Una conferenza israeliana sull’antisemitismo sta fallendo … perché ha invitato troppi antisemiti

Jonathan Ofir

26 marzo 2025- Mondoweiss

Una conferenza israeliana sull’antisemitismo è finita sotto accusa a causa della partecipazione di politici europei di estrema destra, molti dei quali con una storia di razzismo antiebraico. Sebbene questa lista di invitati sia offensiva, non dovrebbe sorprendere data la storia del sionismo.

Oggi il governo israeliano inizierà a ospitare una conferenza di due giorni sull’antisemitismo. Ironicamente l’iniziativa ha cominciato a sgretolarsi a causa delle accuse secondo cui troppe persone che vi partecipano sarebbero antisemite.

La conferenza di questa settimana è presieduta dal Ministero della Diaspora di Israele, che è guidato da Amichai Chikli (Likud). La conferenza intitolata “Conferenza internazionale sulla lotta all’antisemitismo” è il culmine della “settimana della Diaspora” di Israele, ma in realtà è pensata per raccogliere ulteriore sostegno alle politiche razziste di Israele. Chikli ha difeso Elon Musk l’anno scorso quando quest’ultimo ha attaccato George Soros come “odiatore dell’umanità” e paragonandolo al cattivo dei fumetti X-Men Magneto, che come Soros è un sopravvissuto all’Olocausto. Ora, la lista degli invitati alla sua conferenza sull’antisemitismo sta generando così tante polemiche che persino i sionisti reazionari non possono sostenerla. Secondo il Times of Israel, questi ospiti includono:

“L’elenco degli ospiti della conferenza include i controversi politici europei di destra Jordan Bardella, presidente del partito di estrema destra francese Rassemblement National fondato dal noto antisemita e negazionista dell’Olocausto Jean-Marie Le Pen; Marion Marechal, membro francese di estrema destra del Parlamento europeo e nipote di Le Pen; Hermann Tertsch, membro spagnolo di estrema destra del Parlamento europeo; Charlie Weimers del partito di estrema destra Sweden Democrats; e Kinga Gál, del partito ungherese Fidesz”.

Questo Who’s Who [almanacco, n.d.t.] dell’estrema destra europea ha portato alcuni dei più noti difensori di Israele, come il CEO dell’Anti-Defamation League Jonathan Greenblatt, il rabbino capo britannico Ephraim Mirvis e altri, a ritirarsi dall’evento.

Ma uno sguardo alla storia del sionismo mostra che tali alleanze non sono insolite. Infatti i leader sionisti e lo stato israeliano hanno a lungo avuto rapporti con fascisti e antisemiti con l’obiettivo di colonizzare la Palestina.

La lunga storia di collaborazione tra sionisti e antisemiti

Sebbene possa sorprendere qualcuno, la conferenza e la sua lista di ospiti indecenti non sono fuori luogo nella storia del sionismo. Infatti, proprio agli albori del sionismo, il fondatore Theodor Herzl scrisse nel suo diario che “gli antisemiti diventeranno i nostri amici più affidabili, i paesi antisemiti i nostri alleati”. Ed è proprio così che si è svolta la storia.

Tali alleanze hanno avuto luogo in varie occasioni nel corso della storia del sionismo, per vari obiettivi specifici. Tali obiettivi includevano l'”Accordo di trasferimento”, progettato dello Yishuv sionista (la comunità politica ebraica in Palestina) negli anni 1933-39, in vista del quale ebbe luogo l’incontro di Berlino del 1937 tra Adolf Eichmann e l’ebreo sionista e agente dell’Haganah Feivel Polkes. L’incontro includeva una discussione sulla possibilità che i nazisti potessero fornire armi per la lotta sionista contro il Mandato britannico in Palestina. Lo stesso anno Eichmann visitò la Palestina, ospitato da Polkes.

Un altro esempio fu quando la banda Stern (o LEHI, una propaggine dell’Irgun, guidata da Yaakov Stern) tentò di stringere un’alleanza con la Germania nazista nel 1940-41. Le loro proposte a Hitler offrivano “una partecipazione attiva alla guerra dalla parte della Germania”, menzionavano una “partnership di interessi” tra “la visione del mondo tedesca e le vere aspirazioni nazionali del popolo ebraico”. Sostenevano che “l’istituzione dello storico stato ebraico su una base nazionale totalitaria, in un rapporto di alleanza con il Reich tedesco, è compatibile con la conservazione del potere della Germania”. L’Irgun e la banda Stern erano entrambi discendenti ideologici di Vladimir Jabotinsky e del suo “Muro di ferro”, che è anche l’ideologia fondante del partito Likud. I leader di questi gruppi paramilitari, Menachem Begin e Yitzhak Shamir, divennero poi primi ministri di Israele. Naturalmente anche l’attuale primo ministro, Benjamin Netanyahu, è un erede di questa ideologia.

Negli anni ’30 i seguaci di Jabotinsky si formarono in Italia sotto Mussolini, il cui governo fascista annotò:

“In accordo con tutte le autorità competenti è stato confermato che le opinioni e le inclinazioni politiche e sociali dei revisionisti sono note e che sono assolutamente in accordo con la dottrina fascista. Pertanto, come nostri studenti, porteranno la cultura italiana e fascista in Palestina”.

Anni dopo Netanyahu non ha fatto che rafforzare le alleanze con i governi di estrema destra e ha gettato a mare gli ebrei e la storia della persecuzione ebraica. Lo ha fatto quando ha “assolto” il presidente ungherese Victor Orban proprio mentre Orban elogiava i collaboratori nazisti e attaccava George Soros con una campagna antisemita, e quando ha aiutato la Polonia nel suo tentativo ultranazionalista e revisionista di occultare [gli episodi di collaborazionismo e attiva partecipazione n.d.t.] della propria storia durante l’Olocausto.

Questa storia evidenzia come sionisti e antisemiti abbiano spesso trovato un terreno politico comune, esattamente come aveva previsto Herzl. Per gli antisemiti l’idea dello “Stato ebraico” rappresenta qualcosa con cui possono identificarsi: il potere brutale e ultra-nazionalista contro una popolazione oppressa non bianca (che si sposa con le loro politiche anti-immigrazione ultra-nazionaliste).

L’approvazione sionista è stata anche usata per ripulire i propri precedenti: se lo Stato ebraico li “certifica”, non possono essere razzisti.

L’obiettivo di Israele: legittimare il genocidio

Ciò che l’intera vicenda ha chiarito è che niente di tutto questo riguarda realmente l’antisemitismo. L’obiettivo di Chikli è combattere coloro che criticano Israele.

Nella sua lettera aperta a Papa Francesco lo scorso dicembre, Chikli ha criticato il suggerimento fin troppo blando del Papa di studiare se Israele stesse effettivamente commettendo un genocidio. Chikli ha tirato fuori la carta dell’Olocausto e ha suggerito che il Papa stesso si stesse impegnando nella negazione dell’Olocausto attraverso la “banalizzazione”:

“Come popolo che ha perso sei milioni di figli e figlie nell’Olocausto, siamo particolarmente sensibili alla banalizzazione del termine “genocidio”, una banalizzazione che si avvicina pericolosamente alla negazione dell’Olocausto“.

Quando stabilisci il tuo “stato ebraico” attraverso l’espropriazione dei palestinesi il tuo sionismo alla fine porterà l’antisemitismo al punto di partenza rafforzando le stesse forze che hanno portato avanti la tua persecuzione storica.

Non esiste un “nuovo antisemitismo”. Israele sta solo cercando di costruire un sostegno per il suo razzismo anti-palestinese sfruttando la storia di oppressione del popolo ebraico.

Forse riusciranno ancora a spararsi sui piedi.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




‘Picchiato mentre era in arresto’: Israele scarcera il regista vincitore dell’Oscar

Redazione di MEMO

25 marzo 2025 – Middle East Monitor

Le autorità di occupazione israeliane hanno rilasciato Hamdan Ballal il regista palestinese vincitore del premio Oscar dopo che ieri è stato picchiato e imprigionato dalle forze di occupazione israeliane.

Dopo aver passato una notte ammanettato e picchiato in una base militare, Hamdan Ballal è adesso libero e sta per ricongiungersi alla sua famiglia,”, ha scritto il co-regista israeliano del film Yuval Abraham in un post sul social media X [precedentemente Twitter, ndt.].

Condividendo una fotografia di Ballal su Instagram, il loro co-regista Basil Adraa ha scritto: “Hamdan è stato scarcerato ed è adesso in un ospedale di Hebron per essere curato. È stato picchiato dai soldati e dai coloni su tutto il corpo. Durante la scorsa notte nella base militare i soldati lo hanno lasciato bendato e ammanettato.”

Ballal è stato portato via dalla sua casa presso il villaggio di Susya, nella Cisgiordania occupata, dopo che ieri i coloni l’hanno attaccata. Questi ultimi non solo lo hanno picchiato, ma hanno vandalizzato la sua proprietà, hanno frantumato i vetri dell’auto e squarciato le gomme.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La polvere di amianto minaccia gran parte di Gaza

Shaimaa Eid

24 marzo 2025 – The Electronic Intifada

Mentre prosegue la rimozione delle macerie a Gaza, i funzionari sanitari segnalano crescenti preoccupazioni per le fibre di amianto contenute nelle polveri sospese nell’aria, con gravi rischi per la salute tra cui asbestosi, cancro e malattie respiratorie croniche.

L’amianto, un materiale fibroso un tempo utilizzato in edilizia per la sua resistenza al calore e al fuoco, è oggi classificato a livello globale come cancerogeno. A causa dei massicci bombardamenti israeliani su Gaza, che hanno distrutto circa il 92% delle unità abitative, l’amianto si è polverizzato e diffuso nell’aria.

Il dottor Shadi Awad, specialista in pneumologia e broncoscopia all’ospedale Al-Shifa, avverte che gli abitanti di Gaza inalano ogni giorno aria inquinata da fumi e residui della distruzione, con un impatto diretto sulla loro salute.

«L’aria contaminata penetra nelle vie respiratorie e danneggia direttamente i tessuti polmonari, provocando infiammazioni croniche e gravi disturbi respiratori. Nei prossimi anni potremmo assistere a un aumento dei casi di malattie polmonari a causa dell’esposizione continua a queste particelle nocive», ha dichiarato a The Electronic Intifada in un’intervista telefonica.

Secondo le Nazioni Unite, enormi quantità di macerie a Gaza contengono amianto, una sostanza vietata in almeno 55 paesi per il suo elevato rischio sanitario.

Le stime dell’ONU indicano che i detriti ammontano a circa 39 milioni di tonnellate, contenenti materiali pericolosi come amianto e ordigni inesplosi, complicando le operazioni di bonifica e mettendo a rischio i civili.

Aria pericolosa
A Shujaiya, quartiere di Gaza City pesantemente danneggiato, Widad al-Soutari, 63 anni, vive tra le rovine della sua casa di tre piani. Mentre cerca di riparare i muri crollati, esprime le sue paure per il dopo-guerra.

«Abbiamo perso la casa e i nostri cari, e ora temiamo di perdere anche la salute», dice. «Vogliamo solo vivere in pace, ma qui non è più sicuro nemmeno respirare l’aria ».

Widad, nonna di cinque nipoti, aggiunge: «Temo che un giorno i miei nipoti saranno condannati a una morte lenta a causa di questa polvere tossica».

Dall’altra parte della città, a Sheikh Radwan, Hala Salama, 55 anni, e la sua famiglia vivono costantemente nell’ansia. Dopo essere sopravvissuti ai bombardamenti israeliani, ora affrontano l’inquinamento causato dalle macerie.

«Soffro di asma e ultimamente sento bruciore al petto e ho difficoltà a respirare senza l’inalatore», racconta.

«Da quando ho saputo dei pericoli dell’amianto, non apriamo più le finestre. Ma la polvere degli edifici distrutti entra comunque. La guerra non ci ha uccisi, ma questa polvere potrebbe farlo».

Hala sottolinea che molti suoi vicini lamentano sintomi simili, senza alcuna campagna di sensibilizzazione o misura per ridurre i rischi.

Il dottor Awad avverte che le cure per le patologie legate all’amianto sono costose e complesse, spesso richiedono broncodilatatori, antibiotici, corticosteroidi e farmaci per la tosse. Nei casi avanzati, quando si sviluppa il cancro, le opzioni terapeutiche sono estremamente limitate.

Case potenzialmente letali

La situazione è ancora più critica nel campo profughi di Beach. Molti abitanti vivono in baracche costruite decenni fa con lastre di amianto.

Muhammad al-Hassani, 30 anni, residente nel campo, esprime le sue preoccupazioni dopo gli ultimi avvertimenti dell’ONU sull’esposizione all’amianto.

«A Beach viviamo in case fatte di amianto. Quello che ho sentito in questi giorni mi ha fatto temere per la mia salute e quella della mia famiglia», dice.

«La gente qui non ha alternative. Fa fatica a permettersi persino i pasti quotidiani».

Ahmad al-Farra, primario di pediatria presso l’ospedale del Complesso Medico Nasser, ha segnalato un aumento di casi legati all’amianto a causa delle ripercussioni ambientali e sanitarie del genocidio israeliano.

In una telefonata con The Electronic Intifada, al-Farra ha dichiarato che Gaza è sull’orlo di una catastrofe sanitaria, con un picco di malattie tra cui tumori e patologie correlate all’amianto.

Ha spiegato che in molte case a Gaza per proteggersi da vento e pioggia gli abitanti hanno utilizzato lastre di amianto per i tetti. Ha anche riferito del pericolo rappresentato dalla presenza di ordigni inesplosi tra le macerie.

Al-Farra ha evidenziato che il sistema sanitario di Gaza è al collasso, con numerose strutture mediche, tra cui ospedali e centri di assistenza primaria, distrutte o danneggiate dagli attacchi israeliani.

Un futuro aumento di patologie legate all’amianto costituirebbe una sfida al di sopra delle capacità del Ministero della Salute locale.

Il dottor Awad insiste sul fatto che ridurre l’esposizione alla polvere è il modo migliore per limitare questi rischi, per esempio indossando mascherine ed evitando le aree più inquinate.

Avverte tuttavia che si tratta di soluzioni temporanee: Gaza ha bisogno di un intervento ambientale e sanitario urgente per scongiurare conseguenze catastrofiche a lungo termine.

Shaimaa Eid è una giornalista di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Un giovane palestinese di 17 anni muore in una prigione israeliana in circostanze poco chiare

Defense for Children International Palestine

24 marzo 2025 – Defense for Children International Palestine

Ramallah, 24 marzo 2025—Ieri le autorità israeliane hanno segnalato la morte di un adolescente palestinese di 17 anni.

Secondo le notizie diffuse dalla Commissione per gli affari dei detenuti ed ex detenuti il ​​23 marzo Walid Khaled Abdullah Ahmad, 17 anni, è morto all’interno della prigione di Megiddo. Secondo le informazioni raccolte da Defense for Children International – Palestine ieri Walid ha avuto un capogiro mentre camminava nel cortile della prigione ed è caduto sbattendo la testa contro una ringhiera. Altri minori detenuti hanno chiesto aiuto alle guardie carcerarie israeliane, ma queste non hanno risposto, quindi i ragazzi hanno portato Walid all’ingresso del cortile dove le guardie lo hanno preso in custodia. L’ufficio di collegamento palestinese ha informato la famiglia di Walid della sua morte, ma non ha comunicato la causa del decesso. Come riferito dallo stesso ufficio alla famiglia Walid soffriva di scabbia e dissenteria amebica.

Secondo la documentazione raccolta dal DCIP Walid è il primo adolescente palestinese a morire nelle prigioni israeliane. Le autorità israeliane stanno rifiutando la consegna del suo corpo alla famiglia.

“Walid è stato sottratto alla famiglia nel cuore della notte, picchiato e maltrattato dai soldati israeliani e imprigionato in Israele, dove è stato nutrito con misere porzioni di cibo avariato e sottoposto a condizioni di sovraffollamento e assenza di igiene, in totale isolamento dalla sua famiglia”, ha affermato Ayed Abu Eqtaish, direttore del programma di trasparenza presso il DCIP. “Walid è il primo prigioniero minorenne palestinese della storia a morire sotto la custodia israeliana. È impossibile sottovalutare l’urgenza con cui la comunità internazionale deve finalmente porre le autorità israeliane di fronte alle loro responsabilità prima che altri minori palestinesi detenuti nelle loro prigioni subiscano la stessa sorte di Walid”.

Sulla base della documentazione raccolta dal DCIP Walid è stato arrestato nella sua casa nella città palestinese di Silwad, a nord-est di Ramallah, nella Cisgiordania occupata, il 30 settembre 2024 intorno alle 3 del mattino. Walid è stato trasferito al centro di smistamento di Huwwara prima di essere rinchiuso nella prigione di Megiddo, situata nel nord di Israele, dove è stato tenuto in pessime condizioni con ridotte possibilità di comunicare coll’avvocato e la famiglia. Al momento della sua morte Walid era in custodia cautelare.

L’anno scorso in un’intervista video con il DCIP il padre, Khaled, ha raccontato: “L’avvocato ha chiesto a Walid: ‘Come stai? Come stai di salute?’. Ha chiesto com’era il cibo e Walid gli ha detto che era cattivo. Il giudice ha immediatamente interrotto la chiamata”.

La prigione di Megiddo è una delle tante situate all’interno di Israele in cui sono detenuti minorenni palestinesi. Il trasferimento di prigionieri palestinesi, adulti o minori, dal Territorio Palestinese Occupato in Israele costituisce un crimine di guerra sulla base del diritto internazionale.

Secondo la documentazione raccolta dal DCIP Walid è il 18° minorenne palestinese ucciso nel 2025 nella Cisgiordania occupata.

Né il DCIP né i genitori di Walid possono confermare la causa della morte del giovane.

L’aumento del numero di minori palestinesi sottoposti a detenzione coincide con lo stato di allarme delle condizioni affrontate dai detenuti palestinesi nelle prigioni israeliane. Dal 7 ottobre 2023 la situazione dei prigionieri palestinesi è peggiorata sempre di più, con minori che hanno segnalato condizioni molto dure di tortura e maltrattamenti sistematici, negligenza medica, fame, diffusione di malattie e negazione di assistenza legale e visite dei familiari.

La pratica frequente e sistematica di Israele di detenzione dei minori viola i suoi obblighi sulla base del diritto internazionale di arrestare e detenere i minori solo come ultima risorsa. L’articolo 37 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia stabilisce inoltre che nessun minorenne privato della propria libertà “deve essere sottoposto a tortura o ad altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti”.

Secondo il diritto internazionale i minorenni hanno diritto a protezioni speciali, per cui devono ricevere le cure e gli aiuti di cui hanno bisogno nel corso dei periodi di conflitto armato. Ai minori palestinesi come Walid viene sistematicamente negato questo diritto, poiché le forze israeliane continuano sia a imprigionare indiscriminatamente sia a uccidere minorenni in tutto il territorio palestinese occupato. Questi continui attacchi alle vite dei minori sono perpetuati dalla radicata cultura di impunità di Israele, che continua a mietere vittime tra i bambini palestinesi quasi ogni giorno.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Analisi. Netanyahu vuole una guerra senza fine a Gaza. Ma molti israeliani non vogliono più combattere

Dahlia Scheindlin

18 marzo 2025-Haaretz

Ora che Israele si è risvegliato con la seria possibilità di una nuova guerra su vasta scala a Gaza, gli israeliani appoggeranno questi piani? No, se si deve credere ai recenti sondaggi. Ma l’opinione pubblica e le proteste non sono state sufficienti a spezzare la macchina da guerra, o a far cadere il governo

Il governo israeliano non ha mai nascosto il suo desiderio di ricominciare la guerra. Martedì mattina una serie di attacchi aerei in tutta Gaza e la retorica incendiaria del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e dei suoi ministri sono sembrati un passo importante verso quell’obiettivo. Per mesi è stato chiaro che alla fine questo governo avrebbe chiesto agli israeliani di tornare a combattere, sia attraverso una ripresa totale della guerra, sia per condurre i suoi piani per spopolare Gaza o per attuare e finanziare l’occupazione di Gaza mentre combatte un’insurrezione e una controinsurrezione permanenti che dissangueranno il Paese per decenni. Mentre Israele si risveglia con la seria possibilità di una nuova guerra su vasta scala, l’opinione pubblica appoggerà questi piani? Ci sono numerose ragioni per dubitare di una ripresa del morale del paese in tempo di guerra.

La distrazione

Nei giorni che hanno preceduto il nuovo bombardamento di Gaza il Paese è stato preso da un diverso tipo di shock quando Netanyahu ha annunciato la sua intenzione di licenziare il capo del servizio di sicurezza [interno] Shin Bet, Ronen Bar. Insieme a molte importanti decisioni politiche dal 7 ottobre 2023, il licenziamento ha spaccato le opinioni degli israeliani. Lunedì un sondaggio commissionato dall’emittente pubblica israeliana Kan ha rilevato che molti israeliani intervistati, il 43%, hanno respinto la decisione del primo ministro mentre solo un terzo l’ha sostenuta (il resto non ha espresso un’opinione).

Un sondaggio di febbraio dell’Institute for National Security Studies ha rilevato che il 57% degli israeliani si fida dello Shin Bet (il 64% tra gli ebrei israeliani) mentre solo il 21% si fida del governo che ora sta cercando di licenziare il capo dell’agenzia. Nello stesso sondaggio solo il 27% si fida di Netanyahu, mentre in un altro sondaggio di Channel 12 di inizio marzo, condotto da Midgam, 6 israeliani su 10 ritengono che Netanyahu dovrebbe dimettersi. Durante la guerra la maggioranza degli israeliani avrebbe voluto che si dimettesse immediatamente o dopo la guerra. Nel sondaggio di Channel 12 una maggioranza del 64% vorrebbe anche che Bar si dimettesse, attribuendo giustamente alla sua agenzia la responsabilità per il fallimento del 7 ottobre, ma questo non è la stessa cosa che venire licenziato da un leader di cui non si fidano.

Non è il modo di combattere una guerra

Il deterioramento della fiducia degli israeliani nella loro leadership è inseparabile da uno sviluppo poco osservato, ma drammatico, nell’opinione pubblica: una grande perdita di fiducia nella guerra stessa.

Nel sondaggio INSS di gennaio il 55% di tutti gli israeliani pensava che le Forze di Difesa Israeliane [IDF, l’esercito israeliano, ndt.] avrebbero vinto la guerra a Gaza, sebbene nel sondaggio non fosse ben definito cosa si intendesse per “vittoria”. Quel tasso è rimasto pressoché immutato per mesi: 57% lo scorso giugno con un leggero aumento al 59% a febbraio.

Ma quella tendenza nasconde un netto declino tra la popolazione ebraica, che è la stragrande maggioranza di coloro che effettivamente combattono la guerra. Nel sondaggio INSS di metà ottobre 2023, pochi giorni dopo l’attacco di Hamas, il 92% degli ebrei israeliani credeva che le IDF avrebbero vinto. All’inizio del 2024 il 78% dava questa risposta. Il mese scorso il 66% degli ebrei credeva che le IDF avrebbero vinto a Gaza.

I sondaggi dell’INSS hanno anche chiesto se gli intervistati sono sicuri che Israele raggiungerà i suoi obiettivi di guerra, sebbene la domanda non abbia specificato quali siano. A giugno 2024 meno della metà di tutti gli israeliani, il 45%, si sentiva sicuro che tutti o gran parte degli obiettivi di guerra sarebbero stati raggiunti (prima di allora i sondaggi si rivolgevano solo agli ebrei). Da allora questo dato non è cambiato da allora: il 45% del campione totale ha dato la stessa risposta a febbraio e oggi un numero leggermente maggiore di israeliani, il 47%, ritiene che gli obiettivi non saranno raggiunti. Ancora una volta le tendenze tra gli ebrei israeliani sono significative. Differiscono maggiormente dagli intervistati arabi e, come già rilevato, sono principalmente gli ebrei a combattere la guerra. Nell’ottobre 2023 solo il 21% degli ebrei pensava che Israele avrebbe raggiunto in modo molto parziale i suoi obiettivi della guerra a Gaza o nessuno di essi; nel febbraio di quest’anno quel tasso era raddoppiato, al 42%. Esattamente la metà degli ebrei ha affermato che gli obiettivi sarebbero stati raggiunti. La cosa più significativa è che pochi israeliani sostengono realmente un ritorno ai combattimenti dentro Gaza.

L’Israeli Voice Index dell’Israel Democracy Institute di fine febbraio ha rilevato che il sostegno alla seconda fase dell’accordo sugli ostaggi, che includeva “una cessazione completa delle ostilità, il ritiro da Gaza e il rilascio dei prigionieri palestinesi in cambio del rilascio di tutti gli ostaggi”, stava aumentando: dal 70% che si dichiarava favorevole a gennaio al 73% il mese successivo. Sempre a febbraio il sondaggio dell’INSS ha rilevato che solo un quarto (24%) degli israeliani aveva auspicato “un ritorno ai combattimenti intensivi” tra le tre opzioni offerte dal sondaggio riguardo al prossimo passo di Israele a Gaza. Il risultato è stato appena più alto tra gli ebrei: solo il 28% ha scelto l’opzione di tornare a combattere.

Un governo che sostiene con tanta forza che i suoi cittadini devono combattere una guerra senza fine non sarà contento di scoprire che la maggioranza degli israeliani, il 42%, preferisce invece che Israele si concentri sul “porre fine alla guerra a Gaza e stipulare accordi diplomatici”. Anche tra la popolazione ebraica una risicata maggioranza di un terzo ha preferito porre fine alla guerra. Queste opzioni sono diverse dalla domanda dell’Israel Democracy Institute, che chiedeva di rispondere a un’unica opzione, compreso il rilascio degli ostaggi, ma la tendenza dipinge un quadro di riluttanza a riprendere a combattere. Di sicuro, la sinistra non sarà incoraggiata nell’apprendere che nel sondaggio dell’INSS circa un quarto degli israeliani, tra cui il 31% degli ebrei, ha scelto la terza opzione: “creare le condizioni per incoraggiare la migrazione dei palestinesi da Gaza”. Ma questo è il tipico livello di sostegno a quasi tutto ciò che questo governo dice o fa del suo zoccolo duro.

Per il resto degli israeliani, per quelli che, quasi la metà, che non credono che Israele possa raggiungere i suoi obiettivi di guerra, per il 60% che vuole le dimissioni di Netanyahu, per il 73% che preferisce la fine completa della guerra e il ritiro da Gaza, c’è ancora qualche motivazione per combattere?

Già a metà del 2024 l’IDF ha sperimentato un calo dei tassi di risposta alle chiamate dei riservisti. Al momento del cessate il fuoco, a gennaio, il problema era ancora più diffuso e si è protratto fino a marzo. Questo mese Haaretz ha riferito che “solo circa la metà dei riservisti si è presentata di recente a molte unità dell’esercito”.

Da allora la maggior parte degli israeliani sta sperimentando il crollo della fiducia nelle decisioni della leadership politica; l’accampamento di Tel Aviv per un accordo di rilascio immediato degli ostaggi si è diffuso e ha stretto d’assedio la zona del Ministero della Difesa insieme a proteste per gli ostaggi più arrabbiate e frequenti; dal 2023 i dimostranti per la democrazia chiedono di scendere di nuovo in piazza ad ogni nuovo tentativo del governo di sbarazzarsi di professionisti e figure di garanzia come il capo dello Shin Bet o il procuratore generale. Forse tutto questo svanirà se la guerra ricomincerà a ruggire, ma per quanto tempo potranno essere repressi tanto dolore e dissenso? Finora gli israeliani non sono riusciti a rovesciare il governo attraverso l’opposizione pubblica, in piazza. Le prossime elezioni sono lontane, una completa incognita (con tante scuse). Ma una di queste pagliuzze potrebbe alla fine rompere la macchina da guerra. Lo si può solo sperare.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il ministro di estrema destra Ben-Gvir rientra nel governo Netanyahu dato che è cominciato a bombardare Gaza

Redazione di MEMO

18 marzo 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Reuters riferisce che in una dichiarazione congiunta dei partiti si afferma che l’ex ministro israeliano della sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, che aveva lasciato il governo in disaccordo sul cessate il fuoco a Gaza, sta rientrando nella coalizione dopo che Israele ha ripreso gli attacchi contro l’enclave.

Il ritorno di Ben-Gvir rafforzerà il governo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che era stato lasciato con una maggioranza parlamentare molto risicata in seguito al suo abbandono a gennaio.

Ben-Gvir e altri ministri dal suo partito Otzma Yehudit [Potere Ebraico, dell’estrema destra religiosa dei coloni, ndt.] avevano presentato a Netanyahu la lettera di dimissioni il 19 gennaio, quando è entrato in vigore l’accordo sul cessate il fuoco a Gaza.

Da questo momento in avanti il partito Otzma Yehudit non è più membro della coalizione,” aveva scritto all’epoca il partito in una dichiarazione.

Aveva attribuito le dimissioni alla decisione del governo di approvare l’accordo sul cessate il fuoco a Gaza e la liberazione di centinaia di palestinesi dalle carceri israeliane, un’iniziativa a cui si era opposto con forza.

Il ministro della Sanità di Gaza ha affermato che almeno 400 palestinesi sono stati uccisi questa mattina in un’ondata di brutali attacchi israeliani in tutta la Striscia di Gaza. Ci si aspetta che il numero cresca dato che molti sono in condizioni critiche o ancora sotto le macerie degli edifici bombardati.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Le dichiarazioni di condanna non fermeranno il genocidio a Gaza

Belén Fernández

Giornalista di Al Jazeera

18 marzo 2025 – Al Jazeera

Mentre Israele ricomincia il genocidio totale a Gaza, tutto ciò di cui è capace la comunità internazionale sono deboli obiezioni

Era solo questione di tempo prima che Israele decidesse di annullare definitivamente l’accordo di cessate il fuoco con Hamas e riprendesse il totale genocidio nella Striscia di Gaza. Da un giorno all’altro l’esercito israeliano ha scatenato un’ondata di attacchi che finora hanno ucciso almeno 404 palestinesi e feriti 562.

Questi numeri indubbiamente aumenteranno, in quanto altri corpi vengono estratti da sotto le macerie e Israele continua ciò che il Primo Ministro maltese Robert Abela ha denunciato come un “barbaro” assalto all’enclave palestinese.

Ma la barbarie, dopo tutto, è ciò che Israele sa fare meglio. E purtroppo non c’è in vista alcuna fine del comportamento barbaro – soprattutto quando il massimo che la comunità internazionale è capace di fare sono fiacche dichiarazioni di condanna.

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Volker Turk, per esempio, ha dichiarato che gli attacchi israeliani “aggiungeranno tragedia a tragedia” e che “il ricorso di Israele ad ancor maggiore forza militare non farà che accrescere ulteriormente la sofferenza di una popolazione palestinese che già soffre di condizioni catastrofiche.”

Il Primo Ministro norvegese Jonas Gahr Store ha convenuto che l’attacco israeliano costituisce “una grande tragedia” per la popolazione di Gaza, gran parte della quale “vive in tende e tra le rovine di ciò che è stato distrutto.”

Da parte sua il Ministro degli Esteri olandese Caspar Veldkamp ha usato la piattaforma X per affermare che “gli aiuti umanitari devono raggiungere chi ne ha bisogno e che tutte le ostilità devono cessare in modo permanente.” La Svizzera ha auspicato “una immediata ripresa del cessate il fuoco”.

Gli Stati Uniti ovviamente non hanno sentito il bisogno di condannare i rinnovati attacchi israeliani a Gaza – una reazione che non sorprende da parte del Paese che sin dall’inizio ha appoggiato e incoraggiato il genocidio, prima sotto l’amministrazione di Joe Biden e ora sotto quella di Donald Trump.

In un’intervista a Fox News l’addetta stampa della Casa Bianca Karoline Leavitt ha confermato che gli USA sono stati consultati da Israele circa l’ultimo attacco, aggiungendo che Trump “ha messo in chiaro” che Hamas e “tutti coloro che cercano di terrorizzare non solo Israele, ma anche gli Stati Uniti d’America avranno un prezzo da pagare”. Parafrasando una precedente minaccia rivolta da Trump a Hamas, Leavitt ha avvertito che “si scatenerà l’inferno”.

Eppure, secondo tutti gli standard obbiettivi, l’inferno si è già decisamente scatenato nella Striscia di Gaza. Con il solido appoggio USA l’esercito israeliano ha ufficialmente massacrato 48.577 palestinesi tra ottobre 2023 e gennaio 2025, quando è entrato in vigore un esile cessate il fuoco tra Israele e Hamas. A febbraio l’ufficio comunicazioni del governo di Gaza ha aggiornato il totale dei morti a circa 62.000 tenendo conto delle migliaia di palestinesi scomparsi che si presume siano morti sotto le onnipresenti macerie.

E mentre Gaza, con l’attuazione dell’accordo di tregua, ha apparentemente ottenuto una sospensione degli incessanti bombardamenti israeliani, l’esercito israeliano ha continuato ad uccidere palestinesi e di conseguenza a violare in altro modo l’accordo. Dopo tutto una cessazione delle ostilità non ha mai costituito un modus operandi di Israele.

Quando a inizio marzo Israele ha bloccato tutte le consegne di aiuti umanitari alla Striscia di Gaza – una mossa che configura la carestia forzata e un ovvio crimine di guerra – gli USA come previsto hanno accusato Hamas del blocco degli aiuti invece del soggetto che in realtà lo stava attuando. L’Unione Europea ne ha seguito l’esempio condannando Hamas per il suo presunto “rifiuto…di accettare l’estensione della prima fase dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza.”

Dato che Israele aveva improvvisamente modificato i termini dell’accordo, non si trattava in realtà di “rifiuto” da parte di Hamas, ma piuttosto di una modifica unilaterale delle regole del gioco da parte di Israele – come ha sempre fatto. In un secondo tempo l’UE ha detto che “la decisione di Israele di bloccare l’ingresso di tutti gli aiuti umanitari a Gaza potrebbe potenzialmente provocare conseguenze umanitarie”.

Ma in ogni caso la colpa è di Hamas.

Ora, mentre le condanne della rinnovata barbarie di Israele arrivano alla spicciolata, non è difficile capire perché Israele potrebbe considerare le obiezioni internazionali poco più che simboliche. Alla fin fine le superficiali ramanzine e gli appelli per la fine della “tragedia” a Gaza non fanno niente per impedire ad Israele di avere mano libera nell’iniziare e terminare il genocidio come gli pare.

Molti bambini sono tra le vittime odierne del terrore israeliano e Israele ha proceduto ad emettere nuovi ordini di spostamenti forzati per vari settori della Striscia di Gaza. Il Ministero della Sanità di Gaza ha lanciato un appello urgente per donazioni di sangue. Nel complesso quindi sembra che una prosecuzione del cessate il fuoco sia stata decisamente esclusa.

E c’è un ulteriore vantaggio per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che attualmente è sotto processo per non meno di tre casi di corruzione che includono frode, concussione e abuso di fiducia. Come riportato oggi dal ‘Times of Israel’, la programmata testimonianza di Netanyahu adesso “è stata annullata per quella data nel contesto della sconvolgente offensiva su Gaza”.

Secondo il primo ministro i pubblici ministeri hanno approvato l’annullamento per consentire al governo di tenere una “consultazione urgente di sicurezza” sulle rinnovate operazioni a Gaza.

E mentre una barbara tragedia si dispiega ancora una volta nella Striscia di Gaza, il rifiuto internazionale di porvi fine è di per sé una barbara tragedia.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Rafforzando l’“internazionale dell’estrema destra”, il Likud si unisce ai Patrioti per l’Europa

Farid Hafez

15 marzo 2025 – Middle East Eye

Gli appelli di personalità dell’estrema destra a ‘ripulire’ l’Europa e a commettere una ‘Srebrenica 2.0’ ora sono simbolicamente rafforzati dallo scenario della guerra di Israele contro Gaza.

Negli anni ’90, sulla base del loro antisemitismo, i partiti politici europei post-fascisti e post-nazisti rifiutarono esplicitamente Israele.

Considerandolo in generale come un’estensione del neocolonialismo degli Stati Uniti, questi partiti si mobilitarono contro gli USA in quanto guida dell’ordine mondiale liberale.

Allo stesso modo Israele ha respinto i leader dell’estrema destra. Si prenda in considerazione Jorg Haider, uno dei primi dirigenti europei di estrema destra ad avere successo, a cui fu vietato l’ingresso in Israele.

Da allora molte cose sono cambiate.

Mentre un leader di estrema destra atipico come Geert Wilders ha abbracciato fin dall’inizio la causa di Israele, presentandosi come difensore della vita ebraica in Olanda, all’estrema destra tradizionale ci è voluto molto di più per venire accettata nei circoli politici israeliani.

Alleanze mutevoli

Nel dicembre 2010 ci fu un viaggio storico, quando il Partito della Libertà austriaco (FPO), il belga Vlaams Belang, il Partito della Libertà tedesco e i Democratici svedesi andarono in Israele e firmarono la cosiddetta “dichiarazione di Gerusalemme”.

Essa affermava il “diritto di Israele a difendersi” contro il terrorismo sostenendo: “Siamo all’avanguardia nella lotta per la comunità occidentale e democratica” contro la “minaccia totalitaria” del “fondamentalismo islamico”.

Accusavano l’Islam di essere il nemico comune sia dell’Europa che di Israele.

Come disse nel 2011 un attivista tedesco di estrema destra, “vi garantisco che la Notte dei Cristalli [l’attacco nazista contro ebrei e i loro beni nella Germania nazista, ndt.] tornerà. Ma questa volta cristiani ed ebrei verranno trascinati in piazza, perseguitati e uccisi da islamisti.”

Secondo questa nuova logica ebrei ed europei saranno vittime di un crescente Islam fascista. Quindi si deve stringere una nuova alleanza tra Israele e l’estrema destra europea per contrastare queste apparenti minacce.

In quel momento solo pochi deputati di ultra-destra del parlamento israeliano, la Knesset, accolsero la delegazione di estrema destra in Israele. Non venne organizzata alcuna visita ufficiale alla Knesset.

La delegazione di estrema destra visitò delle colonie e mise di fatto in dubbio i diritti dei palestinesi sulla terra, riferendosi ad essa come Giudea e Samaria, la denominazione israeliana della Cisgiordania occupata. Ciò rappresentò un passaggio ideologico dalla negazione del diritto di Israele ad esistere a quello della Palestina ad esistere.

Un blocco di estrema destra

Quindici anni dopo l’estrema ha fatto ulteriori passi per normalizzare i suoi rapporti con le forze israeliane. Vari partiti di estrema destra sono arrivati al potere e hanno ottenuto un significativo appoggio elettorale nei propri Paesi e alle elezioni del parlamento europeo del giugno 2024 sono diventati il terzo gruppo per numero di parlamentari, formando i Patrioti per l’Europa (PfE).

Guidati da Jordan Bardella del Rassemblement National [Unità Nazionale] francese, questo blocco include importanti forze politiche come il Fidesz del primo ministro ungherese Victor Orban, la Lega del vice primo ministro italiano Matteo Salvini, il Partito della Libertà di Wilders, l’austriaco FPO e altri.

Anche se alcuni partiti di estrema destra, come Fratelli d’Italia e Alternative für Deutchland [Alternativa per la Germania] (AfD) sono rimasti in altri gruppi politici conservatori, i PfE si sono in seguito uniti ad altre forze politiche conservatrici e di estrema destra in tutto il mondo.

Anche l’AfD potrebbe aggiungersi.

Nel febbraio 2025 nientemeno che il partito di governo israeliano, il Likud guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu, è entrato a far parte dei PfE come membro osservatore.

Data la focalizzazione dell’estrema destra su politiche anti-immigrazione, che prendono principalmente di mira i musulmani, questa alleanza non è affatto sorprendente.

Accogliendo un partito politico il cui segretario è accusato di genocidio dopo una guerra brutale che ha distrutto la Striscia di Gaza espellendo più di un milione di persone e uccidendone decine di migliaia, il PfE ha mandato una serie di messaggi.

Esso non ha dimostrato solo la propria prevedibile indifferenza per i mandati di arresto della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu, ma ha anche comunicato al suo elettorato che le azioni genocide del primo ministro israeliano sono in linea con le fantasie di estrema destra riguardo a una guerra difensiva genocida per “far tornare di nuovo bianca l’Europa”.

Una nuova era

Vedendo i musulmani come la principale minaccia nella sua teoria cospirativa della “Grande Sostituzione” [della popolazione europea bianca e cristiana con immigrati musulmani, ndt.], il genocidio può essere visto semplicemente come l’ultima linea difensiva, un’idea già messa in pratica da estremisti di destra come Anders Breivik, che uccise 77 persone nel 2011 [in Norvegia].

Gli appelli di membri dell’estrema destra a “ripulire” l’Europa dai musulmani e a commettere una “Srebrenica 2.0” [massacro di musulmani ad opera dei serbi in Bosnia nel 1995, ndt.] sono ora simbolicamente rafforzati dal contesto della guerra israeliana contro Gaza portata avanti dal leader di un partito che adesso detiene lo status di osservatore nei PfE.

È l’utopia di estrema destra di un continente libero dai musulmani cui i PfE aspirano quando imitano il discorso del presidente USA adottando lo slogan “Rendere l’Europa di nuovo grande”.

Con crescenti indizi di un ordine mondiale illiberale che emergono sotto l’attuale amministrazione USA, essi sembrano sentirsi sempre più ringalluzziti.

Quando il direttore del DOGE [Dipartimento per l’Efficienza Governativa] Elon Musk esibisce saluti nazisti e lamenta che ci sia “troppa attenzione su colpe del passato” (cioè sull’Olocausto) rivolgendosi a membri dell’estrema destra dell’AfD, non sorprende che sia stato opportunamente dimenticato il palese antisemitismo di Orban, fondamentale per il suo successo elettorale.

In Europa l’estrema destra, ringalluzzita dalle sue controparti negli Usa e in Israele, sta entrando in una nuova era.

Farid Hafez è Distinguished Visiting Professor [professore ospite illustre] di Studi Internazionali presso il Williams College [prestigiosa università statunitense, ndt.] e ricercatore senior non residente della Bridge Initiative [progetto sull’islamofobia, ndt.] all’università di Georgetown [una delle principali istituzioni accademiche degli USA, con sede a Washington, ndt.].

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Stati Uniti e Israele cercano di trasferire i palestinesi di Gaza in Somalia, Somaliland e Sudan: i particolari

Rina Bassist

14 marzo 2025 – Al Monitor

Secondo quanto riportato dall’Associated Press funzionari israeliani e statunitensi hanno preso contatti con Sudan, Somalia e Somaliland per un possibile reinsediamento dei gazawi in questi paesi.

In seguito alla proposta avanzata a febbraio dal presidente Donald Trump di trasferire gli abitanti di Gaza altrove per un periodo imprecisato, funzionari statunitensi e israeliani avrebbero contattato Sudan, Somalia e Somaliland per verificare la possibilità di reinsediarvi i palestinesi sfollati di Gaza.

I fatti

Venerdì l’Associated Press ha riferito che funzionari statunitensi e israeliani avrebbero confermato che tali richieste erano state avanzate ai tre Paesi africani. Secondo i funzionari statunitensi non è chiaro quanto siano progrediti questi colloqui ed essi hanno sottolineato che Israele sta guidando le discussioni. Il rapporto cita anche fonti sudanesi che affermano di aver rifiutato tali offerte, mentre fonti in Somalia e Somaliland hanno dichiarato di non essere a conoscenza di alcuna discussione in merito.

“Contatti separati da parte degli Stati Uniti e di Israele con le tre potenziali destinazioni sono iniziati lo scorso mese, pochi giorni dopo che Trump ha avanzato il piano per Gaza insieme a Netanyahu”, si legge nel rapporto.

I funzionari della Casa Bianca non si sono resi immediatamente disponibili per un commento. Al-Monitor ha anche contattato il Ministero degli Esteri israeliano per un commento.

Il contesto

Trump ha proposto per la prima volta il reinsediamento degli oltre 2 milioni di palestinesi della Striscia di Gaza durante il suo incontro del 4 febbraio con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca. Ha sostenuto che la Striscia di Gaza è diventata inabitabile e ha suggerito di trasferire tutti i gazawi in altri Paesi. Ha aggiunto che gli Stati Uniti avrebbero preso il controllo di Gaza e l’avrebbero ricostruita.

“Sarà nostra”, ha detto Trump. “Prenderemo il controllo di quella zona, la svilupperemo e creeremo migliaia e migliaia di posti di lavoro, e sarà qualcosa di cui tutto il Medio Oriente potrà essere orgoglioso”. Ha anche affermato che i palestinesi trasferiti in una nuova terra “starebbero molto meglio che a Gaza, che ha attraversato decenni e decenni di morte” e che “saranno reinsediati in aree dove potranno vivere una bellissima vita”. Successivamente Trump ha dichiarato di aver discusso il piano con i leader di Giordania ed Egitto, secondo lui potenziali destinazioni dei gazawi sfollati.

Il piano di Trump ha suscitato un’ampia reazione negativa nel mondo arabo e in Europa. Sebbene abbia aggiunto che i gazawi non saranno costretti a lasciare la Striscia, non ha ritirato la sua proposta. Al contrario, le fazioni di estrema destra israeliane hanno abbracciato l’idea di un trasferimento di massa dei palestinesi, con Netanyahu che l’ha definita una “visione audace”.

Per saperne di più

Le relazioni che Stati Uniti e Israele mantengono con i tre Paesi africani in questione sono complesse.

Il Sudan è uno dei quattro Paesi – insieme agli Emirati Arabi Uniti, al Bahrain e al Marocco – che hanno inizialmente firmato gli Accordi di Abramo del 2020 per normalizzare i rapporti con Israele. Come parte dell’accordo, Washington ha rimosso il Sudan dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo. In effetti, mesi prima della firma degli accordi, Netanyahu ha incontrato in Uganda il leader del Consiglio Sovrano Sudanese [organo di governo sciolto da un golpe nel 2021, ndt.], Abdel Fattah al-Burhan. Nel corso degli anni le informazioni hanno suggerito che Israele abbia fornito supporto militare al regime di Burhan. Intanto dal 2023 il Sudan è stato travolto da una guerra civile. Giovedì l’UNICEF ha avvertito che il Sudan “è ora la più grande e devastante crisi umanitaria al mondo”, affermando che dopo due anni di guerra “oltre 30 milioni di persone – più della metà delle quali bambini – vivono nella morsa di atrocità di massa, carestia e malattie mortali”.

Nell’ultimo decennio gli Stati Uniti hanno collaborato con la Somalia per combattere il gruppo jihadista al-Shabaab nel sud del paese. Washington è il principale fornitore di armi della Somalia. Con una popolazione stimata di 18 milioni di persone distribuite su 640.000 km2, la Somalia rimane una delle nazioni più povere del continente. Un rapporto del 2023 del Times of Israel ha indicato che il ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen ha cercato di normalizzare le relazioni con la Somalia nonostante il sostegno di lunga data di Mogadiscio alla causa palestinese. I due Paesi attualmente non hanno relazioni diplomatiche.

Il Somaliland, regione autoproclamatasi indipendente, rappresenta un caso diverso, poiché non è riconosciuto a livello internazionale come Stato sovrano. La Somalia considera il Somaliland parte del suo territorio. Posizionato sul Golfo di Aden vicino allo strategico stretto di Bab al-Mandab, il Somaliland attira da anni l’interesse israeliano. Nel 2024 il Middle East Monitor ha riferito che Israele avrebbe cercato di stabilirvi una base militare in cambio del riconoscimento della sua indipendenza, anche se i funzionari israeliani non hanno confermato la notizia.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Un ex-ministro della Difesa afferma che l’esercito israeliano ha avuto 15.000 soldati morti o feriti

12 marzo 2025 – Middle East Monitor

L’ex-ministro della Difesa israeliano Moshe Ya’alon ha affermato che 15.000 soldati sono stati uccisi o feriti dal 7 ottobre 2023 nella guerra genocida contro la Striscia di Gaza assediata.

Ya’alon ha detto al quotidiano Yedioth Ahronoth che la guerra contro la Striscia di Gaza ha provocato centinaia di morti e migliaia di feriti tra i soldati dell’Israel Defence Forces (IDF) [l’esercito israeliano, ndt.]. Ha sottolineato la necessità di approvare una legge che ponga fine alle esenzioni date agli ebrei ultraortodossi dal servizio militare obbligatorio per compensare la grave mancanza di uomini nell’IDF.

Inoltre Ya’alon ha affermato che il coinvolgimento degli americani nel cessate il fuoco e nei negoziati in Qatar è stato il risultato del fatto che Israele per motivi politici non ha rispettato i suoi impegni in base all’accordo [raggiunto con Hamas]. Ha spiegato che il primo ministro Benjamin Netanyahu ha provato a guadagnare tempo e sostituito il gruppo professionale di negoziatori con un altro che è politicamente sottomesso a lui.

Riguardo alla nomina del nuovo capo di stato maggiore dell’IDF, il generale Eyal Zamir, e alle elevate speranze che Netanyahu e il suo governo nutrono nella vittoria a Gaza, Ya’alon ha affermato che sia Netanyahu sia il ministro delle finanze Bezalel Smotritch [esponente dell’estrema destra religiosa, ndt.] hanno addossato la colpa del fallimento militare a Gaza al capo di stato maggiore uscente e che ora ripongono grandi speranze su Zamir, anche se l’esercito è destinato a implementare il volere della dirigenza politica e la vittoria in una guerra non si basa solo sul capo di stato maggiore.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)