I gangster di Israele a Gaza

Abdaljawad Omar

9 giugno 2025 – Mondoweiss

Israele usa da tempo forze sotto copertura che si fingono palestinesi per seminare conflitti. Ora sta usando di nuovo questa strategia a Gaza sotto forma di bande che prendono il controllo degli aiuti umanitari. L’obiettivo è quello di frammentare e smembrare la società palestinese.

Nella lunga e amara storia dello scontro della Palestina con il sionismo poche figure hanno prodotto una rottura epistemica e affettiva così profonda come l’unità di forze speciali sotto copertura che si fingono palestinesi. Conosciuta come “unità arabizzata” o “Musta’ribeen”, l’agente israeliano sotto copertura, spesso un ebreo arabo, non opera come un colonizzatore visibile ma come un sosia dei nativi. Parlando fluentemente il dialetto ed esperto nei modi di fare dei palestinesi, l’agente “arabizzato” si muove tra i palestinesi come una presenza spettrale che imita e sorveglia dall’interno mentre conduce anche operazioni a sorpresa intese a catturare la “preda” alla sprovvista, sia per l’arrestarla che per assassinarla. Non raccoglie semplicemente dati, distrugge la fiducia della comunità e la possibilità di auto-riconoscimento collettivo. In questo modo i Musta’ribeen non sono solo una forza tattica, ma usano una modalità di infiltrazione che è essa stessa un’arma, in quanto infrange lo specchio attraverso il quale i palestinesi si vedono.

Israele ha sviluppato per la prima volta queste unità “arabe” per svolgere operazioni rapide all’interno dei campi palestinesi, densi spazi urbani che sono altrimenti inaccessibili ai soldati in uniforme, quasi senza alcuna possibilità di prendere i loro obiettivi alla sprovvista.

La Musta’rib era una risposta alla domanda su come raggiungere il “bersaglio” prima che fosse consapevole della presenza dell’esercito.

Questa logica di infiltrazione, che costituisce da sempre una parte della strategia coloniale di Israele, è riemersa nel momento presente. In un recente video delle brigate di Qassam di Hamas, un’unità palestinese che lavora con l’esercito israeliano è stata designata dalla resistenza come Musta’ribeen. Nell’uso di quel termine per designare i collaborazionisti palestinesi – che in genere verrebbero indicati come collaborazionisti o spie, jawasi – piuttosto che agenti israeliani sotto copertura, Hamas stava deliberatamente annullando il confine tra collaborazionista e nemico.

Non è un fatto sconcertante che Israele trovi tra gli occupati coloro che sono disposti a sopravvivere attraverso i suoi stessi meccanismi di dominio. Tale complicità nasce non solo dalla stanchezza – il venir meno del coraggio sotto l’assedio incessante – ma anche dall’incerta speranza di ottenere un potere, per quanto marginale, all’interno dell’ordine imposto. È anche il prodotto di un intreccio più profondo: le sollecitazioni silenziose e gli incitamenti attivi che a volte provengono dai ranghi palestinesi stessi. Questo fenomeno è radicato nella contraddizione storica dell’azione di governo e amministrazione come forma di resistenza che esercita però anche un potere coattivo.

Una delle figure più famigerate tra questi agenti israeliani ora utilizzato a Rafah è Yasser Abu Shabab, un ex prigioniero un tempo condannato per il contrabbando di droga dal governo di Hamas, che ha guidato un gruppo di centinaia di uomini armati che hanno saccheggiato per tutta la guerra gli aiuti diretti a Gaza. La sua ascesa esemplifica il modo in cui l’interazione della lealtà di clan, la sopravvivenza materiale, l’opportunismo e il tacito sostegno di elementi all’interno dell’autorità palestinese si uniscono per aprire lo spazio all’emergere di tali bande. La loro presenza cerca non solo di distruggere il tessuto sociale, ma infligge una nuova ferita su quella aperta del genocidio.

L’uso da parte di Israele di queste unità di collaborazionisti serve a vari obiettivi.

In primo luogo, esse contribuiscono a ostruire e reindirizzare il flusso di aiuti umanitari, trasformando gli aiuti stessi in un meccanismo di controllo.

In secondo luogo fungono da collettori di una sorta di “pizzo”, ricavando profitti dalla stessa economia della sofferenza che aiutano a provocare, posizionandosi così come intermediari non solo con la forza occupante, ma anche con l’apparato sempre più privatizzato degli aiuti internazionali.

In terzo luogo sono anche usati come meccanismo di corruzione: sfruttano la disperazione per attirare gli affamati di Gaza e la sua gioventù. Questo potere emerge da ciò che sono autorizzati a offrire: un sacchetto di cibo, una promessa di accesso, una possibile esclusione dai massacri. Queste offerte non sono benevole: funzionano come leve di controllo, operando all’interno della tensione tra la sopravvivenza della singola famiglia e la resistenza collettiva (sumud) dell’intera comunità. Inserendosi come mediatori tra Israele e la popolazione favoriscono reti informali e formali di dipendenza e l’autorità per infettare e crescere. Diventano un fattore indigeno che media con Israele.

In quarto luogo, e forse in modo più insidioso, funzionano come protagonisti in una coreografia della propaganda. I video accuratamente messi in scena – uomini in uniforme che scaricano sacchi di farina o gesticolano alle code degli sfollati – sono circolati per suggerire l’emergere di una governance palestinese alternativa, apparentemente più “pragmatica” o flessibile e più disposta a stare al gioco di Netanyahu.

Il loro ruolo non è solo quello di seminare il caos, ma di suggerire la possibilità di un altro ordine. La loro stessa presenza fomenta sfiducia e spezza le fragili reti di solidarietà che si formano sotto assedio. Sono, in un certo senso, i primi a inghiottire l’esca: i primi a immaginare un futuro incistato all’interno dell’apparato dello sterminio. Ma ciò che viene loro offerto non è la vita, solo una sua imitazione – una sopravvivenza gestita all’interno di un paesaggio progettato per estinguere la presenza dei palestinesi – e per estinguere infine anche a loro utilità.

E, come in molti casi di collaborazionismo, mascherano lo schierarsi brutalmente contro la loro gente con il mantra di essere “forze popolari”, come lo stesso Abu Shabab chiama la sua banda di saccheggiatori.

Ma c’è un problema: mentre questi gruppi possono essere tatticamente utili a Israele – convenienti per reindirizzare gli aiuti, disciplinare la fame e colpire la già sfilacciata coesione del tessuto sociale di Gaza – la loro utilità rimane fondamentalmente limitata. Non sono attori strategici in alcun senso trasformativo. La loro geografia è stretta, la loro influenza parassitaria e la loro esistenza è legata interamente all’ombra protettiva del potere israeliano. Sono criminali trasformati in collaborazionisti, molti appena fuggiti dalle carceri palestinesi all’inizio della guerra, altri sono ex impiegati dell’Autorità Palestinese in Cisgiordania, e alcuni millantano legami con l’ISIS e di essere stati tra i suoi ranghi. Sopravvivono, letteralmente, grazie alla guerra, a convogli che saccheggiano, alle armi date loro in modo selettivo, all’indulgenza dell’esercito israeliano.

Mafia senza dignità

Ma ciò che conta di più per Israele non è il loro successo, ma il loro spettacolo. Il punto non è che vinceranno a Gaza – nessuno, compresi i loro gestori, immagina che possano, ma che fungano da esibizione vivente di infiltrazione. Diventano simboli della frattura, danno un’immagine della società palestinese a Gaza come penetrabile, divisibile e corruttibile. Mostrano che la resistenza ha il suo contoraltare.

La loro vera funzione non è quella di governare, ma di annebbiare il confine tra opposizione e collaborazione. Seminano il dubbio per rendere sospetta l’idea stessa di una volontà collettiva di resistere. In questo senso la milizia collaborazionista è meno una risorsa militare che un dispositivo narrativo – un attore nello sforzo in corso di Israele per narrare la disintegrazione palestinese come endogena, inevitabile e forse, agli occhi sionisti, anche “meritata”.

Tuttavia la loro posizione sociale di reietti – la loro esclusione dall’immaginario comune – segna la loro incapacità di essere accolti nel corpo sociale palestinese, a differenza delle mafie tradizionali che spesso si radicano nella parentela, nel quartiere o nella solidarietà di classe. Invece questi collaborazionisti esistono in una zona di sovranità negativa: temuta ma non rispettata, conosciuta ma non rivendicata, presente ma non accettata. Si capiscono meglio

nel quadro di una tecnica coloniale di frammentazione: bande senza lealtà e mafie senza dignità.

Questa tecnica di frammentazione ancora una vota non è una novità. Israele ha coltivato a lungo alleanze con attori locali per gestire e interrompere la coesione palestinese. La recente ascesa di bande all’interno delle comunità palestinesi con cittadinanza israeliana è uno di questi esempi. La convergenza del tacito sostegno israeliano, in particolare gli apparati di intelligence, nonché il deliberato fallimento della sorveglianza e più ampi rivolgimenti economici hanno prodotto nuove strutture più radicate di criminalità organizzata.

Queste bande non sono semplici sottoprodotti del decadimento sociale; sono sintomi di un disordine gestito, coltivato ​​e tollerato nella misura in cui spiazza l’azione collettiva e rivolge la violenza all’interno, anche tra quelli che Israele vanta come suoi cittadini e impiega felicemente come strumenti di propaganda per dire: “Guarda, abbiamo arabi che camminano in spiaggia. Pertanto, non siamo razzisti”.

Lo stesso vale per l’Autorità Palestinese in Cisgiordania, che oggi rappresenta la forma più avanzata di una cultura politica da gangster. Cannibalizzando l’apparato amministrativo, l’ANP governa non solo sotto l’ombra di Israele, ma anche usando come arma la propria versione della storia nazionale. Ridefinisce i confini della lealtà e del tradimento, di amico e nemico in modi che gli consentono di nascondere i suoi comportamenti da gangster.

Ma forse questo è ciò che è più centrale nel contesto di Gaza: l’umanitarismo e l’osceno genocidio, la gioia del soldato israeliano e la sua felicità nell’uccidere i palestinesi e nella distruzione delle loro case – tutto ora è messo a nudo. È una guerra senza coperture. Niente maschere, niente veli, niente paraocchi ideologici. La forma sociale di questa collaborazione, il suo rozzo affiorare nella visibilità pubblica, rivela qualcosa di fondamentale sulla natura di questa guerra.

Non è solo genocida: è oscena e spudorata, non chiede nulla al mondo se non passività. Ciò a cui stiamo assistendo non è semplicemente una campagna militare, ma una rappresentazione del crollo, non di Gaza, ma dei paraocchi ideologici, dei discorsi e delle affermazioni morali di un mondo non più in grado di giustificarsi. Una banda a Gaza rappresenta le molte bande che governano su di noi.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il sequestro della Madleen è l’ultimo di oltre un decennio di attacchi israeliani alle flottiglie umanitarie

Redazione di MEE

9 giugno 2025 – Middle East Eye

La missione Mavi Marmara nel maggio 2010 tentò di rompere il blocco israeliano di Gaza. Fu abbordato dai soldati israeliani e 10 membri dell’equipaggio morirono nell’attacco

Redazione di MEE

9 giugno 2025 – Middle East Eye

Lunedì mattina le forze israeliane hanno preso il controllo della nave umanitaria Madleen, che tentava di rompere il blocco della Striscia di Gaza: l’ennesimo episodio di simili attacchi israeliani negli ultimi quindici anni.

La Madleen, battente bandiera britannica e gestita dalla Freedom Flotilla Coalition (FFC), cercava di consegnare una quantità simbolica di aiuti umanitari, tra cui riso e latte in polvere per neonati, e di sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sulla crisi umanitaria in corso.

L’imbarcazione è stata tuttavia intercettata nelle prime ore di lunedì, prima che potesse raggiungere Gaza, ha dichiarato la FFC sul suo account Telegram.

Le autorità israeliane hanno fermato il suo equipaggio di 12 persone, tra cui l’attivista climatica svedese Greta Thunberg e la politica francese Rima Hassan.

Prima dell’arresto l’equipaggio a bordo della FFC aveva riferito che dei quadricotteri avevano circondato l’imbarcazione e l’avevano spruzzata con un “liquido bianco”.

È l’ultimo episodio di anni di attacchi israeliani contro le navi umanitarie organizzate dalla FFC che tentavano di rompere il blocco aereo, navale e terrestre imposto da 18 anni da Israele sul territorio palestinese. La FFC dichiara di essere guidata dai princìpi della resistenza non violenta.

La coalizione include organizzazioni associate di diversi paesi, tra cui Canada, Italia, Malesia, Nuova Zelanda, Norvegia, Sudafrica, Spagna, Svezia, Turchia, Stati Uniti, Irlanda, Brasile, Australia e Francia.

Middle East Eye ripercorre la storia degli attacchi israeliani contro le flottiglie della FFC.

Quindici anni di attacchi israeliani

La coalizione si è costituita inizialmente nel 2010, in seguito all’abbordaggio da parte delle forze israeliane di una missione della Freedom Flotilla nel maggio dello stesso anno, durante il quale sono stati uccisi 10 attivisti.

La missione Mavi Marmara era stata organizzata dal Free Gaza Movement e dalla Fondazione turca IHH per gli aiuti umanitari.

La nave salpò il 22 maggio dal porto di Sarayburnu, Istanbul, nel tentativo di violare il blocco israeliano su Gaza.

Una settimana dopo, nel Mar Mediterraneo a sud di Cipro, si unì al resto della flottiglia umanitaria, composta da tre navi passeggeri e tre navi cargo che trasportavano aiuti umanitari essenziali e 700 attivisti.

Ma il 31 maggio 2010, utilizzando elicotteri e motoscafi, le truppe israeliane abbordarono violentemente la nave Mavi Marmara nonostante essa si trovasse in acque internazionali. Nove persone furono uccise sul colpo, mentre un’altra morì successivamente a causa delle ferite riportate.

L’episodio fece scalpore a livello internazionale, suscitando dure condanne nei confronti delle azioni israeliane.

In seguito alla missione del 2010, fu creata la FFC per riunire e coordinare varie campagne provenienti da tutto il mondo che cercavano di rompere l’assedio israeliano.

Nel 2011 una missione successiva, chiamata “Freedom Flotilla II – Stay Human”, sarebbe dovuta salpare per Gaza il 5 luglio. Tuttavia, la stragrande maggioranza delle imbarcazioni della flottiglia non riuscì a partire.

Gli organizzatori dichiararono che Israele aveva sabotato due delle navi che sarebbero dovute partire dalla Turchia e dalla Grecia.

Una delle imbarcazioni, organizzata da un gruppo irlandese, non fu autorizzata a lasciare il porto dopo che le autorità greche avevano addotto motivi di sicurezza.

L’unica nave umanitaria che riuscì ad avvicinarsi a Gaza, l’imbarcazione francese Dignité al-Karama, fu intercettata dalle autorità israeliane.

La Freedom Flotilla III, salpata dalla Svezia il 10 maggio 2015, fu nuovamente intercettata dalle autorità israeliane in acque internazionali un mese e mezzo dopo la partenza.

Una delle imbarcazioni, chiamata Marianne, fu costretta dalle truppe israeliane a dirigersi verso la città di Ashdod, nel sud di Israele. Anche le altre navi fecero dietrofront.

Tra coloro che si trovavano sulla Marianne c’erano il parlamentare Basel Ghattas, cittadino palestinese di Israele, e Moncef Marzouki, ex presidente della Tunisia.

L’anno seguente, la FFC organizzò la Women’s Boat to Gaza, una singola nave con un equipaggio interamente femminile.

Salpò da Barcellona il 14 settembre 2016, ma due settimane dopo, il 5 ottobre, fu sequestrata dalle forze israeliane.

L’intero equipaggio femminile – che includeva giornaliste, attrici, politiche e persino una vincitrice del Premio Nobel per la Pace – fu arrestato dalle truppe israeliane, che le condussero ad Ashdod. Tutte furono successivamente espulse.

Un’altra missione, che salpò nel maggio 2017 in solidarietà con i pescatori di Gaza, fu attaccata da un drone, si presume israeliano, in acque internazionali vicino a Malta.

Nel luglio dell’anno seguente, le forze israeliane fermarono al-Awda, un peschereccio battente bandiera norvegese che faceva parte della coalizione.

Tutte le 22 persone a bordo furono arrestate e condotte ad Ashdod.

Nel 2023 e 2024 la nave Handala, che si concentrava sui bambini di Gaza, salpò verso diverse destinazioni in Europa per sensibilizzare le persone sull’assedio e la guerra di Israele contro Gaza.

Il mese scorso un’altra imbarcazione organizzata dalla FFC, la Conscience, non riuscì a proseguire il suo viaggio dopo essere stata colpita da un drone israeliano nelle vicinanze delle acque maltesi.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Il gioco d’azzardo diplomatico sullo Stato palestinese non garantisce sicurezza ai palestinesi

Ramona Wadi

3 giugno 2025 – Middle East Monitor

 

Dopo che la Francia ha annunciato la sua intenzione di riconoscere uno Stato palestinese Israele e gli USA hanno fatto pressioni contro questa possibilità. In giugno Francia e Arabia Saudita hanno in programma di organizzare un summit all’ONU sullo Stato palestinese. Il summit si basa sulla Risoluzione 79/81 dell’Assemblea Generale dell’ONU e intende “delineare un percorso irreversibile verso la definizione pacifica della questione della Palestina e l’attuazione della soluzione a due Stati.”

I più recenti commenti insensati sono arrivati dall’ambasciatore USA in Israele Mike Huckabee. “Se la Francia è davvero tanto determinata a vedere uno Stato palestinese ho un suggerimento per loro: scorporate un pezzo della costa mediterranea francese e createvi uno Stato palestinese.” La Francia, ha detto Huckabee, non ha il diritto di “imporre quel tipo di pressione su una nazione sovrana”. L’idea che la Francia riconosca uno Stato palestinese, ha detto, è “abominevole.”

Mentre la Francia pone l’accento sul disastro umanitario a Gaza, che è un modo sicuro per i leader occidentali di impegnarsi rispetto alle violazioni del diritto internazionale eludendo la necessità di fermare il genocidio di Israele, il Ministro degli Esteri israeliano ha accusato Macron di condurre una “crociata contro lo Stato ebraico.”

Durante una visita a Singapore Macron ha avanzato la possibilità di applicare sanzioni contro gli israeliani se non viene interrotta la catastrofe umanitaria a Gaza. Dall’inizio delle operazioni il Gaza Humanitarian Fund (GHF) [ong creata da USA e Israele per distribuire aiuti sotto l’egida dell’esercito israeliano, ndt.] è stato collegato ai massacri dei palestinesi più di quanto lo sia stato con gli aiuti concreti.

Come era prevedibile, Israele ha minacciato l’annessione della Cisgiordania occupata se altri Paesi riconosceranno lo Stato palestinese. Per un governo che sostiene di disprezzare le cosiddette azioni unilaterali, anche se tali azioni sono il risultato di decenni di dibattiti e sono applicate così tardivamente da costituire niente di più che fatti simbolici, i dirigenti israeliani considerano a priori giustificate le azioni unilaterali. Il Ministro degli Esteri della Francia Jean-Noel Barrot ha specificato che la Francia sostiene uno Stato palestinese demilitarizzato. “Questo nell’interesse degli israeliani e per la loro sicurezza”, ha aggiunto Barrot. “L’unica alternativa ad uno stato permanente di guerra.”

Questa puntualizzazione, anche se fatta diverse volte da altri leader occidentali, è importante. Uno Stato palestinese demilitarizzato e finora simbolico nel migliore dei casi, ipotetico nel peggiore a causa del colonialismo israeliano, non comporterebbe comunque una reale indipendenza da Israele.

Benché il Ministro degli Esteri di Israele Gideon Saar abbia contestato le affermazioni della Francia dicendo “non potete decidere quali siano gli interessi degli israeliani”, occorre dire che la Francia, come altri Paesi occidentali, si preoccupa degli interessi di Israele. Se la Francia avesse a cuore l’interesse dei palestinesi invocherebbe la decolonizzazione.

In questo totale disastro diplomatico i palestinesi sono finora esclusi dall’equazione. L’atteggiamento sprezzante di Huckabee nei confronti di uno Stato palestinese – ricavarlo da una parte della costa mediterranea francese – indica una posizione che esclude i palestinesi da ogni discussione sul riconoscimento. Dopotutto è questo il colonialismo, negare ai popoli colonizzati il diritto di parlare.

E, incentrandosi unicamente sulle politiche tra Israele, gli USA e i Paesi che potrebbero riconoscere uno Stato palestinese, le rivendicazioni israeliane continuano ad avere la priorità. Anche senza le minacce di Israele resta il fatto che la creazione di uno Stato palestinese dipende dai negoziati tra i Paesi che sostengono Israele a diversi livelli, mentre Israele ha rivendicato la creazione del proprio Stato coloniale sulle macerie della Nakba palestinese.

Né le affermazioni puerili di Huckabee, né i rinnovati tentativi di Macron di giocare un ruolo di mediazione possono mutare i fatti. Lo Stato palestinese senza il contributo dei palestinesi resta ipotetico o simbolico. Non c’è da meravigliarsi se il mondo sta assistendo a un genocidio.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Esperti ONU chiedono un tragitto sicuro per la Freedom Flotilla che sta trasportando aiuti per Gaza

Redazione di MEMO

3 giugno 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu ha riferito che ieri esperti ONU hanno chiesto la protezione della nave della Freedom Flotilla Coalition che è partita domenica dall’Italia trasportando cibo, forniture mediche e per bambini destinati a Gaza.

Gli aiuti sono disperatamente necessari per il popolo di Gaza per scongiurare l’annichilimento e questa iniziativa è un simbolico e potente sforzo per consegnarli,” affermano gli esperti in una dichiarazione congiunta. “Israele dovrebbe ricordare che il mondo sta guardando attentamente e evitare ogni atto di ostilità contro la Freedom Flotilla Coalition e i suoi passeggeri.”

Essi sottolineano che è un diritto legale dei palestinesi ricevere aiuti attraverso le loro acque territoriali e del vascello di navigare liberamente in acque internazionali.

Israele non deve interferire con la sua libertà di navigazione a lungo riconosciuta secondo il diritto internazionale,” affermano.

Gli esperti manifestano preoccupazione per la sicurezza dei passeggeri facendo riferimento alla precedente nave della Freedom Flotilla, che all’inizio di maggio è stata bombardata da un drone al largo delle coste di Malta.

Affermano che Israele ha imposto un blocco totale su Gaza per 17 anni, intensificandolo dal 2 marzo, con gli aiuti completamente interrotti da oltre 80 giorni.

Mentre la nave della Freedom Flotilla Coalition si avvicina alle acque territoriali palestinesi al largo di Gaza, Israele deve rispettare il diritto internazionale e ottemperare agli ordini della Corte Internazionale di Giustizia per garantire un accesso degli aiuti umanitari privo di impedimenti,” dicono gli esperti.

Essi condannano l’uso degli aiuti come arma di guerra e accusano la Gaza Humanitarian Foundation – sostenuta da Israele e USA – di violare i principi di neutralità ed umanità.

Definendo l’attuale situazione come “la più terrificante” fase della crisi di Gaza, gli esperti chiedono all’assemblea generale delle Nazioni Unite di autorizzare forze di pace in base al meccanismo Unione per la Pace.

Gli Stati membri [dell’ONU, ndt.] hanno l’obbligo legale e l’imperativo morale di fermare la carestia e il genocidio a Gaza,” essi affermano.

Rifiutando le richieste internazionali per un cessate il fuoco, Israele ha perseguito una devastante offensiva a Gaza da ottobre 2023, uccidendo oltre 54.500 palestinesi, molti dei quali donne e minori. Le organizzazioni per gli aiuti hanno ammonito riguardo al rischio di carestia tra la popolazione dell’enclave di più di due milioni di persone.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Ogni soldato dell’Esercito Israeliano in servizio a Sde Teiman sa cosa accade ai detenuti palestinesi

Anonimo

31 maggio 2025 Haaretz

Ho sentito proprio il comandante del centro spiegare: “I piani alti dicono che Sde Teiman viene chiamato cimitero”. Eppure i media e l’opinione pubblica israeliani ignorano deliberatamente il rivoltante quadro del centro di detenzione.

Questa settimana con i nervi a fior di pelle aspettavo che andasse in onda sull’emittente pubblica israeliana il rapporto investigativo sugli eventi accaduti, nel corso della guerra di Israele a Gaza, al centro di detenzione di Sde Teiman dove ho prestato servizio come riservista. Non è stata una scelta facile per me quella di partecipare quando i produttori dell’importante docu-serie investigativa israeliana hanno chiesto di intervistarmi. I media israeliani raramente mostrano al pubblico ciò che viene fatto in loro nome e il pubblico, da parte sua, preferisce tenere gli occhi ben chiusi. E ancora una volta, la mia intervista non è stata inclusa nella versione finale del rapporto, così come ogni altra informazione sugli abusi sistematici e la morte dei detenuti di cui molti alti funzionari israeliani sono a conoscenza.

Il programma Zman Emet, che si traduce letteralmente con “Tempo della Verità”, non ha trasmesso la verità al pubblico, bensì una verità filtrata, forse persino peggiore di una bugia. Il servizio si è concentrato principalmente su una singola, famigerata indagine dell’esercito israeliano sugli abusi a Sde Teiman: un caso documentato di presunta violenza sessuale con un oggetto estraneo commessa da soldati dell’unità segreta delle Forze armate israeliane nota come Forza 100.

Zman Emet si è concentrato su questo incidente e su come la successiva indagine, con l’aiuto di politici cinici, si sia quasi trasformata in un ammutinamento contro lo stato di diritto. L’incidente è culminato con una folla inferocita, tra cui diversi funzionari del governo israeliano, che hanno fatto irruzione a Sde Teiman e in un’altra base militare vicina a difesa dei presunti colpevoli. Concentrandosi su questo singolo caso, il programma ha deliberatamente ignorato il contesto più ampio, il quadro generale e rivoltante che è Sde Teiman.

Come sa chiunque ci sia stato, Sde Teiman è un sadico campo di tortura. Dalla fine del 2023 decine di detenuti sono entrati vivi e ne sono usciti chiusi in sacchi per cadaveri. Ci sono testimonianze di guardie, medici e detenuti, e tutti raccontano eventi simili. Niente di tutto questo è stato menzionato nell’inchiesta. Come se l’inferno sulla terra che vi abbiamo creato si riducesse a un singolo evento che può essere spiegato con una discussione astratta sulla legittimità dei diversi tipi di punizione corporale. Ma io ho visto quell’inferno. Ho visto un detenuto morire davanti ai miei occhi. Era seduto con altri prigionieri, bendato, e a un certo punto ci siamo resi conto che se n’era andato. Ho visto il comandante del campo radunare tutti per cercare di mitigare la routine quotidiana di abusi, l’uso smodato della forza, le condizioni disumane in cui i prigionieri erano tenuti. L’ho sentito spiegare: “I piani alti dicono che Sde Teiman viene definito un cimitero” e “dobbiamo smetterla”.

Ho visto persone arrivare alla struttura dalla Striscia di Gaza ferite, poi morire di fame e restare per settimane senza cure mediche. Li ho visti urinarsi e defecarsi addosso perché non gli era permesso usare il bagno. Sento ancora l’odore. Molti di loro non erano nemmeno membri della Nukhba (il commando di Hamas che ha guidato l’attacco del 7 ottobre), solo normali civili palestinesi di Gaza detenuti per indagini e, dopo aver subito brutali abusi, rilasciati quando si è scoperto che erano innocenti. Non è strano che qualcuno vi sia morto. La cosa sorprendente è che qualcuno sia sopravvissuto. Gli investigatori di Zman Emet sono rimasti scioccati quando ho raccontato loro tutto questo, ma niente di tutto ciò è stato inserito nel programma. Cosa è stato inserito nel montaggio finale? Il capo del dipartimento investigativo della polizia militare che pretende di non saperne nulla: “Fino a quel momento”, ovvero fino a quando non hanno ricevuto la segnalazione di un detenuto ferito e sanguinante, “non avevamo avuto alcun segnale d’allarme”.

Davvero? All’epoca ex detenuti e anche soldati e personale medico che prestavano servizio a Sde Teiman avevano pubblicato testimonianze di abusi estremi, condizioni disumane e mancanza di cure mediche di base. Tutto ciò che dovevano fare era ascoltare, o anche solo contare il numero di detenuti che entravano e confrontarlo con quello di coloro che non ce l’avevano fatta. Non c’è bisogno di essere Sherlock Holmes. Tutti coloro che hanno prestato servizio a Sde Teiman lo sanno. Sanno delle torture, degli interventi chirurgici eseguiti senza anestesia e delle pessime condizioni igieniche. Ma niente di tutto questo è stato trasmesso. Come se un campo di tortura militare, operante con la piena consapevolezza dei comandanti superiori, fosse meno interessante o importante di un singolo caso isolato di abuso che può essere negato o confermato: un intero programma su Sde Teiman senza effettivamente parlare di Sde Teiman.

Ciò che accade a Sde Teiman non è un segreto, eppure la maggior parte degli israeliani non ne sa nulla, nemmeno adesso, perché i media israeliani lo hanno quasi completamente ignorato. È anche per questo che ho accettato l’intervista. Perché i palestinesi continuano a lasciare i nostri centri di detenzione in sacchi per cadaveri e la maggior parte delle persone intorno a me non ne ha mai sentito parlare. Ma più che rivelare la verità su Sde Teiman, il programma ha messo a nudo il modo in cui una tale realtà possa tranquillamente continuare. Perché i giornalisti israeliani, pienamente consapevoli dei fatti, scelgono di nasconderli per vendere invece una piccola storia circoscritta a poche “mele marce”. Sde Teiman non è un caso isolato. È indubbiamente una scelta politica – una politica attuata e sostenuta con la complicità attiva dei media israeliani.

Questo articolo è stato scritto da un riservista anonimo dell’Esercito Israeliano.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Coloni israeliani irrompono nel quartier generale dell’UNRWA a Gerusalemme Est occupata

Redazione di MEMO

27 maggio 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu ha riferito che ieri un gruppo di israeliani di destra ha fatto irruzione nel quartier generale dell’Agenzia ONU per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA) a Gerusalemme Est occupata.

Oggi sono orgogliosa di liberare la ex-sede dell’UNRWA nel centro di Gerusalemme,” ha affermato Yulia Malinovsky, del partito di destra Yisrael Beiteinu (Israele è la Nostra Casa) in un video condiviso sul suo account X [precedentemente Twitter, ndt.] girato all’interno della struttura.

Malinovsky, deputata della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.], ha collegato l’incursione all’anniversario dell’occupazione israeliana di Gerusalemme Est.

Governo israeliano, siamo qui. Siete invitati a venire e vedere come la sovranità è applicata,” ha detto.

Sono dentro la sede. L’UNRWA non è più qui. Non c’è ragione perché ritorni,” ha affermato Malinovsky.

Non ci sono stati commenti immediati da parte dell’UNRWA sull’incursione dei coloni.

Nell’ottobre 2024, la Knesset ha approvato due leggi che etichettano l’UNRWA come gruppo terroristico e che vietano le sue attività nei territori palestinesi occupati, incluse misure volte ad eliminare i privilegi dell’agenzia e ad impedire qualunque relazione con essa. Queste leggi sono entrate in vigore il 30 gennaio. Israele ha fatto forti pressioni per chiudere l’UNRWA in quanto è l’unica agenzia ONU ad avere un mandato specifico per prendersi cura dei bisogni di base dei rifugiati palestinesi. Se l’agenzia non esiste più, sostiene Israele, allora non deve più esistere neppure il problema dei rifugiati e il legittimo diritto dei rifugiati palestinesi al ritorno alla loro terra sarebbe ingiustificato. Israele ha negato il diritto al ritorno a partire dagli ultimi anni quaranta, anche se la sua accettazione come membro dell’ONU era condizionata alla possibilità per i palestinesi di ritornare alle loro case e alla loro terra.

Fondata nel 1949, l’UNRWA ha funzionato come fondamentale ancora di salvezza per i rifugiati palestinesi, supportando circa 5,9 milioni di persone a Gaza, in Cisgiordania, Giordania, Siria e Libano.

Israele ha occupato Gerusalemme durante la guerra arabo-israeliana del 1967. Ha annesso l’intera città nel 1980 con un’iniziativa mai riconosciuta dalla comunità internazionale.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




“La più giovane influencer umanitaria” di Gaza uccisa in un attacco israeliano

Nagham Zbeedat

27 maggio 2025 – Haaretz

Yaqeen Hammad, solo undicenne e anche lei coinvolta nella crisi umanitaria, si è conquistata un seguito condividendo video della sua attività come volontaria nell’opera di soccorso a Gaza

Venerdì scorso l’undicenne Yaqeen Hammad, un’attivista gazawi sulle reti sociali e volontaria negli interventi umanitari, è stata uccisa da un attacco aereo israeliano che ha colpito la sua casa a Deir al-Balah, nella zona centrale di Gaza. Hammad è una degli oltre 10 minori uccisi negli ultimi giorni durante gli attacchi israeliani intensificatisi in tutta la Striscia di Gaza.

Hammad ha condiviso con i suoi 103.000 follower su Instagram video che documentano il suo lavoro di volontaria nelle scuole, mense e associazioni assistenziali. Hammad ha postato in arabo e spesso i suoi post hanno incluso suo fratello, Mohammed Hammad, operatore umanitario i cui account sulle reti sociali, secondo giornalisti del posto, sono stati spesso bloccati.

Mohammed ha “gradualmente addestrato” Hammad a gestire la sua pagina Instagram, guidandola quando postava brevi video di sé stessa mentre aiutava a costruire case a Gaza, distribuiva cibo e denaro alle famiglie in stato di necessità e raccoglieva soldi per finanziare progetti comunitari nella Striscia. Ben presto Hammad è diventata un simbolo di speranza e innocenza.

https://archive.vn/o/Z7VIh/https://www.instagram.com/reel/DJqzsCEN88e/

In uno dei suoi ultimi video Yaqeen Hammad guarda la telecamera e dice: “Nonostante la guerra, nonostante il genocidio, noi siamo venuti qui a portare gioia ai bambini.”

Il fotogiornalista di Gaza Amr Tabash ha condiviso un video che presenta immagini di Hammad che lavora a progetti umanitari. Di fianco alle immagini ha scritto della determinazione di aggrapparsi alla speranza: “Yaqeen è stata martirizzata, eppure sicuramente nei nostri cuori rimane il fatto che i bambini di Gaza sono il cuore pulsante dell’umanità e un’immagine speculare del silenzio internazionale.”

Mohamad al-Kadri, un volontario di Medici Musulmani per l’Umanità, una ONG decentralizzata impegnata nelle zone in grave crisi come Gaza, ha condiviso su Facebook un commovente tributo alla giovane attivista.

“Era una bambina che ha portato nel cuore un amore per fare il bene, uno spirito di iniziativa, e ha dedicato la sua giovane energia per infondere speranza nei cuori di chi le stava accanto,” ha scritto il volontario canadese.

Al-Kadri ha sollevato la questione di quale colpa possa giustificare l’uccisione di una bambina che “voleva solo avere un impatto” sulla sua comunità e fungere da “luce in mezzo alle tenebre.”

Benché Hammad non ci sia più, ha detto, “lascia dietro di sé un impatto indelebile e un messaggio più forte di qualunque voce.” Nonostante la sua scomparsa, ha aggiunto, Hammad rimane “una figura di riferimento per i bambini, un simbolo di generosità e innocenza presa di mira dall’ingiustizia.”

Il corrispondente di Al Jazeera da Gaza Wael al-Dahdouh ha condiviso la notizia della morte di Hammad sottolineando che “nessuno è immune,” in riferimento alla giovane età della ragazzina e alla mancanza di ogni rapporto con una qualunque forma di belligeranza.

Ouena Collective, una ONG palestinese che opera nella Striscia di Gaza e con cui Hammad collaborava, non ha ancora emesso un comunicato sulla morte della giovane volontaria.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Servizio antiterrorismo”: fonti locali affermano che una nuova milizia palestinese opera nel sud di Gaza

Nir Hasson

26 maggio 2025 Haaretz

Filmati recenti mostrano palestinesi armati in uniforme; fonti da Gaza affermano essere il gruppo legato a un’importante personaggio di Rafah che sostiene di facilitare gli aiuti ai campi profughi, ma è stato accusato di collaborare con Israele

Una nuova milizia palestinese ha recentemente iniziato a operare nel sud di Gaza, secondo quanto riferito domenica ad Haaretz da due fonti. Secondo le fonti il gruppo è legato a un uomo che si identifica come Yasser Abu Shabab. I video circolati sui social media negli ultimi giorni sembrano confermare questa affermazione e mostrano palestinesi armati a Gaza che indossano un normale equipaggiamento militare con giubbotti antiproiettile, elmetti ed emblemi come la bandiera palestinese e una mostrina con la scritta “Servizio antiterrorismo” in inglese e in arabo.

Abu Shabab, membro di una numerosa famiglia beduina di Rafah, la città nella Gaza meridionale, è noto per essere una figura potente e ben introdotta nella Striscia di Gaza. Secondo le fonti che hanno parlato con Haaretz, in passato ha scontato pene detentive nelle carceri gestite da Hamas per reati penali. Alla fine dello scorso anno, nel contesto di un’ondata di saccheggi degli aiuti umanitari nel sud di Gaza, Abu Shabab e i suoi uomini erano stati definitivamente accusati di essere i responsabili del furto. In un’intervista telefonica del novembre 2024 con il Washington Post, Abu Shabab non negava del tutto le accuse, affermando che il suo gruppo evitava però di prendere cibo, tende o provviste destinate ai bambini. Abu Shabab ha dichiarato al Post che l’attività del suo gruppo nasceva dalla disperazione, aggiungendo: “Hamas non ci ha lasciato niente”.

In un video pubblicato la scorsa settimana si vede uno degli uomini armati di Abu Shabab fermare un veicolo della Croce Rossa per un’ispezione.

In seguito alla ripresa delle consegne di aiuti umanitari, la scorsa settimana le Nazioni Unite hanno affermato che l’esercito israeliano ha deliberatamente diretto i convogli di aiuti verso zone pericolose e soggette a saccheggi. Mercoledì 15 camion carichi di farina di uno dei primi convogli del Programma Alimentare Mondiale ammessi ad entrare nella Striscia di Gaza sono stati saccheggiati.

Fonti palestinesi coinvolte nella distribuzione degli aiuti umanitari a Gaza hanno accusato Abu Shabab di collaborare con Israele. Sia fonti palestinesi che internazionali sostengono come sia inconcepibile che uomini armati possano operare a Rafah – un’area che l’esercito israeliano ha dichiarato off-limits ai civili – senza che l’esercito glielo permetta.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




In una sola settimana un nuovo avamposto ha cancellato un’intera comunità palestinese

Oren Ziv

26 maggio 2025 – +972 Magazine

Dopo che hanno costruito sulla loro terra, i coloni israeliani hanno aggredito ed espulso gli abitanti di Maghayer Al-Dir, uno degli ultimi villaggi della valle del Giordano meridionale.

La mattina del 18 maggio alcuni coloni israeliani hanno costruito, a soli 100 metri dalle case degli abitanti, un avamposto illegale all’interno della comunità palestinese di pastori di Maghayer Al-Dir, nell’area C della Cisgiordania [secondo gli accordi di Oslo sotto totale ma temporaneo controllo israeliano, ndt.].

A metà settimana, prima di ogni scontro violento o episodio di furto di bestiame, circa metà degli abitanti palestinesi ha fatto i bagagli ed è fuggito, mentre il resto [della gente] si preparava a fare altrettanto: sotto lo sguardo attento dei coloni ha iniziato a caricare pecore, mobili, mangime e taniche di acqua su dei camion.

Ma sabato pomeriggio la solita “passeggiata” dei coloni attraverso il villaggio si è trasformata in un attacco organizzato. Quattro coloni hanno iniziato a spintonare giovani palestinesi che si trovavano sui tetti di strutture che stavano per essere demolite. “(I coloni) hanno cercato lo scontro,” dice Avishay Mohar, un attivista e fotografo che era presente.

Coloni e palestinesi hanno iniziato a lanciarsi pietre. Proprio quando lo scontro sembrava essere terminato i coloni hanno chiamato rinforzi: circa altri 25 coloni, alcuni mascherati, molti armati con fucili da guerra e mazze, si sono uniti all’aggressione contro gli abitanti e gli attivisti internazionali, che hanno cominciato a rispondere.

Un colono è stato colpito alla testa da una grossa pietra, è caduto e ha perso conoscenza. Anche un palestinese è stato colpito al volto da una pietra. Un secondo colono, pare un minorenne, ha preso la pistola dalla giacca del suo amico svenuto e ha iniziato a sparare in aria. “È comparso un altro colono con un M16 [fucile d’assalto, ndt.] e ha cominciato a sparare contro di noi,” ricorda Mohar. Si è diffuso il panico, gli abitanti sono corsi affannosamente verso il vicino villaggio di Wadi Al-Siq, la cui popolazione mesi prima, nell’ottobre 2023, era stata anch’essa cacciata durante un’ondata di violenze dei coloni appoggiati dallo Stato.

I coloni hanno inseguito gli abitanti in fuga nella valle lanciando pietre e rompendo i loro telefoni. Hanno sequestrato a Mohar due telecamere, il telefono, il portafoglio e il caricabatterie. Da terra ha visto i coloni picchiare un quindicenne palestinese in testa con una mazza. Dopo essere stato picchiato Mohar ha iniziato ad avere capogiri, cercando di sollevare la testa da terra: “Ho detto ai coloni: ‘Se continuate così mi ammazzate!’.” Hanno continuato a colpirlo violentemente sulla schiena.

Dopo che finalmente si è presentato l’esercito e ha chiamato le ambulanze, durante la notte la ricerca di 12 feriti, alcuni dei quali sono stati trovati a 500 e 600 metri dal villaggio, è continuata. La mattina dopo a Maghayer Al-Dir non restava più un solo abitante. Tutte le 23 famiglie, in totale circa 150 persone, erano state obbligate a fuggire.

“L’attacco manda un messaggio alle comunità palestinesi in Cisgiordania,” afferma Mohar. “Non solo non puoi rimanere, ma non te ne puoi neppure andare tranquillamente.”

Anche qui ci saranno ebrei”

Dall’ottobre 2023 in Cisgiordania oltre 60 comunità palestinesi di pastori sono state espulse e sulle o nei pressi delle loro rovine sono stati costruiti almeno 14 nuovi avamposti. Una comunità espulsa con la violenza, Wadi Al-Siq, ha affrontato soprusi che includono aggressioni sessuali, portando allo scioglimento dell’unità “Frontiera del Deserto” [composta da coloni, ndt.] dell’esercito israeliano.

Come nel caso di Maghayer Al-Dir, la creazione di avamposti rurali di coloni è stata il principale fattore che ha espulso i palestinesi dalle loro case nell’Area C. Secondo un recente rapporto delle ong [israeliane] Peace Now e Kerem Navot i coloni israeliani hanno utilizzato avamposti di pastori per impadronirsi di almeno 786.000 dunam [78.600 ettari] di terreno, circa il 14% di tutta l’area della Cisgiordania. Negli ultimi due anni e mezzo sette comunità di pastori palestinesi confinanti con Maghayer Al-Dir sono state spopolate.

Maghayer Al-Dir era l’ultima comunità palestinese rimasta nella periferia di Ramallah situata a est della Allon Road, un’autostrada strategica da nord a sud costruita da Israele negli anni ’70 per collegare le colonie e per preparare la potenziale annessione del territorio a est della strada lungo il confine giordano. Originarie del Naqab/Negev, le famiglie di Maghayer Al-Dir furono espulse nel 1948 verso diverse zone della valle del Giordano prima che lo Stato decidesse di costruire una base militare e li espellesse ancora una volta verso la loro ultima zona di residenza.

In immagini prese dall’attivista Itamar Greenberg il giorno in cui i coloni hanno creato il nuovo avamposto si può sentire un colono vantarsi della pulizia etnica di Maghayer Al-Dir. “Questo è l’unico posto rimasto, grazie a Dio abbiamo buttato fuori tutti… In questa zona è tutto solo ebraico,” spiega il colono mentre gesticola verso la distesa alla sua sinistra. Poi la telecamera si concentra sul luogo in cui i giovani delle colline [gruppo di coloni estremisti, ndt.] stanno alacremente costruendo l’avamposto. “Anche qui ci saranno ebrei.”

Come riportato nell’agosto 2023 da +972, la maggioranza delle comunità del territorio tra Ramallah e Gerico, un’area di 150.000 dunam [15.000 ettari], è stata obbligata a scappare durante i primi mesi in quanto i coloni hanno iniziato rapidamente a costruire avamposti di pastori e a scagliarsi violentemente contro gli abitanti con il sostegno dell’esercito e delle istituzioni statali israeliane. Ora in tutta la zona della valle del Giordano meridionale rimangono solo due comunità palestinesi, M’arajat e Ras Al-Auja.

Anche prima della costruzione dell’ultimo avamposto Maghayer Al-Dir era stato completamente circondato da colonie e avamposti israeliani. A nord si trova l’avamposto semi-autorizzato di Mitzpe Dani; a est Ruach Ha’aretz (“Spirito della Terra”), fondato poco prima della guerra e poi ampliato; a sud, nei pressi dell’ormai spopolato villaggio di Wadi Al-Siq, si trova uno degli avamposti di Neria Ben Pazi [noto colono estremista, ndt.]. Nonostante la scorsa settimana Ben Pazi sia stato colpito da sanzioni del governo britannico per il suo ruolo nella costruzione di avamposti illegali e per aver cacciato famiglie di beduini palestinesi dalle loro case, è stato visto perlustrare il villaggio nei giorni che hanno portato alla partenza forzata della comunità.

“I coloni erano preparati, con un piano, per prendere la terra ed espellerci,” dice un abitante del villaggio che preferisce rimanere anonimo per timore di rappresaglie da parte dei coloni.

Negli ultimi anni i coloni dei vicini avamposti hanno iniziato ad erigere barriere che separano le case degli abitanti dalla strada principale che porta a Maghayer Al-Dir. Essi rubano anche metodicamente acqua dai pozzi dei villaggi per le loro pecore.

Un altro abitante che sceglie di rimanere anonimo spiega che non c’è alcuna differenza tra la violenza dei coloni e quella dello Stato: “Il problema è che oggi non c’è legge,” dice a +972. “(I coloni) dicono: ‘Siamo noi il governo,’ e la polizia sta dalla loro parte.” Ora pensa di vendere il suo gregge di pecore in quanto i coloni occupano sempre più terra su cui i palestinesi erano soliti portare al pascolo il proprio bestiame.

“Lo scorso anno i coloni sono entrati nel villaggio e hanno attaccato i miei familiari,” continua. “Abbiamo cercato di difenderci filmando e io sono stato arrestato. Fortunatamente il giudice di Ofer (tribunale militare) mi ha rilasciato e ha chiesto (sarcasticamente) al pubblico ministero se si supponeva che offrissimo il caffè ai coloni che avevano invaso le nostre case.”

Tattiche già note

Giovedì 22 maggio la famiglia Malihaat ha passato la giornata a fare i bagagli. I coloni hanno edificato il loro ultimo avamposto all’interno di un recinto per le pecore di Ahmad Malihaat, cinquantottenne padre di nove figli. Poche ore dopo che era stato eretto, dice, i coloni “hanno cercato rapidamente di prendere le nostre pecore, in modo che in seguito avrebbero potuto sostenere (presso le autorità israeliane) che erano loro e tenersele.”

Era una tattica già nota alla comunità: all’inizio di marzo decine di coloni armati di fucili e mazze hanno rubato oltre 1.000 pecore alla comunità di pastori di Ras Ein Al-Auja. Temendo una replica, gli abitanti di Maghayer Al-Dir inizialmente hanno concentrato i propri sforzi per evacuare il gregge dal villaggio nei giorni seguenti la costruzione dell’avamposto.

Eppure la famiglia di Malihaat testimonia che mercoledì notte i coloni sono riusciti a rubare un asino e 10 sacchi di mangime per animali. Malihaat ricorda che i coloni gli hanno detto di andare in Giordania o in Iraq: “Vogliono espellere noi e le altre comunità di beduini e in un modo o nell’altro prendersi la terra.”

Pur avendo ricevuto il 18 maggio l’ordine dell’Amministrazione Civile [l’ente militare israeliano che gestisce i territori occupati, ndt.] di interrompere le attività edilizie, giorno dopo giorno i coloni hanno esteso l’avamposto a Maghayer Al-Dir, montando una grande tenda e collegando il luogo alla rete idrica dal vicino avamposto eretto poco prima della guerra.

Mentre raccoglieva le sue cose e si preparava ad andarsene, Malihaat afferma che da quando è stato costruito l’avamposto ha dormito e mangiato poco. La sua dieta, dice, è consistita “per lo più di sigarette e acqua.” A quel punto ha praticamente previsto l’imminente attacco: “Non sai quello che faranno (i coloni). Forse picchieranno tuo figlio e poi chiameranno la polizia e arresterà te o tuo figlio e dovrai pagare una cauzione di 20.000 shekel [circa 5.000 €, ndt.].”

Malihaat non sa ancora dove la famiglia deciderà di spostarsi. Sottolinea che una volta che una comunità di pastori è espulsa talvolta riceve il permesso temporaneo di stabilirsi su terra di proprietà di altre comunità palestinesi nell’Area B [in base agli accordi di Oslo sotto controllo amministrativo dell’Autorità Palestinese e militare di Israele, ndt.] della Cisgiordania. Ma non è una soluzione a lungo termine: “Quando il tuo vicino è bravo tutto va bene, ma loro (i coloni) non vogliono la pace,” conclude Malihaat. “Vogliono espellerci, ucciderci e distruggere la nostra casa.”

In risposta all’inchiesta di +972 un portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che il nuovo avamposto si trova su terreno pubblico e non sconfina nella zona in cui risiede la comunità. Anche l’Amministrazione Civile conferma che contro l’avamposto è stato emanato un ordine di interrompere i lavori “per elementi costruttivi edificati illegalmente nell’area.”

Oren Ziv è un fotogiornalista, reporter di Local Call [edizione in ebraico di +972 Magazine] e membro fondatore del collettivo di fotografi Activestills.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un sondaggio rivela che quasi la metà degli israeliani sostiene l’uccisione di tutti i palestinesi a Gaza da parte dell’esercito.

Nadav Rapaport , Tel Aviv, Israele

24 maggio 2025 – Middle East Eye

La stragrande maggioranza degli israeliani, compresi i laici, appoggia il trasferimento forzato dei palestinesi da Gaza e da Israele

Secondo un sondaggio dell’università statale della Pennsylvania la schiacciante maggioranza di ebrei israeliani appoggia il trasferimento dei palestinesi da Gaza.

L’indagine, condotta a marzo e pubblicata dal quotidiano Haaretz giovedì, ha rivelato che l’82% degli ebrei israeliani sostiene l’espulsione forzata dei palestinesi dalla Striscia di Gaza.

Nel contempo il 47% degli ebrei israeliani ha risposto affermativamente alla domanda: “Concordate con l’affermazione che l’esercito israeliano quando conquista una città nemica dovrebbe agire in modo simile a quello degli israeliti quando conquistarono Gerico sotto la guida di Giosué, cioè uccidendo tutti i suoi abitanti?”. Il riferimento è al racconto biblico della conquista di Gerico.

All’inizio di questo mese Israele ha lanciato nella Striscia assediata l’“Operazione Carri di Gedeone” che, secondo l’organo di informazione israeliano Ynet, ha lo scopo di portare avanti il piano del presidente USA Donald Trump di “svuotare Gaza”.

Ynet ha riferito che nel corso dell’operazione l’esercito israeliano intende spingere il maggior numero di palestinesi verso la zona di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, dove verranno distribuiti cibo e aiuti. Secondo Ynet il nuovo piano militare mira anche a promuovere l’“emigrazione volontaria” dei palestinesi.

Il nuovo piano ha ottenuto l’appoggio della maggioranza dell’opinione pubblica israeliana, nonostante che il capo di stato maggiore dell’esercito, Eyal Zamir, abbia avvertito che avrebbe costituito un danno per le vite degli ostaggi israeliani a Gaza.

Secondo un diverso sondaggio di Canale 13 il 44% dell’opinione pubblica israeliana approva l’operazione, mentre il 40% è contrario.

Lo stesso sondaggio rivela che l’opinione pubblica israeliana sostiene anche il proseguimento dell’assedio totale che Israele ha imposto alla Striscia di Gaza dall’inizio di marzo. Rivela che il 53% dell’opinione pubblica israeliana ritiene che Israele non dovrebbe consentire l’ingresso degli aiuti umanitari nell’enclave.

All’inizio della settimana il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che uno degli obbiettivi della guerra di Israele è realizzare il piano proposto da Trump di espellere i palestinesi da Gaza.

Durante una conferenza stampa Netanyahu ha detto che intende porre fine alla guerra, ma soltanto “a chiare condizioni che garantiscano la sicurezza di Israele: tutti gli ostaggi ritornino a casa, Hamas deponga le armi e lasci il potere, la sua leadership venga esiliata dalla Striscia.”

E noi portiamo avanti il piano di Trump – un piano che è veramente giusto e rivoluzionario”, ha aggiunto.

L’opinione pubblica laica appoggia l’espulsione

Secondo il sondaggio [dell’università] dello Stato della Pennsylvania l’appoggio all’espulsione di massa dei palestinesi dall’enclave si riscontra anche tra il 70% degli ebrei laici, parte dei quali sono considerati progressisti. Nel contempo il sostegno tra le comunità dei Masortim (tradizionalisti), dei religiosi e degli ultra-ortodossi supera il 90%.

L’ampio e trasversale appoggio a livello politico e sociale all’espulsione dei palestinesi non si ferma ai confini della Striscia di Gaza occupata. Secondo il sondaggio il 56% degli ebrei israeliani sostiene l’espulsione dei cittadini palestinesi di Israele dalla loro terra.

Mentre i livelli più alti di sostegno allo spostamento si sono registrati nelle comunità Masortim, religiose e ultra-ortodosse, superando il 60%, vi è anche un significativo sostegno tra i laici. Il sondaggio rivela che il 38% degli ebrei israeliani laici sostiene l’espulsione dei cittadini palestinesi di Israele dal Paese.

Commentando i risultati dell’indagine, Shay Hazkani, professore di storia e studi ebraici all’università del Maryland, e Tamir Sorek, docente del dipartimento di storia dell’università statale della Pennsylvania, hanno scritto: “C’è chi vede nello shock e nell’angoscia che hanno colpito l’opinione pubblica israeliana in seguito agli eventi del 7 ottobre l’unica spiegazione di questa radicalizzazione.

Ma il massacro sembra aver solo scatenato demoni che sono stati alimentati per decenni nei media e nel sistema giudiziario e in quello educativo.”

Durante tutta la guerra i media israeliani hanno ripetuto appelli all’espulsione e all’uccisione dei palestinesi. Recentemente organizzazioni israeliane per i diritti umani hanno inoltrato alla Corte Suprema la richiesta di aprire un’indagine contro Canale 14, considerato fedele a Netanyahu, con le accuse di “istigazione al genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.”

Anche il sistema educativo ha giocato un ruolo nel formare posizioni estremiste tra i giovani israeliani. Hazkani e Sorek affermano che dall’inizio degli anni 2000 si è sviluppato un processo di radicalizzazione.

Secondo il sondaggio solo il 9% degli uomini ebrei sotto i 40 anni, che rappresentano la maggioranza dei soldati in servizio effettivo o riservisti, è del tutto contrario alle idee di espulsione e trasferimento.

Linguaggio religioso

Solo lo scorso marzo la Corte Suprema ha respinto all’unanimità un ricorso presentato da organizzazioni per i diritti umani che tentava di costringere il governo a consentire l’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Nella sentenza uno dei giudici ha utilizzato un linguaggio religioso per giustificare il verdetto.

Fin dall’inizio della guerra il linguaggio religioso è stato ampiamente usato in Israele per descrivere la guerra a Gaza. Uno dei termini frequentemente richiamato è “Amalek” – in riferimento ad un antico nemico degli Israeliti, contro il quale la tradizione ebraica impone una guerra totale.

Una settimana dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre Netanyahu ha esortato le truppe di terra a prepararsi ad entrare a Gaza per “ricordare che cosa vi ha fatto Amalek”.

Tuttavia il discorso religioso in Israele non si limita al pubblico religioso. Il sondaggio ha rivelato che il 65% della popolazione ebrea crede che vi sia un “Amalek” dei giorni nostri. E di questi, il 93% pensa che il “mitzvah”, o comandamento, di “spazzare via la memoria di Amalek” dovrebbe essere applicato ancora oggi.

Il sionismo, oltre ad essere un movimento nazionale, è anche un movimento di coloni immigrati, che cerca di cacciare via la popolazione locale”, scrivono Hazkani e Sorek.

L’aspirazione ad una assoluta e permanente sicurezza può condurre ad un piano operativo per eliminare la popolazione ostile e quindi ogni progetto coloniale di insediamento contiene potenzialmente la pulizia etnica e il genocidio.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)