Soldati israeliani hanno usato un ottantenne gazawi come scudo umano. Poi lo hanno ucciso

Illy Pe’ery 

16 febbraio 2025 – +972 Magazine

Alcuni soldati gli hanno messo una miccia esplosiva al collo e lo hanno obbligato a perlustrare edifici per otto ore. Quando è stato rilasciato un altro reparto lo ha ucciso.

Un ufficiale superiore della brigata Nahal dell’esercito israeliano ha legato una miccia esplosiva attorno al collo di un ottantenne palestinese e lo ha obbligato a fare da scudo umano, ordinandogli di perlustrare case abbandonate e minacciandolo di fargli saltare in aria la testa. Dopo averlo usato a questo scopo i soldati hanno ordinato all’uomo di scappare con sua moglie, ma dopo essere stati avvistati da un altro battaglione entrambi sono stati uccisi sul posto.

I soldati che hanno assistito alla scena hanno detto alla rivista israeliana d’inchiesta The Hottest Place in Hell [Il Posto Più Caldo dell’Inferno, pseudo-citazione dantesca riferita agli ingnavi, ndt.] che questo incidente è avvenuto a maggio nel quartiere di Zeitun, a Gaza City. Mentre perlustravano le case della zona alcuni soldati si sono imbattuti nella coppia di anziani nella loro abitazione, che hanno detto ai soldati arabofoni di non essere stati in grado di scappare nel sud di Gaza a causa delle loro difficoltà motorie; i figli erano già scappati e l’uomo aveva bisogno di un bastone per camminare.

“A quel punto il comandante ha deciso di utilizzarli come ‘zanzare’, ha spiegato un soldato in riferimento a una procedura rivelata di recente in base alla quale l’esercito obbliga civili palestinesi a servire come scudi umani in zone di conflitto per proteggere i soldati dall’essere colpiti o saltare in aria.

Alcuni soldati hanno tenuto la donna in casa mentre l’uomo, con il suo bastone, è stato fatto camminare davanti ai soldati del reparto. “É entrato in ogni casa prima di noi in modo che, se dentro ci fossero stati (ordigni esplosivi) o miliziani, sarebbe stato colpito lui al nostro posto,” ha spiegato un militare.

Secondo uno dei soldati, prima di iniziare la perlustrazione un ufficiale ha preso una miccia, utilizzata per collegare cariche esplosive, l’ha attaccata a un innesco esplosivo e l’ha girata attorno al collo dell’anziano “in modo che non potesse scappare, benché stesse camminando con un bastone. Gli è stato detto che se avesse fatto qualcosa di sbagliato o non avesse eseguito gli ordini il soldato dietro di lui avrebbe tirato il cavo e lui sarebbe stato decapitato.”

Dopo otto ore così i soldati hanno riportato a casa l’anziano e hanno ordinato a lui e a sua moglie di andarsene a piedi verso la “zona umanitaria” nel sud di Gaza. Secondo le testimonianze i soldati non hanno informato le forze di altre divisioni che si trovavano nei dintorni che una coppia di anziani stava per attraversare l’area. “Dopo 100 metri l’altro battaglione li ha visti e gli ha immediatamente sparato,” ha affermato un soldato. “Sono morti così, in strada.”

Come indicato anche da altre testimonianze raccolte da The Hottest Place in Hell, le regole d’ingaggio dell’esercito su quando aprire il fuoco a Gaza stabiliscono esplicitamente che chiunque si muova in una zona di combattimento dopo che sia passato il “tempo di evacuazione” definito è considerato un nemico combattente, anche quando si tratti di una coppia di anziani ottantenni. L’esercito israeliano lo nega, ma la procedura esiste.

Il mese scorso The Hottest Place in Hell ha evidenziato un altro caso di Procedura della Zanzara, sempre messa in atto dalla brigata Nahal. Secondo questo reportage, un palestinese che aveva ottenuto il permesso di rimanere in un edificio con i soldati è stato colpito a morte da un comandante che non era stato informato della sua presenza. In risposta all’articolo l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] ha affermato che l’incidente era stato indagato e che “la lezione era stata appresa”.[ vedi Zeitun, ndt]

In risposta a un’inchiesta di Haaretz dello scorso agosto che denunciava la Procedura della Zanzara, il portavoce dell’IDF ha affermato: “Le direttive e gli ordini dell’IDF vietano l’utilizzo di civili gazawi trovati nella zona per compiti militari che mettano deliberatamente in pericolo la loro vita. Gli ordini e le istruzioni dell’IDF a questo proposito sono stati chiariti alle truppe.” L’uso di civili come scudi umani è stato vietato anche dalla Corte Suprema israeliana durante la Seconda Intifada in seguito all’adozione da parte dell’esercito della tattica nota all’epoca come la “Procedura del Vicino”. Tuttavia alcuni soldati hanno testimoniato a The Hottest Place in Hell che, soprattutto dal 7 ottobre, “questa procedura è diventata di norma nell’esercito.”

“La Procedura della Zanzara è assolutamente istituzionalizzata ed è veramente una zona grigia all’interno dell’esercito,” ha affermato un soldato della brigata Nahal, spiegando che l’esercito tenta di nasconderla incolpando i soldati più giovani: “E’ un qualcosa che arriva come un ordine esplicito dal livello del comandante di battaglione in giù. Ma da qualche parte a livello del comando di brigata lo negano tassativamente. Quando iniziano i problemi attribuiscono la responsabilità a un livello di comando inferiore e dicono di non farlo.”

“Persino quando [le conclusioni] delle inchieste vengono pubblicate non c’è verso che l’IDF ammetta che si tratta di un ordine ufficiale,” ha spiegato un soldato. “Ma se chiedi a ogni soldato in prima linea che combatte a Gaza non ce n’è uno che ti dica che non succede. Non c’è alcun battaglione, almeno nell’esercito regolare, che possa onestamente dire di non aver usato questa pratica.”

L’uso di una miccia esplosiva come parte della Procedura della Zanzara non era ancora stato riportato. È possibile che sia avvenuto anche altrove, ma questo è stato un fatto estremo,” ha detto un soldato. Il portavoce dell’IDF ha risposto: “In seguito a un’indagine basata sull’informazione fornita da questa richiesta [di spiegazioni] sembra che il caso sia sconosciuto. Se si dovessero ricevere dettagli aggiuntivi si condurranno ulteriori accertamenti.”

Illy Pe’ery è una giornalista d’inchiesta e co-redattrice della rivista on line indipendente israeliana The Hottest Place in Hell.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele caccia con la forza gli studenti e chiude una scuola UNRWA a Gerusalemme Est occupata

  1. Redazione di MEMO

18 febbraio 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Wafa ha riferito che le autorità israeliane hanno cacciato con la forza studenti palestinesi e hanno chiuso una scuola gestita dall’UN Relief and Works Agency (UNRWA) [l’Agenzia ONU di Soccorso e Lavoro per i Profughi Palestinesi, ndt.] a Gerusalemme Est occupata.

Il governatorato di Gerusalemme ha riferito che le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione in una scuola elementare per bambini affiliata all’UNRWA nel quartiere di Wadi Al-Joz a Gerusalemme e hanno ordinato al personale di chiudere l’istituto dopo aver cacciato con la forza gli studenti.

L’azione segue un ordine del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di far rispettare il divieto all’UNRWA di operare nella città. Con le nuove restrizioni, le attività dell’UNRWA dentro le “aree sotto la sovranità israeliana” sono adesso proibite, inclusa l’operatività degli uffici di rappresentanza e l’erogazione di servizi. Anche agli israeliani è proibito avere contatti con l’agenzia. Gerusalemme Est è stata annessa dallo Stato di occupazione negli anni ’80, con un’iniziativa che non è stata riconosciuta dalla maggior parte delle Nazioni in quanto secondo il diritto internazionale l’annessione dei territori acquisiti con la forza delle armi è illegale.

A maggio 2024, la dirigenza dell’UNRWA è stata obbligata a chiudere le sedi sotto la pressione degli attacchi da parte dei coloni illegali che hanno raggiunto il punto in cui i suoi edifici sono stati incendiati due volte in una settimana. Il 10 ottobre dello scorso anno l’autorità israeliana che gestisce il territorio ha annunciato la confisca del terreno sul quale è collocata la sede dell’UNRWA nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est occupata e la trasformazione del sito in un avamposto illegale che comprende 1.440 unità abitative. Tutte le colonie israeliane e i coloni che ci vivono sono illegali per il diritto internazionale.

Il regime di occupazione ha anche colpito il centro di formazione di Kalandia e il 14 gennaio 2024 l’autorità israeliana per il territorio ha preso una decisione chiedendo all’UNRWA di liberarlo e di pagare una tassa di occupazione retroattiva di 17 milioni di shekels (circa 4,56 milioni di euro) con il pretesto di aver costruito e aver usato gli edifici senza permesso.

L’UNRWA fornisce servizi essenziali, inclusi aiuti umanitari, sanitari ed educativi, a più di 110.000 rifugiati palestinesi registrati nella sola Gerusalemme. Nella città occupata l’agenzia ONU gestisce due campi profughi, Shuafat e Kalandia.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il parlamento israeliano avanza una proposta di legge che condannerebbe a fino cinque anni di carcere gli israeliani che collaborino con la Corte Penale Internazionale

Noa Shpigeland e Chen Maanit

19 febbraio 2025 Haaretz

Il disegno di legge propone fino a cinque anni di carcere per chiunque “fornisca servizi o risorse alla CPI”. Un’esperta di diritto internazionale avverte che potrebbero finire in prigione anche i giornalisti che indagano su potenziali crimini delle forze militari israeliane

La Knesset (parlamento israeliano, ndt.) ha avanzato mercoledì una proposta di legge che vieta ai cittadini, alle autorità e agli enti pubblici israeliani di “cooperare con la Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aia”. La proposta di legge dispone una pena fino a cinque anni di carcere per chiunque “fornisca servizi alla CPI o offra risorse”, a meno che non dimostri di non essere a conoscenza del fatto che la sua azione si colleghi alle attività della Corte. La proposta, presentata dal parlamentare Amit Halevi del partito Likud del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, è stata approvata con 25 voti a favore e 11 contrari. Tamar Meggido, esperta di diritto internazionale, ha avvertito che “le definizioni in questa pericolosa proposta di legge sono così ampie che persino qualcuno che condivida sui social media una foto o il video di un soldato che documenta se stesso mentre commette quello che sembra essere un crimine di guerra potrebbe ritrovarsi in prigione”.

Se il disegno di legge venisse approvato, secondo Megiddo qualsiasi giornalista che pubblichi un’inchiesta che ipotizzi un crimine commesso dalle forze dell’IDF (esercito israeliano, ndt.) correrebbe il rischio di essere imprigionato.

Il disegno di legge proibisce inoltre alle autorità pubbliche e agli enti in Israele di collaborare con la CPI e impone restrizioni alle persone che agiscono per conto della Corte, vietando loro l’ingresso, la permanenza o il possesso di proprietà in Israele.

La motivazione del disegno di legge afferma che Israele non riconosce l’autorità della CPI e che le attività della Corte rappresentano una grave minaccia per Israele e per coloro che agiscono in suo nome.

Lo scorso novembre la CPI ha emesso mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, accusandoli di crimini di guerra e crimini contro l’umanità nell’offensiva israeliana a Gaza, seguita all’attacco di Hamas del 7 ottobre.

È stato emesso un mandato di arresto anche contro il defunto leader di Hamas Mohammed Diab Ibrahim Al-Masri (noto anche come Mohammed Deif). Ad agosto le autorità israeliane hanno confermato che Deif era stato ucciso in un attacco dell’IDF un mese prima.

La scorsa settimana gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni a Karim Khan, procuratore capo della Corte Penale Internazionale.

Secondo l’Ufficio per il Controllo dei Beni Esteri del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, i beni statunitensi di Khan sono stati congelati e potrebbe essergli interdetto l’ingresso negli Stati Uniti.

Le sanzioni seguono a un ordine esecutivo firmato dal Presidente Trump venerdì scorso, che ha autorizzato sanzioni economiche e di spostamento nei confronti di Khan nonché di coloro che lavorino alle indagini della Corte su cittadini statunitensi o alleati degli Stati Uniti tra cui Israele.

Ben Samuels ha contribuito a questo articolo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




FOTO: Israele devasta i campi profughi in Cisgiordania

Wahaj Bani Moufleh

12 febbraio 2025 – +972

Le forze israeliane hanno sfollato 40.000 palestinesi da quattro campi profughi nella più grande operazione militare in Cisgiordania dalla Seconda Intifada.

Il 21 gennaio, appena due giorni dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco a Gaza, Israele ha lanciato una nuova grande operazione militare nella Cisgiordania occupata. Concentrata dapprima sul campo profughi di Jenin, l’Operazione muro di ferro si è poi allargata ad altri tre campi nel nord della Cisgiordania: Tulkarem, Nur Shams e Al-Far’a.

Queste incursioni, sostenute dalle forze aeree, sono intese a reprimere la resistenza armata palestinese che negli ultimi anni si è rafforzata nei campi profughi. Ma l’esercito israeliano ha anche provocato gravissimi danni alle infrastrutture civili: ha divelto strade, raso al suolo interi isolati a uso abitativo e sfollato forzosamente dalle loro case 40.000 persone. Si tratta, sia per scala che per intensità, della più grande operazione militare israeliana in Cisgiordania dai tempi della Seconda Intifada, conclusasi vent’anni fa.

Soldati israeliani avanzano per le strade del campo profughi di Tulkarem, 6 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Israele dichiara di avere ucciso nelle ultime tre settimane più di 50 militanti palestinesi, ma il suo esercito ha ucciso anche diversi civili. Tra questi si contano anche una bambina di due anni, vicino a Jenin, due giovani donne di poco più di vent’anni nel campo di Nur Shams, una delle quali incinta di otto mesi, e un bambino di 10 anni a Tulkarem.

Saddam Hussein Iyad Rajab, il bambino di 10 anni, era arrivato il 28 gennaio dal villaggio di Kafr Al-Labad per fare visita ai parenti di Tulkarem quando un soldato israeliano gli ha sparato all’addome. “Saddam era in piedi di fronte alla casa mentre ci preparavamo alla preghiera”, ha raccontato suo padre Iyad a +972. “Nelle vicinanze non c’erano veicoli dell’esercito né cecchini o combattenti della resistenza. È uscito prima di me per andare a parlare a sua madre. Venti secondi dopo ho sentito le sue grida”.

Nel campo profughi di Nur Shams, Cisgiordania occupata, un operatore umanitario assiste una famiglia in fuga lungo una strada sterrata mentre i soldati israeliani osservano sullo sfondo, 10 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Poiché da due anni la sua mobilità è limitata a causa di un infortunio sul lavoro, Iyad ha faticato a raggiungere suo figlio in fretta. “Mi ci è voluto un po’ per metterlo al riparo e portarlo in ospedale”, ha detto. Una settimana e mezza dopo, Rajab soccombeva alle sue ferite.

“Dopo il mio infortunio lo consideravo l’uomo di casa”, ha raccontato Iyad. “Mi aiutava sempre in tutto, mi accompagnava all’ospedale e alla moschea. Possa Dio avere pietà di lui”.

Soldati israeliani lanciano una granata stordente verso un gruppo di donne e bambini su una strada tra il campo di Nur Shams e quello di Tulkarem, Cisgiordania occupata, 9 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Da quando il 27 gennaio Israele ha allargato l’assalto anche a Tulkarem, la stragrande maggioranza dei residenti è stata sfollata con la forza. Quelle famiglie adesso sono sparpagliate tra le case dei parenti, le scuole e varie strutture pubbliche, dove dipendono dall’aiuto delle autorità municipali e dei villaggi circostanti.

Ahmed Al-Dosh, che lavora per il Ministero dell’Istruzione a Tulkarem, ha una disabilità e si avvale di una sedia a rotelle per spostarsi. La distruzione delle infrastrutture del campo gli ha reso estremamente difficile lasciare la zona. “Quattro giovani mi hanno sollevato con la mia sedia a rotelle per aiutarmi ad andarmene” ha riferito a +972.

Ahmed Al-Dosh sulla sua sedia a rotelle al Centro culturale di Tulkarem, Cisgiordania occupata, 7 febbraio 2025. (Wahaj Bani Moufleh)

Oggi ha trovato rifugio con la sua famiglia presso il Centro Culturale di Tulkarem, insieme a una cinquantina di altri sfollati di ogni età. Lo spazio è organizzato in tre sezioni: una per le scorte di cibo, una per donne e bambini, una per gli uomini.

Mentre queste famiglie cercano di adeguarsi alla loro nuova realtà, i loro cuori rimangono nel campo, dove molte delle loro case sono ormai macerie e il loro futuro incerto. Al-Dosh è affranto per aver dovuto abbandonare i suoi uccelli e il suo gatto. “Sono sicuro che non li troverò vivi, ci penso a ogni pasto che consumo qui”, ha aggiunto.

Una strada principale distrutta dai bulldozer nel campo profughi di Jenin, Cisgiordania occupata, 10 febbraio 2025. (Ahmad Al-Bazz)

Più di 20.000 palestinesi sono stati sfollati dal solo campo di Jenin.

Nell’ultima settimana alcuni di loro hanno rischiato la vita per cercare di raggiungere le loro case e recuperare alcuni dei beni, come vestiti, cibo e documenti importanti che avevano lasciato mentre nel campo fervevano le attività dell’esercito israeliano. Se alcuni hanno avuto fortuna, altri sono stati arrestati dai soldati israeliani e i loro beni sono stati confiscati, mentre altri ancora si sono persino trovati sotto il fuoco delle armi.

Queste foto ci offrono una testimonianza, ancorché parziale, della distruzione in alcuni dei quartieri più esterni del campo assediato, ma i residenti riferiscono di devastazioni ancora più gravi più all’interno. Gli sfollamenti e i martirii si ripetono e l’occupazione continua a sradicare i palestinesi, lasciando dietro di sé ferite infinite.

Famiglie palestinesi fuggono dal campo profughi di Jenin dopo essere tornate a raccogliere gli effetti personali dalle loro case, Cisgiordania occupata, 10 febbraio 2025. (Ahmad Al-Bazz)

Wahaj Bani Moufleh è un fotografo originario della città palestinese di Beita, in Cisgiordania, ed è membro del collettivo Activestills. Per anni ha documentato le proteste contro la colonizzazione e l’occupazione israeliane nel suo villaggio. Il suo lavoro è stato pubblicato da diverse testate ed esposto in diversi paesi, tra cui una mostra personale al Museo WORM di Rotterdam, Olanda.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




“Umiliante e doloroso”: testimonianze dalle evacuazioni di massa nella Cisgiordania settentrionale  

Qassam Muaddi  

11 febbraio 2025 Mondoweiss

L’evacuazione forzosa di oltre 40.000 persone nella Cisgiordania settentrionale sta riproponendo scene viste a Gaza e alimenta il timore di una pulizia etnica. “La cosa più importante è restare a casa nostra”, dice a Mondoweiss una residente del campo profughi di al-Far’a

Israele ha esteso la sua offensiva nella Cisgiordania settentrionale dal campo profughi di Jenin ai campi profughi di Nur Shams a Tulkarem e di al-Far’a a Tubas. Denominato “Operazione Muro di Ferro”, secondo una dichiarazione dell’UNRWA di lunedì, l’attacco israeliano è in corso da tre settimane, ha ucciso almeno 25 palestinesi ferendone oltre 100 e costringendo 40.000 persone a lasciare le loro case. “Lo sfollamento forzato delle comunità palestinesi nella Cisgiordania settentrionale sta aumentando a un ritmo allarmante”, ha affermato l’UNRWA. “L’uso di attacchi aerei, bulldozer blindati, esplosioni controllate e armi avanzate da parte delle forze israeliane è diventato una cosa normale, una ricaduta della guerra a Gaza”.

La settimana scorsa le forze israeliane hanno fatto esplodere 20 edifici residenziali nel campo profughi di Jenin, una delle più grandi demolizioni in Cisgiordania degli ultimi anni. I residenti locali e le fonti dei media hanno paragonato l’effetto della distruzione alla strategia della “cintura di fuoco” impiegata a Gaza da Israele, che prevede il bombardamento concentrato e ripetuto di piccole aree che distrugge interi isolati residenziali. L’offensiva di Israele in Cisgiordania è in corso da metà gennaio, di fatto l’invasione militare più lunga e di più ampia portata dalla Seconda Intifada. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha affermato che l’offensiva si estenderà al resto della Cisgiordania con le invocazioni dei politici israeliani di estrema destra di trasferire la guerra da Gaza alla Cisgiordania prima di annetterla ufficialmente. Si prevede che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump farà presto un annuncio sulla possibilità che gli Stati Uniti sostengano una simile mossa.

“È stato umiliante e doloroso”

Come conseguenza i palestinesi della Cisgiordania hanno visto le loro vite paralizzate e sconvolte dalla repressione israeliana. Le chiusure e i blocchi stradali israeliani sono diventati una pratica quotidiana, rendendo gli spostamenti tra città e paesi carichi di incertezze per centinaia di migliaia di palestinesi. Questi fatti hanno trasformato la Cisgiordania in una zona di guerra, soprattutto nei campi profughi. “Prima di essere costretti a lasciare la nostra casa con mio marito e i miei figli abbiamo trascorso due giorni senza acqua, poiché le forze di occupazione hanno tagliato l’acqua all’intero campo”, ha detto a Mondoweiss Nehaya al-Jundi, residente del campo profughi di Nur Shams e direttrice del locale Centro di Riabilitazione per Disabili.

“I soldati dell’occupazione andavano di casa in casa e costringevano la gente ad andarsene, mentre io e la mia famiglia abbiamo aspettato due giorni che arrivasse il nostro turno”, ha continuato al-Jundi. “La mia vicina, Sundos Shalabi, incinta all’ottavo mese, ha deciso con suo marito di andarsene domenica per paura di dover partorire durante l’assedio del campo”. La straziante tragedia di Sundos Shalabi ha fatto notizia all’inizio di questa settimana. “Suo marito stava guidando sulla strada verso la città di Bal’a, appena fuori dal campo profughi, quando i soldati dell’occupazione hanno aperto il fuoco contro l’auto”, ha raccontato al-Jundi. “Lui è stato ferito e ha perso il controllo, quindi l’auto si è ribaltata e Sundos e il suo bambino non ancora nato sono rimasti entrambi uccisi. Suo marito è ancora in terapia intensiva nell’ospedale di Tulkarem”.

“Lunedì i soldati hanno demolito il muro esterno della mia casa, poi con gli altoparlanti hanno invitato tutti i residenti del quartiere ad andarsene”, ha continuato al-Jundi. “Ho preso un po’ di cose necessarie e qualche cambio di vestiti, poi abbiamo chiuso a chiave le porte di casa e ci siamo uniti agli altri residenti in strada, mentre i soldati dell’occupazione separavano gli uomini dalle donne”. “Ci hanno perquisito e interrogato, e ci hanno fatto andare dieci alla volta in una certa direzione”, ha ricordato. “Camminavamo per le strade piene di buche e distrutte in mezzo a pozze di acqua piovana. Alcuni inciampavano e cadevano, uomini e donne, bambini e anziani. Alcuni piangevano. È stato molto umiliante e doloroso”.

La cosa più importante è restare nella nostra casa”

Dopo aver bloccato per dieci giorni gli ingressi del campo profughi ad al-Far’a a Tubas l’esercito israeliano ha intensificato le sue operazioni. Martedì i residenti hanno riferito che le forze israeliane stavano iniziando a demolire negozi e case all’interno del campo.

Avevamo sperato che oggi l’occupazione si sarebbe ritirata dal campo, ma siamo rimasti senza parole nel vederli demolire e in alcuni casi far esplodere i negozi nelle strade interne, senza sosta dalla mattina”, ha detto martedì a Mondoweiss Lara Suboh, una residente di al-Far’a di circa venti anni.

Per dieci giorni non abbiamo avuto acqua, perché la prima cosa che hanno fatto le forze di occupazione è stata di far saltare le tubature dell’acqua e noi dipendiamo dalle cisterne di riserva idrica sui nostri tetti”, ha spiegato. “Alcune persone se ne sono andate subito perché hanno familiari malati o disabili, ma altre persone sono state costrette ad andarsene ieri. I soldati dell’occupazione hanno intimato loro di andarsene entro dieci minuti”.

“Nella nostra strada non l’hanno ancora fatto”, ha aggiunto. “Siamo in cinque in casa, con i miei due fratelli e entrambi i miei genitori. Stiamo sopravvivendo con il cibo che avevamo comprato prima che iniziasse l’assedio, sperando che l’offensiva finisse prima del nostro cibo e della nostra acqua. La cosa più importante per me è che restiamo nella nostra casa, anche se la distruggono e distruggono tutto il resto, possiamo ricostruirla più tardi. Ma non voglio che la mia famiglia e io veniamo sfollati”. In una dichiarazione di martedì il Comitato di Emergenza del campo profughi di al-Far’a ha detto che le forze israeliane hanno già sfollato 3.000 persone su una popolazione del campo di 9.000. A Tulkarem il Comitato di Emergenza del campo profughi di Nur Shams ha affermato che metà della popolazione del campo è stata sfollata e che le forze israeliane hanno distrutto completamente 200 case e “parzialmente” altre 120.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il giorno in cui Israele è andato a prendere i librai

Oren Ziv

11 febbraio 2025 – +972 Magazine

Con un libro palestinese da colorare come prova di “istigazione all’odio”, la polizia israeliana ha fatto irruzione nella libreria di Gerusalemme est Educational Bookshop, famosa in tutto il mondo, e ne ha arrestato i proprietari.

Se in qualunque momento durante lo scorso anno e mezzo potreste aver pensato che le autorità israeliane avevano già superato qualunque possibile limite nel restringere la libertà di espressione dei palestinesi, vi sareste sbagliati. Perché ieri la polizia israeliana ha fatto irruzione nei due locali di una libreria famosa nel mondo nella Gerusalemme est occupata, ha arrestato il proprietario e suo nipote e sequestrato una serie di libri, tra cui un album per l’infanzia da colorare.

Durante l’udienza che si è tenuta oggi presso la pretura di Gerusalemme la rappresentante della polizia, sergente maggiore Ortal Malka, ha affermato che sono stati identificati otto libri dell’ Educational Bookshop che rispondono ai criteri di “istigazione all’odio”, ma non ha specificato quali. Si è anche rifiutata di commentare il fatto che la maggior parte dei libri non è neppure scritta in arabo e che la clientela del negozio è principalmente internazionale.

Dato che un arresto per sospetta “istigazione all’odio” richiede l’approvazione preventiva dell’ufficio della procura generale, il proprietario del negozio, Mahmoud Muna, e suo nipote Ahmad Muna, che lavora insieme a lui, sono stati arrestati per sospetto “disturbo alla quiete pubblica”, una prassi comune in casi riguardanti la libertà d’espressione. In un comunicato la polizia ha tuttavia sostenuto che il negozio vende libri che includono “contenuti che istigano all’odio e sostengono il terrorismo,” e che il mandato di perquisizione utilizzato dalla polizia per fare irruzione nei due locali del negozio citava come presunto reato il fatto di “aver espresso solidarietà con un’organizzazione terroristica”.

Durante la notte i due sono stati rinchiusi nel Russian Compound, un centro per gli interrogatori e carcerario di Gerusalemme ovest, e portati lunedì pomeriggio davanti al giudice per un’udienza sulla proroga della loro detenzione. Fuori dall’aula del tribunale si sono riunite decine di attivisti e di diplomatici per protestare a favore dei detenuti, mentre familiari e amici hanno affollato la zona cercando di entrare. Il giudice ha stabilito di prorogare la loro detenzione fino a martedì mattina, dopodiché ha raccomandato il loro rilascio. [Aggiornamento: Mahmoud e Ahmad sono stati rilasciato martedì con 5 giorni di arresti domiciliari e gli è stato proibito di recarsi alla libreria per 20 giorni].

Quando il loro avvocato, Nasser Odeh, ha chiesto perché i Muna fossero stati accusati di disturbo della quiete pubblica Malka ha risposto: “La polizia israeliana crede che, soprattutto durante questo periodo, e in particolare a Gerusalemme, vendere libri che contengono quello che sospettiamo rappresenti un pericolo, tenendo conto dei soggetti.”

Riguardo al numero di libri sequestrati – Odeh ha notato che la polizia ha lasciato il negozio portando via varie casse – Malka ha replicato: “Trenta, forse quaranta, non so quanti alla fine considereremo come incitamento all’odio. Abbiamo sequestrato almeno ottanta libri che sospettiamo di istigazione, forse di più, ma non è sicuro che tutti vengano classificati come tali. Gli agenti hanno preso tutto quello che hanno ritenuto rispondesse ai criteri.”

Quando Odeh ha chiesto di sapere i titoli dei libri sequestrati e i nomi dei loro autori, Malka ha risposto: “Non posso rispondere. Ci confronteremo con i Muna sui libri quando riceverò l’autorizzazione… Ci vorrà tempo per esaminarli, ed è per questo che siamo qui a chiedere una proroga della detenzione (dei Muna) per vari giorni… Molti dei libri sono in arabo, altri in inglese, e qualcun altro in tedesco. Non posso esaminarli uno per uno.”

In base a un’immagine di alcuni dei libri confiscati che poi sono stati restituiti, i titoli includono lavori di Noam Chomsky, Ilan Pappé e Banksy, insieme a libri sul conflitto israelo-palestinese, su rivolte studentesche e arte. Secondo un comunicato della polizia reso pubblico dopo l’irruzione, tra quelli sequestrati c’è un libro per bambini da colorare intitolato Dal Fiume al Mare dell’illustratore sudafricano Nathi Ngubane.

Tra le righe

I due locali di Educational Bookshop si trovano uno di fronte all’altro su via Salah Al-Din, la principale strada commerciale di Gerusalemme est, adiacente alla Porta di Damasco nella Città Vecchia. Fondata nel 1984, l’istituzione ora è considerata una delle librerie più importanti del Medio Oriente, frequentata da giornalisti, ricercatori, diplomatici e turisti per la sua estesa collezione di libri su politica e storia di Israele/Palestina in inglese, arabo e altre lingue. Ospita regolarmente anche eventi pubblici come presentazioni di libri.

Oltre a gestire i negozi, Mahmoud Muna è co-curatore di un’antologia di storie di scrittori di Gaza intitolata Daybreak in Gaza: Stories of Palestinian Lives and Culture [Alba a Gaza: storie di vite e cultura palestinesi], stilata sullo sfondo del massacro israeliano contro Gaza per “preservare l’eredità del popolo di Gaza attraverso letteratura, musica, storie e memorie.”

I negozi sono famosi tra la clientela internazionale e si trovano nei pressi della pretura, ma sono praticamente sconosciuti in Israele. I funzionari del tribunale, gli agenti di polizia e le guardie sono rimasti sorpresi dall’interessamento da parte di mezzi di comunicazione e diplomatici, e lunedì pomeriggio, quando l’udienza è iniziata, le librerie erano aperte e decine di israeliani e stranieri di sinistra sono andati a comprare libri e manifestare solidarietà.

Murad Muna, fratello di Mahmoud e zio di Ahmad, ha descritto a +972 l’irruzione e l’arresto come gli è stato raccontato da un terzo fratello che ha assistito agli eventi: “Alle 15 la polizia israeliana è arrivata ai due locali della libreria cercando libri con la bandiera palestinese,” ha detto. Benché molti dei volumi che hanno confiscato fossero in inglese non sapevano lo leggere, così hanno usato il traduttore di Google per capire di cosa trattassero.”

Mai, moglie di Mahmoud, ha detto a +972 che la loro figlia di 11 anni era presente durante l’incursione della polizia: “Sfortunatamente Laila era in negozio. Ha visto tutto ed era veramente scioccata. Ma le abbiamo parlato e detto che suo padre è forte e non deve preoccuparsi. Non capisce perché hanno preso i libri né quello che cercavano.” Mai nota di aver avuto paura che un tale momento sarebbe arrivato: “Ho sempre detto a Mahmoud di temere che qualcosa del genere sarebbe successo, l’ho visto arrivare.”

Secondo Murad “si tratta di un problema politico. I libri che vendiamo si possono trovare in rete, li puoi comprare ovunque. Trattano del conflitto israelo-palestinese. Abbiamo molti libri scritti da professori e accademici israeliani. Non credo che ci sia una logica o una ragione per arrestarli.” Con le lacrime agli occhi aggiunge: “Non è facile per la famiglia. Speriamo che vengano liberati oggi.”

Per smentire l’accusa di istigazione all’odio da parte della procura, durante l’udienza Odeh ha cercato di spiegare al tribunale che i clienti dei negozi sono per lo più stranieri: diplomatici, giornalisti e turisti. Il rappresentante della polizia ha replicato: “Non so (chi siano i clienti), e ciò non ha importanza. La cosa importante è che c’è un pubblico e il tribunale dovrebbe capirlo.”

“Dal momento in cui ho saputo degli arresti,” ha proseguito Odeh, “mi sono ricordato di due attacchi drammatici. Nel 1258, quando i mongoli invasero Baghdad, entrarono nelle biblioteche, confiscarono e bruciarono libri e ne buttarono alcuni nel fiume nel tentativo di controllare il sapere dell’opinione pubblica, solo per vendetta. Il secondo caso fu in Germania nel 1933, quando la comunità ebraica venne perseguitata. Non sto facendo un confronto, (ma) scrittori e autori furono arrestati per evitare che la loro arte fosse una critica delle atrocità del regime.”

Lunedì in un comunicato il portavoce della polizia ha affermato: “E’ stata effettuata una perquisizione in due librerie di Gerusalemme est sospettate di vendere libri che contengono istigazioni. I sospetti che vendevano i libri sono stati arrestati da agenti di polizia. Come parte dell’inchiesta gli investigatori… si sono trovati davanti a numerosi libri che contengono vari materiali di natura nazionalista palestinese che istigano all’odio, compreso un libro da colorare per bambini intitolato Dal Fiume al Mare. I sospetti, sulla trentina, sono stati arrestati dagli agenti e trattenuti per essere interrogati.

Oggi i due saranno portati davanti al tribunale in quanto la polizia chiede di prorogare la loro detenzione per completare l’indagine. La polizia israeliana continuerà nei suoi sforzi per impedire l’istigazione all’odio e il sostegno al terrorismo utilizzando ogni risorsa disponibile, comprese potenzialità tecnologiche avanzate. Ciò include individuare e arrestare quanti sono coinvolti in reati intesi a minare la sicurezza di cittadini israeliani, ovunque essi siano.”

Oren Ziv è un fotogiornalista, inviato di Local Call [versione in ebraico di +972, ndt.] e membro fondatore del collettivo di fotografi Activestills.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il presidente palestinese blocca i pagamenti alle famiglie dei prigionieri e dei martiri

  1. Redazione di MEMO

11 febbraio 2025 – Middle East Monitor

Ieri il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha approvato un decreto presidenziale che revoca leggi e regolamenti relativi ai pagamenti delle indennità alle famiglie dei martiri e dei prigionieri nelle carceri dell’occupazione israeliana.

L’agenzia di notizie ufficiale palestinese WAFA ha riferito che Abbas ha emesso un decreto “che revoca gli articoli contenuti nelle leggi e nei regolamenti relativi al sistema di pagamento delle indennità alle famiglie dei prigionieri, dei martiri e dei feriti della Legge sui prigionieri e dei regolamenti emanati dal consiglio dei ministri e dalle Organizzazioni per la Liberazione della Palestina.”

Il decreto prevede anche che “il programma computerizzato di assistenza in denaro, il suo database e le sue dotazioni finanziarie locali e internazionali saranno trasferiti dal ministero dello Sviluppo Sociale alla Fondazione Nazionale Palestinese per lo Sviluppo Economico.”

Dal 2019 Israele ha ridotto parte delle tasse che raccoglie per conto della Autorità Nazionale Palestinese (ANP), dichiarando che questi fondi sarebbero stati usati per pagare le famiglie dei martiri e dei prigionieri che lo Stato di occupazione chiama terroristi. Nel 2023 Israele ha cominciato a ridurre i finanziamenti che l’ANP paga alla Striscia di Gaza, sprofondando l’ANP in una crisi finanziaria.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il sistema britannico per il controllo dell’esportazione di armi è inefficace, sostiene un ex-diplomatico

Patrick Wintour, Redattore diplomatico

9 Febbraio 2025 – The Guardian

L’ex-funzionario del Ministero degli Esteri afferma di avere osservato pratiche che ‘travalicano il limite della complicità in crimini di guerra’

  • Mark Smith: Ho assistito a illegalità e complicità in crimini di guerra. Ecco perché ho dato le dimissioni dal Ministero degli Esteri britannico

Il sistema britannico per il controllo dell’esportazione delle armi è inefficace, soggetto a manipolazioni politiche e ha permesso che si travalicasse il limite della complicità in crimini di guerra, ha dichiarato un ex-diplomatico del Regno Unito.

Mark Smith, che ha dato le dimissioni dal Ministero degli Esteri ad agosto, ha scritto in un articolo per The Guardian che ai funzionari veniva ordinato di manipolare le risultanze sull’uso improprio delle armi inglesi da parte degli alleati e, quando non vi si attenevano, i loro rapporti venivano modificati dai loro superiori in modo da lasciare intendere che il Regno Unito rispettasse la legge.

Nel fare appello ai funzionari in servizio presso il Ministero degli Esteri affinché mettano fine alla loro collaborazione con un sistema corrotto, Mark Smith ha scritto: “Ciò cui ho assistito non è soltanto immorale, ma travalica il limite della complicità in crimini di guerra”.

“L’opinione pubblica ha il diritto di sapere come queste decisioni vengano prese a porte chiuse e come le disfunzioni del sistema permettano al governo di perseverare nell’illecito e al contempo sottrarsi al pubblico scrutinio”.

Ha anche scritto che i suoi tentativi di sollevare questi problemi sono stati bloccati e che gli è stato ordinato di non metterli per iscritto, nel caso essi diventassero oggetto di una richiesta di accesso alle informazioni [Il Freedom of Information Act (FOIA), diffuso in oltre 100 paesi al mondo, è la normativa che garantisce a chiunque il diritto di accesso alle informazioni detenute dalle pubbliche amministrazioni, ndt.].

Smith ha prestato servizio come consulente alla vendita di armi specializzato in Medio Oriente e in seguito ha ricoperto la carica di secondo segretario presso l’ambasciata del Regno Unito a Dublino.

“Il modo in cui il Ministero degli Esteri ha gestito tali questioni è un vero e proprio scandalo. I funzionari sono costretti al silenzio. Le procedure sono manipolate in modo da ottenere esiti politicamente convenienti. Chi denuncia è ostacolato, isolato e ignorato”, ha scritto.

Nonostante la maggior parte delle sue critiche siano rivolte al precedente governo conservatore per le vendite di armi all’Arabia Saudita, che le ha impiegate in Yemen, e a Israele, Smith non assolve neanche il Labour. Ha accolto favorevolmente il bando all’esportazione di armi verso Israele a settembre, ma ritiene che da allora il governo sia rimasto a guardare mentre Israele continuava a commettere crimini di guerra.

Lo scorso settembre il Regno Unito ha proibito la vendita di armi da usare a Gaza, ma ha esentato tutte le componenti per il programma relativo ai jet F-35, un’eccezione che ora è oggetto di scrutinio da parte dell’autorità giudiziaria. Le leggi del Regno Unito affermano che il governo non rilascerà licenze di esportazione “se c’è un chiaro rischio che i prodotti possano essere utilizzati per commettere o facilitare una grave violazione del diritto umanitario internazionale”. Il Ministero degli Esteri continua a sostenere che non ha potuto accertare se il bombardamento di Gaza da parte di Israele abbia violato il diritto internazionale.

La più grave tra le accuse di Smith è probabilmente quella secondo la quale i funzionari avrebbero chiesto di attenuare le prove che le armi provenienti dal Regno Unito sono state usate per commettere crimini di guerra, cosa che costituirebbe una chiara manipolazione di quello che dovrebbe essere un processo oggettivo di raccolta di prove.

Scrive Smith: “L’esempio più scandaloso di questa manipolazione si è verificato mentre mi occupavo di vendite di armi all’Arabia Saudita durante la sua campagna militare in Yemen. Il governo britannico era pienamente consapevole che gli attacchi aerei sauditi stavano provocando enormi perdite tra i civili.

“Durante una riunione di alto livello con importanti funzionari, inclusi consulenti legali e Avvocati della Regina, è stato riconosciuto che il Regno Unito ha oltrepassato la soglia legale oltre la quale le vendite di armi devono essere interrotte. Eppure invece di consigliare ai ministri di sospendere le esportazioni, l’attenzione si è spostata su come ‘tornare dalla parte giusta’ della legge.

“Piuttosto che combattere l’illecito, i funzionari hanno fatto ricorso a tattiche di differimento, come posticipare le scadenze per la presentazione di relazioni e richiedere informazioni aggiuntive e inutili. Questo approccio ‘in attesa di prove ulteriori’ ha fornito una scappatoia, permettendo che le vendite di armi continuassero mentre il governo fingeva di rispettare la legge.

“Ho espresso ripetutamente le mie preoccupazioni ma sono state respinte. Uno dei miei colleghi, altrettanto turbato da ciò cui avevamo assistito, ha dato le dimissioni per questo motivo. Ho presto seguito il suo esempio”.

Smith scrive che l’approvazione delle vendite di armi dal Regno Unito a Israele tra ottobre 2023 e settembre 2024 è stata ancora più scioccante: “I ripetuti bombardamenti di Gaza da parte di Israele hanno ucciso migliaia di civili e distrutto infrastrutture vitali, azioni platealmente incompatibili con il diritto internazionale. Eppure il governo del Regno Unito ha continuato a giustificare le vendite di armi a Israele grazie agli stessi vizi procedurali e alle stesse tattiche elusive”.

Ha detto che dall’ambasciata britannica in Irlanda, un paese che sostiene con forza uno Stato palestinese, ha chiesto chiarimenti alla sede centrale del Ministero degli Esteri in merito ai presupposti giuridici per la vendita di armi a Israele, ma le sue richieste sono state “accolte con ostilità e ostruzionismo”.

“Le mie email non hanno avuto risposta. Mi è stato intimato di non mettere per iscritto le mie preoccupazioni. Avvocati e funzionari più alti in grado mi hanno bombardato di stizzite raccomandazioni di ‘stare al mio posto’ e cancellare la corrispondenza. Chiaramente nessuno voleva affrontare la questione fondamentale: come può essere ancora legale continuare a vendere armi a Israele?

“Ho seguito ogni possibile procedura interna per sollevare il problema. Mi sono rivolto all’ufficio per la segnalazione delle violazioni, ho scritto ai miei superiori, ho persino tentato di contattare direttamente il Ministro degli Esteri. A ogni passo mi sono scontrato con ritardi, ostruzionismi ed espliciti rifiuti. È chiaro che il sistema non è progettato per assumersi le sue responsabilità, al contrario, è progettato per difendersi a ogni costo”.

La testimonianza di Smith potrebbe risultare determinante nell’azione legale che diverse organizzazioni per i diritti umani stanno organizzando in merito alla continua vendita di componenti per gli F35 venduti a Israele e che possono essere usati a Gaza.

Secondo un portavoce del Ministero degli Esteri: “Queste accuse dipingono un ritratto distorto di questo governo. I nostri controlli sulle licenze di esportazione sono tra i più severi al mondo e sono rigorosamente guidati da pareri legali. Appena insediato, il Ministro degli Esteri ha ordinato un riesame dell’ottemperanza di Israele al diritto umanitario internazionale e il 2 settembre abbiamo sospeso le licenze di esportazione verso Israele per l’uso in operazioni militari nel conflitto di Gaza”.

Il Ministero degli Esteri ha dichiarato di non poter commentare i singoli casi, ma di avere una procedura consolidata per la gestione dei problemi interni.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




L’amministrazione comunale di Gaza avverte del rischio di esondazione di un bacino per le acque reflue

Redazione di MEMO

5 febbraio 2025 – Middle East Monitor

Il Palestinian Information Centre [Centro palestinese per l’informazione, Ndt.] riferisce che l’amministrazione comunale di Gaza ha avvertito della situazione catastrofica del bacino di raccolta delle acque piovane che segnala un inasprimento della crisi ambientale, sanitaria e umanitaria nell’area.

In una dichiarazione rilasciata ieri la municipalità ha indicato che i livelli delle acque nell’invaso hanno raggiunto una soglia pericolosa, con l’afflusso di acque reflue in coincidenza con il ritorno in città delle persone sfollate e con le previsioni di maggiori precipitazioni che minacciano di causare un’esondazione delle acque dal bacino nelle aree circostanti.

Nella dichiarazione si osserva che l’invaso è in condizioni critiche per la quantità di acque reflue che l’hanno portato a livelli critici, tali da minacciare di allagare i quartieri e le aree circostanti, oltre che ad impattare negativamente sulle falde acquifere, inquinare l’ambiente e diffondere malattie.

L’amministrazione comunale ha spiegato che l’assedio continuato a Gaza da parte di Israele e il suo divieto di ingresso dei tubi necessari per mantenere il drenaggio del bacino sta impedendo lo scarico delle acque in eccesso e la deviazione delle acque reflue, esacerbando così il problema.

È stato anche evidenziato che i ripetuti bombardamenti israeliani hanno distrutto le stazioni di trattamento delle acque reflue e i generatori elettrici nell’invaso, danneggiando il sistema di pompaggio, con una significativa perdita di quattro pompe su sei.

La municipalità di Gaza ha fatto appello alla comunità internazionale e a importanti organizzazioni per un intervento urgente per salvare la situazione del bacino di Sheikh Radwan. Ha chiesto di agevolare l’ingresso dei tubi, la fornitura di supporto tecnico e finanziario per riparare l’infrastruttura danneggiata e le attrezzature necessarie per rendere operativa e salvaguardare l’invaso e lavorare per fornire una fonte di elettricità sostenibile per mettere in azione le pompe d’acqua così che le squadre municipali possano portare avanti una manutenzione completa del sistema di pompaggio dell’invaso.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Dopo l’incontro con Netanyahu alla Casa Bianca Trump ribadisce il suo sostegno al piano per rimuovere da Gaza i palestinesi

Michael Arria  

4 febbraio 2025 – Mondoweiss

Martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è stato il primo leader straniero a incontrare alla Casa Bianca Donald Trump nel suo secondo mandato. Durante l’incontro Trump ha ribadito le precedenti proposte di rimuovere i palestinesi da Gaza. 

Martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è stato il primo leader straniero a incontrare Donald Trump alla Casa Bianca durante il suo secondo mandato. L’incontro si è svolto mentre sono ancora in corso i negoziati per il cessate il fuoco fra il governo israeliano e Hamas.

Parlando con i giornalisti dopo la riunione Trump ha fatto lo scioccante annuncio che gli Stati Uniti avrebbero cercato di impadronirsi di Gaza. 

Gli Stati Uniti prenderanno il controllo della Striscia di Gaza e faranno qualcosa anche lì,” ha detto. “Ne saremo proprietari e responsabili della bonifica di tutte le pericolose bombe inesplose e di altre armi presenti sul territorio. Livelleremo il sito e ci sbarazzeremo di tutti gli edifici distrutti. Spianeremo tutto.”

Daremo vita a uno sviluppo economico che creerà un numero illimitato di posti di lavoro e di alloggi per la gente dell’area,” ha continuato. “Faremo un lavoro serio, qualcosa di diverso.”

 Netanyahu è arrivato a Washington lunedì quando scadeva la data per iniziare i colloqui per la fase successiva del cessate il fuoco. L’ufficio del primo ministro non ha chiarito quando la sua squadra si metterà in contatto con Hamas, ma ha detto che “la seconda fase dell’accordo sugli ostaggi sarebbe iniziata” con l’incontro con Trump.

Appena un giorno prima della riunione, riferendosi al cessate il fuoco, Trump ha detto ai reporter: “Non ho garanzie che la pace duri.” Steve Witkoff, il suo inviato speciale in Medio Oriente, ha aggiunto che l’amministrazione è “certamente fiduciosa” riguardo all’accordo.

A una conferenza stampa dopo l’incontro Trump ha detto ai giornalisti che “tutti chiedono una sola cosa, e voi sapete cosa: la pace.”

Abbiamo a che fare con un gruppo di persone, situazioni e persone, molto complesso, ma abbiamo l’uomo giusto,” ha aggiunto. “Abbiamo il leader di Israele giusto. Ha fatto un ottimo lavoro e noi siamo amici da lungo tempo.”

Prima della sua visita alla Casa Bianca Netanyahu aveva annunciato che avrebbe discusso con Trump della “vittoria su Hamas” da parte di Israele, nonostante il fatto che al momento Hamas controlli ancora Gaza e ha detto che non rilascerà altri ostaggi fino a quando le forze di Israele non si ritireranno dalla regione.

Un funzionario dell’entourage di Trump ha detto alla CNN che il presidente era “estremamente concentrato” sulla cacciata di Hamas dal potere.

Il presidente Trump guarda la Striscia di Gaza e ci vede un cantiere,” ha detto il funzionario. “Pensa che sia impraticabile ricostruire la regione entro 3-5 anni e crede ce ne vorranno almeno 10-15 per riportarla a condizioni vivibili. È inumano costringere la gente a vivere su un territorio pieno di ordigni inesplosi e macerie.”

Dopo l’incontro, interrogato sul suo impegno a portare a casa altri ostaggi israeliani, Netanyahu ha risposto: “Sono a favore del ritorno di tutti gli ostaggi e al raggiungimento di tutti i nostri obiettivi di guerra. E ciò include distruggere le capacità militari e amministrative di Hamas e garantire che Gaza non costituisca mai più una minaccia per Israele.”

Trump conferma l’ipotesi di pulizia etnica dei palestinesi a Gaza

Mentre i colloqui per un cessate rimangono delicati, negli ultimi giorni Trump ha adottato alcune politiche a favore di Israele. Il Wall Street Journal ha rivelato che la sua amministrazione chiederà al Congresso armi per Israele per un miliardo di dollari. Il presidente ha anche firmato ordini esecutivi per ritirare gli USA dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC) e dall’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione (UNRWA).

Trump ha anche ripetutamente fatto riferimento all’idea di pulizia etnica a Gaza che ha rispolverato martedì nel corso dei suoi commenti con i media. “In questo momento Gaza è un cantiere in demolizione… adesso non si può vivere a Gaza. Penso che abbiamo bisogno di un’altra sistemazione,” ha detto Trump. “Confido che possiamo fare qualcosa di veramente carino, veramente buono, dove loro non vorranno ritornare. Perché vorrebbero ritornarci? Il posto è stato un inferno.”

Si è sentito un giornalista urlare, “Perché è la loro casa!”

Prem Thakker, giornalista di Zeteo News, ha condiviso su Twitter il video della scena. 

Una di quelle sequenze durante le quali ti chiedi se non stai avendo le allucinazioni,” ha scritto Thakker. “Donald Trump dice che ai palestinesi non dovrebbe essere permesso di ritornare a Gaza: ‘Perché vorrebbero ritornarci? Quel posto è stato l’inferno’, accanto all’uomo tutto sorrisi che l’ha reso un inferno.”

In primo piano lo scontro con l’Iran

Prima dell’incontro Netanyahu ha anche annunciato che avrebbe parlato con Trump su come affrontare l’Iran, che è stato da lungo tempo al centro [delle preoccupazioni] del governo israeliano. 

Negli ultimi giorni i parlamentari da ambo le parti hanno spinto apertamente per una tale azione.

La scorsa settimana i membri del Congresso hanno presentato una risoluzione chiedendo che gli Stati Uniti e i suoi alleati tengano “tutte le opzioni” sul tavolo per contenere “la credibile minaccia” del programma nucleare iraniano. La proposta è stata guidata al Senato dai senatori Lindsey Graham (Repubblicano-Carolina del Sud), John Fetterman (Democratico-Pennsylvania) e Katie Britt (Repubblicana-Alabama) e alla Camera dei Rappresentanti da Jared Moskowitz (Democratico-Florida) e Mike Lawler (Repubblicano-New York). 

Gli israeliani dovranno prendere una decisione relativamente presto su cosa fare riguardo al programma nucleare iraniano,” ha detto Graham a Fox News Sunday.

Sono qui a dire a voi e al pubblico in tutto il mondo che penso che l’America dovrebbe sostenere lo sforzo di Israele se decidesse di distruggere il programma nucleare iraniano perché penso sia una minaccia per l’umanità,” ha continuato. “Israele è forte. L’Iran è debole. Hezbollah, Hamas sono stati decimati. Non sono finiti ma sono stati indeboliti. Esiste l’opportunità di colpire in un modo che non ho visto da decenni il programma nucleare iraniano.”

Il mese scorso In un’intervista a Mondoweiss Sina Toossi, ricercatore esperto del Center for International Policy, ha espresso scetticismo a proposito di un Iran indebolito.

Penso che sia un grosso fraintendimento della situazione attuale. L’Iran ha colpito Israele due volte nel corso di quest’ultimo anno con attacchi missilistici,” ha detto Toossi. “C’è il caos della guerra e un notevole dibattito su quanto sia efficace. Israele conosce la situazione ma non condivide con nessuno le sue informazioni. Sappiamo che quegli attacchi missilistici ad aprile e ottobre hanno aggirato la difesa aerea multistrato e molto sofisticata di Israele. Hanno colpito bersagli nonostante Iron Dome. Anche se diciamo che non hanno colpito esattamente quello che stavano cercando di colpire, hanno raggiunto il Paese.”

L’arrivo di Netanyahu a Washington ha incontrato proteste e richieste che venisse arrestato poiché esiste un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale (CPI) contro di lui per crimini di guerra. Il Centro per i Diritti Costituzionali (CCR) ha mandato una richiesta alla Sezione della Procura speciale e dei Diritti Umani del Dipartimento di Giustizia (DOJ) a nome dei palestinesi con cittadinanza statunitense chiedendo al DOJ di procedere con un’indagine e un’azione penale contro il primo ministro.

Invece di adempiere ai suoi obblighi di indagare e processare Benjamin Netanyahu per genocidio, tortura e crimini di guerra, gli Stati Uniti accolgono a braccia aperte l’uomo responsabile della campagna genocida di 15 mesi contro i palestinesi di Gaza e promettono persino altri armamenti,” ha dichiarato Katherine Gallagher, procuratrice senior della CRR e Rappresentante Legale delle vittime nella situazione dello Stato di Palestina della CPI. 

La Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto per Netanyahu per il suo ruolo nel massacro di massa, per la carestia, la negazione dell’accesso a cibo, acqua e medicinali e persecuzione dei palestinesi di Gaza,” ha continuato. “Gli USA dovrebbero muoversi nella direzione di incriminare Netanyahu adesso o consegnarlo alla CPI e non sostenerlo ulteriormente rafforzando il suo senso di impunità.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)