“Oltre il confine era lecito dare di matto”: i soldati delle Forze di Difesa Israeliane raccontano il declino morale dell’esercito in Libano

Tom Levinson

20 maggio 2026 – Haaretz

«La sensazione è che le Forze di Difesa Israeliane siano diventate come un esercito di barbari: lasciano che i soldati saccheggino così sono contenti e continuano a combattere», dice un soldato. Cinque di loro hanno raccontato ad Haaretz gli orrori e la disillusione

Nadav ha visto i soldati entrare nelle case e saccheggiare tutto ciò che trovavano. Itai è rimasto paralizzato dalla paura durante uno scontro. Elad disgustato dalla distruzione dei villaggi ha giurato che non sarebbe mai più tornato. Tomer ha chiesto ai suoi amici di accertarsi che nessun ufficiale parlasse al suo funerale. E ha smesso di portare con sé una pistola perché teme di farsi del male.

Sono cinque soldati di diversa estrazione sociale, alcuni dei quali riservisti. Servono nella fanteria e nel Corpo Corazzato. Alcuni sono padri; altri hanno appena finito le superiori. Alcuni si trovavano a Bint Jbeil appena oltre il confine, altri hanno raggiunto il fiume Litani, a circa 30 chilometri all’interno del territorio libanese.

Ma tutti sentono che il cessate il fuoco dichiarato il mese scorso è una finzione e che la zona di sicurezza israeliana che si sta creando nel Libano meridionale è una cicatrice incisa sui loro corpi. Qui a seguire i soldati raccontano la loro esperienza nell’ultima ondata di combattimenti tra Israele e Hezbollah.

Tutti i nomi sono pseudonimi e i soldati nel Libano meridionale ritratti nelle foto, fornite dall’ufficio stampa delle Forze di Difesa Israeliane, non sono menzionati in questo articolo.

I soldati saccheggiavano anche durante le visite dei comandanti di brigata”

Nadav, 32 anni, fante riservista, del centro del Paese.

“Il metodo era stabilito. Ogni sera, dopo il tramonto, arrivava il convoglio dell’unità logistica. La loro missione era quella di portarci rifornimenti: cibo, carburante, munizioni; tutto ciò che serviva. Ma c’era anche la missione non ufficiale: saccheggiare e scaricare il bottino al posto di comando in modo che i soldati lo trovassero pronto al loro ritorno a casa.

I soldati del convoglio, ovviamente, non erano degli sprovveduti; si prendevano gli oggetti di valore. ‘Scegliete quello che volete’, gli veniva detto. E di cose da saccheggiare non c’era certo penuria. Il villaggio in cui operavamo apparteneva a persone ricche, pieno di ville con piscine, auto di lusso, gioielli. Quasi ogni casa conteneva oggetti di valore. Entravamo nelle case sparando a raffica, ovvero sparando ovunque. … Una volta accertato che la zona fosse sgombra, iniziava la vera missione: trovare gli oggetti di valore.

È iniziato con piccole cose ed è gradualmente degenerato. Sugli Humvee [camion americani di supporto multiuso, ndt.] la gente caricava tappeti, motociclette, poltrone, stufe. Interi magazzini. Si sentivano soldati di oltre 30 anni litigare: ‘L’ho visto prima io’, ‘Avete già preso un sacco di cose dall’altra casa’. Però il piatto forte non erano le case, ma i negozi. I soldati entravano e portavano via tutta la merce: intere scatole di caramelle, sigarette, detersivi, persino articoli di cancelleria. Qualcuno ha preso uno zaino per il figlio. Un altro un tornio. Persino il sapone per le mani dell’avamposto proveniva dal Libano. Si vedevano in continuazione soldati che giravano per il villaggio con la roba dei civili; sembrava la missione principale. Alla maggior parte dei comandanti di alto grado non importava. I soldati saccheggiavano anche quando un comandante di brigata faceva visita; lui chiudeva un occhio. Faceva finta di non vedere.

Una volta il comandante del battaglione si è messo in contatto via radio e ha detto: ‘Vi ricordo che siamo in territorio nemico, dobbiamo esssere pronti ad agire. Se qualcuno entra in un negozio per prendere qualcosa deve aprire un fuoco di sbarramento: ci potrebbero essere dei ‘maledetti’ [Hezbollah] nascosti’.

Questo era l’approccio: nessun problema con il saccheggio, basta non farsi male. L’esercito non ha fatto praticamente alcun tentativo di fermarci; non c’era alcuna presenza della Polizia Militare ai valichi di frontiera.

Devo ammettere che all’inizio non mi dava fastidio, ma col passare dei giorni ha cominciato a disgustarmi. Ero andato lì per garantire la sicurezza della popolazione a nord, non per rubare. Ho provato a parlarne con la gente, a discutere, ma non c’era nessuno che volesse parlarne.

Alcuni dicevano che era una mitzvah [precetto, dovere religioso, nel linguaggio colloquiale buona azione], con una giustificazione religiosa. Altri dicevano che tanto tutto veniva distrutto comunque, quindi non c’era motivo di lasciarvi oggetti di valore.

Quando ne ho parlato con uno degli ufficiali ha sospirato e ha detto che anche a lui dava fastidio: ‘Ma c’è carenza di soldati, ed è difficile avanzare pretese o lamentarsi con persone che fanno 400 giorni di servizio di riserva’. La sensazione è che le Forze di Difesa Israeliane siano diventate un esercito di barbari: lasciano che i soldati saccheggino per farli contenti e spingerli a continuare a combattere. Dopo che la notizia è esplosa sui media abbiamo avuto una discussione. Il comandante di compagnia ha preteso che ‘tutto ciò che è successo qui rimanga qui’. Poche ore dopo è entrato nei negozi e ha distrutto tutto, così che i soldati non avessero nulla da saccheggiare.

Tutti si sono finti innocenti, comportandosi come se nulla fosse accaduto, come se non tornassero a casa ogni volta con il bagagliaio pieno di roba rubata. Nell’avamposto c’erano persino dei divani che avevamo preso dal Libano. Le prove erano ovunque, ma tutti l’hanno fatta franca.”

“Sentivo di dovermi fare del male perché qualcuno mi prendesse sul serio”

Itai, 20 anni, membro della Brigata Paracadutisti, del centro del Paese.

“Mi ricordo il momento in cui ho capito che non ce la facevo più. È successo nella casa in cui dormivamo a Bint Jbeil, alla fine di marzo. Pioveva incessantemente e non c’era riscaldamento. Il freddo penetrava nelle ossa, mescolandosi al sudore sulle nostre uniformi.

Non riuscivo a smettere di tremare. Ho provato a coprirmi il viso con la sciarpa, ma non è servito a molto. Ricordo di aver iniziato a piangere, ma in silenzio; ho cercato di non farmi sentire da nessuno. Ero esausto, non riuscivo a muovermi. Non riuscivo ad addormentarmi. C’erano topi ovunque, che ci si arrampicavano addosso. Non c’era molto che potessimo fare.

La mattina dopo ho chiesto al comandante di plotone di poter rimanere nella casa e di non uscire per le operazioni, ma si è rifiutato. Mi ha detto: ‘Sei scemo? Non puoi restare qui, tutti stanno andando avanti, smettila di fare il piagnucolone’. Gli altri hanno riso… Non volevo fare il difficile né tornare a casa. Ero in crisi.

Qualche giorno dopo ci siamo trovati coinvolti in uno scontro a fuoco; diversi terroristi ci hanno sparato addosso. I miei amici si sono lanciati all’attacco sparando senza sosta, ma io sono rimasto paralizzato. Mi sentivo un fallito, un perdente. Ogni secondo sembrava un’eternità. Mentre cercavo riparo dietro un muro mi è caduto un auricolare. C’era un gran frastuono di spari e hanno iniziato a fischiarmi le orecchie. Mi sentivo come se mi stessi disconnettendo, come se non capissi cosa stesse succedendo intorno.

Uno dei miei amici ha cercato di parlarmi, ma non capivo cosa dicesse. Mi ha afferrato per la maglietta e mi ha spinto in un posto più riparato, dietro un edificio. Alla fine dell’incidente, mi sono reso conto che avevamo molti feriti. Tre ragazzi erano gravemente feriti. Mi sentivo in colpa.

Non c’era il tempo di elaborare l’accaduto. Continuavano a spararci addosso: colpi di mortaio, razzi, esplosioni di continuo. Poi sono arrivati ​​i droni, e questo ci ha spaventati ancora di più. Non riuscivo a smettere di guardare il cielo.

Quando sono tornato a casa tutto mi sembrava strano. Dopo qualche ora mi sono reso conto di non capire più cosa significasse andare in giro per il mondo senza il rumore delle esplosioni, senza paura. I miei genitori sentivano che qualcosa non andava. Continuavano a chiedermi se avessi bisogno di qualcosa, ma non avevo la forza di aprirmi con loro. Avevano paura che mi succedesse qualcosa. Stavano cercando di convincermi a lasciare il servizio in prima linea, a trasferirmi al quartier generale.

‘Non so cosa farò se ti succede qualcosa’, mi ha detto mia madre. Mia sorella minore mi ha detto che non riesce a smettere di piangere quando non ci sono. Mi ha colpito, mi ha spezzato il cuore. Quando siamo tornati ho chiesto di parlare con un funzionario responsabile per la salute mentale ma continuavano a prendermi in giro. Dicevano che al momento c’era un problema, che dovevo aspettare. Mi sentivo come se tutto mi stesse crollando addosso, come se non potessi resistere. Ho iniziato a odiare tutti, mi sentivo solo.

Alla fine mi hanno mandato a un incontro. Il tipo mi ha chiesto se volevo farmi del male e ha detto che dovevo imparare a respirare profondamente. Mi è sembrata una cosa molto superficiale, come se il suo unico obiettivo fosse farmi tornare a combattere, non curarmi o aiutarmi. Alla fine dell’incontro mi ha raccomandato di stare via ancora qualche giorno e poi tornare.

‘È importante mantenere la continuità funzionale’, diceva. Ho cercato di spiegargli che non ero in grado di operare, che non potevo. Ha risposto che ci saremmo rivisti dopo due settimane per vedere se c’erano stati dei miglioramenti. Non sapevo cosa fare. Ho pensato di dovermi fare del male perché qualcuno mi prendesse sul serio.”

Solo dopo che Haaretz ha contattato le Forze di Difesa Israeliane a Itai è stato prescritto un trattamento intensivo per la salute mentale.

“Questeo è l’Eercito Israeliano degli ultimi due anni: le Forze di Difesa Israeliane che distruggono case».”

Elad, 28 anni, fante riservista, del nord.

“Poche ore prima di entrare in Libano il comandante di brigata è venuto a parlarci.: ‘Questo è un momento storico; distruggeremo Hezbollah. Ci saranno combattimenti feroci, i terroristi ci aspettano, forse alcuni di voi non torneranno. Ma alla fine gli abitanti del nord potranno vivere in sicurezza, tutto grazie a voi.’ Tutti esultavano; sembrava un rito pagano. … Avevo già vissuto questa situazione: prima di entrare a Gaza, prima della precedente operazione in Libano, sempre le stesse promesse, sempre le stesse delusioni.

Anche stavolta è stato lo stesso. Nel villaggio in cui siamo entrati non c’erano terroristi; le case erano vuote. Non c’erano combattimenti, solo operazioni per radere al suolo e case.

Queste sono le IDF degli ultimi due anni: le Forze di Difesa Israeliane che distruggono case. I notiziari parleranno di battaglie feroci e della distruzione delle infrastrutture terroristiche, ma la nostra missione era una sola: non lasciare in piedi nessuna struttura, distruggere tutto.

Una volta era necessario ‘incriminare’ una struttura per distruggerla, trovarvi armi, dimostrare la presenza di terroristi. Ma oggi distruggono e basta, persino scuole, cliniche; l’unica cosa che non abbiamo toccato è stato il cimitero. Hanno quasi smesso di usare gli esplosivi. Gli ufficiali hanno spiegato che erano troppo costosi e meno efficienti. Invece si avvalgono di appaltatori con escavatori militari. Alcuni vengono pagati a giornata, altri a numero di case che demoliscono. Nessuno di loro è un soldato; sono tutti civili. A quanto pare nessuno di loro ha mai fatto parte dell’esercito. Erano tutti coloni estremisti, beduini o drusi. Quando ho chiesto a uno degli appaltatori come fosse possibile mi ha risposto che erano gli unici disposti a farlo. E noi? Il nostro ruolo era quello di proteggerli.

Ogni giorno a ciascuna compagnia veniva assegnato un nuovo complesso di edifici del villaggio. Sembrava una corsa contro il tempo, cercare di demolire il più possibile. Ogni sera gli ufficiali dovevano riferire quante case ogni compagnia aveva demolito. Lo chiamavano ‘valutazione dei risultati’.

Una volta abbiamo ricevuto l’ordine di interrompere le demolizioni alle due del pomeriggio ma l’appaltatore si è rifiutato. Ha detto: ‘Mi hanno promesso che avremmo lavorato fino a sera. Non me ne vado da qui senza aver demolito altre case’. I comandanti hanno dovuto rivolgersi al comandante di divisione perché lo convincesse a fermarsi.

Per molti dei miei commilitoni più religiosi questa era una missione suprema. Il comandante di battaglione era il più estremista. Si rifiutava di tornare a casa, aveva sempre un sorriso in faccia. Era euforico, come un tifoso sfegatato la cui squadra vince il campionato dopo vent’anni di attesa.

Diceva: ‘Niente sarà più come prima. Ciò che distruggiamo non sarà mai più’ ricostruito.’ Quando qualcuno parlava di tornare in Israele lui lo correggeva: ‘Anche questo è Israele’.

La cosa mi disgustava parecchio. Entravamo nelle case delle persone e alcune erano ancora piene di oggetti personali, resti di vite passate, come se fossero fuggite senza aver avuto il tempo di fare i bagagli. C’erano quadri alle pareti, vestiti nelle stanze, mobili. Mi si stringeva il cuore. Mi sentivo a disagio, come se stessi entrando con la forza nelle case altrui, nelle loro vite. La maggior parte delle persone che erano con me non se ne curava. Entravano e cercavano cose da rubare, da saccheggiare. A volte non prendevano nemmeno oggetti di valore, solo souvenir: piccole tazze, caffettiere. Altri si divertivano a distruggere, puro vandalismo. Prendevano un martello e spaccavano le cose, oppure aprivano armadi e rompevano tazze e piatti. L’unica motivazione era la vendetta.

Dopo qualche settimana ho deciso che ne avevo abbastanza. Ho detto ai comandanti che al lavoro mi stavano pressando per farmi tornare con la minaccia di licenziarmi, ma era una bugia. Sentivo solo di dovermene andare da lì.

Quando sono salito a bordo dell’autocolonna per l’ultima volta, in partenza, ho guardato il Libano e ho giurato che non ci sarei mai più tornato. Quella è stata l’ultima volta.”

“La sensazione che domina là è di impotenza, che a nessuno importi davvero di noi.”

Tomer, 19 anni, fante proveniente dal nord di Tel Aviv.
“È terrificante, e chiunque dica il contrario mente. Quando c’è uno scontro con i terroristi puoi attaccare o metterti al riparo. C’è anche la copertura dell’aviazione e dei mezzi corazzati. Puoi farcela. Ma con i droni la sensazione è che sia solo questione di fortuna. Due droni sono esplosi vicino al mio plotone, anche se non ci sono state vittime.

Il comandante di compagnia ci ha fatto un discorso dicendo che era merito della nostra buona disciplina operativa, ma era una totale assurdità. Pochi metri più indietro e saremmo morti o finiti all’ospedale Ichilov [di Tel Aviv] senza una gamba. Dopo una delle esplosioni avevo un fischio nelle orecchie e non mi hanno nemmeno permesso di andare da un medico.

Siamo sinceri: la sensazione dominante è di impotenza. Ci dicono di seguire le istruzioni, di indossare l’equipaggiamento protettivo, di tenere i caschi, ma gli ufficiali non hanno soluzioni concrete. Ci dicono di piazzare gli ‘osservatori del cielo’, soldati che se ne stanno in piedi come degli idioti su una collina a guardare in alto per vedere se sta arrivando qualcosa. Questa sarebbe la soluzione di un esercito con centinaia di aerei da combattimento e un budget enorme? Come si fa a stare lì per ore mantenendo la massima concentrazione? Non è umano. La sensazione è che a nessuno importi davvero di noi.

Dopo qualche settimana ci hanno portato un sistema che in realtà non funziona bene, e persino con il puntatore [un mirino elettro-ottico intelligente] non sempre si colpisce qualcosa. Ci dicono che stanno facendo esperimenti di ogni tipo e ci chiedono di stendere le reti, ma non si possono coprire tutte le aree. Uno dei tizi religiosi ogni giorno ci legge un capitolo dei Salmi. Questo è ciò che ci resta: pregare.

Siamo bersagli immobili là fuori, e Hezbollah lo sa. Approfittano della situazione.

Poi al telegiornale dicono “cessate il fuoco, cessate il fuoco” – ma di cosa state parlando? Sapete quanti droni ci mandano contro? Questa storia non finisce mai. È così che si fa un cessate il fuoco?

I politici parlano e prendono tempo, mentre noi siamo là fuori con le mani legate. Se, Dio non voglia, mi succedesse qualcosa, qualcuno si scuserebbe con i miei genitori? No. Si limiterebbero a trasmettere una canzone triste alla radio e a leggere il mio nome al telegiornale.

Quando ne abbiamo parlato con gli ufficiali ci hanno detto che è meglio che veniamo feriti noi piuttosto che i civili al nord. Immagino abbiano ragione, ma comunque è spaventoso e soprattutto frustrante, perché non sembra che si stia facendo abbastanza per proteggerci.

Almeno tre amici del mio plotone hanno fatto testamento. Io ho scritto una lettera d’addio ai miei genitori e l’ho lasciata nella mia borsa al posto di guardia. Una sera abbiamo parlato di cosa avremmo detto ai funerali l’uno dell’altro, se uno di noi fosse morto. Era un po’ uno scherzo, ma anche un po’ serio.

Il soldato più disilluso tra noi, uno che si lamenta ogni volta che deve fare qualcosa, mi ha chiesto: ‘Dì che amavo il mio Paese. Dì che ero un vero duro, che mi offrivo sempre volontario così mio padre sarà orgoglioso’.

Io ho detto che avrei preferito un funerale tranquillo, che parlassero solo i miei genitori, forse mio fratello. Ma basta. Niente discorsi di merda degli ufficiali. Li detesto.”

“Faccio fatica a mangiare. Sento odore di sangue; mi sembra quasi di sentirne il gusto.”

Or, 36 anni, riservista di una brigata corazzata, del centro del paese.

“Il messaggio è arrivato molto più velocemente di quanto mi aspettassi: mezz’ora, forse anche meno, dopo il suono delle sirene che annunciavano la guerra. ‘Ragazzi, ci stanno chiamando, andate al deposito di emergenza.’

[La mia compagna] ha subito chiesto: ‘Cosa? Cos’è successo?’. L’ha capito subito. Me lo leggeva in faccia. Era la quinta volta. Si è fermata sulla soglia del nostro appartamento, ha allargato le braccia e si è aggrappata allo stipite della porta. ‘Non andarci’, ha detto. ‘Quel che è successo l’ultima volta succederà di nuovo. Non è giusto. Non stai pensando a me.’

Da due anni stiamo cercando di avere un figlio. Dice che è per lo stress, per la guerra, per colpa mia. È difficile darle torto. Da più di un anno ormai non sono più quello di prima.

Il momento peggiore è stato durante il precedente ciclo di combattimenti in Libano. … Molti eventi mi hanno segnato, ma uno in particolare mi ha cambiato completamente, lasciandomi emotivamente mutilato, come se qualcuno mi avesse strappato l’anima. Cinque persone, riservisti come me, sono state uccise

Ci ​​hanno chiamato per aiutare a evacuarli. La morte aleggiava nell’aria. Parti di corpi, sangue, organi esposti. Dopo che tutto fu finito, sentii che qualcosa dentro di me era cambiato. Mi ha sconvolto la mente. Sono entrato in una casa libanese e ho distrutto tutto. Ho devastato l’intero appartamento.

Da allora faccio fatica a mangiare. Sento odore di sangue; mi sembra quasi di sentirne il gusto, come se qualcuno me lo facesse gocciolare sulla lingua. Ho quasi smesso di mangiare, ho chiuso la mia attività. Tutto è crollato.

Eppure ho deciso di andare – forse perché è proprio lì che mi sento normale, con le sirene, con le esplosioni. Ogni volta che attraverso il confine mi sento di nuovo vivo.

Mi sono offerto volontario per rimanerci. Anche quando piove, anche quando tutti gli altri stanno male. Preferisco dormire sul pavimento in case semidistrutte piuttosto che tornare al nostro appartamento. Avevo la sensazione che lì, oltre il confine, fosse in qualche modo lecito dare di matto.

Tante volte siamo stati vicini alla morte. Vicino a noi cadevano colpi di mortaio, esplodevano razzi. Ma non c’erano vittime. Per quasi due mesi ho prestato servizio senza incontrare la morte. Ma un drone esplosivo ha cambiato tutto. Ha colpito un bulldozer e ha bruciato vivo il civile beduino che era venuto a ripararlo. Siamo accorsi sul posto, ma non c’era più niente da fare. È morto sul colpo. Suo figlio era accanto a lui. Era sotto shock. Continuava a gridare senza sosta in arabo ‘Padre, padre, padre’, come fosse posseduto, con lo sguardo vuoto.

Due settimane dopo siamo stati congedati, ma le sue parole mi sono rimaste impresse. Sono passati più di 10 anni dalla morte di mio padre e non mi sono ancora ripreso. Da allora non riesco a smettere di vederlo che chiama suo padre, con quello sguardo vuoto. Ho pensato di andare a trovarlo a Shefa-Amr [una città nel nord], ma mi vergogno.

Cosa potrei dirgli? Non sono nemmeno in grado di prendermi cura di me stesso; mi rifiuto di chiedere aiuto. È sempre stato così: mi è difficile ammettere che le cose vadano male; stupido orgoglio maschile, ego. Una settimana fa ho deciso di smettere di portare con me una pistola e l’ho chiusa in una cassaforte. Ho avuto paura che in un momento di debolezza avrei potuto combinare qualcosa.

Ma non è questo che mi spaventa davvero. La mia vera paura è che [la mia compagna] se ne vada, che decida di averne abbastanza. È difficile biasimarla. È così bella, così intelligente… perché mai dovrebbe sobbarcarsi il peso di vivere con una persona traumatizzata come me?

Non posso nemmeno prometterle che se mi richiamassero non andrei. Non voglio mentire. Lei non può capire. Dice: ‘Ti fa così male, perché sei così masochista? Ti stanno sfruttando. Lo Stato ti sta sfruttando’.

So che ha ragione, ma mi rifiuto di ascoltarla. Mi sento come un pesce fuor d’acqua. Penso solo a trovare un modo per tornare, per essere di nuovo là in Libano.

A volte entro nei gruppi online di unità che cercano volontari e penso di andare a combattere come volontario. Vado su siti web e guardo foto del Libano meridionale, video. Probabilmente la gente che leggerà questo penserà che sono pazzo, uno psicopatico. Probabilmente hanno ragione.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele condanna per la prima volta dei cittadini palestinesi per aver gridato slogan

Baker Zoubi

20 maggio 2026 – +972 Magazine

Un tribunale di Haifa ha giudicato colpevoli di ‘incitamento indiretto al terrorismo’ due uomini che avevano partecipato a una protesta contro la guerra. Gli avvocati avvertono che ciò rappresenta un pericoloso precedente.

Negli ultimi due anni e mezzo i cittadini palestinesi di Israele hanno visto drasticamente ridotti i loro diritti politici e di cittadinanza, già limitati da prima del 7 ottobre. Sono stati arrestati per post sulle reti sociali, pubblicamente umiliati da funzionari pubblici, perseguitati sul posto di lavoro e nelle università per aver espresso opinioni politiche e tenuti in detenzione amministrativa senza accuse. Sottoposti a lungo a discriminazioni in base alle leggi israeliane, i cittadini palestinesi hanno visto lo Stato approfittare della guerra contro Gaza per approvare 30 nuove leggi che rafforzano l’apartheid e la supremazia ebraica.

Ora è stato superato un altro limite: per la prima volta palestinesi di Israele sono stati condannati penalmente per aver scandito slogan politici durante una protesta. Il 29 aprile la pretura di Haifa ha condannato il trentunenne attivista Mohammad Taher Jabareen e il quarantaduenne avvocato Ahmad Khalifa per ‘incitamento indiretto al terrorismo’ e ‘identificazione con un’organizzazione terroristica’, accuse che comportano una sentenza massima complessiva a otto anni di prigione. La decisione è giunta dopo più di trenta mesi di procedimento giudiziario, durante il quale Khalifa e Jabareen sono stati tenuti in detenzione amministrativa, rispettivamente per quattro e otto mesi, prima di essere rilasciati agli arresti domiciliari.

La condanna si basa su slogan politici ascoltati durante una protesta contro la guerra a cui i due hanno partecipato il 19 ottobre 2023 a Umm Al-Fahm, una delle principali città palestinesi di Israele. Si trattava di slogan tradizionalmente usati da decenni nelle manifestazioni e negli eventi pubblici in tutto Israele e non includevano alcuna invocazione diretta alla violenza: da “Con anima e sangue ti riscatteremo, Gaza!” a “Non c’è altra soluzione che scacciare l’occupante” e “Gaza non si sottomette al carro armato o al cannone.”

Durante le udienze sia la polizia che lo Stato hanno riconosciuto che gli slogan in sé non contenevano alcun riferimento ad Hamas o ad altre organizzazioni vietate, una fattispecie di reato che è già illegale in base all’articolo 24 della legge israeliana contro il terrorismo. Ciononostante il tribunale ha accolto l’interpretazione del pubblico ministero sul significato degli slogan, senza specificare nella sentenza a quale “organizzazione terrorista” avrebbe fatto riferimento il presunto reato di “identificazione”.

Il tribunale ha anche ignorato il contesto immediato della protesta, che era una risposta alla letale esplosione all’ospedale Al-Ahli di Gaza City, 12 giorni dopo lo scoppio della guerra. Al contrario ha sentenziato che scandire gli slogan nelle “circostanze e tempistica poco dopo il 7 ottobre” era sufficiente a rappresentare un incitamento indiretto.

Quello che abbiamo fatto è stato naturale e legittimo,” dice a +972 Magazine Jabareen rispondendo alla decisione del tribunale. “Abbiamo manifestato per chiedere la fine della guerra contro civili innocenti a Gaza, in base sia a un dovere umano e nazionale che al nostro diritto naturale di esprimere un’opinione e una protesta.”

Per Mohammed Zeidan, attivista per i diritti umani ed ex-direttore generale dell’Associazione Araba per i Diritti Umani, la sentenza solleva profondi interrogativi riguardo al futuro della libertà di espressione per i cittadini palestinesi. Criminalizzare slogan palestinesi in quanto incitamento indiretto, dice a +972, “apre la via a nuovi precedenti giuridici, per cui in futuro ogni slogan scandito a una protesta potrebbe essere trattato come un reato che comporta una punizione in base a interpretazioni che potrebbero basarsi più su intenzioni presunte che su fatti concreti.”

Un tribunale politico in tutti i sensi”

Jabareen e Khalifa erano rappresentati da avvocati del Centro Adalah, con sede ad Haifa, tra cui Hassan Jabareen e Hadeel Abu Saleh, così come dal legale Afnan Khalifa. Durante il processo hanno sostenuto che gli stessi slogan erano stati scanditi durante altre manifestazioni sia prima che dopo il 7 ottobre senza che alcuna azione legale venisse intrapresa contro quanti li avevano usati.

La difesa ha anche evidenziato che altri partecipanti alla stessa protesta avevano gridato gli stessi slogan, ma non sono stati perseguiti. Pur avendo riconosciuto che la polizia ha sbagliato a non indagare altri manifestanti, il tribunale ha sentenziato che questo errore non inficia la validità dell’imputazione contro Habareen e Khalifa.

Siamo di fronte a un tribunale politico in ogni senso, il cui obiettivo è perseguire l’attività politica dei cittadini palestinesi di Israele,” ha affermato Abu Saleh dopo la sentenza. “Fin dal primo giorno era chiaro che il processo si sarebbe basato su un’interpretazione generica slegata dal contesto della manifestazione in un modo che viola il principio di giustizia, e che è esattamente riflesso nella decisione del tribunale.”

Questa decisione è una continuazione della politica di persecuzione dei palestinesi in Israele dal 7 ottobre,” continua Abu Saleh. “E’ chiaro che questo caso intende essere un messaggio intimidatorio diretto all’opinione pubblica e ci opporremo a questo con ogni mezzo giuridico a nostra disposizione.”

Il caso ha scatenato un’ampia discussione riguardante il passato di Ihsan Halabi, il giudice che ha firmato la sentenza e ha presieduto la giuria che ha emesso il verdetto. Halabi ha lavorato per 22 anni con varie funzioni giudiziarie nel sistema dei tribunali militari prima di essere trasferito alla giurisdizione civile solo quattro anni fa. Dopo la condanna alcuni attivisti hanno messo in discussione il fatto che un giudice con un passato militare così lungo abbia presieduto casi riguardanti la libertà di espressione e l’attività civica, soprattutto in cause riguardanti i diritti dei cittadini palestinesi di Israele.

Zeidan ha attribuito la responsabilità della riduzione delle libertà dei cittadini palestinesi anche ai partiti politici arabi, che secondo lui si sono basati troppo sull’attivismo in parlamento: “Quando la Knesset si trasforma da uno strumento tra gli altri per la lotta nell’unico obiettivo centrale si crea un grande vuoto in piazza,” afferma. “Ciò ha contribuito al declino delle proteste popolari e ha reso più facile per il potere isolare i singoli che scelgono spontaneamente di protestare.”

Ma nel contesto del tentativo più ampio da parte dello Stato di ridefinire i confini dell’attività politica palestinese in Israele ci sono tante cose che i partiti arabi possono fare. “La condanna non è stata del tutto una sorpresa perché c’è un’atmosfera generale che intende ridurre lo spazio per la libertà di espressione,” afferma Zeidan. “Quanti teatri sono stati chiusi? Quanti artisti sono stati perseguitati?

Una sentenza come questa può essere intesa come un messaggio deterrente per altri, non solo la punizione degli imputati, soprattutto perché prende di mira attivisti importanti e influenti che hanno dimostrato di avere un ruolo dirigente durante la guerra.”

Baker Zoubi è un giornalista e cittadino palestinese di Israele residente nel villaggio di Kufr Maser, in Bassa Galilea. Ha iniziato la sua carriera nel 2010 come reporter per mezzi di informazioni locali arabi prima di raggiungere la posizione di caporedattore della piattaforma di notizie Bokra, con sede a Nazareth. Dal 2021 ha collaborato con +972 Magazine e Local Call [edizione in ebraico di +972, ndt.] continuando il suo lavoro come giornalista part-time a Bokra e pubblicando editoriali su questioni politiche e sociali nella società palestinese. Oltre al suo lavoro giornalistico collabora con varie istituzioni in progetti di traduzione ed editing di testi e occasionalmente produce programmi televisivi. Lui e la moglie Yara hanno tre bambini: una figlia, Jida, e due figli, Jabr e Jawad.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




«Come si fa a curare artisticamente un genocidio?»

Oren Ziv

21 maggio 2026 – +972 Magazine

Segnata dalle proteste per la partecipazione di Israele, la Biennale di Venezia ospita una mostra con 100 ricami palestinesi ispirati alle strazianti immagini provenienti da Gaza. Il curatore Faisal Saleh racconta come è nato il progetto.

Alla vigilia della 61ª Biennale di Venezia, inaugurata all’inizio di questo mese, diversi artisti tra i più attesi del festival hanno annunciato il loro rifiuto di esporre le proprie opere. Lo sciopero di 24 ore, in segno di protesta contro la decisione del festival di includere padiglioni ufficiali di Israele e Russia, è stato organizzato dall’Art Not Genocide Alliance, che nei giorni precedenti aveva già mobilitato centinaia di attivisti per bloccare l’ingresso del padiglione israeliano con striscioni recanti la scritta “No artwashing genocide” [Nessuna pulizia mediante l’arte del genocidio, ndt.].

Circa una settimana prima dell’apertura i cinque membri della giuria della Biennale si sono dimessi dichiarando che non avrebbero giudicato i padiglioni rappresentativi di Paesi “i cui leader sono accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale”, ovvero Israele e Russia.

L’edizione di quest’anno del prestigioso festival internazionale d’arte vede la partecipazione di 100 padiglioni nazionali, ciascuno dei quali ospita artisti in rappresentanza del proprio Paese. Israele, che ha avuto un padiglione fin dal 1950, è rappresentato dallo scultore israeliano di origini romene Belu-Simion Fainaru. Il padiglione della Russia, dal canto suo, è stato riammesso dopo essere stato escluso in seguito all’invasione dell’Ucraina.

A questo punto lunico veto possibile sarebbe unesclusione preventiva”, ha affermato il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco in risposta alle critiche sollevate riguardo alla partecipazione di quei Paesi. Nominato dal governo di Giorgia Meloni nell’ottobre 2023, il giornalista di destra e intellettuale pubblico ha difeso la decisione aggiungendo: «Questa è una Biennale che non cerca di risolvere i problemi ma di metterli in mostra».

Sebbene la mostra principale della Biennale, «In Minor Keys», della compianta curatrice camerunese-svizzera Koyo Kouoh, contenga alcuni riferimenti a Israele-Palestina (i visitatori trovano all’ingresso la poesia «Se devo morire» dello scrittore gazawi assassinato Refaat Alareer accanto a un’installazione del collettivo di artiste queer Fierce Pussy” che presenta una bandiera palestinese strappata), l’Italia non riconosce lo Stato di Palestina, lasciando i palestinesi senza un padiglione nazionale ufficiale.

Tuttavia oltre ai 100 padiglioni nazionali sono previsti 31 eventi collaterali, e uno di questi insiste nel dare centralità alle voci palestinesi. “‘ _____________* * Gaza – No Words See the Exhibit” [“‘ _____________* * Gaza – Senza Parole – Guardate la Mostra”, ndt.], organizzata dal Palestine Museum US e ufficialmente riconosciuta dalla Biennale, porta 100 opere di tatreez (ricamo tradizionale palestinese) nel cuore di Venezia. Ogni pannello ricamato ricrea un’immagine del genocidio israeliano a Gaza ed è stato realizzato a mano da donne palestinesi che vivono nei campi profughi in Cisgiordania, Libano e Giordania. Insieme, i pannelli formano quello che gli organizzatori chiamano l’arazzo del genocidio di Gaza”.

Faisal Saleh, imprenditore palestinese-americano e fondatore del Palestine Museum US di Woodbridge, nel Connecticut, è uno dei quattro curatori della mostra. La sua famiglia è originaria del villaggio di Salama, vicino all’odierna Tel Aviv, e fu sfollata durante la Nakba del 1948. Saleh è cresciuto a Ramallah e ha vissuto l’occupazione israeliana della Cisgiordania nel 1967 prima di trasferirsi negli Stati Uniti per studiare. In seguito, ha intrapreso una carriera da imprenditore e dopo il pensionamento ha fondato il primo museo palestinese negli Stati Uniti.

Mentre le proteste turbavano i primi giorni convulsi della Biennale ogni giorno migliaia di visitatori – tra cui molti turisti che non erano venuti a Venezia appositamente per il festival – hanno visitato la mostra gratuita, situata in posizione centrale. Percorrendo la galleria gli spettatori hanno riconosciuto le immagini suggestive su cui si basano le opere ricamate. Da vicino, i ricami intricati catturano lo sguardo, ma quando lo spettatore fa un passo indietro si svela l’immagine nella sua interezza.

In un’intervista rilasciata a +972 Magazine in occasione della mostra Saleh ha parlato del processo di ideazione e realizzazione del progetto all’interno di uno degli spazi artistici più politicamente pregnanti al mondo. L’intervista è stata modificata per ragioni di brevità e chiarezza.

Qual è stato l’intento alla base della mostra?

Noi [i curatori] vogliamo che il mondo si trovi faccia a faccia con ciò che permette che accada. Speriamo che le [opere darte] spingano le persone a riflettere sulla necessità dellassunzione di responsabilità e della giustizia. In altre parole, non vogliamo che queste cose vengano dimenticate. Sono dei moniti e saranno conservati per sempre.

E abbiamo voluto portare l’arte palestinese ai vertici del mondo dell’arte. La Biennale di Venezia costituisce le Olimpiadi del mondo dell’arte. Abbiamo voluto portare l’arte delle donne palestinesi che lavorano nei campi profughi allo stesso livello delle artiste di altri Paesi. I loro nomi contano. Molte di loro hanno realizzato molti progetti commerciali in cui i galleristi prendevano le loro opere e le vendevano. Ma ora [queste opere sono esposte pubblicamente] con il loro nome. Ottengono il giusto riconoscimento.

Perché avete scelto il tatreez come principale mezzo espressivo?

L’idea è quella di promuovere e presentare la storia e la narrazione politica palestinese. Abbiamo pensato di utilizzare il tatreez perché viene realizzato dalle donne palestinesi nei campi profughi in Libano, nei villaggi della Cisgiordania e in Giordania. Abbiamo sette gruppi, a cui assegniamo dei lavori, e la coordinatrice commissiona a donne specifiche la realizzazione di determinate opere. Le opere provenienti dalla Cisgiordania vengono raccolte e spedite ad Amman. Quelle provenienti da Ain Al-Hilweh [il più grande campo profughi palestinese in Libano, ndt.] sono inviate a Beirut, mentre affidiamo il loro trasporto a persone che si recano in Europa.

Ho detto al mio gruppo che volevamo creare 100 ricami in un anno. Sapevo che ci erano voluti 12 anni per realizzare i 100 ricami che avevamo nel museo sulla storia palestinese. Ma ho detto: «Per Gaza c’è una certa urgenza.»

Perché non la fotografia? E come avete scelto le immagini su cui basare i ricami?

Non ho voluto organizzare una mostra fotografica perché la gente aveva già visto tutte queste fotografie sui social media. Una foto è spesso molto esplicita, mentre un dipinto racchiude in sé un elemento di astrazione. Così come quest’opera: è realizzata con dei puntini. Se la si osserva da due metri di distanza sembra una fotografia. Ma avvicinandosi si iniziano a distinguere i puntini. Ogni pezzo è composto da 55.000 punti.

La tecnica del ricamo rallenta la percezione della terribile realtà rappresentata in queste immagini. Richiede molto tempo: una donna le osserva per due mesi e mezzo, vedendo l’immagine svilupparsi gradualmente e dovendo conviverci per tutto questo tempo.

In qualche modo è molto più toccante vederla ricamata e pensare a chi l’ha realizzata e a come l’ha fatta; è una sensazione diversa rispetto a guardare una fotografia. Le donne [che hanno fatto i ricami] sono rifugiate del 1948 e vedono ciò che sta accadendo a Gaza come una versione aggravata di quanto accaduto nel 1948, una continuazione della stessa politica.

Abbiamo assistito a proteste di massa e a uno sciopero che chiedevano l’esclusione di Israele dal festival, ma il presidente della Biennale ha affermato che il festival non avrebbe escluso nessuno. Come vede questi due approcci politici dal punto di vista di un artista?

Credo che fino ad ora fosse accettabile seguire il principio [che chiunque potesse partecipare]. Ma ciò che Israele ha fatto ha raggiunto livelli inaccettabili, livelli di atrocità e orrori indicibili che impongono un nuovo standard di comportamento umano. Al di sotto [di tale standard] nessuno dovrebbe essere autorizzato a partecipare a competizioni internazionali, non solo alla Biennale, ma anche all’Eurovision, alla FIFA, alle Olimpiadi, a tutti gli eventi internazionali e ai concorsi cinematografici di Hollywood. La Biennale, insieme a tutte le altre organizzazioni, deve definire dove inizia e dove finisce la condizione umana.

A che punto un Paese si autoesclude dall’essere tra le nazioni del mondo che credono nei diritti umani e che non sono disposte a scendere al di sotto di un certo livello? Chi va oltre tale soglia non dovrebbe essere autorizzato a partecipare. A mio parere a questo punto Israele non dovrebbe essere ammesso. Non vorrei trovarmi nello stesso posto di chi ha commesso tutte queste atrocità. Non è giusto aspettarsi che altri artisti di altri Paesi siano presenti, perché li si mette in una situazione imbarazzante, costretti a scegliere tra il rispetto della vita umana e l’esposizione delle proprie opere.

Come vede il fatto che la Palestina non abbia un padiglione ufficiale alla Biennale?

Sapete cosa succederà se l’Italia alla fine riconoscerà lo Stato di Palestina e la Palestina diventerà idonea ad avere un padiglione? Indovinate chi cercherà di controllarlo: l’Autorità Palestinese. Questo è un problema per noi, perché queste persone non rappresentano i palestinesi. Rappresentano sè stesse e non lavorano per il popolo. Fanno il lavoro sporco per Israele in Cisgiordania.

In nessun caso noi palestinesi accetteremo che siano loro a gestire qualcosa di così importante. Quindi si spera che se dovesse accadere qualcosa del genere ci sia una sorta di processo democratico che determini chi potrà esporre e in base a quale modalità: un processo aperto, senza corruzione e senza il controllo di un singolo partito.

In che modo la storia della sua famiglia, sopravvissuta alla Nakba del 1948, ha influenzato il suo lavoro?

Siamo originari del villaggio di Salama – Kfar Shalem, come lo ribattezzò Israele – nell’attuale zona sud di Tel Aviv. Il nostro villaggio fu completamente svuotato e distrutto [durante la Nakba]. Ci rifugiammo ad Al-Bireh [vicino a Ramallah], dove sono nato nel 1951. Ero l’undicesimo figlio e vivevamo in una sola stanza. Non è stata una vita facile, ma ce l’abbiamo fatta tutti.

Nel 1967, da Ramallah, potemmo assistere al bombardamento di Nabi Samwil e di Gerusalemme. L’esercito israeliano entrò a Ramallah e la bombardò, costringendo l’esercito giordano alla ritirata.

Sono arrivato negli Stati Uniti nel 1969, ho studiato, ho lavorato nel settore commerciale per 40 anni, poi sono andato in pensione e ho iniziato a impegnarmi per la causa palestinese. Ho collaborato con alcune persone che volevano allestire un museo, ma non mi piaceva il modo in cui lo stavano facendo, così le ho abbandonate e ho lavorato per conto mio, creando il primo museo [palestinese] nell’emisfero occidentale.

Pensa che questa mostra sia di per sé una sorta di risposta a coloro che affermano che l’arte dovrebbe essere apolitica, che dovrebbe essere neutrale?

Gaza ha infranto tutte le regole. Mi sono trovato di fronte alla domanda: come si cura artisticamente un genocidio? Non esiste un manuale. Non c’è un libro che ti spieghi come farlo.

Ho dovuto riflettere a lungo, collegare molti elementi e ideare qualcosa di potente, che raccontasse la storia palestinese a Gaza senza ombra di dubbio. Posso assicurarle che chiunque visiti questa mostra ne uscirà una persona diversa.

Oren Ziv è un fotoreporter, collaboratore di Local Call [rivista online in lingua ebraica edita in collaborazione con + 972 Magazine, ndt.] e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills.

(Tradotto dall’inglese da Aldo Lotta)




Come Israele sta usando milizie e blocchi di cemento per impadronirsi di ciò che resta di Gaza  

Tareq S. Hajjaj  

19 maggio 2026 Mondoweiss

Le forze israeliane hanno oltrepassato la “Linea Gialla” che divide a metà la Striscia di Gaza e ora controllano il 65% del territorio. Gli abitanti chiamano il nuovo confine “muro dell’apartheid” di Gaza

La mattina del 13 maggio gli abitanti nei pressi della moschea di al-Hikma, nella parte orientale di Deir al-Balah, hanno iniziato a ricevere telefonate da una persona che affermava di essere il “Capitano Abu Omar”, ufficiale dell’esercito israeliano, che ordinava loro di evacuare le proprie case e spostarsi di oltre 200 metri a ovest della moschea. Il termine per andarsene era inferiore a una settimana.

Lo stesso pomeriggio dei combattenti armati fedeli a Shawqi Abu Nuseira, leader di una milizia di Gaza che, secondo i residenti, è armata e protetta dall’esercito israeliano, hanno fatto irruzione negli stessi quartieri che l’esercito aveva avvertito poche ore prima. Secondo i residenti, il messaggio era lo stesso: evacuare.

La scena di Deir al-Balah si inserisce in un quadro più ampio che si sta profilando in tutta Gaza. Dall’inizio di maggio le forze israeliane hanno spinto i blocchi di cemento gialli che delimitano la cosiddetta “Linea Gialla” sempre più in profondità nelle aree della Striscia nominalmente sotto il controllo di Hamas.

Secondo Reuters la Linea ha conquistato un ulteriore 11% del territorio di Gaza, portando la superficie totale sotto il controllo militare israeliano al 65%. All’inizio del cessate il fuoco nell’ottobre 2025 Israele controllava il 53% della Striscia, con un accordo che avrebbe dovuto essere temporaneo e portare a un graduale ritiro israeliano dall’enclave. La nuova espansione è adesso nota come “linea arancione”, confinando oltre 2,2 milioni di palestinesi in ciò che resta di Gaza.

Abu Nuseira, secondo gli abitanti di Gaza centrale e Khan Younis, è un ex militante di lunga data delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese a Gaza, con una lunga storia di lotta contro Israele. Ha perso un figlio nelle prime settimane della guerra del 2023, dopodiché ha iniziato ad agire in modo più aggressivo contro Hamas. Lui e la sua milizia ora operano in aree sotto controllo israeliano e sono ampiamente considerati a Gaza dei collaboratori che ricevono armi e supporto logistico da Israele.

In un video pubblicato sulla pagina Facebook della milizia, Abu Nuseira compare circondato da uomini pesantemente armati e mascherati. Afferma di “proteggere la vita delle persone” e che la loro “continua sofferenza è legata al rifiuto di Hamas di cedere l’amministrazione della Striscia di Gaza”. Al termine del suo discorso, i suoi uomini scandiscono ripetutamente “Morte ad Hamas”.

Muhammad al-Amour, residente nella parte orientale di Deir al-Balah, ha dichiarato a Mondoweiss che alcune famiglie hanno ricevuto chiamate dirette di evacuazione dall’esercito israeliano e che lo stesso giorno nelle stesse zone sono arrivate le milizie “ad avvisare gli abitanti tra cui decine di sfollati e quelli di case vicino alla Linea Gialla nella parte orientale di Deir al-Balah”. Al-Amour ha affermato che gli abitanti hanno preso sul serio gli avvertimenti e hanno iniziato ad evacuare le proprie case, temendo di essere uccisi dalle milizie o bombardati dall’esercito se fossero rimasti. “Questo è successo ripetutamente durante la guerra ad altre famiglie in diverse zone “, ha aggiunto.

Il nuovo “muro di Berlino” di Gaza

A Khan Younis, nel sud del Paese la linea arancione si è avvicinata a circa 200 metri dalle zone in cui si rifugiano gli sfollati. I palestinesi hanno paragonato le linee gialla e arancione al Muro di Berlino e, in altre circostanze, al muro dell’apartheid che attraversa la Cisgiordania occupata. Questo confine invisibile separa decine di migliaia di famiglie dalle loro case, terre e proprietà in aree dove l’esercito continua a demolire ciò che resta.

Mahmoud al-Raqab, uno sfollato di Khan Younis che vive a circa 300 metri dalla Linea Gialla, ha dichiarato a Mondoweiss che la continua avanzata della linea verso le zone residenziali è “estremamente pericolosa”.

“Tristezza, ansia e paura ci sopraffanno mentre questa espansione continua verso ciò che resta della nostra terra, del nostro quartiere e delle nostre tende”, ha affermato. “Sta riducendo gli spazi a nostra disposizione, impedendoci persino di camminare vicino alle nostre case e aumentando la probabilità che vengano confiscati altri terreni, case, tende e attività commerciali”.

Al-Raqab ha affermato di considerare quanto sta accadendo identico alla confisca dei terreni e alle restrizioni alla libertà di movimento imposte ai palestinesi in Cisgiordania e nelle zone cuscinetto. “Sta distruggendo ogni speranza che il resto della mia famiglia e i nostri vicini possano un giorno tornare a vivere insieme “, ha dichiarato Al-Raqab a Mondoweiss.

“L’esercito sta espandendo la sua occupazione su vaste aree agricole e zone aperte vicino a via Salah al-Din e nelle regioni orientali, scavando profonde trincee per impedire l’accesso alla zona e negare ai palestinesi la possibilità di coltivarla di nuovo”, ha aggiunto. La regione orientale è considerata il “granaio” di Gaza, già sede di fattorie, uliveti e agrumeti e fonte di sostentamento per decine di migliaia di famiglie che possiedono terreni nella parte orientale di Khan Younis.

“Questo è un nuovo muro dell’apartheid che si sta erigendo nella Striscia di Gaza”, ha concluso. «Oggi posano blocchi di cemento. Domani costruiranno alti muri. Stanno sezionando le nostre terre, erigendo barriere tra noi e le nostre case, imponendo restrizioni alla nostra libertà di movimento verso le nostre abitazioni, fattorie e terreni, separando le persone dalle loro proprietà e dalle loro terre d’origine e inglobando gradualmente la nostra terra sotto i nostri occhi.»

Al-Raqab afferma di aver visto la linea avanzare circa otto volte negli ultimi 12 mesi e di aver assistito personalmente alla sua più recente espansione. Poiché vive in una zona adiacente racconta come la linea abbia isolato nuove aree che si estendono dall’ospedale Dar al-Salam alla rotonda di Bani Suhaila, a est di Khan Younis, lungo via Salah al-Din.

“Non possiamo fare nulla contro questa linea”, ha dichiarato. “Non possiamo ignorarla e tornare a casa: verremmo uccisi immediatamente. Non è eroismo andare a farsi uccidere. Non è una questione personale per me, la mia casa e la mia terra. L’occupazione sta rubando tutta la mia patria, non solo la mia terra. E se ora non possiamo fare nulla per riprenderci la nostra terra, questo non significa che ce ne dimenticheremo. La terremo nei nostri cuori e nelle nostre menti finché non torneremo.”

Tareq S. Hajjaj è corrispondente da Gaza per Mondoweiss e membro dell’Unione degli scrittori palestinesi. È presente su Twitter/X all’indirizzo @Tareqshajjaj.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il ministro delle Finanze israeliano afferma che la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato d’arresto contro di lui

Redazione di MEMO

19 maggio 2026 – Middle East Monitor

Il ministro israeliano delle Finanze Bezalel Smotrich ha affermato che martedì è stato informato di un mandato internazionale d’arresto contro di lui emesso dalla Corte Penale Internazionale (CPI).

Ieri sera sono stato informato che una richiesta per un mandato d’arresto internazionale segreto è stata depositata dal procuratore della Corte antisemita dell’Aja,” ha detto Smotrich ad una conferenza stampa, come riportato dal quotidiano Yedioth Ahronoth.

Smotrich ha descritto l’azione come un tentativo di “imporci una politica di sicurezza suicida attraverso sanzioni e mandati d’arresto.”

Noi non accetteremo imposizioni ipocrite da enti faziosi che si sono posti ripetutamente contro lo Stato di Israele,” ha aggiunto, dicendo che “una larga parte delle Nazioni europee non ha mai eccelso nell’amore per Sion. Ipocrisia e doppi standard sono diventati il tratto distintivo di molti Stati.”

Domenica il quotidiano Haaretz, citando una fonte diplomatica anonima, ha detto che il procuratore capo del CPI ha chiesto mandati d’arresto secretati per “un non specificato numero di funzionari israeliani.”

I mandati riguarderebbero tre ufficiali dell’esercito israeliano e due politici, ha affermato la fonte, aggiungendo che la tempistica della richiesta rimane sconosciuta.

Dopo aver appreso della richiesta del mandato, Smotrich ha anche detto che avrebbe firmato un ordine di deportazione per il villaggio beduino palestinese di Khan al-Ahmar, nella Cisgiordania occupata.

Tuttavia ha osservato che “la firma di un ordine di evacuazione non è tra i poteri di un ministro delle Finanze.”

Circa 200 palestinesi vivono nella comunità di beduini in case di latta e tende e hanno resistito per anni ai tentativi di deportazione legati al progetto di una colonia israeliana illegale conosciuto come “E1.”

Khan al-Ahmar è circondato da colonie israeliane illegali e si trova in un’area obiettivo di Israele per la realizzazione del progetto.

Il piano include la costruzione di più di 3.500 unità abitative illegali che hanno l’obiettivo di collegare la colonia di Maale Adumim con Gerusalemme Est, isolando la città dai dintorni palestinesi e dividendo di fatto la Cisgiordania occupata in due parti.

Il progetto ha incontrato un’ampia opposizione internazionale perché la sua realizzazione è vista come un modo per compromettere la soluzione a due Stati e la fondazione di uno Stato palestinese a fianco di Israele.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La polizia israeliana ha creato una sezione speciale per controllare i giornalisti stranieri

Nadav Rapaport a Tel Aviv, Israel

19 May 2026 19 maggio 2026 – Middle East Eye

I giornalisti stranieri in Israele hanno affrontato controlli e restrizioni crescenti nella Cisgiordania occupata

La polizia israeliana sta aprendo una sezione speciale nella Cisgiordania occupata per controllare i giornalisti stranieri che desiderano entrare in Israele o nei territori palestinesi occupati.

Secondo un articolo di Haaretz di martedì il dipartimento speciale di polizia lavora a stretto contatto con l’Autorità Israeliana per la Popolazione e Immigrazione che si trova presso i posti di frontiera internazionali e sul ponte di Allenby in Cisgiordania.

Haaretz ha ottenuto un documento della polizia che dettaglia gli articoli e l’attività sulle reti sociali di Alessandro Stefanelli, giornalista indipendente italiano che in passato è entrato varie volte in Israele e in Cisgiordania.

La polizia ha etichettato Stefanelli come critico nei confronti di Israele, definendolo “un giornalista e fotografo che dà un’informazione di parte su Israele.”

A luglio dell’anno scorso il giornalista italiano è stato informato che il suo visto per Israele era stato revocato, e l’ambasciata israeliana a Roma non ha fornito alcuna spiegazione sul perché il suo visto sia stato annullato.

Ciononostante Stefanelli ha cercato di entrare in Cisgiordania attraverso il ponte di Allenby, che unisce il territorio palestinese alla Giordania, ma l’Autorità per la Popolazione e Immigrazione gli ha negato l’ingresso.

Un rapporto di polizia afferma che Stefanelli “chiede l’intervento internazionale contro ‘la violenza dei coloni’ e traccia un quadro di parte”, dopo che lui ha presentato un ricorso a un tribunale israeliano perché gli consenta l’accesso a Israele e in Cisgiordania, accusando inoltre il giornalista di essere “in contatto con miliziani”.

Queste accuse sono estremamente ridicole, mi mettono nella stessa lista dei terroristi,” ha detto Stefanelli ad Haaretz, aggiungendo che “faccio fatica a capire come un poliziotto in una democrazia possa scrivere cose simili. Puoi stilare un documento del genere solo se sai che un giudice lo crederà,” ha aggiunto.

Tamir Blank, l’avvocato di Stefanelli, ha detto ad Haaretz che “è incredibile e sconfortante che la polizia… abbia investito risorse per controllare articoli giornalistici e limitare la libertà di espressione. Siamo a un passo, e molto corto, dalla polizia del pensiero [riferimento al romanzio “1984” di G. Orwell, ndt.],” ha affermato Blank.

La polizia israeliana ha detto ad Haaretz di agire in base alla legge, che “conferisce mandato di impedire a uno straniero l’ingresso nello Stato di Israele se lui, o l’organizzazione per cui lavora, agisce contro lo Stato di Israele.”

L’attacco di Israele contro i mezzi di comunicazione

Dall’ottobre 2023 Israele ha impedito ai giornalisti, israeliani e stranieri, di entrare nella Striscia di Gaza occupata senza scorta militare israeliana.

Lo scorso mese la Corte Suprema israeliana ha rinviato per l’undicesima volta dall’ottobre 2023, dopo che lo Stato non ha risposto, la decisione riguardo a se le autorità israeliane debbano concedere libero accesso all’enclave.

Secondo il sito di notizie israeliano The Seventh Eye [il Settimo Occhio, ong che monitora la correttezza dell’informazione in Israele, ndt.] il mese scorso il Committee to Protect Journalists [Comitato per la Protezione dei Giornalisti] (CPJ) e Reporter Senza Frontiere (RSF) si sono uniti alla richiesta di lunga data della Foreign Press Association in Israel [Associazione della Stampa Estera in Israele] (FPA) che chiede di poter accedere [a Gaza].

Le tre organizzazioni dei giornalisti hanno chiesto alla Corte di consentire ai giornalisti l’ingresso a Gaza, ma Noam Sohlberg, vicepresidente della Corte Suprema, ha rifiutato l’autorizzazione ed ha concesso un’altra proroga dei termini concessi allo Stato per rispondere.

In Israele i giornalisti devono affrontare condizioni estremamente difficili, e Israele sta per bandire agenzie di notizie come Al Jazeera in quanto [sarebbe una] minaccia per la sicurezza nazionale. Secondo il CPJ a Gaza “Israele è impegnato nel più mortale e deliberato tentativo di uccidere e mettere a tacere i giornalisti.”

I giornalisti palestinesi vengono minacciati, presi direttamente di mira e uccisi dalle forze israeliane, e sono arbitrariamente arrestati e torturati come rappresaglia per il loro lavoro,” afferma l’organizzazione.

Secondo i dati dell’associazione, dall’ottobre 2023 Israele ha ucciso 263 giornalisti palestinesi, ne ha feriti 174 e imprigionati 107.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La scena culturale di Gaza rivive da sotto le macerie

Ruwaida Amer

15 maggio 2026 – +972 Magazine

Dopo che Israele ha distrutto le istituzioni letterarie e artistiche della Striscia, i palestinesi stanno lanciando nuove iniziative per preservare il sapere e rivendicare il diritto alla vita

Durante i primi due anni della guerra genocida israeliana quasi tutti i centri e le istituzioni culturali di Gaza sono stati distrutti e almeno 150 delle figure di spicco del panorama culturale uccise. Negli ultimi mesi, nonostante la fragilità del cosiddetto cessate il fuoco, sono emerse diverse iniziative per far rivivere la fiorente scena letteraria e artistica della Striscia.

Tra queste c’è la Biblioteca Phoenix, inaugurata a fine aprile, i cui fondatori hanno raccolto oltre 100.000 dollari tramite una campagna di crowdfunding per ristrutturare un edificio superstite nel centro di Gaza City. Fondata da due amici, Omar Hamad e Ibrahim Al-Masri, la nuova biblioteca di Gaza si propone di salvare dalle macerie ciò che resta della vita letteraria della Striscia.

Durante il genocidio, l’occupazione ha perseguito una politica di sradicamento dell’istruzione distruggendo scuole, università e biblioteche. Hanno distrutto centinaia di migliaia di libri, molti dei quali antichi e parte del patrimonio e dell’eredità palestinese, alcuni stampati prima del 1948 e altri risalenti all’epoca ottomana”, racconta a +972 Hamad, di 30 anni. “L’idea della biblioteca è nata dal desiderio di preservare ciò che era sopravvissuto e di far rivivere la lettura, la scrittura e la ricerca a Gaza, in mezzo all’immenso vuoto educativo creato dalla guerra”.

Al-Masri, 31 anni, afferma che il progetto è nato da un analogo senso di responsabilità. “Siamo persone che leggono, scrivono e che hanno a cuore la cultura, ed è stato difficile per noi vedere centri educativi e biblioteche distrutti e libri bruciati”, spiega. “Per fortuna siamo riusciti a recuperare libri dalle macerie di biblioteche private e universitarie. Altri libri appartenevano a persone martirizzate durante la guerra e ci sono stati donati dalle loro famiglie. Desideravano che altri potessero beneficiare di quei libri, che costituissero un atto di beneficenza duraturo [in onore dei loro cari].”

Abbiamo chiamato la biblioteca ‘Fenice’ perché evoca la rinascita dalle macerie e la speranza in mezzo al dolore», aggiunge. «Vogliamo vivere le nostre vite normalmente e dimostrare al mondo che, nonostante le circostanze, rimaniamo saldi nel nostro sapere, nella nostra cultura e nel nostro Paese”.

Per Hamad la biblioteca rappresenta anche un tentativo di condividere il rifugio che i libri gli hanno offerto durante la guerra. “Sono stato sfollato diverse volte ed ero molto affezionato ai miei libri. Passavo ore a leggere e cercavo persone che avessero libri per poterli scambiare”, racconta. “Continuavo a pensare a come avrei potuto mettere questi libri in un luogo adatto dove tutti potessero trarne beneficio, proprio come loro avevano aiutato me ad alleviare le difficoltà e l’amarezza dello sfollamento”.

La biblioteca ora ospita più di 6.000 libri in arabo e inglese che spaziano in campi quali scienza, linguistica, media, istruzione, management, economia, medicina, matematica, diritto e storia, oltre alla letteratura araba e internazionale, con una particolare attenzione alla scrittura palestinese e di Gaza. È diventata rapidamente un rifugio per lettori appassionati in cerca di pace e tranquillità, nonché uno spazio di studio per gli studenti le cui biblioteche universitarie sono state distrutte.

Khaled Radwan, uno studente universitario di 20 anni, afferma di frequentare la biblioteca sia per studiare che per la sua passione di sempre per la lettura. “Avevo bisogno di molti libri per i miei studi e tutte le biblioteche universitarie sono state completamente distrutte”, dice a +972. “Sono anche un appassionato lettore fin da bambino. Mio padre aveva alcuni libri e mi piaceva andare nella Città Vecchia di Gaza per trovarne di antichi. Sono particolarmente interessato ai libri di storia e sulle civiltà; amo leggere delle diverse epoche in Palestina e in altri Paesi”.

Radwan ora spera di contribuire ad ampliare la collezione della biblioteca cercando libri sotto le macerie di biblioteche e centri culturali distrutti. “È importante preservare la nostra storia dopo che l’esercito israeliano ha distrutto così tanti libri”, aggiunge. “Bruciano deliberatamente la storia in modo che non ci rimanga nulla, ma noi teniamo alla cultura e alla conoscenza e vogliamo che non vadano perdute a causa dei loro attacchi e delle loro guerre”.

Per Sarah Al-Taweel, 24 anni, che frequentava le biblioteche universitarie durante i suoi studi, la Biblioteca Phoenix rappresenta un rifugio. “Studiavo all’Università di Al-Azhar e mi spostavo tra le biblioteche per prendere in prestito libri da leggere”, racconta a +972. “Ho smesso di farlo durante la guerra. Ho provato a procurarmi libri e romanzi online, ma la sensazione è diversa quando tengo un libro tra le mani. Mi sento psicologicamente a mio agio, come se fossi libera tra le parole e le righe. Speravo di trovare anche un solo libro che mi tenesse occupata”.

Quando ha saputo dell’apertura della biblioteca Al-Taweel ha detto di essere stata tra le prime a visitarla. Rivedere i libri disposti sugli scaffali come prima della guerra le ha restituito un senso di normalità. “Ora posso dedicare del tempo alla lettura”, dice. “Isolarmi dalla difficile realtà in cui viviamo è importante per preservare la salute mentale. Ecco perché per me il risultato più importante dopo il cessate il fuoco è stata l’apertura della biblioteca.”

“La musica è un balsamo per l’anima”

Durante la guerra a Gaza la formazione musicale è rimasta una delle poche attività culturali e artistiche a continuare nonostante le difficili condizioni a stento immaginabili.

Ismail Daoud, insegnante di oud e direttore accademico del Conservatorio Nazionale di Musica Edward Said di Gaza, è stato tra coloro che hanno cercato di mantenere viva la musica. Insieme ad altri insegnanti del Conservatorio si spostava tra le tende dei bambini nella zona di Al-Mawasi a Khan Younis per insegnare canto e strumenti musicali.

“All’inizio della guerra sono stato sfollato dalla mia casa nel nord di Gaza con i miei figli e pochi effetti personali essenziali, e ho lasciato indietro i miei strumenti musicali. Tutto è stato bombardato e distrutto”, racconta a +972. “Per i primi sette mesi di guerra non ho sentito musica né suonato. Ma nel maggio del 2024 il mio collega Ahmed Abu Amsha mi ha detto che il Conservatorio voleva far ripartire le attività musicali a Gaza.”

Anche la sede del Conservatorio è stata tra gli spazi culturali distrutti. Inaugurato nel 2012 in un edificio della Mezzaluna Rossa Palestinese a Tel Al-Hawa, a ovest di Gaza City, l’istituto è stato bombardato, saccheggiato e incendiato durante la guerra, con la conseguente perdita di mobili e strumenti. L’amministrazione è ora alla ricerca dei fondi necessari per ricostruire e riaprire la sede.

Nel frattempo il Conservatorio ha ripreso a offrire lezioni ai bambini, inizialmente nel nord di Gaza e in seguito in spazi di apprendimento improvvisati in tutta la Striscia. Col tempo, ha affermato Daoud, la musica, che definisce “un linguaggio universale di pace”, è diventata uno strumento importante per aiutare i bambini ad affrontare il trauma psicologico della guerra.

“All’inizio è stato difficile”, afferma. “Abbiamo perso uno studente di nome Youssef Salman di Khan Younis. Suo padre era in viaggio all’estero e comunicavano online.”

Un giorno Youssef non è venuto a lezione perché era andato in un bar a parlare con suo padre, e lì è stato colpito. Sua sorella era con noi ed era devastata dalla perdita del fratello, ma la musica è stata il nostro sostegno e la nostra consolazione in quelle situazioni: è un balsamo per l’anima.”

Oggi il Conservatorio offre lezioni di strumenti come tabla, oud, chitarra e flauto, oltre a canto corale, a bambini e ragazzi dagli 8 ai 20 anni. Abu Amsha, insegnante e coordinatore del Conservatorio nonché direttore del gruppo musicale Gaza Birds Singing, è diventato virale la scorsa estate con una sua suggestiva canzone che si armonizza con il ronzio costante dei droni israeliani, ora usata nella campagna globale per boicottare l’Eurovision Song Contest.

“C’è un aumento significativo del numero di persone che cercano una formazione musicale”, afferma Daoud. “Attualmente stiamo pianificando di organizzare concerti e festival culturali con organizzazioni locali a Gaza come l’UNICEF. Questo lavoro è stata la nostra principale fonte di sostegno dall’inizio della guerra. Vogliamo continuare a diffondere speranza e vita.”

Non un lusso, una umana necessità”

Prima della guerra il regista teatrale e produttore culturale palestinese Jamal Abu Al-Qumsan aveva dedicato parte della sua casa nella parte occidentale di Gaza City a quella che definiva una “galleria culturale”: uno spazio in cui ospitava intellettuali, scrittori, musicisti e artisti per vari eventi.

“Il teatro a Gaza era vitale per l’espressione artistica e la consapevolezza della comunità, nonostante le risorse limitate e il blocco”, dichiara a +972. “C’erano spettacoli, laboratori e iniziative regolari per bambini e bambine e ragazzi e ragazze, e il teatro rappresentava una finestra di speranza e un luogo di espressione e dialogo”.

Al-Qumsan metteva in scena spettacoli durante tutto l’anno, soprattutto per i bambini. “Per loro il teatro non era solo intrattenimento, ma uno spazio per imparare e riappropriarsi dell’infanzia”, ​​ afferma. “Durante la guerra sono stati privati ​​di spazi sicuri, creando un enorme vuoto psicologico e culturale che sentiamo ancora oggi”.

La vivace scena artistica di Gaza, un tempo fiorente, è stata quasi completamente spazzata via dalla guerra israeliana. Tra i luoghi demoliti è il Teatro Rashad Al-Shawa nel quartiere di Al-Rimal a Gaza City, il principale centro per le produzioni teatrali della Striscia.

Dalla fine del 2023, con l’invasione di terra di Gaza City da parte dell’esercito israeliano, la casa e la galleria di Al-Qumsan sono state distrutte. È stato costretto a vivere in una tenda nella zona di Al-Zawayda, nella Gaza centrale, dove si trova tuttora.

Eppure, anche in questa situazione di sfollamento, Al-Qumsan ha continuato a organizzare proiezioni cinematografiche e laboratori artistici per bambini nei campi profughi in diverse zone della Striscia. “Queste attività offrono ai bambini la possibilità di ridere e li aiutano a ritrovare un certo equilibrio psicologico, rafforzando in loro la consapevolezza di essere amati e di avere diritto alla gioia e alla vita”, afferma. “Per loro il teatro è un mezzo per esprimere le emozioni e ritrovare un senso di sicurezza durante la guerra”.

La perdita della galleria ha lasciato un segno indelebile su Al-Qumsan, “sia a livello personale che professionale”. Ciononostante sta cercando di trovare modi alternativi per continuare la sua attività teatrale, che descrive come “non un lusso, ma una necessità umana”.

“La Galleria Culturale di Jamal non era solo un luogo, ma una casa per artisti, bambini e persone creative”, afferma. “Credo però che la cultura non riguardi solo gli edifici, ma anche la volontà. Attualmente sto lavorando alla progettazione di una nuova galleria culturale utilizzando materiali semplici e reperibili localmente. C’è un grande desiderio tra i bambini e le famiglie di teatro e attività culturali”, conclude Al-Qumsan. “Ogni volta che presentiamo uno spettacolo o un’attività constatiamo quanto sia necessario questo tipo di spazi. Le persone non cercano solo intrattenimento, ma anche speranza e un senso di normalità. Questo conferma che il teatro rimarrà una necessità sociale e culturale, a prescindere dalle difficoltà.”

Ruwaida Amer è una giornalista indipendente di Khan Younis

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’aggressione a una suora francese e la storia dimenticata dei cristiani palestinesi

Ramzy Baroud  

14 maggio 2026 – The Palestine Chronicle

I cristiani palestinesi hanno subito le stesse politiche di pulizia etnica, razzismo e occupazione militare dei loro fratelli e sorelle musulmani.

Il video è terrificante, benché si tratti del genere di orrore che ora è sinonimo del comportamento di Israele, del suo esercito, dei suoi coloni armati e della società che è stata indotta a vedere l’ ‘altro’ come subumano.

Però non è il tipico video virale che quasi quotidianamente arriva dalla Palestina occupata. Questa volta la vittima non è un palestinese: è un’anziana suora francese.

Il primo maggio è arrivato da Gerusalemme un filmato che mostra un israeliano di 36 anni che insegue una suora francese – una ricercatrice presso la Scuola Francese di Ricerca Biblica e Archeologica – e la getta violentemente a terra.

In un’agghiacciante dimostrazione di crudeltà, l’assalitore non colpisce semplicemente e corre via. Si allontana di qualche passo e poi torna dalla donna a terra e la prende ripetutamente a calci senza pietà mentre giace impotente a terra.

Ciò che sconvolge di più è il senso di normalità che segue. L’aggressore rimane sulla scena, conversando con un altro uomo che appare del tutto imperturbato da ciò che in un altro contesto avrebbe dovuto essere un evento devastante.

Il video si è velocemente imposto sulla scena dei principali media, raccogliendo superficiali condanne. Molti hanno spiegato la vicenda come parte del più ampio repertorio delle violenze israeliane, sottolineando il perdurante genocidio a Gaza come l’esempio più ovvio di questa aggressione incontrollata.

Ma anche il contesto di violenza generalizzata non spiega del tutto perché sia stata presa di mira una suora francese. Non è una persona di colore, è europea, è cristiana e non sostiene rivendicazioni storiche o territoriali che potrebbero solitamente provocare la paranoia ‘securitaria’ dello Stato sionista.

Eppure l’incidente è tutt’altro che ‘isolato’, benché i dirigenti israeliani si siano precipitati a definirlo una ‘vergognosa’ eccezione. Al contrario, la suora è stata aggredita in quanto cristiana.

Questo pone una domanda: perché?

Per dare una risposta dobbiamo riconoscere che i cristiani palestinesi sono stati sistematicamente cancellati dalla storia della loro terra.

I cristiani palestinesi non sono semplicemente presenti sulla terra: sono tra le comunità storicamente più radicate in Palestina. Sono tutt’altro che ‘stranieri’ o ‘spettatori’ intrappolati in un ipotetico conflitto tra ebrei e musulmani.

Infatti la presenza arabo-cristiana in Palestina precede di secoli l’epoca islamica. Si tratta dei discendenti delle storiche tribù che hanno plasmato l’identità della regione molto prima della comparsa delle correnti politiche odierne.

L’emarginazione dei cristiani palestinesi è un fenomeno relativamente nuovo, profondamente connesso al colonialismo occidentale. Per secoli le potenze europee hanno usato il pretesto della ‘protezione’ delle comunità cristiane per giustificare i propri interventi imperialisti.

Di conseguenza questo ha inquadrato i cristiani nativi non come arabi sovrani con libero arbitrio, ma come guardiani dell’Occidente, una narrazione che di fatto li ha spogliati del loro status di autoctoni e li ha alienati agli occhi del mondo dal loro tessuto nazionale.

Il sionismo ha aggiunto a questa cancellazione una patina letale. Si è spesso fatto passare come ‘protettore’ dei cristiani per evitare di suscitare l’ira dei suoi sostenitori occidentali.

In realtà i cristiani palestinesi hanno subito le stesse politiche di pulizia etnica, razzismo e occupazione militare dei loro fratelli e sorelle musulmani. Come altro si può spiegare la catastrofica diminuzione della popolazione cristiana?

Prima della Nakba del 1948 i cristiani palestinesi costituivano circa il 12% della popolazione. Oggi quel numero è crollato all’1%. Solo durante la Nakba decine di migliaia di loro sono stati espulsi dalle proprie case a Gerusalemme ovest, Haifa e Giaffa, le loro proprietà sono state saccheggiate e le loro comunità smantellate.

Una veloce scorsa alla mappa di Gerusalemme e Betlemme oggi racconta la storia di una costante cancellazione. Gerusalemme viene sistematicamente svuotata dalla sua popolazione nativa, sia cristiana che musulmana. Le proprietà e i luoghi di culto cristiani sono soggetti a restrizioni e la ‘Little town of Bethlehem’ [‘La piccola città di Betlemme’, tradizionale canto natalizio di fine Ottocento, ndtr.] è stata inglobata in un anello di colonie illegali e da un muro dell’apartheid alto 8 metri che ha trasformato il luogo di nascita di Cristo in una prigione a cielo aperto.

Eppure nonostante questo è raro che sentiamo parlare della lotta per la sopravvivenza dei cristiani palestinesi. Invece il mondo occasionalmente assiste a ‘incidenti’, come la diffusa abitudine degli estremisti ebrei di sputare sui pellegrini e i preti stranieri a Gerusalemme. Questo comportamento si è così tanto normalizzato che ministri israeliani, come Itamar Ben Gvir, hanno preventivamente difeso quegli atti come “un’antica usanza” che non dovrebbe essere criminalizzata.

Il motivo per cui la storia dei cristiani palestinesi viene raramente raccontata è che non corrisponde esattamente alle accomodanti narrazioni utilizzate dai governi occidentali. Questi sono inclini a presentare il ‘conflitto’ come una lotta dello Stato ebraico per la propria identità contro una monolitica minaccia ‘islamica’. Israele è pesantemente coinvolto in questa stessa retorica dello ‘scontro di civiltà’, posizionandosi come avanguardia della “civilizzazione occidentale” contro l’estremismo arabo.

Ma alcuni palestinesi – sia musulmani che cristiani – sono in scala minore anch’essi colpevoli della caduta in questa trappola. I primi spesso dipingono la resistenza palestinese come una lotta esclusivamente musulmana; nel contempo alcuni cristiani condividono proprio quella narrativa che ha condotto fin dall’inizio alla loro emarginazione.

Il genocidio di Gaza tuttavia ha dimostrato che questa logica non è solo sbagliata, ma insostenibile. Nel corso della carneficina Israele ha distrutto più di 800 moschee, ma non ha risparmiato i santuari cristiani.

Il 19 ottobre 2023 un attacco aereo israeliano prese di mira un edificio all’interno del complesso della chiesa di San Porfirio, una delle più antiche chiese al mondo.

In quel massacro furono uccisi 18 cristiani palestinesi e il loro sangue intrise la polvere di un santuario che aveva 1.600 anni. E’ stato un ammonimento devastante del fatto che i missili israeliani non distinguono tra una moschea e una chiesa, né tra il sangue di un musulmano e quello di un cristiano.

La vicenda della suora francese vale ogni attimo di attenzione che ha ricevuto, come il prendere a bersaglio i pellegrini. Ma mentre i titoli cambiano, noi dobbiamo ricordare che i cristiani palestinesi sopportano una sofferenza che è collettiva e radicata nel suolo stesso della Palestina. Oggi sono una comunità in pericolo e Israele è il responsabile. Senza di loro la Palestina non è la stessa.

La patria palestinese è completa solo quando è la culla della coesistenza religiosa e i cristiani palestinesi stanno proprio al cuore di quella storia lunga due millenni. La loro sopravvivenza non è una ‘questione di una minoranza’, è la sopravvivenza della Palestina stessa.

Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e direttore di The Palestine Chronicle. Ha scritto otto libri. Il suo ultimo, ‘Before the Flood’, è stato pubblicato da Seven Stories Press. Tra gli altri libri: Our Vision for Liberation’, ‘My Father was a Freedom Fighter’ e ‘The Last Earth’. Baroud è ricercatore senior non residente presso il Centro per l’Islam e Affari Globali (CIGA).

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)


 




Israele approva la legge su processo pubblico e pena di morte per i detenuti del 7 ottobre

Redazione di Al Jazeera, AP, Reuters

12 maggio 2026 – Al Jazeera

Le organizzazioni per i diritti umani avvertono che il disegno di legge rende più facile l’imposizione della pena di morte ed elimina le garanzie di un giusto processo

I parlamentari israeliani hanno approvato un disegno di legge che istituisce un tribunale speciale con il potere di comminare la pena di morte ai palestinesi accusati di coinvolgimento negli attentati guidati da Hamas il 7 ottobre 2023.

Il disegno di legge è stato approvato nella tarda serata di lunedì con 93 voti favorevoli e nessun contrario dalla Knesset, il parlamento israeliano composto da 120 seggi. I restanti 27 parlamentari erano assenti o si sono astenuti dal voto.

Le organizzazioni israeliane e palestinesi per i diritti umani avvertono che il disegno di legge renderà troppo facile l’imposizione della pena di morte, eliminando al contempo le procedure che tutelano il diritto a un giusto processo. Muna Haddad, avvocata di Adalah – Centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele – ha dichiarato ad Al Jazeera che il disegno di legge riduce intenzionalmente le garanzie legali a un giusto processo per assicurare la condanna di massa dei palestinesi.

“Il disegno di legge consente esplicitamente processi di massa che si discostano dalle norme standard in materia di prove, inclusa un’ampia discrezionalità giudiziaria nell’ammettere prove ottenute in condizioni coercitive che possono configurarsi come tortura o maltrattamenti”, ha affermato Haddad. “Ciò costituisce una grave violazione delle garanzie a un giusto processo, ben al di sotto dei requisiti del diritto internazionale”.

In contrasto con la normale prassi giudiziaria israeliana, che di solito vieta le telecamere in aula, il disegno di legge impone la ripresa e la trasmissione pubblica dei momenti chiave dei processi su un sito web dedicato. Questo includerebbe le udienze di apertura, i verdetti e le sentenze. Haddad ha segnalato che questa disposizione di fatto “trasforma i procedimenti in processi farsa a scapito dei diritti degli imputati”.

[Dei circa 11.000 palestinesi prigionieri, ndt.] Israele detiene tra i 200 e i 300 palestinesi, contando anche quelli catturati nel Paese durante gli attacchi del 7 ottobre, che non sono ancora stati incriminati. L’attacco guidato da Hamas contro le comunità israeliane lungo il confine meridionale di Israele con Gaza ha ucciso almeno 1.139 persone, per lo più civili, secondo un conteggio di Al Jazeera basato su statistiche ufficiali israeliane. Altre 240 persone circa sono state prese in ostaggio. La successiva guerra genocida di Israele contro Gaza ha ucciso circa 72.628 palestinesi, di cui almeno 846 da quando è entrato in vigore il “cessate il fuoco” mediato dagli Stati Uniti lo scorso ottobre. La guerra, che secondo gli esperti delle Nazioni Unite potrebbe configurarsi come genocidio, ha lasciato il territorio palestinese in rovina.

Lunedì diverse organizzazioni israeliane per i diritti umani tra cui Hamoked, Adalah e il Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele hanno affermato che, sebbene “la giustizia per le vittime del 7 ottobre sia un imperativo legittimo e urgente”, qualsiasi accertamento delle responsabilità per i crimini “deve essere perseguito attraverso un processo che includa, anziché abbandonare, i principi di giustizia”.

Il disegno di legge è distinto dalla legge approvata a marzo che ha sancito la pena di morte per i palestinesi condannati per l’omicidio di israeliani, una misura duramente condannata dalla comunità internazionale e dalle organizzazioni per i diritti umani come discriminatoria e disumana. Tale legge si applica ai casi futuri e non è retroattiva, quindi non potrebbe essere applicata ai sospettati per i fatti dell’ottobre 2023.

Il portavoce di Hamas Hazem Qassem ha dichiarato che la nuova legge “serve a coprire i crimini di guerra commessi da Israele a Gaza”. La Corte penale internazionale sta indagando sulla condotta di Israele nella guerra a Gaza e ha emesso mandati di arresto per il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant, nonché per tre leader di Hamas tutti successivamente uccisi da Israele. Israele sta inoltre battendosi contro l’apertura di un procedimento per genocidio presso la Corte internazionale di giustizia. Israele respinge le accuse.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




“Permesso di stupro” – Il New York Times descrive nel dettaglio le violenze sessuali contro i palestinesi detenuti in Israele

Redazione di Palestine Chronicle

12 maggio 2026 Palestine Chronicle

Un editorialista del New York Times riferisce testimonianze che rivelano le sistematiche violenze sessuali contro i detenuti palestinesi da parte delle forze israeliane

I punti chiave

  • Nicholas Kristof, editorialista del New York Times, riferisce di casi di violenza sessuale commessi da soldati israeliani, guardie carcerarie e coloni.

  • Il rapporto cita le conclusioni delle Nazioni Unite e le testimonianze di organizzazioni per i diritti umani che documentano quelli che vengono descritti come sistematici abusi contro i palestinesi.

  • Il servizio penitenziario israeliano ha respinto le accuse, e Netanyahu ha liquidato le accuse di violenza sessuale come “prive di fondamento”.

Abuso sistematico

In una lunga inchiesta pubblicata dal New York Times il giornalista vincitore del Premio Pulitzer Nicholas Kristof ha riferito dettagliate testimonianze di palestinesi che raccontano di diffuse violenze sessuali commesse da soldati, guardie carcerarie, coloni e inquirenti israeliani.

Kristof, corrispondente di guerra di lunga data e opinionista di punta del New York Times, ha scritto: “È un’affermazione semplice: qualunque sia la nostra opinione sul conflitto in Medio Oriente, dovremmo essere in grado di unirci nel condannare lo stupro”.

“Non ci sono prove che i leader israeliani ordinino gli stupri”, ha scritto Kristof, aggiungendo però che le autorità israeliane hanno costruito “un apparato di sicurezza” per cui la violenza sessuale è diventata, secondo un rapporto delle Nazioni Unite, una delle “procedure operative standard” di Israele.

Testimonianze di detenuti palestinesi

Kristof ha affermato di aver intervistato 14 uomini e donne palestinesi che hanno descritto aggressioni sessuali subite a opera di personale di sicurezza israeliano o di coloni.

Tra questi c’è il giornalista palestinese Sami al-Sai, il quale ha raccontato di essere stato aggredito dalle guardie carcerarie dopo il suo arresto nel 2024.

“Mi picchiavano tutti, e uno mi ha calpestato testa e collo”, ha dichiarato al-Sai al New York Times. Ha riferito che le guardie lo hanno spogliato e violentato con degli oggetti ridendo.

“È stato estremamente doloroso”, ha detto. “Pregavo di morire”.

Kristof ha anche descritto la testimonianza di un agricoltore palestinese che è stato ripetutamente violentato con un manganello di metallo per aver cercato di sporgere denuncia contro le guardie carcerarie.

“Ora hai anche altri elementi da aggiungere alla tua denuncia”, gli avrebbe detto una guardia.

L’agricoltore ha poi ritirato l’autorizzazione a pubblicare il suo nome dopo che, come ha detto, i funzionari dello Shin Bet lo avevano ammonito a non fare dichiarazioni in pubblico.

Donne, bambini e gazawi in prigione

Il reportage del New York Times include anche la testimonianza di una donna palestinese arrestata dopo l’ottobre 2023, la quale ha affermato che i soldati israeliani avevano minacciato di stuprare lei e i membri della sua famiglia.

La donna ha raccontato a Kristof di essere stata ripetutamente spogliata, picchiata e palpeggiata dalle guardie.

“Mi mettevano le mani dappertutto”, ha detto.

Un giornalista di Gaza ha descritto in modo simile gli abusi subiti durante la detenzione, dichiarando al New York Times: “Nessuno è sfuggito alle aggressioni sessuali”.

Kristof ha anche intervistato alcuni ragazzi palestinesi che hanno affermato che le minacce di stupro erano una routine durante la detenzione.

Un detenuto di 15 anni ha ricordato che le guardie gli dicevano: “Fai così o ti infiliamo questo bastone nel culo”.

Risultanze sui diritti umani

Kristof cita i rapporti delle Nazioni Unite, di B’Tselem, di Save the Children, di Euro-Med Human Rights Monitor e del Comitato per la Protezione dei Giornalisti.

Un rapporto di Euro-Med ha descritto la violenza sessuale israeliana contro i palestinesi come “sistematica” e parte di una “una prassi organizzata di Stato“.

B’Tselem ha documentato quello che ha definito “un tragico sistema di violenza sessuale”, mentre Save the Children ha riferito che più della metà dei bambini palestinesi detenuti da Israele che sono stati intervistati ha dichiarato di aver assistito o subito violenza sessuale.

Il servizio penitenziario israeliano ha respinto le accuse.

Secondo il New York Times un portavoce del servizio penitenziario ha affermato di “respingere categoricamente le accuse” e ha dichiarato che le denunce vengono esaminate dalle autorità competenti.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha denunciato le accuse di violenza sessuale da parte delle forze israeliane come “accuse infondate”.

“Dare il permesso allo stupro”

Kristof sostiene che l’impunità ha permesso che gli abusi continuassero.

Ha fatto riferimento al caso del 2024 di un prigioniero palestinese di Gaza che sarebbe stato ricoverato in ospedale con gravi lesioni rettali e interne a seguito di presunti abusi da parte di riservisti israeliani. Sebbene inizialmente diversi soldati fossero stati arrestati, le accuse sono state successivamente ritirate.

Netanyahu ha celebrato l’archiviazione del caso come la fine di una “calunnia del sangue” [archetipo antisemita relativo a presunti omicidi rituali, ndt.].

Sari Bashi, direttrice esecutiva del Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele, ha dichiarato al New York Times: “Gli abusi sessuali dilaganti sui prigionieri palestinesi sono una realtà; sono stati normalizzati”. E aggiunge: “Non ci sono prove evidenti che ci siano degli ordini in merito. Ma ci sono ripetute prove che le autorità ne sono a conoscenza e non intervengono per fermare gli stupri”.

Dopo il ritiro delle accuse contro i riservisti Bashi ha detto: “Direi che ritirare le accuse equivale a dare il permesso di stuprare”.

Kristof ha concluso affermando che, poiché gli Stati Uniti continuano a sostenere Israele finanziariamente e militarmente, Washington ha la responsabilità di affrontare le accuse. “E anche i nostri dollari delle tasse americane sovvenzionano l’apparato di sicurezza israeliano”, ha scritto, “quindi si tratta di violenze sessuali in cui gli Stati Uniti sono complici”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)