Percosse brutali, malattie, fame: i miei amici palestinesi in Cisgiordania che hanno scontato la pena nelle prigioni israeliane dalla fine del 2023 sono tornati con racconti spaventosi di quella che può essere definita solo tortura sistematica

Jonathan Pollak

19 gennaio 2025 – Haaretz

Quando sono tornato in Cisgiordania l’anno scorso, dopo un lungo periodo di prigionia e arresti domiciliari in seguito al mio arresto durante una manifestazione nel villaggio di Beita, la Cisgiordania era molto diversa da come l’avevo conosciuta in precedenza. Uccisioni di civili, attacchi da parte di coloni che operavano di concerto con l’esercito, arresti su larga scala. Paura e terrore a ogni angolo. E silenzio, un silenzio inquietante e cupo.

Ancora prima della mia liberazione, avevo iniziato a rendermi conto che qualcosa di fondamentale era cambiato. Pochi giorni dopo il 7 ottobre 2023 Ibrahim al-Wadi, un mio amico del villaggio di Qusra, è stato assassinato dai coloni insieme a suo figlio Ahmed. Sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco mentre partecipavano al funerale di altri quattro palestinesi, uccisi il giorno prima: tre da coloni che avevano fatto irruzione nel villaggio, il quarto da soldati che li accompagnavano.

Ho presto capito che stava accadendo qualcosa di orribile nelle prigioni dove sono rinchiusi i detenuti politici palestinesi. Nell’ultimo anno, mentre io riconquistavo la mia libertà, innumerevoli palestinesi, tra cui molti miei amici e conoscenti, sono stati arrestati da Israele. Quando alcuni di loro hanno iniziato a essere rilasciati e a tornare nel mondo esterno hanno raccontato storie che dipingevano un quadro raccapricciante di torture sistematiche.

I pestaggi brutali sono un tema ricorrente in ogni storia. Avvengono durante l’appello, durante le perquisizioni delle celle, ogni volta che i detenuti vengono trasferiti da un luogo all’altro. Nell’ultimo anno le udienze in tribunale si sono svolte per lo più in videoconferenza con le prigioni, senza che gli imputati fossero fisicamente portati in aula. Ma la situazione è così grave che alcuni prigionieri hanno chiesto ai loro avvocati che le udienze venissero svolte in loro assenza perché persino il tragitto dalla cella alla stanza dove è installata la telecamera è una Via Crucis di abusi fisici e umiliazioni.

Nessuna delle storie che seguono rivela qualcosa di sconosciuto. Ogni dettaglio, fino al più minuto, riempie già volumi e volumi nei rapporti delle organizzazioni per i diritti umani. Ma ciò che ho da raccontare non sono testimonianze contenute in un rapporto, bensì il frutto di conversazioni intime e spontanee con persone che conosco e che sono sopravvissute all’inferno. Nessuno di loro è più la persona che era prima. Quello che ho sentito dai miei amici è il destino di molte migliaia di altri, ed è raccontato con modifica dei nomi e omissione dei dati personali per paura di rappresaglie, un timore che è emerso in ogni conversazione.

Pestaggi e sangue

Sono andato a trovare Malek qualche giorno dopo il suo rilascio. Un cancello giallo e una torre di guardia bloccavano la strada che in passato conduceva dall’autostrada al villaggio. La maggior parte delle altre strade di accesso, attraverso i villaggi vicini, è bloccata in modo simile. È rimasta aperta solo una strada tortuosa, che passa vicino alla chiesa bizantina che Israele ha fatto saltare in aria nel 2002. Per anni questo villaggio è stato come una seconda casa per me, e questa è stata la prima volta che ci sono tornato dopo la mia liberazione.

Malek è rimasto in custodia per 18 giorni. È stato interrogato tre volte e ogni volta le domande riguardavano questioni del tutto banali. Già allora era certo che sarebbe stato posto in detenzione amministrativa – senza accuse né processo, senza prove, sotto un manto di sospetti misteriosi sconosciuti persino a lui e al suo avvocato – una misura che può essere prorogata indefinitamente. Dopotutto questo è il destino della maggior parte dei palestinesi arrestati in questi giorni.

Dopo il suo primo interrogatorio è stato incarcerato nel famigerato Russian Compound, nel centro di Gerusalemme. Durante il giorno le guardie toglievano i materassi e le coperte dalle celle per riportarli solo la sera, umidi e a volte completamente fradici. Malek paragona le fredde notti dell’inverno di Gerusalemme a frecce che gli trafiggevano la carne fino alle ossa degli arti. Ha descritto il modo in cui veniva picchiato, come gli altri detenuti, ad ogni occasione. Ogni appello, ogni perquisizione, ogni spostamento da un luogo all’altro, ogni occasione era un’opportunità per pestaggi e umiliazioni.

“Una volta, durante l’appello mattutino”, mi ha raccontato, “eravamo tutti in ginocchio con la faccia rivolta verso i letti. Una delle guardie mi ha afferrato da dietro, mi ha ammanettato mani e gambe e mi ha sbraitato in ebraico: ‘Vieni a fare un giro’. Mi ha preso per le manette da dietro la schiena e mi ha condotto, piegato, attraverso il passaggio accanto alle celle. Per uscire dalla sezione c’è una piccola stanza che devi attraversare, tra due porte, ciascuna delle quali ha una finestrella.”

So esattamente di quale stanza sta parlando: ci sono passato anch’io decine di volte. È un passaggio di sicurezza in cui si può aprire solo una porta alla volta.

“Così siamo arrivati,” ha continuato Malek, “e mi hanno messo contro la porta, con la faccia rivolta alla finestrella. Ho guardato dentro e ho visto che il pavimento era completamente ricoperto di sangue rappreso. Ho sentito la paura attraversare il mio corpo come elettricità. Sapevo esattamente cosa stava per succedere. Quando hanno aperto la porta, uno è entrato e si è messo accanto alla finestrella più lontana, l’ha bloccata e l’altro mi ha gettato dentro sul pavimento.

“Mi hanno preso a calci. Ho cercato di proteggere la testa, ma ero ammanettato, quindi non avevo davvero modo di farlo. I colpi erano brutali. Ho davvero pensato che mi avrebbero ucciso. Non so quanto è durato. A un certo punto mi sono ricordato che la sera prima qualcuno mi aveva detto: “Quando ti colpiscono, urla a squarciagola. Cosa te ne frega? Non può andare peggio, e forse qualcuno sentirà e verrà ad aiutarti”. Così ho iniziato a urlare davvero e in effetti qualcuno è arrivato. Non capisco l’ebraico, ma c’è stato uno scambio di battute tra i due. Poi se ne sono andati e lui mi ha portato fuori da lì. Sanguinavo dalla bocca e dal naso.”

Anche Khaled, uno dei miei amici più cari, ha subito violenze da parte delle guardie. Quando è uscito di prigione dopo otto mesi di detenzione amministrativa suo figlio non lo ha riconosciuto da lontano. Il tragitto tra la prigione di Ofer e il checkpoint di Beitunia, dove è stato prelevato, una distanza di poche centinaia di metri, l’ha percorso correndo. In seguito ha raccontato che non gli era stato detto che la sua detenzione amministrativa era terminata e aveva paura che il suo rilascio fosse stato un errore e che sarebbe stato immediatamente arrestato di nuovo. Anche questo era già successo a qualcuno che condivideva la cella con lui.

Nella foto che suo figlio mi ha inviato pochi minuti dopo essersi incontrati Khaled sembrava l’ombra di una persona. Segni di violenza segnavano tutto il suo corpo: le spalle, le braccia, la schiena, il viso, le gambe. Quando sono andato a trovarlo quella sera si è alzato per abbracciarmi ma quando l’ho stretto al petto ha emesso un gemito di dolore. Pochi giorni dopo gli esami hanno mostrato un edema attorno alla spina dorsale e una frattura delle costole consolidata.

Ho ascoltato altre testimonianze da parte di Nazar, che era in detenzione amministrativa già prima del 7 ottobre e da allora era passato attraverso diverse prigioni, tra cui la struttura di Megiddo. Una sera le guardie sono entrate nella cella adiacente e Nazar ha sentito dei colpi e delle grida di dolore. Dopo un po’ le guardie hanno preso un detenuto da quella cella e lo hanno gettato in una cella di isolamento. Per tutta la notte, e anche il giorno seguente, si è lamentato per il continuo dolore urlando “la mia pancia” e chiedendo aiuto. Nessuno è venuto in suo soccorso. Ha continuato la sera successiva. Verso la mattina i lamenti sono cessati.

Il giorno dopo, con l’arrivo di un medico per il giro di controllo nell’ala, hanno capito dal trambusto e dalle urla delle guardie che il detenuto era morto. Nazar non ha ancora idea di chi fosse. Dopo il rilascio è venuto a sapere che durante il periodo della sua prigionia nel carcere di Megiddo quel detenuto non era stato il solo a perdervi la vita.

Tawfiq, liberato quest’inverno dalla prigione di Gilboa, mi ha raccontato che durante un’ispezione dell’ala da parte degli ufficiali della prigione un detenuto si è lamentato del fatto che ai prigionieri non era permesso uscire nel cortile, al che uno degli ufficiali ha risposto: “Volete passare del tempo in cortile? Ringraziate di non trovarvi nei tunnel di Hamas a Gaza”.

Dopo di che per le due settimane successive i detenuti sono stati portati nel cortile e costretti a sdraiarsi sul terreno freddo per due ore, anche quando pioveva. Mentre giacevano lì, le guardie andavano in giro con i cani. A volte i cani passavano tra i detenuti, altre volte camminavano sopra di loro, calpestandoli.

Secondo Tawfiq ogni incontro di un detenuto con il suo avvocato esigeva un prezzo. “Sapevo ogni volta che la via del ritorno, tra la sala visite e l’ala, avrebbe comportato l’aggiunta di almeno tre lividi. Ma non mi sono mai rifiutato di andarci. Eri in una prigione a cinque stelle”, mi ha detto. “Non hai idea di cosa significhi essere in 12 in una cella già strapiena quando ce n’erano solo sei. Non mi importava minimamente cosa mi avrebbero fatto. Solo vedere qualcun altro che avrebbe parlato con te come con un essere umano, vedere magari qualcuno nel corridoio lungo il percorso, questo mi appagava di tutto”.

Munther Amira, l’unica persona ad apparire qui con il suo vero nome, è stato rilasciato inaspettatamente prima della fine programmata della sua detenzione amministrativa. A tutt’oggi nessuno sa perché. Contrariamente a molti altri che erano stati ammoniti di non parlare di ciò che avevano subito in prigione e che ancora temono ritorsioni, non appena è stato rilasciato Amira si è presentato davanti a una telecamera e ha parlato apertamente del disastro nelle prigioni, definendole “cimiteri per i vivi”.

Mi ha raccontato che una notte un’unità di primo soccorso con due cani ha fatto irruzione nella loro cella nella prigione di Ofer. Hanno costretto i detenuti a spogliarsi fino alle mutande e di sdraiarsi sul pavimento, quindi hanno ordinato ai cani di annusare il corpo e il viso dei detenuti. Dopodiché hanno ordinato ai prigionieri di vestirsi, li hanno portati nelle docce e li hanno infradiciati di acqua fredda con addosso i vestiti.

In un’altra occasione ha provato a chiedere aiuto dopo che un detenuto aveva tentato di uccidersi. La punizione per la richiesta d’aiuto è stata un’altra retata da parte dei paramedici. Questa volta tutti nella cella sono stati costretti a sdraiarsi uno sopra l’altro e sono stati percossi con i manganelli. A un certo punto una delle guardie ha allargato loro le gambe e li ha colpiti sui testicoli con una mazza.

Fame e malattie

Durante i suoi tre mesi di detenzione Munther ha perso 33 chili. Non so quanto peso abbia perso Khaled, è stato sempre magro, ma nella fotografia inviatami ho visto uno scheletro. In seguito nel soggiorno della sua casa la luce della lampada a soffitto rivelava due profonde cavità dove prima c’erano le guance. Gli occhi erano cerchiati di rosso, come quelli di chi non dorme da settimane. La pelle flaccida che pendeva dalle braccia sottili sembrava appiccicata in maniera artificiale, come un involucro di cellophane. Gli esami del sangue di entrambi gli uomini mostravano gravi carenze.

Tutti coloro con cui ho parlato, indipendentemente dalla prigione in cui erano stati, hanno descritto quasi esattamente la stessa dieta, anche se occasionalmente interveniva un aggiornamento o, più precisamente, un declassamento. L’ultima versione che ho sentito, dalla prigione di Ofer, era: colazione: 1,5 confezioni di formaggio per una cella da 12 detenuti, tre fette di pane a persona, da due a tre verdure, di solito un pomodoro o un cetriolo, per cella. Ogni quattro giorni, 250 grammi di marmellata per cella.

Per pranzo, a persona: una piccola tazza di plastica usa e getta riempita di riso, due cucchiaini di lenticchie, un po’ di verdura, tre fette di pane. Per cena: due cucchiaini (non cucchiai) di hummus e tahini, un po’ di verdura e tre fette di pane a persona. Ogni tanto un’altra tazza di riso, a volte un’unica polpetta di falafel o un uovo, che di solito aveva un odore piuttosto nauseabondo, a volte con puntini rossi, a volte blu. Tutto qui.

Nazar ha detto a riguardo: “Non è solo la quantità. Ciò che portano non è adatto al consumo umano. Il riso è cotto solo a metà, quasi tutto è andato a male. E sai, ci sono anche dei ragazzini lì, che non sono mai stati in prigione prima. Abbiamo cercato di prenderci cura di loro, di dare loro un po’ del nostro cibo andato a male. Ma se dai via un po’ del tuo cibo, anche una goccia, è come se ti stessi suicidando. Ora c’è una carestia nelle prigioni, e non è dovuta a un disastro naturale, è la politica del servizio carcerario israeliano”.

Ultimamente la fame è persino aumentata. A causa del sovraffollamento il servizio carcerario sta trovando il modo di rendere le sezioni ancora più anguste. Gli spazi pubblici, come il commissariato, o qualsiasi altro luogo l’amministrazione carceraria potesse rivendicare come propria, si sono trasformati in altre celle. Il numero di detenuti nei reparti, già prima stipati al massimo, è solo aumentato. Ci sono sezioni che hanno ospitato 50 detenuti in più, ma senza nessun alimento aggiuntivo per loro. Quindi non c’è da stupirsi che i detenuti perdano un terzo o anche di più del loro peso corporeo nel giro di pochi mesi.

Nelle prigioni il cibo non è l’unica cosa a scarseggiare. Ai detenuti è proibito, ad esempio, possedere qualsiasi cosa che non sia un set di vestiti. Una maglietta, un paio di mutande, un paio di calzini, un paio di pantaloni, una felpa. Tutto qui. Per l’intera durata della loro detenzione. Ricordo che una volta, quando l’avvocato di Munther, Riham Nasra, è andato a trovarlo, lui è arrivato scalzo in sala visite. Era inverno e a Ofer faceva un freddo gelido. Quando gli ha chiesto perché fosse a piedi nudi lui ha risposto solo: “Non ce ne sono”.

Secondo una dichiarazione del tribunale rilasciata dallo stesso servizio carcerario circa un quarto di tutti i prigionieri palestinesi soffre di scabbia (una malattia della pelle contagiosa e pruriginosa). Al momento della liberazione di Nazar la pelle era già in fase di guarigione. Le lesioni non sanguinavano più ma le croste gli coprivano ancora gran parte del corpo.

“L’odore nella cella è qualcosa che le parole non possono descrivere. È come una puzza di putrefatto, ci siamo seduti lì e siamo marciti: la nostra pelle, la nostra carne. Non siamo esseri umani lì, siamo carne in putrefazione”, ha detto. “Ma come potrebbe essere altrimenti? L’acqua di solito manca del tutto, è disponibile solo un’ora al giorno, e a volte non abbiamo avuto acqua calda per giorni. Ci sono state settimane intere in cui non mi sono fatto la doccia. C’è voluto più di un mese per avere del sapone. Ci sediamo lì, con gli stessi vestiti, perché nessuno ha un cambio di vestiti, e sono coperti di sangue e pus, e c’è un tanfo, non di rifiuti, ma di morte. I nostri vestiti erano infradiciati dai corpi in putrefazione”.

Tawfiq racconta che “c’era solo un’ora di acqua corrente al giorno. Non solo nella doccia, ovunque, compresi i gabinetti. Quindi in quell’ora 12 persone nella cella dovevano fare tutto ciò che richiedeva acqua, incluso fare i propri bisogni. Ovviamente è impossibile. E inoltre, poiché quasi tutto il cibo era andato a male, la maggior parte di noi aveva sempre disturbi di stomaco. Puoi immaginare da solo quanto puzzasse la nostra cella”.

In queste condizioni lo stato fisico dei detenuti inevitabilmente peggiora. Una perdita di peso così rapida, ad esempio, porta il corpo a consumare il tessuto muscolare. Quando Munther è stato rilasciato, ha raccontato a sua moglie Sanaa, un’infermiera, che era così sporco mentre era dentro che il sudore aveva macchiato i suoi vestiti di arancione. Lei lo ha guardato e gli ha chiesto: “E l’urina?” Al che lui ha risposto: “Ho anche urinato sangue.” “Ya ahbal!” gli ha urlato – “Idiota! Non era sporcizia, era il tuo corpo che espelleva i muscoli che aveva consumato per sopravvivere.”

Gli esami del sangue di quasi tutti quelli che conosco hanno rivelato che soffrivano di malnutrizione e di gravi carenze di ferro, oltre che di altri minerali e vitamine essenziali. Ma anche le cure mediche erano un lusso. Cosa accade oggi nelle infermerie delle prigioni va oltre la mia comprensione, ma dal punto di vista dei detenuti è come se non esistessero. Per coloro che stavano ricevendo trattamenti continuativi le cure sono semplicemente state interrotte. Di tanto in tanto un paramedico fa il giro della prigione ma non viene somministrato alcun trattamento e la “visita” non è altro che una conversazione attraverso la porta della cella. A volte può passare una settimana o più senza che si presenti un paramedico.

Nella migliore delle ipotesi la risposta medica è il paracetamolo e nella maggior parte dei casi è più simile a un’istruzione di “bere acqua”. Naturalmente non ce n’è abbastanza nelle celle perché per la maggior parte del giorno manca l’acqua corrente.

Stupro e aggressioni sessuali sono citati quasi esclusivamente come voci, come qualcosa che è successo ad altri. L’unico che me ne ha parlato esplicitamente è stato Burhan. Era nella prigione di Ketziot, nel Negev, e c’è stato un raid nella sua ala. Le guardie li hanno fatti uscire dalla cella uno ad uno dopo averli ammanettati con fascette di plastica. Mentre aspettava il suo turno ha sentito suppliche di aiuto e grida di dolore, insieme a imprecazioni da parte delle guardie.

Giunto il suo turno è stato condotto in un’area comune dell’ala. Lì ha visto i detenuti che erano stati fatti uscire dalla cella prima di lui sdraiati sul pavimento uno sopra l’altro, nudi e sanguinanti. Una guardia lo ha spogliato, gli ha bendato gli occhi e poi, con calci, imprecazioni e minacce, lo ha spinto a terra. Li hanno pestati, racconta, mentre giacevano lì, nudi e senza poter vedere, mentre i cani camminavano intorno a loro e annusavano i loro corpi.

A un certo punto ha sentito un dolore terribile al retto mentre un oggetto di qualche tipo veniva spinto dentro di lui. Non sa, o non vuole dire, per quanto tempo sia andato avanti, in che modo esattamente, o se anche altri siano stati aggrediti. Tornato in cella, sono rimasti tutti semplicemente seduti a fissare il vuoto. Nessuno ha detto una parola. Racconta però che per un po’ di tempo è stato difficile camminare, in parte a causa delle percosse, e che per una settimana dopo lincidente ha trovato sangue nelle feci e nelle urine. Ricevere cure mediche non era un’opzione.

Mentre i resoconti di stupro sono tabù e raramente citati, l’umiliazione sessuale è evidente per tutti: sui social media sono stati pubblicati video di detenuti condotti completamente nudi dal personale del servizio carcerario. Ciò poteva essere documentato solo dalle guardie stesse, orgogliose delle loro azioni. L’uso di una perquisizione corporea come opportunità per perpetrare un’aggressione sessuale, solitamente tramite un colpo all’inguine con la mano o con il magnetometro, è un’esperienza quasi standard, che viene menzionata regolarmente dai detenuti che hanno scontato la pena in varie prigioni.

Essendo un uomo, naturalmente non ho sentito nulla di prima mano riguardo alle violenze sessuali sulle donne. Ma quello che ho sentito più volte è che c’è una carenza di prodotti per ligiene mestruale e che il ciclo viene usato come strumento di umiliazione. Dopo le prime percosse subite il giorno del suo arresto Munira è stata portata nella prigione di Hasharon, nel centro di Israele. Tutti vengono sottoposti a una perquisizione corporale allingresso del carcere ma la perquisizione integrale non è la norma: secondo i regolamenti del servizio carcerario essa richiede un sospetto ragionevole che il detenuto nasconda un oggetto proibito e l’autorizzazione dellufficiale responsabile.

Tuttavia durante la perquisizione integrale a cui Munira è stata sottoposta non era presente alcun ufficiale di grado elevato e certamente non è stata autorizzata nessuna procedura sulla base di un ragionevole sospetto. È stata spinta da due guardie di sesso femminile nella piccola stanza usata per i controlli di sicurezza, dove ha dovuto togliersi i vestiti, compresi mutandine e reggiseno, e inginocchiarsi. Dopo averla lasciata sola per qualche minuto una guardia è tornata, l’ha percossa e se ne è andata. Alla fine le hanno gettato addosso i vestiti e ha potuto vestirsi.

Il giorno dopo era il primo giorno del ciclo. Ha ricevuto un assorbente e ha dovuto arrangiarsi per tutta la durata. Lo stesso valeva per le altre. Al rilascio soffriva di infezione e grave infiammazione delle vie urinarie.

Epilogo

Sde Teiman, un campo di prigionia dell’esercito vicino al confine di Gaza, era chiaramente il posto peggiore in cui essere incarcerati e presumibilmente è per questo che è stato chiuso e trasformato in un centro di detenzione temporaneo. In effetti è difficile pensare alle descrizioni di orrori e atrocità che sono emerse da quel recinto di tortura senza immaginare che fosse stato progettato per fungere da centro del nono girone dell’inferno. Ma non è un caso che lo Stato abbia accettato di trasferire i detenuti di quel carcere in altri luoghi, principalmente Ketziot e Ofer, che non sono molto migliori.

Sde Teiman o no, Israele sta tenendo migliaia di palestinesi in recinti di tortura; dal 7 ottobre almeno 68 sono stati uccisi. Di questi, quattro detenuti sono morti solo dall’inizio di dicembre. Uno, Mohammed Walid Ali, 45 anni, del campo profughi di Nur Shams, vicino a Tul Karm in Cisgiordania, è stato ucciso solo una settimana dopo essere stato preso in custodia.

Tutte le forme di tortura – fame, umiliazione, violenza sessuale, percosse, uccisioni e costrizione a vivere in celle sovraffollate – non sono semplicemente azioni casuali. Considerate nel loro insieme, come dovrebbero, costituiscono la politica israeliana.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Cessate il fuoco Israele-Gaza: testo completo dell’accordo

Redazione MEE

15 gennaio 2025 – Middle East Eye

Il piano include il rilascio di prigionieri israeliani e palestinesi, il trasferimento in Egitto dei combattenti e civili palestinesi feriti e il ritorno degli sfollati interni alle loro case nel nord di Gaza.

Mercoledì Israele e il movimento palestinese Hamas hanno concordato un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, ponendo potenzialmente fine al devastante attacco di 15 mesi di Israele all’enclave che ha ucciso almeno 46.707 palestinesi.

Il primo ministro del Qatar Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim al-Thani ha annunciato l’accordo mercoledì durante una conferenza stampa a Doha, affermando che la tregua entrerà in vigore il 19 gennaio.

Haaretz ha riferito che i qatarioti, insieme agli egiziani, hanno contribuito a negoziare l’accordo con Israele, mentre la nuova amministrazione statunitense del presidente eletto Donald Trump ha fatto pressione sugli israeliani.

Trump ha elogiato il cessate il fuoco “epico”, affermando che non sarebbe avvenuto senza il suo ritorno alla Casa Bianca.

L’accordo aggiunge nuovi dettagli a un’intesa già segnalata da Middle East Eye nel 2024.

L’accordo include disposizioni per lo scambio di prigionieri, il ritorno dei civili sfollati alle loro case nel nord e il trasferimento in Egitto dei combattenti e civili palestinesi feriti attraverso il valico di Rafah nella striscia di Gaza meridionale.

Ecco il testo completo dei nuovi dettagli dell’accordo ottenuto da Middle East Eye:

Appendice I

Procedure pratiche e strategie per l’attuazione dell’accordo sullo scambio di ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi e il ritorno a una distensione duratura che porti ad un cessate il fuoco permanente tra le due parti

1. Preparativi della seconda fase:

L’obiettivo delle parti e dei mediatori è raggiungere un consenso finale per l’attuazione dell’accordo del 27 maggio 2024 sullo scambio di ostaggi e prigionieri e il ritorno a una distensione duratura che porti ad un cessate il fuoco permanente tra le parti.

Tutte le procedure della prima fase continueranno durante la fase 2 finché saranno in corso le trattative sulle condizioni di attuazione della fase 2 e i garanti di questo accordo lavoreranno per assicurare che le trattative continuino fino al raggiungimento di un accordo.

2. Ritiro delle forze israeliane:

Ritiro delle forze israeliane dalle aree densamente popolate verso est lungo i confini della Striscia di Gaza, tra cui Wadi Gaza (asse di Netzarim e rotonda Kuwait).

Le forze israeliane saranno dispiegate in un perimetro di (700) metri con l‘eccezione di 5 punti specifici dove è previsto un incremento di non più di (400) metri aggiuntivi su decisione della parte israeliana, a sud e a ovest del confine, e in base alle mappe concordate da entrambe le parti che accompagnano l’accordo.

3. Scambio di prigionieri:

a. I 9 malati e feriti dell’elenco dei 33 saranno rilasciati in cambio della liberazione di 110 prigionieri palestinesi con condanne all’ergastolo.

b. Israele rilascerà 1000 gazawi detenuti dall’8 ottobre 2023 non coinvolti nei fatti del ​​7 ottobre 2023

c. Gli anziani (uomini sopra i 50 anni) della lista dei 33 saranno rilasciati in base a un criterio di scambio di 1:3 per le condanne all’ergastolo + 1:27 per le altre condanne.

d. Ebra Mangesto e Hesham el-Sayed – saranno rilasciati in base a un criterio di scambio di 1:30, così come avvenne per i 47 prigionieri dello scambio Shalit [nel 2011 venne rilasciato il soldato israeliano Gilad Shalit, nelle mani di Hamas, in cambio della liberazione di un totale di 1027 prigionieri palestinesi, che Israele rilasciò gradualmente nell’arco di alcuni mesi, ndt.].

e. Un certo numero di prigionieri palestinesi saranno rilasciati all’estero o a Gaza in base a liste concordate tra entrambe le parti.

4. Corridoio Filadelfia:

a. La parte israeliana ridurrà gradualmente le forze nell’area del corridoio durante la fase 1 in base alle mappe allegate e all’accordo tra entrambe le parti.

b. Il giorno 42, dopo l’ultimo rilascio di ostaggi della fase 1, le forze israeliane inizieranno il ritiro e lo completeranno entro e non oltre 50 giorni.

5. Valico di frontiera di Rafah:

a. Il valico di Rafah sarà pronto per il trasferimento di civili e dei feriti dopo il rilascio di tutte le donne (civili e militari). Israele si impegnerà a rendere pronto il valico non appena l’accordo sarà firmato.

b. Le forze israeliane si ridistribuiranno attorno al valico di Rafah secondo le mappe allegate.

c. Ogni giorno saranno autorizzati a passare 50 militari feriti accompagnati da (3) persone. Ogni attraversamento individuale richiederà l’approvazione israeliana ed egiziana.

d. Il valico sarà gestito in base a quanto stabilito nell’agosto 2024 con l’Egitto.

6. Uscita di civili malati e feriti:

a. Tutti i civili palestinesi malati e feriti saranno autorizzati ad attraversare il valico di frontiera di Rafah, in base alla sezione 12 dell’accordo del 27 maggio 2024.

7. Rientro di sfollati interni disarmati (corridoio Netzarim):

a. Il ritorno è concordato in base alle sezioni 3-a e 3-b dell’accordo del 27 maggio 2024.

b. Il settimo giorno sarà consentito il transito a piedi attraverso via Rashid di sfollati che vogliono tornare a nord, senza armi e senza controlli. Il ventiduesimo giorno sarà consentito il rientro a nord anche attraverso via Salahudin, senza controlli.

C. Il settimo giorno sarà consentito tornare a nord del corridoio Netzarim ai veicoli e a qualsiasi attività commerciale non pedonale, dopo l’ispezione dei veicoli che sarà eseguita da una società privata scelta dai mediatori in sintonia con la parte israeliana sulla base di un meccanismo concordato.

8. Protocollo di aiuti umanitari:

a. Le procedure di aiuti umanitari ai sensi dell’accordo saranno eseguite in base al protocollo umanitario concordato sotto la supervisione dei mediatori.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




I dati sull’aumento della “migrazione al contrario degli ebrei” scioccano gli israeliani

Aziz Mustafa

14 gennaio 2025 – Middle East Monitor

Il rapporto dell’Ufficio Centrale di Statistica israeliano dell’inizio del nuovo anno, il 2025, sulla migrazione al contrario degli ebrei è stato come benzina sul fuoco dei conflitti politici in Israele, in quanto il desolante numero che compare sui titoli principali dei media israeliani ritrae il bilancio della migrazione al contrario degli ebrei fuori dallo Stato dell’occupazione [cioè Israele, ndt.]. Ben 82.000 sono stati tolti dai dati della popolazione, il che è una brutta notizia per i suoi circoli politici e della sicurezza.

Questo scioccante dato statistico si è immediatamente trasformato in una nuova discussione politica tra gli israeliani, aggiungendosi alla serie infinita di controversie politiche, soprattutto in quanto i dati disponibili indicano che questa emigrazione si è concentrata su professionisti, medici e tecnici a causa della loro disperazione nei confronti delle condizioni dello Stato.

Mentre i sostenitori della destra hanno sfruttato questi sconvolgenti dati per criticare quanti stanno emigrando dallo Stato, gli oppositori del governo li hanno utilizzati per attaccarlo. Il fenomeno della migrazione al contrario si è trasformato in un’ulteriore fonte di conflitto tra le due parti, aggiungendosi alla guerra su sette fronti combattuta dallo Stato dell’occupazione ed evidenzia il fatto che in esso la vita è diventata insopportabile.

Mentre gli israeliani sembrano affrettarsi a dissentire e divergere riguardo all’accuratezza di questi numeri e ad incolparsi a vicenda, è impossibile comprendere ciò che sta provocando il deciso aumento della migrazione al contrario, date le affermazioni degli israeliani che stanno emigrando fuori dallo Stato, secondo cui hanno perso fiducia in esso.

Allo stesso tempo questi dati confermano che esperti nei campi della tecnologia, dell’economia, della medicina e della cultura sono i principali esempi di quanti emigrano dallo Stato, perché non sono più in grado di trovare un posto in uno Stato che promuove leggi che limitano la libertà personale, reprimono la creatività e sopprimono la loro proprietà privata. Vale la pena notare che la migrazione al contrario di ebrei è iniziata durante il periodo delle proteste che hanno avuto luogo contro il colpo di stato giudiziario, con la guerra a Gaza che ha dato a molti di loro l’impressione che fosse tempo di andarsene.

Oltretutto l’ingiusta politica economica del governo di destra, l’opposizione degli haredi [ebrei ultraortodossi, ndt.] al servizio militare obbligatorio, le minacce contro la libertà delle istituzioni accademiche, gli attacchi contro la Corte Suprema, la continua guerra a Gaza e il fallito ritorno dei soldati rapiti hanno riportato i timori degli israeliani, la perdita di fiducia nello Stato e la loro paura che dovranno affrontare ulteriori difficoltà e non riusciranno a recuperarla in futuro.

Insieme ai mezzi di comunicazione che hanno riportato i dati sulla migrazione ebraica al contrario, negli ultimi mesi centri di ricerca israeliani hanno decisamente concentrato l’attenzione sulla crescente tendenza dei giovani ebrei istruiti a lasciare il Paese, cosa che potrebbe danneggiare l’economia e la struttura sociale. Le motivazioni che stanno dietro la partenza includono l’instabilità politica, la situazione economica, il costo della vita, le tensioni sociali e i timori di un colpo di stato giudiziario.

Ciò che preoccupa realmente Israele è l’età di questi emigranti, in quanto il 48% di essi ha tra i 20 e i 45 anni e il 27% è composto da bambini e adolescenti. La grande maggioranza ha meno di 45 anni e cerca una migliore qualità di vita a causa del peggioramento della situazione economica, dell’incremento del costo della vita e della difficoltà a trovare casa e lavoro, con un maggior livello di impossibilità di accesso a servizi pubblici di qualità.

Tra gli israeliani c’è una convinzione prevalente che le ripercussioni su Israele di questa emigrazione saranno molto serie, mentre il governo di destra si accontenta di attaccare il fenomeno con post “populisti” su internet, senza un’analisi in profondità e senza fornire soluzioni pratiche. Ciò perché in pratica questi emigranti hanno un ridotto senso di appartenenza allo Stato e alla sua cultura e il loro legame con esso è in declino a causa dello shock della guerra, della mancanza di fiducia nella dirigenza politica e della crisi economica.

Il crescente numero di israeliani che sono emigrati dallo Stato dell’occupazione adesso coincide con l’ondata di opinioni ostili contro l’occupazione che sta divampando nel mondo a causa dei suoi crimini contro il popolo palestinese. In seguito alle divisioni politiche e sociali a cui il Paese sta assistendo, il risultato immediato di questo fenomeno è un passaggio radicale al fatto che gli emigrati sono separati dal Paese, dalla famiglia, dagli amici e dai vicini e in qualche caso non c’è ritorno.

In conclusione, il fenomeno della migrazione al contrario degli ebrei da Israele rappresenta un fallimento morale dello Stato e un’esplicita dichiarazione del suo fallimento nel rafforzare i rapporti degli ebrei che arrivano da ogni parte del mondo in una terra occupata che non è la loro. Questo è un risultato prevedibile della crescente divisione sociale negli ultimi anni, della prevalenza di discorsi divisivi e incendiari e del consenso dello Stato che consente a forze estremiste fasciste di trascinare il resto degli israeliani in pericolosi conflitti interni che potrebbero distruggere ciò che rimane dell’impunità dello Stato.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’ANP cerca di evitare critiche alle sue violazioni dei diritti umani

  1. Ramona Wadi

14 gennaio 2025 – Middle East Monitor

Wafa, l’agenzia di notizie ufficiale dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), ha pubblicato i dettagli di un rapporto che descrive le testimonianze di palestinesi imprigionati, torturati e interrogati da Israele a Gaza. Molti prigionieri stanno soffrendo per traumi fisici e psicologici permanenti, afferma il report della commissione dell’ANP per gli affari dei prigionieri e degli ex-prigionieri.

I dettagli sono raccapriccianti. Prigionieri ustionati con acqua bollente, picchiati brutalmente, bagnati con le acque di scarico, aggrediti dai soldati israeliani e privati di cibo e trattamenti sanitari. Ma mentre queste testimonianze sono importanti da registrare, cosa sta facendo l’ANP riguardo all’informazione? Inoltre, cosa sta facendo l’ANP nella Cisgiordania e a Gaza occupate per prendere le distanze da Israele? La risposta: niente.

L’ANP potrebbe aggrapparsi alla narrazione anticoloniale, quando si presenta l’occasione, ma le sue azioni nella Cisgiordania occupata hanno mostrato altro ormai da molti anni. Solo due giorni prima del rapporto Wafa sui palestinesi torturati da Israele, durante una riunione il leader dell’ANP Mahmoud Abbas ha confermato il suo supporto alle operazioni dei servizi di sicurezza a Jenin. Secondo Wafa Abbas ha elogiato i servizi di sicurezza perché “salvaguardano stabilità ed ordine” e ha cercato di collegare in qualche modo le aspirazioni del popolo palestinese con le epurazioni della resistenza palestinese nella Cisgiordania occupata. Naturalmente solo Abbas e i suoi gerarchi potrebbero collegare le due cose insieme e ostentare una sembianza di coerenza.

Se l’ANP ritiene necessario – e certamente lo è – pubblicare i dettagli delle orrende torture contro i palestinesi a Gaza, perché non applica gli stessi criteri ai suoi servizi di sicurezza? Basel Al-Araj è stato ucciso da Israele in collaborazione con i servizi di sicurezza dell’ANP e Nizar Banat è stato picchiato a morte dai suoi servizi di sicurezza – e questi sono solo due esempi noti.

I palestinesi nella Cisgiordania occupata, in particolare a Jenin, vengono terrorizzati dai servizi di sicurezza della ANP per la semplice ragione che la resistenza sta riconoscendo di dover condurre una più ampia lotta anti-coloniale. L’ANP rappresenta più precisamente Israele e la comunità internazionale e non i palestinesi. È una legittima preoccupazione per i palestinesi che l’ANP, per esempio, abbia chiesto 680 milioni di dollari agli USA per addestrare i suoi servizi di sicurezza ed anche per le forniture di veicoli ed equipaggiamento.

Al Jazeera, che l’ANP ha recentemente messo al bando nella Cisgiordania occupata, ha da poco riferito che molti palestinesi che sono stati imprigionati e picchiati dai servizi di sicurezza non si sentono sicuri nel condividere le loro esperienze, neanche con organizzazioni per i diritti umani come Al-Haq. Altro che incolumità e sicurezza di tutti i palestinesi. Forse Abbas si riferisce ai palestinesi che rimarranno dopo le epurazioni? E in quale momento le epurazioni finiranno?

Cosa sta cercando di provare Abbas, che l’ANP può tornare a Gaza per via della comprovata esperienza a Jenin e più in generale nella Cisgiordania occupata? O che sull’ANP si può contare per implementare le stesse tattiche su cui Israele ha fatto affidamento per decenni, fino al genocidio a Gaza? Una cosa risalta: il metodo dell’ANP per annichilire la resistenza palestinese è cooptare palestinesi per imprigionare, torturare e a volte anche uccidere altri palestinesi.

L’Operazione Proteggi la Terra Natale mira solo a proteggere l’ANP ad ogni costo dalle ripercussioni della sua oppressione. I media dell’ANP dovrebbero prenderne atto.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Guerra Israele-Gaza Secondo uno studio pubblicato su Lancet il bilancio delle vittime a Gaza è più alto del 40% rispetto al numero ufficiale

Redazione e agenzie.

10 gennaio 2025-The Guardian

L’analisi stima che il bilancio delle vittime alla fine di giugno era di 64.260, di cui il 59% donne, bambini e persone con più di 65 anni.

Una ricerca pubblicata sulla rivista medica Lancet stima che il numero di morti a Gaza durante i primi nove mesi della guerra tra Israele e Hamas sia stato circa il 40% più alto rispetto ai numeri registrati dal ministero della Salute del territorio palestinese.

L’analisi statistica peer-reviewed è stata condotta da accademici della London School of Hygiene & Tropical Medicine, della Yale University e di altre istituzioni utilizzando un metodo statistico chiamato “analisi cattura-ricattura”. [capture-recapture o anche capture-mark-recapture è un metodo statistico per stimare la consistenza numerica di una popolazione sulla base di due campionamenti, n.d.t.]

I ricercatori hanno cercato di valutare il bilancio delle vittime della campagna aerea e terrestre di Israele a Gaza tra ottobre 2023 e fine giugno 2024 e hanno stimato per questo periodo la cifra di 64.260 decessi dovuti a lesioni traumatiche. Lo studio ha affermato che il 59,1% erano donne, bambini e persone di età superiore ai 65 anni. Non ha fornito una stima dei combattenti palestinesi tra i morti.

Fino al 30 giugno dell’anno scorso, il ministero della Salute di Gaza aveva segnalato un bilancio di 37.877 vittime nella guerra iniziata il 7 ottobre 2023 dopo l’attacco guidato da Hamas al sud di Israele in cui erano state uccise 1.200 persone e più di 250 prese in ostaggio.

Secondo i funzionari sanitari palestinesi un totale di oltre 46.000 persone sono state uccise nella guerra di Gaza su una popolazione prebellica di circa 2,3 milioni.

I media internazionali non sono riusciti a verificare in modo indipendente il numero delle vittime a Gaza poiché Israele non consente ai giornalisti stranieri di entrare nel territorio.

Un alto funzionario israeliano, commentando lo studio pubblicato venerdì, ha affermato che le forze armate israeliane hanno fatto di tutto per evitare vittime civili. “Nessun altro esercito al mondo ha mai adottato misure così ampie”, ha affermato il funzionario.

“Queste includono l’invio di un preavviso ai civili per evacuare, zone sicure e l’adozione di tutte le misure necessarie per prevenire danni ai civili. Le cifre fornite in questo rapporto non riflettono la situazione sul campo”.

Lo studio di Lancet ha affermato che la capacità del ministero della Salute palestinese di tenere registri elettronici dei decessi si era precedentemente dimostrata affidabile, ma si è deteriorata durante la campagna militare di Israele, che ha incluso incursioni in ospedali e altre strutture sanitarie e interruzioni delle comunicazioni digitali.

Israele accusa Hamas di utilizzare gli ospedali come copertura per le sue operazioni, cosa che il gruppo militante nega.

Lo studio ha utilizzato i dati sul bilancio delle vittime del ministero della Salute, un sondaggio online lanciato dal ministero ai palestinesi perché segnalassero i decessi dei parenti e i necrologi sui social media per stimare che ci sono stati tra 55.298 e 78.525 decessi per lesioni traumatiche a Gaza al 30 giugno 2024.

La stima più accurata dello studio sarebbe di 64.260 morti, il che significherebbe che il ministero della Salute aveva fino a quel momento sottostimato il numero di decessi del 41%. La stima rappresentava il 2,9% della popolazione di Gaza prima della guerra, “o circa uno su 35 abitanti”, si afferma nella ricerca.

La cifra riguarda solo i decessi per ferite traumatiche e non include i decessi per mancanza di assistenza sanitaria o cibo, o le migliaia che si ritiene siano sepolte sotto le macerie.

Il Palestinian Central Bureau of Statistics (PCBS) stima che, oltre al bilancio ufficiale delle vittime del ministero della Salute, altri 11.000 palestinesi siano dispersi e presumibilmente morti.

I ricercatori hanno esaminato attentamente i tre elenchi, alla ricerca di sovrapposizioni. “Nell’analisi abbiamo tenuto conto solo di coloro che erano stati confermati morti dai loro parenti o dagli obitori e dagli ospedali”, ha affermato Zeina Jamaluddine, epidemiologa presso la London School of Hygiene & Tropical Medicine e autrice principale dello studio.

“Poi abbiamo esaminato le sovrapposizioni tra i tre elenchi e, in base alle sovrapposizioni, è stato possibile arrivare a una stima totale della popolazione uccisa”, ha detto Jamaluddine all’Agenzia France-Presse.

Tuttavia, i ricercatori hanno avvertito che gli elenchi degli ospedali non sempre forniscono la causa del decesso quindi è possibile che fossero incluse persone con decessi non traumatici, il che avrebbe potuto portare a una sovrastima.

Patrick Ball, uno statistico presso l’Human Rights Data Analysis Group con sede negli Stati Uniti, non coinvolto nella ricerca, ha utilizzato metodi di cattura-ricattura per stimare il numero di morti nei conflitti in Guatemala, Kosovo, Perù e Colombia.

Ball ha detto all’AFP che questa tecnica ben collaudata è stata utilizzata per secoli e che i ricercatori hanno raggiunto “una stima attendibile” per Gaza.

Kevin McConway, professore di Statistica Applicata presso la Open University britannica, ha affermato che c’è “inevitabilmente molta incertezza” quando si fanno stime da dati incompleti, ma che è stato “ammirevole” che i ricercatori abbiano utilizzato tre diversi approcci per verificare le loro stime.

Le agenzie France-Presse e Reuters hanno contribuito a questo rapporto

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Un comunicato afferma che un palestinese a Gaza è stato ucciso a colpi di arma da fuoco da un comandante israeliano mentre copriva le forze dell’IDF

Redazione Haaretz

7 gennaio 2025 – Haaretz

I media israeliani hanno riferito che il palestinese, costretto dall’IDF a fungere da scudo umano e a perquisire gli edifici nell’area di Khan Yunis a Gaza, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco da un comandante che non sapeva che il palestinese era autorizzato a trovarsi lì

Secondo una comunicazione pubblicata da “The Hottest Place in Hell” [Il posto più caldo dell’inferno, ndt.] un comandante della Brigata Nahal delle Forze di Difesa Israeliane ha sparato e ucciso un palestinese che stava coprendo le truppe nella città di Rafah, nella parte meridionale di Gaza”.

In base al report pubblicato sul sito web di giornalismo investigativo indipendente in lingua ebraica il palestinese, costretto a fungere da scudo umano e perquisire gli edifici nell’area di Khan Yunis, aveva ricevuto l’autorizzazione dell’IDF ad accedere all’edificio. Al suo arrivo un comandante della brigata ha identificato l’uomo come palestinese, ha preso un fucile e lo ha ucciso, non sapendo che era autorizzato a trovarsi nell’edificio.

Secondo il sito web l’esercito israeliano ha confermato i dettagli dell’accaduto e ha risposto che “l’incidente è stato indagato dal comandante della brigata e si è tenuto conto dei risultati durante le operazioni delle truppe in corso“.

Ad agosto Haaretz ha riferito che i palestinesi sono stati usati dalle unità dell’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza come scudi umani per i soldati. I palestinesi, che i soldati chiamano shawish, un’oscura parola araba di origine turca che significa sergente, vengono inviati negli edifici per condurre delle perquisizioni prima che i soldati israeliani entrino nei locali.

“Le nostre vite sono più importanti delle loro”, è stato detto ai soldati. “L’idea è che sia meglio che i soldati israeliani rimangano in vita e che siano gli shawishim a saltare in aria a causa di un ordigno esplosivo”.

A fine ottobre la CNN ha riferito che dei palestinesi, tra cui adolescenti, hanno affermato di essere stati costretti a fare da scudi umani a Gaza. Secondo il rapporto l’uso dei palestinesi come scudi umani è conosciuto tra i soldati delle IDF come “protocollo delle zanzare”.

L’uso dei palestinesi come scudi umani non è iniziato il 7 ottobre. Durante l’operazione Scudo Difensivo, condotta nel 2002 in Cisgiordania, le IDF hanno utilizzato il cosiddetto “protocollo del vicino”, in cui i soldati hanno utilizzato i civili per perquisire le case alla ricerca di trappole esplosive o hanno inviato i palestinesi nelle case prima delle forze delle IDF per localizzare gli individui ricercati.

Dopo la pubblicazione di numerosi articoli sull’argomento alcune organizzazioni per i diritti umani hanno presentato una petizione alla Corte Suprema di Israele per fermare questa pratica. La corte ha accettato la petizione nel 2005 e ha stabilito che la pratica è contro il diritto internazionale ed è quindi illegale. L’allora capo di stato maggiore delle IDF Dan Halutz ha ordinato all’esercito di far rispettare la sentenza della corte. Tuttavia più di 20 anni dopo la pratica sembra essere tornata in auge.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Una guida per i soldati israeliani: ecco come comportarsi se arrestati all’estero e cosa controllare prima del volo

Roi Rubinstein, Korin Elbaz-Alush

05 gennaio 2025 – Ynet

In seguito alla fuga di un soldato israeliano dal Brasile e alla richiesta di arresto per un altro soldato in Cile, aumentano i timori per le minacce legali che il personale dell’esercito si trova ad affrontare quando viaggia all’estero. Gli ufficiali affrontano rischi maggiori? Quali verifiche dovrebbero fare i soldati prima di prendere i loro voli? E come dovrebbero rispondere alle domande dopo l’atterraggio? Ecco cosa dovete sapere.

La fuga dal Brasile di un soldato dell’esercito israeliano sottoposto a indagine giudiziaria e la richiesta di arresto immediato per un altro soldato che viaggiava in Cile sono solo due esempi di azioni legali contro personale dell’esercito israeliano dall’inizio della guerra. Sono stati emessi mandati di arresto contro soldati israeliani anche in paesi europei.

Quindi cosa dovrebbe fare un soldato israeliano se viene arrestato all’estero? Gli ufficiali corrono rischi maggiori? Quali paesi dovrebbero essere evitati? Ecco cosa dovete sapere.

Cosa dovrebbe fare un soldato se arrestato all’estero?

Nick Kaufman, avvocato difensore presso la Corte Penale Internazionale a L’Aia, consiglia:

“Secondo le linee guida del Ministero degli Esteri israeliano, ogni israeliano arrestato – sia esso civile o soldato – ha diritto all’assistenza consolare. Un soldato arrestato all’estero deve immediatamente richiedere una visita da parte del console israeliano”.

Gli ufficiali corrono rischi maggiori rispetto ai soldati?

“Nel modo più assoluto”, dice Kaufman. “Gli ufficiali hanno maggiori responsabilità sul piano decisionale e operativo, come per esempio la selezione dei bersagli e la gestione delle operazioni militari”.

La condivisione di filmati online aumenta i rischi legali?

“Decisamente”. Secondo Kaufman “i soldati che postano video online forniscono a organizzazioni ostili possibili prove contro di loro”.

È pericoloso viaggiare all’estero per un soldato che ha prestato servizio a Gaza?

“Il rischio viene dal principio della ‘giurisdizione universale’, che permette a certi paesi di arrestare, indagare e processare individui sospettati di gravi crimini, compresi crimini di guerra e crimini contro l’umanità”.

Potrei essere arrestato all’estero per azioni compiute a Gaza?

“Servirebbero prove della responsabilità individuale di un soldato in atti illegali. Aver semplicemente prestato servizio a Gaza non basta”.

Come faccio a sapere se la mia destinazione è a rischio prima di partire?

“Le organizzazioni per i diritti umani pubblicano online rapporti che documentano l’applicazione della giurisdizione universale nei diversi paesi. Consultare un esperto di legge penale internazionale è fortemente raccomandato”.

Quali precauzioni bisognerebbe prendere prima di mettersi in viaggio?

“I soldati dovrebbero evitare di postare foto o video mentre sono in servizio, in particolar modo contenuti in cui si vedano edifici distrutti, anche se c’è una giustificazione militare. Tali post violano la sicurezza operativa e potrebbero danneggiare l’immagine di Israele. Alcuni paesi potrebbero trattare contenuti di rilievo apparentemente scarso, come per esempio canti razzisti, come incitamento al genocidio”.

Quali Paesi dovrebbero essere evitati dai soldati?

“La lista dei Paesi che applicano la giurisdizione universale cambia nel tempo. Persino Paesi amici come il Regno Unito, la Francia e la Spagna l’hanno applicata in passato. Le procedure variano di Paese in Paese: in alcuni è necessario che gli arresti siano approvati da un tribunale, mentre altri possono agire sulla base di una semplice denuncia alla polizia”.

Cosa devo fare se sono interrogato dalle autorità all’estero?

“Valuta attentamente se viaggiare in paesi dove queste domande possono esserti poste. Mentire al controllo di confine è sconsigliabile e può portare al respingimento”.

Israele dovrebbe finanziare la difesa legale dei soldati arrestati all’estero?

“Se un soldato è ingiustamente arrestato per aver legittimamente prestato servizio, lo Stato dovrebbe coprire le spese di difesa. Tuttavia la cosa diventa problematica se c’è un fondato sospetto di crimini di guerra. Finanziare la difesa di un soldato potrebbe stabilire un precedente e comportare analogo sostegno per altri, accusati di crimini gravi”.

Israele ha una “lista nera” di soldati a rischio di arresto?

“L’ufficio legale dell’esercito israeliano fornisce consulenza legale ai comandanti, anche in materia di condotta sul campo di battaglia, per prevenire futuri problemi legali. Per quanto ne so, non c’è nessuna ‘lista nera’ di soldati a rischio di arresto”.

Cosa può dirci sulle battaglie legali internazionali contro Israele?

“La risposta di Israele comprende azioni legali e diplomatiche gestite da una squadra inter-ministeriale, guidata dal Consiglio di Sicurezza Nazionale e dal Ministero della Giustizia. Anche l’esercito israeliano conduce indagini interne quando necessario e promuove l’addestramento legale dei soldati, sia in servizio attivo che riservisti”.

[traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola]




Israele usa un’ambulanza per fare irruzione in un campo profughi in Cisgiordania

Redazione di MEMO

7 gennaio 2025 – Middle East Monitor

È comparso il video di una telecamera di sorveglianza in cui l’esercito israeliano di occupazione usa un’ambulanza per infiltrarsi nel campo profughi di Balata in Cisgiordania. In seguito alla sparatoria indiscriminata dei soldati un giovane uomo palestinese ed una donna anziana sono stati uccisi.

Ieri l’esercito di occupazione israeliano ha ammesso che le sue forze hanno usato un’ambulanza per infiltrarsi nel campo profughi di Balata a Nablus nella Cisgiordania settentrionale, dichiarando che sta indagando sull’incidente che secondo i palestinesi ha portato alla morte di una donna anziana e un giovane.

Domenica i palestinesi hanno diffuso un video preso da una telecamera di sorveglianza in un negozio che mostra i soldati dell’occupazione israeliani uscire da una ambulanza nel centro del campo e sparare ai passanti, azione che dicono abbia portato alla morte di una donna anziana e un giovane, secondo il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth.

In una dichiarazione riportata ieri dal giornale, l’esercito dell’occupazione ha affermato di agire in base al diritto internazionale e di stare indagando sull’incidente in questione.

L’indagine esaminerà l’uso dei veicoli mostrati nel video e le accuse di nuocere ad individui non coinvolti nello scambio a fuoco tra i terroristi e le nostre forze.”

Il video è stato girato il 19 dicembre 2024 durante un’incursione israeliana nel campo. Nello stesso giorno i palestinesi hanno riferito che due persone sono state uccise nell’operazione, una delle quali una donna di 80 anni, secondo il quotidiano israeliano.

Al momento l’esercito israeliano ha affermato in una dichiarazione che le sue forze hanno avviato un’operazione per arrestare un sospetto nel campo di Balata e “durante l’attività c’è stato uno scambio a fuoco con combattenti che hanno sparato e lanciato esplosivi contro le forze,” si aggiunge nel comunicato.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La politica di giudaizzazione di Israele sta inglobando le città arabe e costruendovi sinagoghe

Editoriale/Redazione di Haaretz

6 gennaio 2025, Haaretz

A soli 100 metri dal nuovo quartiere che si sta costruendo a Dimona circa 500 beduini vivono nel villaggio non riconosciuto di Ras Jrabah. Quel villaggio è stato costruito prima della fondazione dello Stato [di Israele].

I suoi abitanti più anziani ricordano ancora quando hanno aiutato a costruire il villaggio vicino. Da allora Dimona si è sviluppato e li ha progressivamente cacciati. Ora pianifica di “inglobare” il loro villaggio senza lasciarne traccia. Secondo il sindaco di Dimona, Benny Biton il sito deve essere sgomberato per fare spazio ad una “popolazione di alto livello”.

Il piano per espellere gli abitanti di Ras Jrabah ed espandere Dimona è un esempio del trattamento brutale, arrogante, discriminatorio e violento del governo nei confronti dei suoi cittadini non ebrei. Tutto è permesso in nome della politica di giudaizzazione.

L’attuale governo tratta i beduini persino peggio dei governi precedenti. Nel 2024 c’è stato un incremento del 400% nell’esecuzione di ordini di demolizione nel Negev.

Inoltre il Comitato Ministeriale per le Questioni dei Beduini ha concordato che il piano del ministro Amichai Chikli di concentrare gli abitanti dei villaggi beduini non riconosciuti in poche cittadine verrà esteso ad altre parti del Negev.

Dei circa 35 villaggi non riconosciuti nel Negev, 10 sono a rischio immediato di demolizione. In alcuni casi lo Stato programma di costruire nuove comunità ebraiche o di ampliare quelle esistenti sulle loro rovine.

A tale scopo il governo sta portando avanti un piano che consentirebbe di trasferire migliaia di beduini in parchi roulotte provvisori che saranno costruiti nelle attuali città beduine. Ma il livello di infrastrutture in questi parcheggi sarebbe inferiore a quello richiesto per le cittadine stanziali. Se questo piano fosse approvato potrebbe facilmente consentire un veloce trasferimento forzato di migliaia di beduini in quartieri di baraccopoli con inadeguate condizioni di vita.

Sedici delle 18 comunità la cui creazione è stata approvata dal governo nell’ultimo decennio sono destinate agli ebrei. Il risultato pratico è che la terra disponibile per i beduini si è ridotta e loro non hanno potuto regolarizzare i propri villaggi.

Un esempio è la sequela di comunità che si prevede sorgano lungo la Route 25 tra Be’er Sheva e Dimona. Quasi tutte sono destinate ad essere costruite su terre, o nei loro pressi, dei villaggi beduini non riconosciuti.

Invece di agire a vantaggio della popolazione che vive nel Negev il governo sta promuovendo una soluzione suburbana costosa ed ingiusta destinata a persone che vivono all’esterno. I primi sono beduini, i secondi ebrei.

Analogamente, in seguito alle decisioni di progettazione e vendita, solo un quarto degli appartamenti nel nuovo quartiere di Jisr al-Zarqa, che avrebbe dovuto alleviare la carenza di case nell’impoverita cittadina araba, è stato in realtà acquistato dagli abitanti del villaggio.

I nuovi abitanti, per la maggioranza ebrei, ora sono preoccupati di quando verrà costruita una circonvallazione e se sarà possibile costruire una sinagoga nel loro “esclusivo complesso di lusso recintato”, come viene definito dal materiale pubblicitario dei progettisti.

Questa discriminazione nella pianificazione contro la comunità araba, incrementata dalla legge sullo Stato-nazione, condanna molti membri della comunità ad una vita di povertà senza alcun futuro. Tutto ciò deve finire.

Questo articolo è l’editoriale principale di Haaretz, pubblicato sui giornali in ebraico e in inglese in Israele.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Villaggio vacanze israeliano a Gaza: la grottesca realtà dietro il genocidio

Jeremy Salt

1 gennaio 2025Palestine Chronicle

Le recenti azioni di Israele a Gaza, dal costruire un villaggio vacanze per i suoi soldati alla distruzione di ospedali, evidenziano una grottesca disconnessione dalle sofferenze umane.

La vera notizia del giorno non è che l’esercito israeliano ha costruito un villaggio vacanze per soldati stanchi sulla costa di Gaza, non lontano da Jabaliya che quegli stessi soldati hanno metodicamente distrutto negli ultimi tre mesi.

Il villaggio è solo un mostruoso memento di quanto lo Stato di Israele e la maggioranza del suo popolo si sono allontanati dalla normale umanità.

La vera notizia è l’uccisione di altri palestinesi, la distruzione definitiva dell’ospedale Kamal Adwan a Beit Lahia, l’assassinio o il rapimento del personale e dei pazienti e lo spostamento di feriti gravi in altri ospedali che persino i principali media ammettono che non sono più operativi.

Il personale medico è stato portato verso una destinazione sconosciuta, forse la prigione Sde Teiman dove è stato assassinato uno degli altri medici rapiti, il dr. Adnan al Bursh, chirurgo ortopedico, laureato al King’s College. Secondo Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, è stato stuprato a morte.

L’eroismo dei palestinesi è sintetizzato dal dr. Hussam Abu Safiya, il direttore dell’ospedale Kamal Adwan, che è stato picchiato con manganelli e bastoni mentre veniva trascinato via.

Il figlio del dr. Abu Safiya, Ibrahim, era stato ucciso dagli israeliani a ottobre. Il dr. Abu Safiya era stato ferito nel corso di un attacco di droni, ma è rimasto fino alla fine con il suo personale e i suoi pazienti. Non si sa dove sia ma ovviamente la sua vita è in pericolo perché potrebbe fare la stessa fine di Adnan al Bursh.

Nel villaggio vacanze israeliano per soldati stressati per colazione ci sono caffé freddo, toast, bibite a vari gusti e frappè. Alla colazione seguono pranzi e cene preparati alla griglia e poi al bar si servono caffè con cialde belghe, pretzel freschi e meringhe.

Ci sono sale massaggio per corpi stanchi e cliniche mobili per controlli medici e dentistici. Ci sono docce, internet, popcorn, caramelle e acqua fresca a volontà, comode poltrone a sacco per poltrire, PlayStation per divertirsi e frutta e gelati per “quando fa caldo.”

Tel Aviv dista da Gaza meno di 80 chilometri. Le stesse delizie sono disponibili a Tel Aviv giorno e notte, ma da Tel Aviv non si può vedere la distruzione e non si possono sentire le urla dei feriti e dei moribondi.

Il villaggio vacanze è vicino a Jabaliya, che i soldati che si prendono una pausa per rimettersi in sesto dai loro gravosi doveri hanno passato gli ultimi tre mesi a distruggere. Due giorni dopo Natale hanno invaso l’ospedale Kamal Adwan, distruggendone i reparti specialistici, assassinando 5 operatori sanitari, portando via gli altri con addosso solo la biancheria intima e spostando 350 persone al gelo. Cinquanta persone che vi si erano rifugiate sono state ammazzate in un attacco aereo contro un edificio nell’area dell’ospedale.

Il giornalista Gideon Levy ha paragonato questo resort a ‘La Zona di Interesse’, film di Jonathan Glazer sulla vita che conducevano, appena oltre il muro del campo di concentramento di Auschwitz, il suo comandante Rudolf Hoss, sua moglie e i loro figli. Si potevano sentire urla e colpi di armi da fuoco in lontananza e l’arrivo dei treni mentre i bambini giocavano in giardino e la moglie si prendeva cura delle piante e chiacchierava con gli ospiti. Lo scenario è idilliaco, i bambini passano giorni fantastici.

Non lontano dal villaggio vacanze di Gaza per soldati israeliani, non lontano dalle loro colazioni, grigliate e meringhe servite con il caffè, tutto come in un hotel di lusso, i bambini muoiono di freddo e fame, sono uccisi da cecchini e fatti a pezzi da missili e proiettili dei carri armati.

Da tempo Gaza è diventata una riserva di caccia di esseri umani, con i soldati israeliani che accumulano le loro prede e ora possono andare nel loro villaggio per riprendersi dallo stress con un bel massaggio o rilassandosi su una poltrona a sacco.

Israele sta celebrando un anno di una sfilza di ‘vittorie’, come chiama il genocidio a Gaza, e l’uccisione di migliaia di civili in Libano. Ha sfruttato la crisi in Siria per impossessarsi di ulteriori territori siriani, sta lanciando attacchi missilistici contro lo Yemen e si sta preparando per un attacco contro l’Iran.

Netanyahu sta dando vita a un mondo immaginario come fosse un guerriero ebreo per essere annoverato tra migliori fra loro, mentre la storia lo ricorderà come un abbietto criminale di guerra e il vigliacco assassino di massa di donne e bambini.

C’è la causa e c’è la battaglia. La Palestina è la causa e Israele non la distruggerà mai. Gaza è la battaglia eppure Israele, con tutta la sua potenza armata, non è riuscito a sconfiggere Hamas neanche dopo 15 mesi. L’altra battaglia persa, totalmente e decisamente, è quella contro l’opinione pubblica globale. Questo è un terreno che non riguadagnerà mai più, indipendentemente da quanto a lungo riuscirà a mantenere la sua stretta sulla Palestina.

Anche se Hamas non fosse in grado di sparare un altro colpo, la causa continuerà fino alle nuove generazioni. I giovani palestinesi che sono sopravvissuti a Gaza e i loro discendenti non produrranno un altro Arafat o un odiato Mahmoud Abbas. Non si perderà altro tempo in un altro ‘processo di pace’ allestito come una trappola mortale. Il modello per le generazioni future sarà Yahya Sinwar e il loro slogan sarà la riedizione del vecchio, ‘ciò che è stato preso con la forza può solo essere ripreso con la forza.’ [frase di Gamal Abdel Nasser Hussein, presidente dell’Egitto, ndt.]

Il mondo non può più permettersi uno Stato come Israele, come non poteva permettersi una Germania nazista, una lezione che ha imparato troppo tardi. La furia illegale di Israele nella storia sta nella stessa categoria e, come negli anni ’30, sembra che almeno il mondo occidentale imparerà la lezione troppo tardi.

Ehud Barak, l’ex primo ministro israeliano, una volta disse che Israele era la villa nella giungla. Ovviamente Israele non è una villa, ma uno Stato d’apartheid genocida. La ‘giungla’ è quella che ha creato e la ‘legge della giungla, ’ non quella dell’umanità, è quella che Israele ha scelto di seguire.

La ‘villa’ è il villaggio vacanze costruito a Gaza e la giungla è l’apocalisse che i soldati israeliani hanno creato poco lontano. I bambini muoiono di fame e freddo mentre loro mangiano cialde belghe.

Questo esempio attuale della ‘banalità del male’ di Hannah Arendt è una replica della trama de ‘La zona di Interesse’, con Rudolf Hoss che osserva dalla finestra della sua villa i figli che giocano in giardino e la moglie che raccoglie fiori mentre appena oltre il muro gli internati del campo sono sterminati.

Nel discorso di accettazione agli Academy Award per la vittoria del suo film il regista ha detto che nel girare ‘La zona di interesse’ “tutte le nostre scelte sono state fatte per riflettere e confrontarci con il presente, non per dire ‘guarda quello che hanno fatto allora’, ma ‘guarda quello che noi facciamo oggi.’ Aveva in mente Gaza come esempio presente per far vedere ‘dove conduce la disumanizzazione al suo peggio.’

Rudolf Hoss fu impiccato per i suoi crimini. Contro Netanyahu la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso un mandato di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità eppure quando nel luglio 2024 ha parlato davanti al Congresso USA è stato interrotto dagli applausi quasi ogni minuto e ci sono state parecchie standing ovation, che è sicuramente come Hoss sarebbe stato accolto se avesse parlato a un raduno del partito nazista.

Dietro le fantasie dell’‘unica democrazia del Medio Oriente’ e dell’‘esercito più etico del mondo’, l’Occidente ha umanizzato l’inumano per decenni. Mai chiamato a rendere conto dei propri crimini, Israele è stato libero di continuare a commetterli, al punto di buttare in faccia al mondo un genocidio, sicuro che se la sarebbe cavata anche per questo e, protetto dagli USA, forse se la caverà. Quello che si vede dietro una facciata morale crollata è l’evidenza di ‘dove porta la disumanizzazione nel peggiore dei casi’.

Si stima che, come se avessero colto dei segnali premonitori, dal 7 ottobre 2023 un milione di israeliani abbia lasciato il Paese. Molti probabilmente non ritorneranno, dato che nessuna persona ‘normale’ vorrebbe vivere in un ambiente di conflitto permanente, rischiando la vita propria e quella delle proprie famiglie.

Si stanno allontanando da una popolazione che vuole sradicare il nemico completamente e impossessarsi delle sue terre. Non importano i mezzi: massacri, cecchini, attacchi missilistici, bombardamento di ospedali, bruciare vivi donne e bambini e lo stupro dei prigionieri nelle galere israeliane da parte dei soldati; importa solo il risultato finale.

Una società simile è ‘normale’ solo se le stesse opinioni sono condivise da quasi tutti. Questa è la ‘normalità’ di gente completamente indottrinata che è continuamente istigata da violenti fanatici razzisti che siedono nella Knesset e detengono posizioni cruciali nel governo israeliano.

Coloro che non sono nella norma in questo contesto, disgustati dai crimini commessi a loro nome, hanno tratto la conclusione di non avere posto né futuro per sé stessi e le proprie famiglie in Israele.

Mentre aumenta il flusso dell’emigrazione, Israele, in guerra al suo interno e minacciato dall’esterno, si ridurrà ancor di più a una fortezza teocratica e fascista, un’altra Masada, disprezzata dal mondo e condannata a crollare.

Questo è ciò che sembra riservare il futuro, a meno di qualche drammatico capovolgimento interno della direzione presa da Israele per decenni e di cui al momento non c’è traccia.

Anzi, i ‘successi’ dell’ultimo anno hanno convinto la cricca al governo che la vittoria totale su tutti i nemici di Israele è a portata di mano.

Va tuttavia detto che gli USA, partner nei crimini di Israele, possono cambiare prospettiva qualora lo vogliano. Alla fine potrebbero perdere la pazienza con Israele, ma questo succederà quando e se Israele non servisse più ai loro interessi strategici.

Jeremy Salt ha insegnato per molti anni all’Università di Melbourne, alla Bosporus University di Istanbul e alla Bilkent University di Ankara, specializzandosi in storia moderna del Medio Oriente. Tra le sue recenti pubblicazioni c’è il suo libro del 2008, The Unmaking of the Middle East. A History of Western Disorder in Arab Lands (University of California Press) [La disfatta del Medio Oriente. Due secoli di interventi occidentali nei paesi islamici, Elliot, 2009] e The Last Ottoman Wars. The Human Cost 1877-1923 (University of Utah Press, 2019).

Ha scritto questo articolo per The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)