrata principale al villaggio è stata riaperta, da allora ci sono state molte altre chiusure.

Ma un posto di blocco non è solo un contrattempo, può anche fare la differenza tra la vita e la morte. Nel settembre 2024 ero incinta di sei mesi. Non essendoci alcun ospedale o clinica vicino a noi, sono dovuta andare al centro sanitario dell’UNRWA per un normale controllo. Un vicino di casa ha portato me e mia madre in macchina fino all’entrata della città, e per fortuna il posto di blocco era aperto. Da lì, abbiamo preso un taxi fino in centro. Dopo ore di attesa e dopo aver fatto gli accertamenti medici ce ne siamo andate. Ho ricordato ai medici che venivo da una zona molto distante e che quindi dovevamo tornare presto, perché non si può mai sapere quando puoi trovare un nuovo posto di blocco.

Ma lungo la strada di ritorno da Hebron mi hanno detto che i posti di blocco erano chiusi alle auto e sarebbe stato impossibile tornare al villaggio in macchina dalla città: l’unica possibilità era fare un chilometro a piedi e poi prendere un taxi. Non avevo scelta, volevo tornare a casa. Non potevo aspettare che i posti di blocco venissero riaperti. Avrebbero potuto aprire dopo un’ora, o più tardi nella giornata, o il giorno dopo. Non si possono fare previsioni.

Abbiamo iniziato ad attraversare il posto di blocco a piedi, e all’inizio non ho visto soldati. Improvvisamente un’automobile è entrata nel checkpoint e ci ha superato in pochi secondi. Ho visto un gruppo di circa sei soldati che correvano verso di noi gridando come ossessi. Mi è sembrato che il sangue mi si congelasse nelle vene. Ho provato a camminare ma ero paralizzata dalla paura, proprio non riuscivo a muovermi. Mia madre mi ha spinto, dicendo «Su, dai, ci spareranno se non ci muoviamo. Riesco a malapena ad andare avanti con le mie cose, sono sotto shock anch’io».

Quando uno dei soldati ha raggiunto l’automobile che era entrata nel posto di blocco, ha iniziato a urlare e a colpire il finestrino con la sua arma, ordinando diverse volte all’auto di tornare indietro. Mia madre ha provato a continuare a camminare nonostante la scena terrificante a cui stavamo assistendo, ma io non riuscivo a controllare il mio corpo. Abbiamo oltrepassato il trambusto e ho posato le mie cose.

Poi ho sentito delle voci che mi dicevano: «Dai, presto. Cammina, non fermarti». Non sapevo proprio da dove venissero quelle voci. Mia madre mi ha detto di non girarmi e di affrettare il passo. Finalmente siamo riuscite ad arrivare al taxi che ci aspettava all’entrata di Hebron, e dopo che siamo salite in macchina mia madre mi ha detto che le voci che sentivamo venivano dalla torretta militare sopra di noi. Quando siamo arrivate a casa ho provato a riposarmi ma ho continuato ad avere degli incubi riguardo a quello che era successo. Ho sperato che nessuno mai dovesse sentirsi come me in quel momento.

Paura e angoscia mi hanno sopraffatta”

Poco dopo, una mia cara amica ha avuta anche lei un’esperienza terrificante con le chiusure stradali e i posti di blocco. Stava andando al più vicino centro sanitario nella città di Yatta per partorire. Quando hanno saputo che la strada più corta era chiusa, non hanno potuto fare altro che prendere una strada sterrata non adatta alla macchina a noleggio, e ancor meno a dei passeggeri.

Mentre andavano la mia amica non ha sopportato i dolori del travaglio e ha partorito la sua bambina in mezzo alla strada. Esiste un dolore più grande di questo? Può esistere un’esperienza più spaventosa per una donna?

Solo quando ha finalmente raggiunto l’ospedale, dove è rimasta per più di due giorni, un medico ha potuto visitarla e rassicurarla sulla salute della bambina. Io l’ho sostenuta durante questo periodo stressante. Mi ha detto che la paura e l’angoscia che ha provato durante il travaglio sono state più dolorose del parto. Pensava che il suo primo parto sarebbe stato facile, che il dottore le avrebbe consegnato la bambina e lei l’avrebbe stretta al petto. «La paura e l’angoscia mi hanno sopraffatto proprio in quel momento che avevo aspettavo da tempo», mi ha detto.

Una fredda notte di dicembre, esattamente a mezzanotte, sono andata in travaglio. Mi sono svegliata e sono andata in bagno. Il dolore è diventato sempre più insopportabile. Mi ricordo molto bene che mi sono chiesta se fosse il caso di avvisare mio marito.

«Non posso dirglielo, non c’è nulla che possa fare», ho pensato. «Vorrà portarmi al più vicino ospedale a Hebron, ma la strada per arrivarci fa paura ed è piena di coloni e di posti di blocco controllati dall’esercito, specialmente di notte». Ho deciso di tenermi il dolore e aspettare fino al mattino.

Ma dopo due ore il dolore era così forte che non riuscivo a stare in piedi. Finalmente è arrivata la mattina. Ho immediatamente svegliato mio marito e gli ho chiesto di portarmi in ospedale. Siamo arrivati esattamente alle 8, e l’ultima cosa che ricordo è il via vai dei medici attorno a me.

Quando mi sono svegliata ho provato ad ascoltare il respiro o la voce del mio bambino. Non riuscivo a muovere il corpo né a destra né a sinistra per vederlo. Ho continuato a chiedere del mio piccolo e alla fine mi hanno detto che le infermiere lo stavano preparando. Dopo un’ora è venuto il medico e mi ha chiesto: «Perché non è venuta prima in ospedale?». Ho spiegato che il viaggio era molto difficile e gli ho raccontato della mia paura di incontrare l’esercito e i coloni durante la notte.

«Grazie a dio siamo riusciti a far nascere il bambino all’ultimo momento», ha detto. È stanco e ha bisogno di un po’ di ossigeno, ma sopravviverà».

[Traduzione dall’inglese di Federico Zanettin]




Massiccia incursione di Israele a Nablus, si teme in un attacco prolungato

Fayha Shalash,

10 giugno 2025, Middle East Eye

L’esercito israeliano apre il fuoco contro i palestinesi, compreso il personale sanitario, saccheggia le abitazioni e annuncia il coprifuoco nella città vecchia.

Martedì 10 giugno l’esercito israeliano ha lanciato un attacco su vasta scala nel cuore della città di Nablus nella Palestina occupata, in quello che fonti locali descrivono come la più grande offensiva degli ultimi due anni. Le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro i palestinesi, tra cui un paramedico, hanno utilizzato gas lacrimogeni, arrestato diverse persone ed effettuato violente irruzioni nelle abitazioni durante l’offensiva ancora in corso.

In filmati circolati sui media locali si vede un palestinese con le mani alzate che si avvicina ai soldati, a cui segue una colluttazione mentre si sentono degli spari in sottofondo. Secondo i media israeliani i due palestinesi sarebbero stati uccisi dopo aver provato a impossessarsi dell’arma di un soldato. Le autorità palestinesi non hanno ancora confermato i decessi.

Mujahed Tabanja, un giornalista presente ai fatti, ha raccontato a Middle East Eye che i due uomini sono stati colpiti mentre tentavano di rientrare nelle proprie case nella città vecchia. Alle ambulanze è stato impedito di avvicinarsi per soccorrerli. La Mezzaluna Rossa palestinese di Nablus ha riferito che sono stati feriti almeno 65 palestinesi.

Un operatore della Mezzaluna Rossa, Fawaz al-Bitar, ha riferito a Middle East Eye che alcuni dei feriti sono stati raggiunti da colpi di arma da fuoco alle gambe, mentre altri sono stati aggrediti fisicamente dai soldati. Si sono verificati anche casi di intossicazione da gas lacrimogeno, che l’esercito israeliano ha lanciato nelle case e nei vicoli della città vecchia, un’area densamente popolata.

«Il nostro lavoro è stato ostacolato a più riprese e ci è stato impedito di avvicinarci ai due giovani feriti» ha riferito Bitar a Middle East Eye. «Hanno anche sparato contro un’ambulanza, e uno dei paramedici è stato colpito», ha aggiunto. L’incursione è iniziata poco dopo la mezzanotte ora locale, quando un grande numero di mezzi militari provenienti da diverse direzioni è entrato in città.

L’esercito israeliano ha dichiarato che l’operazione militare sarebbe durata 24 ore e si sarebbe concentrata nella città vecchia. Nel frattempo, tramite altoparlanti l’esercito ha annunciato un coprifuoco, intimando ai residenti di non uscire di casa fino alla mattina di mercoledì. Si tratta della prima volta che una misura di questo genere viene imposta a Nablus dalla fine della Seconda Intifada nel 2000. I contatti con diverse famiglie si sono interrotti dopo che l’esercito israeliano ha assalito le loro case.

«I soldati ci hanno puntato addosso le armi e hanno urlato contro di noi quando abbiamo provato ad entrare nella città vecchia», ha riferito Tabanja a Middle East Eye. «L’attacco si sta estendendo ad altre parti della città, compreso il campo profughi di Balata», ha aggiunto. Nel frattempo, i soldati hanno arrestato decine di giovani durante le incursioni nelle abitazioni e hanno arbitrariamente confiscati beni ai residenti.

Attacco politico

L’ampiezza dell’attacco contro Nablus, nonostante l’annuncio che sarebbe durato solo un giorno, ha suscitato timori fra i residenti, che temono che possa portare a un’aggressione militare prolungata e devastante come sta avvenendo a Jenin e Tulkarem.

Munadil Hanani, che fa parte del Comitato di Coordinamento cittadino, ha riferito a Middle East Eye che vi sono dei segnali che l’attacco potrebbe durare a lungo, notando che i soldati israeliani hanno portato avanti l’aggressione da diverse direzioni e sono arrivati con decine di mezzi militari. Inoltre, hanno portato riserve di carburante, cosa che non avviene spesso durante attacchi di breve durata.

I soldati si sono inoltre avvicendati nel corso dell’incursione, suggerendo che potrebbe rimanere a lungo in città. «Sembra essere un’incursione politica, non collegata a questioni di sicurezza» è l’opinione di Hanani. «Israele ha dichiarato che lo scopo è quello di “eliminare il terrorismo”, ma l’attacco è invece da porre in relazione alla crisi politica interna ed è un tentativo di trarre d’impaccio [il Primo Ministro Israeliano] Netanyahu», ha aggiunto Hanani. Intanto la vita a Nablus è completamente paralizzata dall’incursione, i mercati sono deserti e le scuole, le università e le istituzioni pubbliche sono chiuse fino a nuovo ordine.

[Traduzione dall’inglese di Federico Zanettin]




Ad oltre 300 membri del ministero degli esteri del Regno Unito è stato detto di valutare le loro dimissioni se non fossero d’accordo con la politica su Gaza del governo

Redazione di MEMO

10 giugno 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu riferisce che martedì la BBC ha riportato che a più di 300 membri del ministero degli Esteri del Regno Unito che hanno espresso preoccupazioni riguardo alla potenziale complicità inglese nelle azioni di Israele a Gaza è stato detto che potrebbero licenziarsi se sono in forte disaccordo con le politiche governative.

Secondo la BBC ciò è accaduto dopo che una lettera interna inviata il mese scorso al ministro degli Esteri David Lammy aveva criticato le continue vendite inglesi di armi ad Israele e aveva accusato il governo israeliano di “totale… disprezzo del diritto internazionale.”

La lettera dei membri del ministero, datata 16 maggio e ottenuta dalla BBC, ha evidenziato le restrizioni di Israele sugli aiuti a Gaza, l’uccisione di 15 soccorritori a marzo e l’espansione delle colonie nella Cisgiordania occupata.

I firmatari, che rappresentano un ampio insieme di ruoli nel ministero degli Esteri a Londra e all’estero, hanno espresso timori che il loro ruolo nell’implementare la politica [governativa, ndt] potrebbe esporli ad essere chiamati a risponderne in futuri procedimenti contro il Regno Unito. Questa è almeno la quarta lettera simile inviata da funzionari pubblici dalla fine del 2023, e riflette il crescente disagio riguardo alla posizione del Regno Unito nel continuo aumento delle vittime civili a Gaza.

La BBC ha riferito che in una risposta del 29 maggio gli alti funzionari pubblici Sir Oliver Robbins e Nick Dyer hanno ammesso le preoccupazioni dei membri del ministero, ma hanno evidenziato che i funzionari pubblici devono ottemperare alle politiche governative “senza riserve” entro i limiti legali.

Essi hanno suggerito le dimissioni come un “percorso onorevole” per coloro che sono fortemente in disaccordo, provocando indignazione tra alcuni dei firmatari. Un anonimo funzionario ha detto alla BBC che la risposta ha mostrato un “profondo senso di delusione” e una riduzione dello spazio per il dissenso interno.

Il ministero degli Esteri ha difeso la sua posizione, affermando che ha i metodi per permettere ai funzionari di esprimere preoccupazioni e che il governo ha “rigorosamente applicato il diritto internazionale” a Gaza. Da quando ha assunto l’incarico, il governo laburista guidato dal primo ministro Keir Starmer ha sospeso 30 su 250 licenze di esportazione di armi verso Israele, citando i rischi di serie violazioni del diritto umanitario internazionale.

Il 19 maggio il Regno Unito si è inoltre unito a Francia e Canada nella minaccia di “azioni concrete” se Israele non dovesse fermare la sua offensiva militare e revocare le restrizioni agli aiuti [a Gaza].

Critici, incluso un ex funzionario che ha parlato in forma anonima alla BBC, hanno definito “oscuramento” la risposta del ministero degli Esteri.

Il ministero degli Esteri ha reiterato la sua volontà di offrire un parere imparziale della pubblica amministrazione e ha osservato di aver creato un “Consiglio per i Problemi” e sessioni di ascolto per gestire le preoccupazioni dei suoi membri.

In ogni caso, il conflitto interno in corso evidenzia le sfide che il governo del Regno Unito si trova di fronte mentre la sua politica su Gaza si muove tra lo sguardo critico internazionale ed il dissenso interno.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Cos’è la Marcia Globale verso Gaza?

Redazione di Al Jazeera

10 giugno 2025 – Al Jazeera

La Marcia Globale verso Gaza intende fare pressione sui leader mondiali affinché pongano fine alla guerra genocida di Israele nell’enclave palestinese.

Migliaia di attivisti da tutto il mondo stanno marciando verso la Striscia di Gaza per cercare di rompere il soffocante assedio israeliano e attirare l’attenzione internazionale sul genocidio lì in corso.

Circa 1.000 persone che partecipano al tratto tunisino della Marcia Globale verso Gaza, noto come Convoglio Sumud [parola araba che significa “resilienza”, ndt.], sono arrivate in Libia martedì mattina, un giorno dopo la partenza dalla capitale tunisina, Tunisi. Ora si trovano in Libia dopo un’intera giornata di viaggio, ma non hanno ancora il permesso di attraversare la parte orientale del paese nordafricano.

Si prevede che il gruppo, composto principalmente da cittadini del Maghreb, la regione dell’Africa nord-occidentale, crescerà con l’adesione di persone provenienti dai Paesi attraversati nel suo percorso verso il valico di Rafah, tra Egitto e Gaza.

Come faranno? Quando arriveranno? Di cosa si tratta?

Ecco tutto quello che c’è da sapere:

Chi è coinvolto?

Il Coordinamento di Azione Congiunta per la Palestina guida il Convoglio Sumud, facente parte della Marcia Globale per la Palestina.

In totale circa 1.000 persone viaggiano su un convoglio di nove autobus con l’obiettivo di fare pressione sui leader mondiali affinché intervengano a Gaza.

Sumud è sostenuto dal Sindacato Generale del Lavoro Tunisino, dall’Ordine Nazionale degli Avvocati, dalla Lega Tunisina per i Diritti Umani e dal Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali.

Si coordina con attivisti e persone provenienti da 50 Paesi che arriveranno in aereo nella capitale egiziana, il Cairo, il 12 giugno, in modo che possano marciare tutti insieme verso Rafah.

Alcuni di questi attivisti sono affiliati a una serie di organizzazioni di base, tra cui il Movimento Giovanile Palestinese, Codepink Women for Peace negli Stati Uniti e Jewish Voice for Labour nel Regno Unito.

Come raggiungeranno il valico di Rafah?

Il convoglio di auto e autobus ha raggiunto la Libia. Dopo una breve sosta, il piano prevede di proseguire verso il Cairo.

“La maggior parte delle persone intorno a me prova coraggio e rabbia [per quello che sta succedendo a Gaza]”, ha detto Ghaya Ben Mbarek, una giornalista tunisina indipendente che si è unita alla marcia poco prima che il convoglio attraversasse il confine con la Libia.

Ben Mbarek è spinta dalla convinzione che, come giornalista, debba “stare dalla parte giusta della storia, fermando un genocidio e impedendo che la gente muoia di fame”.

Una volta che al Cairo Sumud si sarà unito ad altri attivisti si dirigerà a El Arish, nella penisola egiziana del Sinai, per poi intraprendere una marcia di tre giorni verso il valico di Rafah, a Gaza.

Gli attivisti incontreranno ostacoli?

Il convoglio non ha ancora ricevuto dalle autorità regionali il permesso di attraversare la Libia orientale. La Libia ha due amministrazioni rivali e, sebbene nella parte occidentale [della Libia, ndt.] il progetto della carovana sia stato accolto con favore, sono ancora in corso trattative con le autorità di quella orientale, ha dichiarato martedì ad Al Jazeera un responsabile della carovana.

Gli attivisti avevano precedentemente dichiarato all’agenzia di stampa Associated Press di non aspettarsi di essere ammessi a Gaza, ma sperano che il loro viaggio spinga i leader mondiali a costringere Israele a porre fine alla sua guerra genocida.

Un’altra preoccupazione riguarda l’Egitto, che ha dichiarato il tratto tra El Arish e il valico di Rafah come zona militare e non consente l’ingresso a nessuno che non vi risieda.

Il governo egiziano non ha rilasciato alcuna dichiarazione in merito alla concessione alla Marcia Globale verso Gaza del permesso di attraversare il suo territorio.

“Dubito che gli venga permesso di marciare fino a Rafah”, ha detto un attivista egiziano di lunga data, il cui nome è stato omesso per motivi di sicurezza.

“La sicurezza nazionale viene sempre prima di tutto”, hanno dichiarato ad Al Jazeera.

Se il convoglio riuscisse a raggiungere il valico di Rafah, lì dovrà affrontare l’esercito israeliano.

Perché gli attivisti hanno scelto questo approccio?

I sostenitori della Palestina hanno provato di tutto nel corso degli anni mentre Gaza soffriva.

Dall’inizio della guerra genocida di Israele, 20 mesi fa, i civili hanno protestato nelle principali capitali e intrapreso azioni legali contro i propri rappresentanti eletti per aver favorito la campagna di uccisioni di massa di Israele a Gaza.

Attivisti hanno navigato su diverse imbarcazioni che portavano aiuti umanitari verso Gaza, cercando di rompere il soffocante blocco imposto da Israele dal 2007; tutte sono state attaccate o intercettate da Israele.

Nel 2010, in acque internazionali, un commando israeliano salì a bordo della Mavi Marmara, una delle sei imbarcazioni della Freedom Flotilla in rotta verso Gaza. Uccise nove persone e un’altra morì in seguito per le ferite riportate.

La Freedom Flotilla ha continuato nei tentativi [di forzare il blocco], mentre Gaza subiva un assalto israeliano dopo l’altro.

L’attuale guerra di Israele contro Gaza ha spinto 12 attivisti della Freedom Flotilla Coalition a salpare il 1° giugno dall’Italia a bordo della Madleen nella speranza di fare pressione sui governi mondiali affinché fermassero il genocidio israeliano.

Tuttavia il 9 giugno gli attivisti sono stati sequestrati dalle forze israeliane in acque internazionali.

La Marcia Globale verso Gaza avrà successo?

Gli attivisti ci proveranno, anche se sono quasi certi di non riuscire a entrare a Gaza.

Affermano che restare inerti permetterà solo a Israele di continuare il suo genocidio finché la popolazione di Gaza non sarà morta o sottoposta a pulizia etnica.

“Il messaggio che la gente qui vuole inviare al mondo è che anche se ci fermate via mare o per via aerea, noi arriveremo a migliaia via terra”, ha detto Ben Mbarek.

“Attraverseremo letteralmente i deserti… per impedire che la gente muoia di fame”, ha dichiarato ad Al Jazeera.

Quanto è grave la situazione a Gaza?

Da quando Israele ha iniziato la sua guerra contro Gaza il 7 ottobre 2023 ha bloccato l’ingresso del cibo e dei rifornimenti nell’enclave palestinese, pianificando una mancanza di cibo che ha ucciso probabilmente migliaia di persone e potrebbe ucciderne altre centinaia di migliaia.

Israele ha bombardato Gaza a tappeto, uccidendo almeno 54.927 persone e ferendone più di 126.000.

Tempo fa alcuni giuristi hanno dichiarato ad Al Jazeera che le sofferenze a Gaza suggeriscono che Israele stia deliberatamente infliggendo condizioni volte a provocare la distruzione fisica del popolo palestinese, in tutto o in parte: esattamente la definizione di genocidio.

L’indignazione globale è cresciuta mentre Israele continua a uccidere migliaia di civili, tra cui bambini, operatori umanitari, medici e giornalisti.

Da marzo Israele ha rafforzato il suo dominio su Gaza, bloccando completamente gli aiuti e poi sparando alle persone in coda per ricevere i pochi aiuti a cui consente di entrare, provocando inconsuete dichiarazioni di condanna da parte dei governi occidentali.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)