La politica di giudaizzazione di Israele sta inglobando le città arabe e costruendovi sinagoghe

Editoriale/Redazione di Haaretz

6 gennaio 2025, Haaretz

A soli 100 metri dal nuovo quartiere che si sta costruendo a Dimona circa 500 beduini vivono nel villaggio non riconosciuto di Ras Jrabah. Quel villaggio è stato costruito prima della fondazione dello Stato [di Israele].

I suoi abitanti più anziani ricordano ancora quando hanno aiutato a costruire il villaggio vicino. Da allora Dimona si è sviluppato e li ha progressivamente cacciati. Ora pianifica di “inglobare” il loro villaggio senza lasciarne traccia. Secondo il sindaco di Dimona, Benny Biton il sito deve essere sgomberato per fare spazio ad una “popolazione di alto livello”.

Il piano per espellere gli abitanti di Ras Jrabah ed espandere Dimona è un esempio del trattamento brutale, arrogante, discriminatorio e violento del governo nei confronti dei suoi cittadini non ebrei. Tutto è permesso in nome della politica di giudaizzazione.

L’attuale governo tratta i beduini persino peggio dei governi precedenti. Nel 2024 c’è stato un incremento del 400% nell’esecuzione di ordini di demolizione nel Negev.

Inoltre il Comitato Ministeriale per le Questioni dei Beduini ha concordato che il piano del ministro Amichai Chikli di concentrare gli abitanti dei villaggi beduini non riconosciuti in poche cittadine verrà esteso ad altre parti del Negev.

Dei circa 35 villaggi non riconosciuti nel Negev, 10 sono a rischio immediato di demolizione. In alcuni casi lo Stato programma di costruire nuove comunità ebraiche o di ampliare quelle esistenti sulle loro rovine.

A tale scopo il governo sta portando avanti un piano che consentirebbe di trasferire migliaia di beduini in parchi roulotte provvisori che saranno costruiti nelle attuali città beduine. Ma il livello di infrastrutture in questi parcheggi sarebbe inferiore a quello richiesto per le cittadine stanziali. Se questo piano fosse approvato potrebbe facilmente consentire un veloce trasferimento forzato di migliaia di beduini in quartieri di baraccopoli con inadeguate condizioni di vita.

Sedici delle 18 comunità la cui creazione è stata approvata dal governo nell’ultimo decennio sono destinate agli ebrei. Il risultato pratico è che la terra disponibile per i beduini si è ridotta e loro non hanno potuto regolarizzare i propri villaggi.

Un esempio è la sequela di comunità che si prevede sorgano lungo la Route 25 tra Be’er Sheva e Dimona. Quasi tutte sono destinate ad essere costruite su terre, o nei loro pressi, dei villaggi beduini non riconosciuti.

Invece di agire a vantaggio della popolazione che vive nel Negev il governo sta promuovendo una soluzione suburbana costosa ed ingiusta destinata a persone che vivono all’esterno. I primi sono beduini, i secondi ebrei.

Analogamente, in seguito alle decisioni di progettazione e vendita, solo un quarto degli appartamenti nel nuovo quartiere di Jisr al-Zarqa, che avrebbe dovuto alleviare la carenza di case nell’impoverita cittadina araba, è stato in realtà acquistato dagli abitanti del villaggio.

I nuovi abitanti, per la maggioranza ebrei, ora sono preoccupati di quando verrà costruita una circonvallazione e se sarà possibile costruire una sinagoga nel loro “esclusivo complesso di lusso recintato”, come viene definito dal materiale pubblicitario dei progettisti.

Questa discriminazione nella pianificazione contro la comunità araba, incrementata dalla legge sullo Stato-nazione, condanna molti membri della comunità ad una vita di povertà senza alcun futuro. Tutto ciò deve finire.

Questo articolo è l’editoriale principale di Haaretz, pubblicato sui giornali in ebraico e in inglese in Israele.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Villaggio vacanze israeliano a Gaza: la grottesca realtà dietro il genocidio

Jeremy Salt

1 gennaio 2025Palestine Chronicle

Le recenti azioni di Israele a Gaza, dal costruire un villaggio vacanze per i suoi soldati alla distruzione di ospedali, evidenziano una grottesca disconnessione dalle sofferenze umane.

La vera notizia del giorno non è che l’esercito israeliano ha costruito un villaggio vacanze per soldati stanchi sulla costa di Gaza, non lontano da Jabaliya che quegli stessi soldati hanno metodicamente distrutto negli ultimi tre mesi.

Il villaggio è solo un mostruoso memento di quanto lo Stato di Israele e la maggioranza del suo popolo si sono allontanati dalla normale umanità.

La vera notizia è l’uccisione di altri palestinesi, la distruzione definitiva dell’ospedale Kamal Adwan a Beit Lahia, l’assassinio o il rapimento del personale e dei pazienti e lo spostamento di feriti gravi in altri ospedali che persino i principali media ammettono che non sono più operativi.

Il personale medico è stato portato verso una destinazione sconosciuta, forse la prigione Sde Teiman dove è stato assassinato uno degli altri medici rapiti, il dr. Adnan al Bursh, chirurgo ortopedico, laureato al King’s College. Secondo Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, è stato stuprato a morte.

L’eroismo dei palestinesi è sintetizzato dal dr. Hussam Abu Safiya, il direttore dell’ospedale Kamal Adwan, che è stato picchiato con manganelli e bastoni mentre veniva trascinato via.

Il figlio del dr. Abu Safiya, Ibrahim, era stato ucciso dagli israeliani a ottobre. Il dr. Abu Safiya era stato ferito nel corso di un attacco di droni, ma è rimasto fino alla fine con il suo personale e i suoi pazienti. Non si sa dove sia ma ovviamente la sua vita è in pericolo perché potrebbe fare la stessa fine di Adnan al Bursh.

Nel villaggio vacanze israeliano per soldati stressati per colazione ci sono caffé freddo, toast, bibite a vari gusti e frappè. Alla colazione seguono pranzi e cene preparati alla griglia e poi al bar si servono caffè con cialde belghe, pretzel freschi e meringhe.

Ci sono sale massaggio per corpi stanchi e cliniche mobili per controlli medici e dentistici. Ci sono docce, internet, popcorn, caramelle e acqua fresca a volontà, comode poltrone a sacco per poltrire, PlayStation per divertirsi e frutta e gelati per “quando fa caldo.”

Tel Aviv dista da Gaza meno di 80 chilometri. Le stesse delizie sono disponibili a Tel Aviv giorno e notte, ma da Tel Aviv non si può vedere la distruzione e non si possono sentire le urla dei feriti e dei moribondi.

Il villaggio vacanze è vicino a Jabaliya, che i soldati che si prendono una pausa per rimettersi in sesto dai loro gravosi doveri hanno passato gli ultimi tre mesi a distruggere. Due giorni dopo Natale hanno invaso l’ospedale Kamal Adwan, distruggendone i reparti specialistici, assassinando 5 operatori sanitari, portando via gli altri con addosso solo la biancheria intima e spostando 350 persone al gelo. Cinquanta persone che vi si erano rifugiate sono state ammazzate in un attacco aereo contro un edificio nell’area dell’ospedale.

Il giornalista Gideon Levy ha paragonato questo resort a ‘La Zona di Interesse’, film di Jonathan Glazer sulla vita che conducevano, appena oltre il muro del campo di concentramento di Auschwitz, il suo comandante Rudolf Hoss, sua moglie e i loro figli. Si potevano sentire urla e colpi di armi da fuoco in lontananza e l’arrivo dei treni mentre i bambini giocavano in giardino e la moglie si prendeva cura delle piante e chiacchierava con gli ospiti. Lo scenario è idilliaco, i bambini passano giorni fantastici.

Non lontano dal villaggio vacanze di Gaza per soldati israeliani, non lontano dalle loro colazioni, grigliate e meringhe servite con il caffè, tutto come in un hotel di lusso, i bambini muoiono di freddo e fame, sono uccisi da cecchini e fatti a pezzi da missili e proiettili dei carri armati.

Da tempo Gaza è diventata una riserva di caccia di esseri umani, con i soldati israeliani che accumulano le loro prede e ora possono andare nel loro villaggio per riprendersi dallo stress con un bel massaggio o rilassandosi su una poltrona a sacco.

Israele sta celebrando un anno di una sfilza di ‘vittorie’, come chiama il genocidio a Gaza, e l’uccisione di migliaia di civili in Libano. Ha sfruttato la crisi in Siria per impossessarsi di ulteriori territori siriani, sta lanciando attacchi missilistici contro lo Yemen e si sta preparando per un attacco contro l’Iran.

Netanyahu sta dando vita a un mondo immaginario come fosse un guerriero ebreo per essere annoverato tra migliori fra loro, mentre la storia lo ricorderà come un abbietto criminale di guerra e il vigliacco assassino di massa di donne e bambini.

C’è la causa e c’è la battaglia. La Palestina è la causa e Israele non la distruggerà mai. Gaza è la battaglia eppure Israele, con tutta la sua potenza armata, non è riuscito a sconfiggere Hamas neanche dopo 15 mesi. L’altra battaglia persa, totalmente e decisamente, è quella contro l’opinione pubblica globale. Questo è un terreno che non riguadagnerà mai più, indipendentemente da quanto a lungo riuscirà a mantenere la sua stretta sulla Palestina.

Anche se Hamas non fosse in grado di sparare un altro colpo, la causa continuerà fino alle nuove generazioni. I giovani palestinesi che sono sopravvissuti a Gaza e i loro discendenti non produrranno un altro Arafat o un odiato Mahmoud Abbas. Non si perderà altro tempo in un altro ‘processo di pace’ allestito come una trappola mortale. Il modello per le generazioni future sarà Yahya Sinwar e il loro slogan sarà la riedizione del vecchio, ‘ciò che è stato preso con la forza può solo essere ripreso con la forza.’ [frase di Gamal Abdel Nasser Hussein, presidente dell’Egitto, ndt.]

Il mondo non può più permettersi uno Stato come Israele, come non poteva permettersi una Germania nazista, una lezione che ha imparato troppo tardi. La furia illegale di Israele nella storia sta nella stessa categoria e, come negli anni ’30, sembra che almeno il mondo occidentale imparerà la lezione troppo tardi.

Ehud Barak, l’ex primo ministro israeliano, una volta disse che Israele era la villa nella giungla. Ovviamente Israele non è una villa, ma uno Stato d’apartheid genocida. La ‘giungla’ è quella che ha creato e la ‘legge della giungla, ’ non quella dell’umanità, è quella che Israele ha scelto di seguire.

La ‘villa’ è il villaggio vacanze costruito a Gaza e la giungla è l’apocalisse che i soldati israeliani hanno creato poco lontano. I bambini muoiono di fame e freddo mentre loro mangiano cialde belghe.

Questo esempio attuale della ‘banalità del male’ di Hannah Arendt è una replica della trama de ‘La zona di Interesse’, con Rudolf Hoss che osserva dalla finestra della sua villa i figli che giocano in giardino e la moglie che raccoglie fiori mentre appena oltre il muro gli internati del campo sono sterminati.

Nel discorso di accettazione agli Academy Award per la vittoria del suo film il regista ha detto che nel girare ‘La zona di interesse’ “tutte le nostre scelte sono state fatte per riflettere e confrontarci con il presente, non per dire ‘guarda quello che hanno fatto allora’, ma ‘guarda quello che noi facciamo oggi.’ Aveva in mente Gaza come esempio presente per far vedere ‘dove conduce la disumanizzazione al suo peggio.’

Rudolf Hoss fu impiccato per i suoi crimini. Contro Netanyahu la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso un mandato di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità eppure quando nel luglio 2024 ha parlato davanti al Congresso USA è stato interrotto dagli applausi quasi ogni minuto e ci sono state parecchie standing ovation, che è sicuramente come Hoss sarebbe stato accolto se avesse parlato a un raduno del partito nazista.

Dietro le fantasie dell’‘unica democrazia del Medio Oriente’ e dell’‘esercito più etico del mondo’, l’Occidente ha umanizzato l’inumano per decenni. Mai chiamato a rendere conto dei propri crimini, Israele è stato libero di continuare a commetterli, al punto di buttare in faccia al mondo un genocidio, sicuro che se la sarebbe cavata anche per questo e, protetto dagli USA, forse se la caverà. Quello che si vede dietro una facciata morale crollata è l’evidenza di ‘dove porta la disumanizzazione nel peggiore dei casi’.

Si stima che, come se avessero colto dei segnali premonitori, dal 7 ottobre 2023 un milione di israeliani abbia lasciato il Paese. Molti probabilmente non ritorneranno, dato che nessuna persona ‘normale’ vorrebbe vivere in un ambiente di conflitto permanente, rischiando la vita propria e quella delle proprie famiglie.

Si stanno allontanando da una popolazione che vuole sradicare il nemico completamente e impossessarsi delle sue terre. Non importano i mezzi: massacri, cecchini, attacchi missilistici, bombardamento di ospedali, bruciare vivi donne e bambini e lo stupro dei prigionieri nelle galere israeliane da parte dei soldati; importa solo il risultato finale.

Una società simile è ‘normale’ solo se le stesse opinioni sono condivise da quasi tutti. Questa è la ‘normalità’ di gente completamente indottrinata che è continuamente istigata da violenti fanatici razzisti che siedono nella Knesset e detengono posizioni cruciali nel governo israeliano.

Coloro che non sono nella norma in questo contesto, disgustati dai crimini commessi a loro nome, hanno tratto la conclusione di non avere posto né futuro per sé stessi e le proprie famiglie in Israele.

Mentre aumenta il flusso dell’emigrazione, Israele, in guerra al suo interno e minacciato dall’esterno, si ridurrà ancor di più a una fortezza teocratica e fascista, un’altra Masada, disprezzata dal mondo e condannata a crollare.

Questo è ciò che sembra riservare il futuro, a meno di qualche drammatico capovolgimento interno della direzione presa da Israele per decenni e di cui al momento non c’è traccia.

Anzi, i ‘successi’ dell’ultimo anno hanno convinto la cricca al governo che la vittoria totale su tutti i nemici di Israele è a portata di mano.

Va tuttavia detto che gli USA, partner nei crimini di Israele, possono cambiare prospettiva qualora lo vogliano. Alla fine potrebbero perdere la pazienza con Israele, ma questo succederà quando e se Israele non servisse più ai loro interessi strategici.

Jeremy Salt ha insegnato per molti anni all’Università di Melbourne, alla Bosporus University di Istanbul e alla Bilkent University di Ankara, specializzandosi in storia moderna del Medio Oriente. Tra le sue recenti pubblicazioni c’è il suo libro del 2008, The Unmaking of the Middle East. A History of Western Disorder in Arab Lands (University of California Press) [La disfatta del Medio Oriente. Due secoli di interventi occidentali nei paesi islamici, Elliot, 2009] e The Last Ottoman Wars. The Human Cost 1877-1923 (University of Utah Press, 2019).

Ha scritto questo articolo per The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Gli Stati Uniti alimentano dubbi sulla carestia a Gaza

Bryce Greene  

6 gennaio 2025  Mondoweiss

L’amministrazione Biden sta cercando di alimentare una disputa fasulla sui numeri della carestia a Gaza per nascondere la realtà del genocidio.

Il 23 dicembre la Rete di Sistemi di Allerta Precoce sulla Carestia (FEWS Net), un progetto finanziato dall’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID), ha pubblicato un rapporto che dava l’allarme su uno “scenario di carestia” che “è in corso nella parte settentrionale di Gaza”. In base alla mancanza di aiuti e al numero di persone conteggiate nella zona, la FEWS Net ha concluso che “è altamente probabile che le soglie di consumo alimentare e di malnutrizione acuta per carestia (fase IPC 5) siano state ormai superate”. L’organizzazione ha stimato che, in assenza di qualche cambiamento nella politica israeliana, si prevede che “i livelli di mortalità non traumatica supereranno la soglia della carestia (fase IPC 5) tra gennaio e marzo 2025, con almeno 2-15 morti al giorno”. La soglia riconosciuta come carestia sarebbe di due o più decessi al giorno ogni 10.000 persone.

La FEWS Net monitora la situazione umanitaria a Gaza dall’inizio dell’attacco israeliano.

Una disputa falsa

Il giorno dopo la pubblicazione del rapporto, l’ambasciatore statunitense in Israele Jack Lew ha pubblicamente denunciato il rapporto in un tweet. Ha affermato che il rapporto di FEWS Net “si basava su dati inesatti” e che “è irresponsabile pubblicare un rapporto come questo”. La sua obiezione si fonderebbe sul numero di civili attualmente presenti nel nord di Gaza. Il rapporto di FEWS Net includeva valutazioni di novembre che stimavano una popolazione di quasi 75.000. Nella sua denuncia Lew ha citato cifre più recenti combinando la stima dell’israeliano Coordinamento delle Attività Governative nei Territori (COGAT) di 5.000-9.000 persone e la stima di UNRWA di 7.000-15.000 persone. Lew ha scritto che “è ormai evidente che la popolazione civile in quella parte di Gaza è compresa tra i 7.000 e i 15.000, non tra i 65.000 e 75.000 che sono alla base di questo rapporto”. Per Lew, l’uso dei dati di novembre indebolisce le conclusioni del rapporto sulla carestia esistente nel nord di Gaza.

Tuttavia questa critica ha senso solo per chi non abbia effettivamente letto il rapporto, che ammonta a sole tre pagine. Anche se il rapporto citava le cifre precedenti più alte, sarebbe completamente falso dire che queste fossero la “base di questo rapporto”. Nella frase seguente FEWS Net citava le cifre di novembre dell’OCHA e il rapporto citava anche le cifre minori dell’UNRWA in dicembre: “Immagini satellitari più recenti suggeriscono che migliaia di persone sono evacuate all’inizio di dicembre, e sono in corso tentativi di aggiornare la stima dell’entità della popolazione rimanente; un aggiornamento dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA) del 22 dicembre suggerisce che la popolazione potrebbe essere più scarsa, di 10.000-15.000 unità.”

La citazione è chiara nell’includere il numero più basso nella valutazione: “L’entità del numero giornaliero stimato di decessi (2-15 decessi al giorno, applicando la soglia del tasso approssimativo di mortalità per una carestia di 2 decessi su 10.000 persone al giorno) fissa la popolazione di base più bassa per una possibile classificazione di carestia (fase IPC 5) nell’estremo inferiore (10.000 persone) e la popolazione di base stimata massima (75.000 persone) all’estremo superiore.”

Il rapporto riconosce una certa ambiguità nei numeri dell’UNRWA: “In base a quanto detto nell’aggiornamento dell’UNRWA, non è chiaro se l’ONU stia suggerendo che la popolazione totale di Gaza settentrionale sia di 10.000-15.000, o se 10.000-15.000 persone rimangano in un sottoinsieme di aree”. Il rapporto FEWS Net è stato chiaro anche sui limiti nella raccolta dati scrivendo: “In mezzo a condizioni sempre più impraticabili per la raccolta di dati che si vorrebbe per confermare definitivamente che i criteri di una carestia (fase 5 dell’IPC) sono stati verificati, l’analisi della probabilità di carestia (fase 5 dell’IPC) deve basarsi su estrapolazione, inferenza, prove empiriche, logica e giudizio di esperti”. Anche una lettura superficiale smentisce completamente l’affermazione di Lew secondo cui cifre “inesatte e obsolete” fossero alla “base di questo rapporto”.

Distorcere la realtà

Nonostante l’infondatezza dell’attacco del Dipartimento di Stato, FEWS Net ha ceduto alle pressioni. Il New York Times ha riferito che l’organizzazione ha intenzione di modificare le sue proiezioni in base a numeri aggiornati, una dichiarazione sorprendente dato che le loro valutazioni correnti includevano numeri del giorno precedente alla pubblicazione. Anche il Times ha riferito che FEWS Net mantiene la sua valutazione, ma il rapporto è stato rimosso dal loro sito web (ancora accessibile tramite la Wayback Machine [archivio digitale del World Wide Web di un’organizzazione non-profit californiana, ndt.]. Infatti, mentre sono ancora disponibili vecchi rapporti su Gaza, la bacheca interattiva di FEWS Net non mostra alcuna informazione su Gaza. I gruppi di Sostegno e Difesa hanno subito risposto all’attacco degli Stati Uniti e alla ritrattazione di FEWS Net con una condanna. Il Council on American Islamic Relations (CAIR) ha rilasciato una dichiarazione in cui condanna la rimozione del rapporto: “Respingere un rapporto sulla carestia nel nord di Gaza apparentemente vantandosi del fatto che sia stato etnicamente ripulito con successo dalla sua popolazione nativa è solo l’ultimo esempio di come i funzionari dell’amministrazione Biden sostengano, consentano e giustifichino la evidente e dichiarata campagna di genocidio di Israele a Gaza.”

Ken Roth di Human Rights Watch ha condannato la disputa: ” Cavillare sul numero di persone in estremo bisogno di cibo sembra una manovra politica diversiva sul fatto che il governo israeliano sta bloccando praticamente tutto il cibo”.

Denunciando subito il rapporto, l’ambasciatore degli Stati Uniti ha spostato l’attenzione della copertura mediatica dalle conclusioni del rapporto alla nuova vicenda della disputa. Per il pubblico, le conclusioni del rapporto vengono messe in secondo piano e la cosa più importante è la disputa. La rimozione del rapporto da parte di FEWS Net ha solo alimentato questo depistaggio.

Il giorno di Natale il New York Times ha pubblicato un articolo che raccontava la saga, evidenziando le critiche dell’ambasciatore Lew e inquadrando la storia come una disputa sui numeri. Il Times sembra non aver letto il rapporto poiché non fa alcun riferimento al fatto che FEWS Net cita le cifre più recenti dell’UNRWA.

Il Times ha scritto che “la disputa evidenzia le difficoltà nella raccolta di dati a Gaza che hanno ostacolato gli sforzi umanitari dall’inizio della guerra”. Il Times non ha fatto alcun tentativo di indagare o valutare i fatti che costituivano l’obiezione di Lew. Invece ha stampato acriticamente la difesa di Israele: “Israele ha affermato che lavora duramente per facilitare le forniture a Gaza, ma che i gruppi di aiuto hanno spesso fallito nel fornire assistenza a causa di saccheggi e illegalità diffusi”.

Il Times ha rifiutato di menzionare l’enorme mole di prove che Israele stia deliberatamente limitando gli aiuti come parte di una politica ufficiale di spopolamento.

Intenzione di distruggere

Uno dei pilastri fondamentali della causa contro Israele per genocidio è il suo deliberato uso di fame e deprivazione come tattica. Amnesty definisce l’intento delle azioni israeliane volte a “infliggere deliberatamente ai palestinesi di Gaza condizioni di vita calcolate per provocare la loro distruzione fisica”. Tra le altre cose il metodo principale utilizzato da Israele è stato “negare e ostacolare la fornitura di servizi essenziali, assistenza umanitaria e altre forniture salvavita”. In un rapporto pubblicato il giorno prima del rapporto di FEWS Net, OXFAM aveva lanciato l’allarme sul fatto che tra l’8 ottobre e il 16 dicembre l’ONU avesse tentato 137 missioni di aiuti nella Striscia di Gaza settentrionale e oltre il 90% di esse fossero state respinte da Israele. Dei 34 camion di aiuti ufficialmente autorizzati a entrare a Gaza, solo 12 hanno superato la sfida di ritardi e restrizioni arbitrarie imposte da Israele alla consegna effettiva di cibo o acqua.

USAID, il principale sostenitore di FEWS Net, ha pubblicato le proprie valutazioni sulla situazione a Gaza nell’ultimo anno e mezzo di genocidio. Samantha Power, la “superstar umanitaria” a capo di USAID sotto Biden, ha ammesso che Israele era la forza principale a impedire agli aiuti di entrare nella Striscia. In primavera USAID ha stimato che Israele stesse deliberatamente bloccando gli aiuti a Gaza, una delle tante azioni israeliane che rendono illegali gli aiuti militari statunitensi a Israele secondo il diritto statunitense e internazionale.

Come ha osservato il giornalista Stephen Semler ci sono numerosi modi, tra cui le cifre da loro pubblicate, in cui gli israeliani hanno confermato la propria politica di blocco degli aiuti a Gaza.

La politica di carestia di Israele è stata apertamente riconosciuta sia in Israele che negli Stati Uniti. Almeno da ottobre questa politica si è materializzata nel cosiddetto Piano Generale per la bonifica della parte settentrionale di Gaza. Il Piano generale è il nome dato al documento di Giora Eiland, uno dei falchi fra i generali israeliani, che esorta l’IDF a espellere con la forza la popolazione del nord, quindi sigillare l’area trattando chiunque rimanga come obiettivo militare.

In effetti questo piano è la base per la violenta campagna di pulizia etnica dei molti che non sono in grado o non vogliono rispettare gli illegittimi ordini dell’IDF. Eiland, che ha approvato misure drastiche tra cui consentire o incoraggiare epidemie a Gaza come parte degli sforzi bellici di Israele, ha difeso il suo piano sulla stampa israeliana.

In Israele questo piano viene apertamente discusso come un progetto per la Striscia di Gaza settentrionale. Israele ha rassicurato privatamente le controparti statunitensi che questo non fosse il loro progetto, ma ha rifiutato di rinnegarlo pubblicamente.

Il compimento del piano è favorito dalle condizioni di carestia segnalate da FEWS Net.

Questa falsa disputa sui rapporti umanitari nel Nord è progettata per oscurare i fatti e spianare la strada al continuo attacco di Israele alla popolazione di Gaza. Come hanno confermato Amnesty, Human Rights Watch e numerosi rapporti, Israele ha dimostrato la chiara intenzione di commettere atti genocidi contro i palestinesi. Funzionari e media statunitensi sono serviti a coprire questo crimine.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il brutale assedio di Jenin da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese non fa che aggravare la sua crisi di legittimità

Yara Hawari

3 gennaio 2025-Al Jazeera

Il popolo palestinese non dimenticherà la perdita di vite umane o le percosse e le torture in stile shabiha

Il 28 dicembre la giovane studentessa di giornalismo Shatha Sabbagh è uscita di casa nella città di Jenin, nella Cisgiordania occupata, con la madre e i due figli piccoli della sorella. Un attimo dopo è stata colpita alla testa e uccisa dal proiettile di un cecchino. Aveva solo 21 anni.

Shatha è stata uccisa nello stesso campo profughi in cui la giornalista veterana Shireen Abu Akleh è stata assassinata dal regime israeliano nel 2022. Tuttavia, Shatha non è stata uccisa da un soldato del regime israeliano. Secondo la sua famiglia il proiettile che le ha tolto la vita è stato sparato dalle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (PASF).

Nell’ultimo mese, le PASF hanno assediato il campo profughi di Jenin, in uno sforzo coordinato con gli israeliani, come parte del tentativo di reprimere la resistenza armata nella Cisgiordania settentrionale.

Mentre l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) è riuscita a sottomettere la resistenza all’occupazione israeliana in molti altri centri urbani attraverso minacce e repressione, nel nord rimangono sacche in cui sono ancora presenti gruppi di resistenza armata. La città di Jenin, e in particolare il suo campo profughi, dove sono state uccise sia Shireen che Shatha, è una di queste sacche. Ecco perché il campo, che ospita più di 15.000 persone, è diventato un simbolo di resistenza e fermezza e una vera spina nel fianco del PASF.

In effetti, l’esistenza stessa dell’ANP dipende dall’eliminazione della resistenza al regime israeliano in tutte le aree sotto il suo presunto controllo. Infatti coordina costantemente le sue azioni con l’esercito israeliano e utilizza tattiche di repressione che sono spesso indistinguibili da quelle [di Israele]. In effetti si potrebbe facilmente confondere le PASF con l’esercito israeliano se non fosse per le loro uniformi diverse.

E, mentre gli israeliani continuano con il loro genocidio a Gaza, le PASF hanno intrapreso la loro vasta operazione di aggressione contro Jenin. Hanno posto un assedio implacabile al campo profughi, tagliando acqua, elettricità e vietando l’ingresso della maggior parte dei beni di prima necessità. Le PASF hanno anche piazzato cecchini sui tetti e posti di blocco sulle strade, al fine di limitare gli spostamenti dei combattenti della resistenza.

Ci sono anche segnalazioni di percosse, arresti e torture. Un team della Mezzaluna Rossa Palestinese ha testimoniato di essere stato trattenuto, picchiato e interrogato per due giorni e mezzo mentre cercava di consegnare medicinali alle famiglie assediate.

In un video che sta circolando sui social media palestinesi due uomini vengono costretti a stare in piedi su una gamba e a ripetere continuamente “il Presidente Abu Mazen [Mahmoud Abbas] è Dio”. In un altro video i membri della PASF picchiano fino a far perdere i sensi un giovane a quanto pare per aver criticato l’assedio dell’AP al campo profughi di Jenin. Forse non sorprende che molti stiano usando la parola “shabiha” [in arabo “spettri”, “fantasmi” n.d.t.] per descrivere le PASF, un termine comunemente usato per le forze e i gruppi che erano fedeli all’ex dittatore siriano Bashar al-Assad

Gli abitanti del campo sono scesi in piazza per protestare e hanno chiesto all’ANP di fermare il suo brutale assalto e di porre fine allo spargimento di sangue fratricida. Ma queste richieste sono state ignorate. Invece le PASF insistono affinché i combattenti della resistenza consegnino le armi o lascino il campo, cose che si sono categoricamente rifiutati di fare. Come andrà a finire è ancora da vedere, ma ciò che è certo è che prima della sua fine altro sangue palestinese verrà versato. Per la leadership dell’ANP l’operazione a Jenin fa parte di un quadro molto più ampio che le consente di posizionarsi come l’organismo che prenderà il controllo di Gaza dopo un cessate il fuoco. La logica è che, se l’ANP può dimostrare di poter sedare e persino eliminare la resistenza armata in Cisgiordania, Israele e gli Stati Uniti ne faciliteranno l’insediamento a Gaza. Tuttavia, mentre l’amministrazione Biden ha indicato che avrebbe sostenuto una presa in carico dell’ANP [a Gaza, n.d.t.], il governo Netanyahu non ha fatto alcuna proposta del genere e, al contrario, ha dichiarato categoricamente che avrebbe rifiutato tale scenario. Ciononostante la dirigenza dell’ANP continua a svolgere il suo ruolo di collaborazionista nella speranza di ottenere più briciole dalla tavola del padrone. Come per dimostrare la sua colpevolezza e gettare altro sale sulla ferita, l’ANP ha recentemente annunciato la sua decisione di sospendere le operazioni di Al Jazeera nella Cisgiordania occupata come punizione per i suoi reportage da Jenin. L’ANP segue le orme del governo israeliano che anch’esso ha vietato le trasmissioni della rete nel maggio 2024 in risposta diretta al fatto che ha informato sul genocidio in corso a Gaza.

Mentre il tradimento della leadership dell’ANP e il coordinamento della sicurezza con il regime israeliano non sono una novità, il suo prolungato assedio di Jenin ha portato il suo tradimento del popolo palestinese a un livello completamente nuovo. Le sue uccisioni ingiustificate di civili e le percosse e torture in stile shabiha dimostrano che è più che disposta ad oltrepassare linee rosse che difficilmente saranno dimenticate o perdonate dal popolo palestinese. Niente di tutto ciò fa ben sperare per la durata di una leadership che sta già soffrendo una crisi di legittimità per la sua incapacità di prendere una posizione significativa contro il genocidio in corso a Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

[Yara Hawari è la co-direttrice di Al-Shabaka, il Palestinian Policy Network. In precedenza ha ricoperto il ruolo di Palestine policy fellow e senior analyst. Yara ha completato il dottorato di ricerca in politica mediorientale presso l’Università di Exeter, dove ha insegnato vari corsi universitari e continua a essere una ricercatrice ad honorem. Oltre al suo lavoro accademico, incentrato su studi sui popoli indigeni e storia orale, è una commentatrice politica che scrive spesso per vari organi di informazione.]

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




1000 persone colpite direttamente dal 7 ottobre firmano una lettera che chiede con urgenza una commissione di inchiesta di Stato

I firmatari giurano di opporsi ad una “commissione di insabbiamento politico”

Michael Bachner e redazione Times of Israel

1 gennaio 2025 – Times of Israel

Mentre il governo di Netanyahu continua a contrastare una iniziativa che i sondaggi dicono essere sostenuta da una larga maggioranza, su 4 pagine di giornali compare un appello di ex ostaggi, sopravvissuti, famiglie di defunti

Circa 1000 persone le cui vite sono state direttamente colpite dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 hanno sottoscritto una lettera aperta pubblicata mercoledì su diversi importanti giornali in cui si chiede che il governo istituisca immediatamente una commissione statale di inchiesta sui tanti errori che hanno consentito il più grande disastro nella storia di Israele.

La lettera aperta ha occupato quattro pagine su ognuno dei giornali, a causa del grande numero dei firmatari.

Tra i firmatari vi sono più di 20 sopravvissuti alla prigionia, centinaia di famiglie di defunti, parenti di ostaggi ancora detenuti a Gaza, sopravvissuti all’attacco, soldati dell’esercito feriti e riservisti.

La lettera aperta è stata promossa dall’associazione October Council, che rappresenta le famiglie direttamente colpite dal massacro del 7 ottobre – in cui circa 1200 persone furono uccise, 251 prese in ostaggio e molte altre ferite – e ha fatto richiesta di una commissione di inchiesta statale.

Noi, famiglie colpite il 7 ottobre e firmatarie in calce chiediamo che il governo istituisca una commissione di inchiesta statale”, afferma la lettera. “Ci uniremo come baluardo contro ogni tentativo di istituire una commissione di insabbiamento politico. Non accetteremo un comitato in cui i destinatari dell’inchiesta designano gli inquirenti.

Solo una commissione di inchiesta statale avrà gli strumenti e il mandato per indagare su ogni cosa e ogni persona; per rivelare la verità; per dare giustizia ai caduti, agli assassinati, alle vittime e alle loro famiglie; per rafforzare la sicurezza nazionale e per impedire il prossimo disastro.”

Il primo ministro Benjamin Netanyahu e gli altri membri della sua coalizione di estrema destra hanno respinto l’ipotesi di avviare una commissione di inchiesta statale, sostenendo che una simile indagine sarebbe politicamente sbilanciata contro di loro, poiché i suoi membri verrebbero nominati dal presidente della Corte Suprema e adducendo inoltre che qualunque inchiesta dovrebbe essere avviata solo dopo la fine della guerra.

Il premier e la maggior parte dei suoi alleati politici hanno rifiutato di riconoscere ogni responsabilità per i molteplici errori che hanno portato al massacro, cercando invece di attribuire la colpa ai capi della sicurezza e ai rivali politici.

Fin dal suo esordio il governo ha cercato di riformare radicalmente il sistema giudiziario, ritenendolo eccessivamente attivo e sbilanciato contro la destra. Questi tentativi hanno incluso quello, tuttora in corso, di riformare la Corte Suprema forzando la nomina di un giudice conservatore come presidente al posto del presidente attualmente in carica, Isaac Amit, e promuovendo la candidatura di giudici ultraconservatori agli scranni dell’alta corte.

Questi sforzi sono stati duramente condannati dai magistrati e dall’opposizione – come anche dalla gran maggioranza del pubblico, secondo la maggior parte dei sondaggi di opinione – in quanto tali da compromettere le fondamenta democratiche di Israele.

Una commissione di inchiesta statale dispone dei più ampi poteri in base al diritto israeliano ed è lo strumento principale per indagare sui principali errori dei leader del Paese, dei capi della sicurezza e degli organi dello Stato. E’ normalmente guidata da un giudice in pensione della Corte Suprema. Esther Hayut sarebbe una potenziale candidata per tale ruolo, dopo il suo incarico di presidente dell’alta corte, scaduto un anno fa. Ma Netanyahu si è ripetutamente opposto duramente alla sua nomina a causa delle sue esplicite critiche ai tentativi di riforma giudiziaria.

La coalizione (di governo) ha invece proposto la creazione di un collegio di più basso livello guidato da persone nominate dal governo, o un compromesso che darebbe vita ad un gruppo con un consenso più ampio.

Ma gli oppositori di Netanyahu hanno sostenuto che il premier e chi è al potere stanno cercando di sottrarsi alla responsabilità per quanto si è svolto il 7 ottobre per poter restare al potere. I sondaggi di opinione hanno mostrato che il pubblico sostiene in misura schiacciante la creazione di una commissione di inchiesta statale, anche all’interno della base elettorale della coalizione.

Meno di tre anni fa, quando erano all’opposizione, Netanyahu ed i suoi alleati politici hanno condotto una campagna a favore dell’istituzione di una commissione di inchiesta statale sullo scandalo che ha coinvolto la polizia israeliana, che avrebbe usato potenti software spia per monitorare abusivamente cittadini israeliani.

Una Commissione di Inchiesta Civile indipendente – costituita da parenti delle vittime dell’attacco alla luce del continuo rifiuto di Netanyahu di approvare una commissione di inchiesta statale – ha pubblicato i suoi risultati a novembre, attaccando Netanyahu ed accusandolo di minare il processo decisionale della sicurezza nazionale del governo, provocando una frattura tra la leadership politica e militare israeliana e lasciando il Paese impreparato al devastante attacco di Hamas.

Il rapporto inoltre asseriva che l’intero governo “aveva fallito nella sua principale missione” e che le Forze di Difesa Israeliane (l’esercito), lo Shin Bet (i Servizi Interni) ed altre organizzazioni “hanno completamente mancato il loro unico obbiettivo – proteggere i cittadini di Israele.”

I membri del comitato hanno avvertito che il loro lavoro non poteva sostituire quello di un’indagine ufficiale con il potere di convocazione di testimoni, ma hanno affermato che ciò che avevano ascoltato era estremamente preoccupante.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Medici da tutto il mondo chiedono a Israele di rilasciare il direttore dell’ospedale Kamal Adwan

Firdevs Bulut

31 dicembre 2024 – Middle East Eye

Professionisti sanitari e utenti dei social media si mobilitano per il dottor Hussam Abu Safiya di Gaza e fanno appello alla comunità internazionale

Operatori sanitari e utenti dei social media di tutto il mondo chiedono il rilascio immediato del dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza, attualmente detenuto dall’esercito israeliano.

Questa settimana medici, professionisti sanitari e comuni civili si sono rivolti ai social media per condividere il loro sostegno ad Abu Safiya, utilizzando l’hashtag “Free Dr Hussam Abu Safiyeh”, oltre a moltiplicare le richieste che Israele smetta di attaccare gli ospedali di Gaza nella sua guerra contro l’enclave assediata iniziata nell’ottobre 2023.

Oltre all’hashtag virale è stata avviata una petizione sulla piattaforma Change.org.

La petizione è indirizzata al presidente degli Stati Uniti Joe Biden e alla vicepresidente Kamala Harris e invita “la comunità internazionale, in particolare gli Stati Uniti, a usare la propria influenza e autorità per costringere Israele a rilasciare immediatamente il dottor Abu Safiya e il resto del personale medico e i pazienti presi in arresto al Kamal Adwan”.

“L’assistenza sanitaria non è un crimine. Attaccare deliberatamente gli ospedali, il personale medico e i pazienti lo è”, si legge nel testo della petizione.

Quasi 2.000 persone hanno firmato la petizione, citando le leggi internazionali che proibiscono attacchi deliberati o intenzionali alle strutture e al personale medico, così come ai feriti e ai malati.

Anche la famiglia di Abu Safiya ha fatto appello alla comunità internazionale affinché agisca per il rilascio del medico.

Per attirare maggiore attenzione sulla causa professionisti della sanità hanno condiviso immagini online con messaggi scritti a mano con l’hashtag #FreeDrHussamAbuSafiya.

Le forze israeliane hanno arrestato Abu Safiya venerdì, dopo aver preso d’assalto l’ospedale Kamal Adwan. Durante l’assalto diversi reparti hanno preso fuoco e sono stati uccisi e feriti operatori sanitari e pazienti palestinesi, secondo Munir al-Bursh, direttore generale del ministero della Salute palestinese a Gaza.

Nel raid le forze israeliane hanno affermato di aver ucciso almeno 20 palestinesi.

Secondo i resoconti di lunedì Abu Safiya è attualmente detenuto nella famigerata prigione israeliana di Sde Teiman, dove abusi, tra cui torture, omicidi e stupri, sono all’ordine del giorno, hanno affermato dei prigionieri recentemente rilasciati.

Bursh ha riferito che le forze israeliane hanno picchiato violentemente Abu Safiya prima di arrestarlo.

Dopo la notizia della detenzione di Abu Safiya a Sde Teiman molte persone hanno chiesto online alle autorità israeliane di assumersi le proprie responsabilità e di fornire spiegazioni.

L’ospedale Kamal Adwan, che era l’ultimo ospedale funzionante nel nord di Gaza, è stato ora reso fuori servizio a causa dei continui attacchi israeliani.

Abu Safiya ha guadagnato notorietà durante la guerra israeliana a Gaza grazie ai suoi appelli per una migliore assistenza sanitaria per tutti i palestinesi e i suoi aggiornamenti regolari dall’enclave devastata dalla guerra.

È stato anche elogiato per essersi rifiutato di abbandonare i pazienti dell’ospedale Kamal Adwan, anche se Israele lo ha preso d’assalto e ha portato via con la forza i sanitari.

L’ultima fotografia scattata prima che fosse arrestato mostra Abu Safiya con il suo camice che cammina da solo verso due carri armati israeliani completamente circondato dalle macerie. Da allora quell’immagine è diventata virale.

Venerdì il resto del personale medico, i pazienti e i loro parenti sono stati portati fuori dall’ospedale sotto la minaccia delle armi, costretti a restare solo con la biancheria intima e trasferiti in un luogo sconosciuto.

Secondo l’Ufficio Governativo dell’Informazione con sede a Gaza al momento del raid nell’ospedale c’erano 350 persone, tra cui 180 operatori sanitari e 75 feriti.

A giugno un rapporto del ministero della Salute palestinese ha affermato che dall’inizio della guerra erano stati uccisi oltre 500 componenti del personale medico.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Le forze dell’Autorità Nazionale Palestinese uccidono una giornalista a Jenin, dice la famiglia

Corrispondente di MEE a Ramallah, Palestina occupata.

29 dicembre 2024 Middle East Eye

La giovane reporter Shatha al-Sabbagh era impegnata a documentare sui social media la fatale campagna dell’Autorità Nazionale Palestinese a Jenin

Le forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) hanno ucciso una giovane giornalista nella città di Jenin, nella Cisgiordania occupata, secondo quanto ha dichiarato domenica la sua famiglia. Sabato sera l’ospedale governativo di Jenin ha dichiarato che Shatha al-Sabbagh, 21 anni, è morta per ferite di arma da fuoco alla testa.

La sua famiglia ha accusato i cecchini del servizio di sicurezza palestinese di averle sparato vicino a casa sua a Jenin, dove dall’inizio di dicembre l’ANP sta conducendo una repressione feroce contro i gruppi armati anti-israeliani.

Sabbagh è la sesta residente di Jenin ad essere uccisa durante la campagna dell’ANP, insieme ad un diciannovenne disarmato.

Almeno cinque membri delle forze di sicurezza palestinesi sono stati uccisi in scontri a fuoco.

“Riteniamo l’Autorità Nazionale Palestinese e i suoi servizi di sicurezza direttamente responsabili di questo crimine”, ha affermato la famiglia di Sabbagh in una dichiarazione.

“Questa pericolosa escalation dimostra che queste agenzie sono diventate strumenti repressivi che praticano il terrorismo contro il loro popolo, invece di proteggere la loro dignità e combattere l’occupazione israeliana”, hanno aggiunto.

Il portavoce dei servizi di sicurezza palestinesi Anwar Rajab ha negato l’accusa, affermando che la giornalista è stata uccisa da “fuorilegge” del campo profughi di Jenin.

Ha inoltre affermato che le indagini preliminari e i testimoni oculari avrebbero indicato che nessuna forza di sicurezza dell’ANP era presente sulla scena.

Cecchini sui tetti

Tuttavia i residenti del quartiere di Mahyoub nel campo profughi di Jenin, dove viveva Sabbagh, affermano che le forze di sicurezza palestinesi vi erano schierate dal 14 dicembre, con cecchini posizionati sui tetti di diverse case.

La famiglia ha affermato che quando è stata colpita Sabbagh era con sua madre e portava con sé dei bambini piccoli. Hanno detto che si trovava in una zona ben illuminata, senza scontri in corso o minacce alla sicurezza. Nonostante ciò è stata “deliberatamente presa di mira” da un cecchino dell’Autorità Nazionale Palestinese, hanno affermato.

Musab al-Sabbagh, il fratello della giornalista uccisa, ha dichiarato a Middle East Eye che poco prima della sua morte Shatha era con i suoi nipoti a casa di un vicino, all’ultimo piano.

Stava andando con loro, un bambino di tre anni e uno di 15 mesi in braccio, in un negozio lì vicino per comprar loro dei dolci.

“Era chiaro che era una donna con dei bambini. Nonostante questo, nel momento in cui è uscita dalla porta di casa il cecchino l’ha presa di mira alla testa”, ha spiegato Musab.

Ha detto di aver sentito delle urla seguite da forti spari mentre sua sorella cadeva a terra. Sua madre, che era dietro di lei, non è riuscita a prendere i bambini a causa degli spari fitti e indiscriminati e ha dovuto trascinarli via.

Gli spari sono continuati per circa 15 minuti. Un paramedico, che viveva lì vicino, ha tentato di curare Shatha, ma è stato ferito anche lui dagli spari, ha detto Musab.

Attribuire la colpa

Il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi ha dichiarato il lutto per Sabbagh e ha chiesto la formazione di un comitato di inchiesta indipendente per determinare la verità sulla sua morte e chiamare i colpevoli a risponderne.

Raya Arouq, una giornalista palestinese di Jenin, ha dato espressione allo shock provato dai giornalisti dopo l’omicidio.

“La sua morte non ci impedirà di continuare il nostro lavoro, anzi aumenterà la nostra determinazione nel proseguire a documentare la situazione”, ha detto Arouq a MEE.

Hamas ha condannato l’omicidio definendolo un “atto criminale” e accusando i servizi di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese di aver intenzionalmente ucciso la giornalista.

Il gruppo ha anche esortato l’Autorità Nazionale Palestinese a interrompere le sue operazioni di sicurezza a Jenin e a rintracciare i colpevoli.

La morte di Sabbagh segue l’uccisione di un suo fratello, Moatasem al-Sabbagh, da parte dell’esercito israeliano nel marzo 2023 all’interno del campo profughi di Jenin.

La giovane giornalista era attiva sui social media e documentava le difficoltà affrontate dai residenti di Jenin, in particolare durante le incursioni israeliane e la campagna di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Medico palestinese ferito continua a resistere

Fedaa al-Qedra

23 dicembre 2024 – The Electronic Intifada

All’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza il dott. Hussam Abu Safiya è diventato un simbolo di resilienza di fronte a un orrore inimmaginabile. Quell’orrore è in corso poiché lo scorso fine settimana l’ospedale e l’area circostante sono rimasti sotto attacco israeliano. Le persone ferite, traumatizzate e impaurite ivi rifugiate stanno affrontando la minaccia di un’evacuazione forzata.

Il pediatra e direttore dell’ospedale ha sopportato settimane di incessanti bombardamenti israeliani, la morte del figlio quindicenne Ibrahim e persino il suo stesso ferimento, il tutto rifiutandosi di abbandonare i suoi pazienti. Nel mezzo dell’assedio del suo ospedale, con continui bombardamenti israeliani durante la scorsa settimana, la storia di Abu Safiya sottolinea il costo umano della guerra e lo straordinario coraggio necessario per preservare la vita di fronte alla morte.

Dall’inizio di ottobre la campagna militare di Israele nel nord di Gaza ha devastato città come Jabaliya, Beit Lahiya e Beit Hanoun, sfollando circa 100.000-130.000 palestinesi e uccidendone centinaia. I tre ospedali della regione, tra cui l’ospedale Kamal Adwan a Beit Lahiya, hanno subito l’impatto più devastante di questi attacchi, spinti sull’orlo del collasso dall’assedio e dai bombardamenti. Israele ha giustificato le sue operazioni con affermazioni infondate su attività di militanti all’interno di queste strutture, accuse negate con veemenza dal personale medico locale e dalle organizzazioni umanitarie.

Il calvario dell’ospedale Kamal Adwan è iniziato seriamente il 25 ottobre. Alle 2 di notte l’artiglieria israeliana ha bombardato l’ospedale, distruggendo forniture mediche vitali e la sua unità di dialisi, e mettendo fuori uso il generatore di ossigeno.

La conseguente interruzione dell’ossigeno ha causato la morte di due bambini nell’unità di terapia intensiva. Dopo qualche ora le truppe israeliane hanno preso d’assalto la struttura arrestando centinaia di pazienti, personale e civili sfollati rifugiatisi tra le sue mura.

Abu Safiya era tra coloro che sono stati brevemente trattenuti durante il raid.

“L’esercito israeliano mi ha trattenuto e mi ha chiesto di evacuare l’ospedale”, ha detto Abu Safiya in un’intervista telefonica a The Electronic Intifada e ad altri giornalisti. “Mi sono rifiutato e ho assicurato loro che all’interno c’erano solo pazienti. Ma hanno arrestato 57 dipendenti, lasciandoci con una grave carenza di medici, in particolare chirurghi. Ora rimaniamo solo io e un altro pediatra”, ha detto dopo l’attacco.

Il costo del rifiuto di Abu Safiya è stato personale e devastante: durante il raid un drone israeliano ha preso di mira il figlio quindicenne, Ibrahim, uccidendolo all’ingresso dell’ospedale.

“Mi sono rifiutato di lasciare l’ospedale e sacrificare i miei pazienti, quindi l’esercito mi ha punito uccidendo mio figlio”, ha raccontato Hussam Abu Safiya ai giornalisti che lo hanno contattato in merito alla situazione nel suo ospedale. In seguito ha seppellito Ibrahim vicino al muro dell’ospedale in modo che suo figlio potesse stargli vicino.

I giorni successivi al 28 ottobre, col ritiro delle forze israeliane, non hanno portato ad una tregua. Gli attacchi all’ospedale sono ripresi, con un picco improvviso il 31 ottobre quando i bombardamenti hanno distrutto un altro carico di materiale medico fornito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Secondo un comunicato stampa inviato su WhatsApp da Abu Safiya, come spesso accade, il 3 novembre è arrivata una delegazione dell’OMS per evacuare i pazienti. In tale frangente il reparto pediatrico è stato preso di mira dal fuoco israeliano, con il ferimento di diverse persone, tra cui una ragazzina di 13 anni. Il 4 e il 5 novembre ripetuti attacchi hanno danneggiato le cisterne dell’acqua aggravando ulteriormente le terribili condizioni dell’ospedale.

Àncora di salvezza

Nonostante queste difficoltà, l’ospedale Kamal Adwan rimane un’àncora di salvezza fondamentale per la popolazione della Striscia di Gaza settentrionale. All’inizio di novembre l’ospedale ospitava più di 120 pazienti, con civili feriti che continuavano ad arrivare ogni giorno, spesso trasportati su barelle improvvisate o su carretti trainati da animali.

“Dopo i ripetuti attacchi le ambulanze sono fuori uso”, ha spiegato Abu Safiya. “Siamo costretti a scegliere tra i pazienti a causa dell’enorme numero di feriti. Non avrei mai immaginato di vivere momenti così tragici”.

La notte del 23 novembre l’ospedale ha dovuto affrontare un’altra aggressione diretta. Un attacco con droni ha preso di mira l’ufficio di Abu Safiya pochi istanti dopo che era uscito dalla sala operatoria, lasciandolo gravemente ferito con ferite da schegge ad una gamba.

Il personale medico ha fatto fatica a fornire cure adeguate a causa della mancanza di specialisti e attrezzature. “Il nostro sistema sanitario è sull’orlo del collasso”, ha detto un’infermiera, descrivendo l’incapacità dell’ospedale di eseguire anche diagnosi di base o interventi chirurgici.

Il 24 novembre con una dichiarazione stampa dal suo letto d’ospedale attraverso WhatsApp Abu Safiya ha affermato: “Questo non ci fermerà. Sono rimasto ferito sul posto di lavoro, e questo è un onore. Il mio sangue non è più prezioso di quello dei miei colleghi o delle persone che serviamo. Non appena guarito tornerò dai miei pazienti”.

Gli attacchi all’ospedale Kamal Adwan fanno parte di una strategia più ampia che ha visto Israele intensificare dal 7 ottobre 2023 la sua aggressione su Gaza. Sostenuta dagli aiuti americani la campagna ha ucciso oltre 45.000 palestinesi (circa il due percento della popolazione di Gaza), ha sfollato centinaia di migliaia di persone e lasciato gran parte dell’enclave in rovina.

Sotto pressione i servizi sanitari stanno crollando, con il blocco dei corridoi umanitari e gli attacchi mirati al personale medico.

L’esercito israeliano ha affermato che le sue azioni sarebbero basate su “un’intelligence precisa” e ha denunciato la presenza di militanti che si spacciano per membri del personale ospedaliero. Tuttavia le uniche prove presentate sono state la testimonianza di un detenuto ottenuta con l’estorsione e le fotografie di armi che sarebbero state trovate vicino all’ospedale.

Abu Safiya ha respinto queste accuse dichiarando a The Electronic Intifada: “Questo è un ospedale. Non chiediamo ai pazienti le loro appartenenze politiche. La nostra missione è fornire assistenza a tutti coloro che ne hanno bisogno”.

Il 4 dicembre Abu Safiya ha rilasciato una dichiarazione audio WhatsApp ai media descrivendo le condizioni del suo ospedale in quel momento: “I droni stanno sganciando bombe a frammentazione ferendo chiunque si trovi sul loro cammino. La situazione è diventata estremamente pericolosa. L’ospedale Kamal Adwan è stato sottoposto a un barbaro assalto da parte dei droni e ancora una volta l’occupazione concentra la sua aggressività sui team medici”.

Ha aggiunto: “Pochi istanti fa tre membri del nostro personale medico sono rimasti feriti. Uno di loro è in condizioni critiche e attualmente è sottoposto a un complesso intervento chirurgico in sala operatoria”.

Tuttavia il pediatra rimane fermo nel suo impegno verso i pazienti, anche se l’ospedale affronta la minaccia della completa distruzione.

“Siamo un istituzione sanitaria al servizio dei malati e dei feriti, non un campo di battaglia”, ha detto telefonicamente a The Electronic Intifada. “Il continuo attacco a questo ospedale è un deliberato tentativo di zittirci. Ma non mi tirerò indietro. La mia professione è il mio dovere e continuerò a trasmettere il mio messaggio umanitario fino al mio ultimo respiro”.

Il coraggio e la perseveranza del dottor Hussam Abu Safiya brillano attraverso l’oscurità dell’assedio in corso a Gaza. Mentre l’ospedale Kamal Adwan vacilla sull’orlo del collasso la sua storia è una testimonianza della resilienza di coloro che combattono non con le armi, ma con compassione e umanità.

Ultimi orrori

Mercoledì scorso Electronic Intifada ha parlato ancora una volta al telefono con Abu Safiya per discutere degli sviluppi del giorno precedente, che ha descritto come “uno dei giorni più bui, difficili e sanguinosi all’ospedale Kamal Adwan”. Il medico ha condiviso più o meno lo stesso messaggio con altri giornalisti.

L’ospedale, ha detto, è stato “preso di mira da aerei da guerra, che hanno colpito più di otto edifici nelle vicinanze. Uno di questi edifici era abitato”. Alcune delle persone in fuga sono state “avvolte dalle fiamme”. Descrivendo l’incidente come un “attacco orribile”, Abu Safiya ha detto che otto persone sono state uccise e che “i bambini rimangono intrappolati sotto le macerie carbonizzate“.

La situazione è ulteriormente peggiorata quando “bulldozer e carri armati sono entrati nell’area, sparando direttamente contro l’ospedale da tutte le direzioni”.

I danni sono stati gravi. “L’unità di terapia intensiva, situata sul lato occidentale, è stata colpita direttamente. I proiettili dei carri armati hanno colpito l’unità innescando un incendio che ci ha costretti a evacuare urgentemente i pazienti. Miracolosamente, siamo riusciti a salvare le bombole di ossigeno nel pronto soccorso. Purtroppo il reparto di isolamento è andato completamente a fuoco”.

Per la scarsità delle risorse l’incendio è stato difficile da controllare. “Per grazia di Dio, siamo riusciti a spegnere l’incendio a mani nude, poiché non erano disponibili estintori e l’erogazione idrica era stata interrotta. Abbiamo usato coperte e le nostre mani nude per controllare le fiamme”.

Nonostante la scena devastante Abu Safiya e i suoi colleghi continuano a perseverare malgrado un’unità di terapia intensiva che descrive come simile a “una zona di guerra, con proiettili che perforano attrezzature, muri e finestre”.

Rimane sbalordito dall’intensa violenza israeliana che ha preso di mira il suo ospedale e dal silenzio di così tante persone a cospetto di settimane di bombardamenti.

“È incomprensibile il motivo per cui siamo presi di mira in modo così brutale. Da oltre 75 giorni stiamo lanciando un appello al mondo, ma non è stato fatto nulla. Questa apatia consente agli occupanti di intensificare la loro violenza e temo che continueranno a colpire altri reparti, forse distruggendo l’ospedale davanti agli occhi del mondo. Tragicamente, questa è la nostra realtà”.

La realtà ha continuato a peggiorare nel corso del fine settimana con circa 400 persone, tra cui pazienti, che hanno affrontato la minaccia di evacuazione dall’ospedale in circostanze pericolose.

Domenica il giornalista Islam Ahmed dall’interno dell’ospedale ha detto a che nel fine settimana il numero dei pazienti era aumentato da 66 a 85 e che circa 10 corpi giacevano sulla strada a nord dell’ospedale. Lunedì Abu Safiya ha stimato il numero di pazienti a 91, affermando che “i bombardamenti non sono cessati per tutta la notte, distruggendo case ed edifici circostanti”. Ha descritto una “situazione estremamente terrificante” e ha chiesto “un intervento internazionale urgente prima che sia troppo tardi”.

Lunedì nel corso di un aggiornamento Ahmed ha detto che tre corpi rimasti all’interno dell’ospedale durante il weekend, tra cui quello di Ameena al-Mufti, una ragazza colpita da un attacco di droni israeliani, erano stati seppelliti nel corso della giornata in circostanze estremamente difficili.

Uscendo dall’ospedale, dice Ahmed, è pericoloso per si rischia la vita. Domenica sera, nel corso di un’intervista con The Electronic Intifada, si poteva sentire il rumore di spari.

Abu Safiya in una dichiarazione del fine settimana ha insistito sul fatto che l’evacuazione richiesta tramite un megafono israeliano avrebbe eventualmente richiesto giorni, non ore. Avrebbe dovuto essere reso disponibile l’ospedale indonesiano di Beit Lahiya, ha detto, mentre mancano le ambulanze per il trasporto i pazienti.

Ancora una volta, come in tante altre occasioni nelle ultime settimane, ha fatto appello a un mondo che non ascolta.

Fedaa al-Qedra è una giornalista di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Hamas afferma che un accordo di cessate il fuoco è vicino se Israele “smette di aggiungere nuove condizioni”

Redazione di Middle East Eye

17 dicembre 2024 Middle East Eye

Potrebbe esserci una pausa nei combattimenti mentre il numero di morti a Gaza supera i 45.000 e il mandato del presidente degli Stati Uniti Joe Biden volge al termine

Martedì Hamas ha affermato di ritenere che i colloqui sul cessate il fuoco siano stati abbastanza produttivi da consentire un accordo in merito, ma solo se Israele non impone ulteriori condizioni.

“Il Movimento di resistenza islamico Hamas conferma che alla luce delle discussioni serie e positive che si stanno svolgendo oggi a Doha, sotto gli auspici dei mediatori qatarioti ed egiziani, è possibile raggiungere un accordo su un cessate il fuoco e uno scambio di prigionieri se l’occupazione smette di aggiungere nuove condizioni”, ha affermato il gruppo in una dichiarazione.

I commenti evocano i resoconti di lunedì di Middle East Eye secondo cui tra i fattori che hanno portato a una svolta nei colloqui del Cairo c’è il cessate il fuoco del mese scorso in Libano, che rappresenta un modello per un simile cessate il fuoco a Gaza.

Anche il portavoce del Consiglio per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca John Kirby ha detto martedì a Fox News che l’accordo “si sta avvicinando”.

“Crediamo – e gli israeliani lo hanno detto – che ci stiamo avvicinando e non c’è dubbio, siamo fiduciosi”, ha detto.

“Ma siamo anche cauti nel nostro ottimismo”, ha aggiunto. “Ci siamo già trovati in questa situazione, in cui non siamo stati in grado di arrivare al traguardo”.

La guerra di Israele a Gaza ha ucciso più di 45.000 persone, la maggior parte della popolazione è stata costretta a lasciare le proprie case più volte e centinaia di migliaia di persone sono a rischio carestia.

Mentre l’agenzia di stampa Reuters aveva inizialmente riferito che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu fosse personalmente in viaggio verso il Cairo, suggerendo che l’accordo era ben oltre la fase di negoziazione, l’ufficio di Netanyahu ha ora negato tale affermazione, e una fonte egiziana ha detto al quotidiano israeliano Haaretz che non era stata pianificata alcuna visita.

Qualsiasi potenziale accordo probabilmente comporta delle concessioni significative da parte di Hamas, posto che Israele ha assassinato i suoi più alti dirigenti militari e politici e che gli incessanti attacchi aerei di Israele su Gaza per 14 mesi hanno ridotto gran parte della Striscia in cenere e macerie.

I funzionari hanno affermato che la proposta ora in discussione non è un cessate il fuoco permanente, ma una pausa di 60 giorni alle ostilità.

Hamas dovrà probabilmente anche accettare che Israele occupi un terzo del settore più a nord di Gaza che è stato tagliato fuori dal resto della Striscia da quasi tre mesi. Il gruppo sostiene ancora, tuttavia, che i palestinesi sfollati con la forza dal nord dovrebbero avere il diritto di tornare alle proprie case.

Da parte sua, Netanyahu si è rifiutato di abbandonare il suo obiettivo di “sradicare” Hamas da Gaza e di assicurarsi che non possa mai più governare la Striscia.

Controllo militare su Gaza

Martedì il ministro della Difesa israeliano ha dichiarato che il suo piano militare prevede di esercitare un controllo indefinito su Gaza anche dopo aver “sconfitto Hamas”.

In un post pubblicato su X, Israel Katz ha affermato che il suo governo “avrebbe mantenuto il controllo della sicurezza su Gaza con piena libertà di azione, proprio come ha fatto in Giudea e Samaria”, usando il nome israeliano della Cisgiordania occupata.

“Non permetteremo un ritorno alla realtà precedente al 7 ottobre”, ha aggiunto.

I suoi commenti sono arrivati ​​mentre il quotidiano israeliano Ynet riferiva che l’esercito ha in programma di mantenere una presenza nelle aree che attualmente occupa per impedire ai palestinesi sfollati di tornare alle loro case nel nord di Gaza.

L’articolo affermava che ciò significa che Israele sta adottando il controverso “Piano dei generali” noto anche come Piano Eiland, che lascerebbe la sicurezza dell’area sotto il controllo militare israeliano.

Gli attivisti per i diritti umani e gli esperti hanno messo in guardia contro l’attacco israeliano nel nord di Gaza, affermando che è “genocida” ed è una “deviazione dalla legge”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




I caschi blu dell’ONU rimuovono le bandiere israeliane nella zona cuscinetto delle Alture del Golan in Siria

  1. Redazione di MEMO

17 dicembre 2024 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu riferisce che martedì l’ONU ha ribadito che l’esercito israeliano continua ad essere presente nella zona cuscinetto delle alture del Golan in Siria e ha riferito che le bandiere israeliane nell’area di separazione sono state rimosse dai caschi blu.

Il portavoce Stephane Dujarric ha affermato in una conferenza stampa che “i nostri colleghi caschi blu nelle Alture del Golan, UN Disengagement Observer Force (UNDOF) [Forza di osservazione del disimpegno], continuano a implementare il loro mandato di osservare e riferire dalle loro posizioni situate ovunque nell’area di separazione.”

Affermando che la presenza dell’esercito israeliano “nella sua (dell’UNDOF) area di operazioni ha avuto un impatto grave sui caschi blu,” ha segnalato che “la libertà di movimento e la capacità di condurre le attività operative, logistiche ed amministrative” della missione di pace “rimangono gravemente limitate.”

Nel contesto corrente, l’UNDOF era solito condurre approssimativamente da 55 a 60 compiti operativi e attività logistiche giornaliere. Al momento è ridotto a tre fino a cinque movimenti logistici essenziali al giorno, limitando così significativamente le sue operazioni,” ha affermato.

Ha anche evidenziato l’importanza di permettere ai caschi blu di portare avanti “i compiti dei loro mandati senza impedimenti ed in modo sicuro.”

Secondo l’UNDOF, l’esercito israeliano è entrato nell’area di separazione, dispiegando truppe in molteplici “posizioni chiave” incluse il monte Hermon e “Tank Hill” [Collina dei Carrarmati] ad est della linea Bravo, ha affermato, aggiungendo che “la missione ha anche osservato i movimenti dell’IDF (l’esercito israeliano) e le costruzioni in quattro punti dell’area del monte Hermon.

L’UNDOF ha anche osservato bandiere israeliane in tre posizioni dentro l’area di separazione: tutte le bandiere israeliane sono state rimosse dopo una protesta dei funzionari UNDOF” ha affermato.

Ha detto che la missione ha ribadito la sua richiesta a tutte le parti coinvolte di aderire all’accordo di disimpegno del 1974 e di mantenere in essere il cessate il fuoco.

L’accordo di disimpegno ha definito i confini di una zona cuscinetto e una area demilitarizzata. È monitorata dall’UNDOF, in quanto ha il compito di mantenere il cessate il fuoco tra Israele e Siria dopo la guerra in Medio Oriente del 1973.

Violando palesemente la sovranità siriana, in seguito alla caduta del regime di Bashar Assad ad opera delle truppe ribelli negli ultimi giorni Israele ha intensificato gli attacchi aerei in tutta la Siria puntando a siti militari.

Israele ha anche dichiarato la fine dell’accordo del 1974 che ha stabilito una zona cuscinetto demilitarizzata sulle Alture del Golan occupate da Israele. Da allora l’esercito israeliano ha dispiegato forze nella zona cuscinetto, una mossa condannata dall’ONU e da molte Nazioni arabe.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)