Come gli attivisti stanno interrompendo la catena di fornitura di armi a Israele

Nora Barrows-Friedman
11 marzo 2025-The Electronic Intifada

Il 24 febbraio a Copenaghen, Danimarca, gli attivisti per i diritti della Palestina hanno protestato presso la sede centrale della compagnia di navigazione transnazionale Maersk per chiedere di fermare la consegna di armi a Israele.

Oggi a Copenaghen 800 persone provenienti da tutta Europa hanno bloccato la sede centrale principale della Maersk per un giorno con lo slogan C come parte del Campo CRAC [Collective Resistance and Care].

La polizia era in inferiorità numerica ma piuttosto brutale con coloro che partecipavano all’azione.

La polizia di Copenaghen ha arrestato 20 attivisti e ha represso violentemente i manifestanti usando gas lacrimogeni e manganelli.

La nota attivista ambientalista e pacifista Greta Thunberg era tra i manifestanti a Copenaghen.

La Maersk, da parte sua, ha affermato che il carico nel suo attracco di Copenaghen non conteneva “armi o munizioni”, ma piuttosto “equipaggiamento militare”, aggiungendo che “proviene dalla politica statunitense nell’ambito del programma di cooperazione per la sicurezza USA-Israele. Il carico è stato esaminato ed è conforme alle leggi in vigore”.

Ma, come spiega Jeanine Hourani del Palestinian Youth Movement [movimento giovanile palestinese] e della campagna Mask Off Maersk al podcast di The Electronic Intifada, la società “trasporta calci per fucili, pallottole [senza bossolo, n.d.t.], veicoli militari, compresi i veicoli da cui vengono lanciati i razzi, quindi trasporta tutto questo carico militare, ma non le munizioni vere e proprie. Ed è per questo che continua a negare il fatto di essere complice di favoreggiamento dei crimini di guerra”.

Gli attivisti si stanno preparando per una giornata internazionale di azione il 18 marzo in concomitanza con l’assemblea generale annuale della Maersk Corporation, durante la quale dirigenti e azionisti voteranno due risoluzioni per porre fine al trasporto di carichi militari verso Israele.

“Questo è un momento critico per noi per far sapere a Maersk che la loro complicità nei crimini di guerra non passerà inosservata”, afferma la campagna. “Ora riteniamo sia il momento di indicarli come responsabili. Ora è il momento di agire”.

A fine dicembre abbiamo avuto membri della campagna Mask Off Maersk in diretta su internet per parlare di come Israele non potrebbe perpetrare le sue continue guerre di sterminio in Palestina senza una catena di fornitura globale che importa armi e altro materiale.

Jeanine Hourani e Aisha Nizar sono membri del comitato direttivo della campagna Mask Off Maersk e le abbiamo invitate a darci un aggiornamento sulla campagna e sulla più recente ricerca sui voli cargo militari regolari dalla Spagna a Israele.

Questi voli violano la politica dichiarata della Spagna contro il traffico di armi verso Israele.

Il rapporto è stato co-redatto dal Palestinian Youth Movement insieme a Progressive International e all’American Friends Service Committee.

Dal loro punto di vista di attivisti del Palestinian Youth Movement, Hourani aggiunge: “quando diciamo embargo sulle armi, intendiamo un embargo completo e totale di tutti i beni militari destinati a Israele. E lo consideriamo il minimo indispensabile”.

Ci sono “alcune distinte strategie per incolpare le aziende e i governi di aver aiutato questo genocidio”, dice Nizar al podcast di The Electronic Intifada.

“E in realtà quello che abbiamo fatto è stato iniziare a guardare agli Stati Uniti perché sapevamo che la maggior parte delle armi che andavano all’entità sionista provenivano dagli Stati Uniti, o erano montate negli Stati Uniti”.

La campagna è stata in grado di identificare questi produttori di armi, dice Nizar, “e poi esaminare linee di trasporto specifiche che erano state segretate dal Dipartimento della Difesa”.

La campagna Mask Off Maersk ha anche recentemente presentato un rapporto alle Nazioni Unite in risposta a un appello di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina, per produrre prove di complicità da parte di aziende private nel genocidio israeliano a Gaza.

Hourani spiega che, in quanto palestinesi, era fondamentale “mettere in luce il fatto che la cosiddetta comunità internazionale ha abbandonato il nostro popolo, e il fallimento del mondo nell’intervenire mentre decine se non centinaia di migliaia di persone sono state massacrate, affamate, rapite, dovrebbe suonare come una condanna dell’ordine mondiale liberale”.

Era importante presentare il rapporto, aggiunge, “non perché pensiamo che l’ONU sarà il liberatore della Palestina, ma perché ci consente di denunciare ulteriormente questa ipocrisia e anche di rendere note le prove che la nostra gente a Gaza ha prodotto per mettere le cose in chiaro e per mostrare al mondo cosa è successo negli ultimi 15 mesi e diffonderlo efficacemente su scala globale”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Mahmoud Khalil, il laureato palestinese arrestato negli Stati Uniti, ha lavorato per “una delle più importanti politiche di soft power” del Regno Unito

Imran Mulla

11 marzo 2025 – Middle East Eye

Un ex diplomatico britannico rivela che Khalil, che Trump ha definito “studente radicale pro-Hamas”, era stato “autorizzato a lavorare su questioni delicate per il governo britannico”

Mahmoud Khalil, il laureato palestinese della Columbia University fermato nel fine settimana dalle autorità per l’immigrazione degli Stati Uniti, ha lavorato per anni per il governo britannico nella sua “principale politica di soft power”, come rivela Middle East Eye.

Khalil, residente permanente negli Stati Uniti, è stato preso in custodia dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) sabato sera.

Un giudice federale ha bloccato temporaneamente la sua deportazione e Khalil è attualmente in attesa di procedimento in una prigione federale della Louisiana.

Lunedì, in un post sulla piattaforma Truth Social di Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti ha definito Khalil “studente straniero radicale pro-Hamas” e ha annunciato che il suo arresto è stato “il primo di molti a venire”.

“Sappiamo che ci sono altri studenti alla Columbia e in altre università in tutto il Paese che hanno intrapreso attività pro-terrorismo, antisemite e anti-americane, e l’amministrazione Trump non lo tollererà”, ha detto Trump.

Lunedì la Casa Bianca ha pubblicato trionfalmente su X la dichiarazione di Trump e un’immagine di Khalil, accompagnata dalle parole “SHALOM, MAHMOUD” con l’accusa di aver “condotto attività allineate ad Hamas”.

A dicembre Khalil si era laureato con un master presso la School of International and Public Affairs della Columbia.

È stato uno dei principali negoziatori degli studenti durante l’occupazione pro-Palestina del campus nella primavera del 2024.

Inoltre MEE ha scoperto che in precedenza, dal 2018 al 2022, aveva lavorato come responsabile di programma presso l’ufficio Siria dell’ambasciata britannica a Beirut.

I registri online esaminati da MEE dimostrano che Khalil vi aveva lavorato come responsabile locale del Programma Chevening per la Siria, un prestigioso programma di borse di studio internazionali del governo britannico, nonché per il Conflict, Stability, and Security Fund.

“Amato dai suoi colleghi”

L’ex diplomatico britannico Andrew Waller, che era consulente politico presso l’ufficio siriano mentre vi lavorava Khalil, ha detto a MEE che la descrizione di Khalil data dal governo degli Stati Uniti è falsa e diffamatoria.

“Ha superato un processo di verifica per ottenere il lavoro ed è stato autorizzato a lavorare per il governo britannico su questioni delicate “, ha detto Waller.

“Quello che Trump ha detto è una vera e propria diffamazione. Mahmoud è una persona estremamente gentile e coscienziosa ed era amato dai suoi colleghi dell’ufficio siriano”, ha aggiunto. “Non c’era nessuno che potesse dire qualcosa di negativo su di lui, era molto bravo nel suo lavoro”.

La borsa di studio Chevening, finanziata dal Foreign, Commonwealth and Development Office (FCDO), ha la missione di “sostenere le priorità della politica estera del Regno Unito e raggiungere gli obiettivi del FCDO creando relazioni positive e durature con futuri leader, influencer e decisori”. Waller l’ha descritta come una “una delle più importanti politiche di soft power britanniche“.

“Porta gli studenti più brillanti di tutto il mondo nelle università del Regno Unito. Mahmoud ha gestito il programma per la Siria e ha intervistato centinaia, se non migliaia, di candidati per conto del governo britannico”.

Waller ha ricordato che Khalil era anche un “funzionario politico locale”, responsabile di fornire “la comprensione del contesto e le competenze linguistiche per le traduzioni nelle riunioni”.

“È davvero interessante. Meno di due settimane fa JD Vance teneva una lezione a Keir Starmer sulla libertà di parola, e poi gli Stati Uniti vanno e rapiscono Mahmoud Khalil per aver organizzato proteste studentesche”.

Tricia McLaughlin, portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti (DHS), ha detto a MEE lunedì che l’arresto di Khalil era avvenuto “in obbedienza agli ordini esecutivi del presidente Trump che proibiscono l’antisemitismo”.

“Khalil ha guidato attività allineate ad Hamas, un’organizzazione definita terroristica”.

Ore dopo, il Segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero “revocato i visti e/o le green card dei sostenitori di Hamas in America così che potessero essere deportati”.

Eppure né Rubio né il DHS hanno fornito dettagli su come l’attivismo di Khalil alla Columbia University, dove aveva apertamente svolto il ruolo di studente negoziatore con l’amministrazione, equivalesse a sostenere Hamas.

MEE ha contattato il Foreign Office del Regno Unito per un commento.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il Segretario dell’ONU: nessun futuro per Gaza “salvo che come parte di uno Stato palestinese”

Redazione di MEMO

5 marzo 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu ha riferito che ieri il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha affermato che Gaza non ha futuro “salvo che come parte dello Stato palestinese”, sottolineando il fatto che la ripresa dall’impatto della guerra nella regione è impossibile senza terminare l’occupazione israeliana e senza il rispetto del diritto internazionale.

Guterres ha fatto queste osservazioni durante un vertice di emergenza arabo al Cairo, che si è focalizzato sugli sviluppi della questione palestinese, in modo particolare a Gaza.

Non ci sarà alcun futuro sostenibile per Gaza che non sia parte di uno Stato palestinese in grado di vivere,” ha affermato Guterres. Ha sottolineato che il recupero dagli effetti della guerra contro Gaza non sarà possibile senza la fine dell’occupazione e il rispetto del diritto internazionale.

Il funzionario ONU ha sottolineato la necessità di un “chiaro inquadramento politico” per guidare il recupero, la ricostruzione e la stabilità di Gaza purché siano basati sui principi del diritto internazionale.

Ha chiesto una immediata de-escalation, sottolineando il fatto che la consegna degli aiuti a Gaza è un diritto umanitario che “non è negoziabile” e deve essere realizzato da tutte le parti coinvolte.

Guterres ha anche descritto il vertice come un importante segno della responsabilità collettiva del mondo per supportare gli sforzi per far finire la guerra, alleviare la sofferenza delle persone e assicurare una pace duratura.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




L’israeliano Ben Gvir chiede che vengano bombardati gli aiuti durante l’assedio di Gaza

Mera Aladam

4 marzo 2025 – Middle East Eye

L’ex ministro di estrema destra chiede la totale interruzione di elettricità e acqua nell’enclave, mentre due impianti di desalinizzazione sono già stati chiusi a Deir al-Balah

L’ex ministro della sicurezza nazionale ha chiesto con forza la “totale interruzione dell’elettricità e dell’acqua”, unitamente al bombardamento degli aiuti a Gaza, nonostante le allerte di associazioni e esperti di diritti sulla carestia nell’enclave assediata.

Lunedì il politico di estrema destra Itamar Ben Gvir ha detto che queste misure devono essere prese nella Striscia di Gaza per “far morire di fame” Hamas prima di riprendere la guerra “in modo che poi possiamo schiacciarli facilmente”.

Il governo dovrebbe anche ordinare il bombardamento delle scorte di aiuti che si sono accumulati a Gaza in enormi quantità durante e prima del cessate il fuoco, nonché la totale interruzione dell’elettricità e dell’acqua”, ha scritto Ben Gvir in un post su X, prima noto come Twitter.

Se Hamas minaccia di far del male ai nostri ostaggi deve sapere che andrà incontro all’eliminazione dei terroristi”, ha aggiunto.

I piani delle autorità israeliane di interrompere l’acqua e l’elettricità erano circolati-circolavano già prima della dichiarazione di Ben Gvir.

Secondo l’emittente israeliana Kan 11 essi fanno parte di una strategia intesa ad applicare “la massima pressione sulla Striscia di Gaza e su Hamas”.

L’iniziativa, che coincide con il mese sacro di Ramadan, fa seguito al divieto di entrata nella Striscia di Gaza degli aiuti, imposto domenica dopo la fine della prima fase dell’accordo di cessate il fuoco.

Hamas ha chiesto ad Israele di avviare la seconda fase dell’accordo, che include la definitiva fine della guerra, il ritiro israeliano da Gaza e il rilascio dei rimanenti ostaggi israeliani, come precedentemente concordato.

Nonostante abbia ufficialmente interrotto i combattimenti, l’esercito israeliano ha ripetutamente violato la tregua da quando è entrata in vigore il 19 gennaio, lanciando attacchi aerei e sparando ai palestinesi.

Parecchie associazioni ed esperti per i diritti hanno condannato la decisione di Israele di bloccare gli aiuti, definendola “una flagrante violazione del diritto umanitario internazionale”, avvertendo che ciò potrebbe peggiorare la crisi umanitaria nella Striscia di Gaza.

In un post su X Medici Senza Frontiere (MSF) ha denunciato l’iniziativa.

L’aiuto umanitario non dovrebbe mai essere usato come strumento di guerra. Malgrado i negoziati tra le parti belligeranti, la popolazione di Gaza necessita ancora di un immediato e massiccio aumento delle forniture umanitarie”, ha dichiarato MSF.

Il blocco totale da parte di Israele degli aiuti umanitari a Gaza è un atto crudele di punizione collettiva e una flagrante violazione del diritto umanitario internazionale.”

Israele toglie la corrente agli impianti di desalinizzazione

Lunedì sera il Municipio di Deir al-Balah, nel centro di Gaza, ha annunciato che Israele ha tolto la corrente a due impianti di desalinizzazione, che forniscono l’acqua a circa il 70% degli abitanti della zona.

Organi di informazione israeliani hanno tuttavia riferito che l’acqua è stata tolta dagli impianti di Deir al-Balah a causa di un problema tecnico in una delle linee elettriche e l’esercito impedisce di ripararla.

Secondo il municipio locale gli impianti che si sono fermati producevano circa 20.000 metri cubi al giorno di acqua desalinizzata, utilizzata soprattutto per bere e per l’irrigazione.

Senza questi sistemi la popolazione può soffrire di disidratazione e rischi per la salute, come problemi renali e malattie trasmesse dall’acqua, conseguenza della scarsa igiene.

La popolazione di Gaza è già altamente vulnerabile dopo 15 mesi di bombardamenti e assedio di Israele.

Più di 48.000 palestinesi sono stati uccisi da quando il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato guerra a Gaza, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele, che ha provocato la morte di 1.139 persone.

L’agenzia di informazioni palestinese Wafa ha precedentemente riferito che la guerra ha gravemente colpito il settore sanitario nell’enclave, soprattutto nelle zone sovraffollate meridionali di Mawasi, Rafah e Khan Younis.

La distruzione dell’infrastruttura della gestione dei rifiuti ha provocato l’accumularsi di immondizia che comporta condizioni rischiose per gli abitanti coinvolti.

La diffusione di insetti e roditori aumenta ulteriormente il rischio di malattie, soprattutto patologie respiratorie, che creano grave pericolo per la popolazione vulnerabile, compresi bambini e anziani.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Perché mi rifiuto di essere un ingranaggio nella macchina da guerra israeliana*

Noam Yonai

4 marzo 2025 – Haaretz

* Nota redazionale: l’articolo che segue può suscitare nei lettori un moto di fastidio. É stato scritto da una ex-soldatessa che manifesta apprezzamento per il suo lavoro nei servizi dell’intelligence militare e che quindi ha contribuito al sistema di oppressione e di violenza messo in atto contro i palestinesi. Tuttavia riteniamo significativo che persino una persona che si dice apprezzata dal contesto militare e gratificata da quello che faceva abbia ciononostante deciso, pur in modo confuso e contraddittorio, di prendere le distanze dal massacro in corso.

Sono stata arruolata in una prestigiosa posizione nell’intelligence militare nel gennaio 2017. Avevo amici che si sono rifiutati di fare il servizio militare. Sebbene sapessi che avrebbe potuto essere un’alternativa, ho scelto di non percorrere quella strada. Pensavo che nell’esercito avrei imparato qualcosa sul sistema stesso e forse su come influenzarlo. Ero un ufficiale e alla fine ho prestato servizio per quasi cinque anni per poi andarmene senza rimpianti.

Tuttavia non ho fatto una vita da civile per molto. Il 7 ottobre, poco dopo aver finito la leva, mi sono offerta come volontaria riservista. Senza neanche rendermene conto ho fatto il militare per un anno e programmato di farlo ancora più a lungo. Era diventato il mio posto di lavoro e mi piaceva veramente. Sentivo un senso di appartenenza, ero accettata e apprezzata, ero brava in quel che facevo, sentivo che me la stavo cavando bene, che mi stavo facendo notare.

Ma un conflitto stava nascendo in me. Soffrivo di insonnia, incubi e sensi di colpa causati dall’essere nell’esercito in questo periodo. Al di fuori del contesto militare mi aggiravo con una vergogna che con il tempo è cresciuta. Ogni giorno mi chiedevo come fosse possibile voler così tanto fare un lavoro che sapevo parte della macchina da guerra che stava uccidendo decine di migliaia di palestinesi e causando sofferenze in tanti altri.

E così me ne sono andata. Tutto il mio corpo diceva di no, voleva che rimanessi per continuare come al solito e ignorare quello che stava succedendo. Non sono una grande attivista ma ci sono riuscita. Questo è ciò che ho scritto al mio comandante a settembre: “Dal 7 ottobre si è parlato molto dell’Olocausto. Lei ci ha parlato di sua nonna che urlava nel sonno, di come la sicurezza della nazione e del Paese fossero nel suo sangue. Voi siete persone intelligenti, ufficiali di alto grado di questa unità. Così mi sono chiesta come può essere che la lezione che lei ha imparato dall’Olocausto sia che dobbiamo continuare a combattere a Gaza? Com’è possibile che il presupposto fondamentale che la guida è che dovremo vivere per sempre con la spada?”

Dall’Olocausto io ho imparato lezioni diverse. Una è quella di non essere mai un ingranaggio nel sistema. La seconda è non stare mai inerti di fronte alle sofferenze di persone innocenti. Pensavo che queste fossero le lezioni che i miei maestri a scuola, i miei genitori e i miei istruttori del movimento giovanile si aspettavano che imparassi. Forse mi sono sbagliata e forse volevano che arrivassi alla triste e sconfortante conclusione che la guerra è eterna. Mi rifiuto di crederlo. Mi rifiuto di restare a guardare passivamente le decine di migliaia di uomini e donne che sono state uccise a Gaza, gli attacchi aerei senza limiti e le operazioni che hanno messo in pericolo i miei migliori amici. 

Anche se avrei veramente voluto esserlo, mi rifiuto di rappresentare un ingranaggio nel sistema della difesa israeliana. Lei potrebbe dire che io sono pazza ma io direi che ultimamente sembra più che lo siano tutti gli altri.

Quando mi sono arruolata mi sono chiusa in me stessa, dedicandomi alla routine quotidiana, con la sua carica di adrenalina, senza ritenermi responsabile, accettando e riconoscendo la mia colpa. Quando mi sono congedata ho provato un danno morale, come se l’apatia fosse svanita.

A posteriori penso che molti di coloro che ho incontrato durante il mio servizio militare fossero così… dimentichi di loro stessi e delle proprie coscienze. Ma, e se non lo fossimo stati? E se tutti noi fossimo stati attenti alle nostre emozioni? E se fossimo stati esposti ad altri media e immagini da Gaza? E se avessimo guardato meglio? Forse la realtà ci sarebbe sembrata diversa?

Io non so quante persone si sono comportate così. Mi fa pensare che forse è così che si possono cambiare le cose. Forse è un’alternativa che deve essere ancora presa in esame, un modo nuovo che potrebbe aprire nuovi canali dentro di noi… forse è così che si può porre fine alla guerra. Mi sono chiesta se comportarmi così mentre ero nell’esercito potesse essere efficace. Per ora la mia risposta è no. Cambiare le cose da dentro il sistema non è un’alternativa nelle attuali circostanze.”

In seguito ho parlato con quel comandante per ore. Ha veramente cercato di capire e anche se non sono riuscita a spiegarmi, ho detto che, dato che nella presente situazione contribuire significava sostenere le politiche attuali, ciò non mi andava bene. Sono troppo sensibile.

Mi sono poi resa conto che non aveva quasi importanza se pensavamo che fosse giusto o sbagliato. Nelle nostre vite facciamo quello che è giusto per noi, quello che possiamo fare e continuare a dormire sonni tranquilli. Io so quello che è giusto non perché ho fatto un’analisi intellettuale. So quello che è giusto con l’intuizione e se l’ascolto e le fornisco informazioni da elaborare, mi urla quello che devo fare.

La vita dopo il servizio militare fa paura. Sono passati 3 mesi e mi sento ancora come chi ha lasciato il mondo ortodosso e ha perso il legame con dio. Questa è la mia piccola lotta nel nostro mondo al contrario. Fa male, è difficile, devo guardarmi in faccia ogni mattina e capisco perché molte altre donne non hanno fatto la scelta che ho fatto io. Ma vi consiglio di “conoscere voi stessi,” nutrire la vostra intuizione e ascoltarla. È potente e vera e significa una vita vera, non la quasi-vita in cui sono stata immersa per così tanto tempo. 

Vorrei che la guerra finisse, che tutti gli ostaggi tornassero e che potessimo leccarci le ferite, non più grattarcele. Spero che diventi sicuro e bello vivere qua, che si possa semplicemente vivere le nostre piccole vite, leggere un libro, portare a spasso il cane nel bosco e mangiare qualcosa di buono.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio) 




Cinque neonati morti congelati a Gaza a causa di Israele che continua a bloccare l’ingresso delle case mobili

Redazione di MEMO

25 febbraio 2025 – Middle East Monitor

Oggi un medico palestinese ha affermato che cinque neonati sono morti congelati nella Striscia di Gaza in quanto Israele continua a bloccare l’ingresso nell’enclave di rifugi contro la pioggia.

Saeed Salah, direttore dell’Ospedale della Società Benefica degli Amici del Paziente, ha detto all’agenzia Anadolu che “nove neonati sono stati ricoverati nelle due ultime settimane per complicazioni di salute a causa del freddo intenso.”

Su nove casi, cinque bimbi dall’età compresa fra un giorno e due settimane sono morti,” ha aggiunto.

Salah ha affermato che un bimbo è ancora ventilato a causa delle sue gravi condizioni di salute, mentre altri tre sono stati dimessi dall’ospedale.

Ha detto che i nove neonati erano stati trasferiti in ospedale dal nord di Gaza, dove la maggior parte della popolazione è sfollata e sta vivendo in tende a causa della guerra distruttiva di Israele contro l’enclave.

Salah ha fatto appello alla comunità internazionale affinché intervenga per permettere l’ingresso a Gaza di case mobili, tende e carburante per fornire rifugio a migliaia di palestinesi.

Il gruppo della resistenza palestinese Hamas ha accusato Israele di “politiche criminali” per le morti.

In una dichiarazione Hamas ha chiesto un intervento immediato per “fermare le violazioni israeliane dell’accordo sul cessate il fuoco e permettere l’ingresso ricoveri d’emergenza, apparecchi per il riscaldamento e forniture mediche.”

Secondo l’ufficio stampa governativo di Gaza, dopo la guerra genocida di Israele circa 1,5 milioni di palestinesi sono stati lasciati senza casa o rifugio.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Oltre 160 medici di Gaza detenuti nelle prigioni israeliane fra segnalazioni di torture

Annie Kelly, Hoda Osman e Farah Jallad

25 febbraio 2025 The Guardian

Medici anziani affermano di aver subito abusi fisici per mesi, e l’ONU chiede il rilascio di coloro che sono ancora detenuti

Si ritiene che almeno 160 operatori sanitari di Gaza, tra cui più di 20 dottori, siano ancora all’interno delle strutture di detenzione israeliane, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha espresso profonda preoccupazione per il loro benessere e la loro sicurezza.

Healthcare Workers Watch (HWW, Osservatorio sugli operatori sanitari), una ONG medica palestinese, ha detto che è stata confermata la detenzione di 162 membri del personale medico nelle prigioni israeliane, tra cui alcuni dei medici più anziani di Gaza, e che altri 24 sono scomparsi dopo essere stati prelevati dagli ospedali durante il conflitto.

Muath Alser, direttore di HWW, ha affermato che la detenzione di un gran numero di dottori, infermieri, paramedici e altri operatori sanitari di Gaza è illegale ai sensi del diritto internazionale e sta aumentando le sofferenze dei civili negando loro cure e competenza medica.

“Il fatto che Israele prenda così di mira il personale sanitario sta avendo un impatto devastante sul provvedere assistenza sanitaria ai palestinesi, con sofferenze estese, innumerevoli morti evitabili e l’effettiva soppressione di intere specialità mediche”, ha affermato Alser.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) afferma di aver verificato che dall’inizio della guerra 297 operatori sanitari di Gaza sono stati arrestati dall’esercito israeliano, ma l’Organizzazione non aveva dati aggiornati su quanti siano stati rilasciati o siano rimasti in detenzione.

HWW afferma che i suoi dati dimostrano un numero leggermente più alto e di aver verificato che l’esercito israeliano ha imprigionato 339 operatori sanitari di Gaza.

L’OMS ha affermato di essere “profondamente preoccupata per il benessere e la sicurezza degli operatori sanitari palestinesi in detenzione israeliana” a seguito di segnalazioni secondo cui i detenuti nelle strutture carcerarie israeliane sarebbero regolarmente sottoposti a violenza e maltrattamenti.

L’avvocato che rappresenta il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, il cui arresto a dicembre da parte delle forze israeliane aveva scatenato una condanna internazionale, ha di recente affermato che gli era stato permesso solo ora per la prima volta di vedere Abu Safiya detenuto nella prigione di Ofer a Ramallah e che gli ha raccontato di essere stato torturato, picchiato e che gli erano state negate le cure mediche. Il Guardian e l’Arab Reporters for Investigative Journalism (ARIJ) hanno ascoltato anche la testimonianza dettagliata di sette medici anziani che hanno affermato di essere stati prelevati da ospedali, ambulanze e posti di blocco a Gaza, trasferiti illegalmente oltre confine in strutture carcerarie gestite da Israele e sottoposti a mesi di torture, percosse, fame e trattamenti disumani prima di essere rilasciati senza accuse.

“Francamente, per quanto racconti ciò che ho vissuto in detenzione, è solo una frazione di ciò che è realmente accaduto”, ha detto il dottor Mohammed Abu Selmia, direttore dell’ospedale al-Shifa, che è stato detenuto per sette mesi nelle prigioni israeliane prima di essere rilasciato senza accuse. “Sto parlando di manganellate, percosse con il calcio dei fucili e aggressioni con i cani. C’era poco o niente cibo, niente igiene personale, niente sapone nelle celle, niente acqua, niente servizi igienici, niente carta igienica… Ho visto lì persone che morivano… Sono stato picchiato così duramente che non potevo stare in piedi o camminare. Non passava giorno senza torture”. In una dichiarazione al Guardian, il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS, ha condannato la attuale detenzione di personale medico da parte di Israele e ha detto di essere profondamente preoccupato per il loro benessere.

L’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UN OHCHR) ha affermato che Israele deve rilasciare immediatamente anche il personale medico trattenuto arbitrariamente e “porre fine a tutte le pratiche che si concludono con sparizioni forzate, torture e altri maltrattamenti”.

L’UN OHCHR ha precedentemente affermato che “è evidente” che la detenzione di un gran numero di operatori sanitari da parte dell’esercito israeliano ha contribuito al collasso del sistema sanitario a Gaza. Ajith Sunghay, capo dell’ufficio per i territori palestinesi occupati presso l’UN OHCHR, ha affermato: “I responsabili di crimini ai sensi del diritto internazionale devono essere chiamati a risponderne”.

In base alle convenzioni di Ginevra (l’insieme di leggi internazionali che regolano la condotta delle parti in conflitto) i medici devono essere protetti, non presi di mira o attaccati durante il conflitto e deve essere loro consentito di continuare a fornire assistenza medica a coloro che ne hanno bisogno.

Tedros ha affermato: “Gli operatori sanitari, le strutture in cui lavorano e i pazienti di cui si prendono cura… non devono mai essere bersagli. Infatti, secondo il diritto umanitario internazionale, dovrebbero essere attivamente protetti”.

È noto che due dei medici più anziani di Gaza, il dottor Iyad al-Rantisi, consulente ostetrico e ginecologo presso l’ospedale Kamal Adwan, e il dottor Adnan al-Bursh, capo del reparto ortopedico dell’ospedale al-Shifa, sono morti in detenzione.

In passato, Israele ha difeso le sue operazioni militari sul sistema sanitario di Gaza sostenendo che gli ospedali venivano utilizzati da Hamas come centri di comando militare e che gli operatori sanitari detenuti erano sospettati. Secondo il diritto internazionale, le strutture sanitarie possono perdere il loro status di protezione e diventare obiettivi militari se vengono utilizzate per atti che siano “dannosi per il nemico”.

Volker Türk, alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, ha affermato che fino ad oggi Israele non è riuscito a comprovare le sue accuse.

Il Guardian ha sottoposto tutte le accuse dei dottori relative alla loro detenzione alle Forze di difesa israeliane (IDF), che non hanno risposto sui singoli casi ma hanno fornito una dichiarazione generale in cui affermavano di “operare per ripristinare la sicurezza dei cittadini di Israele, riportare a casa gli ostaggi e raggiungere gli obiettivi della guerra operando secondo il diritto internazionale. Durante i combattimenti nella Striscia di Gaza sono stati arrestati i sospetti di attività terroristiche. I sospettati in questione sono stati portati in Israele per ulteriore detenzione e interrogatori. Coloro che non sono coinvolti in attività terroristiche vengono rilasciati nella Striscia di Gaza il prima possibile”.

L’IDF ha affermato di fornire a ogni detenuto indumenti adatti, un materasso, cibo e bevande regolari e accesso alle cure mediche. Ha anche affermato che l’ammanettamento dei detenuti avviene in conformità con le politiche dell’IDF. Ha affermato di essere a conoscenza di incidenti in cui i detenuti sono morti in detenzione e che vengono condotte indagini per ciascuna di queste morti.

“L’IDF agisce in conformità con il diritto israeliano e internazionale al fine di proteggere i diritti dei detenuti trattenuti nelle strutture di detenzione e interrogatorio”, ha affermato.

I resoconti dei medici sono simili a quelli di altri ex detenuti palestinesi che descrivono abusi e torture sistematici nel periodo in detenzione israeliana.

All’inizio di questo mese un soldato israeliano è stato condannato a sette mesi di prigione per abusi sui detenuti, la prima condanna del genere in Israele.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il vicepresidente del parlamento israeliano invita ad uccidere i maschi palestinesi ‘subumani’ a Gaza

Redazione di The New Arab

24 febbraio 2025 – The New Arab

Il parlamentare israeliano del Likud e vicepresidente della Knesset Nissim Vaturi ha invitato ad uccidere tutti gli uomini palestinesi a Gaza.

Domenica il vicepresidente del parlamento di Israele (Knesset) ha spronato ad uccidere tutti gli uomini palestinesi a Gaza ed anche a distruggere Jenin, nella Cisgiordania occupata.

Nissim Vaturi, membro del partito Likud del primo ministro Benjamin Netanyahu, ha invitato a separare le donne e i bambini a Gaza ed uccidere gli uomini.

Chi è innocente a Gaza? Dei civili sono usciti [dalla Striscia] ed hanno massacrato le persone a sangue freddo”, ha affermato Vaturi alla radio ultra-ortodossa Kol BaRama. “Dobbiamo separare i bambini e le donne ed uccidere gli adulti a Gaza, siamo troppo rispettosi.”

Il deputato israeliano ha detto che “nessuno al mondo vuole i civili di Gaza, tutti li stanno spingendo dentro Israele, sanno che sono canaglie e subumani.”

Vaturi lunedì ha anche auspicato la distruzione su larga scala di Jenin, che è attualmente sotto un brutale assedio militare israeliano, con carrarmati inviati nella città cisgiordana e nel campo profughi.

Presto trasformeremo Jenin in Gaza”, ha detto, aggiungendo che i prigionieri palestinesi rilasciati in base al cessate il fuoco a Gaza dovrebbero essere mandati là in modo da essere “eliminati” dalle forze israeliane.

Cancellate Jenin. Non mettetevi a cercare i terroristi…se in una casa c’è un terrorista, eliminatelo.”

Non è la prima volta che Vaturi incita al genocidio contro i palestinesi ed altre vittime dell’aggressione israeliana.

Nel 2024 ha dichiarato pubblicamente che l’esercito israeliano era “troppo clemente” nella guerra contro Gaza e che Israele avrebbe dovuto semplicemente “bruciare Gaza”. Dopo che gli è stato detto che la sua retorica avrebbe potuto essere usata come prova del genocidio israeliano nella causa del Sudafrica contro il Paese presso la Corte Internazionale di Giustizia (CIG), Vaturi ha rincarato la dose:

Non mi pento per nulla di ciò che ho detto”, ha affermato. “E’ meglio bruciare e distruggere edifici piuttosto che venga recato danno ai nostri soldati.”

A settembre 2024 Vaturi ha detto anche che il sud di Beirut “assomiglierà a Gaza” ed ha definito gli israeliani che protestano contro Netanyahu “una branca di Hamas.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il criminale di guerra Gadi Eisenkot si aggiudica 1 milione di dollari di finanziamenti dell’UE

David Cronin 

12 febbraio 2025 – Electronic Intifada

L’Unione Europea ha approvato un finanziamento di circa 1 milione di dollari a un’impresa guidata da Gadi Eisenkot, uno dei politici israeliani responsabili del genocidio a Gaza.

Storage Drop, come si chiama l’azienda di Eisenkot, fa parte di Hydrocool, un progetto finanziato dall’UE ufficialmente concepito per ridurre l’impatto ambientale dei sistemi di climatizzazione dell’aria.

Eisenkot è poco convincente come campione della sostenibilità ecologica.

Dall’ottobre 2023 al giugno dell’anno scorso ha fatto parte del gabinetto di guerra che ha gestito il genocidio a Gaza e autorizzato tattiche che hanno riguardato massacri sistematici e la distruzione di strutture civili.

Concedere all’impresa di Eisenkot un ruolo in un progetto presumibilmente amico del clima come Hydrocool non controbilancia le responsabilità che lui e i suoi colleghi del gabinetto di guerra hanno per aver distrutto la rete idrica e di trattamento delle acque reflue di Gaza.

Benché da alcuni media sia dipinto come un “moderato”, Eisenkot ha in precedenza sostenuto l’uso estremo della violenza.

È stato tra i comandanti militari che elaborarono la cosiddetta “Dottrina Dahiyeh”, in riferimento a un quartiere di Beirut in cui Israele provocò massicce devastazioni durante l’attacco contro il Libano nel 2006.

Nell’ottobre 2008 Eisenkot lanciò un avvertimento a ogni area in cui Israele incontrava resistenza: “Quello che è successo al quartiere di Dahiyeh a Beirut nel 2006 avverrà in ogni villaggio da cui si spari contro Israele,” affermò.

Metteremo in atto una forza sproporzionata contro di esso e vi provocheremo gravissimi danni e distruzioni. Dal nostro punto di vista non sono villaggi di civili, sono basi militari.”

Il piano che aveva riassunto venne messo in pratica poco dopo, quando Israele lanciò una grande offensiva contro Gaza nel dicembre 2008. In linea con la dottrina Dahiyeh, in svariate occasioni Israele in seguito ha inflitto “grandi danni e distruzioni” contro villaggi e città palestinesi e libanesi.

La Storage Drop di Eisenkot è la principale beneficiaria di finanziamenti UE sulla base del progetto Hydrocool, che durerà fino al 2027.

Ovviamente è imperdonabile che i funzionari di Bruxelles approvino un finanziamento a un’impresa guidata da un uomo direttamente responsabile della devastazione di Gaza. Così facendo l’UE sta negando l’appoggio dichiarato alla Corte Internazionale di Giustizia, che nel gennaio 2024 ha giudicato plausibile la causa che il Sudafrica ha intentato contro Israele.

Il Sudafrica sostiene che Israele sta violando la Convenzione contro il Genocidio, una pietra miliare del diritto internazionale che venne stilata dopo l’Olocausto, in base alla quale la convenzione impone come dovere ai governi e alle istituzioni statali di tutto il mondo di non favorire crimini contro l’umanità.

Ho contattato la Commissione Europea, l’esecutivo dell’UE, chiedendo perché abbia approvato finanziamenti a un’azienda che include un importante complice di una guerra genocida.

La Commissione Europea non ha risposto alla domanda. Un portavoce ha semplicemente replicato che Horizon Europe, il programma di ricerca scientifica dell’UE, “non finanzia progetti di carattere militare.”

Sono in vigore vari meccanismi per impedire che i fondi dell’UE vengano utilizzati in modo improprio per attività che violino le leggi internazionali,” ha aggiunto il portavoce.

Indipendentemente da quali meccanismi possa mettere in atto, la burocrazia di Bruxelles ha chiaramente aiutato un’impresa guidata da Badi Eisenkot, uno degli strateghi di un genocidio.

L’Unione Europea continua a valutare la possibilità di avere relazioni più intense con Israele mentre quello Stato ha commesso un genocidio. Dalla lettura delle discussioni che si sono tenute lo scorso anno risultano lodi per le “eccellenti prestazioni” delle imprese e istituzioni israeliane in Horizon Europe, il programma di ricerca scientifica dell’UE.

Promesse non mantenute

Quelle discussioni sono avvenute durante un periodo in cui gli studenti di molti Paesi stavano ricorrendo ad azioni dirette contro il genocidio di Gaza.

L’università di Galway, in Irlanda, ha risposto alle proteste con la promessa di rivedere i suoi rapporti con controparti israeliane, ma nonostante l’impegno preso sta coordinando un nuovo progetto finanziato dall’UE su “integrazione della desalinizzazione dell’acqua di mare e la produzione di idrogeno verde.” Sarà guidato da un consorzio che include anche il Technion, il politecnico israeliano, che lavora con l’industria bellica israeliana sullo sviluppo di nuovi macchinari per attaccare i palestinesi. Come nota Maya Wind nel suo libro Torri d’avorio e d’acciaio [Ed. Alegre, 2024], il Technion è arrivato “fino al punto di offrire esplicitamente corsi sul commercio e l’esportazione di armi e sicurezza.”

I suoi stretti rapporti con la principale industria bellica israeliana, Elbit System, sono stati riconosciuti nel recente passato quando a Bezalel Machlis, amministratore delegato dell’impresa, è stato assegnato il titolo di “custode del Technion”.

Durante il genocidio a Gaza Israele ha utilizzato l’intelligenza artificiale (IA) per selezionare gli obiettivi degli attacchi in cui è stato ucciso un gran numero di civili.

Le informazioni su un’applicazione così sinistra della robotica non sembrano aver indotto grandi patemi d’animo a Bruxelles. L’UE ha destinato 1,5 milioni di dollari a un nuovo progetto di ricerca sull’IA guidato dal Technion.

Oltre a beneficiare dalla cooperazione per le ricerche Israele è stato a lungo attivo nella Enterprise Europe Network [Rete Europea d’Imprese], un piano di sostegno delle piccole e medie imprese.

La rete è essenzialmente un’agenzia matrimoniale per imprese: svolgendo il ruolo di Cupido, l’Unione Europea aiuta le imprese nella loro ricerca di partner commerciali.

Una ricerca nella banca dati della rete mostra che sta assistendo un’anonima impresa israeliana che offre “tecnologia di tipo militare per la sorveglianza.”

Secondo la rete l’azienda israeliana spera che i suoi prodotti possano essere istallati all’estero in progetti nel settore dell’energia e nelle prigioni.

Come documentato da Antony Loewenstein nel suo libro e film Laboratorio Palestina [Fazi editore, 2024], Israele è abile nel trovare opportunità di esportazione di armi e apparecchiature di spionaggio testate nel contesto di un’occupazione, che è illegale. Ma ciò non impedisce a Israele, con un aiuto tutt’altro che trascurabile dell’Unione Europea, di cercare di trasformarla in un’opportunità commerciale.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Secondo gli osservatori Israele, dopo aver ucciso i fratellini Bibas, sta usando la tragedia per sabotare il cessate il fuoco a Gaza

Redazione di MEMO

19 febbraio 2025 – Middle East Monitor

Secondo gli osservatori la morte dei fratellini Bibas, uccisi oltre un anno fa nel corso di un bombardamento israeliano contro Gaza, viene sfruttata nel tentativo di sabotare l’attuale accordo per un cessate il fuoco. Hamas ha programmato di restituire i loro corpi giovedì ma, mentre Israele e i suoi alleati impongono una falsa narrazione sulla loro morte, gli osservatori segnalano che si vuole utilizzare questa tragedia per giustificare la ripresa del genocidio israeliano a Gaza.

La maggioranza della Commissione per gli Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti USA ha scatenato polemiche affermando senza prove che: “Hamas ha giustiziato a sangue freddo una madre e i suoi due bambini,” contraddicendo i resoconti assodati secondo i quali Shiri Bibas, 32 anni, e i suoi figli, Kfir e Ariel, sono stati uccisi in un attacco aereo israeliano nel novembre 2023.

Yarden Bibas, liberato da Hamas questo mese, aveva in precedenza attribuito al governo di Benjamin Netanyahu la responsabilità delle loro morti. In una dichiarazione del novembre 2023 aveva affermato che il primo ministro israeliano aveva bombardato e ammazzato sua moglie e i suoi due bambini.
È stato anche riferito che, raccontando la morte della famiglia Bibas, la
CBS è stata costretta ad ammettere che erano stati uccisi nel corso di attacchi aerei israeliani, non da Hamas.

Vari osservatori hanno fatto notare che il governo israeliano era a conoscenza della loro morte da 15 mesi, ma ha scelto di mantenere un alone di incertezza, forse per usare la tragedia per violare l’accordo sul cessate il fuoco. Hamas afferma di aver offerto in precedenza di restituire i corpi: “La resistenza aveva offerto di restituire le tre salme, ma il governo di occupazione aveva rifiutato di riceverli e sta ancora manovrando e negoziando.”

La provocatoria dichiarazione della Commissione secondo cui “Israele ha tutti i diritti di finire il lavoro e cancellare questi terroristi dalla faccia della terra” ha sollevato preoccupazioni per i tentativi di sabotare l’accordo sul cessate il fuoco che si avvicina alla fine della prima fase.

Anche Eylon Levy, ex portavoce israeliano, ha sostenuto falsità sulla famiglia Bibas: “Hamas sta ancora trattenendo in ostaggio due BAMBINI. Da circa dieci mesi! Spero che siano ancora vivi,” ha detto sui social media.

La falsa affermazione è stata respinta dagli attivisti. “Nel novembre 2023 Hamas aveva annunciato che Shiri, Ariel e Kfir Bibas erano stati uccisi nel corso di un attacco israeliano. La notizia era stata ampiamente diffusa anche dai media israeliani. La maggioranza della Commissione per gli Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti USA ha delle prove a sostegno delle sue accuse?” ha detto Jeremy Scahill, un reporter di DropSiteNews.

Il giornalista di Gaza Muhammad Shehada ha fatto notare di aver messo in guardia per mesi sulla manipolazione della tragedia dei Bibas da parte di Israele. “Ho detto che sarebbe successo! L’ho detto un mese fa! Ho detto che il governo israeliano e i suoi alleati avrebbero usato la tragedia dei Bibas per far saltare l’accordo sul cessate il fuoco alla fine della prima fase. Il governo israeliano sa da 15 mesi che i Bibas sono morti e ha deliberatamente scelto di fingere che non sia così!”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)